Trump, Israele ed Hezbollah

Wayne Madsen, SCF 08.08.2017Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, avido di due minuti di attenzione, ha dimostrato la totale ignoranza della situazione politica in Libano durante la visita alla Casa Bianca del primo ministro libanese Saad Hariri. Durante la conferenza stampa alla Casa Bianca, Trump osservava a un sorpreso Hariri e al pubblico televisivo libanese: “Il Libano è sul fronte della lotta contro SIIL, al-Qaida e Hezbollah”. Trump aveva ragione sul Libano che combatte Stato islamico e al-Qaida, ma con l’aiuto di Hezbollah, il movimento libanese sciita con cui il governo Hariri mantiene una fragile, ma matura intesa politica. Trump seguitava commentando: “Hezbollah è una minaccia allo Stato libanese, al popolo libanese e all’intera regione. Il gruppo continua ad aumentare l’arsenale e minaccia di avviare un altro conflitto con Israele, combattendo costantemente. Con il sostegno dell’Iran, l’organizzazione alimenta anche la catastrofe umanitaria in Siria. Hezbollah ama ritrarsi come difensore degli interessi libanesi, ma è molto chiaro che i suoi veri interessi sono quelli suoi e dello sponsor, l’Iran”. Dopo la riunione e la conferenza stampa con Trump, Hariri fu costretto a correggerlo per non affrontare la caduta del governo a Beirut. Hariri ha detto: “Combattiamo SIIL e al-Qaida. Hezbollah è al governo, fa parte del parlamento e abbiamo un’intesa”. Non c’è dubbio che Trump, influenzato dagli agenti israeliani come il genero Jared Kushner, non fu informato sul ruolo cruciale di Hezbollah nel sostenere il governo Hariri, volendo causare una crisi politica libanese. Fortunatamente, Hezbollah non è caduto nella trappola e nello scontro indotto dagli israeliani alla Casa Bianca. Ovviamente Kushner aveva informato Trump sulla necessità di attaccare Hezbollah. Subito dopo i commenti di Trump su Hezbollah, il consigliere per la sicurezza nazionale statunitense Tenente-Generale HR McMaster licenziava un membro indesiderato, Ezra Cohen-Watnick, residuo dall’ex-Tenente-Generale Michael Flynn al Consiglio di sicurezza nazionale. Dopo che Flynn fu licenziato da Trump nel febbraio 2017, McMaster tentò di cacciare Cohen-Watnick, che cercava di usare settori dell’Agenzia Centrale d’Intelligence e dell’Agenzia d’Intelligence della Difesa, dove aveva lavorato, per rovesciare il governo dell’Iran. La rete propagandistica israeliana negli Stati Uniti e all’estero iniziò a rilanciare il vecchio slogan dell'”antisemitsimo” per criticare McMaster e chiederne il licenziamento da Trump. Immediatamente, “voci” cominciarono a circolare alla Casa Bianca, provenienti dalla cerchia di Kushner, secondo cui Trump pensava di dimettere McMaster da consigliere della sicurezza nazionale e mandarlo a comandare le truppe statunitensi in Afghanistan, una mossa simile ad Adolf Hitler che inviava i generali tedeschi ribelli sul “fronte russo”. La banda di Kushner aveva anche suggerito che Trump sia stato ingannato sulla situazione in Libano da Hariri, accusato di collusione con Hezbollah, il presidente libanese Michel Aoun, alleato politico di Hezbollah, forze armate libanesi, il direttore della Direzione generale della sicurezza libanese Abas Ibrahim e le organizzazioni di lobbying libanesi a Washington DC, cercando di “vendere” un’“agenda pro-iraniana” in Libano e Siria. Solo i cabalisti esperti che compongono la lobby israeliana, dalla ricca tradizione di cospirazioni autentiche, potevano inventarsi tale complessa teoria della cospirazione fittizia per completare la loro retorica isterica sul Libano.
Con Cohen-Watnick fuori al Consiglio di Sicurezza Nazionale e il nuovo capo dello staff di Trump, l’ex-Generale dei Marines John Kelly, che cerca di limitare l’accesso di Kushner all’ufficio ovale e il suo coinvolgimento nelle decisioni politiche sul Medio Oriente, forse Trump potrà essere istruito sul documentato sostegno militare, logistico e d’intelligence d’Israele ai gruppi sunniti jihadisti in Siria che combattono contro i militari siriani e i volontari di Hezbollah e Iran. Tuttavia, Trump odia ascoltare consigli da chiunque ne sappia di più di lui sugli affari internazionali, ovvero chiunque possieda una laurea in scienze politiche o storia. La vicenda di Trump con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sulle sanzioni contro il Qatar, ideate ad Abu Dhabi piratando i computer della Qatar News Agency, ne è un esempio. L’intera vicenda sembra essere stata ideata da Kushner, irritato dopo che il Qatar respinse la sua richiesta di un investimento da 500 milioni di dollari per il suo centro direzionale al 666 Fifth Avenue di Manhattan, e dall’ambasciatore filo-israeliano e anti-Qatar degli EAU a Washington Yusif al-Utayba. Trump preferiva seguire i consigli di Kushner, dei sauditi e degli emiroti che quelli di McMaster e del segretario di Stato Rex Tillerson. Trump ovviamente agiva da vecchio playbook neocon incontrando Hariri. È vero, Hariri è da tempo considerato un politico sunnita filo-saudita, a Beirut. Ma Hariri è primo ministro grazie a un accordo di condivisione del potere negoziato accuratamente, che ha visto Aoun diventare presidente, Hariri primo ministro e Hezbollah sostenere l’accordo di unità nazionale. Mentre Trump non ha la minima cognizione seria della politica internazionale, lo stesso non è vero per agenti come Kushner ed alleati nella Casa Bianca. È probabile che tali elementi filo-israeliani cercassero una crisi politica in Libano, per favorire Israele. Hezbollah, che ha avuto impressionanti successi militari contro le forze militari israeliane e che è riuscito ad indurire i propri sistemi di telecomunicazioni dall’aggressione israeliana, non ha abboccato all’esca di Kushner. Hariri ha pubblicamente riconosciuto e lodato il ruolo di Hezbollah nella sconfitta militare di al-Qaida e delle forze jihadiste dello Stato islamico sul confine settentrionale del Libano, definendolo “un grande successo”. Hariri dichiarava: “Abbiamo il nostro parere ed Hezbollah ha il suo, ma alla fine abbiamo un consenso col popolo libanese nell’economia, la sicurezza e la stabilità”. Il leader di Hezbollah, Nasrallah, evitava la trappola israeliana e wahhabita. Piuttosto che denunciare Trump per i commenti mal informati su Hezbollah, Nasrallah ha semplicemente detto che l’avrebbe evitato per non danneggiare Hariri e il suo entourage. Le parole di Hariri e il “no comment” di Nasrallah irritavano gli israeliani e i loro alleati wahhabiti a Riyad e Abu Dhabi, speranzosi di sconvolgere il quadro politico a Beirut.
Da anni israeliani e sauditi tentano d’imporre un governo radicale sunnita in Libano. I servizi d’intelligence di entrambi i Paesi sono coinvolti nell’assassinio con un’autobomba a Beirut, nel novembre 2005, del padre di Hariri, l’ex-primo ministro Rafiq Hariri. Ciò fu confermato da un comitato delle Nazioni Unite guidato dall’ex-procuratore canadese Daniel Bellemare, che concluse che Rafiq Hariri fu assassinato da una “rete criminale”, non dall’intelligence siriana o da Hezbollah, come spacciato dalla propaganda neocon attiva a Washington DC e Gerusalemme. Infatti, l’intelligence libanese accertò che l’assassinio di Hariri e altre 22 persone fu opera di agenti siriani, drusi e palestinesi attivi in Libano agli ordini del servizio d’intelligence israeliano del Mossad. L’intera operazione fu progettata per attaccare Hezbollah, Siria ed alleati cristiani libanesi. Gli israeliani cercavano un casus belli per giustificare l’attacco occidentale alla Siria. La guerra con la Siria fu sospesa fino alla decisione errata dell’amministrazione Obama di sostenere le rivolte “arabe” in tutto il mondo arabo secolare. Trump, scientemente o inconsapevolmente, ha tentato di lanciare una bomba a tempo politica in Libano con i suoi commenti su Hezbollah. La politica libanese è maturata notevolmente dal 2005 ed Hezbollah, Hariri, Aoun e altre legittime voci politiche libanesi non cadranno mai nella trappola tesa da Gerusalemme, Riyadh e think tank israeliani a Washington.

Ezra Cohen-Watnick

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La mossa del pazzo

La tentazione degli Stati Uniti di scagliare l’ariete ucraino contro il baluardo russo
Erwan Castel, volontario della Nuova RussiaAlawataIl cavallo di battaglia della strategia statunitense della finanza internazionale è alle corde, contrastato da Cina e Russia, sconfitto in Siria, calpestato in Venezuela, sfidato dalla Corea democratica e in particolare schiaffeggiato dalle sanzioni russi che ne puniscono l’arroganza espellendo dalla Federazione russa 755 diplomatici degli Stati Uniti. In un precedente articolo, abbiamo ritenuto che l’inevitabile risposta del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, fortemente rimproverato a rispettare il diritto internazionale da Mosca, potrebbe avvenire per procura, preferibilmente con operazioni sul teatro ucraino dove, a differenza della Siria, tutte le opzioni militari sono ancora aperte. La questione dell’invio di armi statunitensi a Kiev è un serpente di mare che riemerge regolarmente da 3 anni nel conflitto tra le forze ucraine filo-NATO e le forze separatiste filo-russi che imperversano nel Donbas. Da oltre 2 anni, un pacchetto di aiuti militari, sostenuto da avvoltoi neocon come John McCain, tenta di riavviare la guerra aggirandone le difficoltà tecniche (standardizzazione e istruzione), politiche (bilancio, l’approvazione del Congresso) e diplomatiche (accordi di Minsk, Russia) Finora, a parte piccole consegne effettuate tramite società private che operano in Ucraina, e l’invio di attrezzature non letali e di collegamento come autoveicoli, armi non sono state ufficialmente fornite all’Ucraina. Ma quest’anno coi kit radiomedici e giubbotti antiproiettile in lattice, sono apparse dei mirini ottici per i fucili di precisione cecchini schierati in prima linea nel Donbas. Nel frattempo le esercitazioni degli alleati occidentali per integrare l’esercito ucraino nella NATO, ma anche gli istruttori, aumentano e si avvicinano al Donbas, come i droni strategici statunitensi che spuntano al fronte.
Dopo l’espulsione dei diplomatici statunitensi, i 31 luglio 2017, il Wall Street Journal annunciava l’attuazione di un piano di consegne di armi all’Ucraina. Questa armi letali da consegnare, che alcuni propagandisti ancora hanno il coraggio di vestire con l’eufemismo cinica di “difensive”, se attuate rapidamente e in grandi quantità sarebbero senza dubbio un altro importante passo nella folle coprsa che porta lentamente ma inesorabilmente verso una nuova guerra mondiale. In effetti, è probabile che la consegna all’esercito ucraino di armi letali sarà usata contro la popolazione civile del Donbas, permettendo di far rivivere la violenta offensiva contro le difese, riportando al coinvolgimento diretto di Mosca al fianco dei ribelli filo-russi, che nonostante le fantasie di Kiev non si è ebbe a causa della reazione militare-diplomatica che causerebbe.

Il potere militare-industriale degli Stati Uniti ha il sopravvento sulla strada per la guerra
Finora la Casa Bianca, cosciente di questa potenziale e probabile reazione a catena, non ha il coraggio di dare il via libera a tali consegna di armi, come al tempo dell’amministrazione Obama, tuttavia responsabile del terremoto Maidan. Ma oggi, paradossalmente, sconfitta Clinton, i neocon hanno una posizione mai così forte che dall’avvio a fine luglio delle nuovo ritorsioni economiche contro la Russia, illustrandone il sequestro del presidente Trump, costretto ad aderire alla loro strategia aggressiva anti-russa la cui reazione legittima dei russi ha compiuto un nuovo passo verso il confronto aperto. Tra le armi fornite dagli statunitensi per rafforzare l’esercito ucraino, vi sono sistemi d’arma antiaerei per proteggere le unità di artiglieria e d’assalto di Kiev dalla risposta russa. Possibilmente anche missile anticarro di ultima generazione “Javelin” capaci di distruggere i blindati delle forze repubblicane. E il falso pretesto dell’interferenza russa nella sua elezione sembra rafforzare ulteriormente l’emarginazione del presidente Trump, già nel mirino dei neoconservatori nelle discussioni sull’invio di armi all’Ucraina. Così un alto funzionario dell’amministrazione statunitense ha ammesso che il presidente non fu informato del piano, mentre il suo segretario della Difesa statunitense James Mattis nel frattempo l’approvava! Durante la precedente proposta di armare l’Ucraina si parlò solo di armi difensive per le forze di sicurezza ucraine nella regione di Kiev. Questa volta il loro uso nelle operazioni del teatro de Donbas è considerato un'”emergenza”… Se Germania e Francia, garanti dell’accordo di pace per l’Ucraina firmato a Minsk, rimangono scettiche sugli effetti di tali consegne di armi, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti invitava i Paesi della NATO (tra cui i russofobi Canada, Regno Unito, Polonia, Lituania) a sostenerle. Il Generale Curtis Scaparrotti, comandante in capo dell’esercito degli Stati Uniti in Europa e della NATO, da sempre esorta vivamente ad armare l’Ucraina contro la Russia, supportato dal nuovo consigliere speciale per l’Ucraina statunitense Kurt Volker, la cui carriera e responsabilità nel giro del guerrafondaio McCain non lascia alcun dubbio sulla sua ideologia apertamente antirussa. Nel frattempo, sotto la copertura delle crescenti manovre alleate, la NATO continua la militarizzazione dei Paesi dell’Europa orientale ai confini della Federazione russa, facendo rivivere l’intermarium, questo spalto militare che collega Baltico al Mar Nero e destinato ad isolare la Russia. Nel Donbas, nonostante una “tregua del pane” che dovrebbe “calmare le cose” fino all’avvio dell’anno scolastico, i combattimenti e i bombardamenti ucraini sono aumentati nello stesso tempo dell’inasprimento dei rapporti USA-Russia degli ultimi giorni, e alla vigilia della riunione di Minsk del 2 agosto.

Dall’utile idiota di Majdan all’ariete scarificale della NATO
Nel gioco degli scacchi, il sacrificio di un pedone, per creare l’apertura per attaccare, è chiamato “gambetto” (del re, della torre, ecc …) la tentazione degli Stati Uniti di sacrificare l’Ucraina armandola e gettandola contro la Russia per provocarla, è grave e può riuscire dato che Kiev non solo p una pedina sulla “grande scacchiera”, ma soprattutto il principale folle dell’arsenale puntato contro Mosca! Oggi più che mai l’Europa è seduto sulla polveriera e l’Ucraina è il detonatore! Ma la Russia, che ha appena picchiato sul tavolo della diplomazia, è in allerta e mostra le zanne alla soldataglia che si aggira troppo vicino alle sue mura. Le gigantesche manovre “Zapad-2017” (14-20 settembre 2017), coinvolgeranno 100000 soldati russi e bielorussi sul “passaggio Suwalki”, questo punto debole dell’articolazione NATO, sono un messaggio assai chiaro ai seguaci del caos: Attenzione l’orso si è svegliato! Speriamo che in occidente la ragione prevalga sulla follia (possiamo sognare, no?)Fonti:
Wall Street Journal
Zerohedge

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gheddafiani e LNA avanzano in Libia

Evgenij Satanovskij, VPK, 01.08.2017 – SouthFrontRecentemente l’attenzione dei media si è concentrata sulla crisi del Golfo Persico, dove l’amministrazione statunitense ha provocato un conflitto tra Arabia Saudita, EAU, Egitto ed alleati con il Qatar, ricevendo ampi ordini di armamenti da entrambe le parti e poi divenendo arbitro neutro. I media inoltre seguivano Siria e Iraq, l’imminente cambio di potere in Algeria e il confronto tra i Paesi del Corno d’Africa. Di conseguenza, i media erano completamente distratti sugli eventi in Libia. Nel frattempo, la situazione in Libia muta, colpendo non solo gli attori regionali, ma anche Stati Uniti e UE. Questo articolo descrive gli attuali eventi nel Paese basandosi sull’analisi dell’esperto dell’Istituto per il Medio Oriente A. Bystrov.

Denaro al barile
La Camera dei rappresentanti della Libia, il parlamento che si trova nell’est del Paese, annunciava recentemente la decisione di ritirarsi dall’accordo sulla formazione di una compagnia nazionale unificata (NOC) e il trasferimento dei porti petroliferi a tale ente. La decisione è stata presa dal comitato parlamentare per l’energia. In precedenza, una decisione simile fu presa dal governo temporaneo di A. Abdurahman al-Tani. I parlamentari sollecitano l’esercito a trasferire il controllo dei terminali alle istituzioni che obbediscono alle autorità dell’est. Ricordiamo che il 3 marzo la “mezzaluna” (la costa del Golfo di Sirte) subiva l’attacco massiccio dalle “Brigate di difesa di Bengasi” (BDB). Tale formazione fu creata nell’estate 2016. Il suo scopo era affrontare le autorità orientali fedeli all’Esercito Nazionale Libico (LNA), attualmente sotto il comando del Maresciallo Q. Haftar. I militanti delle BDB riuscivano ad occupare i maggiori terminali petroliferi del Paese, situati sulle coste mediterranee, Ras Lanuf e Sidra. Alla vigilia della decisione della Camera, l’LNA lanciava il contrattacco per scacciare gli islamisti dai porti. L’esercito acquisiva il controllo dei porti, senza prima stabilire a chi trasferirli. Il NOC è guidato da M. Sanala da Tripoli. L’esercito trasferì il controllo sui terminali acquisiti nel settembre 2016 alla NOC, che ha una struttura parallela a Bengasi, subordinata alle autorità orientali anche se fa parte del NOC. Così, Tobruq agiva contro i clan di Tripoli e Misurata, dove gli scontri tribali sono volti a controllare i campi petroliferi e l’esportazione dell’oro nero. Le BDB furono create con denaro del Qatar e supporto logistico di Misurata. Il loro scopo era respingere le forze di Haftar, dato che Misurata non voleva combattere contro l’esercito di Tobruq. Le loro azioni non furono respinte dal primo ministro del Governo dell’Accordo Nazionale (GNA) F. Saraj, impedendo di monopolizzare l’industria petrolifera sotto il controllo di Haftar. Ciò spiega anche l’accordo di Saraj per lo scontro armato delle tribù locali leali, volontari di Tuba e Misurata, contro l’espansione di Haftar nel Fizan. Questa è la lotta tra Parigi e Roma per assicurare il commercio dell’industria petrolifera della Libia alle società francesi o italiane. Un altro passo adottato da Saraj contro il monopolio di Haftar sui campi petroliferi era il concentramento delle operazioni d’esportazione nella NOC guidata da Sanala. I tentativi di Tobruq di lanciare le esportazioni attraverso la NOC di “Bengasi” non hanno avuto successo: nei siti internazionali la NOC Tripolitana è ufficialmente accreditata. Tobruq ha cercato di porvi fine, ma finora il risultato non è chiaro. Passato il periodo di riconciliazione tra Sanala e Saraj, ognuno ha iniziato a giocare al proprio gioco. Il premier cerca di concentrare il flusso delle esportazioni nelle proprie mani. Il decreto di Tobruq lo prova su questa controversia. Va ricordato che il 13 giugno la NOC della Libia stipulò un accordo temporaneo per riprendere le esportazioni con la società tedesca Wintershall. Ciò rafforzerebbe la posizione di Saraj. A maggio, la Libia produsse 160000 barili al giorno. Ora questa cifra è aumentata a 830000 barili. La disposizione consente l’immediata ripresa della produzione nelle aree concesse a Wintershall, NC 96 e NC 97, nella Libia orientale. Ciò consente inoltre di aumentare la produzione nei campi della stessa infrastruttura, in primo luogo Abu Afital, gestito da Malitah Oil & Gas, che produce attualmente 70000 barili. Queste azioni consentiranno alla Libia di raggiungere i livelli produttivi giornalieri di un milione di barili di petrolio nei prossimi mesi. Wintershall, che opera sul mercato libico dal 1956, è in disaccordo con la NOC sulle tariffe. NOC si riferisce all’accordo del 2010 con Wintershall, che cercava di aumentare le tariffe chiedendo a Wintershall un miliardo di dollari di arretrati. I tedeschi citano la decisione del governo libico sulla tariffa preferenziale, prevista dal vecchio accordo di concessione, che annullò le regole dell’ex-regime libico. Saraj qui affiancò i tedeschi, firmando un accordo per abbandonare le pretese della NOC. Perciò emise una risoluzione dal consiglio presidenziale a marzo, sciogliendo i poteri del ministero dei Carburanti e dell’Energia della Libia e trasferendo l’autorità dell’agenzia a compagnie libiche ed estere. Ciò causava la forte reazione di Sanala, secondo cui Saraj ha creato le condizioni affinché lui e il suo gabinetto entrassero negli accordi azionari sulle singole produzioni con tutti i principali attori del mercato. Dopo che Sanaj adottava la risoluzione, Sanala escluse Wintershall dall’oleodotto per l’esportazione, costringendola a chiudere la produzione. Riteneva che la prerogativa di creare relazioni contrattuali appartenga a un organismo indipendente, il che significa che la produzione di petrolio rientra nella sfera economica e non politica. Tutto ciò complica i piani del governo per aumentare la produzione e l’esportazione di petrolio. Gli esperti ritengono che tale accordo interinale obbligherà i capi di GNA e NOC al compromesso. Ma sembra che Tobruq lavori attivamente alla creazione di strumenti alternativi per estrazione ed esportazione degli idrocarburi.Cigno, cancro e picco libici
L’LNA combatte gli estremisti di Bengasi, tra cui i militanti dello Stato islamico (SIIL) e le formazioni associate ad al-Qaida (entrambe le organizzazioni sono vietate in Russia). Da metà novembre 2016, l’esercito ha attaccato le regioni occidentali e si concentra sulla rimozione degli estremisti dalle fortezze del nord. Ufficialmente Bengasi è stata liberata dagli islamisti sei mesi fa, secondo le dichiarazioni di Haftar che, come risulta, non sono vere. Lo stesso vale per il resto della Libia. I discorsi dei politici locali si basano sulla speranza di ricevere ulteriori finanziamenti da sponsor esteri e, di regola, si basano anche sugli accordi con le tribù locali. Nel frattempo, gli sceicchi di queste tribù cambiano spesso parere, a seconda di chi paga di più la loro lealtà. L’unico fattore che influenza tale lealtà a lungo termine è la minaccia di distruggergli la tribù. Questo è il caso del Fizan, che ha subito pesanti incursioni aeree dall’aeronautica di Haftar (più precisamente dagli aerei militari degli EAU pilotati da mercenari statunitensi) sulle tribù Tuba. Ciò spinse i loro sceicchi a riflettere se fosse corretto sostenere il piano italiano dell’accordo di Roma e se fosse corretto opporsi a Tobruq. Tuttavia, ci sono pochi aerei e molte tribù. Ciò significa che la prima causa dell’instabilità in Libia è l’incapacità di una qualsiasi forza d’infliggere una sconfitta militare decisiva agli avversari. Sembra che combattano su una trapunta fatta di varie pezze, le varie tribù con sempre nuove preferenze politiche dai loro sceicchi. La seconda ragione, i deboli sponsor delle forze politiche e dei clan in Libia. Oggi esistono diversi operatori esteri attivi in Libia che tirano il Paese in direzioni diverse. L’alleanza tra Emirati Arabi Uniti, Egitto e fino a poco prima Francia, puntava sulle forze armate di Tobruq, cioè Haftar. Il sostegno finanziario e tecnico di queste formazioni (“Blackwater”, forze aeree degli EAU, forze speciali egiziane e francesi, sponsorizzazione degli EAU nell’acquisto di armi e munizioni in Bielorussia) s’è rivelato insufficiente per dare potere e il monopolio politico ad Haftar, non solo in Libia ma anche nell’est del Paese (l'”oasi islamista” di Derna) e nella regione della “mezzaluna”. Le conseguenze imprevedibili sono la debolezza militare di Haftar e la riluttanza dei suoi sostenitori esteri a partecipare apertamente ai combattimenti. Le forze speciali francesi ed egiziane conducono operazioni molto limitate. Per controllare gli sceicchi, gli sponsor di Haftar devono fare pressioni armate di continuo. Tali pressioni irriterebbero la comunità internazionale e danneggiano la reputazione di Tobruq, facendola sembrare l’agente di fazioni estere. Ciò pregiudica la legittimità di Haftar agli occhi della popolazione. Tuttavia, le forze dell’opposizione in Libia sono armate dai loro sponsor. Lo slogan “La Libia non tollererà interferenze straniere”, fu lanciato dal Qatar per proteggere i suoi alleati, i clan di Misurata e Tripoli, dall’intervento estero su larga scala. Questo è il secondo centro di potere in Libia, abbastanza chiaro. Ma né Qatar né i suoi alleati hanno la forza o la capacità di partecipare apertamente alle operazioni militari per sostenere i gruppi fedeli. Il terzo centro di potere è il governo di accordo nazionale di Saraj. Non ha capacità militari, ma è riconosciuto internazionalmente e gode del sostegno di Roma. Ciò fu dimostrato a metà giugno quando Saraj e il “secondo uomo” del suo consiglio presidenziale, A. Maytigi, si recarono a Bruxelles incontrandosi con A. Alfano, ministro degli Esteri italiano e, attraverso i lobbisti di Roma a Bruxelles, con F. Mogherini, coordinatrice delle attività internazionali dell’UE, e con il presidente del Parlamento europeo A. Tajani. Furono organizzati anche incontri con il segretario generale della NATO J. Stoltenberg e il presidente della Commissione europea J. C. Junker. Questo viaggio fu la dimostrazione del sostegno di Bruxelles a Saraj e alle sue strutture, opponendosi a Tobruq e Haftar. La mancanza di coordinamento tra i soggetti esteri (nell’UE fra italiani e francesi) è una delle ragioni principali per cui in Libia rimane un vuoto di potere.

La “roadmap” esclusiva
A metà luglio, Saraj propose una nuova “roadmap” per superare la crisi. Il piano prevede elezioni presidenziali e parlamentari generali nel marzo 2018, la cessazione di tutte le operazioni militari tranne la lotta al terrorismo e un progetto per costituire comitati congiunti della Camera dei Rappresentanti (Parlamento unicamerale) e del Consiglio di Stato per iniziare l’integrazione delle istituzioni statali separate, ed ha l’intenzione di creare il Consiglio Superiore della Riconciliazione Nazionale, d’istituire comitati di riconciliazione tra le città e studiare i meccanismi che introducano giustizia di transizione, riparazioni e amnistia generale. Si ricordi che dopo i colloqui del 2 maggio a Abu Dhabi tra Saraj e il comandante dell’Esercito nazionale libico, Haftar, fu raggiunto un accordo per creare l’autorità nazionale e le agenzie nazionali di polizia. Per garantirne la formazione, saranno creati gruppi di lavoro e dopo la firma dell’accordo, le elezioni presidenziali e parlamentari si terranno entro sei mesi. Nel frattempo, Saraj cerca di posizionarsi con il Gabinetto dei Ministri come organismo neutrale intermediario, al di fuori del conflitto. I distaccamenti, che con alcune riserve vengono ridenominati “forze armate del governo di accordo nazionale” (le brigate di Misurata e della fratellanza musulmana tripolitane) sono dichiarate da Saraj “fronte” con cui non ha alcuna affiliazione. Allo stesso tempo, afferma di poter organizzare negoziati con essi. Questo accordo allarmava i capi di Misurata, che si vedevano esclusi dalla struttura di potere emergente, temendo l’isolamento al formarsi dell’alleanza tra Haftar e Saraj. L’alleanza sembra inquieta considerando il declino del sostegno a Misurata da Turchia e Qatar, Paesi che hanno rivolto l’attenzione all’attuale crisi nel GCC. Non esiste un fronte unito a Misurata. Alcuni capi cercano il compromesso con Haftar, gli altri sono decisi a combattere. Sono preoccupati dai contratti di Haftar con gli statunitensi: il 2 luglio fu ricevuto dall’ambasciatore statunitense in Libia P. Bodde e dal comandante di Africom T. Waldhaus. Ciò implica che Washington appoggia Haftar. Nel frattempo, i misuratini sperano nella neutralità statunitense, dato che le loro brigate, guidate da istruttori militari e col sostegno della forza aerea statunitensi, combatterono per liberare Sirte dallo SIIL. Il 2 luglio, il capo di Stato Maggiore delle forze armate della repubblica araba, M. Hagasy, incontrò una delegazione di Misurata per discutere come condurre le consultazioni dirette tra Misurata e Haftar. Gli egiziani cercano di erodere il fronte qatariota-turco nella Libia orientale per rafforzare la posizione di Haftar. Usano la parte delle élite di Misurata pronte al compromesso. Molto dipende dalla loro posizione negli scontri tra le forze di Haftar e l’opposizione. Se Misurata supporterà l’opposizione con l’aviazione, vincerà chi si oppone al dialogo con Tobruq.

L’eredità di Gheddafi
Il figlio di Gheddafi, Sayf al-Islam, fu liberato all’inizio di giugno dai soldati del clan Zintan in Tripolitania e Cirenaica. Ciò stimolava la rivalità tra i competitori per il potere nell’ottenere la simpatia delle tribù considerate filo-Gheddafi. Sul lato opposto, chi cerca il potere non dovrà permettere a Sayf al-Islam l’opportunità di diventare il centro del potere, sostenendo l’unione di tutti i libici. La liberazione di Sayf al-Islam è la premessa alla creazione di un sistema di collegamento con le forze filo-Gheddafi e persuaderle ad aderire ad un’alleanza. È anche un mezzo per acquisire finanziamenti dai Gheddafi, attualmente detenuti all’estero. Questo può essere difficile, il ritorno del capitale finanziario è una prospettiva lontana. Il coinvolgimento delle forze tribali d’altra parte è un’urgente questione di principio. Il figlio del colonnello viveva agli arresti domiciliari a Zintan, o protetto dallo zio ad al-Bayda in Cirenaica, dove si trova la madre, a casa di S. Farqas. Fu all’avanguardia del programma dell’ex-leader libico (2007-2010) per la liberazione, riabilitazione e il ritorno nella società dei capi e militanti di al-Qaida. I capi del gruppo combattente libico A. Bilhadj, S. al-Sadi e H. al-Sharif hanno oggi diverse centinaia di sostenitori. Bilhadj fuggì in Turchia dopo le ultime battaglie a Tripoli, ma ha ancora influenza nella capitale. È un grosso affarista nella logistica e nelle banche ed è pronto a compromessi con il capo del clan Zintan attraverso Sayf al-Islam. Bilhadj si libererebbe dell’influenza del Qatar se ci sono vere e proprie prospettive di dialogo. Un altro partner probabile per i negoziati è il capo dei “liberali” in Libia, M. Jibril, un protetto di Sayf al-Islam e attualmente legato a Tobruq. Il figlio di Gheddafi ha un vantaggio: è pienamente consapevole dei vari segreti detenuti da questi uomini. D’altra parte, è impopolare presso i Tuba nel Fizan. Il suo rapporto con i Tuareg è migliore, ma Sayf al-Islam non può dimenticare che lo consegnarono al clan di Zintan nel 2011. Inoltre, la maggior parte degli islamisti è riluttante a credere al figlio dell’ex-leader libico. In quanto tale, non tornerà al potere, ma è necessario per le conoscenze e i collegamenti. Saraj e Haftar hanno rafforzato la presa nella sfera della diplomazia tribale. Il primo ha iniziato a nominare rappresentanti di varie tribù nel blocco militare del proprio governo, garantendosi così la fedeltà delle tribù. Nel frattempo, il capo del governo perde il controllo su Tuba e Fizan, che minacciano di abbandonare il trattato romano che richiede la creazione di “guardie di frontiera” con le tribù Tuareg e Aulyad Sulayman. Se accadesse, non sarà tanto una sconfitta di Saraj quanto di Roma. Haftar ha iniziato, oltre a gestire i Tuba, a consultare le élite tribali di Tarhuna, principali fornitori del personale per l’esercito e le forze di sicurezza prima della rottura con Gheddafi. L’altro figlio di Gheddafi, Qamis, pensava di trasferirsi a Tarhuna con la 32.ma Brigata. Così poteva organizzare la resistenza. Tarhuna controlla diverse aree e regioni di Tripoli, facendone degli alleati indispensabili per controllare la capitale. Se i Tarhuna riconoscono il dominio di Haftar, avrà una forte base. Il capo tripolitano H. Tajuri, la cui forza è il sostegno militare principale di Saraj a Tripoli, comincia a mostrarsi attivo contattando gli “ex”. Durante gli scontri, le sue truppe liberarono la prigione della capitale, custodita dagli islamisti di H. al-Sharif. Questa prigione deteneva numerosi quadri dell’ex regime. Furono trasferiti nelle ville nell’area controllata da Tajuri a Tripoli. Il 12 giugno, durante una pausa del Ramadan, Iftar Tajuri invitò a una cena al Radisson Blu Hotel. Tra i suoi ospiti figuravano tra gli altri: S. Gheddafi, l’ex-primo ministro A. Zayd Durda e l’ex-capo dei servizi di segreteria A. Sanusi. Il capo cerca contatti con i rappresentanti delle tribù Gheddafi, Sharian e Migrahi, a cui questi individui appartengono. Tali manovre accelerarono dopo che Haftar e Saraj s’erano incontrati, il che indica che Tajura, le cui truppe svolsero un ruolo importante nella liberazione di Tripoli dalle forze dell’islamista al-Guala, avvia il suo gioco di potere.

Evgenij Satanovskij, Presidente dell’Istituto sul Medio Oriente

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo Stato profondo statunitense ha trionfato

Dmitrij Medvedev, 3 agosto 2017 – Covert GeopoliticsLa dirigenza statunitense ha completamente piegato Donald Trump usando la debolezza della sua amministrazione per dichiarare la guerra economica totale alla Russia, dichiarava il Primo ministro Dmitrij Medvedev, aggiungendo che ciò non lascia dubbi sul fatto che i rapporti bilaterali non miglioreranno mai. Dalla pagina FB di Medvedev:
“La firma del presidente degli Stati Uniti delle nuove sanzioni alla Russia avrà poche conseguenze. In primo luogo, pone fine alla speranza di migliorare i nostri rapporti con la nuova amministrazione statunitense. In secondo luogo, è una dichiarazione di guerra economica totale alla Russia. In terzo luogo, l’amministrazione Trump mostra debolezza totale conferendo potere esecutivo al Congresso nel modo più umiliante. Ciò modifica l’equilibrio di forza negli ambienti politici degli Stati Uniti. Cosa significa? La dirigenza statunitense ha completamente esautorato Trump; il presidente non è contento delle nuove sanzioni, ma non poteva che firmare il disegno di legge. La questione delle nuove sanzioni è, in primo luogo, un altro modo per piegare Trump. Nuovi passi avverranno e finalmente sarà rimosso dal potere. Un attore non sistemico va rimosso. Nel frattempo, gli interessi della comunità imprenditoriale statunitense sono ignorati, con un approccio politico che prevale su quello pragmatico. L’isteria anti-russa è parte fondamentale della politica estera statunitense (verificatasi spesso) e della politica interna (una novità). Le sanzioni sono decise e rimarranno in vigore per decenni a meno che non accada un miracolo. Questa legislazione sarà più dura rispetto all’emendamento Jackson-Vanik, in quanto è allargata e non può essere revocata dall’ordine speciale presidenziale senza l’approvazione del Congresso. Così, le relazioni tra Russia e Stati Uniti saranno estremamente tese a prescindere dal belletto del Congresso o da chi sia scelto come presidente. Vi saranno lunghi contenziosi nei tribunali ed enti internazionali, crescenti tensioni internazionali e rifiuto di risolvere i principali problemi internazionali. Cosa significa per noi? Continueremo costantemente a lavorare per sviluppare l’economia e la società, a sostituire le importazioni e a risolvere i principali compiti nazionali basandosi soprattutto su noi stessi. Abbiamo imparato a farlo in questi ultimi anni, con mercati finanziari chiusi e la paura degli investitori stranieri d’investire in Russia per le sanzioni contro Paesi terzi. In una certa misura, ciò è anche un vantaggio, anche se le sanzioni sono in genere inutili. Ce ne sbarazzeremo”.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Washington perde la Guerra Mondiale Economica

Alessandro Lattanzio, 31/7/2017

Come sapete, ci stiamo trattenendo, con molta pazienza, ma a un certo punto dovremo rispondere, è impossibile tollerare l’arroganza verso il nostro Paese per sempre“,
Vladimir Putin

Il 20 luglio, il Presidente Vladimir Putin ordinava la riduzione del personale diplomatico statunitense in Russia da 1200 a 455 individui, dopo aver interdetto allo stesso personale l’accesso al magazzino dell’ambasciata degli Stati Uniti a Mosca e al complesso diplomatico di Serebrjanj Bor, a nord-ovest di Mosca. Il Presidente Putin dichiarava, “gli statunitensi hanno fatto una mossa che, ed è importante notarlo, non è stata provocata, peggiorando le relazioni tra Russia e Stati Uniti. Ciò include restrizioni illegali, tentativi d’influenzare altri Stati del mondo, anche nostri alleati, interessati a sviluppare e mantenere rapporti con la Russia. Aspettavamo da tempo che forse qualcosa cambiasse in meglio, abbiamo sperato che la situazione cambiasse. Ma sembra che non cambierà nel prossimo futuro… quindi ho deciso che è giunto il momento di dimostrare che non lasceremo nulla impunito“. L’espulsione del personale degli Stati Uniti presso ambasciata e consolati in Russia, pari a 755 effettivi, è senza precedenti; l’espulsione più grande di diplomatici nella storia moderna. Il personale statunitense entro il 1° settembre sarà ridotto a 455 elementi, pari al personale diplomatico della Russia presente negli USA. Inoltre, la decisione stabilisce il principio che il numero del personale presso ambasciate e consolati statunitensi in Russia sarà pari al numero del personale presso ambasciate e consolati russi negli Stati Uniti. Ciò significa che qualsiasi futura espulsione di diplomatici russi dagli Stati Uniti, e qualsiasi rifiuto di visto dagli USA nei confronti di diplomatici russi, verrà seguita da pari provvedimenti contro diplomatici degli Stati Uniti in Russia. È un colpo pesante per gli Stati Uniti, che avevano personale diplomatico in Russia triplo rispetto al numero di diplomatici russi negli Stati Uniti; senza dubbio molti, se non la maggior parte di essi, sono agenti dell’intelligence e d’influenza di Washington, impegnati in attività di raccolta di informazioni e “promozione della democrazia” in Russia. Ma tutto questo non è la sola risposta alle sanzioni approvate dal Congresso degli Stati Uniti contro la Russia e i suoi alleati. Mosca potrà attuare anche dure sanzioni economico-commerciali contro gli USA, ad esempio la JSC Techsnabexport (TENEX) ha 25 contratti dal valore complessivo di 6,5 miliardi di dollari con 19 società statunitensi, per fornire uranio russo. La VSMPO-AVISMA è il maggiore produttore mondiale di titanio, venduto alle aziende aerospaziali statunitensi per una quantità pari alla metà del titanio importato dagli Stati Uniti. La Boeing inoltre aveva annunciato investimenti in Russia per 27 miliardi di dollari, soprattutto con la VSMPO. VSMPO-AVISMA ha sostanzialmente il monopolio della produzione di titanio, e l’embargo dalla Russia potrà danneggiare l’industria della difesa statunitense. Anche Caterpillar potrebbe perdere gli ordini per attrezzature pesanti da impiegare per costruire oleodotti. E alle compagnie informatiche statunitensi viene già impedito di operare in Russia (e Cina).
Il Presidente Vladimir Putin firmava a fine giugno una legge che vieta l’uso delle tecnologie di accesso a siti bloccati in Russia, introducendo anche il divieto ai motori di ricerca di permettere collegamenti sul territorio della Federazione russa a risorse bloccate. Il capo della commissione per la Politica dell’Informazione della Duma, Leonid Levin, osservava che la legge vieta l’uso di servizi per l’accesso a contenuti illegali. In sostanza viene proibito in Russia l’utilizzo del VPN (Virtual Private Network) e proxy statunitensi. Anche in Cina vengono proibiti i servizi VPN, come ExpressVPN e StarVPN, che consentivano di violare il “Great Firewall” regolato dal Partito Comunista Cinese (CCP), visualizzando siti web proibiti in Cina. “Apple Inc. (AAPL.O) rimuove i servizi VPN virtuali dal suo store app in Cina, secondo i fornitori di servizi VPN che accusano il gigante tecnologico statunitense d’inchinarsi alla pressione di Pechino per conformarsi a un rigoroso regolamento del cyberspazio”. Alti lai da parte degli stessi che impongono la cyber-caccia alle streghe su internet con la scusa delle “Fake News”, regolarmente spacciate invece dai mass media atlantisti e globalisti.
Va ricordato che il 25 luglio il Congresso USA approvava sanzioni economiche contro le industrie russe, iraniane e nordcoreane, danneggiando anche quelle europee. Ciò nell’ambito della legge Contro l’influenza russa in Europa e Eurasia, del 2017, per promuovere “la sicurezza energetica in Ucraina” e tentare d’isolare la Russia. Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker reagiva alle sanzioni statunitensi, “Il disegno di legge prevede l’imposizione di sanzioni per qualsiasi società (incluse europee) che contribuisca a sviluppo, manutenzione, ammodernamento o riparazione di gasdotti per l’esportazione di energia dalla Federazione russa (influendo sulle infrastrutture energetiche dell’Europa), colpendo i progetti cruciali per la diversificazione dell’UE, come il progetto sul gas naturale liquefatto baltico. Perciò la Commissione ha concluso che se le nostre preoccupazioni non sono sufficientemente prese in considerazione, siamo pronti ad agire in modo appropriato entro pochi giorni. Gli USA soprattutto non possono mettere gli interessi dell’Europa all’ultimo posto”. Infatti, a luglio la compagnia energetica russa Gazprom e la società petrochimica tedesca BASF negoziavano il completamento del Nord Stream-2, “nella prima metà del 2017 Gazprom ha fornito alla Germania 26,5 miliardi di metri cubi di gas, con un incremento di 3,8 miliardi di metri cubi (+16,7 per cento) dai primi sei mesi del 2016. Le parti hanno sottolineato l’importanza della tempestiva attuazione del progetto”. Secondo Wolfgang Ischinger, presidente della Conferenza della sicurezza di Monaco, queste sanzioni, “non raggiungeranno gli obiettivi e creeranno invece nuovi problemi. A meno di una revisione significativa, comprometteranno la sicurezza energetica europea e le relazioni statunitensi con l’Europa. Il beneficiario di ciò sarà la Russia”. Secondo Ischinger, il Nord Stream-2,non è questione che va decisa a Washington. È una questione europea, decisa dagli europei secondo leggi e regolamenti europei. Questa legge favorisce chi vuole por fine alla partecipazione dell’Europa all’attuale approccio transatlantico sulla Russia, comprese le sanzioni. Se il presidente firma il disegno di legge nella forma attuale, alienerà gli USA complicando la nostra alleanza in un momento critico”.
Inoltre, il conglomerato petrolifero francese Total entrava nel progetto iraniano South Pars 11, che alimenterà il gasdotto iraniano-iracheno-siriano. Total firmava l’accordo con la National Oil Company iraniana (NIOC) per lo sviluppo del Blocco 11 del South Pars, il più grande giacimento di gas mondiale dalla prevista capacità estrattiva di 1,8 miliardi di metri cubi al giorno. Aziende francesi, iraniane e cinesi finanzieranno l’intero progetto South Pars: con il 50,1% per Total, il 19,9% per NIOC e il 30% per CNPC, aggirando le sanzioni degli Stati Uniti. Inoltre, “con le sanzioni statunitensi ancora attive che vietano negoziati con l’Iran in dollari, Total finanzierà il progetto in euro“. Al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF), il CEO di Total Patrick Pouyanne assicurava, “Vale la pena rischiare (…) perché apre un mercato enorme. Siamo perfettamente consapevoli di certi rischi. Abbiamo preso in considerazione le sanzioni, come evitarle e come cambiare i regolamenti“. South Pars è la sezione iraniana del più grande giacimento di gas del mondo, condiviso con il Qatar, sotto embargo da parte dell’Arabia Saudita. Inoltre, in cambio della cooperazione su South Pars 11, le Zagros Airlines iraniane ordineranno alla Francia 20 aerei di linea Airbus A320 e 8 Airbus A330 e l’Iran Airtour 45 Airbus A320. Infine, la francese AREP e le Ferrovie dello Stato firmavano accordi con l’Iran per espandere e modernizzare il sistema ferroviario dell’Iran. In relazione a ciò, “il presidente francese s’impegnava a fare del suo meglio per approfondire le relazioni economiche, scientifiche e culturali con l’Iran durante il suo mandato”. “È nostro obiettivo e nostra volontà normalizzare i legami bancari con l’Iran anche se non può essere fatto tutto subito”, dichiarava il ministro francese Sapin.Nel frattempo, la Cina esibiva il materiale militare più avanzato in occasione della parata dedicata al 90° anniversario della fondazione dell’Esercito di Liberazione Popolare, il 30 luglio, presso la base militare di Zhurihe nella Regione Autonoma della Mongolia Interna. Alla parata partecipavano 12000 militari, 129 aeromobili e 571 mezzi militari, tra cui carri armati Tipo 99A, veicoli da combattimento della fanteria ZBD-04, blindati ZBL-08, semoventi d’artiglieria PLZ-89 e PLZ-05, sistemi missilistici anticarro HJ-10, due gruppi di 17 e 24 elicotteri da combattimento Z-19, cacciabombardieri Shenyang J-16 e caccia furtivi Chengdu J-20, caccia navali J-15 imbarcati sulla portaerei Liaoning, caccia multiruolo J-10B e J-11B, bombardieri H-6K, aerei da guerra elettronica KJ-2000 e KJ-500, velivoli da trasporto multiruolo Y-9, velivoli da trasporto militare pesante Y-20, missili antiaerei HQ-9B e HQ-22, missili da crociera supersonici YJ-12A e subsonici YJ-62A e YJ-83K, missili balistici a medio raggio DF-16 e DF-26, oltre al “killer di portaerei”, il missile balistico a medio raggio DF-21D, e al nuovo missile balistico intercontinentale DF-31AG dalla gittata di oltre 10000 chilometri. Nell’occasione, il Presidente Xi Jinping dichiarava che, “Il mondo oggi non è del tutto in pace ed essa va salvaguardata. Oggi siamo più vicini all’obiettivo della grande rinascita della nazione cinese che in qualsiasi altro momento della storia e dobbiamo costruire una forza militare più forte di quanto mai prima nella storia. Soldati e ufficiali devono rispettare rigorosamente i principi e il sistema di assoluta leadership del Partito sull’esercito, ascoltare e obbedire sempre agli ordini del partito ed eseguirli per qualsiasi scopo che gli mostrerà. Credo fermamente che le nostre forze armate hanno coraggio e capacità di battere qualsiasi invasore, il nostro esercito ha determinazione e capacità di proteggere la sovranità nazionale, la sicurezza e gli interessi del Paese“.Lo stesso giorno, nella Federazione Russa si svolgeva la giornata della Marina militare, che per la prima volta in assoluto, vedeva svolgersi le parate navale in tutte e cinque le flotte della Marina Militare russa. A Kronshtadt, San Pietroburgo, presenziava il Presidente Putin, mentre la parata navale veniva trasmessa sui principali canali televisivi russi. Alla parata a largo di San Pietroburgo partecipavano anche l’incrociatore da battaglia a propulsione nucleare Pjotr Velikij e il sottomarino lanciamissili balistico Dmitrij Donskoj, il più grande del mondo, oltre a 2 navi da guerra cinesi che avevano partecipato alle manovre navali russo-cinesi Sea Joint-2017 nel Mar Baltico. La Giornata della Marina Militare russa aveva una sua sfilata anche al largo di Tartus, dove manovravano le unità russe dispiegate a supporto della Siria; le otto navi della Marina russa comandate dal Capitano di Primo Rango (Capitano di Vascello) Pavel Jasnitskij: le fregate Admiral Essen e Pytlivjy, il sottomarino della Flotta del Mar Nero Krasnodar, il cacciamine Valentin Pikul, la nave da ricognizione della Flotta del Baltico Vasilij Tatishev, il rimorchiatore SB-739 e la nave di supporto Kil-158.

Fonti:
Buryat
Buryat
Fort Russ
Global Times
MTT
Orientalist
Sputnik
SCF
The Duran
The Duran
The Duran