NATO e Soros puntano sull’“estrema balcanizzazione” per sabotare il Turkish Stream

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 25/04/2015MacedoniaMapGli interventisti dell’amministrazione Obama, contenuti dalla consapevolezza di avere ancora un anno e mezzo di potere, hanno deciso di ricorrere all’estrema balcanizzazione etnica per bloccare il gasdotto russo “Turkish Stream” dalla Russia attraverso la Turchia e la Grecia a Macedonia, Serbia e Ungheria. L’amministrazione Obama ha deciso di fomentare un’altra “rivoluzione colorata”, questa volta in Macedonia. La strategia degli interventisti di Obama/Soros è seppellire il governo del primo ministro macedone Nikola Gruevski di accuse infondate basate sulla massiccia intercettazione di circa 20000 macedoni, tra cui i leader dell’opposizione. La fonte delle trascrizioni delle comunicazioni intercettate dei cittadini macedoni presumibilmente è l’ex-capo dell’intelligence macedone Zoran Verushevsky, che può aver avuto l’aiuto nella raccolta delle intercettazioni dagli amici delle intelligence inglese, tedesca e statunitense. Le intercettazioni sono state usate dal capo dell’opposizione socialdemocratica Zoran Zaev, uno dei preferiti della rete di Soros e degli Stati Uniti, per accusare Gruevski di intercettare l’opposizione. Così Zaev ha acquisito le copie delle intercettazioni per attaccare il governo. Sebbene 20000 individui sembrino una quantità eccessiva di intercettazioni, lontana dalla portata dell’intelligence macedone, tale compito è certamente alla portata della National Security Agency (NSA) e della sua alleanza dei Cinque Occhi. Secondo un rapporto ben pubblicizzato in Germania, il “Bundesnachrictendienst” (servizi segreti federali tedeschi) ha accettato di intercettare 800000 cittadini europei per conto dell’US National Security Agency (NSA), indicando che 20000 macedoni sono stati presi di mira da NSA e BND con la registrazione delle comunicazioni vocali che potrebbero essere oggetto dei comunicati di Zaev e dei suoi soci a Skopje, ciò ben alla portata delle intercettazioni statunitense e tedesca. La NSA ha inviato al BND numerosi “selettori”, e-mail, indirizzi di protocollo Internet (IPO), numeri di cellulare e vari altri dati identificativi di centinaia di migliaia di politici, imprenditori, ingegneri ed altri europei. Sistemi di NSA, inclusi PRISM, PRINTAURA e UPSTREAM vengono utilizzati per “selezionare” le comunicazioni di particolare interesse per gli analisti di NSA e delle intelligence dei segnali alleati. La raccolta di telefonate ed e-mail dei macedoni, basata sui “selettori” della NSA, avrebbe facilmente accumulato 20000 intercettazioni dal BND a Pullach, Germania e dalla NSA a Fort Meade, nel Maryland. Se le intercettazioni della NSA sono state fornite in formato igienizzato a Zaev e fedelissimi, sarebbe una nuova tattica della Comunità dell’Intelligence degli Stati Uniti: la trasmissione di metadati per ricattare governi eletti vigenti.
ap00012054cxw200h208c00 La strategia della destabilizzazione di Stati Uniti e Soros nei Balcani, vede anche la nascita dell’irredentismo albanese sul fragile confine Kosovo-Albania, con l’ultimo attacco contro un posto di polizia alla frontiera macedone, a Goshince, da parte di 40 uomini armati indossanti le insegne dell’illegale esercito di liberazione del Kosovo (UCK). Tale ricorso avviene mentre il ministro degli Esteri del Kosovo, Hashim Thaci, ex-capo dell’UCK, ha sfidato le minacce delle autorità serbe di arrestarlo per una condanna per terrorismo del 1997, se visitava Belgrado partecipando a una conferenza delle ONG di George Soros, la “NGO Youth Education Committee”. La conferenza del 24 aprile volta a contrastare la crescente cooperazione serbo-macedone di fronte alle pressioni occidentali, aveva ovviamente per titolo “L’integrazione europea dei Balcani occidentali, insieme possiamo fare meglio”. I ministri degli Esteri di Serbia, Macedonia e Bosnia-Erzegovina, oltre a Thaci, erano stati invitati alla conferenza. L’arresto del ministro degli Esteri del Kosovo, invitato a Belgrado che avrebbe innescato, poteva gettare le basi per un altro scontro NATO/UE con la Serbia, partner fondamentale non solo del gasdotto Turkish Stream, ma della ferroviaria balcanica finanziata dai cinesi nel progetto per la Via della Seta, collegando il porto greco del Pireo a Budapest attraverso Macedonia e Serbia. La “NGO Youth Education Committee”, nel ritirare l’invito a Thaci ha citato “pressioni e minacce” da parte del governo serbo. Il gruppo non ha per nulla menzionato la condanna per terrorismo di Thaci. L’attacco dell’UCK ricostituito al posto di frontiera macedone, dove poliziotti macedoni sono stati presi brevemente in ostaggio prima che i predoni albanesi tornassero in Kosovo, non sarebbe stato possibile senza la consapevolezza del protettore militare del Kosovo, la NATO, che gestisce la grande base militare di Camp Bondsteel, in Kosovo. Nel 2001, quando le forze dell’UCK, alleato dei nazionalisti albanesi macedoni, combatterono le forze macedoni nella città di Arachinovo, in Macedonia, le forze della compagnia militare privata statunitense, Military Professional Resources Inc. (MPRI) furono coinvolte in entrambe le parti. Gli accordi di Ocrida videro la Macedonia concedere generosi diritti di autonomia alla popolazione albanese, nel tentativo di evitare che la violenza che devastava Kosovo e Bosnia si riversasse nella pacifica Macedonia. Il tentativo della rete di Soros di fomentare violenze nella comunità albanese è un chiaro tentativo di fare leva sul partito albanese, l’Unione democratica (DUI) guidata da Ali Ahmeti, da sei anni nel governo di coalizione VMRO-DPMNE guidato da Gruevski.
L’ambasciatore statunitense in Macedonia, Jess Baily, ha irritato Skopje sostenendo pubblicamente il putsch istigato dall’ex-primo ministro socialdemocratico e presidente Branko Crvenkovski, originario di Sarajevo, Bosnia, che invitava giovani e studenti macedoni a scendere in piazza a Skopje, inscenando la rivoluzione colorata contro il governo democratico di Gruevski. Tutto ciò dovrebbe essere familiare. Fu l’ambasciatore degli Stati Uniti a Kiev Geoffrey Pyatt che, lavorando con il suo capo, la segretaria agli affari europei del dipartimento di Stato Victoria Nuland, che cospirò con i capi dell’opposizione ucraina tra fine 2013 e inizio 2014 per organizzare la protesta Euromaidan che alla fine vide il presidente ucraino democraticamente eletto, Viktor Janukovich, rovesciato e il conseguente scoppio della guerra civile ucraina. Alimentando l’opposizione per cercare una rivoluzione colorata simile in Macedonia, Baily gioca con il fuoco fomentando tensioni e utilizzando i nazionalisti albanesi. Tale combinazione potrebbe scatenare una violenta guerra civile che potrebbe rivaleggiare con quella tra Kiev e la popolazione russa dell’Ucraina orientale. Gli slavi macedoni e i serbi contrapposti agli albanesi in Macedonia, Kosovo e regione del Sangiaccato e Presovo in Serbia, non solo creerebbero un’altra violenta guerra sulla penisola balcanica, ma significherebbe anche la fine della pipeline Turkish Stream attraverso i Balcani e i collegamenti finanziati dai cinesi tra Grecia e Budapest. I Balcani rimarrebbero zona di guerra della NATO sotto il dominio totale di Stati Uniti e Unione europea. Due capi politici albanesi, il primo ministro Edi Rama e l’ex-primo ministro Sali Berisha si espressero a favore di una “Grande Albania” composta da Albania, Macedonia, Montenegro, Serbia e parti della Grecia. Il messaggio per i Balcani è chiaro: se continuate i piani del Turkish Stream e il progetto ferroviario cinese, gli albanesi si solleveranno ricorrendo alla guerra civile per proteggere il dominio dell’Unione europea e della NATO sulla penisola. Gli albanesi, va notato, erano i più fedeli nei Balcani nel sostenere il Terzo Reich di Adolf Hitler. Dopo che Verushevksy è stato arrestato in quanto fonte delle intercettazioni e Zaev è stato preso con il passaporto in mano mentre cercava di fuggire dalla Macedonia, le squadre della rivoluzione colorata finanziate da Soros hanno avviato la strategia per fomentare i problemi con la minoranza albanese del Paese, un terzo della popolazione. Oggi, la Macedonia vacilla sull’orlo di una rinnovata violenza etnica, con Nuland e la sua banda di guerrafondai neoconservatori che attendono con ansia l’inizio di una nuova conta dei morti nei Balcani.25sskqwLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin ordina l’allerta dopo l’incursione dell’ipervelivolo degli Stati Uniti

What Does It Mean 9 aprile 2015article-0-1D2E08D100000578-981_634x421Il Ministero della Difesa (MoD) in un “bollettino urgente” pubblicato il 9 aprile, afferma che il Presidente Putin ha ordinato a più di 3 milioni di militari regolari e di riserva il massimo stato d’allerta, ordinando inoltre al complesso difensivo-industriale di aumentare immediatamente e drasticamente del 200% la produzione di missili per la difesa aerea e i complessi missilistici, per timori legati a ciò che il Ministero della Difesa definisce attacchi “non provocati” alla Federazione da un avanzato “ipervelivolo” degli Stati Uniti (interdimensionale e/o spaziale). Data la portata inaudita di questo ordine, il bollettino dice che il Presidente Putin prima di oggi, anche pubblicamente, aveva avvertito i cittadini della Federazione affermando: “quest’anno imminenti grandi esercitazioni riguarderanno tutti i distretti militari e tutte le forze“. L’urgenza di queste storiche operazioni militari, afferma il Ministero della Difesa, s’impone con la “comparsa” sull’alleato della Federazione, la Repubblica del Kazakhstan, la scorsa settimana di un avanzato “Ipervelivolo” degli Stati Uniti, ripreso in video e ritenuto dal Cremlino un'”aggressione non provocata“.

E’ importante notare, continua il bollettino del MoD, che l’incursione degli USA della scorsa settimana era il secondo “incidente” del genere negli ultimi sei mesi; il primo avvenne quando uno di tali “ipervelivoli” apparve su Ekaterinburg, nell’Oblast di Sverdlovsk, il 14 novembre 2014, immediatamente distrutto da un massiccio contrattacco missilistico che ha provocato un’esplosione quasi cataclismatica.

Gli esperti del MoD notano nel bollettino che la prima “comparsa” di tale arma statunitense, l'”ipervelivolo”, fu registrata il 17 ottobre 2013 mentre manovrava presso la MacDill Air Force Base (MDAFB) in Florida, allarmando i cittadini della zona, molti dei quali ne fotografarono la rivelatrice scia di condensazione vorticosa ad “anello di fumo nero”.

2013-10-17%2019_02_18La seconda “apparizione” di tale “ipervelivolo” statunitense, registrata dagli esperti del MoD, avvenne il 13 aprile 2014, nei cieli del Royal Leamington Spa, Regno Unito, nei pressi dell’assai segreto centro di comunicazione spaziale dell’US Air Force alla RAF Barford St John dove, come l’anno precedente in Florida, la rivelatrice scia di condensazione vorticosa ad “anello di fumo nero” si rese visibile nel cielo.

L’abbattimento da parte delle forze di difesa della Federazione di uno di tali “ipervelivoli” degli Stati Uniti su Ekaterinburg, il 14 novembre 2014, spiega il bollettino del MoD, è dovuto alla scoperta degli scienziati del MoD del sistema di propulsione a “supercavitazione“, utilizzando ciò che viene comunemente definito “effetto vortice toroidale“… che più semplicemente consente a un velivolo spaziale di, letteralmente,”nuotare nel cielo” e, forse, anche l’interdimensionalità. E su quanto esattamente Federazione e USA siano vicini alla guerra, il bollettino del MoD sottolinea cupamente, l’Intelligence estera (SVR) ha anche riferito che l’attacco EMP contro Washington DC, che ha paralizzato molti edifici governativi statunitensi, tra cui la Casa Bianca, era la “rappresaglia riuscita” a un simile attacco EMP degli Stati Uniti ai server della Federazione a Stavropol, nel Distretto Federale di Stavropol, del 16 marzo, e ripreso da un video.

Anche se non menzionato nella presente relazione del SVR, è interessante notare che subito dopo l’attacco EMP a Washington DC, il comando militare statunitense che sorveglia i cieli del Nord America contro missili ed aerei nemici, annunciava i piani per spostare i suoi sistemi di comunicazione nel bunker di Cheyenne Mountain, in Colorado, progettato durante la Guerra Fredda per proteggere sensori e server sensibili del comando da un possibile attacco ad impulso elettromagnetico (EMP).

smoke-ringTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come l’Iran gioca gli USA

Aaron David Miller CNN 22 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora1380104323707.cachedSe dovessi descrivere la relazione USA-Iran in una parola sarebbe “ingannati”. Giochiamo a dama sulla scacchiera del Medio Oriente e Teheran gioca a scacchi tridimensionali. L’Iran non ha alcun problema nel conciliare il proprio comportamento malvagio e contraddittorio, mentre ci contorciamo sui nodi delle nostre difficili scelte, sempre a convincerci che la politica statunitense sulla questione nucleare è giusta. L’Iran non è estraneo alla regione, ma facendo della questione nucleare il tutto e per tutto che ne ridurrebbe la potenza, gli Stati Uniti ingigantiscono soltanto Tehran. Si consideri ciò:

Violazioni dei diritti umani
Il rapporto USA-Iran non è simmetrico. Non è come se entrambi facciano cose terribili e cerchino un compromesso equo e giusto per fermare i rispettivi pessimi comportamenti. L’Iran sta per processare un cittadino degli Stati Uniti, un reporter del Washington Post (una spia. NdT) e abbiamo detto che, anche se protestiamo, manterremo la questione sul nucleare distinta non solo da questo caso, ma dagli abusi iraniani sui diritti umani, tra cui il comportamento delle loro milizie sciite in Iraq (sconfiggendo al-Qaida e SIIL, emanazioni della CIA/Mossad. NdT). Posso solo sperare in un retroscena attentamente orchestrato che prevede l’Iran rilasciare Jason Rezaian. In caso contrario, legittimiamo un regime malvagio e compromettiamo valori e interessi degli USA nel processo cje non assicura che tutti gli statunitensi detenuti dall’Iran siano liberati nell’ambito dell’accordo nucleare.

Alleati
Gli USA si alienano gli alleati più stretti per l’accordo con l’Iran, e l’Iran riprende e rafforza rapporti nuovi e vecchi, con coloro che gli sono sempre più dipendenti perché vedono la potenza dell’Iran crescere. I nostri amici non sono perfetti, in particolare i sauditi e persino gli israeliani. Ma ne abbiamo bisogno proprio perché l’Iran avanza. Purtroppo, l’amministrazione indica che l’accordo sulla questione nucleare ha la precedenza sulle loro priorità. Nel frattempo, gli alleati dell’Iran, la Siria di Bashar al-Assad, Hezbollah e ora gli huthi, non delegati ma strumenti convenienti, vedono cosa accade e sono disposti a prestarsi ancora più al gioco iraniano. I russi, anche, si rendono conto che la questione nucleare gli dà la copertura per vendere sofisticati sistemi di difesa antimissile e ben presto esportare ancora di più, aumentando influenza e valuta. Perdiamo amici; l’Iran li guadagna. In una delle più crudeli delle ironie, il ritorno dell’Iran nell’economia globale è il risultato della stessa questione che l’ha reso un paria: la questione nucleare.

Siria e Iraq
Mentre il mondo arabo si scioglie e non ha un più una potenza nell’epicentro, (Egitto, Iraq, Siria), l’Iran avanza. L’argomento qui non è che l’Iran si prende il Medio Oriente. Ma nella sua zona d’influenza, zona critica per gli Stati Uniti, Siria, Iraq, Golfo, Yemen, Libano, espande l’influenza, non la contrae. Washington non gioca in questo tipo di gioco, inciampa su tutto cercando di capire come combattere il SIIL in Siria senza ancora rafforzare al-Assad (nessuna risposta), come combattere il SIIL in Iraq senza favorire il governo degli sciiti e alienarsi i sunniti (senza risposta) e come sostenere i sauditi nello Yemen senza consentirgli di peggiorare le cose con i loro attacchi aerei (nessuna risposta). L’Iran da tempo sa oramai gestire le contraddizioni. In effetti, si può usare la minaccia del SIIL per trattenere gli statunitensi dall’indebolire il loro alleato al-Assad, ed espandere l’influenza in Iraq con il pretesto di combattere una battaglia di reciproco interesse. Nonostante il gruppo navale nel Golfo di Aden, gli Stati Uniti sono intrappolati, non disarmati. Non aspettatevi che le navi statunitensi fermino quelle iraniane. Come ha detto la portavoce del dipartimento di Stato Marie Harf, “Ci sono rapporti sull’invio delle navi statunitensi e voglio essere molto chiara in modo che non si abbia l’impressione sbagliata. Non sono lì per intercettare le navi iraniane. Lo scopo dei movimenti è solo garantire che le rotte rimangano aperte e sicure. Penso che ci sia qualche inesattezza e confusione. Voglio solo essere molto chiara che lo scopo non riguarda per nulla le navi iraniane“.

L’accordo nucleare
Ha chiaramente senso usare la diplomazia per limitare il programma nucleare iraniano. Ma non dobbiamo avere illusioni. In primo luogo, non porremo fine alle pretese sulle armi nucleari di Teheran, e due, permetteremo l’ascesa regionale con tale diplomazia nucleare, non limitarla. Una delle ragioni per cui gli Stati Uniti non colpiranno al-Assad è la paura di rafforzare il SIIL, ma l’altra è che non vogliamo una guerra per procura con l’Iran in Siria. Mentre i russi hanno chiarito con il loro recente accordo sugli S-300 che i negoziati nucleari fanno dell’Iran un partner più accettabile. E i veri frutti della diplomazia non sono nemmeno apparsi. Togliendo le sanzioni i mullah saranno più sicuri e riavranno le risorse per sostenere, e non ridurre, le loro aspirazioni regionali. Abbiamo il nostro letto, e a quanto pare ora ci corichiamo per dormire. L’accordo nucleare scongiura la crisi sulla questione nucleare, per ora. Ma a meno che non cambi sul serio il comportamento dell’Iran, ci ritroveremo con un Iran più potente alla fine.

AP178627920440Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin sabota il piano di Obama contro l’Iran

F. William Engdahl New Eastern Outlook 23/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora14172_888Ancora una volta Vladimir Putin e il suo team sono riusciti a minare la strategia geopolitica di Washington, questa volta sulle trattative bilaterali segrete statunitensi con l’Iran, al di fuori dei colloqui G5+1 comprendenti la Russia. Ciò che ha fatto la Russia, con velocità abbagliante, è disinnescare ciò che avrebbe potuto essere la devastante trasformazione dell’Iran da alleato della Russia ad aspro avversario. Se ciò accadesse assesterebbe un colpo devastante alla resistenza della Russia ai dettami di Washington. Il 13 aprile, pochi giorni dopo che il dipartimento di Stato degli USA iniziava a ritrarsi dall’eliminazione delle sanzioni economiche all’Iran il prossimo giugno, una volta concluso l’accordo definitivo sul programma nucleare iraniano, il presidente russo Putin ha firmato un decreto per revocare il divieto di vendere i sistemi di difesa aerea S-300 all’Iran, secondo l’ufficio stampa del Cremlino. “Il decreto toglie il divieto di trasferire sistemi di difesa aerea S-300 alla Repubblica islamica dell’Iran dalla Federazione Russa usando navi e aerei battenti bandiera russa“, affermava la dichiarazione. Il sistema di difesa antimissile mobile russo S-300 è di gran lunga superiore agli antiquati sistemi Patriot statunitensi. È un enorme impulso all’Iran che aveva inizialmente acquistato l’avanzato sistema di difesa missilistico antiaereo russo con un contratto da 800 milioni stipulato alle fine del 2007. Mosca doveva fornire cinque batterie di S-300PMU-1 a Teheran, ma Washington fece pressione su Mosca appena Dmitrij Medvedev divenne presidente e nel settembre 2010 Medvedev firmò il decreto che annullava il contratto, presumibilmente in linea con la risoluzione 1929 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che vieta la fornitura all’Iran di armi convenzionali come missili e sistemi missilistici, carri armati, elicotteri d’attacco, aerei e navi da guerra. In realtà, cedette alle pressioni di Stati Uniti e Israele, che si opponevano alla fornitura all’Iran degli avanzati sistemi di difesa aerea che potrebbero contrastare gli attacchi aerei e missilistici israeliani e statunitensi. In breve l’Iran non doveva difendersi dagli attacchi; e la NATO con la sua rete della Ballistic Missile Defense attorno la Russia? Non cercate una coerenza nella ragione, non c’è. Conta solo la forza. Il sistema di difesa aerea russa S-300 è considerato uno dei sistemi missilistici antiaerei più potenti attualmente schierati. Il solo superiore è sempre russo. I suoi radar hanno la possibilità di seguire contemporaneamente 100 bersagli, superiore al sistema missilistico degli USA Patriot. Il sistema S-300 è stato sviluppato per la difesa contro aerei e missili da crociera dalla forze di difesa aerea sovietiche. E’ indicativo che nelle attuali circostanze di fattuale stato di guerra tra Russia e USA, le esigenze della sicurezza nazionale trionfino sulle belle interpretazioni delle risoluzioni delle Nazioni Unite. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha affermato che il bando delle Nazioni Unite sugli S-300 non era più valido da quando i colloqui tra Teheran e i mediatori internazionali sul programma nucleare iraniano avanzavano in senso positivo. Il ministro della Difesa iraniano Hossein Dehgan discuterà le condizioni per la consegna dei sistemi di difesa antimissile russo S-300 a Teheran, durante la visita a Mosca.

Washington ancora una volta colta alla sprovvista
Le reazioni a Washington diventano ridicole. L’infame ed incompetente portavoce del dipartimento di Stato USA, Marie Harf, in conferenza stampa ha dichiarato da una parte che il dipartimento di Stato non ritiene la decisione di Putin violare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma poi ha sostenuto, esempio di notevole confusione diplomatica se non demenza che, “Pensiamo che date le azioni destabilizzanti dell’Iran nella regione in Yemen, Siria e Libano, che non sia il momento di vendergli questi sistemi“. Non è questo il momento di vendere sistemi di difesa all’Iran per proteggere lo spazio aereo dall’attacco da parte, diciamo, di un Netanyahu impazzito che si oppone aspramente alla distensione USA-Iran? Il segretario di Stato USA John Kerry aveva anche telefonato a Lavrov trasmettendo il dispiacere degli Stati Uniti per l’accordo sull’S-300, secondo il dipartimento di Stato. Washington rivela stupidamente le sue vere intenzioni verso l’Iran che non sono affatto pacifiche ma piuttosto tattiche? Se è così, sarebbe stato un inganno di gran lunga migliore salutare la decisione di Putin e di nascosto cercare di sabotarla in un secondo momento. Washington non può essere accusata oggi di sofisticazione diplomatica o strategica. Uno dei motivi per cui Washington vuole concludere l’accordo sul nucleare con l’Iran sarebbe porre ulteriore pressione economica sulle esportazioni energetiche russe. La ripresa delle vendite di petrolio dell’Iran, dopo le sanzioni SWIFT e altre misure statunitensi nel 2012, creerebbe pressione finanziaria sulla Russia. Inoltre, Washington vorrebbe dirigere gli enormi giacimenti di gas naturale dell’Iran, ma non tramite il gasdotto Iran-Iraq-Siria, verso l’UE che la Russia influenzerebbe fortemente, ma piuttosto vorrebbe un gasdotto statunitense attraverso la Turchia, membro della NATO, utilizzando il gas dell’Iran per indebolire ulteriormente le strategie energetiche russe verso l’Unione europea.

L’accordo da 20 miliardi di dollari tra Russia e Iran
Tuttavia le agili aperture russe dell’Iran non si fermano alla decisione sugli S-300. Lo stesso giorno, il 13 aprile, il viceministro degli Esteri russo Sergej Rjabkov aveva detto che la Russia iniziava a fornire grano, attrezzature e materiali da costruzione all’Iran in cambio di petrolio, un baratto che potrebbe valere 20 miliardi di dollari. Rjabkov ha aggiunto: “In cambio delle forniture di petrolio greggio iraniano, offriamo alcuni prodotti, ciò non è vietato o limitato dalle sanzioni attuali“. L’Iran è il terzo maggiore acquirente di grano russo, e Mosca e Teheran hanno discusso il problema dall’inizio del 2014.7155F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Smontare l’intervento yemenita di Obama

MK Bhadrakumar Asia Times 21 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
Barack Obama walks with Saudi King SalmanVoice of America finanziata dal governo statunitense ha avviato un ballon d’essai vacuo pronosticando che le tensioni accumulatesi con il conflitto nello Yemen “sembrano contrapporre gli Stati Uniti all’Iran in una prova di forza cruciale nel Golfo di Aden.” Il contesto sono la portaerei USS Theodore Roosevelt e l’incrociatore lanciamissili USS Normandy che si uniscono ad altre sette navi da guerra degli Stati Uniti nella zona, tra cui il Gruppo di assalto anfibio della Iwo Jima, che comprende un reparto di oltre 2000 Marines. Un modo stravagante di sbirciare oltre lo specchio. Alice ne ridacchierebbe. Gli Stati Uniti non si scontreranno militarmente con l’Iran. Le due flotte hanno una lunga storia di spintoni e di giochi del gatto col topo nelle acque del Golfo Persico, senza tentare un graffio. Questo è uno. Il secondo, in questo caso particolare, è l’Iran che semplicemente non intende farsi coinvolgere militarmente nello Yemen. L’Iran fa splendidamente bene invece a proiettare un robusto piano di pace in 4 punti per lo Yemen, che la Russia ha già accolto e che sarà sostenuto, perché Teheran prevede, giustamente, che non vi sia alcuna altra opzione, in ultima analisi, che aprire la via diplomatica e politica. Non si cerca la vittoria in una guerra fratricida, vero? Si vince passo-passo e il segreto sta nella pazienza e nel potere di logoramento. In breve, la Theodore Roosevelt dovrà inventarsi un nemico iraniano prima di avere una “serie prova di forza”. Terzo, gli huthi hanno veramente bisogno di armi dall’Iran in questa fase? E’ ben noto che siano alleati a fazioni militari yemenite dall’ampio accesso alle armi. Inoltre, la natura delle guerre fratricide in Paesi come Yemen o Afghanistan è tale che i veri asset strategici risultano altrove. Queste guerre hanno i loro corsi e ricorsi, e al momento gli huthi avanzano innegabilmente. Stando così le cose, qual è il vero scopo (o scopi) che gli Stati Uniti sperano di raggiungere inviando tale flotta? A dire il vero, il dispiegamento di un numero così elevato di marines su un gruppo di navi d’assalto anfibio suggerirebbe che un’operazione di sbarco non sia esclusa. Può darsi che il presidente Barack Obama sia agitato dal fatto che il primo ministro del Pakistan Nawaz Sharif (qui), l’egiziano Abdalfatah al-Sisi (qui) o il turco Recep Tayyip Erdogan (qui) temano d’immischiravisi, cioè di inviare “stivali sul terreno” nello Yemen? Sembra improbabile. Tuttavia, una limitata operazione di terra degli Stati Uniti può essere comunque in cantiere. Il punto è che Washington non ha badato ad evacuare centinaia, migliaia di cittadini statunitensi bloccati nello Yemen. Sarebbero in gran parte di origine araba e musulmana, e non avrebbero una lobby negli Stati Uniti che possa fare scandalo al Congresso o nei media degli USA, ma se tale scandalo perdura, sarà un insulto alla reputazione di Obama umanista e alla sua eredità presidenziale. C’è anche del denaro in gioco, e potrebbe essere molto, perché alcuni di questi cittadini arabo-statunitensi hanno presentato denuncia nei tribunali degli USA chiedendo un risarcimento dai segretari di Stato e della Difesa. Dio non voglia, se alcuni di loro venissero uccisi nei prossimi giorni, non escludendo gli sfrenati omicidi (qui) e vendicativi (qui) attacchi aerei sauditi, la questione dei danni potrebbe emergere a un certo punto.27CBCB7A00000578-0-image-a-31_1429563450836Dopo tutto, il governo degli Stati Uniti non s’è interessato di evacuare i propri cittadini in difficoltà, a differenza di quanto quasi tutti i Paesi hanno fatto, e i giudici statunitensi non avrebbero altra scelta, se questi musulmani arabo-statunitensi facessero valere i loro diritti costituzionali in quanto cittadini statunitensi. Inoltre, al livello popolare si sostiene che gli statunitensi non hanno alcun controllo sui crimini di guerra sauditi nello Yemen, e ciò potrebbe ridimensionare la politica di Obama in Medio Oriente e la sua statura di leader mondiale. Così Washington infine potrebbe programmare l’evacuazione dallo Yemen dei propri cittadini bloccati. Infatti, 5000 marines possono farlo, a condizione naturalmente che gli huthi cooperino; collaboreranno? A mio parere, la CIA avrebbe già fatto il lavoro necessario. Ora, l’Iran non lo sosterrà? Impossibile. Semmai se i marines avessero difficoltà, l’Iran potrebbe dare una mano avendo avanzato una generosa offerta di aiuto a tutti i Paesi, senza eccezione, nell’evacuare propri cittadini dallo Yemen. Oltre l’evacuazione, ciò che Obama spera di ottenere ordinando all’USS Theodore Roosevelt di salpare dallo Stretto di Hormuz (dove è occhi negli occhi con la Marina dell’Iran) per il Golfo di Aden? Significativamente, Obama ha preso questa decisione dopo una telefonata con il re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud e l’incontro nello Studio Ovale con il principe ereditario Muhamad bin Zayad al-Nahan degli Emirati Arabi Uniti (membro chiave della coalizione saudita contro lo Yemen). Da attente letture delle dichiarazioni della Casa Bianca, qui e qui, avviare un processo di pace nello Yemen appare in cima ai pensieri di Obama. Ma fino a che punto Obama sia riuscito a calmare Salman solo il tempo lo dirà. È improbabile che Obama abbia adottato lo stesso linguaggio del presidente cinese Xi Jinping verso Salman. (È interessante notare che l’appello di Obama a Salman appare il giorno dopo l’iniziativa di Xi.)
Nel frattempo, Obama si riunirà con i re guerrieri arabi in un conclave del prossimo mese. I preparativi sono già iniziati. In ultima analisi, la leva degli Stati Uniti al conclave con Salman e Zayad verrebbe costruita secondo la formula “salvare la faccia”, per farli apparire vittoriosi nella guerra allo Yemen. Il re e il principe ereditario non possono permettersi di apparire perdenti, soprattutto con l’Iran seduto sulla riva del fiume che osserva beffardo. Quindi, un po’ di spettacolarità da parte dello Zio Sam, per salvare la faccia dei monarchi del Golfo, sarà necessaria nei prossimi giorni. In termini politici, è sensato per gli Stati Uniti apparire attivamente coinvolti nel conflitto nello Yemen, anche se iniziasse il processo di pace. Il dispiegamento della flotta fa letteralmente degli Stati Uniti il “protagonista” della guerra yemenita. Obama sarebbe rassicurato dal modo con cui la Russia ha collaborato al recente dibattito al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sullo Yemen, senza che il Presidente Vladimir Putin gli faccia delle sorprese. Anche l’Iran parla di pace con gli Stati Uniti. Così, in qualunque modo si guardi svilupparsi lo scenario, l’USS Theodore Roosevelt partecipa a una sicura missione politica ed economica che avvantaggerà Obama.
Il rischio che Obama inizi un’altra guerra degli USA in Medio Oriente, anche senza volerlo, è praticamente inesistente; Obama non cerca la resa dei conti con l’Iran nel momento cruciale dei colloqui sul nucleare; Obama non può non essere consapevole che il conflitto nello Yemen sia conseguenza della Primavera araba e la leva degli Stati Uniti, attivando un processo politico nello Yemen, può migliorare con il coinvolgimento diretto; naturalmente John Bolton o il senatore John McCain non potranno dileggiare di passività Obama, almeno sulla questione yemenita.

uss-theodore-rooseveltTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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