Washington ancora sottovaluta gli iraniani

F. William Engdahl New Eastern Outlook 10/02/2016saudi-arabia-iranLa politica estera di Washington in questi giorni è dominata da una bizzarra politica sadomasochista, non dissimile dall’argomento della CIA secondo cui la tortura, come il waterboarding, sia un modo legittimo di aver intelligence preziosa sul nemico da combattere. Abu Ghraib e Guantanamo vengono in mente. I guerrafondai capo della CIA John Brennan e Victoria Nuland del dipartimento di Stato, o il neocon Ash (come le ceneri della guerra) Carter al Pentagono, sembrano convinti che per essere una grande nazione in primo luogo si debba essere un “rude poliziotto” che pesta i popoli o le nazioni presi di mira, sanzionandoli fino alla bancarotta. Poi gli si affianca il “poliziotto buono”. I loro stupidi manuali di tortura militari e della CIA gli dicono che funziona ogni volta. L’unico problema è che non è così. Non lo è sicuramente con varie nazioni che resistono al bullesco gioco del poliziotto duro e poliziotto buono di Washington. Quello che l’Iran fa sui prezzi per l’esportazione del petrolio ne è un esempio. Nell’estate 2015 gli Stati Uniti approvavano la revoca delle sanzioni contro l’Iran a determinate condizioni, presumibilmente legate alle garanzie iraniane sul monitoraggio internazionale dell’AIEA sul programma nucleare. Le più brutali sanzioni furono inventate dall’aggressivo Ufficio del terrorismo finanziario del Tesoro degli Stati Uniti nel gennaio 2012, e furono imposte dall’Unione Europea su immensa pressione di Washington. Tra le altre misure imposero l’inaudita esclusione mondiale di tutte le banche iraniane dal sistema interbancario dei pagamenti SWIFT su vendite e commercio del petrolio nei mercati mondiali. SWIFT, Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication, ne cancellò la maggior parte delle transazioni finanziarie interbancarie mondiali. Si trova in Belgio ed è di proprietà di banche private, e non dell’UE. Fu la prima espulsione dallo SWIFT in 39 anni. L’espulsione dallo SWIFT fu ideata da David Cohen, sottosegretario del Tesoro su terrorismo e intelligence finanziaria, insieme a Mark Dubowitz, specialista di sanzioni di Washington. Era l’equivalente finanziario di Washington dell’uso dell’arma termonucleare. Inoltre l’UE accettò l’embargo petrolifero contro l’Iran e il congelamento dei beni della banca centrale iraniana all’estero. La moneta iraniana crollò dell’80% rispetto al dollaro. L’inflazione iraniana, in particolare nell’importazione di frumento, esplose e le esportazioni di petrolio verso i principali clienti, tra cui Unione europea, Cina, Giappone, Corea del Sud e India si ridussero della metà.

Ingratitudine?
Il 16 gennaio 2016, in relazione all’accordo di Vienna dell’AIEAS con l’Iran e altre parti sull’arricchimento nucleare del luglio 2015, SWIFT annunciava che riammetteva le banche iraniane, compresa la Banca nazionale, nel sistema dei pagamenti. L’UE dichiarava che alle imprese europee, tra cui le compagnie petrolifere, non era più proibito fare affari con l’Iran. L’amministrazione Obama, tuttavia, non era così generosa. Il Tesoro degli Stati Uniti dichiarava che “l’embargo degli Stati Uniti in generale resterà in vigore anche dopo l’attuazione, per preoccupazioni esterne al programma nucleare iraniano”. La Casa Bianca dichiarava che “le sanzioni degli Stati Uniti all’Iran per sostegno al terrorismo, violazioni dei diritti umani e attività missilistiche rimarranno in vigore e continueranno ad essere applicate”. Ora Teheran reagiva ad anni di guerra economica degli Stati Uniti invece di abbracciare la nazione che gli ha condotto una continua guerra dal 1979, come il Vietnam ha fatto abbracciando l’economia liberista degli USA, la leadership iraniana ha risposto con una chiara decisione sul tiramolla tra dare agli Stati Uniti una scusa per imporre nuovamente le sanzioni SWIFT e altre, e seguire i propri interessi nazionali. Tali interessi sono l’importante passo della de-dollarizzazione. Non c’è dubbio che alcuni duri di Washington e loro alleati in Arabia Saudita e Tel Aviv la chiamino ingratitudine. Io la chiamo autonomia nel perseguire l’interesse nazionale sovrano dell’Iran.

Petrolio in cambio solo di euro
Ora, in segno di gratitudine per la fine di 37 anni di sanzioni economiche degli USA, il 5 febbraio, secondo un rapporto dell’iraniana PressTV, un funzionario della National Iranian Oil Company annunciava che l’Iran accettava pagamenti solo in euro e non dollari per il proprio petrolio. Il funzionario aggiungeva che tale regola sarà applicata agli accordi recentemente firmati con il gigante energetico francese Total, la spagnola Cepsa e la russa Lukoil. Il funzionario del NIOC ha dichiarato, “Nei nostri accordi citiamo la clausola che gli acquirenti del nostro petrolio debbano pagare in euro, considerando il tasso di cambio nei confronti del dollaro al momento della consegna“. Inoltre NIOC ha chiarito che India e altri grandi acquirenti di petrolio iraniano, al momento del blocco SWIFT, dovranno pagare i debiti miliardari in euro e non dollari. Il funzionario della NIOC ha chiarito che la Banca centrale dell’Iran (CBI) ha deciso di svolgere il commercio estero in euro quando il Paese era ancora sotto sanzioni. Perché questo è un grosso problema, ci si può chiedere? Di per sé non lo è. Ma assieme a mosse simili di altre nazioni dell’Eurasia, in particolare Russia e Cina, per svolgere il commercio energetico bilaterale secondo le valute nazionali, rubli e renminbi, così come la recente decisione della Russia di iniziare il trading dei futures sul petrolio greggio russo al St. Petersburg Mercantile Exchange in rubli e non dollari, e di creare un nuovo prezzo di riferimento con il petrolio degli Urali in rubli, sostituendo il Brent in dollari USA sul cambio ICE di Londra, la mossa iraniana comincia a causare gravi danni a ciò che Henry Kissinger, ai tempi del primo shock dei prezzi del petrolio del 1973-74, denominò “petrodollari”.

Cosa sono i petrodollari, quindi?
12316263511452256913 Come documento profondamente nel mio libro Un secolo di guerra: la politica del petrolio anglo-americana, l’idea dei “petrodollari” risale allo shock petrolifero del 1973. Quell’anno un’oscura rete atlantista di piuttosto influenti banchieri, multinazionali del petrolio e funzionari dei governi di Stati Uniti ed europei, circa 84 individui selezionati, s’incontrò in gran segreto per due giorni di sessioni al Saltsjoebaden Grand Hotel, di proprietà della ricca famiglia svedese dei Wallenberg. Lì, nel maggio 1973, la riunione del Bilderberg discusse del petrolio. Il vertici bancari e i baroni del petrolio anglo-statunitensi, tra cui David Rockefeller della Chase Manhattan Bank; barone Edmond de Rothschild dalla Francia; Robert O. Anderson della compagnia petrolifera ARCO; Lord Greenhill, presidente della British Petroleum; René de Granier Lilliac presidente della Compagnie Française des Pétroles, oggi TOTAL; Sir Eric Roll della SG Warburg, creatore degli eurobond; George Ball di Lehman Brothers; l’industriale tedesco e amico dei Rockefeller Otto Wolff von Amerongen e Birgit Breuel, poi capo della Treuhand tedesca, che spogliò il patrimonio dell’ex-Germania democratica, erano presenti. Così pure l’industriale italiano e stretto collaboratore dei Rockefeller, Gianni Agnelli della FIAT. L’incontro a porte chiuse, su cui fu vietato una qualsiasi copertura della stampa, discusse dell’imminente aumento del 400% del prezzo del petrolio dell’OPEC. Piuttosto che discutere di come tale shock sulla crescita economica mondiale potesse essere evitato con un’attenta diplomazia con Arabia Saudita, Iran e gli altri Stati arabi dell’OPEC, l’incontro si concentrò su cosa ne avrebbero fatto dei soldi! Discussero come “riciclare” l’aumento di quattro volte del prezzo della merce più importante del mondo, il petrolio. I verbali ufficiali e confidenziali della riunione Bilderberg a Saltsjoebaden, che ho letto, discussero del pericolo che a seguito dell’enorme aumento dei prezzi del petrolio OPEC, “l’inadeguato controllo delle risorse finanziarie dei Paesi produttori di petrolio possa disorganizzare completamente e minare il sistema monetario mondiale“. I verbali parlavano di “enormi aumenti delle importazioni dal Medio Oriente. Il costo di queste importazioni aumenterebbe enormemente“. I dati forniti nel corso della discussione a Saltsjoebaden dal consulente petrolifero degli Stati Uniti e relatore Walter Levy, mostravano un aumento dei prezzi del petrolio OPEC previsto a circa il 400 per cento. Questa fu la vera origine di ciò che Kissinger in seguito chiamò il problema del “riciclaggio dei petrodollari”, l’enorme aumento dei dollari dalle vendite di petrolio. La politica di Stati Uniti e Regno Unito, o meglio la politica di Wall Street e City di Londra, era assicurasi che i Paesi dell’OPEC investissero le loro ricchezze petrolifere principalmente nelle banche anglo-statunitensi.

Guerra del Kippur
La Guerra del Kippur dell’ottobre 1973 tra Israele e una coalizione di Stati arabi guidati da Egitto e Siria, prevedibilmente spinse il re saudita Faysal a minacciare l’embargo petrolifero dell’OPEC contro Europa e Stati Uniti per la fornitura ad Israele di armi prima della guerra. Kissinger e Wall Street ci contavano. Allo scoppio della guerra, a metà ottobre 1973, il governo tedesco del cancelliere Willy Brandt disse all’ambasciatore degli USA a Bonn che la Germania era neutrale nel conflitto in Medio Oriente, e quindi non avrebbe permesso agli Stati Uniti di rifornire Israele dalle basi in Germania. Nixon, il 30 ottobre 1973 inviò al cancelliere Brandt una nota di protesta nettamente formulata, probabilmente redatta da Kissinger: “Ci rendiamo conto che gli europei dipendano dal petrolio arabo più di noi, ma non siamo d’accordo che la vulnerabilità diminuisca dissociandovi da noi su una questione di tale importanza… Si noti che questa crisi non è responsabilità dell’Alleanza, e le forniture militari ad Israele sono per scopi che non rientrano nelle responsabilità dell’alleanza. Non credo che possiamo tracciare una linea così netta…” Washington non avrebbe permesso alla Germania di dichiarare la neutralità nel conflitto in Medio Oriente. Ma, in modo significativo, alla Gran Bretagna fu permesso d’indicare chiaramente la sua neutralità, evitando così l’impatto dell’embargo petrolifero arabo. Questo era il mondo del petrolio anglo-statunitense. In un affascinante colloquio personale a Londra nel settembre 2000 con lo sceicco Zaqi Yamani, ministro del Petrolio di Faysal, Yamani mi parlò di una missione a Teheran alla fine del 1973. Fu prima di un’importante riunione a dicembre dell’OPEC. Yamani racconta che re Faysal l’aveva mandato a Teheran per chiedere a Shah Reza Pahlavi perchè l’Iran insisteva su un notevole aumento del prezzo permanente dell’OPEC pari al 400% rispetto ai prezzi di prima della guerra. Yamani mi confessò che lo Shah gli disse: “Mio caro ministro, se il re vuole la risposta a questa domanda, ditegli che dovrebbe andare a Washington e chiedere a Henry Kissinger“. L’8 giugno 1974, il segretario di Stato statunitense Henry Kissinger firmò l’accordo che istituiva una Commissione congiunta USA-Arabia saudita sulla cooperazione economica, il cui mandato ufficiale incluse “la cooperazione nella finanza”. Nel dicembre 1974, nella segretezza assoluta, l’assistente del segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Jack F. Bennett, poi divenuto CEO di Exxon, firmò un accordo a Riyadh con la Saudi Arabian Monetary Agency (SAMA, la banca centrale saudita). La missione della SAMA era “stabilire un nuovo rapporto con la Federal Reserve Bank di New York con l’operazione di prestito del Tesoro USA. In base a tale disposizione, SAMA acquisterà nuovi titoli del Tesoro con scadenza di almeno un anno“, spiegò Bennett nel febbraio 1975, appunto al segretario di Stato Kissinger. Il governo di Washington era ora libero di avere deficit quasi illimitati, sapendo che i petrodollari sauditi avrebbero comprato il debito degli Stati Uniti. Washington in cambio promise ai principi sauditi la vendita di armi degli Stati Uniti, vincendo su entrambi i lati.
Non meno sorprendente di questo “accordo” USA-sauditi fu la decisione politica esclusiva degli Stati petroliferi dell’OPEC, nel 1975, guidati dall’Arabia Saudita, di accettare solo dollari statunitensi per il loro petrolio, e non marchi tedeschi, nonostante il loro chiaro valore, non gli yen giapponesi, i franchi francesi o svizzeri, ma solo dollari statunitensi. Questa è la vera origine di ciò che si chiama petrodollari. Il petrolio, dopo l’accordo USA-Riyadh del 1975, doveva essere venduto dai produttori dell’OPEC solo in dollari USA. Il risultato fu la drammatica rinascita del dollaro che affondava, un profitto eccezionale per le major petrolifere di Rockefeller e Regno Unito, allora conosciute come le Sette Sorelle, il boom delle banche di Wall Street e City di Londra, gli eurodollari “riciclati” nei petrodollari e la peggiore recessione economica del mondo e degli USA dagli anni ’30. Per i banchieri di Londra e Wall Street l’economia era mera esteriorità. L’accordo petrolio-dollari tra Stati Uniti e Arabia Saudita, che tiene tutt’oggi, fu ignorato da Sadam Husayn che, in occasione di Oil-for-food delle Nazioni Unite, vendette il petrolio iracheno in euro depositati presso la banca francese BNP Paribas. La pratica irachena del “petroeuro” finì bruscamente nel marzo 2003 con l’invasione statunitense dell’Iraq. Da quel momento alcun Paese dell’OPEC ha venduto petrolio in qualsiasi altra valuta. Ora, l’Iran rompe i ranghi, infliggendo un altro duro colpo all’egemonia del dollaro USA al sistema del dollaro quale valuta di riserva mondiale dominante. Dopo tutto non c’è alcuna legge internazionale che imponga ai Paesi di comprare e vendere petrolio solo in dollari, no? La fine di ciò che è diventata la tirannia del sistema del dollaro si avvicina con la decisione dell’Iran di vendere petrolio solo in euro, ora. E’ un mondo davvero affascinante.15496412016_pump-webF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente laureato in politica alla Princeton University ed è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Hillarygate, la complicità occidentale nel genocidio dei neri in Libia

Contrainjerencia 17/01/2016

Hillary Clinton con i terrorisiti di al-Qaida in Libia.

Hillary Clinton incontra i terroristi di al-Qaida in Libia.

A capodanno furono svelati 3000 messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton quando era segretaria di Stato. Sono stati ripresi da diversi media statunitensi, tra cui la CNN. Gli storici saranno sorpresi da alcune rivelazioni esplosive contenute nei messaggi di posta elettronica sulla Libia: la legittimazione dei crimini dei ribelli, le operazioni speciali inglesi e francesi in Libia all’avvio delle proteste contro Gheddafi, l’integrazione dei terroristi di al-Qaida nell’opposizione sostenuta dai Paesi occidentali, ecc.

Gli squadroni della morte della NATO
Le informazioni raccolte da Sidney Blumenthal su Hillary Clinton forniscono prove decisive sui crimini di guerra commessi dai “ribelli” libici sostenuti dalla NATO. Citando un capo ribelle “con cui ha parlato in piena fiducia”, Blumenthal ha detto di Clinton: “Prendendo le parole con la massima riservatezza, un capo dei ribelli ha detto che le sue truppe continuano l’esecuzione sommaria di tutti i mercenari stranieri (che hanno combattuto per Muammar Gheddafi) durante i combattimenti“. Mentre le esecuzioni illegali sono facili da riconoscere (i gruppi coinvolti in questi crimini vengono chiamati convenzionalmente “squadroni della morte”), ancor più sinistro è che erano considerati “mercenari stranieri” i combattenti di origine sub-sahariana e, difatti, i civili neri. Vi è un’ampia documentazione presso giornalisti, ricercatori e gruppi di difesa dei diritti umani che dimostrano che i libici neri e i lavoratori sub-sahariani assunti da società libiche, attività favorita da Gheddafi per la sua politica a favore dell’unità africana, furono oggetto di una brutale pulizia etnica.Mails_Blums_2Il massacro di Tawarga
I neri libici furono spesso stigmatizzati come “mercenari stranieri” dai ribelli, principalmente gruppi estremisti legati ad al-Qaida, per la loro fedeltà in generale a Gheddafi, in quanto comunità furono stati sottoposti a torture ed esecuzioni e le loro città furono “liberate” con la pulizia etnica e le stragi. L’esempio più documentato è Taweaga, una città di 30000 libici neri. La popolazione scomparve del tutto dopo l’occupazione da parte dei gruppi ribelli sostenuti dalla NATO, le Brigate di Misurata. Tali attacchi erano ben noti e continuarono fino al 2012, come confermato dall’articolo del Daily Telegraph: “Dopo che Muammar Gheddafi fu ucciso, centinaia di lavoratori migranti provenienti dagli Stati confinanti furono arrestati dai combattenti alleati delle nuove autorità provvisorie. Accusarono gli africani di essere mercenari al servizio dell’ex-leader”. Sembra che Hillary Clinton fosse stata personalmente informata dai crimini degli alleati, i ribelli anti-Gheddafi, molto prima di commettere i peggiori crimini del genocidio.

al-Qaida e le forze speciali di Francia e Regno Unito in Libia
Nella stessa email Sydney Blumenthal ha anche confermato ciò che divenne un problema ben noto, le insurrezioni sostenute dall’occidente in Medio Oriente e la cooperazione tra le forze militari occidentali e le milizie legate ad al-Qaida. Blumenthal riferisce che “una fonte estremamente sensibile” confermò che le unità speciali inglesi, francesi ed egiziane crearono le milizie ribelli libiche al confine tra Libia ed Egitto, nonché alla periferia di Bengasi. Mentre gli analisti a lungo specularono sulla presenza di truppe occidentali sul terreno, nella guerra libica, il messaggio è la prova definitiva del ruolo svolto da esse e della loro presenza sul terreno nelle prime manifestazioni contro il regime di Gheddafi, scoppiate nel febbraio 2011 a Bengasi. Il 27 marzo, in ciò che doveva essere una “rivolta popolare”, gli agenti dei servizi speciali inglesi e francesi “supervisionarono il trasferimento di armi ai ribelli“, tra cui armi d’assalto e munizioni.Mails_Blums_1Il timore francese per la moneta pan-africana
La risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite proposta dalla Francia istituiva una no-fly zone sulla Libia “al fine di proteggere i civili”. Tuttavia, una e-mail inviata a Clinton nell’aprile 2011 esprime intenzioni meno nobili. L’e-mail indica l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy come a capo dell’attacco alla Libia e individua cinque obiettivi da raggiungere: avere il petrolio libico, garantire l’influenza francese nella regione, aumentare la reputazione nazionale di Sarkozy, affermare il potere militare francese ed evitare l’influenza di Gheddafi su ciò che chiamava “francofona”. Ancor più sorprendente è il riferimento alla minaccia che le riserve di oro e denaro libiche, stimate in 143 tonnellate d’oro e una quantità simile di denaro, “comportassero la sostituzione del franco CFA quale moneta ufficiale dell’Africa francofona“. Una delle principali cause della guerra, poi, fu la volontà francese d’impedire la creazione della moneta panafricana basata sul dinaro-oro libico, un programma che faceva parte dei tentativi di Gheddafi di promuovere l’unità africana. Questo avrebbe dato ai Paesi africani un’alternativa al franco CFA, uno dei fattori del dominio neocoloniale sull’economia dell’Africa Centrale da parte della Francia.

2 luglio 2013, Laura Boldrini premia con soldi pubblici la giornalista Annick Cojean, l'ideatrice della menzogna dell'uso del Viagra da parte dei soldati della Jamahirya Libica, propaganda di guerra volta a giustificare la distruzione della Libia, ancora diffusa e utilizzata dall'oscena sicaria atlantista Boldrini a due anni dall'assassinio della Libia.

2 luglio 2013, Laura Boldrini premia con soldi pubblici la giornalista Annick Cojean, l’ideatrice della menzogna dell’uso del Viagra da parte dei soldati della Jamahirya Libica, propaganda di guerra volta a giustificare la distruzione della Libia, ancora diffusa e utilizzata dall’oscena sicaria atlantista Boldrini a due anni dall’assassinio della Libia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

USA, i raid aerei russi hanno cambiato ‘completamente’ la situazione in Siria

Greg Miller, Washington Post, 9 febbraio 2016

James R. Clapper Jr., direttore della National Intelligence, testimonia nell'audizione del Comitato Forze Armate del Senato, del 9 febbraio 2016.

James R. Clapper Jr., direttore della National Intelligence, testimonia nell’audizione del Comitato Forze Armate del Senato, 9 febbraio 2016.

L’intervento militare russo in Siria ha trasformato il corso della guerra civile contro i gruppi terroristi sostenuti dagli Stati Uniti, aumentando la probabilità che il Presidente siriano Bashar al-Assad e i suoi rimangano al potere, hanno testimoniato i funzionari dell’intelligence USA. La valutazione è il riconoscimento dalle agenzie di spionaggio degli Stati Uniti che i raid aerei russi hanno sabotato gli obiettivi dell’amministrazione Obama per far decadere Assad quale soluzione politica ai quasi cinque anni di conflitto. “Il rafforzamento russo ha cambiato completamente i calcoli“, dice il Tenente-Generale Vincent R. Stewart, capo della Defense Intelligence Agency, nella testimonianza al Senato. Assad è “in una posizione negoziale molto più forte di quanto non lo fosse solo sei mesi fa”, ha detto Stewart. “Sono più propenso a credere che sia un attore più presente di quanto non lo fosse sei mesi o un anno fa“. Non più tardi della scorsa estate, i funzionari dei servizi segreti statunitensi parlavano apertamente di “Fine dei giochi” per il leader siriano, sostenuto anche dall’Iran. Le osservazioni di Stewart avvengono nel corso di un paio di udienze al Senato sulla cupa indagine sui problemi della sicurezza, compresi attacchi informatici, minacce terroristiche e Stati falliti, che sembra certo affronterà il prossimo inquilino della Casa Bianca. Tra coloro che testimoniavano vi erano il direttore della National Intelligence James R. Clapper Jr., il direttore dell’FBI James B. Comey e il direttore della CIA John Brennan alla sua prima apparizione pubblica alla Commissione Intelligence del Senato, da quando l’ente pubblicò nel 2014 un rapporto graffiante sull’uso di metodi d’interrogatorio brutali dell’agenzia su sospetti terroristi. Le tensioni persistenti dietro l’indagine del Senato sono scoppiate durante un acceso scambio tra Brennan e il senatore Ron Wyden (Democratico dell’Oregon), che ha chiesto l’ammissione dal capo della CIA che il suo personale aveva impropriamente avuto accesso ai documenti degli investigatori del Senato sulle attività dell’agenzia. Quando Wyden ne ha fatto cenno, Brennan s’è impennato, dicendo: “Questa è la valutazione annuale delle minacce, no?” Brennan sembrava rimproverare Wyden sulla questione dell’intrusione nei computer nel corso dell’audizione annuale dedicata ad esaminare le minacce alla sicurezza. Ma il confronto continuò con entrambi alzare la voce. In ultima analisi, Brennan ha ammesso “azioni inappropriate molto limitate” da parte del personale della CIA, ma ha accusato gli investigatori del Senato di trasgressioni simili senza sprecare un’ottima occasione per gridare a Wyden: “Non dica che spiamo i computer e i file del Senato! Non lo dica!
Clapper ha svolto la sua testimonianza avvertendo sulla vulnerabilità del Paese ad attacchi informatici da Russia, Cina e altri avversari, mettendo le intrusioni via computer in cima alla lista dei rischi alla sicurezza, come ha fatto negli ultimi anni. Ma Clapper ha anche citato la diffusione dello Stato Islamico oltre le basi in Siria, i segnali recenti che la Corea democratica rimane decisa a sviluppare armi nucleari in grado di colpire gli Stati Uniti, e il pericolo crescente che terroristi “interni” possano effettuare trame ispirate agli attentati dello scorso anno. “Il successo percepito” degli attentati di Parigi, Chattanooga in Tennessee e San Bernardino in California, “Potrebbe motivare altri a replicare attentati opportunistici con poco o alcun preavviso, diminuendo le nostre capacità operativa e prontezza nell’individuare i piani dei terroristi“, ha detto Clapper nella testimonianza ai comitati del Senato su intelligence e forze armate. Nonostante quasi 15 anni di operazioni antiterrorismo degli Stati Uniti dopo gli attacchi dell’11 settembre, Clapper ha detto “ci sono ora più gruppi, membri e santuari estremisti sunniti violenti che mai prima della storia“. A un certo punto, Clapper ha descritto la sua triste presentazione, solo in parte faceta, quale “litania della sventura“. La testimonianza di Clapper sulla Siria avviene mentre migliaia di civili fuggono dalla più grande città del Paese, Aleppo, nella tempesta di fuoco degli attacchi aerei russi e avanzate delle forze del regime volte a sloggiare le fazioni terroristiche che avevano il controllo di gran parte della città dal 2012. L’avanzata sostenuta dai russi nelle ultime settimane coincide con il crollo dei colloqui di pace a Ginevra, una volta visti come chiave negli sforzi dell’amministrazione Obama per pianificare la caduta di Assad nell’ambito della fine negoziata della guerra civile. Obama aveva detto che era “sicuro che i giorni di Assad sono contati” nelle elezioni presidenziali di quattro anni fa. Gli Stati Uniti hanno anche effettuato centinaia di attacchi aerei e addestrato e armato migliaia di combattenti ribelli, alla ricerca di quel risultato sfuggente. Invece, molti esperti ora vedono i gruppi moderati in Siria schiacciati tra due forze più potenti: Assad e lo Stato islamico. I funzionari degli Stati Uniti hanno detto che il gruppo terroristico continua ad attrarre sostegno sostanziale da fuori la Siria, nonostante le sconfitte territoriali negli ultimi mesi. Il numero di combattenti stranieri recatisi in Siria dall’inizio del conflitto è salito a 36500, in aumento rispetto alla stima di 20000 di un anno fa. Almeno 6600 di quei combattenti sono emigrati in Siria da nazioni occidentali, ha detto Clapper, rispetto a 3400 dell’anno prima. Gli attentati di Parigi, che hanno coinvolto militanti che avevano combattuto in Siria, sono ampiamente considerati la dimostrazione agghiacciante della minaccia dei terroristi stranieri in Europa. Gli arresti connessi allo Stato islamico negli Stati Uniti sono saliti a 60 nel 2015, cinque volte rispetto l’anno prima.
Al di là del coinvolgimento militare in Siria, la Russia è emersa anche come avversario sempre più aggressivo alla linea degli Stati Uniti, ha detto Clapper. “La Russia assume una cyberpostura più assertiva“, aggiungendo che Mosca è sempre più disposta “a colpire sistemi infrastrutturali critici e svolgere attività di spionaggio, anche quando rilevata e sotto maggiore controllo pubblico“. Pochi giorni dopo che la Corea democratica ha lanciato un satellite nello spazio, mossa ampiamente vista come prova della capacità nei missili a lunga gittata, Brennan ha detto che Pyongyang cerca non solo di dimostrare la propria forza, ma di “mostrare” la sua tecnologia a potenziali acquirenti di missili e sistemi d’arma. I funzionari degli Stati Uniti hanno anche detto di non aver visto alcuna indicazione che l’Iran violi un qualsiasi aspetto dell’accordo multinazionale, raggiunto lo scorso anno, per smantellare elementi del suo programma nucleare in cambio della fine delle sanzioni economiche.

Il direttore della CIA John Brennan

Il direttore della CIA John Brennan

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bilderberg contro Donald Trump

Layla Khusajnova, Contrainjerencia 03/02/2016Donald TrumpIl regolare redattore del ‘Financial Times‘ Martin Wolf sottolinea che i potenti del club Bilderberg sono assai scontenti dallo stato attuale delle cose e, in particolare dell’elevata popolarità del miliardario e candidato repubblicano per la presidenza degli Stati Uniti Donald Trump.
Secondo le informazioni del suo profilo, Wolf è “sorprendentemente ben collegato alle élite per cui scrive” ed ha molti amici tra i banchieri più influenti, indicando che sa bene di cosa parla. Nell’articolo intitolato ‘I perdenti economici in rivolta contro le élite’, Wolf scrive che i “perdenti” economici rigettano “le élite che dominano la vita economica e culturale del Paese” e che “le potenziali conseguenze sono spaventose“. Affermando che “potrebbe essere troppo tardi” fermare l’ondata populista di Trump, Wolf osserva che le élite “hanno preso le distanze da lealtà e preoccupazioni nazionali, creando invece una Supérelite globale“. I “populisti nativisti non devono vincere. Conosciamo la storia: finisce male. Nel caso degli Stati Uniti, il risultato avrà gravi conseguenze globali”.

Perché il club Bilderberg non è felice di Donald Trump?
Le parole di Martin Wolf sembrano una minaccia al mondo per non aver obbedito alle regole del mentore onnipresente. Ma perché il club Bilderberg non è contento di Donald Trump? La prima ragione che può preoccupare l’élite globale sono gli accordi commerciali, come ad esempio l’accordo di partenariato economico Trans-Pacifico (TPP). Secondo varie stime, solo negli Stati Uniti, nel 2025, altri 450000 posti di lavoro spariranno, colpendo molti cittadini e l’economia degli USA, mentre i globalisti di Bilderberg, Council on Foreign Relations e Rockefeller, come evidenziato sul blog del candidato al Congresso degli Stati Uniti Jon Rappoport, contano sul TPP. “E’ uno dei loro preziosi frutti. Vogliono minare l’economia degli Stati Uniti, nell’ambito del programma per aprire la via al pianeta sotto un unico sistema di gestione. L’impero globalista”. Sembra che Donald Trump ne saboti i piani per il caos economico globale e la supremazia indiscussa della mega-società.

La Russia non cede al club Bilderberg
La seconda tendenza che può infastidire i potenti del mondo è la sua posizione verso la Russia e il Presidente Putin. Il miliardario ha ribadito a più riprese che supporta le azioni della Russia in Siria e ha detto che l’opposizione armata siriana, sostenuta da Washington, sarà peggiore per il Paese e il Mondo. Inoltre, in una conferenza stampa del 17 dicembre, il Presidente russo Vladimir Putin ha detto che Trump è “un uomo di talento e brillante”, ed è anche “il leader assoluto della corsa presidenziale negli Stati Uniti“; a ciò Donald Trump ha risposto definendolo un “grande onore”. La vittoria in Trump può aprire una nuova fase nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia, non redditizia per il club Bilderberg che non vuole un candidato presidenziale fuori dal suo controllo. Chiaramente, grazie a ricchezza e possibilità il club Bilderberg non si fermerà davanti a nulla per raggiungere i suoi obiettivi e far vincere un suo candidato, ad esempio Hillary Clinton, come se fosse la ghigliottina mondiale. Ma lo stato attuale delle cose dimostra che il mondo è in fase di transizione e si risveglia dal letargo imposto dalla élite globale. Mi auguro che il senso comune del mondo multipolare e le giuste relazioni prevalgano.Donald Trump signs RNC loyalty pledge at Trump Tower, New York, America - 03 Sep 2015Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Arabia Saudita contro Iran: la placca tettonica petrolifera di Qatif

Alfredo Jalife-Rahme, Rete Voltaire, Città del Messico (Messico) 4 febbraio 2016

E’ consuetudine nella stampa occidentale avere un’aria da studiosi e spiegare la rivalità tra Arabia Saudita e Iran su base religiosa (sunniti contro sciiti) o etnica (arabi contro persiani). Eppure la storia contraddice tali interpretazioni, mentre uno sguardo sulla mappa del petrolio chiarisce tale conflitto.iran-linesL’escalation tra Arabia Saudita (prima potenza mondiale petrolifera, 27,7 milioni di persone, 80% sunniti e 20% sciiti concentrati nella Provincia Orientale di Qatif) e Iran (81,1 milioni persone in grande maggioranza sciiti indo-europei e potenza gasifera mondiale) è il risultato della rivalità geopolitica più che di un conflitto etnico o religioso, senza offesa per coloro che si attengono al prisma israelo-anglosassone che deforma balcanizzando. Quando Reza Shah Pahlevi regnava, l’Arabia Saudita era il grande alleato dell’Iran, dominato dagli Stati Uniti. L’attuale escalation è un riflesso della divisione globale, incluso lancio del “Grande Medio Oriente” e rivalità sul potere nel mondo islamico e nell’OPEC. La divisione geo-strategica tra Stati Uniti da un lato e Russia e Cina dall’altra, è lo sfondo della trappola demografica ordita da Zbigniew Brzezinski/Stratfor con la loro “carta islamica” [1] volta a destabilizzante profondamente il blocco RIC (Russia, India, Cina). La Russia ha un 20% di sunniti tartari; e l’India, potenza nucleare, è la prima potenza islamica del mondo, con un 20% di musulmani; e la Cina, a sua volta ha 10 milioni di uiguri e mongoli sunniti, parte della popolazione turca della provincia autonoma di Xinjiang, altamente strategica perché ricca di gas e uranio. L’ex-primo ministro Ariel Sharon aveva tracciato sul Medio Oriente una linea orizzontale dal Marocco al Kashmir (le proteste contro l’Arabia Saudita hanno raggiunto questi estremi) e una verticale dal Caucaso, ventre della Russia, al corno d’Africa. L’Organizzazione della cooperazione islamica (57 Stati membri) ha 600 milioni di abitanti, o il 22% della razza umana, per l’80% sunniti, un universo tutt’altro che omogeneo di scuole legali d’interpretazione del Corano, assai diverse, e quasi per il 20% sciita, divisi dalla presenza di molteplici sette (alawita in Siria, huthi/zaiditi nello Yemen, aleviti in Turchia, ismaeliti in India, ecc). Vi sono diverse minoranze sciite in India, Pakistan e Afghanistan, Paesi destabilizzati dal grande gioco geostrategico degli Stati Uniti contro il RIC. In Iraq gli sciiti sono la maggioranza (85%), come in Bahrayn (85%); e in Libano sono il 50% e le minoranze sciite in India, Pakistan e Afghanistan sono grandi. Infine, circa 400 milioni di sciiti sono divisi tra un centinaio di Paesi, ma l’80% è concentrato in Iran (81,8 milioni), India (45,4 milioni), Pakistan (42,5 milioni), Iraq (24,5 milioni) e Turchia (20 milioni).
Al di là della rivalità per la leadership religiosa del mondo musulmano tra Iran e Arabia Saudita, e la questione della custodia dei luoghi santi di Mecca e Medina, Riyadh ha perso due stretti alleati tra i sunniti: Sadam Husayn, che governava l’Iraq dalla maggioranza sciita (situazione di equilibrio in Siria, dove Assad proviene dal 15% alawita della popolazione rispetto all’80% sunnita) e Hosni Mubaraq in Egitto, spazzato via dall’artificiale “primavera araba” istigata da Stati Uniti e Regno Unito; allo stesso tempo l’Iran ha esteso l’influenza in Libano con Hezbollah, e Siria con gli alawiti in guerra contro Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Nello Yemen, l’Arabia Saudita conduce la guerra contro gli huthi; nel Bahrayn, Riyadh è intervenuta militarmente per sedare la rivolta della maggioranza sciita [2]. L’escalation ha raggiunto il culmine con la strage di pellegrini iraniani alla Mecca, un semplice incidente, secondo Riyadh, omicidio intenzionale di 500 persone per l’Iran, tra cui l’ex-ambasciatore in Libano [3].
Oltre ai piani per la balcanizzazione di Iran e Arabia Saudita annunciati dal Pentagono [4] e New York Times [5], vanno notate tre tracce altamente radioattive:
– le riserve in valuta estera delle sei petromonarchie arabe del Golfo Persico: questi Paesi hanno in programma di lanciare la moneta unica del Golfo [6];
– la parità del rial saudita con il dollaro [7];
– e il petrolio di Qatif.
Arabia Saudita e Iran non hanno interesse a un’ulteriore escalation, mentre Riyadh vuole consolidare la successione di re Salman, l’Iran è con il fiato sospeso in attesa della revoca imminente delle sanzioni, recuperando 150 miliardi di dollari sequestrati da Washington in cambio della disattivazione del programma nucleare. Ricordiamo che l’Iran dispone di 109 miliardi di dollari di riserve, di fronte ai 650 miliardi dell’Arabia Saudita. L’esecuzione di 47 persone, di cui 43 terroristi jihadisti sunniti sostenitori di al-Qaida che volevano rovesciare la casa reale dei Saud, più 4 sciiti, tra cui lo sceicco Nimr al-Nimr di Qatif, venerato dai giovani e che minacciò la secessione, e altri tre chierici, ha innescato la furia dello sciismo universale, quando Hezbollah ha accusato gli Stati Uniti di essere dietro le decapitazioni. Stratfor, il centro israelo-texano noto quale oscura emanazione della CIA, dice che la controversia su al-Nimr imperversa da anni [ 8 ] In effetti, fu arrestato nel luglio 2012 per incitamento dei militanti sciiti nella regione petrolifera, la provincia orientale, durante la “primavera araba”, quando Riyadh era già intervenuta in Bahrayn, il piccolo confinante a maggioranza sciita, per rafforzare i sunniti della penisola arabica. Come nella guerra Iran/Iraq volta ad esaurire Sadam Husayn e la rivoluzione islamica sciita di Khomeini, quando gli Stati Uniti vendettero armi a entrambi per indebolirli. Ancora una volta Washington cerca d’attuare il programma d’indebolimento, questa volta di Arabia Saudita ed Iran? Ambrose Evans-Pritchard, feroce critico della casa reale inglese ritiene che la collisione tra i due Paesi sia pericolosamente vicina al cuore del mercato mondiale del petrolio. Dice che la minoranza sciita colpita, il 15% della popolazione saudita secondo lui, “risiede nei giganteschi giacimenti petroliferi sauditi, in particolare nella città di Qatif” [9]. Cita Ali al-Ahmad, direttore dell’Istituto per gli Affari del Golfo di Washington secondo cui Qatif è il centro nevralgico dell’industria del petrolio saudita, la grande stazione centrale in cui 12 oleodotti riforniscono gli enormi terminal petroliferi di Ras Tanura e Dharan, molto vulnerabili in caso di attacco a sorpresa. Evans-Pritchard insiste che la maggior parte dei 10,3 milioni di barili prodotti giornalmente dall’Arabia Saudita, sorvegliati da 30000 guardie, attraversi il cuore dello sciismo in subbuglio; un’interruzione di pochi giorni può causare un picco del petrolio, raggiungendo i 200 dollari o più al barile, alimentando la crisi economica globale. Questa è la manna geopolitica sognata dagli speculatori di hedge fund di Wall Street e City di Londra…
Si dovrebbero seguire con il microscopio elettronico le posizioni turche (la sola potenza sunnita della NATO) e del Pakistan (la maggiore potenza militare musulmana), che finora hanno assunto un atteggiamento neutrale e cauto, soprattutto per i recenti legami con Russia e Cina e la repulsione per i Fratelli musulmani (incoraggiati da Turchia e Qatar), e non certo dall’amore per l’Iran.oil-and-gas-infrastructue-persian-gulf--large-Note
[1] “Otra trampa de Brzezinski y Stratfor contra Rusia: “guerra demográfica” con Turquía“, Alfredo Jalife Rhame, La Jordana, 3 gennaio 2016.
[2] “Why the King’s Sunni Supporters are Moving Abroad“, Justin Gengler, Foreign Affairs, 6 gennaio 2016.
[3] “L’Arabie saoudite a bien enlevé des collaborateurs de l’ayatollah Khamenei“, Réseau Voltaire, 13 novembre 2015.
[4] “We’re going to take out 7 countries in 5 years : Iraq, Syria, Lebanon, Libya, Somalia, Sudan & Iran”, Videointervista con il Generale Wesley Clark, Democracy Now, 2 marzo 2007.
[5] “Imagining a Remapped Middle East”, Robin Wright, The New York Times Sunday Review, 28 settembre 2013.
[6] “Hacia el nuevo orden geofinanciero: yuan chino entra al FMI y Rusia prepara su “rublo-oro”“, Alfredo Jalife-Rahme, La Jornada, 13 gennaio 2015.
[7] “Saudi riyal in danger as oil war escalates”, Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph, 28 dicembre 2015.
[8] “The Saudi-Iranian Spat Is Emblematic of the Region’s Power Struggle”, Stratfor, 4 gennaio 2016.
[9] “Saudi showdown with Iran nears danger point for world oil markets”, Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph, 4 gennaio 2016.

Alfredo Jalife-Rahme Professore di Scienze politiche e sociali dell’Università nazionale autonoma del Messico (UNAM). Pubblica cronache di politica internazionale sul quotidiano La Jornada. Ultima opera: La Cina irrompe in America Latina: Drago o panda? (Orfila, 2012).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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