Boleslaw Piasecki: un cattolico contro la piovra vaticana e imperialista nella Polonia popolare

Luca BaldelliLa crociata vaticana contro i Paesi socialisti, supportata materialmente dall’imperialismo anglostatunitense, ha sempre mirato a diffamare l’ideale marxista-leninista come principale bussola di trasformazione sociale per l’umanità, degradandolo a bieco materialismo senz’anima. Non solo: questa “pugna spiritualis” degna di miglior causa, che di spirituale e di teologico aveva veramente poco, ha sempre teso a nascondere, infangare e distorcere il ruolo costruttivo di milioni di cristiani, cattolici e non, nella costruzione della nuova società, mondata dalla lordura dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Abbiamo avuto modo di esaminare il caso emblematico dell’abate cecoslovacco Josef Plojhar; questa volta, invece, ci sposteremo un po’ più a nord, in Polonia, Paese cattolicissimo, con un’atmosfera bigotta e codina diffusa, percepibile sin dalle pietre delle strade. Qui, lo schema disinformante e inquisitorio della crociata vaticana contro il socialismo e i suoi “compagni di strada”, riscontrabile in ogni angolo dell’est europeo, fu replicato fedelmente e anzi reso più pesante ed invasivo. Oggi, tutti coloro i quali pensano al cattolicesimo polacco vanno con la mente alla bianca veste di Wojtyla o ai baffi biondo-arancio di Lech Walesa. A pochi, pochissimi, balenerà davanti l’immagine di Boleslaw Piasecki. Un nome, questo, misterioso, enigmatico, ostico persino nella fonetica. Un personaggio senz’altro scomodo, Piasecki, ovvero non accomodante, né addomesticabile, né tanto meno collocabile nel Pantheon ipocrita, onnicomprensivo e per ciò stesso nullacomprensivo, della religiosità new-age, irenica e all’acqua di rose, che tanto va di moda in quest’epoca di valori forti banditi e di pensieri deboli resi forti dal potere. I fautori dello scontro cieco ed incondizionato fra diverse concezioni dell’uomo e del mondo, hanno tutto l’interesse a far credere che il comunismo abbia perseguitato sistematicamente i cristiani, fino quasi a cacciarli nelle catacombe; Piasecki rappresenta, come Plojhar, l’esempio incarnato di quanto tutto ciò sia falso e di come, invece, le masse cristiane e cattoliche dell’est-europeo abbiano, nella loro stragrande maggioranza, collaborato in maniera leale e fruttuosa con il potere popolare.
Nato nel 1915 a Lodz, in una famiglia di funzionari pubblici (il padre era dottore agronomo), Boleslaw Piasecki frequentò il Ginnasio “Jan Zamoyski” di Varsavia, laureandosi poi in Giurisprudenza presso l’Ateneo della Capitale polacca, nel 1935. Influenzato dalle idee nazionaliste e sovraniste, Piasecki, sempre nel 1935, fondò il ”Movimento nazional-radicale Falanga”, noto anche semplicemente come “Falanga” (“Falange”). Su tale formazione politica, il giudizio di vari storici è stato estremamente negativo: hanno assimilato la “Falanga” sic et simpliciter al fascismo, senza cogliere le contraddizioni, la dialettica interna a quel movimento fra conservatori tradizionalisti, nazional-rivoluzionari ed elementi filo-fascisti e filo-nazisti. Di certo, in questo caleidoscopio, Piasecki rappresentò sempre la tendenza nazional-rivoluzionaria, radicale, fautrice di profonde riforme sociali all’insegna del corporativismo integrale, ma senza sposare la visione geopolitica del fascismo né tantomeno la dottrina razziale del nazionalsocialismo. L’ala filo-nazista della “Falanga”, capitanata da Kazimierz Halaburda, fu sempre emarginata e, in gran parte, finì per staccarsi dal movimento. Piasecki, in particolare, cattolico di ferro, combatté con energia ogni infiltrazione dello NSDAP (il Partito Nazionalsocialista di Hitler) nella “Falange”, individuando ed espellendo agenti che, muniti di cospicue somme di denaro e di dettagliati piani di provocazione, intendevano spingere il movimento sul binario morto della sudditanza al III Reich, le cui mire territoriali, fondate sul progetto del “Mein Kampf”, erano per forza di cose incompatibili con le volontà di ogni nazionalista polacco. Esse, infatti, prevedevano per la Polonia un ruolo di colonia, di serbatoio di materie prime e forza lavoro nel quadro del Nuovo Ordine Europeo o al massimo un patto leonino tra Stati sovrani in cui sovrano era solo quello più forte, che sceglieva il più debole come comprimario per un’aggressione all’URSS che ricompattasse attorno alla Germania tutto l’asse anticomunista mondiale, segnato dalle ovvie rivalità inter-imperialistiche. Piasecki, sempre attento e vigile contro provocazioni e snaturamenti di quella che riteneva essere una genuina concezione nazionalistica, radicata nella storia e nella tradizione della Polonia, condusse una critica serrata alle stridenti disuguaglianze sociali, allo strapotere della finanza e delle banche, ai ceti parassitari, auspicando un nuovo assetto più giusto, con un’equa redistribuzione delle ricchezze, la difesa della classe operaia e contadina, la valorizzazione della piccola impresa. Nell’inquadrare questi punti, la “Falange” di Piasecki, come ogni movimento populista di destra della Polonia degli anni ’30 faceva, questo sì, professione di antisemitismo, identificando negli ebrei la causa principale delle disgrazie del Paese. L’antisemitismo di Piasecki, però, era di schietta matrice cattolico– tradizionalista e aveva radici economico-sociali; mai sfociò nell’odio biologico dei nazisti per la stirpe ebraica. Naturalmente, non puntualizziamo ciò a mò di attenuante, ma come doverosa spiegazione, come distinguo che in sede storiografica non ci si può dispensare dal mettere in evidenza, pena la non comprensione di fatti, eventi, scelte. Precisato tale aspetto, basta dare un’occhiata alla biografia di Boleslaw Piasecki per constatare la sua intransigente opposizione al nazismo: soldato nel ’39, al momento dell’invasione tedesca, combatté con coraggio e fino alla fine, a differenza di tanti altri militari legati al governo borghese-conservatore di Skladowski, vassallo della Gran Bretagna, i quali concorsero a provocare il crollo della Nazione per poi darsela a gambe in Romania con ministri e alti dignitari, lasciando il popolo alla mercé della croce uncinata. Arrestato dalla GESTAPO e imprigionato fino all’aprile del 1940, Piasecki venne poi scarcerato e, da uomo libero, ricominciò a tessere le fila di una Resistenza nazionalista ai nazisti occupanti. I tempi erano duri e non agevolavano certo sottigliezze e distinguo; Stalin e l’URSS appoggiavano attivamente i partigiani di osservanza socialcomunista e progressista, gli unici che saldavano alla lotta di liberazione il necessario obiettivo di trasformazione sociale del Paese. In quest’ottica, sia la Resistenza filo-inglese che quella nazionalista di Piasecki, che nel frattempo aveva dato vita ad una “Confederazione nazionale” per distinguersi dagli altri due fronti di opposizione all’occupazione nazista, non potevano che essere viste come focolai di diversione, divisione e anche d’intelligenza col nemico da chi, pochi chilometri più a est, di quel nemico aveva sperimentato sulla propria pelle i peggiori crimini.
Nel 1944, la Resistenza di impronta socialcomunista fondò il Comitato Polacco di Liberazione Nazionale (PKWN, la sigla polacca), più noto come Comitato di Lublino, nel quale vi erano anche indipendenti, democratici, liberali decisi non solo a liberare il Paese dai nazisti, ma anche ad edificare una nuova Polonia realmente indipendente, libera, sovrana, non succube di inglesi, tedeschi e chicchessia. In questo quadro, i settori nazional-radicali che facevano capo a Piasecki e ad altri, non potevano non entrare nel mirino: il loro rifiuto di appoggiare la Resistenza del Comitato di Lublino fu interpretato come un imperdonabile tradimento e come un fare il gioco del nemico più bestiale e feroce mai apparso sulla scena politico-militare. Non poteva andare diversamente del resto: l’URSS sapeva che solo con la compattezza di tutti i combattenti si sarebbe potuto cacciare al più presto l’invasore e che ogni azione in senso contrario era lesiva, controproducente, scriteriata (quando non era indice di collusione col nazismo). Le pallottole sparate dagli uomini della “Confederazione Nazionale” contro i partigiani e l’Armata Rossa furono la goccia (di piombo) che fece traboccare il vaso: Piasecki, assieme ad altri, venne catturato e imprigionato a Lublino nel novembre del 1944 dalle forze filosovietiche e dall’NKVD. A prendersi l’incarico di seguire i settori nazionalisti fu delegato Ivan Serov, generale sovietico, distintosi tanto nell’Armata Rossa quanto nell’NKVD, uomo di indefettibile fermezza, ma anche di raro tatto e di profonda sensibilità umana, che solo una pubblicistica ed una storiografia bugiarde e faziose come quelle anticomuniste potevano trasformare in un individuo spietato e crudele. Serov aveva una naturale propensione a cogliere i lati positivi anche dove i più vedevano solo il deserto dei tartari. Con pazienza e volontà di capire le dinamiche storiche della società polacca, ponendo al contempo le premesse per un futuro stabile e duraturo di pace e reciproca comprensione, Serov, con l’appoggio di Stalin, del VK(b)P e del Governo sovietico, cominciò a stabilire una linea di dialogo e confronto con la Resistenza nazionalista, compresi gli uomini incarcerati per azioni condotte contro l’Armata Rossa e la Resistenza coordinata da Lublino. Serov seppe vincere l’ostilità e l’opposizione di chi, preso da comprensibile spirito di vendetta, all’interno dell’NKVD in particolare, intendeva procedere per le vie brevi, mettendo tutti i nazionalisti polacchi nello stesso calderone. Piasecki, non certo sotto tortura o sotto costrizione, come hanno insinuato i soliti storici pregiudizialmente ostili al socialismo e all’URSS, anche con l’ausilio di documenti fasulli, iniziò un cammino di avvicinamento al socialismo, mentre i sovietici, dal canto loro, maturarono, in questo scambio, una visione più completa e meno schematica della realtà polacca. Si resero conto che non c’erano solo i fanatici sciovinisti che deliravano attorno ai progetti di una Grande Polonia estesa da Berlino al Mar Nero, né soltanto i vecchi arnesi del filo-tedesco Pilsudski, ma tutta una schiera di social-nazionalisti che, gettati alle ortiche i preconcetti verso il marxismo-leninismo, intendevano integrarsi nel nuovo ordine socialista, appoggiato dalla stragrande maggioranza della popolazione e rafforzato, in mezzo a mille tremende difficoltà, dall’aiuto fraterno dell’Unione Sovietica. Piasecki riceveva regolarmente giornali, riviste e ascoltava la radio: aveva quindi perfetta contezza di tutti i provvedimenti progressisti e innovatori varati dal nuovo governo popolare, nel quale i comunisti erano centrali. Non viveva certo, il fondatore della “Falanga”, in un isolamento paragonabile, anche solo lontanamente, a quello vigente nei lager nazisti. La prova incontrovertibile di ciò è la lettera, inviata da Piasecki a Serov, nella quale il militante nazionalista polacco, in prigione, si dichiarò favorevole alle riforme sociali introdotte dal nuovo potere supportato dai sovietici; in particolare, Piasecki riconobbe che, per la prima volta, si stava procedendo in direzione di una vera riforma agraria, da tempo chiesta dai nazional-rivoluzionari, mentre la nazionalizzazione dei settori economici strategici fu vista come un passo necessario per la creazione di una nuova Polonia realmente indipendente. Allo stesso modo, Piasecki ripercorse nella missiva le tappe del suo indefesso impegno anti-nazista. Un ruolo forte dei cattolici polacchi era imprescindibile, sostenne Piasecki, anche per il futuro socialista della Nazione. Nel luglio del 1945, valutato attentamente il caso suo e di altri (non si facevano sconti a nessuno, né si abusava di alcun principio del diritto, dove comandavano le forze social-comuniste), Piasecki fu liberato e subito si dette da fare per fondare un gruppo di cattolici aperti alla collaborazione con il movimento operaio e comunista. Una resa incondizionata, dettata solo dal ricatto e dalla paura? Nemmeno per sogno!
Piasecki, già nella lettera a Serov, non era arretrato di un millimetro dai propri principi e dalle proprie convinzioni: la sua fede non era in discussione, né poteva esserlo la sua identità di cristiano-sociale, compagno di strada dei comunisti nella costruzione di una società più giusta, ma non appiattito sulle posizioni del marxismo-leninismo. I comunisti polacchi e sovietici non pretesero mai questo, convinti come erano che solo la più ampia coesione delle forze di ispirazione popolare potesse garantire la necessaria opera di ricostruzione sociale, civile, economica e l’approdo a lidi più avanzati di giustizia, libertà ed emancipazione delle classi subalterne. Dal novembre del 1945 partì l’avventura del settimanale cattolico-sociale “Dzis i Jutro” (“Oggi e domani”), nato da un’idea di Piasecki e subito battezzato da successo. Il nuovo organo di stampa irritò in misura parossistica le gerarchie vaticane e quelle ecclesiastiche polacche più reazionarie e legate a Roma: era la prova provata che il nuovo governo popolare di Varsavia, guidato dai socialcomunisti, non solo non proibiva la religione, ma addirittura patrocinava pubblicazioni di carattere religioso. Come si sarebbe potuta continuare a sostenere l’impostura dei regimi dell’ateismo imposto? Come si sarebbero potuti dividere, ora, proletari aventi i medesimi interessi di classe sulla base della religione, anche in quell’occidente nel quale l’avanzata dei comunisti pareva irresistibile? Basta dare un’occhiata ai nomi dei collaboratori di “Oggi e domani” per vedervi personaggi autorevolissimi del pensiero cristiano–sociale polacco, uomini e donne che conosceranno sorti diverse, ma tutti accomunati da schiena diritta e saldezza di principi: Jan Dobraczynski, Konstantin Lubienski, Hanna Malewska, Wojciech Zukrowski. Nel n° 1 della rivista, pubblicato il 25/11/1945, Boleslaw Piasecki dimostrò ulteriormente quanto la sua adesione alla nuova democrazia popolare fosse convinta e poggiasse sull’onestà intellettuale, non sulla convenienza; anziché rinnegare il passato in blocco, egli scrisse: “Sarebbe una sciagura sostenere che il diritto di accesso alla nuova realtà polacca si debba pagare a prezzo del rinnegamento della tradizione, di tanti eroici compagni caduti nella lotta armata o ancora vivi. Sarebbe una sciagura, questa, poiché solo le persone ipocrite accetterebbero a questo prezzo la convivenza con la nuova realtà”. Il potere popolare, dal canto suo, mai pretese, lo ribadiamo, alcuna abiura o autodafè con tanto di sceneggiata barocca, nemmeno rispetto ai contenuti e ai principi della “Falange” nella loro totalità: alcuni punti programmatici del nazionalismo degli anni ’30, specie riguardo all’assetto economico-sociale, erano compatibili con il programma social-comunista, summa di vero patriottismo. In ordine all’antisemitismo, invece, così come rispetto ai sogni di una “Grande Polonia” che equivalevano a dichiarazioni di guerra, non si poteva certo transigere alcunché, e non solo perché i vertici del Partito dei Lavoratori Polacchi (poi Partito Operaio Unificato Polacco) vedevano la massiccia presenza di ebrei (fatto storico inoppugnabile), ma perché la nuova Polonia popolare non poteva tollerare in alcun modo, e sotto nessuna forma, ideologie improntate all’odio etnico, religioso, razziale, né di matrice antisemita, né di matrice sionista.
Boleslaw Bierut, Segretario del Partito Operaio Unificato Polacco, con la sua linea anti–dogmatica ed unitaria, mirante alla massima compattezza del blocco sociale nel processo di trasformazione socialista del Paese, riuscì ad aggregare tutte le forze vive e dinamiche della Nazione, in un felice pluralismo ignorato e anzi rovesciato nel suo opposto dalle menzogne della storiografia avversa. Ciò gli consentì anche di emarginare elementi settari, cripto–trotskisti e frazionisti che, con la loro visione dogmatica, schematica e avulsa dalla realtà concreta, avrebbero mandato gambe all’aria il processo di costruzione della nuova società, in un contesto dominato fino a poco tempo prima dalla borghesia e dai vecchi ceti aristocratici anacronistici e reazionari. Gli interessi di questi ceti erano stati colpiti, ma l’onda lunga delle loro reazioni e degli intrighi tessuti all’ombra del Vaticano e degli USA si faceva ancora sentire e, con azioni sconsiderate, troppo timide o troppo ardite, si sarebbe trasformata in un ciclone devastante. La saggezza del vertice del Partito Operaio Unificato, il suo indirizzo unitario, democratico e patriottico, nel quadro più ampio del Fronte di Unità Nazionale, evitarono al Paese frizioni e tensioni deleterie. In questo clima propizio per ogni libera espressione e confessione orientate a costruire e non a demolire, Piasecki incastonò, nel 1947, un’altra pietra miliare della sua azione politico–culturale: l’Associazione “PAX”. Questa, accanto al movimento dei “Sacerdoti patriottici”, leali verso il governo a maggioranza social–comunista, propugnò una politica di alleanza stabile e duratura fra le masse popolari cattoliche e la democrazia popolare orientata alla fondazione del socialismo. Un salto di qualità inequivocabile: la fondazione di “PAX”, con il concorso di decine di migliaia di operai, contadini, intellettuali, artigiani, sacerdoti, stette a significare che la corrente social–cristiana non si accontentava più di organi di stampa, iniziative, convegni, ma mirava ad organizzarsi in forma eminentemente politica per difendere i principi nei quali credeva in maniera strutturata, contro l’assalto del Vaticano e dei settori reazionari. Non v’era, infatti, angolo delle Polonia nel quale gli agenti del Papa e degli USA, opportunamente addestrati e foraggiati, non lavorassero come il tarlo per disgregare, sabotare, attizzare odi e ostilità, facendo leva su una religione usata come scudo, nella maniera più strumentale possibile. I vecchi ceti rovesciati dal trono sognavano ancora la riscossa e per far questo pagavano banditi e terroristi per incendiare aziende agricole, minare la produzione nelle fabbriche, intimorire i rappresentanti del potere costituito. Sopra tutti, come supervisori, i servizi segreti occidentali e gli emissari del Vaticano, tutti con agganci di vecchia data nel microcosmo reazionario polacco. L’“Operazione Splinter Factor”, lanciata dai servizi segreti statunitensi nell’est europeo, con l’appoggio logistico e operativo di tutti i servizi imperialisti e dei circoli antisovietici, disseminò l’area d’oltre cortina e segnatamente la Polonia di trame eversive, azioni terroristiche, sabotaggi che solo il largo consenso e l’appoggio entusiastico del quale godevano i governi a maggioranza social–comunista poterono affrontare e sconfiggere. Migliaia di terroristi, muniti di armi modernissime e radioriceventi, furono catturati sui monti e in vari centri urbani. Molti di essi si fecero scudo con il clero reazionario, che li proteggeva attivamente offrendo nascondigli e rifugi in Chiese ed immobili di proprietà della Chiesa; i preti legati agli eversori, ogni volta che veniva compiuta un’operazione di polizia in immobili ecclesiastici per stanare i banditi, gridavano all’oltraggio dei “senza Dio” per mascherare il loro ruolo losco e alimentare il mito cinico e falso della persecuzione a loro danno. L’associazione “PAX “, in questo quadro, partecipò attivamente allo smascheramento dei nemici interni ed esterni, con l’azione concreta, con la parola e con gli scritti. I seguaci di Piasecki, stretti attorno alla loro guida, dettero eccelsa prova di patriottismo e riscattarono, agli occhi delle autorità, il nome del cattolicesimo polacco, infangato dai crociati della guerra fredda. Questa posizione coraggiosa, ferma e leale attirò per tutti gli anni ’50 su “PAX” l’odio e le calunnie, l’ostracismo e la persecuzione della parte più retriva del clero: essa, naufragati miseramente i progetti di restaurazione dell’ancien regime, e colpiti nelle vive carni i suoi interessi materiali, cercò in ogni modo, con l’aiuto del Vaticano, di mettere i bastoni tra le ruote ai tantissimi parroci, sacerdoti, vescovi che non volevano seguire la via suicida e criminale della lotta contro il socialismo. Fu solo grazie alla solidarietà ed alla protezione offerta dal governo degli “atei trinariciuti” se questi uomini di Chiesa, liberi ed onesti, ebbero garantita la loro libertà d’azione e, spesso, la loro incolumità fisica. Stefan Wyszynsky, Primate polacco, legatissimo al Vaticano, cercò di mantenere fino ad un certo punto il necessario equilibrio: nemico delle spinte più reazionarie e destroidi, sapeva bene che il governo popolare aveva riconosciuto la piena libertà alla Chiesa e la sua giurisdizione su alcuni beni fondamentali, nulla pretendendo se non la lealtà del clero alle leggi, ma, nello stesso tempo, era pressato in maniera veemente da Papa Pio XII affinché promuovesse uno scontro radicale con il potere popolare. Preso tra due fuochi, Wyszynsky si buttò nelle braccia della reazione interna ed internazionale e dovette esser condannato all’isolamento, vittima non certo del potere popolare ma di chi, in quella situazione, lo aveva messo contro la sua stessa volontà: USA e Vaticano. Bierut e i vertici del Partito Operaio Unificato Polacco compresero il dramma dell’uomo Wyszynsky e cercarono sempre di lenire la sua condizione di internato, preso in consegna in primis da istituti religiosi. La lotta contro i nemici del popolo aveva le sue insuperabili necessità, ma mai ci si dimenticava di rispettare l’uomo, la sua storia e la sua condizione legata al contesto generale, con un’etica che nei Paesi capitalisti nemmeno si poteva sognare. “PAX”, e Piasecki in modo particolare, insorsero contro le ingerenze vaticane ed imperialiste, anche e soprattutto in questo caso, mantenendo dritta la barra dell’appoggio alla democrazia popolare e contribuendo in maniera sempre più costruttiva all’unità della Nazione: l’Associazione poté dispiegare quest’azione anche grazie al fatto che controllava vari canali mediatici, dai settimanali “Aurora” (“Zorza”) e “Direzioni” (“Kierunki”), fino al quotidiano “La parola universale” (“Slowo Powszechne”), passando per la florida casa editrice (“Istituto editoriale PAX”). Accanto a ciò, l’accresciuto peso politico fu decisivo per rafforzare la compagine cattolico-sociale: nel Parlamento (“Sejm”, o Dieta ), gli uomini di “PAX”, attivi anche nel “Movimento patriottico di rinascita nazionale”, erano ben rappresentati all’interno del “Fronte di Unità Nazionale”, come indipendenti o aderenti ad altre formazioni politiche. La balla del monopartitismo vigente ad est, ripetuta ossessivamente da tutta la propaganda anticomunista, a dispetto dell’evidenza della realtà, nella storia della Polonia era particolarmente ridicola: nel “Sejm”, infatti, fino al 1989, accanto ai deputati del Partito Operaio Unificato Polacco vi furono sempre i cattolici aderenti a “PAX”, presenti come indipendenti, aderenti al Partito Popolare Unito e al Partito Democratico.
Piasecki, amato dal popolo e stimato dai vertici politici, cominciò però ad essere insidiato, nella sua posizione, a partire dal XX Congresso del PCUS: si formò un inedito asse revisionista-reazionario che, con la morte di Bierut (sulla quale ci sarebbe molto da indagare…), mirò a riportare le lancette della storia indietro, affratellando, in maniera del tutto strumentale, i kruscioviani di stretta osservanza ed il clero conservatore e maccartista. Più la società si disgregava, più subentrava all’unità il contrasto, più questi settori guadagnavano punti; in particolare, il solco tra cattolici e comunisti andava allargato fino al parossismo. Come non vedere in tutto questo le premesse per la nascita, anni e anni dopo, del cosiddetto “Sindacato libero “ Solidarnosc? Piasecki ricevette sempre più attacchi, strali e dovette subire, di quando in quando, umiliazioni assurde, come la censura delle notizie che lo riguardavano sui giornali a maggior tiratura, censura oltremodo ridicola visto il raggio d’azione capillare degli attivisti di “PAX” e la diffusione, altrettanto capillare, delle riviste legate all’Associazione. Non erano gli “stalinisti” tanto deprecati a censurare, ma i nuovi “liberali” saliti al vertice del Partito Operaio Unificato Polacco e solo l’equilibrio e la saggezza di Gomulka, nuovo Segretario del Partito dopo la morte di Bierut, riuscirono a frenare le spinte più estreme, senza però rendere inoffensiva la fazione kruscioviana, protetta a livello internazionale fino al 1964. Il fatto curioso è che la vecchia guardia del Partito, di osservanza “staliniana”, subì le stesse azioni ostili di “PAX”, nella Polonia del dopo ’56; un destino comune, quello degli uomini di Bierut e dei seguaci di Piasecki, che nessuno ha voluto mai indagare fino in fondo. Ad ogni buon conto, visto il carattere coeso e la vitalità di “PAX”, dal 1955-56 la fazione comunista polacca più legata al revisionismo kruscioviano, assieme a settori degli apparati spionistici interni e del KGB sovietico orientati nello stesso senso, iniziò a sferrare alcuni colpi bassi all’associazione di Piasecki: si cominciò con una fronda interna, alla quale seguì una scissione, protagonista della quale fu (guarda caso!) un uomo destinato a ricoprire un ruolo importante in “Solidarnosc”: Tadeusz Mazowiecki. Non solo: nel 1957, uno dei sette figli di Piasecki, Bohdan, nato dal matrimonio con l’eroina Halina Kopec, caduta nella rivolta di Varsavia del 1944, venne rapito ed ucciso in circostanze oscure, mai del tutto chiarite anche per l’azione degli organi investigativi, i quali, controllati dal Viceministro degli Interni, il liberale kruscioviano Antoni Alster, favorirono la fuga in Israele di diversi sospettati e la latitanza sospetta di altri. La vecchia fazione “stalinista” del Ministero degli Interni, solidale con Piasecki, tentò in ogni modo di far luce, ma la sua azione fu paralizzata dai protettori politici operanti in alto loco. Solo negli anni ’60, infatti, un uomo tutto di un pezzo come Mieczyslaw Moczar riuscì a farsi strada contro le lobbies kruscioviane e sioniste e a diventare Ministro degli Interni, ma era ormai tardi per far piena luce sul caso di Bohdan Piasecki… Qualsiasi fosse lo scenario dietro al fatto criminoso in questione, è chiaro che esso fu diretto a bloccare l’azione politica del Presidente di “PAX”, ma le manovre in tal senso fallirono per il coraggio intellettuale e fisico del personaggio, oltre che per l’appoggio incondizionato che milioni di uomini e donne, di ogni orientamento, continuarono a manifestargli. Piasecki, infatti, restò a capo di “PAX” fino all’anno della sua morte, il 1979, fu ininterrottamente deputato al Sejm dal 1965 al 1979 e ricoprì anche la carica di membro del potete Consiglio di Stato.
Ai funerali di Piasecki presero parte tutte le più alte cariche dello Stato, assieme a migliaia di cittadini comuni ed alle delegazioni dei partiti popolari cristiani del campo socialista. La messa fu significativamente celebrata da Stefan Wyszynsky, a riprova della grandezza del personaggio deceduto e della vicinanza del vecchio Primate e Cardinale, il quale, naturalmente portato al dialogo con il movimento operaio e comunista, negli anni ’50 non se l’era tuttavia sentita di sposare le posizioni di “PAX”. Con la morte di Piasecki ripresero quota i settori clerico–reazionari, i quali ebbero buon gioco ad attuare diversioni e a sobillare il popolo nel quadro di una crisi economica pesantissima che, nata nel mondo capitalista e a causa del capitalismo, contagiò ben presto la Polonia, Paese che con il mondo capitalista aveva avviato rapporti economici intensi e duraturi, anche oltre i livelli di prudenza raccomandabili. Questa, però, è un’altra storia, che non mancheremo di raccontare…Riferimenti:
Purtroppo, la congiura imperialista del silenzio su “PAX” e su Boleslaw Piasecki non aiuta a reperire opere per capire meglio la storia e i contorni di “PAX”. Per chi avesse voglia di spaziare tra più fonti, non solo apologetiche e non solo italiane, ma anche critiche e in lingua straniera, suggeriamo i seguenti riferimenti:
Boleslaw Piasecki:
Zagadnienia istotne” (“Questioni fondamentali”, Varsavia, 1954)
Patriotyzm polski”, (“Patriottismo polacco”, 2 voll., Varsavia 1958/60)
Kierunki 1945-1960”, (“Direzioni 1945-1960”, Varsavia 1971)
Mysli” (“Pensieri”, Varsavia 1983)

Per un panorama sintetico ma indicativo sulla sovversione atlantico–vaticana in Polonia:
William Blum, “Il libro nero degli Stati Uniti d’America” (Fazi, 2003)
Victor Marchetti – John D. Marks, “CIA – culto e mistica del servizio segreto” (Garzanti, 1975)

L’abate Plojahr: l’uomo che unì crocefisso, falce e martello

Luca Baldelli

La storia non è solo il fluire tempestoso, rocambolesco e a volte rodomontesco di eventi, figure e fatti che modellano il terreno delle umane sorti dal quale traggono origine; la storia non è solo la dinamica incessante, eppur tormentata e reversibile, dello sviluppo delle forze sociali e produttive; la storia non è solo e soltanto il filtro attraverso il quale si fa strada, catalizzato dal ribollire tumultuoso della lotta di classe, il cammino ascendente delle classi subalterne. La storia è, anche, impietosamente e dialetticamente, a confermare la giustezza e l’aderenza al reale della weltanschauung marxista, il magazzino delle sane abitudini dismesse, dei luminosi principi abbandonati perché non più “alla moda” e, ancor più, delle figure gettate nel pozzo dell’oblio perché scomode, per l’esempio ancor prima che per il pensiero o per gli scritti. Una di queste figure dimenticate è, senza dubbio, l’abate cecoslovacco Josef Plojhar (1902–1981). Nativo di Ceske Budejovice, animatore del Partito Popolare Cecoslovacco, d’ispirazione cristiano-sociale, ne difese sempre l’ancoraggio democratico e progressista, contro le tendenze e le infiltrazioni conservatrici, reazionarie e anche fasciste, volte a farne un Partito fantoccio anticomunista, dipendente dai circuiti imperialisti tedeschi e anglostatunitensi. Nella visione di Plojhar e di altri (si pensi al grande Antonin Pospishil, storico attivista dei lavoratori cattolici cecoslovacchi), il Partito Popolare doveva difendere la propria autonomia di pensiero e di azione e, contemporaneamente, appoggiare attivamente le lotte sociali della classe lavoratrice e l’azione politica del Partito Comunista, caposaldo a garanzia della trasformazione sociale in senso progressista. Tale linea, nonostante tranelli, complotti, ingerenze imperialiste e borghesi negli anni dal 1945 al 1948, uscì vincitrice dai Congressi e dal confronto interno e garantì al Partito Popolare Cecoslovacco un ruolo centrale nelle dinamiche sociali e politiche del dopoguerra, nel quadro della costruzione di un’avanzata democrazia popolare, sostenuta dal fraterno aiuto internazionalista dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
I reazionari, sconfitti sul campo nonostante le massicce trasfusioni di dollari e l’appoggio costante del Vaticano, impegnato in prima linea a sabotare ogni politica riformista, anche la più cauta, cominciarono a vomitare bile addosso a Plojhar e ai suoi sostenitori più in vista. Vennero dipinti (e vengono dipinti ancora, dalla stampa borghese) come teste di legno del Partito Comunista, atteggiamento perfettamente prevedibile da parte di chi intendeva fare del Partito Popolare Cecoslovacco la testa di legno collettiva dell’imperialismo, dell’eversione anticomunista ed antisovietica. Una storia già vista, anche e soprattutto in Italia, Paese nel quale gli ex-fascisti, entrati in massa nella DC dopo il 25 aprile, etichettavano sistematicamente come “comunisti mascherati” i cattolici popolari più schietti, avanzati e radicati nelle masse lavoratrici, fautori di una strutturale collaborazione con le sinistre per realizzare i principi ed il programma dei Murri, dei Miglioli e di altri araldi del cattolicesimo sociale più autentico.
Josef Plojhar, rappresentante in Cecoslovacchia di questo filone, aveva tra i suoi riferimenti principali la “Rerum Novarum”, enciclica del 15 maggio 1891 con la quale Papa Leone XIII aveva coraggiosamente marcato un netto discrimine tra il liberalismo borghese, secolarista, pervaso di mistica della proprietà e della produzione e la visione cristiana dell’economia e della società, fondata sulla giustizia distributiva, sul lavoro in funzione dei bisogni umani e non viceversa, sulla valenza sociale della proprietà, svincolata da ogni culto idolatrico. Plojhar, però, intendeva andare oltre: se nella “Rerum Novarum” il socialismo era qualificato come “falso rimedio”, nocivo e distorto, ai mali del capitalismo selvaggio, per l’Abate era invece, nel dopoguerra più che mai, il naturale alleato della battaglia dei cristiano-sociali per la liberazione del ceto operaio e contadino dallo sfruttamento dei ricchi. Non solo: Plojhar era stato un antifascista combattente, imprigionato dalla Gestapo fin dal 1939 nei lager di Buchenwald e Dachau, dai quali verrà liberato solo nel 1945. Questo passato così recente e pesante, lo aveva segnato in profondità e lo aveva reso particolarmente vigile e attento contro ogni forma di tolleranza verso elementi fascisti e reazionari. Eletto all’Assemblea costituente nel 1946, Plojhar si distinse subito per acume e spirito battagliero; nel 1948, senza alcun timore, si oppose (era già Ministro della Sanità) al colpo di Stato ordito dalla destra che, appoggiata dai circoli imperialisti, intendeva instaurare una dittatura oligarchica e fascista, mettendo fuori legge il Partito comunista (sempre più forte e radicato) e tutte le forze progressiste del panorama politico cecoslovacco. La milizia operaia, mobilitata dal Presidente del PC e Primo Ministro Klement Gottwald, presidiò ogni angolo del Paese, con attività intensa soprattutto a Praga, epicentro del complotto, facendo fallire i piani eversivi di restaurazione. Assieme ad essa, scesero in piazza anche tantissimi liberali, socialdemocratici, repubblicani e cattolici-popolari, decisi ad impedire l’avvento di un regime borghese e reazionario. Le arringhe e le invettive di Plojhar, particolarmente veementi, gli fecero subire, in modo particolare in occidente, ma anche tra gli elementi conservatori e filofascisti operanti in clandestinità in Cecoslovacchia, attacchi virulenti ed incessanti. Nessuna infamia gli venne (e gli viene ancora oggi) risparmiata: membro clandestino del PCC (“ponorkou”, ovvero sottomarino, con una colorita definizione allora in voga); donnaiolo impenitente; uomo intrigante e libidinoso. Il tutto con l’ausilio di documenti falsi, di patacche prefabbricate nei laboratori nazisti e angloamericani. Queste vigliaccate, mirate ad insozzare una delle più adamantine figure della scena politica cecoslovacca, non minarono però il morale e lo spirito del sacerdote, sempre più osteggiato dalle gerarchie ecclesiastiche, quelle stesse gerarchie che avevano mostrato acquiescenza o aperta complicità con Hitler e con le sue belve assetate di sangue, che si erano esibite in saluti romani e benedizioni di armi, che avevano voltato la faccia davanti a massacri inenarrabili, ma che ora, con il socialismo vittorioso e in piena espansione, improvvisamente promuovevano azioni di disobbedienza civile, tiravano fuori morali, disquisizioni etiche sciorinate con la stessa disinvoltura con la quale avevano avallato operazioni banditesche e genocide durante la guerra, alla faccia del sempre echeggiante “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Soprattutto, alle gerarchie ecclesiastiche non andava giù che, in Cecoslovacchia, i loro latifondi, le loro proprietà eccedenti il giusto ed il normale, venissero espropriate a vantaggio dei ceti subalterni, quelli che non avevano mai avuto nemmeno un fazzoletto di terra dove piantare una cipolla per la zuppa. Nella concezione cristiana e caritatevole di questa gente, la morte per fame di migliaia e migliaia di contadini, la malnutrizione di milioni di essi, lo sfruttamento feroce della classe operaia da parte di un pugno di privilegiati, non avevano nessuna importanza, anzi erano tutti elementi cinicamente contabilizzati come fatti necessari per poter spargere a piene mani la retorica pietista e consolatoria. Bisognava far cadere dall’alto le briciole nelle mani dei poveri! Guai a rimuovere le cause della loro povertà! E guai se qualche sacerdote, come Plojhar, mandava in frantumi questo piano, offrendo l’esempio vivo, concreto e lampante di un’altra concezione del messaggio di Cristo!
L’Abate, comunque, continuava a mostrarsi refrattario e indifferente, con impassibile coraggio (il coraggio dei puri e dei forti!) a qualsivoglia pressione dall’alto! Non stette a sentire neppure l’arcivescovo di Praga Beran, a suo tempo imprigionato dai nazisti, ma ferocemente anticomunista e antisovietico, il quale gli intimava di non prendere più parte ad alcuna attività politica. Presto arrivò la scomunica, quella scomunica che investiva i comunisti e i loro alleati e sodali e che mai era stata comminata a chi aveva bruciato nei forni milioni di uomini, donne e bambini! Plojhar si gettò ancora più a capofitto nell’impegno, convinto com’era che l’opera di apostolato passasse anche per l’impegno del cristiano in politica. Questo atteggiamento fu premiato dai cecoslovacchi, che avevano ancora impresso sulle carni il marchio vivo dell’oppressione nazista e vedevano nel socialismo e nei suoi “compagni di strada” la garanzia più sicura contro il ritorno della peste nera, rinfocolata e attizzata dal militarismo e dall’imperialismo occidentale. L’Abate fu quindi entusiasticamente rieletto in Parlamento nel 1948 nelle file del Partito Popolare e il successo fu replicato nel 1954. Plojhar si era messo in luce, intanto, come Ministro della Sanità, per il suo impegno costante, indefesso ed efficace per la creazione di un sistema efficiente di cura e prevenzione, a partire dalle fabbriche e dai villaggi agricoli, sistema che consentirà alla Cecoslovacchia di vantare indici migliori di quelli di tanti Paesi avanzati dell’Europa occidentale, nei quali l’influsso della concezione socialdemocratica dello Stato sociale aveva segnato in profondità lo sviluppo delle infrastrutture socio-sanitarie. Tanta fu la capacità dimostrata da Plojhar in qualità di Ministro della Sanità, che lo stesso fu chiamato a ricoprire tale carica ininterrottamente, fino al 1968. Parallelamente al lavoro nella compagine ministeriale, il sacerdote amico del popolo, a riprova di quanto fosse tutto fuorché lo zerbino dei comunisti o di chicchessia, fu decisivo nell’impedire che i termini dei negoziati tra governo comunista e Chiesa cattolica fossero troppo svantaggiosi e penalizzanti per la seconda (per reazione alle malefatte storiche del clero, beninteso!) e, pur partecipando alla redazione degli atti per la rimozione del vicario capitolare di Praga, soggetto reazionario e ostile a qualsiasi approccio leale verso il governo a guida comunista, mise anche in guardia contro i rischi e la vacillante legittimità giuridica di quegli atti (che infatti vennero impugnati, per la gioia dei trotskisti infiltrati nel PC e smascherati a tappe progressive dal 1949 al 1954, i quali ci avevano messo lo zampino). Allo stesso modo, l’impronta di Plojhar fu fondamentale nella creazione e promozione di tutta una serie di gruppi, sodalizi, movimenti, cattolico-progressisti, propugnanti l’incontro con il movimento operaio e comunista: parliamo del Movimento Patriottico dei Sacerdoti (del quale fu Presidente dal 1948), del Comitato Nazionale del Clero Cattolico, del Movimento Pacifista del Clero Cattolico, centrale quest’ultimo nelle mobilitazioni contro l’arma atomica imperialista e per la difesa di una pace fondata sulla più completa giustizia sociale nel mondo. Il coraggioso sacerdote fu pure decorato con l’Ordine di Klement Gottwald nel 1955 e nel 1962 e, come riconoscimento per la sua profondità dottrinaria e per le sua ampie conoscenze, ricevette il Dottorato onorario di Teologia a Litomerice, presso la Facoltà di Teologia dedicata ai Santi Cirillo e Metodio (1950). Quest’ultimo “blasone” era la chiara testimonianza della stima della quale il sacerdote godeva presso il clero di estrazione popolare e piccolo-borghese, quello più vicino alle esigenze dei lavoratori e più consapevole del proprio ruolo nella società socialista. Grazie a questa parte del clero, le persecuzioni vaticane contro Plojhar, incoraggiate dall’arcivescovo Beran fino al momento del suo arresto nel 1951, restarono di fatto lettera morta.
Proprio sulla questione del rilascio di Beran, Plojhar marcò ancora una volta la sua autorevolezza e indipendenza dal Partito Comunista, del quale era buon alleato ma mai e poi mai servo: nel 1956, mentre nelle fila del PCC, dopo il XX Congresso del PCUS, era tutto un profluvio di irenismi e di autocritiche, di mani tese e di intenti “liberali”, anche verso il clero reazionario che non aveva mai mollato la presa, Plojhar, contrastando il volere espresso dai vertici del Partito Comunista Cecoslovacco, asserì che sarebbe stato dannoso, irresponsabile e suicida rilasciare l’arcivescovo Josef Beran, processato e imprigionato anni prima per il continuo lavorio contro lo Stato e le riforme progressiste del governo a guida comunista. Ad animare Plojhar non era certo uno spirito di vendetta al quale era estraneo, ma semplicemente la constatazione di un dato di fatto: Beran, che pure, lo ribadiamo per amore di verità, a suo tempo aveva sposato la causa antinazista, non si era minimamente ricreduto e non manifestava alcuna intenzione di comportarsi da cittadino e da religioso leale e rispettoso dell’ordinamento socialista, sancito nelle leggi dello Stato cecoslovacco. Pertanto, ogni atto di clemenza nei suoi riguardi non veniva interpretato come un atto di buona volontà, dal quale far discendere un diverso atteggiamento verso le autorità, ma come segno di un cedimento del quale approfittare per tornare a tessere la trama dell’anticomunismo e dell’antisovietismo.
Il nuovo corso varato dopo il 1956 da Antonin Novotny, Segretario del PCC dal 1952 e Presidente della Repubblica dal 1957, vide Plojhar, sempre amato dal popolo, restare in sella, ma in posizione più marginale dal punto di vista politico. Se da una parte proseguiva il suo accorato impegno da Ministro della Sanità, dall’altra il suo carisma, fonte di diffuse invidie, cominciò a mostrare la corda, disprezzato com’era da tutta una schiera di arrivisti senza scrupoli, trotskisti mascherati e rinnegati di vario tipo, i quali andranno a costituire l’ossatura del gruppo dubcekiano, gruppo che pianificherà e cercherà di attuare, sotto gli slogan sul “socialismo dal volto umano”, lo smantellamento del socialismo tout court e la trasformazione della Cecoslovacchia in una piazzaforte nevralgica per l’imperialismo ed il sionismo. Per l’Abate che aveva contribuito ad edificare, con la forza della sua intelligenza ed il coraggio delle sue azioni, la democrazia popolare, si apriva un periodo drammatico, di sfiducia, depressione, rabbia verso uno stato di cose percepito sempre più come ingiusto. Vi fu, negli anni ’60, chi tentò di infamarlo ulteriormente, per una sua presunta propensione per l’alcool, debolezza assolutamente inesistente in Plojhar: nativo di Ceske Budejovice, come ogni buon figlio della sua terra, il sacerdote amava la birra ed il vino, ma non era un beone incallito (visse 79 anni, età irraggiungibile da un alcoolista) né sono da ritenersi veritieri i racconti di certi storici legati a lobbies catto-conservatrici foraggiate da USA, Germania e Vaticano, che vedono come protagonista un Plojhar impegnato in sfide all’ultima vodka con i russi. La calunnia è un venticello, recita un antico adagio; in Cecoslovacchia, negli anni ’60, essa soffiava addosso a Plojhar con la devastante forza di un uragano. L’Abate, questo sì, fu sempre amico sincero e convinto dell’URSS: cristiano intransigente, egli vide sempre, nel primo Stato con gli operai e i contadini al potere, un bastione insostituibile per chiunque intendesse edificare una società più giusta, equa e avanzata, liberata dallo sfruttamento e dalla tirannia dei ricchi. Non fu per caso, quindi, che dal 1952 al 1970 presiedette l'”Unione per l’Amicizia Cecoslovacco–Sovietica”. Profondo conoscitore, altresì, della lingua tedesca, suo raffinato e forbito cultore, Plojhar fu poi spesso presente nei ranghi delle delegazioni cecoslovacche in visita nella DDR e dette un contributo fondamentale alla tessitura di un’alleanza tra il Partito Popolare Cecoslovacco e le formazioni cristiano-democratiche attive nel panorama est-europeo, segnatamente quelle polacche e tedesco-orientali. Questa azione positiva e costruttiva, parallelamente all’impegno internazionalista dei Partiti Comunisti, risulterà preziosa per la promozione di una reciproca comprensione fra popoli storicamente divisi da rivalità e odi rinfocolati dall’aristocrazia e dalla borghesia.
Dopo la sconfitta del tentativo di golpe di Dubcek, che per tempo aveva allontanato Plojhar da ogni posizione di potere (e chissà come sarebbe finita qualora avesse vinto con l’appoggio delle potenze imperialiste!), il sacerdote venne chiamato ancora a dare il suo contributo al consolidamento del socialismo in Cecoslovacchia. La nuova guida del Paese, Gustav Husak, figura saggia ed equilibrata, tenne in debito conto lo spessore di Plojhar, il quale, libero ormai dalle minacce delle squadracce trockiste, revisioniste e reazionarie, venne rieletto deputato nel 1976 e nel 1981, per la gioia di un popolo che lo aveva sempre amato e mai lo aveva dimenticato, anche nei momenti più duri e difficili. Nel novembre 1981, Josef Plojhar passò a miglior vita per un malore sopraggiunto in una sede assai cara al sacerdote: l’ambasciata sovietica, emblema di un Paese da lui amato e rispettato. Si era recato in quel luogo per partecipare ai festeggiamenti per la Rivoluzione d’Ottobre, evento storico di capitale importanza nel quale egli vedeva la riscossa degli ultimi, quegli ultimi innalzati nel Vangelo a sale della Terra e motore della storia.

Il ruolo dei comunisti palestinesi nella Grande Rivolta araba del 1936

Luca Baldelli

Nel 1936 esplose la rabbia palestinese contro la sempre più massiccia immigrazione ebraica, sponsorizzata e foraggiata dai sionisti al fine di mutare gli equilibri etnici e politici in Terra Santa. Fu la “Thawra Filastin”, la “ Grande Rivolta Araba”. L’imperialismo britannico, che fin dagli “Accordi Sykes–Picot” e dalla “Dichiarazione Balfour” iscrisse nella propria strategia e missione l’espansione nel Levante Mediterraneo e l’incoraggiamento ai programmi sionisti d’insediamento, fu il primo responsabile della deflagrazione sociale. Gli arabi palestinesi, che per secoli avevano vissuto in pace e concordia accanto ai fratelli ebrei, scesero sul piede di guerra contro la sottrazione scientificamente pianificata, a loro danno, delle terre più fertili da parte dei coloni ebrei, terre che i contadini arabo–palestinesi lavorarono e resero feconde col sudore della fronte, senza troppi aiuti e con molti intoppi e sabotaggi da parte della Gran Bretagna. Una vulgata menzognera, dura a morire, pretende di far credere che prima della massiccia immigrazione ebraica, la Palestina fosse un terra abbandonata, incolta, pietrosa e desolata. Quale migliore copertura ideologica e storica per avallare e legittimare il neocolonialismo sionista? In realtà, la situazione era ben altra e lo possiamo verificare consultando gli stessi documenti ufficiali britannici: il “Rapporto Peel” del 1937, mentre mostra i perniciosi effetti del sionismo, con i coloni passati da 80000 a 360000 dal 1918 al 1936, mette in luce anche in maniera inequivocabile la laboriosità dei tanto deprecati “beduini”, additati al mondo dalla stampa sionista come predoni e fannulloni, e dei contadini arabi in genere. Infatti, poterono ancora esportare, nonostante l’invasione sionista, ben 30000 tonnellate di grano l’anno, mentre la percentuale dei frutteti da loro controllati era pressoché triplicata in nemmeno venti anni e la loro produzione ortofrutticola quasi decuplicò. Tutto questo, malgrado i sionisti fossero stati in ogni modo agevolati dal sistema creditizio e protetti dalle autorità imperiali britanniche. Il “Fondo Nazionale Ebraico”(Keren Kayemet LeYisrael), creato nel 1901 a Basilea, fu il polmone finanziario principale della gigantesca operazione economica di acquisto di terre in Palestina, con i contadini arabi piccoli e medi spesso costretti a vendere dinanzi alla giugulazione economica posta in essere, in maniera concertata, da sionisti e britannici; contadini senza terra cacciati e i grandi latifondisti arabi spesso conniventi, allettati da offerte economiche assolutamente spropositate. Non mancarono minacce ed angherie che spinsero molti a sbarazzarsi delle terre, alimentando un risentimento sociale che esplose in modo potente e tremendo.
Nel 1931, 106400 dunum di terra (1 dunam=1000 mq, secondo il sistema di misura adottato nel 1928) sfamavano 590000 contadini arabo–palestinesi, mentre 102000 dunum erano a disposizione di appena 50000 coloni ebrei. Si arrivò quindi al 1936. Il 19 aprile vi fu l’insurrezione popolare, che da tempo covava sotto le ceneri, divampando a partire dai villaggi. Sotto l’egida del Supremo Comitato Arabo, fondato e presieduto dal carismatico notabile Haji Amin al–Husayni, Muftì di Gerusalemme, fu proclamato lo sciopero generale, sotto le parole d’ordine della fine del dominio britannico in Palestina, della proibizione dell’immigrazione sionista, del divieto della vendita di terre ai coloni ebrei. La rivolta ebbe come epicentro la città di Nablus, vivaio dell’intellighentija palestinese, ma si allargò presto a macchia d’olio su tutto il Paese. In questo quadro, i comunisti palestinesi fin da subito furono attori, e non certo spettatori, di quanto avvenne. Assai attivi e presenti, forti dei principi internazionalisti orientati alla liberazione delle masse oppresse, sia arabe che ebraiche, cercarono di indirizzare la rivolta non sul binario morto dello scontro interetnico e religioso, ma su quello, giusto e storicamente necessario, dell’affrancamento dal giogo britannico e della fondazione di una Palestina libera, sovrana, indipendente, che fosse casa comune per tutti i popoli che la abitassero, senza recinti escludenti di natura etnico–confessionale e senza lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nato nel 1923 dopo varie vicissitudini, scissioni e riunificazioni, il Partito Comunista Palestinese superò in senso progressista la piattaforma del vecchio Partito Socialista dei Lavoratori Ebrei, unendo arabi ed ebrei nella comune lotta anticapitalista e anticolonialista. Il PCP condannò, nella maniera più netta, il sionismo come “movimento della borghesia ebraica, alleato dell’imperialismo britannico” e si propose alle masse palestinesi con il ripudio di ogni atteggiamento volgarmente antireligioso: gli insegnamenti del Corano non erano incompatibili con quelli marxisti–leninisti, anzi costituivano un pilastro storico sulla via della liberazione dei Paesi arabi dal colonialismo. Nel quadro familistico–confessionale dei notabili palestinesi, da sempre punti di riferimento per la popolazione (si pensi ai Nashashibi, Khalidi, al-Husayni), il Partito Comunista Palestinese rappresentò altresì un punto avanzato di maturazione non solo politica, ma anche culturale e sociale, nel momento in cui ruppe l’assetto “clanico” e aprì alle masse palestinesi oppresse la prospettiva di un’autentica libertà e di un genuino progresso, svincolato dagli interessi speculativi e lobbistici. Esso aveva una struttura ramificata ed era forte dell’adesione sia di molti lavoratori arabi che di tanti lavoratori ebrei. A livello di dirigenza, nel 1935 fu visto salire alla carica di Segretario Radwan al-Halu, elemento preparato e coraggioso, affiancato da quadri coraggiosi di origine ebraica come Meir Slonim e Simha Tzabari, amante dello stesso al-Halu, figura a tutto tondo che approfondiremo più avanti. Nel propagandare il verbo della liberazione, il Partito, era questa la sua abilità, non s’isolò dalle lotte, anche quando erano dirette, com’era inevitabile in un contesto come quello palestinese degli anni ’20–’30, sotto le bandiere della piccola borghesia nazionalista o del messianismo religioso, cercando piuttosto di costruire, con l’esempio e la pratica rivoluzionaria, un’egemonia nei movimenti. Una lezione quantomai moderna, anzi attualissima… e spesso dimenticata dai Partiti comunisti di casa nostra!
In una visione marxista–leninista non dogmatica né settaria, quale quella del PCP, vissuta e calata nel contesto sociale concreto, la liberazione dal giogo britannico e dal sionismo fu vista come la premessa per una rivoluziona socialista che procedesse all’esproprio dei mezzi di produzione nelle mani dei capitalisti e a una radicale riforma agraria, con distribuzione delle terre ai fellahin. Nel contesto della “Grande Rivolta Araba” del 1936, che farà sentire i suoi strascichi fino al 1937, il PCP cercò in ogni modo di opporsi alle violenze settarie che colpirono ebrei e palestinesi solo perché tali, violenze favorite, quando non pianificate, dalle autorità coloniali britanniche, in nome del sempre valido (nell’ottica imperialista) principio del divide et impera. Il programma comunista, vergato con l’inchiostro della più nitida visione dei rapporti sociali e del futuro della Palestina, pose al centro, nel dettaglio, i seguenti punti:
1) Palestina sovrana, con governo libero e democratico, rappresentativo tanto della componente palestinese quanto di quella ebraica; 2) cacciata degli occupanti britannici da tutti i capisaldi; 3) promulgazione rapida di una legge organica per la protezione degli agricoltori palestinesi e la distribuzione, a loro beneficio, delle terre in mano ai latifondisti; 4) restituzione agli agricoltori palestinesi delle terre vendute con l’inganno, le pressioni e i favoritismi, ai coloni sionisti.
Sul terreno militare, i combattenti comunisti, mentre, come abbiamo visto, difesero le comunità araba ed ebraica da attacchi settari dettati da odio etnico–religioso, parteciparono attivamente alle azioni armate contro gli obiettivi britannici e alle sollevazioni di massa, svolgendo intensa opera di mobilitazione nelle città e nelle campagne. Il terrorismo, invece, fu combattuto e condannato come metodo reazionario, controproducente e sterile. Ciò avvenne anche quando a praticarlo, nel fervore di una sollevazione popolare senza precedenti, erano dirigenti di primo piano del Partito, magari per eccessivo entusiasmo, se non proprio per scorretta applicazione delle direttive. Non furono definiti né “compagni che sbagliano”, né schegge impazzite, ma furono moralmente ripresi e sanzionati disciplinarmente. Anche questa, una lezione assai attuale e cruciale per i destini del movimento operaio! Un passaggio di questo tipo interessa la biografia di una straordinaria militante, alla quale abbiamo accennato prima: Simha Tzabari. Ebrea yemenita di umilissime origini, compagna del Segretario del Partito Radwan al-Halu, la Tzabari nel corso della rivolta del ’36 mise a segno due attentati con ordigni esplosivi a Haifa: azioni non pianificate né approvate dal PCP, che furono sconfessate e deprecate. Un episodio che, con la corretta applicazione dei principi della critica e dell’autocritica, non segnò però la fine della militanza per la Tzabari, la quale, mostrando eccezionale coraggio, entusiasmo senza pari, lucidità assoluta nella strategia e nella tattica rivoluzionaria, si guadagnò nello stesso 1936 e negli anni a venire, l’ammirazione non solo dei vertici del Partito, ma anche e soprattutto delle masse oppresse. Forte il suo appello all’unità del Partito, anche quando la fronda possibilista verso il sionismo guadagnò adepti; forte, e accorata, la sua azione in favore dell’emancipazione femminile, condotta assieme a un’altra bellissima figura di donna, questa volta arabo–palestinese: quella di Tarab Abdulhadi, femminista radicale e dirigente politica in vista del Partito dell’Indipendenza (a riprova di quanto il preteso maschilismo congenito della società palestinese sia solo un costrutto razzista e imperialista).
Tornando agli aspetti politici, storici e militari della “Grande Rivolta Araba” del 1936, possiamo elencare i freddi numeri, che ne testimoniano l’intensità: dai 2000 ai 5000 caduti, più un numero imprecisato di feriti. Lo storico britannico Hughes e lo storico palestinese Khalidi hanno approfondito, nei loro lavori, l’uno le feroci repressioni britanniche, ammesse pure da Peirse, comandante delle forze di Sua Maestà in Palestina, l’altro l’ampiezza del tributo palestinese alla sollevazione: più del 10% della popolazione palestinese tra i 20 e i 60 anni di età ucciso, detenuto, ferito o esiliato. Numeri e percentuali eloquenti, che ci testimoniano quanto l’imperialismo non esiti ad attuare programmi genocidi, non appena senta sul collo il morso della rivoluzione. In queste cifre c’è, indelebile, anche il sacrificio dei comunisti, arabi ed ebrei. Il 1936 si chiuse con una tregua, ma il 1937 si riaprì con nuovi focolai di rivolta, che fallirono l’obiettivo strategico, ovvero quello della cacciata dei britannici, mentre conseguirono un indubbio successo nel convincere le autorità britanniche a porre un freno alla massiccia immigrazione ebraica. Il 1939, col Libro Bianco Britannico, ferocemente combattuto dai sionisti, sancì in questo senso una battuta d’arresto.
Il PCP, colpito in profondità da repressioni e incarcerazioni, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale vede rimossi molti ostacoli alla sua piena agibilità e, in maniera molto lungimirante, cercò di persuadere le masse ebraiche, non solo palestinesi, che la soluzione ai loro problemi non stava né nel sionismo né nell’opposizione frontale al Libro Bianco britannico, ma stava da una parte in una Palestina indipendente, governata assieme da arabi ed ebrei, dall’altra nella lotta frontale al nazifascismo sul suolo europeo e in tutto il mondo. La Carta dell’OLP, per molti anni, vedrà scritto, tra i suoi principi, quello dello Stato unitario palestinese multietnico e pluriconfessionale. Un aspetto dimenticato e anzi abiurato, in nome dello slogan dei “Due Stati per Due Popoli” che può rappresentare l’indicazione di una prospettiva temporanea e reversibile, o meglio transitoria, non certo definitiva e paradigmatica per il futuro delle masse arabe ed ebraiche della Palestina.

La Russia nel mirino dei relitti nazisti della NATO

Come la NATO giustifica il nazismo lettone
Russie Politics 13 luglio 2017La NATO diffonde un video per legittimare la lotta dei “partigiani” nazisti lettoni, i “fratelli della foresta”, camuffandoli da grandi combattenti contro i russi. Oltre a riscrivere la storia, è quasi un invito all’omicidio dei russi e della Russia. Il video della NATO inizia confondendo soldati degli eserciti “russo” e “sovietico”. L’idea è mostrare che i “fratelli della foresta” combatterono i russi e non i sovietici, dato che i lettoni facevano parte dell’esercito sovietico… Poi si spiega che quei “pochi uomini” erano civili inermi costretti dalla situazione a combattere “l’occupante” russo, che dopo la Seconda guerra mondiale occupò i territori liberati. Ricordiamo che l’Armata Rossa liberò l’Austria e si ritirò pochi anni dopo perché 1) non vi era alcuna volontà della gente di passare dal capitalismo al sistema comunista; 2) perché l’Austria non fece mai parte dell’impero russo, a differenza della Lettonia. La cosiddetta “occupazione” della Lettonia da parte dei comunisti ed adesione all’URSS sono spiegati dal fatto che la grande indipendenza lettone si ebbe dopo la caduta dell’Impero russo. Tutto qui. Poi i quadri comunisti del Paese erano appunto lettoni. Il video mostra persone testimoniare tale epica lotta patriottica della Lettonia contro l’occupazione sovietica. Occupanti che ebbero la sfortuna di liberare il Paese, ovviamente contro la sua volontà, dai nazisti piuttosto ben apprezzati. Negli anni ’40, i lettoni o erano nelle file dell’Armata Rossa e dei suoi partigiani, venendo poi perseguitati, o nell’esercito nazista e nella sua Polizei ed altri ausiliari che massacravano allegramente. La strana neutralità “dei lettoni” è un nuovo mito usato per giustificare la riscrittura della storia e legittimare la politica russofoba, paradigma internazionale “della lotta del bene contro il male”. La portavoce del Ministero degli Esteri russo Zakharova ha reagito al video ricordando che i “fratelli della foresta” furono creati e finanziati da servizi segreti occidentali dopo la Seconda guerra mondiale per respingere politicamente l’URSS dopo la vittoria militare. Perciò arruolarono i collaborazionisti della Polizei, dell’amministrazione lettoni, ufficiali e soldati lettoni al servizio delle SS. In breve, per nulla persone di tutto rispetto. Tale organizzazione compì oltre 3000 aggressioni principalmente contro la popolazione civile, fino alla metà degli anni ’50.

Sul mito della neutralità lettone
Della partecipazione lettone alle SS nel 1941 – 1945, una pagina intera è disponibile sul sito del Ministero degli Esteri russo. Si tratta della famigerata legione lettone, un’unità delle Waffen SS composta da due divisioni: la 15° Divisione e la 19° Divisione Waffen Grenadier delle SS, la cui memoria è ancora celebrata con una sfilata a Riga, anche se il Paese fa parte dell’Unione europea. Su ciò, il nostro testo L’Europa ama i nazisti perché odiano la Russia. Durante la guerra, la legione SS lettone partecipò a pogrom, pulizia etnica degli ebrei, persecuzione dei comunisti, fucilazioni di massa di civili, ecc. Proprio sul piccolo territorio di tale mini-Paese furono creati tra il 1941 e il 1945 esattamente 46 carceri, 23 campi di concentramento e 48 ghetti. Secondo i dati ufficiali, solo i collaborazionisti delle SS lettoni uccisero 313798 civili (tra cui 39835 bambini) e 330032 soldati sovietici. Dall’autunno 1941 basandosi sui battaglioni di autodifesa furono addestrati dalle SS i battaglioni della Polizei incaricati del lavoro sporco. Alcuni furono inviati a combattere i partigiani nella regione russa di Pskov o in Bielorussia. 41 battaglioni di 300-600 persone furono quindi costituti in Lettonia (23 in Lituania e 26 in Estonia). Durante la guerra, i battaglioni lettoni furono integrati nell’esercito nazista e nelle strutture delle SS: brigate motorizzate, legione SS lettone, brigate di volontari, ecc. Erano i collaborazionisti delle SS a formare le fila dei “partigiani” “fratelli della foresta”. Ma di tutto questo la NATO non parla, logicamente. Essa sviluppò tali organizzazioni naziste dopo la Seconda guerra mondiale, per combattere fisicamente contro l’Unione Sovietica e la Russia, ed oggi usa immagini “photoshoppate” dell’epoca sempre contro la Russia, questa volta in una guerra virtuale. Anche se il video è al limite dell’istigazione a delinquere…
Dovremmo lasciar giustificare l’orrore contro cui i nostri padri combatterono? A meno che non abbiamo tutti la stessa storia…La Russia nel mirino dei relitti nazisti della NATO
La NATO produce un documentario divertente e motivante sulla guerriglia delle Waffen-SS che non mollarono mai!
Russia Insider 14/7/2017

Prima di concentrarsi sugli sforzi difensivi bombardando nazioni del terzo mondo, la NATO si specializzò nell’armare ed addestrare le forze “di retrovia” in Europa che difendessero i valori occidentali con il terrorismo attribuito poi ai socialisti locali. Tale capitolo orgoglioso della storia della NATO è noto come Operazione Gladio. Ma prima di Gladio, c’erano i fratelli della foresta, un’accozzaglia di legionari delle SS e altri amici della democrazia armati dalle agenzie d’intelligence occidentali per permettere alla guerriglia nel Baltico di uccidere molti civili. Non sorprende che la NATO abbia deciso di onorare tali mitiche creature forestali delle SS producendo un breve “documentario” completo di costumi. Dmitrij Rogozin, Viceprimo Ministro russo e ex-inviato presso la NATO, sa di cosa si tratta: “La NATO ha pubblicato un video sui “Fratelli della foresta” che uccidono i nostri soldati. Ciò conferma che abbiamo a che fare con i resti nazisti della NATO
Dmitrij Rogozin (@DRogozin) 13 luglio 2017
Così Zakharova, ovviamente: “Il video della NATO sui combattenti filonazisti negli Stati baltici è disgustoso e tenta di riscrivere la storia
Ambasciata russa del Regno Unito (@RussianEmbassy) 13 luglio 2017
RT: “Zakharova ha invitato storici, giornalisti e scienziati politici a non rimanere indifferenti su tale nuovo tentativo di distorcere la storia. “Non si rimanga indifferenti, è una perversione della storia che la NATO diffonde coscientemente per minare l’esito del tribunale di Norimberga e vi va posto fine!” ha scritto, ricordando anche che molti dei fratelli della foresta erano collaborazionisti dei nazisti e membri della SS Waffen baltiche, e che tali guerriglieri uccisero migliaia di civili nelle loro incursioni”.
Sfortunatamente, il quadretto di famiglia amichevole della NATO non dà il giusto merito alle persone responsabili di tutto ciò: “Fate una ricerca su google.
Dall’Estonia.
Malinka (@ Malinka1102) 12 luglio 2017Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Kiev ha abbattuto il volo MH17 delle Malaysian Airlines

Pravda, 29 giugno 2017 – Global ResearchIl quotidiano Sovershenno Sekretno prosegue l’indagine sull’abbattimento del Boeing malese sul Donbas, pubblicando un’altra serie di documenti che attribuisce a Kiev la colpa della tragedia. I giornalisti hanno ottenuto una mappa, un piano di volo segreto, steso e firmato personalmente, il giorno prima del volo, 16 luglio 2014, dal pilota della 299.ma Brigata aerea tattica capitano Vladislav Voloshin. Il piano fu approvato dal comandante dell’unità militare A4104, colonnello Gennadij Dubovik. L’Ucraina ancora afferma che alcun aereo militare volò nella zona il giorno in cui si verificò la tragedia. Tuttavia, i documenti appena pubblicati dimostrano che gli ufficiali ucraini mentono. Pravda ha avuto una breve intervista con Sergej Sokolov, caporedattore di Sovershenno Sekretno.

“Questa volta il materiale è ampio, ci sono copie scansionate di documenti e trascrizioni delle conversazioni coi piloti dell’aviazione ucraina. È noto che l’Ucraina usò i suoi aerei da guerra quel tragico giorno. Cosa dicono le informazioni appena scoperte?”
“Questi documenti dimostrano che ci furono ordini per l’impiego degli aerei da combattimento. Le conversazioni coi militari della divisione aerea di Chuguev testimoniano che ci furono delle sortite. Cerchiamo di essere oggettivi, ma sappiamo che la versione promossa dalla commissione internazionale nei Paesi Bassi prevale, secondo cui fu un sistema missilistico russo Buk che abbatté l’aereo. Crediamo che tale versione sia faziosa e non credibile perché i documenti che pubblichiamo testimoniano che ci furono altri fatti da considerare e analizzare attentamente da parte della commissione internazionale nei Paesi Bassi”.

“Come avete avuto queste informazioni?”
“In modo rigoroso, quando abbiamo ricevuto registrazioni audio delle conversazioni coi militari dell’unità aerea di Chuguev, fu chiaro che una persona sconosciuta gli parlò e fece queste registrazioni. In generale, fu un’operazione speciale per documentare i reati commessi dalle forze armate ucraine”.

“Pensi che la distruzione del Boeing della Malaysia Airlines fu un’operazione ben pianificata?”
“Secondo i documenti che abbiamo pubblicato, l’SBU ucraino parla della distruzione come dovuta a un’operazione speciale. Tale conclusione è possibile”.

“Cosa puoi dirci di chi ordinò la distruzione dell’aereo di linea?”
“Se fu un’operazione speciale statale, è chiaro che riguarda l’amministrazione ucraina. Nel nostro articolo notiamo una strana coincidenza. Alla vigilia della tragedia, due alti funzionari dell’amministrazione ucraina visitarono l’unità aerea di Chuguev: Jatsenjuk, poi primo ministro dell’Ucraina, e Parubij. Visitarono anche la brigata aerea tattica di Nikolaev. Parlando in senso stretto, fu una coincidenza, ma abbiamo pubblicato una foto in cui Jatsenjuk appare accanto al velivolo SU-25 08, l’aviogetto che il capitano Voloshin avrebbe pilotato, secondo il piano di volo”.

“C’è qualche speranza che il tuo materiale influenzi l’inchiesta nei Paesi Bassi?”
“Mi piacerebbe molto crederlo, perché mi fa davvero male vedere persone plaudire il dilettantismo di Bellingcat con articoli dalle foto manipolate”.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora