Il matrimonio tra Stati Uniti e Arabia Saudita ha generato il jihadismo

I tentativi di usare il wahhabismo a nostro vantaggio alla fine sono stati disastrosi.
Daniel Lazare, The American Conservative 2 novembre 2017Chiacchierando col primo ministro australiano Malcolm Turnbull al summit di cooperazione economica Asia-Pacifico nel novembre 2016, Barack Obama menzionava l’Indonesia, dove trascorse parte dell’infanzia negli anni ’60. Il Paese, notò, era cambiato. Laddove i musulmani un tempo adottarono elementi di induismo, buddismo e animismo, oggi una versione austera dell’Islam prevale da quando l’Arabia Saudita riversa denaro nelle madrase wahhabite dagli anni ’90. Dove le donne circolavano a capo scoperto, l’hijab comincia a diffondersi. Ma perché, voleva sapere Turnbull, succedeva questo? “I sauditi non sono vostri amici?” Al che Obama rispose, “È complicato“. Quella parola copre molto, non solo il wahhabismo, l’ideologia saudita ultra-fondamentalista il cui impatto si fa sentire in tutto il mondo, ma anche riguardo gli Stati Uniti principale protettore dei sauditi, e coadiuvante, dalla Seconda guerra mondiale. Come ogni potenza imperialista, gli Stati Uniti possono essere senza scrupoli nei partner che scelgono. Quindi ci si potrebbe aspettare che guardino dall’altra parte quando gli amici sauditi diffondono le loro dottrine militanti in Indonesia, Filippine, subcontinente indiano, Siria e numerosi altri posti. Ma Washington ha fatto di più che guardare altrove. Ha incoraggiato attivamente tali attività collaborando coi wahhabiti in qualsiasi occasione, come l’Afghanistan, dove statunitensi e sauditi armarono i jihadisti per cacciare i sovietici negli anni ’80. Come anche la Bosnia, dove i due Paesi collaborarono a metà degli anni ’90 per contrabbandare centinaia di milioni di dollari in armi nella repubblica islamica di Alija Izetbegovi?, oggi roccaforte del salafismo wahhabita. Altri esempi degni di nota: il Kosovo, dove gli Stati Uniti si sono uniti agli “arabi afghani” e altri jihadisti sostenuti dai sauditi per supportare il movimento separatista di Hashim Thaçi; in Cecenia, dove i principali neocon come Richard Perle, Elliott Abrams, Kenneth Adelman, Midge Decter, Frank Gaffney, Michael Ledeen e R. James Woolsey difesero gli islamisti sostenuti dall’Arabia Saudita; la Libia, dove Hillary Clinton reclutò personalmente il Qatar per aderire all’azione contro Muammar Gheddafi e poi non disse nulla mentre il regno wahhabita inviava 400 milioni di dollari ai gruppi islamisti che volevano rovesciare il Paese; e naturalmente la Siria, dove i terroristi sunniti appoggiati da sauditi e altre petromonarchie hanno ridotto il Paese in un ossario. Gli Stati Uniti si dichiarano scioccati, scioccati!, dai risultati, mentre intascano la vincita. Ciò è evidente da una famosa intervista del 1998 a Zbigniew Brzezinski che in qualità di consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, fece tutto il possibile per inventare il fenomeno della jihad moderna. Alla domanda se avesse qualche rimpianto, Brzezinski fu sfacciato: “Rimpiangere cosa? Quell’operazione segreta era un’idea eccellente. Ebbe l’effetto di trascinare i russi nella trappola afgana e volete che me ne penti? Il giorno in cui i sovietici varcarono ufficialmente il confine, scrissi al presidente Carter: Ora abbiamo l’opportunità di dare all’URSS la sua guerra del Vietnam… Cos’è più importante per la storia del mondo? I taliban o il crollo dell’impero sovietico? Alcuni musulmani agitati o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della Guerra Fredda?” Oppure, come Graham Fuller, ex-vicedirettore del Consiglio nazionale sull’intelligence della CIA ed analista della RAND Corporation, un anno dopo: “La politica per guidare l’evoluzione dell’Islam e aiutarlo contro i nostri avversari ha funzionato meravigliosamente bene in Afghanistan contro l’Armata Rossa. Le stesse dottrine possono ancora essere utilizzate per destabilizzare ciò che rimane della potenza russa e soprattutto per contrastare l’influenza cinese in Asia centrale”.
Cosa potrebbe andare storto? Meno fenomeno specificamente saudita, la grande offensiva wahhabita degli ultimi 30-40 anni è meglio intesa come joint venture tra imperialismo e revivalismo islamico neo-medievale. Di per sé, tale austera dottrina non sarebbe mai uscita dai calanchi dell’Arabia centrale. Solo grazie alle potenze estere, prima la Gran Bretagna e poi gli Stati Uniti, è divenuta una forza che altera il mondo. Tuttavia, un po’ di preistoria potrebbe essere utile. Per sapere come è nato il wahhabismo, è necessario sapere dove è sorto. Nel Najd, un vasto pianoro nell’Arabia centrale delle dimensioni della Francia. Limitato su tre lati dal deserto e dal quarto dalla provincia dell’Hajaz, un po’ più fertile sul Mar Rosso, era uno dei luoghi più isolati e aridi della terra fino alla scoperta del petrolio negli anni ’30. Meno isolato ora, rimane estremamente sterile. L’esploratrice inglese Anne Blunt lo descrisse nel 1881 come composto da “vasti altipiani di ghiaia, quasi privi di vegetazione come alcun’altra zona del mondo“, costellata di insediamenti occasionali isolati tra essi quasi quanto dal mondo. Era uno dei pochi Paesi del terzo mondo ancora non colonizzato dal XIX secolo, non perché fosse insolitamente forte o ben organizzato, ma perché era troppo povero, selvaggio e inaccessibile per meritarsi uno sforzo. Era una terra che nessun altro voleva. Era anche sede di un’ideologia che nessun altro voleva. L’hanbalismo, la più severa e spietata delle quattro maggiori scuole di giurisprudenza islamica. Sorse a Baghdad nel IX secolo e nel giro di pochi decenni scatenò il caos mentre i seguaci depredavano le case per confiscare liquori, strumenti musicali e altri oggetti proibiti; razziare negozi e molestare uomini e donne che camminano insieme per strada. Espulsi dalla metropoli, gli hanbalisti furono relegati negli avamposti più primitivi e lontani, in particolare il Najd. Ma poi, a metà del 18° secolo, furono attaccati da un predicatore errante di nome Muhamad Ibn Abd al-Wahhab, per il quale l’hanbalismo non era abbastanza severo. Passando da un villaggio all’altro, “il Lutero del maomettanismo”, come lo descrisse Lady Blunt, denunciò pratiche popolari come adorare le tombe dei santi e pregare gli alberi sacri. Teologicamente, il grande contributo di Wahhab era prendere il concetto di shirq, o associazione, che tradizionalmente si riferiva all’adorazione di qualsiasi divinità in congiunzione con Allah, ed espanderlo includendo tutto ciò che distraeva dall’attenzione focalizzata sull’unico vero dio. Cercare l’intervento di un santo, un portafortuna, ciò che adornava persino le moschee, era tutto shirq. L’obiettivo era una religione nuda come il paesaggio, che non permetteva che nulla potesse accadere tra uomo e Dio. Presumibilmente, Wahhab non fu il primo mullah ad inveire contro la superstizione. Ma ciò che lo distinse è l’energia, il fanatismo, si fece un nome ordinando la lapidazione di una adultera, e alleandosi nel 1744 con un capo tribale di nome Muhammad bin Saud. In cambio del sostegno militare, al-Wahhab fornì a bin Saud il mandato legale di rapinare, uccidere o schiavizzare chiunque rifiutasse di inchinarsi alla nuova dottrina. Sostenuto dai fanatici beduini conosciuti come Iqwan, o Fratellanza, Saud e i suoi figli iniziarono a conquistare il deserto.
Era nata una nuova dinastia. L’alleanza saudita-wahhabita costituiva una sorta di “costituzione” in quanto stabiliva le regole base che il nuovo regno avrebbe dovuto seguire. Al-Saud ottenne un’autorità economica e politica senza limiti. Ma il clan acquisì anche l’obbligo religioso di sostenere e difendere la wahhabiya e lottare contro le pratiche che consideravano non islamiche. Nel momento in cui vacillasse, la legittimità svanirebbe. Ciò spiega forza e debolezza dello Stato saudita. A prima vista, il wahhabismo sembrerebbe essere la più indomabile delle ideologie poiché l’unica sottomissione che riconosce è a Dio. Ma dopo essere stati brevemente rovesciati dagli ottomani nel 1818, gli al-Saud poterono riprendere la via solo col sostegno esterno. La sopravvivenza del regime dipendeva quindi dall’equilibrare una feroce dirigenza religiosa con le forze internazionali che, come la dinastia sapeva troppo bene, erano infinitamente più potenti di qualsiasi orda di cavalieri del deserto.
L’ondata di petrolio che investì il regno negli anni ’70 aggravò il problema. Non solo la dinastia al-Saud doveva bilanciare la wahhabiyya cogli Stati Uniti, ma doveva anche bilanciare l’austerità religiosa con il consumismo moderno. Negli anni ’20, i mullah si erano infuriati contro viaggi e telefoni stranieri. Un membro dell’Iqwan una volta colpì persino un servo del re perché andava in bicicletta, che i wahhabiti denunciarono come “carrozza di Satana”. Ma ora i mullah devono fare i conti con Rolls Royce, Land Rover, centri commerciali, cinema, giornaliste e, naturalmente, la crescente ubiquità sessuale. Che fare? La risposta divenne chiara nel 1979, quando si verificarono tre eventi epocali. A gennaio, lo Scià dell’Iran fuggì in aereo verso l’Egitto, aprendo la strada al ritorno trionfante dell’Ayatollah Khomeini a Teheran due settimane dopo. A luglio, Jimmy Carter autorizzò la CIA ad armare i mujahidin afgani, spingendo l’Unione Sovietica ad intervenire alcuni mesi dopo a sostegno dell’assediato governo di sinistra a Kabul. E a novembre, militanti wahhabiti presero il controllo della Grande Moschea alla Mecca, occupandola per due settimane prima di essere scacciati da commando francesi. L’ultimo fu particolarmente sconvolgente perché fu subito evidente che i militanti godevano di un ampio sostegno clericale. Juhayman al-Utaybi, a capo dell’assalto, era membro di un’importante famiglia dell’Iqwan e aveva studiato col gran muftì Abd al-Aziz ibn Baz. Mentre i wahhabiti condannarono l’assalto, le loro lingue, secondo il giornalista Robert Lacey, “curiosamente si trattennero”. Il sostegno alla famiglia reale cominciò a vacillare. Chiaramente, la famiglia reale saudita aveva bisogno di ricucire le relazioni con la wahhabiya mentre bruciava le credenziali islamiche respingendo critiche in patria e all’estero. Dovette reinventarsi Stato islamico non meno militante di quello persiano nel Golfo Persico. Ma il nascente conflitto in Afghanistan suggerì una via d’uscita. Mentre gli Stati Uniti potevano inviare aiuti alle forze antisovietiche, ovviamente non potevano organizzare da soli una jihad adeguata. Perciò avevano bisogno dell’aiuto dei sauditi, che il regno si affrettò a fornire. Sparirono multiplex e presentatrici, e arrivò la polizia religiosa e gli sconti del 75% alla Saudi Arabian Airlines per i guerrieri santi che viaggiavano in Afghanistan via Peshawar, in Pakistan. Migliaia di giovani annoiati e irrequieti che avrebbero potuto causare guai nel regno furono spediti in una terra lontana per creare problemi a qualcun altro. I principi sauditi potevano ancora festeggiare come se non ci fosse un domani, ma ora dovevano farlo all’estero o a porte chiuse a casa. La patria doveva rimanere pura e incontaminata. Era una soluzione pulita, ma lasciava ancora sciolti alcuni nodi. Uno era il problema del ritorno al passato sotto forma di jihadisti induriti che ritornavano dall’Afghanistan più determinati che mai a combattere la corruzione in patria. “Ho più di 40000 mujahidin nella terra delle due sacre moschee“, disse Usama bin Ladin a un collega. Era un’affermazione che non poteva essere del tutto derisa quando le bombe di al-Qaida iniziarono ad esplodere nel regno fin dal 1995. Un altro problema riguardava chi i militanti avevano preso di mira all’estero, un problema che inizialmente non si presentò serio ma che alla fine si sarebbe rivelato assai significativo. Tuttavia, la nuova partnership funzionò brillantemente per un certo periodo. Aiutò il regime di al-Saud a mitigare gli ulama, come sono noti collettivamente i mullah, che videro l’umma, o comunità dei fedeli, assediata su più fronti. Come disse Muhamad Ali Haraqan, segretario generale della Lega mondiale musulmana sponsorizzata dall’Arabia Saudita, già nel 1980: “La Jihad è la chiave per il successo e la felicità dei musulmani, specialmente quando i loro santuari sono sotto l’occupazione sionista in Palestina, quando milioni di musulmani subiscono repressione, oppressione, ingiustizia, tortura e persino campagne di morte e sterminio in Birmania, Filippine, Patani (regione prevalentemente musulmana della Thailandia), Unione Sovietica, Cambogia, Vietnam, Cipro, Afghanistan, ecc. Questa responsabilità diventa ancora più vincolante e pressante quando consideriamo le campagne malvagie intraprese contro l’Islam e i musulmani dal sionismo, dal comunismo, dalla massoneria, dal qadianismo (cioè l’Islam Ahmadi), Bahai e missionari cristiani”. La Wahhabiya avrebbe trascurato i molti peccati dei principi se avessero usato le loro ricchezze per difendere la fede. L’accordo funzionò anche per gli Stati Uniti, che acquisirono un utile partner diplomatico e forza militare ausiliaria oltre che economico, efficace e degna di credibilità. Funzionò per i giornalisti entusiasti che si avventurarono per le terre selvagge dell’Afghanistan, assicurando la gente a casa che i “muj” non erano altro che “gente di montagna che non cede a una potenza straniera che ha conquistato le loro terre, ucciso la loro gente, e attaccato la loro fede“, per citare William McGurn, salito alla ribalta come autore dei discorsi di George W. Bush.
Funzionò per quasi tutti finché 19 dirottatori, 15 dei quali sauditi, lanciarono un paio di aerei di linea carichi di carburante sul World Trade Center e un terzo sul Pentagono, uccidendo quasi 3000 persone. Gli attacchi dell’11 settembre avrebbero dovuto essere il campanello d’allarme su ciò che era andato seriamente male. Ma invece di premere il pulsante pausa, gli Stati Uniti optarono per raddoppiare la stessa vecchia strategia. Dal loro punto di vista, non avevano scelta. Avevano bisogno del petrolio saudita; della sicurezza nel Golfo Persico, del più importante fulcro del commercio globale; e di un alleato affidabile nel mondo musulmano. Inoltre, la famiglia reale saudita era chiaramente nei guai. Al-Qaida aveva ampio sostegno pubblico. In effetti, secondo un’indagine dell’intelligence saudita, il 95 per cento dei sauditi istruiti tra i 25 e i 41 anni aveva “simpatie” per la causa di bin Ladin. Se l’amministrazione Bush si fosse offesa, la Casa dei Saud sarebbe diventata più vulnerabile ad al-Qaida piuttosto. Di conseguenza, Washington scelse il matrimonio piuttosto che il divorzio. Ciò comportò tre cose. In primo luogo, era necessario nascondere il ruolo considerevole di Riyadh nella distruzione delle Twin Towers, sopprimendo, tra le altre cose, un cruciale capitolo di 29 pagine nel rapporto del Congresso che trattava dei legami sauditi con i dirottatori. In secondo luogo, l’amministrazione Bush raddoppiò gli sforzi per incolpare Sadam Husayn, l’ultimo villain du jour di Washington. Servivano “migliori informazioni e in fretta“, ordinò il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld mentre le torri erano ancora in fiamme, secondo le note del collaboratore Stephen Cambone. “…Giudica se è abbastanza buono per colpire SH allo stesso tempo, non solo UBL (cioè Usama bin Ladin). Difficile trovare una buona causa. Serviva agire rapidamente: bisognava trovare un bersaglio a breve termine, e per spazzare massicciamente via tutto, serviva avere qualcosa di utile. Che le cose fossero collegate o no“. Washington aveva bisogno di un disgraziato per salvare i sauditi. Terzo, era necessario perseguire la cosiddetta “guerra al terrorismo”, che non riguardò mai il terrorismo di per sé, ma il terrorismo non autorizzato dagli Stati Uniti. L’obiettivo era organizzare i jihadisti solo per colpire obiettivi decisi congiuntamente da Washington e Riyad. Ciò significava, in primo luogo, l’Iran, la bestia nera dei sauditi, il cui potere, ironia della sorte, era cresciuto dopo l’invasione statunitense dell’Iraq, mutando il Paese precedentemente controllato dai sunniti in un pilastro pro-sciita. Ma significava anche la Siria, il cui presidente, Bashar al-Assad, è un alawita, forma di sciismo, e la Russia, la cui amicizia con entrambi i Paesi disturbava doppiamente Stati Uniti ed Arabia Saudita. Ideologicamente, significava prendere la rabbia wahhabita contro le potenze occidentali come USA, Gran Bretagna e Francia e scagliarla sullo sciismo. Le porte al settarismo furono così aperte.
Il “reindirizzamento”, come il giornalista investigativo Seymour Hersh lo definì nel 2007, funzionò brillantemente per un certo periodo. Hersh lo descrisse come idea di quattro uomini: il vicepresidente Dick Cheney; il neocon Elliott Abrams, all’epoca viceconsigliere per la sicurezza nazionale per la “strategia per la democrazia globale”; l’ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq Zalmay Khalilzad; e il principe Bandar bin Sultan, per 22 anni ambasciatore saudita negli Stati Uniti e ora a capo della sicurezza nazionale del regno. In Libano, l’obiettivo era lavorare a stretto contatto col governo del primo ministro Fuad Siniora, appoggiato dall’Arabia Saudita, per limitare l’influenza della milizia sciita filo-iraniana Hezbollah, mentre in Iraq comportava un lavoro ancor più stretto con le forze sunnite e curde per frenare l’influenza sciita in Siria, significava lavorare coi sauditi a rafforzare i Fratelli musulmani, gruppo sunnita in lotta feroce contro il governo baathista di Damasco dagli anni ’60. Infatti un memorandum segreto del dipartimento di Stato del 2006, reso pubblico da Wikileaks, dettagliava i piani per incoraggiare i timori sunniti su una crescente influenza sciita, pur ammettendo che tali preoccupazioni erano “spesso esagerate”. Il programma di “reindirizzamento” presto esplose. Il problema iniziò in Libia, dove Hillary Clinton passò gran parte del marzo 2011 a persuadere il Qatar ad unirsi all’azione contro l’uomo forte Muammar Gheddafi. L’emiro Tamim bin Hamad al-Thani alla fine accettò e ne approfittò per inviare 400 milioni di dollari ai gruppi ribelli salafiti che procedettero a rovesciare il Paese. Il risultato fu l’anarchia, eppure l’amministrazione Obama rimase muta per anni. In Siria, la Defense Intelligence Agency decise nell’agosto 2012 che “gli eventi prendevano una chiara direzione settaria”; che i salafiti, i Fratelli musulmani e al-Qaidasono le principali forze che guidano l’insurrezione“; e che, nonostante tale ondata fondamentalista, occidente, Turchia e Stati del Golfo sostenevano ancora la rivolta anti-Assad. “Se la situazione si risolve”, proseguì il rapporto, “c’è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o meno nella Siria orientale… e questo è esattamente ciò che vogliono le potenze che supportano l’opposizione, al fine d’isolare il regime siriano, considerato profondità strategica dell’espansione sciita...” La Siria orientale, ovviamente, divenne parte del Califfato dichiarato dallo SIIL, destinatario del supporto finanziario e logistico clandestino di Arabia Saudita e Qatar, secondo Hillary Clinton nel giugno 2014.
La guerra al terrore divenne la via più lunga possibile tra terrorismo sunnita e terrorismo sunnita. Ancora una volta, gli Stati Uniti avevano cercato di usare il wahhabismo a proprio vantaggio, ma con conseguenze che si rivelarono nientemeno che disastrose. Cosa andò storto? Il problema è duplice. Il wahhabismo è un’ideologia di fanatici beduini che possono essere esperti nel conquistare i compagni delle tribù ma incapaci di governare uno Stato moderno. Nulla di nuovo. È un problema discusso da Ibn Qaldun, il famoso scienziato nordafricano del 14° secolo, e da Friedrich Engels, collaboratore di Marx, alla fine del 19°, ma la linea di fondo è un ciclo infinitamente ripetitivo in cui i fanatici nomadi si sollevano, rovesciano un regime divenuto molle e corrotto, solo per divenire loro stessi molli e corrotti prima di soccombere a un’altra ondata di guerrieri del deserto. Il risultato è anarchia dopo anarchia. L’altro problema riguarda l’imperialismo USA che, in contrasto con le varietà francese e inglese, si astiene spesso dall’amministrazione diretta di possedimenti coloniali e cerca invece di sfruttare il potere degli Stati Uniti con innumerevoli alleanze con forze locali. Sfortunatamente, la leva funziona come la diplomazia e la finanza, cioè da moltiplicatore di guadagni e perdite. Da alleati dei sauditi, gli Stati Uniti incoraggiarono la crescita non solo della jihad, ma del wahhabismo in generale. Sembrava una buona idea quando i sauditi fondarono la Lega mondiale musulmana alla Mecca nel 1962 in contrappeso all’Egitto di Gamal Abdel Nasser. Quindi, come poteva obiettare Washington quando il regno ampliò enormemente il proselitismo nel 1979, spendendo da 75 a 100 miliardi di dollari per diffondere il verbo? Re Fahd, che regnò dal 1982 al 2005, si vantava delle strutture religiose ed educative che costruiva nelle terre non musulmane: 200 college islamici, 210 centri islamici, 1500 moschee, 2000 scuole per bambini musulmani, ecc. Poiché lo scopo era combattere l’influenza sovietica e promuovere la visione conservatrice dell’Islam, le fortune degli Stati Uniti ne ricevettero un’enorme spinta. Sembrava una buona idea 15 o 20 anni fa. Poi le bombe iniziarono a esplodere, gli attacchi dell’11 settembre scossero gli Stati Uniti che si precipitarono nell’inquieto Medio Oriente e il saudismo radicale si metastatizza oltre il terreno di coltura. Le fortune degli Stati Uniti non sono più state le stesse, da allora.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Trump rischia grosso su Gerusalemme

Frontier Insights 7 dicembre 2017Il presidente Trump annunciava che intende trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti d’Israele da Tel Aviv a Gerusalemme entro sei mesi, oltre a dichiarare l’audace riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele. Tale atto inaudito è stato ampiamente denunciato dalla maggior parte dei capi di Stato, ad eccezione ovviamente del governo israeliano. Attualmente, quasi tutti i Paesi con relazioni diplomatiche con Israele hanno la missione a Tel Aviv. Trump ha appena fatto una grande scommessa per risolvere il lungo conflitto tra Israele e Palestina. Ma già da come le cose si svolgono, le speranze di una soluzione sono lontane.

Breve riassunto del conflitto arabo-israeliano
Questo è un conflitto molto lungo, teso e complicato, quindi il riassunto non si garantisce in alcun modo adeguato, non potendo coprire tutto, poiché probabilmente richiederebbe un intero libro. In breve, l’ultimo grande cambiamento che emerge quale riferimento della maggior parte dei tentativi di accordi di pace, è la guerra dei 6 giorni del 1967, quando Israele sconfisse gli arabi. Israele finì col prendere il Sinai dall’Egitto, Gerusalemme Est e Cisgiordania dalla Giordania e le alture del Golan dalla Siria. Da allora, il Sinai fu restituito all’Egitto con l’accordo di pace nel 1979, mentre le alture del Golan e la Cisgiordania (nota anche come Giudea e Samaria in Israele), sono rimaste sotto occupazione israeliana. La maggior parte dei tentativi di risoluzione del conflitto arabo-israeliano da allora faceva frequenti riferimenti ai confini precedenti al 1967, quando la composizione politica di Israele e Palestina era molto più vicina al piano di partizione originale dell’ONU del 1947, Risoluzione 181. Il motivo per cui ciò non è esatto è che il piano di partizione originale cambiò dopo la guerra del 1948, quando gli arabi dichiararono guerra ad Israele il giorno dopo aver dichiarato l’indipendenza. Israele vinse la guerra e occupò più terra di quella in origine lasciata dall’ONU.

Problemi chiave
Diritto al ritorno
I palestinesi espulsi e/o fuggiti da Israele durante la guerra del 1948, che all’epoca erano oltre 700000, si stabilirono in grandi campi profughi in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza. Oggi sono 4-5 milioni. Il diritto al ritorno è una richiesta che sancisce il diritto ai rifugiati di tornare in Israele. Israele si oppone fermamente a ciò per ovvi motivi; ne cambierebbe i dati demografici in favore degli arabi.

Status di Gerusalemme
Entrambe le parti rivendicano Gerusalemme come capitale, con Gerusalemme Ovest conosciuta come la metà israeliana, e Gerusalemme Est conosciuta come la metà araba. L’ONU dichiarò Gerusalemme città internazionale, per la sua importanza sia per gli israeliani che per gli arabi, così come per cristiani, ebrei e musulmani. La Chiesa ortodossa russa orientale, il Vaticano e il musulmano Waqf possiedono le proprietà storiche di Gerusalemme e sovrintendono vari monumenti sacri, consolidando così la nozione di status internazionale.

Sicurezza
Con la divisione dell’Autorità Palestinese tra Hamas a Gaza e Fatah a Ramallah (Cisgiordania), Fatah riconobbe il diritto d’Israele ad esistere all’inizio degli anni ’90, prima degli accordi di pace di Oslo del 1993. Tuttavia, Fatah non riconosce il diritto di Israele ad esistere come Stato ebraico. Hamas non riconosce il diritto d’Israele di esistere in alcuna forma, mentre Israele lo esige. Perciò, Gaza subisce un intenso blocco aereo, marittimo e terrestre da Israele, mentre la Cisgiordania ha libertà di movimento molto limitata, con limitate forze di sicurezza palestinesi autorizzate a controllare una zona interna alla zona esterna dei checkpoint della sicurezza israeliana. Israele insiste su un’autorità palestinese smilitarizzata in qualsiasi accordo. L’AP probabilmente insisterà su una più ampia forza di polizia e di confine, ma qualsiasi cosa al di là di ciò sarà considerata grave minaccia per Israele. Israele ha costruito il famigerato muro di cemento, la “barriera di sicurezza”, attorno ai territori palestinesi, impedendo gli attacchi suicidi dell’Intifada, ma divenendo anche simbolo di oppressione. La peggiore minaccia che ora affronta sono gli attacchi coi razzi dall’estero e quelli dei lupi solitari all’interno. I palestinesi non hanno praticamente forze di sicurezza e sono vulnerabili alle IDF.

Confini e insediamenti
Questo è un importante punto critico perché il governo israeliano attivamente persegue un cambio demografico a proprio favore costruendo insediamenti ebraici illegali in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e sfrattando i palestinesi a Gerusalemme e Cisgiordania. Molti lo vedono come un modo per pregiudicare i territori palestinesi. Le IDF sono note fare nulla contro i coloni illegali che molestano i palestinesi. L’espansione degli insediamenti è l’opportunismo israeliano verso un’Autorità palestinese disunita. La costruzione della “barriera di sicurezza” portava Israele ad assorbire circa il 10% delle terre palestinesi in Cisgiordania. Quindi, la richiesta dell’Autorità Palestinese dei confini di prima del ’67 rimane un argomento molto controverso. Questi sono i problemi principali. Ora si analizzano le azioni di Trump in tale contesto.Gli Stati Uniti in veste di mediatori sono permanentemente danneggiati
Trump ha una posizione fin troppo filoisraeliana screditando gli USA come mediatori del conflitto. Ridurrà ancor più il prestigio degli Stati Uniti nel mondo arabo, in particolare nel contesto degli ultimi due decenni d’imperialismo statunitense in Medio Oriente, causando incessanti massacri attraverso cambi di regime, ingerenza palese nella guerra tra sunniti e sciiti, così come ierrorismo sponsorizzato da Stati. Francamente, la mediazione degli Stati Uniti non può più essere presa sul serio. Adottare un approccio non sfumato e riconoscendo Gerusalemme come capitale d’Israele senza menzionarne l’importanza per palestinesi e musulmani, è sbagliato. Tale posizione è grossolanamente incompatibile con la soluzione dei 2 Stati. Si ha solo la soluzione di uno Stato: quello ebraico. Trump ha fatto una mossa estrema anche per gli standard statunitensi, dove alcuna precedente amministrazione degli Stati Uniti osò fare una simile dichiarazione. I politici europei hanno condannato tale mossa. Quindi lo status di Gerusalemme come questione chiave del conflitto arabo-israeliano è ormai danneggiato da tale posizione nettamente filo-israeliana. Jared Kushner chiaramente lavora per l’agenda sionista e Trump ne è un burattino.

L’escatologia di fondo
Credo che le basi di tale dichiarazione siano state poste tempo fa dai neocon filo-sionisti. Le loro guerre e destabilizzazione del mondo musulmano hanno contribuito a indebolirlo con lotte intestine, guerre ed odio, permettendo ai sionisti di promuovere la loro agenda mentre il mondo islamico rimane diviso. La politica estera degli Stati Uniti è guidata da un’alleanza tra sionisti cristiani di destra ed sionisti ebrei, rappresentati da cittadini statunitensi-israeliani che operano negli USA per promuovere il programma israeliano. Tale alleanza di convenienza mira a schiacciare l’opposizione musulmana in Israele, dato che gli evangelici credono che Israele debba essere solo uno Stato ebraico, pre-condizione per la seconda venuta di Cristo. Gli ebrei d’altra parte, in ultima analisi, mirano a ricostruire il loro terzo tempio, che necessariamente significa distruggere le moschee di al-Aqsa e della Cupola della Roccia, entrambe molto sacre per l’Islam. Questa è una resa dei conti religiosa di proporzioni potenzialmente apocalittiche. Purtroppo, auto-avverantesi e delirante. Il fattore religioso è il fine a Gerusalemme. Escatologia significa fine dei tempi, segno distintivo di tutte le religioni abramitiche convergenti su Israele.

Il fattore russo
La Russia potrebbe rispondere bilanciando la situazione aprendo l’ambasciata a Gerusalemme Est, dando così speranza alla causa palestinese. A ciò potrebbe seguire la corsa di varie nazioni ad aprire le missioni diplomatiche a Gerusalemme Ovest od Est, legittimando la città come internazionalmente importante. Sarebbe una mossa rischiosa per Putin, ma comunque possibile. Aiuterebbe Trump a salvare la faccia, calmando una situazione potenzialmente esplosiva. La volontà del contrappeso russo sarà seguita nel mondo arabo, specialmente dopo la decisa dimostrazione di forza in Siria.

Potenziale scissione con alleati arabi
Dopo la guerra del 1973, gli Stati arabi si unirono per mettere in ginocchio l’occidente con un devastante embargo petrolifero. Fu la risposta al sostegno occidentale ad Israele nella guerra e una dimostrazione così profonda di potere che diede vita all’accordo sul petrodollaro, con cui gli USA sterilizzarono l’arma petrolifera araba fatturandone la vendita in dollari USA in cambio di garanzie per la sicurezza agli Stati arabi. Così, la mossa di Trump rischia di alienare gli alleati arabi, in particolare gli Stati fantoccio nel Golfo, già visti come troppo vicini a Israele e USA dal loro popolo. Questo potrebbe imbarazzarli seriamente, venendo visti come filo-sionisti e costringendoli a prendere le distanze da Stati Uniti e Israele. Trump potrebbe benissimo finire per unire il mondo musulmano con tale mossa e contro USA ed Israele, perdendo altri alleati e annullando decenni di complotti di CIA-Mossad volti esattamente al contrario, seminare discordia nel mondo musulmano. Non va dimenticato che potrebbe anche spingere l’Arabia Saudita, se abbastanza irritata, a rinunciare al petrodollaro per il petroyuan e scartare qualsiasi possibilità di quotare Aramco sulla borsa di New York. Qui appare un possibile sospetto; Jared Kushner avrebbe convinto l’ingenuo Muhamad bin Salman ad impegnarsi nella faida familiare per indebolire i sauditi poco prima dell’annuncio di Gerusalemme? Non si sa a questo punto, ma è possibile che l’alleanza evangelico-sionista si sia posizionata per distruggerli, per così dire, in Israele. Ma ciò potrebbe tremendamente ritorcerglisi contro, essendoci già in programma proteste di massa. Vladimir Putin osserverà da vicino come ciò influirà sulla posizione degli USA nel mondo musulmano, e potrebbe cogliere l’opportunità d’intervenire in soccorso laddove gli USA hanno fallito, ancora una volta. Il fatto che questo accada poco prima di Natale dimostra che la mossa ha intenti evangelico-sionisti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Yemen, dinamica di un golpe fallito

Alessandro Lattanzio, 6/12/2017Il leader di Ansarullah, Sayad Abdulmaliq al-Huthi, affermava che il movimento era riuscito a sventare una grave minaccia alla sicurezza del Paese eliminando il complotto ordito dall’ex-presidente Ali Abdullah Salah, che si era schierato dalla parte degli aggressori dello Yemen. Il leader di Ansarullah affermava che le posizioni di Salah, sostenute da un fronte unito di nemici, avevano sorpreso anche il suo partito. Sayad Huthi affermava che i partigiani di Salah e la coalizione saudita si erano coordinati per occupare Sana. Sayad Huthi, osservando che il popolo e la resistenza dello Yemen erano stati i principali fattori che permisero alle forze yemenite di sventare la cospirazione, dichiarava che Arabia Saudita e suoi alleati Stati Uniti e Regno Unito, “Sono consumati dalla rabbia e gli auguriamo di morirne“, perché qualunque cosa facciano, la nazione yemenita sarà più resistente e vigile, traendo una lezione dal fallimento del complotto di Salah a Sana. La guerra scatenata da Salah era, difatti, la continuazione della guerra lanciata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti contro lo Yemen, dato il supporto aereo da essi fornito alle milizie di Salah. Infine, invitava tutte le forze politiche dello Yemen a rimanere unite e a formare un fronte unico per difendere l’indipendenza del Paese e sconfiggere il nemico.
Secondo funzionari yemeniti, il golpe di Salah fu programmato ad Abu Dhabi all’inizio dell’anno, in collaborazione con l’Arabia Saudita; “Muhamad bin Salman principe ereditario dell’Arabia Saudita, fu convinto dagli Emirati Arabi Uniti ad abbandonare l’ex-presidente yemenita Abdarabu Mansur Hadi a vantaggio di Salah, allo scopo di por fine alla guerra contro lo Yemen. Gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno perso molti uomini in questa guerra e sembra che con l’aiuto degli Emirati Arabi Uniti, Salah, o uno dei suoi figli, potesse concluderla“. Muhamad bin Salman aveva inviato Ahmad al-Asiri, ex-portavoce della coalizione saudita, ad Abu Dhabi a giugno per incontrare il figlio di Salah, Ahmad, e discutere la possibilità di formare un nuovo governo nello Yemen. Ahmad vive da cinque anni negli Emirati Arabi Uniti. Murad al-Azany, analista politico yemenita e professore all’Università di Sana, dichiarava che il figlio di Salah era la “carta vincente” degli Emirati Arabi Uniti, “Gli Emirati Arabi Uniti hanno tenuto sotto controllo Ahmad nel caso in cui qualcosa accadesse al padre: in quel caso, pensavano di spedirlo immediatamente nello Yemen ad assumerne il ruolo. Gli Emirati Arabi Uniti hanno sempre avuto piani per lui: è uno strumento, proprio come l’ex-presidente afgano Hamid Karzai fu usato dagli Stati Uniti, e quando sarà il momento, lo useranno per fare ciò che vogliono“.
Secondo il ricercatore iraniano Dr. Muhamad Sadiq al-Husayni, Salah aveva preparato il colpo di Stato contro Ansarullah otto mesi prima, con l’aiuto del principe emiratino Muhamad bin Zayad, del generale Shaul Mofaz, ex-ministro della Difesa israeliano, di Muhamad Dahlan, ex-membro del comitato centrale di Fatah e di Ahmad Ali Abdullah Salah, figlio dell’ex-presidente yemenita. La pianificazione dell’operazione fu avviata ad Abu Dhabi, e successivamente gli incontri si svolsero sull’isola di Socotra, ceduta da Abdurabu Manour Hadi agli Emirati Arabi Uniti. Nell’isola si ebbero nove incontri, con la partecipazione di ufficiali degli Emirati Arabi, schierati nel sud dello Yemen, ed ufficiali israeliani inviati da Shaul Mofaz. Secondo Husayni, 1200 miliziani fedeli ad Ali Abdullah Salah furono addestrati nelle basi militari degli Emirati Arabi Uniti ad Aden, in vista dell’attuazione del colpo di Stato. Furono stanziati fondi per addestrare 6000 uomini di Salah. Il centro operativo di Muhamad bin Zayad passò 289 milioni di dollari da Aden a Sana attraverso i parenti di Ali Abdullah Salah, tra febbraio e giugno 2017. Inoltre, tra agosto e fine ottobre 2017, Salah ricevette altri 100 milioni di dollari. Il colpo di Stato era previsto per il 24 agosto, ma gli Emirati Arabi Uniti e gli israeliani posticiparono l’operazione per due motivi: scarsa preparazione delle forze di Salah ed Ansarullah che aveva scoperto i piani golpisti. Ancora, i golpisti decisero di armare e addestrare 8000 combattenti filo-Salah. La missione fu affidata a 16 capi dello SIIL trasferiti dall’Iraq ad Aden all’inizio del 2017 e a 4 ufficiali israeliani inviati sempre ad Aden. Le armi dei golpisti furono nascoste in 49 nascondigli a Sana, secondo il piano di mobilitazione per armare i seguaci si Salah nel momento in cui il centro operativo avesse deciso di agire, con sorpresa e rapidità, contro Ansarullah nella capitale Sana. Il piano scattò la notte del 3 dicembre, e prevedeva di controllare Sana entro sei ore. Quando la direzione di Ansarullah capì che i negoziati con Salah erano una manovra tattica, gli garantì la via di fuga in cambio della fine del colpo di Stato, avvertendo che in caso contrario avrebbe risolto la situazione militarmente, cosa effettivamente successa tra il 2 e il 3 dicembre 2017. Dopo che la situazione fu risolta a Sana da Ansarullah, Ali Abdullah Salah fu costretto a fuggire dalla capitale. In coordinamento con gli Emirati Arabi Uniti, i cui aerei scortarono il suo convoglio, costituito da 3 veicoli blindati e 8 tecniche. 11 posti di blocco lungo la strada furono bombardati dagli aerei della coalizione saudita aprendo la via di fuga a Salah. Ma a Sayan si ebbe lo scontro con elementi di Ansarullah, quindi qli aerei della coalizione saudita bombardarono la postazione per eliminare Ali Abdullah Salah, scomodo testimone del coordinamento tra Emirati Arabi, sauditi ed israeliani.
Ali Abdullah Salah aveva commesso quattro gravi errori:
– Non ha saputo valutare la reazione di Ansarullah. Da agosto, le milizie dell’ex-presidente avevano ampliato l’influenza nella capitale e l’inattività di Ansarullah fu interpretata da Salah come segno di debolezza, mentre in realtà Ansarullah seguiva tutto ciò accadeva e vi si preparava.
– Le principali tribù yemenite, anche quella di Salah, i Sanhan, non sostenevano il colpo di Stato. Furono infatti sorprese dall’improvviso cambio di posizione dell’ex-presidente, che annunciava la fine dell’alleanza con Ansarullah e l’apertura dei rapporti con l’Arabia Saudita. Gli yemeniti si rifiutarono di allinearsi con gli aggressori, che da tre anni distruggono il loro Paese. Inoltre, solo pochi giorni prima Salah aveva elogiato l’Iran e denunciato l’Arabia Saudita.
– Il partito di Salah, il Congresso del Popolo, non lo seguì su questo piano, ritenendolo un mero tradimento.
– Sauditi ed emirati non mantennero la promessa di un aviosbarco presso Sana per sostenere le milizie di Salah, rapidamente travolte da Ansarullah.
Il Comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) Generale Muhamad Ali Jafari, dichiarava “Abbiamo visto che i nemici intendevano lanciare un colpo di Stato contro i Mujahidin ed Ansarullah, ma questo complotto è stato stroncato sul nascere“. Il ministero degli Interni yemenita confermava che l’ex-presidente Salah era stato eliminato mentre scappava da Sana verso Marib su un veicolo blindato. Salah era accompagnato dal vice Arif Zaqa e dal Segretario generale del Partito del Congresso Popolare Yasir al-Uazi quando la loro auto fu colpita al checkpoint di Qulan al-Tayal. Salah doveva incontrare il cugino Ali Muhsan al-Ahmar, vice di Hadi, che doveva aiutarlo a fuggire negli Emirati Arabi Uniti. Nel frattempo, Zayfullah al-Shami, del politburo di Ansarullah, dichiarava che “Ansarullah, che ha già colpito Riyadh e Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti due volte, può colpire la capitale di qualsiasi altro Paese membro della coalizione degli aggressori che ha scatenato la guerra contro lo Yemen e l’occupa. Inoltre, abbiamo dato una risposta diretta agli Emirati Arabi Uniti quale principale sostenitore delle milizie di Salah, dove possedeva beni e proprietà e i figli vivono. Salah e gli Emirati Arabi Uniti si erano coordinati, ma si sono infine disonorati e la loro vera natura è stata svelata”. Il presidente-fantoccio Abdurabu Mansur Hadi, difatti, era caduto in disgrazia presso gli Emirati Arabi Uniti, che ora versano miliardi di dollari per sostenere Aydarus al-Zubaydi, capo secessionista del sud e rivale dell’ex-presidente-fantoccio. Le sue forze avrebbero impedito a quelle di Hadi l’accesso alla città di Aden, capitale della coalizione filo-saudita.
Il fondatore di Ansarullah, Sayad Husayn Badradin al-Huthi, creò il movimento negli anni ’90. All’epoca Sayad Husayn era deputato nel parlamento dell’opposizione al governo dell’ex-presidente Ali Abdullah Salah. Salah definì Sayad Husayn un cospiratore finanziato dall’Iran e l’accusò di aver suscitato violenze, quindi lanciò la guerra contro il movimento, nel nord dello Yemen, che durò dal 2004 al 2009. Salah era sostenuto da Stati Uniti e Arabia Saudita. Il movimento Ansarullah aveva carattere civico-sociale, ma quando Sayad Husayn fu assassinato dalle forze di Salah, suo fratello, Sayad Abdalmaliq, ne assunse la guida. Il movimento fu uno dei principali organizzatori delle proteste contro l’ex-presidente Salah nel 2011, e si oppose anche all’elezione di Abdurabu Mansur Hadi, sostenuto dall’occidente e dai sauditi. Salah voleva emendare la costituzione, volendo portare il mandato presidenziale da cinque a sette anni. Salah voleva rimanere in carica fino al 2013, quando il figlio Ahmad avrebbe avuto 40 anni, l’età minima per divenire presidente. Ma si scontrò con Hadi e il suo gruppo. Per 33 anni Salah aveva governato lo Yemen con una complessa rete di alleanze tra gruppi militari, civili e tribali. Dopo aver ceduto il potere al vice Hadi, nel 2012, nell’ambito di un accordo con Stati del Golfo e Stati Uniti, Salah rimase a comandare diverse unità dell’esercito e a presiedere il partito del Congresso Generale del Popolo, che aveva fondato. Il presidente Hadi permise al partito Isla, della fratellanza mussulmana, d’influenzare governo e parlamento. Ma ciò innescò proteste popolari ancora più grandi, guidate da Ansarullah, che il 21 settembre 2014 prese il controllo del governo, senza scontrarsi con le forze di sicurezza. Ansarullah eliminò dalle proprie aree d’influenza la presenza dei taqfiriti e di al-Qaida, suscitando la reazione di Stati Uniti, Regno Unito, Israele e sauditi. Nel maggio 2015, dopo le incursioni aeree saudite su Sana, Salah annunciò l’alleanza con Ansarullah. Nel 2016, il partito di Salah firmò un accordo con Ansarullah, formando il consiglio politico che governa il Paese. Autosufficienza ed autodeterminazione sono i principi base della leadership yemenita di Ansarullah, che in oltre 2 anni di guerra ha anche dimostrato di non essere un “gruppo ribelle”, ma di essere ben organizzato, ben addestrato, politicamente scaltro e con esperienza di governo, soprattutto della regione di Sada. Ansarullah ora ingloba la maggior parte delle Forze Armate dello Yemen, comprese Guardia costiera, Guardia Repubblicana e Aeronautica.E in relazione a ciò, il New York Times affermava che il missile Burqan-2H lanciato dagli yemeniti sull’aeroporto internazionale di Riyadh, aveva colpito il territorio aeroportuale accanto a una delle piste, a un chilometro dal terminal. Quindi, il missile aveva eseguito il programma di volo violando la difesa aerea saudita, costituita da batterie di missili antiaerei Patriot. Aspetto che i funzionari sauditi e statunitensi hanno voluto nascondere. In definitiva, l’Arabia Saudita dimostrava, ancora una volta, incapacità geopolitica e disponibilità a sacrificare gli alleati, a differenza dell’Iran, che non abbandona mai un alleato in difficoltà. Ciò ha permesso alla Repubblica Islamica dell’Iran di avere molti alleati. Difatti, l’episodio di Salah è il terzo grave fallimento in tre mesi dei sauditi. Il primo fu il referendum curdo del 25 settembre, sostenuto da Israele, Stati Uniti ed Arabia Saudita, allo scopo di smembrare l’Iraq, ma si concluse con la schiacciante sconfitta del capo curdo Barzani e dei suoi alleati, sorpresi dalla risposta rapida e decisa di Baghdad che in una sola settimana liberava Qirquq e la sua provincia, occupate dai pishmirga dal 2013. Il secondo fallimento saudita si aveva in Libano, all’inizio di novembre, col caso delle ‘dimissioni’ di Hariri, volte a rovesciare il governo libanese e far esplodere una guerra civile contro Hezbollah.Fonti:
FNA
FNA
Fort Russ
al-Jazeera
Jurij Ljamin
al-Manar
Reseau International
TeleSur

Mueller indica la potenza straniera “collusa” con Trump: Israele

Wayne Madsen SCF 04.12.2017Nell’accusa al gran giurì federale del consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, tenente-generale Michael Flynn, il consigliere speciale del dipartimento di Giustizia Robert Mueller indica chiaramente la potenza straniera collusa con la squadra di transizione presidenziale di Trump prima del giuramento del 20 gennaio 2017. La potenza straniera non era la Russia, la Cina o il Regno Unito, ma Israele. Subito dopo che Mueller annunciava che Flynn accettava di dichiararsi colpevole della sola accusa di falso a un agente del Federal Bureau of Investigation, l’autorevole squadra di propaganda israeliana, penetrata in ogni redazione di New York e Washington DC, entrava in azione. L’accusa a Flynn, che enuncia una delle sue due false dichiarazioni all’FBI, presenta una falsa dichiarazione di Flynn: “Il 22 dicembre 2016, Flynn non chiese all’ambasciatore russo di ritardare il voto o impedire una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni“. Kushner e il suo principale controllore, il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, sepperp dell’intenzione dell’amministrazione uscente Obama di astenersi su una risoluzione egiziana, la 2334 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, sottoposta al Consiglio il 21 dicembre 2016, per condannare la decisione d’Israele d’espandersi in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Nello specifico, la risoluzione chiedeva che “Israele cessasse immediatamente e completamente tutte le attività d’insediamento nel territorio palestinese occupato, inclusa Gerusalemme Est“. L’astensione degli USA sulla 2334 rompeva col precedente degli Stati Uniti di porre il veto a qualunque risoluzione anti-israeliana nel Consiglio di sicurezza. Israele usò la considerevole influenza sulla squadra di Trump per sabotare la risoluzione delle Nazioni Unite, il cui voto era prevista il 23 dicembre 2016. L’accusa a Flynn afferma che chiese, su ordine di Kushner, all’ambasciatore russo a Washington di ritardare o comunque bloccare la risoluzione egiziana. L’accusa dichiara: “Intorno al 22 dicembre 2016, un membro del team di transizione presidenziale disse a Flynn di contattare funzionari di governi stranieri, inclusa la Russia, per sapere come ogni governo vedesse la risoluzione e l’influenzasse per ritardare il voto o non votare la risoluzione“. La dichiarazione sui reati di Flynn recita: “Durante il colloquio del 24 gennaio con l’FBI, Flyn rese ulteriori dichiarazioni false sulle chiamate fatte alla Russia e molti altri Paesi sulla risoluzione presentata dall’Egitto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 21 dicembre 2016“. L’accusa a Flynn afferma inoltre che aveva falsamente affermato di aver solo chiesto le posizioni dei Paesi sul voto, e che non chiese d’intraprendere azioni specifiche sulla risoluzione. Flynn affermò anche falsamente che l’ambasciatore russo non gli descrisse la risposta della Russia alla richiesta”. Flynn mentì in tutti e tre i casi. L’ambasciatore russo Sergej Kisljak respinse la richiesta di Flynn d’interferire col voto delle Nazioni Unite. L’episodio, lungi dal mostrare la “collusione” tra la squadra di Trump e la Russia, dimostra che la Russia non aderiva alle pretese di Trump, Kushner, Flynn o chiunque altro, inclusa l’ambasciatrice nominata alle Nazioni Unite Nikki Haley, che cercò di convincere l’ambasciatrice in carica Samantha Power a far decadere il voto del Consiglio di sicurezza. Secondo la rivista Foreign Policy, Flynn fece una tremenda pressione per affondare la risoluzione delle Nazioni Unite, riferendo: “Il team di transizione di Trump contattò il dipartimento di Stato con una richiesta urgente: avere numero di cellulare, e-mail e altri contatti degli ambasciatori e ministri degli Esteri dei 15 Stati membri del Consiglio di sicurezza“. Trump convinse il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi ad ordinare alla delegazione ONU di ritardare il voto. L’Egitto poi ritirò il sostegno alla 2334. Tuttavia, quattro membri del Consiglio di sicurezza, Malaysia, Nuova Zelanda, Senegal e Venezuela, vi si opposero e portarono la risoluzione al voto del Consiglio. Passò e fu promulgata con l’astensione statunitense. È certo che l’amministrazione Obama cercasse l’aiuto dell’alleata militare e d’intelligence Nuova Zelanda, nel sostenere Malesia, Senegal e Venezuela contro la furiosa opposizione di retroguardia d’Israele e della squadra di transizione di Trump. Trump e Kushner decisero, poco prima dell’accusa a Flynn, di manifestare fedeltà ad Israele annunciando che gli Stati Uniti avrebbero riconosciuto Gerusalemme sua capitale trasferendovi l’ambasciata. Tali azioni, lungi dal mostrare la “collusione” con una potenza straniera, accusa una lealtà conflittuale, per lo meno.
Non è noto chi nel team di transizione di Trump abbia molestato, tramite cellulare ed e-mail, ambasciatori e ministri degli Esteri di Russia, Egitto, Nuova Zelanda, Malesia, Senegal, Venezuela, Cina, Francia, Gran Bretagna, Angola, Giappone, Spagna, Ucraina e Uruguay, ma gli affari di Kushner e Trump hanno interessi finanziari significativi in Angola (miniere di diamanti), Cina (immobiliari ed abbigliamenti di Ivanka Trump), Gran Bretagna (corsi di golf di Trump) e Ucraina (partner commerciale di Kushner e Trump). Dopo che Netanyahu dichiarò al ministro degli Esteri della Nuova Zelanda Murray McCully che il suo sostegno alla risoluzione equivaleva a una dichiarazione di guerra, la Nuova Zelanda ritirò il suo sostegno. Kushner, secondo chi lo conosce, sarebbe stato più che capace di unirsi a Netanyahu nel minacciare diplomatici e governi rappresentati alle Nazioni Unite. Con un impeto di rabbia, Netanyahu richiamò gli ambasciatori israeliani in Senegal e Nuova Zelanda, cancellò i programmi di assistenza al Senegal e tolse l’accredito al ministro degli Esteri senegalese Mankeur Ndiaye per una visita programmata in Israele. In Israele chiamò gli ambasciatori di Stati Uniti ed altri dieci Paesi che votarono a favore della 2443 per rimproverarli verbalmente. Fu anche cancellata una visita programmata in Israele del primo ministro ucraino Volodymyr Grojsman, ebreo. Israele bloccò anche i visti di lavoro per i dipendenti di cinque agenzie specializzate delle Nazioni Unite attive nella West Bank ed espulse il portavoce dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso dei profughi della Palestina e del Vicino Oriente (UNRWA). La collusione israeliana con la squadra di transizione presidenziale di Trump va oltre Trump, Kushner e Flynn, e viola il Logan Act del 1799, legge arcana che proibisce ai cittadini statunitensi di avere una propria politica estera. Convincendo Trump, Kushner e Flynn che Obama fosse dietro la risoluzione 2443, Israele cooptò la squadra di transizione di Trump. Il Logan Act è irrilevante quando Trump, Kushner, Flynn e altri hanno commesso un tradimento virtuale contro il proprio Paese per promuovere gli obiettivi politici di Israele. Non c’è mai stato un processo riuscito col Logan Act e probabilmente non ce ne sarà mai. Tuttavia, chi aveva accesso ad informazioni classificate, Trump, Kushner, Flynn, Haley e altri che contemporaneamente prendevano ordini da Israele sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, potrebbe essere ritenuto colpevole di violazione della legge sullo spionaggio. Il “pianto greco” dei sostenitori d’Israele nei media e al Congresso degli Stati Uniti ha promosso il Logan Act per minimizzare il danno causato dalla collusione tra l’ambasciatore israeliano all’ONU Danny Danon, Netanyahu, Kushner, Flynn, Trump e Haley per sabotare la risoluzione. Se il Logan Act avesse avuto qualche efficacia, sarebbe stato usato da tempo per incriminare George Soros, Sheldon Adelson, Haim Saban, Paul Singer e altri miliardari filo-israeliani che rappresentano gli interessi di altre nazioni e s’impegnano in proprie politiche estere. L’aspetto più falso del cosiddetto “Russiagate” è che lo scandalo politico che coinvolge Trump, Kushner, Flynn, l’ex-direttore elettorale di Trump Paul Manafort, i consiglieri Steve Bannon e Stephen Miller e altri, difficilmente coinvolge il governo russo. Invece, gli oligarchi europeorientali-israeliani, insieme alle loro migliaia di società off shore in luoghi lontani come le Isole Vergini inglesi, l’Isola di Jersey, le Isole Marshall e le Seychelles, insieme a ben piazzati agenti d’influenza statunitense filo-Israele, sono in prima fila nello scandalo che ora minaccia di far cadere l’amministrazione Trump. È praticamente impossibile per i media aziendali statunitensi convincersi che il titolo appropriato per lo scandalo Trump sia “Israelgate” e non “Russiagate”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Yemen, golpe fallito e reazione internazionale

Alessandro Lattanzio, 4/12/2017Il 2 dicembre 2017, il presidente del Comitato rivoluzionario supremo Muhamad Ali al-Huthi invitava le tribù yemenite a prepararsi a coordinarsi con la Sicurezza pubblica per proteggere la capitale Sana. “Fratelli ribelli delle tribù dello Yemen, c’è un complotto tramato contro la capitale Sana, e su voi, che ne avete protetto sicurezza e stabilità la notte del 21 settembre, che contiamo oggi per coordinarsi con la Sicurezza pubblica delle province, se è necessario proteggere la sicurezza nella capitale o in qualsiasi provincia sia pronta a richiederla, a Dio per il nostro Yemen“. Il leader del movimento popolare Ansarullah dello Yemen, Abdulmaliq al-Huthi, aveva criticato la nuova posizione dell’ex-presidente Ali Abdullah Salah, che creava caos nella capitale yemenita Sana, definendolo tradimento della nazione. Salah aveva invitato le forze armate e la polizia a rivoltarsi contro Ansarullah, esprimendo l’intenzione “di voltare pagina” nei rapporti con la coalizione saudita che ha invaso lo Yemen. Dal 29 novembre si svolgevano scontri armati, scatenati dalle forze fedeli a Salah (Afash), contro le forze popolari. Le forze di Salah, “provocano caos e disordine contro la sicurezza e la stabilità” del Paese, concludeva il leader di Ansarullah. Salah si dimise dopo la rivolta del 2011, dopo essere stato al potere per 33 anni. Nel 2012 ciò spianò la strada al potere ad Abdurabuh Mansur Hadi. Tuttavia, nel 2014 Hadi si dimise e fuggì in Arabia Saudita. Da allora Ansarullah governa lo Yemen. Salah si alleò con Huthi e l’esercito yemenita per difendere il Paese contro l’aggressione saudita iniziata nel marzo 2015.
Il 3 dicembre, il portavoce di Ansarullah, Muhamad Abdasalam, affermava via twitter: “Ieri hanno festeggiato sui media il rovesciamento della capitale e di cinque province, e di sera le loro forze aeree hanno bombardato Sana, le cinque province ed altre. Perché bombardano le aree che hanno perso! C’era un grave complotto e ci hanno scommesso, ma è fallito facendoli cadere tutti. Grazie e lode a Dio e Dio benedica il popolo yemenita“, concludeva Abdusalam. L’aviazione saudita aveva bombardato le caserme Garban, Istiqbal, 22 Mayu e Tal Rayan, a Sana, l’edificio governativo e il dipartimento di sicurezza di Amaran, compiendo varie incursioni in diverse province, dopo il fallimento del complotto per destabilizzare queste province. Il portavoce di Ansarullah osservava che molti leader del Partito del Congresso Generale Popolare, il partito di Salah, non ne accettavano la nuova posizione, mentre le forze di sicurezza sopprimevano molti tentativi di creare caos. Il portavoce confermava che gli EAU avevano manovrato il tentato golpe appoggiando certi capi del Congresso Generale Popolare. Abdasalam dichiarava che le forze di sicurezza erano pronte a porre fine alla sovversione nella capitale e che la situazione sui fronti non ne veniva influenzata. Nel frattempo, le truppe yemenite respingevano l’attacco saudita nel Najran e bombardavano le posizioni delle truppe dell’alleanza saudita su Jabal Qays, Munaq, Qirs, Abadiya e Qaran, mentre nel governatorato di al-Juf un UAV degli Stati Uniti veniva abbattuto dalle truppe yemenite. A Sana, le forze yemenite liberavano il quartiere Syasi, vicino all’ex-ambasciata saudita, che la coalizione saudita aveva colpito cinque volte la mezzanotte del 2 dicembre. Ad est di Sana, sul fronte di Nahm, le truppe yemenite liberavano il Jabal Salab. A nord di Sana, l’aeroporto veniva bombardato tre volte dall’alleanza saudita, ma restava sotto il controllo delle truppe yemenite.
Sempre il 3 dicembre, il Consiglio Politico Supremo dello Yemen, che dirige gli affari di Stato, dichiarava che la situazione a Sana era tornata alla normalità dopo gli scontri tra le forze fedeli all’ex-presidente Ali Abdullah Salah (forze Afash) e Ansarullah. Il capo del Consiglio Salah Ali al-Samad invitava i partiti e le tribù yemeniti a contrastare qualsiasi atto di aggressione e le “cospirazioni” volte ad istigare tensioni. “I servizi di sicurezza continuano gli sforzi per migliorare sicurezza e stabilità, e tutti coloro che cercano di destabilizzarle saranno trattati con severità. Tutte le figure, le persone sagge e tutti i cittadini devono esercitare la massima responsabilità e disciplina e assumersene la responsabilità nella fase attuale per risparmiare al Paese il flagello di conflitti interni“. Salah aveva avviato colloqui con l’Arabia Saudita per “voltare pagina” se Riyad toglieva il blocco e fermava i bombardamenti sullo Yemen. Il leader di Ansarullah Abdulmaliq al-Huthi descriveva la posizione di Salah come un “tradimento” che favoriva i nemici dello Yemen. Le forze leali a Salah “continuano a portare caos e a disturbare sicurezza e stabilità”, aveva dichiarato descrivendo l’azione dell’ex- presidente come “colpo di Stato” contro l’alleanza yemenita. “Dobbiamo continuare a sostenere i fronti dei combattimenti perché questo complotto è l’ultima carta delle forze d’aggressione, con cui cercano d’imporre l’occupazione del nostro Paese“, osservava Huthi. Ansarullah eliminava decine di posizioni delle milizie golpiste Afash a Sana e provincia, occupando a Sana le caserme Suad e Shiraz della 4.ta Brigata e il 48.mo ospedale; in via Baghdad le milizie Afash venivano eliminate dalla moschea Abu Ubayda. Anche la caserma Amad veniva occupata, liberando il quartiere Nuarah, mentre venivano occupati l’ex-ambasciata saudita e numerosi edifici amministrativi, come gli edifici del Comitato permanente di Hasbah, del Comitato permanente di Hadah, della TV Yemen ad Atan e la moschea al-Salah. Nella provincia di Amaran, le forze di sicurezza, in collaborazione coi Comitati Popolari, liberavano Bani Sarim e Bani Qays. Nella provincia di Ib, la stazione al-Sayani veniva liberata come il dipartimento di polizia nell’est della città di Ib. Nella provincia di Dhamar, l’edificio al-Qumani e l’ingresso nord di Dhamar venivano liberati mentre numerose forze Afash venivano catturate. Anche le stazioni Rasabah, Mabar, Sanban, Hada al-Hurur e Naqil Yaslah venivano riprese. Nella provincia di Haja il capo della milizia Afash, Zidan Dahshush, fuggiva mentre veniva assicurata la linea Haja-Sana. I servizi di sicurezza liberavano i quartieri al-Sabin, Maspahi, al-Qana e via Algeria mentre centinaia di golpisti si arresero nella capitale. Infine, il Ministero degli Interni yemenita dichiarava la morte dell’ex-presidente Ali Abdullah Salah, del suo vice Arif Zaqa e del segretario generale del Partito del Congresso Yasir al-Uazi, mentre fuggivano da Sana verso Marib, dove si trovava il vice del presidente-fantoccio filo-saudita Hadi, Ali Muhsan al-Ahmar. Il presidente del Consiglio politico supremo Salah al-Samad dichiarava che la sedizione era stata repressa grazie al sostegno dei servizi di sicurezza, dell’esercito, dei comitati popolari, dei comitati di mediazione, delle tribù, dei capi del Congresso generale del popolo e della sua base popolare, che avevano deciso di opporsi al golpe di Salah, e delle amministrazioni centrali e periferiche dello Stato.
Il 4 dicembre, il Ministero degli Interni annunciava la fine della crisi nella capitale Sana e in tutte le province. Il Ministero degli Interni ringraziava il Consiglio politico supremo, il governo di salvezza, il popolo, le tribù e le forze nazionali dello Yemen per il sostegno ai servizi di sicurezza nel ripristinare sicurezza e stabilità del Paese. Almeno otto civili yemeniti venivano uccisi da un raid aereo saudita nella provincia di Sada. Aerei sauditi bombardavano le aree dell’Aeroporto Internazionale e del Ministero degli Interni di di Sana, per appoggiare il fallito golpe di Salah.Il 4 dicembre, la centrale nucleare di al-Braqa, in costruzione ad ovest di Abu Dhabi, veniva colpita da un missile da crociera Qurus, che aveva volato per 1600 km. La centrale nucleare, che dovrà ospitare 4 reattori, è in costruzione dal luglio 2012. Il leader della rivoluzione yemenita Abdulmaliq Badradin al-Huthi, il 14 settembre 2017 aveva avvertito gli Emirati Arabi Uniti della possibilità di attacchi missilistici in qualsiasi momento, sottolineando che la forza missilistica yemenita aveva testato un missile da crociera capace di raggiungere Abu Dhabi. L’azione era chiaramente la risposta al tentato golpe organizzato da Salah ed Emirati Arabi Uniti.

Fonti:
HispanTV
IFP News
ISW News
RussiaToday
Yemen Press
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Yemen Press
Yemen Press
Yemen Press
Yemen Press
Yemen Press
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