Libia, gli alleati dell’Italia compiono una strage

Alessandro Lattanzio, 21/5/2017

Mentre questo Sito viene aggredito e insultato da fogne mediatiche come Huffington Post e Vice, che propagandano l’accoglienza a 90 gradi verso i profughi creati dalle guerre celebrate, invocate e salutate dai su medesimi siti di disinformazione imperialista (Left, Vice, Huffington Post e altra spazzatura), in Libia, il 18 maggio, bande armate composte dai miliziani armati dal governo Renzi-Gentiloni e dai terroristi di al-Qaida, che diverse ONG italiane definiscono ‘umanitari numero uno‘, uccidevano, decapitavano e bruciavano vive 150 persone nell’aeroporto libico di Baraq al-Shati. Ovvio il sonoro silenzio del sistema merdiatico italiano. SitoAurora è l’unico sito a riferire in Italia di questo massacro commesso dagli alleati dei servizi segreti italiani e della Farnesina in Libia, ovvero al-Qaida e la fratellanza mussulmana turcofila di Misurata, dove l’esercito italiano ha posto la propria base operativa libica.
Il 17 marzo, la sede di Saraj presso la base navale di Abu Sita, veniva attaccata da sconosciuti, mentre a Misurata i seguaci di Salah Badhi e Qalifa Gwal attaccavano la TV e la radio locale, venendo respinti. Contemporaneamente Saraj era Roma per discutere con il Gruppo di Contatto per il Mediterraneo Centrale che riunisce UE, Alto Commissariato ONU per i Rifugiati e Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (organismo logistico dei mercenari islamisti). Saraj chiedeva all’Italia l’invio in Libia di 20 motovedette, 4 elicotteri, 24 imbarcazioni, 10 autoambulanze, 30 autoveicoli blindati e telefoni satellitari. Il 30 marzo, a Roma rappresentanti delle tribù Tabu e Ulad Sulayman di Sabha firmavano un accordo di riconciliazione, con cui il governo italiano avrebbe pagato gli indennizzi alle vittime della faida tribale. L’Italia, tramite la comunità di sant’Egidio, interveniva perché interessata a controllare l’aeroporto Taminhint di Sabha. Ma già il leader tribale dei Tabu, Adam Dazi, affermava che i capitribù non avevano idea di che accordo si trattasse. Già nel novembre 2015 il Qatar mediò un simile accordo di riconciliazione, poi violato nel novembre 2016.
La Libyan Cement Company (LCC), è uno dei più grandi cementifici della Libia, con tre stabilimenti a Bengasi, al-Huari e Derna, assumeva gli specialisti della società russa RSB-Group per sminare il cementificio di Bengasi, avviato il 22 agosto 2016. Il cemento è necessario per ripristinare le infrastrutture distrutte dai terroristi. Finora veniva importato dalla Tunisia. Nell’aprile 2016 l’Esercito nazionale della Libia eliminò i terroristi dalla zona degli impianti industriali del cementificio. I genieri dell’esercito libico non poterono completare la bonifica per mancanza di attrezzature, a causa delle sanzioni imposte dai Paesi occidentali contro Tobruq. Inoltre, diversi genieri libici morirono nelle operazioni di sminamento. Inizialmente i libici si rivolsero a una società inglese, che volle 50 dollari per metro quadro, quindi si rivolsero agli specialisti russi del RSB-Group, che bonificarono 750000 mq di superficie per 15 dollari a metro quadro. Il RSB-Group opera in Egitto, Colombia e Cina, oltre che Libia. La LCC è di proprietà della Libya Holdings Group (LHG) di Tripoli e di 15 investitori di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Il 5 aprile, l’Esercito nazionale libico (LNA) avviava le operazioni per liberare la base di Tamanhant, presso Sabha, mentre il GNA di Tripoli condannava l’azione e ordinava alle sue forze di respingere l’attacco del LNA. A marzo, 16 militari feriti venivano inviati in Italia per cure mediche. Il 12 aprile Fayaz al-Saraj dichiarava che “Purtroppo l’Europa non ci ha aiutato, ma ha fatto solo vuote promesse. Abbiamo bisogno urgente di aiuti seri per proteggere e controllare le coste. Inoltre, la comunità internazionale deve fare di più per contribuire a stabilizzare il Paese”. Intanto, numerosi terroristi dello Stato islamico provenienti dalla Libia venivano curati in cliniche in Europa almeno dal 2015; “Elementi dello SIIL coinvolti nell’espatrio di feriti libici usano questa strategia per uscire dalla Libia con falsi passaporti“, secondo un documento dell’intelligence italiana. Il piano era incentrato su un progetto occidentale per riabilitare i feriti, il Centro per il sostegno dei libici feriti, gestito “in modo dubbio e ambiguo” sotto la supervisione dal governo di al-Saraj a Tripoli. Secondo il documento, gli infiltrati dello SIIL utilizzavano falsi passaporti forniti da una rete criminale e inoltre, all’inizio del 2016, lo SIIL occupando Sirte poté accedere a 2000 passaporti in bianco. “Dal 15 dicembre 2015, un numero ignoto di combattenti feriti dello Stato islamico in Libia è espatriato verso un ospedale d’Istanbul per cure mediche“. Da lì, i terroristi venivano inviati in altri ospedali turchi, provenendo soprattutto da Misurata, Sirte e Bengasi. “Misurata è la sede di tale contrabbando dalla Libia verso l’Europa. Ed è anche il luogo dove si svolge il mercato dei passaporti falsi, quando a costoro è necessaria una falsa identità per nascondersi“. I principali Paesi che accolgono i terroristi feriti, secondo il documento dello spionaggio italiano, sono Turchia, Romania, Bosnia, Francia, Germania e Svizzera. Il medico Rodolfo Bucci confermava al Guardian di esser stato contattato da un individuo appartenente alla rete del contrabbando. “Sono stato contattato da alcuni uomini per coordinare queste cure mediche perché sono uno specialista nella terapia del trattamento del dolore. Ma poi non so cosa sia successo. Non so se il programma fu interrotto“. Il documento dell’intelligence italiano descrive la posizione del governo al-Saraj come “altamente ambivalente” perché, anche se non finanzia l’assistenza medica ai terroristi dello SIIL, “ufficialmente permette l’espatrio di elementi del MSTB (Majlis Shura Thuwar Benghazi), una milizia jihadista collegata allo SIIL”. Secondo il rapporto dell’intelligence italiana, i documenti preparati dagli ospedali che organizzano l’espatrio dei libici feriti recano pochi dettagli sulle ferite, o ne sono totalmente privi.
Il 2 maggio 2017, ad Abu Dhabi s’incontravano il premier-fantoccio al-Saraj ed il Generale Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico della Camera dei Rappresentanti di Tobruq, per discutere su quali organizzazioni andassero definite terroristiche, sullo scioglimento delle milizie, sul rifiuto dell’accordo sui migranti con l’Italia, sull’eliminazione dell’Art.8 del Libyan Political Agreement di Shqirat, che garantiva al Presidente del Consiglio Presidenziale ampi poteri su Forze Armate ed intelligence. Inoltre al-Saraj e Haftar convenivano nel formare un comando militare congiunto, con a capo Haftar, e ad unire le istituzioni statali. Gli Emirati Arabi Uniti inoltre dispiegavano velivoli da combattimento a sostegno del Generale Qalifa Haftar, nella Libia orientale, sulla base aerea al-Qadim. In Libia la produzione di petrolio superava il picco dell’ottobre 2014, arrivando a 780000 barili al giorno; grazie anche all’esenzione dai tagli della produzione nell’OPEC. Il maggiore giacimento petrolifero della Libia, Sharara, pompava circa 225000 barili al giorno, che arrivavano alla raffineria di Zawiyah. Anche al-Fil, o giacimento Elefante, nella Libia occidentale, veniva riavviato ad aprile dopo un’interruzione di due anni. Sharara, che ha una capacità di 330000 barili al giorno, è gestita da una joint venture tra Lybia National Oil Corp., Repsol SA, Total SA, OMV AG e Statoil ASA, mentre al-Fil è gestito da una joint venture tra NOC ed ENI, e può pompare fino a 90000 barili al giorno destinati all’impianto di Malitah. Il 18 maggio, il ministero degli Esteri del governo fantoccio di al-Saraj licenziava 12 ambasciatori, 10 dirigenti aziendali e 4 consoli generali. Ciò avveniva il giorno dopo che il ministro degli Esteri di al-Saraj, Muhamad Syala, licenziava l’alleato di Qalifa Haftar e ambasciatore in Arabia Saudita Abdulbasit al-Badri. Gli ambasciatori rimossi erano quelli in Canada, Etiopia, Grecia, Ungheria, Paesi Bassi, Panama, Qatar, Serbia, Slovacchia, Sudan, Vaticano e Regno Unito, i consoli generali quelli di Alessandria, Dubai, Istanbul e Milano. Venivano richiamati in patria gli addetti commerciali in Australia, Belgio, Croazia, Cipro, Costa d’Avorio, Nicaragua, Oman, Pakistan, Sierra Leone e Sri Lanka.Il 18 maggio, 141 persone venivano uccise nell’attacco perpetrato dalle milizie del GNA contro la base aerea di Baraq al-Shati, dove le forze islamiste uccisero sommariamente decine di soldati disarmati. “I soldati tornavano da una sfilata militare, non erano armati, la maggior parte di essi fu uccisa”. Il portavoce dell’Esercito nazionale libico, Colonnello Ahmad Mismari, annunciava che gli attacchi aerei di risposta erano iniziati dalla base aerea di Jufra contro i terroristi, e che “non ci sarebbe stato un cessate il fuoco”. L’attacco terroristico era stato guidato da Ahmad Abduljalil al-Hasnawi e da Jamal al-Trayqi del 13.mo battaglione di Misurata (fazione islamista armata ed informata direttamente dall’Esercito italiano) con l’appoggio della 201.ma brigata e delle brigate di difesa di Bengasi. La base era difesa dal 10.mo Battaglione del LNA, che perse 17 uomini, oltre a subire 11 dispersi, e dal 12.mo Battaglione, che perse 86 uomini. Gran parte del 12.mo Battaglione si trovava invece a Tuqra, per le celebrazioni dell’operazione Qaramah. Inoltre, anche 7 piloti civili furono uccisi. Uno dei testimoni aveva dichiarato che le vittime non furono uccise in combattimento ma erano state allineate e giustiziate. Il sindaco di Baraq al-Shati riferiva che almeno 5 soldati furono decapitati. Un altro testimone affermava, “Hanno ucciso tutti nella base: soldati, cuochi, addetti alle pulizie“, molti con un colpo alla testa. Alcuni erano cadetti appena laureatisi ufficiali durante la cerimonia del LNA per celebrare il terzo anniversario dell’operazione Qaramah. Le forze che difendevano la base, guidate dal generale Muhamad bin Nayal, erano riuscite parzialmente a ritirarsi, grazie ad informazioni sull’attacco imminente. Il Comando Generale del LNA dichiarava che la risposta sarà “dura e forte”, parlando apertamente di vendetta, “I responsabili saranno schiacciati”. Il governo di Tobruq accusava apertamente del massacro il Consiglio di Presidenza di al-Saraj e il suo ministro della Difesa, oltre che di aver violato la tregua concordata ad Abu Dhabi. I membri del Congresso di Tobruq chiedevano il licenziamento del ministro della Difesa di al-Saraj, Mahdi al-Barghathi, e di processarlo per il massacro, mentre Ali Gatrani, componente del Congresso di Tobruq, accusava del massacro anche il capo dei fratelli musulmani libici Sadiq al-Ghariani, potente alleato dell’Italia. I burattinai di Saraj, l’inviato speciale dell’ONU Martin Kobler e l’ambasciatore inglese Peter Millett, chiedevano all’esercito libico di non reagire all’aggressione, indicando la mano del mandante della strage. Il fantoccio della Farnesina, Fayaz al-Saraj, sospendeva ‘per 15 giorni’ il suo ministro della Difesa, l’islamista filo-turco Mahdi al-Barghathi. Inoltre, Saraj riconosceva che Jamal al-Trayqi, a capo del 13.ma battaglione (con cui l’esercito italiano collabora) era responsabile dell’attacco a Baraq al-Shati. Le brigate di difesa di Bengasi, coinvolte nel massacro, hanno stretti legami con Barghathi e la fratellanza mussulmana filo-turca di Misurata.
Quindi, l’Esercito nazionale libico (LNA) dichiarava che al-Qaida e le milizie del governo del fantoccio italiano al-Saraj avevano attaccato la base aerea di Baraq al-Shati, decapitando decine di soldati libici. La maggior parte degli aggressori erano stranieri. Muhamad Lifrays, portavoce del 12.mo Battaglione del LNA, che aveva subito l’assalto, dichiarava, “Siamo convinti che combattevamo al-Qaida“. Diversi soldati erano stati decapitati o bruciati vivi. La maggior parte dei soldati era stata uccisa con colpi alla testa o sgozzati. Almeno 15 civili furono uccisi dai terroristi. Il comandante delle Forze Speciali Sayqa, Mahmud Warfali, affermava “L’LNA libererà la base aerea“, mentre 112.mo, 117.mo e 173.mo Battaglione libici si avvicinavano a Baraq al-Shati. L’Egitto condannava tale “attacco terroristico brutale“, e il Ministero degli Esteri di Cairo esprimeva “solidarietà al popolo libico e all’Esercito libico nazionale, chiedendo di occuparsi seriamente dei responsabili dell’azione terroristica“, aggiungendo che la politica libica non dev’essere soggetta a gruppi criminali che si fanno strada con il terrorismo o collaborando con le organizzazioni terroristiche finanziate da Paesi esteri. Anche il portavoce del Ministero degli Esteri dell’Algeria condannava l’attacco, “Condanniamo fermamente questi attacchi e notiamo che per diversi anni abbiamo costantemente incoraggiato i partiti libici a sostenere il dialogo e la riconciliazione nazionale per risolvere la crisi“. Nel frattempo, gli ambasciatori della Libia in Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti (si noti l’assenza di quello in Italia) condannavano tale crimine, “condanniamo i tentativi di cambiare la situazione in Libia con la forza, che pregiudicano il dialogo politico e prolungano le sofferenze del popolo libico”.

Il capo di Stato Maggiore italiano generale Graziano a Misurata, base delle milizie islamiste filo-turche.

Fonti:
el-Temif
FNA
FNA
FNA
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Moon of Alabama
RID
RID
Reuters
SCF
Tekmor Monitor
The Guardian

Trump raggira i media e persegue l’intesa con la Russia

Trump dimostra di non essersi ancora piegato ai falchi russofobi
Gilbert Doctorow, Russia Insider 12/5/2017Secondo l’ideologia neocon che ostacola l’istituzione politica statunitense, è assiomatico che i Paesi democratici siano amanti della pace perché riflettono veramente in politica la mentalità pacifica e imprenditoriale della popolazione. Al contrario, i regimi autoritari sono guerrieri poiché intrinsecamente instabili e senza sostegno sostanzialmente fondato, ricorrono all’aggressione o alle minacce all’estero per mantenere il popolo in riga. I regimi autoritari dovrebbero essere abbattuti se si vuole la pace globale. Così gira la storia. Le azioni dell’amministrazione Trump nelle ultime settimane dimostrano, oltre ogni dubbio, che le democrazie ricorrono ad aggressioni o minacce all’estero proprio per risolvere i conflitti politici interni. Ciò è ancor più vero quando la politica è consigliata dal maestro del realismo Henry Kissinger, dalla profonda esperienza nell’ambito dei compromessi che ora esamineremo.
L’attacco missilistico statunitense sulla base aerea siriana di Shayrat del 6 aprile scioccò e sorprese il mondo, come previsto. Certo, la portata fu limitata, i danni causati dall’infrastruttura militare minimi per intenti o grazie alle contromisure elettroniche russe e le perdite di vite, in particolare russe, evitate dal preavviso al Cremlino, conformemente al memorandum tra le parti sulle regole d’ingaggio nello spazio aereo siriano. Ma fu comunque un atto di aggressione degli Stati Uniti contro un Paese con cui non è in guerra, dimostrando la disponibilità degli Stati Uniti a violare il diritto internazionale e di letteralmente “eliminare” Assad in qualsiasi momento bombardandone il palazzo con missili inarrestabili sparati dal Mediterraneo. Inoltre, l’attacco fu giustificato in modo sfrenato come risposta al presunto uso di armi chimiche da parte del governo siriano contro una città nella provincia di Idlib. Alcuna indagine neutrale e professionale fu chiesta dagli statunitensi. Tutto ciò costituiva ancora un’altra dimostrazione di come gli USA agiscano da giudice, giuria e poliziotto mondiale, l’approccio agli affari internazionali che Donald Trump stesso respinse nella corsa per la presidenza. L’impatto disorientante di tale improvviso uso della forza all’estero, senza sanzione del Congresso, quindi violando la Costituzione statunitense, per chi come noi ancora crede nello stato di diritto, fu ampliato da ciò che seguì successivamente: i terribili avvertimenti di Washington alla Corea democratica a fermare i test dei missili e nucleari o affrontare gravi conseguenze. L’amministrazione Trump annunciò l’invio della portaerei Vinson e della sua flotta di scorta nelle acque coreane, e suggerì di valutare le opzioni per un attacco preventivo per abbattere il regime di Pyongyang. Il risultato di tali iniziative in Siria e Corea fu il rapido sostegno dei media mainstream e dei politici statunitensi tra i critici più aspri di Trump. Per un breve periodo anche la caccia alle streghe sull'”influenza russa nelle elezioni statunitensi del 2016″ venne sospesa. Allo stesso tempo, il resto di noi rimase sconvolto e sgomento su come questo presidente e la sua amministrazione avessero ceduto completamente alla mafia interventista neocon/liberal che dirige il nostro Paese dal secondo mandato di Bill Clinton. Inoltre, le rivendicazioni dei rivali elettorali secondo cui Donald Trump è un narcisista potenzialmente instabile, volatile e pericoloso per lasciarlo vicino al bottone nucleare, cominciarono ad apparire corrette. C’era ancora più di un motivo di preoccupazione, dato che Trump si circondava di consulenti per la sicurezza nazionale e dal capo del Pentagono appellati “cani pazzi” tra i duri, da cui erano saliti al comando. A fronte di tale sfondo di nostri crescenti timore e paura per il nostro Paese e il mondo, nel campo dell’opposizione, fu notevole notare che due giorni fa, il 10 maggio, Donald Trump incontrava nell’ufficio ovale il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov e l’Ambasciatore russo Sergej Kisljak, che altrimenti sarebbero al centro della tempesta del “Russiagate”. Ancora più notevole, questi colloqui venivano descritti da tutti come “costruttivi” nel definire l’agenda della riunione tra Vladimir Putin e Donald Trump ai margini del G-20 in Germania, a luglio. Nella copertina il russofobo Financial Times parlava di nuovo “reset”.
Suggerisco una correlazione diretta tra il bombardamento del 6 aprile e l’incontro cordiale con Lavrov nell’ufficio ovale. Il bombardamento e le minacce alla Corea democratica avevano un obiettivo preciso: rinchiudere gli avversari di Trump nei media e a Capitol Hill e avere spazio di manovra per ottenere qualcosa di significativo sul programma interno. Infatti lo spazio fu sufficiente a Trump per far passare al Congresso il disegno di legge per abrogare o sostituire l’Obamacare, uno dei due più importanti cambiamenti legislativi che il candidato Trump propose nella campagna elettorale, accanto alla riforma fiscale, ma fortemente contestato nel proprio partito fallì al primo tentativo. Il voto del 4 maggio fu una vittoria puramente partigiana, con tutti i membri democratici del Congresso che votarono contro. Ma il capo della maggioranza di Trump al Congresso ebbe i numeri necessari e dichiarò vittoria. Con tale dimostrazione di forza tra i repubblicani, che controllano entrambe le camere del Congresso, Trump dismise le speranze democratiche di aver finalmente attuato le procedure d’impeachment. E ora il presidente è all’offensiva: due giorni fa licenziava il direttore dell’FBI James Comey, che dirigeva la losca inchiesta sulla presunta collusione di membri della sua campagna con i russi. E convocava per “colloqui costruttivi” il Ministro degli Esteri Lavrov, sollevando la speranza che una riconciliazione con i russi possa ancora avvenire, allontanandoci dall’abisso della guerra nucleare.
La correlazione tra attacco missilistico di aprile alla Siria e gli ultimi sviluppi del dialogo ai vertici USA-Russia non era prevedibile da un presidente e un’amministrazione appena entrati negli affari mondiali e senza esperienza di governo, per non parlare dell’ambiente molto speciale delle relazioni internazionali. Ecco dove va presa seriamente la menzione nella copertina del Financial Times secondo cui Henry Kissinger fu spesso consultato dal Presidente in questi giorni. E accuratamente, alla conferenza stampa di due giorni fa in cui Trump rispose alle domande sul licenziamento di Comey, Henry K. era comodamente seduto sulla poltrona accanto al Presidente. Credo che il bombardamento della base aerea di Shayrat, sotto qualsiasi pretesto, reale o fabbricato, sia proprio il tipo di politica che Kissinger sosterrebbe e forse avrebbe autorizzato per ricondurre le iene della stampa e i nemici politici che avevano accerchiato Trump nel periodo immediatamente precedente l’attacco. Trump inviava i suoi subordinati, l’ambasciatrice all’ONU Nikki Haley, il segretario di Stato Tillerson, il segretario alla Difesa James Mattis o il vicepresidente Mike Pence a fare dichiarazioni antirusse, riprendendo i predecessori dell’amministrazione Obama, in patria e all’estero, nelle settimane successive alla nomina che non aveva quietato i nemici sembrando politicamente assediato. Il bombardamento di Shayrat era un trucco interno. Gli USA erano sempre uno Stato-canaglia con un Presidente che i nostri falchi potevano rispettare. Tutto ciò promana dalla presidenza Nixon, in particolare dal cosiddetto bombardamento di Natale del porto di Hanoi, Haiphong, nel 1972. Fu feroce, inutile militarmente, costò enormi danni in vite e beni a terra, e molti aerei statunitensi furono abbattuti dalla difesa aerea vietnamita. Doveva mostrare che Richard Nixon era squilibrato, volatile e pericoloso con cui avere a che fare. E l’accordo fu firmato un mese dopo i bombardamenti. Naturalmente, se un accordo con la Russia si verifica nell’atmosfera “costruttiva”, non sarà solo risultato degli sforzi dell’amministrazione di Trump. Nelle ultime settimane, e in particolare dal 2 al 7 maggio, il Presidente Putin e il suo team di negoziatori lavorarono per trovare una soluzione di compromesso nella guerra civile siriana che consenta a tutte le parti di salvare la faccia, lasciando che i siriani passino a una sistemazione politica pur liquidando lo SIIL dal Paese. La visita di Angela Merkel alla residenza di Putin a Sochi, il 2 maggio, fu un esercizio di riscaldamento. Merkel aveva le proprie ragioni per venirci, contrastando le accuse degli avversari politici nelle prossime elezioni federali di aver rovinato i rapporti con la Russia. Ma sicuramente la visita fu usata anche per indicare a Merkel, e all’Unione europea dietro di lei, le iniziative russe presso i protagonisti del conflitto siriano. Quella stessa sera, Putin telefonò a Donald Trump concentrandosi sulla Siria. Ancora più importante, il giorno dopo il presidente Erdogan giunse a Sochi per l’accordo sulle posizioni comuni russo-turche nei colloqui ad Astana, in Kazakistan, tra le parti in guerra in Siria, dai risultati molto più sostanziali e orientati di quelli sponsorizzati da Stati Uniti e UE a Ginevra, che ricevevano tutta l’attenzione dei media occidentali. La mancata accettazione delle posizioni precedentemente pianificate ad Astana avrebbe portato i combattenti filo-turchi in Siria a non partecipare. Tuttavia, questa volta turchi e russi tracciarono attentamente i contorni dell’accordo. A conclusione dei negoziati di Astana, il 7 maggio, fu firmato un memorandum sulla creazione di 6 “zone di de-escalation” in Siria con tre potenze garanti: Russia, Turchia e Iran. Questo quadro può anche essere descritto da USA e Unione Europea come “zone sicure” o “zone non volo” a lungo richieste, perché una volta stabilite sul terreno, l’accordo garantisce la cessazione di tutti gli attacchi aerei da parte di Siria, Russia e Stati Uniti sulle zone in questione, in cui proseguirà la disattivazione dell’opposizione armata ad Assad tramite l’amnistia. Queste forze avranno la possibilità di unirsi all’attacco dell’Esercito arabo siriano allo Stato islamico e ai relativi combattenti estremisti, o resteranno ferme mentre le forze di Assad adempiono al compito. Le zone di de-escalation vengono attuate per un periodo iniziale di sei mesi e saranno rinnovate se funzioneranno. Possono portare alla pace e alla liberazione delle province siriane, preparando il ritorno dei rifugiati. In un certo senso ciò che Vladimir Putin ha raggiunto oggi assieme a Turchia, Iran e governo di Assad, è altrettanto significativo, forse ancor più, di quello che fece con Obama nel 2013 per rimuovere e distruggere le scorte di armi chimiche del governo siriano. La soluzione scelta ad Astana viene presentata per l’approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Vedremo come gli Stati Uniti voteranno per capire meglio la direzione futura delle relazioni USA-Russia. La rimozione della questione controversa della Siria dall’ordine del giorno delle due grandi potenze sarà un buon inizio della soluzione del problema altrettanto spinoso dell’Ucraina, del Donbas e della Crimea.Gilbert Doctorow è un analista politico indipendente di Bruxelles. Il suo ultimo libro La Russia ha un futuro? Fu pubblicato nell’agosto 2015. Il suo prossimo libro Gli Stati Uniti hanno un futuro? sarà pubblicato il 1° settembre 2017.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Utili idioti, la sinistra reazionaria invoca la distruzione di Stati sovrani

Stefan Heuer Syria News 12 maggio 2017Alcuni giorni fa arrivai a uno stand del “Partito marxista-leninista della Germania” (MLPD), che offriva la solita roba: bandiere, materiale propagandistico. Un poster attrasse il mio interesse, diceva: “Libertà per la Palestina! Libertà per il Kurdistan!” Pensando alla domanda su questo poster, lo trovai assolutamente cinico. Perché. Ecco la mia tesi: I palestinesi sono vittime dell’oppressione e del genocidio, mentre i curdi in Siria e in Iraq sono separatisti, terroristi e usurpatori che vogliono crearsi uno Stato annettendo terre. In questo modo, lavorano per le potenze genocide e che opprimono i palestinesi assicurando l’esistenza dell’entità sionista.

A. La causa palestinese
Il popolo palestinese è privato dei diritti sovrani e umanitari fondamentali dall’entità fascista d'”Israele” che rivendica tutta la terra.
I palestinesi avevano la loro terra, la Palestina, da cui furono e sono ancora etnicamente cacciati con un vero olocausto commesso da chi sostiene che Dio (che dicono non esistere) gliel’ha dato.
I palestinesi nella Palestina occupata subiscono la totale mancanza di diritti civili fondamentali, letteralmente in ostaggio sulla propria terra, una volta da loro posseduta in libertà ed ora occupata dall’entità sionista che impone un dominio fascista sui palestinesi.
Anche i palestinesi si trovano a fronteggiare lo sterminio culturale dagli invasori ziofascisti che intendono sterminare deliberatamente la storia non ebraica di quella terra per installare la sola storia ebraica da Disneyland, mentre lo storico d’Israele Shlomo Sand ha ammesso pubblicamente che “Gli ebrei non hanno alcun legame storico con la Terra Santa. È un mito”.

B. La causa curda
I curdi non sono né di origine araba né di origine anatolica o iranica. I loro antenati provenivano dalle grandi pianure dell’Asia centrale e si stabilirono nelle regioni in cui i vivono oggi circa mille anni fa. Si diffusero nel sud-est di Anatolia, in Siria e Iraq settentrionale e Iran nord-occidentale.
I curdi subirono molte discriminazioni e minacce. La situazione recente si differenzia, a seconda dove vivano.
In verità, nessuno negherebbe che in Turchia i curdi subiscono aggressioni, diffamazioni, repressione dei loro rappresentazioni politici e persino attacchi dall’esercito turco.
Questo conflitto trabocca nei Paesi limitrofi Siria e Iraq che l’esercito turco ha invaso illegalmente e svolge operazioni militari impunemente contro PKK e YPG e intere città.
In Siria (prima del 2011) e in Iraq (dopo il 2003) non subiscono affatto discriminazioni.
In Iraq, un’area autonomia curda è stata imposta dagli Stati Uniti occupanti, ponendo il loro agente Barzani (il padre fu un agente di Regno Unito, Stati Uniti e Israele) presidente e dalla caduta di Saddam Hussein e dal crollo dell’Iraq nel caos e nell’anarchia, i curdi sono liberi di espandere le loro terre annettendo le regioni petrolifere dell’Iraq nord-occidentale, indiscutibilmente terre irachene che appartengono allo Stato centrale iracheno. Avendo sostenuto di “lottare contro lo SIIL”, i curdi in Iraq sono fortemente armati e sostenuti dalla Germania che invia armi come il sofisticato missile anticarro “Milan” dalla testa radioattiva e che diffonde radiazioni quando esplode. In tale contesto, la propaganda curda e occidentale (combinata) “manca” d’informare che il gruppo terrorista curdo “Peshmerga” combatte anche l’esercito iracheno, ovviamente l’unico legale e legittimo esercito in Iraq (insieme agli alleati di Hezbollah e alle altre milizie irachene), mentre i “mercenari” Peshmerga e tutti i mercenari stranieri, secondo la Carta delle Nazioni Unite, vanno considerati terroristi. I missili tedeschi “Milan” furono venduti allo SIIL dai “Peshmerga” armati e sostenuti dell’esercito tedesco (Bundewehr) in violazione della Carta delle Nazioni Unite, un atto di deliberato terrorismo del governo tedesco contro lo Stato iracheno. Va anche ricordato che la regione autonoma curda si trova nella nazione e nello Stato iracheno, e che la regione autonoma curda non è extraterritoriale e né la leadership della regione autonoma curda è autorizzata ad agire come rappresentante di uno Stato sovrano, se accade abusa della debolezza dello Stato iracheno, paralizzato da guerra, terrorismo e presenza armata dei militari statunitensi soprattutto.
In Siria, i curdi erano completamente integrati come cittadini siriani, con tutti i diritti. Sono liberi di preservare il loro patrimonio culturale. A seguito della “falsa” rivolta occidentale in Siria, i curdi si opposero al legittimo governo, armandosi e combattendo l’esercito legittimo. L’Esercito arabo siriano si ritirò dalle regioni curde dove i curdi organizzarono forme di autogoverno, ma contro Damasco. Naturalmente, ciò può essere visto come passo dei curdi (siriani) per guadagnare terreno e dividere la nazione siriana. La milizia curda “YPG” si è fusa militarmente con le cellule terroristiche dell'”ELS” e sostenne la brigata “al-Faruq” dell’ELS che commise atrocità contro i civili cristiani e alawiti nelle province di Homs e Aleppo. Recentemente occupò le città cristiane assire della provincia di Hasaqah uccidendo ed espellendo la popolazione locale che da 20000 anni vi viveva e quindi affermando che questo territorio era “curdo”, nel tentativo estremo di arraffare terre (come in Iraq). Le YPG, come i “Peshmerga” in Iraq, sono fortemente sostenute, guidate, armate dalla Bundeswehr tedesca e dall’esercito degli Stati Uniti. Germania e Stati Uniti mirano a bloccare illegalmente il legittimo governo siriano e ad imporre un cambio di regime coi burattini a Damasco. Questo, come in Iraq, dimostra che le principali entità imperialistiche occidentali usano i curdi come mercenari nel loro complotto antisiriano. Ai curdi promettono l’indipendenza (anche se la propaganda curda nei cervelli lavati occidentali ridicolmente nega obiettivo, azioni e partner dicendo altro). Non erano i curdi che dichiararono l’autonomia unilaterale del loro “governo” artificialmente creato nel “Rojava”? Non esiste una regione siriana con tale nome. È una creazione dei curdi per preparare i prossimi passi per l’indipendenza, ovvero rubare terra, pulizia etnica, stragi e creare uno Stato artificiale sul territorio siriano illegalmente occupato e annesso. Non suona familiare? Se no, chiedete ai palestinesi.
Dovremmo ricordare che l’US Airforce, che decisamente s’impegnò nella battaglia per la città siriana di Ayn al-Arab che i curdi, come se fosse loro, chiamano “Kobane” e aiutò generosamente i curdi a lottare contro la creazione statunitense dello “SIIL”, così come contro il legittimo Esercito arabo siriano, è la stessa forza aerea che bombarda deliberatamente i civili siriani, le infrastrutture statali e le posizioni dell’Esercito arabo siriano.
Quindi le YPG non possono seriamente affermare di essere nate in reazione alla presunta “debolezza” dello Stato e dell’Esercito siriano per “difendere” il territorio siriano che pretendono sia “curdo”. Infatti, le YPG sono un gruppo terroristico curdo sostenuto dalle nazioni imperialiste occidentali. Le YPG si sono parzialmente fuse con altri gruppi terroristici come l’ELS collegato ad al-Qaida, per conseguire obiettivi militari contro lo Stato siriano e poter fondare uno Stato curdo sul suolo siriano (annesso).
L’obiettivo evidente dei capi curdi e dei loro sostenitori a Washington, Berlino e Tel Aviv è la divisione della Siria per distruggerla. Si potrebbe pensare per un attimo che sia proprio questo lo scopo…
La divisione illegitima di quattro Stati nazionali, Turchia, Siria, Iraq e Iran, e cederne con la forza le terre a una minoranza che funge da agente straniero non è solo un’aggressione contro queste quattro nazioni sovrane e membri dell’ONU. Tale “costruzione di nazioni” imperialista sarebbe anche l’enorme minaccia di gravi conflitti regionali che potrebbero facilmente portare alla guerra mondiale.Riassumendo:
I palestinesi affrontano il genocidio da invasori illegittimi che ne hanno espulso brutalmente centinaia di migliaia, usurpandone la terra e le ricchezze, distruggendone il patrimonio, la vita quotidiana, sfruttandone il lavoro, uccidendone i figli e mantenendoli come ostaggi senza diritti umani nel più grande campo di concentramento nella storia dell’umanità. Lottare per la liberazione della Palestina è un obbligo dell’umanità .
Invece, niente di ciò riguarda oggi i curdi. Quindi, fondere la causa curda con quella palestinese è una grave offesa e un insulto ai palestinesi, i soli legittimi proprietari della Palestina. I palestinesi subiscono lo sterminio degli invasori, mentre i curdi sono effettivamente invasori che affermano che la popolazione indigena dei Paesi in cui vivono in minoranza deve cederne la proprietà agli invasori. Affermare che palestinesi e curdi affrontano la stessa situazione è una completa inversione della realtà, assoluta e feroce menzogna. Ciò serve al vile obiettivo dei curdi che spacciano la propaganda secondo cui vanno sostenuti come i palestinesi.
Ma mentre i palestinesi hanno diritto indiscusso a tornare sulla propria terra, i curdi chiedono la terra degli altri. Vogliono rubare, proprio come fanno i loro fratelli, i razzisti sionisti in Palestina. Ci chiediamo ancora perché lo “Stato” d'”Israele” sostiene apertamente la creazione di uno Stato curdo sul suolo straniero? Lottare per un cosiddetto Kurdistan “libero” significherebbe combattere per la divisione delle nazioni sovrane, per la violazione del diritto internazionale, per la pulizia etnica, la deportazione e l’epurazione dei popoli. Tale distinguo va chiarito.
Ma torniamo ai coraggiosi ‘comunisti’ del MLPD e alla loro agenda separatista negli altri Paesi: il MLPD nomina la regione della Siria settentrionale “Kurdistan occidentale”, davvero un divertente tentativo di propagare la divisione di uno Stato sovrano e fondatore dell’ONU dal 1946, a vantaggio di una minoranza etnica e dei suoi sostenitori esteri. È la stessa “logica” che la NATO e i suoi banditi (come i terroristi albanesi dell'”UCK”) applicarono per divider l’ex-Jugoslavia in diversi Stati “indipendenti” sotto il controllo NATO-UE e USA. Se si studia la storia delle guerre balcaniche dei primi anni ’90 e la “Balcanizzazione” (termine formale delle scienze politiche) di una nazione unita e indipendente in vassalli dipendenti dall’occidente, a seconda dell’aiuto economico, finanziario e militare “dall’amorevole madre” NATO, allora sapete che tipo di scenario tali “comunisti” (cosa di cui dubito molto) in Germania e occidente vogliono per la Siria, l’Iraq e l’Iran: distruggere nazioni sovrane, pulizia etnica, omicidio, sottrazione di terre a vantaggio di una minoranza divenuta pedina degli obiettivi imperialistici occidentali. Cos’è oggi il falso “Stato” del Kosovo, un focolaio di cartelli della droga, mafia e anche centro di addestramento dello SIIL (con le basi NATO adiacenti..), totalmente dipendente dai finanziamenti europei e dai programmi di aiuto internazionali che invadono l’Heartland serbo. Ma gli albanesi, analfabeti e dal tasso di natalità elevato, si sono riversati in Kosovo, già hanno un Paese (l’Albania), e scacciano i serbi da gran parte del Paese distruggendo centinaia di chiese e monasteri ortodossi serbi secolari, uccidendo i civili serbi e terrorizzando i serbi che ancora rifiutarono di essere deportati. La forza di tale pulizia e terrore etnici sono le bande terroristiche albanesi dell’UCK guidate dal criminale Hasim Thaci. L’UCK fu sostenuto soprattutto da Germania e USA, come i terroristi separatisti curdi delle “YPG” in Siria e i “Peshmerga” in Iraq, in quanto volenterosi agenti dell’imperialismo occidentale. L’UCK commise crimini di guerra e, deja vu!, ne incolpò serbi e governo di Belgrado. Gli albanesi non esitarono a denunciare l’evidente storia serba del Kosovo e a chiedere uno “Stato” per gli albanesi (che già hanno!) privo di radici storiche nel Kosovo. Le provocazioni e il terrorismo albanesi portarono alla feroce resistenza dei serbi sostenuti dalla Repubblica serba, che non erano disposti a rinunciare al loro Heartland. Il conflitto, pianificato, acceso, alimentato e sostenuto da Germania e Stati Uniti, diede alla NATO la “ragione” per bombardare la Serbia, uccidere migliaia di civili serbi, distruggere le infrastrutture statali serbe e invadere il Kosovo. Se ciò suona familiare, basta considerare gli ultimi 6 anni di aggressione globale alla Siria e la continua aggressione statunitense all’Iraq, e collegare i puntini. Nel febbraio 2008 i terroristi finalmente vinsero: il parlamento albanese di Pristina (capitale del Kosovo) dichiarò l’indipendenza dalla Serbia, immediatamente riconosciuta dalla Germania, dimostrando nuovamente la sua disgraziata responsabilità nella distruzione della Jugoslavia. Come la Germania, gli Stati Uniti e i loro vassalli occidentali riconobbero l’indipendenza del Kosovo. La distruzione della Jugoslavia fu completata, e garantita la presa imperialista occidentale sui Balcani. Non è strano? Con la distruzione delle sovranità dei Paesi siriano, iracheno e iraniano, i sostenitori occidentali del “Kurdistan” alla fine non servono nient’altro che l’entità impiantata artificialmente nel Levante dagli imperialisti occidentali che usa terrorismo, genocidio e usurpazione di terre quale mezzo per conseguire i propri obiettivi dal 1948: lo Stato di “Israele”. I curdi e MLPD sembrano godere nell’essere pedine di demoniaci mostri genocidi…L’autore, nato nel 1964, è uno storico e scienziato politico tedesco.

Fonti:
A. Propaganda del MLPD: MLPDMLPD
B. Propaganda separatista curda sul “Rojava” diffusa dal MLPD: (video di propaganda curdia su “Kobane” in inglese diffusa dal MLPD)
C. Guerra del Kosovo – Le vittime
D. Video: il bombardamento NATO della Serbia: matrice per Siria, Iraq, Afghanistan, Sudan, Somalia, Yemen, Libia, Mali…
E. Separatisti curdi agenti degli USA in Siria e Iraq.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Resa di conti a Washington e finta invasione della Siria

Alessandro Lattanzio, 10/5/2017Tre medi dopo la nomina del generale HR McMaster a consigliere per la sicurezza nazionale, nel febbraio 2017, Trump vi si scontrava apertamente. Secondo il consigliere della Casa Bianca Steve Bannon, McMaster cercava d’ingannare il presidente sulla Siria, mentre il capo dello staff della Casa Bianca, Reince Priebus, impediva a McMaster di compiere una nomina cruciale. Trump sarebbe sempre più irritato verso McMaster, che non riesce a dialogare durante i briefing con il presidente. In effetti, Trump, secondo tre funzionari della Casa Bianca, dopo aver letto sul Wall Street Journal che McMaster aveva chiamato la controparte sudcoreana per assicurarla che la minaccia del presidente di fargli pagare il sistema di difesa missilistico THAAD non era la politica ufficiale degli USA, irato avrebbe sgridato McMaster accusandolo di sottovalutare gli sforzi per fare comprare alla Corea del Sud il THAAD. Inoltre, Trump si lamentava in un briefing sull’intelligence che, “il generale mina la mia politica“, secondo due funzionari della Casa Bianca. Il presidente ha ridotto gli appuntamenti con McMaster, le cui richieste d’informare il presidente prima di certe interviste venivano rifiutate. McMaster non aveva neanche accompagnato Trump all’incontro con il primo ministro australiano. In sostanza, nelle ultime settimane Trump avrebbe espresso rammarico per la nomina di McMaster. L’ex-ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, John Bolton, incontrava Trump per discutere di varie questioni con il Consiglio di sicurezza nazionale, forse con la prospettiva di nominare Bolton vice McMaster. Il primo conflitto tra McMaster e Trump si ebbe già alla fine di febbraio, a una sessione congiunta del Congresso. McMaster chiese al presidente di non usare la frase “terrorismo islamico radicale”, consiglio che Trump ignorò, sottolineando nel discorso le parole “terrorismo”, “islamico” e “radicale”. Anche la cerchia di Trump cominciava a scontrarsi con McMaster. Il primo fu Ezra Cohen Watnick, direttore dell’intelligence del Consiglio di Sicurezza Nazionale. McMaster inizialmente si appoggiò alla CIA per rimuovere Watnick, nominato peraltro da Flynn, ma alla fine McMaster cambiò idea su pressione di Bannon e del genero di Trump Jared Kushner. In seguito, Bannon e Trump avrebbero imposto a McMaster il licenziamento di coloro che furono nominati da Obama al Consiglio di Sicurezza Nazionale, sospettati di fare rivelazioni alla stampa. L’elenco fu compilato da Derek Harvey, ex-colonnello dell’Agenzia d’intelligence della difesa, nominato sempre da Flynn. McMaster si oppose. Infine, il capo dello staff della Casa Bianca impediva a McMaster di nominare il brigadiere-generale Ricky Waddell suo vice. Intanto, il segretario alla Difesa degli USA Jim Mattis, secondo un senatore repubblicano, sosterrebbe la decisione dell’amministrazione Trump di fornire ai curdi delle YPG, in Siria, armi pesanti per attaccare la base dello SIIL di Raqqa, a dispetto delle preoccupazioni di Ankara. Il presidente del Comitato per le Relazioni Estere, senatore Bob Corker, affermava che è “l’unica soluzione corretta in questo momento… Gli interessi della Turchia e nostri non sono allineati, adesso. E a un certo punto va presa una decisione“, concludendo che gli Stati Uniti “per un po’ di tempo si spintoneranno con la Turchia“.
E se mentre Trump accoglie il Ministro degli Esteri russo Lavrov, il capo dell’FBI, James Comey, veniva licenziato per aver voluto continuare un’indagine, quella sui presunti legami tra Trump e la Russia, che da gennaio non ha prodotto una sola prova sull’influenza di Putin nell’elezione di Trump. Secondo la Casa Bianca, il licenziamento di Comey non è legato alle indagini sui presunti legami Trump-Russia, ma all’inefficienza dimostrata da Comey, nominato da Obama. Comey inoltre chiuse rapidamente l’inchiesta contro Hillary Clinton sulle fughe via posta elettronica di segreti di Stato, oltre che sulle rivelazioni sui suoi traffici con potenze estere (Arabia Saudita). Sempre sul caso di queste indagini, Comey veniva anche accusato di violare le regole, ignorando il dipartimento della Giustizia da cui dipende, “Il presidente Trump ha licenziato il direttore dell’FBI James B. Comey, su consiglio di alti funzionari del dipartimento della Giustizia, avendo trattato erroneamente il caso Hillary Clinton, in tal modo danneggiando la credibilità di FBI e dipartimento della Giustizia”. Dantr’onde, l’ex-direttore dell’Intelligence nazionale James Clapper, nominato da Barack Obama, aveva dichiarato sotto giuramento il 5 marzo che non aveva alcuna prova della collusione tra Trump e il governo russo, ed anche l’ex-procuratrice generale Sally Yates non poté portare alcuna prova a sostegno della tesi sui rapporti tra Trump e i russi. Trump, quando fu eliminato il suo ex-consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, non aveva abbastanza forze, ma oggi l’amministrazione Trump ha nominato abbastanza funzionari ai vertici del dipartimento della Giustizia per poter agire contro Comey e i resti dell’amministrazione Obama.Infine, le aziende del magnate israeliano Beny Steinmetz citavano in giudizio George Soros, sostenendo che abbia speso 10 miliardi di dollari per una campagna di diffamazione che le ha private dei diritti su una miniera di ferro in Guinea. Soros avrebbe finanziato studi legali, gruppi sulla “trasparenza”, investigatori e funzionari governativi in Guinea per assicurarsi che la BSG Resources Ltd. perdesse i diritti sul giacimento Simandou, nell’aprile 2014, dichiarava la BSGR in una denuncia presentata al tribunale federale di Manhattan. La BSGR accusa Soros di aver diffuso le accuse di corruzione che hanno portato alla perdita di Simandou; è la prima volta che viene presa un’azione legale diretta contro Soros. Nella denuncia, la BSGR sostiene che Soros fosse guidato da un rancore risalente al 1998, quando non poté acquisire un’impresa in Russia. “A Soros, il successo di Steinmetz, così come la sua attiva e appassionata promozione della vita, del business e della cultura israeliana, sono un anatema“, dichiarava la BSGR. “Soros è anche noto per il suo animus da lungo tempo avverso allo Stato d’Israele”. Simandou è una delle miniere di ferro più grandi del mondo, ed il gruppo Rio Tinto citò in giudizio proprio Steinmetz, accusandolo di aver collaborato con la Vale SA per rubargli i diritti, nel 2015. La BSGR chiese miliardi di dollari di danni alla Rio Tinto nel dicembre 2015 dopo che la Rio affermò di aver dato 10,5 milioni di dollari per consulenze ad un amico del presidente della Guinea. Anche Steinmetz fu indagato dalle forze dell’ordine svizzere e israeliane per tangenti versate per vincere la gara su Simandou. Steinmetz e BSGR persero i diritti su Simandou, perché il governo guineano scoprì che furono versati milioni in tangenti anche a Mamadie Toure, quarta moglie dell’ex-presidente della Guinea. Tale decisione, secondo BSGR, si basava su rapporti fabbricati dalle società finanziate da Soros. Toure avrebbe ricevuto 50000 dollari da un consulente del presidente Alpha Conde e 80000 dollari da un “agente o affiliato di Soros”, secondo la denuncia della BSGR. “Il potere finanziario di Soros gli ha dato potere sul governo della Guinea, abusandone completamente. Soros era motivato esclusivamente dalla malizia, in quanto non ha interessi economici in Guinea“, secondo la BSG Resources.
In conclusione, citiamo il sempre solerte “sito d’informazione filo-siriano” al-Masdar che, va ripetuto per gli ottusi, non è siriano, ma statunitense, e non ha corrispondenti in Siria, ma redattori negli USA; quindi sono più lontani dalla Siria del sottoscritto. Al-Masdar aveva diffuso, con il solito allarmismo che nasconde un’ampia collusione attiva verso la propaganda e la disinformazione islamista e atlantista, la voce dell’ammassamento di migliaia di soldati anglo-giordano-statunitensi che, con il supporto di “400 mezzi da combattimento”, si preparavano a conquistare non meno della metà della Siria, quella orientale, facendone un sol boccone. Fatto sta che le foto utilizzate a supporto di tale voce riprendevano un deposito per mezzi abbandonati dell’esercito giordano creato nel 2010 (infatti i mezzi sono malamente allineati, anzi, ammassati e lasciati tutti all’aperto, in mezzo al deserto, ad arrugginire sotto il sole senza teloni di copertura). La base in questione si trova a 50 km dal confine siriano-giordano, ad al-Zarqah. Ebbene, il numero dei mezzi presenti nel deposito, sostanzialmente non è mutato tra marzo e maggio 2017. L’unica cosa che cambia nella base di al-Zarqah è la disposizione dei mezzi ammassati nel deposito giordano.
Comparazione delle foto aeree: rosso gli stessi mezzi, verde i mezzi differenti. Fonte.
Va ricordato che periodicamente nell’area si svolgono le manovre congiunte Giordania-NATO denominate “Eager Lion”, a cui partecipano anche i reparti speciali italiani.
Fonti:
The Duran
Russie Politics
MSN
Moon of Alabama
McClatchyDC
Bloomberg

La storia profonda della guerra fredda occidentale contro la Russia

Finian Cunnignham Strategic Culture 04/05/2017Dopo decenni le Nazioni Unite hanno infine pubblicato gli archivi della Commissione sui crimini di guerra della Seconda guerra mondiale che indagò sull’olocausto nazista. La fonte di questi archivi sui crimini di guerra nazisti erano i governi occidentali, anche quelli in esilio durante la guerra, come Belgio, Polonia e Cecoslovacchia. Il periodo coperto è il 1943-1949. Washington e Londra avevano cercato di fermarne la pubblicazione. Perché? In particolare, la pubblicazione dei dossier storici il mese scorso ha avuto scarsa copertura mediatica occidentale. Sorprendentemente perché la storia che emergerebbe dai documenti racconta la versione occulta della seconda guerra mondiale, cioè la collusione continua tra i governi statunitensi e inglesi con il Terzo Reich nazista. Come segnalato da Deutsche Welle, “I fascicoli indicano che le forze alleate seppero sul sistema dei campi di concentramento nazista prima della fine della guerra più di quanto si è generalmente pensato”. Questa rivelazione indica la maggiore “conoscenza” tra gli alleati occidentali dei crimini nazisti, arrivando a dichiararne la collusione. Ciò spiegherebbe anche perché Washington e Londra erano così restie a rendere pubblici i dossier sui crimini di guerra delle Nazioni Unite. Vi è da tempo una controversia nelle nazioni occidentali sul perché Stati Uniti e Gran Bretagna in particolare non fecero di più per bombardare l’infrastruttura dei campi della morte e delle ferrovie naziste. Washington e Londra spesso affermarono di non sapere pienamente dell’orrore perpetrato dai nazisti fino alla fine della guerra, quando centri di sterminio come ad Auschwitz e Treblinka furono liberati dall’Armata Rossa sovietica, altra cosa che si dovrebbe notare. Tuttavia, l’ultima versione dei dossier sull’Olocausto delle Nazioni Unite mostra che Washington e Londra erano pienamente consapevoli della soluzione finale nazista in cui milioni di ebrei europei e slavi vennero sistematicamente fatti lavorare fino a morire o sterminati nelle camere a gas. Quindi la domanda è sempre: perché Stati Uniti e Gran Bretagna non diressero i loro bombardamenti aerei per distruggere l’infrastruttura nazista? Una possibile risposta è che gli alleati occidentali avessero un totale disprezzo per le vittime dei nazisti. Le dirigenze di Washington e Londra furono accusate di pregiudizi antisemiti, come si nota dallo scandalo quando tali governi respinsero migliaia di rifugiati ebrei europei durante la seconda guerra mondiale, rispedendone molti a morire sotto il regime nazista. Non escludendo il fattore del razzismo occidentale, c’è un secondo fattore ancor più inquietante. I governi occidentali, o almeno parti potenti, non disprezzarono la guerra nazista contro l’Unione Sovietica, nonostante fosse un “alleato” nominale dell’occidente fino alla sconfitta della Germania nazista. Tale prospettiva si fonda su una concezione radicalmente diversa della Seconda Guerra Mondiale, in contrasto con quella narrata dalle versioni ufficiali occidentali. In tale contesto storico, l’assalto del Terzo Reich nazista fu deliberatamente fomentato dai governanti statunitensi e inglesi in quanto bastione europeo contro la diffusione del comunismo. L’antisemitismo rabbioso di Adolf Hitler si accoppiò al disprezzo del marxismo e dei popoli slavi dell’Unione Sovietica. Nell’ideologia nazista erano tutti “untermenschen” (subhumani) da sterminare con la “soluzione finale”.
Quindi, quando la Germania nazista attaccò l’Unione Sovietica e attuò la soluzione finale dal giugno 1941 fino alla fine del 1944, non meraviglia che Stati Uniti e Gran Bretagna mostrassero una curiosa riluttanza ad impegnare pienamente le loro forze armate per aprire il fronte occidentale. Gli alleati occidentali erano evidentemente contenti di vedere la macchina di guerra nazista fare ciò che doveva fare fin dall’inizio: distruggere il nemico principale del capitalismo occidentale, l’Unione Sovietica. Questo non vuol dire che tutti i capi politici statunitensi e inglesi condividessero o fossero consapevoli di tale sottintesa visione strategica. Leader come il presidente Franklin Roosevelt e il primo ministro Winston Churchill sembravano essere sinceramente impegnati a sconfiggere la Germania nazista. Tuttavia, le loro visioni personali vanno contestualizzate nella collusione continua tra potenti interessi occidentali e Germania nazista. Come l’autore statunitense David Talbot ha documentato nel suo libro, La scacchiera del diavolo: Allen Dulles, CIA e governo segreto dell’America (2015), c’erano enormi legami finanziari tra Wall Street e Terzo Reich, risalenti a diversi anni prima della Seconda guerra mondiale. Allen Dulles, che lavorò per lo studio legale di Wall Street Sullivan&Cromwell e che successivamente diresse la Central Intelligence Agency, fu un attore chiave del legame tra capitale statunitense e industria tedesca. I giganti industriali statunitensi come Ford, GM, ITT e Du Pont investirono notevolmente nelle industrie tedesche come IG Farben (produttore del Zyklon B, il gas tossico utilizzato nell’Olocausto), Krupp e Daimler. Il capitale statunitense, così come quello inglese, erano integrati nella macchina da guerra nazista e nella successiva dipendenza dal sistema schiavistico permesso dalla soluzione finale. Ciò spiegherebbe perché gli alleati occidentali fecero così poco per distruggere l’infrastruttura nazista con la loro indiscutibilmente formidabile forza da bombardamento aereo. Assai peggio della mera inerzia o indifferenza per pregiudizio razzista verso le vittime naziste, emerge che l’élite capitalista anglo-statunitense investì sul Terzo Reich, soprattutto per eliminare l’Unione Sovietica e qualsiasi movimento globale genuinamente socialista. Bombardare l’infrastruttura nazista sarebbe equivalso ad eliminare risorse occidentali. A tal fine, quando la guerra si avvicinò alla fine e l’Unione Sovietica sembrò pronta a spazzare da sola il Terzo Reich, statunitensi ed inglesi aumentarono gli sforzi bellici nell’Europa occidentale e meridionale. L’obiettivo era salvare le risorse occidentali rimaste del regime nazista. Allen Dulles, futuro direttore della CIA, subito preparò la fuga dei capi nazisti e dell’oro che saccheggiarono in Europa con l’accordo di resa segreto noto come Operazione Sunrise. L’intelligence militare della Gran Bretagna, l’MI6, fu coinvolta nell’operazione segreta statunitense per salvare i nazisti via ratline. La cattiva fede mostrata agli “alleati” sovietici annunciò la successiva guerra fredda che subito seguì la Seconda guerra mondiale.
La testimonianza di ciò che avvenne fu significativa e fu esposta recentemente in un’intervista alla BBC di Ben Ferencz, procuratore-capo statunitense superstite del processo di Norimberga. All’età di 98 anni, Ferencz poteva ancora ricordare lucidamente come vari criminali di guerra nazisti venissero liberati dalle autorità statunitensi e inglesi. Ferencz citò il generale degli Stati Uniti George Patton che osservò poco prima della resa finale del Terzo Reich, all’inizio del maggio 1945, “Combattiamo il nemico sbagliato”. La sincera animosità di Patton verso l’Unione Sovietica più profonda che verso la Germania nazista, era coerente con la classe dominante statunitense e inglese che colluse con il Terzo Reich di Hitler nella guerra geostrategica contro l’Unione Sovietica e i movimenti socialisti dei lavoratori in Europa e America. In altre parole, la guerra fredda che Stati Uniti e Gran Bretagna avviarono dal 1945 era solo la continuazione della politica ostile verso Mosca in corso da ben prima la Seconda guerra mondiale, scoppiata nel 1939 sotto forma di aggressione della Germania nazista. Per vari motivi, fu opportuno che le potenze occidentali liquidassero la macchina da guerra nazista insieme all’Unione Sovietica. Ma come si può notare, le risorse occidentali nella macchina nazista furono riciclate nella guerra fredda di USA e Regno Unito contro l’Unione Sovietica. Un’eredità pesante furono le agenzie d’intelligence militari statunitensi e inglesi consolidate e finanziate dai criminali nazisti.
La recente pubblicazione dei dossier sull’Olocausto delle Nazioni Unite, nonostante le prevaricazioni statunitensi e inglesi per molti anni, aggiunge ulteriori prove all’analisi storica sulle potenze occidentali profondamente colluse coi crimini monumentali del Terzo Reich nazista. Sapevano di questi crimini perché li permisero, complicità derivante dall’ostilità occidentale verso la Russia percepita come rivale geopolitico. Non è un mero esercizio accademico. La complicità occidentale con la Germania nazista trova un corollario nelle attuali ostilità di Washington, Gran Bretagna e alleati della NATO verso Mosca. L’incessante dispiegamento di forze offensive della NATO ai confini della Russia, l’infinita russofobia nei media propagandistici occidentali, il blocco economico sotto forma di sanzioni dai deboli pretesti, sono profondamente radicati nella storia. La guerra fredda occidentale contro Mosca precedette la Seconda guerra mondiale, continuò dopo la sconfitta della Germania nazista e persiste oggi, indipendentemente dal fatto che l’Unione Sovietica non esista più. Perché? Perché la Russia è percepita quale rivale dell’egemonia capitalista anglo-statunitense, così come la Cina o qualsiasi potenza emergente che sconvolga l’egemonia unipolare voluta. La collusione anglo-statunitense con la Germania nazista ritrova una manifestazione attuale nella collusione della NATO con il regime neonazista in Ucraina e i gruppi terroristici jihadisti nelle guerre per procura contro gli interessi russi in Siria e altrove. Gli attori possono cambiare nel tempo, ma la patologia alla radice è il capitalismo anglo-statunitense e la sua dipendenza egemonica. La guerra fredda infinita finirà solo quando il capitalismo anglo-statunitense sarà finalmente sconfitto e sostituito da un sistema davvero democratico.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora