Il Giappone offre sottomarini e idrovolanti all’India

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 20/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraSoryu091023aNumerosi aspetti importanti della moderna politica internazionale toccano il tema apparentemente specifico della possibile partecipazione del Giappone a una gara per la fornitura di sei sottomarini diesel-elettrici (DES) alla Marina indiana entro la metà del prossimo decennio. All’inizio dell’anno il Ministero della Difesa indiano invitava Giappone Francia, Germania, Spagna e Russia a partecipare alla futura gara. Il valore del contratto sarebbe di oltre 8 miliardi di dollari. Per il governo indiano, il contratto, il secondo più costoso, dovrà intraprendere la ristrutturazione delle forze armate nazionali con materiale avanzato estero. Le società straniere hanno, come si dice, qualcosa per cui combattere. Tanto più in quanto il costo degli ordini della Difesa, quando adottati, hanno la tendenza ad aumentare (generalmente di più volte). Ciò è accaduto, per esempio, nella fase finale del contratto concluso con la Dassault per fornire 126 caccia Rafale all’Indian Air Force. Un anno fa, i francesi dissero che non riuscivano a rispettare il budget di 12 miliardi del contratto inizialmente accettato dal governo indiano, proponendo di aumentarlo a 20 miliardi. Naturalmente, ciò non fu gradito dal cliente, e la procedura di completamento del contratto fu rinviata almeno fino a metà marzo, quando i media indiani descrivevano la situazione attuale come un vicolo cieco. Tuttavia, i risultati della visita del primo ministro indiano Narendra Modi in Francia il 10 aprile mostrano che entrambe le parti cercano (e trovano) un compromesso sul problema. Lo stesso è avvenuto in passato con la drastica modernizzazione della portaerei russa Admiral Gorshkov. Evidentemente, tra i tanti motivi della futura reazione del Giappone (quasi certamente positiva) all’invito indiano a partecipare alla gara sui DES, le ragioni “mercantili” saranno prevalenti. Tuttavia, saranno ben lungi dal dominare, essendo interconnessi a sviluppo militare-tecnologico e costo-efficacia del complesso militare-industriale nazionale, a una serie di problemi nell’ingresso nel mercato delle armi e alla politica estera, non meno rilevanti dei primi. Le armi sono un tipo molto particolare di prodotto la cui esportazione sul mercato internazionale, da un Paese manifatturiero, è una forte indicazione dell’impegno in vari processi politici derivanti in campo internazionale. Tale segnale è ancora più netto in Giappone da quando ha intrapreso la “normalizzazione”, cioè abbandona gradualmente i tabù post-seconda guerra mondiale. Non tutti imposti dai vincitori dell’ultima guerra mondiale. Il divieto di commerciare armi ai produttori giapponesi, in vigore fino a poco prima, fu introdotto alla fine degli anni ’60 dal Giappone stesso. Il divieto rispettava la strategia giapponese del dopoguerra, volta a concentrare gli sforzi sullo sviluppo economico, evitando (quando possibile) il coinvolgimento in dispute internazionali. La scorsa primavera, il governo giapponese decise di allentare notevolmente tali restrizioni autoimposte. Dalla fine degli anni ’80, i pesi massimi del complesso militare-industriale giapponese si oppongono alla rinuncia al commercio delle armi, sottolineando anche che ciò comporta direttamente piccoli volumi (e quindi costi elevati) nella produzione di armi, nonché l’espulsione del Giappone dal progresso militare-tecnologico internazionale. La partecipazione del Giappone, alla fine dagli anni ’90, ai programmi per i sistemi avanzati BMD statunitensi, fu considerata un’eccezione.
La prima immediata conseguenza della risoluzione del governo giapponese per eliminare le auto-imposte restrizioni commerciali sugli armamenti è l’attuazione di progetti da tempo discussi per fornire motovedette usate a un certo numero di Stati dell’Asia del Sud-Est. Vietnam, Indonesia e Filippine ne avrebbero bisogno per affrontare le navi della guardia costiera cinese, che rivendicano l’80% della superficie del Mar Cinese Meridionale. Tuttavia, la tendenza a sviluppare un’ampia cooperazione tecnico-militare va ben oltre l’ambito del commercio degli armamenti, portando a conseguenze molto più significative per l’industria della Difesa del Giappone, così come per la situazione politica nella regione Asia-Pacifico e l’influenza del Giappone. Contratti relativi sono già stati conclusi con Gran Bretagna, Australia e la già citata India. In particolare, con tali contratti la Marina australiana avrà la possibilità di avere sei sottomarini Soryu dal Giappone, gli stessi che saranno offerti all’India. I Soryu sono considerati i migliori sottomarini a propulsione convenzionale del mondo. La Marina giapponese ne ha già 6 (su 10 programmati). Il problema principale attualmente discusso in Australia è la stima dei costi dell’opzione, la cui più preferibile prevede licenze di produzione per i cantieri navali nazionali. Superare vari ostacoli (tra cui la barriera linguistica) che inevitabilmente si presentano nella produzione di tecnologie e documentazione, potrebbe incrementare di varie volte il costo di ogni futuro sottomarino. Lo stesso problema appare in India, dove la politica volta ad utilizzare l’industria nazionale per produrre materiale estero viene prmossa. Va notato che la partecipazione del Giappone nelle prossime gare per fornire i DES alla Marina indiana, sarà il secondo passo nel mercato delle armi indiano. Il primo fu la conclusione l’anno scorso dell’accordo bilaterale per fornire all’India 12 idrovolanti quadrimotori US-2 Shin Mewa. Ufficialmente progettati per ricerca e soccorso, questi velivoli saranno adattati a una più ampia gamma di operazioni per la Marina indiana. Il contratto sulla licenza di produzione dovrà essere firmato entro inizio 2016. Va ricordato che, a livello di relazioni internazionali, la fornitura di idrovolanti all’India fu risolta durante la visita del primo ministro Narendra Modi in Giappone, lo scorso anno. Allora l’accordo fondamentale sulla fornitura degli US-2 Shin Mewa alla Marina indiana fu accompagnata da ampi commenti politici secondo cui l’operazione rientrava nel contesto del generale pieno riavvicinamento tra Giappone e India. Commenti simili appaiono in relazione alla partecipazione del Giappone alla nuova gara sui DES per la Marina indiana. Inoltre, il contenuto di tali osservazioni innesca associazioni con la cosiddetta Iniziativa delle Quattro Nazioni del 2007, volta alla possibile formazione di una sorta di unione politico-militare tra India e Giappone, così come Stati Uniti e Australia. Infine, va notato che la partecipazione del Giappone alla gara per la fornitura dei sei nuovi DES alla Marina indiana sarà un precedente significativo per la partecipazione reale alla lotta per una grossa fetta della torta del mercato internazionale delle armi, dove la parte della India sembra particolarmente promettente. Qualcosa suggerisce che il governo indiano sa già chi vincerà la futura gara, nonostante il fatto che non si sa quando si terrà. maxresdefault2Vladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le isole avamposti militari della Cina

Tyler Durden Zerohedge 17/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraMAP_1_Paracel_and_Spratly_island_chains_slideshowLa scorsa settimana, abbiamo notato l’ironia esilarante del presidente Obama secondo cui la Cina “usava grandezza e forza per subordinare gli altri Paesi“. Naturalmente, un quadro perfetto della politica estera USA e quindi la dichiarazione del presidente è effettivamente un atto d’accusa delle azioni di Washington. Le osservazioni di Obama riguardavano le “attività” della Cina nel Mar Cinese Meridionale; le azioni di Pechino nelle acque contestate da Filippine, Vietnam, Malesia, Brunei e Taiwan. In sostanza, la Cina costruisce isole in cima al rilievo Fiery Cross nell’arcipelago delle Spratly, che secondo alcuni saranno utilizzate per scopi militari. Il NY Times riassume: “La costruzione sul Fiery Cross Reef è parte di un ampio progetto di bonifica cinese che coinvolge decine di draghe in almeno cinque isole nel Mar Cinese Meridionale. La Cina converte piccoli scogli, poco visibili sull’acqua, in isole abbastanza grandi per ospitare materiale e personale militare e strutture ricreative per i lavoratori. Le immagini satellitari delle bonifiche appaino costantemente negli ultimi mesi, dove i Paesi più piccoli con pretese sulle isole della zona hanno espresso preoccupazione per le costruzioni della Cina, mentre gli Stati Uniti intensificano le critiche… La Cina reclama l’80 per cento del Mar Cinese Meridionale, sostenendo che la “linea dei nove trattini“, tracciata sullo specchio d’acqua alla fine degli anni ’40, è conforme al diritto. Nessun altro Paese riconosce la validità della linea e molti temono che le attività di bonifica della Cina rientrano in un piano per creare il fatto compiuto della sovranità cinese. Ora, una serie di immagini satellitari conferma la costruzione di una pista di 3000 metri sulla barriera corallina, suggerendo che la Cina programmi di farvi atterrare aerei militari, come dei caccia, sulle isole bonificate. Qui, le immagini ad alta risoluzione accompagnate da didascalie dell’Asia Maritime Transparency Initiative (ennesima iniziativa di Soros. NdT):

FieryCross1Fotografia satellitare che individua tre cementifici operanti sull’isola.

FieryReef2La Cina ha già costruito oltre 60 edifici semi-permanenti o permanenti.

FieryReef3Almeno 20 strutture sono visibili sul lato meridionale dell’isola (compreso un eliporto).

FieryReef4La Cina costruisce una pista di atterraggio sull’isola, probabilmente abbastanza grande per farvi atterrare quasi qualsiasi aeromobile cinese.

FieryReef5Le immagini scattate l’11 aprile mostrano la pista per più di un terzo completata.

FieryReef6Pechino installa anche impianti portuali a cui possono attraccare navi cisterna militari.

FieryReef7Il rapporto interattivo dell’AMTI completo è disponibile qui.

Ecco altre note del NY Times su ciò che può significare dal punto di vista militare e geopolitico: “La pista, che dovrebbe essere di circa 3000 metri, abbastanza per ospitare aerei da combattimento, è una svolta nella competizione tra Stati Uniti e Cina sul Mar Cinese Meridionale, ha detto Peter Dutton, docente di studi strategici presso il Naval War College di Rhode Island. “E’ un grande passo strategico“, ha detto. “Per controllare il mare è necessario controllare l’aria...” Col tempo, secondo Dutton, la Cina installerà radar e missili che potrebbero intimidire Paesi come le Filippine, alleato degli USA, e il Vietnam, che reclamano le Spratly, dove riforniscono modesti presidi militari. Più in generale, la capacità della Cina di usare il rilievo Fiery Cross come pista per aerei da caccia e sorveglianza espanderà di molto la competizione con gli Stati Uniti nel Mar Cinese meridionale… “Pensiamo che sia assolutamente per gli aerei militari, ma naturalmente, una pista di atterraggio è una pista di atterraggio, vi può atterrare di tutto se è abbastanza lunga”, ha detto James Hardy, redattore per l’Asia-Pacifico del Jane’s Defense Weekly… La questione principale è cos’altro vi atterrerebbe?“. “A meno che non prevedano di trasformarli in resort, cosa improbabile vista anche la dichiarazione del Ministero degli Esteri della scorsa settimana. Poi aerei militari sono gli unici che dovrebbero atterrarvi“. Altro anche dalla Reuters: “Il senatore John McCain, presidente della Commissione Forze Armate del Senato USA, definisce le mosse cinesi “aggressive” e ha detto che è emersa la necessità, per l’amministrazione Obama, di agire sui piani per spostare altre risorse militari nell’economicamente importante regione asiatica e rafforzare la cooperazione con i Paesi preoccupati dalla Cina. McCain si riferisce a una valutazione dell’intelligence degli Stati Uniti di febbraio secondo cui la modernizzazione militare della Cina è volta a contrastare le forze armate USA, e ha detto che Washington deve lavorare molto per mantenere il vantaggio militare nella regione Asia-Pacifico. Quando una nazione riempie 600 ettari di terreno e vi costruisce piste, e molto probabilmente adotta altre capacità militari in ciò che sono acque internazionali, chiaramente minaccia l’economia mondiale, ieri, oggi e nel prossimo futuro”, ha detto in una conferenza al Congresso. Un portavoce del dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha detto che le dimensioni di bonifica e costruzioni cinesi alimentano le preoccupazioni regionali sulla Cina che intenderebbe militarizzare i propri avamposti, e sottolineava l’importanza della libertà di navigazione. “Gli Stati Uniti hanno forte interesse nel conservare pace e sicurezza nel Mare cinese meridionale. Non credo che le grandi bonifiche per militarizzare gli avamposti su territori contesi sia coerente con il desiderio di pace e stabilità nella regione“.
Ciò avviene in un momento interessante per le relazioni tra Pechino e Washington. La recente mossa della Cina per evacuare cittadini stranieri dall’assediata città portuale yemenita di Aden segna la prima volta in cui la nascente superpotenza partecipa al soccorso internazionale. La stessa settimana, la televisione di Stato ha indicato che il Paese inizierà la prima missione dei propri sottomarini nucleari entro la fine dell’anno. Nel frattempo, la Banca asiatica degli investimenti infrastrutturali della Cina segna il cambio economico dal dopoguerra, con l’istituzione multilaterale che cercherà di tappare i buchi lasciati dal FMI dominato dagli Stati Uniti e dall’ADB influenzata dal Giappone, mentre posiziona lo yuan per fargli svolgere un ruolo più importante in quello che diventa rapidamente il nuovo ordine economico mondiale caratterizzato dal dominio del renminbi e dal declino dei sistemi tradizionali che hanno sostenuto l’egemonia del dollaro quale petrovaluta mercantile. Se non è chiaro esattamente quanto l’ambiziosa Pechino speri di trasformare le Spratly in avamposto militare, gli sforzi dello sviluppo della Cina evidenziano quanto il Paese non sia timido nel sostenere i propri interessi di fronte alle minacce occidentali.YEMEN-ADEN HARBOR-CHINESE CITIZENS-WITHDRAW
Pechino sciocca gli USA con l’incredibile progresso dell’aeroporto nel Mar Cinese Meridionale
Sputnik, 17/04/2015

Nuovo immagini satellitari mostrano l’estensione della costruzione di isole artificiali cinesi nel Mar Cinese Meridionale. Fiery Cross Reef potrebbe presto essere una pista militare nell’oceano. E nonostante la presenza militare nella regione, gli Stati Uniti sono in preda al panico.

1021028956Dragando sabbia dal fondo marino, il governo cinese continua la costruzione di isole artificiali in cima alle scogliere sommerse dell’arcipelago delle Spratly. In parte, le isole saranno utilizzate per rafforzare gli interventi di emergenza nella regione. Ma secondo Pechino le isole saranno utilizzate come avamposti della difesa, preoccupando Washington, che lo é di già per la crescente influenza cinese. Le immagini di IHS Jane’s Defense Weekly avute dall’Airbus Difesa e Spazio mostrano quanto sia rapida la crescita dell’isola. Avviata la costruzione solo l’anno scorso, Fiery Crosse Reef è ora sede della prima pista di atterraggio cinese nel Mar Cinese Meridionale. Con 503 metri già pavimentati, la pista potrebbe essere lunga più di 3000 metri, una volta completata, abbastanza da ospitare aerei da trasporto pesanti e aerei da combattimento, secondo il Centro degli studi strategici e internazionali di Washington. La pista dell’Aeronautica dell’Esercito di Liberazione Popolare cinese sarebbe lunga da 2700 a 4000 metri. Le immagini satellitari mostrano anche che una seconda pista di atterraggio 3000 metri potrebbe essere in costruzione sul Subu Reef, un’altra isola artificiale dell’arcipelago. Fiery Cross ospiterà anche un grande porto sull’estremità sud-ovest dell’isola. Immagini mostrano una gru galleggiante che consolida dighe con il cemento. Negli Stati Uniti, già preoccupati dalla costruzione dell’isola, l’esistenza di piste rinvigoriscono le paure. “Gli Stati Uniti hanno forte interesse a conservare pace e sicurezza nel Mar Cinese Meridionale“, ha detto un portavoce del dipartimento di Stato secondo la Reuters. “Non crediamo che la grande bonifica con l’intento di militarizzare avamposti su territori contesi sia coerente con il desiderio di pace e stabilità nella regione“. Nonostante tale presunto interesse per la “pace”, l’esercito statunitense ha costantemente aumentato la propria presenza nella regione. A febbraio, l’US Navy ha inviato il suo aereo spia più avanzato, P-8A Poseidon, nelle Filippine per monitorare la regione. Washington ha anche organizzato una serie di esercitazioni con gli alleati nel Mar Cinese Meridionale. All’inizio di aprile, Stati Uniti e Indonesia hanno partecipato alle esercitazioni militari congiunte, mossa vista da alcuni quale avvertimento all’espansione cinese. Un’altra serie di esercitazioni di Stati Uniti e Filippine inizierà la prossima settimana, conosciute come Balikatan, è “volta ad aumentare la nostra capacità di difendere il Paese da aggressioni esterne“, come ha detto alla Reuters il portavoce militare, tenente-colonnello Harold Cabunoc.
Mentre denuncia pubblicamente la costruzione delle isole cinesi come “aggressiva”, il senatore statunitense John McCain, presidente della Commissione Forze Armate del Senato, ha invitato l’amministrazione Obama ad inviate altre risorse militari nel Pacifico. Parlando a un seminario a Washington, Cui Tiankai, ambasciatore cinese negli Stati Uniti, ha difeso il diritto di Pechino d’installare difese sul proprio territorio dicendo che “sarebbe illusorio che qualcuno possa imporre alla Cina lo status quo unilaterale” o “violare impunemente e ripetutamente la sovranità della Cina“. Ha anche osservato che la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, vieta agli Stati Uniti di condurre “ricognizione intensiva e ravvicinata sulla zona economica esclusiva di altri Paesi“. Il Mar Cinese Meridionale è un specchio d’acqua molto contestato attraverso cui 5000 miliardi di dollari di merci passano ogni anno. Mentre la Cina reclama la maggior parte della zona quale proprio territorio, Filippine, Malesia, Vietnam, Taiwan e Brunei vi avanzano propri reclami.

SpratlyMap2Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La visita di Shojgu rafforza i legami India-Russia nella Difesa

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 24 gennaio 2015

La recente visita del Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu a Nuova Delhi ha impresso un nuovo impulso ai forti legami nella Difesa tra India e Russia e prepara il terreno all’incremento degli accordi sulla Difesa.635574300612807558-DFN-India-RussiaLe relazioni India-Russia nella Difesa sono state nuovamente esaltate dall’ultima visita del Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu a New Delhi. Shojgu ha partecipato alla 14.ma riunione della Commissione intergovernativa per la cooperazione militare e tecnica, e ha incontrato il Primo ministro indiano Narendra Modi e il Ministro della Difesa Manohar Parrikar. Cli incontri hanno sottolineato l’urgenza delle sinergie nei rapporti nella Difesa. I ministri della Difesa di India e Russia hanno concordato l’accelerazione della risoluzione di questioni relative alla Difesa, risolvere i problemi e accelerare la finalizzazione del contratto per il Fifth Generation Fighter Aircraft (FGFA). Hanno inoltre discusso la produzione congiunta di elicotteri militari. L’India è particolarmente interessata agli aerei da combattimento, che secondo fonti dovrebbe investire 5,5 miliardi di dollari inizialmente, ma il costo finale potrebbe essere di circa 25 miliardi di dollari. Vi sono strozzature relative a progettazione e consegna, e si spera che l’accelerazione concluda il contratto. La Russia è il maggiore fornitore dell’India di prodotti per la Difesa, e nel 2013 ha esportato armi e attrezzature militari per 4,78 miliardi di dollari al partner strategico. Dall’indipendenza dell’India, la Russia è un solido fornitore di prodotti per la Difesa dell’India, e l’ha aiutata nei momenti difficili.

Cooperazione antiterrorismo
Shojgu e Parrikar hanno deciso che il terrorismo è una grave minaccia e che sia imperativo che i due Paesi cooperino per combatterne la minaccia. Entrambi i Paesi hanno già formulato dichiarazioni comuni per combattere il terrorismo, e hanno formato gruppi di lavoro congiunti in questo settore cruciale. Shojgu ha invitato l’omologo indiano a partecipare alla 4.ta Conferenza Internazionale per la Sicurezza che si terrà a Mosca quest’anno. Shojgu e Parrikar hanno condiviso l’opinione che si devono evitare “doppi standard” nel combattere il terrorismo. Che si tratti della sicurezza dei propri territori, o problemi dell’estremismo in Cecenia o Kashmir, o della sicurezza delle rispettive società e culture multietniche e pluralistiche, Russia e India hanno molto da guadagnare dalla cooperazione congiunta. La conferenza internazionale sulla sicurezza può fornire a entrambi i Paesi un altro luogo per sviluppare un meccanismo multilaterale per contrastare tale flagello.

Esercitazioni congiunte
Esercitazioni militari congiunte sono un altro segno distintivo delle relazioni nella Difesa tra India e Russia. Le esercitazioni militari della serie Indra, ed altre esercitazioni congiunte, hanno facilitato lo scambio di esperienze tra le forze dei due Paesi. Shojgu ha invitato l’India a partecipare ai Giochi Militari Mondiali, ai concorsi ‘Tank Biathlon Championship‘ ed ‘Air Darts‘ che si terranno in Russia quest’anno. Tali esercitazioni aiuteranno le forze indiane alla prontezza al combattimento, e anche a condividere esperienze tra gli specialisti militari di entrambe le parti.

Russia, pilastro della forza dell’India
Il Primo Ministro Modi, durante l’incontro con Shojgu, ha ricordato il suo incontro con il presidente russo Vladimir Putin nel dicembre 2014, e ha definito la Russia ‘pilastro della forza’ e ‘principale partner della Difesa’ dell’India. Durante la visita di Putin fu firmata una serie di accordi tra i due Paesi, che avevano anche discusso di FGFA ed elicotteri militari. La produzione congiunta di elementi per la Difesa sarà significativa per il successo della campagna di Modi “Make in India“. Il BrahMos è un brillante esempio, a tal proposito, ma è necessaria progettazione e produzione congiunta di diversi articoli per la Difesa. A meno che gli accordi per la Difesa accelerino, si avrebbe una stagnazione e le relazioni ne soffrirebbero.

Modi in Russia: la via giusta
Modi visiterà la Russia quest’anno per partecipare al 7.mo vertice dei BRICS, e parteciperà anche al vertice bilaterale annuale. Mentre il vertice BRICS rafforza le relazioni sottolineando l’evoluzione dell’ordine mondiale multipolare, il vertice bilaterale vedrà nuovi accordi. Si prevede che allora l’accordo sul FGFA si concretizzerà. Sono anche attesi progressi nel caso degli elicotteri militari, dei progetti navali e dello sviluppo di un’agenda per la costruzione di altri reattori nucleari in India. Nel mondo competitivo, il mantra del successo comporta la risoluzione di differenze e la conclusione di accordi in un quadro reciprocamente vantaggioso. Altri Paesi, come Stati Uniti e Francia, sono in lizza nel rispondere alle necessità della Difesa dell’India. E’ probabile che nell’imminente visita del presidente degli USA Barack Obama, India e Stati Uniti firmino un accordo sulla Difesa. Ma la Russia non ha molto da perdervi, in quanto ha un rapporto secolare, strategico e di fiducia con l’India. India e Russia devono risolvere le differenze, approfondire la cooperazione tra i funzionari della Difesa e concludere gli accordi. La visita di Shojgu è un segno positivo e contribuirà ad accelerare al completo i rapporti nella Difesa tra India e Russia.

10712632_626030874194287_6954748997698606314_oTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Yemen: inizia l’offensiva degli Huthi

Aleksandr Orlov New Eastern Outlook 23/01/2015Yemen_division_2012-3-11.svgDa quando la situazione della sicurezza in Yemen s’è deteriorata ulteriormente a fine dicembre, il divario tra le principali forze politiche s’è ancor più approfondito, mentre i partiti politici hanno iniziato ad esprimere il desiderio di sostituire il presidente Abdrabuh Mansur Hadi, un leader privo di ogni reale potere politico. Tale tendenza è stata recentemente rafforzata da Washington, Londra e Riad dopo aver capito che non ha senso sostenere il presidente in carica. Allo stesso tempo, vi è l’ex-presidente Ali Abdullah Salah, che licenziò Mansur Hadi da vicepresidente e segretario generale dell’allora al potere Partito del Congresso Generale del Popolo. Salah ha recentemente incontrato un inviato speciale dell’Arabia Saudita che gli ha proposto di visitare il regno per ricevere cure mediche, ma Salah ha respinto l’offerta, ammettendo che ciò potesse essere un tentativo di trascinarlo fuori dal Paese. Quanto a Mansur Hadi, i suoi colloqui con gli Huthi si sono conclusi in modo disastroso, soprattutto su sicurezza e finanza. Il presidente yemenita ha rifiutato di nominare un rappresentante Huthi a capo dello Stato Maggiore alla guida del Ministero della Difesa, i cui uffici sono bloccati dai ribelli sciiti. Questa situazione è stata sfruttata da Ansar al-Sharia (ex-al-Qaida), che ha organizzato una serie di attacchi terroristici nel centro di Sanaa, dove numerosi leader degli Huthi risiedono. La situazione è stata ulteriormente aggravata dal fatto che numerosi manifestanti sono stati uccisi nei pressi del palazzo presidenziale, portando a scontri armati tra gli Huthi e una serie di tribù locali, nella periferia della capitale yemenita. In definitiva tutti questi sviluppi hanno portato a un serio confronto tra le forze Huthi e le tribù sunnite nel Governatorato di Marib, dove queste ultime sono fortemente supportate dai movimenti al-Islah (Fratelli musulmani) e Ansar al-Sharia sponsorizzati dall’Arabia Arabia. Il governatorato si trova a 10 chilometri a est di Sanaa, ed è il centro dell’industria del petrolio e del gas del Paese. Gli Huthi sono impegnati ad espandere l’area di influenza, cercando d’imporre il controllo sulle zone produttive principali. A metà gennaio gli Huthi inviarono una grande forza armata a Marib scontrandosi con più di 30 mila militanti dei gruppi tribali Shafi (sunniti) e guidati direttamente da al-Islah e Ansar al-Sharia. I sunniti riuscivano a disarmare la 62.ma Brigata dell’esercito, catturando numerosi carri armati e lanciarazzi multipli. In risposta gli Huthi hanno rafforzato le loro unità in questo settore, dato che vi si trovano le raffinerie di petrolio e gas, gli oleogasdotti per l’esportazione e due centrali termoelettriche che alimentano la capitale e il nord del Paese. Inutile dire che il possibile scontro ha messo in pericolo l’intera economia yemenita. A peggiorare le cose, le tribù sunnite, sapendo che avrebbero dovuto ritirarsi se gli Huthi lanciassero una grande offensiva, annunciavano l’intenzione di far saltare tutti gli impianti industriali che potevano raggiungere, che sono già sul punto di chiudere a causa del forte calo dei prezzi del petrolio.
In questa situazione il presidente decideva di ordinare al ministro della Difesa e al ministro degli Interni di tentare risolvere la questione con negoziati con tutte le parti coinvolte. Le autorità yemenite hanno anche espresso la volontà di cambiare il governatore di Marib e garantire la restituzione delle attrezzature militari catturate dalle tribù locali presso i depositi militari. Sembra che il governo sia riuscito a concordare la divisione dei territori tra Huthi e tribù sunnite, che dovrebbe essere garantita dalle forze governative. Ma il desiderio degli insorti sciiti di prendere il controllo dell’industria energetica del Paese è troppo allettante, dato che in pratica ciò significa ridistribuire le risorse in loro favore. Se il conflitto armato nel Governatorato di Marib esplodesse, dilagherebbe la guerra settaria in Yemen, come nel caso dell’Iraq. Mezzi politici non sono riusciti ad impedire alle armi di parlare. La mattina del 19 gennaio al Palazzo Presidenziale di Sanaa vi fu un pesante scontro a fuoco tra le unità della Guardia Nazionale, che ha il compito di proteggere il palazzo, e gli Huthi che usavano artiglieria e mitragliatrici pesanti. In seguito, continuando il tiro, le guardie del palazzo furono rinforzate da unità corazzate. In risposta gli Huthi inviarono altre unità dai governatorati settentrionali di Sada e Amran. In questa situazione il presidente Mansur Hadi convocava una riunione urgente delle élite del Paese. Nonostante l’intensità del fuoco si riducesse il giorno dopo, la schermaglie locali continuarono. Come risultato dello scontro, gli Huthi riuscivano a circondare completamente il Palazzo Presidenziale e a bloccare l’accesso alla residenza del presidente, ma tuttavia senza catturarlo. Lo scopo di Ansar Allah (l’ala militare della comunità Huthi) è costringere Mansur Hadi a modificare il progetto della nuova Costituzione stabilendo una nuova divisione amministrativa dello Yemen, che avrà solo 6 distretti. C’è anche la questione del controllo del Governatorato di Marib, dato che le controversie su di esso possono causare interventi militari. In cima a tutto questo, Ansar Allah ha accusato il presidente di collaborare con l’organizzazione terroristica Ansar al-Sharia e di promuovere la corruzione. In questa situazione, Stati Uniti e Gran Bretagna hanno cercato di organizzare un’iniziativa collettiva contro gli Huthi accusando il leader di Ansar Allah, Abdul-Maliq, d’infrangere la fragile pace. Ma improvvisamente i Paesi del CCG hanno protestato contro di essi, temendo che un’azione ostile contro gli Huthi possa ampliare i combattimenti e portare al tentativo di occupare Marib.
In ogni caso, la temporanea diminuzione delle tensioni è solo una breve pausa che consentirà agli Huthi di raggruppare le forze, mentre espandono con sicurezza la loro zona di influenza, quindi è assai improbabile che si fermino presto. Nuovi scontri armati sono in corso, principalmente nel Governatorato di Marib. E gli eventi hanno accelerato quando il 22 gennaio sera il presidente dello Yemen annunciava le dimissioni dopo un nuovo assalto dei ribelli sciiti alla sua residenza. Dopo le dimissioni. il presidente del Parlamento diveniva il capo di Stato provvisorio. Gli Huthi hanno salutato la decisione dell’ex-presidente. Mansur Hadi ha chiesto scusa al popolo dello Yemen per non aver saputo far uscire il Paese dalla crisi politica. Così gli Huthi hanno compiuto un ulteriore passo verso il controllo totale del Paese.

Aleksandr Orlov, politologo, esperto orientalista, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Saudi-Arabia

Le forze sciite Huthi nello Yemen cercano una maggiore rappresentanza
Salma Zribi, Boutros Hussein e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times 22 gennaio 2015

Le potenze del Golfo continuano a giocare la loro geopolitica nel Levante, Iraq, Africa del Nord e sempre più in certe parti dell’Africa centrale. Nonostante ciò, attualmente sembra che le forze sciite Huthi aumentino la presa sul potere a Sanaa. Questa realtà, proprio come la Siria indipendente che si rifiuta di cedere ai complotti di Golfo e NATO, è un’ulteriore prova che un processo diverso riguarda tutto il Medio Oriente. Pertanto, resta da vedere se una reazione taqfiri salafita nello Yemen sarà finanziata urgentemente dalle potenze del Golfo, per impedire che le dune mutino in questa nazione. La corruzione politica e l’emarginazione degli sciiti ha fatto sì che le tensioni del passato testimoniassero gravi tensioni. Ne risultarono diversi innocenti morti e l’ingerenza di nazioni come l’Arabia Saudita. In effetti, gli sciiti Huthi sostengono che gli intrighi politici interni siano volti a sottometterli utilizzando le forze di al-Qaida supportate dalle ratlines centralizzate a Sanaa. La BBC riferisce: “il presidente dello Yemen assediato ha raggiunto un accordo di pace con i ribelli sciiti Huthi che occupano i punti chiave della capitale Sanaa,… l’ufficio del presidente Abdrabuh Mansur Hadi ha detto che concessioni importanti sono state offerte ai ribelli, che hanno occupato il palazzo e circondato la sua residenza“. Abdul Maliq al-Huthi, il capo delle forze sciite Huthi, ha chiarito che non c’è un colpo di Stato attualmente. Tuttavia, ha dichiarato in televisione che molti politici yemeniti avevano alienato il popolo grazie agli imbrogli politici. The Independent afferma: “Huthi ha detto che il governo yemenita aveva abbandonato gli obiettivi dell’accordo nazionale del settembre dello scorso anno. L’indebolimento di Hadi, alto alleato degli Stati Uniti, mina gli sforzi di USA ed alleati per combattere il ramo yemenita di al-Qaida, che ha rivendicato la responsabilità dell’attacco a una rivista satirica di Parigi all’inizio del mese. Washington da tempo vede al-Qaida nella penisola arabica, o AQAP, come il ramo più pericoloso della rete del terrore globale. A New York, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha tenuto una riunione di emergenza sul caso“.
Scontri feroci erano scoppiati tra le forze governative e gli sciiti Huthi in prossimità del palazzo presidenziale. Eppure oggi sembra che le forze governative abbiano ristabilito la situazione o che forze politiche interne stiano minando l’attuale presidente. In entrambi i casi, è più che evidente che gli sciiti Huthi credono che il momento gli sia favorevole, e che cambiamenti possono essere fatti. Abdul Maliq al-Huthi ha dichiarato: “Il nostro movimento non ha intenzione di sradicare un qualsiasi potere politico. Siamo qui per servire il Paese e non per dominare il popolo yemenita”. Ha continuato affermando che: “La nostra ascesa sarà graduale se inizia l’attuazione del (non approvato) accordo. In caso contrario, tutte le opzioni sono aperte… seguiamo passi accurati. Non vogliamo che il Paese collassi“. Gli USA probabilmente attenderanno, ma resta da vedere che cosa faranno le potenze del Golfo. Il timore è che forze settarie saranno supportate da potenze regionali se il mutare delle dune sarà ritenuto contrario ai loro interessi. In altre parole, lo Yemen può essere ancora ostaggio di forze che favoriscono l’instabilità, piuttosto che l’equilibrio dei poteri dello Yemen.YEMENTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran pronto a un nuovo confronto con gli Stati Uniti, se non c’è altra opzione

Arkadij Dzjuba Strategic Culture Foundation 29/12/2014
Iran, Oman to hold joint naval drill in 2014: cmdr.Il 25 dicembre l’Iran ha iniziato una vasta esercitazione militare intitolata “Muhammad Rosulullah” (Muhammad Messaggero di Allah), dimostrando la capacità di respingere un attacco lanciato dal Golfo di Oman. L’esercitazione si svolge su una superficie di 2,2 milioni di chilometri quadrati dallo Stretto di Hormuz al confine con il Pakistan e al 1° parallelo nord nell’Oceano Indiano comprendendo alcune parti orientali e meridionali del territorio iraniano. Il comandante della Marina iraniana Contrammiraglio Hobibullah Sayari ha commentato dicendo che l’Iran non nutre piani aggressivi contro i confinanti e che la sua crescente potenza militare sarà utilizzata per la difesa degli interessi e del territorio nazionali. Ha sottolineato la disponibilità dell’Iran a garantire la sicurezza dell’Oceano Indiano settentrionale ad est dello Stretto di Hormuz e di avere esercitazioni congiunte con gli Stati confinanti, in futuro. La dichiarazione s’integra con la posizione ufficiale della leadership iraniana, che ritiene che i Paesi del Medio Oriente possano affrontare i problemi della sicurezza in modo indipendente e senza una presenza militare straniera. Le attività dell’Iran nella regione non sono limitate solo alle esercitazioni militari su larga scala. Teheran aumenta anche gli aiuti militari e di altro tipo all’Iraq in lotta contro il gruppo terroristico Stato islamico. Ali Yunessi, l’assistente speciale al presidente per le minoranze etniche e religiose in Iran, ha detto che l’Iran considera la sicurezza dell’Iraq propria. Il principio definisce la politica verso il prossimo. Questa estate l’esercito iracheno ha subito una sconfitta nella lotta ai militanti dello Stato islamico. Anche le unità di autodifesa peshmerga curde combattono gli islamisti, ma soprattutto perseguono obiettivi che hanno poco a che fare con l’integrità territoriale dell’Iraq. Le formazioni armate sciite hanno inflitto allo Stato islamico delle sconfitte in Iraq di recente. Sono l’unica forza su cui Haydar al-Abadi, il nuovo primo ministro dell’Iraq, può contare. Nello Yemen gli sciiti del gruppo ribelle al-Huthi (Partigiani di Dio) hanno avuto numerosi successi militari sulle forze governative. Ora avanzano dai governatorati (Muhafazah) di Sadah, Hajah e al-Jawf prendendo il controllo di gran parte di Sanaa, capitale della nazione, compresi gli edifici governativi, facendo dimettere il primo ministro yemenita Muhamad Salim Basindwa. Anche se gli Huthi non hanno alcuna rappresentanza nel nuovo governo, esercitano una forte influenza su esso e sulla situazione nel Paese in generale. L’Iran è il principale sostenitore del gruppo.
I colloqui sul nucleare sono il problema principale che definisce la politica estera iraniana. Vi sono state molte indicazioni sui media secondo cui un accordo globale USA-Iran è prossimo rendendo possibile la revoca delle sanzioni. In questo caso i Paesi non saranno più avversari. Ciò gli consentirebbe di compiere progressi nelle relazioni bilaterali. Potrebbero anche diventare quasi partner. Molti credono che l’emergere del comune nemico Stato islamico potrebbe ridurre le differenze e riavviare il rapporto magari rendendolo più stretto come ai tempi dello Shah. Tali speculazioni evocano grande preoccupazione tra molti attori del Medio Oriente, non importa quanto diversi siano per esempio Israele e Arabia Saudita. I suggerimenti secondo cui Stati Uniti e Iran si avvicinano al disgelo nelle loro relazioni si sono rafforzati il 24 dicembre quando i colloqui sul nucleare “big six” – Iran si avvicinavano alla scadenza. Non è così. Le differenze sono troppo ampie e i colloqui sul nucleare non si sono conclusi entro la data fissata, per estendersi fino a luglio 2015. Le sanzioni statunitensi continuano a rimanere in vigore e gli iraniani non fanno nulla per nascondere la loro frustrazione. Inoltre, in Iran è sempre più forte la sensazione che il calo del prezzo del petrolio non sia diretto solo contro la Russia, ma anche ad indebolire la posizione iraniana ai colloqui sul nucleare. Forse Washington ritiene che il calo del prezzo del petrolio con il fallimento alla tavola rotonda comporterebbe una frattura nella leadership iraniana, per esempio tra moderati come il Presidente Ruhani e il ministro degli Esteri Muhamad Javad Zarif, da un lato, e il leader spirituale dell’Iran Ali Khamenei, fortemente sostenuto dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran (IRGC) dall’altro. Le voci sulla frattura sono circolate sui media occidentali per molto tempo senza essere mai confermate. Inoltre, il Comandante in Capo del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, Generale Muhamad Ali Jafari, ha categoricamente negato tali speculazioni dicendo che erano il risultato di “operazioni psicologiche del nemico”. Secondo lui, il Presidente Ruhani si fida pienamente delle Guardie Rivoluzionarie. Senza dubbio, la dichiarazione del comandante delle Guardie Rivoluzionarie riecheggia le opinioni del leader spirituale iraniano.
Sembra che l’Iran cerchi di lasciare a Stati Uniti e altri Stati sapere se ha abbastanza carte vincenti nella manica. Gli eventi in Yemen ricordano agli statunitensi che gli sciiti vivono anche in diverse parti del Medio Oriente, per esempio nelle zone orientali dell’Arabia Saudita, dove si trovano i principali impianti di produzione di petrolio. Questo fatto può essere usato a vantaggio dell’Iran in diverse combinazioni geopolitiche. Semjon Bagdasarov, Direttore del Centro di Studi per il Medio Oriente e dell’Asia centrale (Russia), ha paragonato l’Arabia Saudita senza le sue province orientali a un deserto senza petrolio. I territori sunniti dell’Iraq ora sotto il controllo dello Stato islamico non hanno giacimenti di petrolio. Il controllo di questa parte dell’Iraq non comporta il profitto economico necessario per finanziare il costoso processo per minare la stabilità del Medio Oriente. L’Iran è seriamente intenzionato ad effettuare attacchi di precisione sui punti deboli individuati nel sistema di relazioni internazionali statunitense che trasforma i gruppi terroristici sotto bandiera islamica nel motore principale della destabilizzazione globale. Da un lato, gli Stati Uniti usano l’aeronautica per colpire lo Stato Islamico mentre, dall’altra parte, fanno grandi sforzi per eliminare tutti gli ostacoli sulla via islamista.
La comprensione reciproca tra Iran, Russia e Cina fermò l’offensiva degli Stati Uniti in preparazione contro la Siria nel 2013. Il rifiuto di Teheran nel rinunciare al programma nucleare in cambio delle vuote promesse statunitensi è una prova del fatto che gli iraniani hanno tratto le giuste conclusioni osservando il destino di Milosevic, Sadam Husayn e Muammar Gheddafi.

357285_Iran-Navy-ShipLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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