L’Arabia Saudita compie un passo verso la disintegrazione

Alessandro Lattanzio, 22/6/2017

Muhamad bin Salman tra businessmen della ‘new economy’ degli USA

Il 21 giugno, il presidente turco Erdogan condannava ufficialmente l’idea della “Grande Albania” mentre inviava mezzi e rinforzi dell’esercito turco nel nord della Siria, mentre il parlamento tedesco votava il ritiro delle forze tedesche dalla base aerea turca di Incirlik, la principale base della NATO in Turchia. Ciò a seguito del deteriorarsi delle relazioni tra Germania e Turchia, dell’allontanamento di Erdogan dall’Unione europea e dei contrasti tra Ankara e Washington sulla questione curda e il ruolo dei curdi in Siria. Inoltre, il neopresidente francese Emmanuel Macron dichiarava che non esiste un ‘legittimo successore’ al Presidente Assad e che la priorità sia combattere il terrorismo islamista con l’aiuto della Russia; “La nuova prospettiva che ho su questo argomento è che non affermo che la dipartita di Bashar al-Assad sia una precondizione, perché nessuno mi ha mostrato un legittimo successore… Le mie linee sono chiare: in primo luogo, lotta completa contro tutti i gruppi terroristici. Sono i nostri nemici… abbiamo bisogno della cooperazione di tutti, specialmente della Russia, per eliminarli”. Un cambiamento significativo della posizione della Francia rispetto ai presidenti Sarkozy e Hollande. “Il riconoscimento di Macron che il cambio di regime in Siria è fuori dall’ordine del giorno non è altro che il riconoscimento dell’evidenza. Con la ‘Siria utile’, le ricche coste della Siria dove la maggior parte della popolazione siriana vive, sotto il controllo del Presidente Assad, con l’Esercito arabo siriano che avanza rapidamente nella Siria orientale e la Russia che ha istituito un potente sistema di difesa aerea, non c’è possibilità che il Presidente Assad sia rovesciato”. E infine il Viceministro degli Esteri russo Oleg Syromolotov dichiarava che “Secondo il Ministero della Difesa russo, è altamente probabile che il capo dello SIIL al-Baghdadi sia stato eliminato dalle forze aerospaziali russe quando colpirono un centro di comando dei terroristi alla periferia sud di Raqqa, verso la fine di maggio. L’informazione è ora verificata da vari canali“. La Russia inviava in Siria 21 pezzi d’artiglieria M30, sistemi lanciarazzi multipli TOS-1 e BM-30 Smerch, e 50 missili tattici Tochka-U. Inoltre, la Russia riposizionava i sistemi di difesa aerea in Siria, per permetterne la massima copertura possibile nello spazio aereo della Siria. Inoltre, gli aerei da combattimento russo aumentavano le operazioni d’intercettazione dei caccia statunitensi, in particolare nelle zone operative degli aerei siriani. Le unità dell’Esercito arabo siriano bombardavano le posizioni del SIIL a Tabarat al-Dibah, ad est di Hama, eliminando numerosi terroristi. Intanto, in Arabia Saudita, re Salman nominava il figlio, Muhamad bin Salman, principe ereditario al posto del principe Muhamad bin Nayaf, che supervisionava le forze di sicurezza dell’Arabia Saudita. Muhamad bin Salman ha trascinato l’Arabia Saudita nella guerra allo Yemen, causando 14000 morti, e nel conflitto con il Qatar, dove perde il sostegno degli Stati Uniti. Ma Muhamad bin Salman, che aveva guidato i negoziati sulla riduzione della produzione dell’OPEC, appare circondato da una cricca di principi aggressivi che oggi puntano a guidare l’Arabia Saudita ed è responsabile della riduzione delle sovvenzioni energetiche e della proposta di privatizzazione della compagnia petrolifera statale Aramco, e soprattutto dell’attacco terroristico dello SIIL a Teheran, il 7 giugno 2017, che ha acuito le tensioni tra Arabia Saudita ed Iran. Il Generale Mohammad Ali Jafari, del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, aveva dichiarato, “Abbiamo intelligence precise che dimostrano che, purtroppo, l’Arabia Saudita, oltre a sostenere i terroristi, gli ha chiesto di condurre operazioni in Iran”. Mentre il leader di Hezbollah, Hasan Nasrallah, indicava l’Arabia Saudita affermando che l’attentato di Teheran aveva i segni di un “piano distruttivo internazionale”. Muhamad bin Salman controlla difesa, petrolio e politica economica del regno saudita, e aveva organizzato il viaggio di Trump a Riyadh. La promozione del principe è stata approvata da 31 dei 34 membri del Consiglio di reggenza del regno. Il principe Muhamad bin Nayaf veniva anche sostituito, da ministro degli Interni, da Saud bin Nayaf e dal vice Ahmad bin Muhamad al-Salim. Ad aprile, il re saudita aveva nominato due altri figli, il principe Salman bin Abdulaziz e il principe Qalid bin Salman, ministro per gli Affari Energetici e ambasciatore negli Stati Uniti. Già nel dicembre 2015, fu affermato che Salman bin Abdulaziz, l’ultimo dei figli del primo re saudita, Abdulziz al-Saud, sarà sostituito dalla nuova generazione di reali sauditi. Salman aveva nominato il nipote, Muhamad bin Nayaf, principe della corona dopo averne fatto dimettere il fratello, Muqrin bin Abdulaziz, nel 2015. Nel frattempo Muhamad bin Salman concentra nelle proprie mani sempre più potere: nel Ministero della Difesa, nel Consiglio di Economia e Sviluppo e nell’Aramco, ed è il responsabile dell’aggressione allo Yemen, del sostegno saudita ai terroristi in Siria e Iraq, del sostegno alla dittatura wahhabita in Bahrayn e del confronto con Qatar e Iran.
In tale situazione, il 22 giugno sarebbero atterrati in Arabia Saudita 18 aerei da combattimento F-16I, F-15CD e F-16CD, 2 Gulfstream per la guerra elettronica e 2 aerocisterne C-130 israeliani, quale deterrenza contro un possibile golpe contro Muhamad bin Salman. Infatti, una petizione firmata da principi sauditi veniva pubblicata dopo la nomina a principe ereditario di Muhamad bin Salman. La petizione, che protesta contro re Salman per la decisione di sostituire bin Nayaf, è firmata dal principe Muqrin bin Abdulaziz e da altri 21 capi sauditi. I principi che si oppongono a bin Salman dichiarano che egli vuole diventare re de facto con tale nomina, e che ciò distruggerebbe la famiglia reale saudita. Inoltre, “Washington ha chiesto altri soldi per difendere il regime saudita e Riyadh ha recentemente versato 200 miliardi agli Stati Uniti per comprarne il sostegno nella guerra allo Yemen“, secondo l’analista yemenita Salah al-Qarshi. “Si tratta di parte dell’enorme quantità di denaro che l’Arabia Saudita versa al Tesoro degli Stati Uniti per proteggere la corona“. Secondo al-Qarshi, l’ex-capo dei servizi segreti sauditi Turqi al-Faysal aveva rivelato che il suo Paese aveva acquistato i poco redditizi buoni del Tesoro USA per aiutare l’economia degli Stati Uniti. Abdalbari Atwan, caporedattore del giornale Rai al-Yum, affermava che “che il principe Muhamad bin Salman è solo a un passo dal divenire re“, attendendo solo il via libera dal governo degli Stati Uniti. Sempre secondo Atwan, anche il principe ereditario di Abu Dhabi, Muhamad bin Zayad al-Nahyan, potrebbe inscenare un colpo di Stato negli Emirati Arabi Uniti per diventarne il re. Secondo l’insider saudita Mujtahid, il re saudita Salman bin Abdulaziz dovrebbe presto ritirarsi e fare accedere al trono Muhamad bin Salman, ma non prima di averne informato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.Fonti:
Análisis Militares
FNA
FNA
FNA
FNA
The Duran
The Duran
The Duran
Zerohedge

Tradimento dei chirici, gli italiani dovrebbero smettere di essere italiani e prendersi cura del loro interesse nazionale

GefiraNel 1927, Julien Benda denunciava il tradimento degli intellettuali, o il perseguimento eccessivo delle preferenze nazionaliste sui valori universali. Novant’anni dopo, i ruoli si sono invertiti. La classe intellettuale dell’occidente ha una nuova religione, la globalizzazione, ed ha abbandonato completamente le comunità native dell’occidente. Se la classe lavoratrice dell’occidente soffre o se la classe media si riduce, non importa, perché la globalizzazione ha portato “la crescita economica globale” e per il resto del mondo è meglio. Allo stesso modo, quando gli intellettuali occidentali perdono la scommesse sulla leva finanziaria nel casinò finanziario globale, e il casinò si blocca, spetta ai media occidentali “salvare il mondo” a loro spese. Un grido di orrore aumenta quando Donald Trump vuole proteggere i posti di lavoro produttivi invece di “salvare il mondo” dal cambiamento climatico. Gli occidentali non amano gli attentati islamici? Gli fa troppo male; gli investimenti provenienti dai Paesi del Golfo che sponsorizzano wahabismo e Fratellanza musulmana, come Arabia Saudita e Qatar, sono più importanti delle vite dei cittadini occidentali. La priorità sarebbe permettere ai Paesi del Golfo di finanziare moschee e centri culturali, ed assicurarsi che non siano offesi ogni volta che uno dei loro uccide cittadini occidentali. Le classi inferiori dell’occidente dovrebbero assumersi tutti i problemi derivanti dalla globalizzazione e non avere il diritto di lamentarsi; altrimenti sono ignoranti e bigotti non apprezzando la grandezza dell’universalismo.

Il futuro dell’UE: da “uniti nella diversità” a “distruggere le diversità europee”
L’articolo 2, paragrafo 3 del trattato di Lisbona recita: “L’UE rispetta la ricca diversità culturale e linguistica e assicura che il patrimonio culturale europeo sia tutelato e rafforzato”. Non è più vero. Incoraggiati dalla vittoria di Macron in Francia, gli intellettuali globalisti ora hanno bisogno di un capro espiatorio per le mancanze del loro piano. Quando la vecchia xenofobia o la minaccia immaginaria dai russi non basta a convincere i cittadini europei, allora la colpa viene posta sulle identità nazionali. In un articolo su Voxeu, il portale del Centro per la ricerca politico-economica, gli accademici Alesina, Trebbi e Tabellini identificano “il nazionalismo” quale ostacolo all’integrazione europea (l’Europa come spazio politico ottimale: nuovi risultati, CEPR 02-06-2017), precisamente il fatto che i cittadini s’identifichino con la propria comunità nazionale per via di storia, lingua e tradizioni condivise. Quindi, ciò deve finire. Gli autori indicano specificamente l’educazione come mezzo per sciogliere le identità culturali dei vari popoli europei e, quindi, la fedeltà alla comunità locale. Altrettanto importante, i politici non dovrebbero sentirsi pressati nel difendere l’interesse nazionale nelle riunioni europee: se l’euro finisce per danneggiare le economie dell’Europa meridionale, non importa, l’unità va preservata sugli interessi economici dei meridionali, impoveriti e disoccupati. Se questi ultimi vogliono sentirsi meglio, forse dovrebbero dimenticare chi sono, trasferirsi in Germania e lasciare che la loro patria affondi. Dopo tutto, è ciò che intellettuali liberali globalisti fanno: finché c’è un posto a Bruxelles, che importa di Napoli?
Se gli Stati Uniti d’America sono veramente il modello che l’integrazione europea seguirebbe, allora i cittadini europei dovrebbero prestare attenzione a quanto successo. Una rapida analisi delle elezioni statunitensi dell’anno scorso mostra, da un lato, le élite liberali nelle coste e, dall’altro, gli Stati centrali dell’uomo comune, abbandonato, deriso e poi accusato di non apprezzare un sistema che ne fa vittima regolare della globalizzazione. È davvero il modello che vogliamo costruire di “Europa unita”? Un gruppo di città isolate di burocrati, politici e intellettuali falliti completamente distaccati dalla realtà e dai problemi dell’uomo comune? Più importante, se gli accademici non solo non hanno fedeltà verso la propria comunità nazionale, ma vogliono sradicarne il senso di fedeltà, i cittadini dovrebbero ancora dargli retta nel rispondere ai propri problemi?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Filippine: lo SIIL salva ancora la politica estera statunitense

Tony Cartalucci, LD, 15 giugno 2017

Con motivazione fin troppo familiare, i terroristi che rivendicano l’appartenenza al cosiddetto “Stato islamico” (SIIL) hanno nuovamente aiutato la politica estera statunitense, questa volta nelle Filippine dove il governo sempre più cerca legami stretti con Pechino a scapito della lunga influenza di Washington. I terroristi hanno condotto un’operazione su larga scala, occupando parte della città filippina di Marawi, dove hanno compiuto varie atrocità e issato le bandiere dello SIIL. Situata sull’isola meridionale di Mindanao, la città è solo leggermente interessata dall’area principale delle operazioni di Abu Sayaf, affiliato ad al-Qaida, nelle vicine isole di Jolo e Basilan. Abu Sayaf e altri affiliati regionali hanno ricevuto gran parte dei finanziamenti e sostegni da uno degli alleati più antichi, l’Arabia Saudita, con cui gli Stati Uniti hanno appena sigillato un accordo sugli armamenti senza precedenti. Ora viene indicato che le forze armate statunitensi aiutano le truppe filippine nel tentativo di riprendere la città, evidenziando come lo SIIL sia il pretesto per giustificare l’influenza di Washington nella nazione, e in particolare dei militari statunitensi nel sud-est asiatico. L’AFP riferiva in un articolo intitolato “Le truppe statunitensi sul campo in una città filippina: militari in una guerra devastante”, che: “Le truppe statunitensi sono sul campo ad aiutare i soldati locali a combattere i terroristi nella città filippina, secondo un portavoce militare filippino, raccontandone in dettaglio il ruolo. Il piccolo numero di soldati statunitensi aiuta a sorvegliare e, sebbene non abbia un ruolo nei combattimenti, è autorizzato ad aprire il fuoco sui terroristi se attaccato, secondo il portavoce brigadiere-generale Restituto Padilla”. AFP aveva anche osservato che: “Il problema delle truppe USA nelle Filippine è estremamente sensibile da quando Rodrigo Duterte è presidente, che cerca di ridurre l’alleanza militare della nazione con gli Stati Uniti a favore della Cina”. Tuttavia, il fatto che i terroristi siano finanziati e sostenuti dall’alleato statunitense dell’Arabia Saudita, e che lo Stato islamico sia certamente una creazione degli interessi di Golfo e Stati Uniti, il loro arrivo improvviso e spettacolare nelle Filippine proprio mentre i legami statunitensi-filippini sono al minimo e vi è l’impulso ad eliminare definitivamente la presenza degli USA dalla nazione, indica che il recente scontro è più che una coincidenza conveniente.

La politica estera statunitense: rompere le finestre di notte, ripararle (a un certo costo) di giorno
La diminuzione della leva geopolitica in Asia-Pacifico ha spinto gli Stati Uniti a cercare una serie di conflitti utili come pretesto per una continua presenza nella regione. Ciò include tensioni nel Mar Cinese Meridionale dove gli Stati Uniti cercano di mettere le nazioni contro la Cina sfidandone le rivendicazioni su territorio e isole. Una di queste nazioni, infatti, sono le Filippine che hanno smascherato l’elaborata faccenda legale statunitense contro le affermazioni della Cina sul Mar Cinese Meridionale, favorendo colloqui bilaterali con Pechino direttamente, escludendo gli Stati Uniti, che hanno provocato attivamente conflitti sulla penisola coreana, minacciando il governo nordcoreano di un possibile primo colpo per “decapitarne” la leadership civile e militare. Interferenze e tensioni prevedibili che hanno causato, hanno assicurato la continua presenza militare degli USA in Corea del Sud, nonché anni di contratti militari lucrosi. E mentre l’uso dello SIIL nelle Filippine da parte di Washington è l’ultimo esempio di come il terrorismo sia usato per giustificare la presenza militare degli USA, non è certamente la prima volta. Il terrorismo nel sud della Thailandia fu ripetutamente usato come pretesto da Washington per cercare legami più stretti con Bangkok, legami che Bangkok ha ripetutamente respinto in favore di una più ampia cooperazione militare con Cina, Russia e Europa e della crescita dell’industria nazionale. Oltre l’Asia, gli Stati Uniti hanno utilizzato il terrorismo, compreso lo SIIL in modo specifico, per giustificare la presenza militare ovunque, dalla Libia alla Siria e dall’Iraq all’Afghanistan. In un memorandum dell’agenzia d’intelligence della difesa degli USA (DIA) del 2012 fu rivelato che Stati Uniti ed alleati cercarono di creare un “principato salafita” nella Siria orientale allo scopo specifico d'”isolare” il governo siriano. Il memo 2012 (PDF) indica in particolare che: “Se la situazione si sblocca c’è la possibilità d’istituire un principato salafita dichiarato o meno nella Siria orientale (Hasaqah e Dayr al-Zur) e questo è esattamente ciò che le potenze che supportano l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano, considerato profondità strategica dell’espansionismo sciita (Iraq e Iran)”. Il memo DIA spiegava anche chi fossero queste “potenze a sostegno”: “I Paesi di occidente, del Golfo e Turchia sostengono l’opposizione; mentre Russia, Cina e Iran sostengono il regime”.
Nonostante le affermazioni di Washington di combattere lo SIIL in Siria, solo con l’intervento militare russo nel 2015, le linee di rifornimento dell’organizzazione terroristica dalla Turchia furono devastate e suoi territori e potenza furono ridotti. L’esistenza dello SIIL viene prolungata dal sostegno continuo dagli alleati più stretti degli USA nella regione, come Arabia Saudita, Turchia, Qatar, Giordania e Israele. Gli Stati Uniti hanno più volte attaccato direttamente le forze siriane impegnate contro lo SIIL. Ultimamente, gli Stati Uniti hanno dispiegato l’artiglieria a lungo raggio nel sud della Siria, specificamente per combattere le forze siriane che hanno sopraffatto lo SIIL sul confine siriano-iracheno e minacciano le linee di rifornimento saudita-giordane che alimentano da anni l’organizzazione terroristica in Siria. Considerando questo, l’apparizione “improvvisa” dello SIIL nelle Filippine, giusto per giustificare presenza ed influenza altrimenti ingiustificate e indesiderate di Washington nella nazione, è più di una mera coincidenza: è un altro esempio di come gli Stati Uniti creano crisi per dare “soluzioni” che ne prevedono la continua esistenza da egemone regionale. A differenza di un servizio di riparazione delle finestre che le rompe di notte e le ripara a un certo prezzo di giorno, gli Stati Uniti seminano tensioni, conflitti, omicidi e colpi ponendosi come soluzione con un greve prezzo geopolitico. Per nazioni come le Filippine, rivolgersi a vicini regionali, Cina e Russia, dall’onesto interesse a sconfiggere il terrorismo sponsorizzato dagli Stati Uniti che prendono di mira, è l’unico modo per affrontare veramente i problemi immediati della sicurezza e garantirsi pace e prosperità a lungo termine. La presenza degli USA nelle Filippine e il loro ruolo nell’estinguere gli incendi geopolitici che accendono garantiscono solo alle Filippine un’esistenza prolungata e costosa da pedina delle ambizioni degli USA nel Pacifico.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Venezuela, Colpa di Maduro?

Marco Teruggi, Hastaelnocau 20 aprile 2017 – Venezuela InfoIl 19 aprile 2013, quando Nicolas Maduro giurò da presidente, sapevamo che il peggio era passato. Il tentato golpe iniziato il 14 sera fallì, causando 11 omicidi e attacchi ai locali del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e ai Centri di Diagnosi Integrale, aggredendone i leader con una serie di violenze nere. Fu il primo di quattro tentati colpi di Stato affrontati in quattro anni. Attualmente, subiamo l’ultimo, in pieno svolgimento. Il Venezuela di quei giorni visse un periodo complesso: lutto di dieci giorni per Chavez, con un funerale con milioni di persone, Maduro e la sua vittoria elettorale ristretta, i ricordi epici di ottobre, la resistenza agli appelli all’odio di Radonsky Capriles. Tutto restava da vedere, ai margini dell’incertezza, di rado la storia era così aperta. Iniziarono con gli attacchi e i quattro tentati golpe in quattro anni. Il primo nell’aprile 2013, il secondo a febbraio/marzo 2014, il terzo nell’ottobre 2016, il quarto a marzo/aprile 2017. Sì, bisognava, perché come dice Rodolfo Walsh, è la reazione del nemico che misura il nostro successo. Questo nemico ha smesso di attaccare. Ma il calcolo non era preciso: quattro tentativi d’insurrezione, ma il colpo di Stato è permanente, usurando ed andando oltre, era una guerra.
– Non hanno lasciato governare Maduro, diceva una signora in una dimostrazione. Niente di più vero. Neanche per un attimo. Va sottolineato, valutando questi anni, che il fattore imperialismo è al centro: il Venezuela era ed è l’obiettivo numero uno nel continente. L’antimperialismo dovrebbe raccordare le sinistre e i progressisti nella difesa del Venezuela. E invece no. Molti hanno mollato negli ultimi tempi, riflettendo disinformazione, purismo, opportunismo, accettazione della prognosi di una sconfitta; meglio prendere le distanze per non esservi associati. E’ nei momenti più difficili che la rivoluzione è più isolata. In particolare Nicolas Maduro, accusato da molti di aver fatto fallire il processo di trasformazione sognato da una generazione, accusato di non reggerne l’eredità. Accuse dovute, volute o meno, alla tattica della destra di scaricare i mali su Maduro per ridicolizzarlo e screditarlo nella storia. Maduro andava distrutto dal giorno della sua vittoria.
Eletto dalla maggioranza, si candidò per volere di Hugo Chavez. Indossò la fascia presidenziale del processo che condensa tutto ciò che di più avanzato c’è nell’esperienza dei cambiamenti di questi tempo, affrontando allo stesso tempo difficoltà ed errori degli anni precedenti. Va ricercata la genesi di queste tendenze nel passo del 2006. Va notato: i numerosi problemi affrontati dal governo di Maduro sono i vecchi problemi che Chavez segnalò il 20 ottobre 2012 nel discorso del “Colpo di Timone”. Era necessario correggerli, e ciò fu sintetizzato dall’espressione “comune o niente”. Assunse la presidenza con questa direttiva strategica. Lo fece guidando l’architettura governativa ereditata, lo storico nodo economico mai risolto, più o meno la dipendenza dalle rendite petrolifere, un movimento di massa nazionale e un nemico che non vedeva l’ora di assestargli un violento colpo per farlo cadere. Ma non è caduto. E’ rimasto a capo dello Stato e l’ha affrontato. Il problema è analizzare questi quattro anni solo dalla sua figura, come se un processo politico possa esser spiegato attraverso un uomo. È un errore di analisi, un punto di vista politico piazzato dalla destra e un errore di comunicazione della fazione chavista che voleva, e dobbiamo insistere su questo punto, costruire un epico Maduro trascurando il resto, definendolo in modo artificiale. Tali linee si unirono facendone il governante colpevole. Così passarono sullo sfondo attori popolari, mediazione politica, movimenti sociali, contraddizioni nella transizione, interessi di classe contrapposti nel chavismo, logica manovriera dell’amministrazione, dispute di potere, burocrati e traditori, geopolitica, controffensive nazionale e imperialista. La semplificazione è riflesso della seguente equazione: la rivoluzione dipendeva da Chavez e dal prezzo del petrolio. Una volta morto il primo e in caduta libera il secondo, il processo è finito. Ecco le chiavi dell’assenza di analisi, secondo cui la partita è perduta. Non c’era niente da fare. Il problema è che non solo i dati sono imprecisi, la crisi iniziò mesi prima che i prezzi del petrolio scendessero, il motivo del loro legame non è diretto, riducendo tutti il resto a spettatore. Le classi popolari, proprio quelle che il 12 e 13 aprile 2002 furono i protagonisti del ritorno di Chavez, sono diventate passive: non hanno coscienza, organizzazione, tensione con lo Stato, sono prive di capacità politica. Invece di vedere il bene e il male in Maduro, è più corretto considerarlo una delle parti più importanti della direzione civile-militare del processo di trasformazione. Non è la vittima di un assedio che non gli permette di governare, tesi quasi mitologica, né un attore onnipotente.
Il madurismo non esiste. Maduro stesso l’ha ripetuto. Il suo volto è parte della strategia di comunicazione della destra e degli opportunisti che facevano parte del chavismo. Con tale operazione si crea una frattura accusandolo di volersi creare un proprio potere tradendo il patrimonio storico, anche se vi si riferisce. Ciò implica che degli chavisti possono rivendicare la propria identità e opporsi al tempo stesso all’attuale governo, attraendo voti dalla destra. Ciò che esiste è la rivoluzione venezuelana. Al suo interno, e nella condotta, chi so prende la maggior parte dello spazio sono coloro che hanno deciso di cedere il potere a chi attacca la rivoluzione. Questa è lotta di classe interna, un dibattito cruciale è sorto. Rientra nel tutto. Ma c’è molto altro: settori che costruiscono movimenti sociali locali e cittadini, trasferiscono risorse ad esperienze organizzate, recuperano fabbriche tentando nuove forme di produzione, consegnano più di 1,5 milioni di case in sei anni, tracciano l’accordo di risoluzione collettiva dei problemi alimentari, fa esperienza nella milizia, ecc. Una rete complessa che non può essere ridotta a Nicolas Maduro, e neanche a Chávez. Quale sarebbe il parametro per valutare la gestione del capo dello Stato? Come notò Chavez, sarebbe in funzione, pensando in termini socialisti, delle misure adottate dal governo per consolidare una “modalità sostanzialmente democratica di controllo sociale ed autogestione generale”. Chavez citò in questo caso Istvan Meszaros. Da questo punto di vista, si può dire a favore di Maduro lo sviluppo comunale sotto il suo mandato e la costituzione dei Consigli presidenziali di governo popolare, strumenti pratici di co-governo. Qual è la loro situazione oggi? L’analisi dovrebbe comprendere non solo la “volontà” del presidente, ma anche la maturazione, o meno, delle forze popolari-comunali, l’azione del PSUV, le politiche ministeriali, attuate secondo logica dai ministri, più in termini di quote che per linea politica, le tensioni coi governatori e altri, ecc. chiarendo la complessità al centro del progetto chavista: la costruzione della società e del governo municipale. Se non ne è avanzato abbastanza, è colpa di Maduro?
Potremmo valutarne l’amministrazione da altre prospettive. Una è aver evitato gli scenari violenti che la destra ha cercato in ciascuna delle quattro insurrezioni. La pace è stata una lotta vittoriosa: contro tale guerra si è rimasti nei limiti democratici, e si dovrebbe discutere dei limiti della democrazia nelle guerre ibride. Maduro ha mantenuto la pace, da Presidente della Repubblica e leader del chavismo. Oggi, 19 aprile, ancora si affronta tale sfida, lui e tutto il movimento. E’ tornato a governare in situazioni peggiori. Con la rivolta controrivoluzionaria, il petrolio a basso prezzo, i rapporti di forze invertiti nel continente e i demoni irrisolti del chavismo in tensione costante. Visto in retrospettiva, la domanda sarebbe: chi avrebbe fatto meglio? Anche se questa domanda è una trappola perché rafforza implicitamente la tesi che dipenda da una sola persona. La rivoluzione ha un proprio labirinto e difendendo Maduro si potrebbe porre un’altra domanda: ha fatto ciò che ha fatto in questi quattro anni, ma cosa ha fatto chi dovrebbe radicalizzare il processo, rafforzarne lo sviluppo socialista? Perché occupa tanto spazio chi vede la trasformazione in uno Stato forte che realizza accordi con gli imprenditori mantenendo le politiche sociali? Quattro anni dopo va approfondito integralmente la chiave per risolvere le grandi sfide, riconoscere e discutere i successi e limiti del presidente come parte della direzione di un progetto avanzato che resiste agli attacchi dei golpisti e costruisce gli strumenti della transizione al socialismo. Non dovremmo chiedere a Maduro ciò che altri dovrebbero fare. Ancora una volta, si deve dire: è indispensabile serrare le fila intorno a lui. L’unità del chavismo è una condizione per considerare la vittoria. Questa unità significa riconoscerne la leadership attuale. Il resto porta acqua ad un altro mulino, ed ora ce ne sono solo due.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Brzezinski, Carter e le trame della CIA

John Helmer, 31 maggio 2017La vedova di Cyrus Vance, l’unico segretario di Stato degli USA che si dimise per protesta contro le azioni del suo presidente, definì Zbigniew Brzezinski, consigliere della sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter e rivale di Vance, “quell’individuo tremendo“. Non un solo funzionario del dipartimento di Stato di Vance, durante l’amministrazione Carter, la pensava diversamente. La maggior parte ebbe termini monosillabici per Brzezinski, ma da quando è morto, nessun membro del suo staff alla Casa Bianca ha fatto dichiarazioni in suo onore, memoria o difesa. Questo mutismo comprende Madeleine Albright, che doveva a Brzezinski la promozione accademica, poi alla Casa Bianca e quindi a segretaria di Stato. Nonostante la disobbedienza da quelli vicini e il disprezzo per quelli lontani, Bzezinski era e rimase il cocco di Carter. Tra il 1977 e il 1981 Brzezinski incontrò Carter, secondo i registri della Casa Bianca, per oltre il 20% dell’orario di lavoro del presidente. 12 minuti per ogni ora, nessun altro fece tanto. Poco dopo la morte di Brzezinski, annunciata dalla famiglia, Carter dichiarò esaltandolo “un superbo pubblico funzionario… curioso, innovativo e scelta naturale a mio consigliere per la sicurezza nazionale… brillante, dedito e fedele. Mi mancherà“. Quale fu il loro legame, e perché importa? Una ragione è che ciò che fecero insieme furono le ultime operazioni studiate nelle scuole del KGB a Mosca per addestrare l’allora recluta Vladimir Putin. Costui fu il consigliere per la sicurezza nazionale nei quattro anni di Carter, nel 1977-1981.
La tesi di dottorato di 451 pagine di Mary Sexton esamina il rapporto tra Carter e Brzezinski identificando prove, documenti, testimonianze e relazioni indipendenti di ciò che avrebbe dovuto separarli. Ma non dice perché non accadde, concludendo che Brzezinski lusingava Carter, cospirava di continuo per eliminare Vance ed altri rivali dall’attenzione di Carter; posava, manipolava, mentiva alla stampa e al presidente. Sexton concluse nel 2009: “è importante riconoscere che Jimmy Carter in ultima analisi fu responsabile della natura del suo sistema politico e delle decisioni su chi avrebbe articolato le politiche estere statunitensi“. Citò Lloyd Butler, l’incaricato di Carter ad avvocato della Casa Bianca, che mai gradì Brzezinski dicendosi sconcertato dal rifiuto di Carter di affrontare i problemi che causava. “Non lo capirò mai“, disse Butler nel 2002. Morì nel 2005. Né Vance nelle sue memorie (morì nel 2002), né la moglie Grace, né uno dei vice di Vance, né lo staff di Carter nella Casa Bianca, diedero una risposta. La ricerca di Betty Glad, pubblicata nel novembre 2009, riporta che “pochi aiutanti furono simpatici al presidente“, ma costoro non le dissero quali pensavano fossero tali simpatie. Glad riconosce che per la stesura del libro era “soprattutto… debitrice di Zbigniew Brzezinski che rispose rapidamente alle mie e-mail ed era molto aperto sull’interazione con Carter“. Glad conclude che Carter diede a Brzezinski “pieno e assoluto supporto… Brzezinski era una delle poche persone che Carter non rimproverò mai… E Carter respinse tutte le possibili critiche a Brzezinski“. Perché? “Carter aveva bisogno e ammirava le competenze strategiche e la durezza che Brzezinski esibiva“, riassume Glad con l’aiuto di quest’ultimo. La necessità di essere duro era un tema ricorrente nei briefing di Brzezinski e nei memorandum per Carter. Brzezinski fece credere a Carter che “faceva grandi cose“. La lotta ai sovietici era, secondo i consigli di Brzezinski a Carter, ripetuti a Glad, la cosa più importante. “Brzezinski“, conclude Glad, “fece appello al desiderio di Carter di fare grandi cose ed agire rapidamente“. La sconfitta dei subordinati di Carter e dei funzionari del dipartimento di Stato di Vance sono verità; come gli insabbiamenti dei funzionari e l’inganno di Carter. La risposta di ciò che legò Carter e Brzezinski Glad non ce l’ha, neanche vi accenna. Ciò perché si trattò di una cospirazione a base di guerre per procura, terrorismo, assassini, colpi di Stato e altre operazioni nere, ancora ultrasegrete, concepite da Brzezinski e approvate dal presidente nell’ambito della grande strategia per sconfiggere il Cremlino. Furono le tattiche continue che convinsero Carter in segreto, e che non ammise mai pubblicamente. Non allora, perché tali azioni fecero credere a Carter che faceva “nuove grandi cose“. Non dopo, perché fallirono tutte, con perdite sanguinose e monumentali per coloro che il presidente e il suo stratega presero di mira, e per il resto del mondo, Stati Uniti inclusi. “Certo, Brzezinski era un pensatore strategico“, disse una delle fonti di Sexton. “Ma spesso sbagliò! Le strategie di Vance superarono la prova del tempo“. Secondo Sexton, la sua fonte era “un ufficiale dalla profonda conoscenza del lavoro di Vance e Brzezinski. Accettò di essere intervistato… a condizione che non venisse citato su questo argomento“.
Paul Henze entrò nello staff di Brzezinski dopo essere stato capostazione della CIA in Etiopia dal 1969 al 1972 e poi in Turchia dal 1974 al 1977. Henze cospirò per l’invasione turca di Cipro nel luglio 1974, tutt’ora vigente. L’invasione somala dell’Etiopia, iniziata nel luglio 1977 e conosciuta come guerra dell’Ogaden, fin quando i somali furono sconfitti dalle truppe etiopiche, sovietiche e cubane nel marzo 1978, fu uno dei piani di Henze che Brzezinski persuase Carter ad approvare. Quando la guerra di Henze fu persa, ne razionalizzò lo scopo con la strategia della guerra con un memorandum, poi declassificato e citato da Sexton. “Se vorremo cacciare i sovietici“, Henze informò Brzezinski e Carter, “non lo faremo presto… dobbiamo rendergli il soggiorno il più costoso possibile e fonte di danni basilari. Possiamo farlo in molti modi, sia apertamente che segretamente… I sovietici sono colpevoli sul Corno e non dovremmo mai lasciarceli o il mondo lo dimenticherà”. Un’altra trama di Henze, il putsch militare in Turchia nel settembre 1980, fu un altro piano di Carter e Brzezinski. Henze iniziò nella CIA come specialista che guidava le bande di assassini dall’ideologia anticomunista. Cominciò con la Guardia di Ferro romena e continuò con i Lupi Grigi turchi quando entrò nello staff di Brzezinski. Dopo la caduta di Carter, Henze passò anni a cercare di coprire il ruolo dei Lupi Grigi nell’attentato al papa Giovanni Paolo II nel maggio 1981. Secondo Henze furono Cremlino e KGB ad organizzarlo attraverso il servizio segreto bulgaro. La valutazione del KGB era che Henze, Brzezinski e Carter ne furono tutti coinvolti, avendo partecipato al piano per eleggere il cardinale Karol Wojtyla, arcivescovo di Cracovia, a papa nell’ottobre 1978. L’elogio funebre di Brzezsinski al funerale di Henze in Virginia, nel 2011, tracciò la storia dell’impegno di Henze, nel 1977, “ad assumersi la responsabilità di sorvegliare le radio e coordinare in generale i nostri sforzi per vincere la guerra fredda senza una vera guerra. Paul era nel suo ambiente, mobilitò i propri entusiasmo, impegno ed energia illimitata non solo per proteggere RFE (Radio Free Europe) ma anche per svilupparla nutrendo la speranza in chi viveva nel blocco sovietico, anche nell’Unione Sovietica, che un giorno sarebbe stato libero“. Brzezinski dichiarò: “Paul si dimostrò un combattente burocratico feroce e infine vincente, anche se a volte era impaziente verso i miei sforzi per perseguire, a nome del presidente, anche alcune sistemazioni con l’Unione Sovietica nell’ambito del mutuo controllo degli armamenti. Ma questo era Paul, mio fratello guerriero freddo: entusiasta, impavido, impegnato, di principi e implacabile. Un grande americano, amico dell’est europeo e uno degli anonimi architetti della fine pacifica e vittoriosa della guerra fredda“.
Henze fu raggiunto da altri uomini della CIA presso lo staff di Brzezinski, tra cui Donald Gregg, Fritz Ermarth, Robert Gates e Samuel Hoskinson, tutti complottardi del putsch che abbatté il presidente del Pakistan Zulfiqar Ali Bhutto, nel luglio del 1977. Bhutto fu sostituito dal generale Zia ul-Haq e successivamente impiccato. Zia fu eliminato nell’agosto 1988, insieme all’ambasciatore degli Stati Uniti in Pakistan Arnold Raphel e al generale Herbert Wassom, capo della missione militare statunitense in Pakistan. Gregg era uno dei cospiratori del putsch militare del 12 dicembre 1979 in Corea del Sud. Hoskinson s’impegnò nell’aggressione e nei colpi di Stato in Medio Oriente, alcuni dei quali approvò e sostenne, e altri avrebbe sostenuto se avesse giudicato passibili di successo. Quante operazioni della CIA riuscite e quante fallite, Ghana ed El Salvador (1979), Bolivia, Liberia, Guinea-Bissau, Suriname, Alta Volta (Burkina Faso), Iran (1980), furono azioni dure volte a cose nuove e grandi che Brzezinski fece approvare al presidente, è una delle domande cui Carter è reticente nel rispondere. Per loro, la guerra in Afghanistan, che pianificarono apertamente dall’inizio dell’amministrazione Carter, fu il culmine di ciò che Brzezinski descrisse nel suo discorso sul cadavere di Henze come “fine pacifica e vittoriosa alla guerra fredda”. Tali giochi ad eliminazione fino a sconfiggere il Cremlino esaltano Carter, anche ora che è con un piede nella fossa. Trascinare i russi in battaglia fu un obiettivo suo e di Brzezinski; l’Afghanistan, dopo l’intervento militare sovietico nel dicembre 1979, fu la loro principale scommessa. I successori alla Casa Bianca ebbero la stessa possibilità contro le forze russe sui campi di battaglia di Siria e Ucraina. Anche se ci provò, Brzezinski non poteva più consigliarli di osare se volevano vincere. Carter è ancora vivo per dimostrare che, se osano, probabilmente perderanno.
Non è certo se questo è ciò che il tirocinante del KGB Putin scrisse nelle sue conferenze all’Istituto Bandiera Rossa di Andropov nel 1984. È certo che ora l’ha annotato.

Zulfiqar Ali Bhutto

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora