La Cina rafforza l’influenza sulle frontiere indiane

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 07.01.2018Come è noto, tutti gli Stati che confinano con l’India sonno zone di lotta indo-cinese per il predominio economico, politico e militare (ad eccezione del Pakistan, avversario tradizionale dell’India con o senza Cina). Anche quelli che tradizionalmente hanno collaborato con l’India, come Bangladesh, Repubblica delle Maldive, Nepal e Sri Lanka, gradualmente cambiano campo alleandosi con la RPC. Il Bhutan rimane finora sostenitore fidato dell’India. L’India lo sostiene attivamente nella disputa territoriale con la Cina dimostrandolo inviando militari nella valle di Doklam nell’estate del 2017, con conseguente acuirsi della disputa. Tuttavia, l’India perde con la Cina in altri Stati dell’Asia meridionale. La formula del successo della Cina è l’enorme investimento, che fa o promette, nelle economie dei Paesi cooperanti. Essendo la seconda economia del mondo, può permetterselo. La Cina propone la partecipazione al progetto infrastrutturale globale One Belt-One Road (OBOR) a tutti gli Stati interessati. Il progetto mira a unire le principali rotte commerciali del pianeta in un unico sistema e a promuovere l’integrazione economica globale. Nell’ambito del progetto, la Cina investe fondi nello sviluppo delle infrastrutture dei Paesi partner e propone assistenza nell’attuazione dei propri progetti economici. Nel 2017, la Cina continuava a lavorare sul Port City vicino al porto principale della capitale dello Sri Lanka, Colombo. Port City non è solo un porto marittimo, ma una nuova area residenziale con infrastrutture sviluppate, costruite dalla Cina dal 2016. È stato riferito che i cinesi avrebbero investito circa 1,5 miliardi nel progetto e che sarò il maggiore investimento dall’estero nella storia dello Sri Lanka. Nel dicembre 2017, lo Sri Lanka affittava il porto di Hambantota alla Cina per 99 anni. Questo porto è considerato un sito strategicamente importante nell’Oceano Indiano. La Cina pagherà allo Sri Lanka 1,2 miliardi di dollari a rate per l’affitto. Il primo acconto dell’importo di 292 milioni è già stato dato. Allo stesso tempo, la leadership dello Sri Lanka affermava che l’affitto aiuterà il Paese a pagare i vecchi debiti. Poco dopo, i media riferivano che la Cina potrebbe investire 1 miliardo di dollari nella costruzione del Centro finanziario internazionale di Colombo nel territorio di Port City. La Cina afferma che svilupperà il porto di Hambantota e lo trasformerà nel principale centro logistico. Tuttavia, l’India teme che la Cina crei una base militare a causa dell’importanza strategica del porto. Data la posizione vicina dello Sri Lanka alle coste indiane, la situazione è sfavorevole all’India. Dopo l’affitto di Hambantota, New Delhi accusava Pechino di voler imporre a tutti i Paesi in via di sviluppo che partecipano all’OBOR la schiavitù del debito. Secondo gli indiani, la Cina distribuisce intenzionalmente enormi prestiti che non possono restituire, e la storia del porto di Hambantota, che lo Sri Lanka ha dovuto affittare per i debiti verso la RPC, è un brillante esempio. Allo stesso modo, secondo i rappresentanti indiani, la Cina affittava terreni dal governo di Gibuti per la prima base militare estera aperta nell’agosto 2017, e allo stesso modo la RPC progetta di acquisire e utilizzare il porto keniota di Mombasa, “porta” dell’Africa orientale. Ciononostante, alcuno dei partner dei cinesi si è ancora lamentato, e sempre più Paesi collaborano aderendo al progetto OBOR.
Alla fine del 2017, la RPC ha concluse un accordo di libero scambio con le Maldive. La Repubblica delle Maldive (MR), come lo Sri Lanka, è uno Stato insulare al largo delle coste dell’India. Proprio come lo Sri Lanka, le Maldive hanno legami culturali e di amicizia di lunga data con l’India, ma la Cina controlla le principali fonti di reddito agendo da principale fonte di turismo e principale importatore di frutti di mare maldiviani. Le Maldive prevedono che il libero scambio con la RPC porterà ad un aumento significativo delle entrate. Pertanto, l’accordo sull’ALS è stato firmato nonostante l’indignazione dell’India. La Cina sviluppa attivamente la cooperazione con un altro vicino indiano, il Nepal, piccolo Stato schiacciato tra India e Cina. Come per gli altri Paesi citati, il Nepal ha una vecchia relazione sviluppata con l’India. La posizione geografica del Paese lo fa supporre separato dalla Cina dalla catena montuosa dell’Himalaya. Il confine del Nepal con l’India scorre su un terreno percorribile. Tuttavia, la Cina, come al solito, iniziò a costruire una ferrovia in Himalaya senza badare a spese. Nel novembre 2016, i treni iniziavano a viaggiare regolarmente dalla RPC verso il Nepal. Da luglio 2016 al gennaio 2017, il volume degli investimenti esteri diretti della Cina in Nepal è aumentato di tre volte, raggiungendo i 34 milioni di dollari. Gli investimenti indiani in Nepal sono diminuiti del 76%, a 4 milioni nello stesso periodo. All’inizio di marzo 2017, la capitale del Nepal, Kathmandu, ospitava il Nepal Investment Summit 2017, durante il quale rappresentanti di imprese di diversi Paesi conobbero le possibilità d’investire nell’economia del Nepal. I rappresentanti di 89 aziende cinesi vi parteciparono. Di conseguenza, i cinesi promisero d’investire 8,3 miliardi di dollari (circa il 40% del PIL del Nepal) in vari progetti presentati al vertice. L’assistenza finanziaria non avrebbe potuto arrivare in un momento migliore per il Nepal, uno dei Paesi più poveri del mondo che ha inoltre subito il devastante terremoto nel 2015. Così, nonostante i legami secolari del Nepal con l’India, la Cina ora ha maggior peso in questo Paese. Nell’aprile 2017, la prima esercitazione militare cino-nepalese Sagarmatha Friendship 2017 si svolse in Nepal, durante il quale le forze armate dei due Paesi si esercitarono a contrastare il terrorismo. I rappresentanti dell’esercito nepalese riferirono che queste esercitazioni potevano diventare annuali. Indubbiamente era una notizia dolorosa per l’India. Alla fine del 2017, le elezioni si svolsero per la camera bassa del Parlamento del Nepal. Il primo turno si ebbe il 26 novembre e il secondo il 7 dicembre 2017. La “coalizione di sinistra”, che comprendeva il Partito comunista del Nepal (unito marxista-leninista), fu la più votata, e il Partito comunista unificato del Nepal (Maoista) il secondo. La Cina comunista troverà probabilmente facile essere d’accordo con il nuovo governo del Nepal. I media riferivano che l’India sperava nella vittoria del partito socialdemocratico al potere, il Congresso, ma le aspettative non furono premiate.
Quindi, la Cina aumenta rapidamente l’influenza nei Paesi confinanti con l’India. Questo è allarmante per l’India. Molti anni fa, Mao Zedong progettò d’indebolirne la posizione circondandola con un anello di alleati cinesi. Non ebbe successo al momento. Probabilmente perché agì con la forza delle armi. Tuttavia, la Cina moderna si muove fiduciosamente verso il sogno del “Grande timoniere” usando metodi economici. Forse, l’India lo comprende, ma a giudicare dal calo degli investimenti indiani in Nepal, non ha fondi sufficienti per competere con la Cina, sebbene sia la terza economia dell’Asia. Tuttavia, ora la crescita dell’influenza della Cina nei Paesi confinanti con l’India non è così pericolosa come ai tempi di Mao. Attualmente, l’India ha relazioni internazionali più sviluppate e può avere influenza e potere economico collaborando con Paesi come Singapore e Giappone, insoddisfatti dalla crescita della potenza cinese. Inoltre, lo sviluppo delle relazioni con Iran e Russia promette grandi prospettive per l’India. Tuttavia, la perdita di posizioni nell’Asia meridionale dovrebbe aiutare l’India a capire che l’inazione e il risparmio sugli investimenti comportano perdite.Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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I comunisti nepalesi dominano le elezioni

Prof. Vijay Prashad, Global Research, 19 dicembre 2017

K. P. Oli

Si potrebbe anche immaginare una grande bandiera rossa svolazzante dalla cima del Monte Everest. Questo è quanto suggerisce l’esito delle elezioni parlamentari e provinciali in Nepal. I comunisti hanno vinto in modo schiacciante. In parlamento, l’alleanza comunista avrà la maggioranza dei due terzi. Il governo che questa maggioranza costituirà non solo potrà durare per l’intero quinquennio, la prima volta che succede da quando il Nepal ha adottato la democrazia parlamentare nel 1990, ma potrà rivedere la Costituzione del 2015.
Sia i risultati parlamentari che provinciali mostrano che i comunisti hanno vinto nel Paese dalle campagne alle città. Anche se hanno un forte mandato nel governare secondo il loro ordine del giorno, il probabile Primo ministro KP Oli ha detto attentamente, “Abbiamo visto in passato che la vittoria tende spesso a rendere i partiti arroganti. C’è l’apprensione che lo Stato diventi oppressivo. I vincitori tendono a diventare indifferenti alle loro responsabilità“. Questo non è ciò che il governo comunista farà, ha detto Oli. Cosa ha permesso ai comunisti di vincere in modo così netto? Il Congresso nepalese era devastato da scandali di corruzione, lotte intestine e mancanza di qualsiasi visione per il Paese. Nel 2015-16, quando il governo indiano chiuse il confine col Nepal senza sbocco sul mare, il Congresso non riuscì a condannare l’India. I comunisti, in particolare Oli, non si tirarono indietro. La sensibilità nazionalista lasciò il Congresso per i comunisti. Inoltre, il Congresso si presentava al popolo per questa elezione con un’alleanza incoerente, rappattumando una coalizione che includeva i partiti madhesi e monarchici, le minoranze e il re. Non c’era modo che tale alleanza confusa attirasse il popolo. I comunisti, d’altra parte, si sono presentati al popolo con uno slogan molto semplice: “Prosperità con la stabilità”. Da quando il Nepal uscì dalla monarchia negli anni ’90, è tormentato da problemi. La mancata creazione di un processo democratico spinse una parte dei comunisti all’insurrezione armata dal 1996 al 2006. Circa 17000 persone morirono in questa guerra, che si concluse con un nuovo processo democratico dell’Assemblea costituente. La monarchia fu abolita nel 2008 e l’Assemblea costituente elaborò la Costituzione del 2015. Tuttavia, ci sono stati 10 primi ministri da quando l’insurrezione armata è terminata e poco interesse nello sviluppo sociale del popolo. Era tempo per qualcosa di diverso da corruzione e sconforto. Due delle principali costole del comunismo nepalese, i maoisti e il Partito Comunista del Nepal (Unito Marxista-Leninista – UML), hanno deciso di andare alle urne insieme e d’impegnarsi a formare un nuovo partito dopo le elezioni. Questo secondo appello, alla creazione di un nuovo partito unificato, prometteva ancora più stabilità dell’alleanza elettorale, dimostrando che i comunisti, in precedenza divisi, potevano riunirsi con un programma comune. Se manterranno quest’unità, potranno creare un governo stabile per cinque anni. Questo forse era il lato più allettante della loro campagna, vincendo alle urne.

Comunismo himalayano
Mentre il Comunismo arrivò in Cina e India negli anni ’20, mancò il Nepal stretto tra i due Paesi. La dura repressione della monarchia impedì a qualsiasi movimento progressista di mettere radici nel Paese. Non fu che negli anni ’40 che il comunismo influenzò il Nepal. Uno sciopero coraggioso degli operai della fabbrica di iuta e tessuti di Biratnagar nel 1947 attirò attivisti comunisti, come Man Mohan Adhikari. Adhikari fu esiliato in India. Lui, insieme agli studenti nepalesi in India, temeva che l’élite nepalese, i Rana, fosse pronta ad unirse alle potenze imperialiste creando una base militare in Nepal. Ciò avrebbe attirato il Nepal nell’orbita occidentale cedendo l’indipendenza. Questi studenti e attivisti furono influenzati dal Partito comunista indiano. Uno di loro, Pushpa Lal Shrestha, tradusse il Manifesto Comunista in nepalese nel 1949. Più tardi quell’anno a Calcutta Pushpa Lal Shrestha, Adhikari e altri fondarono il Partito Comunista del Nepal. Nel primo decennio di vita, il Partito Comunista chiese la fine della monarchia e l’istituzione della repubblica e anche la creazione dell’Assemblea costituente. Il partito si divise sulla questione della monarchia e alle elezioni. Le frattura fu inevitabile. La lotta armata apparve alla Quarta Convenzione del 1965, dividendo il movimento fino al 2006. Dal 2006, la lotta armata non è più motivo di dibattito, era costata troppo al Paese. La maggior parte della sinistra nepalese, tuttavia, non prese le armi e creò le lotte popolari contro monarchia, feudalesimo e capitalismo. Il Fronte Unito di Sinistra, formatosi negli anno ’90 per combattere per un sistema democratico nel Jan Andolan, era guidato da ciò che sarebbe diventato Partito Comunista del Nepal (Unito Marxista-Leninista), uno dei principali pilastri dell’attuale alleanza comunista. Fu la spina dorsale della lotta per ripristinare la democrazia. L’altro pilastro dell’attuale alleanza sono i maoisti, che hanno accettato la democrazia parlamentare. Sono questi due partiti che probabilmente si fonderanno l’anno prossimo nella forza politica più formidabile del Nepal. Il leader maoista Pushpa Kamal Dahal (noto anche come Prachanda) arrivò nel suo collegio elettorale di Chitwan per celebrare la vittoria. “Entrambi i processi di formazione del governo e dell’unità del partito andranno avanti contemporaneamente“, aveva detto. Prachanda, dei maoisti, assumerà il ruolo di leader del partito, mentre Oli dell’UML sarà Primo ministro. Le ampie correnti del comunismo nepalese, emerse dalla formazione del partito nel 1949, ora si uniranno.

Ordine del giorno
Quale sarà l’agenda del nuovo governo? KP Oli, che sarà il Primo ministro del governo comunista, ha detto che vuole mettere la stabilità del governo in cima. Ma la stabilità non basta. Il Nepal soffre di grave povertà e debolezza infrastrutturale. Oli ha detto che accoglierà con favore gli investimenti per costruire le infrastrutture di base del Nepal, tra cui la ferrovia cinese dal Tibet al Nepal. Questa non è un’inclinazione verso la Cina, come alcuni suggeriscono. È più probabile che una posizione attentamente calibrata dei comunisti nepalesi sia tra India e Cina, colossi regionali. Il pragmatismo domina il gioco, non la fedeltà alla Cina per motivi ideologici. Tutti i partiti del Nepal, compresi i monarchici, vogliono che il loro Paese diventi un Paese in via di sviluppo entro il 2022. Ciò che li differenzia è il percorso verso tale obiettivo. L’alleanza comunista promette che il reddito pro-capite crescerà fino all’equivalente di 5000 dollari l’anno partendo da soli 862 dollari attuali. Aumentare il reddito pro-capite richiede investimenti per istruzione e sanità e aumento drastico dei posti di lavoro per i giovani (attualmente due milioni su 28 milioni di nepalesi trovano lavoro all’estero). Dove il governo raccoglierà le risorse per tutto questo? La fine della corruzione farà risparmiare al tesoro una grande quantità di denaro. Ma oltre a ciò, l’uso più efficiente delle tasse fornirà i mezzi per lo sviluppo. Il federalismo fiscale è una parte importante dell’agenda della sinistra. Spera di devolvere il 50% delle risorse ai governi provinciali e municipali e che utilizzeranno meglio i soldi per lo sviluppo locale. La scommessa è che un governo stabile attragga denaro e turisti in Nepal, e che il denaro possa essere utilizzato per sviluppare agricoltura biologica e energia pulita (compresa l’idroelettrica) alleggerendo il peso dell’importazione di energia. Oli ha chiesto a tutti i partiti di unirsi all’alleanza comunista nel tentativo di elevare gli standard di vita del popolo nepalese. È una politica intelligente. Significherebbe che l’agenda comunista diverrà nazionale. Farà pressione sulle classi e caste dominanti per accedere a una politica di sviluppo sociale. Sarebbe un piccolo passo avanti per il Nepal.

Prachanda

Vijay Prashad è redattore capo di LeftWord Books e direttore della Tricontinental: Institute for Social Research. È autore di 25 libri, i più recenti sono Red Star Over the Third World (LeftWord, 2017), The Death of the Nation e The Future of the Arab Revolution (University of California Press, 2016).

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le ampie misure di sicurezza di CSTO e SCO

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 19.10.2017La situazione in Afghanistan è una delle questioni più importanti per l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collective (CSTO), che riunisce Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan, nonché per l’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO – India, Cina , Kazakistan, Kirghizistan, Pakistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan). La guerra civile, insieme alle attività dei terroristi in territorio afgano, rappresentano da molti anni una minaccia alla stabilità dell’intera regione dell’Asia centrale. Nel settembre 2017, una riunione dei ministri degli Esteri degli Stati aderenti alla CSTO si svolse alla 72.ma sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite di New York. I principali argomenti dell’incontro comprendevano la cooperazione con l’Organizzazione delle Nazioni Unite negli sforzi per la pace, la sicurezza e la lotta al terrorismo, nonché i problemi dell’Afghanistan. Furono adottate diverse dichiarazioni congiunte, tra cui una disposizione sull’Afghanistan e la minaccia del rafforzamento delle organizzazioni terroristiche nelle province del nord del Paese. Va ricordato che l’Afghanistan condivide confini con uno degli Stati del CSTO, il Tagikistan. Pertanto, il confine Tagikistan-Afghanistan è una zona di particolare importanza per la CSTO. Il confine è lungo 1344 km e attraversa zone montuose difficili da raggiungere e difficili da attraversare e non meno difficili da proteggere. Anche le aree settentrionali dell’Afghanistan condividono la frontiera con Uzbekistan e Turkmenistan, che non sono membri del CSTO ma la cui sicurezza è altrettanto importante per tutta la regione. Il 29 settembre 2017, il Centro per gli studi strategici della Presidenza del Tagikistan, nel capoluogo del Tagikistan, Dushanbe, ospitò la conferenza internazionale “Combattere il terrorismo e l’estremismo in Eurasia: le minacce comuni e l’esperienza congiunta”. Rappresentanti di Afghanistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan e Russia vi parteciparono, come anche i membri del segretariato della CSTO e della Commissione esecutiva regionale della Struttura antiterrorismo della SCO. I partecipanti discussero di sicurezza regionale, minacce e contromisure di alto livello, incluse le varie misure politiche interne dei Paesi aderenti e la cooperazione internazionale, anche nella CSTO e della SCO.
La situazione in Afghanistan è stata ancora una volta una delle principali discussioni. Nell’autunno 2017, circa il 50% del territorio afghano era caduto sotto il controllo dell’organizzazione terroristica talib (vietata nella Federazione Russa). In questo caso, la questione riguarda principalmente i distretti settentrionali vicini ai Paesi aderenti alla conferenza. Secondo l’ambasciatore russo in Tagikistan, Igor Ljakin-Frolov, che parlò alla manifestazione, la situazione è difficile, soprattutto al confine Tagikistan-Afghanistan. Tuttavia, secondo il Vicepresidente del Comitato del Consiglio Federale per la difesa e la sicurezza Franz Klintsevich, i taliban non hanno obiettivi fuori da Afghanistan e Pakistan e non violeranno il confine coi vicini del nord. Una preoccupazione molto più grande è l’attività di un’altra organizzazione terroristica, lo Stato islamico (DAISH, vietato in Russia), per cui l’Afghanistan è un trampolino di lancio per la penetrazione in Russia e nei Paesi della CSI. Secondo le informazioni disponibili, più di mille taliban e membri del DAISH si trovano vicino al confine tra Tagikistan e Afghanistan. Tuttavia, secondo F. Klintsevich, i tagiki e i militari russi sono pronti a respingere l’attacco in caso d’invasione diretta da parte dei terroristi. I Paesi dell’Asia centrale sono partner strategici della Russia, e la Russia è decisa nell’adempimento degli obblighi nei confronti della CSTO. Inoltre, la situazione instabile nei Paesi dell’Asia centrale costituisce una minaccia per i confini meridionali della Russia. Pertanto, la Russia fornisce assistenza ai propri partner su tutti i termini della sicurezza. La cooperazione tra Russia e Tagikistan è particolarmente sviluppata. I Paesi proteggono congiuntamente il confine tagiko-afgano e collaborano in campo militare-tecnico. La 201.ma base delle Forze Armate della Federazione Russa continua a operare nel territorio del Tagikistan, dove oltre 7000 militari russi si addestrano ad affrontare compiti specifici nella lotta al terrorismo, anche nei difficili contesti montuosi. Questa è la maggiore base militare estera della Federazione Russa, con fucilieri motorizzati, artiglieria, missili antiaerei, elicotteri e unità aeree. La base ha tre poligoni per l’addestramento dei militari russi e per l’addestramento congiunto coi militari del Tagikistan.
Il 29 settembre 2017, nello stesso giorno in cui si svolse la suddetta conferenza sulla lotta al terrorismo, l’ufficio per i media della Regione militare centrale, a cui aderisce la base n° 201, riferì di nuove esercitazioni speciali per l’addestramento tattico. Gli autisti del battaglione logistico superarono con successo l’estremamente difficile guida sulle tortuose strade montuose per rifornire di cibo e munizioni zone difficili da raggiungere. Circa 600 militari e 70 mezzi furono interessati. Nel novembre 2017, il Tagikistan ospiterà le grandi esercitazioni militari delle Forze di Reazione Rapida Collettiva della CSTO. Saranno presenti militari provenienti da tutti i Paesi dell’Organizzazione. Pertanto si può concludere che Tagikistan e altri Stati aderenti allo CSTO possono proteggersi dall’aggressione diretta dall’Afghanistan. L’unica opportunità per i terroristi di destabilizzare il Tagikistan è tramite organizzazioni clandestine. Tuttavia, le autorità del Tagikistan intendono arrestarle adottando misure preventive. Secondo Rakhim Abdulhasanien, a Capo del Dipartimento per la lotta al terrorismo e all’estremismo del Procuratore Generale del Tagikistan, che intervenne alla conferenza su iniziativa del suo dipartimento, 15 organizzazioni che operano nel territorio tagico sono state riconosciute estremiste e vietate. Tuttavia, non bastano misure di divieto per impedire l’estremismo tra la popolazione. È necessario lo sviluppo sociale ed economico di tutti gli Stati interessati. L’aumento del tenore di vita contribuisce a ridurre il radicalismo. Le autorità russe e dell’Asia centrale comprendono la connessione tra problemi socio-economici ed estremismo. Ciò è evidenziato, ad esempio, dal fatto che la SCO ha prestato seria attenzione alla cooperazione economica. Come già detto, l’organizzazione comprende Russia, Cina, Kazakistan, Tagikistan, Kirghizistan e Uzbekistan, cioè i Paesi più interessati (tranne il Turkmenistan) alla stabilità nell’Afghanistan e, più recentemente, India e Pakistan, che periodicamente risentono degli echi degli eventi afgani. Il primo obiettivo della creazione dei “Cinque di Shanghai”, sulla cui base fu fondata la SCO nel 2001, era rafforzare la cooperazione nell’industria della Difesa. Attualmente, i compiti principali della SCO includono sicurezza, lotta al terrorismo e al narcotraffico. La cooperazione economica è stata considerata secondaria. Tuttavia, tale approccio è superato. Il 28 settembre 2017, Ufa ospitava il terzo Forum sulle piccole aziende degli Stati aderenti a SCO e BRICS. Bakhtier Khakimov, inviato speciale del presidente russo per gli affari della SCO parlò all’evento. Secondo lui, l’interazione economica nella SCO va portata allo stesso livello della cooperazione politica tra i Paesi che costituiscono l’organizzazione. Khakimov ha anche affermato che i capi degli Stati aderenti alla SCO comprendono l’importanza di questo compito e gradualmente prendono le proprie decisioni. Attualmente, la SCO è impegnata nell’attuazione dell’accordo per creare condizioni favorevoli per l’autotrasporto, firmato nel 2014. La possibilità d’istituire la Banca di Sviluppo e il Fondo di Sviluppo della SCO viene discussa. Sono in corso lavori per integrare il lavoro della SCO con associazioni come UEE (Unione Economica Eurasiatica) e ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico). Le relazioni tra gli ambienti commerciali vengono stabilite nella SCO, e la cooperazione interstatale si costruisce a livello regionale.
Si può concludere che la Russia e gli Stati dell’Asia centrale non si basano solo sulla forza militare per combattere il terrorismo e mantenere la stabilità. Questi Paesi sanno che solo misure complesse contribuiranno a porre fine alla minaccia terroristica e questo comporta la speranza che la minaccia terroristica nella regione sia ridotta nei prossimi anni.Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Cambio delle alleanze militari in Medio Oriente e Asia?

Prof. Michel Chossudovsky, Global Research 30 settembre 2017Si verifica un cambiamento profondo nelle alleanze geopolitiche che tende a minare l’egemonia statunitense nella regione del Medio Oriente e dell’Asia centrale e meridionale. Molti stretti alleati degli USA hanno “cambiato lato”; NATO e Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) sono in crisi.

Turchia e NATO
La NATO è caratterizzata da profonde divisioni, in gran parte dovute al confronto di Ankara con Washington. La Turchia, peso massimo della NATO, ora combatte i ribelli curdi filo-statunitensi nel nord della Siria. Gli Stati Uniti sostengono e finanziano i ribelli curdi che combattono uno Stato membro della NATO. Mentre la Turchia rimane formalmente membro della NATO, con un sistema integrato e coordinato di difesa aerea, il governo Erdogan ha acquistato il sistema di difesa aerea S400 dalla Russia, destinato ad essere utilizzato contro gli agenti curdi degli USA nella Siria settentrionale. Uno Stato membro della NATO ora usa il sistema di difesa aerea del nemico contro i ribelli sostenuti da USA-NATO. A sua volta, la Turchia ha spedito truppe nella Siria settentrionale per occupare parte del territorio siriano e Mosca ed Ankara hanno un’alleanza di convenienza. Israele è un fermo sostenitore della formazione di uno Stato curdo in Iraq e nella Siria, considerato passo avanti per la formazione del Grande Israele. Tel Aviv pensa di trasferire da Israele di più di 200000 ebrei curdi nel Kurdistan dell’Iraq. A sua volta è in pericolo l’accordo bilaterale di cooperazione militare tra Turchia e Israele. Inutile dire che questi sviluppi hanno portato al rafforzamento della cooperazione militare USA-Israele, tra cui la creazione di una base militare statunitense in Israele. Nel frattempo, la Turchia ha stretto legami con l’Iran, contribuendo a minare le strategie di USA-NATO nel Grande Medio Oriente.

Il nuovo Medio Oriente
La strategia di Washington consiste nel destabilizzare e indebolire le potenze economiche regionali in Medio Oriente tra cui Turchia e Iran. Questa politica è accompagnata anche dal processo di frammentazione politica. Dalla guerra del Golfo (1991), il Pentagono ha contemplato la creazione di un “Kurdistan libero” che prevede l’annessione di parti di Iraq, Siria, Iran e Turchia. In queste circostanze, la Turchia rimarrà nella NATO?

Qatar e Arabia Saudita
Il blocco economico dell’Arabia Saudita al Qatar ha creato un divario nelle alleanze geopolitiche indebolendo gli Stati Uniti nel Golfo Persico. Il Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) è profondamente diviso, con EAU e Bahrayn allineati all’Arabia Saudita contro il Qatar. A sua volta il Qatar ha il sostegno di Oman e Quwayt. Inutile dire che il GCC, fino a poco prima l’alleato più stretto degli USA nel Medio Oriente contro l’Iran, è nel totale disordine. Mentre la più grande base militare statunitense in Medio Oriente si trova in Qatar, il governo del Qatar ha stretti legami con l’Iran. Inoltre, Teheran è giunta in soccorso immediatamente dopo il blocco saudita. Mentre il comando centrale statunitense (USCENTCOM) ha sede in una base militare statunitense presso Doha, il principale partner del Qatar nell’industria del petrolio e del gas, inclusi i gasdotti, è l’Iran. A sua volta, Russia e Cina sono attivamente coinvolte nell’industria degli idrocarburi del Qatar. Iran e Qatar cooperano attivamente nell’estrazione del gas naturale marittimo da una struttura congiunta. Questi campi gasiferi marini sono strategici, costituendo le più grandi riserve di gas marittime del mondo, situate nel Golfo Persico. In altre parole, pur collaborando attivamente con l’Iran, il Qatar ha un accordo di cooperazione militare con gli Stati Uniti diretto contro l’Iran. Il comando centrale statunitense con sede nel Qatar è responsabile delle operazioni militari contro i nemici di USA-NATO, incluso l’Iran principale partner del Qatar nel settore degli idrocarburi. La struttura di queste alleanze incrociate è contraddittoria. Gli Stati Uniti cambieranno regime nel Qatar? Nel frattempo, la Turchia ha creato una base militare in Qatar. Questi nuovi allineamenti hanno anche effetti diretti sugli oleogasdotti. Il Qatar ha abbandonato il progetto che attraversava Arabia Saudita e Giordania (inizialmente sponsorizzato dalla Turchia) a favore di quello dell’Iran che da Asuleyeh arriva in Iraq e Siria, sostenuto dalla Russia. Il controllo geopolitico della Russia sui gasdotti per l’Europa viene rafforzato dal blocco saudita. A sua volta, il Qatar dovrebbe integrare i gasdotti che collegano l’Iran a Pakistan e Cina tramite il porto iraniano di Asaluyeh.

Pakistan, India e Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO)
Un altro importante cambiamento nei rapporti geopolitici è avvenuto con un impatto profondo sull’egemonia statunitense nell’Asia centrale e meridionale. Il 9 giugno 2017, India e Pakistan aderivano contemporaneamente all’Organizzazione di cooperazione di Shanghai (SCO), organizzazione economica, politica e di mutua difesa dell’Eurasia, dominata da Cina e Russia. Inutile dire che l’adesione di India e Pakistan ne danneggia la cooperazione militare con gli Stati Uniti. Mentre la SCO con sede a Pechino non è ufficialmente un'”alleanza militare”, tuttavia è un “contrappeso” geopolitico e strategico a USA-NATO e alleati. Negli ultimi anni, la SCO ha esteso la cooperazione militare e d’intelligence. Le esercitazioni si svolgono sotto gli auspici della SCO. Con Pakistan e India pienamente aderenti, la SCO ora comprende una vasta regione con metà della popolazione mondiale.

Ampliamento della SCO
L’adesione piena e simultanea di entrambi i Paesi alla SCO non è solo simbolica, ma segna un cambiamento storico negli allineamenti geopolitici, influenzando la struttura degli accordi economici e militari. Inoltre ha anche un impatto sul conflitto tra India e Pakistan risalente all’indipendenza dei due Paesi. Inevitabilmente, questo passaggio storico è un colpo per Washington, che ha accordi di difesa e commerciali con Pakistan e India. Mentre l’India rimane saldamente allineata a Washington, la presa di Washington sul Pakistan (attraverso accordi militari e d’intelligence) è indebolita da scambi commerciali e investimenti della Cina, per non parlare dell’adesione alla SCO che favorisce le relazioni bilaterali tra i due Paesi e la cooperazione con Russia, Cina e Asia centrale a scapito dei legami storici con gli Stati Uniti. In altre parole, questo ampliamento della SCO indebolisce le ambizioni egemoniche degli USA nell’Asia meridionale e nell’Eurasia. Influenza anche gasdotti, corridoio, frontiere, sicurezza e diritti marittimi. Con lo sviluppo delle relazioni bilaterali del Pakistan con la Cina, dal 2007, la presa statunitense sulla politica del Pakistan, basata in larga parte sulla presenza militare degli USA e sui legami di Washington con l’intelligence militare del Pakistan, è stata indebolita. L’adesione piena del Pakistan alla SCO, i suoi legami con Cina e Iran, contribuiranno a rafforzare il governo di Islamabad.

Osservazioni conclusive
La storia ci dice che la struttura delle alleanze politiche è fondamentale. Ciò che accade è una serie di contraddittorie coalizioni incrociate “con” e “contro” gli Stati Uniti. Si assiste a svolte nelle alleanze politiche e militari che contribuiscono ad indebolire l’egemonia statunitense in Asia e Medio Oriente. La Turchia ha intenzione di uscire dalla NATO? Le relazioni con Washington sono nel caos. Nel frattempo, il Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), il più forte alleato degli USA in Medio Oriente, non funziona più. Il Qatar non è solo allineato all’Iran, ma coopera attivamente con la Russia. A sua volta, gli accordi bilaterali di cooperazione militare degli USA con Pakistan e India sono colpiti dall’adesione di entrambi i Paesi alla SCO, un’alleanza militare di fatto dominata da Cina e Russia.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Un accordo ha appena cambiato il quadro energetico globale

La Rosneft fa acquisizioni in India e la Cina entra in Rosneft con un’interessante partnership a tre vie
Dave Forest, Russia Insider 19/9/2017

Uno dei più grandi eventi sull’energia quest’anno è la Rosneft che acquista l’Essar Oil indiana, dando alla società russa l’aggancio a uno dei più grandi mercati petroliferi e gasiferi emergenti del mondo. E questa settimana la storia è diventata più complessa. Con Rosneft che stipula un altro grande accordo, interessando un altro peso massimo nell’energia, la Cina. Rosneft ha annunciato la vendita di una quota significativa del proprio patrimonio a investitori cinesi. In questo caso, la piccola società di esplorazione e produzione CEFC China Energy. Anche se pochi investitori la conoscono, la CEFC porta un importante capitale nell’accordo, accettando di versare 9 miliardi di dollari per acquisire il 14,16% della Rosneft. L’accordo è storico essendo il primo grande acquisto della Cina nell’industria energetica russa (anche se le imprese cinesi finanziano progetti di esportazione di LNG nell’Artico russo), dimostrando la forza dei legami sempre più stretti tra Russia e Cina nell’ambito energetico. Rosneft e CEFC sono al centro di questi rapporti crescenti. Con le due società che hanno firmato un accordo nel settembre scorso, per l’approvvigionamento a lungo termine di greggio russo per la Cina. L’acquisto delle azioni di questa settimana consolida ulteriormente i rapporti commerciali, e dimostra che la Cina vede la Russia come alleato cruciale nel gioco sull’energia. Ma vi sono implicazioni che vanno oltre. Con la Cina ora ha un accesso ai mercati dell’India, attraverso le aziende da Rosneft recentemente acquisite nel Paese. Questo è uno sviluppo cruciale nel quadro energetico mondiale. Dato che le aziende cinesi non hanno direttamente accesso all’India, nonostante la nazione sia uno dei più importanti soggetti emergenti sul piano energetico. La proprietà della Rosneft potrebbe cambiare ciò e potrebbe aprire opportunità in altre parti del mondo, dato che Rosneft attualmente opera dall’Egitto al Brasile al Venezuela.
Una nota intrigante della storia: CEFC acquista la quota di Rosneft da Glencore e dal fondo sovrano del Qatar, che l’avrebbe acquistato solo nove mesi prima per 12 miliardi di dollari. Ciò significa che questi titolari si accollano una perdita del 25% nella vendita, a meno di un anno dall’acquisto. Ma nel frattempo, Glencore ha stipulato un accordo lucroso scambiando il greggio russo della Rosneft, probabilmente per compensare le perdite con la Rosneft e qualcos’altro. Tutto ciò mostra la complessità di questa rapida evoluzione del mondo dell’energia. Osservando altri accordi energetici di Cina e Russia e l’influenza emergente di queste due superpotenze energetiche in altri mercati chiave, come l’India.

L’accordo Rosneft-Cina risponde a molte domande
Tom Luongo Seeking Alpha 13.09.2017Glencore e l’Autorità per gli investimenti del Qatar vendono la quota della Rosneft, azienda petrolifera russa, a una piccola società cinese, CEFC China Energy Co., per 9 miliardi di dollari. Questo accordo pone molte domande ma risponde anche ad altre. La joint venture tra QIA e Glencore si dividerà la maggior parte della quota di Rosneft con Glencore che mantiene lo 0,5% e QIA il 4,7%. CEFC ottiene il rimanente 14,6% dal gigante petrolifero russo. Inoltre, Glencore conserva l’accordo per 220000 barili al giorno dalla Rosneft. I termini dell’operazione sono stati erroneamente segnalati da Zerohedge con QIA e Glencore che acquistano il 25% della quota con l’accordo stipulato a dicembre. Ma l’accordo da 12 miliardi di dollari è ancora in vigore, con la CEFC che acquista il 75% della quota per 9 miliardi di dollari.

Domande sul Qatar
Quindi, la domanda è perché il QIA vende la quota della Rosneft ora? Il collaboratore della Fellow SA Craig Pirro lo studia da ciò che esce dalla Russia, ritenendolo solo una mossa di Putin. Non sono del tutto in disaccordo, ma Pirro non considera i massicci cambiamenti geopolitici negli ultimi dieci mesi dall’accordo originale. In primo luogo, tali accordi sono sempre motivati dal punto di vista geopolitico. Tutto ciò che coinvolge Qatar, Russia e petrolio è prima e soprattutto geopolitica e non politica del profitto/perdita. Il Qatar acquistò Rosneft come passo per far firmare ai russi la riduzione della produzione OPEC incrementata con forza dai sauditi. Inoltre, il Qatar doveva convincere Putin che non finanziava più i gruppi di al-Qaida che combattono il governo di Assad a Idlib. Dopo che l’accordo fu annunciato, la resistenza nella Siria nordoccidentale cominciò a sbriciolarsi, e il Qatar deve trovare amici più grossi prima di finire appeso da qualche parte. L’Arabia Saudita non ha potuto convincere Putin ad accettare le riduzioni perché non aveva nulla da dare alla Russia. Si ricordi che il rublo ora galleggia liberamente, mentre il riyal saudita no, poiché i sauditi sono in crisi finanziaria e politica mentre i russi escono da una recessione che li avrebbe paralizzati se non avessero svincolato il rublo nel novembre 2014. Quindi, il Qatar entrò a mediare l’accordo, come riportato da Bloomberg e Financial Times lo scorso anno, dando a Putin ciò che voleva per firmare il taglio della produzione. Rosneft ottiene molta liquidità, il Qatar guadagna un alleato nella Russia, il prezzo del petrolio si stabilizza e Glencore ottiene un buon accordo sul petrolio russo. Vincono tutti. Arrivando ad oggi, col Qatar che subisce la forte pressione dei sauditi che ne bloccano le attività, gli Stati Uniti che impongono rigorose sanzioni alle banche europee che fanno affari con l’industria energetica russa e la Cina presa di mira dall’amministrazione Trump su più fronti. Quindi, mentre l’economia di questo accordo sul prezzo corrente delle azioni della Rosneft non ha molto senso, come ha sottolineato Pirro, c’è molto più in gioco, per chi ne è interessato, di qualche centinaio di milioni di azioni di un arbitrato che potrebbe cambiare in pochi giorni.

Risposte dalla Cina
La Cina entra qui per salvare non solo BancaIntesa, la banca italiana che ha provveduto a far fluire gran parte del finanziamento per l’accordo, ma anche il Qatar che ottiene una grande infusione di liquidità in dollari assai necessari. La Russia s’integra ulteriormente nel sistema di negoziazione petrolifera della Cina di Shanghai, tra cui i molto discussi contratti futures convertibili in oro (GLD). Ciò scansa l’accordo dalle nuove sanzioni statunitensi. Infatti, compie un perno perfetto da tali sanzioni. Si ricordi che il segretario al Tesoro Steve Mnuchin ha apertamente minacciato, di nuovo, le banche cinesi di espulsione dal sistema SWIFT. Era per la Corea democratica, ma intimamente collegato all’acquisto di petrolio dei cinesi. Tale minaccia è credibile contro le banche del Qatar. Russia e Stati Uniti hanno già scambi così esigui in dollari da essere irrilevanti sul grande piano delle cose. La Russia già sostituisce Visa con il proprio sistema di pagamento interno denominato Mir. La Cina ha già UnionPay. Ma tale minaccia non è semplicemente credibile contro la Cina, il più grande partner commerciale degli Stati Uniti. Sarebbe un atto di autodistruzione dei mercati globali dei capitali. Inoltre, testerebbe il sistema di pagamento interbancario cinese (CIPS) sulla capacità di gestire il finanziamento del commercio della Cina. CIPS è conforme al protocollo SWIFT. Questo accordo consolida ancor più Cina e Russia quali alleati strategici, sempre più vicini e più importanti ad ogni tentativo di punirle per perseguire ciò che ritengono loro interesse nazionale. Inoltre, sottolinea l’impegno della Cina con il Qatar. La Cina è un suo importante partner commerciale. E questo accordo è una dichiarazione importante ai sauditi che la Cina è disposta a correre in difesa di un suo importante fornitore di energia e di dettare i termini. A un certo punto, la Cina smetterà di offrire dollari per il petrolio dell’Arabia Saudita. Compiendo ogni mossa per garantirsi di pagare le fonti in yuan, il cambio col dollaro saudita s’indebolisce. Rosneft su questo accordo è neutrale. È semplicemente un mezzo per le grandi manovre geopolitiche. Per il Qatar è un passo positivo, visto l’ovvio scambio con l’investimento originale di dicembre, per comprarsi alcuni mesi per resistere alla pressione economica saudita, prima di decidere di far fluttuare la propria moneta. Per la Cina, l’accordo è una vittoria netta perché assicura un flusso maggiore di petrolio russo nei propri mercati petroliferi, continuando a consolidare fiducia tra gli investitori e nel tempo. E questa è veramente la vittoria definitiva per tutti loro.Traduzione di Alessandro Lattanzio