Traffici nel Pipelineistan

Chroniques du Grand Jeu 16 giugno 2017Se più caselle nel continente-mondo sono in subbuglio, il Grande gioco eurasiatico-energetico – 2.0 affettuosamente chiamato guerra fredda di Washington, non è da meno. Il Pipelineistan si muove ai quattro angoli indebolendo sempre più l’impero. E se qualcuno ancora dubita che gli statunitensi cerchino e tentino di silurare l’integrazione dell’Eurasia e isolare la Russia, un membro della commissione esteri del Congresso ricordava le basi della politica estera del suo Paese: “Gli Stati Uniti dovrebbero agire contro il progetto del gasdotto russo per sostenere la sicurezza energetica dell’Unione europea (vietato ridere; chi avrebbe mai pensato che sarebbe stata divertente la neolingua?) Amministrazione Obama e Unione europea hanno lavorato contro il Nord Stream II (…) L’amministrazione Obama ha fatto della sicurezza energetica europea una priorità della politica estera degli Stati Uniti. L’amministrazione Trump farebbe bene a continuare su questa strada”. Oh che ammissione… Il fedele lettore del blog ovviamente non si sorprende del sistema imperiale che s’impiccia delle pipeline a 10000 km dai suoi confini e che non lo riguarda. Si comprende la delusione della senatrice sul nuovo presidente, che non sembra attinto da acuta russofobia e meno interessato alla divisione dell’Eurasia rispetto ai predecessori. In realtà, l'”ombrello” della Pax Americana in Europa inizia a svanire e le discussioni che si pensavano sepolte, di certo tornano sul tappeto. È il caso del defunto South Stream. Russi, ungheresi e serbi iniziano a parlare del progetto su scala ridotta. Anche Austria e Bulgaria, che liquidò il progetto dopo l'”amichevole” visita di McCainistan, ed ora vi sembra interessata, soprattutto perché un presidente filo-russo è stato eletto a novembre. Vojislav Vuletic, il capo dell’agenzia del gas serba, dice senza mezzi termini: “Tutto indica che l’Europa è libera dagli Stati Uniti, permettendo il South Stream“. Diamine, che confessione. Scommettiamo che i media specializzati non diranno un tubo? L’amico Vojislav sarebbe ottimista, ma è chiaro che qui come altrove, il reflusso imperiale lascia ora delle possibilità insospettate fino a ieri. Se i vassalli euronullità preferiscono ancora aggrapparsi alla solita assurdità, testimone l’incredibile bravata del commissario europeo per l’energia (“il trasferimento del gas del Caspio sul mercato europeo diventa realtà“), semplicemente perché Azerbaigian, Turkmenistan, UE e Turchia creano un gruppo di lavoro sul tema; mentre il primo non ha gas e il secondo non lo darà mai, il principio di realtà alla fine prevale. La realtà è che la domanda europea di oro blu aumenta, facendo dire a Gazprom, con abbastanza rilevanza, che Nord Stream II e TurkStream non bastano a soddisfare la crescente domanda del vecchio continente. La storia convincerà sulla necessità di un nuovo gasdotto (South Stream o TurkStream II)? Non è impossibile… annunciammo qualcosa del genere due anni fa. Si noti inoltre che la rotta del TurkStream lascia la porta aperta (freccia nera) a una piccola spinta verso Eurolandia se Bruxelles infine decide di rinsavire dal proprio leggendario masochismo…
E’ un caso che il senato degli Stati Uniti, garante del sistema imperiale, ora che la Casa Bianca “è passata al nemico”, abbia approvato nuove sanzioni contro Mosca che influenzerebbero le aziende europee che partecipano ai progetti gasiferi russi? “Germania e Austria denunciavano la votazione del senato degli Stati Uniti di nuove sanzioni contro Mosca. Berlino e Vienna notano che tali misure punitive, in caso di successo, colpirebbero le aziende europee coinvolte nei progetti energetici in Russia, tra cui il gasdotto Nord Stream 2, con multe per infrazione della legge degli Stati Uniti. I senatori degli Stati Uniti approvavano all’unanimità, con 97 voti contro 2, un emendamento per punire la Russia per la presunta ingerenza nella campagna elettorale degli Stati Uniti nel 2016, l’annessione della Crimea nel 2014 e il suo sostegno al governo siriano. L’emendamento è parte di una legge sulle sanzioni contro l’Iran, a sua volta adottata con 98 voti contro due, del repubblicano Rand Paul e di Bernie Sanders del gruppo democratico. Il progetto deve ancora essere approvato dalla Camera dei Rappresentanti e promulgato dal presidente Donald Trump. In una dichiarazione congiunta, il capo del ministero degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel e il cancelliere austriaco, Christian Kern denunciavano la decisione che, dicono, minaccia le forniture di gas russo per l’Europa. “Le sanzioni politiche non dovrebbero essere collegate agli interessi economici”, dicono i due. “Minacciare le aziende di Germania, Austria e altre europee con multe dagli Stati Uniti, se partecipano a progetti energetici come il Nord Stream 2, aggiunge una nuova dimensione negativa alle relazioni tra Stati Uniti ed Europa”, affermando di sostenere gli sforzi del dipartimento di Stato degli USA per modificare le sanzioni. I partner dell’Europa occidentale di Gazprom, ad aprile, conclusero un accordo sul finanziamento del progetto di gasdotto russo per 9,5 miliardi di euro. Nel corso della firma a Parigi, Uniper, BASF Wintershall, Shell, OMV e Engie accettavano di finanziare il 10% del progetto con 950 milioni di euro. Gazprom da parte sua sosterrà metà del finanziamento del gasdotto, che dovrebbe passare nel Mar Baltico ed avviarsi nel 2019“.
Diverse osservazioni:
– Il dipartimento di Stato cerca di alleviare tale progetto di sanzioni che deve ancora passare alla Camera dei Rappresentanti e alla Casa Bianca. Non è ancora detto nulla.
– L’opposizione antisistema si ritrova da entrambi i lati (Sanders, Paul). Alla Camera dei rappresentanti, la deliziosa Tulsi farà sicuramente sentire la sua voce.
– Nonostante l’ipocrisia (le euronuillità non protestarono quando Obama decise di sanzionare a catena), la reazione di Berlino e Vienna è molto interessante. Avevamo conosciuto una Frau Milka più vendicativa, ecco improvvisamente trasformarsi in amorevole dolce colomba che si lamenta di non poter commerciare liberamente con la Russia…All’altra estremità dell’Eurasia, la casella di nord-est è sempre più importante. Ne avevamo già accennato brevemente: “Il gasdotto Skorovodino-Daqing, aperto nel 2011, ha visto passare dall’inizio 100 milioni di tonnellate, pari a circa 400000 barili al giorno. E’ parte dell’enorme complesso ESPO (East Siberia-Pacific Ocean) che potrebbe presto ridisegnare la mappa energetica dell’Asia orientale con i suoi tentacoli verso Corea e Giappone, tanto più che la fonte ha un futuro luminoso. Di passaggio, si noti l’assoluta importanza strategica che riceve l’Asia del Nord, un punto su cui tornare presto”. Promesso, promesso… Intanto, parallelamente alla rete dei gasdotti che già dilaga nella regione, Gazprom valuta la possibilità di costruire un gasdotto per il Giappone. Non c’è dubbio che si collegherà al titanico Potenza della Siberia ben avviato verso la Cina. L’orso e il dragone cominciano discussioni specifiche sull’ordine del giorno dell’invio di oro blu a partire dal 2019. Bene, bene, lo stesso anno il Nord Stream II dovrebbe avviarsi.
Russia – Europa (Nord Stream I e II, TurkStream e varianti), Russia – Cina (Potenza della Siberia, Altaj per ora in attesa), Russia – Giappone forse, e forse anche Russia – India? Come affermava il Ministro dell’Energia, il flemmatico Novak. Eppure ci sarebbe abbastanza per perdere la pazienza: l’Eurasia nel complesso è irrigata dagli idrocarburi russi, emarginando l’impero statunitense. Incubo della coppia Mackinder-Spykman e del dottor Zbig che li ha appena raggiunti. Detto questo, il progetto indo-russo è ancora poco chiaro, e per una buona ragione. Le sfide geografiche (Pamir, Himalaya) e geopolitiche (Pakistan e Cina) sarebbero enormi. Ma forse è proprio ciò che serve per la Cooperazione di Shanghai, dove India e Pakistan sono entrati. Dialogo, relazioni rilassate, a poco a poco cancellano le frizioni.
Che ne è del cugino dell’oro blu? Se il petrolio russo dovrebbe presto salpare per l’Uzbekistan (i due Paesi cooperano già nel settore del gas) attraverso il Kazakistan, stringendo ulteriormente i contatti eurasiatici, la grande novità è la firma dell’accordo tra Mosca e il governo regionale del Kurdistan (KRG) dell’Iraq: “Nell’ambito del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, Rosneft, il gigante petrolifero russo, ha detto di aver firmato accordi con il governo regionale del Kurdistan iracheno, che daranno ampio accesso all’importante sistema del traffico petrolifero regionale, dalla capacità di 700000 barili al giorno. Entro la fine del 2017, questa capacità dovrebbe superare il milione di barili al giorno. Questi accordi furono firmati dal CEO di Rosneft Igor Setchin e dal ministro delle Risorse Naturali del Governo Regionale del Kurdistan Ashti Hawramijuste poco prima dell’incontro tra il Presidente Vladimir Putin e il primo ministro del Kurdistan iracheno Nechirvan Barzani. Secondo questi accordi, la società russa avrà accesso a “una delle regioni più promettenti del mercato globale dell’energia, che attualmente sviluppa giacimenti stimati in circa 45 miliardi di barili di petrolio e 5,66 triliono di metri cubi di gas (secondo il dipartimento delle Risorse Naturali del governo regionale del Kurdistan)”, affermava Rosneft. “Questo importante contratto offre condizioni favorevoli a Rosneft. Perciò accediamo a un vasto gasdotto che si estende dal Kurdistan alla Turchia. È un contratto ventennale”, affermava il portavoce di Rosneft Mikhail Leontev. “E’ un investimento strategico in una delle regioni più strategicamente sviluppate del mondo. Altri investitori, come gli Stati Uniti, vogliono accedervi. Il Kurdistan è molto promettente nella produzione petrolifera e vuole diversificarne la produzione”, aggiungeva”. Questa notizia, ultimo esempio della crescente forte influenza della Russia in Medio Oriente dall’intervento in Siria, è stato un colpo di fulmine per via delle importanti ramificazioni geopolitiche. L’emergere di Rosneft, che ora acquista petrolio curdo per inviarlo via gasdotto e raffinarlo in Germania, nel cortile di turchi e statunitensi, è interessante per diversi aspetti. Per il KRG è una spinta nel contesto del proposto referendum sull’indipendenza, il 25 settembre che, non a caso, tutti gli Stati della regione hanno duramente criticato. Ciò non mette tutti i barili nello stesso paniere e rende meno dipendenti da Ankara e Washington, ma è comunque gradito nel complesso gorgo del Medio Orientale. Da parte russa è certamente un magnifico colpo, ma ci si può ancora interrogare sul relativo “tradimento” verso Baghdad. Il Cremlino aveva l’abitudine di discutere con il governo centrale e con le regioni, se autonome. Uno degli osservatori intervistati ha detto che la Russia si aspetta la divisione dell’Iraq in tre regioni federali, quindi interagisce meno con Baghdad da qualche tempo.
Si comprenderà meglio l’irruzione di Mosca in questa regione altamente strategica leggendo due vecchie note. La prima: “L’oleodotto Iraq-Turchia è stato il bersaglio di un attacco del PKK, due giorni dopo l’esplosione del gasdotto iraniano (di cui abbiamo parlato qui). Se Ankara non placa la crociata contro il movimento curdo, la Turchia rischia di essere esclusa da tutte le fonti di energia diverse da quella russa. I gasdotti da Iran, Iraq e persino il BTC dall’Azerbaigian e dalla Georgia attraversano le aree curde. Nel grande gioco energetico, questi oleogasdotti non russi sono l’unica speranza per gli Stati Uniti d’impedire alla Russia di rifornire l’Europa. Non c’è dubbio che gli ultimi sviluppi del conflitto turco-curdo siano seguiti con molta attenzione da Mosca e Washington. Una volta di più, i russi sono interessati a che la situazione si aggravi, gli statunitensi che si plachi”. Si comprenderà, i russi hanno più di un interesse a che il PKK non faccia saltare gli oleodotti nella regione, per ora… La seconda: “Il mondo si è svegliato con la straordinaria notizia dell’incursione di un battaglione turco e due dozzine di carri armati nel nord dell’Iraq, nella regione autonoma del Kurdistan… per addestrare combattenti curdi in lotta contro lo SIIL! Uno sguardo al calendario mi rassicura: non è il 1° aprile. Allora, cosa fanno davvero i soldati turchi presso Mosul? In realtà, la storia non è così aberrante come sembra. Va innanzitutto ricordato che il Kurdistan iracheno è polarizzato tra due tendenze inconciliabili: da un lato il PUK di Talabani, filo-PKK e YPG, e contrario senza compromessi allo SIIL; dall’altro il KDP di Barzani, non in cattivi rapporti con Ankara, e neanche non molto tempo prima (2014) con lo SIIL. (Presto faremo un punto sulle forze nel triangolo Iraq-Turchia-Siria e nel Kurdistan, perché la situazione è in realtà piuttosto complicata, come spesso in Medio Oriente). L’accordo fu firmato il 4 novembre durante la visita del ministro degli Esteri turco ad Irbil, dove regna Barzani; ciò incluse la creazione di una base permanente turca nella regione di Mosul per aiutare i peshmerga curdi contro lo SIIL. Bene, bene, è proprio qui che passa l’oleodotto Kirkuk-Ceyhan… Questo è l’oleodotto che il PKK (avversario di turchi e Barzani, va ricordato) fece esplodere a luglio, come avevamo riferito allora. La base turca quindi deve garantire l’invio dell’oro nero dal Kurdistan? C’è (forse) dell’altro… Una storia molto sorprendente, anche se presa con cautela, è apparsa nei giorni scorsi in seguito allo scandalo del petrolio dello SIIL. Un quotidiano arabo di Londra, di solito abbastanza informato, registrava un traffico di grandi dimensioni dai giacimenti dello SIIL ad Israele tramite gruppi mafiosi locali (curdi e turchi), con il KDP Barzani che fa finta di niente. Non è impossibile visti i compromessi tra costoro, ma ciò resta non dimostrato e le quantità è in ogni modo abbastanza inferiore all’oro nero che scorre nell’oleodotto Kirkuk-Ceyhan. Il fatto, però, merita di essere citato perché, particolare divertente, anche nella zona della prevista base turca, in particolare presso Zaqu, avrebbe luogo tale losco traffico”.
Si tratta dell’intera area che Rosneft si appresta a prendersi…Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina ha iniziato la distruzione del dollaro

Byron King, Reseau International 3 giugno 2017

La Cina cambia i termini del commercio petrolifero con l’Arabia Saudita. In particolare, lavora a un accordo per pagare il petrolio saudita utilizzando lo yuan cinese. Questo sforzo rappresenta una minaccia diretta per la sicurezza del dollaro. Se l’accordo Cina-Arabia Saudita viene concluso, yuan per petrolio, sarà un ulteriore passo verso la tomba del petrodollaro che domina la finanza globale dal 1974. Lo si può vedere nell’articolo di Jim Rickards sull’assalto al dollaro qui. Per ricapitolare, il petrodollaro s’indebolisce perché il dollaro perde potere da valuta di riserva mondiale, similmente alla sterlina a poco a poco caduta in disgrazia durante il declino dell’impero inglese. Il declino può richiedere molto tempo, ma ciò che si vede oggi è un altro passo verso declino e morte del dollaro. Vorrei dirvi come proteggere i vostri beni in dollari dopo aver spiegato questo cambiamento.
Dal 1974, l’Arabia Saudita ha accettato il pagamento di quasi tutte le esportazioni di petrolio, in tutti i Paesi, in dollari. Ciò è dovuto all’accordo tra Arabia Saudita e Stati Uniti ai tempi del presidente Nixon. 15 anni fa la Cina cessò d’essere indipendente sul petrolio e cominciò ad acquistarlo dai sauditi. Come tutti i clienti dei sauditi, la Cina doveva pagare in dollari. Oggi, la Cina paga il petrolio saudita in dollari USA, non yuan, infastidendo i leader cinesi. Dal 2010, le importazioni di petrolio della Cina sono raddoppiate. Secondo Bloomberg News, la Cina ha superato gli Stati Uniti come primo importatore di petrolio al mondo. Ecco una tabella che mostra l’andamento.Mentre la Cina importa sempre più petrolio, l’idea di pagarlo in yuan e non in dollari è sempre più cruciale. La Cina non vuole utilizzare dollari per comprare petrolio, così comincia a premere sui sauditi sulla natura del denaro da utilizzare nelle operazioni per il loro petrolio. La Cina lo fa abbassando regolarmente l’acquisto di petrolio dai sauditi. Allo stato attuale, i tre maggiori fornitori di petrolio della Cina sono Russia, Arabia Saudita e Angola. Dietro questi tre fornitori v’è una combinazione di fonti, con Iran, Iraq e Oman che contribuiscono a diversificare gli approvvigionamenti di petrolio della Cina. Negli ultimi anni, la Cina è passata ad acquistare petrolio al di fuori dell’Arabia Saudita, e le esportazioni di petrolio della Russia sono aumentate dal 5% al 15% del totale della Cina. La Cina importa più petrolio da Russia, Iran, Iraq e Oman; e meno dall’Arabia Saudita. La quota delle importazioni cinesi dall’Arabia Saudita è scesa da oltre il 25% nel 2008 a meno del 15% attuale. Nel frattempo, i concorrenti dei sauditi, Russia, Iran, Iraq e Oman, vendono più petrolio alla Cina. L’Arabia Saudita vuole invertire la tendenza al ribasso nel commercio di petrolio con la Cina. Tuttavia, questi grandi flussi di petrolio non si verificano nel vuoto. C’è una buona ragione per cui le vendite di petrolio russo alla Cina aumentano. Come vedrete nell’articolo di Nomi, commercio e servizi finanziari sono spesso strettamente legati. Negli ultimi anni, la Cina ha rafforzato i rapporti commerciali con la Russia; oggi la Cina paga il petrolio russo in yuan. La Russia, a sua volta, usa lo yuan per comprare merci dalla Cina. Oltre agli scambi di merci, negli ultimi sei mesi la Russia ha istituito una filiale della Banca di Russia a Pechino. Quindi, la Russia può utilizzare i suoi yuan cinesi per comprare oro sulla Borsa di Shanghai. In un certo senso, il commercio del petrolio sino-russo è ora sostenuto dal “gold standard”. In futuro, l’Arabia Saudita sarà sempre più esclusa dal mercato petrolifero cinese, se non vende il petrolio in yuan. Ma per farlo, i sauditi devono allontanarsi dal dollaro USA e dai petrodollari, se vuole mantenere e aumentare l’accesso al mercato del petrolio della Cina. Ne sapremo di più sulla probabilità di tale scenario dopo il tour di Donald Trump in Medio Oriente. Se l’Arabia inizia ad accettare yuan per il petrolio, tutte le carte saranno contro i petrodollari. I petroyuan cambiano le dinamiche monetarie dei flussi energetici globali. Credo che il dollaro USA sarà gravemente indebolito con questa nuova fase.
Gran parte delle informazioni sul petroyuan è pubblica. Eppure, per qualche strana ragione, c’è una forma di cecità nei politici e media occidentali sulle implicazioni del petroyuan. L’idea è così “assurda” che molti politici preferiscono ignorarla. L’evitano in modo totale. Ma potrebbero svegliarsi una mattina nel bel mezzo di una massiccia crisi valutaria in cui il valore del dollaro è in calo e il prezzo in dollari del petrolio alle stelle. Jim e io consigliamo vivamente di destinare il 10% del vostro portafoglio ad investimenti sui metalli preziosi.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La nuova Via della Seta rafforza la posizione la Cina

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 31.05.2017

Nel processo di rafforzamento dell’influenza, la Cina sviluppa la cooperazione coi vicini, cercando d’impegnarsi economicamente con tutti gli Stati della regione. A capo di questi Stati vi sono i Paesi aderenti all’ASEAN. Per l’integrazione economica con questi Paesi e garantirsene la presenza, la Cina elabora piani che impiegano il metodo ben rodato ed efficace della costruzione di reti ferroviarie sui loro territori. Nell’ambito dell’iniziativa Fascia e Via, la Cina intende coprire la regione sudorientale (SEA) con una fitta rete ferroviaria e collegarla al proprio sistema di trasporto. Lo Stato che occupa un posto speciale tra i partner regionali della Cina è il Regno di Thailandia. Di tutti gli Stati dell’Indocina, strategicamente importante per la Cina, la Thailandia è la più sviluppata. La Thailandia è anche membro influente dell’ASEAN. Allo stesso tempo, la posizione geografica della Thailandia può consentire alla Cina di attuare soluzioni efficaci per una serie di compiti importanti legati alla sicurezza energetica e all’attuazione del progetto Belt and Road Initiative. È opinione pubblica che l’ambizioso progetto cinese sia dall’origine volto a coprire il mondo con una rete di vie commerciali. Secondo il progetto, la Cina costruisce reti ferroviarie in Eurasia ed Africa, senza dimenticare l’America del Sud. Il progetto “Sea Silk Road” si basa principalmente sul successo dello sviluppo della navigazione lungo le coste meridionali dell’Eurasia e nel mondo. La maggior parte dei trasporti marittimi nel mondo avviene attraverso diversi canali che fungono da porte che collegano i principali porti degli oceani e dei mari del mondo, tra cui canale di Suez, stretto di Malacca e canale di Panama. La via alternativa per evitare tali “porte sul mare” è troppo lunga e costosa. Tuttavia, la Cina non punta a controllarle. Per garantirsi la piena navigazione in qualsiasi circostanza, la Cina intende costruire nuovi canali paralleli e vicini a quelli tradizionali, ma controllati dalla Cina o da suoi alleati. Con questo progetto, la Cina prepara piani per costruire un canale in Nicaragua che sarà alternativo al Canale di Panama. Un’alternativa allo Stretto di Malacca sarebbe un canale che attraversa l’istmo tailandese di Kra, anche se il processo decisionale del governo thailandese si trascina, dato che la costruzione è ancora in discussione. Tuttavia, in caso di proseguimento e sviluppo delle relazioni sino-tailandesi, il canale potrebbe essere reso obsoleto ed essere sostituito dalle ferrovie.
È noto che l’inconveniente principale per la Cina riguardo lo stretto di Malacca è che attraverso esso, tra Indonesia, Malaysia e Singapore, petrolio e gas naturale liquefatto (LNG) provenienti dal Medio Oriente arrivano in Cina sulle petroliere. Perciò la chiusura del canale (ad esempio, in caso di tensioni nel Mar Cinese Meridionale) minaccerebbe la sicurezza energetica della Cina. Tuttavia, l’LNG inviato dal Medio Oriente all’Oriente può arrivare anche in Cina. Le navi provenienti dai Paesi arabi possono scaricare nei porti del Myanmar, altro importante Stato dell’Indocina confinante con la Cina e con cui opera attivamente in vari settori. Un gasdotto è già stato costruito per rifornire attraverso il Myanmar la Cina. Se per qualche motivo il transito dal Myanmar fosse impossibile, ci si potrebbe anche accordare con Thailandia e Laos, ed anche se questa rotta è più complicata che in Myanmar, rimane fattibile. La Cina pensa a crearsi la propria sicurezza energetica ed attuarne senza ostacoli l’invio quale maggiore obiettivo, per cui deve aumentare l’influenza sulla penisola d’Indocina, in particolare in Myanmar e Thailandia. Per avere una presenza permanente in Indocina ed esserne il principale partner, la Cina ha deciso di creare una rete ferroviarie nella regione e di collegarla con il sistema ferroviario cinese. Le stesse ferrovie permetteranno anche il trasporto di merci via mare. Nel dicembre 2014 fu firmato un memorandum in cui Cina e Thailandia s’impegnavano a cooperare nell’attuazione del piano 2015-2022 per lo sviluppo dell’infrastruttura tailandese. Nel dicembre 2015 i media riferirono la costruzione della ferrovia ad alta velocità “Cina-Thailandia” lunga più di 800 km, dalla capitale tailandese Bangkok alla città di Nong Khai, al confine con il Laos, dove si collega con la Via Cina-Laos. Il progetto doveva essere attuato su standard e tecnologie cinesi. La Cina aveva anche partecipato al finanziamento del progetto. Nel marzo 2017, la leadership tailandese annunciava un piano decennale per l’aggiornamento dell’infrastruttura ferroviaria tailandese. Secondo questo piano, le ferrovie thailandesi dovranno essere ampliate di 2,5 volte raggiungendo i 10000 chilometri. Lo scopo della modernizzazione è rafforzare la rete con altri Paesi del Sud-Est asiatico, aumentare il traffico merci nel Paese e iniziare il traffico merci attraverso il territorio della Thailandia. La partecipazione della Cina al progetto non fu segnalata, ma risponde pienamente ai piani cinesi per creare un sistema di trasporto unificato.
La creazione della rete ferroviaria nel Sud-Est asiatico e l’adesione al progetto Belt and Road Initiative sono misure che presto inizieranno a produrre frutti per l’ASEAN. Dato questo, il traffico di merci dall’Asia sudorientale all’Europa attraverso Cina e Kazakistan inizierà presto. Nel marzo 2017, i rappresentanti della società vietnamita Vietnam Railway parteciparono ad una riunione dell’Organizzazione per la cooperazione delle ferrovie nella capitale del Kazakistan, Almaty. Durante il viaggio, la delegazione vietnamita visitò la zona libera economica ‘Khorgos’, sul confine sino-kazako. La ferrovia Cina-Kazakistan attraversa questo importante centro logistico. Già nel 2017, i treni provenienti dal Vietnam l’attraversavano creando una nuova via di trasporto tra Sud-Est asiatico, Asia centrale ed Europa. Negli anni del progetto Belt and Road Initiative e dei suoi sottoprogetti “Nuova Via della Seta” e “Via della Seta del XXI secolo”, l’aspetto di tali lunghe rotte non stupisce più. Sembra che la Cina sia vicina all’obiettivo di creare un sistema dei trasporti mondiale. Il compito di rafforzare le posizioni nel Sud-Est asiatico sarà anche realizzato. Va notato che la rete ferroviaria che collega l’Asia sud-orientale con la Cina e altri Paesi avrà indubbiamente un ruolo importante nello sviluppo economico della regione.Dmitrij Bokarev, esperto politologo, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e India: 70 anni insieme

Vladimir Putin, The Times of India, 30 maggio 2017KremlinQuest’anno celebriamo l’anniversario di un evento veramente storico. Settant’anni fa, il 13 aprile 1947, i governi dell’URSS e dell’India annunciavano la decisione d’istituire missioni ufficiali a Delhi e a Mosca. Questo passo da parte nostra logicamente seguiva il nostro corso nell’aiutare l’India nella strada verso la liberazione nazionale e contribuì a rafforzarne l’indipendenza. Nei decenni seguenti, la nostra partnership bilaterale s’è ulteriormente intensificata e rafforzata, senza mai essere oggetto di opportunismi. Le relazioni uguali e mutualmente vantaggiose dei due Stati si sono sviluppate costantemente. Questo è abbastanza naturale. I nostri popoli hanno sempre avuto reciproca simpatia e rispetto per i rispettivi valori spirituali e culturali. Oggi possiamo essere orgogliosi di ciò che abbiamo raggiunto. Con l’assistenza tecnica e finanziaria della Russia, si crearono i pionieri dell’industrializzazione indiana: i complessi metallurgici di Bhilai, Visakhapatnam e Bokaro, l’impianto minerario di Durgapur, la centrale termoelettrica di Neyveli, l’impianto elettromeccanico di Korba, quelli per gli antibiotici di Rishikesh e farmaceutico di Hyderabad. Gli scienziati e gli accademici sovietici e poi russi parteciparono alla creazione di centri di ricerca e istruzione in India, come l’Istituto Indiano di Tecnologia di Bombay e gli istituti di ricerca dell’industria petrolifera di Dehradun e Ahmedabad. Siamo orgogliosi dei nostri specialisti che contribuirono a sviluppare il programma spaziale dell’India. Grazie a questa feconda cooperazione bilaterale, nel 1975 fu lanciato il primo satellite dell’India, Aryabhata, e il cittadino indiano Rakesh Sharma andò nello spazio nel 1984 come membro dell’equipaggio della Sojuz T-11.
Nell’agosto 1971 i nostri Paesi firmarono il Trattato di pace, amicizia e cooperazione, definendo i principi fondamentali delle relazioni bilaterali, come il rispetto della sovranità e degli interessi, il buon vicinato e la convivenza pacifica. Nel 1993 la Federazione Russa e la Repubblica dell’India confermarono l’inviolabilità di questi principi fondamentali nel nuovo Trattato di pace, amicizia e cooperazione. La Dichiarazione sul partenariato strategico firmato nel 2000 prevede un coordinamento stretto negli approcci per garantire pace e sicurezza internazionali e la soluzione dei pressanti problemi globali e regionali. I vertici annuali sono pratica consolidata nelle relazioni bilaterali indiano-russe che permettono di discutere tempestivamente sugli sforzi per conseguire i nostri obiettivi e fissare obiettivi a lungo termine. A inizio giugno, avremo un altro vertice con il Primo ministro Narendra Modi a San Pietroburgo e dovrebbe partecipare al Forum economico internazionale di San Pietroburgo, in cui l’India parteciperà per la prima volta come partner. Il quadro giuridico comprende più di 250 documenti aggiornati regolarmente. Un lavoro efficace è svolto nelle commissioni intergovernative sulla cooperazione nel commercio e nell’economia, nella scienza e nella tecnologia, nonché nella cultura e nel settore militare-tecnico. I ministeri degli Esteri, gli uffici del consiglio di sicurezza e i ministeri interessati mantengono un dialogo continuo. I legami interparlamentari e interregionali, nonché i contatti commerciali e umanitari si sviluppano attivamente. Viene inoltre rafforzata la cooperazione militare: le manovre congiunte terrestri e navali si svolgono regolarmente.
La cooperazione nell’uso pacifico dell’energia atomica è una delle componenti fondamentali del rapporto tra India e Russia. La costruzione della centrale nucleare di Kudankulam con la nostra assistenza è un progetto di punta in questo campo. Nel 2013 fu attivato il primo reattore nucleare. Nell’ottobre 2016, la seconda unità fu consegnata agli indiani ed iniziò la costruzione delle terza e quarta unità. Tutto ciò contribuisce all’attuazione dei piani di sviluppo dell’energia nucleare in India che prevedono la costruzione di almeno 12 unità entro il 2020. Tali obiettivi sono definiti da un documento congiunto, la Visione strategica per rafforzare la cooperazione India-Russia sull’uso pacifico dell’energia atomica. Abbiamo intenzione di condividere ulteriormente con l’India tecnologie più avanzate in questa importante industria e contribuire a migliorarne la sicurezza energetica. La collaborazione nel settore energetico convenzionale si sviluppa con successo. L’acquisto delle azioni della società russa “Vankorneft” effettuato da un consorzio indiano è il maggiore accordo bilaterale nel settore petrolifero. Attualmente sono considerate le possibilità di partecipazione delle imprese indiane ai progetti congiunti di esplorazione e produzione di idrocarburi nei fondali dell’Artico russo. Ci sono anche buone prospettive per la cooperazione nell’energia solare, nella modernizzazione delle centrali elettriche esistenti e nella costruzione di nuove nel territorio dell’India. Grandi progetti vengono realizzati nelle industrie metalmeccanica, chimica e mineraria, aeronautica, farmaceutica e medica. Una delle priorità è promuovere il commercio e migliorarne la struttura, nonché stimolare l’attività economica delle nostre comunità imprenditoriali. Mi riferisco al miglioramento della cooperazione industriale e all’aumento delle forniture di prodotti ad alta tecnologia, creando un ambiente migliore per gli affari e gli investimenti, utilizzando sistemi di pagamenti in valute nazionali. La decisione di avviare i negoziati su un accordo di libero scambio tra Unione economica eurasiatica e India, adottata nel dicembre 2016, è particolarmente importante. Sono state esplorate le possibilità di creare il corridoio internazionale dei trasporti nord-sud. Tutti questi fattori dovrebbero promuovere lo sviluppo della nostra cooperazione bilaterale e regionale. Per favorire l’afflusso reciproco di capitali, è stato istituito un gruppo di lavoro sui progetti d’investimento prioritari nell’ambito della commissione intergovernativa sul commercio, la cooperazione economica, scientifica, tecnologica e culturale. Sono stati scelti i 19 progetti più promettenti. La Russia s’è impegnata a partecipare nel programma a lungo termine “Make in India” avviato dal Primo ministro Narendra Modi. I nostri Paesi collaborano intensamente alla produzione di armi multiruolo ed equipaggiamenti militari. La coproduzione del missile supersonico da crociera “BrahMos” è il nostro orgoglio. Dal 1960, il valore complessivo dei contratti nel quadro della cooperazione militare e tecnica ammonta ad oltre 65 miliardi di dollari, mentre il portafoglio ordini nel 2012-2016 superava i 46 miliardi di dollari.
India e Russia sono partner paritari negli affari internazionali. I nostri Paesi sostengono l’istituzione di un sistema democratico multipolare nelle relazioni internazionali basato sul rigoroso rispetto dei principi del diritto e del ruolo centrale dell’ONU. Siamo disposti ad affrontare congiuntamente sfide e minacce del XXI secolo, promuovendo l’agenda unica e contribuendo a mantenere la sicurezza globale e regionale, interagendo efficacemente nei BRICS, associazione che grazie ai nostri sforzi collettivi aumenta di peso e influenza. A giugno, l’India aderirà a pieno titolo alla Shanghai Cooperation Organization, potenziandola notevolmente. India e Russia collaborano anche nel G20 e in altri formati internazionali. Vorrei anche rilevare che i nostri Paesi coordinano strettamente le posizioni su questioni complesse come la soluzione della situazione in Siria e la stabilità nella regione del Medio Oriente e Nord Africa, contribuendo in modo significativo al processo di riconciliazione nazionale in Afghanistan.
Sono convinto che l’enorme potenziale della cooperazione tra le due grandi potenze sarà ulteriormente esplorato a beneficio dei popoli di India e Russia e della comunità internazionale in generale. Abbiamo tutto il necessario per raggiungere questo obiettivo: volontà politica delle parti, vitalità economica e priorità globali condivise. Tutto questo si basa sulla gloriosa storia dell’amicizia indiano-russa. Sfruttando questa opportunità, vorrei trasmettere i migliori auguri ai cittadini dell’amica India.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Eurasia energetica

Chroniques du Grand Jeu 24 maggio 2017

L’integrazione energetica dell’Eurasia farà sudare freddo Washington…Le importazioni di petrolio russo dell’India sono esplose nel 2017. Mentre i dati consueti erano modesti, non superando mai le 500000 tonnellate all’anno (cioè 10000 barili al giorno), nei primi cinque mesi di quest’anno hanno già raggiunto il milione di tonnellate. Causa, i tagli di produzione dell’OPEC per alzare il prezzo dell’oro nero, nonché la disputa su un giacimento iraniano. Gli esperti non vedono alcuna ragione per cui la tendenza muti nel prossimo futuro, in particolare con Rosneft pronta a comprare la compagnia indiana Essar Oil, specializzata nelle raffinerie. Certamente le basi geografiche, distanza, Pamir e Himalaya, Pakistan, impedivano alla Russia di essere tra i principali fornitori di Krishna, almeno di petrolio (il gas è un’altra questione):
Alcun problema del genere tra Russia e Cina, la cui luna di miele energetica non conosce nuvole soprattutto perché si aggiunge ai megaprogetti delle nuove Vie della Seta cinesi. Russi e sauditi concorrono per il primo posto da fornitore del dragone insaziabile, con in filigrana il futuro del petrodollaro, quindi della potenza statunitense. Il viaggio faraonico dei Saud di marzo, a quanto pare, non ha avuto l’effetto desiderato; per il secondo mese consecutivo, l’orso ha superato il cammello quale primo fornitore dell’oro nero del Regno di Mezzo, con 11500000 di barili al giorno contro 963000. Il gasdotto Skorovodino-Daqing, avviato nel 2011, ha visto dalla nascita passare 100 milioni di tonnellate, circa 400000 barili al giorno. Rientra nell’enorme complesso ESPO (East Siberia-Pacific Ocean) che potrebbe presto ridisegnare la mappa energetica dell’Asia orientale con i suoi tentacoli verso Corea e Giappone, tanto più che la sua fonte ha un futuro luminoso. Si noti di passaggio l’assoluta importanza strategica che riceve l’Asia del Nord, un punto su cui torneremo presto.
Infine, dall’altro lato della scacchiera eurasiatica, le forniture di Gazprom alla Turchia sono aumentate del 26%, per oltre 10 miliardi di mc nei primi quattro mesi dell’anno. Come i complici europei che tuttavia detesta, il sultano è sempre più dipendente dall’oro blu russo. E dire che il Turkstream, la cui costruzione è appena iniziata, non è nemmeno operativo…Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora