Qatar, nuovo disastro piddiota

Alessandro Lattanzio, 5/6/2017Bahrayn, Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Libia e Maldive hanno deciso di sospendere i rapporti diplomatici con il Qatar. Il Bahrayn è stato il primo, affermando che l’azione è motivata dai persistenti tentativi di Doha di destabilizzarlo. Il Bahrayn dava ai diplomatici del Qatar 48 ore per lasciare il territorio dell’isola. Inoltre, Manama sospendeva le comunicazioni aeree e marittime con Doha, impediva ai cittadini del Qatar di visitare il Bahrayn e vietava ai propri di risiedere o visitare il Qatar. Poco dopo, Riyadh, Cairo e Abu Dhabi emettevano dichiarazioni simili mentre Arabia Saudita ed Egitto sospendevano le comunicazioni aeree e marittime con il Qatar. “Il governo del Regno dell’Arabia Saudita, esercitando i propri diritti sovrani garantiti dal diritto internazionale e proteggendo la sicurezza nazionale da terrorismo ed estremismo, ha deciso d’interrompere le relazioni diplomatiche e consolari con lo Stato del Qatar“, afferma la dichiarazione. I cittadini del Qatar avevano 14 giorni per lasciare l’Arabia Saudita. Contemporaneamente, la coalizione saudita annunciava la cancellazione della partecipazione del Qatar all’operazione militare contro lo Yemen, sostenendo che Doha appoggia i gruppi terroristici al-Qaida e SIIL. “Il governo della Repubblica araba d’Egitto ha deciso di interrompere le relazioni diplomatiche con il Qatar a causa della continua ostilità delle autorità del Qatar verso l’Egitto“, affermava la dichiarazione di Cairo. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti bloccavano anche siti e TV del Qatar. Anche gli EAU accusavano il Qatar di “destabilizzare la sicurezza della regione“, dando ai diplomatici del Qatar 48 ore per lasciare il Paese, citando “sostegno, finanziamento e armamento ad organizzazioni terroristiche, estremiste e settarie”. Il conflitto tra Qatar e Paesi vicini esplodeva una settimana dopo il vertice saudita-statunitense di Riyadh, ufficialmente perché l’agenzia stampa del Qatar sarebbe stata hackerata, inviando un discorso a nome dell’emiro del Paese a sostegno delle relazioni con l’Iran. L’emiro del Qatar avrebbe criticato Stati Uniti, Arabia Saudita e Stati clienti per voler suscitare tensioni con l’Iran “potenza islamica“. Al vertice, Arabia Saudita e USA invece minacciarono l’Iran. La Libia interrompeva le relazioni diplomatiche con il Qatar dopo Manama, Riyadh, Cairo e Abu Dhabi. Tripoli definisce Doha “fonte principale delle armi per il ramo libico della Fratellanza musulmana ed altri gruppi islamici armati fin dal 2012, costituendo una minaccia per la sicurezza nazionale del mondo arabo“. La Repubblica delle Maldive aderiva alle sanzioni subito dopo.
Ci dispiace per la decisione d’interrompere le relazioni“, dichiarava il ministero degli Esteri del Qatar, “queste misure sono ingiustificate e basate su asserzioni senza fondamento. Lo Stato del Qatar è membro attivo del Consiglio di cooperazione degli Stati arabi del Golfo Persico (GCC), ne rispetta la carta, la sovranità di altri Stati e non interferisce nei loro affari interni, adempiendo anche agli obblighi della lotta a terrorismo ed estremismo“. Il ministro degli Esteri del Qatar, Muhamad bin Abdurahman al-Thani, affermava che il suo Paese era oggetto di una “campagna mediatica ostile, a cui risponderemo“. Tuttavia il viceministro degli Esteri del Quwayt Qalid Jaralah si dichiarava “dispiaciuto” ed esprimeva la volontà del Quwayt di sostenere il Qatar. Abdalbari Atwan, caporedattore del giornale Rai al-Yum, sottolineava che la frattura con Doha sarebbe il preludio di un’aggressione militari al Qatar, “Il prossimo passo potrebbe essere l’intervento militare per il cambio di regime in Qatar, perché la guerra è pianificata da mesi“, ribadendo che la fine dei legami diplomatici e la chiusura dei confini servono ad isolare Doha. Il Segretario del Consiglio degli Esperti dell’Iran Mohsen Rezayi invitava l’Arabia Saudita ad evitare l’intromissione negli affari interni del Qatar, avvertendo Ryiadh che la tolleranza dei Paesi regionali ha un limite e che potrebbe fare esplodere la rabbia. “L’interferenza dei Saud negli affari interni del Qatar con il pretesto della sua amicizia con l’Iran equivale all’aggressione“, scriveva Rezayi, che avvertiva che le misure illegali dei Saud porteranno la regione sull’orlo dell’insicurezza, affermando che i governanti sauditi si scavano la tombe e presto vedranno la rivolta del popolo, proprio e delle nazioni regionali. Infine, l’ex-ministro della Difesa israeliano Moshe Yalon dichiarava il 5 giugno che, “Oggi vediamo cosa fanno gli Stati arabi al Qatar, trattandolo da Stato canaglia, sia perle relazioni con l’Iran, sia per sostegno, finanziamento e incitamento del terrorismo. Oltre al fatto che ciò significa che non esiste una coalizione araba, certamente non contro di noi, lo sviluppo che avutosi in Medio Oriente negli ultimi anni ha portato a rendere irrilevante il termine “conflitto arabo-israeliano”. Noi e gli arabi, gli stessi arabi che organizzarono la coalizione nella Guerra dei Sei Giorni per cercare di distruggere lo Stato ebraico, oggi si trovano nella nostra stessa barca … i Paesi arabi sunniti, tranne il Qatar, sono nella nostra stessa barca, vedendo noi tutti l’Iran nucleare come minaccia numero uno contro tutti noi”. Segno netto dell’alleanza fattuale tra petromonarchie wahhabite e Stato sionista, suggellata dall’attiva assistenza militare e logistica israeliana alle organizzazioni terroristiche in Siria.L’italietta piddiota, in tutto questo, ovviamente, non poteva farsi sfuggire l’occasione di rimediare la solita squallida figura di Stato-pezzente. Mauro Moretti, AD uscente di Leonardo (Finmeccanica), si preannunciava (badate bene, il 17 maggio 2017) sulla possibilità di “novità di grande importanza” da Qatar e Arabia Saudita. Ovviamente, non gli avevano spiegato bene quali fossero tali “novità”. In un intervento di un’ora e mezzo all’assemblea degli azionisti, Moretti sottolineava di avere realizzato, nei tre anni alla guida di Finmeccanica, risultati “che difficilmente si vedono in giro, quindi è bene che rimangano scolpiti. Sono in corso campagne nella Penisola Arabica, dal Qatar all’Arabia Saudita, dove credo e spero possano esserci novità di grande importanza“. E nel 2016, il sito Formiche non poteva trattenersi dal trionfalismo sui francesi, salutando l’affarone firmato dalla ministra Pinotti con il Qatar: la vendita al ministero della Difesa del Qatar di 8 navi da guerra del valore di circa 4 miliardi di euro, da costruirsi presso la Fincantieri. La firma si ebbe tra il comandante della Marina del Qatar, General-Maggiore Muhamad Nasir al-Muhanadi, e l’amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono, alla presenza dei ministri della Difesa Qalid bin Muhamad al-Atiyah e Roberta Pinotti. La Fincantieri dovrebbe costruire per il Qatar 4 corvette, 1 nave d’assalto anfibia, 2 pattugliatori d’altura e fornirne i relativi servizi di supporto per 15 anni, assicurando sei anni di commesse ai cantieri navali del gruppo di Riva Trigoso e Muggiano. Le unità dovrebbero sorvegliare e pattugliare le acque territoriali del Qatar e della sua zona economica esclusiva. Leonardo/Fincantieriavrà la responsabilità della fornitura integrata del sistema di combattimento delle nuove unità navali, i principali radar e sensori di bordo e sottosistemi di difesa, incluso i sistemi d’arma di medio calibro da 76mm e di piccolo calibro da 30mm, il sistema di protezione antisiluro, il sonar antimine Thesan, e in collaborazione con la MBDA (che è francese!), il sistema missilistico. La fornitura comprende inoltre attività di supporto logistico integrato di lungo periodo”. La Fincantieri batteva la francese DCNS nella gara per il Qatar, “Per arrivare a stipulare l’accordo con Doha, l’Italia ha dovuto guerreggiare a lungo con la Francia che, assieme a USA e Regno Unito, ha una lunga tradizione di forniture militari ai Paesi del Golfo. Se la Francia non avesse venduto nel 2015 una portaerei (in realtà due portaelicotteri) e alcune navi da guerra all’Egitto, probabilmente l’Italia non avrebbe concluso l’affare. La fornitura francese al regime di al-Sisi ha indispettito (per usare un eufemismo) il giovane emiro Tamin al-Thani che guida il Qatar”. Avete capito? L’Italia è forse anche responsabile delle misure prese contro il Qatar, suo grosso cliente…. Quando si lascia la politica estera ed economica del Paese in mano alle nostrane odalische dell’islamismo petrowahhabita (“siamo tutti fratelli mussulmani” urlicchiava nel 2012 Lia Quartapelle, gerarca del PD), le conseguenze non tardano mai a farsi sentire.

Qalid bin Muhamad al-Atiyah e Roberta Pinotti.

In fondo, lo scontro tra Doha e Ryadh era già iniziato da mesi, se non anni, sul terreno siriano, dove le varie organizzazioni mercenarie terroristiche, finanziate da sauditi e qatarioti, si scontrano per il dominio, temporaneo, dei territori occupati. Inevitabilmente, tale scontro tra ascari e mercenari è risalito fino alle fonti responsabili del terrorismo in Siria. La frattura dell’asse NATO-Wahhabismo è la conseguenza della sconfitta strategica totale del grande piano nato coi neocon, fare del medioriente una piattaforma d’assalto contro Russia-Cina-India. E’ ovviamente fallito come qualsiasi delirio nato tra necon e brzezinskiani. Ora arrivano i cascami, rese dei conti tra beduini ingioiellati, caproni wahhabiti, sinistra socialcoloniale e con un’ideologia da supermercato dello sconto, destra totalmente preda delle banche, a loro volta legate alle catene del rapporto dollaro-petrolio. Ovvio il fiorire di auto-attentati per impedire che i rapporti di forza mondiali, o almeno nell’occidente, non cambino. Non ci sono solo i sauditi che si giocano la pelle, ma tutto il bel mondo del ‘moderno’ capitalismo liberista tutto indice di borsa e docufiction di Soros, e niente produzione materiale. E’ ovvio che gli intermediari di questa fogna, tipo i mass media degli unicorni o i servizi segreti che hanno reclutato centinaia di migliaia di terroristi del mondo con flussi da miliardi di dollari, facciano di tutto per continuare, o almeno non finire sotto processo o peggio, ricorrendo all’oliato strumento che si chiama gladio e strategia della tensione.Fonti:
The Meditelegraph
Reuters
Jewish Press
Formiche
FNA
FNA
FNA

Italia e crisi dei migranti: le ONG complici di contrabbandieri e schiavisti in Libia

Sawako Uchida e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times

Carmelo Zuccaro, procuratore italiano, sostiene di avere prove importanti su numerose ONG colluse con i contrabbandieri che si arricchiscono sulla miseria degli inermi. Infatti, se dimostrato, tali ONH hanno le mani insanguinate ed incoraggiano di nascosto la schiavitù in Libia, anche se non voluta. Pertanto, è tempo di tenere conto di una catena infinita che lega mass media che incoraggiano la migrazione di massa, ONG che aiutano i contrabbandieri ad arricchirsi e l’agenda politicamente corretta di certi politici che tentano di alterare le dinamiche europee manipolando i fatti. La Stampa fu informata da Zuccaro che le navi di salvataggio venivano avvertite dal paradiso del contrabbando libico per raccogliere i migranti economici nel Mar Mediterraneo. Il modus operandi della catena diretta tra contrabbandieri e ONG si basa sulle telefonate. Naturalmente, ciò implica che i migranti economici debbano pagare un forte incentivo finanziario ai contrabbandieri. Quindi, a chi non può permetterselo, le questione della schiavitù araba dei neri africani, e la persecuzione degli immigrati cristiani, diventa una realtà nella Libia attuale. Va detto che la schiavitù resta in Mauritania, dove i musulmani neri africani subiscono abusi continui dagli altri musulmani della nazione. Allo stesso modo, l’Arabia Saudita tollera ancora la schiavitù dalla Seconda Guerra Mondiale, fondamentale vergogna da eradicare da tale realtà permanete e storica della Penisola Araba. Infatti, gli animisti e i cristiani neri africani subirono una simile realtà quando le milizie arabe, alleate del governo di Khartoum, tolleravano la schiavitù tra le forze antigovernative durante la guerra civile. Naturalmente, lo SIIL (Stato islamico) è noto schiavizzare e vendere cristiani e yazidi in Iraq. Nel caso degli yazidi, non essendo “persone del libro”, subiscono schiavitù e la schiavitù sessuale delle donne, costrette a convertirsi all’Islam, e la pulizia etnica. Tuttavia, proprio come in Libia, la schiavitù si basa su tradizioni e razzismo contro i neri africani. Recentemente, la BBC riferì: “Anche le donne sono comprate da clienti libici e portate in casa dove diventano schiave sessuali“, secondo un testimone. La BBC aggiunge: “A febbraio, l’Unicef rilasciò una relazione che documenta, talvolta con orribili dettagli, storie di schiavitù, violenza e abusi sessuali subiti da numerosi bambini che viaggiano dalla Libia all’Italia“. La schiavitù dei neri africani da parte dei musulmani arabi ha ben più di mille anni e le realtà in Libia, Mauritania e Sudan mostrano che la mentalità cambia lentamente. Naturalmente, per via del politicamente corretto e della moda, non vi è alcuna manifestazione di massa contro la schiavitù in Libia tuttavia, si può solo immaginare cosa accadrebbe aprendo tali mercati negli USA, Francia o Israele. Reuters ha anche riferito nel 2016 sulla Mauritania: “Gli Haratin, che costituiscono la principale “casta degli schiavi”, discendono da etnie nere africane del fiume Senegal. Spesso lavorano come pastori e domestici… Il Paese dell’Africa occidentale ha la più alta prevalenza di schiavi, secondo l’indice della schiavitù globale, con circa il 4 per cento della popolazione, o 150000 persone, che vivono come schiavi“.
Tornando ai contatti tra ONG e contrabbandieri in Libia, Zuccaro ha detto: “Abbiamo prove di contatti diretti tra alcune ONG e trafficanti di persone in Libia“. L’agenzia di frontiera dell’Unione europea, Frontex, è altrettanto disturbata dalle ONG che incoraggiano la migrazione di massa. Questo, a sua volta, provoca innumerevoli morti in mare e la schiavitù in Libia. Dopo tutto, la Libia attuale è una nazione fallita dovuta all’interferenza delle potenze del Golfo e della NATO. Pertanto, la storia del contrabbando e della schiavitù araba dei neri africani riempie il vuoto, e lo stesso vale per la crescente minaccia dei vari gruppi islamisti sunniti e militanti regionali in Libia. Fabrice Leggeri, figura di Frontex, ha informato Die Welt sul ruolo delle ONG, affermando con forza che le imbarcazioni di soccorso delle numerose ONG hanno incoraggiato i trafficanti a “forzare ancora più migranti su imbarcazioni insicure con acqua e carburante insufficienti, rispetto agli anni precedenti“. Le affermazioni stupefacenti della cancelliera Merkel sul ruolo dei mass media, delle ONG e del politicamente corretto allarmano sulla migrazione di massa in Europa in diversi sensi. Il risultato sono gli innumerevoli morti in mare, il tradimento dei veri rifugiati, la schiavitù in Libia, le convulsioni terroristiche in Europa, la criminalità e la creazione di contrabbandieri estremamente ricchi. Pertanto è necessaria un’azione diretta per fermare ciò che persone inermi subiscono dall’operato di ONG e contrabbandieri, anche se cercano risultati diversi.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Egitto avrà l’autosufficienza energetica nel 2018

Tekmor Monitor 16 febbraio 2017

news52495_egasL’Egitto mira a raggiungere l’autosufficienza gasifera nel 2018, dichiara il presidente dell’EGAS Muhamad al-Masry. L’industria privata potrà importare gas per le industrie con nuove norme dal 2018 o, eventualmente, prima. Gran parte del divario tra domanda e offerta sarà colmata quando il giacimento Zuhr inizierà la produzione, alla fine dell’anno. Masry si aspetta anche le esportazioni di gas riprendano da tre impianti di liquefazione, nel 2019, e che la produzione di gas raggiunga i 5,9 miliardi di metri cubi nel 2018-19. In precedenza, l’obiettivo del Ministero del Petrolio per l’autosufficienza gasifera era il 2019, secondo le attese dalle scoperte annunciate nel 2017, aprendo la questione delle FSRU, dato il contratto con la Höegh Gallant, il primo del genere in Egitto, commissionato per cinque anni e con scadenza nel 2020, e il secondo con la BW Gas, da 60 milioni di dollari all’anno e che scadrà lo stesso anno.SAMSUNG CAMERA PICTURES

ENI e BP investiranno ancor di più in Egitto
Tekmor Monitor 15/02/2017

ENI SpA metterà in produzione il giacimento di gas gigante di al-Zuhr, al largo delle coste mediterranea dell’Egitto, entro la fine del 2017 e prevede d’investire 10 miliardi di dollari nel Paese nei prossimi cinque anni, secondo l’amministratore delegato Claudio Descalzi. I piani di produzione per Zuhr sono in programma e l’Egitto sarà il maggiore investimento dell’ENI nel prossimo biennio, aveva detto Descalz in una conferenza al Cairo. BP Plc, che ha acquistato il 10% di Zuhr dall’ENI lo scorso anno, ha investito più in Egitto nel 2016 che in qualsiasi altro Paese e farà lo stesso anche quest’anno, secondo il CEO della società Bob Dudley. “Alcune cose abbastanza buone avvengono qui per BP come per ENI“, aveva detto Dudley. “Nel 2016-17 investiamo più in Egitto che in qualsiasi altro Paese del mondo, quindi ciò è importante per noi e abbiamo fiducia nel governo“. La nazione più popolosa del mondo arabo era un esportatore netto di gas naturale liquefatto fino al 2014, quando in declino della produzione derivante dallo sconvolgimento politico ne fece un importatore netto. L’Egitto acquisterà fino a 108 carichi di GNL quest’anno accumulando un debito di 3,6 miliardi di dollari presso le compagnie energetiche internazionali, tra cui Royal Dutch Shell Plc. L’Egitto prevede di aumentare la produzione di gas del 50% entro la fine del 2018, da 3,8 miliardi di piedi cubi alla fine dello scorso anno, secondo il Ministro del Petrolio Tariq al-Mula. Il governo s’è impegnato a rimborsare gli arretrati dovuti alle compagnie energetiche internazionali ed è ottimista nell’attrarre maggiori investimenti per esplorazione, produzione e distribuzione.

I sondaggi della Shell
Shell inizierà la perforazione del giacimento di gas West Delta Deep Marine fase 9B, nel secondo trimestre di quest’anno, secondo Muhamad al-Masry, presidente dell’ente statale Egyptian Natural Gas Holding Co. Shell sospese le perforazione nella concessione di gas nel delta del Nilo nel marzo scorso, a causa del ritardo dei pagamenti. Un portavoce di Shell si rifiutava di commentare. BP prevede d’iniziare la produzione nel progetto Delta del Nilo occidentale questa primavera, secondo Dudley. Il governo egiziano annuncerà un nuovo bando per licenze d’esplorazione in nove settori nei prossimi sei mesi, ha detto al-Masry, che “potrà” ripagare Shell nel secondo trimestre. Masry aveva detto il 2 febbraio che il Paese inizierà l’esportazione di gas nel 2019. L’Egitto è anche un importatore di petrolio e ha quasi completato l’accordo per importare greggio dall’Iraq, secondo Tariq al-Hadidi, presidente esecutivo dell’ente statale Egyptian General Petroleum Corp. verrà tenuta stabile a 650000 barili al giorno la produzione di greggio e condensati, affermava.egypt_eni-ieoc_blocks-april-2016_eni-logo_tekmorTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché il governo italiano non affronta l’immigrazione nel Mediterraneo? Perché non vuole

Gefira

Lo stato di diritto è invocato spesso come il valore occidentale che i movimenti “populisti” vogliono distruggere, ma le dirigenze al governo da tempo l’hanno sospeso nel caso delle leggi sull’immigrazione. L’esempio più evidente è la politica sull’immigrazione iniziata dal governo Letta nel 2013 e continuata dal governo Renzi.

Mario Morcone, Andrea Riccardi, Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione, Mario Monti, Presidente del Consiglio dei Ministri, Enzo Moavero Milanesi, Ministro per gli Affari Europei

Mario Morcone, Andrea Riccardi, Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione, Mario Monti, Presidente del Consiglio dei Ministri, Enzo Moavero Milanesi, Ministro per gli Affari Europei

Nell’ottobre del 2013, il governo Letta, di fronte a ondate di profughi in fuga dal caos istigato dall’occidente con la primavera araba in Libia, che non fu altro che l’insurrezione di gruppi islamisti, lanciò l’operazione “Mare Nostrum“, inviando la Marina italiana nelle acque libiche per salvare i richiedenti asilo. Per quanto nobile fosse la motivazione, l’effetto collaterale dell’operazione fu incoraggiare altri ad intraprendere questo viaggio, perché ora c’era la Marina italiana a salvarli. Il risultato è stato l’aumento del 224% delle imbarcazioni salpate dalla Libia, traducendosi in 10000000 di euro al mese per il governo italiano.(1) Nel novembre 2014, Mare Nostrum fu sostituita da Triton coordinata e finanziata dall’UE, ma coprendo una quota minore del Mediterraneo al costo di 3 milioni di euro al mese. La ragione ufficiale dell’operazione Triton era controllare i confini, tuttavia, analizzando i fatti, l’obiettivo dell’operazione era semplicemente trasportare quante più persone possibile, indipendentemente che fossero rifugiati, migranti economici, legali o clandestini. Da allora, i canali del contrabbando invece di chiudere si moltiplicarono. Pratica comune fin dall’operazione “Mare Nostrum” e continuata con Triton, era che i contrabbandieri lanciassero il segnale di soccorso alle navi di pattuglia della Marina chiedendo aiuto. Nel frattempo, le ONG che perseguono le “frontiere aperte” unirono le forze assistendo chiunque, legale, illegale o rifugiato che volesse raggiungere l’Europa (2, 3, 4).arrivalsitalyLa Commissione europea è responsabile di Frontex che, eseguendo i controlli alle frontiere, ha una chiara idea della questione. Il commissario per gli affari interni, migrazione e cittadinanza Dimitris Avramopoulos ha detto: “Un’altra parte importante emersa dalle discussioni sulla lotta al contrabbando è che, secondo ONG e autorità locali e regionali, aiutare il contrabbando di migranti non va criminalizzato. Sono pienamente d’accordo, naturalmente, come anche sulla necessità di tutelare i diritti fondamentali dei contrabbandati. Dobbiamo punire i contrabbandieri”.(5) Punire i contrabbandieri, e non le organizzazioni non governative di cui fanno parte, significa che il problema non può e non va risolto, perché le ONG saranno sempre libere di contrabbandare migranti. Questa è una ben nota vecchia tradizione; il governo Monti nel 2011-12 creò il Ministero per l’Integrazione assegnato ad Andrea Riccardi della “Comunità di Sant’Egidio”, ONG spiccatamente per le frontiere aperte. La “Comunità di Sant’Egidio” persegue un piano come “corridoi umanitari”, per finanziare una rotta alternativa per fare entrare migranti in Italia. Andrea Riccardi disse ai media francesi di essere convinto che l’Europa deve aprire le frontiere.(6) Il ministero fu poi consegnato a Cécile Kyenge, donna di colore nata nella Repubblica democratica del Congo, che ebbe il compito di ridurre drasticamente i requisiti per acquisire la cittadinanza italiana, proponendo una legge per dare la cittadinanza ai figli degli immigrati nati sul suolo italiano. Con Renzi, il ministero fu ridotto a dipartimento del Ministero degli Interni e consegnato a Mario Morcone, altro affiliato a “Sant’Egidio”. Che succede una volta che migranti di ogni genere arrivano sul suolo italiano? Vengono inviati nei centri di accoglienza, dove possono fare domanda per lo status di rifugiati. Va notato che l’Italia da tempo è a corto di posti per i richiedenti asilo, e così il governo paga alberghi, ostelli o singoli cittadini, in generale, per accoglierli.
img_71304_119585 Una pratica comune per coloro che sanno che la domanda sarà respinta è distruggere i documenti (7) in modo che il tempo per identificarli aumenti esponenzialmente. L’esperienza ha dimostrato che i centri alla fine diventano sovraffollati, rivelandosi l’occasione per le rivolte dei migranti che distruggono le proprietà e, infine, fuggono divenendo clandestini.(8, 9, 10, 11, 12) Se non fuggono e la domanda viene respinta, vengono espulsi. L’espulsione però è volontaria e i dati dimostrano che il 50% dei migranti espulsi effettivamente se ne va, probabilmente in un altro Paese dell’UE-Schengen, e gli altri diventano clandestini. Come lo scandalo di “Mafia Capitale” (13) ha dimostrato, la collusione tra membri del Partito Democratico che controllano le istituzioni dell’immigrazione dello Stato italiano, compresi centri dei rifugiati, ONG e criminalità organizzata, assicurano che i migranti siano impiegati a spese dei contribuenti italiani con tariffe orarie insignificanti, permettendo enormi profitti illeciti ai racket. La citazione infame di un membro della criminalità organizzata rivela come l’immigrazione sia ormai un business più redditizio del traffico di droga. “Hai idea di quanto faccio con questi immigrati?” disse Salvatore Buzzi, affiliato della mafia, in un’intercettazione telefonica di 1200 pagine all’inizio del 2013. “Il traffico di droga non è così redditizio“. “Abbiamo chiuso quest’anno con un fatturato di 40 milioni, ma… i nostri profitti provengono tutti da zingari, emergenza abitativa e immigrati“, aveva detto Buzzi. Era il 2013, quando 20000 immigrati arrivarono in Italia. Nel 2016, ne giunsero 180000.
Politici corrotti come Giuseppe Castiglione (NCD, partner del Partito Democratico), che lavorano per il Ministero degli Interni con la missione ufficiale di “favorire l’integrazione di coloro che necessitano di protezione internazionale”, lavorano in realtà per garantirsi profitti dalla crisi. Le attività illegali vanno dall’assegnazione della costruzione dei centri per rifugiati alle cooperative legate al PD, in cambio di tangenti, al trasferimento di richiedenti asilo e clandestini nelle campagne italiane per impiegarli nell’agricoltura per una tariffa oraria di 1-3 euro. Quando si tratta di donne immigrate, si organizzano giri di prostituzione nei centri di accoglienza o le vendono per lavorare sulle strade italiane. (14)
Immigrazione, storia di assenza di volontà della Stato di diritto, contrabbando, disonestà, schiavitù e, infine, distruzione dell’Europa.yffqcm8h6424-732-k9bb-u10402647339452lnb-700x394lastampa-itNote
1.Immigrazione: il flop di Mare Nostrum, Il Sole 24 Ore
2.Caught in the act: NGOs deal in migrant smuggling, Gefira
3.NGOs Armada operating off the coast of Libya, Gefira
4.The Americans from MOAS ferry migrants to Europe, Gefira
5.How can EU action against migrant smuggling be more effective? European Commission
6.Andrea Riccardi, a soul for Europe, La Vie
7.Establishing Identity for International Protection, European Migration Network
8. 40 Migranti fuggono dall’albergo nel sulcis bloccando la statale, Corriere
9. Rivolta nel Cie di Milano: scappano tre irregolari, gd-notizie
10. Rivolta al Cie, agenti contusi scappano in 22, dieci arresti, Migranti Torino
11. Lampedusa, via ai trasferimenti. Fuga di immigrati dal Cie di Torino, RAI
12. I clandestini restano in Italia anche dopo essere espulsi, Il Giornale
13. Mafia Capitale, Buzzi: “Con immigrati si fanno molti più soldi che con la droga”, Il Fatto Quotidiano
14. Sicilian Mafia Cashes In On Desperate Immigrants, La Stampa

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Rapidi cambiamenti radicali in Medio Oriente

Peter Korzun, SCF 30/01/2017People walk past a banner with a picture of Russian President Vladimir Putin in central CairoGli scenari geopolitici in Medio Oriente subiscono rapidi cambiamenti con nuovi fattori emergenti sullo scacchiere regionale. La politica estera di Cairo compie una nuova svolta. E’ stato annunciato di recente che l’Egitto riceverà un milione di barili di petrolio al giorno dall’Iraq. L’Arabia Saudita aveva informato l’Egitto che l’invio di prodotti petroliferi attesi secondo l’accordo per aiuti da 23 miliardi veniva sospeso a tempo indeterminato, suggerendo una spaccatura profonda tra i due Paesi. D’ora in poi, l’Egitto avrà il petrolio di cui ha bisogno a un costo inferiore a quello saudita. Il Presidente egiziano al-Sisi ha respinto gli sforzi dei sauditi per rovesciare il regime di Bashar Assad, ed inoltre raggiunge l’ex-presidente yemenita Ali Abdullah Salah e i suoi alleati Huthi che l’Arabia Saudita combatte dal marzo 2015. Cairo ha aperto i canali diplomatici con il filo-iraniano Hezbollah libanese, che combatte al fianco del Presidente Assad in Siria contro i gruppi ribelli supportati da Riyadh. L’Iraq fornirà all’Egitto 1 milione di barili di petrolio di Bassora ogni mese. L’accordo prevede l’estensione di un oleodotto dall’Iraq all’Egitto attraverso la Giordania. A dicembre, il ministro del petrolio iracheno, Ali al-Luyabi, incontrava i capi delle grandi compagnie petrolifere e gasifere di Cairo, invitandoli a contribuire allo sviluppo industriale del suo Paese. L’Egitto addestra quattro unità dell’esercito iracheno sulla guerra al terrorismo, alla luce del riavvicinamento tra Egitto e asse iracheno-iraniano nella regione. Ed anche dovrebbe inviare truppe in Siria nei prossimi giorni per sostenere il cessate il fuoco proposto da Russia, Iran e Turchia. E’ stato riportato che un’unità dell’esercito egiziano verrebbe schierata in Siria questo mese. Lo scorso ottobre, il capo dell’ufficio della Sicurezza Nazionale siriana Ali Mamluq visitava Cairo incontrando Qalid Fuzy, il capo dell’intelligence generale dell’Egitto. Le parti hanno deciso di coordinarsi politicamente e rafforzare la cooperazione nella “lotta al terrorismo”. L’Egitto è un Paese a maggioranza sunnita. Il suo aperto sostegno alla coalizione della Russia in Siria è una svolta di fondamentale importanza. smentendo l’interpretazione settaria del conflitto in Siria.
Middle East Observer cita Nziv Net, sito vicino all’intelligence israeliana, dire che “l’Egitto ha inviato un gruppo di ufficiali in Siria, per la prima volta da quando i rapporti furono congelati da Mursi”. Lo scorso dicembre, Ibrahim Ishayqir al-Jafari, ministro degli Esteri iracheno, invitava l’Egitto a partecipare a “un piano strategico di lotta al terrorismo” comprendente l’Iran. A settembre, il ministro degli Esteri egiziano Samih Shuqry s’incontrava per la prima volta con l’omologo iraniano Jawad Zarif, durante la visita a New York per partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ad ottobre, l’Egitto sosteneva l’azione russa alle Nazioni Unite per un cessate il fuoco in Siria. La mossa fece arrabbiare l’Arabia Saudita che sospese l’invio di petrolio al Cairo. Il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi affermò pubblicamente il suo sostegno alle forze del Presidente siriano Bashar al-Assad. Le relazioni tra Russia ed Egitto crescono. Nel febbraio 2015, l’Egitto firmò un accordo importante per la creazione della zona di libero scambio con l’Unione economica eurasiatica della Russia. Il progresso nella cooperazione militare è tangibile. Gli accordi per le armi che l’Egitto ha firmato con la Russia ammontano a 5 miliardi di dollari nel 2015, includendo 50 aerei da combattimento MiG-29M, sistemi di difesa aerea a lungo raggio Buk-M2E e Antej-2500 e circa 50 elicotteri Ka-52K per le nuove navi d’assalto anfibio classe Mistral che l’Egitto ha acquistato in Francia. Le navi riceveranno elicotteri ed elettronica originariamente previsti dai russi. I due Paesi hanno firmato diversi accordi per la ristrutturazione degli impianti di produzione militare dell’Egitto. Un protocollo fu firmato per concedere l’accesso dell’Egitto al GLONASS, il sistema di posizionamento satellitare globale russo. A settembre, il ministro della Difesa Sadqy Subhy visitava la Russia per discutere le questioni relative a maggiori rapporti sulla sicurezza a lungo termine. Lo scorso ottobre, i militari svolsero un’esercitazione congiunta.
L’Egitto è il Paese più popoloso del Nord Africa e del mondo arabo, il terzo più popoloso dell’Africa e il 14.mo più popoloso del mondo. L’anno scorso, la popolazione del Paese raggiunse i 92 milioni. Il suo cambio politico è ben motivato. Cairo combatte lo Stato islamico nella penisola del Sinai. Gli aspri combattimenti arrivano di rado ai media, ma lo SI è una grave minaccia per l’Egitto, che può colpire l’Egitto anche dalla Libia. La presenza dello SI in Libia avvicina Egitto e Algeria dato che le due grandi nazioni affrontano la stessa minaccia. L’alleanza Iran, Iraq, Russia e Turchia può includere anche l’Algeria. In risposta alla crescente minaccia, Algeri rafforza i legami con Mosca, ed ha recentemente acquistato 14 caccia Su-30MKA e 40 elicotteri d’attacco Mi-28 “Night Hunter” dalla Russia. Lo scorso febbraio, Russia e Algeria tracciarono il percorso per approfondire la cooperazione economica e militare, durante la visita del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov in Algeria. La cooperazione della Russia con Egitto, Algeria e altri Paesi del Medio Oriente e Nord Africa riflette la crescente influenza di Mosca nella regione. Con il processo di Astana che fa progressi, altri attori grandi e influenti come Siria, Iraq, Egitto e Algeria possono aderire alla nascente coalizione tra Russia, Iran e Turchia portando la regione Medio Oriente-Nord Africa (MENA) ad affrontare cambiamenti ampi e radicali.awnali4kixy47cbc6pjeit8k9hx63baaLa ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora