Il Generale nominato a capo dell’US Central Command si oppone alla No-Fly Zone in Siria

Matthew Cox Military 9 marzo 2016

Il Generale Joseph Votel e il Tenente-Generale Raymond Thomas III

Il Generale Joseph Votel e il Tenente-Generale Raymond Thomas III

Il Generale Joseph Votel, nominato a capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, aveva detto ai legislatori che non sostiene l’istituzione della no-fly zone per proteggere i profughi siriani. Votel, comandante uscente dell’US Special Operations Command, testimoniava il 9 marzo in un’udienza di conferma alla Commissione Forze Armate del Senato degli USA. Anche il Tenente-Generale Raymond Thomas testimoniava all’udienza per la nomina a prossimo comandante del SOCOM. Il senatore John McCain, repubblicano dell’Arizona e presidente della commissione, chiese a Votel se sostenesse che l’US Air Force protegga i rifugiati siriani in fuga dal Paese devastato dalla guerra.
Lei crede che dovremmo avere una no-fly zone in modo che i rifugiati abbiano dove andare oltre l’ Europa dove in sostanza vengono ghettizzati mentre parliamo?” chiese il senatore. McCain è un vecchio sostenitore della no-fly zone su parte della Siria.
Votel, che chiese la possibilità di spiegarsi, aveva risposto, “Signor Presidente, a malincuore la mia risposta è no. Prima di tutto, condivido la vostra preoccupazione e la preoccupazione della commissione per il disastro umanitario sul posto. Detto questo, avendo visto le opzioni possibili, devo dare uno sguardo completo per valutare le garanzie che si raggiungano le condizioni veramente desiderare e se confermate m’impegno a farlo“.
McCain chiese: “Qual è il suo problema con la no-fly zone?
Signor Presidente, non ho problemi con la no-fly zone“, rispose Votel.
McCain continuava, “pensa che le cose vadano bene negli ultimi quattro anni, soprattutto per sui rifugiati?
Votel: “No Signor Presidente, non credo che vadano bene“.
McCain, “Quindi non pensa che potrebbe essere un’idea dare a un luogo a questi profughi, oltre ad impilarli in posti come la Grecia e altri. Non pensa che potrebbe essere bello poter dire a un siriano, ‘può andare da qualche parte e non essere bombardato dalle bombe-barile?’
Votel, “lo vorrei Signor Presidente“.
E pensa che gli Stati Uniti d’America possano creare e far rispettare una no-fly zone?” chiese McCain.
Credo che possiamo“, rispose Votel.
McCain non fece altre domande e Votel non cambiò la risposta originale sul non sostenere la no-fly zone. Il senatore chiariva nella dichiarazione di apertura che “la nostra nazione ha disperato bisogno di una leadership strategica netta. Dobbiamo avere il coraggio di dire la verità al potere, e di chiedere risorse e autorità di cui avete bisogno, non solo ciò che si pensa l’amministrazione permetta. Lo dovete promettere a questa commissione“, diceva McCain.
Diversi legislatori chiesero se Votel sostiene la rivalutazione del piano per ridurre le forze degli USA in Afghanistan da 9800 a 5500 dal 1° gennaio, data la maggiore attività dei taliban. Votel conveniva che tale riesame sia necessario e sosteneva una strategia del “ritiro condizionato”.
I legislatori recentemente avevano espresso preoccupazione per il numero significativo di militanti affiliati allo Stato Islamico dell’Iraq e Levante, o SIIL, diffusisi in Paesi del Nord Africa come la Libia. McCain chiese a Thomas se supporta l’invio di forze speciali in quelle aree. “Mi sembra che ciò necessiti di una maggiore presenza di forze speciali sul terreno, soprattutto in un Paese come la Libia“, aveva detto il senatore. Thomas ne convenne.
Signor Presidente, sono d’accordo con la vostra valutazione che quella particolare parte di spazio non governato richieda potenzialmente la soluzione unica delle operazioni speciali e cerchiamo di dare queste opzioni alla catena di comando“, aveva detto Thomas. McCain chiese come le forze speciali verebbero utilizzate in tale operazione.
Signor Presidente, credo che alla fine non potremo, a meno che non ci sia qualche riforma del governo locale“, rispose Thomas. “E’ assolutamente non governato, oggi, anche se vi è un notevole progresso delle iniziative diplomatiche, quindi penso che il ruolo primario… del nostro approccio con le operazioni speciali sarebbe identificare le organizzazioni con cui possiamo collaborare, potendo fornire l’apparato di sicurezza affiliato al futuro governo della Libia“.
Ma vi sono gruppi organizzati con cui si potrebbero compiere operazioni in Libia?” chiese McCain.
Sì Presidente. Abbiamo già individuato alcune organizzazioni con cui speriamo di lavorare in futuro“, aveva detto Thomas.
I membri del Comitato apparvero molto favorevoli alle candidature, ma non vi fu alcuna discussione di quando il comitato possa votare la conferma di Votel e Thomas ai nuovi incarichi.

Il Generale Votel

Il Generale Votel

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Vertici e Grande Strategia Geo-economica della Russia (II)

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 7 settembre 2015North_South_Transport_Corridor_NSTCVerso sud
Questa è la futura fase economica che la Russia prepara, essenzialmente la piena attivazione della politica networkcentrica multipolare costantemente avanzata con il meccanismo sovranazionale dell’Unione Eurasiatica. L’idea generale è la Russia che sposta l’attenzione economica verso sud dopo il bilanciamento riuscito con le partnership orientali e occidentali, e tutto sommato si tratta di tre specifici spazi economici: Medio Oriente, Asia meridionale e Sud-Est asiatico. Una reale connessione economica con le regioni richiede la creazione di tre corridoi commerciali longitudinali perpendicolari (e nei punti chiave, intersecanti) con la rotta latitudinale della Via della Seta. Le iniziative della Russia non hanno la profonda eredità storica della Cina, ma ciò nonostante sono strategicamente più innovative e dal forte impatto geopolitico.

Linea Levantina: La più occidentale delle tre rotte commerciali a sud della Russia correrà lungo il Mediterraneo orientale, in particolare collegando le economie turca, siriana ed egiziana. Questi tre governi sono partner dei russi, anche se in misura diversa e in ambiti diversi, con la Siria epitome delle relazioni strategiche a pieno spettro. La spina dorsale di questo corridoio si trova nella flotta mercantile russa del Mar Nero, che avrà un risveglio patriottico dalla riunificazione della Crimea. Di conseguenza, sarà un dispositivo chiave dell’interconnessione agevolante il commercio regionale con ciascuno dei tre Stati, con una ricaduta economica che comporterà relazioni economiche avanzate con Libano e Israele. Dato il posizionamento costiero (Siria, Libano, Israele) i tre Stati del Levante potrebbero anche fungere da porte economiche multidirezionali nel commercio arabo, in particolare con Giordania e Iraq esclusi dai mari. Questo concetto riguarda la seconda condizione dell’idea chiave del gasdotto dell’Amicizia Iran-Iraq-Siria che dovrebbe inviare il gas dal Golfo Persico al mercato dell’UE, ma tragicamente sabotato dai gelosi Stati del Golfo e dai loro protettori statunitensi con la guerra in Siria. Perciò, con la potenza egemone araba, Arabia Saudita, cui la Russia rapidamente avvicina, il commercio potrebbe essere agevolato tramite i due canali di Suez in Egitto, rendendo lo Stato leader del Nord Africa l’intermediario delle relazioni russo-saudite.

Corridoio Nord-Sud: Dal nome appropriato Corridoio Nord-Sud è un importante rotta già in fase di sviluppo tra Russia, Iran e India. L’idea generale è collegare le città portuali dell’India a quella iraniana di Bandar Abbas e quindi via terra Caspio e Astrakhan in Russia. Mentre questo è il percorso ufficiale attuale, vi sono due alternative che potrebbero essere usate. Una è la creazione di una via ferroviaria attraverso Azerbaigian direttamente in Russia, eliminando lo snodo del Caspio, risparmiando così non solo distanze ma anche tempo e risorse che verrebbero spesi caricando e scarico merci prima e dopo il viaggio nel Caspio. La seconda possibilità per le merci è collegarsi con la ferrovia trans-caspica da Bandar Abbas, recentemente inaugurata, tra Iran, Turkmenistan e Kazakistan. A sua volta collegando direttamente la Russia anche s’è un modo indiretto di spedire le merci indiane in Russia. Tuttavia, le tre proposte sono compatibili e possono esistere indipendentemente o assieme, il che significa che con ogni probabilità almeno uno di questi tre percorsi diverrà operativo, se non tutti con il tempo. Inoltre, la creazione di reti logistiche russe nell’Iran potrebbe anche aprire la possibilità di scambi commerciali con i Paesi del Golfo Persico (i satelliti sauditi). Va sottolineato, però, che tutto dipende dalla continua buona volontà politica tra Russia e Iran, che pur avendo molto da offrire potrebbe anche essere drasticamente deviata dagli intrighi geopolitici statunitensi.

Arco Marittimo Asiatico: L’ultima via commerciale Nord-Sud che la Russia vuole avviare collega Vladivostok al blocco commerciale dell’ASEAN sfruttando il Vietnam, Paese associato all’accordo di libero scambio con l’Unione eurasiatica, quale ancoraggio per l’ingresso nella regione. Questa rotta prende il nome estendendosi lungo l’arco di Mar del Giappone, Mar Cinese Orientale e Mar Cinese Meridionale, e la sua vitalità dipende direttamente dal successo del Pivot verso l’Asia della Russia e dal compimento dei piani di sviluppo dell’Estremo Oriente. Come è stato detto, il Vietnam è il Paese che collega la Russia all’ASEAN, ma non è affatto l’unico Stato partner eurasiatico nella regione. La Russia può utilizzare la sua relazione con il Vietnam per accelerare commercio ed investimenti con il Laos, approfittando acutamente di una scappatoia legale economica per acquisirne de facto i privilegi di libero scambio fino alla firma di un accordo formale. Questo piccolo Paese, ma ricco di minerali, è anche importante dal punto di vista strategico, confinando direttamente con tutti gli altri Stati continentali dell’ASEAN e può quindi fungere da polo logistico per gli scambi con tutti essi (e tra le imprese russe e la Cina tramite la ferrovia ad alta velocità prevista nel Paese). Oltre al Vietnam, la Russia ha un altro partner diretto nell’Arco Marittimo Asiatico che opera come il Vietnam, ed è la Thailandia. La Russia aveva indicato di aspettarsi che la Thailandia faccia domanda per un accordo di libero scambio con l’Unione Eurasiatica entro la fine dell’anno, e se attuata, darebbe una spinta ulteriore al Pivot di Mosca in Asia contribuendo a porre il quadro di un accordo di libero scambio pan-ASEAN in futuro (o almeno un precursore con uno degli aderenti sulla terraferma). Sulle opportunità di una connettività regionale della Thailandia, il Paese è la destinazione ultima della prevista autostrada dall’India all’ASEAN che dovrebbe inaugurarsi a novembre. A condizione che il Myanmar non degeneri di nuovo in una guerra civile, allora il corridoio sarà fondamentale per trasportare ricchezze naturali e beni a basso costo prodotti in Thailandia, dove potranno essere spediti direttamente a Vladivostok e poi attraverso la ferrovia trans-siberiana nel resto della Russia. Al lettore va ricordato quanto la Russia programmi di avvicinarsi al Myanmar dato che non solo le parti hanno firmano un accordo sul nucleare al SPIEF, ma il vicepresidente dello Stato del sud-est asiatico era un oratore importante al fianco del Presidente Putin, durante l’evento.
Nel quadro più ampio, la Russia cerca quindi di accelerare i legami economici con i membri continentali dell’ASEAN, sperando poi di farne il trampolino di lancio per entrare nel molto più grande mercato indonesiano. Allo stesso modo, questa politica è applicabile anche agli altri Stati insulari di Malaysia, Singapore e Filippine, laddove la Russia ha scarsi legami economici. Questo potrebbe ovviamente cambiare, tuttavia, se le aziende russe in Vietnam e Thailandia, per esempio, prendessero l’iniziativa seguendo diverse forme di sensibilizzazione economica presso gli Stati, gettando le basi per un rapporto solido in futuro. Per raggiungere l’apice istituzionale Russia-ASEAN, un accordo di libero scambio va stipulato e la probabilità che ciò accada aumenta notevolmente con gli accordi di libero scambio tra Stato e Stato che i russi siglano (in questo momento con il Vietnam e forse in futuro con Thailandia, Laos e anche Myanmar). Una strategia potrebbe essere stringere tali accordi con tutti i membri continentali prima, e poi fare pressione sulle controparti insulari, in modo che tutti aderiscano all’accordo di libero scambio con l’Unione Eurasiatica nell’ambito di un’ASEAN unificata.highway-mainOltre l’Eurasia
I piani economici della Russia sono globali e quindi comportano una componente africana e una latino-americana, anche se questi non hanno ovviamente priorità o potenziale immediato quanto le rotte eurasiatiche meridionali. Tuttavia, presentano alcune interessanti possibilità di riflettere e fornire qualche indicazione su ciò che gli osservatori possono vedere in futuro misurando i progressi su queste direttrici interessanti.

Africa: La Russia ha attualmente tre opportunità per agevolare il commercio non correlato alle risorse con l’Africa, il cui primo è l’ampliamento della linea levantina attraverso i canali di Suez diretta verso la costa occidentale del Mar Rosso, cioè Gibuti (e tangenzialmente Etiopia). Qui la Russia detiene il maggiore potenziale nell’avviare una negoziazione regionale nel continente, essendo non solo conveniente geograficamente, ma anche politicamente, avendo la Cina stretti rapporti con Gibuti ed Etiopia (quest’ultima ex-alleata sovietica e terza economia in più rapida crescita del mondo) sono anche utili. Logisticamente parlando, aiuta anche che la Cina abbia appena costruito la ferrovia dal porto di Gibuti alla capitale etiope Addis Abeba, il che significa che la Russia potrebbe ovviamente utilizzare questa ‘Via della Seta africana’ migliorando le proprie relazioni economiche con la regione e aggiungendo profondità strategica al progetto per la diversificazione economica dall’occidente. La seconda possibilità per la Russia è capitalizzare dal rapporto energetico (convenzionale e nucleari) con la Nigeria penetrando l’economia reale della regione, e in caso di successo, utilizzare la rotta Atlantico-Mediterraneo-Mar Nero per il traffico delle merci. Sarebbe molto più efficiente inviarle attraverso il Sahara sulle coste mediterranee, tuttavia tra tre anni, dopo che la via trans-sahariana sarà completata, potrà farlo. Lungo la stessa linea di pensiero c’è anche la possibilità di un’autostrada N’Djamena (capitale del Ciad) -Tripoli (nella più ampia autostrada Tripoli-Windhoek), ma due grandi ostacoli impediscono alla Nigeria d’utilizzare questa rotta, Boko Haram e il caos in Libia. Allo stesso modo, la prevista autostrada N’djamena – Gibuti deve ancora essere costruita, ma anche se completata, Boko Haram e un eventuale riemergere della guerra secessionista del Darfur potrebbe renderla inutile nel prossimo futuro. Il terzo itinerario proposto per collegare le economie dell’Africa occidentale in generale alla Russia è attraverso la rotta del Mar del Nord, per cui è previsto che le navi dirette a oriente potrebbero seguire le coste artiche della Russia trasportando merci. Mentre questo è certamente possibile, in teoria, la rotta va ancora creata e attivata, e poi la Russia ha bisogno di strutture portuali appropriate nel Nord e di reti logistiche verso sud attive, per attuare tale piano. Così, dato questo ragionamento economico ed altri, la Russia ha dichiarato lo sviluppo della parte settentrionale del Paese obiettivo prioritario simile a quelli in Estremo Oriente. Pertanto, non è una via commerciale affidabile, nel breve termine, ma potrebbe certamente rivoluzionare le relazioni economiche russo-occidentali in futuro, a condizione che sia adeguatamente utilizzata da entrambe le parti, vi sia consapevolezza della sua esistenza e volontà di condurvi affari.

America Latina: Le prospettive di un’accelerazione dei legami commerciali russo-latinoamericani sono molto forti, ma dipendono dal completamento dei grandi progetti infrastrutturali come il canale Trans-Oceanico del Nicaragua. Questo progetto finanziato dai cinesi aprirà una rotta sottratta all’influenza statunitense tra Caraibi e Pacifico, a sua volta consentendo un maggior flusso commerciale latinoamericano-cinese e latinoamericano-russo (per non parlare delle conseguenze militari regionali della presenza cinese e russa). Se le esportazioni brasiliane e di altre nazioni seguiranno questa rotta verso la Russia, ovviamente arriveranno a Vladivostok, ancora una volta sottolineando l’importanza geostrategica di questa città e del suo sviluppo nel grande pensiero russo. Un’altra opportunità sarebbe la Russia che impiega la Via della Seta sudamericana dal Perù al Brasile accedendo dal Pacifico al più grande mercato del continente. Questo piano ha appena cominciando a materializzarsi e ci vorrà tempo per attuarlo, a condizione, naturalmente, che non sia influenzato da uno degli scenari già descritti. Mentre la Russia non ha il controllo diretto sul completamento di questi due grandi progetti, certamente ha un rilevante interesse economico nel loro successo, in quanto non solo le darebbero una presenza economica trans-emisferica (e quindi globale), ma completerebbero anche la funzione strategica prevista di Vladivostok, divenendo uno dei principali centri di scambio non-occidentali della Russia.

Conclusioni
La portata economica della Russia comincia a recuperare il ritardo con la politica, dato che il Paese rapidamente torna a un approccio pan-eurasiatica con conseguenti ambizioni globali (dall’Africa all’America latina). Basato su cui ciò è stato costruito negli ultimi dieci anni, è evidente con la serie di vertici e forum che il Paese ha appena ospitato, il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, il vertice BRICS e il vertice SCO, e l’Eastern Economic Forum, che offrono la prova concreta dei piani della Russia per integrare la propria economia a quella degli omologhi del Nord dell’Eurasia (UE, Asia centrale e Asia orientale). Ciò è solo la prima metà della strategia supercontinentale però, che alla fine prevede una prossima direzione a sud, verso le economie di Medio Oriente, sud-est asiatico e ASEAN. L’Unione economica eurasiatica è il meccanismo principale per attuare quest’ultimo obiettivo, e sarebbe assai facilitato con la formalizzazione di una vasta serie di accordi di libero scambio con Stati presenti in queste regioni strategiche. Infine, pur non essendo un obiettivo prioritario oggi, la Russia ha la possibilità di costruire forti partenariati economici con i Paesi africani e latino-americani, anche se la realizzazione di ciò probabilmente avrà luogo dopo le prime due fasi (integrazione nord-eurasiatica e passaggio a sud ) raggiungendo la maturità economica. Quando si guarda il quadro d’insieme dei processi combinati attualmente in corso nella strategia geo-economica della Russia, è evidente che il Paese è tutt’altro che isolato e che oggi ha le migliori possibilità nella storia per integrarsi con il resto del mondo.600x400_1370495648_canal 2Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Verso una nuova strategia militare della Russia in America Latina?

Eugene Bai, RBTH 18 febbraio 2015

La visita di Shojgu a Cuba, Venezuela e Nicaragua si è concentrata non solo sui contratti militari. Ha una dimensione geopolitica, in particolare il ruolo della Russia nella costruzione del canale del Nicaragua, un progetto guidato dalla Cina che mira a competere con il canale di Panama.

00-shoigu-in-cuba-15-02-15Lo stesso giorno in cui il Quartetto di Normandia s’incontrava per concordare un piano di pace in Ucraina orientale, il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu iniziava una visita ufficiale in tre Paesi dell’America Latina: Venezuela, Nicaragua e Cuba. Come previsto, gli esperti russi hanno spiegato rapidamente la visita come “risposta alle azioni degli Stati Uniti“, che avvicinano le loro basi al confine con la Russia. “In effetti, rappresenta l’attuazione del contenimento nucleare, descritto nella dottrina militare della Russia“, ha detto Leonid Ivashov, esperto militare e presidente del Centro per gli argomenti di analisi geopolitiche. “Ciò che vi viene schierato (nei Paesi visitati da Shoigu), navi, aerei e attrezzature radar, dipende da accordi specifici“. Aleksej Fenenko, dell’Istituto di Sicurezza Internazionale, condivide la visione di Ivashov e crede che la visita di Shojgu in America Latina abbia lo scopo di “cercare d’innervosire gli Stati Uniti”. “Va notato che non appena gli Stati Uniti si sono attivati nella Comunità degli Stati Indipendenti (le repubbliche ex-sovietiche), ci siamo diretti in America Latina”, dice. “Dopo la guerra dei cinque giorni con la Georgia nel 2008, nel dicembre dello stesso anno Nicaragua e Russia negoziavano sulla cooperazione spaziale e la vendita di missili terra-aria nella regione aumentava“. Le trattative di Shojgu in Venezuela, Nicaragua e Cuba si sono svolte a porte chiuse. Secondo le dichiarazioni ufficiali riguardavano cooperazione militare e tecnico-militare, ma non sono stati resi noti i dettagli. La domanda è perché il Ministro della Difesa russo doveva compiere questa visita quando le autorità militari e politiche del Paese sono pienamente coinvolte nel conflitto nel sud-est dell’Ucraina.

Gli obiettivi di Shojgu in Venezuela
I tre Paesi visitati dal Ministro hanno importanti e forti legami storici con la Russia. Negli ultimi cinque anni, solo il Venezuela ha ricevuto da Mosca 24 Su-30, 100000 fucili Kalashnikov, 92 carri armati T-72, elicotteri e armi antiaeree. Questo arsenale richiede una manutenzione costante, che viene effettuata da esperti russi stabilitisi o in visita nel Paese latinoamericano. Tuttavia vi sono due controparti: gli accordi per la vendita di tante armi furono firmati dal Presidente Hugo Chavez quando i prezzi del petrolio erano alti, e in secondo luogo, la maggior parte è acquistata a credito e deve ancora essere pagata. Ora che i prezzi del petrolio sono così bassi, l’inflazione ufficiale in Venezuela ha raggiunto il 68% e le riserve di valuta estera sono sufficienti solo a pagare il debito per due anni, non vi possono essere negoziati per nuovi accordi militari con la Russia. Forse uno degli obiettivi di Shoigu era se Caracas intende pagare le armi già consegnate e, se non è possibile, cosa potrebbe offrire in cambio.

Di cosa ha bisogno la Russia a Cuba?
Gli obiettivi del Ministro della Difesa a Cuba erano più modesti. Le notizie filtravano sulla visita a una divisione corazzata di stanza presso L’Avana. “Gran parte del nostro armamento è unico“, ha detto il ministro cubano Lepoldo Cintra Frias. In realtà, queste divisioni hanno versioni ibride dei carri armati russi T-54 e T-55. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, quando Mosca sospese l’invio di grandi quantità di armi, i cubani sono solo riusciti a rinnovare parte dei materiali rimasti. Così hanno dovuto avere inventiva e combinare due tipi di carri armati. In qualche modo ricorda i veicoli sulle strade de L’Avana, i molti modelli ibridi di Cadillac e Chevrolet degli anni ’50. Cuba spera molto di contare su materiale ricevuto dalla Russia. Ma tali contratti non possono continuare a lungo termine. L’Avana è ora concentrata sulla normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti, e mentre Barack Obama resta alla Casa Bianca, Cuba cercherà la revoca dell’embargo e libero accesso all’isola dei cittadini degli Stati Uniti. In questo senso, la visita di Shojgu all’Avana può essere considerata di routine, senza contenuto strategico specifico.

Più interessante, il Nicaragua
I negoziati con il governo del Nicaragua sono più interessanti. Come è noto, il Nicaragua è uno dei quattro Paesi che ha riconosciuto Abkhazia e Ossezia del Sud dopo il conflitto tra Russia e Georgia nel 2008. Forse la “buona volontà” di Managua può essere utile se l’indipendenza è riconosciuta anche a Donetsk e Lugansk. Inoltre, come riportato, Shojgu ha accettato di facilitare l’ingresso delle navi russe nei porti di Pacifico e Atlantico nel Paese centroamericano. Ma non è tutto. Durante il viaggio un nuovo centro topografico, organizzato e attrezzato dalla Russia, è stato aperto. Un rappresentante del Nicaragua ha mostrato al ministro un atlante topografico del terreno su cui viene costruito il canale del Nicaragua. Questo canale punta a doppiare quello di Panama collegando Atlantico e Pacifico. Il lavoro preliminare è iniziato a dicembre. Si prevede sia operativo nel 2019 e la costruzione terminata nel 2029. Il gruppo cinese HKND è il primo contraente e gestirà questa rotta per 50 anni con l’opzione di rinnovo per ulteriori 50 anni. Per l’uso al Nicaragua pagherà 10 milioni di dollari l’anno. Qual è il ruolo della Russia in questo progetto? Secondo l’accordo con il Nicaragua, il Paese slavo è responsabile della protezione della nuova arteria dei trasporti, comprese navi e aerei da guerra. In altre parole, è tenuta a mantenere un ombrello militare e politico sulla nuova rotta che collegherà i due più grandi oceani del mondo.
Finora Washington ha appena reagito agli accordi militari russi in America Latina. Il presidente Obama ha dichiarato una volta che l’invio di armi al Venezuela “non gli dà fastidio”. Ma ora la situazione è un po’ diversa. Il Canale Nicaragua è un concorrente diretto di quello di Panama, controllato dagli Stati Uniti, e potrebbe cambiare non solo l’equilibrio di potere in America centrale ma anche mondiale, causando una revisione della mappa geopolitica. L’ambasciata degli Stati Uniti in Nicaragua ha già espresso tale preoccupazione. La preoccupazione degli Stati Uniti è triplice: rafforzarsi della presenza militare russa nelle acque del Nicaragua, aumento della rivalità tra Stati Uniti e Cina nella regione e creazione di una nuova rotta per petrolio e altre materie prime controllata dai concorrenti degli USA. D’altra parte, ci sono gruppi ambientalisti che hanno espresso preoccupazione perché credono che il nuovo canale potrebbe causare un disastro ecologico, come la minaccia di contaminare il lago Nicaragua, il più grande lago tropicale in America Latina. Per bloccare la costruzione, definita il progetto preferito dal Presidente Daniel Ortega, funzionari degli Stati Uniti sperano in un cambio politico in Nicaragua, o che l’impresa di Hong Kong (coinvolta in numerosi scandali nel suo Paese) non possa adempiere al contratto, o anche che la Russia perda interesse per la cattiva situazione economica che vive. Allo stesso tempo, il canale di Nicaragua sembra uno dei punti salienti della visita di Sergej Shojgu, riecheggiando il confronto tra Russia e occidente sull’Ucraina in altre parti del mondo.

VENEZUELA-Y-RUSIA-2Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ministro della Difesa della Russia visita i Caraibi

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 16/02/2015b22824Il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu ha compiuto una visita in America Latina l’11-14 febbraio in Venezuela, Nicaragua e Cuba, Paesi con relazioni alleati stabili con la Russia nel campo della cooperazione militare. Ha firmato un accordo sulle esercitazioni militari congiunte in Venezuela. Russia e Nicaragua hanno firmato un accordo intergovernativo sulla procedura semplificata per le visite di navi da guerra della Marina russa nei porti del Nicaragua. Un accordo per lo sviluppo della cooperazione tecnico-militare è stato concluso durante la visita a Cuba. Ma il viaggio nel “Triangolo Caraibico” aveva un significato politico assai maggiore degli accordi di cooperazione militare. A Caracas, Managua, Habana e America Latina in generale ciò è stato visto come manifestazione di solidarietà. Non poteva essere altrimenti, mentre gli Stati Uniti fanno ancora pressione sull’America Latina, intensificando la sovversione con le “rivoluzioni colorate”, per rovesciare governi legali. I leader di Venezuela, Nicaragua e Cuba dicono spesso che gli Stati Uniti usano l’intero arsenale delle guerre clandestine: dalla guerra dell’informazione alla creazione di cellule terroristiche e ai complotti volti ad eliminare fisicamente i leader dei Paesi nel mirino di Washington, come primi obiettivi. La visita di Shoigu a Caracas è coincisa con la divulgazione della cospirazione contro il governo del Venezuela tra le fila dell’aeronautica. Ufficiali attivi e in pensione aveano pianificato di attaccare obiettivi nella capitale: il palazzo presidenziale di Miraflores, gli edifici del Ministero della Difesa, del Servizio di Sicurezza (Sebin), del Ministero degli Esteri e dell’Ufficio del Procuratore Generale. I cospiratori volevano usare un aereo Tucano, progettato per combattere la guerriglia, che doveva decollare dalle isole Curaçao o Aruba dove vi sono basi operative avanzate (FOL) degli USA e la CIA conduce un’intensa attività. L’attacco era previsto mentre l’opposizione radicale avrebbe organizzato manifestazioni permettendo ai suoi capi di approfittare del caos nel Paese e prendere il potere. Questa volta la strategia della “creazione del caos” è fallita. I militari rimangono fedeli al regime bolivariano che gode di un forte sostegno sociale. In queste circostanze l’effetto stabilizzante della visita di Shojgu era evidente: il ministro ha dimostrato che Mosca non ha dubbi sul fatto che la posizione del Presidente Maduro sia solida e che il Venezuela rimane partner strategico affidabile nella regione dei Caraibi. La Russia fa del suo meglio per aumentare il potenziale della Difesa del Venezuela e degli altri alleati nei Caraibi. Continuerà a farlo. I media occidentali hanno definito il viaggio latinoamericano del ministro russo “un atto di pressione diplomatica sugli Stati Uniti”, anche se Shojgu non ha mai detto nulla a sostegno di tale affermazione durante il viaggio. Mosca sottolinea costantemente che la cooperazione militare bilaterale con i partner non è mai rivolta contro altri Paesi, anche se il capo della Difesa russa non ha detto nulla su ciò; la cooperazione militare è interpretata dai media occidentali come segno di pressione politica sugli Stati Uniti. Parlano di “pressione mentre gli Stati Uniti scatenano una propaganda intensa a sostegno dell’invio di armi all’Ucraina. Tali azioni non possono che spingere Mosca ad opporvisi. L’occidente deve capirlo”.
shoygu-canal-ni-2015 A Managua, un’altra tappa, il ministro ha firmato un accordo intergovernativo sulla procedura semplificata per la visite delle navi da guerra della Marina russa nei porti del Nicaragua e una serie di altri documenti sulla cooperazione tecnico-militare. Durante la visita in Nicaragua, il ministro della Difesa russo ha aperto un centro topografico, il cui equipaggiamento è fornito e installato da specialisti russi. Gli esperti sottolineano l’incremento tangibile della presenza russa nel Paese, in particolare con i piani per la costruzione del canale di Nicaragua, un altro passaggio che collega Atlantico e Pacifico, oltre al canale interoceanico controllato dagli statunitensi. La Cina svolge il grosso del lavoro. Secondo i media, la Russia sarà responsabile della protezione del gran canale. In nessun modo gli Stati Uniti rimarranno in disparte. Il governo sandinista deve vigilare al massimo. Il Presidente Daniel Ortega ha approfittato della visita di Shojgu per esprimere le sue opinioni sugli attuali eventi internazionali. Secondo lui le attività degli Stati Uniti sono la ragione principale della crisi economica mondiale che danneggia gli stessi Stati Uniti, così come l’Europa. Ortega ha sostenuto la Russia nei suoi sforzi per risolvere pacificamente la crisi in Ucraina. Secondo lui, l’occidente è responsabile del degrado di tale Paese. Ha detto, “Noi tutti abbiamo visto in diretta TV la scandalosa marcia dei fascisti verso il colpo di Stato. Ci aspettiamo che le nuove proposte presentate dalla Federazione Russa e dal Presidente Putin ripristino la pace nella regione”. Il viaggio di Shojgu è stato tempestivo. L’amministrazione statunitense ha messo a punto iniziative volte a riavvicinare l’Avana. Il momento giusto per definire chiaramente i veri obiettivi perseguiti dagli Stati Uniti e le minacce poste al “socialismo dal volto umano” e sul futuro delle relazioni Russia-Cuba. Fidel Castro ha detto che i cubani ancora non si fidano degli Stati Uniti e si atterrà alle politiche che perseguano propri interessi. Queste parole forniscono un indizio per capire l’approccio di Havana al dialogo USA-Cuba. Il messaggio di fondo è lo stesso: c’è la minaccia di essere colpiti alle spalle dalla “quinta colonna” promossa dalla CIA, con l’aiuto di organizzazioni non governative, blogger e intensa propaganda “anti-Castro”. Gli esperti ritengono che gli Stati Uniti radunano i dissidenti cubani per organizzare un colpo di Stato dell’isola. Ma la leadership cubana ha accumulato una ricca esperienza nel contrastare la sovversione dei servizi speciali degli Stati Uniti. Senza dubbio, la visita del ministro della Difesa della Russia ha dato nuovo impulso allo sviluppo della cooperazione militare Russia-Cuba. A L’Avana l’ordine del giorno comprendeva molte questioni e molti dettagli sono ignoti alla stampa. E’ importante notare che le questioni discusse comprendevano l’invio di nuovi sistemi d’arma, l’ammodernamento dell’arsenale fornito dall’URSS e l’addestramento di personale cubano nelle accademie militari russe. Incontrando Raul Castro, Presidente del Consiglio di Stato e Presidente del Consiglio dei Ministri cubani, Shojgu ha sottolineato che lo sviluppo dei rapporti militari è in pieno svolgimento. Il Ministro della Difesa ha aggiunto che Russia e Cuba sviluppano la cooperazione militare e tecnica. “Siamo grati a Cuba per accogliere le navi della Marina russa a L’Avana. La Russia è interessata ad espandere la cooperazione navale“, ha detto Shojgu, ringraziando Castro per la calorosa accoglienza della delegazione russa. Raul Castro ha molto apprezzato la cooperazione militare con la Russia. Ha detto che quest’anno gli equipaggi cubani parteciperanno ai biathlon dei carri armati che si terranno in Russia così come ai giochi militari internazionali, al forum tecnico-militare “Army-2015“, previsto per il 16 – 19 giugno, e alla conferenza annuale sulla sicurezza internazionale.
Le coste caraibiche comprendono i territori di Messico, America centrale e settentrionali del Sud America. Sono sempre state considerate dagli Stati Uniti un lago interno. Ma i tempi cambiano. Non importa quanto dica Obama sull’eccezionalismo statunitense e la sua leadership globale in questo secolo, gli Stati Uniti non riescono a mantenere lo status quo. La presenza di Cina, Russia e Brasile è sempre più forte; è una tendenza. Gli Stati dei Caraibi, così come dell’America Latina, si volgono ai poli del potere alternativi. Gli Stati Uniti cercano di affermare la propria leadership con attentati, terrorismo di Stato, spargimento di sangue e torture, venendo percepiti come un Moloch bellicoso e nemico dell’uomo.

62706Ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’età d’oro delle operazioni nere: le forze speciali degli USA sono presenti in 150 nazioni

Tyler Durden, Zerohedge 2/2/2015

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USSpecOpsCmdDUI[1]Il seguente articolo è ciò che volevo evidenziare da oltre una settimana, ma le notizie erano così travolgenti che semplicemente non ne ho avuto la possibilità, finora. Avendo spese molto tempo a cercare di capire il mondo, mi stupisco sempre di ciò che leggo. Mentre i lettori abituali di questo sito sono ben consapevoli di come aggressivo e irresponsabile sia l’impero USA, distribuendo risorse militari all’estero, credo che parte delle seguenti informazioni, li renderanno ancora più inquieti.
Dall’articolo di Nick Turse sull’Huffington Post: The Golden Age of Black Ops:
Durante l’anno fiscale che si è concluso il 30 settembre 2014, le forze delle operazioni speciali (SOF) statunitensi erano presenti in 133 Paesi, circa il 70% delle nazioni del pianeta. Secondo il tenente-colonnello Robert Bockholt, ufficiale delle relazioni pubbliche del Comando Operazioni Speciali (SOCOM). Nell’arco di tre anni le forze d’élite del Paese erano attive in più di 150 Paesi nel mondo conducendo missioni che vanno dai raid notturni alle esercitazioni. E quest’anno potrebbe essere record. Solo un giorno prima del raid fallito che pose fine alla vita di Luke Somers, solo 66 giorni dall’inizio dell’anno fiscale 2015, le truppe d’élite statunitensi avevano già messo piede in 105 nazioni, circa l’80% del totale nel 2014. Nonostante dimensioni e scopi, tale guerra segreta globale in gran parte del pianeta è ignota alla maggior parte degli statunitensi. A differenza della debacle di dicembre nello Yemen, la stragrande maggioranza delle Special Ops rimane completamente nell’ombra, nascosta al controllo esterno. In realtà, a parte modeste informazioni divulgate attraverso fonti altamente selezionate dai militari, fughe ufficiali della Casa Bianca, SEALs con qualcosa da vendere e qualche primizia raccolta da giornalisti fortunati, le operazioni speciali statunitensi sono mai sottoposte a un esame significativo, aumentando le probabilità di ripercussioni impreviste e conseguenze catastrofiche. “Il comando è allo zenit assoluto. Ed è davvero un periodo d’oro per le operazioni speciali“. Queste sono le parole del generale Joseph Votel III, laureato a West Point e Army Ranger, quando assunse il comando della SOCOM lo scorso agosto. E non credo che sia la fine, anzi. Come risultato della spinta di McRaven a creare “una rete globale interagenzie di alleati e partner delle SOF“, ufficiali di collegamento delle Operazioni Speciali, o SOLO, sono ora incorporati nelle 14 principali ambasciate degli USA per aiutare a consigliare le forze speciali di varie nazioni alleate. Già operano in Australia, Brasile, Canada, Colombia, El Salvador, Francia, Israele, Italia, Giordania, Kenya, Polonia, Perù, Turchia e Regno Unito, e il programma SOLO è pronto, secondo Votel, ad espandersi in 40 Paesi entro il 2019. Il comando, e soprattutto il JSOC, ha anche forgiato stretti legami con Central Intelligence Agency, Federal Bureau of Investigation e National Security Agency, tra gli altri. La portata globale del Comando Operazioni Speciali si estende anche oltre, con più piccoli ed più agili elementi che operano nell’ombra, dalle basi negli Stati Uniti alle regioni remote del sud est asiatico, dal Medio Oriente agli austeri avamposti nei campi africani. Dal 2002, SOCOM è stato anche autorizzato a creare proprie task force congiunte, una prerogativa normalmente limitata ai comandi combattenti più grandi come CENTCOM. Si prenda ad esempio la Joint Special Operations Task Force-Filippine (JSOTF-P) che, al suo apice, aveva circa 600 effettivi statunitensi a sostegno delle operazioni di controterrorismo dagli alleati filippini contro gruppi di insorti come Abu Sayyaf. Dopo più di un decennio trascorso combattendo quel gruppo, i numeri sono diminuiti, ma continua ad essere attivo mentre la violenza nella regione rimane praticamente inalterata.
L’Africa è, infatti, diventato un luogo importante per le oscure missioni segrete degli operatori speciali statunitensi. “Questa particolare unità ha fatto cose impressionanti. Che si trattasse di Europa o Africa, assumendovi una serie di contingenze, avete tutti contribuito in modo assai significativo“, aveva detto il comandante del SOCOM, generale Votel, ai membri del 352.mo Gruppo Operazioni Speciali presso la loro base in Inghilterra, lo scorso autunno. Un’operazione di addestramento clandestina delle Special Ops in Libia implose quando milizie o “terroristi” fecero irruzione due volte nella base sorvegliata dai militari libici, e saccheggiarono grandi quantità di apparecchiature avanzate e centinaia di armi, tra cui pistole Glock e fucili M4 statunitensi, così come dispositivi di visione notturna e laser speciali che possono essere visti solo da tali apparecchiature. Di conseguenza, la missione fu abbandonata assieme alla base, che fu poi rilevata da una milizia. Nel febbraio dello scorso anno, le truppe d’élite si recarono in Niger per tre settimane di esercitazioni militari nell’ambito di Flintlock 2014, una manovra antiterrorismo annuale che riuniva le forze di Niger, Canada, Ciad, Francia, Mauritania, Paesi Bassi, Nigeria, Senegal, Regno Unito e Burkina Faso. Diversi mesi dopo, un ufficiale del Burkina Faso, addestratosi all’antiterrorismo negli Stati Uniti nell’ambito del Joint Special Operations presso l’Università del SOCOM nel 2012, prese il potere con un colpo di Stato. Le operazioni delle forze speciali, invece, continuano. Alla fine dello scorso anno, per esempio, nell’ambito del SOC FWD dell’Africa occidentale, i membri del 5° battaglione del 19.mo Gruppo Forze Speciali collaboravano con le truppe d’élite marocchine per l’addestramento in una base presso Marrakesh. Lo schieramento in nazioni africane, però, avviene entro la rapida crescita delle operazione all’estero del Comando delle Operazioni Speciali. Negli ultimi giorni della presidenza Bush, sotto l’allora capo del SOCOM, ammiraglio Eric Olson, le forze speciali sarebbero state dispiegate in circa 60 Paesi. Nel 2010 in 75, secondo Karen DeYoung e Greg Jaffe del Washington Post. Nel 2011, il portavoce del SOCOM, colonnello Tim Nye, disse a TomDispatch che il totale sarebbe stato 120 Paesi entro la fine dell’anno. Con l’ammiraglio William McRaven, in carica nel 2013, l’allora maggiore Robert Bockholt disse a TomDispatch che il numero era salito a 134 Paesi. Sotto il comando di McRaven e Votel nel 2014, secondo Bockholt, il totale si ridusse leggermente a 133 Paesi. Il segretario alla Difesa Chuck Hagel aveva osservato, tuttavia, che sotto il comando di McRaven, dall’agosto 2011 all’agosto 2014, le forze speciali erano presenti in più di 150 Paesi. “In effetti, SOCOM e tutti i militari degli Stati Uniti sono più che mai impegnati a livello internazionale, in sempre più luoghi e in una sempre più ampia varietà di missioni“, ha detto in un discorso nell’agosto 2014.
us_spec_ops-m Il SOCOM ha rifiutato di commentare la natura delle missioni o i vantaggi dell’operare in tante nazioni. Il comando non farà neanche il nome di un solo Paese in cui le forze delle operazioni speciali USA sono state dispiegate negli ultimi tre anni. Uno sguardo ad alcune operazioni, esercitazioni ed attività rese pubbliche, però, dipinge un quadro di un comando in costante ricerca di alleanze in ogni angolo del pianeta. A settembre, circa 1200 specialisti e personale di supporto statunitensi si unirono alle truppe d’élite di Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Finlandia, Gran Bretagna, Lituania, Norvegia, Polonia, Svezia, Slovenia nell’esercitazione Jackal Stone, dedicata a tutto, dai combattimenti ravvicinati alle tattiche da cecchino, dalle piccole operazioni su imbarcazione a missioni di salvataggio degli ostaggi. Per i capi delle Black Ops degli USA, il mondo è tanto instabile quanto interconnesso. “Vi garantisco che ciò che succede in America Latina influisce su ciò che accade in Africa occidentale, ciò che interessa l’Europa meridionale riguarda ciò che accade nel sud-ovest asiatico“, ha detto l’anno scorso McRaven a Geolnt, un incontro annuale dei dirigenti dell’industria spionistica con i militari. La loro soluzione all’instabilità interconnessa? Più missioni in più nazioni, in più di tre quarti dei Paesi del mondo, sotto il mandato di McRaven. E la scena sembra destinata ad ulteriori operazioni simili in futuro. “Vogliamo essere ovunque“, ha detto Votel a Geolnt. Le sue forze sono già sulla buona strada nel 2015. “La nostra nazione ha aspettative molto alte dalle SOF“, ha detto agli operatori speciali in Inghilterra lo scorso autunno. “Si rivolgono a noi per missioni molto dure in condizioni molto difficili“. Natura e sorte della maggior parte di quelle “missioni dure” tuttavia, rimangono ignote agli statunitensi. E Votel a quanto pare non è interessato a far luce. “Mi dispiace, ma no“, fu la risposta di SOCOM alla richiesta di TomDispatch per un colloquio con il capo delle operazioni speciali sulle operazioni, in corso e future. In realtà, il comando rifiutò di mettere qualsiasi personale a disposizione per una discussione di ciò che fa in nome degli USA e con i dollari dei contribuenti. Non è difficile indovinarne il motivo. Attraverso una combinazione abile di spavalderia e segretezza, fughe ben piazzate, abili marketing e pubbliche relazioni, coltivazione della mistica del superman (con un ciuffo dalla torturata fragilità di lato) e di estremamente popolari e pubbliciazzatti assassinii mirati, le forze speciali sono diventate le beniamine della cultura popolare statunitense, mentre il comando continua a vincere a Washington il pugilato sul bilancio. Ciò è particolarmente evidenziato da ciò che realmente accade sul campo: in Africa, armamento ed equipaggiamento di militanti e addestramento di un golpista; in Iraq, le forze d’elite statunitensi implicate in torture, distruzione di case, uccisione e ferimento di innocenti; in Afghanistan stessa storia, con ripetute segnalazioni di civili uccisi; mentre in Yemen Pakistan, e Somalia è lo stesso. E questo è solo una minima parte degli errori delle Special Ops. Quindi non solo il pubblico statunitense non ha idea di cosa succeda, ma ciò spesso finisce in un disastro. Vedasi più sotto.
Dopo più di un decennio di guerre segrete, sorveglianza di massa, un numero imprecisato di incursioni notturne, detenzioni ed omicidi, per non parlare di miliardi su miliardi di dollari spesi, i risultati parlano da soli. Il SOCOM ha più che raddoppiato le dimensioni e il segreto JSOC sarebbe grande quasi quanto il SOCOM nel 2001. Dal settembre di quell’anno, 36 nuovi gruppi terroristici sono nati, tra cui divesre succursali, propaggini e alleati di al-Qaida. Oggi, tali gruppi ancora operano in Afghanistan e Pakistan, dove ora ci sono 11 riconosciuti affiliati di al-Qaida, e cinque nella prima, così come in Mali, Tunisia, Libia, Marocco, Nigeria, Somalia, Libano e Yemen, tra gli altri Paesi. Un ramo è nato con l’invasione dell’Iraq, alimentato da un campo di prigionia statunitense, ed ora noto come Stato islamico che controlla una larga parte del Paese e della vicina Siria, un proto-califfato nel cuore del Medio Oriente che i jihadisti, nel 2001, potevano solo sognarsi. Quel gruppo, da solo, ha una forza stimata di circa 30000 armati che sono riusciti a conquistare grandi territori ed anche la seconda dell’Iraq, pur essendo incessantemente colpiti fin dall’inzio dal JSOC. “Dobbiamo continuare a sincronizzare il dispiegamento delle SOF in tutto il mondo“, dice Votel. “Dobbiamo tutti sincronizzarci, coordinarci e preparare il comando“. Ad essere fuori sincrono è il popolo statunietnse, costantemente tenuto all’oscuro di ciò che gli operatori speciali statunitensi fanno e dove lo fanno, senza citare i fallimenti e le conseguenze che hanno prodotto. Ma se la storia insegna, i blackout sulle Black Ops contribuiranno a garantire che continui ad esserci l'”età d’oro” dell’US Special Operations Command.
Ripetete dopo di me: USA! USA!

Gen. Joseph L. Votel

Gen. Joseph L. Votel

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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