Cina e Giappone: amici per sempre?

Stati Uniti e Cina nel Pacifico: Quale destino per il Giappone?
Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 27/05/2016

East & Southeast AsiaDa alcuni anni, il Pacifico è testimone dell’avanzata della Cina e del simultaneo indebolimento delle posizioni degli Stati Uniti. La Cina lentamente ma inesorabilmente scaccia gli statunitensi dalla regione, estendendo l'”area di influenza” dall’ASEAN al Medio Oriente. La Cina ha anche dimostrato una determinazione impressionante ad agire su tutti i fronti. Pechino attua la strategia del filo di perle nell’Oceano Indiano. Preme per la delimitazione delle sfere di influenza nell’Oceano Pacifico assicurando che l’influenza degli Stati Uniti non vada oltre le Hawaii. Questo era il tema dell’incontro dell’estate 2013 tra il Segretario Generale del Partito comunista cinese Xi Jinping e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. La stessa dichiarazione fu espressa nel maggio 2014, in occasione della Conferenza sull’interazione e le misure di rafforzamento della fiducia in Asia. Xi Jinping abbastanza esplicitamente sottolineò che la Cina gioca un ruolo dominante nella regione. Sulla politica della Cina nel Mar Cinese Meridionale e Mar Cinese Orientale, la Cina scaccia energicamente gli Stati Uniti dalla regione, costruisce nuove isole artificiali ed v’installa sistemi di difesa aerea. Nel settembre 2015, quando Xi Jinping e Barack Obama ebbero una riunione ordinaria, il presidente degli Stati Uniti espresse malcontento per la costruzione delle isole artificiali. Xi Jinping rispose che gli interessi immediati della Cina volevano che i lavori di costruzione continuassero. Tutti i Paesi del Pacifico seguono da vicino lo sviluppo della situazione, dato che le costruzioni inciderebbero su ciascuno di essi in un modo o nell’altro. Mentre alcuni Paesi considerano il passaggio della leadership nella regione alla Cina un vantaggio, altri sono sempre più allarmati. Il Giappone, la cui dipendenza dagli Stati Uniti è forte dalla fine della Seconda guerra mondiale, è il Paese più interessato ai progressi della Cina. Il riflusso dell’influenza statunitense dalla regione costringe il Paese del Sol Levante a pensare alla propria sicurezza. Nonostante tutti gli sforzi per creare almeno una parvenza di relazioni amichevoli tra Giappone e Cina (basti ricordare l’aiuto finanziario a lungo termine che la Cina ebbe dal Giappone in passato), e nonostante la cooperazione economica attiva di oggi (nel 2015 il commercio tra i due i Paesi fu di 278 miliardi di dollari) il ritiro degli Stati Uniti dalla regione lascerebbe il Giappone in una posizione vulnerabile. Le relazioni sino-giapponesi sono state dure per secoli. I ricordi della guerra 1937-1945, e in particolare degli orrori del massacro di Nanchino del 1937, quando i soldati giapponesi uccisero circa 300000 pacifici cittadini cinesi in 40 giorni, sono ancora freschi in Cina. Questi ricordi dolorosi, per entrambi i Paesi, riaffiorano ogni volta che c’è un inasprimento delle relazioni sino-giapponesi. A volte la stessa memoria sconvolge le relazioni bilaterali. Per esempio, quando nell’ottobre 2015 l’UNESCO decise d’includere i documenti cinesi che attestano il massacro di Nanchino nel patrimonio mondiale, il Giappone protestò immediatamente. Al momento il governo giapponese affermò che i cinesi falsificarono i fatti e minacciò d’interrompere il finanziamento dell’UNESCO che riceve il 10% del bilancio dal Giappone (il Giappone è il secondo maggior donatore dell’UNESCO dopo gli Stati Uniti). Mentre alcuni politici giapponesi negano lo stesso massacro, alcuni dicono che il numero delle vittime fu fortemente esagerato. Non importa come i giapponesi valutano la strage, la comunità globale non ha dubbi sulla veridicità dei fatti, anche se il numero delle vittime citate varia secondo le fonti (da 200 a 300 mila persone). Ciò che è importante, però, è che nessuno in Cina mette in dubbio il massacro, in cui il sentimento revanscista è ancora forte e potrebbe avere implicazioni negative sull’ulteriore sviluppo delle relazioni sino-giapponesi, soprattutto se il Giappone non è più sostenuto dagli Stati Uniti. Nessuno parla di possibilità di conflitto militare, naturalmente, ma è risaputo che i cambiamenti dell’equilibrio di potere militare si riflettono sempre nella politica internazionale.
L’aspetto politico delle relazioni sino-giapponesi di oggi, descritte come estremamente tese, lascia molto a desiderare. La crisi è iniziata nel 2012 quando le autorità giapponesi dichiararono l’intenzione di nazionalizzare le gasifere isole Senkaku nel Mar Cinese orientale, che la Cina considera suo territorio. La dichiarazione scatenò numerose proteste anti-giapponesi e un’ondata di violenze in Cina. Per aggiungere la beffa al danno, le isole contestate hanno iniziato a vedere più navi cinesi e giapponesi che mai. Presto Taiwan ne fu coinvolta: ci fu un conflitto tra equipaggi di navi giapponesi e taiwanesi con l’uso di cannoni ad acqua. Il braccio di ferro continua. Nel frattempo, il Giappone aumenta le spese militari secondo la strategia di sicurezza dello Stato adottata nel 2013. La Cina, a sua volta, continua ad innervosire il vicino orientale conducendo esercitazioni militari nel Mar del Giappone (le ultime condotte nell’agosto 2015). Ad aprile il Giappone ha inviato navi da guerra nelle Filippine, dopo aver sottolineato che l’obiettivo principale della visita era compensare la crescente influenza militare della Cina nel Mar Cinese Meridionale. Molti politici giapponesi vedono l’attenuazione delle posizioni degli Stati Uniti in Asia come un’opportunità per il Giappone di “staccarsi” dalla morsa degli Stati Uniti e diventare attore indipendente nella regione. Molti giapponesi sognano di ripristinare l’ex potenza militare del loro paese. Secondo l’articolo 9 della Costituzione giapponese, il paese non Può creare ed utilizzare le Forze Armate se non per l’auto-difesa. Ultimamente, l’idea di abbandonare l’articolo 9 guadagna sempre più sostenitori. Nell’autunno 2015, il parlamento giapponese approvava la legge che permette alle Forze di Autodifesa giapponesi di impegnarsi in azioni fuori dei confini giapponesi. Il ritiro delle truppe statunitensi dalla regione potrebbe essere un’ottima occasione per denunciare dell’articolo 9 e creare un esercito vero e proprio col pretesto di proteggersi dalla Cina. A maggio è aumento il sentimento anti-americano ad Okinawa che ospita una base aerea degli Stati Uniti. A quanto pare, il Pacifico è all’inizio di grandi cambiamenti. Lo spazio che gli Stati Uniti abbandonano sarà inevitabilmente occupato da altri Stati, rigorosamente in competizione per dominarlo. In questo frangente storico, è particolarmente importante per tutti i Paesi del Pacifico rimanere fedele alle regole del diritto internazionale e risolvere i problemi in un modo diplomatico per garantirsi cambiamenti al meglio. Da un lato, l’indebolimento dell’influenza statunitense paralizza la stabilità regionale, dall’altro le variazioni aprono sempre una porta a nuove opportunità e a una nuova impostazione politica regionale. E il Giappone, a quanto pare, fa tutto ciò che deve per essere tra i nuovi leader.

Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.6352114832638620311111Cina e Giappone: amici per sempre?
Lau Nai-keung, Gpolit 21 maggio 2016

japan3Introduzione di Thomas Hon Wing Polin: “I rapporti sino-giapponesi sono i più importanti e i più duri rapporti internazionali in Asia orientale. Tanta amarezza è passata tra i vicini dal secolo scorso che la gente spesso dimentica che tale animosità è in realtà un’aberrazione storica. Nel precedente millennio e mezzo Cina e Giappone ebbero generalmente cordiali e talvolta notevoli legami amichevoli. Nei primi anni di quel periodo fu essenzialmente un rapporto insegnante-studente, con i giapponesi che importarono elementi chiave dalla Cina utilizzati per modellare parti sostanziali della propria cultura. Più tardi, in particolare durante il periodo Meiji di rapida modernizzazione, il Giappone considerò l’ex-mentore arretrato portando al disprezzo in certo ambienti. Poi vi fu la catastrofe del 20° secolo che vide un’invasione strisciante ed una grande invasione della Cina da parte dell’esercito imperiale giapponese, con decine di milioni di persone uccise. Balzando al presente. Dopo decenni di tiepidi ma sempre crescenti legami tra Cina e Giappone, il sinofobo di destra Shinzo Abe saliva al potere nel 2012. Il “pivot in Asia” degli USA (traduzione: perno per contenere la Cina) era appena stato lanciato ed Abe ne divenne ben presto il più appassionato proselite in Asia. Risultato: i più tesi rapporto sino-giapponesi a memoria. Come la Cina e i cinesi vedono il Giappone? Il commentatore di Hong Kong e consulente di Pechino Lau Nai-keung mescola prospettive contemporanee e storiche per valutare la questione“.

Lau Nai-keung: “Ridacchiai leggendo le ultima notizie su navi da guerra giapponesi attraversare il Mar Cinese Meridionale. Questi sciocchi chiedono un pugno in faccia, ma i cinesi non glielo daranno, non ancora e non qui. Dal punto di vista cinese, il Giappone è una storia d’amore-odio. La Cina non potrà mai davvero odiare il vicino, anche dopo le atrocità indicibili inflitte dall’esercito imperiale al suo popolo. Nonostante 14 anni di guerra e decine di milioni di vite perse, né il governo nazionalista né il governo comunista chiesero mai alcun compenso. Testimoni oggi le decine di milioni di turisti cinesi che affollano il Giappone scambiando merci per miliardi di yen, nonostante il rischio dell’esposizione radioattiva. Ancora oggi, molti cinesi credono che il popolo giapponese discenda da 500 giovani cinesi guidati dal prete taoista Xu Fu in Giappone 2000 anni fa, alla ricerca della leggendaria erba della vita eterna, e che gli imperatori giapponesi ne siano la progenie. I più accettano l’idea che cinesi e giapponesi siano della stessa razza e condividano la stessa lingua, ma ciò è falso. Comunque hanno ragione, i due Paesi dovrebbero essere amici per sempre. La Cina non invase il Giappone, tranne forse durante la dinastia Yuan. Ma nel periodo Yuan (1271-1368) la Cina era sotto il dominio mongolo. Al contrario, il Giappone provò, ma non riuscì, a sottomettere il continente più volte, spesso venendo fermato nella penisola coreana. I ronjin giapponesi saccheggiarono le coste della Cina orientale quattro secoli fa, portando all’embargo totale della Cina sul commercio marittimo. Durante la prima guerra sino-giapponese del 1895, la Cina subì una grave sconfitta navale mentre difendeva la Corea. Poi il Giappone lanciò la grande invasione della Cina nel 1931, innescando 14 anni di sanguinosi combattimenti fino alla resa giapponese del 1945. A giudicare dal comportamento finora, il Giappone non s’è mai pentito dei crimini di guerra o accettato la sconfitta dalla Cina. Infatti, nonostante il precoce apprendistato cinese, sembra che il Giappone in realtà guardi dall’alto in basso i cinesi dalla dinastia Song del 13° secolo, pensando che la sua cultura sia stata compromessa dai barbari del nord. Alcuni osservatori ipotizzano che una nuova guerra sino-giapponese nel Mar Cinese orientale sia inevitabile, forse sulle isole Diaoyu (isole Senkaku per il Giappone). Finora la Cina ha rifiutato di essere coinvolta nello scontro, anche se gode della superiorità militare globale sul Giappone, quantitativamente e qualitativamente. A differenza del Giappone, che vuole mostrare al mondo di essere un “Paese normale”, la Cina non deve dimostrare niente col suo PIL nominale di oltre 2,5 volte superiore a quello del Giappone e in crescita. In combattimento, le dimensioni contano. Inoltre, il tempo non è dalla parte del Giappone. Con l’invecchiamento della popolazione che in realtà diminuisce, il Giappone è destinato ad affrontare la deflazione continua in futuro. Questo Paese affonda visibilmente. Se la Cina vuole lottare, sarebbe il bullo. Ecco perché Pechino è bloccata in una guerra ibrida con gli Stati Uniti. Ma col Giappone? Scherzate. In realtà, la Cina ha sempre più il controllo del Mar Cinese Meridionale, più un’ancora di salvezza per i giapponesi che per i cinesi. Non sarebbe saggio per Tokyo entrare in guerra con un avversario che può soffocarlo in qualsiasi momento. Ancora una volta, la Cina è sempre stata riluttante ad odiare il Giappone. Sono vecchi vicini. “Ehi piccoletto, qual è il tuo problema?“, pensa il più grande. “Posso essere di aiuto? Ricorda, il mio bis-bis-bisnonno t’insegnò a leggere e scrivere. Dobbiamo essere amici per sempre”. In effetti, era praticamente questo il rapporto, prima delle intrusioni occidentali nel 19° secolo. Non vi è alcun motivo per cui non possa essere così anche in futuro. Non è troppo bello per essere vero l’altruismo, ma coi piedi per terra del realismo. E la politica di buon vicinato che opera da quasi due millenni”.japan japanese prime minister shinzo abe china chinese president xi jinpingTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I 10 motivi per cui l’occidente ha ucciso la Guida libica Muammar Gheddafi

Panafricain 20 maggio 201625304-26tyxxL’ex-leader libico Muammar Gheddafi fu ucciso “perché pensava che l’Africa era matura per sfuggire alla povertà coi propri mezzi, svolgendo il proprio ruolo nella governance globale“, aveva detto il presidente del Ciad Idris Deby, in un’intervista. Secondo il Capo di Stato ciadiano, era essenziale “farlo tacere”, aggiungendo che “la storia registrerà che gli africani non hanno fatto molto. Ci hanno ignorato e non fummo consultati. Gheddafi era sconvolto e imbarazzato“. “Fu lo stesso con Patrice Lumumba, in Congo. Perché l’uccisero? Perché Gheddafi fu ucciso? (…) Siamo fornitori di materie prime. Ma guardate dove siamo? Siamo molto arretrati“, ha detto il leader del Ciad da Abeche, la seconda città del Ciad.
Ecco in 10 punti perché Gheddafi doveva morire:ras1_continental_world1) – Il primo satellite africano RASCOM-1
Fu la Libia di Gheddafi ad offrire la prima vera rivoluzione in Africa dei tempi moderni: assicurando la copertura universale del continente per telefonia, televisione, radio e molte altre applicazioni come telemedicina e istruzione a distanza; per la prima volta, una connessione a basso costo diventava disponibile nel continente, anche nelle zone rurali, con il sistema del ponte radio WMAX. La storia inizia nel 1992, quando 45 Paesi africani crearono la società RASCOM per avere un satellite africano e ridurre i costi di comunicazione nel continente. Le chiamate da e verso l’Africa allora avevano le tariffe più costose del mondo, perché c’era una tassa di 500 milioni di dollari che l’Europa incassava ogni anno dalle conversazioni telefoniche, anche all’interno dei Paesi africani, per il transito dei satelliti europei come Intelsat. Il satellite africano costava solo 400 milioni da pagare una sola volta, senza mai più pagare 500 milioni di affitto all’anno. Quale banchiere non finanzierebbe un progetto del genere, ma l’equazione più difficile fu: come lo schiavo si sbarazza dello sfruttamento servile dal padrone se cerca aiuto da quest’ultimo per raggiungere questo obiettivo? Così, Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Stati Uniti, Unione europea ingannarono questi Paesi per 14 anni. Nel 2006, Gheddafi pose fine all’inutile agonia dell’elemosina dai presunti benefattori occidentali che praticano prestiti a tassi usurari; la Guida libica mise sul tavolo 300 milioni di dollari, la Banca di Sviluppo africana 50 milioni, la Banca per lo Sviluppo dell’Africa occidentale 27 milioni, così l’Africa dal 26 dicembre 2007 ebbe il suo primo satellite per telecomunicazioni della storia. Nel processo, Cina e Russia s’inserivano, questa volta vendendo la loro tecnologia e permettendo il lancio di nuovi satelliti sudafricani, nigeriani, angolani, algerini e anche di un secondo satellite africano, lanciato nel luglio 2010. Ci aspettiamo per il 2020 il primo satellite al 100% tecnologicamente costruito sul suolo africano, in particolare in Algeria. Il satellite competerà con i migliori del mondo, ma a un costo 10 volte inferiore, una vera e propria sfida. Ecco come un piccolo semplice gesto simbolico di 300 milioni può cambiare la vita di un intero continente. La Libia di Gheddafi è costata all’occidente non solo 500 milioni di dollari all’anno, ma miliardi di dollari di debito ed interessi che tale debito avrebbe generato all’infinito e in modo esponenziale, mantenendo il sistema occulto per spogliare l’Africa.rascom-1__12) – Base monetaria dell’Africa, Banca centrale africana, Banca di investimenti africana
I 30 miliardi di dollari sequestrati da Obama appartengono alla Banca centrale libica, previsti dalla Libia per la creazione della federazione africana attraverso tre progetti faro:

3) – Banca di investimenti africana a Sirte, in Libia e creazione nel 2011 del Fondo monetario africano con capitale di 42 miliardi di dollari a Yaounde,

4) – Banca centrale africana ad Abuja, in Nigeria, la cui prima emissione monetaria africana significava la fine del franco CFA attraverso cui Parigi domina alcuni Paesi africani da 50 anni.

5) – E’ comprensibile dunque ancora una volta la rabbia di Parigi contro Gheddafi. Il Fondo monetario africano doveva sostituire eventualmente tutte le attività sul suolo africano con cui il Fondo monetario internazionale, con solo 25 miliardi di dollari di capitale, ha saputo piegare un intero continente con privatizzazioni discutibili, obbligando i Paesi africani a passare dai monopoli pubblici a quelli privati. Sono gli stessi Paesi occidentali che chiesero di divenire membri del Fondo monetario africano e, unanimemente, il 16-17 dicembre 2010 a Yaounde gli africani respinsero tali lussuriosi, decidendo che solo i Paesi africani fossero membri del FMA.

I cinque fattori che motivarono Nicolas Sarkozy a combattere la guerra contro la Libia, secondo David Ignatius del Washington Post, “Blumenthal ricevette le informazioni sulla Libia da un ex-agente della CIA:
6) – Desiderio di una maggiore quota di petrolio libico;
7) – Aumentare l’influenza francese in Nord Africa;
8) – Migliorare la situazione politica interna in Francia;
9) – Offrire all’esercito francese la possibilità di ripristinare la sua posizione nel mondo;
10) – Rispondere alle preoccupazioni dei suoi consiglieri sui piani a lungo termine di Gheddafi per soppiantare la Francia come potenza dominante in Africa occidentale”.
Su quest’ultimo punto, il memorandum menziona l’esistenza del tesoro di Gheddafi, 143 tonnellate d’oro e quasi altrettanto di argento, trasferite da Tripoli a Sabha nel sud della Libia, una quindicina di giorni dopo l’avvio dell’operazione militare. “Quest’oro fu accumulato prima della ribellione e aveva lo scopo di creare della valuta panafricana supportata dal dinaro d’oro libico. Questo piano doveva fornire ai Paesi africani francofoni l’alternativa al franco CFA“.detteTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ritorno del Sol Levante. La nuova ascesa militare del Giappone

Del giornalista di Le Monde e docente in varie università di Parigi Edouard Pflimlin, il libro è dedicato a ciò che ha chiama “Nuova ascesa militare del Giappone”.
Edouard Pflimlin, Parigi, Ellipses, 2010, p. 222, € 19,50

Stéphane Mantoux, Clio, 1 novembre 2010

29053808_6654026La politica della Difesa del Giappone dopo la capitolazione del 1945 si basa su una premessa del tutto opposta a quella che prevalse nel periodo precedente. All’espansionismo militare aggressivo con cui il Giappone cercava materie prime e aree necessarie per il suo sviluppo, seguì una posizione difensiva, quando la conquista avviene attraverso il soft power, cioè nel campo economico e culturale. La Difesa era il cuore della politica giapponese tra il 1931 e il 1945, ma divenne secondaria nel Giappone post-bellico. La società degli anni ’30 era in gran parte controllata dai militari: l’esercito post-seconda guerra mondiale è strettamente controllato dal potere civile, in un mondo dove il pacifismo prevale. Da nemici implacabili fino alla resa del 2 settembre 1945, gli Stati Uniti divennero all’improvviso alleati importanti e indispensabili dell’Impero del Sol Levante Tali fattori sembrano quindi indurre una profonda frattura tra la politica della Difesa giapponese prima del 1945 e quella dopo. Ma guardando più da vicino, vi sono alcune continuità. La presenza principale è l’imperativo della sopravvivenza del Giappone: un territorio in posizione strategica ma senza profondità strategica per la difesa. Inoltre: la presenza di una vasta popolazione su una piccola area ne provoca la forte dipendenza dall’estero (di alimentari immediatamente dopo il 1945, per esempio, oggi dal petrolio). Per garantirne la sopravvivenza, riducendo al minimo costi e rischi della difesa, il Giappone scelse dal 1945 di sviluppare forze limitate nascondesi sotto l’ombrello protettivo degli Stati Uniti. Da qui l’autore cerca di rispondere alle seguenti domande: qual è il livello delle forze di difesa? Che ruolo giocano? Il Giappone è in un processo di rimilitarizzazione?Scagliona le risposte in ordine cronologico, corrispondenti alle quattro fasi che secondo lui la politica della Difesa del Giappone ha attraversato dal 1945.
“La rinascita dell’esercito sotto l’ombrello statunitense (1945-1960)”: paradossalmente, infatti, gli statunitensi avviarono la smilitarizzare il Giappone, della sua società e del suo quadro politico. L’articolo 9 della nuova costituzione del Paese, adottata nel 1946-1947, il Giappone vieta l’uso della guerra per risolvere le controversie internazionali. Ma ben presto, con l’ascesa di ciò che sarebbe diventata la guerra fredda, gli statunitensi furono costretti a riconsiderare tale politica. E lo scoppio della Guerra di Corea il 25 giugno 1950 decise che gli Stati Uniti iniziassero il riarmo giapponese. La Polizia della Riserva Nazionale fu creata, base per la formazione del nuovo esercito. Nel 1951, il Giappone firmò un trattato di sicurezza con gli Stati Uniti mitigando le disposizioni dell’articolo 9 della Costituzione. Una legge sull’Agenzia di Sicurezza Nazionale fu adottata nel 1952 stabilendo il quadro per le nuove forze armate, ufficialmente create nel 1954 come Forze di Autodifesa (SDF) strettamente controllate dal potere politico civile. I due pilastri della difesa giapponese sono l’alleanza con gli USA, forte del nuovo trattato del 1960 che impegnava di più gli Stati Uniti nella difesa del Giappone, e le SDF che già contavano più di 200000 uomini.
“SDF e sviluppo ed evoluzione dei concetti della difesa (1960-1976)”: il Giappone iniziò poi una politica di riarmo delle SDF con materiale conseguente, sempre più sofisticato. Tuttavia, le quote di effettivi per le varie armi delle SDF non furono mai completate: si era a corto di personale. Lo sforzo per la difesa rispetto alla ricchezza nazionale era modesto, ben al di sotto ad esempio della Repubblica federale tedesca, un’altra sconfitta nel 1945. L’industria delle armi rinacque timidamente e principalmente all’inizio produceva equipaggiamenti degli Stati Uniti su licenza, prima di iniziare a sviluppare prodotti originali. Ma l’industria restava marginale nell’economia giapponese. Il ruolo delle SDF fu all’inizio resistere il più a lungo possibile contro una possibile invasione (ritenuta sovietica o cinese) in attesa dei rinforzi degli USA. Le forze di terra furono concentrate sull’isola di Hokkaido, ritenuta la più esposta. Con il cambiamento di strategia degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam, il Giappone ne fu interessato dovendo contare meno sulla potenza statunitense e mutando politica di difesa. I documenti ufficiali sottolineano di più la ricerca di un’autonomia militare e la protezione delle rotte marittime, non interessate dal trattato con gli Stati Uniti. Con la graduale parità militare raggiunta tra le superpotenze negli anni ’70, il Giappone adottò un programma di difesa nel 1976 che, per la prima volta, previde di respingere più a lungo aggressioni esterne. L’obiettivo delle SDF in quel contesto era acquistare prodotti più efficienti per sostenere una difesa maggiore in caso di conflitto. Con la ratifica del Trattato di non proliferazione nucleare, nello stesso anno, il Giappone escluse dal quadro le armi atomiche.
“Le contrastate ambizioni all’indipendenza (1976-1992)”, si criticò il sistema di difesa giapponese, mentre le minacce estere divennero più chiare assieme alle richieste degli Stati Uniti al Giappone di sostenere ulteriormente la propria difesa. Le critiche interne erano dovute ai vertici delle SDF che consideravano le proprie forze inadeguate a respingere un attacco sovietico. E tanto più che il sistema sovietico nel Pacifico migliorava notevolmente tra la fine degli anni ’70 e la caduta dell’URSS; inoltre, l’arrivo nel 1976 di un pilota sovietico disertore a bordo di un MiG-25 Foxbat, senza precedenti per gli occidentali, su un aeroporto in Giappone, evidenziò i difetti nella difesa aerea del Paese. Su questi problemi, in particolare l’aspetto concreto della minaccia sovietica, i giapponesi mutarono opinione fino a poco prima indifferenti od ostili alla difesa e al ruolo delle SDF. Tutti i partiti politici, tranne il partito comunista, riconobbero la necessità delle SDF e del trattato con gli Stati Uniti. Il Giappone, su richiesta dell’amministrazione Reagan, aumentò l’impegno finanziario per la difesa e iniziò una politica d'”internazionalizzazione” per sottolineare i suoi legami con il campo occidentale (supporto agli Stati Uniti durante la crisi dei missili europei per esempio, nel 1983). Il Paese supportò anche il trasferimento di tecnologia a favore degli Stati Uniti in campo militare. Questa ascesa militare del Giappone avviene tra tensioni per l’aumento delle forze sovietiche, loro miglioramento nel Pacifico e per il contenzioso sulle isole Curili occupate dal 1945 dall’URSS. Due altre minacce crebbero nel ’80: la Cina che cominciava la politica di apertura economica e una timida modernizzazione militare, e in particolare la Corea democratica che cercava di sviluppare armi atomiche. Nel 1991, il bilancio della difesa giapponese salì al 6 posto nel mondo, ma rimase relativamente piccolo rispetto alla ricchezza del Paese. L’esercito giapponese rimane di piccole dimensioni e non ha alcuna vera forza a causa delle limitazioni imposte. Il concetto di autodifesa, però, fu rivisto soprattutto nel campo aeronavale, rispondendo alle nuove esigenze del momento. Inoltre, il Giappone affrontava gli Stati Uniti, negli anni ’80, con una competizione economica, per non parlare della rinascita del nazionalismo giapponese che si manifestava con dichiarazioni controverse sul recente passato e in alcuni libri di testo. Parte dei giapponesi riteneva giusta anche una maggiore autonomia dall’alleato statunitense. Gli Stati Uniti, in risposta, bloccarono qualsiasi tentativo dei giapponesi di sviluppare una troppo sofisticata tecnologia militare, così da mantenerne la dipendenza dai trasferimenti tecnologici o di materiale. Il Giappone diventa una potenza economica mondiale, anche se difficilmente vuole uscire dal sistema di difesa tradizionale imposto nel 1945: la partecipazione non effettiva alla guerra del Golfo fu fortemente criticata dagli Stati Uniti. Perciò il Giappone permise ai suoi soldati di contribuire alle missioni di pace delle Nazioni Unite nel giugno 1992. L’alleanza con gli Stati Uniti continua, ma in un contesto diverso, con la fine della guerra fredda e la caduta dell’URSS.
“Un esercito più internazionalizzato e più attivo (1992-2010)”, i soldati giapponesi furono coinvolti in alcune missioni delle Nazioni Unite (Cambogia, Timor Est), ma ciò rimase trascurabile. Tuttavia, il Giappone entrò nella guerra al terrorismo dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001: la flotta giapponese e una parte dell’aeronautica fornirono supporto logistico alle operazioni in Afghanistan, assai controverse nel Paese. Un contingente di diverse centinaia di uomini fu poi schierato in Iraq tra il 2004 e il 2007, prima di essere ritirato. Questi impegni dimostrano che il Giappone cerca di dare esperienza operativa alle SDF, integrandole di più nel sistema di comando degli Stati Uniti. Lo tsunami del 2004 nel Sud-Est asiatico vide l’intervento delle SDF con una missione non militare. Tali operazioni almeno inizialmente ebbero il sostegno dell’opinione pubblica. Una forza di reazione rapida venne creata nel marzo 2007 per affrontare qualsiasi evenienza. Il Giappone rafforzava anche i legami con gli Stati Uniti per contrastare la minaccia immediata, la Corea democratica con armi nucleari e che effettuava lanci missilistici regolari o incursioni navali nelle acque giapponesi. Un’altra minaccia crescente era quella della Cina, con cui le rivendicazioni sulla ZEE sono molto vivaci, mentre la Russia riapparve a nord del territorio giapponese. Il Giappone è ancora un’importante base degli USA nel Pacifico e collabora strettamente con essi nella difesa missilistica: aveva già partecipato alle “Star Wars” dell’amministrazione Reagan. Ma aveva anche sviluppato stretti legami con altri Paesi della regione del Pacifico come l’Australia.
siberie_chine_japon “Rimilitarizzazione” parziale e limitata da numerosi vincoli: Quali sono le recenti tendenze della difesa giapponese? Le SDF sono state modernizzate, hanno equipaggiamenti sempre più migliorati, sviluppano forze di proiezione e creano unità adattate alla difesa contemporanea (forze speciali, dispositivi contro minacce terroristiche, protezioni NBC, ecc). Il Giappone quindi rientra nella “rivoluzione negli affari militari” sostenuta da alcuni negli Stati Uniti. La minaccia coreana spinge a chiedere altri equipaggiamenti offensivi, anche se il Giappone mostra capacità di risposta a lungo raggio partecipando alla task force della lotta alla pirateria somala (aprile 2009). Un contingente delle SDF ha partecipato anche alle operazioni di soccorso del terremoto di Haiti (gennaio 2010). Tuttavia, il pubblico giapponese rimane ostile al dispiegamento di truppe nelle zone di guerra. Eppure la difesa giapponese cambia con la creazione di un vero ministero nel 2006 sostituendo l’Agenzia della Sicurezza Nazionale, segnando la fine del controllo dei civili sui militari. Il Giappone cerca anche di distinguersi dagli Stati Uniti e cerca un’alleanza più equilibrata: la questione del mantenimento delle basi degli Stati Uniti sul suolo giapponese, soprattutto ad Okinawa, resta molto sensibile anche se il Paese ha terminato l’appoggio logistico alla coalizione in Afghanistan nel gennaio 2010. Tuttavia, contribuisce finanziariamente, in un altro modo, a ricostruire il Paese. Ma il Giappone inoltre sviluppa propri satelliti per liberarsi dalla dipendenza degli Stati Uniti. Tuttavia, diversi fattori limitano la ricerca dell’autonomia: la posizione geografica del Giappone, le tensioni con la Russia per le isole Curili e quelle sulle acque territoriali con la Corea del Sud e la Cina. Inoltre, l’opinione giapponese verso la difesa è in continua evoluzione, come sul nucleare, in particolare dopo il test della Corea democratica nel 2006. Ma l’arrivo di un governo alternativo nel 2009 con la vittoria del Partito Democratico ha ristretto il bilancio delle SDF: la difesa non è la priorità dell’allora nuovo governo. L’articolo 9 della Costituzione ostacola lo sviluppo delle SDF e la loro missione, ed è improbabile che sia rivisto anche se c’è il problema dell’invecchiamento della popolazione giapponese, un altro vincolo per le dimensioni delle Forze Armate del Paese. Il Giappone dovrebbe mantenere l’alleanza con gli USA per affrontare le sfide.
In conclusione, l’autore sottolinea che il Giappone ha rafforzato il potenziale militare, ma è ancora lungi dall’essere una potenza militare, limitata da vincoli istituzionali, politici, economici, ecc. Il termine “militarizzazione” del Giappone si presta a discussioni, come è chiaro. L’alleanza degli Stati Uniti rimane di vitale importanza per il Paese, ma non impedisce che venga messo in discussione. Un’inversione delle alleanze verso la Cina, con cui il Giappone condivide interessi comuni, non è esclusa, secondo alcuni specialisti.
L’analisi è solida ma si basa principalmente su fonti grezze, documenti ufficiali, atti normativi o dichiarazioni politiche: A volte, la storia soffre perché la lettura di tali commenti può essere ridondante. Se ci sono numerose tabelle statistiche, dispiace non vedere mappe nel libro, mentre il soggetto lo richiede. Alcuni aspetti, come ad esempio i materiali utilizzati dall’esercito giapponese, meritano maggiore studio. In ultima analisi, è un libro introduttivo che richiedere l’integrazione da letture supplementari, che non mancano (in francese) essendo molte altre opere pubblicate negli ultimi due anni sullo stesso tema. Si noti inoltre che l’editore non ha fatto alcuno sforzo speciale editoriale e di correzione delle bozze (molti errori di ortografia e di battitura, ecc): è un peccato, perché ne danneggia la qualità complessiva.Flag_of_JSDF(20070408)Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Giappone testa lo Zero-2?

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 06/05/2016708967Il primo volo di prova del caccia sperimentale giapponese X-2 del 22 aprile 2016 non è passato inosservato sui mass media. Il velivolo è frutto di una delle divisioni della Mitsubishi Corporation. Per la cronaca: durante la seconda guerra mondiale la società si fece un nome producendo il famoso caccia A6M Zero che dominò il cieli dell’Oceano Pacifico nei primi due anni di guerra. Le caratteristiche dell’X-2 e relative implicazioni politiche dello sviluppo del caccia, nonché l’inaugurazione “al pubblico”, sono ampiamente discussi. Naturalmente, in questo frangente è ancora solo un prototipo da ricerca che sarà utilizzato per affinare la tecnologia della bassa osservabilità (Stealth) e altre avanzate caratteristiche tecnologiche dei jet da combattimento di quinta generazione. Sulle implicazioni politiche del primo volo dell’X-2, va considerato una prova importante che attesta l’intenzione del Giappone di rafforzare lo status di membro del “club d’élite” delle principali potenze che sviluppano velivoli avanzati. Gli esperti ricordano in proposito che il Giappone ha cercato di attingere alle specifiche da combattimento, operative e tecnologiche dell’F-22 statunitense (l’unico caccia di quinta generazione disponibile al momento) dal 2006-2007 quando avvicinò gli Stati Uniti con la proposta d’acquistare il velivolo ed organizzarne la produzione su licenza. Il dipartimento di Stato degli USA, comunque, disapprovò l’accordo dicendo che le esportazioni dell’assai avanzato F-22 sono vietate per legge. A quanto pare, la legge avrebbe potuto essere modificata per consentire l’esportazione di “una versione semplificata” dell’F-22 in Giappone “quale eccezione”. Tuttavia, c’era l’implicazione politica che ha costretto il dipartimento di Stato degli Stati Uniti a bloccare la transazione: le dure critiche della Corea del Sud. La possibilità d’acquisizione dell’F-22 da parte del Giappone ha scatenato accese discussioni rivelando il profondo disaccordo tra Giappone e Corea del Sud, un problema che rimane fonte di grattacapi per Washington anche oggi.
Nel 2007, cioè subito dopo che gli Stati Uniti rifiutarono l’accordo sull’F-22, il Giappone annunciava l’intenzione di avviare il cosiddetto Advanced Technology Demonstrator-X, il programma di sviluppo ATD-X. Il caccia X-2 decollato il 22 aprile rappresenta il primo risultato tangibile dell’attuazione del programma. Tuttavia, il suo destino dipenderà dallo sviluppo di un altro programma con cui, dal 2016, la Japanese Air Self-Defense Force riceverà 42 cacciabombardieri di quinta generazione F-35 progettati e realizzati da Lockheed Martin, in collaborazione con Mitsubishi Corporation. Si prevede che la partecipazione di quest’ultima aumenterà gradualmente. Se il comando della Japanese Air Self-Defense Force decide a favore dell’ F-35, nonostante gli errori di progettazione, X-2 assai probabilmente rimarrà un “R&S volante” per sviluppare caccia di sesta generazione. Se il comando decide contro l’F-35, X-2 sarà utilizzato come punto di partenza per sviluppo e produzione (già all’inizio del prossimo decennio) di un caccia di quinta generazione giapponese (similmente a uno Zero-2). La possibilità di realizzare il programma, in collaborazione con alcuni partner esteri, è ancora in esame. Il primo volo dell’X-2 ha evocato emozioni contrastanti in Cina. Da un lato, ciò non può che mettere in allerta la Cina. Dall’altro finora (ed è abbastanza ovvio) il Giappone è in ritardo rispetto alla Cina sul progresso dei velivoli moderni. Il fatto che i caccia di quinta generazione J-20 inizino ad entrare in servizio nell’Aeronautica cinese testimonia la superiorità della Cina in questo campo. Alcuni ipotizzano che la lentezza dei progressi del Giappone abbiano a che fare coi timori degli Stati Uniti, in primo luogo, di perdere il controllo sul riarmo dell’alleato chiave e, anche, di avere un nuovo potente concorrente sul mercato internazionale degli armamenti ad alta tecnologia. Naturalmente, il Giappone compie solo i primi passi da fornitore di armi; ma come i risultati dell’inaudita offerta per fornire sottomarini all’Australia dimostrano, può subire un duro colpo anche quando l’accordo sembra quasi siglato. Tokyo vede motivazioni politiche dietro la decisione del governo australiano, già discusse su NEO in precedenza.
Nonostante tale fallimento il Giappone ha tutte le possibilità di entrare nel mercato internazionale delle armi nel prossimo futuro. Molto probabilmente accadrà col progredire dei rapporti nippo-indiani. Appare abbastanza ragionevole supporre che il governo giapponese valuti la possibile esportazione del costoso programma ATD-X prima dell’avvio. E infine sarà difficile non notare che il volo iniziale dell’X-2 è pienamente in linea con la tendenza generale verso la militarizzazione degli “strumenti” su cui il Giappone conta per difendere i propri interessi sulla scena internazionale.

Vladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

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Il ministro degli Esteri giapponese visita la Cina
Vladimir Terehov New Eastern Outlook 09/05/ 2016

2016-04-30T033449ZIl ministro degli Esteri del Giappone Fumio Kishida ha visitato la Cina il 29-30 aprile 2016 (per la prima volta in più di quattro anni), dove incontrava l’omologo cinese Wang Yi. Considerando le ostiche relazioni sino-giapponesi, incontri ad alto livello tra i due Paesi sono una rarità e i vertici non si tengono da molti anni, Pechino e Tokyo percepiscono la visita come evento importante. In Giappone, la visita di Fumio Kishida era considerata un’opportunità per “testare l’acqua”, dove “l’acqua” personifica il sentimento politico dominante nel “corpo d’acqua” (la Cina). Ci si aspetta che dopo il viaggio a Pechino, Kishida riferisca al capo, primo ministro Shinzo Abe, che si tratti di uno “specchio d’acqua” in cui poter “fare un tuffo profondo”, cioè recarsi in Cina per la prima visita ufficiale da quando è stato rieletto primo ministro alla fine del 2012. Proprio prima dell’arrivo dell’onorato visitatore giapponese, il cinese Global Times pubblicava un articolo dal titolo notevole: ‘E’ ora che Tokyo ricalibri la politica estera’. L’articolo elenca tre grandi problemi: eredità della seconda guerra mondiale, dispute territoriali e relazioni geopolitiche, che inibiscono relazioni bilaterali produttive. Tali problemi sono stati seguiti da NEO in molte occasioni. Le relazioni bilaterali si sono deteriorate quasi a livello post-seconda guerra mondiale, nell’autunno 2012, quando il governo giapponese avrebbe “comprato” tre delle cinque isole Senkaku situate nel Mar Cinese orientale (e contestate dalla Cina) da qualcuno. Solo nell’autunno 2014, al vertice APEC a Pechino, Xi Jinping e Shinzo Abe si erano nuovamente incontrati. Al momento l’incontro fu interpretato come segno di riallacciamento delle relazioni. Oggi è evidente che lo scongelamento è abbastanza lento, per non dire altro. Lo stesso articolo ha descritto lo stato attuale delle relazioni, con tatto e usando per l’occasione (la visita di un onorevole ospite giapponese) la parola “ristagno”. La definizione potrebbe funzionare abbastanza bene se l’immagine non viene ulteriormente drammatizzata da spesse nuvole grigie. Le “nuvole” si sono accumulate due-tre anni fa, quando il Giappone intensificava le attività nel Mar Cinese Meridionale, regione che ha visto l’escalation del confronto politico-militare tra la Cina e numerosi vicini per dispute territoriali. E il ruolo del vento, che sposta le nubi in direzione della Cina, è svolto dagli avversari geopolitici della Cina: Stati Uniti ed ora anche Giappone.
In previsione della visita di Kishida a Pechino, gli esperti cinesi ancora una volta hanno espresso preoccupazione per il possibile “intervento del Giappone” nei contenziosi, che potrebbe “minare i rapporti sino-giapponesi”. Ultimamente vi sono stati più motivi per tali preoccupazioni. Tra i più recenti, la comparsa di un gruppo di navi da combattimento della marina giapponese (un sottomarino e due cacciatorpediniere lanciamissili) nel Mar Cinese Meridionale, nella prima metà di aprile, proprio quando Stati Uniti e Filippine (con la partecipazione simbolica australiana) eseguivano assieme le manovre militari in programma. Sebbene la marina giapponese non ne fosse ufficialmente parte, l’apparizione non fu casuale, soprattutto perché le navi giapponesi partirono dal porto filippino di Subic Bay per ormeggiare nel porto vietnamita a Cam Ranh Bay. Null’altro che dimostrazione esplicita di sostegno al Vietnam, uno dei più duri oppositori della Cina nelle controversie sul Mar Cinese Meridionale. Ciò che appare curioso è come, recandosi in Cina, Kishida abbia fatto diverse soste nei Paesi avversari della Cina nella controversia sul Mar Cinese Meridionale. Il Vietnam, ultimo della lista, ma probabilmente primo per valore, è il “porto di scalo” preferito dai governanti giapponesi, tra cui il ministro della Difesa.
Gli interessi economici dei due Paesi hanno un ruolo chiave nel rallentare il deterioramento delle relazioni bilaterali. Negli ultimi anni, il volume degli scambi bilaterali è pari agli impressionanti 280 miliardi di dollari (nonostante la tendenza verso la diminuzione). La Cina è al primo posto (superando gli Stati Uniti) tra i partner commerciali del Giappone. Il Giappone è quarto tra i partner commerciali della Cina (superato da UE, Stati Uniti ed ASEAN). Il deterioramento generale delle relazioni politiche, l’amplificazione del sentimento anti-giapponese in Cina e l’aumento della sinofobia in Giappone influenzano negativamente l’afflusso di investimenti giapponesi nell’economia cinese. La riduzione annua del volume degli investimenti in entrata ha raggiunto circa il 30% negli ultimi due anni. Per quanto strano possa sembrare, l’aumento dell’apprensione reciproca non ostacola il rapido svilupparsi del turismo. Circa 4,7 milioni di cinesi hanno visitato il Giappone nel 2015 (un aumento del 50% rispetto ai due anni precedenti), dove hanno speso circa 12 miliardi di dollari. La Cina prevede che nel 2020, l’anno in cui Tokyo ospiterà le Olimpiadi, circa 10 milioni di turisti cinesi visiteranno il Giappone. Gli esperti cinesi esprimono il parere che l’evoluzione della “diplomazia dei popoli” assieme ai notevoli interessi economici reciproci, contribuirà a sminuire le conseguenze negative dei giochi politici che i due Paesi hanno giocato negli ultimi anni.
Sembra che, nonostante il persistente risentimento reciproco, le parti comprendano i rischi connessi all’approfondimento del confronto. Nelle dichiarazioni di chiusura, i ministri cinese e giapponese hanno sottolineato la necessità di “lavorare di più per migliorare le relazioni”. I ministri, tuttavia, non hanno discusso su una prossima visita di Abe in Cina. Secondo la conferenza stampa, tale questione sarà chiarita a fine maggio quando, come molti credono, il consigliere per la sicurezza nazionale del Primo ministro del Giappone, Shotaro Yachi, incontrerà il membro del Consiglio di Stato cinese Yang Jiechi.China's Foreign Minister Wang Yi talks with Japanese Foreign Minister Fumio Kishida during a meeting in BeijingVladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il governo giapponese disinforma sui missili della Corea democratica

Taoka Shunji, Global Research, 16 aprile 2016slide_339449_3477235_freeL’illusione dell'”ordine per distruggere il missile” del Giappone
Il governo giapponese descriveva il missile nordcoreano lanciato il 7 febbraio come “una lunga serie di missili balistici mascherati da vettori satellitari”. Anche dopo la conferma del satellite in orbita, continuava tale retorica. Dato che il pubblico giapponese, così come i giornalisti, in genere non conoscono i missili, vengono facilmente manipolati dalla disinformazione del governo. Un esempio della guerra psicologica giapponese è il dispiegamento dei Patriot PAC3 (missili antimissile) sulle isole Miyako e Ishigaki, a sud ovest di Okinawa. In risposta al primo annuncio del lancio del satellite nordcoreano, il governo giapponese emise un “ordine di distruzione dei missili balistici” alle Forze di autodifesa. 3 cacciatorpediniere Aegis furono dispiegati nel Mar del Giappone e Mar Cinese Orientale. Anche le batterie terrestri di Patriot PAC-3 furono messe in allerta nella zona metropolitana di Tokyo e nell’isola di Okinawa. Inoltre, unità di PAC-3 furono inviate in due remote isole della Prefettura di Okinawa, perché la traiettoria prevista del “missile” nordcoreano era vicina a queste isole. Ma se il lancio avveniva come previsto, la quota del missile sarebbe stata di oltre 400 km sopra le isole. Non vi è alcuna base giuridica per abbattere un missile nello spazio, al di fuori dello spazio aereo del territorio giapponese. Inoltre, il PAC-3 non può raggiungere tale obiettivo, avendo una quota massima di soli 15 chilometri. Il Ministero della Difesa giapponese affermò che il PAC-3 poteva colpire il missile nordcoreano se fosse caduto in territorio giapponese per malfunzionamento. Tuttavia, nella difesa antimissile balistico, i missili intercettori vengono lanciati verso la futura posizione del bersaglio che vola ad una velocità superiore a 20000 km all’ora. La traiettoria di un missile malfunzionante sarebbe irregolare e imprevedibile, quindi la posizione futura non può essere calcolata e i missili PAC-3 non possono essere lanciati. Non sarebbe impossibile intercettare detriti come motori a razzo che precipitano nell’atmosfera. Tuttavia, non si può essere certi che la frammentazione di tali oggetti metta al sicuro le isole o le esponga a maggior pericolo. In ogni caso, il dispiegamento di armi inutili in queste isole sembra aver avuto luogo perché c’erano piani per schierarvi missili antinave e presidi. L’incidente fu probabilmente usato per istigare paura tra gli isolani e, quindi, averne il sostegno per tali piani. Nel 2009, 2010 e 2013 la Corea del Sud lanciò satelliti dal Naro Space Center, di fronte lo Stretto di Tsushima, utilizzando motori di fabbricazione russa, riuscendovi al terzo tentativo. Dato che la posizione longitudinale del Naro Space Center è circa tre gradi ad est del sito di lancio nordcoreano in Tongchang-ri, i satelliti sorvolarono Okinawa presentando un pericolo leggermente maggiore in caso di malfunzionamento. Nel 2010, un missile esplose 132 secondi dopo il lancio e i resti caddero a circa 350 chilometri a nord di Okinawa. Una politica coerente nel prepararsi alla caduta di resti per malfunzionamenti ne ordinerebbe la dovuta distruzione anche in questi casi.JS_Chōkai_in_the_Pacific,_-17_Nov._2009_aIstigare paura per aumentare la spesa per la Difesa
Il 7 febbraio, giornali e televisioni riferivano del “lancio del missile nordcoreano”. Tuttavia il Joint Space Operations Center del Comando Strategico degli Stati Uniti annunciava due ore dopo il lancio che due oggetti erano stati posti in orbita, un satellite e resti del terzo stadio del missile. Mentre in un primo momento il satellite continuava a ruotare si speculò che fosse fuori controllo, in seguito un funzionario della difesa degli Stati Uniti dichiarava che la rotazione si era fermata, ma senza chiarire se i segnali radio venivano emessi. Il 12 dicembre 2012, la Corea democratica lanciò con successo un satellite in orbita, ma i segnali radio non furono emessi forse a causa del malfunzionamento delle apparecchiature di comunicazione. Prima dell’ultimo lancio, la Corea democratica riferiva all’Organizzazione marittima internazionale che detriti del missili sarebbero caduti nelle stesse zone del lancio del 2012. Da ciò si può dedurre che la Corea democratica progettava di mettere in orbita un satellite in modo simile. Risposi su questo quando me lo chiesero i media. Il Ministero della Difesa giapponese sicuramente lo sapeva pure. Dopo il lancio del satellite precedente, i media e il governo giapponesi fecero gran clamore dando una copertura minima al successo del lancio del satellite. Di conseguenza, i mass media lo sapevano. Questa volta quasi tutti i principali media hanno ripreso a pappagallo l’annuncio del governo sul “lancio del missile”, una situazione che ricorda gli annunci dalla reggia imperiale nella seconda guerra mondiale. In realtà, il Taepodong-2 si alzò per circa 500 km e il terzo stadio accelerò orizzontalmente per mettere il satellite in orbita. Se il terzo stadio continuava l’ascesa come missile balistico, avrebbe seguito una traiettoria parabolica cadendo sull’Australia. I giornali giapponesi apparentemente trovarono difficoltà a cambiare posizione e scrivere del “satellite” nordcoreano. Invece optarono per termini scomodi come “oggetto” o “carico” in orbita. I media statunitensi, d’altra parte, continuavano a usare il termine generico “razzo” applicabile a missili balistici e vettori di lancio di satelliti prima e dopo il lancio, un’espressione più accurata e sicura. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 2087 del 23 gennaio 2013, dopo il lancio del satellite precedente, chiese alla Corea democratica di “non condurre ulteriori lanci utilizzando la tecnologia dei missili balistici, test nucleari o qualsiasi ulteriore provocazione“. Mentre il lancio del satellite e il test della bomba all’idrogeno del 6 gennaio chiaramente violavano la risoluzione, governo e mass media giapponesi non avevano bisogno di fabbricare un “lancio di un missile” per criticare la Corea democratica. L’enfasi era probabilmente una tecnica per aumentare la spesa per la difesa missilistica. Il Giappone ha già speso 1,35 trilioni di yen per la difesa missilistica balistica e prevede di sostituire i missili intercettori SM-3 Block-1 (1,6 miliardi di yen per missile), otto dei quali saranno a bordo di ogni nave Aegis, con il più grande e più potente Block-2 il cui costo unitario è stimato a più del doppio. Il numero di navi Aegis (200 miliardi di yen per nave, compreso il sistema missilistico) aumenterà da sei a otto. Alcuni hanno sollevato dubbi circa le spese astronomiche per tali aggiornamenti, essendone lo scopo non limitato alla difesa del Giappone, ma anche all’intercettazione in volo dei missili balistici diretti su Guam, Hawaii e costa occidentale degli Stati Uniti. Essendo necessario che i contribuenti temano o missili balistici per sedare tali dubbi, il riconoscimento del “satellite” era un inconveniente per il governo.

Le differenze nelle tecnologie missilistiche
E’ un luogo comune per i media osservare che: “La tecnologia dei missili balistici e dei missili per il lancio di satelliti è fondamentalmente la stessa. L’unica differenza è se trasportano testate o satelliti“. Tuttavia, se seguiamo la stessa logica si può dire: “…La tecnologia di base degli aerei da combattimento e degli aerei passeggeri è lo stessa“. Nel 1950, quando missili balistici intercontinentali (ICBM) e satelliti apparvero, l’Unione Sovietica lanciò lo Sputnik-1, il primo satellite al mondo, con il suo ICBM SS-6. Più tardi, gli Stati Uniti lanciarono satelliti utilizzando ICBM Atlas e Titan I. Tuttavia, questi ICBM richiedevano ore di preparazione prima del lancio, tra cui il caricamento del combustibile liquido, rendendosi vulnerabili ad attacchi e limitandone il valore militare. Dopo essere stati abbandonati per alcuni anni, furono riutilizzati per lanci di satelliti. I missili per satelliti non diventano ICBM. Nel 1990, la Russia utilizzò nuovamente il suo ICBM SS-25 per lanciare satelliti. L’obiettivo era guadagnare valuta estera utilizzando missili dismessi con i colloqui per la riduzione delle armi strategiche per lanciare satelliti di Stati esteri. Solo piccoli satelliti potevano essere lanciati da questi missili. Negli ultimi cinquanta anni la tecnologia missilistica è progredita, con conseguente divergenza tra missili balistici e missili satellitari. Con i missili balistici, la capacità di lancio rapido è indispensabile. Dovrebbero anche essere compatti e mobili per consentirne lo schieramento su silos, sottomarini o veicoli per aumentarne la sopravvivenza. D’altra parte, i vettori satellitari non hanno bisogno di essere lanciati con poco preavviso o di nascosto dai satelliti da ricognizione. Le loro dimensioni continuano a crescere per lanciare satelliti sempre più grandi da rampe di lancio fisse. Per esempio, gli attuali ICBM degli Stati Uniti Minuteman III sono lunghi 18 metri e pesano 35 tonnellate. Il vettore per il lancio di satelliti del Giappone H2A è lungo 53 metri e pesa 445 tonnellate. Lo Space Shuttle pesava più di 2000 tonnellate. I vettori satellitari normalmente utilizzano combustibili liquidi per la spinta maggiore. I missili militari tendono ad evitare il combustibile liquido a causa dei lunghi tempi di preparazione richiesti, a favore dei combustibili solidi, che consentono lanci immediati e facile manutenzione. Russia, Cina e altri Stati in svantaggio con questa tecnologia hanno usato carburante liquido ingombrante da conservare. Tuttavia, si è passati al combustibile solido negli ultimi anni. Il Taepodong-2 (30 metri di lunghezza, 90 tonnellate di peso) che la Corea democratica ha utilizzato per l’ultimo lancio decollò da una piattaforma chiaramente visibile sulla costa, dopo più di due settimane di montaggio e caricamento del combustibile liquido. Se una procedura così lunga venisse presa in tempo di guerra o in condizioni di alta tensione, verrebbe facilmente distrutta da attacchi aerei o altri mezzi. Analogamente, il missile giapponese H2 non può essere lanciato immediatamente e non può essere usato come missile militare. La differenziazione della tecnologia missilistica nordcoreana non è progredita come negli Stati Uniti. Tuttavia, è evidente che il regime sviluppa vari missili militari. Il Musudan (12 metri di lunghezza, 12 tonnellate di peso), basato sui missili SSN-6 per i sottomarini lanciamissili balistici a propulsione nucleare Yankee dell’ex-Unione Sovietica, trasportato da lanciatori mobili con 12 ruote, avrebbe la capacità di emergere da un tunnel ed essere lanciato in circa dieci minuti. Essendo il Giappone entro la gittata di oltre 3000 km, è una minaccia reale. Nella sfilata del 2012, una versione più grande del missile, su un lanciatore a 16 ruote, lungo 18 metri e del peso di 40 tonnellate, veniva mostrata. Gli Stati Uniti l’hanno denominato KN-08 e temono che sia un missile mobile istantaneamente lanciabile con gittata di 9000 chilometri. Se un test di lancio di questo missile dovesse avvenire, sarebbe un vero “lancio di missile a lungo raggio”, ma i giapponesi sono così abituati al grido al lupo del governo sui “lanci di missili”, che potrebbero considerarlo semplicemente “un altro lancio.”973953-130404-north-korea-unha-3-rocketVersione rivista di un articolo apparso su Okinawa Times il 24-26 febbraio 2016.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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