La visita di Shojgu rafforza i legami India-Russia nella Difesa

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 24 gennaio 2015

La recente visita del Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu a Nuova Delhi ha impresso un nuovo impulso ai forti legami nella Difesa tra India e Russia e prepara il terreno all’incremento degli accordi sulla Difesa.635574300612807558-DFN-India-RussiaLe relazioni India-Russia nella Difesa sono state nuovamente esaltate dall’ultima visita del Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu a New Delhi. Shojgu ha partecipato alla 14.ma riunione della Commissione intergovernativa per la cooperazione militare e tecnica, e ha incontrato il Primo ministro indiano Narendra Modi e il Ministro della Difesa Manohar Parrikar. Cli incontri hanno sottolineato l’urgenza delle sinergie nei rapporti nella Difesa. I ministri della Difesa di India e Russia hanno concordato l’accelerazione della risoluzione di questioni relative alla Difesa, risolvere i problemi e accelerare la finalizzazione del contratto per il Fifth Generation Fighter Aircraft (FGFA). Hanno inoltre discusso la produzione congiunta di elicotteri militari. L’India è particolarmente interessata agli aerei da combattimento, che secondo fonti dovrebbe investire 5,5 miliardi di dollari inizialmente, ma il costo finale potrebbe essere di circa 25 miliardi di dollari. Vi sono strozzature relative a progettazione e consegna, e si spera che l’accelerazione concluda il contratto. La Russia è il maggiore fornitore dell’India di prodotti per la Difesa, e nel 2013 ha esportato armi e attrezzature militari per 4,78 miliardi di dollari al partner strategico. Dall’indipendenza dell’India, la Russia è un solido fornitore di prodotti per la Difesa dell’India, e l’ha aiutata nei momenti difficili.

Cooperazione antiterrorismo
Shojgu e Parrikar hanno deciso che il terrorismo è una grave minaccia e che sia imperativo che i due Paesi cooperino per combatterne la minaccia. Entrambi i Paesi hanno già formulato dichiarazioni comuni per combattere il terrorismo, e hanno formato gruppi di lavoro congiunti in questo settore cruciale. Shojgu ha invitato l’omologo indiano a partecipare alla 4.ta Conferenza Internazionale per la Sicurezza che si terrà a Mosca quest’anno. Shojgu e Parrikar hanno condiviso l’opinione che si devono evitare “doppi standard” nel combattere il terrorismo. Che si tratti della sicurezza dei propri territori, o problemi dell’estremismo in Cecenia o Kashmir, o della sicurezza delle rispettive società e culture multietniche e pluralistiche, Russia e India hanno molto da guadagnare dalla cooperazione congiunta. La conferenza internazionale sulla sicurezza può fornire a entrambi i Paesi un altro luogo per sviluppare un meccanismo multilaterale per contrastare tale flagello.

Esercitazioni congiunte
Esercitazioni militari congiunte sono un altro segno distintivo delle relazioni nella Difesa tra India e Russia. Le esercitazioni militari della serie Indra, ed altre esercitazioni congiunte, hanno facilitato lo scambio di esperienze tra le forze dei due Paesi. Shojgu ha invitato l’India a partecipare ai Giochi Militari Mondiali, ai concorsi ‘Tank Biathlon Championship‘ ed ‘Air Darts‘ che si terranno in Russia quest’anno. Tali esercitazioni aiuteranno le forze indiane alla prontezza al combattimento, e anche a condividere esperienze tra gli specialisti militari di entrambe le parti.

Russia, pilastro della forza dell’India
Il Primo Ministro Modi, durante l’incontro con Shojgu, ha ricordato il suo incontro con il presidente russo Vladimir Putin nel dicembre 2014, e ha definito la Russia ‘pilastro della forza’ e ‘principale partner della Difesa’ dell’India. Durante la visita di Putin fu firmata una serie di accordi tra i due Paesi, che avevano anche discusso di FGFA ed elicotteri militari. La produzione congiunta di elementi per la Difesa sarà significativa per il successo della campagna di Modi “Make in India“. Il BrahMos è un brillante esempio, a tal proposito, ma è necessaria progettazione e produzione congiunta di diversi articoli per la Difesa. A meno che gli accordi per la Difesa accelerino, si avrebbe una stagnazione e le relazioni ne soffrirebbero.

Modi in Russia: la via giusta
Modi visiterà la Russia quest’anno per partecipare al 7.mo vertice dei BRICS, e parteciperà anche al vertice bilaterale annuale. Mentre il vertice BRICS rafforza le relazioni sottolineando l’evoluzione dell’ordine mondiale multipolare, il vertice bilaterale vedrà nuovi accordi. Si prevede che allora l’accordo sul FGFA si concretizzerà. Sono anche attesi progressi nel caso degli elicotteri militari, dei progetti navali e dello sviluppo di un’agenda per la costruzione di altri reattori nucleari in India. Nel mondo competitivo, il mantra del successo comporta la risoluzione di differenze e la conclusione di accordi in un quadro reciprocamente vantaggioso. Altri Paesi, come Stati Uniti e Francia, sono in lizza nel rispondere alle necessità della Difesa dell’India. E’ probabile che nell’imminente visita del presidente degli USA Barack Obama, India e Stati Uniti firmino un accordo sulla Difesa. Ma la Russia non ha molto da perdervi, in quanto ha un rapporto secolare, strategico e di fiducia con l’India. India e Russia devono risolvere le differenze, approfondire la cooperazione tra i funzionari della Difesa e concludere gli accordi. La visita di Shojgu è un segno positivo e contribuirà ad accelerare al completo i rapporti nella Difesa tra India e Russia.

10712632_626030874194287_6954748997698606314_oTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Yemen: inizia l’offensiva degli Huthi

Aleksandr Orlov New Eastern Outlook 23/01/2015Yemen_division_2012-3-11.svgDa quando la situazione della sicurezza in Yemen s’è deteriorata ulteriormente a fine dicembre, il divario tra le principali forze politiche s’è ancor più approfondito, mentre i partiti politici hanno iniziato ad esprimere il desiderio di sostituire il presidente Abdrabuh Mansur Hadi, un leader privo di ogni reale potere politico. Tale tendenza è stata recentemente rafforzata da Washington, Londra e Riad dopo aver capito che non ha senso sostenere il presidente in carica. Allo stesso tempo, vi è l’ex-presidente Ali Abdullah Salah, che licenziò Mansur Hadi da vicepresidente e segretario generale dell’allora al potere Partito del Congresso Generale del Popolo. Salah ha recentemente incontrato un inviato speciale dell’Arabia Saudita che gli ha proposto di visitare il regno per ricevere cure mediche, ma Salah ha respinto l’offerta, ammettendo che ciò potesse essere un tentativo di trascinarlo fuori dal Paese. Quanto a Mansur Hadi, i suoi colloqui con gli Huthi si sono conclusi in modo disastroso, soprattutto su sicurezza e finanza. Il presidente yemenita ha rifiutato di nominare un rappresentante Huthi a capo dello Stato Maggiore alla guida del Ministero della Difesa, i cui uffici sono bloccati dai ribelli sciiti. Questa situazione è stata sfruttata da Ansar al-Sharia (ex-al-Qaida), che ha organizzato una serie di attacchi terroristici nel centro di Sanaa, dove numerosi leader degli Huthi risiedono. La situazione è stata ulteriormente aggravata dal fatto che numerosi manifestanti sono stati uccisi nei pressi del palazzo presidenziale, portando a scontri armati tra gli Huthi e una serie di tribù locali, nella periferia della capitale yemenita. In definitiva tutti questi sviluppi hanno portato a un serio confronto tra le forze Huthi e le tribù sunnite nel Governatorato di Marib, dove queste ultime sono fortemente supportate dai movimenti al-Islah (Fratelli musulmani) e Ansar al-Sharia sponsorizzati dall’Arabia Arabia. Il governatorato si trova a 10 chilometri a est di Sanaa, ed è il centro dell’industria del petrolio e del gas del Paese. Gli Huthi sono impegnati ad espandere l’area di influenza, cercando d’imporre il controllo sulle zone produttive principali. A metà gennaio gli Huthi inviarono una grande forza armata a Marib scontrandosi con più di 30 mila militanti dei gruppi tribali Shafi (sunniti) e guidati direttamente da al-Islah e Ansar al-Sharia. I sunniti riuscivano a disarmare la 62.ma Brigata dell’esercito, catturando numerosi carri armati e lanciarazzi multipli. In risposta gli Huthi hanno rafforzato le loro unità in questo settore, dato che vi si trovano le raffinerie di petrolio e gas, gli oleogasdotti per l’esportazione e due centrali termoelettriche che alimentano la capitale e il nord del Paese. Inutile dire che il possibile scontro ha messo in pericolo l’intera economia yemenita. A peggiorare le cose, le tribù sunnite, sapendo che avrebbero dovuto ritirarsi se gli Huthi lanciassero una grande offensiva, annunciavano l’intenzione di far saltare tutti gli impianti industriali che potevano raggiungere, che sono già sul punto di chiudere a causa del forte calo dei prezzi del petrolio.
In questa situazione il presidente decideva di ordinare al ministro della Difesa e al ministro degli Interni di tentare risolvere la questione con negoziati con tutte le parti coinvolte. Le autorità yemenite hanno anche espresso la volontà di cambiare il governatore di Marib e garantire la restituzione delle attrezzature militari catturate dalle tribù locali presso i depositi militari. Sembra che il governo sia riuscito a concordare la divisione dei territori tra Huthi e tribù sunnite, che dovrebbe essere garantita dalle forze governative. Ma il desiderio degli insorti sciiti di prendere il controllo dell’industria energetica del Paese è troppo allettante, dato che in pratica ciò significa ridistribuire le risorse in loro favore. Se il conflitto armato nel Governatorato di Marib esplodesse, dilagherebbe la guerra settaria in Yemen, come nel caso dell’Iraq. Mezzi politici non sono riusciti ad impedire alle armi di parlare. La mattina del 19 gennaio al Palazzo Presidenziale di Sanaa vi fu un pesante scontro a fuoco tra le unità della Guardia Nazionale, che ha il compito di proteggere il palazzo, e gli Huthi che usavano artiglieria e mitragliatrici pesanti. In seguito, continuando il tiro, le guardie del palazzo furono rinforzate da unità corazzate. In risposta gli Huthi inviarono altre unità dai governatorati settentrionali di Sada e Amran. In questa situazione il presidente Mansur Hadi convocava una riunione urgente delle élite del Paese. Nonostante l’intensità del fuoco si riducesse il giorno dopo, la schermaglie locali continuarono. Come risultato dello scontro, gli Huthi riuscivano a circondare completamente il Palazzo Presidenziale e a bloccare l’accesso alla residenza del presidente, ma tuttavia senza catturarlo. Lo scopo di Ansar Allah (l’ala militare della comunità Huthi) è costringere Mansur Hadi a modificare il progetto della nuova Costituzione stabilendo una nuova divisione amministrativa dello Yemen, che avrà solo 6 distretti. C’è anche la questione del controllo del Governatorato di Marib, dato che le controversie su di esso possono causare interventi militari. In cima a tutto questo, Ansar Allah ha accusato il presidente di collaborare con l’organizzazione terroristica Ansar al-Sharia e di promuovere la corruzione. In questa situazione, Stati Uniti e Gran Bretagna hanno cercato di organizzare un’iniziativa collettiva contro gli Huthi accusando il leader di Ansar Allah, Abdul-Maliq, d’infrangere la fragile pace. Ma improvvisamente i Paesi del CCG hanno protestato contro di essi, temendo che un’azione ostile contro gli Huthi possa ampliare i combattimenti e portare al tentativo di occupare Marib.
In ogni caso, la temporanea diminuzione delle tensioni è solo una breve pausa che consentirà agli Huthi di raggruppare le forze, mentre espandono con sicurezza la loro zona di influenza, quindi è assai improbabile che si fermino presto. Nuovi scontri armati sono in corso, principalmente nel Governatorato di Marib. E gli eventi hanno accelerato quando il 22 gennaio sera il presidente dello Yemen annunciava le dimissioni dopo un nuovo assalto dei ribelli sciiti alla sua residenza. Dopo le dimissioni. il presidente del Parlamento diveniva il capo di Stato provvisorio. Gli Huthi hanno salutato la decisione dell’ex-presidente. Mansur Hadi ha chiesto scusa al popolo dello Yemen per non aver saputo far uscire il Paese dalla crisi politica. Così gli Huthi hanno compiuto un ulteriore passo verso il controllo totale del Paese.

Aleksandr Orlov, politologo, esperto orientalista, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Saudi-Arabia

Le forze sciite Huthi nello Yemen cercano una maggiore rappresentanza
Salma Zribi, Boutros Hussein e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times 22 gennaio 2015

Le potenze del Golfo continuano a giocare la loro geopolitica nel Levante, Iraq, Africa del Nord e sempre più in certe parti dell’Africa centrale. Nonostante ciò, attualmente sembra che le forze sciite Huthi aumentino la presa sul potere a Sanaa. Questa realtà, proprio come la Siria indipendente che si rifiuta di cedere ai complotti di Golfo e NATO, è un’ulteriore prova che un processo diverso riguarda tutto il Medio Oriente. Pertanto, resta da vedere se una reazione taqfiri salafita nello Yemen sarà finanziata urgentemente dalle potenze del Golfo, per impedire che le dune mutino in questa nazione. La corruzione politica e l’emarginazione degli sciiti ha fatto sì che le tensioni del passato testimoniassero gravi tensioni. Ne risultarono diversi innocenti morti e l’ingerenza di nazioni come l’Arabia Saudita. In effetti, gli sciiti Huthi sostengono che gli intrighi politici interni siano volti a sottometterli utilizzando le forze di al-Qaida supportate dalle ratlines centralizzate a Sanaa. La BBC riferisce: “il presidente dello Yemen assediato ha raggiunto un accordo di pace con i ribelli sciiti Huthi che occupano i punti chiave della capitale Sanaa,… l’ufficio del presidente Abdrabuh Mansur Hadi ha detto che concessioni importanti sono state offerte ai ribelli, che hanno occupato il palazzo e circondato la sua residenza“. Abdul Maliq al-Huthi, il capo delle forze sciite Huthi, ha chiarito che non c’è un colpo di Stato attualmente. Tuttavia, ha dichiarato in televisione che molti politici yemeniti avevano alienato il popolo grazie agli imbrogli politici. The Independent afferma: “Huthi ha detto che il governo yemenita aveva abbandonato gli obiettivi dell’accordo nazionale del settembre dello scorso anno. L’indebolimento di Hadi, alto alleato degli Stati Uniti, mina gli sforzi di USA ed alleati per combattere il ramo yemenita di al-Qaida, che ha rivendicato la responsabilità dell’attacco a una rivista satirica di Parigi all’inizio del mese. Washington da tempo vede al-Qaida nella penisola arabica, o AQAP, come il ramo più pericoloso della rete del terrore globale. A New York, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha tenuto una riunione di emergenza sul caso“.
Scontri feroci erano scoppiati tra le forze governative e gli sciiti Huthi in prossimità del palazzo presidenziale. Eppure oggi sembra che le forze governative abbiano ristabilito la situazione o che forze politiche interne stiano minando l’attuale presidente. In entrambi i casi, è più che evidente che gli sciiti Huthi credono che il momento gli sia favorevole, e che cambiamenti possono essere fatti. Abdul Maliq al-Huthi ha dichiarato: “Il nostro movimento non ha intenzione di sradicare un qualsiasi potere politico. Siamo qui per servire il Paese e non per dominare il popolo yemenita”. Ha continuato affermando che: “La nostra ascesa sarà graduale se inizia l’attuazione del (non approvato) accordo. In caso contrario, tutte le opzioni sono aperte… seguiamo passi accurati. Non vogliamo che il Paese collassi“. Gli USA probabilmente attenderanno, ma resta da vedere che cosa faranno le potenze del Golfo. Il timore è che forze settarie saranno supportate da potenze regionali se il mutare delle dune sarà ritenuto contrario ai loro interessi. In altre parole, lo Yemen può essere ancora ostaggio di forze che favoriscono l’instabilità, piuttosto che l’equilibrio dei poteri dello Yemen.YEMENTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran pronto a un nuovo confronto con gli Stati Uniti, se non c’è altra opzione

Arkadij Dzjuba Strategic Culture Foundation 29/12/2014
Iran, Oman to hold joint naval drill in 2014: cmdr.Il 25 dicembre l’Iran ha iniziato una vasta esercitazione militare intitolata “Muhammad Rosulullah” (Muhammad Messaggero di Allah), dimostrando la capacità di respingere un attacco lanciato dal Golfo di Oman. L’esercitazione si svolge su una superficie di 2,2 milioni di chilometri quadrati dallo Stretto di Hormuz al confine con il Pakistan e al 1° parallelo nord nell’Oceano Indiano comprendendo alcune parti orientali e meridionali del territorio iraniano. Il comandante della Marina iraniana Contrammiraglio Hobibullah Sayari ha commentato dicendo che l’Iran non nutre piani aggressivi contro i confinanti e che la sua crescente potenza militare sarà utilizzata per la difesa degli interessi e del territorio nazionali. Ha sottolineato la disponibilità dell’Iran a garantire la sicurezza dell’Oceano Indiano settentrionale ad est dello Stretto di Hormuz e di avere esercitazioni congiunte con gli Stati confinanti, in futuro. La dichiarazione s’integra con la posizione ufficiale della leadership iraniana, che ritiene che i Paesi del Medio Oriente possano affrontare i problemi della sicurezza in modo indipendente e senza una presenza militare straniera. Le attività dell’Iran nella regione non sono limitate solo alle esercitazioni militari su larga scala. Teheran aumenta anche gli aiuti militari e di altro tipo all’Iraq in lotta contro il gruppo terroristico Stato islamico. Ali Yunessi, l’assistente speciale al presidente per le minoranze etniche e religiose in Iran, ha detto che l’Iran considera la sicurezza dell’Iraq propria. Il principio definisce la politica verso il prossimo. Questa estate l’esercito iracheno ha subito una sconfitta nella lotta ai militanti dello Stato islamico. Anche le unità di autodifesa peshmerga curde combattono gli islamisti, ma soprattutto perseguono obiettivi che hanno poco a che fare con l’integrità territoriale dell’Iraq. Le formazioni armate sciite hanno inflitto allo Stato islamico delle sconfitte in Iraq di recente. Sono l’unica forza su cui Haydar al-Abadi, il nuovo primo ministro dell’Iraq, può contare. Nello Yemen gli sciiti del gruppo ribelle al-Huthi (Partigiani di Dio) hanno avuto numerosi successi militari sulle forze governative. Ora avanzano dai governatorati (Muhafazah) di Sadah, Hajah e al-Jawf prendendo il controllo di gran parte di Sanaa, capitale della nazione, compresi gli edifici governativi, facendo dimettere il primo ministro yemenita Muhamad Salim Basindwa. Anche se gli Huthi non hanno alcuna rappresentanza nel nuovo governo, esercitano una forte influenza su esso e sulla situazione nel Paese in generale. L’Iran è il principale sostenitore del gruppo.
I colloqui sul nucleare sono il problema principale che definisce la politica estera iraniana. Vi sono state molte indicazioni sui media secondo cui un accordo globale USA-Iran è prossimo rendendo possibile la revoca delle sanzioni. In questo caso i Paesi non saranno più avversari. Ciò gli consentirebbe di compiere progressi nelle relazioni bilaterali. Potrebbero anche diventare quasi partner. Molti credono che l’emergere del comune nemico Stato islamico potrebbe ridurre le differenze e riavviare il rapporto magari rendendolo più stretto come ai tempi dello Shah. Tali speculazioni evocano grande preoccupazione tra molti attori del Medio Oriente, non importa quanto diversi siano per esempio Israele e Arabia Saudita. I suggerimenti secondo cui Stati Uniti e Iran si avvicinano al disgelo nelle loro relazioni si sono rafforzati il 24 dicembre quando i colloqui sul nucleare “big six” – Iran si avvicinavano alla scadenza. Non è così. Le differenze sono troppo ampie e i colloqui sul nucleare non si sono conclusi entro la data fissata, per estendersi fino a luglio 2015. Le sanzioni statunitensi continuano a rimanere in vigore e gli iraniani non fanno nulla per nascondere la loro frustrazione. Inoltre, in Iran è sempre più forte la sensazione che il calo del prezzo del petrolio non sia diretto solo contro la Russia, ma anche ad indebolire la posizione iraniana ai colloqui sul nucleare. Forse Washington ritiene che il calo del prezzo del petrolio con il fallimento alla tavola rotonda comporterebbe una frattura nella leadership iraniana, per esempio tra moderati come il Presidente Ruhani e il ministro degli Esteri Muhamad Javad Zarif, da un lato, e il leader spirituale dell’Iran Ali Khamenei, fortemente sostenuto dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran (IRGC) dall’altro. Le voci sulla frattura sono circolate sui media occidentali per molto tempo senza essere mai confermate. Inoltre, il Comandante in Capo del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, Generale Muhamad Ali Jafari, ha categoricamente negato tali speculazioni dicendo che erano il risultato di “operazioni psicologiche del nemico”. Secondo lui, il Presidente Ruhani si fida pienamente delle Guardie Rivoluzionarie. Senza dubbio, la dichiarazione del comandante delle Guardie Rivoluzionarie riecheggia le opinioni del leader spirituale iraniano.
Sembra che l’Iran cerchi di lasciare a Stati Uniti e altri Stati sapere se ha abbastanza carte vincenti nella manica. Gli eventi in Yemen ricordano agli statunitensi che gli sciiti vivono anche in diverse parti del Medio Oriente, per esempio nelle zone orientali dell’Arabia Saudita, dove si trovano i principali impianti di produzione di petrolio. Questo fatto può essere usato a vantaggio dell’Iran in diverse combinazioni geopolitiche. Semjon Bagdasarov, Direttore del Centro di Studi per il Medio Oriente e dell’Asia centrale (Russia), ha paragonato l’Arabia Saudita senza le sue province orientali a un deserto senza petrolio. I territori sunniti dell’Iraq ora sotto il controllo dello Stato islamico non hanno giacimenti di petrolio. Il controllo di questa parte dell’Iraq non comporta il profitto economico necessario per finanziare il costoso processo per minare la stabilità del Medio Oriente. L’Iran è seriamente intenzionato ad effettuare attacchi di precisione sui punti deboli individuati nel sistema di relazioni internazionali statunitense che trasforma i gruppi terroristici sotto bandiera islamica nel motore principale della destabilizzazione globale. Da un lato, gli Stati Uniti usano l’aeronautica per colpire lo Stato Islamico mentre, dall’altra parte, fanno grandi sforzi per eliminare tutti gli ostacoli sulla via islamista.
La comprensione reciproca tra Iran, Russia e Cina fermò l’offensiva degli Stati Uniti in preparazione contro la Siria nel 2013. Il rifiuto di Teheran nel rinunciare al programma nucleare in cambio delle vuote promesse statunitensi è una prova del fatto che gli iraniani hanno tratto le giuste conclusioni osservando il destino di Milosevic, Sadam Husayn e Muammar Gheddafi.

357285_Iran-Navy-ShipLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La politica multipolare networkcentrica dell’Unione Eurasiatica

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 26 dicembre 2014Russia, Belarus, KazakhstanLa visione russa dell’Unione eurasiatica la pone al centro di un supercontinente interconnesso, con Mosca che prende l’iniziativa per avvicinare tutti con reciproco vantaggio multivettoriale. Il confronto dell’occidente con la Russia e la nuova guerra fredda possono effettivamente essere una benedizione travisata, come sempre, con Mosca che agisce con rinnovato senso di urgenza sondando e stringendo importanti accordi in Eurasia. Dal Vietnam al Paese più popoloso del mondo arabo, l’Egitto, si vede una diplomazia russa onnipresente. Lo scopo della spinta pan-eurasiatica della politica estera della Russia è cementare un accordo politico ed economico alternativo sfidando il dominio occidentale e facilitando la nascita di un mondo realmente multipolare.

Dalla rete della diplomazia…
map-of-sco La base dei successi in politica estera della Russia è che tutti i partner strategici, in un modo o nell’altro, comprendono la necessità di un mondo multipolare per salvaguardare la piena sovranità (culturale, politica, storica, ecc). Per inciso, gli Stati Uniti e la loro annaspante politica estera (soprattutto nel periodo post-9/11) hanno convinto la maggior parte del mondo che la multipolarità è l’unica opzione pratica per sopravvivere nel 21° secolo. Collaborare con l’occidente comporta alcuni privilegi (come l’Arabia Saudita e i suoi clienti del Golfo sanno), ma l’esistenza di uno Stato non-occidentale in tale sistema traballa, e una volta che l’utilità del suo leader finisce, inevitabilmente, (come Mubaraq) o rifiuta di seguire i dettami unipolari (come la Libia di Gheddafi), allora il Paese viene distrutto finendo in una distopia. Anche prima della rivoluzione colorata di teatro, la ‘primavera araba’, tale obiettivo nefasto era evidente a Russia e Cina, entrati in partnership strategica nel 1997 per sostenersi nella costruzione del mondo multipolare. Poco dopo, trasformarono i Shanghai Five nella Shanghai Cooperation Organization (SCO) per salvaguardare se stessi e i loro alleati contro le armi asimmetriche occidentali del terrorismo, separatismo ed estremismo (politico, religioso, economico (sanzioni), ecc.). Pochi anni dopo, la realtà economica emergente del mondo non-occidentale ha portato alla nascita dei BRICS, rapidamente evolutisi in un gruppo politico ed economico dinamico dedito al multipolarismo. Al fine di colmare eventuali rivalità e divergenze tra i suoi due maggiori membri, la Russia ha consolidato i propri partenariati strategici con Cina e India, fornendo il collante della fiducia geopolitica che ha impedito cadessero nelle trappola occidentale istigata da Brzezinski per creare un conflitto intra-BRICS. Sebbene ciò esista a un certo livello, la Russia posizionandosi da mediatore con i partenariati bilaterali, li ha avvicinati, agendo da intermediario di fiducia, qualora le tensioni riemergano in futuro. Visto da un’altra angolazione, SCO e BRICS sono i nuclei istituzionali della multipolarità del supercontinente eurasiatico, mentre i partenariati strategici russo-cinese e russo-indiano sospingono il processo. Complementare agli accordi eurasiatici ancorati al destino del mondo, vi sono le rispettive conseguenti (ma non per questo meno importanti) partnership strategiche, come quella russo-iraniana o cino-pakistana, aggiungendo un vettore ulteriore a questa visione globale, operando per erodere l’egemonia unipolare.

…alla rete dell’economia
I partenariati politici possono ovviamente andare lontano, ed è necessario che vi siano benefici tangibili per rafforzarli. Anche se la Cina ha ovviamente rapporti economici con la maggior parte del mondo, oggi non li indirizza verso uno scopo politico, guardando invece a interessi pragmatici reciproci incentrati sul profitto. La Russia ha adottato un approccio diverso, però, divenendo il principale promotore delle relazioni economiche euroasiatiche multipolari. Ciò significa che nell’attuale clima di piena russofobia (disprezzo dell’occidente verso chi politicamente, economicamente e militarmente collabora con la Russia), i Paesi che hanno deciso di collaborare con la Russia fanno la netta dichiarazione politica di non voler subire prepotenze dall’occidente. Capiscono perfettamente che la cooperazione con Mosca è in netto contrasto con il mondo unipolare che gli ‘amici’ occidentali vogliono mantenere, a scapito dei loro interessi nazionali. Così, ogni Paese che collabora con la Russia o addirittura ne espande le relazioni, in questi tempi di tensione, avanza la costruzione del mondo multipolare. Per parlarne in modo più specifico, è necessario richiamare l’attenzione sui principali Paesi che rientrano in questa categoria. Ciò che segue è una panoramica degli Stati attualmente in trattative con l’Unione Eurasiatica per un accordo di libero scambio, dal sud-est asiatico al Medio Oriente.

Vietnam:
Il Paese si preannuncia essere il perno nel Sud-Est asiatico ed opera con tutti i Paesi in tutti i modi possibili, raccogliendone i frutti. Non opera alcuna discriminazione verso i non-occidentali, e considerando il decennale rapporto con Mosca, ha molto terreno storico da sviluppare con la Russia. Il Vietnam è anche una delle maggiori economie in rapida crescita nella regione, e più stretti legami economici con la Russia aiuteranno quest’ultima a creare un punto d’appoggio nel fiorente mercato del Sud-Est asiatico. Inoltre, l’espansione dei legami economici integreranno i già forti legami militar-industriali tra i due Stati che potrebbero fiorire nel campo politico e dare a Mosca una leva nel moderare la belligeranza di Hanoi verso la Cina sulle isole disputate. Ciò sarà un duro colpo allo scopo occidentale di creare una ‘ASEAN NATO’ per contrastare la Cina, sottolineando per Pechino i vantaggi asimmetrici del partenariato strategico russo-cinese.

India/Iran:
La visita di Putin in Asia meridionale all’inizio di questo mese è stata monumentale, in quanto ha assicurato accordi per 100 miliardi di dollari su energia nucleare, petrolio e gas, e altri settori commerciali, come diamanti e difesa. Come già spiegato, le relazioni della Russia con l’India aiutano a mantenere un canale tra New Delhi e Pechino evitando che i BRICS si dividano su rivalità geografiche in Himalaya e Sud-Est asiatico. Inoltre è soprattutto lo snodo che integra l’Iran al corridoio russo-indiano. All’inizio del mese, l’ambasciatore indiano in Russia in un’intervista a Sputnik News parlava della citata via come corridoio di transito tra Mumbai in India, Bandar Abbas e coste del Caspio dell’Iran, ed Astrakhan in Russia. In caso di successo, farà di Teheran l’intermediario tra Mosca e Nuova Delhi, e probabilmente ciò darà all’Iran un rapporto economico privilegiato (forse anche un accordo di libero scambio) con l’Unione Eurasiatica. Così, l’India è rientra non solo dell’apertura di uno dei maggiori mercati del mondo alla Russia, ma anche permetterà la fuoriuscita dell’Iran dalle sanzioni occidentali, fornendo un orientamento economico multipolare.

Turchia:
I rapporti con i turchi sono sempre stati pragmatici (anche se politicamente divergenti, come illustra la crisi siriana), ma ha ricevuto uno stimolo sorprendente alla fine di novembre, quando fu deciso di dirottare il gasdotto South Stream nel Paese invece che nei Balcani. Assieme alla trascuratezza dell’UE verso le aspirazioni del Paese e il tradimento degli Stati Uniti della sovranità territoriale di Ankara, giocando la carta del nazionalismo curdo, Ankara ha deciso di divenire un perno geo-energetico e porta del gas della Russia per il Mediterraneo, concedendo in sostanza a Mosca accesso ai mari caldi, desiderato da secoli. Ciò apre interessanti possibilità pre il mondo multipolare e dimostra che l’ultimo perno eurasiatico non è più contento di essere il lacchè mediorientale dell’occidente. Non solo, ma lavorando su un accordo di libero scambio con l’Unione eurasiatica, avrà un enorme mercato per beni e servizi lungo il Mar Nero, prossimo alla Russia, facendone un partner economico conveniente e naturale in futuro.

Siria:
Quindi la Siria, che ha relazioni fraterne con la Russia dagli anni ’70, sola alleata strategica di Mosca durante l’era comunista, rimasta fedele anche nel dopo Guerra Fredda. I frutti di questa amicizia sono illustrati globalmente, con Mosca e Siria migliori alleati nella lotta al terrorismo. Il Paese purtroppo è distrutto dalla guerra che Stati Uniti ed alleati conducono da quattro anni contro il suo popolo e la sua leadership democraticamente eletta, ed avrà bisogno di serie riparazioni dopo la fine del conflitto. Qui arriva il Trattato di Libero Commercio provvisorio con l’Unione eurasiatica, fornendo una via rapida a beni e servizi in Siria, aiutandola nella ricostruzione. La Russia già aiuta la Siria in ciò, ma un accordo tra i due tramite l’Unione Eurasiatica (soprattutto dopo la risoluzione del conflitto) darebbe un partenariato economico più profondo e più robusto alle loro relazioni e fornirebbe il meccanismo necessario per accelerare il processo. Dopo tutto, l’economia del Paese ha registrato una crescita costante e rapida negli anni precedenti la guerra occidentale alla Siria, dimostrandone la vitalità, e non è impossibile che un giorno si ricrei la ricetta del successo purtroppo danneggiata in nome del cambio di regime nel 2011.

Egitto:
A completare la lista di potenziali partner della Russia nell’Unione eurasiatica è l’Egitto, il Paese arabo più popoloso e centro gravitazionale del Medio Oriente. Collegando le economie russa ed egiziana tramite l’accordo di libero scambio con l’Unione eurasiatica, Mosca può anche guadagnare terreno prezioso in un altro mercato importante, avendo accesso ad altri Paesi lungo il Nilo e infine collegandosi all’Africa orientale. Questo è possibile poiché l’attuale leader egiziano al-Sisi diffida dell’occidente (in particolare degli Stati Uniti) per il sostegno ai Fratelli musulmani di Muhamad Mursi, durante la sua breve, violenta e controversa presidenza del Paese. Anche se Stati Uniti ed Egitto hanno ancora rapporti privilegiati, il gioco è cambiato e Cairo cerca di ritagliarsi una nicchia come ‘Jugoslavia araba’ . Se ciò sarà mai pienamente attuato è materia di dibattito, ma ciò che è incontestabile è che l’Egitto ha inviato delegazioni di altissimo livello in Russia dopo che al-Sisi ha assunto il potere nell’estate 2013, dimostrando di voler sul serio diversificare le relazioni politiche ed eventualmente ripristinare a un certo livello i perduti legami dell’epoca sovietica con Mosca. Le implicazioni della riuscita mossa in senso eurasiatico della politica estera egiziana potrebbero essere il paradigma che trascende e completa il crollo del predominio degli Stati Uniti in Medio Oriente, già in lento declino dalla guerra in Iraq del 2003, e accelerato dal tentativo finale delle ‘rivoluzioni colorate’ della primavera araba, nel gioco di potere regionale orchestrato dall’occidente.

Pensieri conclusivi
NS-corridor La doppia politica della Russia delle complementari rete della diplomazia e dell’economia, forgia l’imminente mondo multipolare. Considerando che il vettore diplomatico/politico fornisce la giustificazione razionale a tali passi, e quello economico conferisce ad ogni partecipe vantaggi soddisfacenti e tangibili, necessari a mantenere la cooperazione. La Russia usa l’Unione eurasiatica per posizionarsi al centro delle politiche economiche supercontinentali, riunendo geograficamente e culturalmente partner disparati come Egitto e Vietnam in nome dell’integrazione asimmetrica non occidentale. L’Unione riunisce la Russia e i suoi partner bielorusso e armeno al grosso dell’Asia centrale, mentre il partenariato strategico russo-cinese fa del Paese un ponte tra Asia ed Europa con la partecipazione di Pechino ai progetti Ponte Eurasiatico, Nuova Via della Seta e Passaggio a nord-est. I Paesi che contemplano accordi di libero scambio con l’Unione eurasiatica sono sul margine meridionale dell’Eurasia, abbracciandone la massa da est a ovest. È interessante notare che la maggior parte di essi sono musulmani (anche l’India, che ha più aderenti alla fede del Pakistan), dimostrando che il multipolarismo ha anche una preziosa dimensione culturale/religiosa oltre alle più note manifestazioni politiche ed economiche. Questa osservazione s’incastra perfettamente con la politica interna della Russia di convivenza pacifica e armoniosa tra le quattro fedi storiche del Paese: cristianesimo, islam, buddismo e giudaismo, mostrando che la multipolarità culturale/religiosa può certamente essere applicata entro i confini di un Paese (come in Siria prima della destabilizzazione esterna) così come all’estero. Infine, tutto questo dimostra la serietà della Russia nella costruzione del mondo multipolare e nel trainare l’integrazione pan-eurasiatica. Opponendosi politicamente all’occidente e mostrando agli altri come allontanarsene economicamente, la Russia è diventata l’archetipo di Stato multipolare. Predica una politica di unità e solidarietà che trascende le differenze d’identità, pienamente in accordo con quanto fatto internamente. Con i fatti e le parole, la Russia è la prova tangibile che il multipolarismo è un fenomeno reale che può essere raggiunto se adeguate alleanze tramite le reti diplomatica ed economica possono essere create e mantenute.

Integration_in_EuroasiaAndrew Korybko è l’analista politico e giornalista di Sputnik, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

BrahMos II, frutto della collaborazione tra Russia e India

Valentin Vasilescu, ACS-RSSReseau International 29 dicembre 20145OEwSDurante la visita in India dal 10 all’11 dicembre, il Presidente Putin e il Primo ministro Modi hanno annunciato nuovi progetti di cooperazione tra i due Stati in campo militare ed energetico. Il programma delle centrali elettronucleari russo è stato esteso a 20 gruppi da 1000 MW e l’India è stata invitata a partecipare allo sfruttamento di petrolio e gas nella zona artica della Russia. In campo militare, i due Paesi avvieranno il programma congiunto per un velivolo multiruolo, un veicolo da trasporto corazzato e il missile BrahMos II. Il BrahMos II è un missile da crociera ipersonico sviluppato dal dipartimento di ricerca dell’industria della Difesa indiano, così come del gruppo industriale del ministero della Difesa della Federazione russa, NPO Mashinostroenija. Le due entità hanno formato dal 2000 una joint venture denominata BrahMos Aerospace Private Limited. BrahMos è l’abbreviazione dei fiumi Brahmaputra e Moscova. BrahMos II avrà una velocità di Mach 7 e sarà propulso da un motore scramjet russo. Il motore scramjet è la versione ipersonica del ramjet, sperimentato e realizzato per la prima volta in Germania dal professor dr. Wolf Trommsdorff. Funzionando a cherosene e aria, è l’equivalente del turbogetto utilizzato dagli aerei supersonici, da cui sono rimosse le parti mobili. Con il ramjet la compressione dell’aria, prima di entrare nella camera di combustione, avviene senza un compressore ma usando solo la compressione dinamica del sistema di aspirazione. L’unico inconveniente di questo tipo di motore è che non funziona a velocità zero, motivo per cui ha bisogno di una fase di avvio che lo spinga alla velocità di Mach 1. Le prestazioni più elevate di questo tipo di motore si hanno a velocità superiori a Mach 3. Gli ingegneri russi hanno stabilito l’inviluppo finale del missile, con il test della fusoliera nella galleria del vento prevista per il 2015. I test di volo sono previsti in India per il 2017.
Questo è il secondo tipo della serie di missili da crociera BrahMos. Il primo missile è il BrahMos I che raggiunge una velocità di Mach 2,8-3 ed è già nell’arsenale di esercito, marina e aviazione indiani dal novembre 2006. Il BrahMos è il più veloce missile di crociera del mondo, oggi. Per il suo design, il punto di riferimento era il missile russo P-800 Oniks. La gittata del missile BrahMos II è limitata a 290 km per il fatto che la Russia rientra nel regime internazionale sul controllo della tecnologia missilistica (MTCR) che vieta di aiutare altri Paesi a sviluppare missili con gittata maggiore di 300 km.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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