L’intesa India-Pakistan trasformerà l’Eurasia

F. William Engdahl New Eastern Outlook 31/01/2016modi-sharifNegli ultimi mesi, l’India del nuovo dinamico premier Narendra Modi e il primo ministro del Pakistan Nawaz Sharif hanno fatto i primi passi verso la soluzione di 70 anni di tensioni di confine. Le due grandi nazioni eurasiatiche puntano all’armonia politica e infine economica, che potrebbe cambiare notevolmente in meglio la geopolitica di guerre e caos mondiale. Saranno i Paesi chiave del cuore eurasiatico dell’emergente Shanghai Cooperation Organization, di cui entrambi sono gli ultimi aderenti. Provocherà infarti a Londra, New York e Riyadh.
E’ utile studiare la metodologia storica effettiva della strategia dell’equilibrio dei poteri inglese, quando l’impero crebbe dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo nel 1815. In sostanza fu il dominio inglese sui mari del mondo, attraverso la Royal Navy, controllando il commercio mondiale pur mantenendo l’Europa continentale quale potenziale sfidante sottomessa, mantenendo sempre alleanze con gli Stati o le potenze avversari più deboli per condurre attriti o guerre contro l’avversario più forte, il che significava schierarsi una volta con la Prussia contro la Francia, e nell’altra con la Francia contro la Germania, e così via. Era chiaro alla fine della seconda guerra mondiale che gli Stati Uniti d’America, l’egemone emerso dalla guerra, non avevano alcuna intenzione di aiutare l’alleata Gran Bretagna a mantenere la zona commerciale favorita della sterlina imperiale inglese, per ripristinare infine l’impero e sfidare la nuova egemonia degli USA. Gli Stati Uniti decisero prima di smembrare quell’impero e infine dare alle società statunitense ciò che rimase. Dopo la guerra, crearono la Comunità europea del carbone per fare dell’Europa continentale devastata dalla guerra un loro vassallo economico, sempre con lo spauracchio dell’Unione Sovietica per mantenere l’Europa docile. Era il sistema di potere statunitense. Truman, nell’agosto 1945, su consiglio delle banche di Wall Street, scioccò Londra interrompendo bruscamente il programma affitti e prestiti di guerra con cui la fallita Gran Bretagna, di fatto, poteva importare beni vitali come il cibo. Washington perseguì la negoziazione di un prestito le cui condizioni chiesero che Il Regno Unito rendesse la sterlina convertibile.

Il sole tramonta sull’impero
La combinazione di richieste finanziarie di Washington nel dopoguerra al governo laburista di Clement Attlee e rovina dell’economia di guerra della devastata Gran Bretagna, rese mantenere l’impero, soprattutto l’India, fiscalmente impossibile. Quando il governo inglese nel 1947 nominò Lord Mountbatten in Birmania, zio del principe Filippo, a supervisore del passaggio del Raj indiano degli inglesi, allora comprendente anche Pakistan e Bangla Desh, all’indipendenza, Mountbatten fece in modo di gettare i semi di più di sei decenni di conflitti. Il suo piano, realizzato in sei mesi, puntava a ciò che chiamò “Teoria delle due nazioni”, tutte le aree con popolazione a maggioranza musulmana sarebbero diventate parte del Pakistan, e quelle con maggioranza indù si sarebbero unite all’India. I conflitti religiosi furono programmati dal divide et impera giocato dagli inglesi. Le placche tettoniche che Mountbatten pose in collisione furono l’India, Stato prevalentemente indù, e il Pakistan, Stato dalla schiacciante maggioranza musulmana sunnita. Sul Kashmir, territorio contestato oggi da India, Pakistan e Repubblica popolare cinese, Mountbatten lasciò che si decidesse in futuro se diventare parte dell’India o del Pakistan. Era come se avesse deciso di porre una bomba pronta al confine delle nuove nazioni. Incastrato nella valle dell’Himalaya tra le tre grandi nazioni asiatiche, il Kashmir è stato ed è oggi il centro della crisi che può, e troppo spesso è, esplodere nello scontro incontrollato tra India e Pakistan, entrambi in possesso di armi nucleari. Inoltre, il Kashmir è geopoliticamente strategico non solo per India e Pakistan, ma anche per la Cina. Oggi l’India vi staziona 700000 forze di sicurezza per mantenere sotto stretto controllo una popolazione di 7 milioni di musulmani nella valle del Kashmir. Ben 80000 persone furono uccise nel conflitto sul Kashmir negli ultimi due decenni ed 8000 civili sono i dispersi in Kashmir. Poco nota è l’affermazione della Cina sull’impatto del Kashmir nella sicurezza della provincia della Cina occidentale dello Xinjiang, al confine col Kashmir conteso, e sede della minoranza uigura musulmana Cina. Nel 1962, dopo una breve guerra di confine con l’India, la Cina prese il pieno controllo dell’Aksai Chin in Kashmir, al confine con la strategica provincia cinese dello Xinjiang. Dopo la guerra di confine del 1962 tra Cina e India, la Cina sviluppò la “solida amicizia” con il Pakistan, sostenendolo nelle guerre contro l’India nel 1965 e 1971, e sostenendone le pretese sul Kashmir. Il cosiddetto Movimento islamico del Turkestan Oriente (ETIM), così come SIIL e altri gruppi terroristici radicali, sono sempre più attivi nello Xinjiang, il cuore della produzione di petrolio e gas della Cina, e nodo dei gasdotti per Kazakistan e Russia. L’irrisolta partizione del Kashmir è la chiave geopolitica per risolvere le guerre infinite in Afghanistan, il conflitto tra Pakistan e India, e aprire l’intera regione al notevole futuro sviluppo economico cooperando con la Cina sui progetti infrastrutturali per strade, ferrovie e porti.

L’adesione alla SCO apre nuove porte
Negli ultimi mesi, aiutata dal governo poco filo-USA di Najendra Modi, l’India ha compiuto sottili passi per la distensione e infine porre fine al conflitto infinito tra India e Pakistan sul Kashmir. Dalla rielezione nel 2013 il regime pakistano del primo ministro Nawaz Sharif, capo della Lega musulmana pakistana e punjabi del Kashmir, ha allontanato da Washington il Pakistan che sotto il Generale Musharraf dipendeva dagli Stati Uniti dal 2001, nella guerra al terrorismo e nella disastrosa guerra in Afghanistan. Sharif, pur mantenendo relazioni amichevoli con Washington non è malleabile ed ha cercato migliori legami con la Cina, vecchia alleata del Pakistan, e con la Russia, forte alleata dell’India dalla guerra fredda. Modi, leader nazionalista indù del Bharatiya Janata Party (BJP), da quando è primo ministro indiano, nel maggio 2014, ha lanciato un’impressionante ripulita della burocrazia statale della pianificazione indiana, agendo per rendere gli investimenti esteri più attraenti. Il risultato è che nel 2015 l’India era il Paese leader negli investimenti esteri diretti nel mondo, superando anche la Cina. Modi ha compiuto grandi passi per migliorare le infrastrutture dei trasporti in India, in particolare autostrade e reti ferroviarie, riformando per prima le ferrovie. L’India di Modi ha lanciato la costruzione in joint venture francesi e statunitensi di 1000 nuove locomotive diesel col piano “Make in India”. A fine dicembre 2015, il suo governo ha firmato un accordo con il Giappone per costruire un sistema di treni ad alta velocità che collega Mumbai e Ahmadabad, e la massiccia espansione della rete autostradale in India, creando moderni collegamenti per le aree più remote per la prima volta. Inoltre, 101 fiumi saranno convertiti in corsi d’acqua nazionali per il trasporto di merci e passeggeri. Mentre l’agenda economica nazionale finora è impressionante, Modi sa chiaramente che il futuro della robusta trasformazione economica indiana è collegare la seconda nazione più popolosa del mondo allo spazio economico eurasiatico emergente, dominato da Cina e Russia. Nel luglio 2015 l’eurasiatica Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, gruppo sempre più strategico creato nel 2001 a Shanghai per incrementare la cooperazione nello spazio eurasiatico tra Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan, ha votato per estendere lo status di piena adesione nel 2016 di Pakistan e India. E’ la prima espansione in 15 anni di storia della SCO, e potenzialmente la più significativa, in quanto apre l’intera area eurasiatica dalla Cina all’India attraverso Pakistan, Kazakistan, Russia e gli altri Stati aderenti all’Unione economica eurasiatica, tra cui oltre a Russia e Kazakistan, Bielorussia, Armenia e Kirghizistan. Gli aderenti alla SCO nel 2015 approvavano ufficialmente la partecipazione al vasto programma per le infrastrutture stradali e marittime del Grande Progetto Via e Cintura della Cina. Modi prevede chiaramente di collegare la rete ferroviaria indiana aggiornata al progetto della Via della Seta della Cina. La distensione con il Pakistan è la chiave geografica di ciò. L’agenda economica eurasiatica è chiaramente il motivo trainante della visita a sorpresa di Modi nella capitale del Pakistan, Lahore, per incontrare il Primo ministro Sharif il 25 dicembre, di ritorno dai colloqui a sorpresa a Kabul, in Afghanistan e prima ancora, con Putin in Russia, dove entrambi i Paesi hanno deciso i principali programmi di Difesa ed energia nucleare. Il primo ministro del Jammu e Kashmir, Mufti Muhamad Sayid, ha salutato i colloqui Modi-Sharif affermando che rafforzeranno “l’amicizia e inaugureranno un’era di pace e stabilità nella regione. È un processo evolutivo e un passo nella giusta direzione“. Fu il primo viaggio in Pakistan di un primo ministro indiano dal 2004.
Sharif negli ultimi mesi ha impegnato il Pakistan in un cambio geopolitico sottile ma significativo. Per decenni l’Arabia Saudita aveva considerato il Pakistan uno Stato vassallo, economicamente arretrato e dipendente dalla generosità finanziaria saudita. Negli anni ’80, l’operazione Ciclone della CIA era il nome in codice per l’operazione degli Stati Uniti per addestrare i fanatici terroristi nominalmente musulmani, soprannominati Mujahidin, per la guerriglia contro i sovietici dell’Armata Rossa in Afghanistan, con l’intelligence pakistana, l’ISI dell’ultra-conservatore generale Muhammad Zia-ul-Haq, il dittatore scelto dall’amministrazione Reagan-Bush per la loro guerra empia, o come Zbigniew Brzezinski ha definito “Vietnam della Russia”. I mujahidin in Afghanistan furono reclutati dal giovane saudita Usama bin Ladin, che allora lavorava per l’operazione Ciclone della CIA gestita da Turqi al-Faysal, il capo dell’intelligence saudita fino a poco prima dell’11 settembre 2001, una persona vicina alla famiglia Bush Al-Faysal inviò il giovane ricco saudita Usama bin Ladin in Pakistan negli anni ’80 per reclutare terroristi fanatici sunniti nell’operazione Ciclone; migliaia di reclute dall’ultra-rigida Arabia Saudita wahhabita. Tale intimo corrotto legame saudita-pakistano chiaramente s’indebolisce col regime di Sharif, nonostante le riunioni di vertice tra l’esercito pakistano e il re saudita lo scorso novembre. Quando il ministro della Difesa saudita e di fatto presente sovrano, principe Salman, annunciava il 14 dicembre la formazione di una coalizione a guida saudita degli Stati sunniti che hanno accettato di combattere lo SIIL in Siria. Il Ministero degli Esteri del Pakistan annunciò che non gli fu formalmente chiesto e che non avrebbe aiutato i sauditi a schierare truppe in Siria. Potenzialmente molto più importante è lo sviluppo, tuttavia, dei rapporti tra Pakistan e India. Modi e Sharif si sono incontrati privatamente nel luglio 2015 ad Ufa, in Russia, al vertice della Shanghai Cooperation Organization, dove entrambi decisero la collaborazione diretta sulle misure antiterrorismo e Sharif invitò Modi al vertice del 2016 dell’Associazione dell’Asia meridionale per la cooperazione regionale (SAARC). Ora, con la chiara volontà di Sharif e Modi di disinnescare il Kashmir e altri conflitti che hanno tenuto Pakistan e India in stato di tensione continua dal 1947, la prospettiva è più reale che mai, negli ultimi decenni, per la distensione e anche la cooperazione economica.
Con Cina e Russia impegnate nel dialogo positivo con entrambi i Paesi, e le immense prospettive economiche dei grandi progetti infrastrutturali della Via e Cintura della Cina, insieme all’Unione economica eurasiatica della Russia, il peggior incubo di Zbigniew Brzezinski, l’unione economica delle nazioni dell’Eurasia India, Cina e Russia è a portata di mano. L’Iran, le cui sanzioni imposte dagli Stati Uniti sono in procinto di essere tolte, chiaramente aderirà allo spazio economico eurasiatico. Si tratta dell’adesione di un osservatore della Shanghai Cooperation Organization che attende la revoca delle sanzioni. Una vista alla mappa eurasiatica mostra il vasto ed entusiasmante nuovo spazio geopolitico emergente. Nel suo famigerato libro del 1997, La Grande Scacchiera, Brzezinski, nel 1979 architetto della guerra dei Muhjaidin della CIA contro i sovietici in Afghanistan, osserva che “è imperativo che nessun sfidante eurasiatico emerga, capace di dominare l’Eurasia, e quindi anche di sfidare l’America”. Brzezinski continuò ad elaborare la minaccia di tale formazione eurasiatica: “Una potenza che domina l’Eurasia controllerebbe due delle tre regioni più avanzate ed economicamente produttive del mondo. Un semplice sguardo alla mappa suggerisce anche che il controllo dell’Eurasia comporterebbe quasi automaticamente la subordinazione dell’Africa, rendendo emisfero occidentale e Oceania (Australia) geopoliticamente periferici rispetto al continente centrale del mondo. Circa il 75 per cento della popolazione mondiale vive in Eurasia, e la maggior parte della ricchezza fisica del mondo è lì, sia industriale che del sottosuolo. L’Eurasia rappresenta circa i tre quarti delle risorse energetiche conosciute al mondo”. La sfida per le nazioni eurasiatiche della SCO, con Pakistan e India ora, sarà impedire che “terrore” e altre interruzioni sabotino la distensione emergente tra Pakistan e India. Possiamo essere certi che il ministro della Difesa saudita, principe Salman, fa gli straordinari per trovare un modo per far deragliare la collaborazione assieme certe reti vicine ai falchi neoconservatori di Obama. I prossimi mesi saranno cruciali per il futuro dell’Eurasia e, per estensione, della pace e dello sviluppo politico-economico globali. Ancora una volta, Russia e Cina giocano un ruolo di mediazione costruttiva e l’occidente, in particolare Washington e gli alleati, fa di tutto per ostacolarlo.modi-sharif-1F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dichiarazione di Putin sui colloqui Russia-India

Kremlin 24 dicembre 2015, Fort RussВстреча президента РФ В. Путина с премьер-министром Индии Н. МодиPresidente della Russia Vladimir Putin
Signor Primo Ministro, onorevoli colleghi,
La prima visita ufficiale a Mosca del primo ministro indiano, il signor Narendra Modi, sta volgendo al termine. I nostri colloqui sono stati molto sostanziali e fecondi. Spero che aiutino a promuovere il privilegiato partenariato strategico russo-indiano. Ieri il signor Modi e io abbiamo avuto un incontro informale a parte, dove abbiamo coperto i cruciali sviluppi mondiali. E’ importante che Russia e India abbiano approcci molto simili verso le principali sfide globali. I nostri Paesi sono a favore della soluzione politica del conflitto siriano e dell’accordo nazionale in Afghanistan. Siamo convinti che l’intera comunità internazionale beneficerà della creazione di un’ampia coalizione che agisca contro il terrorismo secondo il diritto internazionale e sotto l’egida delle Nazioni Unite. La Russia favorisce l’ulteriore rafforzamento del ruolo dell’India nella risoluzione dei problemi globali e regionali. Siamo convinti che l’India, grande nazione dalla politica estera equilibrata e responsabile, sia degna candidata alla posizione di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Vorrei ricordare che la Russia ha sostenuto attivamente l’India nell’adesione alla Shanghai Cooperation Organization. Lavoriamo a stretto contatto nei BRICS, e consegneremo la presidenza di turno all’India nel febbraio 2016. Nel corso dei colloqui di oggi su formati ristretti e ampliati, nonché nel nostro incontro con i principali rappresentanti della comunità d’affari russi e indiani, abbiamo parlato di sviluppare l’intera gamma delle relazioni bilaterali, con particolare attenzione agli scambi commerciali e alla cooperazione economica. Purtroppo, nei primi 10 mesi di quest’anno il nostro commercio reciproco è diminuito del 14,4 per cento. Questo è stato principalmente causato dal calo dei prezzi dell’energia e della domanda per la costruzione di macchinari, causata dalla sfavorevole situazione del mercato dei tassi di cambio e da divergenze estere. Ci siamo accordati per migliorare i nostri sforzi per puntare il commercio verso la crescita stabile, discusso misure concrete per sviluppare e diversificare il commercio e togliere ostacoli amministrativi ed altri. Il ruolo chiave qui è della nostra Commissione intergovernativa, riunitasi il 20 ottobre a Mosca. Dedichiamo la nostra attenzione alla costruzione della cooperazione negli investimenti. Abbiamo deciso di aumentare gli investimenti reciproci per una maggiore cooperazione industriale e nella realizzazione di grandi progetti infrastrutturali ed energetici.
La Russia contribuisce a costruire la centrale nucleare di Kudankulam. La prima unità della centrale è stata attivata nel giugno 2014. Tra alcune settimane sarà attivata la seconda unità. Intendiamo iniziare la costruzione delle terza e quarta unità nel prossimo futuro. I negoziati sono in corso sulle quinta e sesta unità. Abbiamo concordato con l’India l’assegnazione di altro terreno per la costruzione della centrale russa, dove intendiamo utilizzare i più recenti reattori WWER-1200 costruiti con le tecnologie più recenti e più sicure. Queste sono le misure pratiche dirette ad attuare l’importante documento firmato un anno fa, sulla visione strategica della cooperazione russo-indiana nell’uso pacifico del nucleare, contenente i piani per costruire congiuntamente, in India, almeno sei reattori in 20 anni. L’esportazione degli idrocarburi russi sul mercato indiano è in crescita. L’accordo tra Rosneft e Essar prevede ampi rifornimenti di petrolio e prodotti petroliferi alle raffinerie indiane, 10 milioni di tonnellate all’anno per 10 anni. Quest’anno Gazprom ha anche consegnato 5 partite di gas naturale liquefatto in India, e adempiamo ad importanti progetti nella generazione di energia. La società Silove Mashinij ha completato le consegne delle attrezzature commissionate per le centrali idroelettriche di Teri e Balimela e la centrale a ciclo combinato di Konaseema. Tre unità della centrale termica di Sipat sono in costruzione nei termini chiavi in mano.
I grandi rapporti economici tra Russia e India non si limitano affatto all’energia. Così, vorrei ricordare la nostra cooperazione strategica nel settore dei diamanti. La Russia è il più grande produttore di diamanti al mondo, con il 27 per cento di estrazione mondiale, mentre l’India è leader nel taglio dei diamanti, con il 65 per cento del commercio. Quasi la metà della produzione russa viene consegnata all’India. L’anno scorso durante la nostra partecipazione congiunta alla Conferenza Internazionale sui Diamanti di New Delhi, il Signor Primo Ministro ed io abbiamo deciso di rafforzare ulteriormente la cooperazione, e il lavoro è in corso. Così, la Alrosa ha aumentato i contratti a lungo termine da 9 a 12. Ampliando la cooperazione, una zona doganale speciale è stata istituita presso la borsa dei diamanti di Mumbai. Abbiamo inoltre deciso di lanciare nuovi progetti comuni nei settori ad alta tecnologia come l’ingegneria aeronautica, l’industria automobilistica, la metallurgia, i prodotti farmaceutici e l’industria chimica. Abbiamo discusso le prospettive per le imprese russe di partecipare al programma di sostituzione delle importazioni dell’India, chiamato giustamente ‘Fai in India’. Vediamo ciò come un’opportunità in più per la creazione di joint venture, trasferimento di tecnologia e produzione di beni ad alto valore aggiunto. Il protocollo firmato semplifica gli obblighi di viaggio per talune categorie di cittadini dei nostri due Paesi, promuovendo contatti commerciali più attivi e un regime di visti più liberale. Ora gli uomini d’affari possono visitare Russia e India su invito diretto dei loro partner. I nostri due Paesi collaborano tradizionalmente nella cooperazione militare e tecnico-militare, e non mi riferisco solo ai rifornimenti di beni già pronti, ma anche a una maggiore cooperazione tecnologica. Un esempio di tale cooperazione è la creazione congiunta dei complessi missilistici Brahmos. Abbiamo già avviato la produzione in serie dei missili antinave nell’interesse della Marina indiana. Altrettanto promettente, a nostro avviso, è la discussione sui progetti per sviluppare un caccia multi-funzionale e un aereo da trasporto multiruolo. Abbiamo notato l’importanza delle regolari esercitazioni congiunte terrestri navali e aeree ‘Indra‘.
I legami umanitari sono un altro componente importante del partenariato russo-indiano. Quest’anno i russi hanno mostrato grande interesse per gli eventi del festival della cultura indiana. Ci auguriamo che il festival della cultura russa, che si terrà in India l’anno prossimo, sia altrettanto memorabile. In conclusione, vorrei ringraziare i nostri colleghi e amici indiani, e personalmente il Signor Primo Ministro per il costruttivo lavoro congiunto. Continueremo a fare tutto il possibile per sviluppare il partenariato russo-indiano a beneficio dei nostri due Paesi.
Grazie per la vostra attenzione.Modi-Putin-with-Mahatma-GandhiTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La “Coalizione antiterrorismo” saudita è una facciata per nascondere altro terrorismo

Tony Cartalucci LD 30 dicembre 2015

30-riyadh-afpL’appena annunciata coalizione “antiterrorismo” saudita è stata accolta con grande scetticismo. Questo non per i soli dubbi sulla sincerità dell’Arabia Saudita, ma dal fatto che gran parte del terrorismo, che la “coalizione” dovrebbe combattere, è una creazione intenzionale della politica estera saudita. L’articolo della CNN, “le nazioni musulmane creano la coalizione per la lotta al terrorismo, definiscono l’estremismo islamico ‘malattia’“, afferma: “Chiamando l’estremismo islamico malattia, l’Arabia Saudita ha annunciato la formazione di una coalizione di 34 nazioni in gran parte musulmane, per combattere il terrorismo. L’annuncio arriva come avvertimento al mondo islamico sulla lotta a tale malattia, ad essere partner nel gruppo di Paesi che lotta contro tale malattia”, ha detto il viceprincipe ereditario e ministro della Difesa saudita Mohamad bin Salman. Alla domanda se la nuova coalizione potrebbe includere forze di terra, il capo della diplomazia saudita ha detto ai giornalisti a Parigi che “nulla è escluso“”. In realtà, decenni di prove documentate rivelano che i sauditi sono il canale principale con cui contanti, armi, supporto e direttive occidentali arrivano agli eserciti di mercenari estremisti indottrinati dal wahabismo saudita, perversione a sfondo politico dell’Islam, e attivati dalle ambizioni geopolitiche occidentali-saudite su Medio Oriente e Nord Africa (MENA) e altrove. Infatti, per decenni si può vedere la relazione diretta tra crescente impotenza delle forze convenzionali occidentali e incapacità di proiettare potenza sul pianeta, e ascesa delle forze terroristiche non convenzionali che arrivano in regioni altrimenti inaccessibili, al loro posto. Non c’è altro che finta ignoranza e sorpresa dell’occidente nel spiegare perché, dopo un anno di presunta lotta al cosiddetto “Stato islamico” (SIIS, SIIL o Daash) in Siria, gli Stati Uniti abbiano fatto pochi progressi, e solo dopo il recente intervento della Russia, l’esistenza dell’organizzazione terroristica sia in pericolo. L’ascesa dello SIIL è dovuta alle macchinazioni premeditate dell’occidente e dei partner regionali. Un rapporto redatto nel 2012 dalla Defence Intelligence Agency (DIA) ammette: “Se la situazione si dipana vi è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o no nella parte orientale della Siria (Hasaqa e Dair al-Zur), e questo è esattamente ciò che le potenze che sostengono l’opposizione vogliono, isolando il regime siriano considerato profondità strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)”. Chiarendo che tali “potenze in aiuto” volevano creare un “principato” (Stato) “salafita” (islamico), il rapporto della DIA spiega: “occidente, Paesi del Golfo e Turchia sostengono l’opposizione; mentre Russia, Cina e Iran sostengono il regime”. Il rapporto della DIA chiarisce che la “coalizione” dell’Arabia Saudita è la fonte del terrorismo, non la soluzione, e che esiste già una coalizione sinceramente impegnata a sterminare il flagello dell’estremismo nella regione MENA, Russia, Cina, Iran e naturalmente la stessa Siria.

Una facciata per nascondere il terrorismo continuo
Probabilmente ciò che l’Arabia Saudita fa, è tentare di riavviare una narrazione che, ultimamente, sempre più l’implica, con molti membri della sua “coalizione”, nell’origine stessa del terrorismo globale. Inoltre, l’Arabia Saudita è sempre più coinvolta direttamente nelle operazioni militari all’estero. Le sue forze combattono nel vicino Yemen, e con i vicini del Golfo Persico combattono segretamente e in modo semi-occulto nelle operazioni dalla Libia alla Siria. La creazione di una “coalizione” per combattere il “terrorismo” darebbe ai sauditi un altro stratagemma retorico per nasconderne il ruolo, sempre più diretto, nel sostenere militarmente i terroristi che hanno schierato e che ora sono confitti in tutta la regione MENA. Proprio come gli Stati Uniti hanno fatto in Siria, utilizzando lo SIIL come pretesto per impegnarsi direttamente e militarmente nel conflitto siriano senza mai combattere lo SIIL, l’Arabia Saudita cerca di darsi una copertura plausibile per fare lo stesso. Chi è veramente interessato a sconfiggere il terrorismo globale, riconosce gli sponsor del terrorismo e li esclude categoricamente dalla soluzione del problema fin quando non ne saranno più i primi responsabili. L’annuncio dell’Arabia Saudita è stata accolto con scetticismo, perfino ridicolizzato per tale motivo. Inoltre, per sconfiggere il terrorismo globalmente, coloro veramente interessati ad investire in tale battaglia dovranno farlo con chi dimostra sincero desiderio di sradicare tale flagello. Grazie alla DIA per l’elenco delle nazioni che guidano la lotta.ISIS-presence-in-Saudi-Arabia-Feasible-or-notTony Cartalucci, ricercatore geopolitico e scrittore di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Erdogan: tragedia e farsa

F. William Engdahl, New Eastern Outlook 31.12.2015Ukrainian President Poroshenko shakes hands with Turkey's President Erdogan after a signing ceremony in KievDal 1853 al 1856 il sultano ottomano, incitato da Gran Bretagna e Francia di Napoleone III, entrò in uno dei conflitti più assurdi della storia moderna, la guerra di Crimea. Forse il risultato più duraturo della ridicola guerra combattuta Crimea fu la battuta spesso citata della carica della brigata leggera di Lord Tennyson: “Non ne avevano motivo, non dovevano che farlo e morire… nella carica dei seicento nella Valle della Morte“. Descrivendo in modo appropriato l’escalation del conflitto in corso, istigato dall’aspirante nuovo sultano della Turchia, Recep Erdogan, che provoca ancora e ancora la Russia. Solo come parafrasi della famosa battuta di Karl Marx descrivente la Francia di Napoleone III, “La storia si ripete prima come tragedia, poi come farsa“. La terza volta riguarda Erdogan, non come Napoleone III, ma come Monty Python e il Sacro Graal. La citazione fu originariamente utilizzata da Marx per descrivere il regime assurdo di Napoleone III, nipote eccessivamente romantico di Napoleone I, che fece un colpo di Stato, imponendo una dittatura in Francia e, insieme agli intriganti inglesi, istigò il sultano ottomano Abdulmecid a entrare in guerra con la Russia sulla Crimea. La guerra di Crimea del 1853 è passata alla storia come una delle guerre più assurde dei tempi moderni, anche se naturalmente ogni guerra è assurda. E ora Erdogan sembra intenzionato a un remake, con una guerra da “B-movie” di Hollywood sulla Crimea russa del Mar Nero.

Erdogan incontra i tartari
Come se non fosse abbastanza spacciarsi da macho abbattendo un jet da combattimento russo Su-24 nello spazio aereo siriano, atto di guerra di un Paese della NATO, uccidendone il pilota con i terroristi turchi dei Lupi grigi, in violazione ad ogni precetto civile, la testa calda Erdogan cerca apertamente il conflitto nella regione russa della Crimea. Secondo notizie da media ufficiali turchi, agenzia ucraina QHA e da Sputnik News, il 19 dicembre il presidente turco Recep Erdogan incontrava due organizzatori del blocco alimentare ed elettrico contro i cittadini della Crimea russa. L’agenzia turca Anadolu riferiva che Erdogan aveva incontrato personalmente in un hotel di Konya Mustafa Abdulcemil Qirimoglu e Rifat Chubarov, principali organizzatori del cosiddetto ‘blocco su cibo ed energia elettrica’ della Crimea. Dzhemilev è un deputato di Kiev e capo del Movimento Mejlis che sostiene di rappresentare la minoranza musulmana tartara di Crimea. QHA riferiva che Rifat Chubarov e politici ucraini s’incontrarono con il primo ministro turco Ahmet Davutoglu, braccio destro di Erdogan. Secondo QHA, “parlarono di un’emergente “partnership strategica” tra Turchia e Ucraina, prospettive per una zona di libero scambio, del “blocco civile della Crimea” e “della formazione di un’unità militare nella regione di Kherson“. In precedenza, il 4 agosto 2015, Erdogan aveva incontrato Mustafa Abdulcemil Qirimoglu e Rifat Chubarov, quando Ankara ospitò il secondo congresso mondiale del tatari di Crimea, l’organizzazione anti-russa dei tatari in esilio, i cui membri vivono soprattutto in Turchia. Erdogan disse ai capi dei terroristi tartari che la Turchia non riconoscerà mai l’annessione russa della Crimea. Erdogan incontrò il capo terrorista musulmano tartaro di Crimea Mustafa Abdulcemil Qirimoglu a Konya, a fine dicembre. Andrej Manojlo, esperto di “rivoluzioni colorate” per il cambio di regime della CIA, e membro del Consiglio di sicurezza russo, ha detto a Svobodnaja Pressa che i tartari di Crimea di Dzhemilev sono “strettamente collegati all’intelligence turca… che gli fornisce finanziamenti significativi per le provocazioni. Il cosiddetto Mejlis del popolo tartaro di Crimea… nato da un gruppo politico come forza diversiva che opera agli ordini dei servizi segreti turchi“. Questo punto di vista è stato anche sottolineato in una recente intervista a Radio Sputnik da Andranik Migranjan, professore dell’Istituto di Relazioni Internazionali dell’Università Statale di Mosca. Migranjan dichiarava che, “alcuni capi dei tartari della Crimea, incluso Mustafa Abdulcemil Qirimoglu, hanno a lungo vissuto coi soldi turchi. Sono sostenuti da varie organizzazioni turche, compresi i servizi d’intelligence ed organizzazioni nazionaliste. Non è un segreto che sulle mappe dei nazionalisti turchi, la Crimea appare parte del nuovo impero turco, con l’idea che col tempo farà parte di un unico Stato turco”.

Spedire Lupi grigi…
Ora si riferisce che Erdogan invia i terroristi ultra-nazionalisti turchi Lupi grigi in Ucraina per collaborare coi terroristi musulmani tartari filo-Ankara di Dzhemilev in Crimea. Ai primi di dicembre, dopo l’abbattimento turco dell’aviogetto russo Su-24 in Siria, Lenur Isljamov, nazionalista tartaro e uno dei principali organizzatori del blocco alla Crimea su cibo ed energia, postava una sua foto con dei Lupi Grigi, ‘braccio armato’ del Partito del Movimento Nazionalista della Turchia di estrema-destra, sulla sua pagina Facebook, scrivendo come didascalia, “patrioti turchi del Bozkurtkar Turk ulkuculeri, conosciuti semplicemente come Lupi grigi, ci visitano presso il blocco. L’anello del blocco si stringe!” Alparslan Celik, il cosiddetto ‘capo turcomanno’ che si vantava di aver ucciso il pilota del Su-24 russo abbattuto sulla Siria dall’aviazione turca, è un membro dei Lupi grigi che combattono al fianco dello SIIL in Siria contro le forze di Assad. I Lupi grigi furono fondati alla fine degli anni ’60 come ala giovanile del Partito del movimento nazionalista. Il loro obiettivo è unire tutti i popoli turchi in uno Stato, il cosiddetto Grande Turan, anche se le origini etniche del Turan è contestata, alcuni sostenendo che ha origine persiana. Il fondatore dei Lupi grigi e del Partito del movimento nazionalista, il colonnello Alparslan Turkes, era un ammiratore dichiarato di Adolf Hitler e dei nazisti. Fu anche il fondatore, insieme alla CIA, della rete di sabotaggio anticomunista della Gladio turca, durante la Guerra Fredda. I suoi Lupi grigi continuano a uccidere migliaia di curdi turchi e Mehmet Ali Agca, la persona che nel 1981 ferì Papa Giovanni Paolo II, era membro dei Lupi grigi. Oggi, i Lupi grigi collaborano con la rete terrorista nel territorio autonomo cinese del Xinjiang, considerata parte del ‘Grande Turan’ secondo l’idea di unico Stato di tutti i turchi. Da lì reclutano giovani musulmani uiguri, prima di arrivare ad Istanbul per studiare, e quindi addestrarsi come terroristi del SIIL contro gli “infedeli” di Assad in Siria. I Lupi grigi chiamano la regione cinese degli uiguri musulmani del Xinjiang, “Turkestan dell’est”. Nell’agosto 2015, i Lupi grigi inscenarono un attentato dinamitardo a Bangkok uccidendo 19 persone e ferendone 123, per la decisione del governo thailandese di deportare sospetti terroristi uiguri in Cina, invece di permettendogli di recarsi in Turchia, dove un asilo li attendeva. In Europa, i Lupi grigi furono coinvolti in omicidi politici di curdi, profanazioni di monumenti armeni e pestaggi di turisti cinesi. Ultimamente sono stati colti a reclutare combattenti dello SIIL per la guerra in Siria. “La cerchia di Erdogan invoca il ‘Grande Turan’ (rosso) delle popolazioni presumibilmente turche da Ankara al Xinjiang in Cina”.
Come la mappa del Grande Turan mostra, le ambizioni di Erdogan non sono modeste. Se è pazzo abbastanza da persistere, come sembra finora, sostenuto dai miliardi sauditi e qatarioti nell’ossessione di creare il nuovo sultanato ottomano, potrà far esplodere una nuova guerra mondiale, a meno che il mondo civile, infine, ne cancelli la megalomania da Monty Python.kirim_tatar_heyeti_cumhurbaskani_erdogan_ile_gorustuF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra per l’energia si accende: Turchia, Israele e Qatar

Mahdi Darius Nazemroaya Strategic Culture Foundation 30/12/2015Tamim_ErdoganDopo aver abbattuto un bombardiere tattico russo Sukhoj Su-24M che operava nello spazio aereo siriano, ai primi di dicembre 2015, il governo turco inviava un battaglione pesante nella base militare di Zilqan in Iraq. La mossa ha acceso le tensioni tra Ankara e il governo federale iracheno, che denunciava l’atto di aggressione turca. Nella guerra per le risorse e l’energia, il dispiegamento militare turco è una mossa del governo turco per assicurasi il contrabbando di petrolio con il cosiddetto Stato islamico (SIIL/SIIS/SI/ DAASH).

La base militare turca nel Golfo Persico
Settimane dopo il dispiegamento militare turco a Zilqan, lo Stato Maggiore russo riferiva di aver rintracciato 11755 autocisterne e camion presso Zakho, su entrambi i lati del confine iracheno-turco, il 25 dicembre 2015. Nonostante le affermazioni del Governo Regionale del Kurdistan, secondo cui autocisterne e camion avevano formato una coda per la chiusura della frontiera irachena-turca causata dalle operazioni militari di Ankara contro i curdi nel sud-est della Turchia, si capiva che gli automezzi seguivano la rotta del contrabbando del petrolio siriano rubato dallo SIIL. Il governo turco adottava diverse misure per reindirizzare i legami energetici con Russia e Iran. E’ proprio per garantirsi le riserve di energia che Ahmet Demirok, ambasciatore turco in Qatar, annunciava i piani di Ankara per aprire una base militare in Qatar, nel Golfo Persico, il 16 dicembre 2015. In una intervista alla Reuters, l’ambasciatore Demirok ha detto che la base turca veniva istituita secondo l’accordo di sicurezza firmato tra Ankara e Doha nel 2014, e che la base militare aiuterà Turchia e Qatar ad “affrontare congiuntamente le minacce comuni” da certi Paesi, che Demirok non nominava. I Paesi innominati a cui l’ambasciatore Demirok faceva intendere non possono essere altri che Iran e Russia. Inoltre, l’annuncio della Turchia sulla creazione di una base militare in Qatar coincideva con l’annuncio del giorno successivo, il 17 dicembre, di Salim Mubaraq al-Shafi, ambasciatore del Qatar in Turchia, secondo cui Doha era disposta a fornire gas naturale liquefatto (GNL) alla Turchia nelle quantità necessarie.

Israele e Turchia si avvicinano: il gas del Mediterraneo orientale
Il giorno dopo che l’ambasciatore del Qatar Salim Mubaraq al-Shafi annunciava che Doha avrebbe fornito alla Turchia la quantità necessaria di GNL, il 18 dicembre veniva annunciato che Israele e Turchia avevano firmato un accordo quadro per l’esportazione di gas da Israele alla Turchia. Anche se le tensioni turche con Russia, Iran e Iraq avrebbero accelerato l’accordo sul gas naturale tra Ankara e Tel Aviv, l’accordo quadro israelo-turco sul commercio energetico fu negoziato per diversi mesi dai governi israeliano e turco. Analisti e giornalisti hanno presentato l’accordo sul gas tra Israele e Turchia come parte della mossa turca per normalizzare le relazioni diplomatiche e militari con Israele controbilanciando Russia, Iran, Iraq, Siria e i partner regionali. Questi punti di vista ed affermazioni, tuttavia, trascurano i chiari segnali indicanti che Israele e Turchia mantenevano la cooperazione, se non stretti rapporti economici e militari. I militari turchi e israeliani avevano addirittura sincronizzato movimenti e operazioni sul confine siriano. Mentre Israele riesportava il petrolio di contrabbando che la Turchia importava da Siria e Iraq, Tel Aviv cercava di legittimare l’appropriazione dei giacimenti di gas palestinesi al largo della Striscia di Gaza. In parallelo, Tel Aviv esercitava piena influenza per avere il controllo dei giacimenti di gas egiziano a nord del delta del Nilo. Questo mentre Israele cercava di rivendicare il territorio marittimo libanese dai grandi giacimenti di gas e corteggiava Cipro per controllarne i giacimenti di gas nel Mediterraneo.

I contorni della grande guerra per l’energia emergono
Gli accordi energetici con Israele e Qatar fanno parte della guerra per l’energia ben prima delle tensioni russo-turche. Infatti, l’ambasciatore al-Shafi e l’ambasciatore Demirok avevano solo ripetuto le informazioni sugli accordi raggiunti tra Erdogan e l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani, durante la visita di Erdogan in Qatar, della conferenza stampa dei militari russi che ne annunciavano il coinvolgimento nel contrabbando di petrolio dello SIIL. Inoltre, la configurazione israelo-turco-qatariota riflette le dimensioni del conflitto energetico nel Medio Oriente. La Turchia ha fatto quasi tutto il possibile per fermare la creazione del corridoio energetico Iran-Iraq-Siria che bypassa la Turchia. Il dispiegamento militare turco presso Mosul in Iraq e la creazione di una base militare turca in Qatar sono legati al raggiungimento degli obiettivi comuni di Turchia e Qatar per creare il corridoio energetico rivale dal Golfo Persico all’Europa attraverso Iraq e Turchia. La richiesta pubblica che Israele dia alla Turchia accesso “senza restrizioni” alla Striscia di Gaza potrebbe anche essere legata ai giacimenti di gas al largo delle coste palestinesi di Gaza. Inoltre, per anni Israele e Turchia hanno collaborato per creare un corridoio energetico levantino dove il gas del Mediterraneo orientale verrebbe principalmente esportato in Turchia e Unione europea, mentre il petrolio verrebbe esportato soprattutto in Israele. La materializzazione di tale corridoio fu ostacolata principalmente dalla Siria. Questo è uno dei motivi per cui il governo turco sostiene il cambio di regime a Damasco. Mentre vi sono indicazioni che la Turchia agisce indipendentemente dal governo degli Stati Uniti, è assai improbabile che non ci sia alcun coordinamento turco-statunitense sull’obiettivo comune del cambio di regime a Damasco. Il riorientamento del commercio energetico turco è in linea con l’obiettivo degli Stati Uniti di paralizzare l’industria energetica russa ostruendone gli scambi con altri attori internazionali.TurkeyQatarPipelineLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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