Prima e dopo Qirquq: l’Iraq non sarà diviso

Elijah Magnier, al-RaiIl piano per dividere l’Iraq è stato affrontato con la decisione del Primo ministro iracheno Haydar Abadi d’inviare l’esercito e le forze di sicurezza a recuperare tutti i territori iracheni controllati dai curdi di Masud Barzani. Il capo curdo cavalcava la divisione irachena (difatti, su un cavallo zoppo) per creare uno Stato curdo nel settentrione del Paese. Dopo il fallimento del piano di Barzani d’approfittare della lotta contro lo SIIL e dichiarare il suo “Stato”, ogni Paese del Medio Oriente l’abbandona perché alcuno ama essere associato al fallimento. Barzani aveva inviato suoi emissari (ne ho incontrati personalmente alcuni) in tutto il mondo, tornando con risultati apparentemente promettenti: “oltre 80 Paesi hanno promesso di riconoscere il nuovo Stato del Kurdistan“. Queste promesse si sono rivelate false (“nessun amico se non le montagne”), altre alleanze politiche (esistenti) si sono rivelate più forti e Barzani è rimasto solo con le sue promesse vuote e i suoi consigli infidi. I Paesi nella regione, Francia, Arabia Saudita ed Emirati per cominciare, ora instaurano un rapporto chiaro e inequivocabile col governo di Baghdad. Abadi, dopo l’autorizzazione del parlamento, ha usato il pugno di ferro per frantumare il piano di divisione, non solo dell’Iraq ma dell’intera regione, che doveva essere scatenato dai curdi in Iraq e in Siria attraverso il tentato cambio di regime nel Levante. In meno di 48 ore le forze irachene, con tutti i loro servizi (esercito, unità di mobilitazione popolare, antiterrorismo e polizia federale), imponevano il controllo su Qirquq, Qanaqin (Diyala), Bashiqa, Maqmur (Niniwa) fino ai confini con la Siria. Tutti i territori posti sotto il controllo di Baghdad dall’amministratore statunitense di Paul Bremer nel 2003-2004 (coi limiti sul Kurdistan) sono stati recuperati. Abadi ha costretto i pishmirga a tornare nelle aree che controllavano nel 2003, dopo aver approfittato dell’occupazione dello Stato islamico (SIIL) di grandi territori nel nord dell’Iraq nel 2014. Più importante, il governo di Baghdad inizia il recupero del territorio (dopo il referendum del Kurdistan) della provincia di Qirquq, che produce oltre il 65% del petrolio dell’Iraq settentrionale (circa 500000 bpd), circa il 40% della produzione totale nazionale di petrolio. Qirquq comprende i campi petroliferi di Tuqi, Pishqabir, Atrush, Shayqan, TaqTaq, Qurmala, Bab Jambur, Bab Hasan: tutti recuperati e ora sotto il controllo del governo centrale di Baghdad. Così, liberando Qirquq (e i suoi campi petroliferi), Abadi fermava l’ascesa dello “Stato del Kurdistan”, che non può esistere con il rimanente petrolio e il sostanziale sostegno finanziario di Baghdad per pagare gli stipendi dell’esercito (pishmirga) e dei funzionari, e questo fin quando Irbil consegnerà la produzione totale di petrolio, in cambio del 17% delle entrate dovute al Kurdistan. Masud Barzani dovrà ritirarsi dalla scena politica perché non sarà disposto a chiedere il ritorno del vecchio rapporto col governo di Baghdad e ad obbedire al Primo ministro, sarebbe troppo umiliante.
Bafil Talabani, figlio dell’ex-presidente iracheno Jalal Talabani, dichiarava che l’esercito curdo nelle regioni orientali di Qanaqin-Sulaymaniyah è sotto il comando del comandante in capo delle Forze Armate, Primo ministro Haydar al-Abadi, distanziandosi così da Irbil, isolando ulteriormente il capo curdo Masud Barzani: in realtà il grande perdente oggi in Iraq. La prima ad abbandonare Barzani è stata la Turchia che annunciava la chiusura del confine (dopo giorni di esitazione in attesa dei risultati concreti del rifiuto di Masud di attenersi alla costituzione e alle direttive di Baghdad) col Kurdistan, e consegnava il valico di frontiera principale tra i due Paesi al governo centrale di Baghdad e alle sue forze. Il re dell’Arabia Saudita Salman subito contattava direttamente, offrendo le sue congratulazioni, Abadi e condannava la ribellione di Barzani. Con il crollo del piano di Barzani, gli Stati Uniti avevano ancor meno speranze di spingere i curdi siriani verso l’indipendenza da Damasco. Baghdad ha ripreso il controllo dei valichi tra Iraq e Siria di Sinjar-Rabiyah. Due ulteriori valichi non sono controllati da Baghdad: Tanaf, temporaneamente sotto il controllo statunitense, e Qaim, occupato dallo SIIL. Ciò significa che alcun sostegno, uscita od ingresso è legalmente disponibile ai curdi siriani. La nuova situazione bloccherà lo spazio aereo su al-Hasaqa, circondata dalla Turchia ad ovest, dalle forze di Damasco a sud e dalle forze irachene ad est. L’accordo di Sykes-Picot, che divise il Levante dopo la Prima guerra mondiale, è stato ripreso dopo che analisti e diplomatici pretesero la ridefinizione dei confini del Medio Oriente, in particolare Iraq e Siria, creando i nuovi Stati chiamati Kurdistan (Iraq e Siria), Sunnistan (dai sunniti di Anbar in Iraq, e Idlib in Siria) e Sciistan nel sud dell’Iraq. La Turchia ha cominciato a rivedere la politica verso l’Iraq e cercherà certamente di trovare un terreno comune con Baghdad affinché ritiri le proprie truppe da Bashiqa e altre aree, ora che Abadi ha mostrato i denti contro la decisione di Irbil e disponibilità a combattere contro chi vuole dividere l’Iraq (e senza badare ai costi). L’attraente rapporto commerciale, al centro dell’attenzione del presidente Recep Tayyip Erdogan, prevarrà e incoraggerà Iraq e Turchia a ristabilire relazioni di buon vicinato (le relazioni turco-siriane certamente seguiranno dopo la fine della guerra in Siria). Gli Stati Uniti saranno costretti a riconsiderare la loro presenza nel nord-est della Siria, perché diventata inutile. Le forze statunitensi sono stanziate ad al-Tanaf senza alcuna finalità strategica e ad Hasaqa/Raqqah coi curdi, mentre lo SIIL è stato sconfitto nella propria capitale. Infatti, è probabilmente più facile per i propri agenti, i curdi siriani, lasciare in tempo tale alleanza, prima che gli stessi Stati Uniti li abbandonino. Gli interessi curdi non sono a Washington ma a Damasco, pronta a ristabilire un dialogo costruttivo se smettono di farsi sedurre dai temporanei interessi statunitensi nel Levante. Infine, Haydar al-Abadi si è dato la forza politica che aveva perso negli ultimi anni. Sì, l’Iran ha svolto un ruolo chiave avvertendo Masud Barzani, il giorno prima dell’inizio dell’operazione irachena per recuperare tutti i territori dai pishmerga: il comandante della Guardia rivoluzionaria iraniana Qasim Sulaymani avvisò Barzani della gravità della situazione (invano). Ha spinto l’alleato Talabani ad abbandonare Barzani e a sostenere Abadi contrastando i “piani di divisione” del Kurdistan. Ma la decisione di agire era di Abadi, rendendo un servizio enorme alla Siria e al suo Paese. Abadi si è assicurato la preminenza nell’arena politica irachena e per le prossime elezioni un secondo mandato da primo ministro. Sarà assai difficile fargli concorrenza, avendo distrutto lo SIIL, ma soprattutto essendo l'”eroe” che ha sventato il più peggiore pericolo: la divisione dell’Iraq… e della Siria.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Indipendenza curda, Exxon Mobil e Grande Israele

Dean Henderson,  20/17/2017Ieri, quando le forze irachene presero la città di Qirquq e le sue installazioni petrolifere ai ribelli pishmirga curdi, i cittadini della città strategica del nord dell’Iraq uscivano per dimostrare giubilo. Il 25 settembre, dopo settimane di propaganda pro-curda nei media occidentali, Masud Barzani, presidente autodichiarato del governo regionale del Kurdistan, votava il referendum per la creazione del Kurdistan indipendente nella regione petrolifera. Non sorprese che il risultato fosse una valanga, il 93% dei curdi votava per l’indipendenza dal governo di Baghdad. Iraq, Iran, Turchia e Russia erano fortemente contrari al referendum. Anche l’amministrazione Trump richiamò la sua opposizione, anche se l’ex-CEO di Exxon Mobil, Rex Tillerson, ora segretario di Stato, sapeva che si trattava di un paravento. I curdi, pur essendo stati ritratti per decenni come perseguitati e sconfitti, sono in realtà assai meglio trattati della popolazione araba irachena. Parte importante della ragione di ciò è che i curdi di destra si sono dimostrato affidabili partner di CIA e Mossad nel destabilizzare la regione per conto di Big Oil. Il padre di Barzani, Mustafa, aveva guidato il Partito democratico curdo (KDP) nelle lotte contro vari governi iracheni progressisti. Un colpo di Stato iracheno del 1958 depose il fantoccio degli USA Nuri al-Said e diede origine a una serie di leader nazionalisti partendo da Abdalqarim Qasim.
Alla fine degli anni Sessanta, lo Shah dell’Iran cominciò ad armare i ribelli del KDP di Barzani per conto di Stati Uniti ed Israele. L’Iraq fece pace coi curdi nel 1970, ma nel 1972 Henry Kissinger e John Connelly si rivolsero a Teheran per arruolare lo Shah nella distruzione della tregua. Il colonnello Richard Kennedy, aiutante di Kissinger, incontrò il figlio di Mustafa Barzani, Masud, per consegnargli 16 milioni di dollari di aiuti militari della CIA. Nel 1972, l’Iraq aveva truppe in Siria. Armando i curdi, gli Stati Uniti poterono aprire un secondo fronte nella guerra segreta contro il governo di sinistra di al-Baqr, a Baghdad, che aveva chiesto l’unità araba come soluzione per un prezzo equo nella vendita del petrolio ai Quattro Cavalieri (Exxon Mobil, Royal Dutch Shell, Chevron Texaco e BP Amoco). Il presidente libico Muammar Gheddafi e il presidente egiziano Gamal Abdel Nasir avevano fatto dichiarazioni simili e furono obiettivo delle operazioni della CIA.
Il 3 ottobre 2017, il rivale curdo di Barzani, Jalal Talabani, moriva a Berlino. Talabani aveva fondato l’Unione patriottica del Kurdistan (PUK), alternativa progressiva al KDP reazionario di Barzani. Fu presidente dell’Iraq nel 2005-2014, sottolineando l’unità tra curdi ed arabi. Con Talabani moriva una voce della ragione, illustrando al meglio la tempistica della sua morte misteriosa. Il vero problema nel nord dell’Iraq è duplice: petrolio e acqua. Tillerson supervisionò i negoziati tra la sua società Exxon Mobil e il primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi sui ricchi campi petroliferi di Qirquq. Quando Maliqi, che gli Stati Uniti avevano insediato dopo l’invasione e l’occupazione dell’Iraq, si rifiutò di svolgere il ruolo di fantoccio che pensavano fungesse, trasferendo il campo petrolifero di Qirquq alla Exxon Mobil e quello di Rumalah alla BP, lo SIIL lanciò l’offensiva sull’Iraq settentrionale e gli Stati Uniti insistettero affinché Maliqi si dimettesse. Il 14 agosto 2014 annunciò le dimissioni. Ma invece di ottenere un nuovo burattino che sottraesse i campi petroliferi a Baghdad, ebbero il primo ministro Haydar al-Abadi. Il ricco Abadi era tornato dall’esilio a Londra, proprio come Maliqi dopo l’invasione dell’Iraq, ma si disilluse su come l’insider della Kissinger Associates Paul Bremer gestiva l’Autorità provvisoria della coalizione (dal non così sottile acronimo CPA). Nel 2010 fu uno dei tanti politici iracheni a sostenere una causa contro i mercenari della Blackwater, che commisero molti crimini in Iraq. Sottolineò l’unità tra tutti gli iracheni, equilibrando l’aumento dell’influenza sciita, che segna l’Iraq post-invasione, nominando il prominente leader sunnita Qalid al-Ubaydi a ministro della Difesa e mediando un accordo col KDP di Barzani per dare ai curdi la metà delle entrate del petrolio di Qirquq. Ma l’unità non è ciò che Exxon Mobil o Israele vogliono in Iraq. Israele ambisce alle risorse idriche del Kurdistan iracheno del nord e prevede il giorno in cui la regione sia parte del Grande Israele, garantendogli petrolio e acqua.
Abadi fu sempre più critico sul sostegno tacito dell’amministrazione Obama allo ISIS e sull’addestramento e armamento dei pishmirga curdi di Barzani da parte di Stati Uniti e Israele. A causa di ciò, l’Iraq allacciò stretti legami con Russia e Iran. Con lo SIIL quasi sconfitto in Siria e Iraq con le forze di Russia, Iran ed Hezbollah, i tizi della CIA/Mossad pensano di poter contare sui loro combattenti curdi, ben armati e addestrati, per continuare a rubare il petrolio di Qirquq per conto dei Quattro cavalieri, una funzione che lo SIIL aveva svolto così bene? Con gli appelli del governo iracheno che accusano di corruzione Masud Barzani e molti cittadini che manifestavano ieri per le strade di Qirquq, felici per l’arrivo delle forze armate irachene che liberavano la loro città, gli ignoranti che guidano questi due letamai devono nuovamente grattarsi le teste pelate.

Curdi in fuga da Qirquq verso Irbil

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Siria tra la morte del Generale Zahradin e la resa del PKK

Alessandro Lattanzio, 19/10/2017Il Maggior-Generale dell’Esercito arabo siriano, Isam Zahradin, cadeva nella provincia di Dayr al-Zur dopo che la sua auto era esplosa su una mina posta dai terroristi del SIIL, ad Huayjah al-Saqr. Il Generale Zahradin era il comandante della 104.ma Brigata aeroportata della Guardia repubblicana che aveva inflitto diverse sconfitte ai terroristi del SIIL mentre assediavano Dayr al-Zur. Cadeva assieme al Generale anche il Capitano Muhamad Aqram Qadr.
L’Esercito arabo siriano inviava nella provincia di Dayr al-Zur due Brigate delle Forze speciali, provenienti dalle regioni orientali della provincia di Hama, per condurre un’operazione sulla riva orientale dell’Eufrate, a sud di al-Busayrah. Nel frattempo, le unità dell’Esercito arabo siriano liberavano i quartieri Sahra al-Busaid, Tahtuh, al-Umal, Harabish, Huayjah al-Qata, Islah al-Husayniyah, la cartiera e il villaggio al-Juninah, ad ovest di Dayr al-Zur, mentre ad est liberavano al-Abad e al-Ziban, mentre consolidavano il controllo su al-Bumar, Muhasan, al-Bulayl, al-Salu, al-Zabari, Buqrus Fuqani, Buqrus Tahtani e Mayadin. L’Esercito arabo siriano aveva distrutto 14 tecniche, 3 carri armati e 2 blindati dello SIIL, e catturato un’enorme quantità di armi appartenenti al gruppo terroristico, tra cui mitragliatrici pesanti, autobombe, blindati, artiglieria semovente, droni e diversi tipi di munizioni. I velivoli russi avevano effettuato, nell’arco di una settimana, 83 sortite contro 174 obiettivi del SIIL, tra cui centri di comando e basi logistiche presso Dayr al-Zur, città ora liberata per il 90%.

Il Capo di Stato Maggiore Generale dell’Esercito arabo siriano, Generale Ali Abdullah Ayub, nella conferenza stampa tenutasi con la controparte iraniana, Generale Mohammad Hosein Bagheri, a Damasco, dichiarava, “Le esperienze militari accumulate avranno un ruolo chiave nell’eliminazione del terrorismo e siamo sicuri che il ruolo dell’Asse della Resistenza sarà molto più forte e la sua capacità di affrontare diverse sfide ancor più grande“. “Siamo qui a Damasco per migliorare la cooperazione e il coordinamento in caso di aggressione, sia da parte sionista e che dai terroristi“, dichiarava a sua volta il Maggior-Generale Bagheri. “Abbiamo discusso le modalità per rafforzare i rapporti e stabilire linee più ampie per la futura cooperazione“, aggiungeva. Inoltre, il Generale Ayub dichiarava che “Gli Stati Uniti ostacolano l’avanzata dell’Esercito arabo siriano nelle operazioni contro i gruppi terroristici. Gli Stati Uniti ricorrono a terroristi e mercenari per attaccare l’Esercito arabo siriano“. Infine, il capo della sicurezza siriana Ali Mamluq, il Viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov e il leader del PKK Murat Karayilan s’incontravano il 19 ottobre nella città siriana di Qamishli, per discutere del futuro delle YPG, delle basi statunitensi situate nelle aree occupate dalle YPG, e della soluzione politica della questione curda in Siria. Le YPG, in tale quadro, cedevano il controllo della compagnia petrolifera Conoco alle forze russe, nella provincia di Dayr al-Zur. Un consigliere ceceno era presente all’incontro, per discutere dell’estradizione dei terroristi ceceni dalla Siria.
Il 19 ottobre, l’Esercito arabo siriano respingeva un pesante attacco dello SIIL su Huayjah al-Saqr, infliggendo gravi perdite ai terroristi. I terroristi dello SIIL si ritiravano da 3 villaggi presso Dayr al-Zur: Muhaymidah, Safirah e Hasan, dopo aver concluso un accordo con le SDF. In precedenza numerosi terroristi dello SIIL furono trasferiti dal campo petrolifero al-Umar, a nord-est di Dayr al-Zur, ad al-Mayadin, allo scopo di rallentare l’avanzata dell’Esercito arabo siriano in accordo con gli Stati Uniti e le SDF, mentre ad altri terroristi dello SIIL veniva permesso, da SDF e forze speciali degli USA, lasciare al-Husayniyah e al-Salahiyah per il campo petrolifero al-Umar. Le forze della coalizione statunitense avevano falsamente riferito che i terroristi dello SIIL erano stati trasferiti presso la prigione di al-Tabaqa, a Raqqa, e ad Ayn al-Arab (Kobani).Il simbolo della Resistenza di Dayr al-Zur è stato ucciso“, affermava una dichiarazione dell’Esercito arabo siriano. Isam Zahradin era caduto mercoledì 18 ottobre durante un’operazione speciale sull’isola di Saqr (Huayjah al-Saqr) nella provincia di Dayr al-Zur. Zahradin aveva partecipato a più di 80 operazioni della Guardia repubblicana siriana contro i terroristi taqfiri. L’ultima missione si era svolta a Dayr al-Zur. “Il Maggior-Generale Isam Zahradin, responsabile della difesa di Dayr al-Zur, è saltato su una mina ed è morto per le ferite sull’Isola Saqr. Zahradin era stato a capo delle difese di Dayr al-Zor per circa quattro anni“. Il 5 settembre le forze siriane spezzarono l’assedio di Dayr al-Zur entrando dalla zona settentrionale della città. Quattro giorni dopo, le unità siriane comandate dai Generali Isam Zahradin e Souhayl al-Hasan (il Tigre), riconquistavano il controllo dell’aeroporto militare di Dayr al-Zur. Alla fine del 2013, il comandante Zahradin fu inviato a Dayr al-Zur, fu convocato a Damasco nel giugno 2015 per essere inviato ad Hasaqah, sottoposta all’assalto dello SIIL. Nel gennaio 2017, dopo essere tornato a Dayr al-Zur, Isam Zahradin era nuovamente a capo delle difese della città, respingendo un nuovo assalto dello SIIL.

Il reporter Husayn Murtada con il Generale Isam Zahradin

Amico della Resistenza
Il generale siriano ebbe stretti legami coi combattenti di Hezbollah e i quadri della Resistenza dispiegati nella Siria orientale. Per lui, la fine dello SIIL in Siria era collegata all’inizio di una guerra più grande, per la liberazione del Golan. Essendo druso, la liberazione del Golan occupato non poteva lasciarlo indifferente. Il suo nome era nell’elenco del Mossad delle “persone da uccidere”.Fonte: PressTV

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sankara è ancora vivo?

Decrypt 15 ottobre 2017Se uccidi oggi un Sankara, domani avrai a che fare con mille Sankara”. Trent’anni dopo l’assassinio, il 15 ottobre 1987, al Consiglio dell’intesa, è chiaro che l’ex-presidente del Burkina Faso avesse ragione. Il 30 e 31 ottobre 2014, migliaia di giovani scesero in piazza gridando forte e chiaro l’appartenenza alla generazione di Sankara. Ma se, come lo slogan cittadino risuona ad ogni marcia, “Il nostro numero è forza”, a livello politico non è del tutto corretto. Le politiche basate sui suoi ideali, o che almeno sostengono di essere “sankariste”, sono infatti affette da una malattia apparentemente incurabile. Dall’istituzione del sistema multipartitico nel 1991, i dieci partiti sankaristi che cercano di entrare nella scena politica del Burkina Faso sono sempre più divisi, con una nuova divisione che nasce ad ogni tentativo di ravvicinamento. Dopo l’insurrezione del 2014 che scacciò il presidente Blaise Compaoré dopo ventisette anni di potere, un via gli si aprì comunque. I numerosi giovani scesi in piazza doveva essere la loro forza elettorale per le presidenziali e legislative di fine 2015. Ma l’alternanza passò sotto i loro nasi. In Burkina Faso è sempre questione di mentalità: il numero due della rivoluzione ordinò l’assassinio del numero uno? Quattro giorni dopo l’assassinio, Blaise Compaoré, il cui colpo di Stato lo mise alla testa di un “Fronte popolare”, giustificò il crimine assicurando che fu commesso contro la sua volontà: “Informati in tempo, i rivoluzionari sinceri si ribellarono sconfiggendo la trama in 20 ore ed evitando così una tragedia sanguinosa, un bagaglio di sangue inutile“. Per il fronte popolare, questa operazione dalla “fine inaspettata e improvvisa”, che doveva portare al semplice arresto di Thomas Sankara, era necessaria per salvare la rivoluzione. Secondo loro, “Thom Sank” preparava l’assassinio di Compaore nella riunione prevista lo stesso 15 ottobre alle 8 di sera. Una versione ritenuta inaffidabile dai parenti di Thomas Sankara. “Era così convinto della sua amicizia con Blaise …Non potevamo toglierglielo dalla testa. Il padre di Thomas disse che aveva due figli: Blaise e Thomas, dice Alouna Traoré. I suoi parenti gli dissero che un complotto contro di lui era pronto. Le sue guardie del corpo gli dissero: “Questo gentiluomo, ci brucerà tutti”. Rispose che Blaise non l’avrebbe mai fatto”. Più volte, i suoi collaboratori gli proposero di occuparsi del caso Compaoré. “La mia posizione era non attaccare Blaise, mai sparare per primi, non la condividono. (…) Ma in realtà preparo una risposta istituzionale, non un massacro“, disse pochi giorni prima della morte all’amico Youssouf Diawara, come quest’ultimo racconta nel suo libro “Intervista a Thomas Sankara”. Riorganizzazione e unificazione piuttosto che prendere le armi, Sankara ci credeva. Negli ultimi mesi si ritirò dall’amministrazione del potere per preparare la “risposta istituzionale”. Contava su Compaoré per l’amministrazione, proponendolo primo ministro, ma quest’ultimo rifiutò. Nel 1987, la rivoluzione vacillò. A Ouagadougou, volantini sordidi contro Compaoré e Sankara furono distribuiti alla teppa per mettere l’uno contro l’altro. A tale guerra dei volantini si aggiunse la frattura tra le organizzazioni aderenti al CNR. Da un lato, i sostenitori dell’apertura e dell’unione delle organizzazioni, con Sankara alla testa. Dall’altro gli avversari, sostenitori della “rettifica”, allineati dietro Compaoré. “Tutto questo, per parata. Fu il desiderio di soddisfare ambizioni individuali che uccise Sankara, non una linea politica”, denuncia Basil Guissou, tre volte ministro sotto la rivoluzione. La spiegazione di tale assassinio è chiara: la torta. Più volte disse Sankara al consiglio dei ministri: “Ci sono alcuni che vogliono mangiare, glielo impedisco. Se volete mangiare, dovete prima passare sul mio cadavere. Abbiamo preso il potere per servire il popolo, non per servircene“.
Con la sua leggendaria incorruttibilità, Sankara disturbava i rivoluzionari di circostanza. Ai capi impose austerità e l’esemplarità. Al popolo chiese partecipazione, fisica nelle opere e pecuniaria per finanziarle. Il radicalismo di Sankara affascinava quanto irritava. Così, nell’agosto 1987, riconobbe “la necessità di fermare” la rivoluzione, di “convincere e non imporre”, come racconta il biografo Bruno Jaffré nella nuova raccolta dei discorsi, “Thomas Sankara, Libertà contro Destino”. “Preferiamo un passo col popolo che dieci passi senza“, affermò Sankara. La “rettifica” della rivoluzione che, secondo i suoi parenti fu usata come pretesto da Compaoré per giustificare l’opposizione politica di facciata, dietro cui c’erano ambizioni personali motivate dall’irresistibile desiderio di avere il potere. A Youssouf Diawara, Thomas Sankara disse: “Non credo in una soluzione politica con Blaise. Vuole il potere, vuole essere il primo, da sempre“. Lui o il suo entourage? Per alcuni, la svolta di Compaoré contro il fratello in armi va ricercata nella consorte ivoriana. Nel 1985, Blaise sposò Chantal Terrasson de Fougeres, ivoriana vicina a Félix Houphouët-Boigny, allora presidente della Costa d’Avorio, famoso per la vicinanza alla Francia e l’anticomunismo. L’agitazione rivoluzionaria del capitano infastidiva il capo dello Stato, che si descriveva come un “coccodrillo che si nutre di capitani“. “Houphouet non poteva dormire a causa del regime rivoluzionario del vicino, portando idee cattive ai giovani ivoriani“, afferma Fidèle Toé, amico d’infanzia ed ex-ministro del Servizio pubblico di Sankara. Costoro cercavano il collegamento per infiltrarsi nel CNR. Fu Blaise, e cosa meglio di un matrimonio per siglare un’alleanza ad vitam aeternam? Sankara, persuaso che “l’imperialismo sarà sepolto a Ouagadougou“, disturbava all’estero. Durante la visita a Ouagadougou nel novembre 1986, il presidente Francois Mitterrand affermò di “ammirarne le qualità, grandi, ma esagerò, a mio parere, quando andò oltre al dovuto“. Costa d’Avorio e Francia avevano interesse a vederne la caduta. Che ruolo ebbero? Fantasia per certuni, realtà inafferrabile per altri, la questione rimane sospesa. Nel 1987, Sankara capi che la fine vicina era inevitabile. “Mi sento come un ciclista su un crinale e che non può smettere di pedalare, altrimenti cade“, disse. “È l’idealismo che lo rovinò“, dice Alouna Traoré. “Alcuni dissero che era un sognatore, che non aveva i piedi per terra”. Idea condivisa da Fidèle Toé: “Thomas disse di Blaise: “Dormiamo sulla stessa stuoia ma non abbiamo gli stessi sogni”.” Il suo, e quello di milioni di burkinabé, si concluse giovedì 15 ottobre 1987, alle 16.30, al Consiglio d’intesa.

Sankara è ancora vivo?
Non un passo senza il popolo”: fu lo slogan elettorale di Bénéwendé Sankara (nessuna parentela), leader dell’Unione per la rinascita – Partito sankarista (UNIR-PS), il partito più sankarista. Una formula che sintetizza la famosa massima di “Thom Sank”: “Preferiamo un passo col popolo, che mille senza“. Il suo programma di “alternativa sankarista”, basato sull’azione rivoluzionaria di Thomas Sankara, fu già testato nelle elezioni presidenziali precedenti. Ma nel 2010, come nel 2015, l’avvocato non convinse raccogliendo solo il 4,9% e il 2,8% dei voti. Nel maggio 2015, al momento della Convenzione per il rinnovamento sankarista, nove parti tuttavia decisero di nominare Bénéwendé Sankara loro candidato. Ma mentre il ballottaggio si avvicinava, le candidature dei sankaristi si moltiplicarono. In discussione c’era il disaccordo sul posizionamento dei vari candidati nelle elezioni legislative. “I sankaristi hanno i difetti che si trovano nei partiti borghesi, come egoismo e follia“, riconosce Bénéwendé Sankara, che da allora è “passato ad altro” abbandonando ogni prospettiva di unione dei partiti sankaristi. Dalla doppia votazione del 2015, la famiglia sembra più disunita di prima. Il colpo di grazia, che portò all’UNIR-PS varie critiche, fu l’adesione alla maggioranza del Movimento Popolare per il Progresso (MPP). “È loro libertà esserne sconvolti, a condizione che non ne siano fulminati“, dice l’avvocato. “Questa è la politica”. Eppure nel 1999, era proprio la vicinanza col partito al potere, il Congresso per la Democrazia e il Progresso (CDP) di Blaise Compaoré, che denunciò. All’epoca, Sankara non aveva ancora un partito, ma era membro della neonata Convenzione dei partiti sankaristi che riuniva la maggior parte delle formazioni affiliate. Per aver “rifiutato di collaborare col regime di Compaore“, lui e i suoi parenti furono indotti ad andarsene. Nel 2000, il suo partito, l’UNIR, appena creato si scisse, dando vita ad una nuova formazione chiamata Convergenza della speranza. “Il problema dei sankaristi è che le loro ambizioni personali hanno la precedenza sulle idee“, dice Jonas Hien, presidente della Fondazione Thomas Sankara per l’Umanità. “Sankarista purosangue” che “non si è mai unito ad alcun partito sankarista“, Jonas Hien fu in diverse occasioni il mediatore che mise a tacere l’ego per unificare la grande famiglia intorno a idee concrete. Ma ogni volta fu una disillusione. L’ultimo tentativo, il più deludente, fu all’inizio del 2014. “Sapevamo che il regime di Compaore sarebbe caduto a breve. Fu il momento per i partiti sankaristi di dimenticare i rancori ed unirsi. Ma l’insurrezione ci precedette“, deplora. Oggi Jonas Hien è realistico: “I burkinabé sono stanchi. Poiché i sankaristi non si sono mai messi d’accordo, gli elettori non vedono come riusciranno a gestire la situazione se vanno al potere“. Per l’economista Ra-Sablga Seydou Ouedraogo, direttore dell’Istituto indipendente di ricerca Free Afrik, c’è un problema fondamentale: “Richiamarsi al più grande uomo nella storia del nostro Paese richiede contenuti. Dove sono? Questa è la domanda! C’è assenza di contenuti strategici rispetto agli ideali di Thomas Sankara. È paradossale: in Burkina Faso Sankara è ovunque, ma in nessun posto”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli Stati Uniti aumentano la pressione su Iran ed Hezbollah, senza risultati

Elijah J. Magnier, 14 ottobre 2017Gli Stati Uniti hanno aumentato le tensioni con l’Iran senza intraprendere alcuna iniziativa concreta per uscire dall’accordo nucleare. Il motivo per cui Trump si limiterà all’abuso verbale continuando a minacciare misure ostili contro Teheran, senza eseguirle, è fondamentalmente evitare una frattura tra Stati Uniti ed UE. L’accordo nucleare non è bilaterale, per cui il ritiro degli Stati Uniti non può teoricamente estinguerlo. Ciononostante, per l’Iran, probabilmente in questo caso l’accordo sarebbe totalmente nullo, con ciò che implica. Così gli Stati Uniti continuano la loro aggressiva campagna verbale contro l’Iran, confondendo gli europei che giustamente non riescono a prevedere quali decisioni questo presidente degli Stati Uniti possa adottare nel medio-lungo termine. Tuttavia, l’obiettivo non è solo l’Iran ma anche il principale alleato e braccio militare in Medio Oriente: Hezbollah libanese. Gli Stati Uniti hanno pubblicato le taglie di due aderenti al Consiglio militare di Hezbollah (la massima autorità militare dell’organizzazione), Haj Fuad Shuqr e Haj Talal Hamiyah, assegnando “12 milioni di dollari a chiunque possa dare informazioni” utili a processarli. La taglia mostra volutamente vecchie foto dei due uomini per evitare di rivelare le fonti d’intelligence che ne hanno fornito di più recenti. Resta la domanda: quale Paese ne trarrebbe vantaggio? L’Iran non è più interessato a ciò che Donald Trump farà dell’accordo nucleare. La leadership iraniana ha creato centinaia di società commerciali durante l’embargo, soprattutto in Oman, Dubai e Abu Dhabi, per contrastare oltre 30 anni di sanzioni ed embargo statunitensi. Inoltre, l’Iran impiega oro e petrolio in cambio di beni e tecnologia da molti anni accettando di acquistare a prezzi più elevati che sul mercato aperto. Oggi l’accordo nucleare ha aperto il mercato iraniano e l’ha collegato a quelli europei. L’Unione europea non è disposta a perderlo in questo momento, soprattutto con la crisi finanziaria che il vecchio continente vive dal 2008, solo perché Trump, presidente degli Stati Uniti (l’unico tra i firmatari) ritiene unilateralmente che “lo spirito dell’accordo nucleare sia stato violato”. Gli Stati Uniti vorrebbero vedere il programma missilistico iraniano finire assieme all’invio di armi ad Hezbollah: questo sarebbe favorito anche da Arabia Saudita e Israele. Tuttavia questi temi sono considerati da tutti i Paesi firmatari (incluso l’Iran ma con l’eccezione degli Stati Uniti) come non correlati ed esclusi dall’accordo nucleare. I funzionari sauditi hanno visitato recentemente Washington, offrendo assistenza finanziaria illimitata affinché gli Stati Uniti distruggano Hezbollah e limitino l’influenza dell’Iran nel Medio Oriente. Infatti, Hezbollah è considerato la rovina del gioco dei Paesi internazionali e regionali che sostennero il cambio di regime in Siria. Pertanto, molti vorrebbero vedere Hezbollah, braccio dell’Iran, eliminato completamente, perché così l’Iran diverrebbe un gigante senza braccia. Inoltre, durante la visita del re saudita a Mosca, la monarchia informò il Presidente Vladimir Putin che tutti i gruppi operanti in Siria, come “Stato islamico” (SIIL), al-Qaida e Hezbollah, sono considerati terroristi e dovrebbero essere eliminati. Putin, nonostante la generosa offerta finanziaria del re ad investire nei prodotti russi, era molto chiaro: qualsiasi Paese o gruppo che combatte in Siria su richiesta del governo legittimo non è un gruppo terroristico. Il “capo di Hezbollah” non era sul tavolo della capitale russa.
Per quanto riguarda le ricompense statunitensi, i leader di Hezbollah del primo, secondo e terzo ramo dell’organizzazione si muovono liberamente tra Beirut, Damasco, Teheran e Baghdad, in base alle esigenze della “guerra al terrore” in cui l’organizzazione partecipa contro “Stato islamico” (SIIL) e al-Qaida in Siria e in Iraq. Nessuna autorità, né libanese né statunitense, oserebbe arrestare uno dei leader di Hezbollah senza subire conseguenze dirette, che andrebbero dall’attacco ai loro soldati ad attaccare i loro interessi in Medio Oriente. Il rapimento (o cattura) va trattato in modo simile e respinto senza esitazione. L’ultimo “incidente” si verificò in Iraq quando Washington espresse il desiderio, quando Baghdad chiedeva alle forze statunitensi di uscire dall’Iraq sotto il presidente Barack Obama, di rapire negli USA il comandante di Hezbollah Ali Musa Daqduq. Hezbollah quindi inviò un messaggio chiaro all’amministrazione statunitense, attraverso i leader iracheni, che rapire Daqdouq avrebbe significato che ogni soldato e ufficiale statunitense in Medio Oriente, soprattutto in Iraq, sarebbero stato un ostaggio. Ciò spinse Washington a chiudere un occhio e lasciare gli iracheni decidere sul destino dell’ufficiale di Hezbollah che partecipò all’eliminazione di cinque soldati e ufficiali statunitensi in un’operazione impressionante a Qarbala. Nel gennaio 2007, Daqduq, insieme al gruppo della resistenza di Muqtada al-Sadr, Asaayb Ahl al-Haq, utilizzò le auto blindate di un ministro iracheno che gli stessi Stati Uniti gli avevano donato. Il fatto che Daqduq fosse a bordo facilitò l’ingresso del convoglio nell’edificio governativo senza sollevare i sospetti delle forze statunitensi all’interno. Hezbollah sa che molti soldati e ufficiali statunitensi viaggiano liberamente in Libano, operando principalmente con l’esercito libanese. Pertanto, l’organizzazione si assicura che gli Stati Uniti sappiano della sua capacità di rispondere e di non lasciare suoi uomini prigionieri senza una risposta. Hezbollah ritiene che i propri leader siano sicuri dal rapimento, ma non dai tentativi di assassinio. Così, “le taglie” degli Stati Uniti sui due comandanti di Hezbollah mirano ad accontentare gli alleati mediorientali (Israele e Arabia Saudita) dicendo che “siamo tutti sulla stessa barca contro la presenza e le capacità operative di Hezbollah”. Infatti, dimostra come Washington prenda seriamente misure politiche piuttosto che operative per limitare Hezbollah e Iran nel Medio Oriente. Entrambi considerati nemici degli Stati Uniti e dai loro stretti collaboratori israeliani e sauditi.
Tel Aviv, come Washington, si limita ad adottare una minacciosa retorica, parlando di “guerra imminente” contro Hezbollah, ma senza andare oltre od adottare passi bellicosi oltre al rullo dei tamburi. Nell’improbabile caso di guerra tra Israele e Hezbollah, non c’è dubbio che Israele abbia la capacità militare distruttiva di riportare il Libano all'”età della pietra”, come afferma. Tuttavia, è una situazione che i libanesi hanno già vissuto con la guerra civile nel 1975 e le due (1982 e 2006) guerre israeliane. In queste guerre Israele attaccò e distrusse le infrastrutture libanesi, uccidendo migliaia di civili e centinaia di militanti di Hezbollah. Tuttavia, non c’è dubbio anche che Hezbollah avrebbe inflitto ad Israele lo stesso scenario da “età della pietra”, con decine di migliaia di razzi e missili, anche ad alta precisione. La popolazione israeliana però non è abituata a un tale scenario: i missili di Hezbollah colpirebbero infrastrutture (ponti, centri di concentrazione, mercati, acqua, elettricità, impianti chimici e altro), porti, aeroporti, caserme e istituzioni militari e case civili. È vero che i capi politici e militari israeliani non sono ingenui e non scambiano mai la propria sicurezza col sostegno economico e finanziario (offerto dall’Arabia Saudita per distruggere Hezbollah), non importa quanto sia sostanziale. Israele non scambia un rapporto diplomatico pubblico con l’Arabia Saudita e la maggior parte dei Paesi del Golfo rinunciando alla propria sicurezza e al benessere del proprio popolo. I comandanti israeliani sanno bene dell’esperienza militare unica che Hezbollah ha sviluppato in Siria e Iraq e come utilizzi nuovi bunker sotterranei per i missili a lungo raggio al confine libanese-israeliano. Tuttavia, Israele e Stati Uniti possono effettuare attacchi militari e d’intelligence per colpire i leader di Hezbollah, come fecero in passato col Segretario generale Sayad Abas al-Musaui, con il vice di Sayad Hasan Nasrallah Imad Mughniyah e contro altri della leadership come Husayn al-Laqis, Samir Qantar, Jihad Mughniyah ecc. Il “conto” è ancora aperto tra Hezbollah e Israele. L’organizzazione libanese ha certamente tentato simili attacchi d’intelligence contro Israele. Tuttavia, diversi tentativi sono falliti a causa della cattiva pianificazione e della violazione per mano dell’intelligence statunitense e israeliana della sicurezza di Hezbollah, tramite un ufficiale dell’unità per le operazioni estere. Ma l’equilibrio del terrore tra Hezbollah e Israele rimane: Hezbollah è più a suo agio in Siria oggi e può dedicare più risorse alla lotta contro Israele ed alleati nella regione. Così, la pressione statunitense rimane nei limiti dell’incapacità di chiunque ad attuarla: non c’è Paese o entità che voglia affrontare un rivale come Hezbollah, addestrato nell’arte della guerra e della politica ed attore essenziale nel Medio Oriente e nelle arene internazionali.Traduzione di Alessandro Lattanzio