Stalin, la Bomba e gli imbecilli occidentali

Micheal D. Gordin, The History Reader 16 luglio 2011RV-AQ260_bkrvpo_J_20150515130807Il 16 luglio, il giorno prima dell’inizio di Terminal, gli scienziati che lavoravano al Progetto Manhattan fecero esplodere la prima atomica del mondo nel deserto di Alamogordo, New Mexico: era l’Operazione Trinity. In cima ad una torre di 30 metri, pezzi di plutonio (un metallo pesante generato dall’uranio arricchito nei reattori atomici, una nuova invenzione), accuratamente sagomati nei segmenti di una sfera, furono fatti implodere in un nucleo denso, avviando la fissione. I nuclei pesanti degli atomi di plutonio si scissero, liberando enormi quantità di energia. Questo processo fisico fu scoperto solo nel dicembre 1938; il plutonio fu segretamente sintetizzato nell’inverno 1940-1941, e ora gli statunitensi ne ottennero un’arma. Il test era andato perfettamente, e la bomba Fat Man, e la più semplice basata su un cannone all’uranio 235 denominata Little Boy, furono spedite nel Pacifico per farle esplodere su città giapponesi appositamente scelte. Forse i sovietici non erano necessari, dopo tutto. Ma a Stalin andava detto. Ufficialmente era un alleato, anche se nessuna delle due parti si fidava dell’altra, e tecnicamente non era ancora un alleato nella guerra del Pacifico. Molti protagonisti statunitensi avevano la crescente sensazione che l’alleanza di Roosevelt e Stalin fosse stata un errore o stava per diventarlo. Forse questo era un campo in cui la tendenza ad essere troppo accoglienti verso i sovietici andava rivista. Il Progetto Manhattan, iniziato come collaborazione anglo-statunitense, aveva deliberatamente ed esplicitamente escluso l’Unione Sovietica fin dall’inizio. Per quanto Truman e Byrnes ne sapessero, Stalin era completamente all’oscuro dei loro sforzi per militarizzare uranio e plutonio, ma certamente l’avrebbe saputo una volta che la prima città venne distrutta all’inizio di agosto, e avrebbe capito che era stato lasciato all’oscuro di proposito. L’impulso iniziale di Byrnes era di continuare così. Il ministro della Guerra Henry L. Stimson non era d’accordo. Stimson era un incaricato anziano nominato da Roosevelt, ed ex-segretario di Stato del presidente repubblicano Herbert Hoover. (Stimson rimase un repubblicano irremovibile sotto i due presidenti democratici che servì). Byrnes, non volendo interferenze, fece di tutto per non invitarlo al vertice di Potsdam, ma Stimson vi andò lo stesso, soprattutto per consigliare Truman su S-1 (il nome in codice del Progetto Manhattan). Il tempo dello stallo con Stalin era finito. Il verbale dell’ultima riunione del Comitato politico combinato anglo-statunitense del 4 luglio 1945, registrava il segretario della guerra già convinto che Potsdam fosse il luogo per sollevare il velo ai sovietici, almeno un po’: “Se nulla viene detto in questo incontro su TA (leghe per tubi = arma atomica) l’immediato uso potrebbe avere un grave effetto sulle relazioni franche tra i tre grandi alleati. (Stimson) aveva quindi consigliato al presidente di osservare l’atmosfera al vertice (di Potsdam). Se la franchezza reciproca su altre questioni era reale e soddisfacente, allora il presidente poteva dire che era stata sviluppata la fissione nucleare per scopi bellici, con buoni progressi; e che un tentativo di utilizzare un’arma sarebbe stato compiuto a breve, anche se non era certo se avrebbe avuto successo”.
1945-molotov Il comitato interinale, un gruppo di funzionari civili e militari con qualche scienziato che Stimson aveva convocato per discutere delle implicazioni in tempo di guerra e nel dopoguerra della bomba atomica, aveva “unanimemente convenuto che sarebbe stato un notevole vantaggio, se utile all’occasione, che il Presidente suggerisse ai sovietici che stavamo lavorando su questa arma con prospettive di successo e che ci aspettavamo di usarla contro il Giappone”. In un primo momento, Truman era ostile all’idea d’informare Stalin, e Winston Churchill lo era altrettanto. Ma la notizia su Trinity cambiò tutto. Stimson scrisse nel suo diario che Churchill “Ora non solo non era preoccupato d’informare i russi sulla questione, ma era piuttosto incline a usarla come argomento a nostro favore nei negoziati“, e continuava: “Il sentimento… è unanime nel ritenere che fosse opportuno dire ai russi almeno che stavamo lavorando su questo tema e dell’intenzione di usarla se e quando completata con successo“. Il 24 luglio, intorno alle 19:30, dopo una dura giornata di negoziati sulle questioni europee, Truman saltellando verso Stalin durante una pausa, lasciandosi l’interprete alle spalle, scambiò qualche parola. Non sapremo mai esattamente cosa disse, ed esattamente cosa rispose Stalin. Lo scambio ebbe ripercussioni enormi, ma Truman, Stalin e l’interprete di quest’ultimo, V. N. Pavlov, non lasciarono alcuna trascrizione immediata di ciò che accadde. L’interprete di Truman, Charles “Chip” Bohlen, rimase indietro mentre il suo capo fece la sua mossa: “Spiegando che voleva essere il più informale e casuale possibile, Truman disse durante una pausa che sarebbe andato verso Stalin e con nonchalance informarlo. Mi disse di non accompagnarlo, come facevo normalmente, perché non voleva indicare che vi fosse nulla di particolarmente importante. Così Pavlov, l’interprete russo, tradusse le parole di Truman a Stalin. Non sentì la conversazione, anche se Truman e Byrnes dissero che c’ero… Dall’altra parte della stanza, guardai con attenzione la faccia di Stalin mentre il presidente dava la notizia. Così estemporanea fu la risposta di Stalin che ebbi il dubbio che il messaggio del presidente fosse arrivato. Avrei dovuto bene sapere di non sottovalutare il dittatore”. Bohlen non fu l’unico che pensò che ci fosse stato un problema di comunicazione. Tutti, Bohlen, Stimson, Byrnes, Churchill, osservarono la conversazione con attenzione, anche se non con troppa attenzione, per non far capire a Stalin che la battuta era importante. Come Byrnes ricordò nelle sue memorie del 1947: “(Truman) disse che aveva detto a Stalin che, dopo una lunga sperimentazione, avevamo messo a punto una nuova bomba molto più distruttiva di ogni altra bomba conosciuta, e che prevedevamo di usarla molto presto, a meno che il Giappone non si arrendeva. L’unica risposta di Stalin fu di essere contento di sentire della bomba e sperava che l’avremmo usata. Fui sorpreso dalla mancanza d’interesse di Stalin. Conclusi che non ne colse l’importanza. Pensai che il giorno dopo avrebbe chiesto ulteriori informazioni. Non lo fece. Più tardi conclusi che, poiché i sovietici tenevano segreti i loro sviluppi militari, pensassero che fosse improprio chiedere dei nostri”. Nel 1958, nella seconda edizione delle memorie, rivide leggermente il suo punto di vista: “Non credevo che Stalin colse il pieno significato della dichiarazione del Presidente, e pensai che il giorno dopo ci sarebbe stata qualche indagine su questa “arma nuova e potente”, ma mi sbagliai. Pensai allora e anche adesso che Stalin non apprezzasse l’importanza delle informazioni dategli; ma ci sono altri che credono che, alla luce delle informazioni successive sui servizi segreti sovietici in questo Paese, fosse già a conoscenza del test del New Mexico, e che a ciò fosse dovuta la sua apparente indifferenza”.
preview.php Il dittatore sovietico non lasciò nulla sullo scambio, ma la sua delegazione lo fece. E’ difficile prendere le memorie del Ministro degli Esteri sovietico V. M. Molotov come completamente affidabili, poiché ricordò qualcosa che nessun altro vide, la propria presenza alla conversazione, ma sembra certo che Stalin l’informasse subito dopo. Ecco il racconto di Molotov: “Truman prese Stalin e me da parte e con uno sguardo misterioso ci disse che avevano un’arma speciale che non era mai esistita prima, un’arma molto straordinaria… E’ difficile dire ciò che pensava, ma mi sembrò che volesse scioccarci. Stalin reagì con molta calma, in modo che Truman pensasse che non avesse capito. Truman non disse ‘bomba atomica’, ma lo capimmo subito“. Ci sono tre caratteristiche importanti della versione sovietica: Truman non specificò mai il carattere nucleare dell’arma; i sovietici conoscevano la realtà delle sue parole, anche se non la rivelarono, e Stalin e il suo entourage la videro come una velata minaccia. Il Maresciallo Georgij Zhukov, Comandante dell’Armata Rossa e quindi figura cruciale a Potsdam, ritenne che Truman andò da Stalin “ovviamente per ricattarlo politicamente“, ma osservò che Stalin “non espresse per nulla i suoi sentimenti, agendo come se non vi trovasse niente di importante nelle parole di H. Truman”. Il che ci lascia l’importante domanda: Cosa pensava Stalin? In effetti, cosa sapeva davvero della bomba atomica prima della battuta di Truman? Truman era certo che non ne sapesse nulla, come dichiarò in un’intervista nel 1959: “Quando (il giornalista del New York Times William Laurence) dice che Stalin sapeva, non è vero. Non ne sapeva assolutamente nulla fin quando accadde… Non ne sapeva più dell’uomo sulla Luna“. Tuttavia, come è ormai evidente dagli archivi sovietici, Truman giudicò male l’avversario. Stalin ne sapeva abbastanza. Il 7 agosto, il giorno dopo la distruzione di Hiroshima con la bomba all’uranio Little Boy, Molotov (ora a Mosca) s’incontrò con l’ambasciatore statunitense Averell Harriman e gli disse: “Voi americani potete tenere un segreto quanto volete“. Harriman osservò “qualcosa di simile a un sorriso” sul volto di Molotov, e più tardi osservò che “il modo in cui lo disse mi convinse che non fosse per nulla un segreto… L’unica sorpresa, suppongo, fu il fatto che il test di Alamogordo ebbe successo. Ma Stalin, purtroppo, sapeva che eravamo molto vicini a testare la prima esplosione di prova“. L’intuizione di Harriman era corretta. Zhukov osservò che Stalin prese Molotov da parte la sera della battuta di Truman e disse, “Dobbiamo discutere con Kurchatov dell’accelerazione del nostro lavoro“. Igor Kurchatov era il direttore scientifico del programma della bomba atomica sovietica. Stalin non sapeva solo della bomba, ma stava costruendo la sua; Truman non solo mancò d’impedire la proliferazione sovietica, ma sembra che l’abbia accelerata.Vets-and-the-Soviet-bombTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nippon Kaigi: il culto occulto che vuole dirigere il Giappone

Jake Adelstein, Fascinant JaponAbe_i_OkabeLa Nippon Kaigi è un piccolo movimento cultista che comprende alcune delle persone più potenti del Paese che mirano a ripristinare la “gloria” del Giappone imperiale di prima la seconda guerra mondiale. Nella terra del Sol Levante, un culto scintoista conservatore fondato nel 1970, che vede tra i suoi membri il Primo ministro giapponese Shinzo Abe e molti altri del suo gabinetto, è stato finalmente portato alla ribalta. Il gruppo si chiama Nippon Kaigi (Conferenza del Giappone) ed è guidato da Tadae Takubo, ex-giornalista divenuto analista politico. Ha solo 38000 membri, ma da club esclusivo, o setta, esercita un’enorme influenza politica. In generale, lo Shintoismo è una religione politeista nativa e animistica del Giappone. Lo shintoismo di Stato, nel frattempo, fu imposto prima e durante la Seconda guerra mondiale, elevando l’imperatore allo status divino e insistendo sul fatto che i giapponesi erano una razza divina, la Yamato, e le altre razze ben inteso da considerare inferiori. La Nippon Kaigi fu fondata nel 1970 da un gruppo progressista shintoita noto come Seicho No Ie. Nel 1974, una sezione uscì dal gruppo fondendosi con il Nippon o Mamoru Kai, un’organizzazione per la rinascita del patriottismo che sosteneva lo shintosimo di Stato e il ritorno al culto imperiale. Il gruppo attuale fu ufficialmente costituito nel maggio 1997, quando Nippon o Mamoru Kai e un gruppo d’intellettuali di destra unirono le forze. Gli obiettivi del culto sono l’abolizione della costituzione pacifista del Giappone, la fine della parità di genere, l’espulsione degli stranieri, la cancellazione delle fastidiose leggi sui “diritti umani” e il ritorno del Giappone alla gloria imperiale. Con le elezioni parlamentari del Giappone del 10 luglio, il culto ha ora la possibilità di dominare completamente la politica giapponese. Se la coalizione di governo vince abbastanza seggi, si apre la via alla modifica della Costituzione del Giappone, sacra e inviolabile dal 1947. In effetti, per il Giappone, queste elezioni saranno una sorta di Brexit: se il Paese prosegue come democrazia o letteralmente torna indietro, al periodo Meiji, quando l’imperatore regnava e la libertà di espressione era subordinata agli interessi dello Stato. L’influenza della Nippon Kaigi può essere difficile da comprendere per uno straniero, ma immaginate se “il futuro presidente del mondo” Donald Trump appartenesse a un gruppo della destra evangelica, chiamiamola “Conferenza degli Stati Uniti”, che auspica il ritorno alla monarchia, l’espulsione degli immigrati, la revoca del parità di diritti alle donne, le restrizioni alla libertà di espressione e la maggior parte dei politici nominati appartenga allo stesso gruppo. Sembra incredibile… In ogni caso, preoccuperebbe molta gente. Questo è l’equivalente di ciò che è già accaduto in Giappone con il Primo ministro Shinzo Abe e il suo gabinetto.
1025775685 Abe è un politico di terza generazione essendo il nipote di Nobusuke Kishi, il ministro delle Munizioni giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale. Fu imprigionato da sospetto criminale di guerra di classe A nel 1945 (ma non fu mai processato dal tribunale di Tokyo), prima di diventare primo ministro nel 1950. Abe è un vero nazionalista e revisionista, fu anche Primo ministro nel 2006-2007 prima di dimettersi bruscamente. I suoi legami con l’organizzazione Nippon Kaigi risalgono agli anni ’90. Come gli altri membri del culto imperiale, Abe ha detto che la revisione della Costituzione è il suo obiettivo principale. In un’intervista alla Nikkei Asian Review del febbraio 2014 Abe disse: “Il mio partito, il Partito LiberalDemocratico (LDP), sostiene il cambio della nostra costituzione sin dagli inizi, quasi 60 anni fa“. Così ora Abe e il suo partito, come le fazioni estremiste, sono sulla buona strada per raggiungere tale obiettivo. Il Parlamento giapponese, noto anche come Dieta, è costituito da una Camera superiore e una inferiore. La sezione 96 della Costituzione stabilisce che modifiche possono essere apportate alla Costituzione se approvate dalla maggioranza qualificata dei due terzi di entrambe le camere della dieta o con la maggioranza semplice in un referendum. Allo stato attuale, l’LDP e i suoi partner della coalizione hanno solo una maggioranza dei due terzi nella camera bassa e una semplice nella alta. Sperano di avere la maggioranza dei due terzi della Camera alta, dopo le elezioni di luglio. L’Asahi Shimbun e la stampa indipendente giapponese hanno chiamato la campagna di quest’anno “elezioni dagli scopi occulti”. I media locali hanno riferito che l’LDP e i suoi partner politici avevano indicato ai candidati di evitare di menzionare la revisione costituzionale nei loro discorsi. La posizione ufficiale della coalizione di governo è parlare solo di un argomento: l’abenomics. Ma l’abenomics cos’è?
L’abenomics è la politica economica che il Primo Ministro Abe promise di attuare nel 2012. Si basa sulle “tre frecce” dello stimolo fiscale, dell’allentamento monetario e delle riforme strutturali. Doveva rivitalizzare la stagnante economia giapponese. La terza “freccia” non fu scoccata, ma il 20 giugno il Fondo Monetario Internazionale ha sostanzialmente detto che l’abenomics è un fallimento suggerendo al Giappone di aumentare i salari. Il partito al potere si è concentrato nei discorsi su economia e speranza che infine l’abenomics cammini, mentre i partiti di opposizione, riuniti dal Partito democratico del Giappone (DPJ), presentavano un unico candidato in zone del Giappone dove avevano buone possibilità di vincere, sottolineando l’importanza di bloccare la revisione costituzionale. Il leader del DPJ, Katsuya Okada, avvertiva, “sotto l’amministrazione Abe i diritti fondamentali come libertà di espressione e diritto al libero accesso alle informazioni (riguardo il governo) sono minacciati… il pacifismo sancito dalla costituzione sarà distrutto“. La pressione interna all’LDP per rimuovere qualsiasi menzione alla revisione costituzionale è comprensibile, dice Koichi Nakano, professore ed esperto di politica giapponese della Sophia University.L’abenomics è semplicemente un modo per presentare il nazionalismo di Abe come qualcosa di attraente per farlo mantenere al potere“, ha detto Nakano, osservando che l’opinione pubblica si oppone in gran parte alla revisione della Costituzione. “Dal 2012, Abe usa la stessa tattica delle due precedenti elezioni, insistendo che il voto riguarda solo l’economia e, una volta che le elezioni sono passate, attua il vero piano. L’ha fatto con l’adozione delle leggi sui segreti di Stato, e poi con le leggi sulla sicurezza nel 2015 dopo le elezioni anticipate nel dicembre 2014, che avevano suscitato una forte opposizione. Segue probabilmente il consiglio del viceprimo ministro che aveva già notato che l’LDP dovrebbe imparare dai nazisti su come cambiare agevolmente la Costituzione“. La costituzione proposta dall’LDP, fortemente influenzata dai membri della Nippon Kaigi, secondo le indagini della Asahi Shimbun e altri media, abolisce l’articolo 9 che vieta al Giappone di ricorrere alla guerra come mezzo per risolvere i conflitti internazionali. Inoltre limita fortemente la libertà di espressione e toglie il diritto di parlare su questioni “contrarie al pubblico interesse”. Possiamo ovviamente dare per scontato che sarà il governo a decidere ciò che è “interesse pubblico”. Verrebbero anche eliminate le parole “diritti fondamentali” dalle sezioni chiave della Costituzione, secondo gli esperti costituzionali. L’LDP ha sostenuto che la revisione è necessaria per un Giappone moderno che deve affrontare la minaccia della Cina e liberarsi “dal regime del dopoguerra“.

Katsuya Okada

Katsuya Okada

nippon-kaigi-no-kenkyuL’ideologia del Primo Ministro Abe e del suo gabinetto era poco seguita dai media ufficiali giapponesi fino a maggio. Tutto è cambiato con la pubblicazione a sorpresa del best seller Nippon Kaigi No Kenkyu (Indagine sulla Conferenza del Giappone) del giornalista Tamotsu Sugano, il 30 aprile. L’esperto costituzionale Setsu Kobayashi, che è anche ex-membro della Nippon Kaigi, ha detto che il gruppo “ha difficoltà ad accettare la realtà che il Giappone abbia perso la guerra” e che vuole ripristinare la costituzione Meiji, osservando che alcuni membri sono discendenti di persone responsabili della guerra. Kobayashi è stato così attaccato dai suoi ex-soci, che a maggio ha fondato il nuovo partito Kokumin-Ikari no Koe (Voce arrabbiata dei cittadini), per promuovere e proteggere i diritti costituzionali. Nonostante il numero limitato di membri della Nippon Kaigi, la metà del gabinetto Abe appartiene all’Associazione Nazionale Legislatori Amici della Nippon Kaigi, un ramo del gruppo politico. Il Primo ministro Abe ne è il Consigliere speciale. L’ex ministro della Difesa, Yuriko Koike, che concorre alla carica di governatore di Tokyo, è un altro membro di spicco. Il Sankei Shinbun e altri hanno riferito che la Nippon Kaigi fece pressioni, il 28 aprile, sull’editore Fusosha per impedire la pubblicazione del libro. La lettera di protesta fu sorprendentemente inviata al direttore non dal presidente Tadae Takubo, ma dal segretario generale del gruppo Yuzo Kabushima. Kabushima è un adoratore dell’imperatore ed era un membro chiave del movimento studentesco Seicho No Ie. Sugano dice nel suo libro che Kabushima è la persona che realmente guida l’organizzazione. Nonostante il tono minaccioso della lettera, l’editore non sospese la pubblicazione. La prima edizione del libro ebbe solo 8000 copie. Ora è alla quarta edizione con oltre 126000 copie vendute. Cinque altri libri sono stati pubblicati in relazione e riviste appaiono con in prima pagina storie sull’argomento. Improvvisamente, la Nippon Kaigi è divenuta molto visibile.
Sugano è sorpreso e sollevato che la Nippon Kaigi e la sua influenza sulla politica nazionale, infine, ricevano attenzione. Lui stesso è un conservatore, laureato in scienze politiche all’Università del Texas. Mentre viveva in Texas, notò come il movimento cristiano evangelico costruisse la propria influenza politica vedendovi un parallelo nei metodi della Nippon Kaigi. Sugano era ancora un “Salaryman” quando seppe dell’esistenza della Nippon Kaigi. Nel 2008 Sugano ricorda il cambio di atmosfera per le strade. “I nerd cominciavano a parlare“, ha detto. Le proteste di gruppi come lo Zaitokukai e l’odio contro gli stranieri divenne più evidente, vidi l’escalation delle loro attività ogni giorno. Trovavo tale inondazione di odio preoccupante e m’infiltrai nelle loro proteste e a documentarle. Per capire la motivazione di membri e sostenitori spulciai le pubblicazioni conservatrici cui spesso facevano riferimento nei commenti on-line. Gli autori di tali pubblicazioni m’incuriosivano. Molti erano esperti del campo, giornalisti, accademici, ma scrivevano di argomenti estranei alle loro competenze. Poi mi resi conto che tutti sembravano aderire alla stessa organizzazione. Ciò mi fece scoprire il meraviglioso mondo della revisionista Nippon Kaigi. Sottolineò che la Nippon Kaigi utilizza i Neto Uyo (estremisti di destra che trolleggiano in rete chi scrive negativamente del Giappone), intellettuali, politici e altri sostenitori sui media mainstream per influenzare notevolmente politica ed opinione pubblica. Una diretta conseguenza fu il restauro da parte del governo giapponese del calendario imperiale vietato dalle forze di occupazione degli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale. E’ il 2016 in occidente, ma nel calendario imperiale, che si basa sull’imperatore regnante, è l’anno 28 dell’era Heisei. Il sistema è così complicato che molti giornalisti in Giappone si portano sempre con sé una tabella di corrispondenza tra i due calendari. Sugano attribuisce alla Nippon Kaigi anche alla resurrezione politica del Primo ministro Shinzo Abe, la cui carriera politica era considerata finita dopo le brusche dimissioni da premier nel 2007. Ritiene inoltre che uno dei loro obiettivi sia cambiare radicalmente le parti della Costituzione che definiscono matrimonio e diritti delle donne, per “fare del Giappone un Paese gradito a vecchi scontrosi, come loro“.

Tadae Takubo

Tadae Takubo

The Daily Beast ha contattato Nippon Kaigi via e-mail, fax e telefono e ha chiesto chiarimenti su quanto è stato scritto sul gruppo e le loro obiezioni al libro di Sugano, ma non ha ricevuto risposta.
Mentre molti libri e articoli pubblicati di recente danno l’immagine di un’organizzazione machiavellica che ha aggirato la legge per evitare di essere classificata gruppo politico, Sugano crede che siano per lo più reazionari senza una chiara idea di cosa fare una volta raggiunti i loro obiettivi. “Hanno lavorato costantemente e discretamente con politici locali e lobby politiche per opporsi a cose come la parità di genere, il riconoscimento dei crimini di guerra e delle donne di conforto (schiave sessuali durante la Seconda Guerra Mondiale), le donne che usano il loro nome da nubile dopo il matrimonio, ecc. Sono anti-questo e anti-quello ma non hanno alcuna visione“. Altri ricercatori hanno notato le posizioni del gruppo contro la parità di genere, ma sottolineano che il Primo ministro Abe sembra essere sincero sul tema della promozione delle donne sul posto di lavoro e che il gruppo ha anche donne deputate nei suoi ranghi. Sugano non ne è sorpreso. “Il Primo ministro Abe parla molto di Womenomics (affermare il ruolo della donna nel mondo degli affari), ma è blabla. È come un razzista del Texas che dice: “Ho un amico nero, quindi non sono razzista”. Il fatto che ci siano delle donne in politica sostenute dal gruppo rientra nella stessa logica. Ci sono sempre minoranze nella minoranza che considerano la discriminazione accettabile“. Il professor Jeff Kingston, storico del Giappone moderno, ha osservato che sebbene Abe abbia detto tutte le cose che deve dire, di nascosto ha ridotto la percentuale di donne nelle posizioni dirigenti dal 30 al 15%, e in pratica le sue scarne azioni sono solo “un cenno alla realtà patriarcale che dimostra come la Womenomics di Abe sia una farsa“. Sugano insiste dicendo che le “realtà patriarcale” del Giappone è una delle ragioni dell’autocensura dei media sotto l’amministrazione Abe e il motivo per cui hanno a lungo evitato di fare riferimento alla Nippon Kaigi. Sostiene che i media tradizionali giapponesi sono gestiti da vecchi misogini le cui opinioni si allineano alle idee sessiste della Nippon Kaigi, ed essendo d’accordo con i loro principi, non hanno alcun motivo per fare luce sull’organizzazione reazionaria. “Non è autocensura. È omertà“, ha detto. L’atteggiamento sprezzante della Nippon Kaigi contro donne e bambini spiega anche l’ovvia opposizione alla Convenzione internazionale dei diritti dei bambini delle Nazioni Unite (CRC). Hideaki Kase, membro di spicco della Nippon Kaigi e prolifico scrittore revisionista, è anche il presidente dell’associazione per le punizioni corporali del Giappone, che sostiene che picchiare “giudiziosamente” i bambini sia un modo per educarli e renderli forti. Se si chiede il motivo per cui le elezioni del 10 luglio erano importanti, Sugano dice che “LDP, Abe e Nippon Kaigi hanno lo stesso scopo. Ciò mi fa terribilmente temere che non siano mai stati più vicini a realizzare i loro sogni: modificare la Costituzione per portare il Paese sotto una società feudale militarista in cui le donne, i bambini, i giovani e gli stranieri, tra cui i giapponesi di origine coreana, non abbiano diritti. Ne avranno uno solo: di tenere chiusa la bocca“.japan-1(Dopo le elezioni del 10 luglio 2016, Shinzo Abe e i suoi alleati hanno la maggioranza dei due terzi nella Camera bassa e nella Camera alta per modificare la Costituzione giapponese).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Causa ingiusta: Hiroshima e Nagasaki

Lo storico Gar Alperovitz sulla decisione di bombardare Hiroshima e Nagasaki
Andrew Cockburn Harpers, 27 maggio 2016stillman-hiroshima-690Come detto, il presidente Obama non ha chiesto scusa per l’attacco nucleare degli Stati Uniti che distrusse la città di Hiroshima il 6 agosto 1945, nella recente visita alla città. Invece, ha invitato vacuamente al coraggio di “diffondere la pace e perseguire un mondo senza armi nucleari”, evitando chiaramente qualsiasi riferimento specifico al motivo per cui gli Stati Uniti decisero di bruciare oltre 100000 giapponesi, sermonando, “Riflettiamo sulle forze terribili scatenate in un passato non così lontano. Piangiamo i morti… le loro anime ci parlano e ci chiedono di guardarci dentro. Per chiarire chi siamo e cosa potremmo diventare“, un esercizio retorico che in sostanza è pari al poco più infame “cose che accadono” di Donald Rumsfeld. Settanta anni dopo la seconda guerra mondiale, a quanto pare gli attacchi nucleari su Hiroshima e Nagasaki sono ancora una questione evasa e giustificata dai funzionari degli Stati Uniti come l’unico modo per porre fine alla guerra e salvare vite statunitensi. Per indicare le omissioni di Obama, mi rivolgo allo storico Gar Alperovitz. Il suo libro del 1995, The Decision to Use the Atomic Bomb and the Architecture of An American Myth, è il resoconto definitivo sul perché Hiroshima fu distrutta, e come la storia ufficiale che giustifica tale decisione sia stata fabbricata successivamente e promulgata dalla dirigenza della sicurezza nazionale. Come spiega, la bomba non solo non salvò vite di statunitensi, ma in realtà avrebbe causato la morte inutile di migliaia di militari degli Stati Uniti.

Cominciamo con la domanda fondamentale: era necessario sganciare la bomba su Hiroshima, per costringere alla resa il Giappone e, quindi, salvare vite statunitensi?
Assolutamente no. Almeno, ogni traccia di prova che abbiamo indica fortemente non solo che non era necessario, ma che era già noto che fosse inutile. Questo fu il parere dei vertici dei servizi segreti e militari. C’era l’intelligence che da aprile 1945, e ribadendolo di mese in mese fino al bombardamento di Hiroshima, che la guerra sarebbe finita quando i sovietici sarebbero entrati in guerra (e che) i giapponesi si sarebbero arresi se l’imperatore avesse mantenuto almeno un ruolo onorario. L’esercito statunitense aveva già deciso (di voler) mantenere l’imperatore perché voleva servirsene dopo la guerra per controllare il Giappone. Praticamente tutti i principali dati militari sono ora disponibili, e la maggior parte quasi subito dopo la guerra ed è sorprendente, se si pensa a tal proposito, che dicano che il bombardamento fu del tutto inutile. Eisenhower lo disse in diverse occasioni. Lo disse il Presidente degli Stati Maggiori Riuniti, Ammiraglio Leahy, anche capo di gabinetto del presidente. Curtis LeMay, responsabile del bombardamento convenzionale del Giappone (lo disse pure). Sono tutte dichiarazioni pubbliche. E’ degno di nota che i leader militari lo fecero pubblicamente, contestando la decisione del presidente poche settimane dopo la guerra, alcuni pochi mesi dopo. In realtà, pensandoci oggi, lo s’immaginerebbe? E’ quasi impossibile pensarlo.1aayGli Stati Uniti vollero mai l’intervento dei sovietici?
Ecco quello che successe. Non sapendo se la bomba avrebbe funzionato o meno, i leader degli Stati Uniti furono preavvisati che la dichiarazione di guerra sovietica, combinata con l’assicurazione che l’imperatore poteva restare in qualche modo senza potere, avrebbe posto fine alla guerra. Ecco perché a Jalta (il vertice del febbraio 1945 tra Roosevelt, Stalin e Churchill) implorammo disperatamente i sovietici ad entrarvi, e decisero di farlo entro tre mesi dalla fine della guerra in Europa. L’intelligence degli Stati Uniti aveva già detto che ciò avrebbe concluso la guerra, motivo per cui ne cercammo il coinvolgimento prima che la bomba fosse testata. Dopo di ché, gli Stati Uniti cercarono disperatamente di far finire la guerra prima che arrivassero.

E’ possibile che la leadership degli Stati Uniti evitasse azioni che provocassero la resa, pur di mantenere la situazione in modo d’avere la scusa per usare la bomba?
Ora punta sulla più delicata di tutte le domande. Non possiamo provarlo, ma sappiamo che il consiglio del presidente, che praticamente contava tutti i vertici militari e politici, l’assicurarono che i giapponesi probabilmente si sarebbero arresi all’inizio dell’estate 1945, secondo i rapporti dell’intelligence di aprile. Lo dissero in quel momento, mentre molti massimi responsabili suggerirono al sottosegretario di Stato (Joseph) Grew, per esempio, e al segretario alla Guerra (Henry) Stimson, come la guerra potesse benissimo concludersi presto, anche prima dell’intervento dei sovietici.

I leader degli alleati riunitisi a Potsdam, a fine luglio, rilasciarono nella dichiarazione di Potsdam i termini della resa dei giapponesi. Nel suo libro, si discute del tentativo di includervi le necessarie garanzie di preservare l’imperatore. Che successe?
Scritto nel testo originale, il comma dodici della Dichiarazione di Potsdam essenzialmente assicurava i giapponesi che l’imperatore non sarebbe stato deposto e (sarebbe) rimasto similmente al re o alla regina d’Inghilterra, senza alcun potere. Fu una raccomandazione di tutto il governo, ad eccezione di Jimmy Byrnes. Byrnes fu il principale consigliere del presidente in materia, era il segretario di Stato. Non c’è dubbio che abbia seguito la decisione alla base di ciò. Fu anche il rappresentante personale del presidente al comitato ad interim che studiò se usare la bomba. Fu l’uomo direttamente responsabile, in questo caso. Tutti pensavano che la guerra sarebbe finita una volta che fosse stata emessa, e sapevano che la guerra sarebbe continuata se eliminavano il comma dodici, e Jimmy Byrnes lo tolse con l’approvazione del presidente.

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Perchè non possiamo collaborare con mutua fiducia?

Quindi fu uno sforzo deliberato per prolungare la guerra?
Penso che sia vero, ma non si può dimostrarlo. I Joint Chiefs of Staff, di fronte al blocco di Byrnes, spinsero lo Stato maggiore inglese a chiedere a Churchill di contattare Truman scavalcando Byrnes, per cercare di convincerlo a rimettere il comma, e Churchill lo fece. Ma Truman non cedette, seguendo il consiglio di Byrnes. Fu un momento straordinario.

Qual è stata la giustificazione per Nagasaki?
Ebbene, si affermò che si trattava di decisione automatica. Fu deciso di usare le bombe quando erano pronte. Credo che gli scienziati, e poi anche i militari, Groves in particolare, volessero testare la seconda. C’è un altro motivo che penso probabilmente pesasse. L’Armata Rossa era entrata in Manciuria l’8 agosto, e Nagasaki fu bombardata il 9 agosto. L’intero fulcro decisionale dei vertici, cioè Jimmy Byrnes consigliere del presidente, in quel momento… non era più usare o meno la bomba… ma far finire la guerra il più velocemente possibile, mentre l’Armata Rossa avanzava in Manciuria. Il collegamento logico tra ciò e “Perché continuare con Nagasaki?” o meglio “perché non su sospeso“, è impossibile con la documentazione attuale, ma non c’è dubbio che il sentimento e lo stato d’animo dei vertici decisionali era “come porre fine a questa cosa il più dannatamente veloce possibile?” Un contesto in cui la decisione di colpire Nagasaki era presa, o meglio, neanche discussa.

La linea ufficiale, che abbiamo, che la bomba salvò diverse vite e che i giapponesi avrebbero combattuto fino all’ultimo uomo, ecc., si consolidò abbastanza rapidamente. Come lo spiega?
La rivista Harper’s giocò un ruolo importante. Pubblicò ciò che era fondamentalmente un articolo disonesto dall’ex-ministro della Guerra Henry Stimson. Vi erano crescenti critiche dopo la guerra, infatti, avviate dai conservatori, non dai liberali che difesero Truman, arrivando poi da militari e alcuni scienziati, e quindi da certi leader religiosi, fino all’articolo del New Yorker di John Hersey “Hiroshima”. C’erano così tante critiche nel 1946 che la leadership pensò che andassero fermate, e quindi spinse l’ex-segretario alla Guerra Stimson a difenderla con forza. In realtà, fu scritto da McGeorge Bundy (in seguito consigliere della sicurezza nazionale negli anni del Vietnam), e fecero sì che la rivista Harper’ lo pubblicasse (nel febbraio 1947). L’articolo divenne notissimo nel Paese e fu la base di articoli di giornali e radio al momento. Penso che sia corretto dire che spense le critiche per due decenni.

Beh, possiamo considerare questa intervista un atto di espiazione. Era importante per la politica estera degli Stati Uniti convincere il Paese e il mondo che non fece una brutta cosa, ma una buona per porre fine alla guerra e salvare vite umane?
Sì, su due livelli. Hiroshima e Nagasaki non erano obiettivi militari. Ecco perché non furono attaccate, perché erano in fondo nella lista delle priorità. Allora, cosa c’era? Piccoli impianti militari. I giovani erano in guerra, e chi si erano lasciati alle spalle? Come minimo circa 300000 persone, prevalentemente bambini, donne e vecchi, persone che furono distrutte inutilmente. È una straordinaria sfida morale alle posizioni degli Stati Uniti e dei vertici che presero tali decisioni. Se non giustificavano tale decisione in qualche modo, erano pesantemente criticabili, e giustamente.

Se Obama non aveva intenzione di chiedere scusa per la bomba di Hiroshima, cosa avrebbe dovuto dire?
Sarebbe stato un bene che il presidente andasse oltre le parole, agendo mentre era in città. Un buon inizio sarebbe stato annunciare la decisione di non spendere 1 miliardo di dollari per le armi nucleari di nuova generazione e loro vettori. E poteva invitare la Russia e altre nazioni nucleari a partecipare ai negoziati in buona fede, richiesti dal trattato di non proliferazione nucleare per ridurre radicalmente gli arsenali nucleari.11779764Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Giappone alla ricerca di energia

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 07/12/2016Turkmenistan President visits JapanIl Giappone, la terza economia mondiale, non ha praticamente giacimenti di gas e petrolio. La situazione è un po’ paradossale dato che alcun Paese può prosperare senza petrolio e gas. Così, la Terra del Sol Levante affrontò con successo la situazione importando petrolio dal Medio Oriente, il gas naturale liquefatto (GNL) da Australia, Indonesia, Malaysia e Medio Oriente. Il Giappone ha bisogno anche di carbone per i suoi impianti di cogenerazione, che acquista da Australia, Indonesia e Cina. Di recente il Paese puntava le sue speranze sull’industria nucleare. Dopo la tragedia di Fukushima del 2011, tuttavia, i programmi nucleari erano minacciati di sospensione. Il pubblico giapponese sconvolto dalla catastrofe ha chiesto di chiudere tutte le centrali nucleari. Non meno scioccato, il governo giapponese avviò avidamente il processo. Una volta che il Giappone ha ripreso i sensi e valutato la situazione a mente fredda, ha compreso che non c’era modo di abbandonare il programma nucleare. Oggi le centrali nucleari giapponesi vengono gradualmente riavviate dopo numerosi e rigorosi controlli ed aggiornamenti. Il Paese, avendo appreso la lezione “nel modo più duro”, ha intensificato la ricerca di affidabili e convenienti nuovi fornitori di idrocarburi. Dato che i Paesi del Medio Oriente sono lontani dal Giappone, costa di più inviare le preziose merci dalla regione. Per di più (come l’esperienza degli ultimi decenni mostra), quasi ogni Paese del Medio Oriente è in conflitto e a rischio di rivoluzione, e se scoppiasse la guerra, la fornitura di combustibile inevitabilmente terminerebbe. Così, la Russia è un esportatore ideale di idrocarburi per il Giappone. Il traffico di navi gasifere da Sakhalin al Giappone è iniziato nella primavera del 2009, poco dopo che l’impianto di liquefazione di Sakhalin venne avviato nell’ambito del progetto Sakhalin-2. Questa rotta verso la Terra del Sol Levante sembra essere più praticabile. La Federazione Russa beneficia di questa cooperazione, essendo il Giappone uno dei maggiori consumatori mondiali di GNL. Inoltre, la Russia vende direttamente GNL al Giappone, bypassando intermediari.
thediplomat_2016-03-15_20-06-54-386x257 Nonostante le vantaggiose relazioni commerciali Giappone-Russia e la presenza di una rete diversificata e consolidata di fornitori, il Giappone continua a cercare nuovi esportatori, implementando così la strategia della sicurezza energetica basata sul principio “più sono, meglio è”. Questo è il motivo per cui valuta l’Asia centrale come possibile partner. Tokyo ha fatto ogni sforzo per rafforzare la propria posizione in Asia centrale dal 2006. All’epoca il Paese adottò una strategia energetica nazionale volta a valorizzare la cooperazione con i Paesi ricchi di combustibili fossili. Lo stesso anno, nel corso del forum tra Asia centrale e Giappone, il Ministero degli Esteri giapponese ebbe dei negoziati con gli omologhi di Afghanistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Le parti discussero questioni riguardanti uno sviluppo coordinato e la sicurezza della regione, tra cui quella del trasporto di carburante. I rappresentanti giapponesi inoltre confermavano l’impegno del Paese a finanziare la costruzione di una rete stradale e di gasdotti per il trasporto del petrolio sull’Oceano Indiano e in Giappone. (Si parla della costruzione di un oleogasdotto per le isole giapponesi dal 1990. Ad esempio, fu inizialmente previsto che il gasdotto Turkmenistan-Uzbekistan-Kazakhstan-Cina si estendesse al Giappone, ma o il finanziamento finì o piani cinesi cambiarono). Nell’autunno 2006, l’allora premier giapponese Junichiro Koizumi visitò Kazakistan e Uzbekistan, dove affermò esplicitamente che il Giappone cercava di ampliare la rete dei fornitori di petrolio e gas per ridurne la dipendenza dal Medio Oriente. Nonostante strenui gli sforzi del Giappone per raggiungere il livello desiderato d’influenza in Asia centrale negli ultimi dieci anni, la Cina rimane il leader della regione. Il Giappone ha fatto un altro tentativo di prevalere in Asia centrale alla fine di ottobre 2015, quando il premier Shinzo Abe compì un viaggio di alto profilo nella regione, visitando Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Mongolia. I mass media giapponesi riferirono che Shinzo Abe era scortato da una folta delegazione di uomini d’affari giapponesi. Sulla scia del viaggio, furono firmati contratti di elevato valore. Il Giappone s’impegnava ad investire oltre 18 miliardi di dollari solo nell’economia del Turkmenistan. Forse, la visita del premier giapponese in Turkmenistan merita una particolare attenzione. Il Turkmenistan ha riserve di gas sufficienti ad alimentare quasi tutta l’Asia (e non solo, ma anche i Paesi europei interessati all’esportazione del gas da questo Paese). Fino a poco prima, la Russia era il principale acquirente del gas turkmeno, poi rivenduto ai consumatori europei. Tuttavia, dopo varie divergenze scoppiate tra le parti all’inizio del 2009, Gazprom ridusse il volume di gas scambiato. Di conseguenza, il Turkmenistan non ebbe altra scelta che cercare altri partner. La Cina si affrettò ad approfittare della nuova opportunità e si offrì di acquistare il gas dal Turkmenistan, ma ad un prezzo inferiore a quello pagato dalla Russia. Il governo turkmeno, non avendo alternative, accettava l’offerta. Anche se il gasdotto Turkmenistan-Cina è in servizio dal 2009, il Turkmenistan ha continuato a cercare nuovi clienti. Un gasdotto Turkmenistan-Iran opera dal 2010, ma la sua capacità massima (12 miliardi di metri cubi l’anno) è assai inferiore a quella del gasdotto per la Cina. Ciò significa che il Turkmenistan non ottiene molto, soprattutto perché l’esportazione di combustibile fossile è la sua principale fonte di ricavi. Per l’attuazione del progetto dell’oleogasdotto TAPI, per erogare il gas turkmeno ad Afghanistan, Pakistan e India, serve che la situazione regionale migliori. E il Giappone ha deciso di dare una mano impegnandosi a finanziare il progetto. La Banca asiatica di sviluppo parteciperà al progetto da principale investitore e consulente commerciale del TAPI. Nonostante l’ADB sia un’istituzione internazionale, i cittadini giapponesi ne furono sempre al timone poiché il Giappone è il primo azionista della banca. Il progetto dovrebbe essere finanziato da altri enti giapponesi.
Sembra che l’idea di un gigantesco gasdotto che sostituisca le petroliere (o almeno ne riduca la rotta) istighi ancora la fantasia dei politici giapponesi, sperando che le loro aspirazioni si avverino con l’attuazione del TAPI. Il problema, tuttavia, è che nessuno sa esattamente quando ciò avverrà. Il gasdotto deve attraversare il territorio dell’Afghanistan, impossibile finché la guerra nel Paese non finirà. D’altra parte, sarebbe davvero difficile per i politici e uomini d’affari giapponesi agire per capriccio. Quindi, se hanno deciso d’investire sul TAPI, avranno avuto buoni motivi. Nel frattempo, il gas turkmeno arriva in Giappone su petroliere. Ciò è più costoso e richiede più tempo che non usando gli oleogasdotti. Tuttavia, è l’unica opzione attualmente disponibile. In ogni caso, dal viaggio del 2015 di Shinzo Abe, i giganti giapponesi Mitsubishi, Chiyoda, Itochu, ecc. aderiscono alle fila dei promotori del maggiore giacimento di gas turkmeno, Galkynysh, da cui il Giappone dovrebbe importare ancor più gas. Alcuni, tuttavia, ritengono che il Giappone venderà il gas estratto in Turkmenistan a Gazprom e quest’ultima consegnerà un volume corrispettivo con le petroliere di Sakhalin. Sarebbe sensato e utile per tutte le parti coinvolte. L’attuazione di questo programma potrebbe dare al Turkmenistan l’occasione per rinnovare le relazioni commerciali con la Russia con la mediazione del Giappone. In ogni caso, è chiaro che il Giappone si consolida in Turkmenistan, che potrebbe diventare il terreno di partenza per l’ulteriore diffusione dell’influenza del Giappone in Asia centrale.Kazakhstan's President Nazarbayev and Japan's Prime Minister Abe shake hands during their meeting at Akorda presidential residence in AstanaDmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mar Cinese Meridionale: occhio, il Drago potrebbe mordere!

Andre Vltchek New Eastern Outlook 24/07/2016150514_spratlyOutpostsMapLa Cina fuma, ovviamente ne ha abbastanza, si raggiunge il limite. Per decenni ha cercato di placare l’occidente, di giocare secondo le leggi internazionali, di essere un membro buono e responsabile della comunità internazionale. E per decenni non ha mai interferito negli affari interni di altri Paesi, non ha sponsorizzato colpi di Stato e non ha attaccato nessuno. Anche la sua contro-propaganda è misurata, gentile e mite. Tutto questo non ha portato alla Cina ammirazione, e nemmeno rispetto! Viene costantemente antagonizzata, provocata e circondata militarmente ed ideologicamente. Non lontano dal suo territorio vi sono micidiali basi militari USA (Futenma e Kadena) ad Okinawa, le enormi basi nella penisola coreana ed aumenta la presenza militare degli Stati Uniti nel sud-est asiatico, in particolare nelle Filippine. Vi sono esercitazioni costanti e manovre navali vicino le sue coste, e ultimamente la decisione dalla Corea del Sud (ROK) di consentire agli Stati Uniti di dispiegare un avanzato sistema di difesa missilistico (THAAD) a Seongju. A Nagasaki, il mio amico, lo storico australiano Geoffrey Gunn, ha commentato la situazione: “Beh, il fatto è che la Cina è indignata da tale accerchiamento. La Cina è indignata da Washington che sostiene il Giappone, pronta a sostenerne la politica di non-negoziazione sulle isole Senkaku/Diaoyu. Così vediamo, in questa situazione, una chiaramente indignata Cina, e il Giappone che adotta una posizione fondamentalmente aggressiva in relazione alla cosiddetta integrità territoriale. Così l’Asia-Pacifico diventa sempre più aggressiva, più incline al conflitto“. La propaganda contro la Cina in Europa e Nord America è un crescendo. La via socialista cinese ancora una volta avanza, e più i suoi legami con la Russia diventano stretti, più potenti diventano gli attacchi ideologici dai governi e media mainstream occidentali. L’ultima decisione (sulla controversia sul Mar Cinese Meridionale) del processo farsa dell’arbitrato all’Aja sembra l’ultima goccia. Il drago cinese è sempre più arrabbiato. Stanco di subire colpi potenti e forti, invia un potente messaggio all’occidente: la Cina è un Paese enorme e pacifico, ma se minacciato, in caso di attacco, sarà fermo e deciso. Difenderà i suoi interessi. Proprio nel periodo in cui la corte dell’Aja si preparava a decidere, guidavo dalla città dell’Estremo Oriente russo di Khabarovsk dritto al confine con la Cina. Scorreva sotto di noi il possente fiume Ussuri, che separa due grandi nazioni, Cina e Russia. Il ponte moderno sui cui passavamo era nuovo di zecca; non c’era nemmeno su Google Maps, ancora. Ora collega la terraferma russa con la grande isola dell’Ussuri, una massa di terra abbracciata da un lato dall’Amur e dall’altro dall’Ussuri. In passato, questa zona subì gravi tensioni e diversi conflitti. L’isola era chiaramente un ‘territorio conteso’, una zona ‘vietata’, militarizzata. Ricordando il passato, mi sono armato di passaporto e diverse tessere, ma il mio autista, Nikolaj, mi ha preso in giro. “Stia assolutamente sereno e tranquillo“, aveva detto. “Ora Russia e Cina sono grandi amici e alleati. Guardi, sulla riva, le persone sono solo parcheggiano l’auto ma fanno picnic“. Vero, ma tutto intorno ho visto i resti del passato, bunker abbandonati, città militari fantasma e segnali di pericolo che annunciano che si entrava in una zona di confine vigilata. Non lontano, notavo un’alta pagoda cinese. Eravamo alla frontiera. Un uomo in sella al suo cavallo, vicino alla strada e notavo una fattoria collettiva. Ancora non potevo credere di essere qui, in questa zona d’ombra. Tutto sembrava un vecchio film di Andrej Tarkovskij. Ma per la popolazione locale, qui è ‘tutto normale’, ora. Cinesi e russi si mescolano, conoscendosi e capendosi; turisti e cacciatori di occasioni che viaggiano su traghetti, autobus e aerei, attraversando numerosi il confine. Musei, sale da concerto e centri commerciali di Vladivostok e Khabarovsk traboccano di visitatori cinesi curiosi. Il conflitto è finito. Vladimir Putin e Hu Jintao s’incontrarono nel 2004 avanzando intenzioni chiare e buone. I negoziati erano complessi ma le parti superarono gli ostacoli, firmando un addendum all’accordo sul confine di Stato russo-cinese, e tutte le controversie difficili furono risolte, rapidamente. Ora la Cina investe decine di miliardi di dollari nel fiorente oriente russo. Grandi progetti infrastrutturali si materializzano. Un’amicizia solida è stata forgiata. L’alleanza antimperialista è attiva. Entrambi i Paesi, Cina e Russia, progrediscono pieni di ottimismo e speranze per il futuro. ‘Si può fare’, penso, dopo aver parlato con diverse persone del posto che esprimono ammirazione per la vicina Cina. ‘Sicuramente può essere fatto, se c’è una forte volontà!’
Qualche migliaio di chilometri a sud, attraversavo le baraccopoli orribili che circondano Manila, la capitale delle Filippine. Come l’Indonesia, le Filippine sono chiaramente uno Stato ‘fallito’, ma entrambi i Paesi sono noti fedeli alleati dell’occidente e ne sono ricompensati, le loro élites continuamente esprimono sottomissione e servilismo. Provocare ed antagonizzare la Cina è uno dei modi più sicuri per dimostrare fedeltà a Washington e capitali europee. Già nel 2012 decisi di scrivere del ‘confronto’ sulle isole Spratly per il Quotidiano del Popolo (uno dei giornali più importanti in Cina e la pubblicazione ufficiale del partito comunista). Parlai con molti miei amici, accademici filippini. Uno di loro, Roland G. Simbulan, professore di studi su Sviluppo e Management Pubblico presso l’Università delle Filippine, mi ha parlato della ‘contestazione’ mentre eravamo nella Metro di Manila, facendo ricerche sull’orrido passato coloniale degli Stati Uniti dell’arcipelago per il mio documentario: “Francamente, queste isole Spratly non sono così importanti per noi. Quello che succede è che le nostre élite politiche sono chiaramente incoraggiate dagli Stati Uniti a provocare la Cina, e c’è anche la grande influenza delle forze armate statunitensi sulle nostre forze armate. Direi che l’esercito filippino è molto vulnerabile a tale tipo d”incoraggiamento’. Così gli Stati Uniti coltivano di continuo tali atteggiamenti conflittuali. Ma continuare tale approccio potrebbe essere disastroso per il nostro Paese. In sostanza siamo molto vicini alla Cina, geograficamente e no“. “La Cina ha una pretesa più forte di quella delle Filippine”, spiegava il professor Eduardo C. Tadem, professore di studi asiatici presso l’Università delle Filippine (UP), due anni dopo, a casa sua: “La Cina controllava le isole Spratly prima che ne sapessimo nulla. L’unica nostra pretesa è la loro vicinanza e, francamente, non è particolarmente forte“. Eduard Tadem e sua moglie Teresa S. Encarnation Tadem (professoressa presso il Dipartimento di Scienze Politiche del Collegio di Scienza e Filosofia presso l’Università delle Filippine e anche ex-capo degli ‘Studi sul Terzo Mondo’), concordano sul fatto che l’occidente provoca di continuo la Cina nel tentativo di garantire le risorse naturali delle isole Spratly agli attori più deboli: “Siamo totalmente dipendenti dalle compagnie straniere per lo sfruttamento delle nostre risorse naturali. Le Filippine ottengono solo una parte di ciò che viene estratto. Le aziende internazionali detengono tutti i principali contratti. Le multinazionali straniere trarrebbero notevole profitto dalle risorse naturali del Mar della Cina, se un Paese debole e dipendente come questo dovesse ottenerle“. In Cina, le passioni sono esplose proprio nel luglio 2016, subito dopo la decisione finale dell’Aia. Come riportato da Reuters il 18 luglio 2016: “La Cina ha rifiutato di riconoscere la sentenza del tribunale di arbitrato dell’Aia che invalida le ampie rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale e non ha preso parte al procedimento promosso dalle Filippine. Ed ha reagito con rabbia alla pretesa di Paesi occidentali e Giappone a rispettare la decisione. La Cina ha più volte accusato gli Stati Uniti di fomentare i problemi nel Mar Cinese Meridionale, via marittima strategica attraversata da più di 5 miliardi di dollari di commercio ogni anno. Cina, Brunei, Malaysia, Filippine, Taiwan e Vietnam hanno tutte pretese rivali, di cui quelle della Cina sono le maggiori“. Un ricercatore di studi americani dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali ha fatto questa corretta osservazione: “Possiamo vedere che Washington, che non ha mai ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, ha incoraggiato Manila ad avviare il caso dell’arbitrato fin dall’inizio“. Molti osservatori, a Pechino e all’estero, sottolineano che la sentenza è chiaramente politica e che su cinque, quattro giudici erano cittadini dell’UE, mentre uno (il presidente) è del Ghana ma residente da tempo in Europa. La risposta cinese è stata rapida e decisa. Il quotidiano ufficiale “China Daily” dichiarava il 15 luglio: “Pechino ha detto che interverrà con fermezza se una delle parti cercasse di usare la sentenza dell’arbitrato avviato unilateralmente sul Mar Cinese Meridionale per danneggiare gli interessi della Cina“.
2abb03ecca94dfe9838e85f7d1419ca8 La posizione della Cina è chiara: è vincolata da una serie di accordi bilaterali con i Paesi vicini, ed è disposta a negoziare ulteriormente. Ma non attraverso l’occidente e le sue istituzioni ostili verso la Cina e verso tutti i Paesi che non ne accettano i dettami. Nel corso di un recente incontro nella capitale mongola Ulaanbaatar, il Primo ministro del Vietnam Nguyen Xuan Phuc incontrava il Premier cinese Li Keqiang e dichiarava che “il Vietnam è pronto a sostenere negoziati bilaterali e a gestire correttamente le differenze con la Cina per contribuire a pace e stabilità regionali“. Questo approccio è accolto e incoraggiato da Pechino. Anche a Manila vi sono innumerevoli voci della ragione che chiedono ulteriori negoziati bilaterali e immediati con la Cina. Inimicarsi la Cina non è solo sbagliato, è pericoloso e miope. Pechino s’è trattenuta con compromessi troppo a lungo, per decenni. Non sarà più così. I cinesi chiedono equità. Le Filippine dovrebbero rendersi conto che l’occidente le usano per i suoi obiettivi imperialistici. Coinvolgere tribunali occidentali nelle controversie interne asiatiche, come fanno le Filippine, non farà che aggravare la situazione. Sparare ai pescherecci cinesi nelle acque contese (come è stato fatto recentemente dalla marina indonesiana) può generare tensioni (l’Indonesia ha già un’orribile storia verso la Cina, vietando lingua, cultura e persino nomi cinesi per decenni, dopo il sanguinoso colpo di Stato filo-occidentale del 1965). Per il momento, la Cina seguirà la strategia dell”aspettare e vedere’. Ancora una volta, userà la diplomazia per rilanciare i negoziati con Filippine, Vietnam e altri Paesi. Ma se l’occidente si rifiuta di ritrarsi, e se alcuni Paesi del Sudest asiatico continuano ad agire da suoi agenti, Pechino molto probabilmente utilizzerà le opzioni più severe, come creare una zona d’interdizione aerea sul Mar Cinese Meridionale. Un’altra potrebbe essere l’escalation militare diretta, con una maggiore presenza navale e aerea nella zona.
E qual è la posizione del mondo? Non importa cosa la propaganda occidentale strombazza, è solo una manciata di Paesi, Stati Uniti ed alleati più stretti (5 nel momento), che pubblicamente sostiene le Filippine e la decisione dell’Aia. Oltre 70 nazioni sostengono la Cina e la sua convinzione che le controversie vadano risolte attraverso negoziati e non con l’arbitrato. Il resto del mondo è ‘neutrale’. È possibile negoziare un buon accordo con la Cina. Ma si deve avvicinare il drago cinese da amico, non da nemico. E la mano della pace va tesa onestamente. Non dovrebbe mai essere nascosta la spada dell’imperialismo occidentale dietro la schiena!Spratly_with_flagsAndre Vltchek è filosofo, scrittore, regista e giornalista investigativo, ideatore di World Vltchek, applicazione Twitter, per la rivista on-line “New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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