La Russia punta il pivot in Asia degli Stati Uniti

MK Bhadrakumar Indian Punchline 17 aprile 2016sergeilavrov153358609_0La Russia ha espresso solidarietà alla Cina in modo inequivocabile per la prima volta, forse, sulla questione del Mar Cinese Meridionale. In un’ intervista congiunta del Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ai giornalisti giapponesi e cinesi a Mosca, ha inquadrato la posizione posizione russa rispondendo a una domanda del giornalista cinese in relazione a “tensioni (che) recentemente divampano di nuovo” nel Mar cinese meridionale: “Sulla situazione nel Mar Cinese Meridionale, si procede dalla seguente premessa. Tutti gli Stati interessati devono rispettare il principio del non-uso della forza militare e continuare a cercare soluzioni politiche e diplomatiche reciprocamente accettabili. E’ necessario porre fine a qualsiasi interferenza nei colloqui tra gli Stati interessati e a qualsiasi tentativo d’internazionalizzare queste dispute. Abbiamo dato supporto attivo alla disponibilità di Cina e ASEAN di andare avanti su questo obiettivo. Molti tentativi sono stati fatti (da “soggetti esterni”) per internazionalizzare le questioni relative alla controversia sul Mar Cinese Meridionale… questi tentativi sono controproducenti. Solo trattative guidate da Cina e Paesi ASEAN… produrranno il risultato desiderato, cioè un accordo reciprocamente accettabile”. Pechino naturalmente è felice. Il Ministero degli Esteri si è affrettato a rispondere il giorno dopo: “La Cina parla molto delle osservazioni della Russia. Qualsiasi persona, organizzazione e Paese veramente preoccupata per la pace e la stabilità nel Mar Cinese Meridionale, dovrebbe sostenere la Cina e i Paesi interessati della regione, o i Paesi direttamente coinvolti, precisamente, nella risoluzione delle eventuali controversie con negoziazione e coordinamento… Non è costruttivo che qualsiasi Paese od organizzazione esterno alla regione acuisca la questione del Mar cinese meridionale, riproducendo o provocando tensioni e divisioni tra i Paesi regionali. Chi lo fa, farà deviare la soluzione della questione del Mar Cinese Meridionale dalla strada giusta”. La Cina prende atto particolarmente delle osservazioni di Lavrov subito dopo la dichiarazione del G-7 che criticava implicitamente Pechino con l’accusa di indulgere in “azioni unilaterali intimidatorie, coercitive o provocatorie che potrebbero alterare lo status quo e aumentare le tensioni” sul Mar cinese meridionale (AFP). L’intervista di Lavrov sarà altrettanto gratificante per Pechino con la netta osservazione che sottolinea la determinazione di Mosca nel creare una base navale sulle contestate isole Curili; Lavrov ha detto al corrispondente giapponese (il Giappone rivendica il territorio): “Oggi l’Artico si apre sempre più allo sviluppo economico… L’uso della rotta del Mare del Nord è oggettivamente aumentato… diverrà una rotta molto utile ed efficace per il transito di merci tra Europa e Asia… e noi, come Stato rivierasco, abbiamo una responsabilità particolare nel garantire non solo l’efficienza della rotta, ma anche la sicurezza. E’ essenziale garantire un controllo affidabile ed efficace non solo su zone di mare, ma anche su tutte le coste di queste aree… Questi obiettivi non possono essere raggiunti senza ripristinare le infrastrutture, anche quelle militari, quasi completamente perdute negli anni ’90. Sulle isole Curili, sono i confini orientali della Federazione russa… inutile dire che prevedere misure per rafforzare le infrastrutture militari relative ai territori di confine è naturale per qualsiasi Stato. Questi sono i confini dell’Estremo Oriente del nostro Paese e dobbiamo garantirne la sicurezza. Faremo tutto il possibile per raggiungere questo obiettivo”.
Ancora una volta, questa sarebbe la prima volta, forse, che la Russia ha apertamente collegato l’intenzione di dominare le rotte marittime nella cosiddetta Fossa delle Curili, con le preoccupazioni su regione artica e Passaggio a nord-est in particolare. Al Giappone non va bene perché la Fossa delle Curili si trova al largo delle coste sud-orientali della Kamchatka, parallelamente alle Curili, incontrandosi con la Fossa del Giappone ad est di Hokkaido. Tra l’altro, nel 1875 la Russia cedette le isole Curili al Giappone in cambio della sovranità su Sakhalin, e oggi la Russia sostiene le Curili suo territorio, facendo del mare di Okhotsk (a nord dell’isola giapponese di Hokkaido) un virtuale lago russo. E’ utile ricordare che durante la Guerra Fredda il Mare di Okhotsk fu teatro di intense operazioni della Marina degli Stati Uniti volte a intercettare i cavi di comunicazione sottomarini della Marina sovietica. (Un volo Korean Airlines che deviò nella regione, possibilmente in missione di spionaggio, fu abbattuto in un episodio clamoroso del 1983). Il Mare di Okhotsk fu un enorme bastione per i sottomarini lanciamissili balistici sovietici. Ovviamente, la Russia risorge e ammoderna le infrastrutture e rilancia la Flotta del Pacifico, tra le rivalità con gli Stati Uniti che s’intensificano nella regione artica e nel contesto del pivot in Asia degli Stati Uniti. In realtà, la Russia ha iniziato a rispondere alla crescente presenza militare degli Stati Uniti in Asia nord-orientale con il pretesto di contenere la Corea democratica. (Lavrov, senza mezzi termini ha detto che il problema della Corea democratica non giustifica il dispiegamento del sistema di difesa missilistica degli Stati Uniti in Giappone e Corea del Sud, e che Mosca e Pechino sulla questione condividono le stesse preoccupazioni). Questi nette osservazioni spiegano anche la forte critica di Lavrov al Giappone per l’assenza di una politica estera indipendente e la docilità verso le strategie regionali statunitensi, da partner secondario. Gli analisti statunitensi sempre più ritengono che il trasferimento della Russia di sistemi d’arma avanzati alla Cina faccia parte della contro-strategia russa al pivot in Asia degli Stati Uniti (qui e qui).
Non è chiaro fino a che punto i politici indiani comprendano questi importanti cambiamenti nella geopolitica della regione Asia-Pacifico. Senza dubbio, Washington ha un piano nella rubrica della “stretta di mano strategica” con New Delhi, cioè creare un sistema di alleanze in Asia sotto la guida degli Stati Uniti che comprenda India, Giappone e Australia. Basti dire che gli sforzi persistenti di trascinare l’India nei “pattugliamenti congiunti” con l’US Navy nel Mar Cinese Meridionale e di accedere alle basi militari indiane, ecc., nonché il ritornello che la strategia del Pivot e “lo sguardo a Oriente” dell’India si completino a vicenda (come il segretario alla Difesa degli USA Ashton Carter aveva detto al Premier Narendra Modi la settimana scorsa), vanno nella giusta prospettiva. La linea di fondo è che l’India ne guadagnerebbe identificandosi nella strategia del contenimento degli Stati Uniti contro Russia e Cina. La trascrizione delle dichiarazioni di Lavrov illumina l’epocale cambiamento della politica da grande potenza in Asia nord-orientale derivante dal Pivot in Asia degli Stati Uniti. (Trascrizione)Sakhalin_Island_-_Closer_In.64191638_largeTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La base navale russa nelle Curili, reazione all”Asia Pivot’?

Salman Rafi Sheikh New Eastern Outlook 04/05/2016950CC7E2-35F5-4BA5-85D9-4BB24A0A6EE6_mw1024_s_nMentre Stati Uniti e Russia continuano a contestarsi il futuro della Siria, nonostante alcuni progressi ragionevoli, la loro concorrenza difficilmente sembra essersi attenuata. Da potenze mondiali continuano a contestarsi la supremazia strategica manovrando per il potere globale. Il ‘Pivot in Asia’ degli Stati Uniti ha subito alcune sconfitte, soprattutto la mancata presa sugli alleati di un tempo nella regione, oltre i termini convenzionali di un”alleanza’ strategica. Con gli Stati Uniti incapaci di sconfiggere nettamente i taliban in Afghanistan e di rovesciare Assad in Siria, gli alleati regionali sembrano aver ‘perso’ fiducia nella capacità degli Stati Uniti di proteggerli da qualsiasi potenziale ‘minaccia’ proveniente da Cina o Russia. Nonostante le sconfitte subite nel conflitto in Medio Oriente, gli Stati regionali adottando proprie contromisure difficilmente bloccheranno il ‘Pivot in Asia’. Fino a poco prima, la Russia vi aveva risposto con un basso profilo; Tuttavia, con i militari russi che ottengono un sorprendente successo in Siria e la spinta globale conseguente, la Russia sembra cercare di tradurre il successo rafforzando la propria posizione nella regione con l’unico scopo di contrastare l’espansionismo della NATO. La sua ultima manifestazione si presenta con la notizia della possibile decisione della Russia di costruire una base navale nelle Isole Curili. L’annuncio arrivava dal Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu, che forniva alcune informazioni vitali sulle installazioni per la difesa che la Russia costruirà. Secondo lui, missili antinave Bal e Bastjon e droni Eleron-3 saranno dispiegati sulle isole entro la fine del 2016. Sono degli avanzati e ovviamente formidabili sistemi missilistici volti a proteggere basi navali e altre installazioni strategiche russe sulle coste, a difendere le coste nelle aree di sbarco più probabili e imporre il dominio sulle acque territoriali dello Stretto e nelle aree più esposte agli sbarchi, nonché avere il dominio globale sui mari entro una gittata di 300 chilometri. La decisione russa di rafforzare la posizione nella regione ha anche un contesto immediato. In particolare, tale decisione risponde al Giappone che militarizza la cintura di isole che si estende per 1400 km dalla terraferma giapponese a Taiwan. Il balzo della militarizzazione del Giappone è dovuto al ‘Pivot in Asia’ degli Stati Uniti. Con il Giappone Stato regionale che continua ad avere fiducia negli Stati Uniti nel rafforzamento militare, gli Stati Uniti fanno di tutto per mutare la politica militare del Giappone del secondo dopoguerra.
Nel settembre 2015 il Senato del Giappone approvava la controversa legge che permette ai militari del Paese d’impegnarsi in combattimenti all’estero in circostanze limitate, un grande cambiamento dopo settant’anni di pacifismo. Il voto 148 a 90 era l’ultimo ostacolo per l’adozione delle misure, che entreranno in vigore nei prossimi sei mesi. La legislazione reinterpreta l’articolo 9 della costituzione pacifista del Giappone post-Seconda Guerra Mondiale, che vieta la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. La reinterpretazione consentirà all’esercito giapponese, noto come Forze di autodifesa, di difendere gli alleati con ruoli limitati nei conflitti all’estero. I sostenitori della legge, tra cui alti funzionari degli Stati Uniti, dicono che il Giappone deve espandere il ruolo delle SDF per contrastare potenziali minacce provenienti da nazioni come Cina, Corea democratica e Russia. In tale contesto, la decisione della Russia di costruire una base navale sulle isole contestate dal Giappone dalla seconda guerra mondiale, è un chiaro segnale della Russia sulla propria posizione non solo nei confronti delle isole, ma anche della regione intera. La legislazione e il sostegno degli Stati Uniti si basano sulla pressione degli Stati Uniti sul Giappone affinché traduca parte delle risorse economiche in forza militare e preparazione ai conflitti limitati. Stati Uniti e Giappone hanno di conseguenza aggiornato il loro trattato di mutua protezione, che obbliga le parti ad usare le armi per sostenere l’altra parte in caso di conflitto, e gli Stati Uniti di conseguenza avviano lo schieramento del sistema di difesa missilistica in Giappone, e forse anche in Corea del Sud. Tale schieramento non è solo volto contro la Russia, ma anche contro la Cina ed è forse per questo motivo che la decisione della Russia di costruire una base navale nel proprio estremo oriente appaia come moltiplicatore di forza della Cina che, da parte sua, cerca di ampliare l’alleanza con gli Stati regionali per contrastare le mosse geo-strategiche degli Stati Uniti. Mentre la strategia della Cina contro il ‘Pivot in Asia’ è in gran parte incentrata sui mari del sud e dell’est della Cina, il grande ingresso della Russia nel gioco regionale è di grande aiuto a Cina ed alleati; e divenendo una seria sfida a Stati Uniti e Giappone, indica esplicitamente a Stati Uniti ed alleati che il ‘Pivot in Asia’ avrà uno spazio di manovra molto limitato nella regione, e di conseguenza aggraverà le preoccupazioni del Giappone sulla forte presenza militare della Russia nel suo estremo oriente.

Salman Rafi Sheikh, analista di relazioni internazionali e affari esteri e nazionali del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.1128654

La “zona di identificazione della difesa aerea” cinese nel Mar Cinese Meridionale
Vladimir Terehov New Eastern Outlook 07/04/20166352082895251645253Da metà febbraio la sigla ADIZ ancora una volta appare sulle prime pagine con sempre maggiore frequenza. “Ancora una volta”, perché fu già al centro dell’attenzione nel 2013-2014, per il rischio di un confronto militare diretto tra RPC e l’alleanza tra Stati Uniti e Giappone nel Mar Cinese Orientale (ECS). Questa volta, la stessa sigla viene utilizzata nel contesto di una situazione ancora più problematica nel Mar Cinese Meridionale (SCS), con gli stessi principali attori regionali. La questione riguarda la cosiddetta “Air Defense Identification Zone” (ADIZ) che il Ministero della Difesa della Cina introdusse nel 2013 su una parte considerevole del ECS, ed ora si dice programmi sul SCS. Va notato che la Cina non è il primo Paese ad utilizzare l’ADIZ in una parte dello spazio aereo considerata particolarmente sensibile per la sicurezza nazionale di un dato Paese. Negli anni ’50 gli Stati Uniti introdussero tale zona nei pressi delle proprie coste occidentali quando, secondo l’intelligence, c’era la minaccia (assai esagerata, come si scoprì più tardi) della “rapida crescita della flotta di bombardieri sovietici“. Anche il Giappone ha una propria ADIZ circostante le quattro isole principali e le isole Ryukyu. Va notato che le zone giapponesi e cinesi sul ECS si sovrappongono considerevolmente, compreso lo spazio aereo sulle isole Senkaku/Diaoyutai, la cui proprietà è uno dei punti di tensione nelle relazioni cino-giapponesi. Come regola generale, l’ADIZ si estende a considerevole distanza dal confine dello spazio aereo nazionale e il Paese che l’adotta non può limitarne il sorvolo agli aeromobili stranieri (tra cui aerei militari). L’unica condizione è che gli equipaggi di tali aeromobili informino i servizi a terra del suddetto Paese dell’intenzione di attraversare l’ADIZ. Questa zona non crea alcun inconveniente speciale alle compagnie aeree, ma interferisce con le ambizioni politiche dei Paesi che hanno rapporti complicati con l’avversario geopolitico che adotta l’ADIZ. Per esempio, in risposta all’introduzione della zona cinese sul ECS, alla fine del 2013, gli USA (profondamente coinvolti negli eventi in Asia orientale) fecero dichiarazioni forti “raccomandando” che le compagnie aeree non notificassero ai servizi a terra cinesi, ignorandone anche le richieste. Con ogni evidenza, tali “raccomandazioni” non sono state accolte dagli interessati perché negli ultimi due anni non si è mai sentito parlare di eventuali problemi tra le compagnie aeree e i servizi per il controllo dello spazio aereo cinesi. Infatti, subito dopo l’introduzione dell’ADIZ cinese sul ECS, 2 bombardieri B-52 statunitensi attraversarono la zona ostentatamente in modalità silenzio radio. Cioè, senza rispondere alle richieste dei servizi a terra cinese. Fu un gesto impudente per dimostrare la disponibilità dell’US Air Force a perseguire i propri obiettivi in questo settore, senza l’osservanza dei requisiti decisi dal Ministero della Difesa della Cina che non limiterebbero la libertà d’azione dei piloti statunitensi. Giochi simili sono in corso in relazione a voci sulla possibile introduzione dell’ADIZ sul SCS. In realtà, tali suggerimenti (mai ufficialmente commentati da Pechino) apparvero due anni fa collegandosi al Ministero della Difesa della Cina che introduceva l’ADIZ sul ECS. La Cina non aveva ufficialmente commentato questa possibilità fino alla fine dello scorso anno. Da parte degli esperti cinesi, di nuovo nell’estate 2015, il capo dell’Istituto Nazionale per lo Studio del Mar Cinese Meridionale, Wu Sichun, negò categoricamente tale possibilità in una conferenza a Washington. Tuttavia, il governo degli Stati Uniti aveva evidentemente informazioni più o meno certe sul tema nell’autunno dello scorso anno. Per esempio, nell’intervento a una conferenza a Sydney, il 6 ottobre 2015, il comandante della Flotta del Pacifico degli Stati Uniti, ammiraglio Scott Swift, parlò di “azioni impudenti” della RPC sul SCS dichiarando che la comparsa dell’ADIZ cinese nel SCS sarà vista come “violazione delle regole internazionali”. Il 26 febbraio, il diretto superiore di S. Swift, il capo dell’USPACOM ammiraglio Harry Harris, espresse la sua “ansia a che la (possibile ADIZ cinese sul SCS) abbia conseguenze destabilizzanti e provocatorie… Non lo ignoreremo così come ignoriamo l’ADIZ sul Mar Cinese Orientale“. Allo stesso tempo, non negò il diritto di ogni Stato di stabilire tali zone nello spazio aereo “adiacente al territorio nazionale”. In realtà, la stessa formulazione viene utilizzata dai funzionari cinesi commentando la maggiore attenzione degli Stati Uniti al tema della probabile introduzione di un’ADIZ della Cina sul SCS.
L’essenza del disaccordo cino-statunitense sulla questione e la crescente tensione nelle relazioni tra i due Stati mondiali sul SCS consiste nel fatto che la Cina veda l’80% del SCS come suo territorio. Nel frattempo gli Stati Uniti, dichiarando formalmente di non avere una visione specifica sul tema, rifiutano le richieste cinesi. L’ultimo scambio sul tema della (ancora ipotetica) ADIZ cinese sul SCS si aveva il 1° aprile, coinvolgendo i rappresentanti dei Ministeri della Difesa dei due Paesi). I cinesi dichiaravano che la questione della creazione dell’ADIZ sul SCS “dipenderà dalla valutazione della Cina delle minacce al proprio spazio aereo“. Dopo tutto, sembra probabile che le reciproche asprezze sull’argomento e l’emergere di nuove immagini satellitari che dimostrano la presenza di sistemi di difesa aerea e di aerei da caccia sulle isole artificiali cinesi nel SCS, siano state trasmesse nell’incontro tra Obama e Xi Jinping a Washington, nel quadro del vertice sulla sicurezza nucleare.1021974850Vladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le milizie appoggiate dalla CIA collegate all’attacco a Bengasi, in Libia

Patrick Martin WSWS 30 dicembre 2013
130507Feature2Photo1-650_429Un lungo reportage in prima pagina sul New York Times fornisce un’ulteriore conferma che l’attacco a un complesso statunitense a Bengasi, in Libia, nel settembre 2012 sia stato il risultato dell’impiego da parte dell’amministrazione Obama dei terroristi islamisti nella guerra contro il regime libico di Muammar Gheddafi. L’articolo del Times, basato su decine di interviste a Bengasi, afferma che l’attentato che uccise quattro statunitensi, tra cui l’ambasciatore Christopher Stevens, fu effettuato da libici già alleati del governo degli Stati Uniti nella guerra del 2011 che rovesciò e uccise Gheddafi. Il corrispondente del Times David D. Kirkpatrick, scrive che l’attacco non fu organizzato da al-Qaida o da qualche altro gruppo esterno alla Libia, ma “da combattenti che avevano beneficiato direttamente della potenza aerea e del supporto logistico della NATO durante la rivolta contro il Colonnello Gheddafi.”
La principale base statunitense a Bengasi non era il piccolo edificio della missione in cui Stevens e  un suo aiutante morirono, ma un complesso più ampio definito “la filiale” e che ospitava almeno 20 agenti dalla CIA. Due guardie di sicurezza di questo edificio furono uccise da una colpo di mortaio, otto ore dopo l’attentato che uccise Stevens. La disparità di personale tra la sede della CIA e l’avamposto diplomatico, dice che la missione principale del governo degli Stati Uniti a Bengasi era l’operazione della CIA, che aveva guidato la campagna contro Gheddafi nel 2011, ma che nel 2012 era dedita a una diversa e ancor più sanguinosa operazione: il reclutamento di mercenari e l’invio di armi per la guerriglia islamista contro il regime siriano di Bashar al-Assad. Come il World Socialist Web Site ha riferito, nei giorni degli omicidi di Bengasi: “Ci sono tutte le ragioni per credere che la robusta presenza della CIA a Bengasi, dopo la caduta di Gheddafi, riguardi ben più che la semplice sorveglianza. Gli islamisti libici costituiscono la maggiore componente dei “combattenti stranieri” che svolgono un ruolo sempre più dominante nella guerra settaria sostenuta dagli USA in Siria, con l’obiettivo di rovesciare il governo del Presidente Bashar al-Assad. Secondo alcune stime, si afferma che da 1200 a 1500 dei 3500 combattenti infiltrati in Siria provengono da Cecenia e Pakistan.”
L’articolo del Times individua un leader della milizia, Ahmad Abu Qatala, quale figura principale nell’attacco Bengasi, anche se Qatala ha ammesso di essere stato all’esterno dell’edificio, al momento. Fa anche il nome di un altro leader della milizia, Abdul Salam Bargathi, capo della brigata di sicurezza preventiva, indicato come colui che disse alle guardie libiche dell’impianto statunitense di fuggire al momento dell’attacco. Questi individui, e molti altri nominati nel pezzo del Times, collaborarono strettamente con la CIA e lo stesso Stevens durante i sei mesi di bombardamenti della NATO e di lotta altalenante culminata nel rovesciamento del governo libico e nell’omicidio di Gheddafi. Tali islamisti erano spesso veterani della guerriglia in Afghanistan, sia quella sostenuta dagli USA nella guerra contro l’esercito sovietico, negli anni ’80, che nella guerra in corso contro il regime di occupazione USA-NATO creato nel 2001. Avevano combattuto sia a favore che contro il governo degli Stati Uniti, ed erano in procinto di cambiare nuovamente lato.
Un importante obiettivo del articolo del Times è rafforzare l’amministrazione Obama nel suo continuo conflitto con i repubblicani al Congresso, che cercarono di sfruttare il fiasco di Bengasi sostenendo che i funzionari dell’amministrazione mentirono sugli eventi per evitare danni alla campagna per la rielezione di Obama. L’ultima sezione di questo articolo è una virtuale puntuale confutazione delle affermazioni dei leader repubblicani, come il presidente del Comitato sull’intelligence del Congresso Mike Rogers e di quello di vigilanza sul governo Darrell Issa, secondo cui Bengasi fu una grande operazione di al-Qaida pianificata con largo anticipo. Tale disputa tra democratici e repubblicani è un baraccone politico architettato per nascondere le questioni fondamentali degli eventi di Bengasi, e in particolare la connessione con l’attuale sovversione degli Stati Uniti in Siria. L’attacco alla missione degli Stati Uniti è stato un classico caso di “ritorno di fiamma”. La CIA aveva mobilitato i fondamentalisti islamici, tra cui veterani di al-Qaida e dei taliban della guerra in Afghanistan, per combattere Gheddafi, e che recluta anche per la nuova guerra contro Assad. A un certo punto, alcuni di questi islamisti litigarono con i loro finanziatori imperialisti. Potrebbe anche essere stato esattamente questo, una disputa sul denaro in cui gli islamisti si sentirono disprezzati e discriminati, l’anno dopo il rovesciamento di Gheddafi.
L’articolo del Times inizia con un aneddoto suggestivo, descrivendo una riunione del 9 settembre 2012 tra un funzionario statunitense e i leader delle milizie di Bengasi. I leader delle milizie mostrarono ostilità e dissero allo statunitense che Bengasi non era sicura e che doveva lasciarla al più presto possibile, scrive Kirkpatrick. “Eppure, mentre i miliziani facevano uno spuntino con merendine assieme ai loro ospiti statunitensi, espressero gratitudine per il sostegno del presidente Obama alla loro rivolta contro il colonnello Muammar Gheddafi, sottolineando di voler costruire un partenariato con gli Stati Uniti, in particolare con maggiori investimenti. Chiesero specificamente per Bengasi dei punti vendita per McDonald e KFC. Il funzionario statunitense riassunse le loro opinioni affermando che volevano che l’amministrazione Obama facesse maggiori ‘pressioni’ sulle imprese statunitensi affinché investissero a Bengasi.
L’articolo del Times tocca anche un altro dubbio incidente nel torbido intervento degli Stati Uniti in Libia: l’omicidio del generale Abdul Fatah Yunis, nel luglio 2011, quando il comandante principale delle forze ribelli appoggiate dagli USA era a Bengasi. Yunis, ex-ministro degli interni di Gheddafi, che aveva disertato per unirsi ai ribelli, era odiato dai fondamentalisti islamici. Secondo il Times, Yunis fu sequestrato dagli islamisti e detenuto la notte nella sede della milizia comandata da Abu Qatala. Il giorno dopo, i corpi crivellati di pallottole di Yunis e di due suoi aiutanti furono trovati in una strada presso la città. Non ci fu alcuna seria indagine su circostanze e motivazioni di tale assassinio, sia da parte dei “ribelli” libici che dei loro sponsor USA-NATO.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: quale Sarin?

Seymour M. Hersh, Global Research, 8 dicembre 2013

560827Barack Obama non ha detto tutto, questo autunno, quando ha cercato di fare sì che Bashar al-Assad venisse indicato quale responsabile dell’attacco di armi chimiche presso Damasco il 21 agosto. In alcuni casi, ha omesso importanti dati d’intelligence, mentre in altri ha presentato delle ipotesi come fatti. Più importante, non è riuscito a riconoscere ciò che era noto alla comunità d’intelligence degli Stati Uniti: l’esercito siriano non è l’unica parte nella guerra civile ad avere accesso al Sarin, l’agente nervino che secondo uno studio delle Nazioni Unite è stato utilizzato, ma senza valutarne la responsabilità nell’attacco missilistico. Nei mesi prima dell’attacco, le agenzie d’intelligence statunitensi produssero una serie di rapporti altamente classificati, culminando in un formale Ordine di Operazioni, un documento per la pianificazione di un’invasione terrestre, citando la prova che il Fronte al-Nusra, un gruppo jihadista affiliato ad al-Qaida, aveva appreso i metodi per produrre il Sarin in grandi quantità. Quando si verificò l’attacco di al-Nusra, se ne sarebbe dovuto sospettare, ma l’amministrazione scelse le informazioni che giustificassero l’attacco contro Assad.
Nel suo discorso televisivo nazionale sulla Siria del 10 settembre, Obama diede la colpa dell’attacco con il gas nervino al quartiere in mano ai ribelli del Ghuta orientale, definitivamente al governo Assad e chiarì di esser pronto a sostenere le sue precedenti dichiarazioni secondo cui un qualsiasi uso di armi chimiche avrebbe violato la ‘linea rossa’: ‘il governo di Assad ha gasato più di mille persone‘, disse. ‘Sappiamo che il regime di Assad ne era responsabile… Ed è per questo che, dopo un’attenta riflessione, ho deciso fosse nell’interesse della sicurezza nazionale degli Stati Uniti rispondere all’uso di armi chimiche del regime di Assad con un attacco militare mirato.’ Obama  andava in guerra sulla base di un pericolo pubblico, ma lo faceva senza sapere con certezza chi avesse fatto cosa la mattina del 21 agosto. Citò una lista di ciò che sembravano essere delle stentate prove della colpevolezza di Assad: ‘Nei giorni precedenti al 21 agosto, abbiamo saputo che il personale chimico di Assad si era preparato per un attacco nei pressi della zona dove fu usato il gas Sarin. Distribuirono maschere antigas alle loro truppe. Poi spararono razzi da un’area controllata dal regime su 11 quartieri che il regime cercava di ripulire dalle forze dell’opposizione‘. La certezza di Obama riecheggiava quella di Denis McDonough, capo del suo staff, che disse al New York Times: ‘Nessuno con cui ho parlato dubita dell’intelligence che collega direttamente Assad e il suo regime agli attacchi con il Sarin‘. Ma negli ultimi colloqui con agenti dell’intelligence e militari, funzionari e consulenti, passati e presenti, ho trovato intensa preoccupazione e talvolta rabbia, su ciò che più volte veniva visto come deliberata manipolazione dell’intelligence. Un alto ufficiale dell’intelligence, in una e-mail a un collega, definì le rassicurazioni dell’amministrazione sulle responsabilità di Assad un ‘trucco’. L’attacco ‘non era dovuto al regime attuale‘, scrisse. Un ex alto funzionario dell’intelligence mi disse che l’amministrazione Obama aveva alterato le informazioni disponibili, su tempistica e sequenza, per consentire al presidente ed ai suoi consiglieri di usare l’intelligence dopo l’attacco come se fosse stato raccolto e analizzato in tempo reale, mentre era in corso l’attacco. La distorsione, ha detto, gli ricordava il Golfo del Tonchino del 1964, quando l’amministrazione Johnson invertì la sequenza delle intercettazioni della National Security Agency per giustificare i primi bombardamenti del Vietnam del Nord. Lo stesso funzionario disse che vi fu un’immensa frustrazione tra la burocrazia militare e dell’intelligence: ‘I ragazzi alzano le mani dicendo: “Come possiamo aiutarlo“, Obama, “quando lui e i suoi compari alla Casa Bianca fanno dei dati dell’intelligence quel che vogliono?”
Le denunce si concentravano su ciò che Washington non aveva: nessun preavviso sulla presunta origine dell’attacco. La comunità d’intelligence militare da anni produce ogni mattina la sintesi dell’intelligence altamente classificata, noto come Rapporto del mattino per il segretario della Difesa e per il presidente del Joint Chiefs of Staff, copie vanno anche al consigliere per la sicurezza nazionale e al direttore di intelligence nazionale. Il Rapporto del mattino non contiene alcuna informazione politica o economica, ma fornisce una sintesi dei più importanti eventi militari nel mondo, con tutta l’intelligence disponibile al riguardo. Un consulente dell’intelligence mi ha detto che qualche tempo dopo l’attacco, esaminò le relazioni dal 20 agosto al 23 agosto. Per due giorni, 20 e 21 agosto, non vi fu alcuna menzione della Siria. Il 22 agosto il Rapporto del mattino trattava dell’Egitto, un elemento successivo discusse del cambiamento nella struttura di comando di uno dei gruppi ribelli in Siria. Nulla fu osservato circa l’uso di gas nervino a Damasco quel giorno. Non fino al 23 agosto, quando l’uso del Sarin divenne  un tema dominante, anche se centinaia di fotografie e video della strage si erano diffuse in poche ore su YouTube, Facebook e altri social media. A questo punto, l’amministrazione ne sapeva quanto il pubblico. Obama lasciò Washington la mattina del 21 agosto per un frenetico tour di due giorni a New York e Pennsylvania, secondo l’ufficio stampa della Casa Bianca, è fu informato la sera del giorno dell’attacco e del crescente furore del pubblico e dei media. La mancanza di dati d’intelligence immediati fu chiarita il 22 agosto, quando Jen Psaki, portavoce del dipartimento di Stato, disse ai giornalisti: ‘Non possiamo stabilire in modo definitivo che (armi chimiche) siano state utilizzate. Ma ci concentriamo ogni minuto di ogni giorno, da quando questi eventi sono accaduti… per fare tutto il possibile in nostro potere per stabilire i fatti‘. Il tono dell’amministrazione si era indurito il 27 agosto, quando Jay Carney, addetto stampa di Obama, disse ai giornalisti, senza fornire alcuna informazione specifica, che gli eventuali suggerimenti che il governo siriano non ne fosse responsabile ‘sono così assurdi quanto l’idea che l’attacco stesso non si sia verificato‘.
L’assenza di un allarme immediato nella comunità dell’intelligence statunitense dimostra che non vi erano dati dell’intelligence sulle intenzioni siriane nei giorni precedenti l’attacco. E vi sono almeno due modi con cui gli Stati Uniti potevano saperle in anticipo: entrambi sono coperti da uno dei documenti top secret statunitensi resi pubblici in questi ultimi mesi da Edward Snowden, l’ex consulente della NSA. Il 29 agosto, il Washington Post pubblicò estratti del bilancio annuale di tutti i programmi d’intelligence nazionali, agenzia per agenzia, forniti da Snowden. In consultazione con l’amministrazione Obama, il giornale scelse di pubblicare solo una piccola parte del documento di 178 pagine, che aveva una classificazione superiore al top secret, ma fu riassunta e pubblicata una sezione che trattava di aree problematiche. Una parte del problema era il gap nella copertura riguardante l’ufficio di Assad. Il documento disse che in tutto il mondo i servizi d’intercettazione elettronica della NSA potevano ‘monitorare le comunicazioni crittografate tra alti ufficiali riguardanti la guerra civile‘. Ma vi era ‘un vuoto sulle forze del Presidente Bashar al-Assad, a quanto pare riconosciuto in seguito‘. In altre parole, la NSA non aveva più accesso alle conversazioni della leadership militare della Siria, che avrebbe incluso le comunicazioni più importanti di Assad, come ad esempio gli ordini per l’attacco con il gas nervino. (Nelle sue dichiarazioni pubbliche del 21 agosto, l’amministrazione Obama non ha mai affermato di avere informazioni specifiche che collegassero Assad all’attacco.) L’articolo fornì anche la prima indicazione di un sistema di sensori segreto in Siria, progettato per segnalare tempestivamente ogni cambiamento nell’arsenale chimico del regime. I sensori erano controllati dal National Reconnaissance Office, l’agenzia che controlla tutti i satelliti dell’intelligence USA. Secondo la sintesi del Post, la NRO ebbe anche assegnato ‘l’estrazione dei dati dai sensori sul terreno‘ in Siria. L’ex alto funzionario dell’intelligence, che aveva conoscenza diretta del programma, mi disse che i sensori della NRO furono impiantati nei pressi di tutti i siti chimici conosciuti in Siria. Sono progettati per monitorare costantemente i movimenti delle testate chimiche nei depositi militari. Ma molto più importante, in termini di allerta precoce, era la capacità dei sensori d’avvertire  le intelligence di Stati Uniti e Israele quando le testate vengono caricate con Sarin. (Il Paese vicino, Israele è sempre in allerta sui cambiamenti nell’arsenale chimico siriano, e lavora a stretto contatto con l’intelligence statunitensi sui preallarmi.) Una testata chimica, una volta caricata con Sarin, ha una durata di pochi giorni o meno, l’agente nervino inizia a erodere il razzo quasi subito, si tratta di un’arma di distruzione di massa ‘usa e getta’. ‘L’esercito siriano non ha tre giorni per preparare un attacco chimico‘, mi ha detto l’ex alto funzionario dell’intelligence. ‘Abbiamo creato il sistema di sensori per una reazione immediata, come l’allarme aereo o un allarme antiincendio. Non si può avere un preavviso di tre giorni perché tutte le persone coinvolte sarebbero morte. O è ora o sei storia. Non stai tre giorni pronto a sparare gas nervino‘. I sensori non rilevarono alcun movimento nei mesi e giorni precedenti il 21 agosto,  ha detto l’ex funzionario. Naturalmente è possibile che il Sarin sia stato fornito all’esercito siriano con altri mezzi, ma l’assenza dell’allerta ha fatto sì che Washington potesse monitorare gli eventi nel Ghuta orientale, come spiegato. I sensori funzionarono in passato, come sapeva fin troppo bene la leadership siriana. Lo scorso dicembre il sistema di sensori raccolse i segnali di ciò che sembrava essere Sarin presso un deposito di armi chimiche. Non fu immediatamente chiaro se l’esercito siriano stesse simulando il caricamento di Sarin nell’ambito di una esercitazione (tutti i militari effettuano costantemente tali esercitazioni) o addirittura preparando un attacco. Al momento, Obama avvertì pubblicamente la Siria che l’utilizzo del Sarin era ‘totalmente inaccettabile‘, un messaggio simile fu inviato anche per via diplomatica. L’evento successivamente si scoprì essere parte di una serie di esercitazioni, secondo l’ex funzionario dell’intelligence: ‘Se quello che i sensori videro lo scorso dicembre era così importante da far dire al presidente: “Smettetela”, perché il presidente non fece tale stesso avviso tre giorni prima dell’attacco del gas di agosto?’
La NSA ovviamente monitorerebbe l’ufficio di Assad tutto il giorno se potesse, l’ex funzionario ha detto. Altre comunicazioni, da diverse unità dell’esercito in combattimento in tutta la Siria, sarebbero molto meno importanti, e quindi non analizzate in tempo reale. ‘Vi sono letteralmente migliaia di frequenze radio tattiche utilizzate dalle unità sul campo in Siria per le comunicazioni di routine‘,  disse, ‘e ci vorrebbe un numero enorme di crittografi della NSA per ascoltarle, e il ritorno utile sarebbe nullo.’ Ma il ‘chiacchiericcio’ è normalmente memorizzato sui computer. Una volta che la scala degli eventi del 21 agosto fu compresa, la NSA avviò un tentativo globale per cercare eventuali collegamenti all’attacco, analizzando l’archivio completo delle comunicazioni memorizzate. Una parola chiave o due sarebbe stata selezionata e un filtro impiegato per trovare le conversazioni pertinenti. ‘Che cosa è successo qui è che voci dell’intelligence della NSA scovarono  un evento, l’uso del Sarin, e iniziarono a cercare le comunicazioni che potessero riguardarlo‘, ha detto l’ex ufficiale. ‘Ciò non porta a una valutazione dall’elevata fiducia, a meno che non si inizi con la certezza che Bashar Assad l’avesse ordinato, e cercare qualcosa che sostenga tale convinzione.’ La scelta è simile al processo utilizzato per giustificare la guerra in Iraq.
La Casa Bianca ebbe bisogno di nove giorni per assemblare l’accusa contro il governo siriano. Il 30 agosto invitò un gruppo selezionato di giornalisti di Washington (e almeno un giornalista, spesso critico, Jonathan Landay, il corrispondente delle sicurezza nazionale dei McClatchy Newspapers, non fu invitato), e gli consegnarono un documento accuratamente etichettato come ‘valutazione del governo’, piuttosto che come valutazione della comunità d’intelligence. Il documento era essenzialmente un argomento politico per rafforzare l’accusa dell’amministrazione contro il governo Assad. Fu tuttavia più specifico rispetto a Obama, in seguito, nel suo discorso del 10 settembre: l’intelligence statunitense, affermò, sapeva che la Siria aveva iniziato ‘la preparazione di munizioni chimiche tre giorni prima dell’attacco‘. In un discorso aggressivo dopo quel giorno, John Kerry fornì ulteriori dettagli. Disse che ‘personale chimico siriano era sul campo, nella zona, per i preparativi‘ dal 18 agosto. ‘Sappiamo che elementi del regime siriano ebbero l’ordine di prepararsi all’attacco mettendosi maschere antigas e prendendo precauzioni connesse con le armi chimiche.’ La valutazione del governo e i commenti di Kerry facevano sembrare che l’amministrazione avesse scoperto l’attacco del Sarin. Questa versione dei fatti fasulla ma non contestata, fu ampiamente segnalata al momento. Una reazione imprevista avvenne sotto forma di denuncia da parte della leadership dell’esercito libero siriano e di altri, per l’assenza di avvertimenti. ‘E’ incredibile che non abbiano fatto nulla per avvertire le persone o cercare di fermare il regime prima del crimine‘, disse Razan Zaitunah, membro dell’opposizione che abitava in una delle città colpite da Sarin, a Foregin Politcy. Il Daily Mail fu più netto: ‘Il rapporto dell’intelligence afferma che funzionari statunitensi sapevano dell’attacco nervino in Siria, tre giorni prima che venissero uccise oltre 1400 persone, tra cui più di 400 bambini.’ (Il numero dei decessi attribuibili all’attacco varia ampiamente, da 1429, come inizialmente sostenuto dall’amministrazione Obama, a molti meno: un gruppo per i diritti umani siriani ha riportato 502 morti; Medici Senza Frontiere 355 e una relazione francese parla di 281 decessi noti. Il dato sorprendentemente preciso degli Stati Uniti fu poi riportato dal Wall Street Journal non essere basato sul conteggio effettivo dei corpi ma su un’estrapolazione dagli analisti della CIA, che su YouTube scansionarono più di un centinaio di video del Ghuta orientale con  un sistema informatico, alla ricerca delle immagini dei morti. In altre parole, era poco più di una supposizione). Cinque giorni dopo, un portavoce dell’ufficio del direttore della National Intelligence  rispose alle lamentele. Una dichiarazione all’Associated Press disse che l’intelligence dietro le affermazioni dell’amministrazione non era nota al momento dell’attacco, ma fu recuperata solo in seguito: ‘Cerchiamo di essere chiari, gli Stati Uniti non guardavano in tempo reale, quando tale attacco orribile ha avuto luogo. La comunità dell’intelligence poteva raccogliere e analizzare le informazioni dopo il fatto e stabilire che elementi del regime di Assad avevano infatti provveduto a prepararsi in precedenza ad usare armi chimiche‘. Ma da quando la stampa statunitense ebbe la sua storia, la precisazione ebbe scarsa attenzione. Il 31 agosto il Washington Post, basandosi sulla valutazione del governo, aveva vividamente riportato in prima pagina che l’intelligence statunitense poté registrare ‘ogni passo’ dell’attacco dell’esercito siriano, ‘in tempo reale, dagli ampi preparativi per il lancio dei razzi alle valutazioni post-intervento da parte di funzionari siriani‘. Non pubblicò la correzione dell’AP e la Casa Bianca mantenne il controllo della narrazione.
Così, quando Obama disse il 10 settembre che la sua amministrazione sapeva che personale chimico di Assad aveva preparato l’attacco in anticipo, si basava non sull’intercettazione colta mentre ciò accadeva, ma sulle comunicazioni analizzate giorni dopo il 21 agosto. L’ex alto funzionario dell’intelligence spiegò che la caccia alle comunicazioni rilevanti risalivano all’esercitazione rilevata nel dicembre precedente, in cui, come più tardi disse Obama, l’esercito siriano aveva mobilitato personale chimico e distribuito maschere antigas alle truppe. La valutazione del governo, della Casa Bianca e il discorso di Obama non descrivevano gli eventi specifici che portarono all’attacco del 21 agosto, ma un resoconto delle sequenze che l’esercito siriano avrebbe seguito per un qualsiasi attacco chimico. ‘Misero insieme una storia‘, ha detto l’ex funzionario, ‘con molti e diversi pezzi e parti. Il modello usato risaliva a dicembre‘. E’ possibile, naturalmente, che Obama non sapesse che il resoconto era tratto da un’analisi del protocollo dell’esercito siriano per condurre un attacco con i gas, piuttosto che da prove dirette. In entrambi i casi, apparve chiaro essere un giudizio affrettato. La stampa doveva seguire l’esempio. Il rapporto delle Nazioni Unite del 16 settembre confermava l’uso del Sarin, ma fu attento nel far notare che l’accesso dei suoi inquirenti ai punti dell’attacco, che avvenne cinque giorni dopo la gassificazione, era controllato dalle forze ribelli. ‘Come in altri siti,’ il rapporto avvertiva, ‘furono trafficati da altre persone prima dell’arrivo della missione… Durante il tempo trascorso in questi luoghi, individui  arrivarono e portarono altre munizioni sospette, indicando che tale prova potenziale era stata spostata ed eventualmente manipolata.’ Eppure, il New York Times nascose la relazione, come fecero i funzionari statunitensi ed inglesi, ed affermò di aver fornito la prova cruciale a sostegno delle affermazioni dell’amministrazione. Un allegato al rapporto delle Nazioni Unite riproduceva le foto su YouTube di alcune munizioni recuperate, tra cui un razzo che ‘indicativamente aveva’ le specifiche di un razzo d’artiglieria del calibro di 330 mm. Il New York Times scrisse che l’esistenza dei razzi, in sostanza, dimostrava che il governo siriano fosse responsabile dell’attacco ‘perché le armi in questione non erano state precedentemente documentate o segnalate in possesso della rivolta’.
Theodore Postol, professore di tecnologia e sicurezza nazionale al MIT, ha esaminato le foto delle Nazioni Unite con un gruppo di suoi colleghi e ha concluso che il razzo dal grande calibro era una munizione improvvisata molto probabilmente prodotta localmente. Mi ha detto che era ‘qualcosa che si potrebbe produrre in una modesta officina‘. Il razzo nelle foto, ha aggiunto, non aveva le specifiche di un razzo simile, ma più piccolo, noto per essere nell’arsenale siriano. Il New York Times, sempre basandosi sui dati del rapporto delle Nazioni Unite, analizzò anche la traiettoria dei due razzi vuoti ritenuti essere armati con il Sarin, e concluse che l’angolo d’impatto ‘puntava direttamente‘ su un base dell’esercito siriano, a più di nove chilometri dalla zona d’impatto. Postol, che fu consulente scientifico per il capo delle operazioni navali del Pentagono, ha detto che le affermazioni del Times e di altrove ‘non erano basate su osservazioni reali‘. Concluse che l’analisi della traiettoria di volo, in particolare, come ha detto in una e-mail, ‘è totalmente assurda‘, perché uno studio approfondito ha dimostrato che la gittata dei razzi  improvvisati ‘difficilmente’ va oltre i due chilometri. Postol e un collega, Richard M. Lloyd, pubblicarono l’analisi due settimane dopo il 21 agosto, in cui correttamente valutarono che i razzi in questione avevano una carico utile in Sarin di gran di lunga maggiore di quanto stimato in precedenza. Il Times riferì tale analisi a lungo, descrivendo Postol e Lloyd come “principali esperti di armi”. Successivamente, lo studio della coppia sulla traiettoria e l’autonomia dei razzi, che contraddiceva la tempistica segnalata dal Time, inviato al giornale la settimana prima, non fu pubblicato.*
Il travisamento della Casa Bianca di ciò che sapeva dell’attacco, e di quando, coincise con la sua disponibilità ad ignorare l’intelligence che compromettesse il racconto. Tali informazioni riguardavano al-Nusra, il gruppo ribelle islamista designato da Stati Uniti e Nazioni Unite organizzazione terroristica. Al-Nusra è nota per aver effettuato decine di attentati suicidi contro cristiani e le altre sette musulmane non sunnite in Siria, e per aver attaccato il suo alleato nominale nella guerra civile, il secolare esercito libero siriano (ELS). Il suo obiettivo dichiarato è rovesciare il regime di Assad e stabilire la legge della sharia. (Il 25 settembre al-Nusra riuniva diversi altri gruppi di ribelli islamici ripudiando l’ELS e l’altra fazione laica, la coalizione nazionale siriana). La serie di interessi statunitensi per al-Nusra e il Sarin derivava da una serie di piccoli attacchi chimici a marzo ed aprile, quando il governo siriano e i ribelli si accusarono della responsabilità. Le Nazioni Unite alla fine conclusero che quattro attacchi chimici furono effettuati, ma non stabilì la responsabilità. Un funzionario della Casa Bianca dichiarò alla stampa, a fine aprile, che la comunità d’intelligence aveva valutato ‘con diversi gradi di fiducia‘ che il governo siriano fosse responsabile degli attacchi. Assad aveva attraversato la ‘linea rossa’ di Obama. La valutazione di aprile fece notizia, ma alcuni passi  significativi furono persi nella traduzione. L’anonimo funzionario del briefing riconobbe che “non sono sufficienti le ‘valutazioni della comunità di intelligence’, vogliamo‘, disse, ‘indagare oltre tali valutazioni dell’intelligence, per raccogliere i fatti, per stabilire una credibile e corroborata serie di informazioni che possano quindi informare il nostro processo decisionale.’ In altre parole, la Casa Bianca non aveva alcuna prova diretta del coinvolgimento dell’esercito o del governo siriani, un fatto solo occasionalmente osservato dalla stampa. Difficile dire se Obama abbia ingannato il pubblico e il Congresso, che vedevano Assad come un assassino spietato.
Due mesi dopo, una dichiarazione della Casa Bianca annunciava il mutamento della valutazione della colpevolezza siriana e dichiarava che l’intelligence aveva ora ‘alta fiducia’ che il governo di Assad fosse responsabile di ben 150 morti negli attacchi con il Sarin. Altri titoli furono generati e la stampa disse che Obama, in risposta alla nuova intelligence, aveva ordinato l’aumento degli aiuti non letali all’opposizione siriana. Ma ancora una volta vi furono avvertimenti significativi. La nuova intelligence includeva un rapporto secondo cui ufficiali siriani avevano pianificato ed eseguito gli attacchi. Non furono forniti dati specifici, né s’identificava chi fornì questi rapporti. La dichiarazione della Casa Bianca disse che analisi di laboratorio avevano confermato l’uso del Sarin, ma anche la constatazione positiva del gas nervino ‘non dice come o dove le persone furono esposte o chi sia stato responsabile della diffusione‘. La Casa Bianca inoltre dichiarava: ‘Non abbiamo nessuna segnalazione corroborata affidabile che indichi che l’opposizione in Siria abbia acquistato o usato armi chimiche.‘ L’affermazione contraddiceva le prove che all’epoca giunsero alle agenzie d’intelligence statunitensi. Già dalla fine di maggio, il consulente dell’intelligence mi disse che la CIA aveva informato l’amministrazione Obama su al-Nusra e il suo lavoro con il Sarin, e aveva mandato rapporti allarmanti su un altro gruppo fondamentalista sunnita attivo in Siria, al-Qaida in Iraq (AQI), che aveva capito come produrre Sarin. A quel tempo, al-Nusra operava nelle zone vicino a Damasco, tra cui il Ghuta orientale. Un documento dell’intelligence rilasciato a metà estate, trattava a lungo di Ziyad Tariq Ahmed, esperto di armi chimiche proveniente dai militari iracheni, che si diceva trasferitosi in Siria e attivo nel Ghuta orientale. Il consulente mi disse che Tariq fu identificato ‘come un tizio di al-Nusra capace di produrre iprite in Iraq ed implicato nella produzione ed uso di Sarin‘. Fu considerato un obiettivo di alto profilo dai militari statunitensi.
Il 20 giugno un cablo top secret di quattro pagine, che riassumeva quanto appreso sulle capacità con il gas nervino di al-Nusra, fu trasmesso a David R. Shedd, vicedirettore della Defense Intelligence Agency.Shedd fu informato ampiamente e in modo completo‘, ha detto il consulente. ‘Non era nel gruppo dei “credenti”.’ Mi ha detto che il cablo non valutava se i ribelli o l’esercito siriano avessero avviato gli attacchi di marzo e aprile, ma confermava rapporti precedenti secondo cui al-Nusra aveva la capacità di acquisire ed usare Sarin. Un campione di Sarin utilizzato fu anche recuperato, con l’aiuto di un agente israeliano, ma secondo il consulente nessuna ulteriore notifica sul campione appare nel traffico dei cabli. Indipendentemente da queste valutazioni, il Joint Chiefs of Staff, nell’ipotesi in cui truppe statunitensi avessero l’ordine di catturare i depositi chimici del governo siriano, chiese un’analisi sull’origine della minaccia potenziale. ‘Il massimo ordine poneva le basi per l’esecuzione di una missione militare, se ordinata‘, spiegò l’ex alto funzionario dell’intelligence. ‘Ciò includeva l’eventuale necessità d’inviare soldati statunitensi in un sito chimico siriano per difenderlo dai ribelli. Se i ribelli jihadisti invadevano il sito, il presupposto era che Assad non li avrebbe combattuti perché stavamo proteggendo le sostanze chimiche dai ribelli. Tutti gli ordini operativi contengono una componente dell’intelligence sulle minacce. Avevamo analisti tecnici di Central Intelligence Agency, Defense Intelligence Agency, dell’esercito e delle I&W (indicazioni e le avvertenze) che lavoravano sul problema… Conclusero che le forze ribelli potevano attaccare una forza statunitense con il Sarin, perché potevano produrlo. L’esame si basava sull’intelligence elettronica ed umana, così come sull’intenzione e la capacità tecnica dei ribelli‘.
Vi sono prove che durante l’estate alcuni membri del Joint Chiefs of Staff fossero turbati dalla prospettiva di un’invasione via terra della Siria, nonché dalla professata volontà di Obama di dare alle fazioni ribelli supporto non letale. A luglio, il generale Martin Dempsey, presidente del Joint Chiefs, diede una valutazione cupa, raccontando al Comitato dei Servizi Armati del Senato, con testimonianza pubblica, che ‘migliaia di elementi per le operazioni speciali e le altre forze di terra‘ fossero necessari per occupare l’arsenale chimico siriano ampiamente disperso, insieme a ‘centinaia di aerei, navi, sottomarini e altri mezzi‘. Le stime del Pentagono parlavano di settantamila truppe, in parte perché le forze USA avrebbero anche custodito i missili siriani: l’accesso a grandi quantità di sostanze chimiche per produrre il Sarin, senza i vettori, sarebbe stato di scarso valore per una forza ribelle. In una lettera al senatore Carl Levin, Dempsey avvertì che la decisione di catturare l’arsenale siriano poteva avere conseguenze indesiderate: ‘Abbiamo appreso negli ultimi dieci anni, tuttavia, che non è sufficiente modificare semplicemente l’equilibrio di potere militare senza un attento esame di quanto è necessario per preservare uno Stato funzionante… Se le istituzioni del regime crollassero, in assenza di un’opposizione valida, inavvertitamente si potenzierebbero gli estremisti o si userebbero le armi chimiche che cerchiamo di controllare‘.
La CIA ha rifiutato di commentare questo articolo. I portavoce della DIA e l’Ufficio del Direttore della National Intelligence hanno detto che non sapevano della relazione a Shedd e che se fornivo i codici dei cablo specifici del documento, dissero che potevano trovarlo. Shawn Turner, responsabile degli affari pubblici dell’ODNI, disse che nessuna agenzia d’intelligence statunitense, tra cui la DIA, ‘ritiene che il Fronte al-Nusra sia riuscito a sviluppare la capacità di produrre Sarin‘.  I funzionari degli Affari pubblici dell’amministrazione non sono così preoccupati dal potenziale militare di al-Nusra come Shedd lo fu nelle sue dichiarazioni pubbliche. Alla fine di luglio, diede un resoconto allarmante sulla forza di al-Nusra, in occasione del Forum annuale sulla sicurezza ad Aspen, in Colorado. ‘Conto non meno di 1200 diversi gruppi dell’opposizione‘, disse Shedd, secondo una registrazione del suo intervento. ‘E dentro l’opposizione, il Fronte al-Nusra è… il più efficace e guadagna forza.’ Questo, disse, ‘è una grave preoccupazione per noi. Se incontrollati, sono assai preoccupato del fatto che gli elementi più radicali“, citava anche al-Qaida in Iraq, ‘vincano’.  La guerra civile, proseguiva, ‘può solo peggiorare… violenze insondabili si devono ancora avere.’ Shedd non fece menzione delle armi chimiche nel suo discorso, ma non gli era permesso: le relazioni del suo ufficio sono altamente classificate.

BSMOz-BCIAAZmGo*Una serie di dispacci segreti dalla Siria, nel corso dell’estate riferiva che i membri dell’ELS si lamentavano presso gli operatori dell’intelligence statunitense dei ripetuti attacchi contro le loro forze da parte dei combattenti di al-Nusra e di al-Qaida. Le relazioni, secondo il consulente d’intelligence di alto livello che li lesse, fornivano la prova che l’ELS era ‘più preoccupato dai pazzi che da Assad‘. L’ELS era in gran parte composto da disertori dell’esercito siriano. L’amministrazione Obama, impegnata a farla finita con il regime di Assad e nel continuo sostegno ai ribelli, ha cercato nelle sue dichiarazioni pubbliche dopo l’attacco, di minimizzare l’influenza delle fazioni salafite e wahabite. All’inizio di settembre, John Kerry sbalordì il Congresso con l’improvvisa affermazione che al-Nusra e altri gruppi islamisti erano minoritari nell’opposizione siriana. In seguito lo ritrattò.
Nelle sue comunicazioni pubbliche e private, dopo il 21 agosto, l’amministrazione avrebbe violato l’intelligence disponibile sul potenziale accesso di al-Nusra al Sarin e continuato a sostenere che il governo di Assad fosse l’unico in possesso di armi chimiche. Questo messaggio fu trasmesso nei vari briefing segreti che i membri del Congresso ricevettero nei giorni dopo l’attacco, quando Obama cercava sostegno alla sua offensiva missilistica programmata contro le installazioni militari siriane. Un legislatore con più di venti anni di esperienza in questioni militari, mi ha detto che con tale mole di informazioni fu convinto che ‘solo il governo Assad avesse Sarin e che i ribelli non ne avessero.’ Allo stesso modo, in seguito alla pubblicazione del rapporto delle Nazioni Unite del 16 settembre, a conferma che il Sarin era stato utilizzato il 21 agosto, Samantha Power, l’ambasciatrice USA alle Nazioni Unite, disse in una conferenza stampa: ‘E’ molto importante notare che solo il regime (di Assad) possiede il Sarin, e non abbiamo alcuna prova che l’opposizione lo possieda‘. Non è noto se la segnalazione altamente classificata su al-Nusra sia stata messa a disposizione dell’ufficio di Powers, ma il suo commento riflette l’atteggiamento dell’amministrazione. ‘L’ipotesi immediata fu che Assad l’aveva fatto‘, mi disse l’ex alto funzionario dell’intelligence. ‘Il nuovo direttore della CIA, (John) Brennan, saltò su questa conclusione… si unì alla Casa Bianca dicendo: “Guardate cosa ho”. Erano solo parole, ma sventolava una camicia insanguinata. Vi era una notevole pressione politica per spingere Obama in soccorso dei ribelli, e vi era il pio desiderio che questo (collegare Assad all’attacco del Sarin) avrebbe forzato la mano a Obama: ‘Questo è il telegramma Zimmermann della ribellione siriana e ora Obama può reagire’. Il wishful thinking di Samantha Power aleggiava sull’amministrazione. Purtroppo, alcuni membri del Joint Chiefs, avvisati che stavano per attaccare, non erano così sicuri che fosse una buona cosa.’ La proposta di un attacco missilistico statunitense sulla Siria non convinse mai il pubblico e Obama passò ben presto alle Nazioni Unite e accettò la proposta russa per lo smantellamento del complesso chimico bellico siriano. Qualsiasi possibilità di un’azione militare fu definitivamente scongiurata il 26 settembre, quando l’amministrazione approvò il progetto della Russia di risoluzione dell’ONU, chiedendo al governo di Assad di sbarazzarsi del suo arsenale chimico. La ritirata di Obama sollevò molti alti ufficiali. (Un alto consulente per le operazioni speciali mi disse che l’attacco missilistico statunitense su aeroporti militari e postazioni missilistiche siriani era mal concepito, come inizialmente aveva previsto la Casa Bianca, e avrebbe ‘fornito supporto aereo ravvicinato ad al-Nusra’.)
La distorsione dei fatti sull’attacco del Sarin dell’amministrazione solleva una questione ineludibile: cosa sappiamo della volontà di Obama di allontanarsi dalla sua minaccia della ‘linea rossa’ per bombardare la Siria? Aveva affermato di avere prove ferree, ma improvvisamente decise di portare la questione al Congresso, e poi di accettare l’offerta di Assad di cedere le armi chimiche. Sembra possibile che a un certo punto abbia avuto davanti informazioni contraddittorie, con prove abbastanza forti da convincerlo a cancellare il suo piano di attacco ed accettare le critiche dei repubblicani. La risoluzione delle Nazioni Unite, adottata il 27 settembre dal Consiglio di sicurezza, tratta indirettamente dell’idea che le forze ribelli come al-Nusra debbano disarmare: ‘nessuno in Siria dovrebbe usare, sviluppare, produrre, acquistare, stoccare, trattenere o trasferire armi chimiche‘. La risoluzione chiede anche la notifica immediata del Consiglio di sicurezza nel caso di armi chimiche acquisite da eventuali “attori non statali”. Nessun gruppo viene nominato. Mentre il regime siriano continua il processo di eliminazione del suo arsenale chimico, l’ironia è che, dopo che i depositi degli agenti precursori di Assad saranno distrutti, al-Nusra e i suoi alleati islamisti potrebbero essere l’unica fazione in Siria in possesso degli elementi per produrre il Sarin, arma strategica inutile in qualsiasi altra zona in guerra, ma molto per negoziare.

Ghouta_chemical_attack_map_svgSeymour M. Hersh sta scrivendo una storia alternativa della guerra al terrore. Vive a Washington DC.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Caccia cinesi seguono gli aerei da guerra giapponesi e statunitensi nell’Adiz contestato

Peter Symonds WSWS 30 novembre 2013

1098387L’aviazione cinese ha fatto decollare caccia Su-30 e J-11, dopo che una dozzina di aerei militari statunitensi e giapponesi sono entrati nella zona di identificazione della difesa aerea (Adiz) proclamata da Pechino, lo scorso fine settimana, sul Mar Cinese orientale. L’incidente è la prima reazione cinese a un’incursione statunitense e giapponese ed aumenta il pericolo di un errore  che trascini in uno scontro e in un conflitto. Dopo aver dichiarato l’Adiz, che si sovrappone all’Adiz del Giappone e comprende provocatoriamente le contese isole Senkaku/Diaoyu, il governo cinese è stato costretto dall’ala dura della classe dirigente, a non tirarsi indietro. L’amministrazione Obama ha subito contestato l’Adiz inviandovi bombardieri nucleari B-52, senza rispettare la norma di fornirne ai cinesi piani di volo, identificazione e contatto radio. Giappone e Corea del Sud hanno seguito inviando aerei militari nella zona. Secondo il ministero della Difesa cinese, i caccia cinesi hanno identificato due aerei da ricognizione statunitensi e 10 aerei militari giapponesi, tra cui caccia e velivoli di preallarme e da ricognizione. La dichiarazione spiegava che gli aerei cinesi hanno sorvegliato i loro omologhi statunitensi e giapponesi durante il sorvoli dell’Adiz. Alla domanda sulla dichiarazione cinese, il portavoce del Pentagono, colonnello Steve Warren, ha riconosciuto i voli degli Stati Uniti, ma non ha fornito dettagli. “Gli Stati Uniti continueranno a collaborare con i nostri alleati e opereranno nella zona normalmente,” ha detto. Il ministro della Difesa del Giappone Itsunori Onodera, inoltre, ha minimizzato l’incidente, dicendo: “Semplicemente conduciamo le nostre ordinarie e note attività di sorveglianza, come sempre.”
Lungi dall’operare “normalmente”, gli Stati Uniti e il Giappone hanno approfittato dell’Adiz cinese per giustificare una maggiore collaborazione nel progresso militare nelle aree adiacenti al continente cinese. Un funzionario della Difesa statunitense ha detto a Bloomberg.com che i militari statunitensi compiono voli giornalieri nella zona senza preavvertirne le autorità cinesi. Le marine giapponese e statunitense conducono un’importante esercitazione congiunta, AnnualEx 2013, al largo di Okinawa, nel sud dell’arcipelago del Giappone, nei pressi delle contese isole Senkaku/Diaoyu. Le esercitazioni coinvolgono la portaerei USS George Washington, così come decine di navi da guerra, sottomarini e aerei statunitensi e giapponesi. Il comandante della VII Flotta statunitense, viceammiraglio Robert Thomas, ha ribadito che gli aerei da guerra statunitensi avrebbero ignorato le regole cinesi della loro Adiz. “Quindi ‘per noi vabbene passarvi. Le nostre operazioni nel Mar Cinese orientale continueranno come sempre.” L’attività delle forze aeree statunitensi, che includono regolari voli di ricognizione al largo della coste cinesi, hanno causato in passato incidenti pericolosi, tra cui una collisione in volo nei pressi dell’isola cinese di Hainan, nel 2001, che provocò l’abbattimento di un aereo cinese e la morte del pilota. Le tensioni nel Mar Cinese Orientale sono notevolmente cresciute a seguito del “Perno in Asia” dell’amministrazione Obama degli ultimi quattro anni. Gli Stati Uniti incoraggiano il Giappone a re-militarizzarsi e ad assumere un atteggiamento più aggressivo nella disputa con la Cina sulle isole Senkaku/Diaoyu. Il Giappone ha accelerato il programma militare da quando il primo ministro Shinzo Abe, un nazionalista di destra, è salito al potere lo scorso dicembre. Il governo Abe ha aumentato la spesa per la difesa per la prima volta in un decennio, e proclamato la volontà di cambiare la costituzione per permettere al Giappone di collaborare più strettamente con le forze armate statunitensi e condurre azioni “preventive”.
Le ultime esercitazioni navali presso Okinawa fanno parte del cambiamento strategico della difesa del Giappone, che dal nord del Paese contro l’ex Unione Sovietica, passa al rafforzamento delle forze militari nel sud dell’isola, di fronte la Cina. Abe ha chiarito l’intenzione del suo governo di far valere l’Adiz del Giappone sulle isole Senkaku/Diaoyu, minacciando di ordinare l’abbattimento di droni senza pilota di sorveglianza cinesi. Secondo lo Yomiuri Shimbun, il Giappone prevede di stazionare velivoli di allerta precoce E-2C nella base Naha di Okinawa e si schierarvi droni a lungo raggio Global Hawk per monitorare l’area. Abe ha sfruttato la situazione di stallo sulla zona di difesa aerea della Cina per imporre una legge, questa settimana, per stabilire una nuova legislazione sulla falsariga del National Security Council degli USA e nuove controverse leggi sul segreto di Stato. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale, che si occuperà di politica estera e difesa sotto il primo ministro, dovrebbe iniziare le attività già dalla prossima settimana. Le leggi sul segreto, che sono state approvate alla Camera bassa, danno alla burocrazia statale ampi poteri nel proclamare “segreti di Stato” e comminare dure sanzioni a informatori e media. (Vedi: “La nuova legge sul segreto di stato del Giappone“.)
La nuova leadership cinese del Presidente Xi Jinping viene spinta da pressioni interne a rispondere all’atteggiamento aggressivo di Abe, soprattutto sugli isolotti contestati. Come il governo giapponese, il regime cinese sfrutta il nazionalismo, particolarmente contro il suo vicino del Mar Cinese Orientale, per deviare le crescenti tensioni sociali nel Paese. Nel dichiarare l’Adiz della Cina, la leadership di Xi apparentemente contava di sottoporre a pressione l’alleanza USA-Giappone e d’isolare il Giappone. Un editoriale del duro Global Times esortava il governo a perseguire questa strategia e fare del Giappone il “primo obiettivo” della pressione cinese. Il giornale respingeva le critiche provenienti da Corea del Sud e Australia, e dichiarava: “Washington deve astenersi dall’affrontare Pechino direttamente sul Mar Cinese orientale, almeno per ora.” In realtà, la vera forza trainante del confronto sul Mar Cinese Orientale è Washington, non Tokyo. Il “Pivot” o “riequilibrio” dell’amministrazione Obama, cerca di consolidare una rete di alleanze, partnership strategiche e basi militari in tutta l’Asia, dalla Corea del Sud e Giappone al Sud Est asiatico, all’Australia, all’Asia meridionale e centrale. Lungi dal porre un cuneo tra Giappone e Stati Uniti, Washington ha colto l’Adiz cinese per rafforzare i legami militari con il Giappone e fare pressione su Pechino. La Corea del Sud, che la Cina corteggiava, s’è agitata fortemente contro Pechino e si oppone all’Adiz cinese, che comprende uno scoglio sommerso (noto come Ieodo in Corea e Suyan in Cina) rivendicato da Seul.
I Paesi dell’Asia sudorientale hanno largamente taciuto sulla controversia sul Mar Cinese Orientale, ma vi sono timori che la Cina proclami un’Adiz simile sul Mar Cinese Meridionale, dove ha dispute territoriali con Filippine, Vietnam, Brunei e Malaysia. In un’intervista televisiva, il ministro degli Esteri filippino Alberto del Rosario ha avvertito: “C’è la minaccia che la Cina controlli lo spazio aereo (sul Mar Cinese Meridionale).” Il pericolo è che errori di calcolo politico e valutazioni errate da parte di uno o più governi possano rapidamente portare ad un escalation, in cui un incidente apparentemente minore può innescare un vero conflitto.

1486891Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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