Elezioni in Giappone e consolidamento della posizione del Partito Comunista Giappone

Vladimir Terehov New eastern Outlook 06/05/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Kazuo Shii, segretario del Partito Comunista del Giappone

Kazuo Shii, segretario del Partito Comunista del Giappone

Il 12 e il 26 aprile in Giappone si sono svolte due tornate eletterali amministrative. Nel primo turno, 10 (su 47) governatori delle prefetture sono stati eletti, così come i sindaci di cinque grandi città e i membri dei vari organi di rappresentanza (assemblee). Nel secondo turno sono stati eletti i sindaci di 131 città e paesi, così come di 11 (su 23) quartieri speciali di Tokyo. In diverse centinaia di comuni sono state elette le assemblee. Particolare attenzione nella campagna elettorale è stata data agli effetti ambigui delle misure economiche adottate dal governo di Shinzo Abe (la cosiddetta “Abenomics“). Alla loro base vi è l’indebolimento artificiale della moneta nazionale per migliorare la competitività dell’industria nazionale, che soprattutto lavora per i mercati esteri. Le opinioni dei candidati su riattivazione delle centrali nucleari, ingresso del Giappone nel Trans-Pacific Partnership (TTP) e rapporti con Cina e Stati Uniti sono stati molti importanti. Un aspetto sufficientemente chiaro, confermando le tendenze degli ultimi anni nella vita politica del Giappone, sono i risultati del primo turno. I candidati del Partito liberale democratico (LDP) hanno vinto tutte le elezioni governatoriali e 40 (su 41) assemblee locali. Considerata principale forza di opposizione, il Partito democratico del Giappone (DPJ) ha subito un’altra sconfitta pesante, nonostante la preparazione con cure per le elezioni, viste come “elemento chiave” della rinascita. I candidati del DPJ hanno vinto 3,5 volte meno (dei rappresentanti del LDP) seggi nelle assemblee, quasi il 40% dei risultati delle precedenti elezioni del 2011. I risultati del secondo turno sono stati meno netti, soprattutto perché il 30-40% dei sindaci e oltre il 20% dei membri delle assemblee hanno vinto per assenza di concorrenza. Inoltre, un numero significativo di candidati non aderisce ai due partiti. In tre su cinque importanti città e distretti metropolitani, in cui i partiti di opposizione hanno vinto, i rappresentanti del LDP sono stati sconfitti. A quanto pare, la minore distinzione dei risultati del secondo turno elettorale agli enti locali. ha permesso al Segretario generale del DPJ Yukio Edano di dichiarare che il partito aveva raggiunto il fondo del crollo della popolarità e ora recuperava gradualmente agli occhi degli elettori. Riguardo i leader del LDP, il capo della segreteria del governo giapponese, Yoshihide Suga, ha valutato l’esito delle elezioni come ulteriore espressione di fiducia dei giapponesi nella politica economica del partito. A questo proposito i risultati delle elezioni parlamentari generali degli ultimi due anni, invariabilmente conclusesi con una netta vittoria del LDP, sono implicite. Come si conviene ai politici, ognuno ha espresso un diverso grado di ottimismo, a prescindere dai dubbi della causa. Dato che non si possono certo trarre conclusioni definitive per la bassissima affluenza alle elezioni locali negli ultimi decenni, nell’aprile 2015 il flusso è stato del 45-50%. Mentre il Ministero degli Interni del Giappone commentava le recenti elezioni, si può solo parlare con certezza dell’apatia degli elettori giapponesi. Ciò si spiega con il crescente numero di domande sui piani economici e di politica estera del LDP, dove gli elettori, abbandonando le illusioni sulla comparsa di una nuova forza politica, il DPJ, negli ultimi dieci anni, non vedendovi un attore politico degno di attenzione. Tuttavia, tale attore (anche se non nuovo) potrebbe riapparire nel Partito Comunista del Giappone. Uno dei risultati più importanti delle ultime elezioni è stata la conferma del trend delineatosi negli ultimi due-tre anni della rinascita del CPJ. Anche se è ancora lontano dall’arena politica del Giappone, come negli anni ’50. Secondo le recenti elezioni, il CPJ ora è presente in tutte le 47 prefetture, con un incremento di un terzo dei rappresentanti nei vari organi legislativi locali.
Commentando i risultati del primo turno delle elezioni, il settimanale britannico The Economist ha osservato che il CPJ potrebbe diventare il leader dell’opposizione politica nel Paese. Nelle sue fila vi sono circa 300mila membri (nel LDP oltre 700 mila) e solo nel 2014 ha ammesso 10mila persone. La circolazione del quotidiano “Akahata” (Bandiera Rossa) è di 1,2 milioni di copie. La piattaforma politica del CPJ è cambiata poco rispetto al picco di popolarità negli anni ’50, quando la società giapponese subiva una dura lotta sulle scelte di politica estera del Paese. Oggi, il CPJ si oppone all’alleanza militar-politica con gli Stati Uniti e all’adesione alla TTP, così come alla riduzione degli ostacoli giuridici al passaggio delle attività militar-politiche del Paese all’estero. L'”Abenomics” è oggetto di dure critiche per il conseguente aumento delle disparità economiche e sociali nella popolazione, così come dei piani governativi per riattivare le centrali nucleari. Tutto ciò contribuisce alla popolarità del partito. Allo stesso tempo, l’accumularsi di sentimenti negativi nella popolazione verso l’attuale governo del LDP può far allontanare bruscamente questi sentimenti dal partito. Ciò successe alla fine dell’ultimo decennio, quando la posizione di leader indiscutibile del LDP, nella prima metà, fu completamente persa nella seconda. Nell’autunno 2009, nelle elezioni generali per la camera bassa del parlamento, il LDP subì una pesante sconfitta da parte del DPJ, che aveva accumulato in quel momento un capitale di “aspettative positive” nei diversi strati del pubblico giapponese. Tuttavia, lo sprecò ampiamente dopo solo un anno al potere. Nel possibile aggravarsi delle questioni di politica economica ed estera del Giappone, il ruolo della forza politica di opposizione (invece dei “centristi” dell’attuale DPJ) potrebbe andare al più radicale partito di sinistra, il CPJ.

Japan PoliticsVladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, per la rivista online New eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cosa fa Washington in Asia centrale?

F. William Engdahl New Eastern Outlook 05/05/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

AWILLS PAGEDa quando la CIA ha finanziato e addestrato oltre centomila jihadisti, tra cui il fanatico saudita Usama bin Ladin, per intraprendere una guerra per procura decennale contro le forze dell’esercito sovietico in Afghanistan, Washington è ossessionata dall’idea di penetrare nell’Asia centrale per incunearsi tra Cina e Russia. I primi tentativi sulla scia della presenza delle forze statunitensi in Afghanistan post-2001, hanno avuto alterne fortune. Ora sembra che Washington cerchi freneticamente di ripetersi, anche richiamando il vecchio ambasciatore degli USA Richard M. Miles per dirigere un nuovo tentativo di rivoluzione colorata. Sembra che ci sia urgenza nella nuova attenzione di Washington sull’Asia centrale. La Russia non viene destabilizzata dalle sanzioni finanziarie di Stati Uniti e Unione europea; piuttosto è più vivace che mai facendo accordi economici e militari strategici apparentemente ovunque. E il vicino eurasiatico della Russia, la Repubblica Popolare Cinese, ha piani per costruire con la Russia rotte energetiche e collegamenti ferroviari ad alta velocità in tutta l’Eurasia. Washington sembra rispondere. Il problema dei neoconservatori di Washington è che non sono molto creativi nel comprendere le maggiori conseguenze delle loro azioni alquanto stupide. E i loro traffici loschi sono molto noti non solo a Mosca, ma anche in Uzbekistan, Kirghizistan e altre repubbliche dell’Asia centrale dell’ex-Unione Sovietica.

L’imminente boom economico dell’Eurasia
Le repubbliche dell’Asia centrale, soprattutto Kirghizistan e Uzbekistan, si posizionano strategicamente tra Cina, Kazakistan e Russia, al centro della regione in via di boom economico conseguente alle reti ferroviarie ad alta velocità della nuova Via della Seta della Cina. Tali reti ferroviarie creeranno un rotta altamente efficiente ed indipendente dalla possibile interferenza statunitense sulle rotte marittime, agevolando il commercio in rapida crescita in Eurasia e potenzialmente anche nella sfortunata UE, se mai avrà il coraggio di mollare Washington. La Cina ha recentemente fatto notizia con la costituzione della sua Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), chiara rivale di FMI e Banca asiatica di sviluppo controllati dagli Stati Uniti, quando Regno Unito, Germania, Francia e la maggior parte delle più importanti nazioni, ad eccezione di Stati Uniti, Canada, Messico e Giappone, si precipitarono entrando da membri fondatori in ciò che promette essere la locomotiva economica globale per almeno il prossimo mezzo secolo o più, se guidata correttamente. L’AIIB è stata fondata da Pechino con il contributo iniziale di 50 miliardi di dollari per finanziare in parte la Nuova Via della Seta. Recentemente Pechino ha anche ripreso un piano per costruire un collegamento ferroviario dal Xinjiang della Cina all’Uzbekistan attraverso il territorio del nord Kirghizistan. I piani iniziali furono sabotati nel 2005, quando una rivoluzione colorata istigata dagli USA rese il Kirghizistan instabile. Il 21 gennaio 2015, il presidente del Kirghizistan Almazbek Atambaev annunciava che il suo governo aveva inviato una delegazione a Pechino per concludere i dettagli del progetto da 2 miliardi di dollari per una tratta ferroviaria di 270 km da Kashgar, nel Xinjiang della Cina occidentale, a Andijan nell’Uzbekistan orientale, via oblast Naryn e Osh del Kirghizistan. In una recente nota, il Foreign Office inglese rileva che il progetto ferroviario darebbe vantaggi significativi all’Uzbekistan e soprattutto alla Cina, facendo anche avanzare i progetti ferroviari eurasiatici della Nuova Via della Seta, rilevando che la Cina creerebbe una rotta terrestre supplementare attraverso l’Asia centrale, per le sue esportazioni ai mercati europei, se si collegasse alle rete ferroviarie uzbeka e turkmena fino al Mar Caspio. Inoltre migliorerebbe l’accesso cinese a oro, carbone e altri minerali del Kirghizistan, uno Stato economicamente dimenticato dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 e dalla dichiarazione dell’indipendenza. Per l’Uzbekistan, la nota del Foreign Office rileva che la nuova linea ferroviaria permetterebbe il commercio con i mercati dell’Asia-Pacifico, ciò sarebbe particolarmente importante per l’impianto automobilistico GM-UzDaewoo della regione di Andijan, che riceve importazioni regolari di componenti dalla Corea del Sud. Per il Kirghizistan, ciò offrirebbe la possibilità di guadagnare dalle tariffe di transito fino a 200 milioni di dollari l’anno, secondo alcune stime, oltre a creare 20000 posti di lavoro nella relativa costruzione. Così vi sono possibili vantaggi dall’apertura del Kirghizistan a significativi investimenti cinesi nel settore minerario, di cui l’economia kirghisa ha doloroso bisogno. Un altro progresso economico e geopolitica eurasiatico si ebbe il 9 aprile, quando il Pakistan annunciava che, una volta che le sanzioni degli Stati Uniti all’Iran saranno tolte, procederà nella costruzione, da tempo in stallo, del gasdotto Iran-Pakistan da 7,5 miliardi dollari dal porto pakistano di Gwadar alla città di Nawabshah nel sud-est del Pakistan, per fornire i necessari 4500 megawatt di energia elettrica. Nel 2014 Washington sabotò il progetto, sostanzialmente corrompendo il governo del Pakistan, finanziariamente legato per 1,5 miliardi di dollari ai sauditi, affinché abbandonasse il progetto. Washington minacciò il Pakistan se violava le sanzioni economiche contro l’Iran. Washington, come Wall Street, preferisce usare i soldi degli altri popoli per far avanzare la propria agenda. Un anno dopo, speso il denaro saudita, il Pakistan annunciava che il gasdotto sarebbe stato portato avanti. Il Pakistan s’è tranquillamente assicurato un prestito da 2 miliardi dollari dalla… Cina. Il segmento in Pakistan del gasdotto sarà di 485 km, finanziato dal prestito cinese e la costruzione sarà effettuata dalla compagnia energetica statale cinese CNPC. L’Iran ha già completato il suo segmento di 560 km.bakou-petroleWashington corre a sabotare
Con l’esplosione economica eurasiatica per i collegamenti, ferroviari e gasdotti transnazionali, Washington ha capito di dover reagire per non essere sopraffatta dalla Shanghai Cooperation Organization di Russia, Cina, Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakistan. Non solo, nel gennaio 2015 Russia, Bielorussia, Kazakistan e Armenia lanciavano l’Unione economica eurasiatica con il Kirghizistan che ha in programma di aderirvi. E’ la stessa unione economica che l’Ucraina del presidente democraticamente eletto Viktor Janukovich cui decise di aderire piuttosto che accettare la proposta irrisoria di associazione con l’UE. L’assistente del segretario di Stato di Washington Viktoria Nuland e il solito branco di falchi neoconservatori scatenarono le proteste di Piazza Majdan via Twitter e nel febbraio 2014, il colpo di Stato per bloccare il passo dell’Ucraina. Quindi vale la pena notare che a fine marzo 2015, il giornale del Kirghizistan Delo No riferiva che un misterioso aereo ucraino aveva scaricato 150 tonnellate di merci, etichettate “posta diplomatica”, per l’ambasciata statunitense nella capitale kirghiza Bishkek, alla fine di marzo. Lo status di posta diplomatica significava che non poteva essere controllata dalla polizia doganale kirghisa. A quanto pare il personale dell’ambasciata statunitense a Bishkek foffre di grafomania furiosa. Il giornale riferì che il carico fu consegnato con due voli dell’aviogetto da trasporto Antonov An-124 della compagnia aerea ucraina Avialinii, il 28 marzo e 30 marzo, e ogni volta l’aereo proveniva dalla capitale degli Emirati Arabi Uniti Abu Dhabi, dirtetto all’aeroporto internazionale di Manas. Vale la pena notare che nel novembre 2013 l’ambasciata statunitense a Kiev ricevette “carichi diplomatici” consegnati da aerei da trasporto dell’US Air Force. L’ex-capo del servizio di sicurezza ucraino Aleksander Jakimenko fu citato dal notiziario Vesti.ru dire che i carichi di Kiev includevano scatole con 60 milioni di dollari in banconote di piccolo taglio distribuite ai manifestanti di Piazza Majdan a Kiev, durante le rivolte antigovernative di fine 2013; ecco l’idea di Victoria Nuland della democrazia. Fino all’aprile 2014 il governo degli Stati Uniti aveva una base aerea strategica a Manas in Kirghizistan, totalmente immune dal controllo del Kirghizistan. I media indicavano all’epoca che aerei da trasporto militari degli Stati Uniti carichi di eroina afgana atterravano nel volo verso Russia ed UE.
Nel novembre 2014, il segretario dell’Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (CSTO) Nikolaj Bordjuzha accusò l’occidente di tentare di destabilizzare i Paesi della CSTO. La Collective Security Treaty Organization è un’alleanza di sicurezza di Stati ex-sovietici, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan che cooperano su questioni strategiche. Bordjuzha accusò che l’attività di “ONG finanziate da agenti occidentali” era aumentata nella regione. Bordjuzha accusò l’occidente di destabilizzare i Paesi CSTO. Come prova citò “l’aumento sproporzionato del numero di funzionari delle ambasciate occidentali, in particolare quelle degli Stati Uniti, così come l’attivazione di numerose ONG finanziate dagli occidentali“. Osservò che poco prima del lancio del colpo di Stato a Kiev di Washington, il personale dell’ambasciata degli Stati Uniti a Kiev esplose fino all’incredibile cifra di 1500, in un Paese dove l’unico interesse di Washington era incunearsi tra Russia, Cina e Unione europea. Poi il 5 febbraio 2015, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti annunciò di aver riassunto il 78enne creatore delle rivoluzioni colorate Richard M. Miles, quale “incaricato d’affari ad interim” presso l’ambasciata statunitense a Bishkek, Kirghizistan. Miles era dietro la “rivoluzione delle rose” della CIA, che in modo fraudolento installò l’agente di Washington Mikhail Saakashvili a presidente della Repubblica della Georgia, nonché simili operazioni sporche negli anni ’90 in Azerbaigian, dove BP e compagnie petrolifere statunitensi volevano costruire l’oleodotto Baku – Ceyhan attraverso la Georgia, per evitare l’oleodotto russo che attraversava la Cecenia. La nomina di Miles è avvenuta quando l’assistente del segretario di Stato Victoria Nuland, neocon ex-assistente di Dick Cheney ed ex-ambasciatrice nella NATO fu fondamentale nel colpo di Stato a Kiev del 2014, e si recò nel Caucaso meridionale per visitare i governi di Georgia, Armenia e Azerbaigian. Washington mira chiaramente a devastare con le rivoluzioni colorate l’Asia centrale, al fine di sabotare il rapido sviluppo economico eurasiatico. Il Kirghizistan è particolarmente strategico per tale scopo, con il caos che minaccerebbe subito la cooperazione economica tra Cina, Russia e Kazakistan. Possiamo aspettarci una nuova ondata di rivoluzioni colorate orchestrate da Washington in Kirghizistan e Asia centrale. Probabilmente includeranno anche il Baluchistan in Pakistan, dove i jihadisti radicali sostenuti dalla CIA si preparano a sabotare il gasdotto Iran-Pakistan-Cina che attraversa il Belucistan. Il tutto è alquanto faticoso, ma una superpotenza decadente non è generalmente più creativa.

Modo di definire "valigia diplomatica", no?

Modo di definire il concetto di “valigia diplomatica”, no?

F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureatosi in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Solo con le forze nucleari i BRICS sopravviveranno

Konstantin Sivkov, Presidente dell’Accademia dei Problemi di Geopolitica, D.Sci. VPKTheSaker
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroramaxresdefault2La Russia potrebbe avere una mega-arma asimmetrica nel 2020-2025. Se si esclude qualsiasi possibilità di una grande guerra contro la Russia, anche in condizioni di assoluta superiorità dell’avversario sui sistemi d’arma tradizionali. Una nuova guerra fredda è stata avviata contro la Russia, o meglio, non si è mai fermata. L’occidente consolida il successo delle precedenti fasi della Guerra Fredda e ha cominciato a prepararsi per la sua conclusione.

Soluzione asimmetrica
L’occidente oggi, come a metà del 20° secolo, costruisce la “cortina di ferro” e segue la politica del blocco militare aumentando le dimensioni delle forze NATO e avvicinandosi ai confini russi. Tuttavia, per noi la situazione è assai peggiore di mezzo secolo fa. Il potenziale economico è stato significativamente ridotto; una dannosa dipendenza nella sicurezza nazionale s’è sviluppata verso il principale avversario quale fonte di tecnologie avanzate; la bussola morale dell’ideologia comunista è perduta; non vi è più una comunità significativa di alleati europei, simile al Patto di Varsavia; gli oligarchi filo-occidentali e legati ai funzionari liberali sono dominanti nei settori industriale e finanziario. La Russia non è semplicemente nella posizione di competere con la NATO e i suoi alleati nella tecnologia militare. Pertanto, date le circostanze è imperativo cercare nuovi approcci per garantire la sicurezza militare, in particolare nel contenimento strategico. Il compito principale a tal proposito è mantenere elevata la potenza delle forze nucleari. Tuttavia, ci sono svantaggi. Nonostante le loro relativamente (rispetto ad altre forze militari) piccole dimensioni, le armi nucleari richiedono risorse significative. A causa dei crescenti problemi economici associati alle sanzioni e alla riduzione del mercato petrolifero, il Paese potrebbe semplicemente non avere le risorse necessarie per mantenere le proprie forze nucleari al livello di prontezza richiesto. Le forze nucleari strategiche (forze dei missili strategici, sottomarini nucleari, bombardieri strategici) comprendono oltre centomila effettivi vulnerabili a una parziale neutralizzazione con metodi da guerra dell’informazione. Il sistema di attacco rapido globale degli Stati Uniti potrebbe in futuro poter neutralizzare tutte o la maggior parte delle forze nucleari russi tramite una combinazione di attacchi di “decapitazione” (ai centri comando delle armi nucleari strategiche) e “disarmo” (direttamente ai vettori nucleari strategici). Trovare modi asimmetrici di contenimento strategico è fondamentale per il nostro Paese. Questo è ciò di cui il presidente parlava quando ha detto che non dovremmo impegnarci nella corsa agli armamenti, ma adottare misure asimmetriche. Ovviamente, ciò implica armi completamente nuove basate su idee ben diverse da quelle esistenti.

Requisiti tecnici per la mega-arma
Sulla base dell’analisi della situazione delle forze di contenimento strategiche, queste nuove armi devono soddisfare determinati requisiti. Prima di tutto, dovrebbero garantire la sconfitta del nemico. Il sistema deve poter colpire il nemico al cento per cento di sicurezza, e la forza d’attacco dovrebbe essere sufficiente ad ottenere il completo contenimento. Inoltre, il sistema dovrebbe poter attaccare impedendone la neutralizzazione con qualsiasi mezzo, non solo da quelle attuali, ma anche dalle armi più sofisticate ancora da sviluppare. La caratteristica più importante è la certezza di utilizzare il sistema quando c’è la volontà della leadership politica del Paese e vi sono le condizioni oggettive che ne richiedono l’utilizzo. Ciò è particolarmente importante se si considera che le posizioni degli elementi pro-occidentali sono ancora abbastanza forti, in particolare nel governo, compresa la direzione militare. Quando si applica massiccia pressione informativa e psicologica, diventa difficile eseguire l’ordine d’impiegare le armi nucleari strategiche. Inoltre, il numero di persone nelle forze nucleari strategiche è troppo alto per essere assolutamente certi che siano impiegati, soprattutto quando la società è divisa. Il requisito sul numero minimo di personale per gestire il sistema asimmetrico di contenimento proviene da tali considerazioni. Il numero deve essere abbastanza piccolo, quindi dalla garanzia assoluta, o più vicina possibile, di fedeltà alla leadership politica del Paese e disponibilità ad eseguire l’ordine d’impiegare il sistema a prescindere dalla situazione nella società e dalle emozioni personali. Ciò significa che il personale del sistema asimmetrico non può superare le diverse migliaia. Confrontando la potenza distruttiva che la scienza contemporanea può erogare concludiamo che non possiamo raggiungere il risultato necessario senza l’uso di forze distruttive secondarie. Le prime che emergono sono gli eventi catastrofici geofisici. Il geocatastrofico incremento della potenza delle bombe nucleari per diverse volte, potrebbe essere deliberatamente avviato da forze relativamente deboli. Ecco perché l’arma della risposta asimmetrica si basa sull’utilizzo dei principali fattori distruttivi di processi geofisici devastanti. Un altro requisito è l’asimmetria della minaccia. Tale sistema dovrebbe danneggiare chi lo usa incomparabilmente assai meno del nemico. Ciò è possibile valutando le caratteristiche geografiche di Russia e Stati Uniti.

Un futuro senza gli USA
USquake È importante sottolineare che la Russia si trova sul continente eurasiatico, con la parte principale del territorio e della popolazione lontane da oceani e mari. Inoltre, l’altezza media sul livello del mare garantisce praticamente protezione da inondazioni anche in caso di eventi catastrofici con enormi e potenti tsunami (Megatsunami). Il quadro negli Stati Uniti è diverso. Oltre l’80% della popolazione vive vicino al mare in aree poco sopra il livello del mare. L’industria principale si trova in tali territori. Anche tsunami relativamente deboli di alcuni decine di metri potrebbero avere conseguenze catastrofiche per gli Stati Uniti. L’uragano Kathrin a New-Orleans l’ha dimostrato abbastanza chiaramente. Un’altra caratteristica della Russia è che la maggior parte del suo territorio in Siberia si trova su uno strato di basalto spesso diversi chilometri. Si ritiene che queste piattaforme di basalto si siano formate con l’eruzione di un super-vulcano, circa un quarto di un miliardo di anni fa. Ecco perché degli attacchi, anche i più potenti, non avranno conseguenze geofisiche catastrofiche. Che dire degli Stati Uniti? Ciò che attira la nostra attenzione è il parco nazionale di Yellowstone che si trova nella caldera del supervulcano omonimo. Il supervulcano, secondo i geologi, si avvicina al periodo di attivazione, che avviene ogni 600mila anni. La sua ultima eruzione avvenne molto tempo fa. La potenza del vulcano è diverse volte inferiore a quello siberiano. Perciò la sua eruzione non estinse la vita sulla terra, ma senza dubbio ebbe conseguenze catastrofiche per il continente americano. I geologi ritengono che il vulcano Yellowstone può esplodere da un momento all’altro. Ci sono chiari segnali dell’attività in aumento. Pertanto, anche una piccola spinta, ad esempio l’esplosione di una bomba da un megaton, basterebbe ad avviarne l’eruzione. Le conseguenze per gli Stati Uniti sarebbero catastrofiche, semplicemente cesserebbero di esistere. L’intero territorio sarà coperto da uno spesso strato di cenere (di diversi metri o anche decine di metri). La San-Andreas è un altra zona vulnerabile degli Stati Uniti dal punto di vista geografico. San-Andreas è una faglia di 1300 chilometri di lunghezza tra le piattaforme americane pacifica e settentrionale. Si estende lungo le coste della California, sulla terraferma e in parte sott’acqua. Le faglie di San-Gabriel e San Jacinto le sono parallele. Questa è l’area dall’instabilità geofisica che produce terremoti fino a magnitudo 8,5 della scala Richter. L’esplosione di una potente bomba nucleare potrebbe avviare eventi catastrofici creando grandi tsunami che distruggerebbero le infrastrutture sulle coste del Pacifico. Infine, non dimentichiamo le faglie dell’Atlantico e del Pacifico. Parallele alle coste statunitensi orientale e occidentale, potrebbero generare grandi tsunami che causerebbero danni enormi a distanze significative dalla riva.

Detonatore di una catastrofe
Pertanto, gli Stati Uniti sono molto vulnerabili dal punto di vista geofisico. Ciò che rimane da fare è decidere come avviare processi geofisici su tale scala. Diamo uno sguardo alla storia. Nel 1961, la più grande bomba termonucleare mai prodotta su fatta esplodere a cinquemila metri sulla punta settentrionale della Nuova Terra (Novaja Zemlja). Secondo le stime la potenza fu di 58 megatoni. Tuttavia, gli esperti occidentali giunsero alla conclusione che non tutta l’energia totale era stata utilizzata, poiché la bomba non sembrava prodotta con Uranio-238, in grado di aumentare la potenza dell’esplosione dal 50 per cento al doppio, cioè oltre 100 megatoni. L’ordigno ebbe forma e dimensioni di una bomba di 16 tonnellate sganciata da un Tu-95 Bear. Oggi munizioni della stessa potenza, secondo gli scienziati del centro nucleare russo di Sarov e l’autorevole scienziato Igor Ostretsov, potrebbe pesare 5-7 tonnellate. Cioè potrebbe essere facilmente collocata su missili pesanti (il carico che può essere trasportato dal Satan è di circa 8 tonnellate). Potrebbe anche essere trasportato da satelliti in orbita. Gli accordi esistenti sulla parità degli arsenali nucleari non impongono limitazioni alla potenza delle singole munizioni, controllandone solo il numero. Tuttavia, la mega-arma non richiede troppe bombe.

Tu-95AndTsarBombaIl giorno dopo
L’opzione migliore per avviate con certezza processi geofisici catastrofici sarebbe accendere il supervulcano Yellowstone. Anche una singola esplosione sulla superficie di una bomba da 5-7 tonnellate avvierebbe una potente eruzione. Di conseguenza, gli Stati Uniti cesserebbero di esistere, anche se le conseguenze sarebbero catastrofiche per il resto del mondo. La Russia subirebbe meno per distanza dal luogo dell’esplosione, dimensione del territorio e posizione. Inoltre, i danni ai Paesi agli antipodi dagli USA sarebbero limitati. Tuttavia, dobbiamo sottolineare che l’esplosione sarebbe un disastro per l’intera civiltà. Ma questa è la ragione dell’esistenza di tale arma. La stessa possibilità del suo utilizzo porrebbe fine a qualsiasi idea di aggressione alla Russia. Una versione alternativa sarebbe scatenare un gigantesco tsunami. L’idea appartiene a Andrej Sakharov. La sua idea era far esplodere alcune bombe in punti definiti lungo le faglie di Atlantico e Pacifico (circa 3-4 per ognuna) alla profondità di 1,5-2 chilometri. Questo, secondo i calcoli di Sacharov e altri scienziati, produrrebbe un’onda da 400-500 metri sulle coste degli Stati Uniti. Frantumando e sopprimendo le coste, spazzerebbe via tutto fino a oltre 500 chilometri. Se le esplosioni avvengono presso i punti dei fondali oceanici in cui la crosta terrestre è più sottile, la crosta potrebbe essere distrutta e il magma venire a contatto con l’acqua amplificando l’intensità dell’esplosione. In tal caso, l’altezza dello tsunami supererebbe gli 1,5 km e la zona di distruzione si estenderebbe ad oltre 1500 chilometri dalla riva e sarebbe un’arma molto “pulita”, non ci sarebbe l’inverno nucleare e gigantesche nubi di polvere non si formerebbero, e il vapore acqueo cadrebbe sulla terra vicino al punto dell’esplosione, cioè sul territorio degli Stati Uniti, con orribili piogge radioattive. Un tale evento avvierebbe senza dubbio l’attività tettonica in tutta la regione, tra cui molto probabilmente l’eruzione del supervulcano Yellowstone. La controndata spazzerebbe via l’Europa. In altre parole, l’intero blocco NATO sparirebbe. Il cataclisma sarebbe orrendo, ma questa è la minaccia asimmetrica definitiva, qualche regione della Russia verrebbe distrutta, ma l’intera civiltà occidentale cesserebbe di esistere. Anche la detonazione di una potente bomba presso le faglie di San Andreas, San Gabriel o San Jacinto comporterebbe effetti geofisici devastanti.

Apocalisse, semplice ed economica
Tali scenari dimostrano che il numero di superbombe necessario per l’arma asimmetrica è piuttosto limitato, circa dieci. Ciò crea condizioni vantaggiose per l’uso, in conformità ai requisiti dell’arma asimmetrica sopraindicata. I vettori delle bombe potrebbero essere vari. Prima di tutto diversi missili balistici pesanti multistadio, lanciati con razzi di sostegno e in capaci di superare i sistemi di difesa antimissilistica, anche quelli da sviluppare in un lontano futuro. Un numero limitato di sistemi di lancio speciali nei silos potrebbe essere protetto in modo affidabile con sistema basato su protezione armata e regime di segretezza. Tali missili potrebbero basarsi sui sottomarini strategici Tajfun (Proekt 941), progettati per ospitare i missili R-39 pesanti 96 tonnellate, e quindi potrebbero ospitare facilmente un missile pesante contemporaneo con la testata richiesta. Un solo sottomarino basterebbe per il contenimento asimmetrico. Le superbombe s’integrano con i missili ipersonici lanciati da piattaforme sottomarine o terrestri. Inoltre, le megabombe potrebbero essere segretamente posizionate in precedenza nei punti designati e alla profondità desiderata da navi della Marina camuffate da navi civili. Al momento opportuno, queste bombe potrebbero essere fatte detonare a comando tramite un complesso sistema di collegamento che garantisca la trasmissione del segnale. Quando la situazione si stabilizza le bombe verrebbero rimosse da navi speciali. Il tempo necessario per progettare e fabbricare le bombe dalle dimensioni richieste richiederebbe, secondo gli esperti, 5-12 anni. All’incirca nello stesso periodo sarebbe necessario sviluppare e produrre i vettori. Ciò significa che la Russia potrebbe avere l’arma asimmetrica entro i prossimi 10 anni. La comparsa di tale arma escluderà qualsiasi minaccia di grande guerra contro il nostro Paese, anche in condizioni di schiacciante superiorità del nemico nei sistemi d’arma convenzionali.

tsar_bomba_by_pibraclab-d8k6dfe.pngTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La seconda Battaglia di Okinawa

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 28/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurorafutenma_copy1A novembre il conflitto s’è intensificato notevolmente tra il governo centrale del Giappone e le autorità locali di Okinawa in relazione al destino della base aerea dell’US Marine Corps di Futenma, evidenziando aspetti importanti della situazione politica in Giappone e dei suoi rapporti con l’alleato chiave Stati Uniti. Una sorta di “seconda battaglia di Okinawa” appare, con la differenza fondamentale dalla grande battaglia alla fine della guerra nel Pacifico, che oggi gli Stati Uniti ne sono interessati, ma da osservatori. In realtà, il problema riguarda i rapporti fra Tokyo e il governo di Okinawa, manifestatosi negli anni ’90 quando ancora tra le “Linee guida nella cooperazione e della difesa” tra le forze armate di Stati Uniti e Giappone appariva la clausola sulla necessità di spostare la base dal centro della città di Ginowan. Non è una cattiva idea prestare maggiore attenzione a origine e sviluppo del problema. Nell’estate del 1945, dopo la caduta dell’isola, in previsione di assai maggiori battaglie sulle principali isole giapponesi, il comando dell’US Air Force subito costruì una pista aerea presso il villaggio di Ginowan, che in quel momento aveva una popolazione di poco più di 10 mila abitanti. In seguito due processi iniziarono a svilupparsi contemporaneamente, creando infine la situazione descritta nel romanzo “Airport“, l’infrastruttura della base veniva migliorata (fornendo di posti di lavoro ai residenti locali) e la città si sviluppava rapidamente, testimoniata da una popolazione decuplicata. Così ora la base si trova nel centro cittadino. Qualunque evento sia passato, la base di Futemma crea condizioni assolutamente dannose ai residenti. Al decollo e atterraggio di elicotteri da trasporto pesante e convertiplani, quando i motori sono a pieno regime, nelle scuole a poche centinaia di metri le lezioni sono incomprensibili e porte e finestre vibrano. Senza contare gli incidenti sulla pista. Fortunatamente, questo è il peggio avutosi finora. Inoltre, la permanenza di diverse migliaia di truppe straniere aumenta il tasso di criminalità nella città. Dal 1972, quando l’arcipelago delle Ryukyu e l’isola principale di Okinawa tornarono sotto la giurisdizione del governo del Giappone, la polizia di Ginowan ha riferito circa seimila reati di varia natura (risse, rapine, stupri) coinvolgenti soldati statunitensi. È importante notare che le frequenti manifestazioni dei residenti per abolire la base non sono antiamericane ma contro il governo centrale. Dal 1972 il terreno su cui si trovano le basi militari statunitensi in Giappone è di proprietà del governo giapponese, che fornisce gli appezzamenti all’alleato per utilizzarli nel risolvere i problemi nella difesa congiunta. Nel 2006 i governi statunitense e giapponese decisero di spostare la base di Futenma su un’isola artificiale al largo della costa, vicino alla città meno popolosa di Henoko, sempre a Okinawa. Avviati l’anno scorso, i lavori per costruite quest’isola divennero una nuova fonte di problemi nel rapporto tra l’amministrazione della Prefettura di Okinawa con la popolazione dell’isola e il governo centrale del Giappone. Perché gli abitanti di Okinawa vogliono che la base di Futenma sia rimossa totalmente dall’isola. Inoltre, vi è la crescente evidenza che la soluzione (ipotetica) del problema possa divenire un precedente di future richieste per rimuovere tutte le altre basi militari statunitensi da Okinawa, che oggi occupano circa il 20% dell’isola, che potrebbe essere utilizzato per vari scopi economici. Per gli abitanti di Okinawa, queste ed altre considerazioni apparentemente superano gli aspetti positivi della presenza delle basi militari statunitensi, nonostante siano fonte di lavoro per la popolazione locale.
okinawa_bases Ma ad Okinawa, che occupa una posizione estremamente strategica, è presente la maggior parte delle forze statunitensi in Giappone. La loro presenza ad Okinawa contribuisce in modo significativo all’attuazione della strategia statunitense dello “schieramento avanzato” per contenere la Cina, principale avversario geopolitico degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, la Cina è anche vista come principale minaccia agli interessi nazionali e della sicurezza del Giappone. Negli ultimi anni, in misura sempre crescente, ciò è stato il motivo principale dell’impegno a rafforzare l’alleanza politica e militare con gli Stati Uniti. Così, la “testardaggine” degli abitanti di Okinawa verso il governo centrale sulla questione della presenza militare degli Stati Uniti sull’isola, colpisce direttamente aspetti cruciali della politica estera nazionale e delle relazioni tra Giappone e Stati Uniti. Tuttavia, la maggior parte degli abitanti di Okinawa pare non preoccuparsi della “grande politica” e qui non si distingue dalla gente comune in tutti gli altri Paesi. Nel frattempo, il confronto tra le autorità locali e Tokyo subisce un’escalation drammatica dalle elezioni governatoriali di novembre scorso, dopo che Takeshi Onaga, oppositore intransigente della presenza della base di Futenma sul suo territorio, è stato eletto prefetto di Okinawa. Qui vale la pena notare due punti. Prima di tutto, la vittoria di Onaga è incondizionata e, in secondo luogo, ha avuto il pieno appoggio del Partito Comunista del Giappone, che gradualmente ridiventa il primo partito di opposizione, come negli ’50 durante la lotta acuta per decidere la politica estera del Paese. Questa tendenza (che assume importanza nel valutare gli sviluppi della situazione in Giappone) ha ricevuto piena conferma nelle elezioni locali di aprile. Tuttavia, l’analisi dei risultati merita una considerazione a parte. Dalla fine dello scorso anno, un “tiro alla fune” debilitante si svolge tra i governi centrale e locali (con l’aiuto dei tribunali) sulla questione della costruzione dell’isola artificiale al largo di Henoko, vicino la base di Futenma. Sotto vari pretesti (tra cui considerazioni sulla tutela dell’unicità di flora e fauna marina nella zona dell’isola) l’amministrazione di Okinawa ha ordinato di fermare i lavori. In risposta, il governo centrale ha annullato il divieto. Nel frattempo, il giorno della visita del primo ministro giapponese Shinzo Abe negli Stati Uniti, il 28 aprile 2015, si avvicinava. Dieci giorni prima Abe aveva incontrato il nuovo governatore di Okinawa, e l’unico risultato positivo è stato il sorriso ottimista del primo ministro giapponese alla conferenza finale con i giornalisti. Tuttavia, l’espressione sul volto del governatore di Okinawa, accanto a lui, indicava di non condividerne l’ottimismo. Se il Primo ministro aveva parlato della necessaria “comprensione” della popolazione di Okinawa sull'”unica possibile” (cioè, al momento presa) soluzione del problema della base di Futenma, Onaga rispondeva che “non avrebbe mai permesso (al governo centrale) di costruire una nuova base a Henoko“, chiedendo al suo alto interlocutore d’informarne il presidente statunitense al prossimo incontro. A tal proposito, Abe può essere compatito, perché non gli sarà facile parlarne con Barack Obama. Inoltre, la questione del trasferimento della base di Futenma non è l’unico problema nelle relazioni degli alleati nella regione Asia-Pacifico ad avere importanza nella politica mondiale.

•“VŠÔ^ˆ¬Žè‚·‚éˆÀ”{Žñ‘Š‚Ɖ¥’Vladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come la Russia raggiungerà le stelle

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 30 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroravostochnyPersa tra i reportage occidentali manipolati per la nuova guerra fredda, vi è la copertura del recente annuncio della Russia su ambiziosi piani spaziali, indicando una strategia chiara e volta ancora a divenire la prima potenza mondiale in questo campo. Una certa componente della strategia della Russia è motivata dalla necessità di contrastare la militarizzazione dello spazio degli Stati Uniti e, considerando ciò, ci si aspetta che riceva accese e fuorvianti critiche nel prossimo futuro. Comunque, l’altro interesse della Russia è puramente altruistico, con Mosca che cerca di perpetrare l’eredità dei successi spaziali e di favorire il progresso dell’umanità.

Dalla Terra…
La nuova strategia spaziale russa ha avuto inizio con la costruzione di Vostochnij Bajkonur, avviata nel 2011. Questo ambizioso progetto è volto a creare un avanzato sito spaziale al confine cinese, nell’Oblast dell’Amur. Tale posizione è strategica in quanto probabilmente prevede che anche il maggiore alleato della Russia, la Cina, possa trovarvi un utilizzo. Inoltre, il posizionamento della grande infrastruttura strategica di Vostochnij vicino al confine con la Cina, dimostra l’alto livello di sicurezza e fiducia della Russia verso la Cina, fornendo ulteriori prove degli stretti legami alla base del partenariato strategico russo-cinese, così come la previsione a lungo termine di Mosca secondo cui tali rapporti continueranno in futuro. Oltre alla costruzione di Vostochnij, la Russia vuole anche creare la prima industria mondiale dei motori a razzo, consolidando le risorse produttive del Paese in questo settore ed accelerandone la collaborazione. Tale mossa va vista nell’ambito di una grande strategia superiore agli interessi nazionali della Russia, poiché se il piano avrà successo, Mosca potrà vendere queste unità ad altre potenze spaziali, stabilite o emergenti. Già partecipe in questo settore (in particolare con gli Stati Uniti ), ma assieme a un più efficiente processo di produzione e un aumentato interesse da molti Stati nell’esplorazione dello spazio e/o lanci di satelliti, la Russia potrà divenire decisamente la nazione guida globale in questa tecnologia, come nel caso dell’industria dell’energia nucleare.

Al cielo
map-russia.jpg__600x0_q85_upscale Una delle decisioni spaziali più significative della Russia è creare una propria stazione spaziale entro il 2023, annunciata dal Presidente Putin nell’ultima sessione con il pubblico. Tale entità sarà la versione della Federazione russa della Mir sovietica, la prima stazione spaziale al mondo interamente sotto la sovranità di Mosca. Il significato di questa decisione non va separato dal contesto politico e strategico. La Guerra Fredda figura in primo piano nella decisione, ma probabilmente qualche preparazione era stata avviata in Russia anche prima dell’esplodere ‘ufficiale’ delle tensioni durante euromajdan. Eppure, da ancor prima, Washington è impegnata nella militarizzazione dello spazio attraverso il programma segreto dell’X37. Tale progetto fu inizialmente avviato dalla NASA nel 1999, prima di essere trasferito al DARPA nel 2004, dopo di che fu classificato scomparendo da ogni notiziario fino al primo test nel 2010 (ancora avvolto dal segreto). Gli USA sono fermamente convinti che sia la Cina, non essi, ad aver iniziato la militarizzazione dello spazio con i test delle armi antisatellite di Pechino nel 2007, ma va ricordato che gli Stati Unit abbatterono per primi un satellite nel 1984, con l’ASAT ASM-135. Visto con il prisma delle guerre spaziali e l’eventuale uso di armi antisatellite e loro proliferazione presso gli Stati Uniti ed alleati e associati della NATO, ragionevolmente la Russia vuole una propria stazione spaziale in orbita per osservarne gli sviluppi e rispondere di conseguenza. In realtà, la Russia ovviamente non è l’unica potenza multipolare minacciata dall’antagonismo spaziale degli Stati Uniti, e di conseguenza si prepara a proporre ai partner dei BRICS di lanciare in cooperazione una propria stazione orbitante. Questo passo non avrà scopo militare (anche se potrebbe avere un certo contrappeso all’occidente), ma dimostrare che la cooperazione multilaterale e pacifica nello spazio è certamente possibile, e che il progresso umano nel cosmo non va ostacolato da disaccordi politici sulla Terra. Mentre vi sono certamente diversi limiti alla proposta (non ultima la rivalità spaziale tra India e Cina), sarà l’idea provocatoria che potrebbe eventualmente trasformarsi in una struttura spaziale russo-cinese congiunta invece, soprattutto se l’India si esclude e Brasile e Sud Africa affrontano ostacoli di bilancio. Non importa quale sia la direzione, il fatto stesso che la Russia sollevi la questione della cooperazione multipolare nello spazio dovrebbe eloquentemente dimostrare che lo sviluppo geopolitico degli ultimi decenni può prospetticamente trascendere la Terra stessa.

E oltre!
Le più lontane ambizioni russe vanno oltre la Terra e il suo campo gravitazionale, verso i vicini corpi celesti della Luna e di Marte. La Russia prevede d’iniziare una missione con equipaggio in orbita attorno alla Luna nel 2025, seguito poco dopo dall’atterraggio umano reale nel 2029. Inoltre, comprendendo la multipolarità integrale e il partenariato strategico russo-cinese nella politica estera di Mosca, questi due concetti vengono riuniti in quello interstellare e, da quando è stato appena annunciato dal Viceprimo Ministro russo Dmitrij Rogozin, le due potenze eurasiatiche pensano di cooperare per una base lunare comune. La Cina non è il solo socio spaziale della Russia, tuttavia, dato che è stato appena rivelato che Roscosmos e NASA collaborano su un programma di voli verso la Luna e Marte. Questo gesto amichevole dimostra che la Russia non evita di cooperare con chiunque nell’interesse dell’umanità, nonostante le attuali tensioni da Guerra Fredda, e ciò dovrebbe anche essere visto quale ammissione degli Stati Uniti della necessità di rapporti pragmatici con la Russia. Quest’ultimo è particolarmente specifico qui, tuttavia, poiché gli Stati Uniti finora non l’hanno dimostrato sulla Terra. Può darsi che l’intenzione degli USA di cooperare con la Russia su Luna e Marte sia legato all’implicita consapevolezza di non poter condurre unilateralmente tali missioni, o che devono ancora acquisire quel concreto peso militare per poi precludere tale cooperazione, usando qualsiasi mezzo necessario per divenirlo unilateralmente. Solo il tempo può dire cosa gli Stati Uniti abbiano in mente lavorando con la Russia nello spazio, ma finora è chiaro che l’intento della Russia è dare un esempio positivo alle future prospettive spaziali dell’umanità, e che la praticità trionfa sulla politica quando ciò è imperativo.

cosmodromAndrew Korybko è analista politico e giornalista di Sputnikm attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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