Matteo stai Bonino (ma non sereno)

L’Arabia Saudita verso la guerra civile

William Craddick, Disobedient Media 29 giugno 2017Dopo decenni durante i quali ha svolto il ruolo di intermediario tra Stati, affermandosi come potenza regionale, la politica dell’Arabia Saudita d’ingerenza nei Paesi vicini e di supporto al terrorismo sembrano aver esacerbato i problemi del Paese che potrebbero minacciare di precipitare nel caos. La crescente insoddisfazione con l’introduzione dell’austerità, i problemi economici legati alla fluttuazione dei prezzi del petrolio e i segni di disaccordi nella casa reale sul successore di re Salman bin Abdulaziz al-Saud, indicano che le avventure all’estero dei sauditi prepararono la tempesta perfetta per un conflitto civile che porterebbe ad ulteriore instabilità in Medio Oriente. La perturbazione appare mentre Stati come Iran e Turchia si pongono a potenziali concorrenti per la leadership del mondo arabo.

I. L’Arabia Saudita vive crescenti segnali d’instabilità
L’Arabia Saudita subisce vari problemi che contribuiscono alla destabilizzazione interna. Ad aprile, Bloomberg riferiva che re Salman fu costretto a ripristinare bonus e indennità per i dipendenti statali, respingendo l’ampia riforma dei programmi di austerità in Arabia Saudita. Il governo saudita insisteva che la decisione era dovuta a “maggiori ricavi attesi”, nonostante gli osservatori notassero a marzo che le riserve di valuta estera dell’Arabia Saudita si erano ridotte di un terzo mentre i membri del Consiglio cooperazione del Golfo, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Arabia Saudita, Oman, Qatar e Quwayt, videro il loro rating ridursi mentre erano sempre più in disaccordo su una politica estera comune verso l’Iran. I crescenti problemi finanziari del regno sono spiegati in parte dai prezzi del petrolio bassi. Nel gennaio 2016, The Independent osservò che il calo dei prezzi del petrolio minava i programmi di spesa dell’Arabia Saudita, con un terzo dei giovani di 15-24 anni del Paese non lavora. The Journal of Science and Engineering Petroleum ritiene che l’Arabia Saudita raggiungerà il picco nella produzione di petrolio entro il 2028, ma questo sarebbe un eufemismo incredibile. The Middle East Eye citava esperti statunitensi precisare che le esportazioni di petrolio dell’Arabia Saudita iniziarono a diminuire nel 2006, diminuendo annualmente dell’1,4% l’anno dal 2005 al 2015. Citigroup riteneva che il regno potrebbe esaurire il petrolio per l’esportazione entro il 2030. La fine della vacca da mungere del regno probabilmente causerà problemi nella nazione che The Atlantic definiva gestita come una “sofisticata organizzazione criminale“.

II. L’aumento dei segnali di conflitti interni in Arabia Saudita
Vi sono varie indicazioni che la famiglia reale dell’Arabia Saudita sappia molto anche sui conflitti interni. Re Salman ha causato un grave sconvolgimento adottando il passo controverso di revisionare completamente le regole della successione nominando il figlio Muhamad bin Salman principe ereditario. Tale passo è pericoloso perché ha causato una divisione nella famiglia reale. La rivista Foreign Policy osservava che le forze di sicurezza dell’Arabia Saudita non sono sotto il controllo di un unico comandante, il che significa che l’esercito corre il rischio di fratturarsi nel conflitto interno. Nel 2015, The Independent parlò con un principe saudita che rivelò che otto degli undici fratelli di Salman erano scontenti della sua leadership e che intendevano dimetterlo per sostituirlo con l’ex-ministro dell’Interno principe Ahmad bin Abdulaziz. NBC News rivelò che la promozione del figlio di Salman a principe ereditario ha anche fatto arrabbiare il principe Muhammad bin Nayaf, che lo precedeva nella linea di successione ed è noto per la posizione dura nei confronti dell’Iran. Il 28 giugno 2017, il New York Times riferì che a Nayaf fu impedito di lasciare l’Arabia Saudita, venendo confinato nel suo palazzo di Gedda, dove le sue guardie venivano sostituite da quelle fedeli a Muhamad bin Salman. Nayaf governa la regione orientale dell’Arabia Saudita, descritta come provincia pronta a ribellarsi in caso di conflitto civile, per via della grande popolazione sciita. È generalmente considerato uno dei principali sostenitori dell’esecuzione, nel 2016, dello sciita Nimr al-Nimr, passo che suscitò grande rabbia presso gli iraniani. La famiglia di Nayaf ha anche legami storici con gruppi di insorti utilizzati dall’Arabia Saudita come strumento di politica estera. Suo padre, Nayaf bin Abdulaziz al-Saud, fu ministro degli Interni e monitorava i servizi segreti, la polizia, le forze speciali, l’agenzia d’interdizione della droga dell’Arabia Saudita e le forze dei mujahidin. Re Salman utilizza la guerra nello Yemen per contrastare le élite insoddisfatte per via di ciò che The Washington Post descrisse come un’ondata di sentimenti nazionalisti tra i cittadini. La decisione fu anche un tentativo di adottare misure attive contro il sostegno iraniano ai ribelli huthi nello Yemen e impedire la destabilizzazione della primavera araba. Ma se l’intervento può aver dato all’Arabia Saudita vantaggi a breve termine, ha anche contribuito ad inasprire le fratture in Medio Oriente permettendo agli Stati vicini di adottare misure per sostituire l’Arabia Saudita a potenza dominante nella regione.

III. I cambiamenti geopolitici aumentano la probabilità di conflitto
Non solo lo Yemen preoccupa i sauditi. Anni di interferenze ora spingono il Regno a condurre sempre più gli affari esteri col fine di evitare la destabilizzazione interna ed equilibrare la situazione regionale. Il rilascio da WikiLeaks di dispacci diplomatici e del ministero degli Esteri dell’Arabia Saudita dimostrano che i funzionari s’impegnano a voler distruggere il regime siriano per il timore che il governo di Assad attui una rappresaglia distruttiva per la guerra civile. L’Arabia Saudita ha contribuito ad alimentare la guerra sostenendo gruppi terroristici. I cablo del dipartimento di Stato pubblicati da Wikileaks mostrano che l’Arabia Saudita è considerata il maggiore finanziatore dei gruppi terroristici sunniti nel mondo. Ma sugli interventi all’estero, il terrorismo è uno strumento di politica estera utilizzato per indirizzare al meglio l’energia distruttiva. Ci sono da tempo timori che il metodo non funzioni e creino problemi ai finanziatori del terrorismo. Le forze di sicurezza saudite hanno regolarmente avuto problemi d’infiltrazione dai gruppi terroristici. Nel 2001, Stratfor osservò la crescente preoccupazione della famiglia reale sull’aumento di simpatizzanti del terrorismo tra i militari, per via del timore che alcuni gruppi di insorti non fossero amichevoli verso il regno. Gruppi terroristici come lo SIIL negli ultimi anni hanno effettuato vari attacchi contro obiettivi sauditi, tra cui attentati suicidi contro la città santa islamica di Medina e la Grande Moschea della Mecca. Tradizionalmente, il potere in Medio Oriente fu diviso tra i governi israeliani e sauditi. Questo ordine regionale potrebbe comunque iniziare a cambiare, a causa della combinazione tra strategia fluttuante degli Stati Uniti e tentativi di altri Stati del Medio Oriente di divenire i principali attori della regione. Nel marzo 2016, Julian Assange osservò su New Internationalist che gli strateghi statunitensi come John Brennan vedevano sempre più il rapporto israelo-saudita come ostacolo agli interessi strategici degli USA, soprattutto verso l’Iran. Tale cambiamento politico attualmente si riproduce con la crisi in Qatar. Il Qatar storicamente si era posto da centro diplomatico in Medio Oriente, rimanendo vicino a Iran e diversi gruppi di insorti, come i taliban, che lo vedevano come luogo di negoziati. Le e-mail di John Podesta rivelano che il Qatar ha sostenuto gruppi terroristici come lo SIIL assieme all’Arabia Saudita, ma con l’intenzione di competere con altri gruppi terroristici. Fazioni supportate dal Qatar sono al-Qaida, al-Nusra, Hamas e taliban. Inoltre, al-Jazeera, media del Qatar, ha provocato l’Arabia Saudita fornendone una visione inquietante sui problemi in precedenza non riconosciuti in Medio Oriente (anche se una copertura critica della politica del Qatar fu risparmiata). NPR ha anche osservato che il Qatar era apertamente in competizione con l’Arabia Saudita durante la primavera araba, quando sostennero opposte fazioni in Paesi come l’Egitto. Il conflitto con il Qatar crea il rischio molto reale che le ostilità possano diffondersi in Arabia Saudita, dato il supporto di entrambi ai gruppi terroristici. Lo scontro recente ha rivelato anche la nascita di un nuovo ordine in Medio Oriente: tra Stati che difendono il vecchio rapporto israelo-saudita e chi vuole rimodellare i rapporti di forza. L’Arabia Saudita è sostenuta da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Yemen e Maldive. Il Qatar è sostenuto dagli avversari regionali dell’Arabia Saudita, Iran e Turchia. La Turchia ha continuato ad accrescere il proprio ruolo in Medio Oriente negli ultimi anni ed è visto dagli Stati Uniti come attore adatto a bilanciare l’influenza saudita in Paesi come il Pakistan. Turchia e Iran ora sfidano attivamente l’Arabia Saudita con la Turchia che schiera truppe in Qatar e l’Iran che sostiene il piccolo Stato del Golfo con aiuti alimentari. Se i due Stati sopravvivono a destabilizzanti colpi di Stato e terrorismo, possono trarre vantaggio da qualsiasi futura riduzione dell’influenza saudita.

IV. I pericoli di un conflitto civile saudita
Una guerra civile o conflitto interno in Arabia Saudita raggiungerebbe rapidamente una dimensione internazionale. Le aziende della difesa sono sempre più corteggiate dai fondi sauditi, nell’ambito dei piani per rivedere l’esercito, cui una parte comprende il recente accordo da 100 miliardi con gli Stati Uniti. L’Arabia Saudita ha utilizzato sempre più aziende militari private come la Blackwater, che attualmente forniscono personale alla coalizione saudita nello Yemen. Lo spettro della proliferazione nucleare nel Medio Oriente solleva anche il timore che le armi possano cadere nelle mani sbagliate o di un impiego indiscriminato. Le dichiarazioni del 2010 del direttore di al-Jazeera, ripetute da Julian Assange, secondo cui il Qatar ha un’arma nucleare. L’Arabia Saudita è anch’essa sospettata di avere armi nucleari. Nel 2013, BBC News riferì che l’Arabia Saudita aveva armi nucleari “ordinate” dal Pakistan, il cui programma nucleare fu finanziato dai sauditi. Nel 2012, i sauditi firmarono anche un accordo di cooperazione nucleare con la Cina secondo cui Riyadh avrà 16 reattori nucleari dal 2030. L’acquisizione di armi di distruzione di massa da parte dei Paesi arabi preoccupa i funzionari dei servizi segreti israeliani, che temono che i Paesi che acquistano tali sistemi d’arma non li useranno in modo efficace. Se il conflitto con il Qatar (o in una delle altre regioni in cui l’Arabia Saudita è intervenuta) va fuori controllo, la possibile proliferazione di sistemi d’arma nucleari pone un serio pericolo. Conflitti internazionali e regionali ed operazioni terroristiche creano il rischio che tali armi possano essere utilizzate intenzionalmente o inavvertitamente. Una guerra civile saudita crea anche pericoli per la comunità internazionale, in quanto ci sarebbero gravi problemi se le città sante di Mecca e Medina venissero danneggiate da un conflitto. Il calo delle riserve di valuta estera, per la diminuzione della fornitura di petrolio, conflitti nella famiglia reale e la minaccia sempre presente che le reti terroristiche danneggino i loro finanziatori, indicano che l’Arabia Saudita è in crisi. Il conflitto del Qatar continua ad aggravarsi e le vere domande non dovrebbero porsi sulla possibile fine del terrorismo o sull’etica di vendere nuove armi ai Paesi arabi, ma su ciò che il mondo spera sia il Medio Oriente una volta che la polvere si sia depositata.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Helmut Kohl e la guerra dell’UE alle aziende inglesi in Russia

Rodney Atkinson, Free Nations 10 luglio 2017L’eurobandiera sulla bara di Helmut Kohl e le notizie che le imprese dell’UE attaccano segretamente quelle inglesi in Russia! Gli inglesi reagiranno alle grosse attività che l’euro-fascista Kohl predisse? Possono May e Johnson contrastare gli attacchi contro di noi se continuano ad alienarsi la Russia con una catastrofica politica estera?

La morte di Kohl
E’ morto Helmut Kohl. Non c’è da meravigliarsi che la sua bara fosse coperta dalla bandiera “europea”! Fu uno dei costruttori corporativi più fanatici dell’Unione Europea. Da giovane fu arrestato per aver violato i confini tra Germania e Francia. Per come molti politici tedeschi si rivolgono alla Francia, ciò potrebbe essere visto sia come amicizia che come minaccia! In seguito, da cancelliere, nel 1982-1998 portò ai più disastrosi trattati europei; l’Atto Unico Europeo (che non ha niente a che fare con il libero scambio, ma solo con lo Stato unico europeo), il Trattato di Maastricht (la peggiore perdita di diritti sovrani delle nazioni dal Trattato di Roma del 1957) e il Trattato di Amsterdam che ha tolto ulteriori poteri ai parlamenti democratici su immigrazione, adozione di leggi civili e penali, e politica estera e di sicurezza (PESC). Era così arrogante da ammettere apertamente che “il futuro apparterrà ai tedeschi quando costruiremo la casa d’Europa” (1995), riecheggiò nazisti e fascisti degli anni trenta e quaranta invocando ripetutamente il “destino” come giustificazione apolitica: “Non c’è alternativa a una politica che mira ad unire se non vogliamo sfidare il destino” (1995). Le osservazioni più tremende di Kohl sono meglio riassunte dall’infame “poteva avere ragione in politica e guerra”, e sicuramente adottò frasi di Adolf Hitler avvertendo di “essere sul treno sbagliato”, che i “punti sono stati decisi” e dicendo che “la Germania è la locomotiva del treno europeo“. Ovviamente fu Kohl che predisse che la Gran Bretagna non avrebbe lasciato l’Unione europea perché le grandi imprese non l’avrebbero permesso, un atteggiamento che vediamo giornalmente riflesso nei tentativi di sfidare la volontà popolare di ripristinare nel nostro Paese costituzione, parlamento e democrazia. La convinzione di Kohl nel potere delle grandi imprese di battere le nazioni democratiche, viene ora dimostrata dalle imprese europee che attaccano gli inglesi in Russia minandone le imprese.

La aziende dell’UE minano quelle inglesi in Russia
Un contatto ben introdotto in Russia mi ha appena riportato delle conversazioni coi capi delle principali società dell’UE operanti in Russia, aziende come BASF, Volkswagen, Gaz de France e altre. Era stupito da ciò che sentì su Gran Bretagna e Brexit e della loro duplicità quando pensavano che fosse inglese. Il mio contatto è anglofilo e parla inglese con un buon accento e quindi questi uomini d’affari, pensando che fosse inglese, in un primo momento espressero le “condoglianze” per la Brexit. Ma quando capirono che non era inglese, immediatamente condannarono il Regno Unito che “tradisce i valori europei“, percependo (a suo dire) “puzza di militarismo prussiano“; e si ricordò i miei libri sulla natura fascista corporativa dell’Unione europea di oggi. (Ho sempre saputo che abbandonandola, i veri “valori” dell’UE e il suo vero atteggiamento verso la Gran Bretagna si sarebbero rivelati: arroganza, aggressività e tentativi di sabotaggio). Alcuni cercavano persino di danneggiare la Gran Bretagna presso le controparti russe (difatti praticamente società statali) dicendo che “l’Europa va meglio senza la Gran Bretagna” e che le imprese dell’UE devono prepararsi ad espandersi nel mercato russo. Il mio contatto diceva che l’atmosfera non era solo aggressiva ma “davvero seminavano i semi dell’anglofobia su suolo russo“. Fortunatamente il mio amico ha un contatto nel Ministero degli Esteri russo, informandolo di queste conversazioni anti-inglesi, e il contatto gli rispose alcuni mesi fa, quando Frederica Mogherini, “alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza” andò a Mosca, che “la delegazione dell’UE inviava messaggi velati per piegare il Regno Unito“. Ma il mio amico è sicuro che Sergej Lavrov, il Ministro degli Esteri russo, odia tali manipolazioni. Sono sicuro che sia vero. Germania, Italia e Austria già abbandonano le sanzioni che hanno attuato (mentre il Congresso degli Stati Uniti ne richiede altre!) Macron, scarsamente rispettato in Russia (tendono a vederlo, come in questo sito, come un illuso che si crede Napoleone), ha avuto in offerta l’opportunità di acquistare il campo gasifero Shtokman nel Mare di Barents (Russia nord-occidentale). Tali tentativi di scoraggiare e minare l’attività inglese sono estremamente gravi e il flagrante aggiramento delle sanzioni dell’UE offre un’opportunità alle imprese dell’UE, mentre il Regno Unito non le vede. Ci siamo accodati alla russofobia di Washington (che perfino il presidente Trump ha difficoltà a contrastare), sostenendo gli attacchi alla Russia di Obama e Merkel, e ora vediamo che l’UE ci attacca per averla lasciata mentre evita le proprie sanzioni alla Russia a proprio profitto, mentre le imprese inglesi (generalmente e storicamente molto apprezzate in Russia) sono attaccate e sabotate. Johnson e May devono svegliarsi. Potrebbero iniziare a leggere gli articoli di questo sito!Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una scia di morte: oltre 100 persone vicine ai Clinton morte in modo sospetto (la lista continua)

Una scia di morte: oltre 100 persone vicine ai Clinton morte in modo sospetto

Pensavate che la scia di morte riguardante persone e personaggi collegati alla famiglia Clinton e relativa fazione fosse finita dopo l’elezione di Trump? Sbagliato. Questi morti continuano ad accumularsi.

Link: Una scia di morte: oltre 100 persone vicine ai Clinton morte in modo sospetto

Perché rovesciare il governo del Venezuela?

Bruno Sgarzini, Venezuela Infos 30 giugno 2017Mentre le Nazioni Unite hanno condannato l’attacco di un commando di estrema destra contro la Corte Suprema di Giustizia e il Ministero degli Interni del Venezuela, attentati oscurati dai media (1), l’ambasciatrice statunitense Nikky Haley alle Nazioni Unite ha rifiutato di farlo: “Dobbiamo fare pressione su Maduro, ora ci sono segnali che indicano che comincerà ad usare il potere militare e le armi e vediamo in televisione (sic) che in realtà è molto peggio. E’ una situazione terribile, motivo per cui dobbiamo esercitare su Maduro quanta pressione possiamo“. (2) Il 15 giugno 2017, in una conferenza sul tema “prosperità e sicurezza in America Centrale”, organizzata da dipartimento di Stato (USA), Department of Homeland Security (US) e Messico, il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence si rivolgeva al pubblico di capi dell’America centrale, “Basta guardare il Venezuela per vedere cosa succede quando la democrazia è compromessa. Questa nazione, un tempo ricca, collassa nell’autoritarismo che ha causato innumerevoli sofferenze al popolo del Venezuela, e la sua discesa nella povertà. Dobbiamo tutti alzare la voce per condannare l’abuso di potere del governo contro il proprio popolo, e dobbiamo farlo ora“. (3) Per comprendere a fondo la base della guerra economica, delle esercitazioni militari regionali (Brasile, Colombia) e della pressione mediatica e diplomatica degli Stati Uniti per neutralizzare l’opinione pubblica internazionale sul teatro del Venezuela, va prima ricordato che l’amministrazione Trump, lungi dall’aver cambiato politica estera, ha mantenuto la strategia tracciata dall’ideologia neoconservatrice che ora controlla le decisioni del governo e la azioni del Congresso degli Stati Uniti. L’urgenza di abbattere il chavismo è difficile da capire se non si considerano le idee internazionali e regionali proposte dai think tank.

Come si stigmatizza il Venezuela nell’agenda globale?
A metà del 2016, il Centro per una nuova sicurezza americana (CNAS) presentò un documento dal titolo “L’espansione della potenza americana” che contiene una serie di raccomandazioni per generare consenso nella classe politica statunitense per “garantire la sopravvivenza del sistema internazionale favorevole agli Stati Uniti“. Per fare questo, il think tank sostiene le riforme economiche bipartisan quali, ad esempio, la ristrutturazione del debito e la riforma fiscale per rafforzare le fondamenta del sistema degli Stati Uniti per aumentare la spesa militare, economica e diplomatica, consentendogli di espandersi in Asia, Europa e Medio Oriente, tre aree chiave per una globalizzazione permanente. Così gli Stati Uniti “potrebbero scoraggiare con mezzi diplomatici e militari potenze come Cina e Russia nel sfidare l’attuale ordine internazionale liberale, evitando un conflitto mondiale (sic)“. E sulla base di tali proposte che tale think tank prevede di militarizzare il mar meridionale cinese e di riformare la NATO per rafforzarne la presenza alle frontiere con la Russia. Proposte attuate con la prosecuzione dell’amministrazione Trump delle politiche di Obama, insieme ad altre misure specifiche riguardanti direttamente la Russia, come la creazione di una zona di sicurezza nel nord della Siria per installarvi profughi e forze alleate degli Stati Uniti, con l’obiettivo di promuovere la partizione del Paese e frenare Mosca dall’azione in questa guerra. Il vertice tra Trump e il Presidente cinese Xi Jinping rientra nel piano di far aderire in modo pacifico la potenza asiatica all’ordine internazionale favorevole alle multinazionali degli Stati Uniti. Di qui l’importanza attribuita a tale agenda globale nell’ambito del consenso generale dei think tank in relazione a figure dell’amministrazione Trump, come il segretario della Difesa James Mattis e il consigliere per la sicurezza nazionale McMaster.

E riguardo il Venezuela?
L’obiettivo è portare l’attuale conflitto in Venezuela nel terreno “a somma zero”. Tutti sanno che il Venezuela è la principale fonte petrolifera nel mondo ed ha un’ampia gamma di falde acquifere, gas e minerali strategici utili all’industria spaziale e militare del sistema che cerca d’imporsi sul pianeta. Pertanto assicurarsi il territorio, fonte di approvvigionamento economico, è certamente una strategia vincente per il piano egemonico che si cerca d’imporre al mondo. Un estratto dal rapporto del Centro per una nuova sicurezza americano dice molto chiaramente che è di primaria importanza per gli Stati Uniti trarre benefici dai mercati energetici che ne estendano il potere a livello globale. Ciò equivale a far regredire il Venezuela al vecchio status che permise ai discendenti della Standard Oil (Exxon, Chevron, Conoco Phillips…) di controllare direttamente o indirettamente l’industria petrolifera venezuelana, ottenendo proprio questi vantaggi strategici. E’ ampiamente noto che almeno 24 compagnie petrolifere multinazionali hanno firmato accordi con PDVSA e Stato del Venezuela, operando nel sistema misto esistente nel Paese. Ciò aiuta a capire che multinazionali come Exxon Mobil e Chevron finanziano le sanzioni contro il Venezuela, arrivando anche a controllare il dipartimento di Stato degli Stati Uniti, ed hanno un particolare rapporto con il finanziamento dei think tank che tracciano le azioni contro il Paese. Ciò comprende, tra molti esempi, la recente proposta del Consiglio per le relazioni estere presentata al Congresso degli Stati Uniti per rafforzare il blocco con l’OSA, e la visita di Luis Almagro presso l’American Enterprise Institute, pochi giorni prima della sua presentazione della richiesta di applicare la Carta democratica contro il Venezuela. Tali iniziative hanno lo stesso obiettivo e si basano sul sostegno esplicito di altri think tank come Consiglio delle Americhe e Consiglio Atlantico, creati da società particolarmente interessate alle risorse naturali del Paese che vogliono sfruttare senza alcuna mediazione dello Stato venezuelano.

Qual è l’equazione regionale?
Il Venezuela è considerato il Paese chiave per assicurarsi che l’America Latina continui ad essere fonte di approvvigionamento di risorse e manodopera a basso costo, sempre dal punto di vista della strategia globale, dopo i cambi di governi a favore di tale politica in Argentina e Brasile. E’ a tal fine che il Consiglio Atlantico ha presentato un piano che propone che Mercosur e Alleanza del Pacifico si uniscano a una zona di libero scambio permettendo alla regione di aderire a una megapiattaforma commerciale con Stati Uniti ed Europa per entrare con forza sul mercato asiatico. Tale iniziativa è in via di attuazione, dopo discussioni tra i due organismi regionali precedenti alla sospensione del Venezuela dal Mercosur, flagrante violazione del diritto internazionale di questa associazione commerciale. Certo è che liberandosi del Venezuela, il principale ostacolo a tale piano verrebbe sollevato in conformità con la strategia globale promossa dal think tank. Quindi il livello della pressione sul Venezuela per por termine alla sua “cattiva influenza” sulla regione (ad esempio combattere contro il programma Petrocaribe con cui il Venezuela fornisce petrolio a buon mercato ai Caraibi) e cercare di spostare il conflitto politico sul terreno “a somma zero”, dove ogni tentativo di raggiungere un consenso politico nazionale, che non sia sotto tutela estera, lasciando i venezuelani risolvere la crisi, verrebbe sabotato dall’estero. L’applicazione di tali misure fu già discussa nelle ambasciate degli Stati Uniti in America Latina nel 2007, per finirla con l’eredità negativa di Hugo Chavez.Note
1) Come spiegato dal sindacalista francese Gilles Maréchal (CGT), “i media mainstream sono in una fase in cui il Venezuela non gli serve, dato che si è evitato il rischio dell’elezione alla presidenza di Jean-Luc Mélenchon e dell’arrivo all’Assemblea nazionale di un’ondata di parlamentari di Francia indomita e PCF”. Fenomeno già osservato nelle ultime elezioni in Spagna e Grecia. I titoli dei media francesi non sono il risultato di inchieste o informazioni sul campo ma riprendono ciò che dicono i media dell’opposizione (la maggioranza di radio, televisione, carta stampata e reti sociali in Venezuela) o statunitensi.
2) Telesur
3) Philip Huysmans: “Quando Mike Pence denuncia il “totalitarismo” in Venezuela“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora