Gli USA non riescono a separare l’India dai BRICS

Ekaterina Blinova, Sputnik 06/08/2016

Nonostante la recente operazione simpatia degli Stati Uniti verso l’India, New Delhi ha resistito alla tentazione rimanendo impegnata all’ideale di multipolarità dei BRICS. L’India mantiene relazioni vantaggiose con la Cina, a prescindere dagli “scossoni” nel rapporto, secondo l’analista geostrategico Matthew Maavak. Dopo la visita del segretario della Difesa statunitense Ashton Carter in India, nell’aprile 2016, alcuni dubitarvano che New Delhi valutasse un passaggio all’occidente.putin-and-modiL’offensiva del fascino di Washington
Alcuni esperti si riferiscono ai negoziati USA-India sul Memorandum d’Intesa sullo Scambio Logistico (LEMOA) e alla decisione del Paese d’incrementare la collaborazione bilaterale nella tecnologia per la difesa quali segni della deriva dell’India dai non allineati verso Washington e NATO. LEMOA in realtà è una versione dell’accordo di supporto logistico (LSA) che riguarda il supporto logistico e i servizi tra i militari statunitensi e le forze armate di altri Paesi. “La visita del segretario alla Difesa degli Stati Uniti Ashton Carter in India, la scorsa settimana, era storica, nel senso che l’India non allineata si avvicinava agli USA firmando il memorandum d’intesa sullo scambio logistico” secondo il dott. Dalbir Ahlawat, esperto della sicurezza australiana, in un articolo di aprile per The Interpreter. Da parte sua, Rupakjyoti Borah di The Diplomat scrisse a maggio che “la decisione ‘di principio’ dell’India e degli Stati Uniti” di firmare il LEMOA “è un grande atto di fede“. “Sono finiti i giorni in cui i mandarini della politica estera di New Delhi mercanteggiavano con Washington DC, ritenendo che gli interessi dell’India fossero meglio rispettati restando vicini a Paesi come la Russia e sposando non allineamento e unità del terzo mondo“, pretendeva il giornalista.

La conferenza dei dissidenti cinesi in India
Allo stesso tempo, l’Hindustan Times riferiva che una conferenza dal titolo “Rafforzare la nostra alleanza per fare avanzare il sogno popolare: libertà, giustizia, uguaglianza e pace” organizzata da un gruppo dissidente cino-statunitense si svolgeva a Dharamsala, in India, con non meno di otto dissidenti cinesi presenti all’evento del 28 aprile. L’incidente fu interpretato da alcuni media come l’ennesimo segno del cambio dell’India verso la Cina e i partner dei BRICS. Tuttavia, dipende da come esattamente si collegano i puntini. “In realtà, la supposta inclinazione di New Delhi è una percezione di molto sbagliata. Se l’India si ‘raccorda’ con gli Stati Uniti, perché Mosca e Delhi continuano collaborazioni militari sensibili da tempo pianificate riguardanti trasferimenti di una tecnologia che la Russia non offre ad alcuna altra nazione? Come la Cina; ad esempio il programma Sukhoj PAK-FA/FGFA del caccia stealth di 5.ta generazione, il programma congiunto del missile da crociera ipersonico Brahmos e la preferenza dell’India per l’aereo russo Il-78MD-90A rispetto all’Airbus A-330 per il velivolo multiruolo da trasporto e aerocisterna (MRTT) da 2 miliardi di dollari, tra molti altri esempi“, osserva presso Sputnik Mathew Maavak, analista geostrategico e dottorando in Previsioni della sicurezza presso l’Università Teknologi Malaysia (UTM). Sorprendentemente, il Ministro della Difesa indiano Manohar Parikkar, ad aprile dichiarava categoricamente che il LEMOA si applica soltanto ai rifornimenti di carburante e cibo e non allo stazionamento di militari degli Stati Uniti in India. D’altra parte, “lo svolgimento in India della riunione a Dharamsala di aprile sarebbe stata una reazione al rifiuto della Cina alle Nazioni Unite di bandire i capi terroristi pakistani dei Jaysh-e-Mohammad (JEM) e Jama-ud-Dawah“, ha spiegato Maavak. “Ricordate che l’India alla fine negò il visto a diversi dissidenti cinesi, tra cui il capo uiguro dissidente Dolkun Isa, il manifestante di Piazza Tiananmen residente a New York Lu Jinghua e l’attivista di Hong Kong Wong Ray“, ha detto l’analista a Sputnik. “Fu solo un breve urto retorico nella piena relazione India-Cina“, sottolineava Maavak. L’analista strategico ha sottolineato che chiunque abbia seguito la dinamica India-Cina per decenni avrebbe saputo che le nazioni ricorrono a retorica irascibile di volta in volta, per poi tornare alla normalità. Infatti, il recente incidente nel distretto di confine di Chamoli, nell’Uttarakhand, dove truppe cinesi entrarono in territorio indiano, venne subito minimizzato dal Ministro della Difesa Parrikar quale “trasgressione” piuttosto che “incursione”.

L’India continua ad impegnarsi nel concetto di mondo multipolare
Non ci sono motivi per sospettare fratture tra India e partner dei BRICS. L’India continua a sostenere il concetto di mondo multipolare. “L’India sostiene la multipolarità fin da quando co-fondò il Movimento dei Non Allineati (NAM) nel 1961. L’India rimane l’unico membro fondatore del NAM che promuove attivamente il concetto di mondo multipolare. Non ci sono prove che suggeriscano il contrario“, sottolineava Maavak. Quando si tratta del tanto discusso progetto Nuova Via della Seta della Cina (‘Una Fascia, Una Strada’) l’atteggiamento dell’India è generalmente positivo, sottolineava l’analista. “Penso che sia generalmente positiva. Xi Jinping è stato il primo leader di una grande potenza a visitare l’India nel 2014 dopo che il governo di Narendra Modi fu eletto. Ma l’India può contribuire al progetto Fascia e Strada? Sì, ma in modo più limitato. Ciò comporterà il rilancio della ‘Via delle spezie’ nel vicino estero, costituendo il segmento dell’Oceano indiano della vecchia Via della Seta. In caso contrario, l’India ha più pressanti sfide infrastrutturali da superare in patria, e gli investimenti cinesi sono ancora corteggiati e accolti, nonostante le speculazioni sui media esteri del contrario“, ha detto a Sputnik. Il polverone intorno al potenziale scontro sino-indiano di una parte della stampa occidentale e asiatica, potrebbe essere spiegato dai recenti sforzi degli Stati Uniti d’inasprire le tensioni nel sud-est asiatico nel tentativo di contenere la Cina.Vladimir Putin, Narendra ModiNew Delhi e la sentenza dell’Aia sul Mar Cinese Meridionale
La sentenza della Corte permanente di arbitrato dell’Aia, che ha respinto le rivendicazioni di proprietà della Cina sul Mar Cinese Meridionale. è un’altra mossa volta ad intrappolare Pechino. È interessante notare che, dopo la sentenza, Japan Times chiedeva a New Delhi “di sottolineare le credenziali di potenza globale responsabile” e mostrare sostegno alla decisione dell’Aja. L’organo di stampa osservava che l’India aveva rilasciato una dichiarazione al momento della sentenza senza nominare la Cina, invitando tutte le parti interessate a “risolvere le controversie con mezzi pacifici senza minacciare o usare la forza ed esercitare l’autocontrollo nelle attività che potrebbero complicare o degenerare le controversie su pace e stabilità“. L’affermazione di New Delhi è particolarmente importante alla luce del comunicato congiunto dei Ministri degli Esteri di India, Cina e Russia del 18 aprile. Il comunicato chiedeva di risolvere le dispute territoriali attraverso negoziati tra le parti interessate ed evitando d'”internazionalizzare” le dispute. “Russia, India e Cina sono impegnate a mantenere l’ordine giuridico nei mari e negli oceani secondo i principi del diritto internazionale, riflettendo in particolare nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS). Tutte le controversie relative dovrebbero essere affrontate tramite negoziati ed accordi tra le parti interessate. A questo proposito, i ministri hanno chiesto il pieno rispetto di tutte le disposizioni dell’UNCLOS, così come della Dichiarazione sulla condotta delle parti nel Mar cinese meridionale (DOC) e delle Linee guida per l’attuazione del DOC“, dichiarava il comunicato. Commentando la questione, Maavak ha sottolineato che per quanto riguarda la controversia sul Mar Cinese Meridionale, New Delhi agirà nello spirito del comunicato. “L’India, come la Cina, si considera una civiltà. Sarebbe visto vergognoso ricorrere all’arbitrato internazionale sui propri confini“, osservava. Sembra che Washington non sia ancora riuscita a inserire un cuneo tra l’India e la Cina. Anche se New Delhi ha i propri interessi nel Mar Cinese Meridionale, non aiuta gli Stati Uniti a pattugliare la regione. “Il governo (indiano) prende tutte le misure per garantire la sicurezza marittima. Tuttavia, attualmente, tali misure non includono il pattugliamento congiunto con Marine straniere, compresa degli Stati Uniti. Alcun colloquio ha avuto luogo con gli Stati Uniti su qualsiasi pattugliamento navale congiunto“, ha detto il Ministro della Difesa indiano Manohar Parrikar in una dichiarazione ufficiale del 26 luglio.

India e ASEAN si preoccupano delle esercitazioni sino-russe nel Mar Cinese Meridionale?
Che dire delle prossime esercitazioni militari sino-russe nella regione ? L’India o altri attori dell’ASEAN le considerano una sfida alla sicurezza marittima? “Nessuno nell’ASEAN presta molta attenzione alle esercitazioni militari congiunte russo-cinesi, così come non presta molta attenzione a molte altre esercitazioni, abbastanza normalo in questa regione e altrove. Gli asiatici, in generale, prestano molta più attenzione ad investimenti e accordi commerciali“, osservava Maavak. “Perché qualsiasi entità, fatta eccezione ai selvaggiamente speculativi media occidentali, si farebbe indebitamente perturbare dalle esercitazioni russo-cinesi? La Cina era offesa o turbata quando tre, non una, esercitazioni militari russo-indiane venivano annunciate da Sputnik il 28 aprile? Erano le esercitazioni Indra-Neva-2016, AviaIndra-2016 e Indra-2016“, ha detto l’analista a Sputnik. Indipendentemente dagli sforzi di Washington per attrarre l’India nella sua duplice politica, New Delhi evita le trappole dell’occidente e continua ad impegnarsi verso i concetti di sovranità, non allineamento e sicurezza regionale.i3RsSiIHjFq0Mathew Maavak è un dottorando in Previsione della sicurezza presso l’Università Teknologi Malaysia (UTM). È collaboratore della CCTV cinese su questioni geostrategiche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come l’IAF dominò i cieli nella guerra di Kargil

Rakesh Krishnan Simha RBTH 26 Luglio 2016

Con i suoi potenti caccia MiG-29 che spazzarono via gli F-16 pakistani, gli aviogetti MiG-21, MiG-27 e Mirage-2000 dell’Indian Air Force poterono devastare impunemente le posizioni militari pakistane nel conflitto del 1999.20060824163942Mig 29 IN FORMATIONL’India fu a pochi minuti dal bombardare il Pakistan il 13 giugno 1999, durante la guerra di Kargil. L’Indian Air Force aveva schierato 16 aerei da caccia, per lo più MiG, per effettuare attacchi in profondità nel territorio nemico. Anche se l’ordine di attraversare la linea di controllo (LoC) nel Kashmir non fu mai dato dalla leadership politica, l’IAF poté infliggere danni considerevoli alle forze pakistane durante le operazioni entro il proprio spazio aereo. L’impiego dell’IAF contro le posizioni dell’esercito pachistano sille cime himalayane di 6000 metri, senza precedenti nella storia della guerra aerea, ottenne tre obiettivi principali: assicurò una rapida vittoria indiana, demoralizzò l’esercito pachistano e mostrò i limiti della deterrenza nucleare. Grazie alla superiorità aerea raggiunta dalla IAF nella guerra, e poi durante il confronto sul confine nel 2002, “la psiche della Pakistan Air Force subì un grave colpo“, dice un rapporto di Strategy Page. Mentre numerosi aerei dell’ IAF parteciparono alla campagna di Kargil, la copertura fu garantita da MiG-29 Fulcrum armati di missili a guida oltre il campo visivo (BVR) svelando la situazione della PAF. “Le analisi di esperti pachistani rivelarono che quando succedeva, la PAF semplicemente si rifiutava di svolgere qualsiasi sostegno all’esercito del Pakistan, facendolo arrabbiare“, dice il rapporto. Fig1-490Mentre i caccia della PAF compivano il Combat Air Patrol (CAP) durante il conflitto, rimanevano nello spazio aereo pakistano. In più occasioni, i MiG-29 della IAF armati con i mortali missili aria-aria BVR R-77 poterono agganciare gli F-16 della PAF costringendoli a disimpegnarsi. In assenza di una minaccia dalla PAF, l’IAF poté compiere numerosi attacchi devastanti sulle posizioni degli infiltrati e le loro linee di rifornimento“. La situazione cambiò poco durante la crisi sul confine tra India e Pakistan nel 2002. Strategy Page aggiunge: “Un esperto militare pakistano osservò che l’incapacità percepita della PAF di difendere lo spazio aereo del Pakistan e anche di poter contrastare l’IAF, fu ciò che convinse i leader del Pakistan che qualsiasi attacco indiano avrebbe comportato un attacco nucleare immediato del Pakistan. Non sarebbe esagerato dire che dopo Kargil e il 2002, la psiche della PAF sia stata devastata”. Nel rapporto “Il potere aereo a 6000 metri: la IAF nella guerra di Kargil“, pubblicato dal Carnegie Endowment for International Peace nel 2012, Benjamin Lambeth spiega dettagliatamente come l’IAF abbia sconfitto esercito e aeronautica del Pakistan: “Durante la campagna, ogni volta che le operazioni di ricognizione o attacco al suolo della IAF erano in corso nella zona di combattimento, il Western Air Command assicurava che MiG-29 o altri caccia fossero in volo sulle aree di pattugliamento aereo operativo sulle zone di combattimento nel lato indiano della LoC, fornendo supporto aereo contro ogni tentativo della PAF d’intervenire nel ruolo di attacco al suolo. Gli F-16 della PAF generalmente si mantenevano alla distanza di sicurezza di 10 – 20 miglia sul lato pakistano della LoC, anche se di tanto in tanto si avvicinavano a meno 8 miglia di distanza dalle operazioni a terra“. Lambeth cita il Maresciallo dell’Aria Vinod Patney, l’allora capo del Western Air Command:Credo che la mia insistenza ad imporre il CAP su tutta (l’area di responsabilità del comando) su diverse altezze e momenti indicasse di essere pronti ad ampliare il conflitto. Fu come gettare un guanto, ma non fu raccolto“. Anche se i caccia dell’IAF non si scontrarono mai con gli F-16 della PAF per via delle limitazioni imposte dal governo di Atal Bihari Vajpayee affinché le forze indiane non attraversassero la LOC, anni dopo il capo della IAF, Anil Tipnis, ricordò di aver “personalmente autorizzato i piloti da caccia della sua scorta ad inseguire qualsiasi aereo pakistano oltre la LoC, nel caso d’inseguimento dopo che i piloti venivano impegnati in combattimento da caccia nemici“.A four aircraft Box Formation flown by Mig-21 FL during a rehearsel ahead of the phasing-out of the iconic fighter jets on Dec 11, 2013.Operazione Vijay
Quando un aereo da ricognizione dell’IAF fu colpito da un missile antiaereo spalleggibile Anza lanciato da un intruso pakistano, l’IAF lanciò l’Operazione Vijay per ripulire le vette himalayane. Nelle prime ore del 26 maggio 1999. sei attacchi in successione per opera di caccia MiG-21, MiG-23 e MiG-27, furono lanciati contro le posizioni degli intrusi, i depositi di materiale e le linee di approvvigionamento nelle zone di Dras, Kargil e Batalik. Lo squadrone di MiG-21bis di Srinagar fu raggiunto da altri squadroni di MiG-21M, MiG-23MLD e MiG-27ML, mentre squadroni addizionali di MiG-21MF e MiG-29 furono schierati a nord di Avantipur. Mentre i MiG-29 tenevano a bada gli F-16, gli altri velivoli dell’IAF effettuavano le sortite a terra.

Guerra di logoramento: come l’IAF disarmò la PAF
Un esempio di Jugaad indiano, o improvvisazione, fu l’uso di cronometri e ricevitori GPS palmari negli abitacoli dei piloti dei MiG-21 privi di sofisticate suite di navigazione di bordo. Secondo Prasun K. Sengupta, in “Mountain Warfare and Tri-Service Operations“, un’altra tecnica innovativa sviluppata dall’IAF nella campagna fu la selezione dei punti d’impatto delle armi in modo da creare frane e valanghe che coprissero le linee di rifornimento degli intrusi. Il Maresciallo dell’Aria Patney disse che uno dei piloti più giovani decise di portarsi una piccola videocamera sul caccia e di filmare l’area interessata in modo che un rapporto della ricognizione fosse a disposizione immediatamente e su ampia scala. In un altro esempio, l’IAF impiegò il MiG-25R, che vola normalmente a 25000metri, a media quota, migliorando la risoluzione delle immagini, qualcosa che i progettisti russi del velivolo non pensavano fosse possibile.KP355-03.0Attacchi laser
Tuttavia, MiG-21, MiG-23 e MiG-27, senza armi moderne, non ebbero un impatto significativo sulle difficilmente rintracciabili posizioni nemiche. I piloti di MiG-23 e MiG-27 compirono bombardamenti in picchiata da manuale, ma tale tattica non era adatta all’atmosfera rarefatta dell’Himalaya. A questo punto, l’IAF introdusse il Mirage-2000H dotato di pod ognitempo per impiegare le bombe a guida laser. Il 24 giugno, 2 Mirage-2000H, nel primo impiego in combattimento di bombe a guida laser dell’IAF, colpirono e distrussero un bunker del comando della Fanteria Leggera del Nord. Secondo Lambeth, “Per tale attacco fondamentale, l’IAF attese che l’accampamento divenisse tale da renderlo strategicamente importante quale bersaglio“. L’IAF affermò alla fine del 1999 di aver causato ben 300 vittime tra i nemici in pochi minuti. L’intercettazione radio dell’intelligence indiana rivelò gravi carenze di razioni, acqua, medicine e munizioni, così come l’incapacità delle unità nemiche occupanti ad evacuare i feriti, scrive DN Ganesh su “Indian Air Force in action“. Come indicato nei manuali dell’USAF, “il potere aereo produce shock fisico e psicologico dominando la quarta dimensione del tempo. Il risultati dello shock sono confusione e disorientamento“. Allo stesso tempo, l’esercito indiano spazzava via le posizioni pakistane con l’artiglieria pesante. La raffica continua di bombe che esplodevano intorno giorno e notte ebbe un effetto devastante sugli intrusi pachistani. L’efficacia delle operazioni dell’IAF può essere misurata dal ministro degli Esteri del Pakistan Sartaj Aziz precipitarsi a New Delhi il 12 giugno, implorando l’India affinché “fermasse gli attacchi aerei“. Non si può essere più disperati di così.

Fine dei giochi
Tuttavia, l’affermazione più significativa sulla guerra fu fatta dal Ministro della Difesa indiano George Fernandes. Nel gennaio 2000 osservò che precipitando la guerra di Kargil, il Pakistan “non aveva capito il vero significato della nuclearizzazione, che può impedire l’uso delle armi nucleari ma non la guerra“.IAF_MiG_27Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Modi a Washington: Perché l’India non diventerà un alleato degli Stati Uniti

Alexander Mercouris, The Duran 13 giugno 2016

Le ultime mosse dell’India non indicano che rompe con i BRICS o aderisca ad un’alleanza degli Stati Uniti contro la Cina. Semplicemente l’India persegue la propria politica tradizionale posizionandosi tra le grandi potenze per trarre il massimo vantaggio per se stessa.

wave_093014115350L’ultima visita del Primo ministro indiano Modi di Washington ha rafforzato i timori che l’India diventi un alleato a pieno titolo degli Stati Uniti. I motivi per pensarlo sono stati abilmente discussi dal collega Andrew Korybko in due pregiati articoli per The Duran. Per chi sia interessato ai dettagli delle reciproche mosse di Stati Uniti e India non ha modo migliore per cominciare che da questi due articoli qui e qui. Però davvero l’India abbandona la tradizionale politica di non allineamento alleandosi con Washington e seppellendo di fatto i BRICS? Non ho alcun dubbio che ciò è creduto da Washington. Sono sicuro che dopo la visita del Primo ministro Modi, la politica estera di Washington sarà occupata a congratularsi per il successo nel staccare l’India da Russia e Cina. I tappi di champagne a Langley e Foggy Bottom senza dubbio volano mentre scrivo, e non ho dubbi che Andrew Korybko abbia riprodotto con assoluta precisione come il gioco sull’India sia visto dalla Beltway. Tuttavia sospetto che a New Delhi le cose appaino piuttosto diverse. Sono abbastanza sicuro che speranze e paure di un’alleanza indiana con gli Stati Uniti siano esagerate. Prima di discutere delle ragioni per dirlo, è necessario capirne il retroterra.
Gran parte della preoccupazione espressa sul flirt del Primo ministro Modi con Washington deriva da un equivoco sul suo passato. C’era l’opinione diffusa su Modi, prima di divenire primo ministro dell’India, che poiché gli Stati Uniti gli negarono il visto per gli Stati Uniti, in qualche modo gli si opponesse, suscitando sorpresa quando si è scoperto che non è ostile agli Stati Uniti, con un pizzico di sensazione di tradimento in certi ambienti. In realtà il rifiuto degli Stati Uniti del visto riflette semplicemente l’ignoranza della politica indiana e la propensione degli Stati Uniti a darsi arie, in questo caso sui disordini settari nel Gujarat del 2002, quando Modi era primo ministro dello Stato, ritenuto dagli Stati Uniti responsabile. L’episodio del visto non dice nulla sulle opinioni attuali di Modi sugli Stati Uniti ed è irrilevante per l’azione da primo ministro dell’India, radicata nelle esigenze, ragioni politiche ed interessi nazionali dell’India. In breve e molto crudamente, la politica indiana dall’indipendenza ha seguito una delle due linee tradizioni: la “socialdemocrazia” laica di sinistra associata al Congresso o il conservatorismo liberista associato a ciò che viene spesso chiamato movimento nazionalista hindutva. Assai in generale, durante la guerra fredda, i politici indiani associati al Congresso tendevano verso Mosca, mentre i politici filo-hindutva tendevano ad essere più in sintonia con Washington. Modi proviene dal nazionalismo hindutva. Salì al potere da leader della destra hindutva del BJP dopo aver sconfitto il Congresso nel 2014, alle elezioni parlamentari, e lui stesso si presenta come seguace del precedente Primo ministro del BJP di tendenza hindutva Atal Bihari Vajpayee, il cui nome Modi aveva ripetutamente invocato nel discorso al Congresso degli Stati Uniti, durante la visita negli Stati Uniti. Le radici hindutva di Modi bastano a spiegarne la preferenza per rapporti più stretti con Washington. Vi sono ragioni pratiche tuttavia che lo spingerebbero a tale deriva, in ogni caso, come nel caso del predecessore del Congresso Manmohan Singh.
La prima sono le nette richieste per un maggiore allineamento con gli Stati Uniti da parte della comunità affaristica apertamente pro-USA incentrata sulla città portuale indiana di Mumbai (Bombay). Costituisce una componente fondamentale della circoscrizione politica di Modi e semplicemente non può ignorarla. La seconda è il desiderio di attirare investimenti dagli Stati Uniti per sostenere il programma di rapida crescita e modernizzazione economica. Questa è la priorità assoluta dell’India fin dall’arrivo di Manmohan Singh al Ministero delle Finanze nel governo del Congresso del 1990, liberalizzando l’economia dell’India. Alla luce di questi fattori, Modi ha effettivamente intrattenuto rapporti con gli Stati Uniti. E’ importante dire comunque che tali rapporti seguono la consolidata tradizione dell’India di cercare buoni rapporti con gli Stati Uniti. Alla fine degli anni ’70, il leader di quello che allora era il partito Janata (l’antenato del BJP), il Primo ministro Morarji Desai, era ampiamente sospettato di aver fornito intelligence sul governo indiano a Washington durante la guerra indo-pakistana del 1971. Vero o no, ci sono prove che Henry Kissinger abbia almeno considerato Morarji Desai una risorsa dell’intelligence degli Stati Uniti (per una discussione approfondita della controversa questione, vedasi il capitolo sulla guerra indo-pakistana del 1971 in The Price of Poewr di Seymour Hersh) e difatti seguì una politica più amichevole verso gli Stati Uniti e il Pakistan di quanto fecero i governi del Congresso del periodo. Atal Bihari Vajpayee, predecessore di Modi a capo del BJP e come Primo ministro indiano, durante il premierato compì i primi passi del presente rapporto USA-India, con la visita nel 2000 del presidente degli Stati Uniti Clinton, la prima in India di un presidente degli Stati Uniti dopo 22 anni. L’evento chiave che creò le attuali relazioni strette tra Stati Uniti ed India, tuttavia, non avvenne con Vajpayee, o addirittura Modi. Si ebbe durante l’ultimo periodo del governo del Congresso, quando l’amministrazione di George W. Bush tentò con decisione e in ultima analisi con successo, tra il 2005 e il 2008, di stringere buoni rapporti con l’India. Il culmine in questo periodo, e chiave di volta del rapporto USA-India acutamente indicato tale da Modi nel discorso al Congresso degli Stati Uniti durante la visita, avvenne nel 2008 con l’accordo nucleare civile India-Stati Uniti dove sostanzialmente gli USA riconoscono l’India grande potenza nucleare. Basti dire che il primo ministro indiano, al momento dell’accordo nucleare civile India-Stati Uniti, non era altri che Manmohan Singh, che qualcuno indica come leale ai BRICS e che rappresentò l’India al vertice di fondazione del gruppo a Ekaterinburg nel 2009. È del tutto naturale che Modi, come Manmohan Singh prima, voglia costruire il rapporto con gli Stati Uniti forgiato durante le premiership di Vajpayee e Manmohan Singh. Così, dopo tutto, forse adempie alle proprie esigenze politiche e agli interessi nazionali dell’India. L’India non ha alcun interesse a farsi nemici gli Stati Uniti, ed è del tutto naturale che voglia trarre il maggior numero di vantaggi dagli Stati Uniti, mantenendo un buon rapporto con essi. Però sul grande gioco strategico, per aver buoni rapporti con gli Stati Uniti, l’India deve allinearsi con Washington contro Pechino e Mosca?
Prima di rispondere è necessario dire qualcosa sulla storia dei rapporti dell’India con Pechino e Mosca. La relazioni dell’India con la Cina dall’indipendenza sono state complesse e difficili. I rapporti dell’India con la Russia dall’indipendenza al contrario sono stati semplici e facili. Cina e India hanno avuto relazioni molto strette negli anni ’50, molto più di oggi. Quando sembrava che i primi ministri dei due Paesi, Zhou Enlai e Jawaharlal Nehru, avessero forgiato una stretta amicizia le relazioni crollarono nel 1960 sul Tibet e le dispute di frontiera, con una breve ma feroce guerra combattuta tra i due Paesi nel 1962, quando la Russia si schierò con l’India, sebbene questa venisse ampiamente sconfitta dalla Cina, che occupò gran parte quello che era in precedenza territorio indiano. Le relazioni tra India e Cina rimasero molto tese fino alla morte di Mao Zedong nel 1976, che al momento avvertirono considerevolmente. Nel primo periodo dei rapporti tesi, la Cina però forgiò un’alleanza con il nemico perenne dell’India, il Pakistan, che continua fino ad oggi e che aggiunge ulteriore conflittualità al rapporto indiano-cinese. Con la Russia invece il rapporto è stato semplice e buono. India e Russia sono amici intimi da quando l’India è indipendente dalla Gran Bretagna (l’ambasciatore indiano Krishna Menon fu l’ultimo visitatore straniero ricevuto da Stalin prima della morte nel 1953). Alla fine degli anni ’60, mentre i rapporti di Mosca con la Cina si deterioravano, Russia e India divennero di fatto alleati contro Cina e Pakistan, con la Russia che forniva all’India cruciali aiuti militari, permettendole la vittoria nella guerra indo-pakistana del 1971. Dal collasso dell’URSS, le relazioni tra Russia e India risultarono ridotte, divenendo inevitabilmente più distanti ma rimanendo assai amichevoli. Data la complessa e difficile storia delle relazioni dell’India con la Cina, e data l’enorme avanzata della potenza cinese dagli anni ’70, e data la riduzione della potenza dell’ex-partner dell’India, la Russia, nello stesso periodo, e considerando che la Russia si sé avvicinata alla Cina alleandovisi, è del tutto comprensibile che l’India voglia assicurarsi rispetto la Cina rafforzando i legami con Washington. L’India sicuramente lo farebbe anche se non ci fossero convincenti ragioni economiche (vedi sopra). Tuttavia, oggettivamente ciò che colpisce è la moderazione dell’India nel perseguire questo obiettivo. Mentre l’India ha certamente seguito la logica del miglioramento delle relazioni con Washington, è stata attenta a mantenere i suoi tradizionalmente buoni rapporti con Mosca, e Manmohan Singh e Modi hanno mantenuto aperti i contatti con la Cina, collaborando con la Cina e la Russia nei BRICS. La ragione per cui l’India ha perseguito questo corso equilibrato è in realtà chiarita dagli articoli di Andrew Korybko. Le aspirazioni dell’India ad essere accettata come grande potenza, in ultima analisi sono incompatibili con la subordinazione a Washington, il rapporto di subordinazione verso gli Stati Uniti è l’unico rapporto che Washington oggi appare capace di forgiare con le altre potenze. Oltre a ciò, l’India non ha più interesse ad avere nemica la Cina come nel caso degli Stati Uniti. La Cina è di gran lunga più potente dell’India che non può sconfiggere militarmente come l’esperienza avrà insegnato, e l’impegno degli Stati Uniti a “difendere” l’India dalla Cina è fatuo. La Cina è anche il maggiore partner commerciale dell’India, e come gli Stati Uniti, è un potenziale investitore cruciale nell’economia indiana. Dal punto di vista dell’India mantenere un rapporto operativo con la Cina è prevalentemente nel suo interesse, anche se per motivi storicamente comprensibili il rapporto con la Cina non può essere privo di conflitti o essere caloroso. Tutto ciò indica il tipo di politica che Modi al momento segue, che fu seguita in precedenza dai due predecessori Vajpayee e Manmohan Singh: buoni rapporti con Washington e Mosca, combinati con una certa diffidenza verso la Cina, ma con la costante volontà di lavorare con essa nell’interesse nazionale dell’India attraverso il gruppo BRICS e le varie altre istituzioni che i cinesi creano. Visto in questo contesto è ora possibile leggere in modo corretto il discorso di Modi al Congresso degli Stati Uniti.
Il discorso conteneva tutti i soliti luoghi comuni amati dagli statunitensi: invocazione della “libertà”, luoghi comuni sulla democrazia statunitense, lusinghieri promemoria di come l’India sia una democrazia, peana in lode delle imprese statunitensi, riferimenti ad Abramo Lincoln, Norman Borlaug, Thoreau, Gandhi, Martin Luther king e Walt Whitman (nel caso di scelte interessanti su cui porre alcune domande) e l’eroica lotta comune al terrorismo islamista. Non ha neanche fatto alcuna promessa agli Stati Uniti. L’intero tenore del discorso è stato un invito agli Stati Uniti a sostenere l’India con niente di sostanziale in cambio. È importante sottolineare che nel discorso non c’è un solo riferimento al trattato di supporto logistico discusso a lungo nei due articoli di Andrew Korybko. Se l’accordo sul supporto logistico può divenire una sorta di onnicomprensivo rapporto militare, come Andrew Korybko scrive, ed è senza dubbio questo che gli Stati Uniti credono, è importante dire che che può avvenire solo se l’India si avvia su quella strada. Per come stanno le cose, è improbabile. Dal punto di vista indiano, l’accordo di supporto logistico va visto per quello che è: una polizza assicurativa che l’India ha stipulato con gli Stati Uniti contro la Cina, cui poter attingere se le relazioni con la Cina si guastassero, ma che l’India in ultima analisi prende in considerazione su pressione degli Stati Uniti, che l’ha offerto gratuitamente all’India. La visita di Modi al Congresso degli Stati Uniti e il suo discorso non sono infatti un’eccezione per i primi ministri indiani che di rito, ormai regolarmente, compiono quando visitano gli Stati Uniti. Discorsi simili furono fatti al Congresso degli Stati Uniti dai precedenti primi ministri indiani Rajiv Gandhi, Atal Bihari Vajpayee e Manmohan Singh. Per Modi, l’intervento va considerato un successo, anche se effettivamente non ha offerto nulla ai congressisti, entusiasti per le lusinghe del suo discorso. Il risultato è che Modi ha lasciato Washington con l’approvazione del Congresso su concessioni commerciali e altre vendite di armi.
Dopo aver ottenuto ciò che voleva da Washington, la successiva mossa di Modi dice tutto ciò che si va conosciuto della vera natura della politica indiana. Al ritorno a New Delhi, dove si spera i dispositivi di ascolto degli USA non potessero sentirlo, la prima cosa che fece fu telefonare al partner dei BRICS, il Presidente russo Putin, presumibilmente su una linea sicura. La breve nota del Cremlino sulla telefonata suggerisce che si prepara un vertice Putin – Modi. Definisce puntualmente le relazioni tra India e Russia come “partnership strategica privilegiata”, bilanciando le parole simili usate a Washington per descrivere il rapporto dell’India con gli Stati Uniti. Anche se non si può sapere esattamente cosa Modi e Putin si siano detti, è estremamente probabile che Modi abbia dato a Putin un resoconto dettagliato della visita negli Stati Uniti e che tale fosse lo scopo della telefonata. E’ anche estremamente probabile che un resoconto completo della conversazione Modi – Putin, forse anche una trascrizione, sia stata inviato dal Cremlino a Pechino e che Modi abbia chiamato con l’intenzione che succedesse. In sintesi, l’azione dell’India verso Washington non è quella di un Paese che si riposiziona da alleato degli Stati Uniti contro gli ex-partner Russia e Cina. Né è un tentativo dell’India di giocare una parte contro l’altra. Piuttosto, va vist per quello che è sicuramente: un’attenta manovra di una grande potenza emergente che cerca il massimo vantaggio nel sistema internazionale sempre più fluido. Russi e cinesi lo capiscono senza dubbio, soprattutto perché, come la telefonata di Modi a Putin dimostra, gli indiani fanno attenzione a tenerli informati su ciò che fanno. Gli Stati Uniti, ossessionati dai loro complessi giochi geopolitici, quasi certamente non capiranno ciò che gli indiani pensano, e neanche se gli Stati Uniti avessero un approccio convenzionale alla politica estera, tale comprensione sarebbe abbastanza facile.
Cosi andò l’ultima volta che gli Stati Uniti cercarono di giocare una grande potenza asiatica emergente contro un rivale. Negli anni ’80 gli Stati Uniti cercarono di giocare la “carta cinese” contro Mosca, ignari del fatto che mentre agiva così, russi e cinesi sistemavano tranquillamente le loro differenze. Gli Stati Uniti fecero una serie di concessioni unilaterali per “conquistare” la Cina, proprio come fanno con l’India ora, tra cui la fatale apertura dei mercati degli Stati Uniti alle merci cinesi. Il resto, come si suol dire, è storia.0e00ea42-92d4-4724-870c-8bd3e8381566Wallpaper2Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché l’India deve accelerare sul PAK-FA

Rakesh Krishnan Simha RBTH 10 giugno 20166764870305_2d001e6833_oCon due distinti aerei stealth cinesi in produzione, l’Indian Air Force deve concentrare l’attenzione sulla rapida acquisizione di una propria flotta stealth.

Con la Cina che ha completato i test di volo dei suoi caccia stealth iniziandone la produzione in serie, l’India deve mostrare urgenza nell’acquisire il caccia stealth PAK-FA. L’avanzato aviogetto cinese J-20 è all’ottavo prototipo e, dopo i test di volo, è pronto per la produzione in serie. L’altro caccia stealth, più piccolo, il J-31 progettato per l’esportazione verso clienti come il Pakistan, è anch’esso pronto a decollare. Nell’ultimo rapporto al Congresso degli Stati Uniti, il dipartimento della Difesa dice che questi aerei di quinta generazione “potrebbero entrare in servizio entro il 2018” ed avverte che i nuovi stealth potranno consentire all’Aeronautica dell’Esercito di Liberazione Popolare (PLAAF) di dominare i cieli regionali. Il rapporto del Pentagono del maggio 2016, dal titolo ‘Sviluppi militari e sicurezza della Repubblica popolare cinese’, dice: “La Cina cerca di sviluppare questi velivoli avanzati per migliorare le capacità di proiezione di potenza regionale e per rafforzare la capacità di colpire basi aeree e strutture regionali. La PLAAF ha osservato l’impiego dei militari esteri di aerei stealth e considera questa tecnologia basilare per trasformare la propria aeronautica da prevalentemente territoriale a capace di operazioni offensive e difensive. I leader della PLAAF credono che gli aerei stealth daranno un vantaggio operativo offensivo negando all’avversario il tempo di mobilitare e attuare operazioni difensive“. Sulla base degli ultimi prototipi, il Pentagono dice che questi caccia hanno “alta manovrabilità, bassa osservabilità e vani interni per le armi“. Inoltre, entrambi i velivoli hanno radar avanzati per ricerca, puntamento e protezione dalle contromisure elettroniche nemiche. Il rapporto non dice se il J-31 sarà esclusivamente destinato all’esportazione, ma sembra probabile che lo stealth più piccolo sia progettato, come l’F-35 statunitense, pensando all’esportazione. Essendo il Pakistan è un test di mercato per la Cina, la Pakistan Air Force (PAF) potrebbe essere il primo cliente straniero del J-31. A dire il vero, l’economia pakistana quasi fallimentare non potrà i permettersi questi aviogetti costosi. Ma la Cina, fornitrice affidabile di armi a basso costo del Pakistan, potrebbe fornire il J-31 a prezzo di costo. In alternativa, Islamabad potrebbe ricevere sovvenzioni da Stati Uniti o Arabia Saudita. In un modo o nell’altro, la PAF otterrà lo J-31. Ancora più importante, l’Indian Air Force (IAF) non deve cedere la posizione di leadership regionale. Negli anni ’60 e ’70 il Pakistan, spalla più o meno fedele degli USA, ricevette i più avanzati caccia a reazione degli Stati Uniti come F-86 Sabre, F-104 Starfighter e F-16 Fighting Falcon. Ma il pendolo della superiorità aerea oscillò verso l’IAF con l’arrivo del caccia multiruolo russo MiG-29 nel 1985 e del Sukhoj Su-30MKI nel 1997. Anche un singolo squadrone stealth di circa 14 aviogetti,potrebbe dare alla PAF un vantaggio psicologico ed anche por termine a 31 anni di dominio della IAF per gli aviogetti più avanzati della regione. E’ in tale contesto che l’India deve accelerare sul PAK-FA.j31-01Muta l’attenzione
Da alcuni anni l’IAF si è concentrata sull’aereo da combattimento multiruolo medio (MMRCA). In meno di un decennio il programma passava da 10 miliardi ad almeno 20 miliardi di dollari per 126 aerei. Nella bagarre per i fondi per l’MMRCA, l’IAF si dimostrò scontenta verso il PAK-FA. L’IAF lamentava una costruzione apparentemente sciatta, motori inadeguati e radar insufficiente. E’ un mistero il motivo per cui i vertici dell’IAF abbiano rottamato il proprio futuro caccia stealth, soprattutto considerato unica alternativa all’F-35 statunitense afflitto da problemi di costo e prestazioni. Ma ora che un ex-comandante dell’IAF è sotto inchiesta per aver preso tangenti dal colosso della difesa italiana Finmeccanica, si apprende come tali lamentele fossero politicamente motivate. Chiaramente, c’era una lobby che lavorava contro lo stealth russo a scapito della prontezza al combattimento dell’IAF.

Cambio dei piani della Russia
Nel 2012 l’India ridusse l’ordine da 200 a 144 aerei mentre la Cina pianifica una flotta aeronautica di 2300 caccia e bombardieri, secondo il rapporto del Pentagono). Tre anni dopo la Russia annunciava che avrebbe acquistato un solo squadrone di PAK-FA, molto meno dei 250 stealth previsti in precedenza. Mentre l’IAF certamente sembra spaventata, c’è una buona ragione per cui Mosca fa marcia indietro sul suo aviogetto iù avanzato. L’Aeronautica russa si procurerà altri Sukhoj Su-35, aerei con alcune caratteristiche stealth. Il Su-35 viene anche lanciato come killer di stealth. Nel luglio 2008, in un duello simulato dell’attacco di Su-35 russi contro una flotta di intercettori statunitensi F-22, F/A-18 Super Hornet e F-35 Joint Strike Fighter, gli F-35 furono “bastonati come cuccioli di foca” dall’aviogetto russo. L’esercitazione fu condotta presso la base aerea Hickam dell’US Air Force, nelle Hawaii. Al contrario, l’India non ha la possibilità di avere il Su-35, che tra l’altro è stato ordinato dalla Cina come caccia di ripiego finché gli squadroni furtivi della PLAAF saranno completati. Mentre l’IAF ha quasi 300 Sukhoj, rimanendo una forza potente ed abissalmente superiore alla flotta della PAF, sarebbe imbarazzante per l’India se i pakistani acquisissero un caccia stealth prima dell’India.

Progressi significativi
Mentre gli aviogetti cinesi presto usciranno dalle linee di montaggio, i russi non sono rimasti fermi. E il Ministero della Difesa della Russia annunciava nei primi mesi del 2016 che il nuovo aereo sarà adottato dall’Aeronautica russa nel 2017. Il Janes Defence Weekly riporta che nell’aprile 2016 il Sukhoj PAK-FA ha condotto lanci di munizioni dai vani interni per la prima volta. L’armamento include 2 missili da crociera Kh-31, 2 missili aria-aria R-73 e 6 bombe da 250 kg. L’armamento futuro includerà l’avanzato missile da crociera Kh-74M2, il missile antiradar Kh-58UShK e il missile antinave Kh-35UE. Vi sono stati anche cambiamenti significativi nella struttura della cellula. Il PAK-FA ha diversi vantaggi rispetto agli attuali stealth. Ad esempio, con 2440km/h è più veloce degli aeromobili statunitensi e cinesi, ed ha anche un enorme vantaggio nella resistenza, avendo un raggio di azione di 5500 km, superiore ai 3400 km dell’F-22 statunitense. Il radar del jet russo permette di individuare minacce fino a 400 km di distanza, rispetto ai 210 km dell’F-22.

Ritorno sul tavolo
Nel febbraio 2016, dopo quasi un anno, India e Russia riprendono i colloqui sul PAK-FA, con una delegazione russa di alto livello che arriva a New Delhi per “negoziare sui costi”. L’India, che ha già pompato circa 290 milioni di dollari, media un nuovo accordo con cui Nuova Delhi verserà 3,7 miliardi di dollari invece di 6 per il know-how tecnologico e 3 prototipi del caccia PAK-FA. Mentre l’India sembra essersi svegliata sulla realtà della guerra furtiva nella regione, spetta ai russi concludere i test ed iniziare la produzione in serie. Inoltre, il ritmo di lavoro deve accelerare il più possibile da parte indiana, integrando, come nel Su-30MKI, avionica indiana e occidentale sulla cellula russa. Una rapida adozione dall’IAF si tradurrebbe in vantaggi per l’industria aerospaziale indiana. Gli scienziati nazionali possono studiare l’aereo russo ed incorporarne le caratteristiche nel futuro caccia stealth dell’India.fgfa_nausena_naval_variant__by_arkem8-d63xh8lTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’India snobba l’ammiraglio statunitense

MK Bhadrakumar Indian Punchline 6 marzo 2016

Il geniale Ammiraglio Harry Harris

Il geniale Ammiraglio Harry Harris

Secondo Delhi, gli statunitensi in conversazioni private con interlocutori indiani, degli opinionisti, erano irritati dal Ministro della Difesa Manohar Parrikar, proprio come lo erano con AK Antony dell’UPA. Il loro risentimento è lo stesso, Parrikar è “lento” nel processo decisionale. Washington spera che il suo segretario alla Difesa Ashton Carter visiti Delhi il mese prossimo, per poter concludere un paio di accordi sulle armi da miliardi di armi di dollari, sperando inoltre che il Ministero degli Esteri in qualche modo concluda positivamente l’accordo di supporto logistico (LSA). Un alto funzionario del Pentagono ha detto in una audizione al Congresso degli USA la scorsa settimana che lo LSA è finalmente in vista. Il LSA è particolarmente urgente dato che si raccolgono tempeste all’orizzonte dell’Asia occidentale e i cani della guerra tendono il guinzaglio. La Russia dirige la portaerei pesante Admiral Kuznetsov nel Mediterraneo per guidarvi la flotta schierato. (Qui).
La promozione delle armi e l’incoraggiamento della sinofobia vanno di pari passo nella diplomazia degli Stati Uniti, rafforzandosi a vicenda. Così, vediamo una rinnovata spinta a far salire l’India a bordo della strategia del riequilibrio in Asia degli Stati Uniti. Per gli Stati Uniti, un’intesa USA-India contro la Cina funzionerebbe bene in quanto avrebbe un impatto inevitabilmente sulla normalizzazione sino-indiana. Così, ultimamente, i funzionari del Pentagono spargono storie sui media secondo cui Stati Uniti e India progettano ‘pattugliamenti congiunti’ nelle acque contese nel Mar Cinese Meridionale, che la Cina rivendica come proprio territorio sovrano. (Vedasi Ufficiale del Pentagono s’intromette nei legami tra India e Cina). A dire il vero, è stata una prestazione magistrale del comandante degli USA nel Pacifico, Ammiraglio Harry Harris, in una conferenza sponsorizzata dal Ministero degli Esteri a Delhi la scorsa settimana, quando si allargava definendo ambito e nome all’idea dei ‘pattugliamenti congiunti’ USA-India nel Mar Cinese Meridionale. Harris ha detto (in presenza di alti funzionari del Ministero degli Esteri indiano e di un alto diplomatico cinese), “In un futuro non troppo lontano, le navi statunitensi e indiane che navigano insieme saranno una fatto comune e ben accolto nelle acque dell’Indo-Asia-Pacifico“. Le spacconate sono tradizionalmente la metà della diplomazia degli Stati Uniti, e gli statunitensi sanno come creare illusioni innescando false percezioni consentendogli di pescare nel torbido. Ma poi l’Ammiraglio Harris è stato colpito in settimana da un razzo sparato da Delhi. Significativamente, è stato l’indeciso, letargico e lento Ministro della Difesa indiano che ha ridimensionato la visione Harris. Parrikar ha detto: “Ad oggi l’India non prende parte a pattugliamenti congiunti ma parteciperà ad esercitazioni congiunte. Quindi il problema dei pattugliamenti congiunti in questo momento non si pone. Non rispondo a ciò che l’ammiraglio degli gli Stati Uniti ha detto. Il nostro punto di vista verrà dato quando ne considereremo ogni aspetto da parte nostra”. (Qui). Parrikar ha anche parlato del LSA: “E’ un beneficio per la nazione su vari aspetti. Abbiamo sicuramente detto che il nostro governo è molto attivo su quasi tutto. Non ci piace ritardare inutilmente le cose. Quindi, facciamo un lavoro corretto, e vi sono discussioni su molte cose“. Una delle cose buone della globalizzazione è che la parola viaggia molto veloce, no? Parrikar sembra sapere che “ritarda inutilmente le cose”.
E’ comprensibile che gli statunitensi spingano l’India a farli entrare dal cancello del ‘Make in India’. Ma non vogliono separarsi dalla loro tecnologia, volendo che l’India continui a comprarla spingendo il governo a prendere decisioni affrettate. Da qui la campagna diffamatoria contro certi funzionari che seguono la loro strada, prima Antony e ora Parrikar. Perfino un neo-segretario congiunto o una segretaria supplementare al MoD finiscono prontamente sotto intenso scrutinio degli statunitensi, per vedere se il loro DNA supporta venditori di armi e loro intermediari (per reciproco vantaggio, naturalmente).

Il Ministro della Difesa indiano Manohar Parrikar

Il Ministro della Difesa indiano Manohar Parrikar

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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