Mutamento geostrategico globale e scomparsa del principe ereditario saudita

Alessandro Lattanzio, 25/5/2018La scomparsa (eliminazione?) del principe ereditario saudita Muhamad bin Salman, interventista spregiudicato e stretto alleato d’Israele e Stati Uniti d’America, rientra nel relativamente lungo processo di mutamento geoeconomico globale guidato dalle potenze eurasiatiche?
Va notato che le azioni belluine dell’amministrazione statunitense di Donald Trump, di estrazione bannoniana-neocon, creano un sempre più profondo solco nel campo occidentale, atlantista. L’azione della Brexit è stato un primo segnale, una frattura all’interno del campo liberal-imperialista, espressa dalla consorteria Clinton-Obama, appoggiata in Europa dal fronte liberale di centrosinistra, social-imperialista, che con la propria politica economico-sociale ha praticamente esaurito bacini elettorale e ambiti di legittimità sociale, oramai ridotte a sacche residue, come l’ambito dell’alienato mondo dell’infointment e dello schizofrenico ghetto accademico sorosiano. L’area occupata dalla sinistra liberalimperialista viene occupata dalla setta bannoniana-necon, aralda di un presunto riscatto nazionale contro l’impero, il mercantilismo e il ‘finanzcapitalismo’; ma in realtà ne rappresenta la sublimazione aggressiva, volta a cercare di frenare l’avanzata delle potenze eurasiatiche, del cui sviluppo, tale frangia di redivivi neocon, ne accusa la presidenza liberal-imperialista Obama. Ma al di là delle recriminazioni di carattere puramente interno e settario, lo sviluppo eurasiatico è dettato dalla restaurazione statuale in Russia, e dallo sviluppo economicamente diretto, sempre dallo Stato, in Cina, Vietnam e Iran, ad esempio; senza trascurare la stabilizzazione dell’Asia Centrale e del Medio Oriente utile (Iraq, Siria, Egitto) che inevitabilmente, consolidandosi, creano quel peso gravitazionale strategico che annulla, gradualmente, l’influenza traballante dell’imperialismo statunitense su India e Pakistan, e contemporaneamente costringe anche i più fedeli alleati degli USA, Israele, Turchia, Arabia Saudita, e perfino l’asse Francia-Germania a ponderare, e ponderare bene, il peso crescente nei vari ambiti geostrategici (economico, militare, diplomatico, culturale) delle potenze eurasiatiche e dei loro alleati fisiologici. Pena l’incatenamento a una potenza atlantista, gli USA, le cui correnti politiche interne si mostrano sempre più oscure, confuse e insensatamente aggressive, col corollario neo-spykmaniano della Brexit inglese, che si svela sempre più un costrutto bannoniano-neocon, volto a nascondere sotto una facciata neopatriottica, un mero ritorno ai più diretti interessi e a direttive strategiche ‘eccezionaliste’, che vedono nella santa alleanza anglosassone, una panacea geopolitica e geostrategica globale alla sempre più evidente e accelerata emarginazione globale del fronte atlantista (USA, Canda, Regno Unito, e colonie).
La Brexit, quindi, come momento di rilancio della classica politica neoimperialista statunitense, vissuta dal 1941 al 1991, costretta a riadattarsi col dissolvimento dell’URSS, intraprendendo politiche interventiste meno legate alle forze armate, e più al complesso intelligence-disinformazione che aveva prevalso nel 1991-2015 in alleanza con la fazione politica Clinton-Obama, e i poteri che essa rappresenta. L’attacco di Soros ai social media, al riguardo, segnala solo il passaggio di una sostanziale fazione ‘finanzcapitalistica’ dall’asse dominato dall’intelligence, a quello dominato da Pentagono e grandi aziende belliche statunitensi.
Si assiste, in sostanza, a una sorta di passaggio storico cruciale, contrassegnato, nella sua piccola grandiosità, dalla probabile eliminazione fisica dell’elemento strategico locale dell’imperialismo, il principe saudita Muhamad bin Salman che, lungi dal compiere una ‘rivoluzione’, voleva solo inasprire e rendere irreversibile l’alleanza tra petrolio saudita e declinante dollaro statunitense; reprimendo le forze saudite che invece, a quanto pare, iniziavano appunto a valutare il peso dei cambiamenti geoeconomici e geostrategici dettati da Mosca e Beijing non solo in Medio Oriente ed Heartland d’Eurasia, ma anche verso gli spykmaniani rimland asiatico-orientale ed europeo-occidentale (escluso il Regno Unito, da cui l’isteria vigente nella fazione residuale liberal-imperialista e mediatica, alleatasi, dopo la Brexit, con gli eccezionalisti ultraconservatori della santa alleanza anglosassone).
Le notizie seguenti, dovrebbero dare una delucidazione parziale a quanto qui sopra affermato.

Qalid A. al-Falih

Il 3 giugno 2017, la TASS intervistava il ministro dell’energia, dell’industria e delle risorse minerarie dell’Arabia Saudita e Presidente della Saudi Aramco Qalid A. al-Falih, che aveva parlato col Presidente Putin sull’opportunità di investimenti congiunti con la Russia e la Cina. “Il fatto è che la Russia ha enormi risorse: petrolio e gas. Ma anche, e lo sto scoprendo con la mia visita qui (al Forum economico internazionale di San Pietroburgo), che ha enormi capacità in personale, tecnologie, aziende che possono eseguire grandi progetti, dal Yamal LNG a Sakhalin, così come oleodotti e invio di GNL… Riteniamo che la Russia abbia un grande potenziale per gli investitori, ed anche le società russe possono investire all’estero, compresa l’Arabia Saudita. Siamo interessati ad attrarre aziende russe ad investire nel Regno, in particolare nei servizi. Il settore chimico è una grande opportunità d’investimento perché la Russia ha molte materie prime. Pensiamo a creare un fondo sovrano specializzato in società energetiche. Non solo acquisterà società già esistenti, ma creerà opportunità di crescita per le società russe che investano in Arabia Saudita o anche Paesi terzi”. Incontrando Igor Sechin. CEO di Rosneft, al-Fatih affermava che “Abbiamo discusso concetti, commercio, potenziali investimenti congiunti in Russia e progetti che potrebbero utilizzare tecnologie saudite (prodotti chimici, ad esempio). Abbiamo discusso di potenziali investimenti in mercati che sono d’interesse per Rosneft e Saudi Aramco. Potremmo creare sinergie tra le due società. Quindi, concetti sono stati discussi, non progetti specifici, in questa fase. Ma questo seguirà”. “Quando si vede l’Artico, anche in estate… si ha bisogno di un rompighiaccio a propulsione nucleare per portare materiali e persone. Sono impressionato dall’ingegnosità dei russi: possono trovare modi innovativi per costruire questi grandi progetti, per renderli possibili. Ciò aumenta la nostra fiducia nella cooperazione con le controparti russe. Hanno visione, strategia, capacità d’implementare questi grandi progetti contro ogni previsione. Quindi penso che si gettino le basi per esplorare opportunità future. Guardiamo ai progetti esistenti ma anche futuri con aziende russe, da poter completare altrove, in Africa, Mediterraneo, ecc”.
Più di recente, il 14 febbraio 2018, la Russia invitava la Saudi Aramco a partecipare al progetto Artico LNG-2 con la compagnia russa Novatek, come dichiarva il ministro Qalid al-Falih, “I nostri colleghi russi hanno proposto d’investire nella seconda fase dello Jamal LNG (Arctic LNG-2, il secondo progetto della Novatek) .Questo è un grande progetto che farà parte della strategia di Aramco“. L’Arctic LNG-2 è il secondo impianto di GNL della Novatek, programmato per il 2023 e la cui capacità sarà di oltre 18 mln di tonnellate di GNL prodotte all’anno.
E si arriva al 24 maggio 2018, quando Novatek e Total firmavano un accordo sulla partecipazione della società francese al progetto Arctic LNG 2. Il documento veniva firmato alla presenza del Presidente Vladimir Putin e del presidente francese Emmanuel Macron. “Total parteciperà con una quota del 10%“, dichiarava Mikhelson, top manager della Novatek. “Prevediamo di detenere una quota del 60%: se decidiamo di ridurla, sarà non meno del 50%, e Total avrà il diritto di aumentare la propria partecipazione al 15%“. Il costo del progetto Arctic LNG 2 è di circa 25,5 miliardi di dollari. Inoltre, società francesi firmavano 50 contratti con partner russi a margine del Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF), del 2018. “Le nostre aziende hanno sottoscritto 50 accordi nel quadro di questa sola visita”, affermava Macron, ricordando che “alcuni accordi di partnership sono stati firmati nei momenti più difficili della storia. Dovremmo fare affidamento su questa forza creativa perché Francia e Russia ci credono. E la nostra presenza qui, proprio come la presenza del Giappone, dimostra che questa determinazione è reciproca. Il sentimento di soddisfazione appare perché imprese e partner francesi sono rimasti in Russia durante questo periodo, specialmente quando la Russia scivolò in recessione nel 2009-2010. Se diamo un’occhiata, allora alcuna impresa francese ha lasciato il mercato russo negli ultimi dieci anni. Questo è un segnale forte. Anche in tempi difficili, imprenditori, grandi partecipazioni e partner finanziari dalla Francia sono rimasti in Russia e hanno continuato a dare il loro contributo allo sviluppo della vita economica in Russia. Le nostre società francesi assumono 170000 cittadini russi, siamo secondi agli investimenti esteri diretti e c’è motivazione di passare dal secondo al primo posto, soprattutto quando i tempi migliorano. Le nostre partnership funzionano molto bene nel campo dell’energia, dell’industria e del settore finanziario. Mi piacerebbe poter consolidare questo lavoro comune“.
Il Presidente Vladimir Putin dichiarava che l’ammontare degli investimenti della Francia in Russia ammontavano a 15 miliardi di dollari, “Non è abbastanza,… dovrò deludere Emmanuel, la Germania non occupa il primo posto, la Cina l’ha preso da tempo, sia in investimenti che scambi commerciali“, secondo cui, il volume del giro d’affari russo-cinese ammontava a 86 miliardi di dollari, mentre il giro d’affari con l’Unione Europea da 450 miliardi si era dimezzato negli ultimi anni. “Lo stesso vale per gli investimenti“, ribadiva Putin citando l’esempio dell’azienda finlandese Fortum, che aveva investito 6 miliardi di euro in progetti in Russia. “Una sola compagnia finlandese! Mentre tutta la Francia investe 15 miliardi, è normale?” Putin osservava che Fortum è fornitore “dei siti più sensibili, compresi quelli del ciclo nucleare“. “L’economia russa è molto aperta e molto affidabile“, sottolineava il presidente Putin, ricordando che le autorità russe hanno ottenuto la stabilità macroeconomica, “importante per gli investitori”. Putin non ignorava un’altra dichiarazione di Macron, che ha affermava che la Francia crede nell’Europa da Lisbona agli Urali. Il presidente russo affermava che ciò dovrebbe riguardare l’Europa da Lisbona a Vladivostok, e non agli Urali. Putin ringraziando Macron per la visita in Russia, definiva la Francia partner affidabile e solido, dato che “ha sempre preso una propria posizione negli affari mondiali e ha sempre cercato, almeno, di difendere la propria sovranità. L’apprezziamo nel mondo moderno, è particolarmente richiesto e stimato perché garanzia di stabilità nei rapporti, cosa importante in generale negli affari internazionali, tra Paesi e nell’economia; la stabilità viene prima di tutto“.Fonti:
TASS
TASS
TASS
TASS
TASS

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Il commercio tra Russia e Cina cresce, mentre gli USA rischiano la recessione

News Front, 24 05 2018

Il commercio bilaterale tra Russia e Cina è cresciuto costantemente e la tendenza positiva continuerà, secondo Xu Sitao, capo economista della società di consulenza Deloitte in Cina. Parlando a margine del Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF 2018), affermava che la Cina è diventata il più grande mercato d’esportazione per la Russia dal 2017, con circa il 12-13% delle esportazioni russe. Nonostante le sanzioni occidentali, l’economia russa finora s’è dimostrata resiliente, secondo Xu Sitao, rilevando anche il forte rimbalzo dei prezzi del petrolio. “Come ho già detto, Russia e Cina sono complementari. La Cina si allontana dal carbone dell’energia sporca, quindi mi aspetto una maggiore collaborazione tra i nostri Paesi, sono piuttosto ottimista“. L’economista aveva anche detto che una guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti si tradurrebbe in una sconfitta, il che significa che i responsabili delle politiche di entrambe le parti saranno probabilmente razionali. Questo è ciò che abbiamo visto nelle ultime due settimane, affermava aggiungendo “Penso che le tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti difficilmente finiranno”. “Davvero, per una sola ragione, l’economia statunitense affronta il rischio del surriscaldamento. Allo stesso tempo, la politica fiscale col taglio delle tasse potrebbe effettivamente portare a un deficit commerciale maggiore tra Stati Uniti e Cina”. Xu spiegava che se la Cina dovesse acquistare altri prodotti agricoli ed energia dagli Stati Uniti nei prossimi due anni per le pressioni dell’amministrazione Trump, “potremmo effettivamente vedere una riduzione di acquisti dai Paesi europei”. Ciò potrebbe effettivamente indurre l’UE ad adottare una politica ancora più indipendente nei confronti della Cina, aggiungeva. Alla domanda sulle previsioni economiche a breve termine, l’economista rispose: “Penso che la Cina sia sulla buona strada, e l’economia russa è in via di guarigione. L’economia statunitense in realtà non è forte… Entro il 2020 potremmo vedere la recessione negli Stati Uniti“.
Nel discorso intitolato “l’evoluzione dell’economia cinese e il suo impatto globale“, il Prof. Xu sosteneva che, nonostante il rallentamento economico, la Cina ha ancora una capacità di recupero sottovalutata grazie alla tendenza nell’aggiornamento dei consumi. In effetti, il boom del consumo e i potenziali investimenti privati sosterranno la crescita economica della Cina mentre continua a seguire riforme e politica delle porte aperte. A breve e medio termine, il problema più pressante che deve affrontare la trasformazione economica della Cina è il de-leveraging e le conseguenze, affermava il Prof. Xu. Da un lato, il governo centrale potrebbe ridurre i debiti societari crescenti delle SOE attraverso riforme e ristrutturazioni, trasformando i giganti statali in società per azioni, ecc. D’altro canto, i consumatori dovrebbero essere ulteriormente responsabilizzati attraverso controlli del capitale facilitati e tali potenti asset allocation potrebbero anche lentamente sgonfiare le bolle domestiche. La ragione principale del governo per introdurre controlli sui capitali è impedire rischi finanziari e potenziali shock sul mercato, risultanti da elevati deflussi di capitali. Il recente declino delle riserve estere della Cina non dovrebbe destare preoccupazioni perché il loro livello è più che adeguato a soddisfare la domanda di importazioni e a servire il debito estero.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’impero in gramaglie

Chroniques du Grand Jeu, 24 maggio 2018In preda al panico, sarà almeno Washington. Per l’impero, è un nuovo 2016 che ricomincia…
L’Eurasia è inesorabilmente vicina, incoraggiata dalle posizioni statunitensi. Un accordo preliminare per la creazione di una zona di libero scambio è stato siglato tra Unione economica eurasiatica (UEE) ed Iran, ammorbidendo le sanzioni statunitensi. Inutile dire che gli scambi non saranno in dollari ma in rubli. È interessante notare che la firma avveniva pochi giorni dopo la decisione unilaterale di Donaldinho sul nucleare iraniano. Questo è ancora un altro esempio dell’abilità di Vladimirovitch: senza rumore, senza scosse, prendere una decisione di grande aiuto ad un alleato liberando dagli effetti dell’agitazione imperiale. Da parte loro, dopo due anni di negoziati, i cinesi firmavano con la stessa UEE un accordo economico e commerciale che entrerà in vigore il prossimo anno, collegando le nuove Vie della Seta, che già acquistano importanza anche se il progetto faraonico è appena iniziato. Il commercio tra i Paesi interessati, Cina, Russia, India, Asia centrale, è aumentato considerevolmente, non sempre nel senso che si ritiene altrove. Così, le importazioni del dragone sono aumentate del 20% (666 miliardi di dollari) mentre le esportazioni dell’8,5% (774 miliardi). Eravamo piuttosto abituati al contrario…
Dopo una visita vantaggiosa in Cina a fine aprile, dove le dispute di confine sul Bhutan non venivamo affrontate pubblicamente, il Primo ministro indiano Modi si recava a Sochi per incontrare Putin “rafforzando la speciale relazione strategica” tra Mosca e Nuova Delhi. Tra gli altri argomenti discussi, la cooperazione militare (S-400, Sukhoj…) Tutto questo bel mondo s’incontrerà a Qingdao il prossimo mese non per bere la deliziosa birra locale, ma per inaugurare il nuovo formato della Shanghai Cooperation Organization, struttura in crescita con India e Pakistan che ne fanno pienamente parte; l’OCS ospita la metà della popolazione mondiale, coi due Paesi più popolosi del pianeta, copre quasi 40 milioni di chilometri quadrati, ha quattro potenze nucleari e beneficia delle risorse energetiche favolose di Russia ed Asia centrale. L’ospite già svelava uno dei temi principali, portando avanti il concetto di “sicurezza comune, completa, cooperativa e sostenibile” e promuovendo un “modello di gestione della sicurezza che risolve sintomi e cause nel guidando la cooperazione della SCO sulla sicurezza verso un nuovo livello“. Se l’impero marittimo degli Stati Uniti non può più sprofondare il continente nel fuoco e sangue per tenerlo diviso, dove va allora?… L’integrazione eurasiatica sembra inarrestabile, non sorprendendo i lettori fedeli delle nostre cronache. Ciò senza contare l’errore strategico imperialista di ritirarsi dall’accordo nucleare iraniano. Se la decisione ha una sua logica, favorire gli ultimi clienti dell’egemonia in declino: Arabia Saudita e Israele, è probabile che sarà catastrofico per Washington. Il vero obiettivo di Barack firmando l’accordo del 2015 non era né pacifico né nobile; era rendere i leader iraniani malleabili alle concessioni (a lasciare la Siria o smettere di sostenere Hezbollah, per esempio), e soprattutto allontanarli dalla coppia sino-russa. La decisione e le sanzioni donaldiane che ne derivano spingono invece Teheran tra le braccia dell’Eurasia. L’alleanza naturale Russia-Cina-Iran uscirà rafforzata e Spykman dovrà rivoltarsi nella tomba…
Mosca e Teheran, che non commerciano più in dollari, continueranno a commerciare come se nulla fosse accaduto. E l’accordo che Putin voleva tra UEE e Iran lo dimostra. Per chiarire che le relazioni commerciali sino-iraniane continueranno anche contro ogni previsione, Pechino apriva una linea ferroviaria merci di 8000 km collegando i due Paesi e il jolly cinese dell’energia, CNPC, già pronto a sostituire Total nel giacimento di gas South Pars. Da cui la reazione da bimbominchia di Micron non sorprende, data la storia del personaggio: “Le conseguenze indirette della decisione statunitense favoriranno le posizioni di Russia e Cina nella regione e le loro imprese. Ma non inizieremo una guerra commerciale cogli Stati Uniti sull’Iran o contro compagnie statunitensi contrarie“. Era eccitato dalle carezze da Donald durante il soggiorno alla Casa Bianca? La sottomissione dell’occupante dell’Eliseo contrasta in ogni caso con la combattività tedesca, già visibile a proposito del Nord Stream II. L’eurocrazia attraverserà il Rubicone e abbandonerà il dollaro nelle transazioni petrolifere coll’Iran? Conoscendo l’impotente cricca di Bruxelles, nulla è meno certo… Ma tale relazione ha almeno il merito di rafforzare la sfiducia nei confronti del biglietto verde e mettere a repentaglio il petrodollaro su cui l’impero basa il proprio potere. I cinesi non chiedevano tanto, vi si preparavano da tempo e lanciavano a fine marzo con la fanfara i loro contratti futures sul petrolio denominati in yuan: “Gli ultimi sviluppi non faranno altro che aumentare l’attrattiva del petrolio, che Pechino incoraggia vivamente. Anche se la strada è ancora relativamente lunga prima di vedere superare il petrodollaro, è una minaccia mortale all’impero. Soprattutto da quando, evento cruciale completamente ignorato, il pagamento degli interessi del debito USA per la prima volta nella storia supera il budget militare. È grazie all’utilizzo globale del dollaro, in particolare del petrodollaro, che gli Stati Uniti finanziano il proprio debito dal 1944, come si ricordava tre anni fa: “Mentre la polvere degli sbarchi in Normandia era appena caduta e la guerra contro la Germania tutt’altro che finita, gli Stati Uniti riunirono una quarantina di Paesi a Bretton Woods per prepararsi al futuro dominio. A differenza della Prima guerra mondiale, l’intervento nella Seconda guerra mondiale non fu facile. Fu deciso che si sarebbero interessati agli affari mondiale. E per tale Paese immerso nell’ideologia messianica, convinto di essere “la nazione indispensabile”, s’interessava al mondo per dominarlo. Il 22 luglio 1944, i delegati non firmarono né più né meno che il dominio universale del dollaro per i prossimi decenni, organizzando il sistema monetario internazionale sul biglietto verde. Tra le novità, un Fondo Monetario Internazionale e una Banca Mondiale che concedevano prestiti solo in dollari, costringendo così i Paesi candidati ad acquistare valuta statunitense, quindi indirettamente a finanziare gli Stati Uniti. Il dollaro era la pietra angolare dell’intero sistema, intermediario unico e indispensabile per richiedere un prestito, comprare oro e acquistare petrolio (petrodollari dal 1973). De Gaulle già si oppose all’incredibile capacità degli USA di “entrare nel debito liberamente”, così finanziando il dominio sugli altri. Giscard, che non aveva nulla di marxista antimperialista, parlava di “privilegio esorbitante”. Nixon rispose: “nostra moneta, vostro problema”. Sebbene non sia possibile riassumere le cause del dominio post-bellica statunitense col solo status della loro valuta, svolse un ruolo cruciale. Questo è ciò che Washington perde...”
Per molti, la fine del dollaro è ormai inevitabile, trascinandosi l’impero. Solo la data solleva domande e i cinesi potrebbero dire la loro accelerando il processo. Lasciate che convincano, come cercano di fare da mesi, i sauditi a “cambiare” il petrodollaro col petroyuan, come immaginato nel 2015, e l’edificio imperiale crollerà. A proposito, poniamo una domanda audace che, precisiamo immediatamente, non si basa su nient’altro che una vaga intuizione personale: esiste una possibile relazione con l’improvvisa scomparsa del liderissimo di Riyadh, il principe ereditario MBS, assente da diverse settimane? Fine della nostra piccola parentesi/ipotesi.
Il grande movimento di dedollarizzazione che inizia a toccare il pianeta va paragonato alla scommessa dell’oro prodotto dal, chi altro?, duo infernale sino-russo che ha accumula metallo prezioso da anni. Obiettivo: creare un solido sistema finanziario basato sull’oro e distruggere il dominio del dollaro e di altre valute cartacee dei Paesi occidentali indebitati fino al collo. Già, Pechino e Mosca vanno d’accordo come ladri in fiera: “In effetti, il matrimonio d’oro è abbastanza avanzato. La Cina paga in yuan il petrolio russo che importa. Con questi yuan, Mosca si precipita… a Shanghai per comprare oro! Circuito da cui il dollaro è totalmente assente”. Ci sarà presto lo scambio diretto petrolio-oro? Andiamo avanti. Si diffonderà questo sistema parallelo? Questo è ciò che pian piano ma sicuramente preparano BRICS, OCS, banche cinesi, alleati (Venezuela ecc.) e non è certo la frenesia statunitense a colpire tutto ciò che si muove, specialmente l’Iran, che darà fiducia al sistema finanziario imperiale; al contrario. La Turchia annunciava ad aprile il rimpatrio delle riserve auree negli Stati Uniti, durante un discorso piuttosto duro di Erdogan. Il sultano criticava aspramente l’oppressione del biglietto verde e voleva che i prestiti fossero basati sull’oro. Pochi giorni fa, si gettava contro l’impero sostenendo apertamente Maduro, lo zimbello di Washington in Venezuela. Sembra che la Turchia sia un membro della NATO…Traduzione di Alessandro Lattanzio

Mancata solidarietà transatlantica: l’Iran è solo la punta dell’iceberg

Evgenij Pozhidaev, EADaily, 20 maggio 2018

Una fiacca guerra fredda tra l’amministrazione Trump e i leader dell’UE s’intensifica e la questione dell’Iran è solo la parte superiore dell’iceberg. In un periodo molto breve, Washington è riuscita a creare problemi a Bruxelles collegati a varie questioni meno evidenti ma strategiche. Ad esempio, l’Accordo sul clima di Parigi ha poche relazioni con l’ecologia, ma è di fondamentale importanza per gli interessi economici dell’UE. L’Europa ha un deficit energetico e la situazione non dovrebbe migliorare a breve. Questo suscita l’idea di privare i partner delle risorse tratte dai loro vantaggi naturali, creargli problemi e quindi vendergli la soluzione. L’Europa è impegnata nella sistemazione in Medio Oriente, incompatibilmente con le azioni unilaterali pro-israeliane degli Stati Uniti, direttamente connessa con interessi strategici chiave: l’UE è condannata all’importazione massiccia di forza lavoro ed è molto difficile che eviti masse ostili sul proprio territorio. Washington ha l’intenzione inequivocabile di privare l’Europa dei 150 miliardi di di dollari d’eccedenza dal bilancio commerciale cogli Stati Uniti, aumentando drammaticamente i costi militari (il 4% del PIL è piuttosto impressionante). Tutto ciò crea solo discrepanze tra gli alleati. Questi problemi di solidarietà transatlantica sono solo deviazioni locali o sono cruciali? La seconda opzione sembra vera.
Più di settanta anni di relativa confortevole convivenza tra rivali diretti sono diventati storia, a quanto pare. Il piano Marshall apparve quando oltre la metà della produzione industriale mondiale era concentrata negli Stati Uniti (il mercato era piuttosto libero negli Stati Uniti, ad esempio con la svalutazione indolore del dollaro). L’idillio relativo è diventato storia nella seconda metà degli anni ’60, il risveglio dell’economia europea illuminò le differenze “innate” nella società euro-atlantica. Nel 1971, gli statunitensi iniziarono a risolvere i loro problemi economici a spese dei partner europei, senza scuse. Nel frattempo, le economie occidentali erano sotto “condizioni da serra” al momento, praticamente senza concorrenza. Il blocco dell’Est non era una piena alternativa alle “democrazie” del mercato globale. Il crollo dell’Unione Sovietica e la progressiva deindustrializzazione degli Stati Uniti sono diventati fattori chiave del nuovo idillio. Gli Stati Uniti sono diventato un mercato piuttosto che un rivale. il punto è che le riserve della crescita post-sovietica erano esaurite da tempo e la concorrenza dei nuovi Paesi industrializzati più che evidente. Gli Stati Uniti, a loro volta, cercano di recuperare la propria industria attraverso metodi che ricordano scenari di 50 anni prima. Inoltre, non ci sono decine di migliaia di carri armati sovietici dall’altra parte dell’Elba. In altre parole, gli interessi strategici di UE e USA sono evidentemente opposti e hanno sempre meno comuni punti. Eppure nel 2012, gli osservatori dissero: “Bisogna ammettere che l’apparente pace tra Europa e Stati Uniti non porta cooperazione, nuove iniziative o prospettive audaci. D’altra parte, non vi è alcun sostegno tra governo di Barack Obama ed UE su politica fiscale, ambiente e sicurezza. Inoltre, le relazioni transatlantiche pacifiche riflettono solo una profonda dissociazione“.  In effetti, le due parti principali del “miliardo d’oro” sono tenute insieme dall’inerzia. Trump lascia che i disaccordi accumulati vengano alla luce.
L’esplosione russofoba dal 2014 ha temporaneamente messo a tacere il problema, ma la rapida “vittoria della democrazia” è fallita e la condivisione della pelliccia dell’orso vivo si è rivelata piuttosto costoso e inutile. Le provocazioni in “stile Salisbury” continueranno, ma tali metodi non sono né universali né a lungo termine. Quali sono le prospettive? Certo, la solidarietà euro-atlantica non diverrà anacronismo domani. Tuttavia, la “separazione” tra Washington e Bruxelles crescerà nel tempo. La nicchia economica occupata da UE e USA tende a restringersi. L’onere del debito che rende insolventi gli istituti dello Stato sociale, insieme all’invecchiamento della popolazione, provocherà il calo della domanda solvente dell’occidente. Sulla prevalenza tecnologica, sarà neutralizzata col progresso della Cina e dei suoi partner in via di sviluppo. La concorrenza tra UE e USA sembra inevitabile a lungo termine. Quanto velocemente diverrà un problema politico?
Nel 2014, la crescita dei sentimenti antiamericani in Europa sembrava essere una tendenza a lungo termine connessa con le crescenti discrepanze “materiali”. Tale tendenza può riattivarsi ora. Certo, non farà alleati Mosca e Bruxelles, ma sicuramente ridurrà le pretese di Washington.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La campagna di Trump contro l’Iran non raggiungerà i suoi obiettivi

Moon of Alabama 21 maggio 2018L’amministrazione Trump ha reso perfettamente chiaro oggi che vuole il cambio di regime in Iran con qualunque mezzo. In un discorso ben promosso alla Heritage Foundation, il segretario di Stato Pompeo presentava dodici pretese all’Iran, minacciando le “sanzioni più forti della storia” se non saranno soddisfatte. Ma tali pretese non hanno senso, dimostrando solo l’incompetenza dell’amministrazione Trump. I mezzi che l’amministrazione Trump ha predisposto per raggiungere tali obiettivi sono irreali e, anche se adottabili, insufficienti a raggiungere i risultati desiderati. All’Iran viene chiesto d’interrompere l’arricchimento dell’uranio, richiesta irricevibile dall’Iran. Il programma ha ampio sostegno politico iraniano in quanto considerato attributo della sovranità. Pompeo chiede che l’Iran chiuda il reattore ad acqua pesante. L’Iran non può chiuderlo. Non ce l’ha. Ciò che costruiva ad Arak fu chiuso con l’accordo nucleare (JCPOA). Calcestruzzo fu versato nel nucleo sotto la supervisione degli ispettori dell’AIEA. Come può il segretario di Stato degli Stati Uniti fare tale richiesta insensata in un discorso preparato? Un’altra richiesta è che l’Iran ponga fine al sostegno alla resistenza palestinese. Anche questo è irricevibile dall’Iran finché continua l’occupazione sionista della Palestina. Esiste una richiesta che l’Iran non sviluppi missili “nucleari”. L’Iran si era già impegnato col JCPOA distrutto da Trump. Un’altra richiesta è che l’Iran ritiri le truppe dalla Siria e metta fine alle interferenze in Iraq, Yemen, Afghanistan e altrove. Tali pretese richiedono il cambiamento generale del carattere e delle politiche nazionali dell’Iran, dovrebbe diventare il Lichtenstein. L’amministrazione Trump non ha modo di raggiungere tale obiettivo.
Con un lavoro scrupoloso, l’amministrazione Obama ottenne che gran parte del mondo accettasse le sanzioni contro l’Iran. Era possibile perché gli altri Paesi si fidavano delle rassicurazioni di Obama sul fatto che avrebbe rispettato l’accordo seriamente negoziato. L’unità internazionale e la fiducia erano necessarie per raggiungere l’accordo nucleare. Ora Trump vuole molto di più, ma non ha un fronte internazionale dietro. Nessuno si fida della sua parola. Gli europei sono infuriati perché Trump li minaccia con sanzioni secondarie se aderiscono all’accordo e continuano a trattare con l’Iran. Anche se alla fine si piegassero smettendo di trattare con l’Iran, tenteranno di eludere le sanzioni unilaterali degli Stati Uniti. Né Cina, Russia o India smetteranno di fare affari con l’Iran. Per loro le sanzioni unilaterali degli Stati Uniti aprono nuovi mercati. La compagnia petrolifera francese Total annunciava la fine dello sviluppo del giacimento di gas del Sud Pars in Iran, per evitare le sanzioni secondarie statunitensi su altri interessi. La Cina ha detto “grazie” e assunto il controllo dei lavori. Anche la Russia salterà dove può. La sua agricoltura consegnerà tutto ciò di cui l’Iran ha bisogno, e continuerà a vendere armi all’Iran. Cina, India e altri continueranno a comprare petrolio iraniano. L’amministrazione Trump causerà del dolore economico. Inoltre renderà Stati Uniti ed Europa più deboli e Russia e Cina più forti. La minaccia di sanzioni secondarie porterà infine alla creazione di un’economia globale parallela sicura da sanzioni. Lo scambio di informazioni bancarie SWIFT che gestisce i pagamenti internazionali tra banche può essere sostituito da sistemi Paese a Paese che non dipendono da istituzioni sanzionabili. Il dollaro USA come mezzo di scambio universale sarà evitato usando altre valute o baratto. L’uso insensato delle sanzioni economiche e finanziarie finirà per distruggere la capacità degli Stati Uniti di usarle come strumento di politica estera.
Il discorso di Pompeo unirà il popolo dell’Iran. I neoliberisti moderati dell’attuale presidente Rouhani si uniranno ai nazionalisti nella resistenza. Le richieste vanno ben oltre ciò che qualsiasi governo iraniano potrebbe concedere. Un Iran in cui conta la volontà del popolo non sarà mai d’accordo. L’unico modo con cui l’amministrazione Trump potrebbe raggiungere i suoi obiettivi è il cambio di regime, ma fu già provato fallendo. La “rivoluzione verde” fu fortemente sostenuta da Obama, ma venne facilmente sventata. I vari assassinii in Iran non ne hanno cambiato la politica. Dimensione e geografia dell’Iran rendono impossibile una campagna militare diretta come in Libia. L’Iran può reagire a qualsiasi attacco colpendo gli interessi statunitensi nel Golfo. Gli Stati Uniti possono e probabilmente continueranno ad attaccare forze ed interessi iraniani in Siria e altrove. Il suo esercito infastidirà l’Iran nel Golfo. La CIA proverà ad alimentare i disordini interni e le sanzioni danneggerebbero l’economia iraniana. Ma nulla di tutto ciò può cambiare lo spirito nazionale dell’Iran, espresso dalla propria politica estera. Tra uno o due anni l’amministrazione Trump scoprirà che le sue sanzioni sono fallite. Ci sarà la spinta ad un attacco militare diretto all’Iran, ma i piani per tale attacco furono fatti sotto George W. Bush. All’epoca il Pentagono consigliò che una guerra del genere avrebbe causato perdite molto gravi ed era probabile che fallisse. Quindi è dubbio che ci sarà mai. Cos’altro l’amministrazione Trump può fare, quando il suo piano A è fallito?Traduzione di Alessandro Lattanzio