19 settembre 2016: si prepara un attentato false flag a Barcellona?

El Robot Pescador, 19 settembre 2016La questione è grave: si prepara un attacco sotto falsa bandiera nella città di Barcellona? Sappiamo che a molte persone, specialmente i nostri lettori spagnoli, la domanda del titolo potrebbe sembrare assurda. Forse molti sono spaventati o addirittura oltraggiati. Pertanto, voglio chiarire fin dall’inizio, ciò che mostriamo in questo articolo è solo speculazione. Ripetiamo: SPECULAZIONE. L’unica cosa che intendiamo seguire è, come abbiamo già fatto, immaginare o concepire possibili scenari ipotetici futuri, ragionando sulle possibilità di tali ipotetici scenari e decidere chi possano favorire e perché. Pertanto, chiediamo ai nostri lettori di mettere da parte i loro pregiudizi ideologici e leggere l’articolo nel modo più freddo e distante possibile. A questo punto, le persone più aperte alle teorie della cospirazione (e quindi alla storia reale e non quella manipolata) sono consapevoli che molti degli attentati terroristici visti negli ultimi anni, soprattutto nel mondo occidentale, in realtà nascondono operazioni sotto falsa bandiera utili a certe agende nascoste. Dopo ogni attentato islamico, la reazione (apparentemente logica e giustificabile) delle autorità è aumentare controlli e vigilanza sulla popolazione andando verso la creazione di un vero Stato di polizia. Inoltre, ogni attentato serve a giustificare, nei Paesi colpiti e alleati, l’intervento militare in aree come Medio Oriente o Africa. È pertanto prevedibile che non passi troppo tempo per vedere un nuovo attentato dello Stato islamico negli Stati Uniti e in Europa. La posizione di tale eventuale attentato ipotetico, sotto falsa bandiera, non sarebbe casuale, ma osserverebbe una serie di interessi cercando di conseguire diversi obiettivi simultaneamente (ciò che comunemente chiamiamo “prendere due piccioni con una fava”). Ebbene, se fosse così, se ci fosse un attentato sotto falsa bandiera in occidente con cui aumentare il controllo sulla popolazione e giustificare nuovi interventi militari, e se tale evento cercasse di trarre una serie di vantaggi per vari attori interessati, allora dobbiamo avvertire che vi sono abbastanza indicazioni per pensare che possa avvenire in Spagna e, più in particolare a Barcellona. Su cosa ci basiamo per pensarlo?L’idea viene inoculata nell’immaginario pubblico
La base della manipolazione
Per settimane l’idea che un attentato in Spagna, e in particolare a Barcellona, riceveva segnalazioni continue; lo scopo era porre le basi per una certa narrazione ufficiale nel caso in cui l’attentato infine avvenisse. Per cominciare, lo Stato islamico ha esplicitamente minacciato la Spagna, con l’idea di “riconquistare al-Andalus”. A questo va aggiunto che lo Stato islamico ha iniziato a pubblicare video in spagnolo, esprimendo l’intenzione di svolgere attività sul territorio spagnolo, in Spagna e America Latina. Ma se c’è una città che sembra adatta all’obiettivo dei terroristi, è Barcellona, perché al momento è una città turistica di prim’ordine, attirando centinaia di migliaia di turisti ogni anno da tutto il mondo. Pertanto, un attentato a Barcellona avrebbe un impatto particolare sulla mentalità collettiva occidentale. Come affermato in un articolo di El Periodico: “Barcellona è diventata negli ultimi anni una città nota in tutto il mondo. Sia per la sua attrazione come meta turistica sia per l’impatto dei media di Barça, la capitale catalana icona mondiale. E agli occhi dei jihadisti, ne fa un obiettivo prioritario, in quanto cercano di colpire siti dal grande impatto internazionale“.

La base reale
Diciamo che la Catalogna, di cui Barcellona è la capitale, ospita quello che è considerato uno dei nuclei più importanti dei centri jihadisti e di radicalizzazione islamica d’Europa, in gran parte grazie alla notevole immigrazione musulmana.
Infatti, negli ultimi mesi, le notizie su questo fatto sono sempre più continue sui media.
Così, la popolazione ha già considerato plausibile la possibilità di un attentato in città.
– In primo luogo, perché lo Stato islamico mira alla Spagna.
– In secondo luogo, perché la Catalogna e soprattutto Barcellona e dintorni sono centri di grande attività islamica.
Pertanto, le basi dell’argomento sono solide per “giustificare” un possibile attentato terroristico, presenti da mesi nella fantasia popolare (anche se tutto questo nasce da una realtà plausibile).

Gli inquietanti precedenti
Ma a tale base va aggiunta una successione di “notiziole” avutesi nelle ultime settimane, fornite periodicamente alla popolazione, forse per prepararla a livello semi-inconscio a qualunque possibile attentato terroristico in qualsiasi momento. Qui offriamo alcuni esempi…
– Video dello Stato islamico presenta la Sagrada Familia quale obiettivo jihadista.
La Vanguardia (08/08/2016)
Lo Stato islamico mira alla Sagrada Familia
La basilica di Barcellona appare in un video dello SIIL in Libia insieme ad altri monumenti europei. Lo Stato islamico ha identificato come suo obiettivo la Sacra Famiglia di Barcellona. Uno dei produttori in Libia del gruppo terroristico ha diffuso un’immagine in cui sono mescolati alcuni simboli del mondo occidentale suscettibili di attacchi dell’organizzazione jihadista“.

– Strano malinteso nel porto di Barcellona
La Vanguardia (13/09/2016)
L’allarme per la possibilità che Barcellona viva l’imminenza di un attentato jihadista durava praticamente due ore finché la questione, descritta dal comando antiterrorismo come “caso di irresponsabilità e comportamento completamente fuori luogo”, fu chiarita dopo l’intervento armato della Guardia Civile e dei Mossos d’Esquadra. È successo il 6 luglio quando un ragazzo pakistano di 12 anni accompagnato da quattro adulti agitava una pistola facendo il segno della vittoria davanti alle navi ormeggiate nel bacino del porto di Barcellona, mentre i compagni fotografavano la scena soddisfatti. Aveva anche indicato degli elicotteri da turismo che atterravano sul molo facendo il gesto di sparare. Gli adulti avevano registrato la scena. Poi si è scoperto che l’arma ne simulava una reale, ma fin quando la cosa non fu verificata, un settore del porto di Barcellona visse diversi minuti di tensione”.

– Jihadista arrestato a Manresa (vicino a Barcellona)
El Periodico (14-9-2016):
Arrestato a Manresa un pericoloso attivista jihadista. L’arrestato, di nazionalità marocchina, ha sviluppato su Internet un'”attività intensa” di propaganda per lo Stato islamico“.
Come si vede, sono piccole notizie emerse dai media e che, anche se ci sembrano di routine e quasi irrilevanti, agiscono come goccia malese, penetrando nella mente degli spettatori e seminando la possibilità di accettare un attacco terroristico, in modo che, in caso succeda, la prima cosa che la popolazione pensi sia “era previsto”. Tale tecnica dell'”influenza della mente” fu applicata per mesi su altri possibili attentati. Ad esempio, un’altra idea inoculata nella mente della popolazione occidentale e che si evolve lungo linee simili, è un possibile attacco terroristico con componenti nucleari, come una “bomba sporca”. (Non colleghiamo le due cose, chiariamo). Per molti mesi l’idea è apparsa sui media, anche nella narrativa (tv, film), accompagnata da un continuo flusso di notiziole che parlavano di “furto di materiale radioattivo” in varie parti del mondo. Così, anche la mente della popolazione viene assuefatta alla possibilità di un attentato nucleare. Allo stesso modo, la mente della popolazione viene assuefatta a un possibile attentato jihadista in Spagna e più in particolare in Catalogna. Ma poiché questo è un articolo fondamentalmente cospirazionista e speculativo, proponiamo l’ipotesi di un “attentato sotto falso bandiera” a Barcellona, cioè che dietro la facciata islamica ci siano altri interessi effettivamente nascosti, ed è giunto il momento di chiederci: chi potrebbe essere interessato ad un attentato di questo tipo e perché?

Chi sarebbero i beneficiari di un attentato islamista a Barcellona?
Certamente, la risposta a questa domanda è agghiacciante: sarebbero molti a beneficiarne. A questo punto i lettori spagnoli e forse la maggior parte dei latinoamericani saprà dell’esistenza del movimento secessionista della Catalogna, che spinge a separarsi dalla Spagna e a raggiungere quello che chiamano pomposamente “Indipendenza della Catalogna”, (una fallacia piuttosto visibile, perché l’indipendenza nel mondo d’oggi non esiste più). Ebbene, in questo articolo non intendiamo entrare nel tumulto delle fanatiche lotte nazionaliste che porterebbero a discutere dell’indipendenza della Catalogna. È una vera questione avvelenata, in cui entrano in gioco sentimenti d’identità di ogni tipo e in cui la capacità di ragionare viene rapidamente oscurata da ogni tipo di pregiudizi e dal lavaggio del cervello a cui tutti sono esposti fin da piccoli. La questione dell’indipendenza della Catalogna dimostra anche di essere terreno fertile per la mafia e i politici corrotti che ne approfittano, anche se con beneficio a breve termine, pertanto non vi entreremo. Ma al di là delle inclinazioni che i lettori possono avere sull’unità della Spagna o sulle “derive separatiste”, ciò che possiamo concludere, in modo freddo e distaccato, è che il movimento secessionista catalano appare serio e sta entrando in una fase decisiva pericolosa, che teoricamente (se lo si creda o meno) culminerà con un’eventuale indipendenza entro soli 18 mesi (tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018). Pertanto, c’è un problema crescente e pressante che svela gli interessi di diversi attori. E tali attori devono compiere una certa mossa urgente per deragliare il treno separatista catalano, prima che si verifichi una collisione dalle gravi conseguenze, danneggiando molti e vari interessi. E proprio qui entra in gioco la possibilità di un attentato sotto falsa bandiera orchestrato a Barcellona.Possibili beneficiari di un attentato islamista a Barcellona
Il governo spagnolo
Ovviamente, il primo grande beneficiario di un attentato dello Stato islamico a Barcellona sarebbe lo Stato spagnolo, perché probabilmente darebbe un colpo definitivo al processo per la sovranità catalana. Per cominciare, perché un attentato terroristico islamista a Barcellona consentirebbe al governo spagnolo di dimostrare alla popolazione catalana che “la Catalogna è troppo debole e piccola per farvi fronte senza il sostegno dello Stato spagnolo. Ecco il mondo di oggi“. E in caso di attentato, i nazionalisti catalani non potrebbero denunciare “il governo spagnolo incapace di proteggerli”, citando una possibile “incompetenza” dell’esecutivo centrale, poiché Paesi dotati di servizi segreti molto più efficienti, come la Francia, sono stati vittime di attacchi terroristici. Infatti, l’attentato islamista a Barcellona permetterebbe al governo spagnolo di vendere esattamente l’argomento opposto coi suoi potenti media: che il governo catalano avrebbe agito con incompetenza senza sapere proteggere la popolazione, avendo le competenze sulla sicurezza trasferite alla propria polizia autonoma, la Mossos d’Esquadra. Questi medesimi media sarebbero usati per vendere l’idea che la polizia autonoma catalana non collabora adeguatamente con i servizi di sicurezza spagnoli, sostenendo che nasconde informazioni a causa della “deriva separatista” che vive la Catalogna e dei suoi tentativi di staccarsi dalla Spagna. Infatti, questa idea è già stata presentata sui media (nell’esempio seguente ne indichiamo uno vicino all’orbita socialista), pronta ad essere utilizzata come argomento futuro…
El Periodico (16-11-2015):
L’assenza totale di collaborazione tra la Mossos d’Esquadra, la polizia dispiegata sul terreno, e il Corpo Nazionale di Polizia (CNP) e la Guardia Civile si traduce in una grave carenza di sicurezza. Il rapporto tra le forze di polizia, influenzato dalla situazione politica, è terribile e in questo caso c’è una guerra piuttosto aperta“.
Inoltre, un attentato islamista perpetrato in Catalogna da presunti islamisti permetterebbe anche al governo spagnolo di criticare i meccanismi d’integrazione sociale del governo autonomo catalano e soprattutto il suo modello educativo, in quanto potrebbe concentrarvisi accusandolo di “non dedicare risorse per evitare la radicalizzazione degli studenti di origine musulmana”. Pertanto, tutto questo contribuirebbe a vendere alla popolazione catalana (e a tutti gli spagnoli) la necessità di recuperare il potere dell’esecutivo centrale, con il pretesto di essere “più efficaci nel far fronte a minacce estere“. Inoltre, permetterebbe al governo spagnolo di avviare un’efficace campagna di riduzione drastica di tutte le competenze per le autonomie, in particolare sui temi legati alla sicurezza e all’istruzione. Questa strategia volentieri cederà tutti i poteri allo Stato (a partire dalla monarchia) e ai principali partiti politici (PP, PSOE e Cittadini). Ma i grandi vantaggi per il governo spagnolo non finiscono qui. Un attentato terroristico islamico su suolo catalano consentirebbe al governo centrale di schierare le forze di sicurezza in Catalogna (Polizia, Guardia Civile e persino esercito), sostenendo che la polizia autonoma non è in grado di affrontare da sola la minaccia terroristica. Qualcosa che forse molti elementi del governo vorrebbero fare e non osano, per gli effetti controproducenti che avrebbe. In tal caso, i nazionalisti catalani potrebbero difficilmente criticare tale dispiegamento, che sarebbe visto come “protezione necessaria contro la minaccia terroristica, dopo il brutale colpo subito”. A tale manovra si potrebbe aggiungere una campagna mediatica nazionale, di sostegno e solidarietà verso la comunità catalana, che servirebbe a rafforzare i legami a livello emotivo e nazionale e a dimostrare “l’amore della Spagna per la Catalogna“. Inoltre, dopo una campagna di tale natura, i separatisti catalani che avrebbero il coraggio di continuare a difendere l’indipendenza catalana in modo radicale ed esplicito, potrebbero essere presentati come “insensibili ingrati che difendono interessi fanatici e spuri“. Come si vede, il movimento secessionista catalano sarebbe gravemente danneggiato e almeno verrebbe fermato per alcuni anni, anche se è molto probabile che ne esca morto e sepolto.

Rajoy e il PP
Come si vede, il governo spagnolo trarrebbe molti vantaggi da un attentato islamista a Barcellona. Ma chi avrebbe più vantaggio sarebbe l’attuale governo, del partito popolare e del suo presidente Mariano Rajoy. Per mesi, la Spagna è stata sottoposta a crescente instabilità politica, per l’incapacità di raggiungere accordi tra i diversi partiti nel formare un governo, fino al punto che il Paese è sull’orlo di una terza elezione. Tuttavia, un grave attentato terroristico metterebbe tra spada e muro le forze politiche che si oppongono alla formazione di un governo del Partito popolare, il partito più votato in tutte le elezioni. All’improvviso, la corruzione che circonda il PP sparirebbe a fronte della “minaccia terroristica” e “la necessità di affrontare la creazione urgente di un governo stabile“. Tutto ciò aiuterebbe il Partito Socialista (PSOE) ad accettare Rajoy nel formare un governo, forse con il PSOE (e ovviamente i Cittadini, il pseudopartito creato per sostenere il duopolio) e forse formando un governo di concentrazione. In questo modo, PP e Rajoy manterrebbero il potere e il PSOE avrebbe la scusa necessaria per giustificare la resa al PP, richiesta con impazienza dai suoi componenti più vecchi (noti come i Baroni). Insomma, l’intera dirigenza politica spagnola, al servizio totale delle élite economiche del Paese, ne gioverebbe da tutto questo.

Certe aziende catalane
A parte il governo e i politici spagnoli, va anche sottolineato che il deragliamento del processo d’indipendenza catalano favorirebbe gli interessi delle élite commerciali e finanziarie catalane che hanno già mostrato in pubblico il rifiuto dell’autonomia catalana, per l’instabilità che implicherebbe la creazione di un nuovo Stato e la perdita, più che possibile, di una parte del mercato spagnolo che comporterebbe. Indubbiamente, queste élite catalane sarebbero felici di partecipare a qualsiasi piano che sconvolga il processo d’indipendenza. Quindi, come si vede, a livello spagnolo vi sono molti attori che trarrebbero vantaggi chiari e diretti da un attentato islamista a Barcellona, usandolo per concludere il processo d’indipendenza catalano. A tale proposito, vorremmo sottolineare le dichiarazioni controverse del ministro degli Esteri spagnolo José Manuel García-Margallo, che dichiarò letteralmente che: “Da una crisi si esce superando un attacco terroristico, ma la dissoluzione della Spagna è irreversibile“. Tali affermazioni potrebbero essere considerate quasi una confessione del governo spagnolo che valuta la possibilità di un attentato sotto falsa bandiera, come ipotizza questo articolo… Ma qui la questione fondamentale che dobbiamo porci è: potrebbe la Spagna organizzare (o permettere) da sola un attentato sotto falsa bandiera di questo tipo? La risposta è probabilmente no. Pertanto, ci vorrebbero alleati che lo permettano condividendo interessi con il governo spagnolo. E la verità è che questi alleati esistono e sono molto potenti…Francia
Senza dubbio, uno dei principali interessati a un attentato islamista a Barcellona, sarebbe la Repubblica francese.

Motivi politici
In sostanza, la Francia sarebbe interessata a far deragliare il processo d’indipendenza catalano per un motivo: il processo supera i confini e comincia ad avere ripercussioni (ancora deboli, ma crescenti) negli ex-territori catalani che fanno parte della Francia; conosciuti come “Catalogna del Nord” e la cui capitale è Perpignan. Anche se il movimento catalano in Francia è ancora molto debole, una cosa si è distinta negli ultimi anni, non ha smesso di crescere e, per uno Stato centralista come quello francese, risulta essere una cattiva notizia. Senza essere indipendente, la Catalogna ha già raggiunto tale influenza regionale, e si prevede che tale influenza aumenterà esponenzialmente nel caso in cui la Catalogna avesse il proprio Stato. A questo aggiungiamo l’eventuale effetto contagio che avrebbe un’autonomia indipendente della Catalogna in altre regioni francesi con attivisti secessionisti, come il movimento d’indipendenza corso o bretone incipiente (e quasi aneddotico) e il movimento ancora più aneddotico alsaziano. Perciò, la Francia è interessata ad “uccidere il mostro” prima che diventi troppo grande. Pertanto, possiamo concludere che la Francia collaborerebbe strettamente e volentieri con lo Stato spagnolo in qualsiasi manovra che spenga il secessionismo catalano. E non dimentichiamo che la Francia ha una sicurezza di livello mondiale e i servizi segreti che potrebbero essere cruciali per lo sviluppo di tali operazioni. A tutto questo, la necessità di giustificare e rafforzare l’attuale politica di sicurezza del governo francese, che ha posto le basi per lo Stato di polizia, con un attentato come questo in un Paese limitrofe, vedrebbe la sua politica completamente giustificata. E tutto ciò proprio quando la risposta al governo sulle piazze cresce.

Motivi economici
A questo interesse politico da parte della Francia, potremmo anche aggiungere un interesse di natura economica. L’influenza crescente di Barcellona nell’Europa meridionale, rafforzata diventando attrazione turistica, e la possibilità che, in caso d’indipendenza, diventi un potente centro logistico per i prodotti dall’Asia per l’Europa, potrebbe indebolire economicamente il sud della Francia, che improvvisamente vedrebbe crescere vicino un possibile centro di concorrenza commerciale. Pertanto, qualunque manovra contribuisca ad indebolire tale centro, sarà sempre all’ordine del giorno della Francia. Aggiungiamoci il turismo in Francia gravemente colpito dagli ultimi attentati terroristici nel suo territorio e che parte di quel turismo è finito in Spagna e Barcellona. Un attentato a Barcellona contribuirebbe ad indebolire questa tendenza e a riassorbire forse parte di quel turismo perduto (altri Paesi limitrofi come l’Italia potrebbero essere interessati a danneggiare il turismo spagnolo o almeno catalano, per assorbirne una parte). Se si ritiene che l’instabilità di un Paese non avvantaggi la concorrenza diretta, si pensi a ciò che è successo quando il terrorismo o l’instabilità politica hanno afflitto Paesi come Tunisia, Egitto, Francia e Turchia: beneficiari diretti sono stati quei Paesi “più stabili” concorrenti, come è accaduto in Spagna, che ha assorbito gran parte di quel turismo. Ebbene, finora abbiamo visto i vantaggi concreti che potrebbero avere alcuni attori da un attentato islamista a Barcellona. Ma forse Francia e Spagna non potrebbero eseguire un’operazione di questo genere senza avere il tacito consenso di “poteri superiori” che ne condividano gli interessi. E la domanda è: ci sono poteri superiori agli Stati spagnolo e francese che potrebbero beneficiare di tale manovra? La risposta è sì.Unione europea
Uno dei grandi interessati a un possibile attentato islamista sarebbe l’Unione europea. Questo principalmente per due motivi:
1 – L’Unione europea ha bisogno di un nuovo impulso per imporre restrizioni e controlli alle popolazioni, nel bel mezzo della crisi migratoria e dei crescenti conflitti interni che provoca, a cui vanno aggiunti problemi economici crescenti che potrebbero manifestarsi con tutta la loro crudezza da un momento all’altro.
2 – L’UE è interessata ad evitare rapidamente il processo d’indipendenza catalano.
Pochi potranno sostenere che l’Unione europea non sia in un momento critico, di estrema debolezza; Infatti, possiamo caratterizzarla come un gigante vacillante che ha solo bisogno di un colpo per cadere. Anche Angela Merkel l’ha chiarito al vertice UE di Bratislava: “L’UE è in una situazione critica“.
Gli effetti del Brexit e della crisi migratoria, moltiplicati dagli effetti della crisi economica, hanno portato l’Unione sull’orlo del precipizio. Ed è proprio per questa ragione che la destabilizzazione che potrebbe provocare un movimento secessionista come quello catalano, colpendo uno Stato membro dell’importanza della Spagna, potrebbe rappresentare la fine del progetto europeo. Ricordiamo che il processo secessionista catalano sta per entrare nella fase di ebollizione politica. Ma forse l’effetto peggiore sarebbe il contagio che avrebbe su altre regioni con impulsi a livello continentale, come Corsica in Francia, Sardegna, Sicilia e Padania in Italia, Fiandre in Belgio, Paesi Baschi in Spagna, o il noto caso della Scozia (in un Paese come il Regno Unito, che non è ancora separato dall’UE). Quindi, tutto ciò che paralizzi una di queste sacche di destabilizzazione avrà l’approvazione del vertice europeo. E il processo di sovranità catalana è forse uno dei momenti più attivi, ora. Inoltre, un nuovo attentato terroristico rafforzerà l’attuale politica di controllo della polizia che vediamo nei Paesi dell’Unione europea come Francia, Germania, Belgio e servirebbe come scusa per promuovere alcuni progetti attualmente intrapresi nell’UE, come la creazione di una forza militare europea unificata.

USA-NATO
Altri attori che potrebbero indirettamente essere interessati a un attentato terroristico di questa natura sarebbero Stati Uniti e NATO. Gli Stati Uniti sono il motore principale della “guerra al terrorismo” nel mondo, pretesto per rafforzarne la politica interventista. In questo caso, si può dire che sarebbe utile a Clinton o Trump che, dopo l’ultimo attentato a Manhattan, incitano ad “agire più duramente”.
Inoltre, un attentato sul territorio spagnolo creerebbe il pretesto ideale per gli Stati Uniti per rafforzare ulteriormente la presenza militare in Spagna e nell’Europa meridionale, giustificandola per garantire la sicurezza di un alleato, ora “sotto la lente d’ingrandimento dell’islamismo radicale“. Indubbiamente il governo spagnolo, sempre servile, accetterà volentieri ogni richiesta statunitense, e ancor più se questo scambio esplicito di favori includesse un sostegno esplicito, forte e inequivocabile degli Stati Uniti alla Spagna contro il movimento di sovranità catalana. Finora, questo supporto non ha avuto un carattere giuridico maggiore. Un attentato in Spagna consentirebbe agli Stati Uniti di avere anche il pretesto di rafforzare la presenza nel Nord Africa, citando la “lotta al terrorismo”.

Russia
Anche la Russia potrebbe vedere un tale attentato “con condiscendenza”, o almeno acquiescenza sufficiente a “chiudere un occhio” e non scoprire nulla. Dopo tutto, la Russia ha intrapreso una politica ininterrottamente interventista in Medio Oriente, intesa a sostituire gli Stati Uniti come gendarme della regione, sempre col pretesto di combattere il terrorismo islamico dello SIIL. Un attentato da parte dello Stato islamico, ovunque si verifichi, è solo un vantaggio per Putin, che vede rafforzato e giustificato l’intervento nella guerra siriana agli occhi delle popolazioni occidentali, presentando gli Stati Uniti causa diretta del terrorismo e accusandoli di sostenerlo indirettamente nella guerra siriana. Ma la Russia è anche interessata a qualsiasi movimento che interrompa i processi separatisti, in quanto potrebbe soffrire dello “stesso male” se la NATO s’infiltrasse in alcune delle sue repubbliche convincendo le popolazioni ad avviare processi separatisti colpendo la Federazione Russa. La Russia è solo interessata a difendere i processi separatisti pro-russi che colpiscono i Paesi circostanti e il cui obiettivo è aderire alla Federazione russa, così come i casi delle repubbliche di Donetsk e Lugansk (prima o poi aderiranno alla Russia) e soprattutto la Crimea. Perché in fondo non sono movimenti separatisti, ma “unionisti” con la Russia. Tuttavia, qualsiasi altro tipo di movimento secessionista è probabilmente visto male dalla Russia…Elite globaliste
E infine, nonostante ciò che molti credono, le élite globaliste che sostengono la creazione di un Nuovo Ordine Mondiale, non sono affatto interessate a promuovere un processo pro-indipendenza come quello catalano e pertanto vedranno con favore un attentato islamista in una città come Barcellona, che metterebbe fine a questo processo. Almeno questo è ciò che possiamo dedurre se ci pensiamo un po’, ed ora spiegheremo perché lo pensiamo. Certamente, nella maggior parte dei circoli cospirazionisti, passa l’argomento opposto, secondo cui le élite globaliste sarebbero interessate a frammentare la Spagna, argomentazione diffusa principalmente da personaggi (piuttosto strani e oscuri) come Daniel Estulin. La teoria che le forze globaliste vogliano frammentare la Spagna si basa sull’argomento che la strategia globalista consente d’indebolire il potere degli Stati nazionali, perché è il passo indispensabile per instaurare organismi sovranazionali che alla fine portino alla creazione di un unico governo mondiale, sotto il controllo diretto di queste élite. Ed è vero, siamo d’accordo: le élite globaliste lavorano attivamente per indebolire e, in ultima analisi, distruggere i vecchi Stati nazionali, con l’obiettivo di attuare un governo mondiale. Ma per farlo, le élite utilizzano due strategie diverse e praticamente opposte per indebolire gli Stati-nazione: uno è frammentarli e l’altra integrarli in un’unità più grande che sciolga il potere di questi Stati. Le élite globaliste hanno fondamentalmente usato la strategia della frammentazione contro gli Stati che non possono controllare direttamente. Gli esempi più chiari degli ultimi anni sono Iraq, Libia, Siria e Jugoslavia. In tutti questi casi, la frammentazione interna è stata promossa con l’obiettivo di ottenere microstati molto più deboli e facilmente controllati dalle forze elitiarie. Ma non è il caso della Spagna, che rientra esattamente nella strategia opposta.
Le élite globaliste non hanno bisogno d’indebolire il potere dello Stato nazione della Spagna, perché in effetti esso è già totalmente indebolito: è uno Stato servile e completamente controllato dalle autorità dell’Unione europea, il piano globalista per eccellenza. Il governo spagnolo, infatti, rispetta rigorosamente gli ordini che le élite globaliste dettano, con fede ed “esemplare” sottomissione. Pertanto, e per logica pura, le élite globaliste non sono interessate a frammentare la Spagna, ma al contrario: mantenerla unita sotto un governo che già pienamente controllano. E lo stesso può essere applicato ad altri Paesi nell’Unione europea. È facile capirlo: immaginate di avere una mandria di pecore perfettamente controllate, con il suo pastore e il cane. Cosa è più facile? Continuare a controllare questa mandria di 47 pecore obbedienti, o dividere e controllare separatamente due branchi, uno con 40 pecore e uno con 7 pecore. (1) Infatti, vale la pena leggere l’articolo della giornalista Cristina Martin Jimenez, esperta del Bilderberg Club…
Il Bilderberg utilizzerà il “caso” catalano per imporre una Spagna federale
La giornalista Cristina Martín Jiménez ha analizzato ciò che attende la Catalogna se la regione avanza nel processo d’indipendenza, e i piani del potente Bilderberg Club per creare una Spagna federale in cui “il potere privato sostituisca i governi”. “L’Unione europea non tollera una Catalogna indipendente”. Le parole dell’ex-segretario generale della NATO e membro del Bilderberg Javier Solana furono rivelate dalla giornalista Cristina Martín Jiménez, esperta del club elitario. Come spiegato in un articolo pubblicato da The Objective, i membri dell’organizzazione sono “contro la secessione” e tale posizione si manifesta da tempo. Già nel 1991, l’allora presidente della Generalitat de Catalunya, Jordi Pujol, esaltò con il suo discorso nazionalista una visione politica “maledetta” dai Bilderberg. “È difficile riprogrammare le persone istruite al nazionalismo. È molto difficile convincerle a rinunciare alla sovranità a favore di un’istituzione sovranazionale”, ribadiva, sempre e ancora, il PR dell’entità, principe Bernardo d’Olanda. Bilderberg ritiene, secondo Martin, che “i nazionalismi siano pericolosi”. Pericolosi per chi? Su proposta di Solana: “L’Europa può e deve essere una sorta di laboratorio di ciò che potrebbe essere un governo mondiale”. Per questo motivo, quando l’allora presidente della Generalitat catalana Artur Mas, ebbe nel luglio 2015 un importante appuntamento coi Bilderberg, segnò, secondo la giornalista, il suo futuro. “Il Club Bilderberg e la Commissione Trilaterale hanno abbattuto presidenti molto più convincenti con golpe dai sorrisi machiavellici”, affermava, e con maggiore forza aggiungeva: “È riuscito a far arrabbiare dei demoni”. (Va notato che l’articolo fu pubblicato nel settembre 2015 e solo due mesi dopo la riunione di Artur Mas con i Bilderberg, Mas fu costretto a dimettersi da presidente della Generalitat, per mano dell'”anticapitalista” CUP… curioso, no?) Secondo la giornalista, Solana ebbe “l’ordine di dire a Mas che l’Unione europea non tollererà tra i suoi ranghi l’insurrezione di una Catalogna indipendente”, e “l’avvertì di espulsione dalla NATO ipso facto”. Tuttavia, Bilderberg, che riunisce i più importanti magnati del mondo, è specializzato nella manipolazione. E, secondo l’articolo, “agisce in segreto” mentre avanza verso il suo ultimo fine: “Costruire una Spagna su misura dell’élite globale e non spagnola, catalana, castigliana o basca”. Tale intenzione ricorda l’approccio di David Rockefeller (fondatore di Bilderberg e Commissione Trilaterale) che a metà degli anni ’90 dichiarò: “Qualcosa deve sostituire i governi e il potere privato mi sembra l’entità più appropriata a ciò”. Secondo questa analisi, “la strategia dei Bilderberg è utilizzare il caso catalano per costringere la creazione di una Spagna federale”, seguita da un “aggiornamento della Costituzione” “negoziato dietro le quinte” e definita dai “proprietari di denaro, industrie, leggi e parlamenti”.”
Come si vede, in ogni caso, le élite utilizzerebbero il processo di sovranità catalana per istituire una riforma federale in Spagna, nell’UE. (1) E per questo avrebbero bisogno di due movimenti simultanei e apparentemente contrari: bloccare il potere centralizzante del governo spagnolo e, dall’altro, castrare il movimento d’indipendenza catalano. Perciò, un attentato islamista a Barcellona sarebbe il punto di partenza ideale per raggiungere entrambi gli obiettivi contemporaneamente. Innanzitutto, fermerebbe il processo di sovranità, o almeno lo ritarderebbe per anni, come già indicato, rendendolo impossibile. I capi indipendentisti avrebbero bisogno di un pretesto per paralizzare il processo secessionista presso le masse indipendentiste ed avviare un altro percorso, e l’attentato sarebbe un motivo abbastanza potente. (2) Ma, come abbiamo detto, il governo centrale spagnolo coglierebbe l’opportunità di ricentrare il potere, causando forti tensioni politiche tra indipendentisti e unionisti che “dovrebbero essere risolte in qualche modo“, e la soluzione sarebbe la federalizzazione della Spagna in cui “tutti vincerebbero e perderebbero contemporaneamente“:
– Gli indipendentisti catalani avrebbero concessioni parziali, anche se non avrebbero l’indipendenza.
– Mentre il governo spagnolo de-centralizzerebbe parte del potere, in cambio di una Spagna non ancora smembrata definitivamente.
E questa soluzione sarebbe imposta dalle stesse istanze che già dominano il Paese a piacimento, seguendo le dinamiche tipiche del problema-reazione-soluzione. Il problema già esiste (l’indipendenza), la reazione avverrà con l’attentato a Barcellona e la soluzione sarà il risultato ultimo imposto dall’estero. Come si vede, l’opzione per un attentato sotto falsa bandiera islamista a Barcellona non è tanto distante quanto sembrerebbe a prima vista: vi sono molti attori potenti che ne otterrebbero chiari vantaggi. Certo, questo attentato sotto falsa bandiera potrebbe anche essere attuato in altre parti della Spagna, anche se, come vedremo, beneficerebbe il grosso degli interessi a Barcellona. Ci auguriamo che i lettori comprendano il senso di questo articolo. Non diciamo che questo attentato avverrà, né immediatamente, né nel futuro. Abbiamo semplicemente presentato un’ipotesi: “la possibilità di un falso attentato islamista a Barcellona”, analizzando chi potrebbe beneficiarne e perché; è tutto ciò che abbiamo fatto, alla luce delle crescenti indicazioni che sembrano puntare in questa direzione. Spero che questo umile articolo possa contribuire ad evitare che tale ipotesi diventi mai realtà…

Artur Mas

1) Pertanto, il fatto che le forze globaliste controllino i principali leader del movimento d’indipendenza catalano, partendo dalla cupola del partito neoliberista catalano, la vecchia Convergenza e i susseguenti personaggi vicini agli ambienti gesuitici del Vaticano, come Oriol Junqueras, non significa che finalmente favoriranno i loro “piccoli” interessi. Semplicemente, in questo processo controllano entrambi i lati, come di solito fanno, e finalmente favoriranno chi si adatta meglio. E lo stesso si può dire d’Israele, Paese che ha indirettamente agenti coinvolti nel processo di sovranità catalana; forse il più noto e prominente sui media è quel personaggio oscuro chiamato Pilar Rahola, un’agente sionista al servizio di Israele e Stati Uniti, recentemente attivamente coinvolta nella promozione di Mauricio Macri in Argentina, al servizio degli Stati Uniti. Tutti sono controllati dalle élite globaliste “se nel caso”, ma ciò non significa che siano interessate, anzi molto meno, a raggiungerne gli obiettivi.
2) Prendiamo in considerazione centinaia di migliaia di catalani che si dichiarano chiaramente indipendenti e non sembrano accettare altro che l’indipendenza. Pertanto, affinché i politici indipendentisti giustifichino la cessazione del processo secessionista, hanno bisogno di “qualcosa” che giustifichi la frenata, qualche evento o fatto abbastanza forte e sconvolgente da non far sentire le “masse secessioniste mobilitate” sentirsi truffate e a non farle ribellae. Questo è uno dei “grandi pericoli” di tale processo sovrano scioccante: che le masse si sentano ingannate e si ribellino non solo ai governanti catalani, ma anche spagnoli, in quanto ciò potrebbe portare alla creazione di una base antipolitica e antiautoritaria in una regione che già ebbe le sue “flirtate pericolose” con l’anarchismo durante la guerra civile spagnola, attraverso CNT e FAI.

Pilar Rahola

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Guerra civile in Arabia Saudita

Zerohedge 4 agosto 2017Il regime saudita è di una crudeltà e brutalità estrema nei confronti dei cittadini della provincia orientale del Paese, una situazione ora fuori controllo con l’aumentare dei morti, interi quartieri in macerie e notizie su acqua e luce tagliate nella città assediata di al-Awamiya. Sebbene gli attivisti locali continuino a caricare video sconvolgenti sui media sociali rivelando interi quartieri spianati, i media internazionali e degli Stati Uniti osservano il silenzio. Nell’ultimo anno, soprattutto dopo l’esecuzione a gennaio del noto clerico sciita di al-Awamiya Nimr al-Nimr, vi sono state tensioni nel Qatif sciita. Inoltre, 14 cittadini sciiti, tra cui il giovane Mujtaba al-Suayqat, studente della Western Michigan University, attendono l’esecuzione su firma del re Salman. Tortura e processi di massa del gruppo accusato del crimine di “protesta”, hanno ulteriormente infiammato le tensioni nella regione. Grandi proteste contro la monarchia e i servizi di sicurezza saudita sono frequenti nel Qatif fin dalla cosiddetta “primavera araba”, anche se i grandi media internazionali ignorano le proteste che avvengono nei regimi amici di Stati Uniti e Regno Unito. Ciò in particolare accadde nel 2011, quando centinaia di carri armati sauditi attraversarono il viadotto Re Fahd per minacciare la rivolta popolare contro la monarchia sunnita del vicino Bahrayn. I media occidentali trattato l’evento in modo erratico e sottotono, con alcuni servizi che sottilmente indicavano le azioni saudite motivate effettivamente dalla protezione dei civili contro le forze di sicurezza del Bahrayn, mentre in realtà fu una grossa dimostrazione di forza contro i civili per preservare il regime autocratico assediato del Bahrayn. Questa settimana, le cose si sono drammatizzate poiché le autorità saudite concentravano un uragano di fuoco sul quartiere al-Musara di Awamiya, usando aerei, artiglieria pesante, lanciarazzi, cecchini e veicoli corazzati d’assalto. All’inizio dell’anno il regime saudita annunciò i piani per demolire il quartiere e consegnarlo a imprenditori privati in una sorta di versione saudita del “dominio eminente”. Tuttavia, la presenza di militanti sciiti nascosti nel strette strade e nei vicoli sembra sia il vero motivo della distruzione del quartiere. Anche se combattimenti sporadici si sono verificati d’estate, l’assedio iniziava l’ultima settimana di luglio, quando bulldozer e veicoli corazzati giunsero in città per avviare la demolizione mentre le forze di sicurezza tentavano simultaneamente di sradicare i militanti sciiti. Molti centri d’informazione mediorientali parlarono di almeno 5 civili uccisi dall’ingresso delle forze saudite, ma gli attivisti online parlano di molte decine di persone uccise dall’inizio dell’incursione.
Prima e durante l’inizio dell’assedio, i cittadini locali ebbero la promessa di “trasferimenti” promossi dal governo, sebbene gli attivisti li descrivano come pulizia settaria occulta della popolazione sciita, perseguitata storicamente dallo Stato wahhabita. L’informazione regionale pubblicava filmati che rivelerebbero l’attiva pulizia anti-sciita delle forze saudite. Un attivista di Awamiya, Amin Namar, affermava che c’è lo sforzo consapevole delle autorità di cambiare forzatamente l’identità della città: “Ciò che vedo dal primo giorno è una punizione collettiva… un piano per la deportazione. Niente a che fare con al-Musara e lo sviluppo, ma con la punizione di questa città per aver chiesto diritti e riforme dal 2011”. Un comunicato stampa della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite rispondeva ai piani sauditi che annunciavano la demolizione di aree residenziali per lo sviluppo commerciale. L’affermazione delle Nazioni Unite suggerisce che è l’identità della città in realtà in gioco: “Gli esperti delle Nazioni Unite avvertono che il piano di sviluppo del quartiere al-Masura ne minaccia il patrimonio storico e culturale con danni irreparabili e che può comportare lo sfratto forzato di numerose persone dalle loro imprese e residenze”. Gli esperti delle Nazioni Unite avevano avvertito che l’intera iniziativa avrebbe comportato l’evacuazione forzata con misure estreme di coercizione, ma senza condannarla: “I residenti sono spinti in molti modi, anche attraverso taglio della luce, a lasciare le case e le imprese senza adeguata alternativa, lasciandoli con indennizzi insufficienti e, peggio, senza dove andare… Sembra che la demolizione sia stata annunciata senza alcuna consultazione significativa con i residenti e senza considerare alternative meno dannose, come il restauro o una comunicazione adeguata per informarli sui piani di demolizione”.
Armi da fuoco e bulldozer del governo distruggono le infrastrutture civili: i tiri delle autorità saudite distruggono i quartieri sciiti nella provincia orientale del Paese. Alcuni video sono stati caricati sulle pagine personali dei social media dai soldati sauditi per vantarsi del loro ruolo nell’assedio, dopo di che i video vengono eliminati dagli attivisti dell’opposizione. E ora l’assalto ha raggiunto un violento crescendo. Al-Masdr News riferiva che le forze del regime saudita sparavano su un autobus di civili mentre cercava di fuggire da Awamiya, uccidendo il conducente (altre relazioni non confermate menzionano il ferimento di donne e bambini). Reuters tuttavia presentava resoconti conflittuali sull’incidente, tentando di giustificare l’assedio brutale di Awamiya come tentativo della sicurezza saudita di “arrestare i responsabili degli attacchi alla polizia”. Mentre i dettagli e l’esattezza di vari rapporti sulle atrocità non sono chiari, con gli attivisti che citano decine di civili uccisi dal governo e i media allineati dello Stato affermare che combattenti sciiti hanno ucciso dei poliziotti, e la mancanza di accesso indipendente per i media rende una valutazione giornaliera difficile.
Questa settimana, al-Mayadin News di Beirut era la prima emittente satellitare araba a presentare video provenienti dagli assediati di Awamiya, riferendo di aerei militari che sorvolano la città e di un uomo in uniforme che sparava con un RPG su un’area urbana. Gli attivisti dell’opposizione saudita dicono che l’uomo era un soldato saudita. Nel frattempo, Middle East Eye riceveva un documento che gli attivisti dicono aver trovato nelle case della città assediata. Si tratta di un avviso di sequestro di proprietà che prevede l’obbligo di trasferire i residenti e timbrato dal Comando Nazionale Antiterrorismo Comune (NJCC) del governo saudita. Dava istruzioni sulle procedure di rilocazione, MEE citava gli attivisti affermare che le famiglie sfollate devono ancora essere alloggiate. Anche se non è ancora riportato dalla stampa statunitense, il governo canadese è criticato per la fornitura di blindati che i sauditi utilizzerebbero per la repressione dei civili. Nel 2013 il Canada ebbe un record di vendite, per oltre 13 miliardi di dollari, fornendo all’Arabia Saudita un numero non noto di blindati leggeri fabbricati dalla General Dynamics Land Systems (GDLS). The Globe and Mail del Canada pubblicava un’indagine che scoprì che “video e foto diffusi sui social media mostrano il regno saudita utilizzare mezzi canadesi contro i civili”, specificamente nell’ambito dell’assalto ad Awamiya che ha causato morti tra i civili. Il rapporto confermava, sulla base di un’analisi degli esperti, che i veicoli canadesi vengono utilizzati, anche se le immagini analizzate mostravano i Gurkha PVR, realizzati dalla Terradyne Armored Vehicles (di Newmarket, Ontario) e non i veicoli della General Dynamics del contratto del 2013. Sembra che altre compagnie private del Canada siano in trattativa con il governo saudita, ma ora sono sotto controllo. Il rapporto chiede una risposta dal primo ministro Justin Trudeau: “Stiamo esaminando queste affermazioni molto seriamente… e abbiamo immediatamente lanciato un’indagine”. Vari parlamentari canadesi hanno sollecitato l’attuale governo liberale ad annullare il contratto motivandolo con il sospetto che violi le regole del Canada sul controllo delle esportazioni di armi. Anche i gruppi di monitoraggio dei diritti umani pesano. Il segretario generale Alex Neve di Amnesty International Canada, invitava il governo a fermare le esportazioni di blindati, dicendo: “Indicazioni che veicoli corazzati del Canada siano forse utilizzati quando le forze saudite si mobilitano nell’est del Paese, evidenziano quanto sia cruciale che il governo intervenga e metta immediatamente fine all’accordo canadese-saudita sul LAV”. Stati Uniti e Regno Unito rimangono i maggiori fornitori di armi avanzate dell’Arabia Saudita e da sempre ignorano gli abusi dei diritti umani. Ironia della sorte, la popolazione sciita sempre più perseguitata nel regno si concentra nella regione orientale che produce gran parte del petrolio mondiale. Nel 2012, un’esplosione dei gasdotti, forse opera di militanti sciiti della stessa regione, fece balzare il prezzo del greggio temporaneamente nel timore che la “primavera araba” fosse arrivata nella provincia petrolifera.
È ampiamente noto che, dopo la fondazione dell’Arabia Saudita, i cittadini sciiti sono emarginati per motivi religiosi dalla religione ufficiale dello Stato wahhabita, che li ritiene eretici collegati agli interessi iraniani, soprattutto dopo la rivoluzione islamica del 1979. Le comunità sciite saudite sono presenti nelle aree storiche di tensioni che hanno visto proteste, sparatorie, detenzioni di massa e negligenza economica. Le dimostrazioni sono state da tempo vietate in tutta l’Arabia Saudita, un fatto raramente evidenziato dalla stampa occidentale. Attualmente, rapporti non confermati dei media allineati all’Iran affermano che i combattenti dell’opposizione yemenita hanno bombardato basi e avamposti sauditi nella regione del Jizan, infliggendo per la prima volta perdite alle truppe in territorio saudita. Mentre Qatif va fuori controllo, il contraccolpo della guerra dell’Arabia Saudita nello Yemen è sempre più probabile. Come avevamo recentemente riportato sulla marcia dell’Arabia Saudita verso la Guerra Civile, tensioni e fratture su più livelli dello Stato saudita, anche nella stessa famiglia reale, si avvicinano al punto di rottura. Quest’ultimo turno di misure estreme contro il dissenso sciita, che sembrano sempre più disperate e che ora sono rese pubbliche, segneranno l’inizio di un regno permanentemente diviso?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La “nazionalizzazione” di STX e le contraddizioni di Parigi

Jacques Sapir, Russeurope 27 luglio 2017Il governo ha deciso di “nazionalizzare” il cantiere STX [1]. Questo potrebbe sorprendere da parte di un governo che, finora, è stato particolarmente noto per ispirarsi al puro liberalismo economico. L’obiettivo dichiarato è “difendere gli interessi strategici della Francia”. Il governo aveva finora il 33,33% delle azioni. Questa decisione deriva dal diritto di prelazione che scade il 29 luglio. E’ questo diritto che il governo ha deciso di usare, dopo il fallimento dei negoziati con la società italiana Fincantieri, che doveva prenderne una quota [2] .

STX e il conflitto franco-italiano
L’esecutivo ha voluto negoziare un modello “50-50” per bilanciare gli interessi francesi (Stato, ex- Gruppo navale DCNS, BPI-France e annessi) e italiani nelle consultazioni sui Cantieri dell’Atlantico, mentre il compromesso iniziale dava il 55% di STX France al capitale italiano. Le cause del cambio del governo francese sono note. Fincantieri è nella stessa nicchia di STX, principale concorrente. Mentre il governo presieduto da Cazeneuve accettò che gli italiani avessero la maggioranza, quello di Philippe e naturalmente del Presidente della Repubblica, hanno fatto propri i timori di molti funzionari di STX sull’acquirente italiano che interveniva per assicurarsi certi impianti di Saint-Nazaire e far decadere la produzione nel sito. Tuttavia, il governo italiano respinse la proposta francese, sia per voce del ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda che del collega del Tesoro Pier Carlo Padoan. Si tratta di una decisione importante. Ma va messa in prospettiva. Questa decisione comporta una spesa di 80 milioni di euro. Allo stesso tempo, il governo di Philippe si prepara a privatizzare la società Aéroports de Paris, per una cifra stimata in 2,7-7 miliardi di euro secondo la formula della privatizzazione. Ora questi aeroporti (Charles de Gaulle e Orly) possono essere considerati più strategici dei cantieri navali STX. Inoltre, il governo francese annunciava la decisione di riprendere i negoziati con la parte italiana per creare una sorta di Airbus del mare, e quindi non chiudere la porta all’accordo con l’Italia.

Le contraddizioni del governo
In realtà, l’atteggiamento del governo francese sottolinea le contraddizioni tra discorso e politica di Emmanuel Macron. C’è prima di tutto un’evidente contraddizione in questo piano per creare l'”Airbus navale”. Ricordiamo che il precedente Airbus si basa sull’esperienza della collaborazione con l’industria aeronautica tedesca da più di un decennio. Questa cooperazione si è concentrata sul velivolo da trasporto Transall, ma anche nella costruzione su licenza in Germania Ovest del predecessore del Transall (Noratlas) e del Fouga Magister. Inoltre, quando la costituzione di Airbus fu negoziata, un altro programma di cooperazione per produrre l’Alpha Jet fu attuato. Airbus era, dunque, in origine il risultato di varie cooperazioni industriali, dove era chiaro che la Francia aveva un ruolo di primo piano. Non siamo assolutamente in questa situazione nei cantieri navali. L’analogia proclamata dal governo si basa sul nulla. Non si paga a parole. Ricordiamo inoltre che questa decisione esprime la sovranità della Francia, anche se il presidente continua a cantare le lodi di un’Europa integrata, che comporterebbe ulteriori rinunce di sovranità. E si manifesta di nuovo la contraddizione di quando François Hollande dichiarò lo stato di emergenza nel novembre 2015. François Hollande e Emmanuel Macron sono presidenti che affermano il desiderio di andare oltre nel processo d integrazione europea, ma di fronte a una crisi reagiscono riaffermando la sovranità francese. La contraddizione è irrimediabile.

Il ruolo dello Stato nello sviluppo dell’industria
Il governo di Philippe e Emmanuel Macron appare senza linee guida, dicendo una cosa e applicandone un’altra. Ciò è particolarmente grave nell’industria che, meno di qualsiasi altri, tollera sceneggiate e decisioni opportunistiche. L’attività industriale non è un’organizzazione come le altre. Come le chiese e gli eserciti, è un’organizzazione gerarchica non democratica [3], la stragrande maggioranza dei membri è esclusa dalla stesura delle regole interne. Deve, per funzionare, ricorrere a modi complementari alla divisione del lavoro [4]. Allo stesso tempo, si basa su una divisione radicale tra dirigenti e dipendenti. La società, nella sua forma capitalistica, si basa quindi su un fascio di funzioni, la minimizzazione dei costi di transazione (tesi di R. Coase) e l’ottimizzazione del locale sistema di conoscenza collettiva [5], in particolare la creazione di linee informative e diffuse (interpretazione di un volume crescente di segnali sulla conoscenza generata dalla divisione tecnica del lavoro) ne fanno parte, ma non la riassumono totalmente. Inoltre garantisce, va ricordato, la predominanza di certe strategie di appropriazione su altre [6]. Questa dimensione ha anche introdotto una certa incoerenza nell’articolazione delle coerenze creata dall’impresa capitalistica. L’azienda pubblica può adottare norme interne per facilitare la comunione spontanea dei saperi individuali e incoraggiare la creazione di strutture di conoscenza collettiva. Ma non mancano inconvenienti. In primo luogo, affinché lo Stato possa agire da proprietario auto-limitato (cioè impegnandosi a non disertare), l’area produttiva statale va limitata. Se gli impegni finanziari del settore pubblico sono troppo elevati rispetto alle capacità di finanziamento, i lavoratori possono temere la fine dell’impegno interno (sotto forma di privatizzazione e allineamento della gestione agli standard normali delle imprese capitaliste), o la vendetta fiscale. Ci sono molte ragioni, tuttavia, a favore dell’industria pubblica: l’esistenza di un’alternativa ai produttori privati costringendoli a moderare i prezzi nei contratti tra privato e Stato per l’assunzione di un rischio industriale per l’elevata incertezza, la capacità di pagare costi significativi entrando in certe attività che scoraggiano gli investitori privati. La “nazionalizzazione” di STX potrebbe essere un’opportunità su consapevolezza e situazione dell’industria francese e sulla necessità del pubblico in certi settori. Ma richiede che il governo non ceda al giogo ideologico del liberalismo ed anche dell’europeismo. Infatti, è improbabile che vada così. Questa “nazionalizzazione” è probabilmente solo uno spettacolo.Note
[1] Le Figaro
[2] Le Figaro
[3] E’ chiaro che altre organizzazioni, partiti politici, sindacati, squadre sportive, possono operare in modo non democratico. Ma questa forma di operare non è nella loro natura, e anche tali organizzazioni potrebbero avere un processo democratico che non esclude il principio gerarchico, ma che dia ai membri il potere di controllare a designazione delle gerarchie e l’ampiezza dei loro poteri.
[4] Questo punto è ribadito da C. Pitelis, “Costi di transazione, mercati e gerarchie: conclusioni“, in C. Pitelis, Costi di transazione, mercati e gerarchie, Basil Blackwell, Oxford, 1993.
[5] S. Winter, “Su Coase, competenza e corporation“, in OE Williamson & SG Winter (a cura di), La natura dell’azienda – origini, evoluzione e sviluppo, Oxford University Press, Oxford, 1991, pp. 179-195.
[6] GK Dow, “L’appropriata critica dell’economia dei costi di transazione“, in C. Pitelis, (ed.), Costi di transazione, mercato e gerarchie, Basil Blackwell, Oxford, 1993, pp. 101-132. Si veda lun’analisi molto pertinente di questa asimmetria, in DH Robertson, Il controllo dell’industria, Cambridge University Press, Cambridge, 1923.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sporchi trucchi sulla Brexit

Rodney Atkinson, Freenations 22 luglio 2017Come ho sottolineato per quasi 30 anni nei libri e su questo sito, la Gran Bretagna vedrà la vera natura dell’UE e dei “partner europei” quando decide di andarsene. Solo allora ne scoprirà inimicizia, manipolazione, antidemocraticità, protezionismo e anglofobia. Con i negoziati vediamo tutto ciò, ma naturalmente non da tutti gli europei. Ironia della sorte sono i tedeschi euro-scettici (che ci si augura se vadano anche!) e l’industria e la finanza tedesche, che vogliono mantenere aperti i loro mercati in Gran Bretagna, ad essere irritati dalla meschina vendicatività dei burocrati di Bruxelles, dall’ostruzionismo del scostante Macron e dalle minacce degli euro-fanatici tedeschi. Questi politicanti piuttosto si taglierebbero il naso per fare dispetto alle loro facce e minacciare gli altri Paesi facendo lasciare i mercati inglesi alle auto tedesche e francesi, al vino francese e italiano e al lavoro polacco! Hans-Olaf Henkel, vicepresidente del gruppo europeo dei conservatori e riformisti, ha sollecitato il Regno Unito “a non ascoltare” Michel Barnier, il principale negoziatore per la Brexit dell’Unione europea, e Guy Verhofstadt, coordinatore del Parlamento europeo, “che temo vogliano incasinare questa situazione infelice“, scoraggiando altre nazioni a uscire dall’UE. Il deputato Guy Verhofstadt è uno dei più sgradevoli euro-fanatici anti-inglesi che si possano incontrare e Henkel ha ragione a descriverlo come “ambizioso politico che vuole gli Stati Uniti d’Europa e punire gli inglesi con una cacciata totale”. “La mia impressione è che Barnier vuole fare lo stesso”, dichiarava Henkel. Abbiamo già parlato di come imprenditori europei ed eurocrati in Russia ci attaccano alle spalle chiedendo ai russi di “frenare con la Gran Bretagna” perché “non condividiamo i valori europei“. Ebbene, i russi non lo fanno, data l’esperienza coi tentativi di polacchi, lituani, svedesi, francesi e tedeschi di conquistare la Russia! Napoleone, Kaiser e Hitler e la “spinta ad est” di NATO/UE ricordano ai russi quanto hanno in comune con gli inglesi!

Guy Verhofstadt

L’UE sabota i negoziatori inglesi
Poiché il governo inglese è impegnato in negoziati cruciali con Michel Barnier, il negoziatore ufficiale dell’UE, Jeremy Corbyn e Nicola Sturgeon, che non hanno assolutamente funzioni di rappresentanza sovrana del Regno Unito, l’hanno potuto incontrare. Questo fu una trovata di tutti e tre per dimostrare che il governo eletto della Gran Bretagna sia una mera “parte interessata”.

Germania e Francia cercano di sfruttare il business inglese
Ci sono anche movimenti apertamente aggressivi dei Paesi dell’UE per indebolire l’economia inglese. Poco dopo la votazione Brexit le aziende tedesche cercarono di reclutare tecnici inglesi a Berlino (perfino con un cartellone mobile che circolava a Londra) e i funzionari governativi francesi visitarono Londra per attrarre affari a Parigi dicendo “Venite a Parigi, parliamo inglese”, e il regolatore dei titoli francese dichiarò che ridurranno la regolamentazione gravosa per le aziende che passano dalla Gran Bretagna in Francia. Le imprese inglesi avrebbero ottenuto la “pre-autorizzazione” al trasferimento in Francia in due settimane, affermarono, e apportato modifiche sull’imposta agli stranieri: una riduzione del 50% e l’esclusione delle attività estere dalla patrimoniale per 8 anni!! (E pensano che sia un vantaggio, mostrando di adottare una tassa annuale sulla ricchezza! Veramente un'”illusione”).

I francesi vogliono rovinare Londra
C’è molta ansia nell’UE sui francesi che gettano il loro peso in modo così aggressivo, ma i loro impulsi distruttivi non sono limitati e i Paesi dell’UE che vogliono rapporti amichevoli con Gran Bretagna e Londra vengono emarginati“, così ha scritto Jeremy Browne, inviato della City di Londra nell’UE, in un memo sull’atteggiamento francese verso Brexit (che è arrivato alla stampa). Ha detto che i francesi cercano di “disturbare” e “sono cristallini sui loro obiettivi reali: l’indebolimento della Gran Bretagna e il degrado della City di Londra“. Browne è un ex-ministro liberaldemocratico e sicuramente si sarà sbarazzato delle illusioni LibDem sull’UE con cui il suo partito vuole dominare ulteriormente la nostra vita e il nostro governo! “L’incontro con la Banca Centrale francese è stato il peggiore mai avuto con tutta l’UE”, ha scritto… “La Francia vede la Gran Bretagna e la City di Londra come avversari, non partner“. Come accennavo, vi sono alcuni membri dell’Unione europea che odiano gli inglesi che farebbero soffrire terribilmente i concittadini e le imprese dell’UE purché anche gli inglesi soffrano! Browne ha scritto: “Ogni Paese, non irragionevolmente, è attento alle opportunità offerte dalla Brexit, ma i francesi vanno avanti, facendo virtù del rifiuto di un modello di partenariato con la Gran Bretagna, e sono chiaramente felici di vedere danneggiata la City di Londra anche se Parigi non ne trae benefici“. E tale atteggiamento vendicativo peggiora con Macron presidente. Ciò non sorprende i lettori di Freenations, poiché abbiamo denunciato le vere natura e storia di Macron, in un recente post.

Martin Selmayr, accuse dal passato nazista
Abbiamo già parlato sulla prominenza (nella destra eurofascista) di Jean Claude Juncker, l’eurofanatico anti-inglese, spesso brillo. Il suo capo-staff è il tedesco Martin Selmayr, un altro eurofanatico deciso a “punire” la Gran Bretagna per aver lasciato la nave che affonda! Fu lui che diffuse un’interpretazione malevole di un incontro al 10 Downing Street, dicendo che la prima ministra inglese fosse “delusa” dalla Brexit, subito ripreso dalla collega democristiana, la cancelliera Angela Merkel. The Daily Telegraph citò una descrizione di Selmayr da una fonte di Whitehall: “è anche un vero credente nel progetto europeo e ha preso la Brexit molto personalmente. Ha sempre saputo che il Regno Unito si avvicinava a una maggiore integrazione europea ed è chiaro che se sceglie di andarsene, dovrà pagarla“. Selmayr apparentemente si è votato al super-Stato europeo dopo aver visitato le trincee della prima guerra mondiale di Verdun, ma dato che il nonno paterno, Josef, fu un tenente-colonnello dello Stato Maggiore Generale di Hitler nei Balcani e successivamente commise per quattro anni crimini di guerra, va notata come l’idea di pace in Europa di Selmayr sia di pace tedesca, e la sua idea di moneta unica sia la moneta tedesca e la sua idea di affari europei sia di affari tedeschi. Dopo tutto, il nonno criminale nazista fu rapidamente riabilitato nel dopoguerra e fu uno dei fondatori del servizio segreto militare tedesco occidentale. Quindi perché dovrebbe pensare che le decadenti dirigenze inglesi ed europee difatti impediscano una nuova egemonia tedesca? Quando il popolo inglese parlò il 23 giugno 2016, la nuova “Europa tedesca” di Selmayr era improvvisamente sotto una grave minaccia! Alla domanda se amasse la sua reputazione di “mostro” nella Commissione Europea, Selmayr rispose: “Se si guarda alla storia di Rasputin, che sia lusinghiera che meno, o di Lenin, che sia lusinghiero o meno, dico che se c’è un efficiente responsabile, e non un buono a nulla, mi sta bene“. Avendo preso le virtù di Rasputin e di Lenin come “buoni spunti”, ci si chiede perché non abbia menzionato Adolf Hitler, la cui Europa del 1941 (che suo nonno aiutò a creare) ha un’incredibile somiglianza con l’Europa che Selmayr presiede.

Martin Selmayr

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Matteo stai Bonino (ma non sereno)