Qatar e guerra valutaria mondiale

Alessandro Lattanzio, 16/6/2017Le richieste al Qatar dei vicini del GCC comprendono la cacciata dei capi di Fratelli musulmani e Hamas, la chiusura dei media al-Jazeera, Quds al-Arabi, The Huffington Post, Middle East Eye e Araby al-Jadid, dei think tank statunitensi The Brookings Institution e The Rand Corporation, che chiedevano di dare il potere ai Fratelli musulmani per ‘contenere’ l’ondata islamista nel mondo arabo, e la cacciata del caporedattore Azmi Bishara, ex-membro della Knesset fuggito da Israele nel 2007. Un alto funzionario saudita avrebbe anche detto che, “non si fermeranno finché l’emiro Tamim non si dimette, unica soluzione della crisi“. Questo è ciò che pretende da Doha una parte del GCC (Gulf Cooperation Council): Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrayn, sostenuta da Egitto, Giordania, Niger e Senegal; mentre il Qatar, supportato da Quwayt, Oman e Turchia, vi si oppone. L’Oman si oppone anche all’iniziativa saudita di unificare le forze armate del GCC sotto il comando militare congiunto saudita, e si è anche rifiutato di sostenere le operazioni dell’Arabia Saudita nello Yemen. L’emiro Tamim aveva anche l’appoggio della tribù dei Bani Tamim, una delle più importanti dell’Arabia Saudita e presente anche in Iraq. Dei Bani Tamim fanno parte anche le famiglie religiose più influenti del regno saudita, come gli Shayq al-Ash e gli Uthaymin.
Il caporedattore di Middle East Eye, David Hearst, uno dei media che i sauditi vogliono far bandire dal Golfo Persico, scriveva: “Il Qatar non è Gaza. Ha amici dai grandi eserciti, un Paese con una popolazione più piccola di Houston ha un fondo sovrano di 335 miliardi di dollari. È il più grande produttore di gas naturale in Medio Oriente. Ha relazioni con la Exxon“. Invece, il ministro degli Esteri del Qatar, Muhamad bin Abdurahman bin Jasim al-Thani, appena tornato da Mosca, dichiarava, “Il Qatar non si arrenderà mai alla pressione… e non cambierà la sua politica estera indipendente“. In risposta il ministro degli Esteri degli EAU Anwar Gargash affermava che non ci saranno “legami economici” con il Qatar, se Doha non s'”impegna in modo certo” a non finanziare più gli islamisti, altrimenti le operazioni assumeranno la forma di “embargo sul Qatar”. Inoltre, il capo della polizia degli EAU, Dhafi al-Qalfana, proponeva l’annessione del Qatar agli Emirati Arabi Uniti, giustificandola con il fatto che il Qatar era sotto l’autorità dell’emiro di Abu Dhabi prima dell’occupazione coloniale inglese. Qalfana fece arrestare 75 membri della Fratellanza musulmana con l’accusa di tentato colpo di Stato, e definì la vittoria elettorale del presidente turco Erdogan, “il peggior disastro politico per il futuro della Turchia, essendo Erdogan paragonabile all’islamista Mursi in Egitto“. Riyadh imbarcava nella sua guerra contro Doha anche sei Paesi africani: Niger, Mauritania, Senegal, Ciad, Comore e Mauritius, che ritiravano i loro ambasciatori a Doha, mentre Gibuti riduceva il personale dell’ambasciata in Qatar, visto che Doha aveva mediato la disputa di confine tra Gibuti ed Eritrea.
L’Arabia Saudita utilizzava gli ambasciatori nelle capitali africane per convincerne i presidenti a richiamare i rispettivi ambasciatori a Doha e a rompere le relazioni diplomatiche con il Qatar. Infattu, Riyadh controlla il Fondo Arabo per lo Sviluppo Economico e Sociale (Fades) attivo in Africa. La Nigeria, però, si rifiutava di prendere posizione nel conflitto, assieme a Marocco, Algeria, Tunisia, Sudan e Somalia, che hanno legami diplomatici ed economici con sauditi e qatarioti. Il presidente somalo Muhamad Abdullahi Muhamad rifiutava l’offerta saudita di 80 milioni di dollari in cambio dell’interruzione totale delle relazioni diplomatiche con il Qatar. Il ministro per la Pianificazione e lo sviluppo economico della Somalia, Jamal Muhamad Hasan, annunciava tuttavia che l’Arabia Saudita aveva accettato di aumentare la quota dell’Haj dalla Somalia del 25%. L’importanza strategica della Somalia per i Paesi del Golfo spiega tale accordo nonostante il rifiuto ad aderire alla campagna saudita anti-Qatar.
L’ambasciatore degli EAU negli Stati Uniti, Yusif al-Utayba, lanciava un’imponente campagna lobbistica a favore dell’azione saudita ed emiratina. Ed Royce, presidente del Comitato affari esteri del Congresso degli Stati Uniti, del partito repubblicano, avvertiva: “Se non cambia atteggiamento, il Qatar subirà sanzioni nell’ambito di un nuovo disegno di legge che presenterò per punire i sostenitori di Hamas”. Eppure, il 14 giugno, Washington e Doha firmavano l’accordo per l’acquisto di 36 cacciabombardieri F-15, per 12 miliardi di dollari. L’accordo fu completato dal ministro della Difesa del Qatar Qalid al-Atiyah e dall’omologo statunitense James Mattis, a Washington. Atiyah aveva detto che l’accordo sottolinea “l’impegno di lunga data del Qatar a collaborare con i nostri amici e alleati degli Stati Uniti, portando avanti la nostra cooperazione militare e una più stretta collaborazione strategica nella lotta all’estremismo violento, promuovendo pace e stabilità nella nostra regione e oltre“. Il ministro della Difesa del Qatar definiva l’accordo, “ulteriore passo nella nostra relazione su difesa e cooperazione strategica con gli Stati Uniti, e non vediamo l’ora di continuare i nostri sforzi militari congiunti con i nostri partner, qui negli Stati Uniti”. “L’accordo darà al Qatar un’avanzata capacità ed aumenterà la cooperazione per la sicurezza e l’interoperabilità tra Stati Uniti e Qatar”. Infine, 2 navi da guerra dell’US Navy giungevano a Doha per le esercitazioni congiunte con la Marina del Qatar. Secondo Abdalbari Atwan, caporedattore del quotidiano Rai al-Yum, il contratto del Qatar per l’acquisto di 20 miliardi di materiale militare dagli Stati Uniti costringerà l’Arabia Saudita a cedere sulle pretese verso Doha, “Dato che gli Stati Uniti hanno cambiato posizione sul Qatar, c’è la possibilità che Arabia Saudita ed alleati ritirino alcune loro richieste“.
Il Qatar controlla riserve di gas per oltre 25 trilioni di metri cubi, ed è il quarto produttore di gas mondiale dopo Stati Uniti, Russia e Iran. Il gasdotto del Qatar verso Emirati Arabi Uniti e Oman fornisce a Dubai il 40% del gas che importa, mentre l’Egitto riceve dal Qatar il 60% del gas importato. Il Qatar possiede anche notevoli risorse di elio; è tra i primi quattro Paesi al mondo. Nel 2005 fu attivato l’impianto di elio di Ras Lafan che rifornisce i mercati asiatici. Il 24% dei depositi nelle banche del Qatar proviene da Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Inoltre, il Qatar ospita la base aerea al-Udayd, con circa 10000 soldati statunitensi, mentre il parlamento turco decideva d’inviare presso la base turca in Qatar almeno 3000 soldati. Il vicepresidente del Partito Repubblicano del Popolo turco Ozturk Yilmaz, all’opposizione, avvertiva: “Sappiamo che certi Paesi vogliono rovesciare l’emiro e sostituirlo con un nuovo sovrano… Se il Qatar volesse utilizzare quelle truppe per preservare la famiglia regnante, dovremmo sostenerlo?” La posizione della Turchia è dettata da un altro fattore: i Fratelli musulmani che governano ad Ankara. La Turchia punta sul Qatar, ma se Doha dovesse riavvicinarsi all’Arabia Saudita, cosa non impossibile, la Turchia rimarrà ancor più isolata nel mondo arabo. Ma se il Qatar, alleato dei Fratelli musulmani, venisse sconfitto, la Turchia sarebbe il prossimo obiettivo di Ryadh, perciò il 14 giugno, il ministro degli Esteri turco Mevlut Çavusoglu visitava Doha per mostrare il sostegno turco al Qatar, mentre lo stesso giorno, il primo ministro iracheno Haydar al-Abadi si recava in Arabia Saudita per colloqui con re Salman. Anche il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr s’incontrava a Washington con il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson, il 13 giugno, dichiarandosi disposto ad inviare forniture alimentari e mediche in Qatar, “se necessario”. Il Qatar confermava invece la persistenza del blocco dei collegamenti che definiva “un assedio, non un boicottaggio“. L’Oman, inoltre, mantiene aperti i propri porti ai traffici del Qatar, mentre il ministro degli Esteri della Germania Sigmar Gabriel definiva l’azione saudita, “completamente sbagliata e certamente non è la politica tedesca. Ciò potrebbe potrebbe portare a una guerra“.
A fine marzo 2017, rappresentanti di Hezbollah incontravano i capi dell’Hayat Tahrir al-Sham, finanziato dal Qatar, per accordarsi sulla liberazione dei residenti delle città sciite di Fuah e Qafraya in Siria, in cambio del permesso ai terroristi dell’Hayat Tahrir al-Sham di lasciare le città di Madaya e Zabadani presso Damasco, spaventando Riyadh su presunti rapporti tra Doha e Teheran. Inoltre, anche l’Oman rafforzava i legami con l’Iran, svolgendo dal 2011 esercitazioni navali congiunte con la Marina iraniana. Infine, il Quwayt invitò e ricevette il presidente iraniano Hassan Rouhani, nel febbraio 2017. La possibilità che anche il Qatar si unisse a Oman e Quwayt nell’apertura verso l’Iran, minacciava la primazia dell’Arabia Saudita nel GCC. Inoltre, ad aprile scadeva la moratoria di 12 anni sullo sviluppo della parte qatariota del mega-giacimento North Field nel Golfo Persico, il cui gas naturale liquefatto (LNG) doveva essere destinato all’Unione europea attraverso un gasdotto da costruire attraverso Arabia Saudita, Siria e Turchia, in alternativa al gasdotto Iran-Iraq-Turchia; ciò portò il Qatar a suscitare ed alimentare la guerra per procura contro la Siria. Ma ora che tale guerra è fallita, il Qatar punta ai mercati asiatici, utilizzando le infrastrutture controllate dall’Iran. Se Doha tagliasse i rapporti con Teheran, si precluderebbe il mercato asiatico per il gas del giacimento North Field.
Nel 2012, l’Iran accettava lo yuan per l’acquisito dei suoi petrolio e gas, e nel 2015 accettava il rublo. “Il dollaro è la moneta di riserva mondiale solo perché il petrolio è oggi negoziato in dollari. I Paesi che cercano riserve in valuta estera tendono a guardare al dollaro proprio perché “convertibili” in petrolio. Ciò consente agli Stati Uniti di stampare quantità infinite di dollari, venendo scambiati con beni e servizi reali da altri Paesi. Questo è conosciuto come “privilegio del signoraggio”, ovvero assorbire quantità crescenti di beni e servizi da altri Paesi senza contraccambiare con qualcosa di valore equivalente. A sua volta, tale privilegio permette di finanziare la macchina militare statunitense, che oggi costa oltre 600 miliardi di dollari all’anno”. Nel 2012 la Banca Popolare cinese annunciava che non avrebbe più incrementato le proprie riserve in dollari statunitensi, e nel 2014 la Nigeria aumentava le proprie riserve valutarie in yuan dal 2% al 7%. Allo stesso tempo, la Cina avviava la valutazione dell’oro in yuan nell’ambito di ciò che il presidente della Shanghai Gold Exchange definì “internazionalizzazione dello yuan”, rendendolo convertibile in oro e aprendo la possibilità di commerciare il petrolio in oro/yuan piuttosto che in dollari cartacei. Da qui l’azione per impedire al Qatar di creare una joint venture con l’Iran per rifornire l’Asia di LNG secondo prezzi basati sullo yuan/oro. Va notato che il 18 giugno iniziavano le esercitazioni navali congiunte tra Marina Militare cinese e Marina militare iraniana. La squadra cinese, comprendente il cacciatorpediniere Chang Chun, la fregata Jin Zhou e la nave da rifornimento Chao Hu, partecipava con navi iraniane alle esercitazioni nello stretto di Hormuz, tra Golfo Persico e Golfo di Oman, volte a “rafforzare le relazioni amichevoli tra Teheran e Pechino e a promuoverne la collaborazione marittima“. Dallo stretto di Hormuz passa un terzo del traffico di petroliere del mondo.
Nel frattempo, il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi chiedeva di allargare il boicottaggio del Qatar alla Turchia durante la riunione con re Hamad Bin Isa al-Qalifa del Bahrayn. La Turchia e il Qatar sostengono la Fratellanza musulmana che aveva governato brevemente e in modo controverso l’Egitto con il presidente Mursi, nel 2012-2013. La Fratellanza musulmana oggi è vietata in Egitto. Qatar e Turchia s’inserirono negli affari interni dell’Egitto finanziando e sostenendo il regime dei Fratelli musulmani, profondamente odiato in Egitto.Fonti:
Cameroon Voice
FNA
Covert Geopolitics
Covert Geopolitics
Global Research
Mondialisation
NEO
Russian Council
Russian Council
SCF
The Duran
Zerohedge

Filippine: lo SIIL salva ancora la politica estera statunitense

Tony Cartalucci, LD, 15 giugno 2017

Con motivazione fin troppo familiare, i terroristi che rivendicano l’appartenenza al cosiddetto “Stato islamico” (SIIL) hanno nuovamente aiutato la politica estera statunitense, questa volta nelle Filippine dove il governo sempre più cerca legami stretti con Pechino a scapito della lunga influenza di Washington. I terroristi hanno condotto un’operazione su larga scala, occupando parte della città filippina di Marawi, dove hanno compiuto varie atrocità e issato le bandiere dello SIIL. Situata sull’isola meridionale di Mindanao, la città è solo leggermente interessata dall’area principale delle operazioni di Abu Sayaf, affiliato ad al-Qaida, nelle vicine isole di Jolo e Basilan. Abu Sayaf e altri affiliati regionali hanno ricevuto gran parte dei finanziamenti e sostegni da uno degli alleati più antichi, l’Arabia Saudita, con cui gli Stati Uniti hanno appena sigillato un accordo sugli armamenti senza precedenti. Ora viene indicato che le forze armate statunitensi aiutano le truppe filippine nel tentativo di riprendere la città, evidenziando come lo SIIL sia il pretesto per giustificare l’influenza di Washington nella nazione, e in particolare dei militari statunitensi nel sud-est asiatico. L’AFP riferiva in un articolo intitolato “Le truppe statunitensi sul campo in una città filippina: militari in una guerra devastante”, che: “Le truppe statunitensi sono sul campo ad aiutare i soldati locali a combattere i terroristi nella città filippina, secondo un portavoce militare filippino, raccontandone in dettaglio il ruolo. Il piccolo numero di soldati statunitensi aiuta a sorvegliare e, sebbene non abbia un ruolo nei combattimenti, è autorizzato ad aprire il fuoco sui terroristi se attaccato, secondo il portavoce brigadiere-generale Restituto Padilla”. AFP aveva anche osservato che: “Il problema delle truppe USA nelle Filippine è estremamente sensibile da quando Rodrigo Duterte è presidente, che cerca di ridurre l’alleanza militare della nazione con gli Stati Uniti a favore della Cina”. Tuttavia, il fatto che i terroristi siano finanziati e sostenuti dall’alleato statunitense dell’Arabia Saudita, e che lo Stato islamico sia certamente una creazione degli interessi di Golfo e Stati Uniti, il loro arrivo improvviso e spettacolare nelle Filippine proprio mentre i legami statunitensi-filippini sono al minimo e vi è l’impulso ad eliminare definitivamente la presenza degli USA dalla nazione, indica che il recente scontro è più che una coincidenza conveniente.

La politica estera statunitense: rompere le finestre di notte, ripararle (a un certo costo) di giorno
La diminuzione della leva geopolitica in Asia-Pacifico ha spinto gli Stati Uniti a cercare una serie di conflitti utili come pretesto per una continua presenza nella regione. Ciò include tensioni nel Mar Cinese Meridionale dove gli Stati Uniti cercano di mettere le nazioni contro la Cina sfidandone le rivendicazioni su territorio e isole. Una di queste nazioni, infatti, sono le Filippine che hanno smascherato l’elaborata faccenda legale statunitense contro le affermazioni della Cina sul Mar Cinese Meridionale, favorendo colloqui bilaterali con Pechino direttamente, escludendo gli Stati Uniti, che hanno provocato attivamente conflitti sulla penisola coreana, minacciando il governo nordcoreano di un possibile primo colpo per “decapitarne” la leadership civile e militare. Interferenze e tensioni prevedibili che hanno causato, hanno assicurato la continua presenza militare degli USA in Corea del Sud, nonché anni di contratti militari lucrosi. E mentre l’uso dello SIIL nelle Filippine da parte di Washington è l’ultimo esempio di come il terrorismo sia usato per giustificare la presenza militare degli USA, non è certamente la prima volta. Il terrorismo nel sud della Thailandia fu ripetutamente usato come pretesto da Washington per cercare legami più stretti con Bangkok, legami che Bangkok ha ripetutamente respinto in favore di una più ampia cooperazione militare con Cina, Russia e Europa e della crescita dell’industria nazionale. Oltre l’Asia, gli Stati Uniti hanno utilizzato il terrorismo, compreso lo SIIL in modo specifico, per giustificare la presenza militare ovunque, dalla Libia alla Siria e dall’Iraq all’Afghanistan. In un memorandum dell’agenzia d’intelligence della difesa degli USA (DIA) del 2012 fu rivelato che Stati Uniti ed alleati cercarono di creare un “principato salafita” nella Siria orientale allo scopo specifico d'”isolare” il governo siriano. Il memo 2012 (PDF) indica in particolare che: “Se la situazione si sblocca c’è la possibilità d’istituire un principato salafita dichiarato o meno nella Siria orientale (Hasaqah e Dayr al-Zur) e questo è esattamente ciò che le potenze che supportano l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano, considerato profondità strategica dell’espansionismo sciita (Iraq e Iran)”. Il memo DIA spiegava anche chi fossero queste “potenze a sostegno”: “I Paesi di occidente, del Golfo e Turchia sostengono l’opposizione; mentre Russia, Cina e Iran sostengono il regime”.
Nonostante le affermazioni di Washington di combattere lo SIIL in Siria, solo con l’intervento militare russo nel 2015, le linee di rifornimento dell’organizzazione terroristica dalla Turchia furono devastate e suoi territori e potenza furono ridotti. L’esistenza dello SIIL viene prolungata dal sostegno continuo dagli alleati più stretti degli USA nella regione, come Arabia Saudita, Turchia, Qatar, Giordania e Israele. Gli Stati Uniti hanno più volte attaccato direttamente le forze siriane impegnate contro lo SIIL. Ultimamente, gli Stati Uniti hanno dispiegato l’artiglieria a lungo raggio nel sud della Siria, specificamente per combattere le forze siriane che hanno sopraffatto lo SIIL sul confine siriano-iracheno e minacciano le linee di rifornimento saudita-giordane che alimentano da anni l’organizzazione terroristica in Siria. Considerando questo, l’apparizione “improvvisa” dello SIIL nelle Filippine, giusto per giustificare presenza ed influenza altrimenti ingiustificate e indesiderate di Washington nella nazione, è più di una mera coincidenza: è un altro esempio di come gli Stati Uniti creano crisi per dare “soluzioni” che ne prevedono la continua esistenza da egemone regionale. A differenza di un servizio di riparazione delle finestre che le rompe di notte e le ripara a un certo prezzo di giorno, gli Stati Uniti seminano tensioni, conflitti, omicidi e colpi ponendosi come soluzione con un greve prezzo geopolitico. Per nazioni come le Filippine, rivolgersi a vicini regionali, Cina e Russia, dall’onesto interesse a sconfiggere il terrorismo sponsorizzato dagli Stati Uniti che prendono di mira, è l’unico modo per affrontare veramente i problemi immediati della sicurezza e garantirsi pace e prosperità a lungo termine. La presenza degli USA nelle Filippine e il loro ruolo nell’estinguere gli incendi geopolitici che accendono garantiscono solo alle Filippine un’esistenza prolungata e costosa da pedina delle ambizioni degli USA nel Pacifico.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Hitler fu finanziato da Federal Reserve e Banca d’Inghilterra

Jurij Rubtsov, Ru-polit Fort Russ 14 maggio 2016Più di 70 anni fa iniziò il peggior massacro della storia. La recente risoluzione dell’Assemblea parlamentare dell’OSCE equipara il ruolo di Unione Sovietica e Germania nazista allo scoppio della Seconda guerra mondiale, salvo il fatto che abbia per scopo estorcere soldi dalla Russia per via di certe economie fallite, è volta a demonizzare la Russia successore dell’URSS e preparare il terreno giuridico per la privazione del diritto di pronunciarsi contro la revisione dei risultati della guerra. Ma se ci affidiamo al problema della responsabilità della guerra, va prima risposto alla domanda chiave: chi aiutò i nazisti ad andare al potere? Chi li spinse verso la catastrofe mondiale? La storia della Germania prima della guerra dimostra che politiche “necessarie” furono dettate dalle turbolenze finanziarie, in cui, all’epoca, il mondo era immerso. Le istituzioni finanziarie centrali di Gran Bretagna e Stati Uniti, Banca d’Inghilterra e Sistema della riserva federale (FRS), e le organizzazioni finanziarie e industriali associate definirono le strutture fondamentali che decisero la strategia post-bellica dell’occidente. Obiettivo era imporre il controllo assoluto sul sistema finanziario della Germania per controllare i processi politici dell’Europa centrale. Per attuare tale strategia è possibile tracciare le seguenti fasi:
1°: dal 1919 al 1924, preparare la base per un massiccio investimento finanziario statunitense nell’economia tedesca;
2°: dal 1924 al 1929, istituzione del controllo sul sistema finanziario della Germania e sostegno finanziario al nazionalsocialismo;
3°: dal 1929 al 1933 , provocare e scatenare una profonda crisi finanziaria ed economica e assicurarsi che i nazisti arrivassero al potere;
4°: dal 1933 al 1939, cooperazione finanziaria con il governo nazista e sostegno alla sua politica estera espansionista, volta a preparare e scatenare una nuova guerra mondiale.
Nella prima fase per la leva principale per assicurarsi la penetrazione della capitale statunitense in Europa iniziò coi debiti di guerra e il problema strettamente correlato delle riparazioni tedesche. Dopo l’ingresso formale degli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale, diedero prestiti agli alleati (in primo luogo Regno Unito e Francia) per 8,8 miliardi di dollari. Il totale dei debiti di guerra, inclusi i prestiti concessi dagli Stati Uniti nel 1919-1921, fu oltre 11 miliardi di dollari. Per risolvere il problema, i Paesi debitori cercarono d’imporre una grande quantità di condizioni estremamente dure per il pagamento delle riparazioni alla Germania. Ciò causò la fuga di capitali tedeschi all’estero e il rifiuto di pagare le tasse comportando un deficit di bilancio dello Stato che poté essere colmato solo attraverso la stampa di marchi senza copertura. Il risultato fu il crollo della valuta tedesca, la “grande inflazione” del 1923, pari al 512% quando un dollaro valeva 4,2 miliardi di marchi. Gli industriali tedeschi iniziarono a sabotare apertamente gli obblighi di riparazione, causando la celebre crisi della Ruhr, l’occupazione franco-belga della Ruhr nel gennaio 1923. Gli ambienti governativi anglo-statunitensi, per intraprendere la propria iniziativa, aspettarono che la Francia venisse coinvolta nell’avventura dimostrandosi incapace di risolvere il problema. Il segretario di Stato degli USA Hughes osservò: “È necessario attendere che l’Europa maturi per accettare la proposta statunitense“. Il nuovo piano fu sviluppato dalla “JP Morgan & Co.” su istruzione del capo della Banca d’Inghilterra Montagu Norman. Al centro dell’idea vi era il rappresentante della “Dresdner Bank” Hjalmar Schacht, che la formulò nel marzo 1922 su suggerimento di John Foster Dulles (futuro segretario di Stato del presidente Eisenhower) e consulente legale del presidente W. Wilson alla conferenza di pace di Parigi. Dulles diede questa nota al fiduciario principale della “JP Morgan & Co.” e poi JP Morgan lo raccomandò a H. Schacht, M. Norman e all’ultimo ai governanti di Weimar. Nel dicembre 1923, H. Schacht divenne direttore della Reichsbank, permettendo di riunire i finanzieri anglostatunitensi e tedeschi. Nell’estate 1924, il progetto denominato “piano Dawes” (nominato dal presidente del comitato di esperti che lo creò, banchiere e direttore di una delle banche del gruppo Morgan), fu adottato alla conferenza di Londra. Chiedeva di dimezzare le riparazioni e di risolvere la questione delle fonti della loro copertura. Tuttavia, il compito principale era garantire condizioni favorevoli agli investimenti statunitensi, possibili solo stabilizzando il marco tedesco. A tal fine, il piano prestò alla Germania 200 milioni di dollari, di cui per metà della JP Morgan, nel mentre le banche anglostatunitensi acquisirono il controllo non solo del trasferimento dei pagamenti tedeschi, ma anche di bilancio, circolazione monetaria e in larga misura del credito del Paese. Nell’agosto 1924, il vecchio marco tedesco fu sostituito da una nuova nota finanziaria stabilizzata in Germania e, come scrisse il ricercatore GD Preparata, la Repubblica di Weimar fu pronta per “gli aiuti economici più pittoreschi della storia, seguiti dalla raccolta peggiore nella storia del mondo, un inondazione di sangue statunitense si riversò nelle vene finanziarie della Germania“. Le conseguenze di ciò non tardarono a comparire. Ciò fu dovuto principalmente al fatto che le riparazioni annuali dovevano coprire l’importo del debito pagato dagli alleati, formato dal cosiddetto “circolo assurdo di Weimar”. L’oro con cui la Germania pagava le riparazioni di guerra, fu venduto, pignorato e scomparve negli Stati Uniti, dove ritornò in Germania sotto forma di piano di “aiuto” che poi consegnava a Regno Unito e Francia che lo giravano per pagare i debiti di guerra con gli Stati Uniti. Quindi sovraccaricato di interessi veniva rispedito in Germania. Alla fine, tutti in Germania vivevano con il debito e fu chiaro che se Wall Street avesse ritirato i prestiti, il Paese sarebbe fallito completamente.
In secondo luogo, anche se il credito formale fu aperto per garantire i pagamenti, fu speso effettivamente per ripristinare la potenza militare-industriale del Paese. Il fatto è che i tedeschi furono pagati in azioni di società coi prestiti, quindi il capitale statunitense s’integrò attivamente nell’economia tedesca. L’importo degli investimenti esteri nell’industria tedesca nel 1924-1929 ammontò a 63 miliardi di marchi d’oro (30 miliardi contabilizzati come prestiti) e il pagamento delle riparazioni a 10 miliardi di marchi. Il 70% dei ricavi fu fornito dalle banche degli Stati Uniti in maggioranza dalla JP Morgan. Di conseguenza, nel 1929, l’industria tedesca era al secondo posto nel mondo, ma era in gran parte nelle mani dei principali gruppi finanziari-industriali degli USA. Le “Interessen-Gemeinschaft Farbenindustrie“, fornitore principale della macchina da guerra tedesca, finanziò il 45% della campagna elettorale di Hitler nel 1930, ed era sotto il controllo della “Standard Oil” di Rockefeller. Morgan, tramite la “General Electric“, controllava l’industria radioelettrica tedesca tramite AEG e Siemens (fino al 1933, il 30% delle azioni di AEG erano della “General Electric”) e attraverso la società ITT, il 40% della rete telefonica della Germania. Inoltre possedevano il 30% della società aeronautica “Focke-Wulf“. “General Motors“, della famiglia DuPont, controllava la “Opel“. Henry Ford controllava il 100% delle azioni della “Volkswagen“. Nel 1926, con la partecipazione della banca “Dillon, Reed & Co.” dei Rockefeller, il secondo maggiore monopolio industriale della Germania, dopo “IG Farben“, apparve; era il cartello metallurgico “Vereinigte Stahlwerke” (Unione delle acciaierie) tra Thyssen, Flick, Wolff, Feglera ecc. La cooperazione statunitense con il complesso militare-industriale tedesco fu così intensa e pervasiva che nel 1933 i settori chiave dell’industria tedesca e delle grandi banche come Deutsche Bank, Dresdner Bank, Donat Bank ecc. erano controllati dal capitale finanziario statunitense. La forza politica che doveva svolgere un ruolo cruciale nei piani anglo-statunitensi fu preparata simultaneamente. Si trattò del finanziamento del partito nazista e di A. Hitler stesso. Come scrisse il cancelliere tedesco Brüning nelle sue memorie, dal 1923 Hitler riceveva grandi somme dall’estero. Da dove è ignoto, ma passarono da banche svizzere e svedesi. È anche noto che nel 1922 a Monaco di Baviera si ebbe una riunione tra A. Hitler e l’addetto militare degli Stati Uniti in Germania, capitano Truman Smith, che redasse una relazione dettagliata per i suoi superiori di Washington (dell’ufficio d’intelligence militare), in cui elogiava Hitler. Fu attraverso il giro di conoscenze di Smith, in primo luogo, che Hitler fu presentato a Ernst Franz Sedgwick Hanfstaengl (Putzie), laureato all’Harvard University, e che svolse un ruolo importante nella formazione politica di A. Hitler, dandogli un notevole sostegno finanziario e assicurandogli contatti con importante figure inglesi. Hitler era preparato in politica, tuttavia, mentre la Germania regnava in prosperità, il suo partito rimase periferico nella vita pubblica. La situazione cambiò drammaticamente con la crisi.
Dall’autunno 1929, dopo il crollo della borsa statunitense attivata dalla Federal Reserve, iniziò la terza tappa della strategia dei circoli finanziari anglo-statunitensi. Federal Reserve e JP Morgan decisero di smettere di prestare alla Germania, ispirati dalla crisi bancaria e depressione economica dell’Europa centrale. Nel settembre 1931 il Regno Unito abbandonò il gold standard, distruggendo deliberatamente il sistema internazionale dei pagamenti e togliendo l’ossigeno finanziario alla Repubblica di Weimar. Ma nel partito nazista si ebbe un miracolo finanziario: nel settembre 1930, a seguito di grandi donazioni da Thyssen e IG Farben, il partito di Kirdorf ebbe 6,4 milioni di voti e fu al secondo posto nel Reichstag, dopo di che ricevette ampi finanziamenti esteri. Il legame principale tra i maggiori industriali tedeschi e i finanzieri esteri fu H. Schacht. Il 4 gennaio 1932 si ebbe una riunione tra il maggiore finanziatore inglese M. Norman, A. Hitler e von Papen, concludendo un accordo segreto sul finanziamento del NSDAP. In questa riunione furono inoltre presenti i politici statunitensi Dulles, cosa che i loro biografi non menzionano. Il 14 gennaio 1933 si ebbe un incontro tra Hitler, Schroder, Papen e Kepler, dove il programma di Hitler fu adottato. Fu qui che finalmente si decise il passaggio di potere ai nazisti, e il 30 gennaio Hitler divenne cancelliere. L’avvio della quarta fase della strategia così cominciò.
L’atteggiamento degli ambienti governativi anglo-statunitensi verso il nuovo governo fu di netta simpatia. Quando Hitler si rifiutò di pagare le riparazioni, naturalmente mettendo in discussione il pagamento dei debiti di guerra, né Gran Bretagna né Francia avanzarono pretese. Inoltre, dopo la visita negli Stati Uniti nel maggio 1933, Schacht fu posto nuovamente a capo della Reichsbank, e dopo l’incontro con il presidente e i più grandi banchieri di Wall Street, gli USA assegnarono alla Germania nuovi prestiti per un miliardo di dollari. A giugno, durante un viaggio a Londra e l’incontro con M. Norman, Schacht cercò un prestito inglese di 2 miliardi di dollari e la riduzione o cessazione dei pagamenti dei vecchi prestiti. Così, i nazisti ebbero ciò che non poterono avere con il precedente governo. Nell’estate 1934 la Gran Bretagna firmò l’accordo di trasferimento anglo-tedesco, uno dei fondamenti della politica inglese verso il Terzo Reich e alla fine degli anni ’30 la Germania era il principale partner commerciale del Regno Unito. La Schroeder Bank fu l’agente principale della Germania nel Regno Unito e nel 1936 il suo ufficio a New York collaborò con i Rockefeller per creare la “Schroeder, Rockefeller & Co. Investment Bank”, che la rivista “Times” chiamò “l’asse propagandistico economico Berlino-Roma“. Come ammise Hitler, concepì il suo piano quadriennale sulla base dei prestiti finanziari esteri, quindi non creò il minimo allarme. Nell’agosto 1934, la “Standard Oil” in Germania acquistò 730000 ettari di terreno e costruì grandi raffinerie di petrolio che fornirono la benzina ai nazisti. Allo stesso tempo, la Germania prese segretamente in consegna dagli Stati Uniti le attrezzature più moderne per le fabbriche di aeromobili, che iniziarono la produzione di aerei. La Germania ottenne numerosi brevetti militari dalle ditte statunitensi “Pratt e Whitney“, “Douglas“, “Curtis Wright” e con la tecnologia statunitense produsse lo “Junkers Ju-87”. Gli investimenti nell’economia della Germania ammontarono a 475 milioni di dollari. La “Standard Oil” investì 120 milioni di dollari, “General Motors” 35, ITT 30 e “Ford” 17,5. La stretta collaborazione finanziaria ed economica degli ambienti aziendali anglo-statunitensi e nazisti fece da sfondo, negli anni ’30, alla politica di appoggio che portò alla Seconda guerra mondiale.
Oggi, quando l’élite finanziaria mondiale iniziava ad attuare il piano “Grande depressione – 2“, con la successiva transizione al “nuovo ordine mondiale”, l’identificazione del ruolo chiave nell’organizzazione dei crimini contro l’umanità diventa una priorità.Jurij Rubtsov è dottore in scienze storiche, accademico dell’Accademia delle scienze militari e membro dell’Associazione internazionale degli storici della Seconda guerra mondiale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il fronte anti-Siria implode

Alessandro Lattanzio, 12/6/2017Una settimana dopo la crisi che l’Arabia Saudita ha creato, imponendo un blocco al Qatar, Doha si è assicurata il sostegno di Turchia e Iran, l’appoggio di Quwayt e Oman e attratto ulteriore interesse dalla Russia. Difatti, il ministro degli Esteri del Qatar, shayq Muhamad bin Abdurahman al-Thani, si recava a Mosca dove affermava che “Qatar e Russia, principale giocatore dell’arena internazionale, hanno rapporti amichevoli“, implicando che gli USA, alleato del Qatar, non vengono consultati da Doha sulla soluzione della crisi, non avendo un ruolo internazionale. E infatti, il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson telefonava al Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov subito dopo che aveva incontrato la controparte del Qatar. Al ministro degli Esteri del Qatar, Sergej Lavrov dichiarava che la Russia farà tutto ciò che può per la soluzione pacifica alla crisi, “Per ragioni di principio, non interferiamo negli affari interni di altri Stati o nelle loro relazioni. Tuttavia, non possiamo congratularci per la situazione in cui i rapporti tra i nostri partner peggiorano“. Mantenendo una posizione neutrale sulla crisi, Mosca ha il potere di mediare la crisi, al contrario di Washington schieratasi con nettezza al fianco dei sauditi. Anche l’offerta dell’Iran di inviare aiuti al Qatar avvertiva gli USA sull’evanescenza della loro presa sul Medio Oriente. L’emiro del Qatar si era già congratulato con il Presidente iraniano Hassan Rouhani per la vittoria elettorale in Iran. Nel frattempo, la 47.ma flottiglia della Marina iraniana, costituita da un cacciatorpediniere e da una nave logistica, iniziava la missione di protezione del traffico navale sul Golfo di Aden visitando l’Oman, e il Vicecapo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, Generale Mostafa Izadi, dichiarava che “affrontiamo una guerra per procura nella regione, un nuovo inganno delle potenze arroganti contro la Repubblica islamica. Come il leader supremo della rivoluzione islamica Ayatollah Seyed Ali Khamenei ha detto, abbiamo documenti e informazioni che dimostrano il sostegno diretto dell’imperialismo statunitense a tale disgustoso male (lo SIIL) nella regione, che ha distrutto Paesi islamici e creato un’ondata di massacri e scontri“. Il presidente del parlamento iraniano Ali Larijani affermava a sua volta che “Gli Stati Uniti si sono alleati con lo SIIL nella regione”, rendendo ancor più precaria la situazione degli USA nella regione.
Con tutto questo sullo sfondo, gli USA sospendevano le operazioni dei loro mercenari terroristi nel sud della Siria, spingendo i curdi separatisti delle SDF ad invocare un’alleanza con i sauditi, temendo di essere ben presto scaricati da Washington in relazione alla crisi sul Qatar. Dall’altra parte gli Stati Uniti non possono permettersi di rompere i rapporti con il Qatar, grande Stato petrolifero e gasifero che ospita la base aerea al-Udayd, la più grande degli Stati Uniti in Medio Oriente e sede del loro Comando Centrale. Di certo, l’invio di truppe turche in Qatar avrà ridimensionato le pretese dell’Arabia Saudita. Infatti, il partito di Erdogan, Giustizia e Sviluppo, è una fazione della Fratellanza musulmana finanziata dal Qatar. Sostenendo Doha, Erdogan riottiene un nuovo ruolo in Medio Oriente dopo la sconfitta in Siria: alleandosi con Fratellanza musulmana e Qatar, Erdogan ridiventa una figura temibile potendo influenzare la stabilità dell’Arabia Saudita. Ma Ankara di sicuro vedrà ritirare gli investimenti di sauditi ed emirati in Turchia. Inoltre, è certo che Mosca non correrà in suo soccorso una volta che Erdogan sprofondasse nel conflitto tra Qatar e GCC; “Se Erdogan salta nel Golfo, s’isolerà da sauditi, mondo arabo laico (che già non lo ama), Russia e Stati Uniti”.
Il piano dell’Arabia Saudita d’isolare il Qatar ed imporvi i propri obiettivi geopolitici, quindi, sta fallendo, dimostrando l’incapacità dei sauditi di stilare una strategia qualsiasi; preda di un delirio di onnipotenza, scattano in avanti ignorando le conseguenze delle proprie azioni, “La cosa più preoccupante è che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti ripetono gli errori commessi quando i capi sauditi decisero la guerra allo Yemen“, dichiarava Yezid Sayigh del Carnegie Endowment for Peace International. “Non hanno una chiara strategia politica, si basano su false supposizioni, causando sempre più gravi perdite finanziarie ed umane, e oggi sono probabilmente in peggiori condizioni di sicurezza“. Infatti, la successiva svolta di 180 gradi di Trump verso la mossa saudita avrà stordito Ryadh. Soprattutto dopo che il Pentagono avrà informato Trump che la pretesa sottesa all’azione dei sauditi, ovvero che gli Stati Uniti difendessero militarmente i confini del regno dei Saud, fosse un onere folle per le forze armate statunitensi. E all’improvviso l’Arabia Saudita attenuava i toni, rendendosi conto di dover affrontare da sola gli effetti dei propri azzardi, come appunto lo schieramento di forze turche in Qatar e il rafforzarsi ulteriore della posizione regionale dell’Iran. La mossa dei Saud li ha solo portati a un altro disastro geopolitico, dopo quelli in Siria, Iraq e Yemen. L’unico ‘successo’ di Ryadh, in questa operazione avventata, è la proposta dei curdi separatisti in Siria di allearsi contro Turchia e Iran. Haji Ahmad, capo del Jaysh al-Thuar, fazione anti-siriana supportata dagli USA, sosteneva che Siria, Turchia e Iran cooperano contro le forze democratiche siriane (SDF), “La Turchia ha stabilito forti relazioni con l’Iran, nelle zone di al-Shahba, presso Aleppo, portando a una maggiore cooperazione tra il regime di Assad e la Turchia e all’apertura delle comunicazione tra di loro. È stata creata una rete d’intelligence comune che opera contro di noi, e non escludiamo che questa cooperazione aumenti di livello in futuro”. Haji Ahmad affermava inoltre che Jabhat al-Nusra, Ahrar al-Sham, liwa Sultan Murad e liwa Sultan Salim cacciavano gli abitanti e ne confiscavano le case ad Azaz e Jarablus. “In tutti gli edifici occupati dai turchi appaiono foto di Mustafa Kamal Ataturk e scritte in turco“. E come se non bastasse, l’esercito giordano eliminava 5 terroristi che tentavano d’infiltrarsi nel territorio giordano da al-Tanaf, al confine siriano-iracheno. Le guardie di frontiera giordane si erano scontrate per 72 ore contro un convoglio di 9 automobili e 2 motociclette che cercavano di entrare nel territorio giordano dalla Siria. Negli scontri, le guardie di frontiera giordane distrussero 2 auto e 2 moto, e arrestavano 2 terroristi. Il gruppo che tentava d’infiltrarsi sarebbe appartenuto al gruppo di terroristi dell’ELS armati e finanziati dagli Stati Uniti. L’ELS aveva interrotto gli attacchi contro l’EAS negli ultimi due giorni, ad est di Suwayda, dato che per gli Stati Uniti al-Tanaf ha scarso valore, non potendovi costruire una zona d’interdizione su tutto il confine siriano-iracheno. Contemporaneamente, a nord di Aleppo, i gruppi terroristici filo-turchi liwa al-Hamzah e Primo reggimento dell’ELS si scontravano alla periferia di al-Bab, cumulando 16 terroristi uccisi. Ulteriore segno della disgregazione del fronte anti-Siria era anche l’accordo tra Hayat Tahrir al-Sham (al-Qaida in Siria) ed ELS per dissolvere la Divisione 13 dell’esercito libero siriano, a Marat al-Numan, a sud di Idlib. L’ELS consegnava al ‘tribunale’ di al-Qaida i terroristi della Divisione 13, tra cui il loro capo Taysir Samahi, oltre a posizioni e materiali dell’unità terroristica filo-statunitense, compresi i lanciamissili anticarro TOW consegnatigli dalla CIA.

Fonti:
Geopolitics
Geopolitics
South Front
South Front
South Front
South Front
Sputnik News
The Duran
The Duran

Teheran è da sempre obiettivo degli USA e quindi dello Stato islamico

Tony Cartalucci, LD, 10 giugno 2017Molti i morti e i feriti negli attentati coordinati nella capitale iraniana di Teheran. Sparatorie e bombardamenti contro il parlamento iraniano e la tomba dell’Ayatollah Khomeini. Secondo Reuters, il cosiddetto “Stato islamico” ha rivendicato l’attentato, svoltosi pochi giorni dopo un altro attentato a Londra. Lo Stato islamico avrebbe anche rivendicato le violenze a Londra, nonostante le prove che i tre sospetti fossero ben noti alle agenzie di sicurezza ed intelligence inglesi, semplicemente autorizzati ad attuare gli attentati. È assai meno probabile che il governo di Teheran abbia radunato i terroristi, impegnato da anni a combatterli alle frontiere e in Siria nella feroce guerra da sei anni alimentata con armi, soldi e combattenti da statunitensi, europei e arabi del Golfo.

Le violenze a Teheran sono l’obiettivo dichiarato dei politici statunitensi
I recenti attentati a Teheran sono la manifestazione letterale della politica estera statunitense. La creazione di una forza di ascari per combattere l’Iran e creare un santuario fuori dall’Iran sono una politica statunitense da tempo dichiarata. L’attuale caos che consuma Siria e Iraq, e in misura minore la Turchia sudorientale, è il risultato diretto degli Stati Uniti che tentano di assicurarsi una base operativa per lanciare una guerra per procura direttamente contro l’Iran. Nel documento del 2009 della Brookings Institution intitolato “Quale percorso per la Persia? Opzioni per una nuova strategia americana verso l’Iran”, l’uso dell’organizzazione terroristica Mujahedin-e Khalq (MEK) per far esplodere l’insurrezione armata come avvenuto in Siria, veniva discusso in dettaglio. La relazione dichiarava espressamente: “Gli Stati Uniti potrebbero anche tentare di promuovere gruppi esteri d’opposizione iraniani fornendogli il sostegno per passare all’insurrezione piena e persino sconfiggere militarmente le forze del regime clericale. Gli Stati Uniti potrebbero collaborare con gruppi come il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (NCRI) e la sua ala militare Mujahedin-e Khalq (MeK), aiutandone migliaia che, sotto il regime di Sadam Husayn, furono armati e condussero operazioni di guerriglia e terroristiche contro il regime clericale. Anche se il NCRI è oggi disarmato, potrebbe esserlo rapidamente”. I politici della Brookings ammettono nel rapporto che il MEK è responsabile dell’omicidio di militari statunitensi e iraniani, politici e civili con un chiaro terrorismo. Nonostante ciò e l’ammissione che il MEK sia indiscutibilmente un’organizzazione terroristica, si raccomandava di toglierla dal registro delle Organizzazioni Terroristiche Estere del dipartimento di Stato degli USA affinché possa essere ancor più aiutata nel cambio di regime armato. Sulla base di tali raccomandazioni e di un lobbismo intenso, il dipartimento di Stato degli USA tolse finalmente il MEK nel 2012 e il gruppo ebbe un aperto sostegno significativo dagli Stati Uniti, come il supporto di molti membri della squadra elettorale del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, tra cui Rudy Giuliani, Newt Gingrich e John Bolton. Tuttavia, nonostante tali sforzi, il MEK non è riuscita nell’obiettivo d’istigare l’insurrezione contro Teheran, richiedendo l’uso di altri gruppi armati. Il documento della Brookings del 2009 menzionava altri candidati nella sezione intitolata “potenziali ascari etnici”, identificando gruppi arabi e curdi come possibili candidati per una guerra per procura statunitense contro Teheran. Nella sezione intitolata “Trovare una via e un santuario sicuri”, la Brookings osserva: “Di uguale importanza (e potenziale difficoltà) è trovare un Paese vicino disposto a servire da canale degli aiuti statunitensi al gruppo insorto, nonché un santuario in cui il gruppo possa addestrarsi, pianificare, organizzare, risollevarsi e rifornire”. Nella guerra per procura statunitense contro la Siria, Turchia e Giordania hanno tale ruolo. Per l’Iran è chiaro che gli sforzi statunitensi dovrebbero concentrarsi sulla creazione di via e santuari dal Baluchistan sud-occidentale in Pakistan e dalle regioni curde di Iraq settentrionale, Siria orientale e Turchia sudorientale, proprio dove gli sconvolgimenti attuali sono alimentati dagli Stati Uniti sia apertamente che di nascosto. La Brookings rilevava nel 2009 che: “Sarebbe difficile trovare o costruire un’insurrezione dall’alta probabilità di successo. I candidati esistenti sono deboli e divisi, e il regime iraniano è molto forte rispetto ai potenziali oppositori interni ed esteri”. Un gruppo non citato da Brookings nel 2009, ma che esiste nella stessa regione e che gli Stati Uniti cercano di rifornire e dare un santuario per la guerra per procura contro l’Iran, è lo Stato islamico. Nonostante le affermazioni che sia un’organizzazione terroristica indipendente e alimentata da vendite di petrolio, riscatti e imposte locali, per capacità di combattimento, reti logistiche e portata operativa dimostra un’ampia sponsorizzazione da Stati.

L’ascaro finale, il canale perfetto e il santuario
Lo Stato islamico che arriva in Iran, Russia meridionale e anche Cina occidentale non è solo possibile, ma inevitabile nella progressione logica della politica statunitense, come affermato dalla Brookings nel 2009 e chiaramente attuato da allora. Lo Stato islamico è l”ascaro’ perfetto, occupando il canale ideale e il santuario sicuro per l’esecuzione della guerra per procura degli USA contro l’Iran e altrove, circondandolo con uno Stato islamico sostenuto dalle basi militari statunitensi, anche quelle illegali nella Siria orientale. Se gli Stati Uniti saranno in guerra con l’Iran nel prossimo futuro, probabilmente queste risorse “per coincidenza” si coordineranno contro Teheran proprio come ora contro Damasco. L’uso del terrorismo, degli estremisti e degli ascari per conto della politica estera statunitense, come gli estremisti indottrinati di Stato islamico e al-Qaida, fu dimostrato negli anni ’80 quando gli Stati Uniti con l’aiuto di Arabia Saudita e Pakistan usarono al-Qaida contro le forze sovietiche in Afghanistan. Tale esempio è menzionato esplicitamente dai politici della Brookings come modello per la nuova guerra per procura contro l’Iran. Per gli Stati Uniti non c’è migliore sostituto di al-Qaida che il successore Stato islamico. I politici statunitensi hanno dimostrato la volontà di utilizzare le organizzazioni terroristiche per vincere le guerra per procura contro gli Stati-nazione presi di mira, come in Afghanistan, chiaramente organizzato dal gioco geopolitico sull’Iran per facilitare l’agenda del 2009. Con i terroristi che uccidono a Teheran, è semplice verificare come tale ordine del giorno avanzi. Il coinvolgimento dell’Iran nel conflitto siriano dimostra che Teheran è ben consapevole di tale cospirazione e se ne difende attivamente sia all’interno che all’estero. La Russia è altresì un obiettivo della guerra per procura in Siria ed è altresì coinvolta nella soluzione per impedirle di dilagare. Il piccolo ma espansivo ruolo della Cina nel conflitto è legato direttamente all’inevitabilità dell’instabilità che si estende alla provincia occidentale del Xianjiang.
Mentre il terrorismo in Europa, incluso l’ultimo attentato a Londra, viene spacciato come prova di come l’occidente sia “anche” nel mirino dello Stato islamico, le prove suggeriscono altrimenti. Gli attentati sono probabilmente un esercizio per creare la negazione plausibile. In realtà, lo Stato islamico, come al-Qaida, dipende dalla grande sponsorizzazione di diversi Stati; Stati Uniti, Europa e alleati regionali del Golfo Persico. Peraltro una sponsorizzazione che possono, in qualsiasi momento di loro scelta, denunciare e chiudere, semplicemente scegliendo di non cercare l’egemonia regionale e globale. Il documento della Brookings del 2009 è una confessione aperta della propensione dell’occidente all’uso del terrorismo come strumento geopolitico. Mentre le testate dell’occidente insistono su come Iran, Russia e Cina compromettano la stabilità globale, è chiaro che esso lo crea perseguendo l’egemonia globale.

Maryam Rajavi, capo dei Mojahedin e-Khalq, ricatterebbe i suoi amici Rudi Giuliani, John Bolton e Newt Gingrich.

Tony Cartalucci, ricercatore e autore geopolitico a Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora