Perché la Russia venderebbe Su-35 alla Corea democratica?

Valentin Vasilescu, ACS-RSS264685-north-koreaIl quotidiano della Corea del Sud “Joong Ang Ilbo” citava una fonte militare secondo cui Pyongyang negozia con la Russia per l’acquisto di 36 velivoli da combattimento Su-35, il caccia multiruolo di maggior successo finora. La richiesta è stata fatta durante la visita del 17-24 novembre 2014 del Generale Choe Ryong Hae, numero due dello Stato nordcoreano, compiuta in Russia. Choe Ryong Hae aveva visitato alcuni impianti del complesso militare-industriale presso Khabarovsk e Vladivostok, e da inviato speciale del leader nordcoreano Kim Jong-Un ha incontrato a Mosca il presidente russo Vladimir Putin e il ministro degli Esteri Sergej Lavrov. Nel frattempo, Choe Ryong Hae trasmetteva al leader del Cremlino un messaggio personale del Presidente Kim Jong Un. La Corea democratica dispone di 15 aerei da combattimento MiG-29B12 e 20 MiG-29SE (variante modernizzata per l’esportazione, con raggio operativo quasi doppio, attiva protezione ECM e missili aria-aria a lungo raggio), ricevuti nel 1999. Oltre a questi sistemi, l’aeronautica nordcoreana utilizza velivoli meno recenti, come 56 MiG-23ML, 32 Su-25K, 150 MiG-21Bis/RFMM e 40 Chengdu J-7 (il MiG-21 cinese), prodotti negli anni ’70-’80. L’aereo più vecchio nell’arsenale delle forze armate nordcoreane sono 80 Q-6 (il MiG-19 riprogettato dai cinesi) e 40 bombardieri bimotori Il-28/H-5 degli anni 1965-1970. A causa dell’embargo imposto alla Corea democratica, la mancanza di pezzi di ricambio causa la rapida usura dei velivoli, e un pilota della Corea democratica vola circa 20-30 ore all’anno rispetto alle 180 ore dei piloti sudcoreani, giapponesi e statunitensi.
La Corea democratica non produce aerei da combattimento di ultima generazione. A causa delle sanzioni internazionali imposte alla Corea democratica, la Russia non poteva neanche rispondere positivamente alle richieste di Pyongyang riguardanti la sostituzione della flotta di aerei da combattimento. Ciò fino alla visita di Choe Ryong Hae, avvenuta in contemporanea alle dure sanzioni economiche imposte alla Russia da Stati Uniti, Giappone, Australia, Canada e l’Unione europea. Quale sarebbe lo scopo perseguito dalla Russia consegnando 100 caccia moderni alla Corea democratica? Possibilmente MiG-29SMT o Su-30, e non necessariamente Su-35. Ricevendo 100 nuovi aerei russi, la Corea democratica muterebbe gli equilibri di potere regionali, dato che Corea del Sud e Giappone insieme hanno 591 velivoli di 4.ta generazione: 213 F-15, 230 F-16 (F-2) e 148 F-4. Va incluso il contingente statunitense dislocato in entrambi gli Stati e composto da 268 aeromobili (42 F-15, 122 F-16, 32 F-22 e 72 F-18 a bordo della portaerei George Washington e sulla base di Atsugi dell’US Marine Corps). Gli Stati Uniti hanno costretto i loro partner occidentali ad applicare abusive sanzioni economiche alla Russia, perciò non vi è più alcun motivo per cui Mosca osservi l’embargo occidentale alla Corea democratica. Ciò soprattutto nel contesto delle manovre degli emirati salafiti del Golfo, docili satelliti degli Stati Uniti, che hanno gravemente colpito la bilancia commerciale della Russia abbassando della metà il prezzo del petrolio. In cambio, la vendita dei velivoli potrebbe essere condizionata per facilitare i grandi investimenti russi nella ristrutturazione dell’industria nordcoreana. La crescente dipendenza della Corea democratica dalla tecnologia russa e il controllo delle sue attività nucleari renderebbero più docile il leader nordcoreano Kim Jong-Un.

page010_image001La Russia ha ottimi rapporti economici e politici anche con la Corea del Sud. Dal 1998 la Russia ha fatto approcci persistenti verso il governo della Corea del Sud, per la creazione del Dipartimento per l’unificazione della penisola coreana. Nel 2008, il Dipartimento è diventato un Ministero con la missione di attuare le politiche secondo il termine di Deng Xiaoping (“un Paese, due sistemi”) per la graduale riunificazione della nazione coreana, agendo per armonizzare l’istruzione e la cultura dei due Paesi. Perciò, le compagnie russe Transneft e Rosneft hanno realizzato un gasdotto di 4857 km, collegando la Siberia orientale al Pacifico, a Kozmino, (porto russo sul Mar del Giappone, a 100 km da Vladivostok). Il terminal petrolifero del porto di Kozmino è rifornito dalle petroliere russe provenienti dal porto di Varandej, sul Mare della Siberia orientale, rifornendo di petrolio il Giappone e le due Coree. La spesa stimata da esperti russi e coreani per il primo anno di riunificazione della Corea sarebbe pari a 167,5 miliardi di euro. Anche se il Nord è 20 volte più povero del Sud (secondo il reddito pro-capite), il solo valore dei giacimenti della Corea democratica è di circa 16700 miliardi di euro, 100 volte il costo sostenuto nel primo anno della riunificazione.
La Corea riunificata in 2-3 anni supererebbe l’economia di Giappone e Germania, contrastando gli Stati Uniti.

7FA810F8-4D96-47BA-84FC-1D9F5BB1E80B_mw1024_s_nACS-RSS Giornale manifesto per capire il mondo russo, pubblicato dall’Associazione per la cooperazione strategica, diplomatica, economica, culturale ed educativa con la Russia e lo spazio slavo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La svolta politica globale della Cina

F. William Engdahl New Eastern Outlook 10/01/2015

Sono stato in Cina negli anni più di una dozzina di volte. Ho parlato con persone di ogni livello del processo decisionale, e una cosa che ho capito è che quando Pechino compie un’importante svolta politica, lo fa con cura e grande decisione. E quando c’è un nuovo consenso, l’eseguono con notevoli effetti su tutti i livelli. Questo è il segreto del miracolo economico trentennale. Ora i vertici della Cina hanno preso una decisione politica che trasformerà il nostro mondo nel prossimo decennio.Vladimir Putin, Xi JinpingIl 29 novembre 2014, un incontro poco noto ma molto significativo ha avuto luogo a Pechino mentre Washington era assorbita dai suoi vari tentativi di paralizzare e destabilizzare la Russia di Putin. S’era tenuta ciò che è stata definita la Conferenza centrale sul lavoro negli affari esteri. Xi Jinping, presidente cinese e presidente della Commissione militare centrale, ha tenuto ciò che è stato definito “un importante discorso”. Un’attenta lettura del comunicato ufficiale del ministero degli Esteri sulla riunione ne conferma l'”importanza”. La direzione centrale della Cina ha reso ufficiale la svolta strategica globale delle priorità geopolitiche della politica estera cinese. La Cina non considera più i suoi rapporti con Stati Uniti e UE di massima priorità. Piuttosto ha definito prioritario il nuovo raggruppamento di Paesi per la propria attenta mappa geopolitica comprendente la Russia e tutte le economie in rapido sviluppo dei BRICS, i vicini asiatici della Cina così come l’Africa e altri Paesi in via di sviluppo. In prospettiva, nel 2012 la visione della politica Estera della Cina comprendeva le Organizzazioni multilaterali (ONU, APEC, ASEAN, FMI, Banca Mondiale, ecc), e la diplomazia pubblica decideva in quali ambiti impegnarsi nel mondo. Chiaramente la Cina ha deciso che tali priorità non le sono più funzionali nel quadro generale così descritto: Grandi Potenze (principalmente Stati Uniti, Unione europea, Giappone e Russia); Periferia (tutti i Paesi che confinano con la Cina); Paesi in via di sviluppo (tutti i Paesi dai bassi PIL). Nel suo discorso alla riunione, il Presidente Xi ha evidenziato una sotto-categoria dei Paesi in via di sviluppo: “Potenze dal Maggiore Sviluppo (Kuoda fazhanzhong de guojia). La Cina “amplierà la cooperazione e stringerà l’integrazione per sviluppare il nostro Paese” con le grandi potenze in via di sviluppo, ha dichiarato Xi. Secondo gli intellettuali cinesi, questi Paesi sono ritenuti dei partner particolarmente importanti “nel sostenere la riforma dell’ordine internazionale“, e sono Russia, Brasile, Sud Africa, India, Indonesia e Messico, cioè i partner della Cina nei BRICS così come Indonesia e Messico. La Cina non si definisce più “Paese in via di sviluppo”, indicando una mutata immagine di sé.
Il Viceministro degli Esteri Liu Zhenmin ha indicato un aspetto rilevante della nuova politica, quando alla conferenza di Pechino ha dichiarato che lo “squilibrio in Asia tra sicurezza politica e sviluppo economico è un problema sempre più importante“. La proposta della Cina di creare una comunità asiatica “dal destino condiviso” è volta a risolvere tale squilibrio. Ciò implica legami economici e diplomatici più stretti con Corea del Sud, Giappone, India, Indonesia, Vietnam e Filippine. In altre parole, anche se il rapporto con gli Stati Uniti rimane di massima priorità a causa della loro potenza militare e finanziaria, ci si può aspettare una Cina sempre più apertamente contraria a ciò che considera l’interferenza statunitense. Questo s’è visto chiaramente ad ottobre, quando il China Daily ha scritto un editoriale, durante l'”Umbrella Revolution” di Hong Kong, chiedendosi “Perché Washington crea le rivoluzioni colorate?” L’articolo denunciava il coinvolgimento del vicepresidente dell’ONG dei cambi di regime del governo USA, il National Endowment for Democracy. Tale immediatezza sarebbe stata impensabile solo sei anni fa, quando Washington cercava d’imbarazzare Pechino suscitando violente proteste del movimento del Dalai Lama in Tibet, poco prima delle Olimpiadi di Pechino del 2008. La Cina rifiuta apertamente la solita critica occidentale sui diritti umani e ha recentemente dichiarato il congelamento delle relazioni diplomatiche Cina-Regno Unito dopo una riunione del governo Cameron con il Dalai Lama, e con la Norvegia per il riconoscimento del dissidente Liu Xiaobo. Lo scorso anno, Pechino ha respinto le critiche di Washington per le sue storiche rivendicazioni sul Mar Cinese Meridionale. Ma cosa forse più significativa, negli ultimi mesi, la Cina ha coraggiosamente adottato l’agenda per costruire istituzioni alternative a FMI e Banca Mondiale controllati dagli statunitensi, un colpo potenzialmente devastante per la potenza economica degli Stati Uniti, se riesce. Per contrastare il tentativo degli Stati Uniti d’isolare economicamente la Cina dall’Asia con la creazione del partenariato Trans-Pacifico (TPP) degli USA, Pechino ha annunciato la propria idea di zona di libero scambio della regione Asia-Pacifico (FTAAP), un accordo commerciale “all inclusive, all-win” che promuove realmente la cooperazione Asia-Pacifico.

Elevare le relazioni con i russi
Allo stato attuale, ciò che emerge chiaramente è la decisione della Cina di mettere le relazioni con la Russia di Putin al centro delle nuove priorità strategiche. Nonostante decenni di diffidenza dopo la frattura sino-sovietica degli anni ’60, i due Paesi hanno iniziato una profonda e nuova cooperazione. Le due grandi potenze dell’Eurasia saldano i legami economici creando un futuro unico potenziale “sfidante” alla supremazia globale statunitense, come lo stratega della politica estera statunitense Zbigniew Brzezinski ha descritto nel suo La Grande Scacchiera nel 1997. Nel momento in cui Putin è impegnato in una vera guerra delle sanzioni economiche della NATO volta a rovesciarne il regime, la Cina non ha firmato uno, ma diversi giganteschi accordi energetici con le compagnie statali russe Gazprom e Rozneft, consentendo alla Russia di compensare la crescente minaccia alle esportazioni energetiche europee, una questione di vita o di morte per l’economia russa. Nel corso della riunione di novembre dell’APEC a Pechino, dove Obama ha subito un ridimensionamento diplomatico inconfondibile con la foto ufficiale a fianco della moglie di uno dei presidenti asiatici, mentre Putin era accanto a Xi. I simboli politici, soprattutto in Cina, hanno grande importanza essendo parte essenziale della comunicazione. Nella stessa occasione, Xi e Putin hanno concordato di costruire il gasdotto West Route dalla Siberia alla Cina, oltre alla storica Pipeline East Route concordata con la Russia a maggio. Quando saranno completati, la Russia fornirà il 40% del gas della Cina. Nella stessa occasione, a Pechino, il Capo di Stato maggiore Generale russo annunciava nuove importanti cooperazioni tra forze armate russe e PLA cinese.
Ora, nella grande guerra valutaria di Washington contro il rublo, la Cina ha annunciato di essere pronta, se richiesto, ad aiutare il partner russo. Il 20 dicembre, con il calo record nel rublo rispetto al dollaro, il ministro degli Esteri Wang Yi ha detto che la Cina fornirà aiuto, se necessario, ed espresso fiducia che la Russia supererà le difficoltà economiche. Allo stesso tempo, il ministro del Commercio Gao Hucheng ha detto che l’espansione del currency swap tra le due nazioni e il maggiore uso dello yuan negli scambi commerciali avrebbero maggiormente favorito la Russia. Ci sono altre sinergie tra Russia e Cina, in cui si coordinano più strettamente, come la decisione di Putin d’incontrare in primavera il Presidente della Corea democratica così come quello dell’India, un vecchio alleato dei russi con cui la Cina ha avuto rapporti fragili dagli anni ’50. Inoltre la Russia ha una posizione di forza verso il Vietnam dalla Guerra Fredda, con le imprese petrolifere russe che sviluppano le scoperte petrolifere offshore del Vietnam. In breve, una volta armonizzata la strategia geopolitica di entrambi, il peggior incubo geopolitico di Brzezinski si avvererà grazie, in gran parte, alle stupidissime politiche dei falchi neo-conservatori di Washington, del presidente Obama e dei cinici ricconi che li hanno comprati.
Tali mosse, sebbene pericolose, indicano che la Cina ha profondamente capito il gioco geopolitico di Washington e le strategie dei falchi neo-conservatori degli Stati Uniti e, come la Russia di Putin, non ha intenzione di piegarsi a ciò che considera la tirannia globale di Washington. Il 2015 sarà uno degli anni più decisivi e interessanti della storia moderna.

800px-Zh_tw-Map_SCO.svgF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il risorgente Partito Comunista Giapponese ha una notte da ricordare

Contrastare Abe paga raddoppiando i seggi del partito
Mizuho Aoki Japan Times 15 dicembre 2014

11_77_1Mentre i leader della maggior parte dei partiti di opposizione erano scuri in volto, domenica sera, il partito comunista giapponese festeggiava per aver più che raddoppiato i seggi alla Camera Bassa. Il partito ha ora 21 deputati contro 8 prima che il premier Shinzo Abe, il 21 novembre, indicesse le elezioni generali che la sua coalizione del Partito Liberal-Democratico ha vinto facilmente. Come sua prassi, il JCP ha schierato 315 candidati alle elezioni. Il leader del JCP Kazuo Shii sè affrettato a salutare la vittoria di Seiken Akamine al primo distretto di Okinawa, la prima vittoria elettorale uninominale del partito in 18 anni. Il partito si aspetta di vincere ancora più seggi con il proporzionale, ha detto ai giornalisti a Tokyo.
Il salto va ampiamente accreditato agli elettori stufi delle politiche economiche di Abe, che i critici dicono abbiano beneficiano grandi imprese e ricchi, così come delle sue politiche di sicurezza, in particolare la decisione del suo gabinetto a luglio di revocare il divieto di autodifesa collettiva e l’approvazione della legge sui segreti di Stato. Alcune persone potrebbero aver votato per il JCP per dispetto, data la scarsità di alternative valide, hanno detto gli osservatori. Una tendenza simile fu osservata nel 1996, quando il partito ottenne 26 seggi alla Camera dopo che gli elettori furono delusi dalla decisione del Partito socialdemocratico di andare a letto con la sua nemesi perpetua, l’LDP. Tra gli altri partiti di opposizione, il Partito Democratico del Giappone è rimasto nel limbo non riuscendo a riprendersi dal suo deludente debutto al potere nel 2009 – 2012. Il suo tumultuoso governo fu afflitto da promesse mancate, dal Grande Terremoto del 2011 e dalla catastrofe nucleare di Fukushima. Altri partiti, come Nippon Ishin no Kai (Partito della Restaurazione del Giappone) e il Tuo Partito, una volta presentatisi come “terze forze” pronte a sfidare il LDP, non esistono più. Nippon Ishin s’è diviso all’inizio di quest’anno e il Tuo Partito s’è sciolto a novembre.
JAPAN-TOKYO-XI JINPING-MEETING Vedendo le elezioni anticipate come possibilità di attrarre il sostegno degli elettori stufi di Abe, Shii ha ripetutamente presentato le elezioni di domenica come “una battaglia tra JCP e LDP”, dicendo che il suo partito era disposto ad impedire all”LDP di andare fuori controllo”. La campagna del JCP aveva una piattaforma opposta al quella conservatrice dell’LDP. Attaccava Abe per aver aumentato il divario tra ricchi e poveri, e s’impegnava ad aumentare le tasse a grandi aziende e ricchi. Ha inoltre promesso di abolire la seconda fase dell’adozione dell’imposta sul consumo, che eleva l’IVA al 10 per cento dall’8, a primavera 2017. Sulla sicurezza, il JCP è impegnata a revocare la decisione del gabinetto Abe, di luglio, che reinterpreta la Costituzione che rifiuta la guerra. È anche contrario alla Trans-Pacific Partnership, l’accordo di libero scambio voluto dagli Stati Uniti con il Giappone e altre 10 economie del Pacifico.
Nel giugno 2013 all’elezione della Tokyo Metropolitan Assembly, il JCP aveva più che raddoppiato i suoi seggi, passando a 17 da 8. Il partito ha fatto progressi simili nelle elezioni alla Camera alta del mese successivo, aumentando i suoi seggi a 11 da 6. Il maggior numero di seggi che il JCP ebbe mai alle elezioni alla Camera fu di 39, nel 1979. Dopo di che, intorno al 2000, nel partito iniziò una lotta acquisendo meno di 10 seggi alla Camera.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Giappone: LDP sfidato dal Partito Comunista in ascesa

Huang Wenwei Global Times 11/12/2014kazuo-shii-communistMentre le elezioni della camera bassa indetta dal primo ministro giapponese Shinzo Abe si terranno il 14 dicembre, governo e partiti d’opposizione corteggiano appassionatamente gli elettori. Nella feroce corsa il Partito Comunista giapponese (JCP), istituito nel 1922, ma che non ha avuto primo piano sulla scena politica, spicca tra l’opposizione indebolita. Alla luce dell’udienza e dalle risposte dalla strada ai discorsi dei candidati, un approccio utile a misurarne il sostegno, l’unico candidato che si oppone ad Abe sembra essere Kazuo Shii, il presidente del JCP. Il 9 dicembre oltre 1000 persone erano presenti al discorso di Shii nella Prefettura di Nagano, nonostante il freddo. La regione ha due candidati del JCP, di 44 e 35 anni. Il discorso di Shii nella città portuale di Yokohama ha visto la partecipazione di circa 3500 persone che hanno risposto con entusiasmo. In confronto, l’ex-primo ministro Naoto Kan del maggiore partito di opposizione, Partito Democratico del Giappone, non ha quasi attratto che eventuali passanti nei suoi discorsi. Nella prossime elezioni, il JCP avrà 315 candidati contro i 352 del Partito Liberal Democratico (LDP). Anche se l’ultimo sondaggio di Kyodo News dimostra che la coalizione di LDP e Komeito si aspetta di avere oltre i due terzi dei seggi della camera, è innegabilmente chiaro che l’opposizione del JCP alle politiche di Abe ottiene il riconoscimento del pubblico. In particolare, il JCP s’impegna ad abrogare l’aumento delle imposte sul consumo, in programma, al 10 per cento (l’IVA in Giappone è dell’8%, se i giapponesi vivessero in Italia, collasserebbero. NdT), posticipato da Abe all’aprile 2017, e ritirarsi dai negoziati sul partenariato trans-Pacificico degli USA. Mentre l’amministrazione Abe cerca di riavviare i reattori nucleari del Giappone dopo il devastante disastro di Fukushima nel 2011, il JCP sostiene una nazione denuclearizzata come molti giapponesi vogliono. Su altre questioni controverse, il JCP si oppone al trasferimento della base aerea statunitense di Futenma a Nago, nel distretto costiero di Henoko, e s’impegna a non inviare le forze di autodifesa del Giappone in missioni all’estero. Il JCP chiede anche ad Abe di revocare la decisione di consentire al Giappone di esercitare il diritto di autodifesa collettiva e di costruire una diplomazia di pace e una vita pacifica per il popolo del Giappone secondo l’articolo 9 della Costituzione che rifiuta la guerra.
390071 Con gli obiettivi espliciti fissati dal JCP su preoccupazioni dei cittadini e servizi di social network, molti hanno espresso l’intenzione di votare il partito, avendo preso le elezioni più seriamente degli altri partiti d’opposizione, e avendo coraggiosamente sfidato il LDP in molte circoscrizioni. Molti credono che i membri degli altri partiti d’opposizione siano più attenti ai propri interessi e non meritino la fiducia del pubblico nella gestione degli affari nazionali. Inoltre, nonostante le continue proteste pubbliche, la nuova legge sul segreto di Stato è entrata in vigore il 10 dicembre, nel tentativo di Abe di rivedere la Costituzione. Molte persone sono preoccupate che il Giappone possa seguire un sentiero pericoloso partecipando a guerre, e la preferenza per il JCP potrebbe ritrarre la società dal baratro. Mentre il JCP difende più opportunità e maggiore benessere per i giovani, sempre più giovani hanno un’impressione favorevole del partito. Nel dicembre dello scorso anno, circa 2000 giovani si sono uniti al partito. Il numero è salito a 5100 tra maggio e luglio, con 3000 solo a luglio, quando il governo ha deciso di permettere al Giappone di esercitare il diritto di autodifesa collettiva; il 30 per cento di loro ha meno di 39 anni. Viene suggerito che il JCP attirerebbe ancora più membri se cambiasse nome, in quanto il termine “comunista” ha una connotazione negativa in Giappone.
Il JCP non ha guadagnato popolarità improvvisamente. Nel 2008, Kanikosen, in inglese The Cannery Boat, romanzo scritto dall’autore e membro del JCP Takiji Kobayashi nel 1929, è divenuto un best-seller per la descrizione della vita miserabile dei poveri di quasi 100 anni fa, cosa che interessa i giovani di oggi. Tra depressione economica e delusione del pubblico, il JCP sfida il partito al governo, come auspicato dal romanzo di Kobayashi.

DSCN1555Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I droni ucraini abbattuti in Crimea

Philippe Grasset Dedefensa 9 dicembre 201413261Tranquillamente e con piccoli dettagli “inutili”, fonti militari russe dichiarano all’agenzia Novosti (Sputnik.News 9 dicembre 2014) che “alcuni droni ucraini” sono stati abbattuti sulla Crimea, che ha aderito alla Russia lo scorso marzo e di cui Kiev regolarmente e pomposamente ne annuncia la prossima conquista. Le fonti non specificano il numero di droni o la tempistica in cui si sono verificati tali incidenti, se intercettazioni e abbattimenti sono stati effettuati “il mese scorso” o se le circostanze o le osservazioni sulle procedure convenzionali utilizzate in questo caso sono state rispettate (intercettazione alla frontiera, comunicazione per raccomandare il cambio di rotta, distruzione in caso di continuazione della missione). Una precisazione tecnica è data: veicoli Pantsir dotati di 2 cannoni da 30mm e missili a corto raggio sono stati utilizzati. “La Russia il mese scorso ha abbattuto numerosi aeromobili di sorveglianza senza pilota ucraini che sorvolavano la penisola di Crimea da Nord, con i sistemi missilistici superficie-aria Pantsir (Greyhound), ha detto a RIA Novosti una fonte militare della Crimea. “I Pantsir sono stati usati contro obiettivi dalla divisione presso l’Istmo di Chongar”, ha detto la fonte militare. “Dopo aver riconosciuto il velivolo di sorveglianza senza pilota, viene intercettato al confine con l’ordine di tracciarlo e scortarlo. Se il velivolo di sorveglianza senza pilota vola in profondità nel nostro territorio o si avvicina a una struttura militare, viene abbattuto”, ha aggiunto la fonte. Il numero di aeromobili di sorveglianza distrutti dai missili russi non è stato specificato”. La discrezione dei russi, la loro stretta osservanza del segreto nei casi più problematici e sulle questioni militari (operative e altre) ne rendono delle rivelazioni significative. Le fonti, essendo ufficiali, assai probabilmente hanno informato in accordo con le autorità politiche e per scopi politici ed operative. Diverse conclusioni si possono trarre dal quadro per un’ipotesi interpretativa.
• In generale, questi interventi sono destinati agli osservatori e danno l’indicazione politica che la Crimea è territorio russo difeso come qualsiasi territorio russo e che alcuna violazione della sovranità sarà tollerata. La Crimea non è una sorta di Pakistan o Yemen dove droni stranieri vagano impunemente.
• Queste informazioni, date con il contagocce ma precise, evidenziano l’efficacia della difesa aerea russa in Crimea. Se l’altra parte vuole esserne informata con le sue incursioni, ora abbiamo anche la prova che si è in guerra della comunicazione sulle “operazioni segrete”.
• Il chiarimento sul sistema utilizzato per tali distruzioni può anche essere interpretato come indicazione che la difesa aerea in Crimea è forte, nel senso che dispone di tutti mezzi d’intervento necessari. (E’ noto, inoltre, che una squadra di intercettori Sukhoj Su-30 è stato staccata dal suo squadrone di provenienza da una base russa nel nord, per essere schierata in Crimea per le operazioni “di polizia dello spazio aereo”).
• Infine, la precisazione che la distruzione ha avuto luogo “il mese scorso” senza specificare cosa sia successo prima, suggerisce che i russi avrebbero concluso di esser certi che tali droni siano stranieri stanziati in Ucraina. I droni non sarebbero utilizzati dalle forze ucraine, i tentativi ufficiali ucraini di dotarsi di droni realizzati dagli israeliani non hanno portato a nulla (17 settembre 2014). Queste rivelazioni così ci invitavano a concludere che i russi credono o sanno che i droni sono schierati e utilizzati da non-ucraini cioè, seguendo l’ipotesi, dalla CIA che li usa, per esempio. Chi altro?
Ora si espanda il punto. L’impressione di professionalità, discrezione e efficienza che deriva da questi dati incontra le apprensioni del blocco BAO, in particolare degli Stati Uniti, sulla capacità russa, partendo dalle informazioni sulla distruzione dei droni “ucraini”, nel campo dei missili terra-aria. A tal proposito, più in generale nuove informazioni filtrano dal blocco BAO. Fonti militari e d’intelligence degli Stati Uniti hanno commentato nei giorni scorsi che l’invio degli S-400 alla Cina, dopo la firma di un contratto di vendita (1 dicembre 2014), sia un atto militare di grave preoccupazione per le forze USA. Queste fonti confermano che Stati Uniti e blocco BAO non hanno “alcun equivalente” dell’S-400 e non ci sono serie contromisure contro questi sistemi, che sono un’enorme ipoteca per l’offensiva aerea in caso di conflitto. L’unica incertezza, riferiscono le fonti, è se i russi consegnano ai cinesi l’S-400 al massimo standard che equipaggia le loro forze. Secondo le ipotesi classiche i russi non lo farebbero, essendo straordinariamente cauti nella consegna di armi sofisticate e nel trasferimento tecnologico. Ma il nuovo rapporto strategico tra Russia e Cina “sfoca tutti i dati disponibili“, riferiscono le fonti e le ipotesi convenzionali potrebbero esser già obsolete, e l’S-400 consegnato agli standard russi…
Nello stesso campo dei missili russi (ma anche cinesi e iraniani), le stesse fonti hanno detto che la minaccia principale, quasi come la potenza della difesa aerea della Russia, è nel campo dei missili antinave (terra-mare, mare-mare, aria-mare). Fonti militari del blocco BAO (USA) sono estremamente impressionati dallo sviluppo di missili antinave, in particolare di Russia e Cina, estremamente veloci (ipersonici a 4/5 Mach), altamente protetti elettronicamente, rendendone l’intercettazione incredibilmente complessa se non impossibile, con grande raggio e potenti testate. Questi missili sono progettati per colpire molto duramente le portaerei degli Stati Uniti, “come i giapponesi colpirono le corazzate della Flotta del Pacifico a Pearl Harbor“… Ciò dimostra la mancanza di entusiasmo dell’US Navy per le politiche dei falchi antirussi e anticinesi della leadership di Washington. Questo tipo di arma ha quasi il carattere di “arma navale assoluta” conforme a capacità operative e potenza dell’US Navy. Se si scopre che un missile antiportaerei esiste vi è il rischio della paralisi dell’US Navy dovuta alla psicosi che ne nascerebbe: il piccolo numero di grandi portaerei d’attacco su cui si concentra la maggior parte della potenza navale statunitense, attualmente 10, tra cui 5-6 in rotazione nello schieramento offensivo per esigenze di manutenzione, carenatura, ecc., incoraggiando una prudenza tale che la flotta in sostanza offensiva diverrebbe quasi difensiva, con una ritirata strategica dell’US Navy che la priverebbe della capacità di controllare i mari a livello globale. Ciò senza parlare del disastro che sarebbe la perdita di una o più portaerei, percepibile come una sorta di 9/11 (nuova immagine di Pearl Harbor) per la potenza militare USA, ma un 9/11 senza potenza militare pronta ad organizzare una risposta, poiché tale potenza verrebbe colpita ed orribilmente danneggiata. Nella stessa ottica, e mentre i negoziati con l’Iran sul nucleare falliscono, tali fonti affermano inoltre che l’US Navy considera il Golfo Persico una “trappola mortale” da cui ritirare quanto prima le portaerei, se ci fossero, in caso di rischio di conflitto. La parte iraniana è assolutamente presidiata e piena di postazioni missilistiche, di cui almeno la metà nascoste e non identificate, e quindi che non possono essere distrutte da attacchi preventivi…
Così la situazione generale di tensione e vere condizioni di possibile conflitto dall’inizio della crisi ucraina spingono gli strateghi militari USA (seri e non strateghi neocon da think tank) a considerare la realtà della situazione strategica complessiva. Il risultato non è così eccitante quanto creduto. La potenza statunitense è considerevole, certamente, ma sovraestesa e iperconcentrata su dei punti di forza (come le portaerei) che dovrebbero essere invulnerabili. Un cambio improvviso nelle circostanze o capacità tecniche, o in entrambi, potrebbe improvvisamente mutare l’egemonia di tale potenza, rendendola improvvisamente vulnerabile e costringendola a ritirarsi in una difesa totalmente in contraddizione con la politica espansionistica degli USA (blocco BAO). Nelle circostanze in cui la Russia (e la Cina, ed altri) tendono ad espandere le capacità belliche, gli Stati Uniti scoprono debolezze potenziali basate su squilibri, inadeguatezze e contraddizioni strutturali che hanno la possibilità di collassare comportando drammatici cambi di fortuna politica. Così si definisce la potenza (militare e non) del blocco BAO (Stati Uniti) e della nostra contro-civiltà: enorme, travolgente quanto si vuole, ma anche sempre più squilibrata ed instabile, con la possibilità di collassare all’improvviso, senza permettere un ripiego, una ripresa o un contro-attacco. La situazione è sempre più del “tutto o niente”, con il “tutto” che vacilla sempre più.1302717433Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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