I cinesi rivendicano lo Stretto di Miyako

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 09/01/2017china-liaoning-2016-1-bIl 25 dicembre la portaerei cinese Liaoning attraversava lo Stretto di Miyako dal Mar Cinese Orientale all’Oceano Pacifico, accompagnata da altre cinque navi di superficie della Marina cinese. Lo stretto separa l’isola omonima da Okinawa, l’isola più grande dell’arcipelago delle Ryukyu, che è nota appartenere al Giappone. Questo stretto ampio oltre 200 km è ufficialmente indicato come acque internazionali disponibili al traffico di tutti i Paesi del mondo e il Giappone non può interferirvi. Tuttavia, pur essendo ordinario dal punto di vista del diritto internazionale, questo evento ha provocato crescente interesse non solo in Giappone ma anche negli Stati Uniti. Ciò avviene dopo che, negli ultimi anni, la Marina cinese ha utilizzato lo Stretto Miyako come passaggio verso il Pacifico occidentale, per svolgere “esercitazioni di routine”. Questo recente passaggio dello stretto ha generato particolare interesse a causa del fatto che, per la prima volta, il gruppo di navi da guerra comprendeva l’unica portaerei cinese “restaurata” dalla ex (e non finita) sovietica “Varjag“, a disposizione dell’Ucraina dopo il crollo dell’URSS. Venduta alla Cina alla fine degli anni ’90, per un certo periodo è stata modernizzata e alla fine del 2012 entrava nella Marina nazionale. L’armamento principale della portaerei è un gruppo di 24 caccia J-15, assai simili al russo Su-33. L’Alto Comando della Marina cinese dichiarava che lo scopo principale del viaggio della “Liaoning” era acquisire esperienza per sviluppare e operare un nuovo ed estremamente complesso sistema di combattimento. Questa esperienza viene impiegata per la progettazione di una nuova classe di portaerei, una delle quali è già in costruzione. La Cina valuta l’incomparabilità delle potenzialità operative della sua unica portaerei con le 11 moderne portaerei nucleari degli Stati Uniti. Senza parlare dell’assenza d’esperienza della Cina nell’uso dei gruppi di attacco di portaerei, esperienza che l’US Navy possiede di certo. Tuttavia, la “Liaoning” viene usata per “mostrare bandiera” nel Mar Cinese Meridionale, forse la zona più calda del confronto con i principali avversari geopolitici, Stati Uniti e Giappone. Questa volta, il Mar Cinese Meridionale è diventato meta finale del passaggio del gruppo della portaerei cinese. Dopo aver superato lo Stretto di Miyako, il gruppo ha circumnavigato Taiwan da est entrando nel Mar Cinese Meridionale attraverso lo Stretto Bashi che separa l’isola dall’arcipelago filippino.
7302_01 Di particolare importanza, da notare, è che due settimane prima, un gruppo di due bombardieri e due aerei da ricognizione (fino allo Stretto di Miyako accompagnati da due caccia della Marina cinese Su-30) aveva compiuto lo stesso “giro” su Taiwan (via aerea). Due caccia F-15 giapponesi provenienti da Okinawa simulavano l’intercettazione del gruppo cinese. Va notato che lo sviluppo del sorvolo dei velivoli militari cinesi sullo spazio aereo dello stretto di Miyako è durato per diversi anni. Tuttavia, l’11 dicembre 2016, l’Aeronautica giapponese per la prima volta simulò l’intercettazione di aerei cinesi al di fuori dello spazio aereo nazionale, motivo delle accuse tra i ministeri degli Esteri dei due Paesi. Luogo e data delle recenti azioni della Cina sullo Stretto di Miyako danno la certezza che fossero motivate politicamente, e dirette come avviso al tre capitali: Washington, Taipei e Tokyo. Questi “messaggi” sono lungimiranti, così come gli attuali aspetti strategici e tattici. Nell’ambito di una strategia a lungo termine, Pechino ha ancora una volta chiarito che non tollererà la vecchia intenzione degli Stati Uniti di limitare la zona d’influenza militare cinese sulla cosiddetta “prima catena di isole”, comprendete le Ryukyu, Taiwan e gli arcipelaghi filippino e indonesiano. Inoltre, con lo sviluppo di una propria flotta portaerei, la Marina cinese sarà ancora più attiva nel Pacifico, entrandovi attraverso gli stretti della “prima linea di isole”. Sulla politica di “routine”, è impossibile non notare come la Cina abbia adottato queste azioni nel momento in cui Washington era occupata a contemplare ulteriormente la politica estera nella regione Asia-Pacifico nel complesso, in particolare verso il principale rivale nella regione. Nel riferire questi sviluppi, un illustratore di Global Times ancora una volta mostrava lo stato esatto in cui i due principali attori mondiali si trovano ora. Guardandosi negli occhi e giocando le carte “ai loro ordini”, le lanciano sul tavolo da gioco, una per una. Il neopresidente degli Stati Uniti ha fatto la sua mossa con una conversazione telefonica con il presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, le cui attività dal marzo 2016 nell'”isola ribelle” causano fastidio notevole a Pechino. A sua volta, la circumnavigazione in volo e via mare di Taiwan di navi da guerra e bombardieri nucleari cinesi è il “lancio” in risposta di Pechino, inviando il messaggio: “Questa è roba mia”. A Taipei invia un segnale sulla possibilità del “completo isolamento diplomatico”, se Tsai Ing-wen continua ad aggravare la situazione sulla scena internazionale. Dopo questi sviluppi, spetta al presidente di Taiwan visitare alcuni Paesi del Centro America, prima degli Stati Uniti. Un esempio di “rilancio” di Pechino è la recente rottura delle relazioni diplomatiche con Taiwan da parte del piccolo Stato africano di Sao Tome e Principe. Infine, la maggiore attenzione dei militari cinesi sullo Stretto di Miyako è più o meno diretta a Tokyo. Ciò è abbastanza comprensibile, dato che negli ultimi anni il Giappone ha giocato un ruolo sempre più influente nei processi politici regionali e globali, il che significa che il fattore scatenante di questa tendenza è la percezione che la Cina oggi ha della principale minaccia ai suoi interessi nazionali.
A giudicare dall’incidente nei cieli dello stretto, il Giappone intende sfruttare altri atti del confronto militare (sulle Senkaku/Diaoyu e zone del Mar Cinese Meridionale) per valorizzare il ruolo dello strumento militare nelle relazioni con la Cina. Nel frattempo, Pechino ha solo cautamente accettato il nuovo progetto di bilancio per la difesa giapponese del 2017, in particolare i piani per il dispiegamento a Okinawa di missili “terra-terra” dalla gittata di 300 km entro il 2023, che (nel caso di aggravamento della situazione) bloccherebbero l’accesso allo Stretto di Miyako. Il Giappone è pronto ad essere considerato il terzo importante giocatore sul significativo tavolo delle azioni politiche regionali. Tutto va bene, purché tale fiasco si dispieghi nel gioco delle carte in cui, come mossa, i cinesi dovevano inviare loro navi e aerei nello stretto di Miyako. Ciò che conta è che i principali attori non gettino via improvvisamente le carte, impugnando le pistole.flightmapVladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista on-line New Eastern Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Missione compiuta: la portaerei Admiral Kuznetsov torna a casa

Alexander Mercouris, The Duran  6/172016

Il Generale Ayub, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito arabo siriano a bordo della Kuznetsov

Il Generale Ayub, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito arabo siriano a bordo della Kuznetsov

Dopo la vittoria dell’Esercito arabo siriano ad Aleppo la portaerei della Marina russa Admiral Kuznetsov rientra in Russia per un esteso aggiornamento. Una volta completato, la Kuznetsov sarà schierata in Mediterraneo in modo semi-permanente.
Dopo la vittoria dell’Esercito arabo siriano ad Aleppo il Ministero della Difesa russo confermava che la flotta russa inviata nel Mediterraneo orientale in autunno, tra cui la portaerei Admiral Kuznetsov e l’incrociatore da battaglia lanciamissili a propulsione nucleare Pjotr Velikij, rientravano in Russia. Questi erano i piani. Non c’è mai stato alcun suggerimento che lo schieramento non fosse temporaneo. La parte che la flotta russa ha giocato nella battaglia di Aleppo è difficile da valutare. Tuttavia è improbabile che sia stata decisiva o significativa. Il dispiegamento della flotta sembra volta a fornire esperienza alla flotta russa sulle operazioni di combattimento imbarcate, una cosa completamente nuova per la Russia, mentre rafforzava le difese aerea russe in Siria nel momento della battaglia decisiva in Siria, quando c’erano minacce da certi ambienti d’interferire nelle operazioni stabilendo una no-fly zone. In altre parole, la missione della flotta era una combinazione di esercitazione e di deterrenza, ed ha avuto successo su entrambi gli aspetti. I media russi già prima dello schieramento dell’Admiral Kuznetsov nel Mediterraneo orientale suggerivano che dopo aver completato la missione sarebbe stata sottoposta ad importanti modifiche, comportanti la sostituzione dei motori poco efficienti e la sistemazione dei vari problemi dei sistemi che affliggono la nave da sempre. Soprattutto certi noti problemi come, ad esempio, i sistemi di riscaldamento e idrici, e i russi ora sono consapevoli degli ulteriori problemi dei cavi di arresto (che hanno causato almeno due incidenti) e senza dubbio di altri problemi di cui non sappiamo nulla.
I russi ora sanno di risolverli, come avevano pianificavano per dopo lo schieramento. Il risultato sarà una nave da guerra più potente ed efficiente, una volta completato l’aggiornamento, ma ci vorranno anni. Una volta completati i lavori, vi è la possibilità che l’Admiral Kuznetsov sia schierata nel Mediterraneo in una base semi-permanente. L’Admiral Kuznetsov, essendo una portaerei convenzionale di medie dimensioni, si adatta meglio alle condizioni del Mediterraneo che non a quelle del Nord Atlantico. Nel Mediterraneo è un potente simbolo della volontà politica e della forza navale russa, mentre nel Nord Atlantico è un nano data l’inferiorità numerica verso le molto più potenti e numerose superportaerei nucleari della marina degli Stati Uniti, dove il suo ruolo è meno evidente. I russi hanno affermato che l’impianto di riparazione nel porto siriano di Tartus, attualmente in fase di ampliamento come base navale effettiva, potrà ospitare portaerei. Probabilmente l’Admiral Kuznetsov vi sarà basata.9z4yd1e

La Cina schiera la sua prima portaerei, avvertendo gli Stati Uniti
Alexander Mercouris, The Duran 6/1/2016

Mentre salgono le tensioni, i media cinesi avvertono gli Stati Uniti sulla gara navale 50ennale per il controllo del Pacifico, mentre la Cina schiera la sua prima portaerei nel Mar Cinese Meridionale.e5447d360adfMentre la portaerei russa Admiral Kuznetsov rientra dopo l’impiego operativo nel conflitto in Siria, la portaerei gemella cinese Liaoning (ex-Varjag) compie la prima crociera. Il Ministero della Difesa cinese ha descritto lo scopo della crociera della Liaoning come “ricerca scientifica, sperimentazione e formazione“. In altre parole, si tratta soprattutto di addestramento destinato a familiarizzare i cinesi con le operazioni aeronavali in vista delle molto più grandi portaerei cinesi in costruzione. Non solo questo però. I cinesi hanno volutamente schierato la Liaoning nel Mar Cinese Meridionale, punto di tensioni con gli Stati Uniti. La sua presenza ha ovviamente lo scopo di rivendicare ai cinesi il Mar Cinese Meridionale e ricordare a Stati Uniti e altre potenze navali del Pacifico la realtà della potenza cinese in questo settore. I cinesi usano la Liaoning come manifestazione politica ed hanno maggiori piani per quella che è, per ora, la loro unica portaerei; ciò è confermato da un editoriale del quotidiano cinese Global Times, noto per riflettere le opinioni della dirigenza cinese.
Il ruolo della Liaoning non si limiterà ai test tecnologici militari. Va anche verificato il ruolo geopolitico delle portaerei cinesi e la risposta delle grandi potenze al rafforzamento della Marina militare della Cina. Le portaerei sono strumenti strategici che dovrebbero essere usati per mostrare al mondo la forza della Cina e modellare l’atteggiamento del mondo nei confronti di essa. E non sono costruite solo per la guerra, ma le portaerei cinesi devono partire per un lungo viaggio. Gli interessi fondamentali della Cina sono principalmente sugli oceani, l’azione delle portaerei va al di là delle aree limitrofe. La rivalità va estesa nelle aree più ampie in modo da allentare la pressione al largo della Cina. Pur avendo nella flotta una sola portaerei, la Cina ora dovrebbe avere la capacità e il coraggio di proiettarsi sugli oceani. Dovrebbe non solo superare la prima catena di isole, ma anche la seconda e operare in acque dove la flotta cinese non ha mai incrociato. La flotta cinese navigherà nel Pacifico orientale, prima o poi. Quando la flotta di portaerei della Cina apparirà al largo degli USA, un giorno, si penserà in modo intenso sulle regole marittime. La navigazione oceanica della flotta di portaerei cinese non ha per scopo provocare gli Stati Uniti o ridisegnare la struttura strategica marittima. Ma se la flotta potrà entrare nelle aree in cui gli Stati Uniti hanno interessi fondamentali, la situazione con cui gli Stati Uniti fanno unilateralmente pressioni sulla Cina cambierà. La Cina dovrà accelerare il varo delle nuove portaerei, in modo da attivarle per il combattimento. Inoltre, la Cina deve pensare ad istituire punti di rifornimento per la Marina in Sud America, in questo momento. I cinesi amano la pace, ma i militari cinesi devono essere risoluti. La Cina non è facilmente irritabile, ma una volta che lo sarà, adotterà contromisure. La Liaoning e la sua flotta parteciperanno a una competizione geopolitica spietata e diverranno portabandiera della Marina militare cinese”.
Questo è un avvertimento diretto della volontà cinese ad affrontare gli Stati Uniti nella corsa agli armamenti navali nel Pacifico, con la Marina militare cinese pronta a sfidare quella degli Stati Uniti, mai messa in discussione dalla sconfitta del Giappone nella seconda guerra mondiale. Inoltre i cinesi discutono apertamente di stabilire punti logistici per la loro Marina militare in Sud America (ci si chiede in quali Paesi) in un modo che alcun altra potenza, neanche URSS o Giappone, hanno mai fatto prima. Nonostante le garanzie della redazione che la Cina “non mira a provocare gli Stati Uniti” con queste mosse, è impossibile immaginare altra sfida geopolitica e militare-strategica che rischi di provocare di più gli Stati Uniti. Per la prima volta nella storia moderna, gli Stati Uniti affronterebbero una sfida militare diretta al largo delle loro coste e nel proprio cortile di casa. Vi è ampio dibattito sull’utilità militare delle portaerei, con l’affermazione spesso fatta che siano oggi militarmente obsolete essendo sempre più vulnerabili ai missili antinave. Mentre ciò sembra essere una forzatura, ha probabilmente una verità nella vasta area del Pacifico, dove le flotte hanno maggiori probabilità di essere schierate oltre la gittata dei missili antinave terrestri e aerei. Fu dopo tutto contro il Giappone, nel Pacifico, durante la Seconda Guerra Mondiale, e non contro la Germania o l’URSS nell’Atlantico nella seconda guerra mondiale e nella guerra fredda, che la portaerei ebbe il suo maggiore impiego. Infatti il principio che i militari spesso si preparano sull’ultima guerra, piuttosto che su quella successiva, è una critica forse valida della Marina degli Stati Uniti, costruita su una flotta di portaerei durante la guerra fredda, più adatta alla guerra contro uno Stato insulare dipendente dal commercio come il Giappone che contro l’autosufficiente superpotenza continentale sovietica a cui in realtà si contrappose. Mentre la minaccia del rafforzamento navale cinese nel Pacifico è la sfida probabilmente più vicina a quella cui la Marina degli Stati Uniti si è preparata a combattere, c’è una differenza cruciale. Durante la Seconda Guerra Mondiale, le le risorse industriali e tecnologiche del Giappone si ridussero. Oggi, al contrario, la Cina, rivale degli Stati Uniti nel Pacifico, ha risorse industriali superiori quelle degli Stati Uniti. Ovviamente a causa dell’enorme vuoto da colmare, l’equilibrio navale nel Pacifico ancora favorisce enormemente gli Stati Uniti. Tuttavia, in un successivo editoriale, il Global Times chiariva la decisione della Cina nel costruire le proprie forze navali nel Pacifico, per raggiungere una posizione navale dominante, anche se richiedesse cinquant’anni. “La Liaoning è utilizzata per la ricerca scientifica e prepararsi per la portaerei interamente di fabbricazione cinese in costruzione. La Cina ha una lunga strada da percorrere per costruire una propria difesa su portaerei. Per almeno mezzo secolo, la Cina non smetterà la costruzione della propria difesa. E’ chiaro che nel 21° secolo l’ascesa della Cina è la nuova normalità”.
Date le maggiori, e crescenti, risorse della Cina, questa è una sfida che gli Stati Uniti nel tempo semplicemente non potranno vincere, e i cinesi lo sanno. Vi è naturalmente un forte postura in tutto questo. Proprio mentre Donald Trump si avvicina a Taiwan per spingere la Cina a fare concessioni, gli avvertimenti cinesi sulla corsa agli armamenti navali nel Pacifico sono un monito agli Stati Uniti a venire a patti o affrontarne le conseguenze. In effetti lo stesso editoriale del Global Times dice tanto, “La Cina è diventata uno dei Paesi più potenti del Pacifico occidentale, ma non chiede più diritti. Gli interessi fondamentali della Cina non si sono ampliati, ed è aperta a negoziati su tutte le controversie. La Cina non affronterà l’alleanza USA-Giappone in acque oceaniche, mentre essi non sfideranno gli interessi fondamentali della Cina. La Cina infliggerà un duro colpo a chi agisse arbitrariamente nelle sue zone marittime”. Mentre la Cina e gli USA di Trump si preparano ad affrontarsi, vi è l’avvertimento appena velato che nel guanto di velluto cinese c’è un pugno di ferro. Donald Trump, autore dell’Arte degli affari, si spera comprenda e ne prenda nota.china-liaoning-2016-1-a

Il presidente delle Filippine Duterte a bordo del cacciatorpediniere russo Admiral Tributs

Il presidente delle Filippine Duterte a bordo del cacciatorpediniere russo Admiral Tributs

Intanto, Washington a fatto rientrare alla base tutte le sue portaerei...

Intanto, Washington ha fatto rientrare alla base tutte le sue portaerei…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le isole Curili: una lezione sulla Crimea?

Ruslan Ostashko, 17 dicembre 2016 – Fort Russwireap_6911872ce42245f7a551f2001cb7a5bd_16x9_1600Cari amici, vi ricordate la base NATO di Uljanovsk? I veterani di internet probabilmente lo ricordano, come me. I lettore che solo di recente seguono le discussioni politiche tempestose su internet probabilmente si chiederanno: che assurdità è questa? Dopo tutto, non vi è alcuna base NATO a Uljanovsk. Eppure la causa dell’isteria eterna su internet resta. Me ne sono ricordato seguendo le reazioni sui social network alla visita di Putin in Giappone. Non ci crederete, ma la gente già dice che le isole Curili saranno restituite ai giapponesi. La parte più interessante è che coloro che vi credono sono gli stessi che non hanno imparato nulla dalla cosiddetta “base NATO” di Uljanovsk o dalle false “città segrete con un milione di cinesi” in Siberia. La speciale ironia di tale situazione è il fatto che i media stranieri, che con piacere racconterebbero come Putin getti via territori, non abbiano nulla da dire niente su ciò. Semplicemente scrivono come Putin continui ad attrarre investimenti stranieri citandone il collaboratore Ushakov, che ancora una volta sottolinea che le isole sono territorio russo. Se confrontiamo questa posizione alla situazione precedente, allora è ovvio che solo la posizione del Giappone è cambiata, e che è il primo ministro giapponese che ha fatto concessioni per cui ora viene severamente criticato dagli ultranazionalisti giapponesi. Prima, il governo giapponese praticamente vietò alle imprese giapponesi dal perseguire qualsiasi progetto sulle isole Curili. Le agenzie statali giapponesi si rifiutavano di discutere di cooperazione economica sulle Curili. Perché? Perché giustamente credevano che le attività delle imprese giapponesi, che avrebbero dovuto lavorare sulle isole secondo la legge russa e pagare le tasse russe, significava de facto riconoscerne la sovranità della Russia.
La situazione sulle isole Curili e le imprese giapponesi è davvero simile alla situazione sulla Crimea. Gli statunitensi hanno vietato alle loro aziende di lavorarvi e, ad esempio, Apple e Google operano in modo da non legittimare il ritorno della Crimea alla Russia con le attività commerciali. Lo stesso vale per le aziende europee. Per questa stessa ragione, Kiev è sensibile all’ingresso di navi turche nei porti della Crimea e alla partecipazione di imprese cinesi nella posa del cavo sottomarino per la Crimea. Anche perciò, Kiev ha vietato a società e banche ucraine di lavorare in Crimea. Tali azioni, di fatto, riconoscono la sovranità russa sulla Crimea. La stessa cosa accade in Giappone. Nel momento in cui una società giapponese crea una joint venture con una società russa sulle isole, dovrà registrarsi presso le autorità statali russe e, quindi, riconoscere le isole russe. Quando le aziende giapponesi avranno una licenza da agenzie statali russi per operare nella regione o quando ne pagheranno le tasse, ammetteranno anche che le isole sono sotto giurisdizione russa. Se i giapponesi vogliono essere su queste isole, sarà meraviglioso. Ogni passaporto giapponese presentato al Servizio federale per la migrazione russa è un ulteriore riconoscimento della sovranità russa sulle isole.
Il Primo ministro Abe è pragmatico. E’ chiaro che non avrà la sovranità sulle isole, così ha qualcos’altro da mostrare agli elettori: chi vuole fare affari sulle isole o semplicemente visitarle può farlo grazie alla flessibilità della posizione del governo giapponese. Questo è assai offensivo per i nazionalisti e militaristi giapponesi, ma gli affaristi giapponesi tirano un sospiro di sollievo e, per esempio, propongono a Rosneft di partecipare congiuntamente nella geo-esplorazione delle acque territoriali russe, su cui è già stato firmato un memorandum. Infine, sono assolutamente sicuro che prevarremo sui nostri partner europei e statunitensi nello stesso modo. Quando un Apple Store aprirà in Crimea e turisti europei saranno visti all’aeroporto di Simferopol, allora la posizione ufficiale dell’UE non avrà alcun significato…mfile_1302788_1_l_20161216191509Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e rafforzamento della stabilità nella regione Asia-Pacifico

Dmitrij Bokarev, New Eastern Outlook 09/12/2016

russia_myanma_flagsUno dei molti fattori che attraggono partner stranieri in Russia è la cooperazione nella sfera tecnica militare. la tecnologia russa è altamente valutata nel mondo. Lo Jak-130 è fonte d’orgoglio dell’Industria della Difesa della Federazione Russa. E’ il più recente biposto d’addestramento subsonico con capacità operative adatto all’addestramento dei piloti militari e al combattimento. Può colpire bersagli arei e a terra anche in condizioni meteo difficili. E’ stato progettato e realizzato dall’Irkut Corporation. Il Myanmar è uno dei Paesi che hanno manifestato interesse ad acquistarlo. L’accordo per la fornitura al Myanmar di oltre 10 Jak-130 per 150 milioni di dollari fu firmato nell’estate 2015. Il 26 aprile 2016, i media riferirono che le società russe Rosoboronexport e Irkut dovevano fornire al Myanmar i primi tre aerei prima della fine dell’anno. A parte l’aereo da combattimento, il Myanmar otterrà un simulatore per addestrare i piloti al combattimento del Jak-130. Sarà installato da esperti russi prima della fine del 2017. Fino a poco prima, il Myanmar aveva comprato questa tecnologia solo dalla Cina. Va notato, tuttavia, che negli ultimi anni la Repubblica Popolare Cinese si è unito alla schiera dei leader mondiali per qualità della produzione. Quindi, la decisione di Myanmar di acquistare l’aereo russo ne dimostra le prestazioni eccezionali, superiori a quelli dell’equivalente cinese L-15. Va notato che il caso del Myanmar non è solo una coincidenza, ma una tendenza. In precedenza, il russo Yak-130 già vinto il mercato del Bangladesh nella competizione con la L-15. Nel 2013, il Bangladesh firmò un accordo con la Russia per la fornitura di 16 velivoli. Inoltre, negli ultimi anni, molti Paesi del Nord Africa e Sud America hanno espresso interesse per l’acquisto dello Jak-130. Così, la vendita dei velivoli proseguirà divenendo importante nelle esportazioni high-tech della Russia. Tuttavia, il senso di ciò può essere molto più importante. Come è noto, la cooperazione tecnica militare è possibile solo se vi è una profonda comprensione politica tra due Paesi. Quali che siano le caratteristiche degli aerei da combattimento, nessuno lo venderebbe o comprerebbe da un possibile nemico. Ciò è dovuto al fatto che, dopo l’acquisto del materiale militare straniero, ci dovrebbe essere sempre lo scambio di militari per addestrarsi all’uso del materiale, così come altri aspetti della cooperazione militare. Così, l’acquisto del Myanmar del russo Jak-130 segna uno sviluppo serio nella cooperazione strategica tra i due Paesi.
Il 26 aprile 2016, Mosca ospitava il vertice dei Ministri della Difesa della Russia e dell’ASEAN, durante cui vi fu l’incontro tra il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu e il capo del Dipartimento militare del Myanmar Soe Win. L’11 maggio 2016 il Parlamento del Myanmar approvava un accordo di cooperazione militare con la Russia. Va notato che il Myanmar è uno dei membri più avanzati dell’ASEAN in campo militare. Decenni di guerra civile e lotta agli estremisti hanno insegnato al governo di Myanmar a prestare molta attenzione alla difesa facendo dell’esercito del Myanmar uno dei più efficienti della regione. Tuttavia, il Paese ha dovuto affrontare sempre più sfide, ultimamente. I conflitti etnici ancora scoppiano nel Paese e vi sono varie organizzazioni estremiste attive. Nell’autunno 2016 vi fu una serie di attentati nel Paese. Ad esempio, ad ottobre 9 poliziotti furono uccisi negli attacchi terroristici contro le stazioni di polizia nello Stato di Rakhine, nel Myanmar. Ora, disordini civili sconvolgono lo Stato con migliaia di rifugiati passati nel Bangladesh. Una serie di esplosioni ha avuto luogo a Yangon, l’ex-capitale del Myanmar; anche vari ordigni esplosivi furono trovati e disinnescati in tempo. Tutto ciò accade contemporaneamente all’ondata globale di estremismo e terrorismo nel sud-est asiatico. Ad esempio, nel novembre 2016 i media riferirono di attentati sventati ed arresto di sospettati di legami con lo SIIL (organizzazione terroristica vietata in Russia) in Indonesia. Non sorprende che il governo del Myanmar sia interessato a cooperare con Paesi come la Russia, che ha esperienza nella lotta al terrorismo internazionale. E’ ben noto che il Myanmar sia di particolare importanza nella regione Asia-Pacifico, occupando una posizione strategica importante tra due giganti in competizione: India e Cina, e avendo uno sbocco sull’Oceano Indiano. Il Myanmar è particolarmente importante per la Cina, perché l’energia diretta in Cina con le petroliere provenienti dal Medio Oriente, passa anche attraverso il suo territorio. Ciò riduce il rischio per la Cina sull’invio di idrocarburi attraverso lo stretto di Malacca che, in caso di conflitto, verrebbe facilmente bloccato da una flotta ostile. Ciò attira anche l’attenzione dei potenziali avversari della Cina sul Myanmar, prestando al Paese particolare importanza nel confronto tra Cina, India, Giappone e Stati Uniti sul ruolo dominante nella regione Asia-Pacifico. La destabilizzazione della situazione in Myanmar può imprevedibilmente interessare l’intera regione Asia-Pacifico. Pertanto, la cooperazione militare tra Myanmar e Russia aiuterà a rafforzare la sicurezza nella regione.

Il Viceammiraglio Oleg V. Burtsev e il Generale Soe Win discutono di cooperatione militare Russia-Myanmar.

Il Viceammiraglio Oleg V. Burtsev e il Generale Soe Win discutono di cooperatione militare Russia-Myanmar.

Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Il Premier Medvedev e il Presidente Thein Sein

Il Premier Medvedev e il Presidente Thein Sein

Il dollaro perde terreno nei Paesi del Sud-Est asiatico
Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 13/12/2016mekongUno dei processi più importanti del mondo in questi ultimi anni è l’indebolimento del dollaro sul mercato valutario internazionale e il desiderio di molti Paesi di abbandonarlo per liberare le proprie economie dall’influenza degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti resistono a questo processo. Recentemente, gli Stati Uniti avevano creato il Trans-Pacific Partnership, il cui obiettivo era contrastare l’espansione economica della Cina nel Pacifico. Senza dubbio, il dollaro doveva essere la valuta più popolare nel territorio del TPP. Gli Stati Uniti e i partner più vicini come Australia, Canada, Giappone, aderivano al TPP. Tuttavia, il partenariato è ancora aperto, gli Stati Uniti sperano di attrarre altri membri. Anche la Repubblica Popolare Cinese è stata invitata, nonostante sia il principale concorrente del TPP. Così, numerosi Paesi in via di sviluppo della regione Asia-Pacifico, che cercano di aumentare la partecipazione al commercio internazionale, ora devono scegliere tra TPP e le altre organizzazioni economiche in cui Russia e Cina svolgono il ruolo principale. Prima di tutto, ciò riguarda i Paesi dell’ASEAN.
Diversi grandi eventi sono avvenuti ad Hanoi a fine ottobre 2016: l’8.vo Summit CLMV (Cambogia, Laos, Myanmar e Vietnam) il 7.mo Summit ACMECS (Strategia della Cooperazione Economica Ayeyawady – Chao Phraya – Mekong) e il World Economic Forum della Regione del Mekong (Mekong WEF). Come è ben noto, il fiume Mekong ha origine in Cina e attraversa l’intera Indocina, unendo tutti i Paesi in un’unica sub-regione. Il fiume è di grande importanza economica per Vietnam, Cambogia, Cina, Laos, Myanmar e Thailandia, costretti a cooperare attivamente per utilizzarlo congiuntamente senza violare gli interessi altrui. I vertici CLMV e ACMECS si svolgono dal 2003. Le più importanti questioni economiche e politiche della sub-regione del Mekong vi sono discusse. Questi vertici hanno portato vari vantaggi, mantenendo la stabilità regionale e favorendo la crescita economica di tutti i Paesi interessati. Grazie alla collaborazione, la sub-regione del Mekong è diventata una di quelle dalla maggiore crescita dell’ASEAN e della regione Asia-Pacifico. Il Mekong WEF viene organizzato su iniziativa del Vietnam. 60 aziende della sub-regione del Mekong e più di 100 aziende provenienti da altri Paesi presero parte al Mekong WEF. L’obiettivo del Forum era introdurre la comunità del business globale al potenziale della sub-regione e attrarre investimenti. Come al solito, le questioni riguardanti la cooperazione in agricoltura, ambiente, sicurezza e altri venivano discusse in tutti gli eventi. Uno dei risultati del 7.mo Summit ACMECS era la dichiarazione congiunta dei rappresentanti del mondo degli affari di Vietnam, Cambogia, Laos, Myanmar e Thailandia, con cui invitavano i rispettivi Paesi a passare alle valute locali nel mutuo commercio abbandonando il dollaro degli Stati Uniti. Secondo il presidente del Thailandia-Vietnam Business Council, Sanan Angubolkul, gli affari trarrebbero beneficio dal passaggio alle monete locali. Il commercio diverrebbe più semplice, i costi ridotti come i rischi associati al tasso di cambio instabile delle valute locali verso il dollaro. Inoltre, osservò che le aziende di diversi Paesi della sub-regione sono pronti alla transizione, senza aspettare la disponibilità di tutti i membri del CLMV. Possono cooperare su base bilaterale. C’è già un esempio: Vietnam e Thailandia hanno abbandonato il dollaro degli USA nei negoziati di tre anni prima. Da allora, il commercio reciproco è cresciuto di quasi il 40%.
Se tutti i Paesi del sud-est asiatico abbandonano il dollaro nel commercio locale, cioè la metà dell’ASEAN, sarebbe un importante passo verso la de-dollarizzazione del sud-est asiatico. Sarebbe una perdita per gli Stati Uniti e una vittoria per la Cina nella lotta per l’influenza sulla regione. E’ ben noto che ‘la natura ha orrore del vuoto’; così, con il tempo, il dollaro degli Stati Uniti verrebbe sostituito dallo yuan cinese, che dal 1° ottobre 2016 è terzo dopo il dollaro USA come valuta di riserva del FMI. Gli esperti prevedono che nel giro di dieci anni, la valuta cinese possa superare il dollaro statunitense e diventare la più popolare nel mondo. Questo scenario è sempre più probabile per via della ‘Via della Seta Marittima’ che dovrebbe comparire presto lungo le coste meridionali dell’Eurasia. La rotta commerciale, creata su iniziativa della Cina, potrà unire tutti i Paesi che attraversa creando una grande zona di libero scambio che trarrebbe beneficio dalla moneta unica, probabilmente lo yuan. Tuttavia, nonostante il fatto che l’ASEAN, in particolare la sub-regione del Mekong, sia influenzata dalla Cina, questi Paesi sanno che avere un solo partner non è redditizio. Intendono collaborare con gli altri principali attori sul mercato internazionale. Per esempio, molti Paesi dell’ASEAN desiderano creare una zona di libero scambio con l’Unione economica eurasiatica, che fa capo a Russia. Di recente, un accordo tra UEE e Vietnam è entrato in vigore; ci sono negoziati con la Thailandia e Singapore è interessata. C’è anche il forte desiderio di de-dollarizzare le relazioni economiche tra ASEAN e Paesi UEE. Così, alla fine del 2015, Russia e Thailandia condussero negoziati in materia, riguardanti la necessità di effettuare la transizione verso relazioni dirette tra banche di Federazione Russa e Thailandia, per facilitare i pagamenti tra imprese dei due Paesi. Si discute la possibilità di stabilire tali relazioni tra varie banche thailandesi e russi, compresa la Banca centrale della Federazione Russa. La possibilità di aprire filiali di banche thailandesi in Russia è stata discussa. Queste misure aiuteranno Russia e Thailandia a passare ai pagamenti nelle rispettive valute senza utilizzare il dollaro statunitense.
Va notato che la politica dei Paesi dell’ASEAN è abbastanza equilibrata; non è distorta nei confronti di qualche parte e coopera con tutti i partner possibili. Ad esempio, Paesi come Vietnam e Singapore sono membri del TPP, ma rafforzano attivamente le relazioni con Cina e UEE (va ricordato che il Vietnam è uno dei promotori dell’abbandono del dollaro USA nella sub-regione del Mekong). La Thailandia mostra forte interesse per l’UEE, ma valuta anche la possibilità di aderire al TPP. Inoltre, questi Paesi sono coinvolti nel progetto ‘Nuova Via della Seta’ e sono membri della Infrastructure Asian Investment Bank cerata dalla Cina in opposizione ai filo-USA Banca mondiale e filo-giapponese Banca asiatica di sviluppo. Così, l’ASEAN potrebbe diventare una zona dove diversi blocchi economici mondiali interagiscono, pur mantenendo la propria indipendenza economica, corrispondendo pienamente all’idea di economia multipolare in un mondo multipolare.

Il Presidente Putin e il Presidente dell'Unione del Myanmar Htin Kyaw

Il Presidente Putin e il Presidente dell’Unione del Myanmar Htin Kyaw

Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina prevale sugli USA con la fine imminente del TPP

Ariel Noyola Rodriguez*, Russia Today
*Economista laureato presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM).
China's President Xi Jinping addresses audience during a meeting of the APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation) Ceo Summit in LimaLa battaglia per il dominio del commercio mondiale va a favore della Cina. Di fronte alle minacce di Donald Trump d’imporre barriere tariffarie e liquidare gli accordi di libero scambio, come l’alleanza TPP, Pechino tesse rapporti coi vari partner importanti di Washington. Nel XXIV vertice APEC è apparso chiaro che la fine imminente del TPP sia un’ottima opportunità per la Cina che, sorprendentemente, ha proposto ai Paesi che hanno firmato il TPP a febbraio la costruzione di un grande accordo di libero scambio, senza gli Stati Uniti.
L’influenza degli Stati Uniti nel commercio mondiale svanisce. Poco dopo la vittoria elettorale di Donald Trump su Hillary Clinton, la squadra del presidente Barack Obama ha sorpreso amici e nemici abbandonando, improvvisamente, la pressione intensa sul Congresso per la ratifica dell’accordo transpacifico di cooperazione economica (TPP). La fine del TPP è imminente. Secondo le disposizioni, per entrare in vigore è necessaria l’approvazione legislativa di almeno sei Paesi e, in parallelo, questi devono totalizzare l’85% del prodotto interno lordo (PIL) dei 12 membri. L’economia degli Stati Uniti ne rappresenta da sola oltre il 60%. Pertanto, una volta che Obama cede il TPP a Trump, è quasi certo sarà sepolto dal prossimo Congresso degli Stati Uniti. Michael Froman, rappresentante del commercio degli Stati Uniti, aveva già avvertito a luglio che se i legislatori del Paese non ratificavano il TPP, le “chiavi per il castello” della globalizzazione sarebbero passate alla Cina. Parole profetiche. Le aspirazioni imperiali di Obama sono fallite e gli USA non detteranno più le regole del gioco. Attualmente, la maggior parte del commercio si concentra in Asia, Cina in testa. I leader di Pechino lavorano da tempo su varie iniziative di libero scambio multilaterali, per consolidare l’influenza regionale e globale con il Partenariato regionale globale economico (RCEP) e L’Accordo per il libero commercio in Asia-Pacifico (FTAAP). Al XXIV vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico (APEC), tenutosi a Lima (Perù), Il Presidente della Cina Xi Jinping ha proposto ai Paesi firmatari del TPP diAmerica (Cile, Messico e Perù) e Oceania (Australia e Nuova Zelanda), l’adesione agli accordi di libero scambio promossi dal suo governo e all’Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico (ASEAN). Ma quale delle due iniziative di libero scambio promosse dalla Cina davvero soppianterà il TPP?
Per Pechino sarà difficile attuare il FTAAP, che comprende gli Stati Uniti; perché se Donald Trump finora s’è categoricamente opposto al TPP, è chiaro che non sosterrà un’iniziativa sul libero scambio guidata dalla Cina. Si ricordi anche che Trump ha promesso agli elettori di abbandonare, o nel migliore dei casi rinegoziare, gli accordi di libero scambio che gli Stati Uniti hanno firmato negli ultimi decenni. A suo avviso, gli accordi come il North American Free Trade Agreement (NAFTA, per il suo acronimo in inglese) sono un disastro. In questo scenario, la Cina cerca di far aderire alla sua causa i principali partner commerciali degli Stati Uniti, con l’impegno a continuare a favorire la libera circolazione delle merci. Dal mio punto di vista, il RCEP è l’iniziativa di libero scambio che dà alla Cina la possibilità di colmare il vuoto che Washington lascia col TPP. “La Cina dovrebbe redigere un nuovo accordo che soddisfi le aspettative del settore e continuare lo slancio per la creazione di una zona di libero scambio”, dichiarava ai primi di novembre Li Baodong, Viceministro degli Esteri della Cina. Il RCEP comprende i Paesi membri del TPP meno Canada, Cile, Messico, Perù e ovviamente Stati Uniti. Con oltre 3 miliardi di abitanti, il RCEP comprende gli altri Paesi asiatici dal grande dinamismo economico: Cambogia, Cina, Corea del Sud, India, Indonesia, Filippine, Laos, Myanmar e Thailandia. Sorge allora la domanda se la RCEP sia una sorta di espansione del TPP, con la Cina che sostituisce gli Stati Uniti. Non esattamente. La portata della RCEP non è la stessa del TPP. Finora gli obiettivi della RCEP si limitano all’eliminazione delle barriere tariffarie. Il TPP, tuttavia, è molto più di un accordo di libero scambio, perché tra le altre cose, mette a disposizione delle grandi aziende i diritti di proprietà intellettuale, minaccia la protezione dell’ambiente, viola i diritti dei lavoratori e, per quanto poco, consegna ai tribunali internazionali la risoluzione delle controversie tra governi e aziende. Pertanto, diversi leader guardano favorevolmente al ‘piano B’ suggerito dai cinesi, tra cui il presidente del Perù Pedro Pablo Kuczynski, che crede che un accordo di libero scambio alternativo al TPP sia necessario. Sebbene i Paesi dell’Alleanza del Pacifico (composta da tre membri latino-americani del TPP, più la Colombia) sono interessati a continuare a mantenere ottimi rapporti con gli Stati Uniti, allo stesso tempo vogliono avere accordi con Cina e Russia.
Senza dubbio, l’incertezza politica che affligge gli Stati Uniti dopo le elezioni dell’8 novembre viene magistralmente sfruttata dal drago cinese. Di fronte alle minacce di Trump di aprire una nuova era protezionistica, la risposta di Xi è potente: la globalizzazione del commercio guidato da Pechino continuerà, con o senza appoggio di Washington.malacanang-king-20161120-apec-peru-family-photoTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora