Bilderberg – i fascisti corporativi che (credono) di governare il mondo

Rodney Atkinson, Free Nations, 4 giugno 2017

La regina d’Olanda Beatrice e il padre principe Bernhard

Quest’ultimo fine settimana a Chantilly, Virginia, Stati Uniti, s’incontrava il famigerato gruppo Bilderberg, denunciato nei miei libri Il tradimento di Maastricht (1994) e Ciclo completo dell’Europa (1997) come sostenitore del corporativismo fascista euro-federalista fin dal 1954, quando fu fondato da un ex-ufficiale dell’intelligence delle SS nazista e da un socialista polacco (espulso da Francia e Regno Unito durante la prima guerra mondiale). La somiglianza tra l’Europa dominata dai tedeschi oggi (dove grandi corporazioni e globalisti socialdemocratici dominano popoli scontenti ed impotenti) e l’Europa fascista dominata dai nazisti degli anni Trenta non è una coincidenza. Poche organizzazioni lo dimostrano meglio dei Bilderberg.
Il principe Bernhard dei Paesi Bassi (tedesco sposatosi con una famigliare dei reali olandesi) fondò il Bilderberg, il cui nucleo (se non tutti coloro che parteciparono alle riunioni) svolge un ruolo centrale nel processo di distruzione degli Stati nazionali d’Europa e di loro costituzioni, parlamenti e, con l’euro, economie e strutture sociali. Fu il socialista polacco Joseph Retinger che fondò il movimento europeo e che, dopo la guerra, ottenne fondi della CIA attraverso il “Comitato americano per un’Europa unita”, ad avvicinare il principe Bernhard (attraverso l’Unilever) per fondare il Bilderberg. Nel mio libro Ciclo completo dell’Europa, nel capitolo 6 viene chiamato “Joseph Resigner – dall’intrigo personale al potere collettivo”. Il principe Bernhard fu un membro del partito nazista dal 1933 al 1937, si dimise il giorno dopo il controverso matrimonio con la futura regina dei Paesi Bassi. La tempistica della lettera di dimissioni (per sposarsi con una della famiglia reale olandese) ci dice molto sul suo apparente successivo appoggio alla causa alleata. Una copia non firmata della lettera di dimissioni del principe Bernhard fu trovata negli archivi nazionali di Washington. La lettera finiva con un “Heil Hitler”, difficilmente un commiato dal partito nazista. Nel 1934 fu oggetto di una relazione di un comitato del Congresso statunitense che l’identificò come ufficiale delle SS collegato al principale alleato industriale del governo nazista, la IG Farben. Si dimise dai Bilderberg nel 1976, anno in cui fu rivelato dalla Commissione Donner del governo olandese che aveva accettato una tangente di un milione di dollari dalla Lockheed Corporation. Come riportato sul Times del 10 e 12 giugno 1976, uno dei testimoni, che si recava presso la Commissione con nastri e documenti, fu investito da un’auto e la valigetta fu rubata. Il testimone era uno zoologo inglese, Tom Ravensdale, ex-addetto alle PR del World Wildlife Fund di cui il principe Bernhard era presidente. Le origini di tale segreto gruppo internazionale di uomini d’affari, politici e socialisti corporativisti, giornalisti (che convenientemente dimenticano la loro devozione all’aperta discussione democratica quando sono invitati dai Bilderberg) e certi confusi reali del continente, si trovano nelle relazioni europeo-statunitensi della Seconda guerra mondiale.
I Bilderberg apparentemente rappresentano e attraggono il tipo di persone che considerano il potere corporativista e statale più “efficiente” dei desideri di individui, famiglie e nazioni. L’ex-ambasciatore statunitense a Bonn, George McGhee, fu colto dire che, “Il trattato di Roma che ha portato alla Comunità europea fu preparato nelle riunioni dei Bilderberg“. Richard Aldrich, ex-operatore della CIA ed accademico, scrisse in Diplomacy and Statecraft del marzo 1997: “Anche se Bilderberg e movimento europeo condivisero gli stessi fondatori, membri ed obiettivi, probabilmente i Bilderberg costituirono il meccanismo più efficace… è chiaro che il Trattato di Roma fu proposto dai Bilderberg quell’anno“. Aldrich afferma (e dovrebbe sapere) che il Comitato americano per un’Europa unita condivise tanti “fondatori, soci e obiettivi” coi Bilderberg: “…rivela lo stile delle prime azioni occulte, e non meno fiducia nelle organizzazioni private, anche se coordinate da una cerchia ristretta di amici”. I verbali della prima riunione di Bilderberg ne dichiarano lo scopo: “…creare un ordine internazionale che guarderebbe oltre la crisi attuale. Quando il momento sarà maturo, i nostri attuali concetti di affari mondiali andranno estesi a tutto il mondo“. Le frasi chiave, anzi le parole in codice, di tale élite auto-nominata, includono l'”ordine internazionale”, una frase comune ai corporativisti ingenui di oggi e ai perniciosi capi della Germania nazista. “Quando il momento è maturo” indica una loro pianificazione a lungo termine (“i nostri concetti attuali”) e segretezza. La frase “tutto il mondo” rivela il desiderio di potere sovranazionale e l’intenzione di eliminare gli aspetti non inquadrabili come le democrazie nazionali. Oggi chiameremo questo corporativismo sovranazionale “Globalismo”.
Praticamente tutte le figure più importanti dei Bilderberg sono anche membri del Consiglio per le Relazioni Estere degli Stati Uniti che, nonostante la presenza di molti internazionalisti liberali e conservatori, fu fondato dal più fanatico sostenitore del governo mondiale, Paul Warburg. Warburg fu direttore della IG Farben America che durante la Seconda Guerra Mondiale stipulò accordi per trasferire tecnologia con la Standard Oil dei Rockefellers e beneficiò del monopolio della Standard Oil sulla gomma sintetica, ampliando notevolmente i profitti degli scambi della Germania nazista e la sua capacità di fabbricare materiale bellico. La tecnologia ad Iso-ottani, fondamentale per il carburante aeronautico tedesco, fu fornita esclusivamente dalla Standard Oil of New Jersey dei Rockefeller. Fu il figlio di Paul Warburg, James che, testimoniando a un comitato del Senato degli Stati Uniti nel 1950, meglio articolò gli obiettivi dei collettivisti mondialisti: “Avremo il governo mondiale che ci piaccia o meno. L’unica domanda è se il governo mondiale si avrà con la conquista o il consenso“. Quindi il principale pilastro europeo del gruppo Bilderberg era un nazista ben introdotto, mentre il pilastro statunitense erano i Rockefeller la cui compagnia familiare, Standard Oil, fu utile al regime nazista ed ebbe un’impresa comune, dal 1920 al 1942, con il principale alleato industriale dei nazisti (IG Farben).
James Stewart Martin, ex-capo della sezione guerra economica del dipartimento di Giustizia, rilevò nel suo libro “Tutti gli uomini onorevoli” del 1950 come i corporativisti tedeschi e statunitensi controllavano gli “affari globali” negli anni Trenta e Quaranta, quindi idealmente posizionati per fare la stessa cosa nel dopoguerra, quando cospirarono per creare l’Unione europea: “Un quadro cominciò ad emergere su un nemico che non aveva bisogno dei servizi di spie e sabotatori. Con l’accordo tra i produttori di magnesio tedeschi e statunitensi (necessario per gli aeromobili) la produzione negli Stati Uniti prima della guerra fu limitata a non più di 5000 tonnellate all’anno. Al contrario, la Germania nel 1939 ne aveva prodotto solo 13500 tonnellate e nei successivi cinque anni consumò magnesio al tasso di 33000 tonnellate all’anno”. Reuters riferì (5.10.1996) sui documenti declassificati dall’intelligence statunitense che confermarono un incontro nell’agosto 1944 tra SS e rappresentanti di sette aziende tedesche, tra cui Krupp, Rochling, Messerschmitt e Volkswagen. In questa riunione (La riunione della Casa Rossa) a Strasburgo, furono elaborati piani per costruire ricchezza, potere e capacità industriale all’estero, “affinché un forte impero tedesco possa essere creato dopo la sconfitta“. Un’analisi del dipartimento del Tesoro statunitense del 1946 riferì che i tedeschi avevano trasferito 500 milioni di dollari fuori dal Paese, prima della fine della guerra. L’obiettivo era preparare “una campagna commerciale dopo la guerra“, in altre parole il tipo di pianificazione politico-industriale che questo libro descrive come “corporativista”. Le aziende tedesche furono incoraggiate ad allearsi con società straniere e le SS si riferirono agli accordi internazionali sui brevetti che la Krupp stipulò con le società statunitensi, di cui il precedente accordo IG Farben-Standard Oil era l’esempio classico. Ciò che i politici oggi dimenticano è che alla fine degli anni ’40 e all’inizio degli anni ’50, prima dell’invasione sovietica dell’Ungheria e della costruzione del muro di Berlino, la Germania perseguiva gli stessi obiettivi nazionalistici (cioè aggressivi nazionali) degli anni Trenta, ma usando “l’Europa” come strumento.
In questo periodo del dopoguerra si ritrovano i legami tra Europa nazista, “ordine mondiale” di Hitler e crisi odierna dell’Europa e del “nuovo ordine mondiale”. Ciò non dovrebbe sorprendere, perché 134 impiegati pubblici del ministro degli Esteri di von Ribbentrop lavorarono sotto Adenauer e lo stesso uomo nominato da Hitler a segretario del suo “Comitato Europa” (Heinz Trützschler von Falkenstein) fu scelto da Adenauer nel 1949 per un incarico simile a quello di direttore della “divisione europea” dell’Ufficio estero tedesco-occidentale. Consideriamo il tema comune in queste tre citazioni del 1931, 1950 e 1951.
Il primo del dottor Duisberg della IG Farben, del 1931: “Solo un blocco commerciale integrato permetterà all’Europa di acquisire la più intima forza economica… desiderio millenario di cui il Reich grida per un nuovo approccio. Perciò tale scopo possiamo usare il miraggio della pan-Europa“. Dal 1934 in poi IG Farben fu il principale veicolo industriale dei preparativi di guerra di Hitler. Si noti qui che i moderni capi tedeschi sopprimono ciò che i nazisti non mascherarono, cioè che per molti tedeschi “Europa” e “das Reich” sono la stessa cosa.
Il secondo di Konrad Adenauer (fondatore tedesco della Comunità europea e della Germania moderna) nel 1950: “Un’Europa federata sarà la terza forza… la Germania è tornata ad essere un fattore con cui altri dovranno contare… Se noi europei colonizzeremo l’Africa creeremo allo stesso tempo un fornitore di materie prime per l’Europa“. Anche per Adenauer, dunque, l’Europa era una grande ambizione imperiale piuttosto che un interesse nazionale.
E del 1951, il ministro del Commercio di Adenauer, il dottor Seebohm anticipò la frase preferita del governo inglese “La Gran Bretagna al centro dell’Europa“: “L’Europa libera vuole unirsi alla Germania? La Germania è il cuore dell’Europa e le membra devono adattarsi al cuore e non il cuore alle membra“.
I Bilderberg è la riunione di politici antidemocratici corporativisti e in parte cacciatori di potere cospiratori, ma soprattutto ingenui arrampicatori politico-sociali e “il tipo di persone che” non bada a sopraffare democrazia e Stati nazionali, e che si crede un “potente dietro le quinte” e pianificatore del “destino” del mondo. Per decenni la loro parola d’ordine era “segreto”, rendendo la presenza dei giornalisti che non denunciassero i loro incontri tanto più riprovevole. David Rockefeller espresse gratitudine alla “stampa libera” delle nazioni democratiche sul silenzio quando si occuparono di una riunione segreta dei Bilderberg a Sand, in Germania, nel giugno 1991. Di seguito una traduzione dalla rivista francese “Minute” del 19 giugno 1991. “Siamo grati a Washington Post, New York Times, Time Magazine e altre grandi pubblicazioni i cui direttori hanno partecipato alle nostre riunioni e rispettato la promessa di discrezione per quasi quattro decenni“. La definizione di “grande pubblicazione” è evidentemente volta a chi non pubblica nulla d’importante. Certamente a chi comprende che la “libertà di stampa” non è la libertà del popolo e che il diritto di conoscere è un diritto dei governi, non dei governati. Rockefeller continuò: “Non avremmo potuto sviluppare il nostro piano mondiale se in tutti questi anni fossimo stati sottoposti a una piena pubblicità. Ma il mondo è ora più sofisticato e disposto a muoversi verso un governo mondiale che non conoscerà la guerra, ma solo pace e prosperità per tutta l’umanità“. Chi si riunisce a porte chiuse, progetta la fine degli Stati nazionali, sfida la democrazia e sottolinea la natura elitaria del propri gruppo e l’inadeguatezza degli altri, viene ovviamente oltraggiato dalla volontà democratica che non si adatta ai propri piani. Credono inoltre che le loro competenze siano indispensabili per un’élite governativa. Naturalmente il banchiere Rockefeller affermò: “La sovranità sovranazionale di un’élite intellettuale e di banchieri mondiale è sicuramente preferibile all’autodeterminazione praticata nei secoli passati“. Naturalmente solo perché teme che il mondo rifiuti le loro idee, che l’élite Bilderberg s’incontra in segreto, cercando d’imporre il suo fantastico “nuovo mondo” prima che i popoli si sveglino e l’impediscano.

Kenneth Clarke e Bilderberg
I partecipanti sono spesso finanziati dai fondi dei Bilderberg e alcuni furono inviati dai loro governi ad assistervi ufficialmente (confermato da David Owen e Tony Blair), smentendo così i Bilderberg che affermano che ognuno assiste da “privato”. Alcuni hanno ricordi piuttosto insignificanti su chi gli abbia pagato ciò e mancato sempre di riportarlo sul registro parlamentare degli interessi dei membri. Kenneth Clarke, come la maggior parte dei politici che partecipa a questi incontri, sostiene di non sapere nulla dell’origine del fondatore dei Bilderberg. Fu nel 1993 che Lynn Riley ed io, perseguendo le spese indebite presso i Bilderberg di Kenneth Clarke, riuscimmo ad ottenere un documento ufficiale inglese (una relazione della commissione sulle norme in materia di pubblica utilità pubblicata dalla cancelleria di sua maestà) che citava il gruppo Bilderberg per la prima volta! Molti vorranno sapere perché chi deve la propria posizione agli elettori nazionali debba partecipare (a spese dei contribuenti o di un gruppo segreto) ad incontri di un’organizzazione fondata da un ex- nazista e ufficiale delle SS per perseguire un’agenda segreta con capi e affaristi internazionali che, come abbiamo visto nell’Unione Europea, può avere gravi conseguenze sui loro elettori ignorati. Ogni deputato è eletto in maniera aperta con un manifesto democraticamente discusso, e si riunisce nel parlamento nazionale per decidere unicamente nell’interesse del proprio elettorato nazionale. Partecipare ad incontri segreti di gruppi dal programma segreto, la maggior parte dei quali mai eletta e in luoghi ben protetti, non è affatto ciò che gli elettori hanno in mente. Il libro Tradimento a Maastricht elenca chi partecipò alla riunione dei Bilderberg del 1993 in Grecia. Vi erano tre inglesi: Kenneth Clarke, Tony Blair e Sir Patrick Sheehy (allora presidente della BAT, lo stesso posto più tardi occupato da Kenneth Clarke!) che a poche settimane l’uno dall’altro, all’inizio del 1995, scrissero articoli sui giornali inglesi a sostegno dell’abolizione della sterlina e della Banca d’Inghilterra, e a favore della moneta unica europea. Nel 1995 e 1996 vi fu un nuovo nome inglese nell’elenco degli ospiti dei Bilderberg, il presidente del Congresso sindacale John Monks. Un dirigente sindacalista tra i politici corporativisti dei Bilderberg. Come i dirigenti aziendali, funzionari e politici, i sindacalisti credono nell’organizzazione del capitale, del lavoro, dei prezzi, dei parlamenti e, infine naturalmente delle nazioni. Monks iniziò subito a promuovere l’abolizione della sterlina!Per un esame più approfondito dei Bilderberg si veda il Capitolo 7 del mio libro “Ciclo completo dell’Europa”. 20 anni dopo la pubblicazione del libro, i Bilderberg sono ancora forti. I partecipanti sono come al solito dirigenti aziendali al 95%, frammischiati ad alcuni politici eletti democraticamente e alcuni giornalisti, soprattutto di Financial Times ed Economist, mentre il London Evening Standard era rappresentato quest’anno dall’ex-deputato conservatore ed ex-cancelliere George Osborne, la cui crociata eurofederalista fu arrestata improvvisamente dal popolo inglese nel referendum per la Brexit del giugno 2016.

George Osborne

Invitati dei Bilderberg 2017
Presidente Castries, Henri de (FRA), ex-presidente e CEO dell’AXA; Presidente dell’Institut Montaigne

Partecipanti
Achleitner, Paul M. (DEU), Chairman of the Supervisory Board, Deutsche Bank AG
Adonis, Andrew (GBR), Chair, National Infrastructure Commission
Agius, Marcus (GBR), Chairman, PA Consulting Group
Akyol, Mustafa (TUR), Senior Visiting Fellow, Freedom Project at Wellesley College
Alstadheim, Kjetil B. (NOR), Political Editor, Dagens Næringsliv
Altman, Roger C. (USA), Founder and Senior Chairman, Evercore
Arnaut, José Luis (PRT), Managing Partner, CMS Rui Pena & Arnaut
Barroso, José M. Durão (PRT), Chairman, Goldman Sachs International
Bäte, Oliver (DEU), CEO, Allianz SE
Baumann, Werner (DEU), Chairman, Bayer AG
Baverez, Nicolas (FRA), Partner, Gibson, Dunn & Crutcher
Benko, René (AUT), Founder and Chairman of the Advisory Board, SIGNA Holding GmbH
Berner, Anne-Catherine (FIN), Minister of Transport and Communications
Botín, Ana P. (ESP), Executive Chairman, Banco Santander
Brandtzæg, Svein Richard (NOR), President and CEO, Norsk Hydro ASA
Brennan, John O. (USA), Senior Advisor, Kissinger Associates Inc.
Bsirske, Frank (DEU), Chairman, United Services Union
Buberl, Thomas (FRA), CEO, AXA
Bunn, M. Elaine (USA), Former Deputy Assistant Secretary of Defense
Burns, William J. (USA), President, Carnegie Endowment for International Peace
Çakiroglu, Levent (TUR), CEO, Koç Holding A.S.
Çamlibel, Cansu (TUR), Washington DC Bureau Chief, Hürriyet Newspaper
Cebrián, Juan Luis (ESP), Executive Chairman, PRISA and El País
Clemet, Kristin (NOR), CEO, Civita
Cohen, David S. (USA), Former Deputy Director, CIA
Collison, Patrick (USA), CEO, Stripe
Cotton, Tom (USA), Senator
Cui, Tiankai (CHN), Ambassador to the United States
Döpfner, Mathias (DEU), CEO, Axel Springer SE
Elkann, John (ITA), Chairman, Fiat Chrysler Automobiles
Enders, Thomas (DEU), CEO, Airbus SE
Federspiel, Ulrik (DNK), Group Executive, Haldor Topsøe Holding A/S
Ferguson, Jr., Roger W. (USA), President and CEO, TIAA
Ferguson, Niall (USA), Senior Fellow, Hoover Institution, Stanford University
Gianotti, Fabiola (ITA), Director General, CERN
Gozi, Sandro (ITA), State Secretary for European Affairs
Graham, Lindsey (USA), Senator
Greenberg, Evan G. (USA), Chairman and CEO, Chubb Group
Griffin, Kenneth (USA), Founder and CEO, Citadel Investment Group, LLC
Gruber, Lilli (ITA), Editor-in-Chief and Anchor “Otto e mezzo”, La7 TV
Guindos, Luis de (ESP), Minister of Economy, Industry and Competiveness
Haines, Avril D. (USA), Former Deputy National Security Advisor
Halberstadt, Victor (NLD), Professor of Economics, Leiden University
Hamers, Ralph (NLD), Chairman, ING Group
Hedegaard, Connie (DNK), Chair, KR Foundation
Hennis-Plasschaert, Jeanine (NLD), Minister of Defence, The Netherlands
Hobson, Mellody (USA), President, Ariel Investments LLC
Hoffman, Reid (USA), Co-Founder, LinkedIn and Partner, Greylock
Houghton, Nicholas (GBR), Former Chief of Defence
Ischinger, Wolfgang (INT), Chairman, Munich Security Conference
Jacobs, Kenneth M. (USA), Chairman and CEO, Lazard
Johnson, James A. (USA), Chairman, Johnson Capital Partners
Jordan, Jr., Vernon E. (USA), Senior Managing Director, Lazard Frères & Co. LLC
Karp, Alex (USA), CEO, Palantir Technologies
Kengeter, Carsten (DEU), CEO, Deutsche Börse AG
Kissinger, Henry A (USA), Chairman, Kissinger Associates Inc.
Klatten, Susanne (DEU), Managing Director, SKion GmbH
Kleinfeld, Klaus (USA), Former Chairman and CEO, Arconic
Knot, Klaas H.W. (NLD), President, De Nederlandsche Bank
Koç, Ömer M. (TUR), Chairman, Koç Holding A.S.
Kotkin, Stephen (USA), Professor in History and International Affairs, Princeton University
Kravis, Henry R. (USA), Co-Chairman and Co-CEO, KKR
Kravis, Marie-Josée (USA), Senior Fellow, Hudson Institute
Kudelski, André (CHE), Chairman and CEO, Kudelski Group
Lagarde, Christine (INT), Managing Director, International Monetary Fund
Lenglet, François (FRA), Chief Economics Commentator, France 2
Leysen, Thomas (BEL), Chairman, KBC Group
Liddell, Christopher (USA), Assistant to the President and Director of Strategic Initiatives
Lööf, Annie (SWE), Party Leader, Centre Party
Mathews, Jessica T. (USA), Distinguished Fellow, Carnegie Endowment for International Peace
McAuliffe, Terence (USA), Governor of Virginia
McKay, David I. (CAN), President and CEO, Royal Bank of Canada
McMaster, H.R. (USA), National Security Advisor
Micklethwait, John (INT), Editor-in-Chief, Bloomberg LP
Minton Beddoes, Zanny (INT), Editor-in-Chief, The Economist
Molinari, Maurizio (ITA), Editor-in-Chief, La Stampa
Monaco, Lisa (USA), Former Homeland Security Officer
Morneau, Bill (CAN), Minister of Finance
Mundie, Craig J. (USA), President, Mundie & Associates
Murtagh, Gene M. (IRL), CEO, Kingspan Group plc
Netherlands, H.M. the King of the (NLD)
Noonan, Peggy (USA), Author and Columnist, The Wall Street Journal
O’Leary, Michael (IRL), CEO, Ryanair D.A.C.
Osborne, George (GBR), Editor, London Evening Standard
Papahelas, Alexis (GRC), Executive Editor, Kathimerini Newspaper
Papalexopoulos, Dimitri (GRC), CEO, Titan Cement Co.
Petraeus, David H. (USA), Chairman, KKR Global Institute
Pind, Søren (DNK), Minister for Higher Education and Science
Puga, Benoît (FRA), Grand Chancellor of the Legion of Honor and Chancellor of the National Order of Merit
Rachman, Gideon (GBR), Chief Foreign Affairs Commentator, The Financial Times
Reisman, Heather M. (CAN), Chair and CEO, Indigo Books & Music Inc.
Rivera Díaz, Albert (ESP), President, Ciudadanos Party
Rosén, Johanna (SWE), Professor in Materials Physics, Linköping University
Ross, Wilbur L. (USA), Secretary of Commerce
Rubenstein, David M. (USA), Co-Founder and Co-CEO, The Carlyle Group
Rubin, Robert E. (USA), Co-Chair, Council on Foreign Relations and Former Treasury Secretary
Ruoff, Susanne (CHE), CEO, Swiss Post
Rutten, Gwendolyn (BEL), Chair, Open VLD
Sabia, Michael (CAN), CEO, Caisse de dépôt et placement du Québec
Sawers, John (GBR), Chairman and Partner, Macro Advisory Partners
Schadlow, Nadia (USA), Deputy Assistant to the President, National Security Council
Schmidt, Eric E. (USA), Executive Chairman, Alphabet Inc.
Schneider-Ammann, Johann N. (CHE), Federal Councillor, Swiss Confederation
Scholten, Rudolf (AUT), President, Bruno Kreisky Forum for International Dialogue
Severgnini, Beppe (ITA), Editor-in-Chief, 7-Corriere della Sera
Sikorski, Radoslaw (POL), Senior Fellow, Harvard University
Slat, Boyan (NLD), CEO and Founder, The Ocean Cleanup
Spahn, Jens (DEU), Parliamentary State Secretary and Federal Ministry of Finance
Stephenson, Randall L. (USA), Chairman and CEO, AT&T
Stern, Andrew (USA), President Emeritus, SEIU and Senior Fellow, Economic Security Project
Stoltenberg, Jens (INT), Secretary General, NATO
Summers, Lawrence H. (USA), Charles W. Eliot University Professor, Harvard University
Tertrais, Bruno (FRA), Deputy Director, Fondation pour la recherche stratégique
Thiel, Peter (USA), President, Thiel Capital
Topsøe, Jakob Haldor (DNK), Chairman, Haldor Topsøe Holding A/S
Ülgen, Sinan (TUR), Founding and Partner, Istanbul Economics
Vance, J.D. (USA), Author and Partner, Mithril
Wahlroos, Björn (FIN), Chairman, Sampo Group, Nordea Bank, UPM-Kymmene Corporation
Wallenberg, Marcus (SWE), Chairman, Skandinaviska Enskilda Banken AB
Walter, Amy (USA), Editor, The Cook Political Report
Weston, Galen G. (CAN), CEO and Executive Chairman, Loblaw Companies Ltd and George Weston Companies
White, Sharon (GBR), Chief Executive, Ofcom
Wieseltier, Leon (USA), Isaiah Berlin Senior Fellow in Culture and Policy, The Brookings Institution
Wolf, Martin H. (INT), Chief Economics Commentator, Financial Times
Wolfensohn, James D. (USA), Chairman and CEO, Wolfensohn & Company
Wunsch, Pierre (BEL), Vice-Governor, National Bank of Belgium
Zeiler, Gerhard (AUT), President, Turner International
Zients, Jeffrey D. (USA), Former Director, National Economic Council
Zoellick, Robert B. (USA), Non-Executive Chairman, AllianceBernstein L.P.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli avvertimenti dei russi mettono a terra gli aerei statunitensi in Siria

Il portavoce del Pentagono dice che farà volare “aerei con capacità specifiche” sulla Siria
Russia Insider 27 giugno 2017Ciò che tutti vogliono sapere in questo momento è: l’annuncio russo sui loro sistemi di difesa aerea che tracceranno gli aerei statunitensi ad ovest dell’Eufrate, limita l’attività aerea statunitense sulla Siria? Subito dopo l’annuncio si capiva che la nuova disposizione russa avrebbe riguardato soprattutto gli aerei statunitensi imbarcati (F/A-18). Da allora gli Stati Uniti hanno condotto un solo attacco contro lo SIIL a Palmyra, lontano dall’Eufrate, solo per chiarimento. Tuttavia, l’attacco fu un eccezione. Secondo i comunicati del CENTCOM, praticamente tutte le missioni d’attacco, dall’avvio della nuova politica russa, saranno ad est dell’Eufrate o a un paio di chilometri ad ovest, ma sempre sulla valle del fiume. Sembra che l’avviso russo abbia avuto un effetto molto sostanziale. Tuttavia, le forze armate statunitensi sono state estremamente caute sulle informazioni e hanno rifiutato di dire quanto siano diverse ora le loro operazioni aeree. La scorsa settimana, tuttavia, un portavoce del Pentagono ha detto qualcosa di piuttosto interessante:
Giornalista: colonnello, quindi, dopo che l’F-18 ha colpito l’aereo del regime siriano, i russi hanno minacciato aerei della coalizione a ovest dell’Eufrate. Ovviamente i velivoli della coalizione hanno continuato a operare nella zona, ma i sistema antiaerei hanno illuminato almeno uno dei velivoli durante le loro operazioni, dopo l’incidente?
Portavoce del Pentagono: sulla sua prima domanda, in riferimento al nostro aereo che, dopo le dichiarazioni fatte, è stato illuminato, credo che intenda ciò nel modo in cui lo presenta, continuiamo ad operare sul resto della Siria. E pensando che abbia letto l’affermazione del tenente generale Harrigian e le osservazioni al New York Times, continueremo ad operarvi. Ma faremo in modo che i nostri equipaggi, sapete, possano operare al sicuro. E se ci vuole un aereo specifico con capacità specifiche per volare in particolari aree, allora è ciò che farà il comando. Questo è ciò che i nostri equipaggi continueranno a fare. Non intendiamo entrare nei dettagli sul se o meno, sapete, certi aerei sono stati illuminati. Prenderemo misure molto specifiche e calcolate per assicurare che i nostri equipaggi in volo possano continuare a volare in modo sicuro“.
Se si prende un aereo specifico per volare in determinate aree (in Siria, ad ovest dell’Eufrate) allora si tratta dell’aereo scelto per la missione. Ma ciò significa anche che, dall’avvertimento russo, solo alcuni aerei sono adatti. Gli altri non hanno le “capacità specifiche” per “operare in modo sicuro”. Non pretendiamo di avere l’indizio su quali tipi di aerei le forze armate statunitensi potranno ancora far volare in sicurezza sulla Siria occidentale (stealth? A-10?) e quali no (AWACS? aerocisterne? F/A-18?), ma sembra che il Pentagono si sia lascito un po’ andare.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Che cosa c’è dietro le intercettazioni aeree Russia-NATO

Sputnik 25.06.2017Il numero di aerei da ricognizione intercettati lungo il confine della Russia dal 12 al 18 giugno era senza precedenti, anche per gli standard della guerra fredda, secondo l’esperto militare russo Konstantin Sivkov. In precedenza, il quotidiano ufficiale del Ministero della Difesa russo “Krasnaja Zvezda” aveva riferito che nell’ultima settimana (12-18 giugno) gli aviogetti russi effettuarono 14 intercettazioni di aerei da ricognizione stranieri vicino al confine russo. Furono effettuati complessivamente 23 voli di ricognizione nei pressi del confine russo. In particolare, 10 da aerei statunitensi come RC-135 e droni strategici Global Hawk. 4 voli furono effettuati dall’aviazione norvegese con un aereo da ricognizione P-3C Orion. L’aviazione svedese aveva effettuato 3 voli. Gran Bretagna e Francia 2 voli di ricognizione ciascuna. Secondo il giornale, le intercettazioni furono svolte dagli aviogetti MiG-31 e Su-27 delle forze d’allerta della Difesa Aerea russa. Il Ministero della Difesa russo affermava che l’equipaggio dell’RC-135 compì una manovra provocatoria verso il Su-27 russo, aggiungendo che il pilota russo reagì e continuò a scortare l’aereo da ricognizione fin quando cambiò rotta fuggendo dal confine russo. Dieci minuti dopo l’incidente, un altro RC-135 entrò nella zona, e fu intercettato dal Su-27 russo, secondo il Ministero della Difesa russo. “Il numero è senza precedenti, soprattutto tenendo conto del fatto che oggi non c’è la guerra fredda. All’epoca avevamo una media di sette-otto intercettazioni alla settimana, ma oggi il numero è molto più alto“, dichiarava Konstantin Sivkov, analista militare e presidente dell’Accademia dei problemi geopolitici russa. L’esperto esprimeva preoccupazione per la situazione perché la maggior parte delle intercettazioni avveniva nella parte europea della Russia. Sivkov osservava che l’attività può essere legata all’equilibrio di potere nel conflitto siriano, attualmente sfavorevole a Stati Uniti ed alleati. “Ora, l’Esercito arabo siriano ed alleati potrebbero arrivare al confine siriano-giordano isolando le forze d’opposizione dalle basi statunitensi in Giordania, cosa inaccettabile per gli Stati Uniti, perciò il Pentagono attaccava le forze siriane“, affermava Sivkov. Suggeriva che non andava escluso che Mosca appoggi le forze siriane, il che significa rischiare il confronto militare tra Stati Uniti e Russia in Siria. “Questa è la ragione per cui Stati Uniti ed alleati della NATO hanno aumentato i voli da ricognizione nei pressi della frontiera della Russia“, concludeva.
A sua volta, l’ex-comandante dell’Aeronautica russa Pjotr Dejnekin dichiarava che l’aumento dell’attività da ricognizione della NATO può essere spiegato con le recenti manovre dell’alleanza nel Mar Baltico. “Sul Mar Baltico, la ragione è che la NATO aveva le esercitazioni ed aerei statunitensi, tra cui RC-135 e bombardieri strategici B-52, sorvolavano le acque neutrali. Inoltre, ci fu l’incidente con l’aviogetto che trasportava il Ministro della Difesa russo“, dichiarava a Sputnik. Il 21 giugno, un caccia F-16 della NATO tentò di avvicinarsi all’aereo del Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu sulle acque neutrali del Baltico, ma fu immediatamente cacciato da un aviogetto Su-27 russo. Inoltre, Dejnekin dichiarava che il numero di voli di ricognizione nei pressi del confine russo è normale. “Tenuto conto delle dimensioni del territorio della Russia, è abbastanza normale“, aggiungendo che gli aviogetti russi decollano ogni volta sia necessario identificare un oggetto che si avvicina al confine russo.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Addio sinistra fighetta e hipster, non ci mancherai per niente

La sinistra-hipster, quella che ha sempre voluto liberare l’Italia dagli incolti, dopo la sconfitta a Genova e a L’Aquila è quasi affondata. Breve storia di come si è trasformata e ha perso se stessa
Fulvio Abbate Linkiesta 26 Giugno 2017La sinistra hipster, il mattino del giorno dopo la disfatta alle elezioni amministrative, guarda la riva, osserva le molte perdite e teme d’avere inutilmente messo in acqua i propri surfisti. Ma riavvolgiamo il nastro…
La sinistra hipster, davanti alle molte (tu chiamale, se vuoi, contraddizioni…), alle innumerevoli incongruenze del renzismo, che gli è tuttavia affine, dopo un lungo momento di afasico surplace, giustificato ufficialmente dal timore di consegnare il mondo, il Paese ai “barbari”, ha deciso infine di esistere facendo surf sulle idee corrive presenti e da venire e sul glamour dei molti festival tattoo bar della cultura con show e filosofia da asporto, là da dove si ritiene possa ormai trovarsi il luogo del consenso. Infine, in serata, al momento del ristoro, la stessa sinistra hipster si consegna al cinema, trovando film come “Fortunata” di Castellitto-Mazzantini: Jasmine Trinca nel ruolo della parrucchiera di borgata capitolina, i poveri narrati dagli abbienti che risiedono nell’ocra di Trastevere e le verande sulle dune di Sabaudia, e fin qui nulla di male, il piacere è un dovere perfino politico, peccato però che, nonostante i molti centri sperimentali di cinematografia frequentati con profitto, costoro non sappiano riconoscere le autentiche parole del mondo degli umiliati e offesi rispetto al bla-bla d’autore, ignorando perfino che l’unico film compiutamente marxista del neorealismo italiano, “La terra trema“, lo dobbiamo al conte Luchino Visconti.
La sinistra hipster, con la stessa sicumera di un non meno significativo patrizio, il Duca Conte Piercarlo Ing. Semenzara del “Secondo tragico Fantozzi”, è la stessa che confida in Giuliano Pisapia, ne apprezza i modi e la “forza tranquilla” antracite; peccato che, osservando l’ex sindaco di Milano, a molti fiorisca in petto il fiore rosso dell’interrogativo sul linguaggio e l’empatia stessi della politica in campo progressista: può colui che sembri non aver mai pronunciato parole sincere e democratiche come “cazzo” (per non dire “sborra”) ritenersi adeguato per ogni genere di impatto politico di fronte alla naturalezza delle masse frustrate dalla crisi e assai perplesse davanti al salvataggio delle banche da parte del governo di centrosinistra e mostrato plauso implicito davanti al rinnovo del contratto di Fabio Fazio in Rai? In assenza di un simile prontuario, si può stare certi che si possa essere presto neutralizzati da un “vaffanculo” subculturale, eppure convincente: Beppe Grillo molta erba ha tagliato sotto i piedi all’elettorato già di sinistra.
Direte: ma la sinistra è compostezza, in luogo dei populisti armati di forconi perfino telematici. Vero, ma l’antipatia in tweed è altra cosa, e soprattutto non porta consensi, o non li amplia.
La sinistra hipster è il succedaneo, nell’ordine, della cosiddetta “sinistra dei club” (la stessa che, nei primissimi anni Novanta, avrebbe dovuto fiancheggiare e nutrire in senso lib-lab la nascita del nuovo soggetto voluto da Occhetto, con un personale borghese laico) e ancora i “girotondi”, il cui scopo primario d’esistenza, in nome dello sdegno, era forse quello di liberare il paese da Berlusconi e le sue brame affaristiche e di “patonza” (sic), assodato che pure i titolari dei “girotondi per la democrazia” mai avrebbero pronunciato parole simili. Verrà poi il “popolo viola”, un tentativo di formare un’onda di opinione, sorta di franchising mutuato dalla Spagna e dalla Grecia, muovendo dalla presunta vitalità dei ceti medi riflessivi. Le masse, tuttavia, nonostante i protagonisti di quei movimenti si mostrassero a bordo dei vesponi bianchi, non risposero.
La sinistra hipster è il succedaneo, nell’ordine, della cosiddetta “sinistra dei club” (la stessa che, nei primissimi anni Novanta, avrebbe dovuto fiancheggiare e nutrire in senso lib-lab la nascita del nuovo soggetto voluto da Occhetto, con un personale borghese laico) e ancora i “girotondi”, il cui scopo primario d’esistenza, in nome dello sdegno, era forse quello di liberare il paese da Berlusconi e le sue brame affaristiche e di “patonza” (sic).
In questo scenario, di fianco, ci sono anche da rilevare i calcinacci delle fallimentari declinazioni della forza post-comunista nata da una costola del Pci – Rifondazione – cui segue poi la comitiva di Nichi Vendola, già beauty-case dei Ds e in seguito del Pd tra Bersani e perfino Renzi, Vendola pronto infine a smarcarsi dalla battaglia pubblica per dedicarsi al mammismo LGBT. Altrettanto modesta, in questa nostra storia, la percezione del succedaneo di Nichi, Nicola Fratoianni, pupillo prêt-à-porter del fotoromanzo hipster, impegnato a trasutare il rosso in arancio, da vacanza nella Grecia di Tsipras e Varoufakis, come già era avvenuto con Zapatero. E adesso perfino confidando in Corbyn.
Ora, pur essendo la sinistra hipster un precipitato culturale affluente del Nord, cioè “milanese”, da Salone del Mobile, nella nostra narrazione, non possiamo dimenticare la festa di compleanno di un segretario cittadino della formazione di Bertinotti al Sud, che assomigliava a un clubino velico, tipetti e tipette carini, l’abbonamento a “Internazionale” sotto braccio.
Quanto a Roma, non si va oltre i frequentatori del Bar “Necci” al Pigneto, clientela di vaga sinistra tra radical-chic e fighetti, abrasa così ogni memoria d’essere stato il baretto di Accattone di Pasolini e dei suoi amici, er Profeta, er Capogna, er Balilla, sostituiti tutti dalla bella gente che d’estate sembra dedicarsi alla danza dei parei a Ventotene, a Filicudi.
La sinistra, tra ceto medio riflessivo e hipster, spera, un giorno, di poter far tornare trionfalmente tra le masse, a bordo del suo vespone, lo stesso pensiero magico nutrito da Mussolini che immaginava di entrare ad Alessandria d’Egitto in sella a un cavallo bianco. Se mai anche la sinistra hipster dovesse immaginarsi su un cavallo bianco, questo, il povero cavallo, avrebbe l’obbligo di trasportare un Nanni Moretti, così finalmente ripagato dell’insuccesso del suo “Mia madre“. E ancora, garantire ulteriori soddisfazioni professionali all’attuale presidente della Camera, Laura Boldrini, già miracolata da Vendola grazie al manuale “Cencelli”, sebbene quest’ultima rappresenti l’assenza totale di ironia in ambito progressista. Per ammissione di molto stessi elettori di sinistra.
Perché così pensa tra sé e sé la sinistra hipster, che ha cura di fermare il possibile arrivo dei barbari, la stessa che, confidando nell’apotropaico ritorno del regista-amuleto, magari accompagnato da tutte le Jasmine Trinca del mondo, sembra avere trovato adesso in uno storico d’arte, Tomaso Montanari, il suo possibile Sting. E qui, perdonate il precipizio narcisistico, non possiamo non riportare, citandoci, il tweet che abbiamo dedicato all’avventura di quest’ultimo volenteroso della Rettitudine: “Tomaso Montanari, l’ennesimo Santo Barberone della sinistra che avanza sollevando in alto il Libro del Bene! Lasciateci far schifo in pace. Senza ironia non si dà politica“. Se poi volessimo identificare con un feticcio architettonico la sinistra hipster dovremmo pensare alla nuova sede della Fondazione Giangiacomo Fetrinelli a Milano firmata Herzog & de Meuron, un luogo che suggerisce un mondo prossimo a Jacques Tati di “Play Time” piuttosto che alla casa del popolo di Metello di Pratolini. Davanti al suo piazzale, c’è subito modo di intuire il nostro hipster, lì a surfare con la barba sulle macerie ormai fucsia della sinistra.
Le premesse post-ideologiche di tutto ciò? Compagni, anzi, amici, meglio, amichetti, gli operai sono finiti, morti, non ci sono più, sulla base di questo pensiero, resta solo da realizzare il nostro “Erasmus” politico. Dopo la perdita di Genova e L’Aquila, e di Sesto San Giovanni, e La Spezia, sarà davvero più complicato mordere l’onda.

Bloccati ad al-Tanaf, i militari USA riconoscono la sconfitta

Moon of Alabama 25 giugno 2017Le forze armate statunitensi, per ora, hanno rinunciato ad occupare la Siria sudorientale. Recenti note alla conferenza stampa del dipartimento della Difesa riconoscono la sconfitta dei piani originali. Riprendiamo: i militari statunitensi avevano occupato il valico di frontiera di al-Tanaf tra Siria e Iraq, 12 chilometri ad est del triangolo di confine tra Siria e Iraq. La strada economicamente importante tra Damasco e Baghdad attraversa al-Tanaf. Quando le forze governative siriane si avvicinarono ad al-Tanaf, le forze statunitensi le bombardarono dichiarando unilateralmente la “zona di deconflitto”, ossia il territorio occupato attorno alla stazione. Il piano statunitense doveva interrompere ogni collegamento tra le regioni siriane ad ovest e l’Iraq ad est, avanzando a nord da al-Tanaf fino alla valle dell’Eufrate, verso Dayr al-Zur. Neoconservatori e propagandisti sionisti affermarono che era necessario spezzare la “mezzaluna sciita” che avrebbe collegato l’Iran al Libano attraverso Iraq e Siria. Le forze statunitensi avrebbero interrotto il sostegno iraniano ad Hezbollah che difende il Libano dalle incursioni israeliane. Ma la “mezzaluna sciita” non era che un’idea. I rifornimenti dell’Iran ad Hezbollah non sono mai dipesi da un solo collegamento territoriale. La connessione a “mezzaluna” non fu interrotta quando l’Iraq era occupato dagli USA o lo SIIL dominava la zona. Il piano reale degli USA era molto più grande, controllare un corridoio sunnita dal confine saudita-iracheno, nella provincia di Anbar nell’Iraq occidentale, attraverso la Siria sudorientale e la Siria nordorientale occupata dai curdi fino alla Turchia. Questo era il piano del “principato salafita” indicato da un documento dell’intelligence della difesa del 2012.Le forze siriane (rosse), con il sostegno iracheno, hanno sabotato i piani statunitensi collegando la Siria occidentale al confine iracheno-siriano a nord di al-Tanaf (blu), incontrando le forze irachene alleate al confine a nord-est di al-Tanaf e avanzando a nord-est lungo il confine verso Abu Qamal e la valle dell’Eufrate.
Il comando russo ha detto agli Stati Uniti che qualsiasi attacco a queste forze sarebbe un atto ostile che verrebbe punito severamente. Per chiarire la cosa, l’Iran lanciava missili a media gittata dal territorio iraniano sullo Stato islamico in Siria. I russi lanciavano missili da crociera dal Mediterraneo su obiettivi simili. Il messaggio era che il piccolo contingente statunitense da al-Tanaf sarebbe stato spazzato via se i militari statunitensi avessero continuato a ostacolare le forze siriane. Nel frattempo le Unità di mobilitazione popolari (PMU) provenienti dall’Iraq, alleate della Siria, si avvicinavano ad al-Tanaf da sud. Le forze statunitensi non hanno dove andare se non a casa. Come scrivemmo il 13 giugno, ‘Siria, la fine della guerra è ora in vista’: “I piani statunitensi in Siria meridionale, occidentale ed orientale sono falliti. A meno che l’amministrazione Trump non sia disposta ad investire altre importanti forze ed avviare apertamente e contro il diritto la guerra a governo siriano ed alleati, la situazione viene contenuta. Le forze siriane libereranno tutti territori a sud, attualmente occupati dai vari fantocci statunitensi ed altri gruppi terroristici. Tutte le recenti provocazioni dagli Stati Uniti non hanno impedito i piani del governo siriano e l’avanzata su Dayr al-Zur”.
In una piccola conferenza stampa, i militari statunitensi praticamente riconoscevano la sconfitta dei loro piani: “Washington (AP) – La coalizione militare statunitense che combatte lo Stato islamico accoglierà uno sforzo concertato di governo siriano e forze partner, sostenute dall’Iran, per sconfiggere lo SIIL nelle rimanenti fortificazioni in Siria orientale, dichiarava un portavoce statunitense. Il colonnello dell’esercito Ryan Dillon, portavoce della coalizione, ha detto ai giornalisti al Pentagono che l’obiettivo degli Stati Uniti è sconfiggere lo SIIL ovunque sia. Se altri, come il governo siriano e i suoi alleati iraniani e russi, vogliono combattere gli estremisti, allora “non abbiamo assolutamente alcun problema”, aveva detto parlando da Baghdad”.
Dalla trascrizione della conferenza stampa:
D: (…) Che minaccia potenziale dalle milizie sostenute dall’Iran e dalle forze del regime continuano a rappresentare per le sue forze e forze partner nell’area al-Tanaf – Abu Qamal?
Col. Dillon: Beh, il regime siriano sembra che faccia uno sforzo concertato per entrare nelle aree occupate dallo SIIL. E se mostra di poterlo fare, non sarà negativo. Siamo qui per combattere lo SIIL come coalizione, ma se altri vogliono combattere lo SIIL e sconfiggerlo, allora non abbiamo assolutamente alcun problema. E se avanzano verso est su Abu Qamal e Dayr al-Zur, noi, fin quando possiamo ridurre le tensioni e assicurarci di poter concentrarci su ciò che facciamo senza incidenti strategici con il regime o le forze pro-regime o i russi, allora ne saremo perfettamente soddisfatti”. Successivamente il portavoce riconosceva anche che le forze ad al-Tanaf sono molto limitate nei movimenti: “…se il regime avanza in una zona presso Abu Qamal, allora limiteremo per quanto possibile i pattugliamenti (da al-Tanaf) con le forze dei nostri partner”. Dopo chiariva ancora il punto, e in modo ancor più netto, al-Tanaf è inutile e l’Esercito arabo siriano è libero di fare ciò che fa: “Col. Dillon: Quello che dicevo è che, fuori dall’area di al-Tanaf, addestravamo le forze dei nostri partner per combattere lo SIIL, se vicino alla zona. Sapete, ora che il regime avanza, e in qualche modo significativo, avanza, come sembra, verso Abu Qamal e forse Dayr al-Zur, se vuole combattere lo SIIL ad Abu Qamal e può farlo, allora questo sarà benvenuto. Noi, come coalizione, non occupiamo territori. Ci occupiamo di eliminare lo SIIL, e questo è ciò che vogliamo fare. E se il regime siriano vuole farlo e riprende lo sforzo concertato e dimostra che fa proprio questo ad Abu Qamal o Dayr al-Zur o altrove, significa che non dovremmo farlo noi in quei luoghi. Quindi suppongo che, come sto dicendo, ad al-Tanaf continueremo ad addestrare le forze dei nostri partner. Continueremo a pattugliare l’aerea di al-Tanaf nel deserto di Hamad. Ma se il nostro accesso ad Abu Qamal viene chiuso perché c’è il regime, va bene”.
Novità: il Pentagono e, ancor più i comandanti degli Stati Uniti in Medio Oriente hanno finalmente riconosciuto i fatti fondamentali della vita. Non c’è modo che il governo siriano ed alleati lascino che gli Stati Uniti occupino la Siria sudorientale o il Paese, compresa la guarnigione siriana di Dayr al-Zur attualmente circondata dalle forze islamiste. L’Esercito arabo siriano ed alleati libereranno Dayr al-Zur e tutta la valle dell’Eufrate. L’esercito statunitense l’ha riconosciuto. Ci sarà qualche sconvolgimento e grida tra i neoconservatori, ma dubito che questa decisione sia rovesciata o che si tratti di un imbroglio. Non c’è semplicemente alcun valore strategico per gli Stati Uniti nell’occupare la Siria sudorientale e nel volerla difenderla contro la decisa resistenza di potenti forze contrarie.
Congratulazioni alla Siria e ai suoi alleati. Questa battaglia è per ora vinta.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora