Ambasciatore dell’Iraq: “Cerchiamo ancora la vittoria ideologica sullo Stato islamico”

Muhsan Abdalmuman, AHT 10 gennaio 2018Muhsan Abdalmuman: Qual è la situazione attuale in Iraq?
SE Ambasciatore dell’Iraq Dr. Jawad al-Shlaihawi: Attualmente la situazione è ovviamente assai migliore di uno, due anni o addirittura qualche mese fa, specialmente dopo l’annuncio della vittoria finale sullo SIIL e il terrorismo, e la liberazione totale del territorio iracheno dal gruppo terroristico. L’Iraq attraversa un periodo di consolidamento nazionale, politico e di sicurezza. Il popolo iracheno vede chiaramente l’assenza quasi totale da circa quattro o cinque mesi di esplosioni precedentemente osservate a Baghdad e altre città. Questo dimostra l’annientamento completo del gruppo terrorista. Posso confermare la scomparsa del cosiddetto Stato islamico del Califfo al-Baghdadi come struttura statale con ministri, servizi, istituzioni, ecc. Questo fenomeno, estraneo alla nostra cultura strutturale statale in Iraq, nella regione o nel mondo, è quasi totalmente distrutto. Ma in verità, l’ideologia dello SIIL rimane viva. In altre parole, il gruppo terroristico è sconfitto, le azioni terroristiche sono finite, il territorio liberato, ma le idee che hanno creato lo SIIL, che formano questo gruppo terroristico, rimangono operative in Iraq e all’estero. Semplicemente perché il luogo di nascita di questa ideologia non è l’Iraq, è un’altra area geografica, altro Paese e si trova quasi ovunque, nella regione e all’estero, generando altri fenomeni come al-Qaida, Jabhat al-Nusra, ecc. L’ideologia dello SIIL rimane operativa, non dirò intatta ma mantiene un certo dinamismo. Ecco perché, in Iraq, rimaniamo molto vigili in questo stato di cose e in altri Paesi del mondo, in particolare in Europa, che rimane molto vigile riguardo l’ideologia del terrorismo. Così, ieri o l’altro ieri, il presidente Macron annunciava la volontà della Francia di organizzare ad aprile un simposio sul finanziamento dello SIIL. Ciò significa che i Paesi del mondo sono consapevoli che l’ideologia dello SIIL rimane viva. In Iraq, in particolare, ne siamo consapevoli, e il governo e il popolo iracheni mettono in guardia tutti che, mentre è vero che abbiamo ottenuto una vittoria militare sullo SIIL, abbiamo ancora la vittoria ideologica da ottenere sul fenomeno SIIL.

Questo mi ricorda l’ex-capo di Stato Maggiore dell’esercito algerino, il defunto Generale Muhamad Lamari che, quando l’Algeria combatteva il terrorismo, disse che aveva sconfitto il terrorismo militarmente, ma che il fondamentalismo rimase intatto. Che dire della lotta ideologica al jihadismo in Iraq? È questo il prossimo passo?
La lotta al fondamentalismo, o all’ideologia dello SIIL e del terrorismo, sono cose diverse. L’ideologia del fondamentalismo l’abbiamo sperimentata negli anni ’80-90. Questa ideologia esisteva nei Paesi musulmani e anche europei, ma forse in termini diversi: fondamentalismo nei Paesi musulmani, estremismo nei Paesi europei. L’esclusione di alcune entità dalla società è un fenomeno presente nei Paesi europei, negli Stati Uniti, nei Paesi musulmani e nei Paesi arabi. Questo fenomeno esiste ed esisterà sempre.

Pensa che sia impossibile combatterlo?
Questo fenomeno del fondamentalismo od estremismo va distinto dal fenomeno e dall’ideologia dello SIIL, dal puro e semplice terrorismo che abbiamo vissuto in Iraq.

Intende SIIL e al-Qaida o solo SIIL?
SIIL e al-Qaida sono la stessa cosa. Al-Qaida, Jabhat al-Nusra, SIIL, al-Baghdadi, è lo stesso. Tutti questi gruppi provengono dalla stessa fonte ideologica, per cui tali fenomeni, fondamentalismo, terrorismo, estremismo, ideologia dello SIIL, vanno combattuti totalmente, non solo militarmente ma anche con azioni che promuovano giustizia sociale e pace.

E anche i testi religiosi, i testi che fanno appello a questo jihadismo?
Naturalmente, tutto: giustizia, pace sociale, stabilità, lotta alle disuguaglianze. C’è qualcosa di molto importante riguardo l’ideologia dello SIIL e come evitarne l’espansione. Questa cosa riguarda il rispetto delle regole del diritto internazionale. Quando gli Stati o le grandi potenze non rispettano il diritto internazionale o tentano di applicare regole unilaterali inadeguate al diritto internazionale e alla sovranità dei Paesi, queste azioni promuovono le violenze.

E consentono il reclutamento.
Esattamente. Ci si muove inconsciamente verso le violenze quando le grandi potenze sfuggono alle regole internazionali, occupano Paesi e non dicono nulla.

Come ad esempio la questione palestinese, in particolare la decisione arbitraria del presidente Trump di riconoscere al Quds (Gerusalemme) capitale d’Israele.
Esattamente. Molti nella regione dicono che la situazione del popolo palestinese è la fonte di tutti i problemi che viviamo attualmente. Pertanto, è molto importante per i leader dei Paesi mostrare ai popoli la volontà di rispettare il diritto internazionale, la volontà dei popoli e la sovranità degli Stati, qualunque siano. La democrazia o il diritto internazionale non dovrebbero essere usati per opprimere certi popoli.

Come abbiamo visto ad esempio con l’Iraq.
Con l’Iraq e altri Paesi come libia, Siria… Non a caso, purtroppo, lo SIIL è in questa regione, non è apparso in Venezuela, Spagna o Europa. Operava in Siria, Iraq, Libano ed Egitto… Il fenomeno SIIL è concomitante a ciò che fu chiamato, sette o dieci anni fa, Piano del Nuovo Medio Oriente, il Nuovo Ordine Mondiale.

Il “caos creativo” di Condoleezza Rice.
Esattamente. Lo SIIL è nato con questo piano.

Quindi, possiamo dire che ha creato lo SIIL?
Non sono io a dirlo, ma gli esperti.

Inoltre, Clinton ha detto che gli Stati Uniti crearono al-Qaida.
Sì, l’ha detto. Ecco perché dobbiamo insistere sulla volontà degli Stati e dei loro capi di rispettare le regole, la Convenzione internazionale, la volontà dei popoli e promuovere pace e stabilità. Attualmente, sfortunatamente, perché l’ideologia dello SIIL persiste? Semplicemente perché non c’è la volontà dei leader delle grandi potenze di rispettare le regole internazionali. Guardate la guerra nello Yemen, un caso significativo d’inosservanza della sua volontà, d’insultare sovranità ed autorità del Paese, di distruggerne il popolo, e nessuno ne parla, nessuno reagisce.

I media non ne parlano.
Guardate il caso della Palestina. È la stessa cosa. Guardate la relazione tra comunità internazionale e Iran, è quasi la stessa cosa. L’Iran è un Paese che opera politicamente, cioè, se c’è un’influenza iraniana nella regione, è politica. L’Iran non è un’associazione a scopo di lucro; ma uno Stato che cerca i propri interessi, come tutti i Paesi.

Pensa come alcuni miei amici europei che non vogliono rivedere l’accordo sul nucleare iraniano? Soprattutto che è l’amministrazione Trump, dalla posa guerrafondaia, a voler rivedere l’accordo nucleare iraniano.
Esattamente. Dev’esserci il reale desiderio dei leader dei grandi Paesi di rispettare la volontà degli altri popoli, di rispettare la sovranità degli altri Stati e di non interferire nei loro affari interni. Quando si vede che lo SIIL è presente solo in questa parte del Medio Oriente, dovete farvi delle domande. Perché? Vedete, in questa regione ci sono tre cose a cui le grandi potenze sono molto affezionate dal 1920. Israele, petrolio ed Islam come civiltà, non solo religiosa. Queste tre cose decidono la politica degli altri Stati nei confronti della regione: Israele-Palestina, petrolio, Islam. Questi tre parametri decidono la politica estera delle potenze Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna… e le loro azioni nella regione nei confronti di Iraq, Iran, Siria, Libano, si modulano in base a questi tre parametri. Non è un caso se nel 1990 si iniziò a parlare, scrivere, discutere di “scontro di civiltà”. Cosa significa civiltà? Significa Islam, Cristianesimo e Giudaismo. E non è un caso che Israele sia soddisfatto dalla sicurezza che ciò gli dà.

Secondo voi, perché i neoconservatori si sono concentrati strategicamente sull’Iraq per le azioni volte a destabilizzare la regione, dal primo intervento negli anni ’90? Perché soprattutto l’Iraq?
Perché l’Iraq, rispetto ad altri Stati della regione, ha ricchezze naturali come il petrolio, ecc., e ricchezza umana. L’Arabia Saudita, per esempio, ha ricchezza naturale ma non umana. L’Egitto ha ricchezza umana, ma non naturale. L’Iraq ha due fiumi (Tigri ed Eufrate), ricchezza naturale, civiltà, storia, cultura, è un Paese con una storia di settemila anni. Quindi, ricchezza umana, ricchezza naturale. Destabilizzare l’Iraq significa destabilizzare la regione.

Questo è il motivo per cui hanno agito per dividere sciismo e sunnismo, cioè, usare i rami dell’Islam per rovinare la regione.
Esattamente. La religione è usata come copertura per ragioni politiche. Ecco perché vi ho parlato dei tre parametri: Israele, petrolio, Islam.Vorrei tornare su ciò che ha detto il Primo ministro Haydar al-Abadi: “la lotta alla corruzione è l’estensione diretta delle operazioni militari”. Formulava questa frase estremamente coraggiosa che significa che la vera lotta allo SIIL è guidata da azioni militari ma anche dalla lotta alla corruzione. Penso che parlasse di ciò che chiama giustizia sociale.
Certo, la giustizia sociale è necessaria. Per raggiungere uno standard accettabile di giustizia sociale nazionale è necessario combattere la corruzione, ovviamente. Per raggiungere la sicurezza nazionale, si deve combattere lo SIIL. Per raggiungere la giustizia sociale, dobbiamo combattere la corruzione. Una società senza giustizia è una società morta. Ecco perché la nostra seconda battaglia è contro la corruzione. Combattere la corruzione significa lottare per la giustizia sociale.

C’è un coordinamento nella lotta al terrorismo tra Iraq e Paesi occidentali?
Sì, c’è una collaborazione molto importante tra Stato iracheno, con tutti i suoi servizi, militari, polizia, dogana, e gli Stati arabi, regionali ed occidentali che combattono lo SIIL. La nostra umile missione umana di combattere lo SIIL in Iraq è anche combatterlo in Francia e altri Paesi.

Infine, Paesi come Iraq e Siria, e posso anche menzionare Algeria ed Egitto, sono in prima linea nella lotta al terrorismo. C’è anche un coordinamento con questi Paesi che conoscono il terrorismo?
Naturalmente, l’Algeria nel 1989-90 subì la prima guerra dello SIIL.

Quindi per voi il terrorismo è lo SIIL? Anche al-Qaida possiamo chiamarlo SIIL?
Qaida – SIIL incarnano il terrorismo, naturalmente, sia in Afghanistan che in Pakistan… È lo stesso motore, è solo il marchio che cambia, il titolo. Ma è lo stesso ceppo, lo stesso tessuto.

Secondo voi, l’Algeria combatté lo SIIL già negli anni ’80 -90?
Combatté il terrorismo? Ovviamente. Quello che è successo in Algeria all’epoca è lo stesso fenomeno che abbiamo vissuto in Iraq, massacro di persone, ecc. È la stessa cosa. La differenza è nel tempo, in Algeria nell’89-90, prima dell’occupazione dell’Iraq.

Dal crollo dell’Unione Sovietica.
Sì. La seconda differenza del terrorismo vissuto dall’Algeria è che era un fenomeno vissuto in Africa. Il terrorismo vissuto da Iraq, Siria, Libano lo si ha in Medio Oriente. Parlare del Medio Oriente non è lo stesso che parlare del Nord Africa. Il Medio Oriente è un’altra cosa. In Medio Oriente, come ho detto, c’è il petrolio, l’Islam e tutta la civiltà. Non solo l’Islam, inoltre, poiché Gesù è nato in Palestina, era un arabo.

Non pensa che l’Algeria, che ha petrolio ed anche una civiltà, abbia vissuto ciò che l’Iraq ha vissuto e sia stato quasi distrutta? Perché si avvicinò al collasso.
La differenza è che c’è un’occupazione in Iraq con la presenza statunitense. Da quando c’è la presenza statunitense, ci sono fenomeni estranei. Alcune situazioni consentono la nascita di fenomeni estranei. E c’è la presenza statunitense in aree del Medio e Vicino Oriente. C’è anche qualcos’altro. Dopo l’occupazione statunitense, ci fu lo smantellamento dell’esercito iracheno.

Stavo per porre questa domanda. Ho intervistato un diplomatico statunitense, Matthew Hoh, che si dimise per l’intervento in Iraq. Era del dipartimento di Stato e comandante dei marines in Iraq. Secondo lei, non fu un errore strategico degli statunitensi smantellare l’esercito iracheno?
Noi lo consideriamo un errore strategico. Da parte statunitense, alcuni lo considerano così, altri in modo diverso. Ma il risultato osservato dagli iracheni dopo l’occupazione dimostra che si trattò di un errore strategico. La vittoria dell’Algeria sul terrorismo è dovuta all’esistenza dell’esercito algerino e dello Stato algerino. Se non ci fosse stato l’esercito, se non ci sarebbe stato lo Stato, sono convinto che l’Algeria e la regione sarebbero state la culla del terrorismo, SIIL, al-Qaida, ecc.

Un santuario, come la Libia crollata di oggi.
Esattamente. Lo smantellamento dell’esercito iracheno ebbe un ruolo importante nell’esacerbare il terrorismo.

Parliamo ora del rimpatrio dei jihadisti occidentali che si trovano nelle prigioni irachene. Ne parliamo molto al momento. Gli occidentali hanno formalmente contattato lo Stato iracheno per rimpatriare i loro terroristi?
A mia conoscenza, sì, ci sono stati contatti tra i servizi competenti della Repubblica dell’Iraq e i servizi di certi Paesi occidentali come Francia e Belgio. Ci sono stati contatti su questo e altri problemi.

Puoi darci il numero di terroristi incarcerati?
Tutti i Paesi insieme, circa 500-600. Non è una cifra esatta, ma approssimativa.

Rischiano la pena di morte?
Dipende dalla loro partecipazione. Caso per caso.

I Paesi occidentali che hanno sopportato il peso maggiore del fenomeno terroristico hanno appreso la lezione irachena, specialmente nella lotta al terrorismo, o non hanno capito nulla, come è avvenuto con l’esperienza algerina?
È ovvio che i Paesi occidentali sono allertati dal terrorismo, non solo sull’Iraq, ma anche da ciò che accade nei loro Paesi, a Parigi o in Belgio, e così via, dove affrontano questo fenomeno in modo diretto sul loro territorio, e non indirettamente da ciò che accade in Iraq e in altri Paesi. Ma penso che dobbiamo cambiare la situazione. Siamo noi, gli iracheni, che subiamo il terrorismo proveniente dall’estero, da Belgio, Francia, Asia, ecc. La maggior parte dei terroristi che opera in Iraq o in Siria, vale a dire il 70%, è straniera. Sono addestrati in Afghanistan o Siria o Iraq, ma la loro casa è altrove.

I Paesi occidentali hanno capito la lezione?
Ovviamente. La prova è che i Paesi occidentali, negli ultimi anni, iniziano a prendere misure draconiane su sicurezza, polizia e contatti coi servizi segreti iracheni e siriani.

Hanno contatti coi servizi segreti siriani?
Penso di sì. Non posso parlare per gli europei, ma in modo logico, in generale, i Paesi europei, l’Iraq e altri Paesi sono molto preoccupati e attenti alla sicurezza dei loro cittadini. Quando viene menzionata la questione della sicurezza e della sicurezza nazionale, non c’è limite nel parlare con iracheni, siriani, iraniani, russi o algerini. Qui sicurezza, sicurezza pubblica, ordine pubblico, annullano altri aspetti, altre controversie secondarie o strategiche. Non si può tollerare un pericolo pubblico astenendosi dal contattare siriani o iracheni. L’interesse per l’ordine pubblico è maggiore dei dettagli.

Non pensate che l’amministrazione statunitense debba scusarsi col popolo iracheno per i suoi due interventi mortali e il blocco che causò centinaia di migliaia di morti?
Sinceramente, questo non è all’ordine del giorno. Tra noi e gli statunitensi ci sono accordi strategici, la lotta al terrorismo. Lo combattiamo in modo netto, statunitensi o altri lo combattono per contenere lo SIIL.

Precisamente, non è un errore voler contenere il fenomeno terroristico?
Questa è una domanda discutibile. In ogni caso, chiedere le scuse dagli statunitensi per gli errori commessi non è la priorità degli iracheni. La nostra priorità è riuscire a combattere lo SIIL ed ora dobbiamo combattere la corruzione e passare alla ricostruzione del Paese.

Volevo anche farvi una domanda importante. Quando vediamo l’enorme militanza dello SIIL all’inizio e persino il Presidente Putin dire alla coalizione che si poteva vedere l’acqua su Marte ma non i camioncini nel deserto. Un numero enorme e ci si chiede dove siano finiti tutti questi terroristi. Pensate, come lo specialista iracheno Hisham al-Hashami, che hanno ancora dei depositi di armi?
Certamente. Stiamo scopriamo nascondigli di armi qua e là. Ci sono ancora cellule dormienti, ma le stiamo ripulendo.

Si parla di rischieramento di SIIL e al-Qaida in Libia. Avete qualche informazione?
Si ridirigono in Africa in generale. Libia, Nigeria, Sahel.

Quindi c’è una minaccia per i Paesi della regione? Non pensa che i terroristi vi si concentreranno?
Penso che sia così. Inoltre, una conferenza sul terrorismo si tenne recentemente in Giordania, un mese fa. Fu organizzata dalla Giordania e inaugurata dal re e vi parteciparono molti responsabili occidentali. Il tema era il trasferimento dello SIIL in Africa.

Sulla crisi dello Stato centrale iracheno con i curdi, è finalmente risolta?
È attualmente in fase di regolamento.

I curdi hanno abbandonato le rivendicazioni all’indipendenza?
Vi sono divergenze tra le parti e queste si basano sul contributo al bilancio nazionale, sull’aspetto economico e dopo il referendum, la regione del Kurdistan non sogna più l’indipendenza. Le discussioni ora si concentrano su questioni economiche, cooperazione, questioni doganali, aeroporti e questioni non politiche. Fa parte dell’Iraq, quindi restiamo uno Stato federale. Penso che tra qualche mese o settimana, la situazione sarà risolta.

C’è stata una mediazione straniera o delle Nazioni Unite?
No, abbiamo deciso tra noi.

Secondo voi, lo Stato iracheno può ricostruirsi nel lungo e medio termine con istituzioni forti? E possiamo sperare in una ripresa economica del Paese?
La situazione economica del Paese è corretta. Non dico che è ciò che vorremmo, ma è una buona situazione. Ovviamente speriamo di svilupparci, siamo in fase di sviluppo, abbiamo una base per la ricostruzione. Sfortunatamente, c’è la limitazione delle risorse petrolifere a causa del prezzo. La quantità da esportare è corretta e attualmente abbiamo una produzione di circa 5 milioni al giorno. È molto. 4 milioni per l’esportazione e 1 milione per il consumo locale. Quindi, la situazione economica è corretta e pensiamo alla ricostruzione, allo sviluppo del Paese secondo un solido piano economico e finanziario, sperando che la situazione si sviluppi entro due, tre o quattro anni.

Ho lavorato molto sulle questioni irachene, incluso il traffico di opere d’arte saccheggiate in Iraq dallo SIIL per finanziare le azioni criminali. Avvierete azioni concrete presso tribunali internazionali per recuperare questa eredità che appartiene al popolo iracheno sparsa nel mondo?
Sì. Da tempo l’Iraq compie passi molto concreti nella cooperazione con le Nazioni Unite e altri Paesi come Stati Uniti ed Europa, e vediamo risultati molto positivi. Abbiamo recuperato molti oggetti d’arte rubati dallo SIIL o durante l’occupazione. L’Iraq ha recuperato molto e continua.

E’ ottimista sul futuro dell’Iraq?
Ovviamente. Dopo la lotta contro lo SIIL, che è stata molto dura, abbiamo avuto l’innegabile successo dell’Iraq; l’inizio per gli iracheni come società, Stato e classe politica, superando i limiti economico, politico e militare. Sono molto ottimista e l’Iraq è ora fulcro tra gli Stati della regione. Ha stabilità politica; è uno Stato democratico, uno Stato di diritto che segue la sua via democratica. Questa è la risorsa dell’Iraq.Intervista realizzata a Bruxelles da Muhsan Abdalmuman.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Erdogan cambia lato e riarma i terroristi

Moon of Alabama, 11 gennaio 2018La Turchia, in linea con i servizi statunitensi, ha deciso di bloccare l’avanzata siriana a sud-est d’Idlib. Un’alleanza ad hoc di jihadisti lanciava la controffensiva per fermare l’Esercito arabo siriano che libera buona parte del territorio occupato dai “ribelli” a sud-est d’Idlib. I “ribelli” armati da turchi e statunitensi compivano alcuni progressi locali catturando circa 12 villaggi dei 150 villaggi che l’Esercito arabo siriano aveva appena liberato. Furono subito respinti. Circa 50 terroristi di Ahrar al-Sham furono eliminati cadendo in una trappola. Circa 10 soldati siriani sono stati sequestrati dal nemico. Il supporto aereo siriano e russo è molto attivo nell’area e l’Esercito arabo siriano avanza di nuovo. Non c’è alcuna menzione o immagine (ancora) di al-Qaida in Siria, attualmente etichettatasi HTS, partecipare al contrattacco “ribelle”. Quattro giorni prima HTS pubblicava le foto del suo capo Julani che incontrava i suoi capi per valutare la situazione. Sembrava brutta per loro. Il litigio con altri “ribelli” si acuiva. Due giorni prima Julani dichiarava che HTS avrebbe smesso di combattere le altre fazioni ad Idlib per consentire a tutti di affrontare le forze del governo siriano in avanzata. Sembra che fosse la condizione per il rinnovato supporto turco-statunitense. La controffensiva poteva procedere solo perché la Turchia (di nuovo) consegnava centinaia di tonnellate di armi ai terroristi. Furono anche avvistati nuovi rifornimenti di missili anticarro TOW, distribuiti esclusivamente dalla CIA. (Anche la Turchia rifornisce di nuovo i terroristi in Libia: la flotta greca catturava una nave che viaggiava dalla Turchia alla Libia con 29 container di bombe, spolette, detonatori e altre componenti per bombe). Ecco alcuni tweet rilevanti delle ultime ore:
“Terrormonitor.org @Terror_Monitor 9:54 – 11 gennaio 2018
#Siria #alQaida #uyguri #jihadisti. Il Partito Islamico del Turkestan (#TIP) pubblica le foto dei suoi combattenti contro #EAS a sud di #Idlib. #TerrorMonitor
I terroristi uiguri sono giunti dalla Cina occidentale in Siria con passaporti ufficiali turchi rilasciati dall’ambasciata turca in Thailandia. Il 18 settembre 2015 al-Qaida (Nursra, HTS) e il gruppo jihadista uiguro del partito islamico del Turkestan assaltavano la base aerea a lunga assediata di Abu Duhur e uccisero 56 soldati siriani. La base aerea a cui l’attuale attacco siriano a sud-est d’Idlib mira. Questa volta saranno gli uiguri a lasciarci la pelle.
Maggiori informazioni sugli eventi di oggi:
Ali Özkök @Ozkok_ – 10:06 – 11 gennaio 2018
La #Turchia ha fornito alla milizia Faylaq al-Sham almeno sei veicoli corazzati. È un importante indicatore del fatto che la Turchia sostiene anche la massiccia controffensiva dei terroristi e degli islamisti a #Idlib e #Hama contro l’esercito e gli alleati siriani! Immagino che vedremo presto alcuni attacchi ATGM”.
Carl Zha @CarlZha – 13:36 – 11 gennaio 2018
Siria: i terroristi lanciano la controffensiva contro le forze governative siriane nel sud d’Illib con APC, artiglieria pesante e razzi stamattina. Gli APC sono stati forniti dalla Turchia
L’Esercito arabo siriano catturava uno dei nuovi trasporto truppe corazzati. Immagini e video mostrano una versione dell’Armored Panthera F9 prodotta dalla società Minerva SPV di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. L’osservazione di Ali Özkök, “Credo che vedremo presto alcuni attacchi con ATGM“, era profetica:
Carl Zha @CarlZha – 13:58 – 11 gennaio 2018
#Idlib: il gruppo terroristico Jaysh Nasr ha attaccato con TOW un carro armato dell’Esercito arabo siriano a Tal Maraq questa mattina. Mi chiedo chi ha fornito i missili TOW? La CIA si suppone renda conto di tutti i missili TOW forniti dall’Arabia Saudita.
Carl Zha @CarlZha – 14:38 – 11 gennaio 2018
#Siria, Movimento al-Zinqi (terroristi che decapitarono un bambino palestinese ad Aleppo) spara un ATGM colpendo un carro armato T-72 oggi. Il sostegno turco è stato fondamentale per la controffensiva dei terroristi contro #EAS”.
Ci furono alcuni preannunci di nuovi rifornimenti turchi e statunitensi dal propagandista del Golfo Charles “Jihad” Lister:
Charles Lister @Charles_Lister – 5:58 – 11 gennaio 2018
Fonti, la #Turchia ha rifornito di nuovo di: veicoli blindati turchi – munizioni SALW – GdR – mortai – razzi e lanciarazzi Grad – carri armati e altro… tutte le principali fazioni non-HTS, col preciso scopo della nuova offensiva di oggi contro #Assad/# Iran/#Russia”.
Due giorni fa la Turchia protestò con gli ambasciatori russo e iraniano per l’azione dell’Esercito arabo siriano ad Idlib. Secondo l’accordo di descalation, Russia e Iran sono responsabili del sud-est della zona di descalation d’Idlib, mentre la Turchia doveva controllare la parte nord-occidentale. La parte turca è stata utilizzata per attaccare le basi russe in Siria, anche se i russi credono che l’attacco sia stato lanciato non sotto il comando turco ma degli Stati Uniti: “La Russia ha dichiarato di ritenere la Turchia responsabile dell’attacco dei droni, definendola violazione dell’accordo di cessate il fuoco nel nord della Siria, mentre la Turchia accusava Russia ed Iran di mettere a repentaglio il processo di pace lanciando l’offensiva per prendere il controllo di una base dell’opposizione nell’area. Il Ministero della Difesa russo nominava il villaggio controllato dall’opposizione di Muazara, nella provincia d’Idlib, come luogo da cui uno sciame di almeno una dozzina di droni armati di rozzi esplosivi fu lanciato per attaccare la base aerea di Humaymim e la vicina base navale di Tartus, nella Siria nordoccidentale. Nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco, la Turchia dovrebbe frenare le forze dell’opposizione nella provincia di Idlib… Muazara rimane fedele all’opposizione moderata, ma le posizioni militari che la circondano appartengono al ramo di al-Nusra Haraqat Tahrir al-Sham, o HTS, secondo un uomo che vive nel villaggio. La base HTS più vicina, situata in una valle ad est del villaggio, è stata distrutta da un raid aereo russo all’inizio di questa settimana, affermava, dopo gli attacchi su Humaymim..Molti siriani e anche i russi ipotizzano che le agenzie d’intelligence estere per provocare i russi abbiano aiutato il gruppo locale ad attaccare. “C’è parecchio marciume ad Idlib, agenti che girano e gruppi che collaborano con gruppi con cui non dovrebbero collaborare”, ha detto Aron Lund, che analizza la Siria per la Century Foundation. “È molto, molto cupo”.”
I “ribelli” di Idlib hanno anche creato un sito con 150 tweet pre-sceneggiati su bambini uccisi ed ospedali bombardati che i loro fan possono diffondere a piacimento. Nei prossimi giorni sentiremo notizie della distruzione di almeno otto “ultimi ospedali” nel governatorato di Idlib… Ci si chiede a cosa pensi l’aspirante sultano Erdogan. Aveva cercato di provocare la Russia prima abbattendo un aereo. La Turchia pagò un prezzo enorme quando la Russia sospese turismo e commercio con essa. Un anno dopo Erdogan correva a Mosca per scusarsi e chiedere aiuto. Crede che la Russia reagirà meno bruscamente ora permettendo di attaccarne le basi e rifornendo di nuovo i suoi nemici? Cosa gli hanno promesso alla Casa Bianca e al Pentagono per tale rischio e cambiando ancora lato?Traduzione di Alessandro Lattanzio

Francia, Nazioni Unite e colloqui di pace in Libia

Richard Galustian, Global Research, 26 dicembre 2017L’attuale situazione in Libia mostra che i processi che l’ONU e l’occidente hanno cercato d’attuare continuano a fallire. Ciononostante, c’è una nuova tendenza in Libia sulla risoluzione delle dispute sul campo, riordinando una varietà di attori, i troppi e complessi dettagli, anche se la Francia inviava il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian in Libia, nel continuo tentativo futile d’imporre il matrimonio forzato tra Fayaz Saraj, scelto e sostenuto dalle Nazioni Unite, e il capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), a Camp Marshall, nella Libia Orientale, Qalifa Haftar. Un’assoluta impossibilità.
Non sembra esserci realismo nel modo di pensare delirante della Francia e delle Nazioni Unite. Il fatto è che LNA e Haftar controllano quasi tutto il petrolio in Libia e nella maggior parte del Paese. Considerando che Saraj non può andare oltre la piccola base navale vicino Tripoli, fortemente protetta da milizie mercenarie. Dopo l’incontro di Le Drian a Tripoli con Saraj, Le Drian volava a Bengasi per incontrare Haftar, “per discutere del processo politico in Libia e della guerra al terrorismo guidata dall’esercito libico”. Haftar aveva detto a Le Drian che l’esercito non smetterà di combattere il terrorismo in Libia. Per risposta, Le Drian avrebbe informato Haftar del rispetto della comunità internazionale per i sacrifici dell’esercito contro i gruppi terroristici. Allo stesso tempo, tuttavia, Le Drian chiese ad Haftar e al comando dell’esercito di rispettare il processo politico dell’Accordo politico libico (LPA) e di lavorare a un accordo completo con tutte le parti libiche. Le Drian, Nazioni Unite e potenze occidentali non riescono ancora a capire che l’LPA è respinto dal popolo libico come totalmente illegittimo e completamente irrilevante per il processo di pace. Haftar non s’impegna nel processo politico come dettato dall’ONU, e continua a sottolineare l’importanza del riconoscimento da parte delle Nazioni Unite e della comunità internazionale degli sforzi dell’LNA contro il terrorismo. Haftar presumibilmente aggiunse con fermezza, “Togliere l’embargo sulle armi all’esercito, se deciso dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sarà molto apprezzato”. Il Comando del LNA crede ancora che alcune potenze cerchino di mantenere l’embargo sulle armi per dare una leva a un certo partito politico nel Paese, forse per ricreare un altro partito islamista in Libia; per deduzione, si presume che Haftar parlasse principalmente del chiaro appoggio internazionale di Regno Unito, Stati Uniti, Nazioni Unite e UE al partito dei fratelli musulmani e ai suoi membri, a cui Haftar si oppone con veemenza. A questo punto va notato che la maggior parte dei libici sa che Serraj ‘è schiavo’ della Confraternita. Inoltre, siamo molto chiari. Haftar annunciava che l’accordo politico libico “è scaduto” due anni dopo che le parti politiche libiche l’avevano firmato, dicendo “A partire dal 17 dicembre 2017, scade il cosiddetto accordo politico. Pertanto, tutti gli organismi risultanti da tale accordo hanno automaticamente perso legittimità, messa in discussione sin dal primo giorno“, in un discorso televisivo. Haftar e la maggior parte della popolazione libica dicono “no” al LPA. Se l’ONU persiste con questa fantasia significa che è drogata o incompetente, o forse entrambe, perdonando l’irriverenza. L’LPA non ci sarà. È impossibile. Tornate sulla terra.
Innanzitutto, ai libici non interessano i migranti che secondo la stampa occidentale liberale e l’Unione europea sono una priorità. Per i libici non lo sono, vogliono che i migranti se ne vadano a casa e l’ONU smetta d’interferire e lasci che l’attore più forte in Libia porti ordine e pace nel Paese. Quell’attore sono Haftar e la LNA, e l’unica cosa che impedisce questa naturale evoluzione è la continua interferenza inutile del mondo occidentale. Francia e ONU continuano i colloqui con istituzioni ed entità superflue di Libia orientale e occidentale, ostacolando la soluzione al pantano libico. In parole semplici, l’occidente ha scelto la parte sbagliata sostenendo la Libia occidentale quando l’orientale possiede e occupa, per gentile concessione del LNA di Haftar, la maggior parte del petrolio e della nazione della Libia. I sauditi sono importanti; con l’accordo di varie fazioni, tra cui Haftar, inviarono alcuni religiosi a gestire la mappa religiosa di Misurata (e di tutta la Libia). L’assassinio di pochi giorni prima del sindaco di Misurata è parte di tale lotta globale contro l’ideologia dello SIIL e il suo opposto, il secolarismo. Alcuni vedono il salafismo come “casa a metà strada”, per così dire. Anche se non può essere confermato, Haftar sembra aver fatto un accordo coi sauditi affinché una manciata di loro chierici “risolvesse” Misurata permettendo la promozione del salafismo nella convinzione che distrugga i resti dell’estremismo dello SIIL presso Misurata e ovviamente altrove nel Paese. Questo “compromesso” tra il minore dei due mali, i salafiti e l’ideologia dello SIIL, deve trovare spazio affinché un certo secolarismo si evolva, cosa che la maggior parte dei libici vuole. Niente è facile.
Anche gli Emirati Arabi Uniti sono cruciali per il futuro della Libia. Sia causa della vicinanza alla nuova generazione della leadership saudita che dal punto di vista pratico, per via della base aerea stabilita due anni fa nella Libia orientale. La costruzione della base aerea al-Qadim degli Emirati Arabi Uniti nella Libia orientale, significa che in meno di qualche settimana potranno dispiegare vari aerei per supportare Haftar. Spiegando la presenza dei loro jet nel teatro della guerra civile in Libia. Chiaramente, gli EAU si preparano ad intervenire in Libia militarmente. Molti l’accettano. La base aerea al-Qadim si trova nella provincia di al-Marj, vicino al quartier generale principale di Haftar, e ha recentemente aggiunto un nuovo ampio parcheggio e rifugi per aeromobili che ne ospiteranno vari.
Haftar non aderirà mai al LPA dettato dall’ONU e l’ha detto molto chiaramente. In sintesi, questa è la realtà: Politicamente, solo il ruolo della Russia, non di Nazioni Unite, UE o Stati Uniti, principalmente attraverso gli amici della Cecenia, rimane uno dei più cruciali e sarà veramente efficace nel riportare la pace in Libia. E militarmente, Haftar alla fine vincerà, con l’assistenza militare principalmente di Egitto ed Emirati Arabi Uniti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Situazione mutevole in Libia: Haftar passa all’offensiva

Aleksandr Orlov, New Eastern Outlook 21.12.2017Il 18 dicembre, il Comandante supremo dell’Esercito libico, Feldmaresciallo Qalifa Haftar, annunciava la fine dell’accordo di Shqirat per la riconciliazione nazionale firmato il 17 dicembre 2015 sotto l’egida delle Nazioni Unite. Uno dei suoi partecipanti era il governo di Fayaz al-Saraj, a cui manca il sostegno del Parlamento e delle Forze Armate libiche. L’accordo, firmato in Marocco, fu rinnovato solo una volta e prevedeva la formazione di un governo, concordato da tutte le parti, per un anno. Nonostante il mandato del governo di al-Saraj si sia concluso il 17 dicembre, il Consiglio di sicurezza dell’ONU notava che l’accordo di Shqirat dovrebbe rimanere l’unico modo per la risoluzione della crisi in Libia fino alle elezioni generali del prossimo anno. In un discorso alla televisione, di meno di sette minuti, Haftar dichiarava: “la legalità di tale cosiddetto accordo politico è scaduta insieme a tutte le strutture create con esso. Le Forze Armate non seguiranno gli ordini di alcun partito che non abbia ricevuto legittimità dal popolo libico“. Il feldmaresciallo osservava che il Comando supremo delle Forze Armate libiche è in diretta comunicazione con la comunità internazionale per risolvere la situazione libica e indicava la sua visione del processo politico e dello svolgimento delle elezioni generali. In questo modo, Haftar confermava che d’ora in poi il governo di al-Saraj è illegale, avendo perso la legittimità ricevuta in conformità all’accordo di Shqirat, e che ora tutto il potere è passato nelle mani dell’esercito. Ciò significa che il comandante dell’Esercito nazionale libico è disposto a entrare in conflitto con al-Saraj se decidesse di opporsi. Quest’ultimo, burattino dell’UE, in particolare di Francia e Italia, visitava l’Algeria il giorno prima, incontrando il primo ministro algerino. Al-Saraj osservava che l’Accordo di Shqirat “ha i meccanismi per giungere a un accordo superando ogni ostacolo politico” e si schierava contro la soluzione militare alla crisi. Il 17 dicembre si teneva in Tunisia una riunione dei ministri degli Esteri di Egitto, Tunisia e Algeria per discutere del processo politico e della situazione della sicurezza in Libia. Il Ministero degli Esteri tunisino dichiarava che l’incontro mirava a dare l’opportunità per elaborare un piano d’azione tripartito per la fase imminente ed esprimeva sostegno agli sforzi delle Nazioni Unite, che prendevano le parti di al-Saraj, anche se l’aveva accusato dell’inattuazione dell’Accordo di Shqirat ed ha stretti legami coi gruppi estremisti finanziati dal Qatar. Il rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite in Libia, Ghasan Salamah dichiarava che la Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) aveva fornito il necessario supporto tecnico alla Commissione elettorale nazionale (HNEC) e cercava intensamente di stabilire le condizioni politiche e legislative appropriate, così come la sicurezza, per le elezioni che si terranno entro la fine del 2018.
In queste condizioni, il figlio maggiore di Muammar Gheddafi, Sayf al-Islam, annunciava l’intenzione di partecipare alle elezioni presidenziali che si terranno nel 2018. Secondo un rappresentante di Gheddafi, presenterà il manifesto politico nel prossimo futuro. In particolare, le misure che “dovranno aiutare la Libia ad attraversare un periodo di transizione verso la stabilità“, saranno enfatizzate nel manifesto. Il ritorno di Gheddafi nella politica libica fu segnalato a metà ottobre. Al momento, l’avvocato disse che Sayf al-Islam aveva cominciato a ricostruire i contatti coi leader della comunità e tribali per formare un programma completo. Nel 2015, Sayf al-Islam fu condannato a morte a Tripoli per crimini di guerra. Il processo fu criticato dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani per le numerose violazioni e perché avvenuto in contumacia, essendo l’imputato in prigione nella città di Zintan. Tuttavia, dopo la sentenza, i capi delle autorità armate di Zintan si rifiutarono di trasferirlo a Tripoli per l’esecuzione. Nell’estate 2017, Sayf al-Islam fu rilasciato con un’amnistia generale (secondo dati non ufficiali, infatti, avrebbe potuto essere rilasciato qualche mese prima). I rappresentanti del gruppo Abu Baqr al-Sidiq, che l’aveva detenuto, in precedenza affermò che Gheddafi fu rilasciato con un’amnistia annunciata dal Parlamento. L’ufficio del procuratore generale libico rifiutò di annullare il mandato d’arresto dato che il processo di Gheddafi era stato tenuto in contumacia, e continuava a chiederne la comparizione dinanzi al tribunale. Un mandato d’arresto fu emesso anche dalla Corte penale internazionale (CPI) nei confronti di Gheddafi per perseguirlo per crimini contro l’umanità, torture e omicidi di civili durante la guerra civile. Tuttavia, la Libia non riconosce la giurisdizione della Corte penale internazionale e Gheddafi respinge tali accuse. Molto probabilmente, l’occidente dichiarerà la candidatura di Gheddafi illegittima per presunti crimini. Le accuse dalla CPI per “crimini contro l’umanità” pendono ancora contro di lui. Tuttavia, non gli impediranno di partecipare alle elezioni in quanto affare interno della Libia. C’è un precedente, quando la stessa accusa fu pronunciata contro il leader keniota Uhuru Kenyatta che vinse alle urne nel 2013. Prima che Gheddafi annunciasse la propria candidatura, gli esperti pensavano a uno scenario da “struttura militare integrata”, la creazione di un consiglio militare attraverso cui tutti gli attori politici risolvessero i problemi associati al terrorismo. La possibilità della formazione di un nuovo governo dopo le elezioni non viene esclusa. Se Gheddafi va alle urne, una nuova prospettiva è possibile. Gli scettici credono che il giovane leader non avrà il dominio assoluto in Libia, dato che non potrà raccogliere abbastanza fedelissimi per resistere a Tripoli. La milizia tribale Warshafana, sostenitrice di Gheddafi, fino a poco tempo prima controllava le aree intorno a Tripoli, incontrando la resistenza dalle forze di Zintan e, se prima erano alleate, ora competono per aver influenza sui posti di controllo e le strade. D’altra parte, Gheddafi è popolare, specialmente nelle regioni meridionali. Nell’ovest del Paese, anche gli imprenditori vorrebbero il successore del precedente regime stabile. Anche la nostalgia per i giorni del padre di Gheddafi è diffusa: l’immagine di suo padre, sotto il quale la nazione prosperava, viene avanzata dal figlio. Il popolo è stanco di guerra, crimini e potere frammentato e vuole la pace.
Tale scetticismo scompare se si afferma lo scenario in cui Gheddafi può unire i suoi compagni con le forze del Generale Haftar, e/o con Zintan e le singole fazioni, nel qual caso il potere di Tripoli può essere scosso. Haftar ha buoni rapporti con Egitto ed Emirati Arabi Uniti, mentre Mosca dialoga con lui e con Tripoli. Il giorno prima, Haftar negoziava coi militari di Tripoli, da cui dipende il futuro di al-Saraj. Inoltre, a giudicare dalle tendenze, Tripoli perde il sostegno degli Stati Uniti. Ad esempio, in un incontro col presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il primo ministro non otteneva da Washington l’intervento attivo o garanzie sulla sicurezza personale. Sebbene il fatto stesso che la visita avesse luogo indichi che la Casa Bianca continua ad essere presente in Libia, in realtà, ogni anno si rafforzano le posizioni dei sostenitori della famiglia Gheddafi. Molto dipende da al-Saraj, Francia e Italia. Se questi Paesi spingono l’attuale ex-capo del governo libico allo scontro, Haftar dovrà avviare le operazioni militari, e i seguaci di Gheddafi lo sosterranno. È difficile agire per Parigi, dato che un libro recentemente pubblicato in Francia rivela che l’ex-presidente N. Sarkozy ricevette ingenti somme dal compianto leader libico nelle elezioni del 2007, e fu Sarkozy a essere il più attivo nel fomentare la guerra alla Libia, sperando che l’eliminazione fisica della famiglia di Gheddafi avrebbe coperto i suoi legami finanziari con loro. In particolare, si parla di tangenti da uno Stato estero e ci si aspetta che il sistema giudiziario francese reagisca. Per Haftar, oltre a parlamento libico, Egitto ed Arabia Saudita che lo sostengono, la Russia mostra una predilezione per lui ed è pronta a dare al maresciallo assistenza militare e tecnica. Per l’Italia, la cosa più importante è avere contratti per ripristinare l’economia libica, ed è improbabile che combatta per al-Saraj. Quindi le probabilità sono chiaramente a favore di Haftar. Perciò, ha smesso di partecipare militarmente all’accordo di Shqirat.Aleksandr Orlov, politologo e esperto orientalista, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le milizie irachene minacciano le forze statunitensi

Andrej Akulov SCF 13.12.2017A dispetto degli avvertimenti mondiali, il presidente Trump ha riconosciuto Gerusalemme capitale d’Israele. L’annuncio ha provocato una reazione diplomatica quasi universale ed ha irritato i Paesi con significative popolazioni musulmane. La maggior parte della comunità internazionale non riconosce Gerusalemme capitale israeliana finché la questione non sarà risolta nei negoziati coi palestinesi. Non sono solo proteste diplomatiche; la decisione potrebbe innescare un grande conflitto militare sminuendo la guerra allo Stato islamico e il conflitto in Siria. Aqram al-Qabi, leader dell”Haraqat Hezbollah al-Nujaba, sostenuto dall’Iran, affermava che la decisione del presidente Trump è “ragione legittima” per attaccare le forze statunitensi in Iraq. Con circa 10000 combattenti, Nujaba è una delle milizie più importanti del Paese. Costituita da iracheni, è fedele all’Iran. Il gruppo fa parte delle Forze di mobilitazione popolare irachene (PMF), una coalizione soprattutto di milizie sciite filo-iraniane che hanno avuto grande ruolo nella lotta allo Stato islamico. Le PMF sono riconosciute dal governo e riferiscono formalmente all’ufficio del Primo ministro Haydar al-Abadi. Nujaba schiera forze in Siria a sostegno del governo siriano. A novembre, il senatore repubblicano Ted Poe presentò una proposta di legge al Congresso degli Stati Uniti, suggerendo che il governo degli Stati Uniti consideri i gruppi armati iracheni Haraqat Hezbollah al-Nujaba (Nujaba) e Asaib Ahl al-Haq (AAH) emanazioni del Corpo delle guardie rivoluzionarie iraniane (IRGC). Gli Stati Uniti hanno oltre 5200 soldati schierati in Iraq. Il leader del Nujaba Aqram al-Qabi fu sanzionato dal dipartimento del Tesoro “per aver minacciato la pace e la stabilità dell’Iraq“. L’ex-Primo Ministro iracheno Nuri al-Maliqi definiva l’annuncio di Trump “dichiarazione di guerra“. Il potente religioso sciita Muqtada al-Sadr, a capo di una milizia, ha chiesto la chiusura dell’ambasciata USA a Baghdad e avvertiva che “Possiamo raggiungere Israele dalla Siria“. Allo stesso tempo, la decisione del presidente degli Stati Uniti è sostenuta dai curdi iracheni indignati per la campagna a sostegno di Gerusalemme e dei diritti palestinesi, ignorando i diritti curdi. Va notato che non era la prima minaccia di colpire le forze statunitensi nella regione, tali avvertimenti furono già fatti il 1° novembre 2017, quando il quotidiano libanese al-Aqbar pubblicò un articolo che citava elementi della “Resistenza irachena” dichiarare l’intenzione di attaccare le truppe statunitensi in Iraq. Le PMU, composte da circa 40 milizie, si “preparano a riorganizzare le fila e al grande conflitto cogli statunitensi“. La maggior parte, se non tutte, le fazioni del PMU percepiscono la presenza militare USA in Iraq come un’occupazione.
Il presidente Trump ha concesso ai comandanti statunitensi l’autorità di ordinare attacchi nei Paesi con presenza militare statunitense, il 29 gennaio. Gli Stati Uniti sono già presenti in Siria e Golfo Persico dove si profila lo scontro con l’Iran. Aumentando notevolmente il rischio d’innescare un conflitto in caso di incidente. Se iniziasse, gli Stati Uniti combatteranno un nemico formalmente parte dell’esercito regolare iracheno, loro alleato. Miliardi di dollari in aiuti e armi avanzate sono stati utilizzati per ricostruire le forze armate irachene nell’ultimo decennio. La domanda è: gli Stati Uniti saranno in guerra con l’Iraq? Il governo iracheno non può compromettere le relazioni con le PMU e rischiare crisi interne. Gli scontri porteranno automaticamente a combattimenti tra Stati Uniti e Iran nella regione? Le unità sciite hanno una grande presenza in Siria. Se s’innesca un conflitto, è probabile che arrivi in Siria, cogli Stati Uniti che vi aumentano la presenza militare per influenzare negativamente le prospettive avviate dalla Russia sul processo di pace. Le forze dell’opposizione coglieranno le opportunità dal conflitto tra Stati Uniti e sciiti. Coi curdi che sostengono gli USA sulla questione di Gerusalemme, i pishmerga (unità paramilitari) potrebbero combattere le formazioni sciite. Se le forze USA saranno rinforzate per combattere le PMU, la tentazione di riconquistare Qirquq e i giacimenti petroliferi sarebbe irresistibile, per annetterli ancora al Kurdistan. Una volta che un conflitto derivasse dal riconoscimento di Gerusalemme a capitale d’Israele, i combattenti delle PMU godranno del sostegno pubblico nei Paesi arabi. Un’altra conseguenza: probabilmente i combattimenti saranno seguiti da scontri tra forze israeliane e unità sciite in Siria. Ciò potrebbe coinvolgere le truppe del governo siriano sostenute dalla Russia. È grande la probabilità che, prima o poi, la situazione porti a combattimenti tra Stati Uniti ed Iran, e al conflitto Israele-Iran. I combattimenti si diffonderanno in Libano, dove Hezbollah gode di grande influenza.
Cosa c’è da aspettarsi nel prossimo futuro? Gli Stati Uniti dovranno aumentare la presenza militare in Iraq e in Siria. Le loro forze navali prenderanno posizione nel Golfo Persico e nel Mediterraneo. È probabile che gli Stati Uniti evitino l’ulteriore aggravarsi della situazione nella penisola coreana, per non essere coinvolti simultaneamente in due conflitti. Il rischio di una guerra tra Stati Uniti e Iran evolverà secondo determinati scenari e avrà conseguenze globali. C’è la grande possibilità che l’Iran guidi il movimento musulmano contro Stati Uniti e Israele provocato dal riconoscimento di Gerusalemme. In realtà, il riconoscimento non è ciò che a prima vista comporta in definitiva, ma è provocatorio e prematuro. La decisione ha molti svantaggi ed è improbabile che avvantaggi gli Stati Uniti se non creandogli grattacapi. Si raccoglie ciò che si semina. L’esercito statunitense affronta una seria minaccia in Iraq. Se scoppiasse la guerra, le conseguenze saranno terribili.Traduzione di Alessandro Lattanzio