Egitto: speranza per l’indipendenza politica araba

Aleksandr Kuznetsov, SCF 16/04/2016

4857b14fe4ad6f34ceaca282be8ed105Ultimamente sono apparse notizie che il divieto di voli per l’Egitto alle compagnie aeree russe sarà esteso al 2016, risalente al 31 ottobre 2015, quando un aereo di linea russo Airbus A321 precipitò nella penisola del Sinai. Molti pensano che l’attentato al jet russo fosse collegato alla risposta del Qatar alle operazioni delle Forze Aerospaziali della Russia in Siria. Dato che da quando esplosero le prime manifestazioni in Siria, Doha è un attivo sostenitore dell’opposizione antigovernativa armata nel Paese. Fin dal 2013, il Qatar rafforzava l’organizzazione terroristica nota come Stato islamico (SI). Doha non solo ebbe un ruolo di primo piano nella lotta al regime baathista di Damasco, ma cercava di indebolire anche la posizione dell’Arabia Saudita, che utilizzava le fazioni armate antigovernative filo-saudite per combattere lo SI. Nel 2013 i nemici di Damasco pensavano che i giorni del governo Assad fossero contati, e si combatterono per spartirsi il bottino siriano. L’attentato dell’ottobre 2015 è stato, in un certo senso, un avvertimento alla Russia. Ma l’attentato aveva anche un altro obiettivo: danneggiare il turismo in Egitto. Nel 2012 il Qatar contribuì a portare i Fratelli musulmani al potere a Cairo e sostenne in modo occulto il regime di Muhamad Mursi. Nell’estate 2013 cominciarono a circolare voci sulla possibile privatizzazione del Canale di Suez da parte di imprese del Qatar, l’Egitto, ovviamente, si sarebbe trasformato in una colonia di Doha… Ma i piani di Doha furono sventati dal rovesciamento del governo dei Fratelli musulmani nel luglio 2013. L’Egitto si rivelò troppo grande per i “Fratelli”, che non sapevano cosa farne. Le tensioni tra islamisti e forze laiche si moltiplicarono, e gli islamisti non ebbero il consenso. I salafiti egiziani lavoravano attivamente contro i Fratelli musulmani, e nell’estate 2013 il caos infuriava selvaggiamente in Egitto. In tali condizioni era impossibile investire o condurre affari di qualsiasi tipo in modo normale. Aumentò drammaticamente l’intolleranza religiosa e le aggressioni agli sciiti divennero più frequenti (il Paese ha una popolazione di diverse centinaia di migliaia di sciiti). Allo stesso tempo, la posizione dei cristiani copti in Egitto, circa sette milioni ed oltre il 10% della popolazione, peggiorava. Roghi di chiese e aggressioni ai cristiani copti divennero quotidiani. Il governo islamico non poteva o non voleva affrontare la situazione. Di conseguenza, la base del movimento tamàrrud lanciò la rivolta contro il governo dei Fratelli musulmani con il supporto dell’esercito. Il Generale Abdalfatah al-Sisi salvò l’Egitto dalla guerra civile. Dopo che la Fratellanza musulmana fu deposta, l’influenza del Qatar nel Paese crollò. Il colpo di Stato fu sostenuto da Riyadh che estese un generoso credito al governo militare egiziano, ma Cairo non divenne un fantoccio saudita. Sotto la guida del Generale Sisi, l’Egitto ha cominciato a recuperare la politica del nazionalismo arabo. L’Egitto fu il primo campione di quel movimento con l’amministrazione del Presidente Gamal Abdel Nasser. Non è un caso che il giornalista arabo più anziano, Muhamad Hasanayn Hayqal, amico e vicino di Nasser, divenne consigliere presidenziale di Sisi e autore di molti suoi discorsi. Hayqal è recentemente scomparso all’età di 92 anni.
I nuovi leader egiziani sono nettamente contrari al rovesciamento di Bashar al-Assad, e nel settembre 2015 in realtà supportarono le operazioni delle Forze di Difesa Aerospaziale della Russia nel Paese. Il Governo di Abdalfatah al-Sisi sostiene il governo laico libico di Tobruq guidato da Abdullah al-Thani e dal generale Qalifa Balqasim Haftar, che guidano la lotta contro i terroristi dello Stato islamico. Un’alleanza strategica russo-egiziana inizia a prendere forma.
L’Egitto occupa una posizione geopolitica unica, tra Maghreb e Mashriq, vale a dire, le parti asiatica e africana del mondo arabo. Controllando il passaggio dall’Oceano Indiano al Mar Mediterraneo, l’Egitto può influenzare Siria, Palestina, Arabia (Yemen) e Nord Africa. Il Medio Oriente non ha dimenticato che ogni importante decisione strategica nel mondo arabo, dalla seconda metà del XX secolo, fu presa nell’asse Cairo – Baghdad – Damasco. Egitto, Siria e Iraq erano un tempo i più potenti Stati del Medio Oriente. Lentamente questa situazione cominciò a cambiare alla fine degli anni ’70, quando le monarchie del Golfo, con un ordine del giorno islamista, si misero al centro della scena. L’espansione sproporzionata del loro potere è una delle cause della crisi in Medio Oriente. Damasco ha sopportato tanta aggressione che molto tempo passerà prima che possa assumere il ruolo di centro regionale indipendente. E il futuro dell’Iraq è incerto. Cairo resta l’unica speranza per la rinascita della politica araba indipendente. La minaccia del terrorismo è la peggiore per l’Egitto, ma il pericolo non va esagerato. I problemi maggiori si riscontrano nella penisola del Sinai, dove i terroristi del cosiddetto Stato islamico hanno proclamato il Wilayat Sinai. Le altre regioni del Paese e le grandi città sono abbastanza tranquille. Il tallone d’Achille dell’Egitto continua ad essere l’economia. Dopo che Abdalfatah al-Sisi ha preso il potere, il governo è riuscito a ridurre la disoccupazione. I nuovi leader egiziani elaborano piani per ampliare il Canale di Suez e creare zone industriali per prodotti high-tech. Tuttavia, questi piani ambiziosi sono ostacolati dalla mera mancanza di fondi. Il governo egiziano acquista gran parte del cibo del Paese (Cairo compra il 40% del grano dall’estero) ed è costretto a sovvenzionare le importazioni, dato che gli egiziani poveri non possono permettersi di comprare il pane a prezzi di mercato. Così l’Egitto o richiederà prestiti ad istituzioni finanziarie internazionali (con il rischio che l’occidente possa porre proprie richieste politiche) oppure svalutare la lira egiziana. Quest’ultimo passo comporterebbe tagli alle sovvenzioni e il rischio di rivolte sociali. Una lira più economica potrebbe aiutare l’industria del turismo, ma dopo la tragedia nel Sinai, i villaggi egiziani sono vuoti. L’afflusso di turisti non solo dalla Russia, ma anche da Gran Bretagna e Germania, è crollato. L’aiuto all’Egitto potrebbe assumere la forma degli investimenti. Data la situazione attuale, un Paese che stende una mano a Cairo troverà un alleato affidabile nella regione.

Muhamad Hasanayn Hayqal

Muhamad Hasanayn Hayqal

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Sito Aurora

Colpo anti-italiano nella Libia in dissoluzione

Richard Galustian, Moon of Alabama

Il General National Accord (GNA) sostenuto dalle Nazioni Unite è arrivato a Tripoli più di una settimana fa, e gli eventi attuali puntano sempre più al colpo di Stato. Nel frattempo, il premier designato presso il GNA improvvisamente vola a Londra per una “visita privata”; momento strano per lasciare la Libia, no?

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Fayaz Saraj e Federica Mogherini

Ci sono conseguenze a Malta. La prima è che per la maggior parte delle sanzioni dell’UE previste nei confronti dei ‘nemici’ del GNA non sono un problema dato che né Abu Sahmayn (Congresso Nazionale Generale, o GNC, di Tripoli), né Aqila Salah (Camera dei Rappresentanti di Tobruq, o CdR) sono cittadini dell’Unione europea e neanche hanno granché all’estero, ma l’eccezione sembra essere Malta. Così le autorità maltesi si trovano a doversi trascinare dietro i voleri delle Nazioni Unite e dell’Unione europea nel trovargli i beni e quindi congelarli. Sapendo che ONU/UE li sbloccherebbero improvvisamente se questi due venissero intimiditi abbastanza per decidere di cooperare. Comunque Malta è in una posizione scomoda. Facciamo un passo indietro. Il GNA consisteva in una Presidenza del Consiglio di nove elementi guidata da un primo ministro scelto dalle Nazioni Unite, Fayaz Saraj, e con lo spazio aereo di Tripoli chiuso, furono trasportati nella capitale da una fregata italiana, trasferendosi poi in mare su un piccolo e arrugginito pattugliatore costiero libico per dare l’illusione che non fossero aiutati da potenze occidentali. Ma il GNA si era spezzato ancor prima che salisse a bordo della nave italiana, con due dei nove che bruscamente si dimettevano, accusando la dirigenza di essere troppo accondiscendente con le milizie di Tripoli e la loro opposizione al Generale Haftar, sempre a capo dell’esercito. Tuttavia, il cosiddetto GNA, o più correttamente Consiglio di Presidenza, ormai ridotto a sette, arrivava nella capitale scegliendo d’istituire l’ufficio nella base navale, l’unica parte della capitale giudicata al sicuro dalle milizie scorrazzanti.
Un colpo di Stato, in cui un piccolo numero di persone prende il controllo di uno Stato, può essere definito in molti modi. Da un lato un golpe può essere la presa di potere con la forza. Dall’altro, può essere l’usurpazione del potere senza violenze. La scorsa settimana s’è visto che in Libia è accaduto il secondo caso. A rafforzare tale realtà del colpo di Stato, 73 membri del parlamento di Tripoli, il GNC, accettavano questa settimana di ridenominarsi Consiglio di Stato, indicato dalle Nazioni Unite come parte del governo Saraj. Tuttavia, la maggior parte del 73 non fu eletta al GNC, come le regole delle Nazioni Unite prevedono, ma sono accoliti di Alba della Libia aggiunti al GNC dopo aver occupato Tripoli due anni fa. Ad aggravare la confusione, il Consiglio di Stato ha quindi modificato le regole delle Nazioni Unite, dichiarando di avere il diritto di auto-dichiarare valido il nuovo governo. Questo è un colpo di Stato, islamista, istigato dall’occidente.
Il CdR eletto a Tobruq, cui l’ONU insisteva accettasse il piano, è stato scartato. I funzionari delle Nazioni Unite erano arrabbiati vero il CdR che non votava a favore del piano e in effetti non l’ha neanche discusso nelle ultime settimane. Il fatto è che l’Accordo politico libico (LPA), il documento appoggiato dalle Nazioni Unite del 17 dicembre 2015, è stato strappato. Lo stesso per l’azione del LPA, secondo cui dei nuovi capi devono essere nominati per Libyan Investment Authority (LIA) e Central Bank of Libya (CBL), che detengono decine di miliardi di dollari di liquidità e beni all’estero. Invece, gli ex-capi, approvati da Alba della Libia, ne hanno il controllo. I grandi vincitori sono quindi i Fratelli musulmani, le varie fazioni di Misurata e Alba della Libia che, nonostante la sconfitta nelle elezioni del 2014, ora hanno un riconoscimento internazionale dalle potenze occidentali, e attraverso ciò il controllo di vaste risorse all’estero della Libia. Altri vincitori sono Abdalhaqim Belhadj e il capo della Fratellanza musulmana Ali Salabi, che hanno festeggiato con Martin Kobler a Istanbul, nei giorni scorsi. È anche una vittoria personale dell’inviato inglese in Libia Jonathan Powell, il principale mediatore dell’accordo che si vanta dei suoi stretti legami con la Fratellanza mussulmana. In una e-mail decisa, appena pubblicata, tra Sidney Blumenthal e Hillary Clinton, Powell scriveva della sua capacità di usare il suo successo nel negoziato tra IRA e governo inglese, venti anni fa, per porre fine alle campagne terroristiche. Powell inoltre si vantava che questo modello, utilizzato da numerosi Paesi attraverso ONG “insospettabili”, è praticabile dati i suoi stretti contatti, sostiene, con l’intelligence inglese. Un’asserzione molto dubbia. Ma la mancanza di trasparenza del processo in Libia, attira sempre più attenzione. Panamagate è in eruzione, evidenziando l’assenza di trasparenza sulle ricchezze nel mondo, ed è proprio tale assenza che Powell incoraggia in Libia.
La dissoluzione della Libia è imminente, lungo la frattura est-ovest, e l’ironia è che le potenze occidentali l’orchestrano. Sembra che il piano occidentale sulla Libia sia ora nella crisi finale.

Il laburista social-colonialista e filo-islamista Jonathan Powell

Il laburista social-colonialista e filo-islamista Jonathan Powell

Libia… prossimo disastro afgano del Regno Unito? Colonnello inglese avverte sulla ‘missione deviata’
Rinf 12 aprile 2016

ce32cc50-e105-11e5-98b2-952ea680dc16_1280x720I piani inglesi per inviare truppe in Libia potrebbero portare a un altro disastro afghano, secondo un ex-colonnello dell’esercito che ha guidato una missione “disastrosa” nello Stato nord-africano devastato dalla guerra, nel 2012. Il Tenente-Colonnello Rupert Wieloch ha detto al Telegraph che il coinvolgimento inglese comporta “il grave pericolo di una missione deviata“. La missione deviata, termine militare per una guerra che, per fattori politici o per una leadership inetta, devia dall’obiettivo strategico originale, è un’accusa regolarmente rivolta ai politici e capi militari inglesi che diressero la guerra nella provincia di Helmand in Afghanistan dal 2006. Come il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ammise di vedere la guerra libica quale suo “peggior errore” in carica. A marzo Obama avrebbe parlato privatamente del fallimento del conflitto, dicendo al premier del Regno Unito David Cameron che si trattava di uno “spettacolo di merda”.
Il governo inglese è bloccato dai rischi associati al dispiegamento di 1000 soldati nell’ambito di una brigata italiana, se e quando ci sarà un governo di unità. Wieloch ha detto che se qualcosa potesse portare alla pericolosa unificazione delle milizie in guerra, sarebbe “un grande intervento delle forze occidentali sul terreno“. Il piano con l’Italia alla guida avrebbe un effetto simile, ha detto, per il suo brutale passato coloniale in Libia. Le forze italiane commisero varie atrocità nel Paese, una delle più note fu la strage di Tripoli nel 1911, in cui circa 4000 civili furono uccisi da un vendicativo esercito italiano dopo una battaglia feroce contro le forze ottomane. Wieloch non si oppone all’intervento di forze musulmane, ma ha detto che l’uso di truppe italiane è fuori questione perché “i libici ricordano il regime fascista”. “Sarebbe molto forte la tentazione d’impegnarsi in cose diverse dall’addestramento, dalla risposta alle crisi o dalla sconfitta dello SIIL (Stato islamico)“, avvertiva il colonnello. “L’abbiamo già visto in varie operazioni”, ha detto, riferendosi alla guerra in Afghanistan. “E’ quindi molto facile per la popolazione locale non capire ciò che la comunità internazionale cerca di fare“, ha detto Wieloch. E’ “assolutamente così” che le truppe vengono trascinate nelle violenti dispute locali tra milizie.
Wieloch era comandante di una piccola missione militare inglese, brevemente responsabile della ricostruzione dopo la guerra aerea del 2011 che precipitò la Libia nell’anarchia. Parlando all’Express a marzo, ha detto che il gruppo non aveva budget, non ebbe alcuna lettera o medaglia, dovette acquistare l’attrezzatura e non fu nemmeno visitata da un alto ufficiale. Tuttavia, ne ha definito il ritiro nel 2012 “un errore disastroso”. Wieloch ha prestato servizio per oltre 20 anni nel Queen Royal Lancers, reggimento di cavalleria il cui trombettiere suonò la carica della Light Brigade in Crimea nel 1854.4d6ead10-0a6b-441d-ad59-c3d5585d83f6Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una ‘svolta’ in Libia

Alessandro Lattanzio, 11/4/2016

Fayaz al-Saraj e Federica Mogherini

Fayaz al-Saraj e Federica Mogherini

Il 7 marzo a Tripoli i colonnelli Umar Muhamad Duayhera, Abu Ghasim Amin Ali e Abdulhaqim Muftah Warafali, del Comitato temporaneo di sicurezza istituito per permettere al cosiddetto Governo di unità nazionale libico d’insediarsi nell’ex-capitale, venivano arrestati dalla RADA, la milizia islamista di Abdulrauf Qara, collaboratore di Abdalhaqim Balhadj. A Tobruq, i deputati del locale parlamento vicini al generale Haftar, come il componente del Consiglio della Presidenza Ali al-Qatrani, ed Umar al-Asuad, deputato di Zintan, si opponevano al riconoscimento del Governo di unità nazionale, accusando d’incompetenza il Consiglio della Presidenza (il governo) di Tobruq, nonostante l’inviato dell’ONU Martin Kobler invitasse il parlamento di Tobruq a votare a favore del nuovo governo nazionale. Il governo di unità nazionale, un volta insediato, avrebbe poteri di controllo su Banca Centrale, Libyan Investment Authority e National Oil Corporation, e si baserebbe sulla costituzione monarchica del 1963 e un Consiglio di Accordo Nazionale dedito al dialogo intra-libico. Compiti immediati del governo sarebbero “l’immediata cessazione delle ostilità in tutto il Paese, la lotta al terrorismo in tutte le sue forme e la soluzione al problema dell’immigrazione illegale in collaborazione con l’Unione Africana e l’UE”. Il capo della Fratellanza musulmana in Libia, Ali al-Salabi vicino a Qatar e Turchia, sostiene la formazione del Governo di unità nazionale, al contrario del generale Haftar, sostenuto dall’Egitto. Nella notte del 13 e 14 marzo, la Commissione presidenziale libica ordinava l’insediamento del “governo di unità nazionale” chiedendo alle istituzioni locali di giurarvi fedeltà, ed ordinando il trasferimento dalla Tunisia a Tripoli del nuovo governo, voluto da UE, USA e Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Nel frattempo, proprio in Tunisia, si svolgeva un attacco terroristico a Ben Gardan, il 7 e 8 marzo, attuato da 3 commando di 80 persone, di cui 68 provenienti da Sabratha, in Libia, che uccidevano 7 poliziotti e tredici civili. Il loro piano, secondo le tattiche applicate in Siria e Iraq, era occupare la città e proclamare l'”emirato islamico” nel sud della Tunisia. Nelle operazioni antiterrorismo furono eliminati 46 di tali terroristi e altri 7 furono arrestati. Tra di loro vi erano alcuni amnistiati dal governo della Fratellanza mussulmana in Tunisia, come Hasan Busbia, il capo dei commando, un terrorista recatosi in Libia nel 2013 per aderire allo SIIL, divenuto “giudice” dell'”emirato di Sabratha” e capo di un rete di contrabbando tra Libia e Tunisia. Dopo il bombardamento statunitense di Sabratha del 19 febbraio, Hasan Busbia rientrò in Tunisia stabilendosi a Ben Gardan. Nel frattempo, in Algeria un distaccamento della gendarmeria e dei militari neutralizzava, il 10 marzo, a Gamar, 16 km a nord-ovest di al-Uad, 3 terroristi su un fuoristrada che trasportava 6 sistemi missilistici antiaerei Stinger, 20 Kalashnikov, 3 lanciarazzi RPG-7, 2 mitragliatrici RPK, 2 fucili da cecchini, 2 pistole automatiche, 16 razzi RPG-7, 4 bombe a mano, 2 cinture esplosive, 383 proiettili di vario calibro, 97 caricatori, 2 dispositivi GPS, binocoli e telefoni cellulari. I terroristi erano attivi da diverse settimane nella regione di Uad Suf, al confine con la Tunisia, e probabilmente provenivano dalla Libia.
Khalifa-Ghwell-300x225Il 30 marzo, il capo del governo di unità nazionale della Libia, nominato dalle Nazioni Unite, Fayaz al-Saraj, arrivava a Tripoli assieme da alcuni membri del Consiglio di Presidenza. “Oggi, da Tripoli, capitale di tutti i libici, iniziamo a lavorare“, affermava il vicepresidente Ahmad Maytig. L’arrivo di Saraj fu accolto dall’Unione Europea come “opportunità unica per conciliarsi” e dalle Nazioni Unite come “passo importante per la transizione democratica in Libia“. A sua volta, il ministro degli Esteri francese Jean-Marc Ayrault affermava, “Questo è un traguardo importante, sappiamo che ci sono molti ostacoli sulla via di questo governo. L’Unione europea ha deciso d’imporre sanzioni a coloro che lavorano per ritardare l’inaugurazione del governo e minacciano unità, sicurezza e stabilità della Libia e dei suoi vicini“. Ma il capo del governo islamista Qalifa al-Ghwayl definiva “illegale” il governo di Saraj invitandolo a “lasciare” Tripoli. Il governo di unità fu istituito dall’accordo firmato nel dicembre 2015 in Marocco, promosso dalle Nazioni Unite. Comunque, il 31 marzo Saraj arrivava a Tripoli su una nave, dopo che al-Ghwayl gli aveva interdetto l’aeroporto di Mitiga, controllato dal RADA di Qara, uomo di Belhadj. Saraj perciò s’insediava nella base navale Abu Sitha, a Tripoli, mentre le milizie islamiste di Misurata, capeggiate da Salah Badi, manifestavano all’inizio contro Saraj, con il supporto del terrorista islamo-atlantista Abdalhaqim Belhadj. A sua volta, Saraj incassava l’appoggio della banca centrale e della National Oil Company. Anche “un’unità militare libica di Misurata ha dichiarato il suo sostegno al nuovo governo. I suoi combattenti sono al soldo del governo italiano e proteggono gli impianti di estrazione del petrolio della compagnia petrolifera ENI in Libia occidentale”. Dei 32 ministri del nuovo governo di Saraj, quattro erano fondamentalisti islamici aderenti ai Fratelli musulmani o al Gruppo combattente islamico libico (LIFG) proprio di Belhadj, che a sua volta aveva incontrato il negoziatore delle Nazioni Unite Martin Kobler in Turchia, per trattare sulla formazione del nuovo governo. USA, UE, Italia, Germania, Francia e Regno Unito salutavano l’insediamento del governo di Saraj quale “unico rappresentante legittimo della Libia“, ed imponevano sanzioni ai politici libici contrari, come al-Ghwayl, come divieto di recarsi nell’UE e congelamento dei conti bancari europei. Il ministro degli Esteri francese Jean-Marc Ayraul affermava: “Dobbiamo essere pronti a reagire se il governo di unità di Fayiz Saraj chiedesse aiuto, se necessario, sul fronte militare“, mentre
il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni chiedeva a tutte le forze libiche di riconoscere rapidamente il nuovo governo, minacciando che la “comunità internazionale” interverrebbe con attacchi militari; in ciò sostenuto dalla presidentessa del Parlamento italiano Laura Boldrini. Nel frattempo, al vertice sulla sicurezza nucleare a Washington, il presidente Barack Obama dichiarava al premier Renzi di essere a favore dell’intervento militare per “rafforzare la struttura” dello Stato libico, mentre il Giornale scriveva che l’Italia dovrà svolgere un ruolo di primo piano in Libia, e sul Corriere della Sera l’ambasciatore statunitense John Phillips invocava il dispiegamento di 5000 soldati italiani perché, “La Libia è una priorità assoluta per l’Italia, ed è anche molto importante per noi. È importante che l’Italia assuma la guida di un’azione internazionale“._83308707_libya_strikes_624v2Note
Global Research
Portale Difesa
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L’Egitto rafforza la sicurezza nazionale

South Front, 30/03/2016

XQT95938L’Egitto rafforza i servizi speciali e di sicurezza per contrastare le azioni distruttive dei gruppi terroristici eterodiretti, in particolare nella penisola del Sinai e la resistenza dei Fratelli musulmani clandestini. L’incapacità di sconfiggere il terrorismo in altre regioni di mostra che i servizi speciali egiziani non possono ancora contrastare la minaccia. Perciò Cairo compie passi per aumentarne l’efficienza. Il Dipartimento di Ricerca Tecnica (TRD) della Direzione Generale dell’Intelligence (GID), svolge un ruolo importante nella sicurezza dell’Egitto. TRD è responsabile del monitoraggio delle conversazioni telefoniche, di internet, della video-sorveglianza di città e confini. Inoltre, TRD monitorerebbe le comunicazioni di quasi tutti i vertici civili e militari egiziani. Gli esperti ritengono che Muhamad Anwar Sadat, terzo presidente d’Egitto, decise di monitorare e controllare l’opposizione nel Paese. Il monitoraggio delle ONG e dei media finanziati dall’estero rimane principale compito del TRD. In altre parole, è l’analogo egiziano della National Security Agency degli USA.
Il TRD viene descritto come ufficio del GID e tuttavia appare indipendente, con propri bilancio ed operazioni. In effetti, il TRD è supervisionato direttamente dal Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi. Il direttore del TRD è il ‘Dr Layla’, persona ignota anche ai dirigenti del TRD. La società tedesca-finlandese Nokia Siemens Networks (NSN) e la società di tecnologia della sorveglianza italiana Hacking Team sono i principali rifornitori tecnologici del TRD. Ciò che è noto dai documenti trapelati è che il TRD avrebbe acquisto dalla NSN un sistema d’intercettazione, un centro di monitoraggio e una rete X25, tecnologie che consentono l’accesso a Internet via dial-up. Le prime due tecnologie permettono una sorveglianza massiccia al TRD. In totale, NSN fa fornito al TRD 25 diverse tecnologie. Un’altra società collegata con il TRD è la società della Siemens German Telecommunication Industries (EGTI). La sua specializzazione è il monitoraggio della rete dei cellulari. Hacking Team ha fornito al TRD attrezzature e programmi del Remote Control System (RCS). Questo sistema costa circa 1 milione di euro e permette al TRD di accedere a server e reti di giornalisti e partiti in Egitto e altri Paesi. Ora, TRD stipula contratti con l’A6 Consultancy and Solve IT tramite il GNSE Group affiliato all’azienda egiziana Mansur Group. L’obiettivo è rafforzare la sicurezza delle informazioni e delle telecomunicazioni governative. Separatamente, il TRD negozia un contratto da 2,4 milioni di euro con Hacking Team per acquistare diversi sistemi di hacking e sicurezza informatica. Risultato del contratto, la TRD dovrebbe avere accesso a comunicazioni elettroniche attraverso dispositivi Apple.
Considerando tutte le informazioni disponibili, appare chiaro che l’Egitto compie sforzi significativi per sviluppare l’infrastruttura d’intelligence che dovrebbe permettere al governo d’impedire attentati e sconfiggere il terrorismo nella regione. Se questi problemi saranno risolti, le autorità egiziane probabilmente utilizzeranno l’infrastruttura contro avversari interni ed esteri. Ciò è particolarmente evidente con la chiara volontà dell’Egitto di espandere l’influenza in Medio Oriente.Mideast-Egypt_Horo-19-635x357Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il capo di al-Jazeera è un jihadista salafita

Nabil Ben Yahmad, Tunisie Secret 10 marzo 2016

La rivelazione esplosiva sul CEO islamo-terrorista della TV del Qatar. Si tratta di una indagine sulla vita parallela di Yasir Abu Hilala, prima di prendere l’autostrada Doha-Stato islamico! Volevamo sapere cosa una ex-produttrice di al-Jazeera intendesse per “il nostro nuovo direttore del SIIL” e abbiamo capito!

BtgofeXIUAAiTPPChi è dunque Yasir Abu Hilala, CEO di al-Jazeera, di cui i tunisini ignoravano anche il nome prima di scoprirne lo status su Facebook dai commenti offensivi dai suoi due dipendenti, Fatima Tariqi e Qadija Bengana? Ciò che ci ha spinto a scavare nel passato sepolto di Yasir Abu Hilala è la lettera dell’egiziana Huwayda Taha, per 19 anni ad al-Jazeera dove produceva documentari (vedasi l’articolo di Samira Handaui). Abbiamo cercato e trovato elementi e prove sufficienti per concludere che Yasir Abu Hilala è davvero l’uomo giusto al posto giusto!

Un fratello musulmano dal passato di jihadista salafita
Di origine giordana, Yasir Abu Hilala iniziò la carriera islamico-giornalistica all’inizio degli anni ’90 per alcuni giornali giordani, tra cui al-Ribat, organo ufficiale dei Fratelli musulmani nel Paese. Fu reclutato da al-Jazeera nel 1999 e grazie ai suoi stretti rapporti con i fratelli musulmani Wadah Qanfar e Thamur Ben Hamad, presidente del consiglio di amministrazione di al-Jazeera, fu nominato direttore dell’ufficio di Amman, incarico che mantenne fino al luglio 2014, quando fu nominato amministratore delegato in sostituzione di Wadah Qanfar, smascherato da un cablo di Wikileaks del 20 ottobre 2005 che ne dimostrava i legami con la CIA (1). La carriera da fondamentalista Yasir Abu Hilala l’iniziò molto presto nella gioventù dei Fratelli musulmani di Giordania. Come lui stesso disse nel luglio 2012, ammise di appartenere “a un partito politico. Ero un oppositore e invocai il cambio di regime dicendo che c’era un regime pre-islamico e apostata, ed era assolutamente necessario ribellarvisi ed imporre lo Stato islamico. Credevo in tutto questo ed ero pronto a morire… ma ora sono cambiato…” (2). E’ da vedere! Era così cambiato alla nomina a capo di al-Jazeera, nel luglio 2014, che fu salutato dagli ex-fratelli della setta, che credevano che la “nomina di Yasir Abu Hilala a direttore generale di al-Jazeera avesse un senso. L’uomo non brilla per eccellenza nel giornalismo… La sua presenza nella sede di al-Jazeera di Amman la si deve solo all’amico Wadah Qanfar...” L’anonimo autore di questo articolo aggiunge che “Yasir Abu Hilala è un ex-Fratello musulmano che si dice vicino al jihadismo salafita...” (3). Nel gennaio 2013 Yasir Abu Hilala riconobbe le relazioni con i jihadisti salafiti siriani e con il capo del gruppo terroristico “Jabhat al-Nusra” (4). Da parte sua, il giornalista dell’opposizione siriana Nizar Nayuf disse, il 25 luglio 2014, che “il terrorista e criminale Abu Hilala, figlio di Fratelli musulmani, fu tra i primi nella primavera del 2011 a trasportare nella regione di Dara, nel sud della Siria, armi e dispositivi di comunicazione satellitare… lo fece con l’aiuto dell’intelligence giordana e dei Fratelli musulmani giordani“. Secondo Nizar Nayuf, “Yasir Abu Hilala in persona organizzò l’incontro tra Abu Muhamad Julani (capo di Jabhat al-Nusra) e Taysir Aluni (giornalista di al-Jazeera) e membro di al-Qaida, che al-Jazeera trasmise nel dicembre 2013” (5).

Il “valore aggiunto” di Yasir Abu Hilala ad al-Jazeera
Molto prima che della promozione a capo di al-Jazeera, Yasir Abu Hilala si distinse per i numerosi articoli ed interviste ai terroristi islamici più pericolosi al mondo. Il 25 aprile 2006, al-Jazeera pubblicò un video di propaganda su Abu Musab al-Zarqawi (video disponibile su Internet in particolare su alsaha.net), diretto e narrato dallo stesso “giornalista”. Proprio nella “primavera araba”, nel luglio 2011, volle incendiare la Giordania riprendendo il vecchio sogno di distruggere il “regime pre-islamico”. Ma a differenza dei tunisini nel 2011, i giordani non ci cascarono e gliele suonarono (6). Yasir Abu Hilala è così vicino al salafismo jihadista che appena un anno dopo la nomina alla presidenza generale di tale rete integralista, un “sondaggio” fu trasmesso il 26 maggio 2015 chiedendo agli spettatori, “Sostenete le vittorie dello Stato islamico in Medio Oriente?” Gli intervistati in modo schiacciante sostennero lo Stato islamico, con l’81% di “sì” alla domanda! Il “sondaggio” avrebbe generato circa 38000 risposte, con solo il 19% di “no”! Come giustamente dice Huwayda Taha (vedasi l’indagine di Samira Handaui), “la mente dello SIIL era discreta“! E l’ex-produttrice del Qatar aggiunse: “Mi rattrista che questo luogo (al-Jazeera) sia divenuto filo-SIIL. I finanziatori di al-Jazeera erano più intelligenti quando facevano del loro meglio per nascondere il loro vero volto. Credo che l’intelligenza li abbia traditi oggi, divenendo indifferenti agli altri che ne constatano il palese filo-statoislamismo...”

Sondaggio sul FIS nel 2007, Sondaggio sullo SIIL nel 2015
Il “sondaggio” sulle vittorie dello Stato islamico ricordano un altro “sondaggio” dello stesso tipo che al-Jazeera fece il 12 dicembre 2007, il giorno dopo un attacco particolarmente letale in Algeria. La domanda posta era: “Siete a favore degli attacchi di al-Qaida in Algeria?” La risposta semplicemente includeva “sì” e “no”. I risultati furono una sorpresa: il 54% degli intervistati affermò di sostenere il terrorismo in Algeria! Va solo ricordato che presso al-Jazeera c’è sempre il cambio amministrativo nella continuità islamo-terroristica. Che siano Wadah Qanfar, Yasir Abu Hilala o un altro, tale rete sovversiva e di propaganda fondamentalista degli emiri del Qatar ha sempre avuto una sola linea editoriale: il trionfo mondiale dell’ideologia totalitaria di ciò che alcuni chiamano “Islam politico” e che noi chiamiamo fascismo verde. Per aver trasmesso un film vagamente antisemita, al-Manar TV è stata censurata in occidente; perché politicamente scorretta, la rete al-Mayadin fu inserita nella lista nera. Pertanto vedremo le autorità francesi vietare la rete dell’intolleranza, fondamentalismo e terrorismo al-Jazeera? Ai nostri compatrioti tunisini, il popolo, e non il governo, conosce ideologia, passato e obiettivi del predicatore di al-Jazeera. Sa cos’altro fare: petizioni, proteste e chiedere la chiusura di tale rete in Tunisia e l’espulsione dei suoi giornalisti-spie. Per accedere al mondo, France 24 avanza.

timthumb.php1) – Link al cablo di Wikileaks su Wadah Qanfar
2) – La confessione video di Yasir Abu Hilala del luglio 2012
3) – Articolo di un Fratello musulmano del 27 luglio 2014
4) – Link
5) – Pagina Facebook di Nizar Nayuf
6) – Yasir Abu Hilala ad Amman nel luglio 2011

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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