Russia e India verso un’importante svolta commerciale

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 15.04.2018Russia ed India sono partner di lunga data con una ricca storia di cooperazione reciprocamente vantaggiosa. I due Paesi hanno un grande potenziale commerciale. Tuttavia, commercio e cooperazione economica russo-indiani non possono ancora essere definiti molto attivi. Questa situazione non è accettabile ed ora Russia ed India lavorano per sviluppare le relazioni economiche. Per molti anni i due Paesi hanno collaborato in settori cruciali come Industria della Difesa, energia nucleare e tecnologie spaziali. Tuttavia, gli scambi sono ancora relativamente piccoli. Inoltre, negli ultimi anni, il volume degli scambi ha iniziato a diminuire, costringendo la leadership di Russia e India a prestare particolare attenzione al problema. Grazie agli sforzi congiunti nel 2017, una crescita costante è finalmente iniziata. Nel periodo gennaio-novembre 2017, il commercio russo-indiano superava gli 8 miliardi di dollari, oltre il 21% in più degli scambi dello stesso periodo del 2016. Anche il 2018 è iniziato con successo: gli scambi nel gennaio 2018 superavano gli indicatori simili del 2017 del 55 percento. Si prevede che la crescita continui e che nel 2018 il commercio russo-indiano superi i 10 miliardi di dollari. Tuttavia, secondo gli esperti russi e indiani, queste cifre potrebbero essere molto più alte se il potenziale commerciale russo-indiano fosse pienamente realizzato. Nel marzo 2018, i media riferivano dell’incontro tra il Ministro dello Sviluppo Economico russo Maksim Oreshkin e il Ministro del Commercio e dell’Industria indiano Suresh Prabhu. Durante i colloqui, i ministri discussero dei vari ostacoli alla cooperazione economica tra Russia e India. Tali ostacoli furono riscontrati nella sfera finanziaria, nella legislazione doganale e in vari altri settori. Di conseguenza, fu adottato un piano per rimuoverli; col successo dell’attuazione del piano, il commercio russo-indiano potrebbe raggiungere i 30 miliardi di dollari entro il 2025.
Un altro passo importante nello sviluppo delle relazioni commerciali tra Russia e India potrebbe essere la creazione di una zona di libero scambio tra India ed Unione economica eurasiatica (UEE), in cui la Russia svolge un ruolo di primo piano. Nel gennaio 2018 si svolsero consultazioni preliminari tra i rappresentanti dell’UEE e la leadership indiana a Nuova Delhi. Si prevede che entro la fine del 2018 le parti procederanno a negoziati a tutti gli effetti. Mentre la cooperazione su vasta scala su vari beni e servizi tra Russia e India va ancora raggiunta, da tempo è ad alto livello in settori come la tecnologia militare. L’India è da tempo un importante acquirente di equipaggiamento militare russo. Il progetto missilistico russo-indiano BrahMos è un successo. Tra le ultime notizie sulla cooperazione tecnico-militare tra i due Paesi, va notato il desiderio dell’India di acquisire sistemi di difesa aerea russi S-400 Triumf. Si prevede che il contratto sarà firmato entro la fine del 2018. L’India è anche interessata alle tecnologie russe per scopi pacifici. Ad esempio, nel febbraio 2018 fu firmato un memorandum per la cooperazione tra United Shipbuilding Corporation (USC, RF) e la più grande società di costruzioni navali indiane, la Cochin Shipyard Limited. Conformemente al documento, le parti intendono progettare e costruire insieme navi moderne per la navigazione interna e costiera. L’elenco delle navi che le compagnie russe e indiane costruiranno congiuntamente comprende petroliere, navi da carico secco, navi passeggeri e hovercraft. Inoltre, l’USC prenderà parte alla costruzione di infrastrutture per le costruzioni e riparazioni navali nello stato indiano dell’Andhra Pradesh. Inoltre, Russia e India considerano molti altri progetti congiunti relativi ad industria petrolifera, aeronautica, elettronica, farmaceutica e informatica. Una task force sui progetti d’investimento prioritari, creata dalla commissione intergovernativa russo-indiana diversi anni fa, ne discute. La riunione programmata del gruppo si tenne nel settembre 2017. Tra le questioni discusse c’era l’imminente apertura del Centro per la formazione di specialisti nei settori dell’energia e dell’ingegneria pesante, che inizierà i lavori in India nel 2018. La creazione del centro è il risultato del lavoro congiunto tra associazione scientifica e produttiva russa TsNIITMASH e società indiana Heavy Engineering Corporation Ltd. Oltre alla task force per i progetti d’investimento, ci sono anche task force russo-indiani per scienza e tecnologia, prodotti farmaceutici, turismo e cultura, energia, promozione dei pagamenti in valute nazionali e così via.
Nonostante il lavoro dei funzionari, il miglioramento della legislazione e l’impegno degli ambienti economici, il principale problema che ostacola il commercio russo-indiano è il fattore geografico. Russia e India non confinano e tra esse si trovano le distese di Cina ed Asia centrale. La maggior parte (oltre l’80%) del traffico tra i due Paesi avviene lungo la rotta marittima da San Pietroburgo che attraversa il Canale di Suez. È una rotta lunga e difficile che difficilmente permetterà il pieno potenziale commerciale russo-indiano, indipendentemente dalle condizioni favorevoli che i due Paesi creano. Pertanto, un importante passo verso la cooperazione commerciale su vasta scala tra India e Russia include l’istituzione di un corridoio per il trasporto internazionale (ITC) chiamato “Nord-Sud”, sul quale operano Federazione Russa, India, Iran e Azerbaigian. Il progetto ITC prevede la creazione di una vasta rete di strade e ferrovie che collega Russia e Iran. Un ramo va dalla Russia all’Iran attraverso l’Azerbaijan; l’altro termina nel Mar Caspio, nel porto di Astrakhan. Lì, il carico passa al trasporto marittimo seguendo le coste iraniane e quindi continuando su ferrovia. Il terzo ramo passa da Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan. Passando per l’Iran, queste strade dovrebbero finire sulle rive del Golfo Persico, nel porto di Bandar Abbas, da dove possono raggiungere il più grande porto indiano, Mumbai. Pertanto, l’ITC “Nord-Sud” dovrebbe ridurre al minimo il segmento marittimo della rotta tra Russia e India. Il lavoro sul progetto è già al primo decennio; l’interesse per l’ITC si attenuò e poi riapparve. Ma alla fine, negli ultimi anni, i Paesi partecipanti intensificano gli sforzi e il progetto “Nord-Sud” inizia rapidamente ad avvicinarsi alla realizzazione. Va completandosi il ramo più conveniente dell’ITC dal punto di vista logistico, che attraversa l’Azerbaigian. Dopo il completamento dei restanti 180 km di ferrovia tra Iran e Azerbaigian, sarà istituito un servizio ferroviario diretto tra questi Paesi e la Russia. Ciò significa che le comunicazioni tra Russia e India aumenteranno significativamente.
Si può concludere che Russia e India lavorano seriamente sullo sviluppo della cooperazione economica. Dato l’enorme potenziale per entrambi i Paesi, ci si può aspettare che i lavori portino presto risultati molto tangibili.Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

Il Ministro della Difesa cinese mostra agli USA la forza della cooperazione militare tra Cina e Russia

In particolare, dopo che Mattis aveva dichiarato Cina e Russia minacce alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti
Frank Sellers, The Duran 4 aprile 2018Il Ministro della Difesa cinese Wei Fenghi, insieme al Consigliere di Stato e al Ministro degli Esteri Wang Yi, sono attualmente a Mosca per incontrare gli omologhi russi. La visita è una dimostrazione di forza verso Washington per mostrare la vicinanza delle Forze Armate russe e cinesi, nonché mostrare sostegno alla Russia nella 7.ma Conferenza di Mosca sulla Sicurezza Internazionale. RT riportava: “Il Ministro della Difesa cinese Wei Fenghe ha espresso forte sostegno alla Russia nei colloqui con l’omologo russo Sergej Shojgu. Sottolineando “la posizione unita” sulla scena internazionale, il ministro affermava che uno degli obiettivi principali della visita era inviare un messaggio alle potenze occidentali. “La Cina fa sapere agli statunitensi degli stretti legami tra le Forze Armate russe e cinesi”, dichiarava Wei. È il primo viaggio all’estero del Generale Wei da quando è stato nominato a capo del Ministero della Difesa cinese. La scelta della destinazione non è casuale, ma sottolinea il “carattere speciale” della partnership bilaterale, secondo Shojgu. Russia e Cina sono coinvolte in scontri politici ed economici con l’occidente. La Russia è oggetto di diverse sanzioni ultimamente, mentre Russia e Stati Uniti si scontrano sulla crisi siriana, e Washington continua a sostenere che il Cremlino abbia influenzato le elezioni presidenziali statunitensi del 2016 attraverso social media e annunci pagati in rubli, mentre Washington ha espulso decine di diplomatici russi in solidarietà col Regno Unito sul caso Skripal, in cui il governo inglese sostiene che il Cremlino ordinò l’assassinio dell’ex-spia usando gas nervino proibito. Gli Stati Uniti inoltre vendono armi alle nazioni europee ostili alla Russia per contenerla militarmente, presumibilmente per l’annessione della Crimea. Nel frattempo, gli Stati Uniti accusano la Cina di “aggressione economica” e “furto di proprietà intellettuale” di ditte statunitensi per accedere al loro mercato, così come la posizione cinese nel Mar Cinese Meridionale. Tali accuse hanno scatenato una guerra commerciale tra i due partner mentre gli Stati Uniti hanno emesso un pacchetto di dazi doganali sulle merci importate dalla Cina, insieme ad ulteriori dazi della Cina, che probabilmente saranni seguiti da un altro giro del genere, come l’ultimo pacchetto di dazi degli Stati Uniti. L'”aggressione economica” della Cina viene considerata dall’occidente manifestazione della nuova One Road One Initiative cinese, e sarà probabilmente applicata al nuovo mercato dei futures petroliferi cinesi aperto a Shanghai proprio la scorsa settimana.
In particolare, Cina e Russia sono definite minacce alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti nell’ultima Revisione della postura nucleare del Pentagono, e dove i vertici militari esortavano il Congresso degli Stati Uniti a prepararsi alla guerra con le due nazioni. Nel frattempo, l’US Naval Institute documentava la cooperazione militare sino-russa negli anni, e l’anno scorso pubblicava un rapporto incentrato sulle esercitazioni militari Russia-Cina e sulla vendita di armi: “Cina e Russia sono sempre più vicine militarmente attraverso una serie di esercitazioni sempre più complesse e la vendita di armi avanzate che potrebbero creare difficoltà alla sicurezza di Stati Uniti e loro alleati, secondo un nuovo rapporto del governo USA. Il rapporto della Commissione di riesame economico e della sicurezza USA-Cina delinea il modello di cooperazione tra i due rivali internazionali alla sicurezza statunitense che potrebbe esacerbare le tensioni dall’Europa orientale al Mar Cinese Meridionale, un modello di cooperazione che si è visto crescere negli ultimi anni”.
La delegazione potrebbe anche aprire la strada a un incontro tra il Presidente Vladimir Putin e il Presidente Xi Jinping. Putin dovrebbe visitare la Cina per il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai a Qingdao di giugno. Inoltre, Cina e Russia esprimono l’intenzione di “cooperare strettamente” per risolvere le tensioni nella penisola coreana, riferendosi a un possibile accordo di pace con la Corea democratica.Il Ministro della Difesa cinese dice ai russi di sostenerli contro gli Stati Uniti
Un’inedita dimostrazione del sostegno cinese: “Siamo venuti per mostrare agli statunitensi gli stretti legami tra Russia e Cina. Siamo venuti per supportarvi

Tom O’Connor, News Week 4 aprile 2018

La leadership militare cinese ha promesso sostegno alla Russia, mentre le tensioni tra Mosca e occidente si deteriorano ulteriormente con isolamento diplomatico, sanzioni economiche e duelli di esercitazioni. Nella prima visita in Russia, il nuovo Ministro della Difesa cinese Wei Feng partecipava alla Settima conferenza internazionale sulla sicurezza di Mosca, accompagnato da una delegazione di altri ufficiali. Sottolineando che il viaggio era coordinato direttamente col Presidente Xi Jinping, Wei affermava di avere due messaggi importanti per la Russia in un momento in cui entrambe le nazioni modernizzano le forze armate e rafforzano la presenza negli affari globali nonostante i timori degli Stati Uniti. “Visito la Russia da nuovo Ministro della Difesa della Cina per mostrare al mondo l’alto livello delle nostre relazioni bilaterali e la ferma determinazione delle nostre Forze Armate nel rafforzare la cooperazione strategica“, dichiarava Wei incontrando il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu, secondo l’agenzia TASS. “In secondo luogo, per sostenere la Russia nell’organizzazione della Conferenza internazionale sulla sicurezza di Mosca, la Cina mostra agli statunitensi gli stretti legami tra le Forze Armate di Cina e Russia, specialmente in questa situazione. Siamo venuti per sostenervi“, aggiungeva. “La Cina è pronta ad esprimere alla Russia le nostre preoccupazioni comuni e la posizione comune su importanti problemi internazionali, anche nelle sedi internazionali“. In risposta alla visita di Wei, la controparte russa sottolineava le migliori relazioni tra i due Paesi, che un tempo formavano l’alleanza comunista più grande e potente del mondo prima di decadere negli anni ’60. Con Putin e Xi rieletti il mese scorso, i due presidenti consolidano il potere nei rispettivi Paesi. “Grazie agli sforzi dei leader dei nostri Paesi, i legami tra Russia e Cina raggiungono un livello inedito, divenendo fattore importante per garantire pace e sicurezza internazionale“, dichiarava Shojgu, secondo il Ministero della Difesa russo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il Grande gioco nel Baltico

Chroniques du Grand Jeu, 1 aprile 2018Nella grande lotta tra sistema imperiale e Russia, tutti ora rispondono rapidamente, senza vacillare, senza ritirarsi. L’ultimo episodio, con pochissimi commenti al momento, si svolge nel Baltico, uno dei punti caldi del Grande Gioco, dove si scontrano la volontà dell’Heartland eurasiatico di aprire le porte al mondo oceanico e, al contrario, il tentativo statunitense di accerchiare e contenere l’Eurasia. Diverse provocazioni, intimidazioni, intercettazioni aeree, spettacolari sorvoli, manovre navali congiunte sino-russe… il Baltico ha già avuto la sua parte di eventi negli ultimi anni. Ma una notizia è appena esplosa, le esercitazioni russe con tiro missilistico dal 6 all’8 aprile nelle acque internazionali vicino la Svezia. Questa è nuova. L’orso non è mai andato così lontano, o così vicino ai confini svedesi. Lo stato maggiore scandinavo s’è riunito e il traffico aereo civile dovrà cambiare in quei due giorni…
Reagendo al pseudo-affare Skrypal, nuova pietra miliare nella Guerra Fredda 2.0, Putin contrattacca scacciando lo stesso numero di diplomatici occidentali delle controparti russe espulse. Ora raddoppia organizzando queste manovre navali il più vicino possibile alla Natolandia. Ciò contribuisce indubbiamente al rigetto categorico di Mosca di cedere di una virgola con l’impero. Questo ovviamente iniziò con la presentazione del mese scorso, da parte di Vladimirovich, delle “armi invincibili” che distruggono lo scudo antimissile statunitense e il discorso storico che l’accompagnava; il Pentagono è agitato (“Siamo senza difesa dalle armi ipersoniche russe e cinesi“). Che il nome più votato dall’opinione pubblica russa per battezzare questi missili, Bye bye America, non venisse adottato, non cambia il caso…
Allo stesso modo, il notevole veto del Cremlino posto alla risoluzione inglese che condannava l’Iran per un presunto coinvolgimento nello Yemen. Per la prima volta, la Russia silurava un tentativo dell’impero in un conflitto in cui non è coinvolta. Ricordiamo che Mosca, nonostante l’opposizione, non pose il veto nel 2008 (ammissione del Kosovo alle Nazioni Unite), né nel 2011 (massiccio intervento in Libia). Il significato è duplice e comporta cambiamenti significativi nelle future relazioni internazionali:
D’ora in poi la Russia si opporrà, in linea di principio, ai tentativi egemonici statunitensi, ovunque.
Mosca è pronta ad ancorarsi diplomaticamente e ufficialmente per proteggere i suoi alleati.
L’altra grande lezione della fiammata nel Baltico è evidentemente legata al gas, supportando lo psicodramma di Salisbury ma probabilmente senza avere gli effetti desiderati: “Le euronullità hanno, mano sulla patta, parlato come un sol uomo “condannando” Mosca, ma erano attente a non discutere del gas e ad evocare la minima sanzione. E per una buona ragione: le scorte europee di oro blu sono vuote! Frau Milka potrebbe lanciare l’idea di “ridurre la dipendenza dal gas russo” progettando un terminale GNL, ma senza ripensare ad accettare Nord Stream II, con dispiacere dei media di regime. Il commercio russo-tedesco è in buona forma nonostante le sanzioni e sarebbe suicida per Berlino rinunciare a diventare il fulcro gasifero dell’Europa”. A nessuno sfuggirà che l’annuncio russo delle imminenti esercitazioni navali arriva subito dopo il via libero tedesco al Nord Stream II e che sono pianificate precisamente sulla rotta del futuro gasdotto. Perché allora Putin vuole questi fuochi d’artificio missilistici proprio nel punto in cui passerà il tubo? Sarebbe un avvertimento alla… Danimarca. Il placido Paese scandinavo affronta uno greve dilemma, la “decisione più importante in politica estera dalla Seconda guerra mondiale“: consentire il passaggio del Nord Stream II sulle proprie acque territoriali. Il progetto necessita anche nei prossimi mesi delle autorizzazioni di Russia (fatta in anticipo), Finlandia e Svezia. Ma riguardo questi ultimi due, si tratta solo della loro zona economica esclusiva governata dal diritto internazionale del mare su cui i governi svedese (molto russofobo) e finlandese (meno russofobo) hanno comunque poco da fare. Solo la Danimarca è preoccupata della propria sovranità, e gli sarebbe andata bene. Gli emissari statunitensi e di Bruxelles sollecitano il governo ad impedire il passaggio del Nord Stream II nei 139 km di acque territoriali, mentre Mosca e Berlino l’incoraggiano ad accettare. Copenhagen può andare contro il suo principale partner (Germania) e la principale potenza militare europea (Russia), che ha appena provato alcuni missili nelle vicinanze? Il sistema imperiale riuscirà a silurare il gasdotto, come nel caso del South Stream? Le Forze Armate russe esercitano la tattica della pressione e, in caso affermativo, funzionerà o sarà un’arma a doppio taglio che si rivolterà contro il promotore? Lo sapremo nel prossimo episodio…Traduzione di Alessandro Lattanzio

Ungheria: i falsi amici di Viktor Orbán

Modeste Schwartz, Visegrad Post 20/03/2018In connessione col piccolo “terremoto” del 25 febbraio, in un recente editoriale ho affermato che i problemi di “comunicazione” (attualmente oggetto di accesi dibattiti nel FIDESZ e tra i suoi sostenitori) rivelano le realtà sociologiche sottostanti più difficile per i partecipanti identificare e nominano, in particolare “il fatto che FIDESZ, dopo 8 anni di politica esemplare ed efficace al servizio della classe media ungherese (praticamente l’unica in Europa a non essere stata sacrificata dal potere dominante), è sempre più preso tra due categorie strutturalmente ostili: una vecchia e una nuova: il lumpenproletariato per il quale è vero che non ha fatto molto e una “classe creativa” per la quale ha fatto di tutto, ed è ancora probabile lo tradisca”. Ho pensato che sarebbe stata una buona idea rivedere questa domanda scavando un po’ più a fondo coll’analisi. Iniziamo presentando le due “classi ribelli” che potrebbero, se non l’8 aprile, almeno nel prossimo futuro, indebolire la costruzione apparentemente incrollabile dell’Ungheria di FIDESZ.
La più nota delle due classi, e la più spesso demonizzata da certi media filo-FIDESZ, è la sottoclasse, la cui esistenza massiccia indica il fallimento principale dell’esperimento del FIDESZ: aver fallito nel strappare l’Ungheria dalla morsa del colonialismo economico tedesco, che chiede a una società ungherese impoverita di perpetuare i margini di competitività con cui uccide le economie dell’Europa meridionale. Tale critica ai vertici del FIDESZ è estremamente rara in Ungheria, dove anche chi a sinistra mantiene una parvenza di decenza intellettuale (come il filosofo Gáspár Miklós Tamás) ha la tendenza ricorrente a non saper valutare, ignorando del tutto la geopolitica e non andando mai oltre la critica dei risultati, chiedendo politiche di assistenza sociale che nessuno mai specifico come possano o debbano essere finanziate. Ovviamente, in un Paese dal carico fiscale basso (rispetto a Francia o Scandinavia), e bassa tassazione parzialmente giustificata dalle esigenze dello sviluppo del paese, il FIDESZ non può continuare ad investire pesantemente nelle infrastrutture, mantenere un’ambiziosa politica di sostegno familiare (mutatis mutandis, probabilmente la più ambiziosa in Europa) e soddisfare i tani bisogni di un lumpen-proletariato massiccio e improduttivo. Ma tutti evitano accuratamente di chiedere perché tale sottoproletariato sia così improduttivo. Questo, tuttavia, non è un mistero: sottopagato nell’indotto industriale tedesco, il lavoratore ungherese attivo non può consumare abbastanza per generare sufficienti posti di lavoro secondari; la ristrutturazione del suo bagno sarà fatta “in nero” da lavoratori precari, attori dell’economia informale. Non solo tale precariato, che vive in villaggi e baraccopoli dove nessun migrante ha mai vagato, si preoccupa poco della minaccia d’invasione dei migranti (minaccia autentica, però, nel prossimo futuro), ma soprattutto, la debolezza economica spesso lo rende incapace di godere dei reali benefici delle politiche populiste del FIDESZ: senza auto, difficilmente si gode le scintillanti nuove autostrade che Orbán ha ampliato nel Paese, od usufruisce dei mutui per la casa garantiti dallo Stato, offerti dal FIDESZ alle famiglie, purchè siano ammissibili ai prestiti bancari. Per costoro gli unici effetti tangibili della “rivoluzione nazionale” del 2010 sono state le tasse sui salari minimi e la tassa unica sul reddito (due mutandoni neo-liberali che ingombrano il bagaglio del FIDESZ dalla fase reaganiana degli anni ’90, anche se la loro inefficienza economica è dimostrata da tempo). Il che significa che, invece di prendersela col lumpenproletariato, la destra ungherese farebbe meglio a stupirsi e congratularsi per la pazienza molto patriottica con cui aspetta il turno al tornello della “Nuova Ungheria”, perché parte di questa classe (come hanno notato recentemente con ammirazione i giornalisti comunisti) continua a sostenere il governo Orbán col voto o l’astensione, un processo facilitato, ovviamente, dalla quasi-inesistenza di una sinistra socialista in Ungheria (il MSZP è “socialista” solo di nome). La domanda è: quanto può durare questa pazienza?
L’altro gruppo sociale, sul quale sentiamo meno commenti e in particolare, commenti meno vistosi, merita, a mio avviso, un esame più rigoroso e un giudizio più severo. Si tratta di un nuovo strato sociale di giovani provinciali (quindi in genere figli di elettori del FIDESZ) trasferitisi a Budapest e la cui ascesa sociale lo si deve al FIDESZ e alla sua politica di sostegno alla classe media, ma che sono comunque pronti a sparargli alle spalle per ragioni “culturali”. Questo gruppo, a metà strada tra bobo francese e “classe creativa” moscovita, è il grosso di movimenti come LMP o Momentum (vedi la mia precedente analisi). È sociologicamente caratterizzata da un’elevata mobilità internazionale (che consenta ai suoi membri di fuggire dal Paese una volta che il capriccio elettorale l’ha rigettato nelle maglie del FMI) e dal pesante consumo culturale, il che lo rende altamente permeabile ai messaggi ideologici sulla scena culturale di Budapest (al 90% formata dalla sinistra postmoderna anti-FIDESZ). Attraverso tale cumulo di ostilità dai propri figli, FIDESZ effettivamente sconta la codardia che da tempo caratterizza i suoi rapporti col mondo della cultura: un mondo (come altrove in Europa) che sopravvive principalmente coi sussidi statali, e il cui maggior piacere è denigrare lo Stato, i suoi rappresentanti (“politici corrotti”) e la loro base elettorale (gli “stupidi zoticoni” dell’Ungheria provinciale che vota FIDESZ). Questo curioso masochismo dell’apparato statale nei rapporti con la quinta colonna culturale di Bruxelles può essere spiegato dalla sociologia (urbana e borghese) dei dirigenti del FIDESZ, il cui disprezzo di classe, come ho già sottolineato, sfugge grazie al genio politico di V. Orbán. È interessante notare che le lamentele sull’eccessiva semplificazione dei messaggi (specialmente anti-migrazione) nella campagna del FIDESZ provengono solitamente da membri di tale gruppo che, a mio avviso, non è il gruppo preso di mira da tali campagne (mi sorprenderebbe se Árpád Habony abbia molte illusioni sul potenziale elettorale del FIDESZ in questo settore della società). Di conseguenza, ci si potrebbe chiedere in quale misura abbia senso tenere conto di tali critiche, che in genere sono piuttosto un pretesto per la vera ragione del voto anti-FIDESZ: menzionare i poster giganti su Soros e migranti, come “strumenti” di indottrinamento”, è un alibi facile, compatibile con l’ideologia anti-totalitaria (in realtà: anti-popolare) della nuova sinistra ungherese (ma anche del FIDESZ degli anni ’90); senza dubbio le persone citate sono in gran parte sincere e credono (come spesso accade) ai propri alibi. Ma la vera causa profonda della loro “dissidenza” è la necessità per la gioventù in ascesa di adattarsi alla cultura delle vecchie élites urbane di Budapest (quasi completamente anti-FIDESZ da sempre), e alla freddezza della cultura globale occidentale apparentemente apolitica, ma in realtà appesantita dai gadget del globalismo sinistro, dalla moda hipster alla metrosessualizzazione della vita sociale al no-borderismo sottomesso di tali giovani cosmopoliti, ai quali FIDESZ ha anche la generosità suicida di offrire borse di studio “all’estero” (che significa: in occidente).
Se FIDESZ vuole sopravvivere, non solo alle elezioni dell’8 aprile ma, in particolare, a quelle del 2022, cioè compensare le perdite elettorali inevitabilmente causate dall’erosione del potere, è giunto il momento di mapparne la crescita potenziale senza idee preconcette. Sul versante della “classe creativa”, questo potenziale è zero: non solo perché l’Ungheria gli ha già dato tutto, ma anche e soprattutto perché, ritardati a modo loro, questi “scenari di Budapest” nel 2018 considerano ancora il tipo occidentale di pseudo-alternanza quale modello di ogni democrazia. Sarebbe inutile che FIDESZ legalizzi il matrimonio omosessuale, rimuova Dio dalla costituzione o abbatta la recinzione installata sul confine serbo: vorrebbe comunque che Orbán se ne vada. Il margine di crescita si trova quindi nella sottoclasse che il FIDESZ, prigioniero della retorica anticomunista da trent’anni, continua ad ignorare largamente, considerandola una riserva del MSZP, anche se la sua attuale maggioranza di due terzi, matematicamente (con Jobbik al secondo posto), non ci sarebbe mai stata senza le numerose defezioni dalla “sinistra” (più esattamente: dal MSZP, che ha tradito la base proletaria, come il PS francese, il PASOK greco, ecc.). Da questo punto di vista, per riassumere la situazione con un certo cinismo, è una asituazione: se FIDESZ vuole continuare a ignorare più o meno questa classe, per rimanere al potere deve imperativamente renderla (demograficamente, elettoralmente) trascurabile, cioè cercare di estrarre da esso milioni di cittadini con la mobilità in ascesa, cioè con l’accesso a posti di lavoro retribuiti. Se non può, allora deve smettere di trascurarla. Va da sé che il FIDESZ, nella sua fobia di destra per l’assistenza pubblica, troverebbe la prima soluzione più logica, ma la sua attuazione affronterebbe una forte inerzia culturale (debolezza dei riflessi imprenditoriali) e varie barriere strutturali, la maggior parte delle quali collegate all’adesione all’UE, che l’Ungheria attualmente non prevede di lasciare, sperando invece di diventare il centro dell’enclave di Visegrad (estendendo il V4 ai Balcani) con una certa sovranità di fatto. Un vicolo cieco? Non necessariamente. Se l’Ungheria non ha né il desiderio né i mezzi per intraprendere politiche di welfare di tipo occidentale, può ancora esplorare modi alternativi. Essendo esportatore agricolo netto che rifiuta gli OGM, l’Ungheria, ripristinando (attraverso la distribuzione di terreni non alienabili, aiuti agli insediamenti, ecc.) i ricchi piccoli contadini che ha perso al momento della meccanizzazione, potrebbe diventare campione regionale del cibo di qualità, mentre consente a molti cittadini uno standard di vita (e anche di più: una qualità della vita) che sarebbe considerato invidiabile nella regione. In ogni caso, la disoccupazione è in calo, e continuerà a farlo se non altro per ragioni demografiche: anche se la politica familiare del FIDESZ mettesse fine al femminismo ungherese, ci vorrebbero due decenni per avere un impatto significativo sul mercato del lavoro; nel frattempo, la percentuale dei lavoratori nella popolazione totale può solo diminuire. Di conseguenza, il problema dell’occupazione è destinato a rimanere in secondo piano, lasciando i riflettori sul problema dei salari, e qui non va dimenticato che in Ungheria, come nell’Europa post-comunista, il rapporto busta paga/profitto aziendale è molto più favorevole al capitale che non in Europa occidentale. In altre parole: la necessità di recuperare le infrastrutture dopo il decadimento economico degli anni ’80 e la deindustrializzazione degli anni ’90 non può essere evocate per sempre, ora che lo stato delle attrezzature del Paese e delle sue aziende è diventato paragonabile a quello di certi Paesi dell’Europa meridionale . La leggendaria “transizione” dovrà finire prima o poi. E i capi ungheresi dovranno quindi imparare che i dipendenti vanno pagati. Il FIDESZ è oggi quasi esattamente nella situazione del gollismo in Francia alla fine degli anni ’60: patriottico, popolare, consapevole di essere preso di mira dalla destabilizzazione organizzata dall’estero, ma troppo fiducioso verso la propria base borghese (una parte della quale è in attesa della prima occasione per tradirla) ed incapace di una congiunzione sociale e nazionale, anche se lo stato di abbandono della sinistra ungherese sembra richiedere l’adozione di una mossa del genere (un’opportunità che Charles de Gaulle, in contrasto con l’ancora potente PCF degli anni ’60, non ebbe mai). Perfettamente realizzabile e presente sin dall’inizio nei programmi, le idee di solidarietà nazionale e aiuto reciproco cristiano sono lente a prendere forma nell’azione del governo. Nel frattempo, i discendenti degli artefici del maggio 68 (e persino alcuni dinosauri che non hanno mai smesso di fare del male da allora, come Daniel Cohn-Bendit) spargono i semi di un movimento analogo nella gioventù ungherese.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Orbán: “dobbiamo combattere contro una rete internazionale organizzata”

Visegrad PostIn occasione della Giornata Nazionale e tre settimane prima delle elezioni, Viktor Orbán dimostrava la propria popolarità e determinazione a lottare contro “una rete internazionale organizzata”. Il 15 marzo, l’Ungheria celebra la rivoluzione per l’indipendenza del 1848-1849. Questo è un giorno eminentemente politico per gli ungheresi, e tradizionalmente ogni partito organizza un evento coi propri sostenitori. I vari partiti di opposizione hanno raccolto circa un migliaio di partecipanti. Ma l’evento del giorno era innegabilmente la “marcia della pace”. Il Fidesz, partito di Viktor Orbán, organizzò tra il 2012 e il 2014 queste “marce della pace” per dimostrare la propria popolarità ed ineguagliata capacità di radunare le folle. La prima marcia mirava a dimostrare all’Unione europea il sostegno che Viktor Orbán gode in Ungheria, mentre negoziava sulla nuova costituzione. Ma dal 2014 non fu organizzata alcuna marcia per la pace. E quest’anno è stato un record: circa 500000 persone, nonostante la pioggia, hanno marciato a Budapest per esprimere il sostegno a Viktor Orbán. La vera dimostrazione di forza per indecisi, opposizione ed estero, la marcia dei sostenitori di Viktor Orbán riunitisi al richiamo del polemista e presentatore televisivo Zsolt Bayer, si concluse presso il parlamento dove il Primo Ministro ungherese tenne il suo discorso, il 15 marzo. Prima dell’inizio della marcia, Zsolt Bayer, personaggio storico di Fidesz e della televisione ungherese, affermò che i partecipanti sono coloro che sanno ancora cosa significa “Dio, Nazione e Patria, chi sa cos’è la famiglia e cosa i bambini rappresentano, e riconosce i due generi, donna e uomo“.
Ecco i punti salienti del discorso di Viktor Orbán del 15 marzo 2018:
All’apertura del discorso, Viktor Orbán salutava i partecipanti, in particolare le centinaia di polacchi presenti, ricordando i forti e antichi legami che uniscono Polonia e Ungheria. Per il Primo Ministro ungherese, la forza di ogni Paese è una garanzia per l’altra. E in questo senso, “la marcia della pace di quest’anno non è stata solo una questione nazionale, è stata anche un sostegno alla Polonia”. “Nelle prossime elezioni che si terranno tra tre settimane, non si tratta di votare per i prossimi quattro anni […] il problema è il futuro del Paese“. Per Viktor Orbán, i suoi sostenitori sono gli eredi dei combattenti per la libertà del 1848-49. Ricordando che per trent’anni i suoi sostenitori, unitisi dietro di lui, hanno combattuto numerose e importanti lotte, Viktor Orbán annunciava che “la battaglia principale deve ancora venire“, perché “alcuni vogliono toglierci il nostro Paese“. “Vogliono che nel giro di pochi decenni, di nostra spontanea volontà, abbandoniamo il nostro Paese ad altri, estranei di altre parti del mondo che non parlano la nostra lingua, non rispettano la nostra cultura, le nostre leggi e i nostri modi di vita. Chi vuole sostituire il nostro popolo col proprio. Vogliono in futuro che non siano noi e i nostri discendenti a vivere qui, ma altri. E non c’è esagerazione nelle mie parole“, aveva detto il Primo Ministro ungherese, spiegando la situazione nell’Europa occidentale e presentandola come controesempio. “Chi non ferma l’immigrazione ai propri confini sparirà“. Secondo Viktor Orbán, “alcune forze esterne e potenze internazionali cercano d’imporci questo“. E le elezioni dell’8 aprile sono a suo parere una buona opportunità per queste forze di far valere i loro obiettivi. “Quindi non vogliamo solo vincere un’elezione, ma il nostro futuro“. “L’Europa, e al suo interno, l’Ungheria, è arrivata a un punto critico: mai le forze patriottiche e internazionaliste si sono contrapposte così“. Per l’uomo forte di Budapest, l’opposizione è tra i milioni di patrioti e democratici e le élite globaliste antidemocratiche. “Dobbiamo confrontarci col passaggio di persone che minaccia il nostro modo di vivere. (…) Non sono i piccoli deboli partiti di opposizione che dobbiamo combattere, ma una rete internazionale organizzata come un vero impero. Media supportati da consorzi stranieri e oligarchi locali, attivisti ed agitatori pagati, ONG finanziate da speculatori internazionali, ciò che George Soros rappresenta e incarna. È questo mondo che dobbiamo combattere per preservare il nostro“.
Con retorica marziale, Viktor Orbán considerava l’opposizione nell’insieme un obiettivo alleato di George Soros e dei suoi interessi. “L’Europa è invasa. Se non facciamo nulla, decine e decine di milioni di persone da Africa e Medio Oriente verranno in Europa“. Rifiutando la passività dell’Europa occidentale, Viktor Orbán l’avvertiva contro la futura demografia africana. “Bruxelles non difende l’Europa“, aveva detto insistendo sulla disponibilità di Bruxelles a sostenere tale immigrazione. “Dopo le elezioni, cercheremo un risarcimento. Moralmente, politicamente e legalmente“. Per l’opposizione, questa frase sembrava una minaccia. “Come i nostri antenati hanno giustamente detto, un popolo codardo non ha nazione. […] Abbiamo sempre combattuto e alla fine abbiamo sempre vinto. Abbiamo rimandato a casa il Sultano e i suoi giannizzeri, abbiamo espulso l’imperatore asburgico e i suoi soldati, i sovietici e i loro compagni, e ora stiamo per espellere George Soros e le sue reti. Gli chiediamo di tornarsene negli USA e badare a loro!” Tornando al tema dell’immigrazione, Viktor Orbán spiegava che basta un solo errore: “se la diga crolla e l’acqua scorre“, diceva, “la conquista culturale diverrà irreversibile“. In conclusione, il Primo Ministro ungherese rivolse un appello ai giovani sull’importanza di avere una patria. “Caro giovane ungherese, la Patria ha bisogno di te, vieni ed unisciti a noi nella nostra lotta in modo che quando avrai bisogno della patria ne avrai ancora una“.
Il discorso si concluse con la recitazione, non il canto, dell’inno nazionale, una preghiera, e l’invito a combattere.Traduzione di Alessandro Lattanzio