Putin sabota il piano di Obama contro l’Iran

F. William Engdahl New Eastern Outlook 23/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora14172_888Ancora una volta Vladimir Putin e il suo team sono riusciti a minare la strategia geopolitica di Washington, questa volta sulle trattative bilaterali segrete statunitensi con l’Iran, al di fuori dei colloqui G5+1 comprendenti la Russia. Ciò che ha fatto la Russia, con velocità abbagliante, è disinnescare ciò che avrebbe potuto essere la devastante trasformazione dell’Iran da alleato della Russia ad aspro avversario. Se ciò accadesse assesterebbe un colpo devastante alla resistenza della Russia ai dettami di Washington. Il 13 aprile, pochi giorni dopo che il dipartimento di Stato degli USA iniziava a ritrarsi dall’eliminazione delle sanzioni economiche all’Iran il prossimo giugno, una volta concluso l’accordo definitivo sul programma nucleare iraniano, il presidente russo Putin ha firmato un decreto per revocare il divieto di vendere i sistemi di difesa aerea S-300 all’Iran, secondo l’ufficio stampa del Cremlino. “Il decreto toglie il divieto di trasferire sistemi di difesa aerea S-300 alla Repubblica islamica dell’Iran dalla Federazione Russa usando navi e aerei battenti bandiera russa“, affermava la dichiarazione. Il sistema di difesa antimissile mobile russo S-300 è di gran lunga superiore agli antiquati sistemi Patriot statunitensi. È un enorme impulso all’Iran che aveva inizialmente acquistato l’avanzato sistema di difesa missilistico antiaereo russo con un contratto da 800 milioni stipulato alle fine del 2007. Mosca doveva fornire cinque batterie di S-300PMU-1 a Teheran, ma Washington fece pressione su Mosca appena Dmitrij Medvedev divenne presidente e nel settembre 2010 Medvedev firmò il decreto che annullava il contratto, presumibilmente in linea con la risoluzione 1929 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che vieta la fornitura all’Iran di armi convenzionali come missili e sistemi missilistici, carri armati, elicotteri d’attacco, aerei e navi da guerra. In realtà, cedette alle pressioni di Stati Uniti e Israele, che si opponevano alla fornitura all’Iran degli avanzati sistemi di difesa aerea che potrebbero contrastare gli attacchi aerei e missilistici israeliani e statunitensi. In breve l’Iran non doveva difendersi dagli attacchi; e la NATO con la sua rete della Ballistic Missile Defense attorno la Russia? Non cercate una coerenza nella ragione, non c’è. Conta solo la forza. Il sistema di difesa aerea russa S-300 è considerato uno dei sistemi missilistici antiaerei più potenti attualmente schierati. Il solo superiore è sempre russo. I suoi radar hanno la possibilità di seguire contemporaneamente 100 bersagli, superiore al sistema missilistico degli USA Patriot. Il sistema S-300 è stato sviluppato per la difesa contro aerei e missili da crociera dalla forze di difesa aerea sovietiche. E’ indicativo che nelle attuali circostanze di fattuale stato di guerra tra Russia e USA, le esigenze della sicurezza nazionale trionfino sulle belle interpretazioni delle risoluzioni delle Nazioni Unite. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha affermato che il bando delle Nazioni Unite sugli S-300 non era più valido da quando i colloqui tra Teheran e i mediatori internazionali sul programma nucleare iraniano avanzavano in senso positivo. Il ministro della Difesa iraniano Hossein Dehgan discuterà le condizioni per la consegna dei sistemi di difesa antimissile russo S-300 a Teheran, durante la visita a Mosca.

Washington ancora una volta colta alla sprovvista
Le reazioni a Washington diventano ridicole. L’infame ed incompetente portavoce del dipartimento di Stato USA, Marie Harf, in conferenza stampa ha dichiarato da una parte che il dipartimento di Stato non ritiene la decisione di Putin violare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma poi ha sostenuto, esempio di notevole confusione diplomatica se non demenza che, “Pensiamo che date le azioni destabilizzanti dell’Iran nella regione in Yemen, Siria e Libano, che non sia il momento di vendergli questi sistemi“. Non è questo il momento di vendere sistemi di difesa all’Iran per proteggere lo spazio aereo dall’attacco da parte, diciamo, di un Netanyahu impazzito che si oppone aspramente alla distensione USA-Iran? Il segretario di Stato USA John Kerry aveva anche telefonato a Lavrov trasmettendo il dispiacere degli Stati Uniti per l’accordo sull’S-300, secondo il dipartimento di Stato. Washington rivela stupidamente le sue vere intenzioni verso l’Iran che non sono affatto pacifiche ma piuttosto tattiche? Se è così, sarebbe stato un inganno di gran lunga migliore salutare la decisione di Putin e di nascosto cercare di sabotarla in un secondo momento. Washington non può essere accusata oggi di sofisticazione diplomatica o strategica. Uno dei motivi per cui Washington vuole concludere l’accordo sul nucleare con l’Iran sarebbe porre ulteriore pressione economica sulle esportazioni energetiche russe. La ripresa delle vendite di petrolio dell’Iran, dopo le sanzioni SWIFT e altre misure statunitensi nel 2012, creerebbe pressione finanziaria sulla Russia. Inoltre, Washington vorrebbe dirigere gli enormi giacimenti di gas naturale dell’Iran, ma non tramite il gasdotto Iran-Iraq-Siria, verso l’UE che la Russia influenzerebbe fortemente, ma piuttosto vorrebbe un gasdotto statunitense attraverso la Turchia, membro della NATO, utilizzando il gas dell’Iran per indebolire ulteriormente le strategie energetiche russe verso l’Unione europea.

L’accordo da 20 miliardi di dollari tra Russia e Iran
Tuttavia le agili aperture russe dell’Iran non si fermano alla decisione sugli S-300. Lo stesso giorno, il 13 aprile, il viceministro degli Esteri russo Sergej Rjabkov aveva detto che la Russia iniziava a fornire grano, attrezzature e materiali da costruzione all’Iran in cambio di petrolio, un baratto che potrebbe valere 20 miliardi di dollari. Rjabkov ha aggiunto: “In cambio delle forniture di petrolio greggio iraniano, offriamo alcuni prodotti, ciò non è vietato o limitato dalle sanzioni attuali“. L’Iran è il terzo maggiore acquirente di grano russo, e Mosca e Teheran hanno discusso il problema dall’inizio del 2014.7155F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Giappone offre sottomarini e idrovolanti all’India

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 20/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraSoryu091023aNumerosi aspetti importanti della moderna politica internazionale toccano il tema apparentemente specifico della possibile partecipazione del Giappone a una gara per la fornitura di sei sottomarini diesel-elettrici (DES) alla Marina indiana entro la metà del prossimo decennio. All’inizio dell’anno il Ministero della Difesa indiano invitava Giappone Francia, Germania, Spagna e Russia a partecipare alla futura gara. Il valore del contratto sarebbe di oltre 8 miliardi di dollari. Per il governo indiano, il contratto, il secondo più costoso, dovrà intraprendere la ristrutturazione delle forze armate nazionali con materiale avanzato estero. Le società straniere hanno, come si dice, qualcosa per cui combattere. Tanto più in quanto il costo degli ordini della Difesa, quando adottati, hanno la tendenza ad aumentare (generalmente di più volte). Ciò è accaduto, per esempio, nella fase finale del contratto concluso con la Dassault per fornire 126 caccia Rafale all’Indian Air Force. Un anno fa, i francesi dissero che non riuscivano a rispettare il budget di 12 miliardi del contratto inizialmente accettato dal governo indiano, proponendo di aumentarlo a 20 miliardi. Naturalmente, ciò non fu gradito dal cliente, e la procedura di completamento del contratto fu rinviata almeno fino a metà marzo, quando i media indiani descrivevano la situazione attuale come un vicolo cieco. Tuttavia, i risultati della visita del primo ministro indiano Narendra Modi in Francia il 10 aprile mostrano che entrambe le parti cercano (e trovano) un compromesso sul problema. Lo stesso è avvenuto in passato con la drastica modernizzazione della portaerei russa Admiral Gorshkov. Evidentemente, tra i tanti motivi della futura reazione del Giappone (quasi certamente positiva) all’invito indiano a partecipare alla gara sui DES, le ragioni “mercantili” saranno prevalenti. Tuttavia, saranno ben lungi dal dominare, essendo interconnessi a sviluppo militare-tecnologico e costo-efficacia del complesso militare-industriale nazionale, a una serie di problemi nell’ingresso nel mercato delle armi e alla politica estera, non meno rilevanti dei primi. Le armi sono un tipo molto particolare di prodotto la cui esportazione sul mercato internazionale, da un Paese manifatturiero, è una forte indicazione dell’impegno in vari processi politici derivanti in campo internazionale. Tale segnale è ancora più netto in Giappone da quando ha intrapreso la “normalizzazione”, cioè abbandona gradualmente i tabù post-seconda guerra mondiale. Non tutti imposti dai vincitori dell’ultima guerra mondiale. Il divieto di commerciare armi ai produttori giapponesi, in vigore fino a poco prima, fu introdotto alla fine degli anni ’60 dal Giappone stesso. Il divieto rispettava la strategia giapponese del dopoguerra, volta a concentrare gli sforzi sullo sviluppo economico, evitando (quando possibile) il coinvolgimento in dispute internazionali. La scorsa primavera, il governo giapponese decise di allentare notevolmente tali restrizioni autoimposte. Dalla fine degli anni ’80, i pesi massimi del complesso militare-industriale giapponese si oppongono alla rinuncia al commercio delle armi, sottolineando anche che ciò comporta direttamente piccoli volumi (e quindi costi elevati) nella produzione di armi, nonché l’espulsione del Giappone dal progresso militare-tecnologico internazionale. La partecipazione del Giappone, alla fine dagli anni ’90, ai programmi per i sistemi avanzati BMD statunitensi, fu considerata un’eccezione.
La prima immediata conseguenza della risoluzione del governo giapponese per eliminare le auto-imposte restrizioni commerciali sugli armamenti è l’attuazione di progetti da tempo discussi per fornire motovedette usate a un certo numero di Stati dell’Asia del Sud-Est. Vietnam, Indonesia e Filippine ne avrebbero bisogno per affrontare le navi della guardia costiera cinese, che rivendicano l’80% della superficie del Mar Cinese Meridionale. Tuttavia, la tendenza a sviluppare un’ampia cooperazione tecnico-militare va ben oltre l’ambito del commercio degli armamenti, portando a conseguenze molto più significative per l’industria della Difesa del Giappone, così come per la situazione politica nella regione Asia-Pacifico e l’influenza del Giappone. Contratti relativi sono già stati conclusi con Gran Bretagna, Australia e la già citata India. In particolare, con tali contratti la Marina australiana avrà la possibilità di avere sei sottomarini Soryu dal Giappone, gli stessi che saranno offerti all’India. I Soryu sono considerati i migliori sottomarini a propulsione convenzionale del mondo. La Marina giapponese ne ha già 6 (su 10 programmati). Il problema principale attualmente discusso in Australia è la stima dei costi dell’opzione, la cui più preferibile prevede licenze di produzione per i cantieri navali nazionali. Superare vari ostacoli (tra cui la barriera linguistica) che inevitabilmente si presentano nella produzione di tecnologie e documentazione, potrebbe incrementare di varie volte il costo di ogni futuro sottomarino. Lo stesso problema appare in India, dove la politica volta ad utilizzare l’industria nazionale per produrre materiale estero viene prmossa. Va notato che la partecipazione del Giappone nelle prossime gare per fornire i DES alla Marina indiana, sarà il secondo passo nel mercato delle armi indiano. Il primo fu la conclusione l’anno scorso dell’accordo bilaterale per fornire all’India 12 idrovolanti quadrimotori US-2 Shin Mewa. Ufficialmente progettati per ricerca e soccorso, questi velivoli saranno adattati a una più ampia gamma di operazioni per la Marina indiana. Il contratto sulla licenza di produzione dovrà essere firmato entro inizio 2016. Va ricordato che, a livello di relazioni internazionali, la fornitura di idrovolanti all’India fu risolta durante la visita del primo ministro Narendra Modi in Giappone, lo scorso anno. Allora l’accordo fondamentale sulla fornitura degli US-2 Shin Mewa alla Marina indiana fu accompagnata da ampi commenti politici secondo cui l’operazione rientrava nel contesto del generale pieno riavvicinamento tra Giappone e India. Commenti simili appaiono in relazione alla partecipazione del Giappone alla nuova gara sui DES per la Marina indiana. Inoltre, il contenuto di tali osservazioni innesca associazioni con la cosiddetta Iniziativa delle Quattro Nazioni del 2007, volta alla possibile formazione di una sorta di unione politico-militare tra India e Giappone, così come Stati Uniti e Australia. Infine, va notato che la partecipazione del Giappone alla gara per la fornitura dei sei nuovi DES alla Marina indiana sarà un precedente significativo per la partecipazione reale alla lotta per una grossa fetta della torta del mercato internazionale delle armi, dove la parte della India sembra particolarmente promettente. Qualcosa suggerisce che il governo indiano sa già chi vincerà la futura gara, nonostante il fatto che non si sa quando si terrà. maxresdefault2Vladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Smontare l’intervento yemenita di Obama

MK Bhadrakumar Asia Times 21 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
Barack Obama walks with Saudi King SalmanVoice of America finanziata dal governo statunitense ha avviato un ballon d’essai vacuo pronosticando che le tensioni accumulatesi con il conflitto nello Yemen “sembrano contrapporre gli Stati Uniti all’Iran in una prova di forza cruciale nel Golfo di Aden.” Il contesto sono la portaerei USS Theodore Roosevelt e l’incrociatore lanciamissili USS Normandy che si uniscono ad altre sette navi da guerra degli Stati Uniti nella zona, tra cui il Gruppo di assalto anfibio della Iwo Jima, che comprende un reparto di oltre 2000 Marines. Un modo stravagante di sbirciare oltre lo specchio. Alice ne ridacchierebbe. Gli Stati Uniti non si scontreranno militarmente con l’Iran. Le due flotte hanno una lunga storia di spintoni e di giochi del gatto col topo nelle acque del Golfo Persico, senza tentare un graffio. Questo è uno. Il secondo, in questo caso particolare, è l’Iran che semplicemente non intende farsi coinvolgere militarmente nello Yemen. L’Iran fa splendidamente bene invece a proiettare un robusto piano di pace in 4 punti per lo Yemen, che la Russia ha già accolto e che sarà sostenuto, perché Teheran prevede, giustamente, che non vi sia alcuna altra opzione, in ultima analisi, che aprire la via diplomatica e politica. Non si cerca la vittoria in una guerra fratricida, vero? Si vince passo-passo e il segreto sta nella pazienza e nel potere di logoramento. In breve, la Theodore Roosevelt dovrà inventarsi un nemico iraniano prima di avere una “serie prova di forza”. Terzo, gli huthi hanno veramente bisogno di armi dall’Iran in questa fase? E’ ben noto che siano alleati a fazioni militari yemenite dall’ampio accesso alle armi. Inoltre, la natura delle guerre fratricide in Paesi come Yemen o Afghanistan è tale che i veri asset strategici risultano altrove. Queste guerre hanno i loro corsi e ricorsi, e al momento gli huthi avanzano innegabilmente. Stando così le cose, qual è il vero scopo (o scopi) che gli Stati Uniti sperano di raggiungere inviando tale flotta? A dire il vero, il dispiegamento di un numero così elevato di marines su un gruppo di navi d’assalto anfibio suggerirebbe che un’operazione di sbarco non sia esclusa. Può darsi che il presidente Barack Obama sia agitato dal fatto che il primo ministro del Pakistan Nawaz Sharif (qui), l’egiziano Abdalfatah al-Sisi (qui) o il turco Recep Tayyip Erdogan (qui) temano d’immischiravisi, cioè di inviare “stivali sul terreno” nello Yemen? Sembra improbabile. Tuttavia, una limitata operazione di terra degli Stati Uniti può essere comunque in cantiere. Il punto è che Washington non ha badato ad evacuare centinaia, migliaia di cittadini statunitensi bloccati nello Yemen. Sarebbero in gran parte di origine araba e musulmana, e non avrebbero una lobby negli Stati Uniti che possa fare scandalo al Congresso o nei media degli USA, ma se tale scandalo perdura, sarà un insulto alla reputazione di Obama umanista e alla sua eredità presidenziale. C’è anche del denaro in gioco, e potrebbe essere molto, perché alcuni di questi cittadini arabo-statunitensi hanno presentato denuncia nei tribunali degli USA chiedendo un risarcimento dai segretari di Stato e della Difesa. Dio non voglia, se alcuni di loro venissero uccisi nei prossimi giorni, non escludendo gli sfrenati omicidi (qui) e vendicativi (qui) attacchi aerei sauditi, la questione dei danni potrebbe emergere a un certo punto.27CBCB7A00000578-0-image-a-31_1429563450836Dopo tutto, il governo degli Stati Uniti non s’è interessato di evacuare i propri cittadini in difficoltà, a differenza di quanto quasi tutti i Paesi hanno fatto, e i giudici statunitensi non avrebbero altra scelta, se questi musulmani arabo-statunitensi facessero valere i loro diritti costituzionali in quanto cittadini statunitensi. Inoltre, al livello popolare si sostiene che gli statunitensi non hanno alcun controllo sui crimini di guerra sauditi nello Yemen, e ciò potrebbe ridimensionare la politica di Obama in Medio Oriente e la sua statura di leader mondiale. Così Washington infine potrebbe programmare l’evacuazione dallo Yemen dei propri cittadini bloccati. Infatti, 5000 marines possono farlo, a condizione naturalmente che gli huthi cooperino; collaboreranno? A mio parere, la CIA avrebbe già fatto il lavoro necessario. Ora, l’Iran non lo sosterrà? Impossibile. Semmai se i marines avessero difficoltà, l’Iran potrebbe dare una mano avendo avanzato una generosa offerta di aiuto a tutti i Paesi, senza eccezione, nell’evacuare propri cittadini dallo Yemen. Oltre l’evacuazione, ciò che Obama spera di ottenere ordinando all’USS Theodore Roosevelt di salpare dallo Stretto di Hormuz (dove è occhi negli occhi con la Marina dell’Iran) per il Golfo di Aden? Significativamente, Obama ha preso questa decisione dopo una telefonata con il re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud e l’incontro nello Studio Ovale con il principe ereditario Muhamad bin Zayad al-Nahan degli Emirati Arabi Uniti (membro chiave della coalizione saudita contro lo Yemen). Da attente letture delle dichiarazioni della Casa Bianca, qui e qui, avviare un processo di pace nello Yemen appare in cima ai pensieri di Obama. Ma fino a che punto Obama sia riuscito a calmare Salman solo il tempo lo dirà. È improbabile che Obama abbia adottato lo stesso linguaggio del presidente cinese Xi Jinping verso Salman. (È interessante notare che l’appello di Obama a Salman appare il giorno dopo l’iniziativa di Xi.)
Nel frattempo, Obama si riunirà con i re guerrieri arabi in un conclave del prossimo mese. I preparativi sono già iniziati. In ultima analisi, la leva degli Stati Uniti al conclave con Salman e Zayad verrebbe costruita secondo la formula “salvare la faccia”, per farli apparire vittoriosi nella guerra allo Yemen. Il re e il principe ereditario non possono permettersi di apparire perdenti, soprattutto con l’Iran seduto sulla riva del fiume che osserva beffardo. Quindi, un po’ di spettacolarità da parte dello Zio Sam, per salvare la faccia dei monarchi del Golfo, sarà necessaria nei prossimi giorni. In termini politici, è sensato per gli Stati Uniti apparire attivamente coinvolti nel conflitto nello Yemen, anche se iniziasse il processo di pace. Il dispiegamento della flotta fa letteralmente degli Stati Uniti il “protagonista” della guerra yemenita. Obama sarebbe rassicurato dal modo con cui la Russia ha collaborato al recente dibattito al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sullo Yemen, senza che il Presidente Vladimir Putin gli faccia delle sorprese. Anche l’Iran parla di pace con gli Stati Uniti. Così, in qualunque modo si guardi svilupparsi lo scenario, l’USS Theodore Roosevelt partecipa a una sicura missione politica ed economica che avvantaggerà Obama.
Il rischio che Obama inizi un’altra guerra degli USA in Medio Oriente, anche senza volerlo, è praticamente inesistente; Obama non cerca la resa dei conti con l’Iran nel momento cruciale dei colloqui sul nucleare; Obama non può non essere consapevole che il conflitto nello Yemen sia conseguenza della Primavera araba e la leva degli Stati Uniti, attivando un processo politico nello Yemen, può migliorare con il coinvolgimento diretto; naturalmente John Bolton o il senatore John McCain non potranno dileggiare di passività Obama, almeno sulla questione yemenita.

uss-theodore-rooseveltTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché i Sukhoj armati di BrahMos sono una cattiva notizia per i nemici dell’India

Rakesh Krishnan Simha RIR 20 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Modificando con successo il Su-30MKI per trasportare il missile supersonico BrahMos, l’India segnala l’intenzione di colpire subito con forza devastante, nel caso di un conflitto.

1447585Nel settembre 2010 il nuovo Strategic Forces Command (SFC) dell’India presentava una proposta al Ministero della Difesa per creare due squadroni composti da 40 aerei da combattimento Su-30MKI per il dominio aereo. Il compito di questa “mini forza aerea” era lanciare armi nucleari. Il quadro si chiariva nell’ottobre 2012, quando il Comitato dei Ministri per la Sicurezza diede via libero al programma per modifiche strutturali e di software di 42 Su-30MKI e per acquisire 216 missili BrahMos aerolanciati. Finora, i BrahMos, prodotti da una joint venture India-Russia, erano usati solo dalla Marina. Nel marzo 2015, il SFC ricevette il primo di questi 42 Sukhoj equipaggiati con la versione aerolanciata del BrahMos supersonico. Fu la prima volta che il SFC, che attualmente dipende dall’Indian Air Force (IAF), aveva vettori nucleari al suo comando, acquisendo una propria risorsa aerea. Attualmente, il sistema nucleare dell’India si basa sui missili balistici terrestri Agni e Prithvi, e i cacciabombardieri Mirage 2000, Su-30MKI e Jaguar dell’IAF. L’ultimo elemento della triade nucleare, i missili lanciati da sottomarini, è ancora in fase di test. Individualmente, Su-30 e BrahMos sono armi potenti. Ma quando il più potente caccia di quarta generazione è armato con il più distruttivo missile da crociera, diventano un potente moltiplicatore di forza. I BrahMos hanno una velocità di 3000 km/h, letteralmente più veloci di un proiettile, potendo colpire il bersaglio con una quantità enorme di energia cinetica. Nei test, il BrahMos ha spesso tagliato a metà navi da guerra e polverizzato bersagli a terra. La velocità del Sukhoj aggiungerà ulteriore slancio al missile, oltre alla capacità del velivolo di penetrare difese aeree temprate, dando maggiore possibilità al pilota di lanciare il missile sui bersagli designati.

Probabili obiettivi
Considerando che il principale nemico dell’India è il Pakistan, sostenuto dalla Cina, contro cui l’India ha combattuto due conflitti, perdendo nel 1962 e vincendo nel 1967, questi due Paesi sono gli obiettivi evidenti. Contro il Pakistan gli obiettivi sono evidenti. Un attacco dei due squadroni, usando la maggior parte dei mezzi aerei del SFC, in pochi minuti può paralizzare centri di comando e controllo del Paese; centrali nucleari, tra cui la ‘Morte Nera’ di Kahuta dove la maggior parte delle bombe “islamiche” è prodotta; il principale arsenale di Sargodha, ad ovest di Lahore, dove sono depositate queste testate; le basi missilistiche di Gujranwala, Okara, Multan, Jhang e Dera Nawab Shah; il quartier generale dell’esercito del Pakistano a Rawalpindi; il porto di Karachi, unico grande porto pakistano e il comando della sua marina; fabbriche che producono carri armati e aerei da combattimento. I BrahMos supersonici con testata convenzionale possono teoricamente penetrare centri di comando, controllo e comunicazione protetti. Tuttavia, non vi è alcuna garanzia che questi obiettivi siano al 100 per cento distrutti, a meno che il BrahMos abbia una testata nucleare. Un attacco nucleare preventivo permetterebbe di neutralizzare efficacemente la capacità offensiva del Pakistan e di non essere mai più una minaccia per l’India. Contro la Cina, il Sukhoj-BrahMos appare contro-intuitivo essendo gli obiettivi cinesi nell’entroterra o sulla costa. Tuttavia, il Su-30MKI ha un’autonomia di 3000 km (estendibile a 8000 km con rifornimento in volo). Ora aggiungendovi i 300 km di portata del BrahMos, l’India può colpire bersagli a 3300 km all’interno della Cina.

Perché l’opzione Sukhoj-BrahMos?
Il Su-30MKI è una scelta ovvia. Il SFC non vuole caccia non testati, ma uno affidabile da armare con missili a testata nucleare. Il velivolo ha una cellula di titanio abbastanza forte per volare a bassa quota ed alta velocità. I 42 Sukhoj avranno anche circuiti elettronici protetti dagli impulsi elettromagnetici di una esplosione nucleare. Avere un aereo dedicato al ruolo di attacco nucleare offre ai pianificatori militari dell’India flessibilità strategica e aumenta le probabilità di successo. Poiché i missili balistici sono utilizzati solo come arma estrema, non possono davvero essere schierati facilmente. Una volta lanciati non possono essere richiamati e se abbattuti non sono facilmente sostituibili. Gli aeromobili, d’altro canto, possono effettuare diverse missioni e puntare sui bersagli in movimento. Ad esempio, se il Pakistan sposta le testate dall’arsenale di Sargodha, presumibilmente sotto costante controllo dai satelliti indiani i Sukhoj possono puntare contro la colonna di camion pakistani che trasporta il carico nucleare. I 42 Sukhoj della mini-aviazione del SFC possono anche lanciare missili contro obiettivi pakistani dall’interno dello spazio aereo indiano o sorvolando le acque internazionali, mettendo in difficoltà le difese nemiche. E’ molto facile per l’India distruggere le capacità belliche pakistane perché non solo il Pakistan è relativamente piccolo, ma ha anche concentrato le difese nella provincia del Punjab.

Ulteriori sviluppi
Poiché serie modifiche erano necessarie per l’integrazione di un missile così pesante sul Su-30MKI, inizialmente sembrava poco sensato schieravi un singolo missile. Aviation Week riporta che inizialmente anche Sukhoj era riluttante. Ciò spinse la HAL a procedere da sola, ma Aviation Week dice che Sukhoj acconsentì nel 2011. I russi fornirono alla HAL consulenza tecnica, in particolare per le modifiche alla fusoliera per ospitare il missile di 9 metri di lunghezza. “Il lavoro è in corso anche su una versione modificata più leggera e dal diametro minore dei BrahMos da assegnare ai MiG-29K della marina indiana, e potenzialmente al Dassault Rafale“, afferma Aviation Week. Segnalando l’immunità del Paese alle sanzioni occidentali, gli scienziati del DRDO dicono che il limite di 300 km di gittata del missile verrà rimosso. I BrahMos di prossima generazione saranno un’arma a lunga gittata. E con il previsto aumentato della velocità, il missile migliora notevolmente l’energia cinetica, nonostante le dimensioni ridotte ottimizzate per aerei relativamente piccoli come il MiG-29. Davvero una cattiva notizia se si è nel mirino del Sukhoj-BrahMos.

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FGFA: Storia di un aereo
Vinay Shukla RIR 19 aprile 2015

Con la demolizione dell’accordo per 126 MMRCA e optando per l’acquisto del Rafale pronti con contratto intergovernativo, il primo ministro indiano ha seguito il suggerimento dell’esperto russo Konstantin Makienko di otto anni fa, per sviluppare e procurarsi più facilmente velivoli aggiornati per l’Aeronautica Militare indiana.113940_340168109_Su-30 mki 358Il Primo ministro Narendra Modi ha tagliato il nodo gordiano da 25 miliardi di dollari dell’acquisizione di 126 MMRCA, ‘la madre di tutte le offerte’, annunciando a Parigi che l’India acquisterà direttamente 36 caccia Rafale pronti a decollare dal produttore francese Dassault, secondo un contratto intergovernativo (G2G). Contemporaneamente, a New Delhi, il Ministro della Difesa Manohar Parrikar confermava in conferenza stampa che il G2G era la migliore opzione per l’acquisto di piattaforme strategiche come gli aerei da combattimento dove il miglior offerente (L1) fu deciso dal fattore del “discutibile costo operativo”, di cui neanche il predecessore dell’UPA, AK Antony, era così sicuro. Ciò ricorda la visita del Ministro della Difesa Anthony a Mosca, nell’ottobre 2007, per co-presiedere la sessione annuale della Commissione intergovernativa India-Russia sulla cooperazione tecnico-militare (IRIGC-MTC) in cui i due Paesi avevano firmato l’accordo per lo sviluppo congiunto di un aereo da caccia di quinta generazione (FGFA), con l’obiettivo di adottare il futuristico caccia furtivo nel 2016-17. “Perché sprecare così tanti soldi per un aereo di 4.ta generazione che entrerà a far parte dell’IAF in contemporanea con l’FGFA di prossima generazione e la versione avanzata del LCA Tejas?“, si chiese il Dr Konstantin Makienko, vicedirettore del Centro indipendente per le analisi strategiche e tecnologiche (CAST) di Mosca. Sebbene il MiG-35 russo di 4++ generazione fosse un forte concorrente, in quel momento nella gara indiana, Makienko tuttavia sostenne che sarebbe stato prudente sospendere l’accordo tappabuchi, acquistando altri Mirage 2000 e aggiornando i MiG-29 in servizio nella IAF, e deviarne i fondi per sviluppare FGFA e LCA Tejas per sostituire i vecchi caccia MiG-21.

Completato il progetto preliminare del FGFA
Otto anni dopo, si torna alla soluzione che l’esperto russo aveva proposto nel 2007. Il Ministro della Difesa Parrikar, inoltre, non esclude che per soddisfare le esigenze operative dell’IAF, l’India possa acquistare via G2G altri caccia, comprensivi di sovrapprezzo, Sukhoj Su-30MKI, inserendosi anche nella politica del ‘Make in India’ in quanto già assemblati dalla HAL. Pochissime persone conoscono la vera storia dello sviluppo dell’avanzato caccia multiruolo Su-30MKI, dove ‘I’ sta per India. Ha monopolizzato la scena da quando è stato adottato dall’Indian Air Force. Ma c’è un interessante racconto dietro la nascita di questo velivolo che, per la prima volta nella storia, consegna all’Indian Air Force un aviogetto da combattimento su misura dei propri requisiti futuri. Non molti sanno che, con il letale missile da crociera BrahMos, il Su-30MKI (multiruolo commerciale per l’India), è anche una successo della lungimiranza dell”uomo dei missili’ dell’India, l’ormai ex-presidente Dottor APJ Abdul Kalam, che non risparmiò sforzi nel ribadire la propria immensa fede nella prodezza tecnologica della Russia. Nel 1994, in vista della visita a Mosca del primo ministro indiano PV Narasimha Rao, l’esportatore di armi statale russo Rosvorouzhenie (predecessore di Rosoboronexport) invitò i giornalisti a un briefing sulla cooperazione della Difesa indo-russa. Era un momento difficile per l’India, profondamente preoccupata dalla mancanza di ricambi cruciali per mantenere efficienti i suoi caccia, navi da guerra e carri armati, mentre il complesso industriale russo era nel caos dal crollo dell’Unione Sovietica. Molte fabbriche finirono nei 14 Stati indipendenti staccatisi dall’URSS. In tale contesto la stampa disse che Mosca stava per offrire all’India il nuovo caccia Su-30 e il governo russo invitò un alto ufficiale dell’IAF a discuterne. Un vecchio amico, che rappresentava la HAL a Mosca, sostenne che tale piano esisteva e disse che il Vicemaresciallo dell’aria S. Krishnaswamy sarebbe arrivato per valutare il Su-27, il meglio che i sovietici avevano sviluppato per contrastare l’F-15 Eagle. Alla fine, l’India firmò con la Sukhoj un primo contratto da 1,8 miliardi di dollari con la Rosoboronexport (ex-Rosvorouzhenie), il 30 novembre 1996, per l’acquisto di 40 aerei Su-30K, svilupparne la versione ‘MKI’ e produrla su licenza in India. Al momento i diplomatici dissero che si trattava di un allontanamento dal rapporto ‘acquirente-venditore’ nella Difesa con la Russia e un passo fiducioso verso ricerca e sviluppo comuni di avanzati sistemi d’arma e piattaforme.
Il 15 agosto 2002 ricevetti una telefonata dall’ufficio stampa del Cremlino che mi invitava a un tour alla Sukhoj Design Bureau con il Presidente Vladimir Putin, due giorni dopo. Naturalmente l’invito fu accettato con gratitudine. Il progetto T-50 della Sukhoj aveva appena vinto la gara PAK-FA per lo sviluppo di un futuristico aereo da caccia di quinta generazione, sconfiggendo il similare rivale della MiG, e c’era voce che Cina e India fossero interessate ad aderire al programma russo. Mentre eravamo in attesa del Presidente, Mikhail Simonov, l’ex-capo progettista della Sukhoi, che mi conosceva, si avvicinò e disse che mi avrebbe raccontato la storia vera: “Quando AVM Krishnaswamy venne nel nostro ufficio di progettazione, nel 1994, fece semplicemente saltare il nostro caccia Su-27, considerato il migliore dall’occidente. Ero molto arrabbiato, dato che ero sotto indagine per l’accusa di presunto tradimento per la vendita di caccia Su-27 alla Cina, ed ero piuttosto depresso. Così, decisi di non partecipare al ricevimento serale offerto dall’addetto dell’aeronautica indiana in onore di Krishnaswamy“, mi raccontò Simonov (1929-2011). “Tuttavia, il mio vice mi convinse ad andare. Suonai il campanello dell’appartamento dell’addetto e Krishnaswamy aprì la porta con un sorriso accogliente. Vidi un vaso di fiori su un tavolino e dissi di portarne un altro di dimensioni simili e versare la vodka in entrambi. Ingollai un vaso di vodka e sfidai il maresciallo dell’aria indiano a seguirne l’esempio se voleva che entrassi a discutere seriamente. Giù i cappelli! Fece esattamente ciò che chiesi ed ottenemmo il lavoro di cui vede il risultato, il miglior caccia multiruolo del mondo. Anche questo mi ha liberato dalle accuse di “tradimento” dato che investì l’intero ricavato della vendita dei caccia Su-27 alla Cina per sviluppare l’assolutamente nuovo caccia multiruolo“, raccontò. “Il Su-30MKI è il prodotto congiunto dei progettisti ed ingegneri di Sukhoj e IAF. La ricca esperienza nello sviluppo congiunto ci ha permesso di scegliere l’India quale partner per gli aerei da combattimento di quinta generazione basati sul progetto T-50 del PAK-FA“, disse Simonov con orgoglio, guardandomi come il greve cosacco del romanzo del vincitore del Nobel di (Mikhail) Sholokhov, ‘Il placido Don’.
Ora, tagliando il nodo del Rafale, altri progetti in corso come il FGFA, potrebbero essere accelerati e la cooperazione per la Difesa prendere ritmo.

maxresdefaultTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le isole avamposti militari della Cina

Tyler Durden Zerohedge 17/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraMAP_1_Paracel_and_Spratly_island_chains_slideshowLa scorsa settimana, abbiamo notato l’ironia esilarante del presidente Obama secondo cui la Cina “usava grandezza e forza per subordinare gli altri Paesi“. Naturalmente, un quadro perfetto della politica estera USA e quindi la dichiarazione del presidente è effettivamente un atto d’accusa delle azioni di Washington. Le osservazioni di Obama riguardavano le “attività” della Cina nel Mar Cinese Meridionale; le azioni di Pechino nelle acque contestate da Filippine, Vietnam, Malesia, Brunei e Taiwan. In sostanza, la Cina costruisce isole in cima al rilievo Fiery Cross nell’arcipelago delle Spratly, che secondo alcuni saranno utilizzate per scopi militari. Il NY Times riassume: “La costruzione sul Fiery Cross Reef è parte di un ampio progetto di bonifica cinese che coinvolge decine di draghe in almeno cinque isole nel Mar Cinese Meridionale. La Cina converte piccoli scogli, poco visibili sull’acqua, in isole abbastanza grandi per ospitare materiale e personale militare e strutture ricreative per i lavoratori. Le immagini satellitari delle bonifiche appaino costantemente negli ultimi mesi, dove i Paesi più piccoli con pretese sulle isole della zona hanno espresso preoccupazione per le costruzioni della Cina, mentre gli Stati Uniti intensificano le critiche… La Cina reclama l’80 per cento del Mar Cinese Meridionale, sostenendo che la “linea dei nove trattini“, tracciata sullo specchio d’acqua alla fine degli anni ’40, è conforme al diritto. Nessun altro Paese riconosce la validità della linea e molti temono che le attività di bonifica della Cina rientrano in un piano per creare il fatto compiuto della sovranità cinese. Ora, una serie di immagini satellitari conferma la costruzione di una pista di 3000 metri sulla barriera corallina, suggerendo che la Cina programmi di farvi atterrare aerei militari, come dei caccia, sulle isole bonificate. Qui, le immagini ad alta risoluzione accompagnate da didascalie dell’Asia Maritime Transparency Initiative (ennesima iniziativa di Soros. NdT):

FieryCross1Fotografia satellitare che individua tre cementifici operanti sull’isola.

FieryReef2La Cina ha già costruito oltre 60 edifici semi-permanenti o permanenti.

FieryReef3Almeno 20 strutture sono visibili sul lato meridionale dell’isola (compreso un eliporto).

FieryReef4La Cina costruisce una pista di atterraggio sull’isola, probabilmente abbastanza grande per farvi atterrare quasi qualsiasi aeromobile cinese.

FieryReef5Le immagini scattate l’11 aprile mostrano la pista per più di un terzo completata.

FieryReef6Pechino installa anche impianti portuali a cui possono attraccare navi cisterna militari.

FieryReef7Il rapporto interattivo dell’AMTI completo è disponibile qui.

Ecco altre note del NY Times su ciò che può significare dal punto di vista militare e geopolitico: “La pista, che dovrebbe essere di circa 3000 metri, abbastanza per ospitare aerei da combattimento, è una svolta nella competizione tra Stati Uniti e Cina sul Mar Cinese Meridionale, ha detto Peter Dutton, docente di studi strategici presso il Naval War College di Rhode Island. “E’ un grande passo strategico“, ha detto. “Per controllare il mare è necessario controllare l’aria...” Col tempo, secondo Dutton, la Cina installerà radar e missili che potrebbero intimidire Paesi come le Filippine, alleato degli USA, e il Vietnam, che reclamano le Spratly, dove riforniscono modesti presidi militari. Più in generale, la capacità della Cina di usare il rilievo Fiery Cross come pista per aerei da caccia e sorveglianza espanderà di molto la competizione con gli Stati Uniti nel Mar Cinese meridionale… “Pensiamo che sia assolutamente per gli aerei militari, ma naturalmente, una pista di atterraggio è una pista di atterraggio, vi può atterrare di tutto se è abbastanza lunga”, ha detto James Hardy, redattore per l’Asia-Pacifico del Jane’s Defense Weekly… La questione principale è cos’altro vi atterrerebbe?“. “A meno che non prevedano di trasformarli in resort, cosa improbabile vista anche la dichiarazione del Ministero degli Esteri della scorsa settimana. Poi aerei militari sono gli unici che dovrebbero atterrarvi“. Altro anche dalla Reuters: “Il senatore John McCain, presidente della Commissione Forze Armate del Senato USA, definisce le mosse cinesi “aggressive” e ha detto che è emersa la necessità, per l’amministrazione Obama, di agire sui piani per spostare altre risorse militari nell’economicamente importante regione asiatica e rafforzare la cooperazione con i Paesi preoccupati dalla Cina. McCain si riferisce a una valutazione dell’intelligence degli Stati Uniti di febbraio secondo cui la modernizzazione militare della Cina è volta a contrastare le forze armate USA, e ha detto che Washington deve lavorare molto per mantenere il vantaggio militare nella regione Asia-Pacifico. Quando una nazione riempie 600 ettari di terreno e vi costruisce piste, e molto probabilmente adotta altre capacità militari in ciò che sono acque internazionali, chiaramente minaccia l’economia mondiale, ieri, oggi e nel prossimo futuro”, ha detto in una conferenza al Congresso. Un portavoce del dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha detto che le dimensioni di bonifica e costruzioni cinesi alimentano le preoccupazioni regionali sulla Cina che intenderebbe militarizzare i propri avamposti, e sottolineava l’importanza della libertà di navigazione. “Gli Stati Uniti hanno forte interesse nel conservare pace e sicurezza nel Mare cinese meridionale. Non credo che le grandi bonifiche per militarizzare gli avamposti su territori contesi sia coerente con il desiderio di pace e stabilità nella regione“.
Ciò avviene in un momento interessante per le relazioni tra Pechino e Washington. La recente mossa della Cina per evacuare cittadini stranieri dall’assediata città portuale yemenita di Aden segna la prima volta in cui la nascente superpotenza partecipa al soccorso internazionale. La stessa settimana, la televisione di Stato ha indicato che il Paese inizierà la prima missione dei propri sottomarini nucleari entro la fine dell’anno. Nel frattempo, la Banca asiatica degli investimenti infrastrutturali della Cina segna il cambio economico dal dopoguerra, con l’istituzione multilaterale che cercherà di tappare i buchi lasciati dal FMI dominato dagli Stati Uniti e dall’ADB influenzata dal Giappone, mentre posiziona lo yuan per fargli svolgere un ruolo più importante in quello che diventa rapidamente il nuovo ordine economico mondiale caratterizzato dal dominio del renminbi e dal declino dei sistemi tradizionali che hanno sostenuto l’egemonia del dollaro quale petrovaluta mercantile. Se non è chiaro esattamente quanto l’ambiziosa Pechino speri di trasformare le Spratly in avamposto militare, gli sforzi dello sviluppo della Cina evidenziano quanto il Paese non sia timido nel sostenere i propri interessi di fronte alle minacce occidentali.YEMEN-ADEN HARBOR-CHINESE CITIZENS-WITHDRAW
Pechino sciocca gli USA con l’incredibile progresso dell’aeroporto nel Mar Cinese Meridionale
Sputnik, 17/04/2015

Nuovo immagini satellitari mostrano l’estensione della costruzione di isole artificiali cinesi nel Mar Cinese Meridionale. Fiery Cross Reef potrebbe presto essere una pista militare nell’oceano. E nonostante la presenza militare nella regione, gli Stati Uniti sono in preda al panico.

1021028956Dragando sabbia dal fondo marino, il governo cinese continua la costruzione di isole artificiali in cima alle scogliere sommerse dell’arcipelago delle Spratly. In parte, le isole saranno utilizzate per rafforzare gli interventi di emergenza nella regione. Ma secondo Pechino le isole saranno utilizzate come avamposti della difesa, preoccupando Washington, che lo é di già per la crescente influenza cinese. Le immagini di IHS Jane’s Defense Weekly avute dall’Airbus Difesa e Spazio mostrano quanto sia rapida la crescita dell’isola. Avviata la costruzione solo l’anno scorso, Fiery Crosse Reef è ora sede della prima pista di atterraggio cinese nel Mar Cinese Meridionale. Con 503 metri già pavimentati, la pista potrebbe essere lunga più di 3000 metri, una volta completata, abbastanza da ospitare aerei da trasporto pesanti e aerei da combattimento, secondo il Centro degli studi strategici e internazionali di Washington. La pista dell’Aeronautica dell’Esercito di Liberazione Popolare cinese sarebbe lunga da 2700 a 4000 metri. Le immagini satellitari mostrano anche che una seconda pista di atterraggio 3000 metri potrebbe essere in costruzione sul Subu Reef, un’altra isola artificiale dell’arcipelago. Fiery Cross ospiterà anche un grande porto sull’estremità sud-ovest dell’isola. Immagini mostrano una gru galleggiante che consolida dighe con il cemento. Negli Stati Uniti, già preoccupati dalla costruzione dell’isola, l’esistenza di piste rinvigoriscono le paure. “Gli Stati Uniti hanno forte interesse a conservare pace e sicurezza nel Mar Cinese Meridionale“, ha detto un portavoce del dipartimento di Stato secondo la Reuters. “Non crediamo che la grande bonifica con l’intento di militarizzare avamposti su territori contesi sia coerente con il desiderio di pace e stabilità nella regione“. Nonostante tale presunto interesse per la “pace”, l’esercito statunitense ha costantemente aumentato la propria presenza nella regione. A febbraio, l’US Navy ha inviato il suo aereo spia più avanzato, P-8A Poseidon, nelle Filippine per monitorare la regione. Washington ha anche organizzato una serie di esercitazioni con gli alleati nel Mar Cinese Meridionale. All’inizio di aprile, Stati Uniti e Indonesia hanno partecipato alle esercitazioni militari congiunte, mossa vista da alcuni quale avvertimento all’espansione cinese. Un’altra serie di esercitazioni di Stati Uniti e Filippine inizierà la prossima settimana, conosciute come Balikatan, è “volta ad aumentare la nostra capacità di difendere il Paese da aggressioni esterne“, come ha detto alla Reuters il portavoce militare, tenente-colonnello Harold Cabunoc.
Mentre denuncia pubblicamente la costruzione delle isole cinesi come “aggressiva”, il senatore statunitense John McCain, presidente della Commissione Forze Armate del Senato, ha invitato l’amministrazione Obama ad inviate altre risorse militari nel Pacifico. Parlando a un seminario a Washington, Cui Tiankai, ambasciatore cinese negli Stati Uniti, ha difeso il diritto di Pechino d’installare difese sul proprio territorio dicendo che “sarebbe illusorio che qualcuno possa imporre alla Cina lo status quo unilaterale” o “violare impunemente e ripetutamente la sovranità della Cina“. Ha anche osservato che la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, vieta agli Stati Uniti di condurre “ricognizione intensiva e ravvicinata sulla zona economica esclusiva di altri Paesi“. Il Mar Cinese Meridionale è un specchio d’acqua molto contestato attraverso cui 5000 miliardi di dollari di merci passano ogni anno. Mentre la Cina reclama la maggior parte della zona quale proprio territorio, Filippine, Malesia, Vietnam, Taiwan e Brunei vi avanzano propri reclami.

SpratlyMap2Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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