Le esercitazioni cino-tailandesi sfidano il contesto regionale

Christof Lehmann, Nsnbc 22 maggio 201682c28b3823c247398614510258ebb0dcCina e Thailandia avviano l’esercitazione militare congiunta Blue Sky 2016. La cerimonia di apertura s’è tenuta presso la base navale Sattahip di Chon Buri, Thailandia, presieduta dal Comandante della Royal Thai Navy Naris Prathumsuwan e dal Vicecomandante della Marina cinese Wang Hai. Blue Sky 2016 viene avviata nel contesto dello sviluppo di relazioni bilaterali più strette e di varie sfide interne, regionali e geopolitiche. Blue Sky 2016 riguarda l’addestramento congiunto in mare e terraferma, evacuazione da zone colpite da conflitti o danneggiate, così come operazioni antiterrorismo con particolare attenzione all’aiuto alla popolazione. Il Vicecomandante della Marina cinese Wang Hai detto che l’esercitazione mostra perseveranza e capacità delle Marine dei due Paesi nella lotta al terrorismo e nel mantenendo della pace nella regione. Il Comandante della Royal Thai Navy Naris Prathumsuwan da parte sua aveva detto che Blue Skye 2016 rafforza il solido rapporto tra Thailandia e Cina essendo volta ad accrescere la cooperazione tra le due forze attraverso la condivisione di conoscenze ed esperienze. Blue Sky 2016 è la terza del genere, dopo le esercitazioni congiunte Blue Strike 2010 e Blue Strike 2012. La base navale di Sattahip, dove si trova la base del Royal Thai Marine Corps, è la maggiore base navale della Thailandia.

La Thailandia si riorienta dopo la presa del potere dei militari nel 2014, ma resta la necessità della riforma costituzionale
thediplomat_2015-04-27_17-27-21-553x360 Le relazioni bilaterali tra Cina e Thailandia si sono ampliate e consolidate dal 2014, dopo che i militari tailandesi presero il potere dopo mesi di proteste contro il governo di Yingluck Shinawatra dove i manifestanti chiesero che il governo del partito Pheu Thai rispettasse la Costituzione. Alla fine del 2013 i manifestanti del movimento popolare PDRC iniziarono un’ondata di proteste chiedendo la riforma prima delle elezioni. All’inizio del 2014 il movimento ebbe il sostegno di molti coltivatori di riso della Thailandia. Le proteste portarono il Paese a uno stallo. I militanti armati “camicie rosse” del regime Shinawatra e le camicie nere legate al partito Pheu Thai, dall’altra parte, compirono un’ondata di attacchi terroristici contro i manifestanti prima che i militari intervenissero per evitare che il Paese andasse fuori controllo. La deposta premier Yingluck Shinawatra e il partito Pheu Thai ammisero apertamente che governavano il Paese per conto del latitante Thaksin Shinawatra dagli stretti legami con think tank ed alta finanza anglosassoni. Thaksin è ricercato per diverse accuse, tra cui corruzione e repressione che causò diversi decessi. Ammise apertamente sul New York Times che guidava la Thailandia via Skype. La Thailandia ha subito diversi passaggi “democratici” e prese del potere dei militari. I sostenitori della riforma costituzionale sottolineano che la Costituzione della Thailandia porta invariabilmente alla concentrazione del potere nelle mani di una piccola élite finanziaria e di partito, a prescindere da chi sia al potere. Il problema è in altre parole “sistemico”. Il prof. Dr. Amorn Chandarasomboon, ex-segretario generale del Consiglio di Stato della Thailandia, ha illustrato i problemi sistemici, affermando che un sistema veramente democratico deve avere le elezioni. I rappresentanti eletti devono poter svolgere i propri compiti in modo indipendente secondo coscienza e senza controllo esterno. La Costituzione della Thailandia permette l’autocrazia capitalistica nell’ambito di un sistema parlamentare per via di tali tre disposizioni.
1) un parlamentare dev’essere membro di un partito politico.
2) un partito politico può espellere un membro per aver disobbedito a una risoluzione del partito.
3) il primo ministro deve essere membro del Parlamento.
Amorn ha sottolineato che tale sistema politico consente a chi ha soldi di aver il potere assoluto nel governare il Paese come affare privato arrivando alla corruzione. L’amministrazione del generale Prayuth Chan-ocha e la Thailandia devono ancora rispondere all’esigenza della riforma costituzionale. Molti analisti ritengono che la questione se i problemi costituzionali e sistemici saranno affrontati o meno, deciderà se la Thailandia sfuggirà ai cicli di democrazia corrotta e nepotistica, proteste ed interventi dei militari. In particolare i governi statunitensi ed inglesi propagandano l’intervento militare come colpo di Stato mentre i media occidentali in genere descrivono il governo come “giunta militare”. I sondaggi tuttavia suggeriscono che la maggioranza dei cittadini thailandesi considera i militari un’importante istituzione nazionale ed indipendente, importante fattore di stabilizzazione. L’intervento militare del 2014 fu salutato da PDRC e altri sostenitori pro-riforma, dalla famiglia reale, dalla maggioranza della popolazione, dagli importanti Camera di Commercio e Board of Trade e dai dignitari buddisti e cattolici thailandesi. I sondaggi suggeriscono anche che la maggior parte della popolazione preferisce un più lungo passaggio per consolidare il Paese piuttosto che un ritorno immediato a un sistema democratico disfunzionale. Coi governi occidentali sempre più ostili verso la Thailandia, Bangkok ha incoraggiato la comunità d’affari e finanziaria ad utilizzare le opportunità date dall’apertura all’economia della Cina. La Thailandia, tuttavia, mantiene una posizione equilibrata facendo del suo meglio nei rapporti con Cina e ASEAN. Bangkok ha inoltre avviato progetti che mirano a una più stretta cooperazione con Russia, Bielorussia e la nuova Unione economica eurasiatica (UEE). La strategia tailandese mira ad equilibrio e relazioni amichevoli con tutti coloro realmente interessati a mantenere la sovranità nazionale. All’inizio dell’anno, per esempio, Bangkok abbandonava il progetto dei treni ad alta velocità cino-tailandese portando avanti da sola la costruzione delle infrastrutture ferroviarie previste. Bangkok ha sottolineato che non poteva essere d’accordo con le richieste cinesi sui diritti di sviluppo esclusivo del suolo lungo la ferrovia.

Denominatori comuni sul terrorismo
Cina e Thailandia si trovano ad affrontare sfide alla sicurezza simili dal terrorismo. Anche se non sono stati riferiti commenti ufficiali espliciti del Comandante della Royal Thai Navy Naris Prathumsuwan e del Vicecomandante della Marina cinese Wang Hai, è lecito ritenere che Blue Sky 2016 in parte affronti tali sfide. In particolare, la Cina è alle prese con gli insorti uiguri nel Xingjian. Nel 2015 la Thailandia espulse circa 100 uiguri per traffico di esseri umani. La rete degli uiguri implicati nel 2015 nell’attentato al santuario di Erawan che uccise 20 persone e ne ferì altre 120, fu processata a Bangkok. I terroristi uiguri dello Xinjiang cinese sono noti per i legami con i “Lupi Grigi” e i servizi d’intelligence turchi e della NATO. Le ONG uigure in Cina sono supportate anche da note facciate della CIA come il National Endowment for Democracy (NED). La Thailandia è tradizionalmente molto tollerante verso le religioni diverse dal buddismo Theravada e le comunità religiose. La Thailandia è, tuttavia, afflitta dal terrorismo islamista nelle regioni dall’alta percentuale musulmana, lungo le coste della penisola, di Trang, Krabi, Phuket, Ranong, Nakkon Si Thammarat e Surat Thani. Analisti della sicurezza, dei servizi di sicurezza e militari cinesi e tailandesi sono ben consapevoli della minaccia posta dal maggiore coinvolgimento degli islamisti nello Xinjiang, in Cina, e nel sud-ovest della Thailandia. Cioè dagli “islamisti”, da non confondere con i “musulmani”. Soprattutto dai precari legami tra islamisti e reti affiliate a “Lupi Grigi” turchi e Fratelli musulmani. Allo stesso modo, il maggiore coinvolgimento dei fondamentalisti sostenuti dai wahhabiti sauditi e delle restanti di reti di al-Qaida possono minacciare Thailandia, Myanmar e anche Cina. Va notato che i profughi rohingya dal Bangladesh e i loro campi profughi in Myanmar sono infiltrati dalla rete di al-Qaida nel Bangladesh, Haraqat-ul-Jihad-al-Islam (Huji) nota per essere infiltrate e gestita dai servizi d’intelligence di Bangladesh, Pakistan, Arabia Saudita ed altri che utilizzarono i “mujahidin” di al-Qaida contro le truppe sovietiche in Afghanistan. Infine, l’esercitazione congiunta cino-thailandese Blue Sky 2016 va vista nel contesto delle crescenti tensioni sulle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale. Anche se è improbabile che una guerra scoppi tra Cina e Stati Uniti, o tra Cina e uno degli alleati asiatici degli Stati Uniti, il rischio di una guerra asimmetrica per procura di 4.ta generazione è molto reale e implicherebbe Thailandia e confinanti Malaysia, Filippine e Indonesia.W020101021341399055302Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’istruttiva umiliazione degli USA nel Mar Cinese Meridionale

David P. Goldman, Asia Times 20 maggio 2016Ammettiamo piuttosto, come la gente d’affari dovrebbe, che abbiamo avuto una lezione e ci farà bene“, scrisse Rudyard Kipling nel 1902 dopo che i boeri umiliarono l’esercito inglese nella prima fase della Guerra Boera. Gli USA dovrebbero esprimere la stessa gratitudine verso la Cina che li ha umiliati nel Mar Cinese Meridionale. Esponendo la debolezza statunitense senza sparare un colpo, Pechino ha dato una lezione a Washington che la prossima amministrazione dovrebbe ricordare. L’anno scorso chiesi a un pianificatore del Pentagono ciò che gli USA avrebbero fatto con i missili antinave della Cina, che dovrebbero poter affondare una portaerei a un paio di centinaia di miglia dalle coste. Se la Cina negasse l’accesso alla marina statunitense sul Mar Cinese Meridionale, il funzionario rispose che possiamo fare lo stesso: convincere il Giappone a produrre missili antinave e a piazzarli nelle Filippine. Washington non si chiede se le Filippine vorrebbero affrontare la Cina. Il presidente Rodrigo Duterte spiegò l’anno scorso (come David Feith riporta sul Wall Street Journal), “Gli USA non morirebbero mai per noi. Se ad essi importava, avrebbero inviato le loro portaerei e fregate lanciamissili nel momento in cui la Cina iniziò la bonifica dei territori contesi, ma nulla di simile è accaduto… gli USA hanno paura di entrare in guerra. Ci conviene essere amici della Cina“. Non sono solo le Filippine a vedere l’ovvio. La Cina rivendica il sostegno di 40 Paesi alla sua posizione secondo cui le rivendicazioni territoriali sul Mar Cinese Meridionale dovrebbero essere risolte con negoziati diretti tra i singoli Paesi, piuttosto che davanti a un tribunale delle Nazioni Unite costituito ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, come vuole Washington. Una dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri di Cina, Russia e India, dopo l’incontro a Mosca il mese scorso, sostiene la posizione della Cina. La 7° Flotta è il peso che grava sul Mar Cinese Meridionale dalla Seconda guerra mondiale, grazie a un sistema d’arma che ha novant’anni ormai, la portaerei. Questo prima che la Cina schierasse il suo missile “antiportaerei” DF-21. L’ultima versione del missile, denominato DF-26, avrebbe una gittata di 4000 km. Le nuove tecnologie, tra cui laser e cannoni elettromagnetici, potrebbero sconfiggere i nuovi missili cinesi, ma una grande quantità di investimenti sarà necessaria per renderli operativi, secondo un rapporto di gennaio del Centro studi strategici ed internazionali.
T39 La nuova generazione di sottomarini diesel-elettrici varati dalla Germania nei primi anni ’80, inoltre, è abbastanza silenziosa da eludere i sonar. Sottomarini diesel-elettrici “affondarono” le portaerei statunitensi nelle esercitazioni della NATO. Anche senza missili antinave, per poter saturare le difese delle navi degli Stati Uniti, i sottomarini furtivi della Cina possono affondare le portaerei statunitensi e qualsiasi altra cosa che galleggia. Forse maggiore preoccupazione è data dalla prossima generazione di sistemi missilistici di difesa aerea antimissile ed antiaerei russi S-500 che renderebbero il caccia stealth statunitense F-35 obsoleto prima che diventi operativi. Scrivendo per The National Interest, Dave Majumdar avverte che i nuovi sistemi russi sono “così potenti che molti ufficiali degli Stati Uniti temono che gli aerei da guerra, anche invisibili come F-22, F-35 e B-2, abbiano problemi nell’affrontarli“. I funzionari del Pentagono ritengono che l’attuale generazione di missili antiaerei russi, incarnata dall’S-400, sia capace di superare le capacità d’inganno degli F-16. Una volta che la Russia ha schierato un paio di sistemi autocarrati S-400 in Siria, domina i cieli del Levante. Il Pentagono non vuole sapere quanto sia efficace. Il commentatore russo Andrej Akulov dettaglia la presunta superiorità dell’S-500, che sarà schierato il prossimo anno: “L’S-500 dovrebbe essere molto più potente dell’attuale S-400 Triumf. Per esempio, il tempo di reazione è di soli 3-4 secondi (in confronto, il tempo di reazione dell’S-400 è nove o dieci secondi). L’S-500 può rilevare ed attaccare contemporaneamente (anche se volano a una velocità di 8 km al secondo) dieci testate di missili balistici a 600 km di distanza che volano alla velocità di 8000 metri al secondo. Il Prometej può ingaggiare bersagli a quote di circa 200 km, tra cui i missili balistici in arrivo dallo spazio distanti 700 km”. Akulov conclude: “Non capita spesso che un’arma della difesa aerea relativamente poco costosa possa rendere obsoleto un miliardario programma per caccia. Questo è esattamente ciò che il sistema missilistico S-500 farà del nuovo nuovo caccia stealth statunitense F-35“. Cina e Russia hanno ridotto il divario tecnologico militare con gli Stati Uniti, e in alcuni casi li hanno probabilmente scavalcati. In passato, gli Stati Uniti risposero a tali circostanze (per esempio, il lancio dello Sputnik nel 1957) versando risorse sulla ricerca per la difesa presso laboratori nazionali, università e industrie private. Invece, Washington oggi spende la maggior parte del bilancio della difesa, in diminuzione, su sistemi che potrebbero non funzionare affatto. A un costo stimato di 1,5 trilioni di dollari, l’F-35 è il sistema d’arma più costoso nella storia degli USA. Anche prima che una miriade di problemi tecnici ne ritardassero il dispiegamento, i pianificatori del Pentagono avvertirono che l’aereo malconcepito avrebbe degradato le difese degli USA consumando la maggior parte del budget su ricerca e sviluppo del Pentagono. Un rapporto ancora classificato firmato da alcuni generali venne consegnato al presidente George W. Bush, a metà del secondo mandato, avvertendolo su tale funesto risultato. Bush l’ignorò. L’ex-ufficiale dell’aeronautica Jed Babbin dettagliò i difetti del velivolo sul Washington Times l’anno scorso, concludendo, “Il programma F-35 è un esempio di come le armi non vanno acquistate. Va fermato subito“.
Questi sono i fatti sul terreno (così come nell’aria e sul mare). Non sorprende che gli alleati degli USA in Asia vogliano un accordo con la Cina. Nulla di meno dello sforzo reaganiano per ripristinare il vantaggio tecnologico degli USA cambierà ciò.south-china-sea-u.s.-navyLe opinioni espresse in questa pagina sono dell’autore proprio e non riflettono necessariamente le opinioni di Asia Times.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia costruisce legami con gli scontenti alleati degli USA in Asia

Fornendo ai sud-est asiatici un modo di diversificare le relazioni estere riducendone la dipendenza politica dagli Stati Uniti
Salman Rafi Asia Times 20 maggio 2016 – Russia Insider1039912751Impercettibilmente, la Russia è certamente sulla buona strada per costruire relazioni positive, se non alleanze strategiche, nella regione che la circonda. Mentre l’occidente e i suoi forti alleati nella regione vedono la mossa come parte dell'”espansionismo” della Russia, altri la vedono come modo di controbilanciare la posizione degli Stati Uniti nella regione. Mosca fornisce a numerosi ex-alleati degli Stati Uniti la tanto necessaria alternativa per diversificare la politica estera. Questa diversificazione è visibile nella regione. Per esempio, Paesi come India e Afghanistan hanno iniziato a sostenere la posizione della Cina sul Mar Cinese Meridionale. L’impegno della Russia coi Paesi della regione implica, almeno in teoria, è molto meno dipendente dagli Stati Uniti e dal loro fragile impegno alla sicurezza, impegno cui Washington non ha aderito in Medio Oriente. Al contrario, l’alternativa russa sembra avere un potenziale enorme dato che arriva sotto forma di cooperazione statale e bilaterale, anche attraverso le organizzazioni regionali. La Russia ha intenzione di tenere il suo versione Russia-ASEAN ed ha anche in programma un’estesa cooperazione con ASEAN, Unione Eurasiatica economica (EEU) e Shanghai Cooperation Organization (SCO). Dettagli sulle “consultazioni” tra questi gruppi regionali è probabile emergano dopo gli incontri. Alcuni Paesi regionali, come le Filippine, sono già protesi verso questa idea. Parlando a Mosca il 13 maggio, l’ambasciatore delle Filippine in Russia Carlos Sorreta ha detto: “Gli attributi di questa cooperazione riflettono la possibile partnership strategica, ma richiedono un lavoro sodo per riunire persone ed istituzioni“. L’ASEAN è di per sé un enorme mercato. La Russia vi vede l’opportunità di espandersi economicamente. L’ASEAN è una delle organizzazioni internazionali di maggior successo al mondo che riunisce 604 milioni di persone che producono oltre 2 miliardi di dollari di PIL. E’ un luogo in cui tre degli Stati più potenti del mondo, Stati Uniti, Cina e Russia, competono per l’influenza negli ultimi tre decenni. L’impegno della Russia con l’ASEAN e il suo entusiasmo per la cooperazione regionale e sovra-regionale hanno forti fondamenti economici e strategici. Sulla cooperazione economica, interessa il recente accordo tra Russia, Iran e Azerbaigian per creare un Corridoio nord-sud lungo il Mar Caspio, che probabilmente trasformerà le economie dell’Eurasia dalla Russia all’associata allo SCO India. Il corridoio collegherà alcune delle maggiori città del mondo, come Mumbai, Mosca e Teheran al porto sul Caspio di Bandar Anzali in Iran e da lì al porto russo di Astrakhan, alla foce del fiume Volga. Il corridoio in ultima analisi, collegherà India, Iran e Azerbaigian a Paesi e mercati dell’UEE comprendente Armenia, Russia, Kazakistan, Kirghizistan e Bielorussia.
Dal punto di vista strategico, vi è la cooperazione militare e i responsabili politici russi vi danno notevole importanza. Alla prima riunione dei ministri della Difesa della Russia-ASEAN di aprile 2016, il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu ha detto: “Ci concentriamo sull’espansione dei contatti coi Paesi ASEAN in modo bilaterale. A questo scopo, una serie di incontri coi ministri della Difesa degli Stati dell’associazione è in programma, nel corso della quale la cooperazione militare e tecnico-militare sarà discussa in particolare“. La finestra per la cooperazione militare tra Mosca e alcuni alleati scontenti degli Stati Uniti, come la Thailandia, si è già aperta. Il Primo ministro thailandese Prayuth Chan-Ocha ha proposto una visita a Mosca a maggio, nel tentativo di ridurre la tradizionale dipendenza della Thailandia dagli Stati Uniti. Materiale militare russo può essere visto in Thailandia. Elicotteri Mi-17 russi cominciano a sostituire i Blackhawk degli Stati Uniti. Il vecchio arsenale tailandese di carri armati statunitensi M-60, M-48 e M-41 potrebbe presto essere sostituito dai T-90 russi. L’influenza degli Stati Uniti nella regione è sempre più messa in discussione, se non sostituita, per via dei propri interventi nelle questioni politiche interne degli alleati nella regione in nome della “democrazia” o della protezione dei “diritti umani”. È un dato di fatto che le prospettive di un’estesa cooperazione tra Thailandia e Russia abbiano ravvivato, involontariamente forse, la pessima politica di Stati Uniti e Unione europea verso la Russia. Mentre la Thailandia è da tempo obiettivo dell’interventismo degli Stati Uniti, la Russia è stata costretta a guardare verso la Thailandia per le importazioni agricole a causa principalmente delle sanzioni USA-UE imposte a Mosca a seguito del conflitto in Ucraina. Offrendo ai Paesi cose da cui tradizionalmente dipendevano dagli Stati Uniti, la Russia cerca di costruire una rete di relazioni che consenta ad essa e agli Stati membri dell’ASEAN di operare in modo relativamente indipendente dagli Stati Uniti. Per la Russia, almeno l’indipendenza da Stati Uniti e UE sulle importazioni le consentirebbe di perseguire i propri obiettivi e proteggere i propri interessi in Europa e Medio Oriente in modo più aggressivo. Pragmatici per come appaiano, questi sviluppi possono portare a risultati che tratterrebbero o limiterebbero l’influenza degli Stati Uniti, se non ad eliminarla del tutto, in misura tale che gli Stati Uniti potrebbero trovarsi incapaci di operare coi loro tradizionali metodi di dominio e coercizione diplomatica.1039807125Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ritorno del Sol Levante. La nuova ascesa militare del Giappone

Del giornalista di Le Monde e docente in varie università di Parigi Edouard Pflimlin, il libro è dedicato a ciò che ha chiama “Nuova ascesa militare del Giappone”.
Edouard Pflimlin, Parigi, Ellipses, 2010, p. 222, € 19,50

Stéphane Mantoux, Clio, 1 novembre 2010

29053808_6654026La politica della Difesa del Giappone dopo la capitolazione del 1945 si basa su una premessa del tutto opposta a quella che prevalse nel periodo precedente. All’espansionismo militare aggressivo con cui il Giappone cercava materie prime e aree necessarie per il suo sviluppo, seguì una posizione difensiva, quando la conquista avviene attraverso il soft power, cioè nel campo economico e culturale. La Difesa era il cuore della politica giapponese tra il 1931 e il 1945, ma divenne secondaria nel Giappone post-bellico. La società degli anni ’30 era in gran parte controllata dai militari: l’esercito post-seconda guerra mondiale è strettamente controllato dal potere civile, in un mondo dove il pacifismo prevale. Da nemici implacabili fino alla resa del 2 settembre 1945, gli Stati Uniti divennero all’improvviso alleati importanti e indispensabili dell’Impero del Sol Levante Tali fattori sembrano quindi indurre una profonda frattura tra la politica della Difesa giapponese prima del 1945 e quella dopo. Ma guardando più da vicino, vi sono alcune continuità. La presenza principale è l’imperativo della sopravvivenza del Giappone: un territorio in posizione strategica ma senza profondità strategica per la difesa. Inoltre: la presenza di una vasta popolazione su una piccola area ne provoca la forte dipendenza dall’estero (di alimentari immediatamente dopo il 1945, per esempio, oggi dal petrolio). Per garantirne la sopravvivenza, riducendo al minimo costi e rischi della difesa, il Giappone scelse dal 1945 di sviluppare forze limitate nascondesi sotto l’ombrello protettivo degli Stati Uniti. Da qui l’autore cerca di rispondere alle seguenti domande: qual è il livello delle forze di difesa? Che ruolo giocano? Il Giappone è in un processo di rimilitarizzazione?Scagliona le risposte in ordine cronologico, corrispondenti alle quattro fasi che secondo lui la politica della Difesa del Giappone ha attraversato dal 1945.
“La rinascita dell’esercito sotto l’ombrello statunitense (1945-1960)”: paradossalmente, infatti, gli statunitensi avviarono la smilitarizzare il Giappone, della sua società e del suo quadro politico. L’articolo 9 della nuova costituzione del Paese, adottata nel 1946-1947, il Giappone vieta l’uso della guerra per risolvere le controversie internazionali. Ma ben presto, con l’ascesa di ciò che sarebbe diventata la guerra fredda, gli statunitensi furono costretti a riconsiderare tale politica. E lo scoppio della Guerra di Corea il 25 giugno 1950 decise che gli Stati Uniti iniziassero il riarmo giapponese. La Polizia della Riserva Nazionale fu creata, base per la formazione del nuovo esercito. Nel 1951, il Giappone firmò un trattato di sicurezza con gli Stati Uniti mitigando le disposizioni dell’articolo 9 della Costituzione. Una legge sull’Agenzia di Sicurezza Nazionale fu adottata nel 1952 stabilendo il quadro per le nuove forze armate, ufficialmente create nel 1954 come Forze di Autodifesa (SDF) strettamente controllate dal potere politico civile. I due pilastri della difesa giapponese sono l’alleanza con gli USA, forte del nuovo trattato del 1960 che impegnava di più gli Stati Uniti nella difesa del Giappone, e le SDF che già contavano più di 200000 uomini.
“SDF e sviluppo ed evoluzione dei concetti della difesa (1960-1976)”: il Giappone iniziò poi una politica di riarmo delle SDF con materiale conseguente, sempre più sofisticato. Tuttavia, le quote di effettivi per le varie armi delle SDF non furono mai completate: si era a corto di personale. Lo sforzo per la difesa rispetto alla ricchezza nazionale era modesto, ben al di sotto ad esempio della Repubblica federale tedesca, un’altra sconfitta nel 1945. L’industria delle armi rinacque timidamente e principalmente all’inizio produceva equipaggiamenti degli Stati Uniti su licenza, prima di iniziare a sviluppare prodotti originali. Ma l’industria restava marginale nell’economia giapponese. Il ruolo delle SDF fu all’inizio resistere il più a lungo possibile contro una possibile invasione (ritenuta sovietica o cinese) in attesa dei rinforzi degli USA. Le forze di terra furono concentrate sull’isola di Hokkaido, ritenuta la più esposta. Con il cambiamento di strategia degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam, il Giappone ne fu interessato dovendo contare meno sulla potenza statunitense e mutando politica di difesa. I documenti ufficiali sottolineano di più la ricerca di un’autonomia militare e la protezione delle rotte marittime, non interessate dal trattato con gli Stati Uniti. Con la graduale parità militare raggiunta tra le superpotenze negli anni ’70, il Giappone adottò un programma di difesa nel 1976 che, per la prima volta, previde di respingere più a lungo aggressioni esterne. L’obiettivo delle SDF in quel contesto era acquistare prodotti più efficienti per sostenere una difesa maggiore in caso di conflitto. Con la ratifica del Trattato di non proliferazione nucleare, nello stesso anno, il Giappone escluse dal quadro le armi atomiche.
“Le contrastate ambizioni all’indipendenza (1976-1992)”, si criticò il sistema di difesa giapponese, mentre le minacce estere divennero più chiare assieme alle richieste degli Stati Uniti al Giappone di sostenere ulteriormente la propria difesa. Le critiche interne erano dovute ai vertici delle SDF che consideravano le proprie forze inadeguate a respingere un attacco sovietico. E tanto più che il sistema sovietico nel Pacifico migliorava notevolmente tra la fine degli anni ’70 e la caduta dell’URSS; inoltre, l’arrivo nel 1976 di un pilota sovietico disertore a bordo di un MiG-25 Foxbat, senza precedenti per gli occidentali, su un aeroporto in Giappone, evidenziò i difetti nella difesa aerea del Paese. Su questi problemi, in particolare l’aspetto concreto della minaccia sovietica, i giapponesi mutarono opinione fino a poco prima indifferenti od ostili alla difesa e al ruolo delle SDF. Tutti i partiti politici, tranne il partito comunista, riconobbero la necessità delle SDF e del trattato con gli Stati Uniti. Il Giappone, su richiesta dell’amministrazione Reagan, aumentò l’impegno finanziario per la difesa e iniziò una politica d'”internazionalizzazione” per sottolineare i suoi legami con il campo occidentale (supporto agli Stati Uniti durante la crisi dei missili europei per esempio, nel 1983). Il Paese supportò anche il trasferimento di tecnologia a favore degli Stati Uniti in campo militare. Questa ascesa militare del Giappone avviene tra tensioni per l’aumento delle forze sovietiche, loro miglioramento nel Pacifico e per il contenzioso sulle isole Curili occupate dal 1945 dall’URSS. Due altre minacce crebbero nel ’80: la Cina che cominciava la politica di apertura economica e una timida modernizzazione militare, e in particolare la Corea democratica che cercava di sviluppare armi atomiche. Nel 1991, il bilancio della difesa giapponese salì al 6 posto nel mondo, ma rimase relativamente piccolo rispetto alla ricchezza del Paese. L’esercito giapponese rimane di piccole dimensioni e non ha alcuna vera forza a causa delle limitazioni imposte. Il concetto di autodifesa, però, fu rivisto soprattutto nel campo aeronavale, rispondendo alle nuove esigenze del momento. Inoltre, il Giappone affrontava gli Stati Uniti, negli anni ’80, con una competizione economica, per non parlare della rinascita del nazionalismo giapponese che si manifestava con dichiarazioni controverse sul recente passato e in alcuni libri di testo. Parte dei giapponesi riteneva giusta anche una maggiore autonomia dall’alleato statunitense. Gli Stati Uniti, in risposta, bloccarono qualsiasi tentativo dei giapponesi di sviluppare una troppo sofisticata tecnologia militare, così da mantenerne la dipendenza dai trasferimenti tecnologici o di materiale. Il Giappone diventa una potenza economica mondiale, anche se difficilmente vuole uscire dal sistema di difesa tradizionale imposto nel 1945: la partecipazione non effettiva alla guerra del Golfo fu fortemente criticata dagli Stati Uniti. Perciò il Giappone permise ai suoi soldati di contribuire alle missioni di pace delle Nazioni Unite nel giugno 1992. L’alleanza con gli Stati Uniti continua, ma in un contesto diverso, con la fine della guerra fredda e la caduta dell’URSS.
“Un esercito più internazionalizzato e più attivo (1992-2010)”, i soldati giapponesi furono coinvolti in alcune missioni delle Nazioni Unite (Cambogia, Timor Est), ma ciò rimase trascurabile. Tuttavia, il Giappone entrò nella guerra al terrorismo dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001: la flotta giapponese e una parte dell’aeronautica fornirono supporto logistico alle operazioni in Afghanistan, assai controverse nel Paese. Un contingente di diverse centinaia di uomini fu poi schierato in Iraq tra il 2004 e il 2007, prima di essere ritirato. Questi impegni dimostrano che il Giappone cerca di dare esperienza operativa alle SDF, integrandole di più nel sistema di comando degli Stati Uniti. Lo tsunami del 2004 nel Sud-Est asiatico vide l’intervento delle SDF con una missione non militare. Tali operazioni almeno inizialmente ebbero il sostegno dell’opinione pubblica. Una forza di reazione rapida venne creata nel marzo 2007 per affrontare qualsiasi evenienza. Il Giappone rafforzava anche i legami con gli Stati Uniti per contrastare la minaccia immediata, la Corea democratica con armi nucleari e che effettuava lanci missilistici regolari o incursioni navali nelle acque giapponesi. Un’altra minaccia crescente era quella della Cina, con cui le rivendicazioni sulla ZEE sono molto vivaci, mentre la Russia riapparve a nord del territorio giapponese. Il Giappone è ancora un’importante base degli USA nel Pacifico e collabora strettamente con essi nella difesa missilistica: aveva già partecipato alle “Star Wars” dell’amministrazione Reagan. Ma aveva anche sviluppato stretti legami con altri Paesi della regione del Pacifico come l’Australia.
siberie_chine_japon “Rimilitarizzazione” parziale e limitata da numerosi vincoli: Quali sono le recenti tendenze della difesa giapponese? Le SDF sono state modernizzate, hanno equipaggiamenti sempre più migliorati, sviluppano forze di proiezione e creano unità adattate alla difesa contemporanea (forze speciali, dispositivi contro minacce terroristiche, protezioni NBC, ecc). Il Giappone quindi rientra nella “rivoluzione negli affari militari” sostenuta da alcuni negli Stati Uniti. La minaccia coreana spinge a chiedere altri equipaggiamenti offensivi, anche se il Giappone mostra capacità di risposta a lungo raggio partecipando alla task force della lotta alla pirateria somala (aprile 2009). Un contingente delle SDF ha partecipato anche alle operazioni di soccorso del terremoto di Haiti (gennaio 2010). Tuttavia, il pubblico giapponese rimane ostile al dispiegamento di truppe nelle zone di guerra. Eppure la difesa giapponese cambia con la creazione di un vero ministero nel 2006 sostituendo l’Agenzia della Sicurezza Nazionale, segnando la fine del controllo dei civili sui militari. Il Giappone cerca anche di distinguersi dagli Stati Uniti e cerca un’alleanza più equilibrata: la questione del mantenimento delle basi degli Stati Uniti sul suolo giapponese, soprattutto ad Okinawa, resta molto sensibile anche se il Paese ha terminato l’appoggio logistico alla coalizione in Afghanistan nel gennaio 2010. Tuttavia, contribuisce finanziariamente, in un altro modo, a ricostruire il Paese. Ma il Giappone inoltre sviluppa propri satelliti per liberarsi dalla dipendenza degli Stati Uniti. Tuttavia, diversi fattori limitano la ricerca dell’autonomia: la posizione geografica del Giappone, le tensioni con la Russia per le isole Curili e quelle sulle acque territoriali con la Corea del Sud e la Cina. Inoltre, l’opinione giapponese verso la difesa è in continua evoluzione, come sul nucleare, in particolare dopo il test della Corea democratica nel 2006. Ma l’arrivo di un governo alternativo nel 2009 con la vittoria del Partito Democratico ha ristretto il bilancio delle SDF: la difesa non è la priorità dell’allora nuovo governo. L’articolo 9 della Costituzione ostacola lo sviluppo delle SDF e la loro missione, ed è improbabile che sia rivisto anche se c’è il problema dell’invecchiamento della popolazione giapponese, un altro vincolo per le dimensioni delle Forze Armate del Paese. Il Giappone dovrebbe mantenere l’alleanza con gli USA per affrontare le sfide.
In conclusione, l’autore sottolinea che il Giappone ha rafforzato il potenziale militare, ma è ancora lungi dall’essere una potenza militare, limitata da vincoli istituzionali, politici, economici, ecc. Il termine “militarizzazione” del Giappone si presta a discussioni, come è chiaro. L’alleanza degli Stati Uniti rimane di vitale importanza per il Paese, ma non impedisce che venga messo in discussione. Un’inversione delle alleanze verso la Cina, con cui il Giappone condivide interessi comuni, non è esclusa, secondo alcuni specialisti.
L’analisi è solida ma si basa principalmente su fonti grezze, documenti ufficiali, atti normativi o dichiarazioni politiche: A volte, la storia soffre perché la lettura di tali commenti può essere ridondante. Se ci sono numerose tabelle statistiche, dispiace non vedere mappe nel libro, mentre il soggetto lo richiede. Alcuni aspetti, come ad esempio i materiali utilizzati dall’esercito giapponese, meritano maggiore studio. In ultima analisi, è un libro introduttivo che richiedere l’integrazione da letture supplementari, che non mancano (in francese) essendo molte altre opere pubblicate negli ultimi due anni sullo stesso tema. Si noti inoltre che l’editore non ha fatto alcuno sforzo speciale editoriale e di correzione delle bozze (molti errori di ortografia e di battitura, ecc): è un peccato, perché ne danneggia la qualità complessiva.Flag_of_JSDF(20070408)Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Myanmar di Suu Kyi si allontana dagli USA

MK Bhadrakumar Indian Punchline 11 maggio 20163057cffcb65b4843a04b9ebef6f43eb6_18Quando un vecchio amico e collega ambasciatore in Myanmar m’inviò a novembre l’intervista di Aung San Suu Kyi al Washington Post, ne fui sbalordito. Il colloquio smentiva la valutazione comune di Suu Kyi nel nostro Paese come creazione dell’occidente contro il ventre molle della Cina. Nell’intervista, Suu Kyi di punto in bianco si rifiutava di accreditare agli Stati Uniti i successi nella promuovere la democrazia. Ha sottolineato che l’interesse del Myanmar sarà perseguito con politiche non allineate, differenziando inoltre la posizione del Myanmar sul problema del Mar Cinese Meridionale, sottolineando l’importanza delle relazioni con la Cina. (Washington Post) Nella visione strategica indiana, un pio desiderio spesso si tramuta in ipotesi. Il punto è la rivalità intensa con la Cina, prisma dei pandit indiani, che porta ad avere idee sbagliate su Suu Kyi dipendente dal sostegno degli Stati Uniti per la propria sopravvivenza politica. (Times of India)
Finiamo dritto nel complotto? Data la “situazione unipolare” degli esperti indiani, spesso attribuiscono un’influenza agli Stati Uniti più grande che negli altri Paesi. Anche le lezioni dell’Afghanistan non sono state apprese correttamente, cioè, non ci sono limiti al potere degli Stati Uniti. In realtà, vi sono sempre più indicazioni sull’emerge di un attrito latente tra Washington e Suu Kyi, dove gli Stati Uniti cercano d’imporsi su di lei. Il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti in Myanmar ha sfidato apertamente il consiglio dal Ministero degli Esteri (guidata da Suu Kyi) a non riferirsi al problema dei rohingya. (Guardian) In effetti, il problema dei rohingya è estremamente consequenziale per l’India, perché nella stragrande maggioranza dell’opinione in Myanmar il problema è legato alla grande migrazione illegale di musulmani dal Bangladesh e non riguarda una questione etnica o una minoranza perseguitata. Ora, con il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti che solleva un polverone sul problema rohingya sul piano diplomatico, il New York Times ha scritto un editoriale rabbioso contro l'”atteggiamento vile” di Suu Kyi. The Times è sempre stato indicativo, facendo capire che il vero problema qui è Suu Kyi: “Alla fine, la ragione per cui Aung San Suu Kyi non vuole che gli statunitensi dicano “rohingya” non ha molta importanza. Ciò che conta è che una donna il cui nome è stato sinonimo di diritti umani per una generazione, una donna che ha mostrato coraggio inflessibile di fronte al dispotismo, ha continuato la politica del tutto inaccettabile dei governanti militari che ha sostituito… La sua aura era un fattore centrale nel reinserimento del Myanmar nella comunità mondiale… ma già vi sono appelli dai gruppi per i diritti umani negli Stati Uniti al presidente Obama per rinnovare le sanzioni contro il Paese entro il 20 maggio“. (New York Times) Il Los Angeles Times è stato più esplicito nel raccomandare che “il governo degli Stati Uniti mantenga almeno alcune regole per gli investitori e le sanzioni contro il Myanmar che dovrebbero scadere a fine mese, in particolare quelle che richiedono alle aziende statunitensi attive in Myanmar di riferire sugli sforzi per garantire che i diritti umani e del lavoro siano mantenuti, e di non fare accordi con i cittadini denunciati per violazioni dei diritti umani“. (LA Times)
Gli Stati Uniti puntano a modificare l’obiettivo delle sanzioni. Nel frattempo, Wall Street Journal citava il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti in Myanmar dire che “Washington non è pronta a togliere tutte le sanzioni contro il Myanmar, in attesa di progressi su questioni come i diritti umani“. (WSJ) Evidentemente, la questione centrale qui è la politica di Suu Kyi verso la Cina. La pressione degli Stati Uniti avviene proprio quando Suu Kyi è chiamata a decidere sui programmi cinesi in stallo nel Myanmar. (Si trova di fronte alla stessa situazione che nello Sri Lanka Ranil Wickremesinghe ha affrontato). Suu Kyi si piegherà alla pressione statunitense? Pechino sembra ragionevolmente fiduciosa a che Suu Kyi in ultima analisi, decida per il meglio nell’interesse del suo Paese, come nello Sri Lanka fece infine il Primo ministro Ranil Wickremesinghe. (Global Times) Tutto questo è importante in un momento in cui Nuova Delhi deve capire il proprio approccio verso il governo di Suu Kyi. Il ministro degli Esteri Sushma Swaraj doveva visitare il Myanmar la scorsa settimana, ma ha avanzato cause di salute. L’India ha interessi vitali in gioco, che rende imperativo essere alleata amichevole, cooperativa e reattiva con Suu Kyi, non importa la disillusione dello Zio Sam su di lei. La linea di fondo è che l’India dovrebbe avere una politica estera indipendente verso il Myanmar.

Myint Swe

Myint Swe

Il Parlamento del Myanmar approva l’accordo di cooperazione militare con la Russia
Sputnik, 11/05/2016

Secondo i media, la camera bassa del parlamento del Myanmar ha approvato un accordo sulla cooperazione militare con la Russia, su richiesta delle Forze Armate.

La camera bassa del parlamento del Myanmar, Pyidaungsu Hluttaw, ha approvato un nuovo accordo sulla cooperazione militare con la Russia su richiesta delle Forze Armate, secondo i media locali. La proposta del Ministero della Difesa è stata adottata dal Parlamento senza obiezioni, secondo il Myanmar Times. Il Viceministro della Difesa del Myanmar Maggior-Generale Myint Nwe ha detto che i due Paesi hanno una lunga cooperazione militare ed altri accordi probabilmente seguiranno. A fine aprile, il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu aveva detto che la Russia prevede di rafforzare la cooperazione bilaterale con l’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN) i cui Paesi membri sono Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore, Thailandia, Brunei, Cambogia, Laos, Myanmar e Vietnam.013Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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