USA contro leader latinoamericani

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 17/03/2015cristina-y-evita1I media latinoamericani offrono una pletora di materiali denigratori verso i politici dei Paesi a sud del Rio Grande caduti in disgrazia presso Washington. Di norma, le decisioni relative alla guerra dell’informazione contro i leader indesiderati sono prese dalla Casa Bianca e attuate da dipartimento di Stato o Central Intelligence Agency. L’interazione nella guerra dell’informazione tra dipartimento di Stato e CIA ha una lunga storia. E’ sufficiente ricordare la campagna denigratoria finita con il rovesciamento del presidente Juan Domingo Peron in Argentina. Nel 1946-1955 di Washington l’accusò di molte cose, dalla creazione del Quarto Reich in Sud America alla promozione dell’antisemitismo. In particolare fu accusato per l’immigrazione tedesco-italiana in Argentina nel secondo dopoguerra. Tale politica fu attuata per l’industrializzazione del Paese. Gli statunitensi fecero la stessa offrendo posti di lavoro a scienziati missilistici, esperti ed ingegneri nucleari tedeschi. Peron fu il fondatore del Partito Giustizialista (Partido Justicialista), un patriota che fermamente resistette ai tentativi degli Stati Uniti di soggiogare l’Argentina. Diversi metodi furono usati per rovinarne la reputazione. Nel 1951 il politico liberale Silvano Santander, un agente della CIA dichiarato, dovette lasciare l’Argentina per l’Uruguay. In stretta collaborazione con i suoi superiori degli Stati Uniti pubblicò articoli che dipingevano Peron come sostenitore del nazismo e seguace di Hitler. Nel 1955 Peron fu rovesciato. La sintesi degli articoli di Santander fu inclusa nel libro Tecnica di un tradimento. Juan Perón e Eva Duarte agenti nazisti in Argentina (Técnica de una traicion: Juan D. Perón y Eva Duarte, Agentes del Nazismo en la Argentina). La CIA utilizza ancora tale falsificazione quale esempio di diffamazione efficace da studiare per gli agenti inviati in America Latina. Santander non risparmiò Evita Peron, la moglie del presidente argentino, molto popolare in Argentina e all’estero. Il libro presenta molte fotocopie di documenti che avrebbero provato che Evita lavorasse per l’Abwehr dal 1941. Ora è un fatto consolidato che Evita non fosse per nulla un’agente dei servizi segreti e che non avesse contatti con organizzazioni clandestine naziste. La povera ragazza aveva il sogno di diventare un’attrice e lavorava per la miserabile esistenza. Evita sposò Peron nell’ottobre 1945 venendo coinvolta nella politica. Ora molti documenti degli anni ’40-’50 sono stati declassificati. Il dipartimento di Stato e la CIA si sono pentiti di aver calunniato i Peron? Per nulla. Hanno solo cambiato l’accento. Evita fu percepita quale simbolo di giustizia sociale. Il suo successo personale, il carattere passionale (spesso paragonata a Che Guevara) e il fatto che sapesse come trattare le persone comuni e cosa sentissero, ispirò negli argentini la speranza di un futuro migliore. Evita Peron è un simbolo del Fronte per la Vittoria (Frente para la Victoria, FPV), l’alleanza elettorale peronista in Argentina, formalmente una fazione del Partito Giustizialista. Cristina Elisabet Fernández de Kirchner, Presidentessa dell’Argentina, spesso ricorda l’eredità di Evita Peron. Ecco perché i guerrieri della propaganda statunitensi ne diffamano la memoria. Decine di anni sono passati dalla sua scomparsa e nessuna prova a sostegno delle accuse è mai emersa, ma i media della CIA continuano regolarmente ad infangare la memoria di Evita. L’obiettivo è distruggere l’immagine di una leggenda che vive in Argentina e in altri Paesi dell’America Latina.
Tale propaganda ha udienza speciale tra magnati, piccoli partiti conservatori, studenti di famiglie privilegiate, “quinta colonna” ed elementi bohemien declassati che vedono nella destabilizzazione la possibilità per divenire qualcuno in questa vita. L’operazione calunniatrice contro Eva Peron è parte di una massiccia campagna di provocazione lanciata da CIA (e Israele) contro Cristina Fernandez de Kirchner e il Fronte per la Vittoria. La recente morte del procuratore Nisman ha fatto emergere nuovi dettagli che danno adito a sospetti utilizzati da statunitensi ed influente comunità ebraica argentina per distruggere la fiducia nell’alleanza di governo. Si diffondono menzogne sulla Presidentessa argentina come personalmente coinvolta nella tragedia. Qualche tempo prima della morte Alberto Nisman accusò pubblicamente Cristina e il ministro degli Esteri argentino Hector Timerman di cospirazione per assolvere l’Iran dall’attentato del 1994 contro l’edificio dell’Asociación Mutual Israelita Argentina. Molti prominenti avvocati argentini dissero che le accuse erano infondate. Alcuni esperti ritengono che l’assenza di prove abbia spinto il procuratore a suicidarsi per salvarsi la faccia. Alcuni dicono che Nisman sia stato ucciso dalla CIA. Il caso del “terrorismo iraniano” era dubbio e il procuratore non poteva vincere. La sua liquidazione fisica ha permesso ai servizi speciali di continuare la campagna multistadio contro Cristina e il Fronte per la Vittoria. Alla fine di febbraio le accuse contro Cristina sono decadute, ma Gerardo Pollicita, nuovo procuratore, ha fatto appello. Ora molto dipende dalla frequenza delle sue visite alle ambasciate di Stati Uniti ed Israele.
Cristina Elisabet Fernández de Kirchner non è l’unico politico latinoamericano ad essere obiettivo della guerra d’informazione di Washington. Prima di tutto, vengono presi di mira gli Stati dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe. Gli Stati Uniti non risparmiano sforzi per combatterli. I media controllati dagli USA sono attivi quasi come ai tempi della “guerra fredda”. Solo cubani e nicaraguensi sono immuni da tale offensiva propaganda sovversiva. La TV regionale TeleSUR è nata grazie ai grandi sforzi attuati infine dal presidente venezuelano Hugo Chavez. L’elevata diffusione preoccupa Washington. La televisione venezuelana è accusata di molte cose, come per esempio propagandare chavismo e comunismo castrista, dando una presenza ai rappresentanti di Cina, Russia e Paesi presunti sostenitori del terrorismo, ecc. Tale preoccupazione è finta perché i principali media latinoamericani sono controllati dagli Stati Uniti. La maggior parte delle informazioni diffuse dai media dell’America Latina proviene da quattro agenzie, Reuters, Associated Press, Agence France-Presse e EFE. Sembra che la Central Intelligence Agency abbia reclutato quasi tutti i principali giornalisti, corrispondenti e redattori dell’America Latina. EFE (agenzia stampa spagnola) attacca regolarmente i politici latinoamericani non graditi dagli Stati Uniti. Le relazioni sono raccolte e trasmesse da molte agenzie, programmi TV e radio, media elettronici, riviste e giornali di grande diffusione, reti di distribuzione cinematografica, ecc. In Venezuela, Ecuador, Nicaragua, Bolivia, Argentina, Brasile gli Stati Uniti utilizzano tali agenti per avviare le operazioni di guerra delle informazioni volta a minare le strutture di potere, creare caos nella vita pubblica e politica ed infangare la reputazione dei leader nazionalisti. L’accusa di corruzione è lo strumento preferito nella guerra dell’informazione. Fidel Castro è sulla lista dei corrotti della CIA da tempo. Fu detto che possedesse conti bancari in banche svizzere e dei Caraibi. Era ridicolo fin dall’inizio. Nel 2010 la rivista Forbes ridusse significativamente i “conti segreti” di Castro da 40 miliardi di dollari a 900 milioni. Fu sottolineato che Sua Maestà la Regina Elisabetta II, la Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, fosse più povera del leader storico della rivoluzione cubana. Nel 2012 la rivista ridusse la ricchezza di Castro a 550 milioni. Ora il re di Spagna verrebbe dopo il leader cubano. Il presidente venezuelano Nicolas Maduro fu duramente criticato dai guerrieri della propaganda occidentale con l’accusa di avere elevate spese per le esigenze dell’amministrazione presidenziale (dicono che la somma sia circa 2 miliardi di dollari). Molte pubblicazioni si sono dedicate a diffondere i dati sulle spese di Cristina Fernandez de Kirchner, del Presidente del Nicaragua Daniel Ortega e del Presidente dell’Ecuador Rafael Correa, che avrebbe acquistato beni in Belgio per 260 milioni. Correa smentisce categoricamente le pseudo-rivelazioni. Ai giornalisti che ha incontrato, il presidente dell’Ecuador ha detto di aver comprato un appartamento in Belgio per lui e la moglie di origine belga. I giornalisti ebbero le copie dei documenti e foto della casa senza pretese.
Con l’aiuto dei media controllati, Washington cerca d’impedire l’emergere di nuovi Peron e Chavez nel continente. Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti e la CIA sono fortemente preoccupati dalle attività di Andrés Manuel López Obrador, l’ex-candidato alla carica di presidente del Messico. Nel 2012 diversi trucchi, tra cui brogli sui risultati del voto elettronico, furono utilizzati per sottrargli la vittoria alle elezioni presidenziali. Enrique Penha Nieto lo derubò delle elezioni con l’aiuto di magnati messicani e degli Stati Uniti. Con le sue altissime percentuali Obrador può vendicarsi nel 2018. Nuove trame diffamatorie vengono preparate nei laboratori segreti. Ad esempio, nel recente tweet su Obrador si legge “Si definisce protettore dei poveri”. Un video lo mostra allontanare un venditore ambulante come se non si degnasse di stringergli la mano. In realtà il filmato mostrava Obrador dare al suo sostenitore un abbraccio amichevole dopo una chiacchierata. Una TV pro-USA ha manomesso il video cambiando “creativamente” ciò che in realtà mostrava. Chi lo saprà in Messico dove presentatori TV e radio continuano a servire gli interessi degli Stati Uniti?

Andrés Manuel López Obrador

Andrés Manuel López Obrador

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La sconfitta venezuelana di Obama

Alessandro Lattanzio, 16/3/201514-03-2015-cancilleres-unasur-1Il 9 marzo, il presidente degli USA Barack Obama dichiarava il Venezuela “minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza nazionale degli USA“, invocando l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) contro il Venezuela. Altri Stati che attualmente subiscono l’IEEPA sono Iran, Myanmar, Sudan, Russia, Zimbabwe, Siria, Bielorussia e Corea democratica. Obama quindi imponeva sanzioni contro sette dirigenti venezuelani tra cui Justo Jose Noguera Pietri, presidente della Società venezuelana della Guayana (CVG) e Katherine Nayarith Haringhton Padron, pubblico ministero che persegue i golpisti. Il Presidente venezuelano Nicolas Maduro rispondeva bollando le dichiarazioni di Obama come “ipocrite“, affermando che gli Stati Uniti sono la massima minaccia al mondo. “Voi siete la vera minaccia che ha creato Usama bin Ladin… Difendi i diritti umani dei cittadini statunitensi neri uccisi nelle città degli Stati Uniti ogni giorno, Obama. Ho detto ad Obama, come vuoi essere ricordato? Come Richard Nixon che spodestò Salvador Allende in Cile? Come il Presidente Bush, responsabile del tentato spodestamento del Presidente Chavez?… Beh il presidente Obama già ha fatto la sua scelta… sarà ricordato come il presidente Nixon. The Wall Street Journal ha scritto che è arrivato il momento di chiamarmi tiranno, rispondo: Sarei un tiranno perché non mi lascio rovesciare? E se mi lascio rovesciare sarei un democratico? Il popolo dovrebbe consentire l’installazione di un “governo di transizione”, eliminando la Costituzione? Non lo permetterò e, se necessario, mi batterò per le strade con il nostro popolo e le nostre forze armate. Vogliamo pace, stabilità e convivenza. Che farebbe il presidente Obama se un colpo di Stato venisse organizzato contro il suo governo? Chi persiste in attività terroristiche e colpi di Stato è fuori dalla Costituzione, va arrestato e giudicato, e se anche Wall Street Journal o New York Times mi chiamano tiranno, non si tratta di tirannia, ma della legge”. Il 28 febbraio, dopo che un pilota statunitense veniva arrestato vicino al confine colombiano, ed insieme a quattro ‘missionari’ statunitensi accusato di spionaggio e di organizzazione del colpo di Stato in Venezuela, venivano annunciate nuove misure come l’imposizione dell’obbligo di visto ai cittadini statunitensi che entrano in Venezuela, la riduzione del personale dell’ambasciata degli Stati Uniti e la creazione di una “lista antiterrorista” di individui cui viene proibito l’ingresso in Venezuela, comprendente l’ex-presidente George W. Bush, l’ex-vicepresidente Dick Cheney, l’ex-direttore della CIA George Tenet, i congressisti di estrema destra Bob Menendez, Marco Rubio, Ileana Ross-Lehtinen e Mario Diaz-Balart, tutti accusati di “violazione dei diritti umani”. Gli Stati Uniti infatti hanno avuto un ruolo diretto nel tentativo di colpo di Stato sventato a febbraio. Il Presidente Maduro ricordava che il finanziatore del golpe fallito, Carlos Osuna, è “a New York protetto dal governo degli Stati Uniti“. Maduro aveva anche chiesto l’adozione di “una legge speciale per mantenere la pace nel Paese“, che una volta concessa dall’Assemblea Nazionale permetterà una “legge antimperialista per prepararsi ad ogni scenario e vincere“.
Dopo la decisione di Obama, il presidente della Bolivia Evo Morales convocava a Quito una riunione d’emergenza di UNASUR (organizzazione che rappresenta tutte le nazioni Sudamericane) e CELAC (Comunità allargata latino-americana e caraibica), “dichiariamo lo stato d’emergenza in difesa del Venezuela che affronta l’assalto di Barack Obama. Difenderemo il Venezuela, poiché l’impero tenta di dividerci, per controllarci politicamente e derubarci economicamente“. Il Presidente Correa esprimeva il “più fermo rifiuto della decisione illegale e extraterritoriale contro il Venezuela, che rappresenta un attacco inaccettabile alla sua sovranità“. “Come il Venezuela minaccia gli Stati Uniti? A migliaia di chilometri di distanza, senza armi e senza risorse strategiche o personale che cospiri contro l’ordine costituzionale statunitense? Tale dichiarazione fatta nell’anno delle elezioni legislative in Venezuela rivela la volontà d’interferenza della politica estera statunitense“, dichiarava il governo cubano. Quindi gli Stati membri dell’Unione delle nazioni sudamericane (UNASUR): Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Guyana, Paraguay, Perù, Suriname, Uruguay e Venezuela esibivano un rifiuto unanime della posizione di Washington verso il Venezuela, esortando a valutare e attuare “il dialogo con il governo del Venezuela sulla base dei principi della sovranità dei popoli“. L’UNASUR continua la missione a sostegno del “dialogo politico più ampio con tutte le forze democratiche in Venezuela, nel pieno rispetto dell’ordinamento costituzionale, dei diritti umani e dello stato di diritto“. In precedenza una delegazione della UNASUR s’era recata a Caracas per indagare sul tentativo di colpo di Stato del 12 febbraio. A seguito di questo lavoro, il presidente di UNASUR, l’ex-presidente colombiano Ernesto Samper respingeva qualsiasi interferenza esterna e consigliava l’opposizione a dedicarsi alle elezioni e non alle violenze, “UNASUR ritiene che la situazione interna in Venezuela debba essere risolta con i meccanismi della Costituzione venezuelana” offrendo pieno sostegno come osservatore alle prossime elezioni, quest’anno, in Venezuela, “convinto dell’importanza per UNASUR di mantenere l’ordine costituzionale, la democrazia e la permanenza totale dei diritti umani fondamentali“.

Vladimir Padrino Lopez

Vladimir Padrino Lopez

Il 12 marzo il Ministero degli Esteri russo esprimeva solidarietà al popolo venezuelano contro “l’aggressiva pressione politica e le sanzioni di Washington verso Caracas e il suo governo democraticamente eletto. Siamo consapevoli, con grande preoccupazione, dell’aumento dei tentativi di destabilizzare il Venezuela, un Paese legato alla Russia da molti stretti legami di amicizia e da un’associazione strategica“, sottolineando che la dichiarazione di emergenza nazionale del governo degli Stati Uniti contro il Venezuela è “una minaccia per la stabilità democratica del Paese e può avere gravi conseguenze sulla situazione in America Latina nel suo complesso. Allo stesso modo, Mosca si oppone completamente ad ogni forma di violenza e ai colpi di Stato come strumenti per rovesciare i legittimi governi di Stati sovrani“. Nel frattempo il Ministro della Difesa Sergej Shojgu accettava l’invito dell’omologo venezuelano Vladimir Padrino Lopez, di far partecipare la Russia alle esercitazioni militari delle forze venezuelane. In effetti il 14 marzo, il Ministro della Difesa Popolare del Venezuela Padrino López riferiva che oltre 100000 persone partecipavano alle esercitazioni militari Escudo Nacional in sette delle Regiones Estratégicas de Defensa Integral (REDI) del Venezuela, a cui partecipavano le Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB), la Milizia Nazionale Bolivariana e volontari civili. L’obiettivo era rafforzare sul piano operativo Esercito, Marina, Aeronautica e Guardia Nazionale del Venezuela. Le REDI sono attive ad Aragua, Carabobo, Miranda Vargas, Yaracuy e Distrito Capital; Delta Amacuro, Monagas, Sucre e Nueva Esparta; Falcon, Lara, Trujillo, Mérida, Táchira e Zulia; Bolívar e Amazonas; Apure, Portuguesa, Barinas, Cojedes e Guárico; Ande e Regione Marittima Insulare.

madu630abbo1Riferimenti:
Correo del Orinoco
Global Research
Mondialisation
Mondialisation
Nsnbc
Nsnbc
Reseau International
Reseau International
Russia Insider

Come Mercosur e Unione eurasiatica sfidano gli USA e l’egemonia del dollaro

Ariel Noyola Rodríguez* RussiaToday
*Laurea in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico.

lainfo.es-20424-unixn_euroasixticaDi fronte all’offensiva imperiale lanciata da Washington contro la Russia e i governi democratici in America Latina, il partenariato strategico tra Mercosur e l’Unione eurasiatica emerge quale elemento chiave nella difesa della sovranità e della costruzione di un ordine mondiale multipolare sempre più lontano dall’orbita del dollaro e meno incentrato sull’economia degli Stati Uniti. Le strategie di contenimento economico promosse da Washington contro Mosca e Caracas precipitano la riconfigurazione delle alleanze nel sistema globale. Sebbene la Russia si trovi geograficamente nell’emisfero settentrionale, la sua agenda diplomatica prevede stretti legami con le economie emergenti. Lo stesso vale per l’America Latina, regione che secondo il ministro degli Esteri Sergej Lavrov è destinata a divenire pilastro fondamentale nella costruzione dell’ordine mondiale multipolare. Indubbiamente, i legami della Russia con l’America Latina si approfondiscono rapidamente. Secondo la banca dati sul commercio delle Nazioni Unite (ONU Comtrade, nell’acronimo in inglese), gli scambi tra Mosca e America Latina hanno raggiunto la cifra record di 18,832 miliardi di dollari nel 2013, un importo 3 volte superiore rispetto al 2004 (Brasile, Venezuela, Argentina, Messico ed Ecuador sono i 5 partner più importanti dell’orso russo in America Latina). Vi sono fondamentali complementarità economiche. Le esportazioni russe verso l’America Latina si concentrano per oltre il 50% in fertilizzanti, minerali e combustibili. Mosca invece acquista dai Paesi latinoamericani soprattutto prodotti agricoli, salumi e componenti elettronici. Secondo le proiezioni dell’Istituto per l’America Latina dell’Accademia delle Scienze Russa, il commercio bilaterale raggiungerà i 100 miliardi entro il 2030, con un incremento di oltre il 500%. Tuttavia, vi sono molte sfide all’orizzonte. Il contesto recessivo dell’economia globale, la tendenza deflazionistica (prezzi in calo) nel mercato delle materie prime (soprattutto petrolio), il rallentamento in Asia e le sanzioni economiche imposte da Stati Uniti e Unione europea, rivela l’urgente necessità di aumentare i termini delle relazioni diplomatiche tra Russia e Paesi dell’America Latina.
In conseguenza del calo degli scambi tra Russia ed Unione europea, l’America Latina emerge come sorta di mercato sostitutivo ricevendo allo stesso tempo investimenti high-tech. A questo proposito, vi sono i notevoli programmi d’investimento del Consorzio Petrolifero Nazionale (formato da Rosneft, Gazprom Neft, LUKoil, TNK-BP e Surgutneftegas) previsti in Brasile, Argentina, Venezuela, Guyana e Cuba, tra gli altri Paesi. Inoltre, vi è una vasta gamma di possibilità per costruire alleanze scientifico-tecnologiche, da un lato, promuovendo lo sviluppo industriale in America Latina e, dall’altro lato, aiutare a diversificare le esportazioni di Mosca attualmente concentrate sugli idrocarburi. La lunga stagnazione dell’attività economica globale e l’aumento dei conflitti interstatali per garantirsi l’approvvigionamento di materie prime essenziali (petrolio, gas, metalli, minerali, terre rare e così via) per riprodurre il capitale, promuove la costruzione di alleanze strategiche tramite accordi commerciali preferenziali, investimenti congiunti nel settore energetico, trasferimento tecnologico, cooperazione tecnico-militare, ecc. Nella stessa prospettiva, il rapporto strategico bilaterale della Russia con diversi Paesi dell’America Latina (Argentina, Brasile, Cuba, Ecuador, Nicaragua, Venezuela, etc.), cerca d’espandersi nella regione sudamericana attraverso la punta di diamante dell’Unione Eurasiatica (formata da Russia, Bielorussia, Kazakistan, Armenia e Kirghizistan). Mentre il Presidente Vladimir Putin propose nel 2011 (in un articolo pubblicato sul quotidiano ‘Izvestija‘) di convertire l’Unione eurasiatica in un meccanismo di collegamento tra la regione Asia-Pacifico e l’Unione europea, l’assedio imposto alla Federazione Russia dalla NATO ha annullato temporaneamente tale possibilità. Di conseguenza, l’Unione eurasiatica supera i confini continentali creando zone di libero scambio con la Cina in Asia, l’Egitto in Africa del Nord e il Mercato comune del Sud (Mercosur comprendente Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela) in America Latina.
mercosur Negli ultimi anni, la relazione strategica tra Unione eurasiatica e Mercosur rappresenta la maggiore scommessa della Russia nella regione sudamericana sull’integrazione regionale: entrambi i blocchi hanno una superficie di 33 milioni di chilometri quadrati, una popolazione di 450 milioni di abitanti e un PIL combinato di oltre 8,5 miliardi di dollari (11,6% del PIL globale in termini nominali). La relazione strategica ha due grandi obiettivi. In primo luogo, ridurre la presenza di Stati Uniti e Unione europea sui flussi extraregionali del commercio e degli investimenti. In secondo luogo, accelerare il processo di de-dollarizzazione globale attraverso l’uso delle monete nazionali come mezzo di pagamento. La realizzazione di un sistema di pagamenti alternativi alla Società per la telecomunicazione interbancaria e finanziaria internazionale (SWIFT, nell’acronimo in inglese) da parte della Russia (la Cina ha recentemente annunciato il lancio di un sistema di pagamento proprio, che potrebbe essere operativo a settembre), così come l’esperienza dell’America Latina con il sistema unico di compensazione regionale (SUCRE) per attutire gli shock esteri sulla regione, sono la prova del ruolo crescente di entrambe le parti nella creazione di nuovi istituzioni e meccanismi finanziari abbandonando l’orbita del dollaro. Senza dubbio, di fronte all’assalto economico e geopolitico dell’imperialismo USA, le economie emergenti eludono il confronto diretto con la regionalizzazione. In breve, Unione eurasiatica e Mercosur dovrebbero concentrare i loro sforzi su una maggiore cooperazione finanziaria e una parallela articolazione di un fronte comune in difesa della sovranità nazionale e dei principi del diritto internazionale.
In conclusione, la relazione strategica tra Unione eurasiatica e Mercosur ha la grande opportunità di presentare al mondo la risposta positiva di entrambi i blocchi all’aggravarsi della crisi economica attuale e, quindi, contribuire in modo decisivo a minare dalle fondamenta l’egemonia del dollaro.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La strategia economica e geopolitica eurasiatica della Cina

Gulam Asgar Mitha (Canada) Oriental  Review 7 marzo 2015

….Nel frattempo è imperativo che non emerga un concorrente eurasiatico (degli Stati Uniti), in grado di dominare l’Eurasia e quindi anche di sfidare gli USA“.
Zbigniew Brzezinski, La Grande Scacchiera, aprile 1997

0,,17908469_401,00Per diversi decenni, secoli, le potenze coloniali europee e asiatiche si sono combattute per il controllo di terre e culture straniere (prevalentemente linguistiche e religiose) e per profitto conseguente ai massacri e alle devastanti due guerre mondiali sui loro territori, conclusesi con il declino delle maggiori potenze mondiali e l’ascesa imperiale degli Stati Uniti nell’ultimo decennio del XX secolo. Dal 2001 il mondo appartiene politicamente ed economicamente a tale impero che continua a devastare il Medio Oriente e sottomettere tutti gli altri Paesi tramite le Nazioni Unite e i suoi strumenti politici, economici e sociali. Gli Stati Uniti, dalla seconda guerra mondiale, si spartiscono il bottino di guerra con le potenze ex-coloniali europee attraverso il Nuovo Ordine Mondiale (NWO) e la potenza militare della NATO. Il NWO è sfidato da Russia e Cina con i gruppi dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) e della Shanghai Cooperation Organization (SCO). Questi due Paesi rappresentano il peggior rischio per il NWO. Attualmente la Russia è obiettivo diretto del NWO attraverso lo strangolamento della sua economica basata sul petrolio e la situazione geopolitica in Ucraina. In un recente articolo “La pace o la guerra sono vicine?” Paul Craig Roberts aveva detto che la Russia cercando di essere parte dell’occidente ha compiuto l’errore strategico che mette in pericolo la sua indipendenza. La Russia dipende dai sistemi finanziari occidentali che hanno dato potere a Washington verso Mosca, permettendole di attuare le sanzioni economiche verso la Russia. Ciò impartisce importanti lezioni alla Cina, che è ed è sempre stata parte dell’Oriente, geograficamente e culturalmente. La Cina ha una profonda sfiducia verso le intenzioni europee, risalente alle guerre anglo-cinesi del 1839-1842 o a ciò che i nazionalisti del 20° secolo chiamano “Secolo dell’umiliazione”. L’ardente studioso di storia politica cinese conosce bene le radici della guerra, del tradimento europeo e le devastanti conseguenze per la Cina.
La Cina è un gigante economico e sa bene che a tempo debito l’impero degli Stati Uniti e i suoi vassalli europei cercheranno di eliminare la minaccia al loro NWO con azioni economiche e politiche contro la Cina simili a quelle attuate contro la Russia. Recentemente ho pubblicato un articolo su Oriental Review intitolato The New Global Economy: Rise of China e fall of USA. Come la Russia, la Cina non fa parte del patrimonio culturale occidentale, e ancor più del NWO, la cui architettura neocon è fondamentalmente un prodotto supportato e radicato nell’occidente, non in Russia o in Cina. I due Paesi non possono affidabilmente supportare l’idea di un governo mondiale del NWO. In un articolo del Financial Post intitolato La Cina attraversa la soglia degli investimenti che può cambiare il mondo intero, Stefano Pozzebon ha scritto “Non solo la Cina diventa esportatore netto di capitali, ha già superato le controparti occidentali come fonte primaria del credito per il mondo in via di sviluppo. Da questo rilievo finanziario probabilmente vorrà esercitare anche influenza politica“. Pozzebon ha evidenziato e sintetizzato gli investimenti esteri della Cina per 870 miliardi di dollari. Nel prossimo decennio diversi Paesi asiatici muteranno l’equilibrio globale e la geopolitica eurasiatica in favore della Cina, grazie alla sua influenza economica pari a quella degli Stati Uniti in Europa. La Cina sarà la potenza orientale che contrasterà la potenza occidentale degli Stati Uniti. La Russia ha fallito nel cercare d’essere accettata dall’occidente, spingendosi tra le braccia cinesi. La Russia ha una notevole influenza politica presso le sue ex-colonie che, insieme alle fondatrici Russia e Cina, fanno parte della SCO (gli altri membri fondatori sono Kirghizistan, Kazakistan, Tagikistan e Uzbekistan).
I due Paesi che faranno la differenza nelle relazioni con la Cina saranno Pakistan e Iran, due Paesi al confine del mondo musulmano che orbitano verso la civiltà cinese allontanandosi da quella occidentale. L’Iran è una potenza regionale militare emergente che ha affrontato Israele attraverso la sua emanazione Hezbollah nel 2006 e ora testa le grandi potenze occidentali e la NATO in Siria. L’Iran, senza alcun sostegno militare estero e facendo completamente affidamento su propri materiale e tecnologia militare, vinse il round del 2006 e ora sembra avanzare in Siria da quando riesce a tenere a bada le potenze occidentali, da quasi 4 anni, nella regione, mentre gli altri Paesi della primavera araba hanno capitolato piuttosto rapidamente. Il Pakistan è una potenza nucleare nel sud asiatico che combatte il terrorismo (sostenuto finanziariamente dai sauditi) interno e ai confini; una volta che riuscirà a controllarlo, il Pakistan farà grandi passi avanti economici e politici con l’aiuto della Cina. La Cina ha messo piede a Gwadar con l’autostrada Karakoram e il progetto Indus Highway. Il Pakistan confina con Cina, Iran, Afghanistan e Tajikistan mentre l’Iran confina con Pakistan, Turkmenistan e Afghanistan. Così Pakistan e Iran sono strategicamente importanti come barriere contro eventuali minacce occidentali al dominio eurasiatico e saranno anche le vie di collegamento della Cina alle acque calde occidentali dell’Oceano Indiano. Come risultato dell’influenza economica e politica della Cina, è naturale che un’alleanza militare traspaia, quale la SCO formata nell’aprile 1996 con la firma del trattato di mutua fiducia militare nelle regioni di frontiera. Si prevede che gli attuali Paesi osservatori Pakistan, Iran, India, Mongolia e infine Afghanistan avranno lo status di aderenti a pieno titolo nel 2015. L’India ha da tempo relazioni bilaterali con la Russia. E’ nell’interesse di Cina e Russia che India e Pakistan abbiano rapporti cordiali e tale opportunità esiste nella SCO.
In un articolo del maggio 2007 sul Journal of International Affairs, intitolato Shanghai Cooperation Organization e Iran: una potente unione Matthew Brummer ha scritto “la SCO è pronta a emergere quale coalizione intergovernativa che rivaleggi con tutte le altre. L’esperto della regione professor David Wall sintetizza molto succintamente che sarebbe un’OPEC con le bombe nucleari”. Brummer scrive inoltre che è importante riconoscere la vastità della SCO in termini di importanza energetica, includendovi l’Iran. Gli Stati membri della SCO occuperebbero il 60% della massa terrestre eurasiatica, avrebbero una popolazione di 3,5 miliardi di abitanti, riserve e produzione energetica (petrolio e gas) che rivaleggerebbero con quelle del Medio Oriente. In termini d’importanza geografica, nessun altro Paese nella SCO potrebbe aver più valore strategico per Russia e Cina di Iran e Pakistan, con il controllo dello Stretto di Hormuz e dell’Oceano Indiano (collegandosi a Russia e Cina attraverso Commonwealth degli Stati Indipendenti e Afghanistan). Molto dipende dal risultato dei colloqui P5+1 sul nucleare con l’Iran. Un fallimento (pubblicizzato come cattivo accordo nel discorso al Congresso USA di Netanyahu, pur senza alcun accordo definito con l’Iran) potrebbe portare l’Iran a rompere con l’OPEC assieme a un Venezuela scontento (il Presidente Maduro ha incontrato Putin) a causa della riluttanza saudita a ridurre la produzione di petrolio e a mantenere la sua quota di mercato. Ciò farebbe dei sauditi e loro partner arabi potenze senza forza. Nell’OPEC, le riserve di petrolio di Iran e Venezuela rappresentano il 38% delle riserve dell’OPEC da 1200 miliardi di barili. L’Arabia Saudita e i suoi partner aristocratici, autocratici e fondamentalisti (escluso l’Iraq con l’11%) ne rappresentano il 40%, dimezzando così l’OPEC. La Cina quindi sarebbe il principale beneficiario energetico. Il quadro eurasiatico è cambiato da quando Brezenski pubblicò la sua visione sull’Eurasia ne La Grande Scacchiera, e probabilmente cambierà ulteriormente nella prossima metà del decennio attuale, che potrebbe portare allo scontro tra titani di Oriente e occidente.

United_States_of_Eurasia_by_DRLMGulam Asgar Mitha è un ex-ingegnere della sicurezza. Ha collaborato con diverse compagnie petrolifere e gasifere nordamericane ed internazionali. Ha lavorato in Libia, Qatar, Pakistan, Francia, Yemen ed Emirati Arabi Uniti. Attualmente vive a Calgary, in Canada, e ama leggere e seguire le attuali questioni politiche globali. In esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tre fronti per la Russia: come Washington susciterà il caos in Asia centrale

Ivan Lizan Odnako  - Vineyard Saker

1009158-LAsie_centrale_1992La dichiarazione del Generale “Ben” Hodges degli Stati Uniti secondo cui nel giro di quattro o cinque anni la Russia potrebbe sviluppare la capacità di combattere contemporaneamente su tre fronti non è solo un riconoscimento del crescente potenziale militare della Federazione russa, ma anche una promessa che Washington premurosamente si garantirà che i tre fronti siano ai confini della Federazione russa. Nel contesto dell’inevitabile ascesa della Cina e della crisi finanziaria che si aggrava, con lo scoppio contemporaneo di diverse bolle speculative, l’unico modo per gli Stati Uniti di mantenere l’egemonia globale è indebolire gli avversari. E l’unico modo per raggiungere tale obiettivo è innescare il caos nelle repubbliche confinanti con la Russia. È per questo che la Russia inevitabilmente entrerà in un periodo di conflitti e crisi ai confini. Così il primo fronte, infatti, esiste già in Ucraina, il secondo sarà probabilmente tra Armenia e Azerbaigian sul Nagorno-Karabakh, e il terzo, naturalmente, sarà aperto in Asia centrale. Se la guerra in Ucraina porta milioni di rifugiati, decine di migliaia di morti e la distruzione di città, lo sbrinamento del conflitto del Karabakh minerebbe completamente la politica estera della Russia nel Caucaso. Ogni città in Asia centrale corre il pericolo di esplosioni e attentati. Finora questo “fronte imminente” non ha attirato l’attenzione dei media, la Nuova Russia domina sui canali televisivi nazionali, giornali e siti, ma questo teatro di guerra potrebbe diventare uno dei più complessi dopo il conflitto in Ucraina.

Una filiale del califfato nel ventre della Russia
La tendenza indiscutibile in Afghanistan, la principale fonte di instabilità nella regione, è un’alleanza tra taliban e Stato islamico. Anche così, la formazione imminente di tale unione ha scarsi e frammentati riferimenti, e la vera portata delle attività degli emissari IS è chiara quanto un iceberg la cui punta emerge poco al di sopra della superficie dell’acqua. Ma è stabilito che agitatori sono attivi in Pakistan e province meridionali dell’Afghanistan, controllate dai taliban. Ma, in questo caso, la prima vittima del caos in Afghanistan è il Pakistan, con insistenza e aiuto dei taliban alimentati dagli Stati Uniti negli anni ’80. Tale piano ha una sua vita ed è l’incubo ricorrente di Islamabad, che ha deciso di stabilire rapporti amichevoli con Cina e Russia. Questa tendenza può essere vista negli attentati dei taliban contro le scuole pakistane, i cui insegnanti hanno ora il diritto di portare armi, negli arresti di terroristi nelle grandi città e nel’inizio delle attività a sostegno di tribù ostili ai taliban nel nord. L’ultimo sviluppo legislativo in Pakistan è un emendamento costituzionale per espandere la giurisdizione dei tribunali militari (sui civili). In tutto il Paese terroristi, islamisti e simpatizzanti sono detenuti. Solo nel nord-ovest sono stati effettuati più di 8000 arresti, anche di membri del clero. Le organizzazioni religiose sono state bandite e gli emissari del IS vengono catturati. Dato che gli statunitensi non amano mettere tutte le uova nello stesso paniere, aiuteranno il governo di Kabul permettendogli di rimanere nel Paese legittimamente, e allo stesso tempo i taliban, che diventano IS. Il risultato sarà uno stato di caos in cui gli statunitensi non prenderanno formalmente parte; invece, porranno le loro basi militari in attesa di vedere chi vince. E poi Washington aiuterà il vincitore. Si noti che i suoi servizi di sicurezza hanno sostenuto i taliban per molto tempo e in modo abbastanza efficace: alcuni ufficiali delle forze di sicurezza e deòla polizia in Afghanistan sono ex-taliban e mujahidin.

Metodo di distruzione
Il primo modo per destabilizzare l’Asia centrale è creare problemi ai confini, insieme alla minaccia che i mujahidin penetrino nella regione. Il collaudo sui vicini è già iniziato; problemi sono sorti in Turkmenistan, che ha anche dovuto chiedere a Kabul di attuare operazioni militari su larga scala nelle province di confine. Il Tagikistan fu costretto dai taliban a negoziare il rilascio delle guardie di frontiera da loro rapite, e il servizio di confine tagiko riferisce di un grande gruppo di mujahidin ai confini. In generale, tutti i Paesi confinanti con l’Afghanistan hanno intensificato la sicurezza delle frontiere. Il secondo modo è inviare islamisti dietro le linee. Il processo è già iniziato: il numero di estremisti nel solo Tagikistan è cresciuto di tre volte l’anno scorso; tuttavia, anche se vengono catturati, ovviamente non sarà possibile catturarli tutti. Inoltre, la situazione è aggravata dal ritorno dei lavoratori migranti dalla Russia, espandendo la base del reclutamento. Se il flusso di rimesse dalla Russia inaridisce, il risultato sarà malcontento popolare e rivolte eterodirette. L’esperto del Kirghizistan Kadir Malikov riporta che 70 milioni dollari sono stati stanziati per il gruppo armato del IS a Maverenahr, comprendente rappresentanti di tutte le repubbliche dell’Asia centrale, per compiere atti di terrorismo nella regione. Particolare enfasi è posta sulla valle di Fergana, nel cuore dell’Asia centrale. Un altro punto di vulnerabilità sono le elezioni parlamentari del Kirghizistan, in programma per questo autunno. L’apertura di una nuova serie di rivoluzioni colorate porterà caos e disintegrazione dei Paesi.

Le guerre autosufficienti
La guerra è costosa, quindi la destabilizzazione della regione deve essere autosufficiente o almeno redditizia per il complesso militare-industriale statunitense. In questa zona Washington ha avuto un certo successo: ha dato all’Uzbekistan 328 blindati che Kiev aveva chiesto per la sua guerra con la Nuova Russia. A prima vista, l’affare non è redditizio, perché i mezzi sono un dono, ma in realtà l’Uzbekistan sarà legato agli USA da ricambi e munizioni. Washington ha preso una decisione analoga sul trasferimento di equipaggiamenti e armi ad Islamabad. Ma gli Stati Uniti non hanno avuto successo nel tentativo d’imporre propri sistemi d’arma all’India: gli indiani non hanno firmato alcun contratto, e Obama ha visto materiale militare russo quando ha presenziato a una parata militare. Così gli Stati Uniti trascinano i Paesi della regione in una guerra con i propri pupilli, i taliban e Stato islamico, e allo stesso tempo riforniscono di armi i nemici. Quindi il 2015 sarà caratterizzato dai preparativi per la destabilizzazione dell’Asia centrale e la diffusione della filiale dello Stato islamico dall’AfPak ai confini di Russia, India, Cina e Iran. L’inizio di una guerra su vasta scala, che inevitabilmente seguirà una volta che il caos sommergerà la regione, portando a un bagno di sangue nei “Balcani eurasiatici”, coinvolgendo automaticamente più di un terzo della popolazione del mondo e quasi tutti i rivali geopolitici degli Stati Uniti. Un’opportunità che Washington troverà troppo bella per perderla. La risposta della Russia a tale sfida deve essere multiforme: coinvolgere la regione nel processo d’integrazione eurasiatica, fornendo aiuto militare, economico e politico, lavorando a stretto contatto con gli alleati di Shanghai Cooperation Organization e BRICS, rafforzando l’esercito pakistano e naturalmente aiutare la cattura dei servi barbuti del Califfato. Ma la risposta più importante dovrà essere la modernizzazione accelerata delle proprie forze armate, nonché quelle degli alleati, rafforzare la Collective Security Treaty Organization e dargli il diritto di aggirare le assai inefficienti Nazioni Unite.
La regione è estremamente importante: se l’Ucraina è un fusibile della guerra, l’Asia centrale è un deposito di munizioni. Se esplode, metà del continente sarà colpito.

dNt58u6sQBTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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