Cosa significano gli attacchi di Donald Trump al Pakistan?

Vladimir Terehov, New Eastern Outlook 15.01.2018Pubblicato il 1° gennaio 2018, il tweet di Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, sull’errore di fornire al Pakistan aiuti finanziari (oltre 33 miliardi di dollari negli ultimi 15 anni), premiato con “nient’altro che menzogne e inganni“, è un importante notizia nella politica mondiale del nuovo anno appena arrivato. Parlando il giorno dopo ai giornalisti, la rappresentante permanente degli Stati Uniti presso l’ONU, Nikki Haley, chiariva che il presidente considerava la possibilità di porre fine all’assistenza finanziaria al Pakistan, che fornisce “rifugio sicuro ai terroristi” cacciati dagli statunitensi in Afghanistan. Per spiegazioni sul significato della dichiarazione di Donald Trump, l’ambasciatore statunitense ad Islamabad fu convocato al ministero degli Esteri del Pakistan. Il capo del dipartimento della politica estera del Pakistan, Khawaja Asif, affermava che Washington cerca d’incolpare il suo Paese per il fallimento della propria politica in Afghanistan. Sottolineando la partecipazione attiva del Pakistan alla lotta al terrorismo, ricordava che durante la guerra in Afghanistan, gli statunitensi effettuarono oltre 5700 attacchi dalle basi situate nel territorio pakistano. In generale, Donald Trump e Nikki Haley non hanno detto nulla di nuovo o di utile. Ricordiamo che, grosso modo, lo stesso fu detto sempre da Donald Trump il 21 agosto 2017, quando (dopo un silenzio prolungato) affrontò per la prima volta in maniera eccezionalmente puntuale e dolorosa le prospettive dei militari USA nell’avventura di 16 anni in Afghanistan. S’ipotizza che l’attuale accusa al Pakistan sia semplicemente la realizzazione delle minacce esplicite di Nikki Haley ai Paesi che il 18 e il 21 dicembre 2017 (rispettivamente, nel Consiglio di sicurezza e all’Assemblea generale delle Nazioni Unite), votarono per la risoluzione che nega il riconoscimento di Gerusalemme a capitale d’Israele. Sembra, tuttavia, che la vera ragione del malcontento USA nei confronti del Pakistan sia molto più seria. È probabile che sia la risposta a un evento estremamente significativo, avvenuto il 26 dicembre a Pechino, dove si svolse il “Primo Dialogo dei Ministri degli Esteri di RPC, Pakistan e Afghanistan”. Nel comunicato stampa congiunto dell’occasione, alcuni punti sono di rilievo:
– i rappresentanti del Pakistan e dell’Afghanistan si congratulano con i cinesi “per la positiva conclusione del XIX Congresso del PCC e sostengono pienamente la proposta del Presidente Xi Jinping” di visione del futuro di tutta l’umanità;
– si esprime disponibilità ad approfondire la cooperazione trilaterale, anche nel quadro del progetto “Nuova Via della Seta”, nella lotta al terrorismo e nella sicurezza;
– si afferma che il processo di pace in Afghanistan, “sostenuto a livello regionale e internazionale“, va condotto con la partecipazione di tutte le parti, inclusi i taliban, ma va “guidato” dall’Afghanistan stesso;
– il secondo incontro nella stessa composizione si terrà a Kabul “nel 2018”.
Il documento non contiene accenni al ruolo apparentemente negativo del Pakistan nel conflitto afghano. Non menziona la presenza militare da 16 anni in Afghanistan della principale potenza mondiale che vi ha sepolto enormi risorse finanziarie e sostenuto alti costi politici. Pertanto, la leadership statunitense ha tutte le ragioni d’essere sconvolta. Tanto più che Washington prevedeva di tenere entro la fine dello scorso anno una sua riunione tripartita sul problema afghano, nel formato “USA-Afghanistan-India”. Tuttavia, qualcosa è andato storto e il principale oppositore geopolitico degli Stati Uniti ha chiaramente rubato l’iniziativa del processo di risoluzione pacifica del conflitto afghano. A giudicare dai contenuti del documento citato, gli autori assegnano ad India e Stati Uniti un ruolo abbastanza indiretto, parlando della necessità di mantenere il processo a “livelli regionale e internazionale“. I partecipanti all’incontro di Pechino fu designato principale iniziatore e “leader” (ancora una volta poniamo l’accento su questo punto eccezionalmente importante) “l’Afghanistan stesso“. Va notata, tuttavia, l’osservazione del 27 dicembre a una conferenza stampa del Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, secondo cui l’istituzione del “dialogo cino-pakistano-afghano” non è inteso a sostituire altre piattaforme internazionali dedite a questo problema. Aggiungiamo che ciò è semplicemente impossibile. Stati Uniti ed India non sono Stati che accetterebbero il ruolo ausiliario di certe forze “regionali e internazionali” nel processo di risoluzione del conflitto afghano. Va anche ricordato che il Pakistan vede in modo esplicito l’Afghanistan come retrovia strategica (“cortile”) nel confronto con l’India. Cosa con cui quest’ultima non sarà mai d’accordo, va aggiunto.
La posizione delle forze filoindiane è piuttosto forte nell’élite afgana, mentre le relazioni pakistano-afghane affrontano gravi problemi (incluse la ragione di cui sopra), accumulatisi negli anni. Tali problemi difficilmente possono essere risolti con un solo evento a livello ministeriale. Nel frattempo, Washington, che negli ultimi anni ha espresso chiara preferenza a sviluppare relazioni con l’India (il tweet di D. Trump è stato definito dal giornale Indian Expresssweet music“), non vuole rompere completamente i legami col Pakistan e non ha intenzione di cederlo ‘senza combattere’ alla piena influenza della RPC. Ciò in particolare è evidenziato dalla visita a Islamabad del segretario alla Difesa USA James Mattis tre giorni dopo lo scandaloso tweet di Donald Trump. Tuttavia, l’osservazione del vicedirettore della CNN Michael Kugelman su questa visita (“Congratulazioni, segretario Mattis. Sei diventato l’ultimo funzionario degli Stati Uniti a fare da vocalist a un disco irrimediabilmente rotto”), a quanto pare, riflette adeguatamente lo stato dei rapporti Stati Uniti-Pakistan. Sembra che il treno pakistano lasci gli Stati Uniti acquisendo notevole velocità e non sarà facile per Washington salire sull’ultimo vagone. Un articolo del quotidiano cinese Global Times intitolato opportunamente “Trump tweet draws China, Pakistan closer“, elenca le componenti principali della cooperazione Cina-Pakistan in rapido sviluppo. Tutto sommato, va affermata la cosa principale: i giochi sul controllo del territorio dell’Afghanistan, durati almeno due secoli con vari protagonisti, continueranno dopo il “Dialogo” di Pechino. Gli ultimi attacchi anti-Pakistan degli Stati Uniti, chiaramente provocati dal suddetto evento, ne sono una testimonianza.Vladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Il ruolo degli “intellettuali di sinistra” imperialisti

Prof. Michel Chossudovsky, Mondialisation, 13 gennaio 2018Ciò a cui assistiamo in Nord America ed Europa occidentale è la falsa militanza sociale, controllata e finanziata dalla dirigenza aziendale. Tale manipolazione impedisce la formazione di un vero movimento di massa contro guerra, razzismo ed ingiustizia sociale. Il movimento contro la guerra è morto. La guerra imposta alla Siria è descritta “guerra civile”. Anche la guerra allo Yemen è descritta guerra civile. Mentre l’Arabia Saudita continua a bombardare, il ruolo insidioso degli Stati Uniti viene banalizzato o semplicemente ignorato. “Dato che gli Stati Uniti non sono direttamente coinvolti, non vediamo la necessità di lanciare una campagna contro la guerra“. La guerra e il neoliberismo non sono più al centro della militanza della società civile. Finanziato da enti di beneficenza aziendali, attraverso una rete di organizzazioni non governative, l’attivismo sociale è frammentato. Non esiste un movimento integrato anti-globalizzazione e anti-guerra. La crisi economica non è percepita come legata alle guerre degli Stati Uniti. Il dissenso è compartimentato. I movimenti di protesta “incentrati su particolari questioni” (ad es. ambiente, anti-globalizzazione, pace, diritti delle donne, LGBT) sono incoraggiati e generosamente finanziati, a scapito di un movimento di massa omogeneo contro il capitalismo globale. Tale mosaico era già una realtà nei summit G-7 e dei Popoli negli anni ’90, così come nel primo World Social Forum del 2000, che raramente adottò un atteggiamento anti-guerra inequivocabile. Gli eventi organizzati dalle ONG e generosamente finanziati da fondazioni imprenditoriali hanno lo scopo tacito di creare profonde divisioni nella società occidentale per mantenere l’ordine sociale esistente e l’agenda militare.

Siria
Il ruolo dei cosiddetti intellettuali “progressisti” che parlano a favore del programma militare statunitense e della NATO va sottolineato. Non c’è niente di nuovo. Segmenti del movimento contro la guerra che si oppose all’invasione dell’Iraq nel 2003 tacitamente appoggiano gli attacchi aerei di Trump contro il “regime di Assad” in Siria, che presumibilmente “massacra il proprio popolo”, uccidendolo con attacchi chimici premeditati. Secondo Trump, “Assad ha tolto la vita a uomini, donne e bambini indifesi“. In un’intervista rilasciata a “Democracy Now” il 5 aprile 2017 (due giorni prima degli attacchi di Trump alla Siria), Noam Chomsky dichiarava di essere a favore del “cambio di regime” suggerendo che l'”eliminazione” negoziata di Bashar al-Assad portasse alla soluzione pacifica. Secondo Chomsky, “Il regime di Assad è immorale, compie atti orribili e pure i russi”. Accuse prive di alcuna prova e documento. Una scusa per coprire i crimini di guerra di Trump? Le vittime dell’imperialismo sono accusate con nonchalance dei crimini dell’imperialismo: “(…) Sa, non possiamo dirgli “vi uccidiamo. Vedete di negoziare”. Non funziona. Ma un processo in cui Bashar al-Assad sia eliminato coi negoziati (con i russi) potrebbe portare a una sorta di sistemazione. L’occidente non l’avrebbe voluto (…) All’epoca pensavano di poter rovesciare Assad, quindi non voleva farlo e la guerra continuò. Avrebbe funzionato? Non lo sapremo mai. Ma si sarebbe potuto provare. Nel frattempo, Qatar ed Arabia Saudita sostengono i jihadisti, che non sono diversi dallo SIIL. Quindi c’è orrore da tutte le parti. Il popolo siriano viene decimato”. (Noam Chomsky su Democracy Now, 5 aprile 2017).
In Gran Bretagna, Tariq Ali, descritto dai media inglesi come il capo del movimento pacifista di sinistra nel Regno Unito dalla guerra del Vietnam, invocava la dipartita del Presidente Bashar al-Assad. Il suo discorso ricorda quello dei guerrafondai di Washington: “Assad deve essere abbattuto, (…) e il popolo siriano fa del suo meglio per farlo (…) Il fatto è che la stragrande maggioranza dei siriani vuole che la famiglia di Assad se ne vada ed è il nocciolo che dobbiamo capire e che Assad dovrebbe capire (…) Ciò che è necessario in Siria è un governo nazionale laico per preparare una nuova costituzione (…) Se il clan di Assad si rifiuta di rinunciare al controllo sul Paese, prima o poi succederà qualcosa di disastroso (…) Il loro futuro si decide e non c’è per loro”. Intervista a RT nel 2012. Tariq Ali, portavoce della coalizione Stop the War, evitò di menzionare che Stati Uniti, NATO ed alleati sono attivamente coinvolti nel reclutamento, addestramento e armamento di un esercito di mercenari terroristi (sopratutto stranieri). Sotto le mentite spoglie del cosiddetto movimento progressista contro la guerra, Ali tacitamente legittima l’intervento militare occidentale sotto la bandiera della “guerra al terrore” e della cosiddetta “responsabilità di proteggere” (R2P). Il fatto che al-Qaida e Stato islamico siano segretamente supportati da Stati Uniti e NATO viene ignorato. Secondo l’autore inglese William Bowles, Tariq Ali è uno dei molti intellettuali di sinistra imperialisti che hanno distorto la militanza contro la guerra nel Nord America e in Europa: “Ciò evidenzia la contraddizione di essere un cosiddetto socialista pur avendo il privilegio di far parte dell’élite intellettuale dell’impero, venendo molto ben pagato per aver detto alla Siria ciò che dovrebbe e non dovrebbe fare. Non vedo alcuna distinzione tra l’arroganza di Ali e quella occidentale, che pretende esattamente la stessa cosa, che Assad deve andarsene!

John Deutch, capo della CIA nel 1995-1996. Amico intimo di Noam Chomsky.

Il movimento contro la guerra di oggi
Il capitalismo globale finanzia l’anticapitalismo. Tale relazione è tanto assurda quanto contraddittoria. Non può esserci alcun significativo movimento contro la guerra quando il dissenso è generosamente finanziato dagli stessi interessi aziendali obiettivo del movimento di protesta. Come McGeorge Bundy, ex-presidente della Fondazione Ford (1966-1979), una volta disse: “Tutto ciò che la fondazione Ford ha fatto va visto come sforzo per rendere il mondo sicuro per il capitalismo“. Molti “intellettuali di sinistra” oggi cercano di “rendere il mondo sicuro” per i guerrafondai. Il movimento contro la guerra di oggi non mette in discussione la legittimità di chi prende di mira. Oggi, i “progressisti” finanziati da grandi fondazioni, con l’approvazione dei media istituzionali, impediscono la formazione di un movimento popolare contro la guerra significativo e nazionale. Un movimento pacifista coerente deve anche opporsi a qualsiasi forma di cooptazione, essendo consapevole che una parte significativa della cosiddetta opinione “progressista” sostiene tacitamente la politica estera degli Stati Uniti, anche gli “interventi umanitari” auspicati da ONU e NATO. Un movimento contro la guerra finanziato da fondazioni aziendali è una causa e non la soluzione. Un movimento pacifista coerente non può essere finanziato dai guerrafondai.

La via da seguire
Ciò che è necessario è creare una rete ampia e popolare che cerchi di sradicare i modelli di autorità e processo decisionale relativi alla guerra. Questa rete va stabilita in tutta la società, le città e i villaggi, nei luoghi di lavoro e nelle parrocchie. Sindacati, associazioni di agricoltori, associazioni professionali e imprenditoriali, associazioni studentesche, associazioni di veterani e gruppi basati sulla fede sarebbero invitati ad unirsi alla struttura organizzativa pacifista. Questo movimento dovrebbe estendersi anche alle forze armate, di fondamentale importanza per infrangere la legittimità della guerra tra i militari. Il primo compito sarebbe neutralizzare la propaganda bellica con un’efficace campagna contro la disinformazione dei media. I media istituzionali sarebbero direttamente presi di mira, il che porterebbe al boicottaggio dei principali media, responsabili della disinformazione via media. Allo stesso tempo, questo sforzo richiederebbe la creazione di un processo per sensibilizzare i concittadini sulla natura della guerra e della crisi economica globale, permettendo anche di “diffondere il messaggio” efficacemente con una rete avanzata, attraverso media alternativi su Internet, ecc. Negli ultimi tempi, i media online indipendenti sono oggetto di manipolazione e censura, con lo scopo preciso di danneggiare l’attivismo pacifista su Internet. La creazione di tale movimento, che minerebbe seriamente la legittimità delle strutture del potere politico, non è un compito facile. Ciò richiederà solidarietà, unità e impegno senza precedenti nella storia del mondo. Rimuoverà anche gli ostacoli politici ed ideologici nella società e parlerà con una sola voce. Infine, sarà necessario deporre i criminali di guerra e processarli.

Jeremy Corbyn e Tariq Alì

Traduzione di Alessandro Lattanzio

‘Little Rocket Man’ vince il round

Patrick J. Buchanan, The American Conservative 12 gennaio 2018Dopo un anno in cui ha testato bomba all’idrogeno ed ICBM, minacciato di distruggere gli Stati Uniti e definito il presidente Trump “presuntuoso”, Kim Jong Un, su grazioso invito del presidente della Corea del Sud, invierà una squadra di pattinaggio alle “Olimpiadi della pace”. Un anno impressionante per Little Rocket Man. La crisi nucleare più grave da quando Nikita Khrusciov pose i missili a Cuba sembra essersi calmata. Notizie gradite, anche se lo scontro con Pyongyang è stato probabilmente solo rinviato. Tuttavia, ci è data l’opportunità di rivalutare il trattato dei 65 anni di guerra fredda che ci obbliga ad andare in guerra se il Nord attacca Seoul, che oggi ci ha portato sull’orlo della guerra. Il 2017 ha dimostrato che dobbiamo rivalutarlo; il potenziale costo nel portare avanti il nostro impegno cresce esponenzialmente. Due decenni prima, una guerra nella penisola coreana, data la massiccia artiglieria a settentrione della DMZ, avrebbe significato migliaia di morti per gli Stati Uniti. Oggi, col crescente arsenale nucleare di Pyongyang, le città statunitensi potrebbero subire attacchi tipo Hiroshima, se scoppiasse la guerra. Quale vitale interesse degli Stati Uniti c’è nella penisola coreana da giustificare l’accettazione perpetua di tale rischio per la nostra patria? Ci viene detto che la diplomazia di Kim è volta a dividere la Corea del Sud dagli statunitensi. E questo è innegabilmente vero. Il presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, è in primo luogo responsabile verso il suo popolo, che per metà si trova nella gittata dell’artiglieria sulla DMZ. In una nuova guerra coreana, il suo Paese ne soffrirebbe di più. E benché apprezzi sicuramente l’impegno degli Stati Uniti nel combattere il Nord per conto del suo Paese, quale polizza assicurativa, Moon non vuole una seconda guerra coreana, e non vuole che il presidente Trump decida che ci sia. Comprensibilmente, vuole mette prima la Corea del Sud. Eppure, giustamente attribuisce a Trump il merito di portare i nordcoreani ai negoziati: “Do al presidente Trump l’enorme merito ad aver avanzato i colloqui inter-coreani, e vorrei ringraziarlo di questo”. Ma di nuovo, quali sono gli interessi statunitensi per cui dovremmo far correre il rischio di attacchi nucleari a decine di migliaia di truppe statunitensi in Corea e nelle basi in Asia, e persino alle nostre grandi città, in una guerra che altrimenti sarebbe limitata alla penisola coreana? La Cina confina con il Nord, ma non è vincolata a un trattato per combattere per conto del Nord. Anche la Russia confina con la Corea democratica e, come la Cina, fu indispensabile a salvare il Nord nella guerra del 1950-53. Ma la Russia non è impegnata da alcun trattato a combattere per il Nord. Perché, allora, gli statunitensi sono obbligati ad essere tra i primi a morire in una seconda guerra di Corea? Perché la difesa del Sud, con 40 volte l’economia e il doppio della popolazione del Nord, è un nostro dovere eterno?
L’impulso di Kim al deterrente nucleare è dettato da paura e calcolo. Il timore è che gli statunitensi che lo detestano facciano a lui, suoi regime e Paese, ciò che fecero a Sadam Husayn. Il calcolo è che ciò che gli statunitensi temono di più, l’unica cosa che li scoraggia, sono le armi nucleari. Una volta che la Russia sovietica e la Cina comunista acquisirono le armi nucleari, gli statunitensi non le attaccarono mai. Se riesce a puntare armi nucleari sulle truppe USA in Corea, le basi USA in Giappone, e le città degli Stati Uniti, ragiona Kim, gli statunitensi non gli lanceranno la guerra. Gli eventi recenti non gli hanno dato ragione? L’Iran non ha armi nucleari e certi statunitensi chiedono quotidianamente il “cambio di regime” a Teheran. Ma poiché Kim ha armi nucleari, gli statunitensi sembrano più ansiosi di colloquiare. La sua politica vince. Ciò che dice il suo arsenale nucleare è: come voi statunitensi avete messo a rischio di annientamento il mio regime e il mio Paese, metterò a rischio le vostre città. Se subiamo il vostro “fuoco e furia” nucleare, anche milioni di statunitensi lo subiranno. Il mondo intero guarda come finirà ciò. Per l’American Imperium, il nostro sistema di alleanze si regge su una promessa credibile: se attacchi qualcuno dei nostri alleati, sei in guerra con gli Stati Uniti. Dal Baltico al Mar Nero al Golfo Persico, dal Mar Cinese Meridionale alla Corea e al Giappone, costi e rischi legati al mantenimento dell’Imperium crescono. Con tutte queste promesse, garantendo la guerra per conto di altre nazioni, ci finiremo inevitabilmente. E questa generazione di statunitensi, ignari di ciò che i suoi nonni dovettero fare, si chiederà, come ha fatto in Iraq e Afghanistan: che ci facciamo dall’altra parte del mondo? “America First” è più di uno slogan.L’ultimo libro di Patrick J. Buchanan è Nixon’s White House Wars: The Battles That Made and Broke President and Divided America Forever.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Dissezionare le rivolte iraniane

Marwa Osman AHT 6 gennaio 2018Le guardie rivoluzionarie iraniane annunciavano il 3 gennaio la “fine dei disordini” sollevati in cinque giorni proteste in Iran. Ciò avveniva durante le grandi manifestazioni a sostegno della leadership iraniana, che non hanno impedito al presidente degli Stati Uniti Donald Trump di continuare le provocazioni. Dopo un’ondata di proteste in Iran dal 28 dicembre, proseguite per tre giorni, la calma prevaleva nella maggioranza delle città iraniane. Nella prima risposta all’appello del Presidente iraniano Hassan Rouhani alla cooperazione, l’IRGC mostrava disponibilità ad “aiutare il governo a superare le sfide economiche“, mentre decine di migliaia di persone manifestavano ad Ahwaz, Arak, Ilam, Kermanshah, Gorgan e altre città a sostegno della leadership iraniana e per rigettare le “interferenze straniere”. I sostenitori intonavano “Morte all’America”, “Morte ad Israele”, “Morte agli ipocriti”, riferendosi all'”Organizzazione dei mujahidin del popolo” dell’Iran, noto come Mojahedin-e-Khalq Organization (MEK) che accusavano di “incitamento alle violenze”. La calma in Iran segnalava che le cosiddette “proteste” erano finite, mentre il Comandante della Guardia rivoluzionaria, Mohammad Ali Jafari, ufficialmente annunciava la “fine dei disordini”, affermando che “la prontezza della sicurezza dell’Iran ha di nuovo sconfitto il nemico; perché se vivessimo nelle condizioni di Egitto, Tunisia e Libia, le perdite sarebbero state enormi”. Nelle osservazioni pubblicate sul sito “La Guardia”, Jafari dichiarava che “durante i moti, coloro che vi parteciparono non superavano i 1500 individui e i rivoltosi non superavano i 15000 in tutto il Paese”, sottolineando che “migliaia di persone vivevano all’estero e sono state addestrate dagli Stati Uniti“, e tenendo presente “anche i sostenitori del ritorno del dominio dello Shah e del MEK”. Jafari affermava anche che “i nemici della rivoluzione sono intervenuti pesantemente coi social media”. Sulla stessa nota, il Ministro delle Comunicazioni Mohammad Jawad Azeri Jahromi disse che il Paese non toglierà il divieto ai social media Telegram, a meno che i contenuti che incitano al “terrorismo” non vengano rimossi. Jahromi osservò in televisione che “le autorità accolgono le critiche dai social media, ma nelle condizioni attuali, in particolare su Telegram, c’è propaganda che invoca violenze e terrorismo”.

Cosa scatenò le proteste in Iran?
L’insoddisfazione per la situazione economica è la fondamentale scusa delle proteste accesesi nella città di Mashhad il 28 dicembre, a differenza delle ragioni politiche che scatenarono le proteste di massa nel 2009. Nonostante la pesante propaganda mediatica occidentale che ha vomitato quantità abnormi di menzogne etichettando il movimento come politico, la vera causa delle proteste era economiche, risultate dell’annuncio del fallimento fatti da 10 banche e aziende a Mashhad, punto d’appoggio perfetto affinché forze estere ne approfittassero incoraggiando e promuovendo atti terroristici nell’Iran. Il 29 dicembre 2017, le autorità iraniane avevano tracciato il quadro della situazione nella periferia del Paese. Le dimostrazioni si propagarono nell’ovest, nella provincia di Kermanshah, così come nella città nordorientale di Mashhad, dove i rivoltosi ripeterono gli stessi slogan: Morte a Rouhani/No a Siria/No al Libano/No a Gaza/ Corruzione ovunque. L’indicatore più importante della natura politica di tale mossa si ebbe quando i rivoltosi di Mashhad si radunarono nei pressi della casa di Sayyed Ibrahim Raissi, uno dei più importanti assistenti del Leader supremo Ayatollah Sayyed Ali Khamenei, indicando che il “movimento” mirava al simbolo della rivoluzione islamica, Imam Ali Khamenei, piuttosto che a migliorare condizioni economiche e tenore di vita. In questo particolare aspetto, il Dott. Mohammad Sadeq al-Husseini, ricercatore e commentatore politico iraniano, rivelava ad al-Mayadin il 30 dicembre, che gli incaricati di gestire tale movimento rivoluzionario anti-islamico in Iran agivano da un centro operativo ad Irbil, che supervisiona direttamente le operazioni nelle regioni occidentali dell’Iran. Secondo il Dott. Husseini, che affermava che le informazioni provenivano dall’intelligence iraniana, questo centro operativo era gestito da un organismo composto da: 4 alti ufficiali statunitensi, 3 ufficiali israeliani, 4 ufficiali sauditi, 1 rappresentante personale del principe ereditario saudita Muhamad bin Salman, 3 funzionari dell’Organizzazione dei mujahidin del popolo (MEK). Un altro centro operativo era responsabile delle operazioni nell’Iran orientale, nella città afgana di Herat. Secondo il Dott. Husseini, questo centro era supervisionato da un ente composto da: 3 ufficiali statunitensi, 3 ufficiali israeliani, 2 ufficiali sauditi, 1 rappresentante personale del principe ereditario saudita Muhamad bin Salman, rappresentanti del gruppo Army of Justice e dell’Organizzazione dei mujahidin del popolo (MEK). Tali centri operativi sono tra i tanti fondati a Dubai, Riyadh, Kabul, Baku, Londra, Strasburgo, New York e Tel Aviv. Il Dott. Husseini poi aggiunse che le fonti iraniane avevano rivelato che Michael D’Andrea, ufficiale della Central Intelligence Agency (CIA) e neonominato capo della missione iraniana dell’Agenzia, responsabile del dossier iraniano, a fine maggio Il 2017, era dietro i disordini. Tale ufficiale è famigerato nella comunità di sicurezza degli Stati Uniti per l’estrema crudeltà nel torturare i detenuti di Guantanamo. Tuttavia, ciò che sarebbe ben noto di lui è che ha ottimi rapporti col Mossad israeliano e che partecipò all’assassinio del comandante di Hezbollah Imad Mughnyah. D’Andrea è legato a due grandi fallimenti. Nel 2009, quando un afghano, reclutato dallo stesso D’Andrea, si fece esplodere a una riunione di ufficiali della CIA in Afghanistan uccidendone sette. E nel 2015 quando ordinò l’attacco coi droni su un obiettivo in Afghanistan, uccidendo due ufficiali della CIA in ostaggio nell’area colpita.
D’Andrea attualmente supervisiona i centri operativi a Riyadh, Tel Aviv, Irbil e Herat. Mentre aiutò a crearne uno a Riyadh per le operazioni del MEK. Questo centro è diretto da un certo Dr. Mahmud Zahedi. Un altro centro operativo del MEK fu attivato a Parigi col consenso del governo francese ed è attualmente gestito dall’assistente di Mariam Rajavi, Dr. Reza, il cui cognome è sconosciuto. Mariam Rajavi è a capo del gruppo MEK sponsorizzato da Stati Uniti e NATO, elencato dall’Iran come organizzazione terroristica. Nel frattempo, le autorità iraniane arrestavano un cittadino europeo durante le proteste ant-governative nella città di Borujerd, nella provincia del Lorestan, nell’Iran occidentale. Il funzionario giudiziario iraniano Tariq al-Hassan fu citato dall’agenzia Tasnim dire che “un cittadino europeo è stato arrestato nella regione di Borujerd” aggiungendo che “si ritiene sia stato addestrato dai servizi d’intelligence europei e guidasse i rivoltosi nell’area“. Questa notizia apparve mentre si parlava del rinvio della visita del ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian in Iran, apparentemente su richiesta del Presidente iraniano Hassan Rouhani che sollecitava l’omologo francese, presidente Emmanuel Macron, ad agire concretamente contro il gruppo di Rajavi, MEK, coinvolto nelle rivolte in Iran, prima della visita del suo ministro degli Esteri a Teheran.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Avvio dei colloqui in Corea – Potenza della diplomazia

SCF 12.01.2018Evitando l’orlo della guerra, per fortuna, i due Stati coreani procedevano questa settimana a tenere colloqui di pace, la prima volta che i due avversari avevano negoziati formali in quasi due anni. L’assenza di colloqui, al contrario, ha visto aumentare le tensioni soprattutto nell’ultimo anno, al punto che una guerra rischiava di scoppiare. Russia e Cina da parecchi mesi deploravano seriamente tale vuoto nella diplomazia. Mosca e Pechino hanno costantemente invitato tutte le parti a dialogare per risolvere il conflitto, basandosi sui principi dell’impegno nei mezzi pacifici, rispetto reciproco e senza precondizioni a qualsiasi dialogo. Un altro fattore chiave dell’avvio ai colloqui è stato il congelamento delle attività militari. Ancora una volta, tale sospensione delle azioni militari fu sollecitata da Russia e Cina. Quando la Corea del Sud ha prevalso sull’alleato statunitense nel posticipare le esercitazioni militari all’inizio di quest’anno, Pyongyang ricambiava rapidamente avviando il dialogo con una delegazione di Seoul nel villaggio di pace di Panmunjom, vicino la DMZ. Il Nord ha sempre protestato contro le manovre militari guidate dagli Stati Uniti nella penisola coreana, equiparandole ad un atto di guerra, impedendo così qualsiasi apertura. Finora, la Corea democratica si è astenuta dal condurre test nucleari o missilistici. L’anno scorso, una serie di test creò tensioni nella regione e nel mondo. L’amministrazione Trump aveva ripetutamente minacciato l’attacco preventivo sulla Corea democratica, accusandola d’intimidirne gli alleati nella regione. La Corea democratica, a sua volta, affermava che le forze statunitensi erano una minaccia alla sicurezza. Anche la retorica infuocata tra Trump e Kim Jong-un accumulava il circolo vizioso delle tensioni. I progressi fatti nei colloqui di questa settimana sono stati impressionanti. Inizialmente, l’incontro si svolse per discutere della partecipazione della Corea democratica alle Olimpiadi invernali che si terranno in Corea del Sud il prossimo mese. Il Nord ha debitamente accettato l’invito a parteciparvi, attenuando così i timori sulla sicurezza dei Giochi. Inoltre, inaspettatamente, le due parti decidevano quindi di tenere discussioni militari bilaterali per esplorare i modi per comporre l’antagonismo sulla penisola. Uno sviluppo molto incoraggiante che va consolidato con futuri colloqui. Significativamente, gli Stati Uniti si univano a Cina e Russia nel raccomandare l’iniziativa coreana. Il presidente Trump sosteneva l’omologo della Corea del Sud Moon Jae-in nell’impegno col Nord. Trump ha anche detto di esser pronto a un dialogo faccia a faccia con Kim Jong-un, “se le condizioni saranno quelle giuste”.
Kim Jong-un ha il merito di aver esteso un ramo d’ulivo alla Corea del Sud nel discorso di Capodanno. Anche Moon Jae-in, merita credito per aver ricambiato e concesso la sospensione delle esercitazioni militari. Il presidente Trump ha sorprendentemente tenuto il consiglio prudente di astenersi da osservazioni sconsiderate permettendo alle due Coree d’impegnarsi senza polemiche. Questo è esattamente il tipo di diplomazia che Russia e Cina sostengono. I progressi compiuti questa settimana, e si spera nel prossimo futuro, mostrano che la diplomazia può funzionare. L’alternativa sono tensioni, incomprensioni e conflitti catastrofici. Prudentemente, tuttavia, molti commenti dei media statunitensi hanno espresso un cinico punto di vista secondo cui la Corea democratica cerca di spingere un cuneo tra Washington e Corea del Sud, o che Pyongyang semplicemente gioca col tempo per sviluppare ulteriormente le armi nucleari. Tale cinismo è deplorevole e controproducente. Si corre il rischio di mettere a repentaglio l’impegno pacifico spingendo Washington ad intromettersi nei colloqui facendo richieste inaccettabili alla Corea democratica. Una di tali richieste è l’insistenza che la Corea democratica debba porre fine al programma nucleare quale condizione per il dialogo. Pyongyang ha categoricamente affermato che non rinuncerà unilateralmente al programma nucleare. Quindi, se Washington persegue tale corso emettendo ultimatum e trattando la Corea democratica come “Stato canaglia”, la via diplomatica diverrà un vicolo cieco. Washington deve mostrare modestia e saggezza nell’adempiere alle proprie responsabilità nel lungo conflitto coreano. Come l’ex-presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter consigliava, Washington deve firmare un trattato di pace formale con la Corea democratica segnando la fine della guerra di Corea (1950-53). La Corea democratica deve avere garanzie sulla sicurezza.
Se i colloqui ripresi questa settimana saranno sviluppati con buona volontà, rispetto reciproco e impegno per la pace, allora c’è motivo di ottimismo. In effetti, la diplomazia può funzionare. Questa è la lezione chiave di questa settimana. Ora diamo una possibilità alla pace.

Si sono tenuti colloqui inter-coreani di alto livello
KCNA 

I colloqui inter-coreani di alto livello si sono tenuti il 9 gennaio nella “casa della pace” nella parte sud di Panmunjom, tra grandi aspettative e interessi di tutti i connazionali e i cittadini nazionali ed esteri. Presenti erano una delegazione del nord guidata da Ri Son Gwon, presidente del Comitato per la Riunificazione pacifica del Paese della Corea del Nord, e una delegazione del sud col ministro dell’Unificazione Jo Myong Gyun come capo delegazione. Nei colloqui, le autorità del nord e del sud hanno discusso le questioni principali relative al successo delle XXIII Olimpiadi invernali nella Corea del Sud e al miglioramento delle relazioni inter-coreane, e adottato il seguente comunicato stampa congiunto.

Comunicato stampa congiunto di colloqui inter-coreani di alto livello
I colloqui inter-coreani di alto livello si sono tenuti a Panmunjom il 9 gennaio. Durante i colloqui, entrambe le parti hanno discusso sinceramente della partecipazione di una delegazione del nord alle XXIII Olimpiadi e Paralimpiadi invernali e al miglioramento delle relazioni inter-coreane in conformità col desiderio e le aspettative di tutti i coreani e hanno convenuto quanto segue:
Il nord e il sud hanno concordato di cooperare attivamente per garantire che le XXI Olimpiadi e Paralimpiadi Invernali nella zona sud siano tenute con successo, fornendo l’occasione per migliorare il prestigio della nazione. A questo proposito il nord ha accettato di inviare una delegazione del Comitato olimpico nazionale, squadre sportive, un gruppo di allievi, una compagnia d’arte, un gruppo di dimostrazione del Taekwon-do e un corpo stampa insieme a una delegazione di alto livello alle Olimpiadi, e il sud ha accettato di fornire i supporto necessario. Le parti hanno concordato di aprire colloqui a livello operativo sull’invio dal Nord di una rappresentanza di preparazione e partecipazione ai Giochi olimpici invernali, e concordavano la definizione del programma di scambio dei documenti in futuro. Nord e sud hanno concordato sforzi concertati per allentare le tensioni militari, creare un ambiente pacifico nella penisola coreana e promuovere la riconciliazione e l’unità nazionale. Hanno condiviso il punto di vista che l’attuale tensione militare va risolta e perciò deciso di avere colloqui tra le autorità militari. Hanno deciso di promuovere la riconciliazione e l’unità nazionale rinvigorendo contatti e viaggi, e scambio e cooperazione in vari campi.
Nord e sud hanno accettato di rispettare le dichiarazioni e di risolvere tutti i problemi nelle relazioni intercoreane attraverso dialogo e negoziati sul principio della nostra stessa nazione. Perciò, entrambe le parti hanno convenuto di avere colloqui su ogni campo, insieme a colloqui ad alto livello tra nord e sud volti a migliorare le relazioni inter-coreane.Traduzione di Alessandro Lattanzio