La Cina aumenta l’influenza sull’Afghanistan

Vladimir Platov New Eastern Outlook 21.09.2017Non sorprende che gli Stati Uniti non siano l’unico Stato a riconoscere l’importanza geopolitica dell’Afghanistan. Tra le altre nazioni profondamente interessate a questo Stato dell’Asia centrale c’è la Cina. Fin dal 2011, quando fu lanciato il vertice “Cuore dell’Asia”, la Cina fa ogni sforzo per migliorare i rapporti con tutte le nazioni impegnate nella ricostruzione dell’Afghanistan. Pechino organizzò una riunione coi partner regionali, tra cui Iran, Pakistan e Russia, e collabora strettamente con il gruppo di coordinamento quadripartito tra Afghanistan, Pakistan, Stati Uniti e Cina, nonché i taliban. Tuttavia, negli ultimi tre anni la Cina è sempre più interessata a stretti legami con l’Afghanistan. Dopo il ritiro della maggior parte delle forze d’occupazione degli Stati Uniti, Pechino inviò a Kabul un gruppo di funzionari guidati dal Ministro degli Esteri Wang Yi. Infatti, negli ultimi tre anni, Pechino forniva più assistenza all’Afghanistan di quanto abbia fatto nei tredici anni precedenti.

Interessi cinesi in Afghanistan
Le ragioni di Pechino sono abbastanza chiare da sempre. Cerca la graduale riduzione delle truppe NATO in Afghanistan per ridurre l’influenza di Washington e creare una “zona di stabilità” ai confini della Cina. Allo stesso tempo, i funzionari di Pechino si rendono conto che fintanto che la situazione in Afghanistan rimarrà instabile, le forze della NATO e statunitensi avranno un pretesto per prolungare la presenza in un territorio confinante con la Cina. Inoltre, è estremamente importante che Pechino garantisca l’attuazione sicura dell’iniziativa economica Fascia e Via (OBOR), indebolendo i gruppi terroristici operanti nella regione, tra cui lo SIIL. Tali gruppi garantiscono che l’Asia centrale rimanga un quadro politico potenzialmente esplosivo. Ciò consente ai terroristi di preoccupare Pechino sulla stabilità nazionale e regionale. Quel che è peggio è che la tensione sempre presente nell’Asia centrale può potenzialmente mettere in pericolo l’iniziativa promettente dell’OBOR. Un brusco aumento delle attività dello SIIL in Afghanistan e Asia centrale è la maggiore preoccupazione della Cina, dato che tale minaccia può essere controbilanciata solo con l’aiuto di operatori regionali e dall’antiterrorismo costantemente crescente di Cina e Russia. Pechino ritiene che i terroristi dello SIIL possano infiltrarsi nel territorio cinese dal confine Pakistan-Cina per tentare in qualche modo di sabotare l’OBOR.

La Cina e la lotta al terrorismo internazionale
A questo proposito, negli ultimi anni la Cina ha lanciato la lotta al terrorismo internazionale sostenendo i Paesi dell’Asia centrale e meridionale, in particolare l’Afghanistan, e aumentando la spesa per la sicurezza degli operatori regionali nel contrastare la crescente minaccia terroristica. Non c’è da meravigliarsi che Pechino sia al comando di ogni grande esercitazione antiterrorismo nella regione, da allora. Tale politica viene perseguita da Pechino soprattutto perché, secondo stime di medio e lungo termine, quando i conflitti nel Medio Oriente finiranno, lo SIIL agirà in Afghanistan e negli altri Stati dell’Asia centrale. Per queste ragioni, dal 2016 le autorità cinesi rafforzano i confini statali e guidano le esercitazioni antiterrorismo. È anche curioso che, secondo la legislazione cinese, Pechino possa considerare lo schieramento di truppe nel territorio di uno Stato confinante nel caso in cui la sicurezza nazionale cinese sia minacciata. Se si tiene conto dell’esperienza della Russia nell’assistenza a Damasco nell’antiterrorismo, e del desiderio degli Stati Uniti di aumentare l’influenza in Afghanistan e altri Paesi della regione, i politici cinesi potrebbero pianificare l’aumento degli investimenti negli Stati regionali come forma di contrappeso. Sul rafforzamento della cooperazione cinese con Kabul nella lotta antiterrorismo, la decisione di Pechino di assisterla nella creazione di unità speciali per la guerra in montagna è particolarmente degna di nota. In particolare, come osservato a metà agosto dal Ministero della Difesa afghano, la Cina finanzierà la creazione di un’unità di forze speciali nel Badakhshan, per garantire la sicurezza di questa provincia montuosa ai confini con il Tagikistan. Pechino non si è semplicemente impegnata a creare le infrastrutture necessarie, ma a sostenere l’unità con armi ed equipaggiamenti. Prima di ciò, i vertici militari cinesi annunciarono l’intenzione di fornire all’Afghanistan 73 milioni di dollari in aiuti militari.Vladimir Platov, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Un accordo ha appena cambiato il quadro energetico globale

La Rosneft fa acquisizioni in India e la Cina entra in Rosneft con un’interessante partnership a tre vie
Dave Forest, Russia Insider 19/9/2017

Uno dei più grandi eventi sull’energia quest’anno è la Rosneft che acquista l’Essar Oil indiana, dando alla società russa l’aggancio a uno dei più grandi mercati petroliferi e gasiferi emergenti del mondo. E questa settimana la storia è diventata più complessa. Con Rosneft che stipula un altro grande accordo, interessando un altro peso massimo nell’energia, la Cina. Rosneft ha annunciato la vendita di una quota significativa del proprio patrimonio a investitori cinesi. In questo caso, la piccola società di esplorazione e produzione CEFC China Energy. Anche se pochi investitori la conoscono, la CEFC porta un importante capitale nell’accordo, accettando di versare 9 miliardi di dollari per acquisire il 14,16% della Rosneft. L’accordo è storico essendo il primo grande acquisto della Cina nell’industria energetica russa (anche se le imprese cinesi finanziano progetti di esportazione di LNG nell’Artico russo), dimostrando la forza dei legami sempre più stretti tra Russia e Cina nell’ambito energetico. Rosneft e CEFC sono al centro di questi rapporti crescenti. Con le due società che hanno firmato un accordo nel settembre scorso, per l’approvvigionamento a lungo termine di greggio russo per la Cina. L’acquisto delle azioni di questa settimana consolida ulteriormente i rapporti commerciali, e dimostra che la Cina vede la Russia come alleato cruciale nel gioco sull’energia. Ma vi sono implicazioni che vanno oltre. Con la Cina ora ha un accesso ai mercati dell’India, attraverso le aziende da Rosneft recentemente acquisite nel Paese. Questo è uno sviluppo cruciale nel quadro energetico mondiale. Dato che le aziende cinesi non hanno direttamente accesso all’India, nonostante la nazione sia uno dei più importanti soggetti emergenti sul piano energetico. La proprietà della Rosneft potrebbe cambiare ciò e potrebbe aprire opportunità in altre parti del mondo, dato che Rosneft attualmente opera dall’Egitto al Brasile al Venezuela.
Una nota intrigante della storia: CEFC acquista la quota di Rosneft da Glencore e dal fondo sovrano del Qatar, che l’avrebbe acquistato solo nove mesi prima per 12 miliardi di dollari. Ciò significa che questi titolari si accollano una perdita del 25% nella vendita, a meno di un anno dall’acquisto. Ma nel frattempo, Glencore ha stipulato un accordo lucroso scambiando il greggio russo della Rosneft, probabilmente per compensare le perdite con la Rosneft e qualcos’altro. Tutto ciò mostra la complessità di questa rapida evoluzione del mondo dell’energia. Osservando altri accordi energetici di Cina e Russia e l’influenza emergente di queste due superpotenze energetiche in altri mercati chiave, come l’India.

L’accordo Rosneft-Cina risponde a molte domande
Tom Luongo Seeking Alpha 13.09.2017Glencore e l’Autorità per gli investimenti del Qatar vendono la quota della Rosneft, azienda petrolifera russa, a una piccola società cinese, CEFC China Energy Co., per 9 miliardi di dollari. Questo accordo pone molte domande ma risponde anche ad altre. La joint venture tra QIA e Glencore si dividerà la maggior parte della quota di Rosneft con Glencore che mantiene lo 0,5% e QIA il 4,7%. CEFC ottiene il rimanente 14,6% dal gigante petrolifero russo. Inoltre, Glencore conserva l’accordo per 220000 barili al giorno dalla Rosneft. I termini dell’operazione sono stati erroneamente segnalati da Zerohedge con QIA e Glencore che acquistano il 25% della quota con l’accordo stipulato a dicembre. Ma l’accordo da 12 miliardi di dollari è ancora in vigore, con la CEFC che acquista il 75% della quota per 9 miliardi di dollari.

Domande sul Qatar
Quindi, la domanda è perché il QIA vende la quota della Rosneft ora? Il collaboratore della Fellow SA Craig Pirro lo studia da ciò che esce dalla Russia, ritenendolo solo una mossa di Putin. Non sono del tutto in disaccordo, ma Pirro non considera i massicci cambiamenti geopolitici negli ultimi dieci mesi dall’accordo originale. In primo luogo, tali accordi sono sempre motivati dal punto di vista geopolitico. Tutto ciò che coinvolge Qatar, Russia e petrolio è prima e soprattutto geopolitica e non politica del profitto/perdita. Il Qatar acquistò Rosneft come passo per far firmare ai russi la riduzione della produzione OPEC incrementata con forza dai sauditi. Inoltre, il Qatar doveva convincere Putin che non finanziava più i gruppi di al-Qaida che combattono il governo di Assad a Idlib. Dopo che l’accordo fu annunciato, la resistenza nella Siria nordoccidentale cominciò a sbriciolarsi, e il Qatar deve trovare amici più grossi prima di finire appeso da qualche parte. L’Arabia Saudita non ha potuto convincere Putin ad accettare le riduzioni perché non aveva nulla da dare alla Russia. Si ricordi che il rublo ora galleggia liberamente, mentre il riyal saudita no, poiché i sauditi sono in crisi finanziaria e politica mentre i russi escono da una recessione che li avrebbe paralizzati se non avessero svincolato il rublo nel novembre 2014. Quindi, il Qatar entrò a mediare l’accordo, come riportato da Bloomberg e Financial Times lo scorso anno, dando a Putin ciò che voleva per firmare il taglio della produzione. Rosneft ottiene molta liquidità, il Qatar guadagna un alleato nella Russia, il prezzo del petrolio si stabilizza e Glencore ottiene un buon accordo sul petrolio russo. Vincono tutti. Arrivando ad oggi, col Qatar che subisce la forte pressione dei sauditi che ne bloccano le attività, gli Stati Uniti che impongono rigorose sanzioni alle banche europee che fanno affari con l’industria energetica russa e la Cina presa di mira dall’amministrazione Trump su più fronti. Quindi, mentre l’economia di questo accordo sul prezzo corrente delle azioni della Rosneft non ha molto senso, come ha sottolineato Pirro, c’è molto più in gioco, per chi ne è interessato, di qualche centinaio di milioni di azioni di un arbitrato che potrebbe cambiare in pochi giorni.

Risposte dalla Cina
La Cina entra qui per salvare non solo BancaIntesa, la banca italiana che ha provveduto a far fluire gran parte del finanziamento per l’accordo, ma anche il Qatar che ottiene una grande infusione di liquidità in dollari assai necessari. La Russia s’integra ulteriormente nel sistema di negoziazione petrolifera della Cina di Shanghai, tra cui i molto discussi contratti futures convertibili in oro (GLD). Ciò scansa l’accordo dalle nuove sanzioni statunitensi. Infatti, compie un perno perfetto da tali sanzioni. Si ricordi che il segretario al Tesoro Steve Mnuchin ha apertamente minacciato, di nuovo, le banche cinesi di espulsione dal sistema SWIFT. Era per la Corea democratica, ma intimamente collegato all’acquisto di petrolio dei cinesi. Tale minaccia è credibile contro le banche del Qatar. Russia e Stati Uniti hanno già scambi così esigui in dollari da essere irrilevanti sul grande piano delle cose. La Russia già sostituisce Visa con il proprio sistema di pagamento interno denominato Mir. La Cina ha già UnionPay. Ma tale minaccia non è semplicemente credibile contro la Cina, il più grande partner commerciale degli Stati Uniti. Sarebbe un atto di autodistruzione dei mercati globali dei capitali. Inoltre, testerebbe il sistema di pagamento interbancario cinese (CIPS) sulla capacità di gestire il finanziamento del commercio della Cina. CIPS è conforme al protocollo SWIFT. Questo accordo consolida ancor più Cina e Russia quali alleati strategici, sempre più vicini e più importanti ad ogni tentativo di punirle per perseguire ciò che ritengono loro interesse nazionale. Inoltre, sottolinea l’impegno della Cina con il Qatar. La Cina è un suo importante partner commerciale. E questo accordo è una dichiarazione importante ai sauditi che la Cina è disposta a correre in difesa di un suo importante fornitore di energia e di dettare i termini. A un certo punto, la Cina smetterà di offrire dollari per il petrolio dell’Arabia Saudita. Compiendo ogni mossa per garantirsi di pagare le fonti in yuan, il cambio col dollaro saudita s’indebolisce. Rosneft su questo accordo è neutrale. È semplicemente un mezzo per le grandi manovre geopolitiche. Per il Qatar è un passo positivo, visto l’ovvio scambio con l’investimento originale di dicembre, per comprarsi alcuni mesi per resistere alla pressione economica saudita, prima di decidere di far fluttuare la propria moneta. Per la Cina, l’accordo è una vittoria netta perché assicura un flusso maggiore di petrolio russo nei propri mercati petroliferi, continuando a consolidare fiducia tra gli investitori e nel tempo. E questa è veramente la vittoria definitiva per tutti loro.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Dalle Filippine al Myanmar: gli USA combattono i loro terroristi

Tony Cartalucci – LD 8 settembre 2017Con il recente attacco alla polizia in Myanmar da parte di terroristi descritti da Reuters come “ribelli musulmani” e il continuo terrorismo che affligge le Filippine dove le forze sono impegnate contro i terroristi del cosiddetto “Stato islamico”, sembra che il terrorismo si sia diffuso nel Sud-Est asiatico senza segni di declino. Tuttavia, le improvvise violenze avvengono nel momento in cui il cosiddetto “perno sull’Asia” degli USA è sospeso, fornendo agli Stati Uniti un pretesto conveniente per ristabilirsi nella regione in un modo molto più insidioso. Gli USA volevano una presenza militare nel sud-est asiatico da decenni, ma mancava un pretesto, finora gli Stati Uniti hanno apertamente cospirato, per decenni, per stabilire e ampliare una presenza militare permanente nell’Asia sudorientale per affrontare, circondare e contenere la Cina. Sin dalla guerra del Vietnam, coi cosiddetti “documenti del Pentagono” rilasciati nel 1969, si capì che il conflitto era semplicemente parte di una strategia volta a contenere e controllare la Cina. Tre citazioni importanti da questi documenti lo rivelano, dichiarando innanzitutto che: “...la decisione di febbraio di bombardare il Vietnam settentrionale e l’approvazione di luglio della fase I dello schieramento hanno senso solo se sostengono una politica a lungo termine per contenere la Cina“. Sostenevano inoltre: “La Cina, come la Germania nel 1917, come la Germania in occidente e il Giappone in Oriente alla fine degli anni ’30, e come l’URSS nel 1947, appare un’importante potenza minacciosa che sottovaluta la nostra importanza ed efficacia nel mondo e, più avanti sarà più minacciosa organizzando l’Asia contro di noi”. Infine, delineavano l’immenso teatro regionale che gli Stati Uniti avevano ingaggiato contro la Cina affermando: “Ci sono tre fronti nello sforzo a lungo termine per contenere la Cina (rendendosi conto che l’URSS “contiene” la Cina a nord e nord-ovest): a) il fronte Giappone-Corea; b) il fronte India-Pakistan; e c) il fronte sud-est asiatico“. Mentre gli Stati Uniti infine persero la guerra del Vietnam e ogni possibilità di utilizzare i vietnamiti come ascari contro Pechino, la lunga guerra contro essa continuava altrove. Ultimamente, un piano del Progetto per un nuovo secolo americano (PNAC), nel documento del 2000 intitolato “Ricostruire le difese americane” (PDF), dichiarava apertamente l’intenzione di stabilire una presenza militare permanente ed ampia nel Sud-Est asiatico. La relazione affermava esplicitamente che: “…è ora di aumentare la presenza di forze statunitensi nel Sud-Est asiatico”, e dettagliava dichiarando: “Nel Sud-Est asiatico, le forze statunitensi sono troppo poche per affrontare adeguatamente i crescenti requisiti di sicurezza. Dal ritiro dalle Filippine nel 1992, gli Stati Uniti non hanno una significativa presenza militare permanente nel Sud-Est asiatico. Né le forze statunitensi nell’Asia nordorientale possono facilmente operare o schierarsi rapidamente nel Sud-Est asiatico, certamente non senza mettere a rischio gli impegni in Corea. Fatta eccezione dei pattugliamenti navali, la sicurezza di questa regione strategicamente significativa e sempre più tumultuosa è stata abbandonata dagli USA”. Osservando la difficoltà di mettere le truppe statunitensi dove non sono volute, il documento del PNAC notava: “Questo sarà un compito difficile che richiede sensibilità verso i diversi sentimenti nazionali, ma è reso ancora più impellente dalla nascita di nuovi governi democratici nella regione. Garantendo la sicurezza dei nostri alleati e delle nazioni recentemente democratiche dell’Asia orientale, gli Stati Uniti possono contribuire a che l’ascesa della Cina sia pacifica. Infatti, nel tempo, la potenza statunitense e gli alleati regionali possono spingere un processo di democratizzazione nella Cina stessa”. Va notato che il riferimento all'”emergere di nuovi governi democratici nella regione” è un riferimento agli Stati clienti creati dagli Stati Uniti per conto dei propri interessi e che non costituiscono in alcun modo dei “governi democratici” rappresentativi degli interessi dei popoli dai “sentimenti nazionali” contrari in primo luogo alla presenza militare statunitense nella regione.
Va inoltre rilevato che nel 2000 gli Stati Uniti coltivavano vari governi ascari nel sud-est asiatico tra cui Aung San Suu Kyi e la sua Lega nazionale per la democrazia in Myanmar, Thaksin Shinawatra in Thailandia e Anwar Ibrahim in Malesia. Dal 2000, tutti tranne uno, sono stati rimossi dal potere con Anwar Ibrahim in carcere e Thaksin Shinawatra in fuga dalla Thailandia per eludere 2 anni di carcere. Solo Suu Kyi è salita al potere grazie ai miliardi spesi dagli sponsor occidentali tramite il National Endowment for Democracy (NED) e le sue numerose filiali e affiliati. Uno di essi, l’Istituto della Pace degli USA, ha apertamente dichiarato come gli Stati Uniti dettassero praticamente ad ogni livello immaginabile lo sviluppo del Myanmar dirigendo dai processi politici all’organizzazione dell’economia, fornendo anche “assistenza tecnica” sull'”antiterrorismo”. Nelle Filippine, i tentativi degli Stati Uniti di ristabilire la propria presenza militare e di utilizzare la nazione nel conflitto mirato con Pechino hanno subito diverse sconfitte.

Gli Stati Uniti combattono il terrorismo sponsorizzato da USA-Arabia Saudita in Asia
Ultimamente Washington ha scoperto che il rapporto di Manila volge irrevocabilmente a favore dei legami con Pechino. Questo fino all’arrivo fortuito dei terroristi del cosiddetto “Stato islamico” sulle coste della nazione, travolgendo un’intera città nella regione meridionale della nazione. Anche in Myanmar compaiono improvvisamente dei terroristi che operano aiutando gli Stati Uniti nel porre una presenza militare permanente nel Paese, fornendo “assistenza tecnica” contro il “terrorismo”. Tali terroristi, tuttavia, non escono dal nulla. Tali organizzazioni che svolgono operazioni su una scala che va dalle Filippine, al sud della Thailandia, a Malesia, Indonesia e Myanmar, richiedono immense somme di denaro, capacità organizzative, logistiche e politiche. E infatti è confermato che non solo questo sostegno esiste, ma proviene da una fonte nota e conseguente del terrorismo sponsorizzato da un governo, l’alleato più stretto degli USA in Medio Oriente, l’Arabia Saudita. Il Wall Street Journal in un articolo intitolato: “Gli abusi nella Birmania della Nuova Asia sui musulmani rohingya crea una violenta reazione“, indicava in merito al terrorismo in Myanmar che: “Ora questa politica immorale ha creato una violenta risposta. L’ultima insurrezione musulmana sfrutta i militanti rohingya sostenuti dai sauditi contro le forze di sicurezza birmane. Mentre le truppe governative si vendicano sui civili, rischiando d’incitare i rohingya ad aderire alla lotta”. Il Wall Street Journal dichiarava: “Chiamato Harakah al-Yaqin, in arabo “Movimento della Fede”, il gruppo risponde ad una commissione di emigrati rohingya alla Mecca e un quadro di capi locali dall’esperienza di guerriglieri all’estero. L’ultima campagna, proseguita a novembre con attacchi e attentati che hanno ucciso diversi agenti di sicurezza, fu approvata dai chierici di Arabia Saudita, Pakistan, Emirati e altrove. I rohingya “non sono mai stati una popolazione radicalizzata”, osserva l’ICG, “e la maggioranza della comunità, dei suoi capi e leader religiosi aveva evitato le violenze perché controproducenti”. Ma questo cambia rapidamente. Harakah al-Yaqin fu fondato nel 2012 dopo che i disordini etnici del Rakhine uccisero circa 200 rohingya, ed ora si stima che abbia centinaia di combattenti“. Il terrorismo sponsorizzato e diretto dall’Arabia Saudita crea un pretesto per la presenza militare statunitense nel Myanmar altrimenti ingiustificabile in alcun modo, forma o metodo.
Similmente un canale di denaro e armi scorre ai terroristi che operano nelle Filippine da Riyadh e Washington, con conseguente opportunità per gli Stati Uniti di stabilire una presenza militare permanente in risposta a una crisi creata intenzionalmente. Mentre gli Stati Uniti propongono un’ampia presenza militare nel Sud-Est asiatico come aiuti contro il terrorismo, è chiaro che è proprio il sostegno di Washington a Riyad alla base della crisi, e che semplicemente ritirare tale aiuto e condannare questo Stato sponsor del terrorismo sono la soluzione. Tuttavia, gli Stati Uniti non adottano questa conclusione logica, né seguono la via d’azione più evidente, indicando piena complicità con la sponsorizzazione saudita del terrorismo, facendo gravare la responsabilità per le morti e le distruzioni del terrorismo nel Sud-Est asiatico su Washington. Mentre gli Stati Uniti costituiscono la propria presenza militare nel Sud-Est asiatico come pietra angolare per la pace e la stabilità, in realtà è la politica sintomatica dell’instabilità e del caos gravi degli Stati Uniti e del loro autoproclamato “ordine internazionale”. È particolarmente ironico che non solo il terrorismo si diffonda nel sud-est asiatico, frutto della politica intenzionale di Washington, ma che sia utilizzato come pretesto per impostare un grande e potenzialmente devastante conflitto regionale con la Cina.Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Rohingya, pedine dei sauditi nella guerra sul Myammar

Moon of Alabama 7 settembre 2017L’attenzione dei media è rivolta alle violenze su una minoranza etnica in Myanmar. La storia della “stampa occidentale” è sui musulmani rohingya ingiustamente perseguitati da bande buddiste e dall’esercito nello Stato di Rakhine, al confine con il Bangladesh. Gli “interventisti umanitari liberali” come Human Rights Watch affiancano islamisti come il presidente turco Erdogan lamentando la condizione dei rohingya. Tale curiosa alleanza si ebbe anche nelle guerre a Libia e Siria. È ormai un avvertimento. Potrebbe esserci altro dietro questo conflitto locale in Myanmar? Qualcuno l’alimenta? Infatti. Mentre il conflitto etnico nello Stato di Rakhine è molto vecchio, negli ultimi anni è divenuta una guerra jihadista finanziata e guidata dall’Arabia Saudita. L’area è d’interesse geostrategico: “Rakhine ha un’importante parte nell’iniziativa cinese Fascia e Via, OBOR, in quanto è un porto sull’Oceano Indiano e rientra nei progetti miliardari cinesi per una zona economica pianificata sull’isola Ramree e il porto di Kyaukphyu, con oleodotti e gasdotti che li collegano a Kunming, nella provincia dello Yunnan”. Gli oleodotti dalle coste occidentali del Myanmar verso la Cina permettono l’importazione di idrocarburi dal Golfo Persico per la Cina evitando il collo di bottiglia dello Stretto di Malacca e le parti contestate del Mar Cinese Meridionale. È “interesse occidentale” ostacolare i progetti cinesi nel Myanmar. Incitare la jihad nel Rakhine potrebbe contribuirvi. C’è un precedente storico simile, la guerra per procura Rohingya-Bamar in Birmania. Durante la Seconda Guerra Mondiale le forze imperialiste inglesi incitarono i musulmani rohingya nel Rakhine a combattere i Bamar, i buddisti nazionalisti birmani alleati degli imperialisti giapponesi.
I rohingya migrarono nel nord dell’Arakan, Stato di Rakhine del Myanmar, nel XVI secolo. Una grande ondata avvenne durante l’occupazione imperialista inglese, un secolo fa. L’immigrazione illegale dal Bangladesh continua negli ultimi decenni. In totale circa 1,1 milioni di musulmani rohingya vivono in Myanmar. Si dice che la loro natalità sia superiore a quella dei buddisti arakani. Questi si sentono messi sotto pressione nella propria terra. Mentre queste popolazioni sono mescolate in alcune città, vi sono molti villaggi al 100% dell’uno o dell’altro. In genere c’è scarsa integrazione dei rohingya nel Myanmar. La maggior parte non è ufficialmente accettata come cittadini. Nei secoli e negli ultimi decenni vi furono diverse violenze tre immigrati e popolazioni locali. L’ultimo conflitto musulmano-buddista si ebbe nel 2012. Da allora fu costituita l’insurrezione islamista nella zona dal nome Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), guidato da Ataullah Abu Ammar Junjuni, jihadista pakistano. (L’ARSA aveva operato come Haraqah al-Yakin, o Movimento della Fede). Ataullah è nato nella grande comunità rohingya di Karachi, in Pakistan, ed è cresciuto e ha studiato in Arabia Saudita. Ebbe una formazione militare in Pakistan e fu imam wahhabita in Arabia Saudita prima di venirsene in Myanmar. Da allora ha soggiogato, arruolato e addestrato come guerriglieri circa 1000 taqfiri. Secondo un rapporto del 2015 del giornale pakistano Dawn, vi sono più di 500000 rohingya a Karachi, giunti dal Bangladesh negli anni ’70 e ’80 su richiesta del regime militare di Zia ul-Haq e della CIA per combattere i sovietici e il governo dell’Afghanistan: “La comunità rohingya di Karachi è più propensa alla religione e invia i figli nelle madrase. Non è un caso che molti partiti religiosi, in particolare Ahle Sunnat Wal Jamaat, JI e Jamiat Ulema-i-Islam-Fazl, hanno le loro strutture organizzative nei quartieri birmani…” “Numerosi rohingya che vivono nell’Arakan Abad hanno perso dei parenti negli assalti delle bande buddiste nel giugno 2012, nel Myanmar”, dichiarava Mohammad Fazil, attivista locale del JI. I rohingya a Karachi raccolgono regolarmente donazioni, zaqat e animali sacrificali per inviarli in Myanmar e Bangladesh per sostenere le famiglie sfollate”. Reuters notava a fine 2016 che il gruppo jihadista è addestrato, guidato e finanziato da Pakistan e Arabia Saudita: “Un gruppo di musulmani rohingya attaccò le guardie di frontiera del Myanmar ad ottobre, sotto la guida di persone legate ad Arabia Saudita e Pakistan, dichiarava il Gruppo internazionale di crisi (ICG) citando i membri del gruppo… Anche se non confermato, ci sono indicazioni che (Ataullah) si recò in Pakistan e forse altrove, per addestrarsi nella guerra moderna”, secondo il gruppo, rilevando che Ataullah era uno dei 20 rohingya sauditi che guidava le attività del gruppo nello Stato di Rakhine. In più, un comitato di 20 emigrati rohingya guida il gruppo, che ha sede alla Mecca, dichiarava l’ICG”. I jihadisti dell’ARSA sostengono di attaccare solo le forze governative, ma anche i buddisti arakani civili sono stati assaliti e massacrati e i loro villaggi anche bruciati.
Il governo del Myanmar afferma che Ataullah e il suo gruppo vogliono dichiarare uno Stato islamico indipendente. Nell’ottobre 2016 il suo gruppo attaccò la polizia e altre forze governative della regione, e il 25 agosto attaccò 30 stazioni di polizia e avamposti militari uccidendo 12 poliziotti. Esercito e polizia risposero, come avviene in questo conflitto, bruciando le municipalità dei rohingya sospettate di nascondere la guerriglia. Per sfuggire alla crescente violenza molti buddisti arakani locali fuggono verso il capoluogo di Rakhine. I musulmani rohingya fuggono in Bangladesh. Solo questi rifugiati sembrano ricevere un’attenzione internazionale. L’esercito del Myanmar ha governato il Paese per decenni. Su pressione economica si aprì nominalmente all'”occidente” istituendo la “democrazia”. La cocca dell'”occidente” in Myanmar è Daw Aung San Suu Kyi. Il suo partito ha vinto le elezioni e domina il governo. Ma Aung San Suu Kyi è soprattutto una nazionalista e il potere reale è ancora detenuto dai generali. Mentre Aung San Suu Kyi viene presentata come icona democratica, non ha merito personale che essere figlia di Thakin Aung San, famoso capo dell’Esercito per l’indipendenza della Birmania (BIA) e “padre della nazione”. Negli anni ’40, Thakin Aung San fu arruolato dall’esercito imperiale giapponese per condurre la guerriglia contro l’esercito coloniale inglese e le linee di rifornimento inglesi per le forze antigiapponesi in Cina: “Il giovane Aung San imparò ad indossare abiti tradizionali giapponesi, parlarne la lingua e assunse anche un nome giapponese”. Nel racconto di Thant Myint-U, “Il fiume dei passi perduti”, viene descritto come “chiaramente travolto dall’euforia fascista che lo circonda”, ma rileva che il suo impegno era per l’indipendenza del Myanmar”. Anche il conflitto etnico nel Rakhine ha giocato un ruolo nel conflitto anglo-giapponese sulla Birmania: “Nell’aprile 1942, le truppe giapponesi avanzarono nello Stato di Rakhine e giunsero a Maungdaw, vicino al confine con ciò che allora era l’India inglese ed è ora Bangladesh. Mentre gli inglesi si ritirarono in India, Rakhine divenne la linea del fronte. I buddisti arakani collaborarono con le forze del BIA e giapponesi, e gli inglesi reclutarono i musulmani per contrastare i giapponesi. Gli eserciti inglese e giapponese sfruttarono le frizioni e l’animosità nella popolazione locale per i propri obiettivi militari”, scrisse lo studioso Moshe Yegar”. Quando gli inglesi vinsero, Thakin Aung San cambiò campo e negoziò la fine del dominio imperiale inglese sulla Birmania. Fu assassinato nel 1947 da ufficiali inglesi. Da allora la Birmania, successivamente rinominata Myanmar, è governata da fazioni delle forze armate sempre in competizione.
La figlia di Aung San, Aung San Aung San Suu Kyi, ebbe un’istruzione inglese e fu costruita per avere un ruolo nel Myanmar. Negli anni ’80 e ’90 litigò con il governo militare. Ricevette il Nobel per la Pace e fu promossa difensore progressista dei diritti umani dai “letterati” occidentali. Ma lei, e la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) che guida, sono da sempre l’opposto, fascisti in abiti buddisti zafferano. Gli ipocriti sono ora delusi dal fatto che non parli a favore dei rohingya. Se così facesse si metterebbe dalla parte opposta, quella che il padre aveva notoriamente combattuto, e sarebbe anche contro la maggioranza del popolo del Myanmar che ha poca simpatia per i rohingya e la loro jihad. In generale, la maggioranza dei 50 milioni di abitanti del Myanmar teme l’immigrazione di 160 milioni di bengalesi dal più piccolo, inondato e sovrappopolato Bangladesh. Inoltre, i progetti cinesi per l’OBOR sono un enorme bonus per il Myanmar, che ne aiuterà lo sviluppo economico. Sauditi e pakistani inviano capi guerriglieri e soldi per incoraggiare la jihad dei rohingya in Myanmar, ripetendo le operazioni della CIA contro l’influenza sovietica in Afghanistan. Ma a differenza dell’Afghanistan, il popolo del Myanmar non è musulmano. Sicuramente combatterà e non aderirà a una qualche jihad nel proprio Paese. I rohingya sono ora le pedine del Grande Gioco e ne soffriranno.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Soros e idrocarburi: i responsabili della crisi in Myanmar

Sputnik, 5 settembre 2017

Il conflitto rohingya in Myanmar, riacceso nell’agosto 2017, sembra essere una crisi pluridimensionale che coinvolge importanti attori geopolitici, secondo gli esperti che attribuiscono le recenti violenze nel Paese a cause interne ed estere. La crisi dei rohingya, scontro tra buddisti e musulmani nel Myanmar occidentale da fine agosto, è chiaramente alimentata da attori esteri globali, afferma a RT Dmitrij Mosjakov, direttore del Centro per Asia sudorientale, Australia e Oceania dell’Istituto di studi orientali dell’Accademia delle scienze russa. Secondo lo studioso, il conflitto ha almeno tre dimensioni: “Prima di tutto, è una manovra contro la Cina, avendo investito molto nell’Arakan. In secondo luogo, è volto ad alimentare l’estremismo musulmano nell’Asia sudorientale… Infine, è un tentativo di seminare discordia nell’ASEAN (tra Myanmar e Indonesia e Malaysia musulmane)“. Secondo Mosjakov, il conflitto da secoli viene utilizzato da attori esteri per minare la stabilità dell’Asia sudorientale, soprattutto per le sfide poste dai grandi giacimenti di petrolio al largo delle coste dello Stato di Arakan. “C’è l’enorme giacimento di gas Than Shwe, denominato dal generale che ha governato il Myanmar. Inoltre, la zona costiera dell’Arakan contiene certamente idrocarburi”. Da quando gli enormi giacimenti presso lo Stato di Arakan furono scoperti, nel 2004, attraggono l’attenzione della Cina. Nel 2013, la Cina completò la costruzione di un oleogasdotto che collega il porto di Kyaukphyu alla città di Kunming, nella provincia dello Yunnan. Il gasdotto consente a Pechino di ricevere petrolio medio-orientale e africano evitando lo stretto di Malacca, mentre il gasdotto trasporta idrocarburi dai campi offshore del Myanmar alla Cina. Lo sviluppo del progetto cino-myammarese coincise con l’intensificazione del conflitto rohingya nel 2011-2012, quando 120000 profughi fuggirono dal Paese per evitare spargimento di sangue. Secondo Dmitrij Egorchenkov, Vicedirettore dell’Istituto di Studi Strategici e Pronostici dell’Università dell’Amicizia dei Popoli della Russia, non è un caso. Anche se ci sono cause interne alla crisi, molto probabilmente è alimentata da attori esteri, in particolare dagli Stati Uniti. La destabilizzazione del Myanmar può influenzare i progetti energetici della Cina e creare instabilità presso Pechino. A causa della crisi tra Stati Uniti e Corea democratica, altro vicino della Cina, Pechino potrebbe ritrovarsi nel mezzo di un tiro incrociato. Nel frattempo, la Task Force Birmania, che comprende diverse organizzazioni finanziate da George Soros, è attivamente impegnata in operazioni nel Myanmar dal 2013 ed invita la comunità internazionale a fermare il genocidio della minoranza musulmana dei rohingya. Tuttavia, l’interferenza di Soros negli affari interni del Myanmar affondano nella storia del Paese. Nel 2003, George Soros si unì a un gruppo di lavoro degli Stati Uniti per aumentare la “cooperazione statunitense con altri Paesi per portare avanti la trasformazione politica, economica e sociale della Birmania (Myanmar), che procedeva a rilento“. Il documento del 2003 del Consiglio sulle Relazioni Estere (CFR) intitolato “Birmania: il momento del cambiamento“, annunciava l’istituzione del gruppo insistendo sul fatto che “la democrazia… non può sopravvivere in Birmania senza l’aiuto di Stati Uniti e comunità internazionale“.
Parlando a RT, Egorchenkov spiegava: “Quando George Soros va in questo o quel Paese… cerca le contraddizioni religiose, etniche o sociali, sceglie il modello d’azione secondo queste opzioni o una loro combinazione, e poi cerca di “acutizzarle”.” Secondo Mosjakov, sembra che alcune economie globali consolidate cerchino di contenere il rapido sviluppo delle nazioni dell’ASEAN creandovi conflitti interni. Lo studioso sostiene che la politica del contenimento globale cerca d’istigare le discordie nelle formazioni regionali stabili. Suscitando conflitti regionali, gli attori esteri ne approfittano per controllare gli Stati sovrani o esercitarvi una notevole pressione. La recente crisi rohingya iniziava il 25 agosto, quando gli insorti musulmani rohingya attaccarono le guardie di frontiera nello Stato di Arakan nel Myanmar. La grave reazione delle autorità del Paese scatenava scontri violenti, uccidendo almeno 402 persone. Tuttavia, secondo alcune stime, 3000 musulmani sarebbero stati uccisi nel conflitto che, iniziato quasi un secolo fa, si acuì gradualmente dal 2011 fino al 2012, quando migliaia di famiglie musulmane cercarono rifugio in speciali campi profughi nel Paese o in Bangladesh. Un’altra escalation si ebbe nel 2016.Traduzione di Alessandro Lattanzio