La Russia potrebbe fare del Mar Cinese Meridionale un lago cinese

Cosa costruisce la Cina nel Mar Cinese Meridionale?
Tyler Durden Zerohedge 23/02/2015ColeFMapNov11Nel Mar Cinese Meridionale vi sono i territori tra i più contesi del pianeta. Sei Paesi, Cina, Taiwan, Vietnam, Malesia, Filippine e Brunei competono sui diritti nel mare. La disputa si concentra sul contestato arcipelago delle Spratly, un miscuglio di isolotti e scogliere quasi al centro del Mar Cinese Meridionale. Tutti, tranne il Brunei, vi hanno costruito avamposti militari, e tutti questi Paesi, meno la Cina, vi hanno costruito piste di atterraggio. La Cina, arrivata in ritardo nell’occupare le Spratly, ha potuto occupare pienamente otto scogliere. Con così poca terra da utilizzare, la Cina ha iniziato a recuperare da allora. Nell’ultimo anno, gli avamposti della Cina nelle Spratly sono stati sistematicamente sottoposti a un processo di “bonifica”, dove le draghe prelevano sedimenti dal mare scaricandoli sulle scogliere sommerse per farne delle isole. La Cina ha già costruito cinque isole con la bonifica, e almeno due isole sono avviate. La Cina non è la prima a ricorrere alla bonifica, il rilievo Rondine della Malesia e diverse isole vietnamite sono state artificialmente costruite o ampliate, ma la bonifica della Cina avviene su scala più ampia rispetto a qualsiasi progetto precedente. L’isola artificiale costruita sulla scogliera Fiery Cross eclissa l’isola Taiping di Taiwan come maggiore delle Spratly, ed edifici sono in costruzione in diverse altre scogliera cinesi. Mentre i nuovi avamposti militari diventano operativi, è imperativo comprendere cosa la Cina costruisce nel Mar Cinese Meridionale.

Scogliera Fiery Cross
Scogliera Fiery Cross (nota anche come isola Yongshu) era completamente immersa fino ad agosto 2014 quando le draghe cinesi hanno cominciato a scavare il sedimento circostante. Prima della costruzione, la presenza cinese era costituita da un unico bunker di cemento sulla punta sud-ovest del rilievo, ma l’isola da allora è divenuta la più grande delle Spratly, misurando circa 2,3 kmq. La nuova isola è quasi lunga due miglia e sembra essere il futuro sito di un aeroporto.

11Fiery Cross 6 febbraio 2015

21Fiery Cross 14 novembre 2014

Tra novembre 2014 e gennaio 2015, il sud-ovest del rilievo venne bonificato collegando l’aeroporto alla struttura in cemento armato originale e allargando la superficie della barriera corallina. Le attività di dragaggio non sono cessate, e la terra è ancora in espansione. Le fotografie recenti dei media filippini mostrano che le fondamenta di una grande costruzione a nord-est dell’isola.

Scogliera Johnson South
La Scogliera Johnson South ha subito una delle più straordinarie trasformazioni delle Spratly. Le foto pubblicate dal ministero degli Esteri filippino mostrano che la bonifica era iniziata nei primi mesi del 2014, e le nuove foto indicano che la costruzione è ancora in corso.

31Johnson South

All’inizio di settembre 2014 diverse notizie furono diffuse da IHS Janes e BBC sull’avvio di una grande costruzione. Non è chiaro esattamente quando sia iniziata, ma le foto scattate ai primi di dicembre 2014 mostrano chiaramente un edificio considerevole, forse alto più di dieci piani, in costruzione sulla nuova isola.

41Johnson South

Le fotografie scattate e diffuse dall’agenzia vietnamita Thanh Nien News mostrano una serie di cantieri, tra cui ciò che potrebbe essere un centro di controllo del traffico aereo. I media filippini affermano che la Scogliera Johnson South un giorno ospiterà una pista di atterraggio, ma le foto non provano tale affermazione. La barriera corallina è lunga circa 6 kmq, e l’isola circa 0,16 kmq, lasciando ampio spazio per ulteriori bonifiche.

Scogliera Cuarteron
La Scogliera Cuarteron è l’avamposto più occidentale e più meridionale della Cina nelle Spratly. Le bonifiche sulla barriera corallina sembrano essere iniziate nel marzo 2014. Da gennaio 2015 la Cina ha costruito 0,3-0,4 kmq di nuovo territorio. L’isola ospita una diga foranea, un piccolo avamposto militare, un elicottero, un porto artificiale e un molo. Foto satellitari mostrano delle costruzioni in corso, ma non sono abbastanza chiare per capire cosa si stia costruendo.

51Cuarteron

Scogliere Gaven
Le Scogliere Gaven ospitano un progetto di bonifica medio, che realizzato un’isola artificiale di circa 0,08 kmq. Tra giugno e agosto 2014 quest’isola s’è ampliata da piccolo avamposto al bastione di oggi. Le foto mostrano che la nuova isola ospita una caserma per operai e militari, container usati come rifugi temporanei, un porto artificiale e armi antiaeree. Secondo IHS Janes l’isola ospita radar e missili antinave.

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Scogliera Hughes
Le bonifiche sulla Scoglier Hughes sembrano iniziate nel marzo 2014. Le foto satellitari suggeriscono che sia in corso sull’isola una nuova costruzione. I rapporti indicano che la nuova isola ospita un faro e di un avamposto militare.

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Scogliera Subi
La Scogliera Subi, l’avamposto più settentrionale della Cina nel Mar Cinese Meridionale, è la più recente bonifica. Le foto satellitari dei primi di febbraio 2015 mostrano una significativa presenza di draghe che lavorano in due punti a sud-est e sud-ovest della barriera corallina. Il dragaggio a Subi apparve nelle foto satellitari scattate il 26 gennaio 2015, mostrando due draghe che avevano cominciato a lavorare sulla punta sud-ovest di Subi. Prima dell’inizio della bonifica, Subi ospitava un elicottero e un piccolo avamposto in calcestruzzo utilizzato da truppe di passaggio.

8Subi 8 febbraio 2015

9Subi 26 gennaio 2015

Scogliera Mischief
La Scogliera Mischief è l’avamposto più orientale della Cina nelle Spratly. Foto satellitari di fine gennaio indicano che la bonifica è appena iniziata. Queste foto mostrano la presenza di draghe a sud dell’isola, così come nuove terre separate da una struttura in calcestruzzo. Il rilievo Mischief è a meno di 200 miglia dall’isola filippina di Palawan (meno di 150 miglia in alcuni punti), mettendo così la barriera corallina all’interno della zona economica esclusiva della Filippine. Com’era prevedibile, l’avvio della bonifica nella Scogliera Mischief è stato accolto da ampie proteste delle Filippine.

10Mischief 26 gennaio 2015

111Mischief 26 gennaio 2015

Scogliera Eldad
La Scogliera Eldad ospita un banco di sabbia a forma di lacrima a nord. Dimensioni e forma del banco di sabbia sono coerenti nelle foto scattate tra gennaio 2012 e novembre 2013. Le foto più recenti mostrano un leggero aumento delle dimensioni del banco di sabbia, indicando una possibile bonifica elementare in corso sulla barriera Eldad. Queste foto non riprendono draghe e possono semplicemente mostrare cambiamenti naturali, ma intelligence e media filippini sostengono che Eldad sia in realtà obiettivo della bonifica cinese. La situazione sul Eldad è ambigua, e dovremmo continuare ad osservarla per notare un recupero.

12Eldad

Sulla base di fotografie satellitari e rapporti d’intelligence è chiaro che la Cina attualmente bonifica almeno sette delle sue otto scogliere; Fiery Cross, Johnson South, Gaven, Hughes, Cuarteron, Subi, e Mishcief, e che una bonifica sarebbe iniziata anche su Eldad. I lavori su Johnson South, Gaven, Hughes e Cuarteron iniziarono nei primi mesi del 2014, la bonifica di Fiery Cross iniziava nell’agosto 2014, su Subi e Mischief a fine gennaio 2015. Bonifiche su Eldad potrebbe esser iniziate nel dicembre 2014. Le foto mostrano grandi costruzioni in corso sulle neo-isole Fiery Cross e Johnson South, mentre meno estese, ma sempre grandi costruzioni sono in corso a Hughes, Gaven e Cuarteron. Data la misura in cui il futuro controllo delle rotte nel Mar Cinese Meridionale influenzerà l’equilibrio di potere globale, la costruzione delle isole cinesi è degna di attenzione.

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La Russia potrebbe fare del Mar Cinese Meridionale un lago cinese
Forse non è una grande idea per gli Stati Uniti mettersi contro la Russia?
Harry J. Kazianis The National Interest 25 febbraio 2015 – Russia Insider

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Ciò che Robert Kaplan ha così elegantemente soprannominato “Calderone dell’Asia”, il Mar Cinese Meridionale, potrebbe ribollire di nuovo. Ma il vero spunto è chi potrebbe accendere con la ‘massima’ fiamma tale caldaia virtuale: nientemeno che il presidente russo Vladimir Putin. Eventi a migliaia di chilometri di distanza, in Ucraina, potrebbero innescare una reazione a catena che potrebbero vedere la Cina dominare incontrastata questo grande specchio d’acqua grazie ad una grande infusione di armi e tecnologia russe, se l’occidente iniziasse ad armare l’Ucraina. Ma prima di arrivare ai succosi dettagli di come la Cina potrebbe diventare il “Master and Commander” del Mar Cinese Meridionale grazie all’assistenza russa, facciamo un doveroso passaggio dell’ultimo dramma in questo tormentato specchio d’acqua. Le tensioni sono aumentate nella regione Asia-Pacifico, la Cina continua a cambiare i fatti sul campo (“sull’acqua” potrebbe essere un termine migliore), continuando a lavorare su diversi enormi progetti di bonifica delle isole che molti analisti ritengono creeranno nelle maggiori isole abitate aeroporti, porti, stazioni radar e forse anche batterie di missili antinave. La motivazione è abbastanza ovvia, Pechino probabilmente dominerà il Mar Cinese Meridionale, se utilizza queste isole rivendicandone la sovranità. Nulla parla di “sovranità indiscutibile” che agendo da sovrano, come pattugliare il territorio rivendicato e farvi rispettare le leggi. Le basi nel Mar Cinese Meridionale, disponendosi su 9 o 10 famigerate linee tratteggiate, più che dei grandi segni su una mappa a Pechino, potrebbero realizzarlo.

Le nuove basi nella Cina meridionale + A2/AD = un incubo per USA ed alleati
Per le capacità militari cinesi molto è stato fatto negli ultimi anni, con la crescente capacità della RPC di negare a un avversario tecnologicamente avanzato (si pensi a Stati Uniti e/o Giappone) la capacità d’intervenire in diversi possibili scenari presso i suoi confini (Taiwan e/o Mar Cinese orientale e meridionale). Nei prossimi anni, tali capacità evolveranno e miglioreranno grazie alle innovazioni tecnologiche. Combinando probabili progressi tecnologici cinesi come missili da crociera più precisi e dalla maggiore autonomia e nuove basi nelle isole bonificate nel Mar Cinese Meridionale, a dir poco saranno l’incubo dei pianificatori di Stati Uniti e alleati, che fanno di tutto per garantirsi l’accesso alle regioni vitali dell’Asia-Pacifico. Denominato A2/AD dalla maggior parte degli specialisti militari occidentali, la Repubblica popolare cinese lentamente crea le condizioni in cui Stati Uniti, Giappone e altre forze alleate soffrirebbero pesanti perdite se un conflitto esplodesse sulla prima catena di isole, e in futuro, anche sulla seconda catena di isole. Attraverso diversi campi d’ingaggio (terra, mare, aria, informatica e spazio), le forze cinesi hanno perseguito un robusto programma di sviluppo di una serie di sistemi d’arma unici che sfruttano le debolezze specifiche delle forze di USA ed alleati. Mentre queste capacità sono già abbastanza robuste, e Washington ed alleati stendono piani per neutralizzare l’impatto di tale strategia (vedasi il il dibattito sul concetto Air-Sea Battle/JAM-GCC), qualcosa di ampiamente ignorato in molte recensioni sul problema è che Pechino già opera per acquisire la prossima generazione di piattaforme per armi A2/AD, oltre a sviluppare tattiche e strategie corrispondenti. La Cina negli ultimi anni ha sviluppato prototipi di caccia di 5° generazione, piattaforme per missili balistici antinave e missili da crociera a lungo raggio sempre più sofisticati. Tali sistemi non sono facili da produrre da una qualsiasi nazione. Se Pechino dovesse trovare un partner disponibile, potrà già avere tale tecnologia, compiendo il salto di qualità necessario per disporre di tali piattaforme avanzate per armi A2/AD anni prima di quando i produttori nazionali possano fare da soli. La Russia, in cerca di vendetta per la crisi in Ucraina, potrebbe fornire tale assistenza.

Come la Russia potrebbe aiutare la Cina: armi e tecnologia
Immaginate questo scenario: l’occidente decide che è il momento di armare l’Ucraina. La Russia decide che deve reagire e non solo in Europa. Il Presidente Putin tira fuori il mappamondo e cerca un luogo dove la potenza russa potrebbe meglio colpire gli Stati Uniti. I suoi occhi si illuminano su una zona che potrebbe non solo rafforzare i legami con un partner potenziale, ma danneggiare seriamente gli sforzi statunitensi per il “perno” su quella parte del mondo: il Mar Cinese Meridionale.

A2/AD vola alto: arriva il Su-35 russo
La Cina cerca di migliorare la sua capacità anti-accesso nel dominio dell’aria, con il tanto vociferato acquisto di Su-35 dalla Russia, acquisizione che potrebbe formalizzarsi se l’occidente arma l’Ucraina. Con un raggio d’azione maggiore rispetto agli attuali Su-27/J-11 della PLAAF, il Su-35 darebbe alla Cina la possibilità di schierare caccia avanzati per maggiori periodi sui Mari Cinesi orientale e meridionale, migliorando l’efficacia dei pattugliamenti nella recente Air Defense Identification Zone (ADIZ) sul Mar Cinese Orientale ed eventualmente aiutare Pechino a creare una ADIZ sul Mar Cinese Meridionale. L’aereo sarebbe probabilmente superiore alla maggior parte dei caccia in Asia (ad eccezione di F-22 e F-35) colmando il vuoto fin quando presumibilmente i velivoli furtivi nazionali di 5.ta generazione saranno operativi. Se la Cina dota gli aerei di armi antinave avanzate e li basa nei nuovi aerodromi sulle barriere Johnson e Fiery, una nuova e potente arma antiaccesso comparirebbe, con solide capacità di respingere le forze alleate in acque più sicure.

1458451A2/AD 2.0 sul mare: sottomarini e sonar
Nell’oceano, grazie ancora alla possibile collaborazione con la Russia, la Cina potrebbe cercare di migliorare le proprie capacità sottomarine con possibili nuovi sottomarini. Ciò si collega ad ulteriori notizie sulla possibile vendita di Su-35 negli ultimi anni. Mentre i rapporti variano sulla serietà dei negoziati, confermati e negati più volte, nuovamente si comprendono le tendenze cinesi nel rafforzare le proprie capacità A2/AD con l’aiuto russo. La nuova  tecnologia sottomarina sarebbe di vitale importanza per la Cina, non solo per la possibilità di schierare sottomarini più potenti, ma anche perché Pechino potrebbe potenzialmente trarre nuove tecnologie da questi mazzi. Ciò potrebbe includere motori AIP, tecnologie furtive e avanzate armi antinave dei russi talvolta venduti con i sottomarini. La PRC sembra interessata a migliorare la tecnologia anti-sottomarini (ASW), un punto debole tradizionale di Pechino. In un articolo per Proceedings dello scorso anno, i collaboratori della TNI Lyle Goldstein e Shannon Knight analizzavano le recenti opere cinesi suggerendo che Pechino “ha schierato nell’oceano reti acustiche fisse al largo delle sue coste, presumibilmente con l’intento di monitorare le attività sottomarine straniere nei mari vicini“. Citando altri saggi di provenienza cinese, la ricerca sembra confermare l’incursione di Pechino in questo importante settore della tecnologia militare. Mentre non vi è stata alcuna menzione specifica di un accordo sui sottomarini tra Russia e Cina, Mosca ha sicuramente l’esperienza per aiutare Pechino in questo senso. Considerando che gli sforzi degli Stati Uniti per mantenere l’accesso agli spazi eventualmente contestati dalla A2/AD cinese dipendono soprattutto dai sottomarini furtivi, una tale collaborazione in questo settore potrebbe rafforzare considerevolmente i piani A2/AD cinesi.

Perché la Russia potrebbe pensarci due volte: l’accordo del Su-27
Mentre la crisi ucraina certamente sarebbe un potente catalizzatore per la collaborazione tecnologica nella difesa sino-russa, per tali trasferimenti in passato Mosca ha pagato un prezzo pesante. La Russia farebbe certamente meglio a rivedere il passato, avendo indizi sul perché una vendita alla Cina potrebbe essere una sfida nel lungo termine. L’ultimo importante accordo aeronautico tra Mosca e Pechino, negli anni ’90, riguardava l’ancora molto ricercato aereo di 4.ta generazione Su-27 Flanker. A quel tempo la Russia non vendeva armamenti tecnologicamente avanzati a Pechino dalla frattura cino-sovietica, quando l’aumento delle tensioni scatenò scontri di confine. Quando l’URSS crollò, alla fine del 1991, l’industria bellica russa lottava per rimanere a galla. La Russia traboccava di armi che avrebbero aiutato i cinesi a un salto di diverse generazioni nella tecnologia militare, quindi una partnership sembrava avere senso. Per la Cina, l’accesso a tecnologia militare avanzata era cruciale e nel 1991 Pechino riteneva tale ricerca rilevante. Gli strateghi cinesi erano attoniti dalla velocità con cui gli Stati Uniti poterono sopraffare le forze armate irachene nella prima guerra del Golfo. I pianificatori militari cinesi si resero conto che gran parte delle loro armi era obsoleta di fronte a munizioni di precisione, bombardieri invisibili e aerei da combattimento guidati da sistemi di comando e controllo avanzati. La tecnologia russa, anche se non così avanzata come quella degli USA, diede la spinta tanto necessaria alla modernizzazione. Nel 1991 Mosca vendette a Pechino un lotto di 24 Su-27 per 1 miliardo di dollari. Nel 1995, la Cina acquistò altri 24 Su-27 dalla Russia, consegnati nel 1996. Nello stesso anno, Cina e Russia approfondirono la partnership quando Pechino comprò per circa 2,5 miliardi di dollari la licenza per la fabbricazione di altri 200 Su-27 presso la Shenyang Aircraft Company. Il contratto imponeva che l’importante versione cinese del Su-27 dotata di avionica, radar e motori russi, non potesse essere esportata. La Russia era preoccupata a che la Cina potesse conoscere abbastanza il Su-27 da poter un giorno venderlo a terzi, facendo perdere alla Russia potenzialmente miliardi di dollari nella vendita del caccia. Purtroppo per la Russia, l’accordo fu quasi un disastro. Dopo aver costruito circa 100 jet, la Cina annullò il contratto nel 2004. Pechino disse che gli aerei non soddisfacevano più le sue specifiche. Tre anni dopo, la Cina rigettò completamente l’accordo quando sviluppò il nuovo caccia J-11. L’aereo sembrava la copia esatta del Su-27. La Cina nega di aver copiato il Su-27, spiegando che l’aereo utilizza parti per lo più locali ed avionica e radar sviluppati nazionalmente.

Riflessioni
Mentre il dibattito si scalda a Washington sui modi per sanzionare la Russia per le sue azioni in Ucraina, Mosca ha più modi di reagire se l’occidente armasse l’Ucraina. Infatti, quanto sopra è solo una delle molte possibilità. Mosca potrebbe seguire l’azione descritta con la Cina, fornendo armi e tecnologia che potrebbero esacerbare la tendenza della Cina verso sud e in altre contese future. Tuttavia, la Russia ha molti altri modi di creare difficoltà all’occidente; per esempio nei colloqui sul nucleare Iran o ingraziarsi altre nazioni in rotta con l’occidente come Corea democratica, Venezuela e varie altre. E la Russia, naturalmente, ha la capacità di alzare drammaticamente la posta in Ucraina fornendo ai separatisti armi più avanzate per contrastare le possibili armi occidentali.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Abdalhaqim Belhadj, capo del SIIL in Libia

Nebil Ben Yahmed, Tunisie Secret 24 febbraio 2015

In una nota inviata all’Interpol, il procuratore generale dell’Egitto Hisham Baraqat ha presentato un mandato contro Abdalhaqim Belhadj e trenta altri criminali egiziani, tunisini e quwaitiani presunti appartenenti al SIIL. Secondo la legge egiziana, il terrorista libico Belhadj è anche accusato di essere il vero capo del SIIL nel Maghreb.

belhadj_2196832bCome abbiamo recentemente scritto il 16 febbraio, in un articolo sul fratello musulmano Recep Tayyip Erdogan, Abdalhaqim Belhadj è stato istruito dai servizi turchi e qatarioti a trasferire parte dei mercenari del SIIL in Libia per preparare la destabilizzazione di due Stati nel mirino degli strateghi della “primavera araba”: Egitto e Algeria.

Algeria ed Egitto, obiettivi del SIIL
Tale estesa operazione ultrasegreta è iniziata nell’ottobre 2014, con il trasferimento con aerei cargo e navi da guerra di materiale, autoveicoli 4×4 e combattenti dal fronte siriano-iracheno. La loro nuova missione, sancita dagli statunitensi, è aprire due nuovi fronti sui confini tra Egitto e Libia e tra Algeria e Libia. Ciò perché nell’amministrazione degli Stati Uniti, non essendo più l’Egitto alleato affidabile, alcuni falchi non disperano dal reinsediare al potere i Fratelli musulmani egiziani, tanto più che il fortunato cambio con l’avvento di Abdalfatah al-Sisi ha completamente compromesso il nuovo ordine statunitense in tutta la regione. Riguardo l’Algeria, non c’è dubbio che rimane padrona del suo petrolio e gas naturale. L’esercito algerino è consapevole del pericolo, ma alcuni vicini a Butefliqa pensano che moltiplicando le concessioni agli statunitensi, l’Algeria non verrà destabilizzata.

A cosa gioca la Tunisia?
I due Paesi che eseguono e supervisionano per conto degli Stati Uniti tale importante operazione sono Turchia e Qatar. La Tunisia che finge neutralità ne è anche coinvolta. Vi sono diversi indizi del coinvolgimento. In primo luogo, la residenza del famigerato terrorista Abdalhaqim Belhadj, non è in Libia ma in Tunisia, più precisamente a Djerba, con una cellula nel cuore di Tunisi. In secondo luogo, il governo tunisino non ha gradito l’ultimo attacco dell’Aeronautica egiziana contro posizioni del SIIL, rimuginando che la Tunisia preferisce una soluzione politica alla crisi libica. Nella riunione della Lega araba in cui il rappresentante egiziano accusava l’omologo del Qatar di sostenere il terrorismo, la Tunisia ha preso una posizione chiara contro altri attacchi egiziani in Libia. In terzo luogo, 48 ore dopo il bombardamento delle posizioni del SIIL dall’aeronautica egiziana, si apprendeva che 40 tonnellate di farmaci furono inviate in Libia. Secondo Muhamad Sahbi Juyni, segretario generale del Sindacato Nazionale delle forze di sicurezza tunisine, parlando il 18 febbraio sul canale televisivo Hiwar al-Tunisi, “di sicuro sono state inviate 40 tonnellate di farmaci nella città libica di Zintan”, aggiungendo di temere che il dono fosse destinato a finanziare gruppi terroristici e chiedendo al governo di portare il caso in tribunale. Isam Darduri l’ha confermato dando maggiori dettagli. Nonostante le spiegazioni confuse di Munir Qsiqsi, comandante della Guardia nazionale, le 40 tonnellate di farmaci furono effettivamente consegnate alle milizie di Belhadj per inviarle ai barbari del SIIL. Peggio, non era un regalo, ma un ordine negoziato da un potente affarista tunisino in ottimi rapporti con al-Nahda e Nida Tunis, e pagato da Abdalhaqim Belhadj, in possesso di metà dei beni libici all’estero, oltre ad aver derubato le banche libiche dopo l’assassinio di Gheddafi.

SIIL creazione turco-qatariota
Nel prendere tale posizione, la Tunisia è coerente con la politica degli Stati Uniti, che sono anche contrari ad ogni azione militare contro il SIIL in Libia, e per una buona ragione: il SIIL non è un miracolo divino ma una creazione turco-qatariota coperta dagli Stati Uniti. Il SIIL è la sintesi tra al-Qaida e al-Nusra, creata appositamente per distruggere la Siria ed Hezbollah e indebolire l’Iran. Secondo il comandante Husim al-Awaq, ex-ufficiale dell’intelligence militare siriana unitosi all’opposizione e capo del gruppo degli “ufficiali liberi” dell’ELS, Turchia e Stati Uniti non hanno mai ha sostenuto l’Esercito libero siriano, ma solo SIIL e Jabhat al-Nusra. “Abbiamo tre basi in Siria, mentre il SIIL ne ha 20 e al-Nusra 5, tutti finanziate dall’organizzazione turca Marmara“, ha detto. Da parte sua, il generale Wesley Clark, ex-comandante delle forze militari della NATO in Europa dal 1997 al 2001, ha recentemente affermato in un’intervista alla CNN che “lo Stato islamico (l’organizzazione taqfirista SIIL) è stato istituito con finanziamento dei nostri amici e alleati, tra cui Turchia e Qatar… al fine di combattere fino all’ultimo contro Hezbollah“.

Il SIIL perseguito dall’Egitto
Secondo al-Arabiya, il procuratore generale egiziano Hisham Baraqat, via Interpol ha lanciato un mandato contro Abdalhaqim Belhadj e trenta altri criminali egiziani, tunisini e quwaitiani presunti appartenenti al SIIL. Secondo la legge egiziana, il terrorista libico Abdalhaqim Belhadj è anche accusato di essere il vero capo del SIIL in Maghreb. Dei cinquanta terroristi ricercati, la metà sono cittadini tunisini, tra cui Brahim al-Madani, Abdarahman Suyhli, Haytham Tajuri, Usama Salabi, Adal Tarouni, Salahudin bin Umran, Salah Uarfli, Ahmad Zaui, Sadoq Gariani, Abdalwahab Gayad, Qalid Sharif, Ali Salabi, Ajmi Atri, Abdalbasat Azuz, Harun Shahibi, Umar Qadraui, Fradj Suyhli… In una dichiarazione al giornale tunisino al-Sarih del 24 febbraio 2015, il portavoce dell’esercito libico Ahmad Masmari affermava l’esistenza di un campo di addestramento del SIIL a Sabrata, 50 km dal confine tunisino. Quindi non vi sono solo Derna e Sirte sotto il controllo dei barbari e mercenari del SIIL. La diffusione di tale tumore è così rapida che prefigura un caos totale in Libia e di certo la sua partizione futura in diversi micro-Stati. Se il governo tunisino crede di uscirsene ospitando Abdalhaqim Belhadj, ex-luogotenente di Usama bin Ladin divenuto dopo la distruzione della Libia uomo di punta e capo occulto del SIIL del Maghreb, commette un crimine contro il popolo tunisino e un chiaro tradimento di Algeria ed Egitto. Giocando con il fuoco, può bruciarsi per prima. Tatawin, Zarzis, Gabis e Madanin possono finire sotto il “califfato” del SIIL prima di Marsa Matruh in Egitto e dei Wilaya Illizi e Djanet in Algeria!

201210152165194734_20Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’esercito ucraino riceve carri armati dalla NATO?

Steven Laack, Indymedia, 02/02/2015

Francia e Germania premono per il cessate-il-fuoco tra Ucraina e Novorossija, su istigazione di Washington, perché le forze armate ucraine seno esaurite e la NATO non può intervenire, fisicamente. A Parigi e a Berlino, Washington ha affidato il compito di salvare sia il governo golpista di Gladio a Kiev, che l’immagine da ‘superpotenza’ della NATO, già devastata dai fallimenti in Georgia, Libia e Siria. NdT519401Alcuni giorni prima apparvero informazioni sull’imbarco di carri armati T-72A aggiornati a bordo di un aereo da trasporto ucraino An-225 Mriya nell’aeroporto ceco. Oggi, con i media che occultano la cosa, suggerisco di dover approfondire la vicenda. Ora, una foto del 26 gennaio dell’aeroporto della Repubblica ceca Janacek ad Ostrava è apparsa su internet, mostrando il carico di 4 carri armati T-72A riparati su un velivolo ucraino An-225 Mriya. Secondo la versione ufficiale, i carri armati dovevano essere consegnati alla Nigeria. Il governo della Nigeria aveva siglato un contratto con la società Excalibur Army. Nonostante i rappresentanti della società si siano precipitati a smentire le voci sull’invio di armamenti in Ucraina, sembra che i T-72A non siano giunti a destinazione in Africa e “siano andati persi” da qualche parte in Ucraina. Qui le mie ragioni per dimostrarlo.
In primo luogo, secondo i dati il velivolo da trasporto consuma carburante per 15,9 tph volando alla velocità massima di 850 km/h con un carico massimo di 250000 kg. Il che significa che non può volare per più di 2 ore. Ora, calcoliamo i 4 carri armati pesanti 43 tonnellate ciascuno, senza sistemi di difesa dinamica e munizioni. Gli equipaggiamenti per la difesa dinamica, da montare dopo il previsto aggiornamento del carro armato, pesano 1600 kg (5,3 kg – è il peso di un contenitore separato, senza supporti). Probabilmente le attrezzature per la difesa dinamica e altre attrezzature furono caricate separatamente in qualche pallet speciale. Insomma, abbiamo circa 178 tonnellate (e in realtà, credo, dovremmo aggiungervi un paio di tonnellate, tenuto conto delle altre attrezzature). Quindi, il velivolo ucraino poteva rimanere in volo per 3 ore circa, il 27 gennaio, non sufficienti per trasportare i carri armati in Africa (la distanza da Ostrava ad Abuja, capitale della Nigeria, è di 4630 km e ci vorrebbero non meno di 6 ore di volo per coprirli) bene, si consideri che l’An-225 non ha effettuato alcuna sosta per il rifornimento di carburante (almeno secondo le informazioni disponibile su FlightRadar).

map1In secondo luogo, vi sono persone che hanno visto l’An-225 a Dnepropetrovsk il 27 gennaio.
Potete vedere vividamente sulla mappa che la distanza tra Ostrava e Dnepropetrovsk è di 1230 km.

mapL’An-225 alla velocità di crociera di 850 km/h può coprila in un’ora e mezza o così. Ciò fa pensare. Voglio dire erano solo quei carri armati che il Mriya ha consegnato in realtà? Mi è balenato in mente che l’esercito ucraino ha molto bisogno di munizioni, essendone gravemente carente. Sarebbe del tutto logico supporre che tutto lo spazio a bordo dell’An-225 sia stato occupato proprio da tale tipo di carico. Vi sono molti depositi ex-sovietici in Ungheria e Repubblica Ceca, con scorte di razzi, proiettili, cartucce e altre cose utili per le forze armate e la Guardia nazionale dell’Ucraina. In terzo luogo, soldati ucraini esprimerono gioia quando arrivarono le nuove attrezzature militari aggiornate dagli specialisti cechi (sic!). Infine, su internet è apparso il documento comprovante la versione della mistificazione nigeriana. In realtà, nella lettera del ministro della Difesa ucraino Stepan Poltorak all’omologo ceco, esprimeva gratitudine per la consegna di attrezzature militari e assistenza militare e tecnica.

letter1È interessante notare che la stessa Excalibur Army, che avrebbe inviato i T-72A aggiornato in Africa, è menzionata nel testo. E a coronare il tutto, l’assenza di dati adeguati su rotta e destinazione finale dell’UR-82060 sembra molto sospetta. È possibile utilizzare FlightRadar per vedere se sia davvero così. Così si scopre che, a parte le dichiarazioni della società ceca, non vi sono dati su rotta e coordinate del volo del Mriya.
Tenendo presente tutto questo, alcune conclusioni preliminari possono essere già tratte.
1. L’Europa ha iniziato o continua ad inviare armi, pesanti in particolare, in Ucraina.
2. La junta di Kiev è in preda alla disperazione, perché non ha più armamenti propri. Neanche blindati, e gli ultimi non sono giunti in Iraq. Le autorità ucraine possono solo dotare poche unità mobilitate con armi appropriate.
3. La leadership di UE e NATO fa vigorosamente pressione sulle strutture commerciali di certi Stati europei per spingerle a cooperare con Kiev.
Ecco qual’è la situazione attualmente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

NATO: il ponte atlantico crolla…

F. William Engdahl New Eastern Outlook 11/02/2015Putin-Merkel-HollandeWashington ha creato una cosa chiamata NATO, Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico nel 1949 per saldare l’Europa occidentale alle future politiche estere di Washington, tuttavia rivelandosi distruttivo per gli interessi autentici di Germania, Francia, Italia e altre nazioni d’Europa. Nel 1986 le dodici nazioni della Comunità economica europea modificarono il trattato di Roma del 1957 e firmarono l’Atto unico europeo, incaricandosi di creare il mercato unico comunitario entro la fine del 1992, con le regole per la cooperazione politica europea, in previsione di una politica estera e di sicurezza comune per l’Unione europea. Poi il 9 novembre del 1989, un evento storico interruppe la strategia della CEE per il mercato unico. L’URSS di Gorbaciov consegnò la Repubblica democratica tedesca all’occidente. La guerra fredda era finita de facto e la Germania si sarebbe riunita. L’occidente aveva apparentemente vinto e la maggior parte degli europei era giubilante, molti credevano che decenni di vita sull’orlo di una possibile guerra nucleare erano finiti. L’Europa emergente sembrava fiera e sicura del futuro. La NATO era un’entità creata da Washington, secondo il suo primo segretario generale, Lord Ismay, per “tenere i russi fuori, gli americani dentro, e i tedeschi sotto“.

Il pilastro della Difesa europea o la NATO degli USA?
Il trattato di Maastricht, un documento con errori fatali, fu introdotto al vertice della CEE nel dicembre 1991. A uno scioccato Helmut Kohl fu detto da Mitterrand e a Margaret Thatcher che la Germania doveva accettare la creazione di una moneta unica controllata dalla Bundesbank. Divennero l’euro di oggi e la sovranazionale Banca Centrale Europea indipendente, un ricatto quale condizione preliminare per l’accettazione dell’unificazione tedesca. I tedeschi ingoiarono e firmarono. Ciò che fu poco discusso è che il Trattato di Maastricht includeva anche una sezione che stabiliva per la prima volta una politica estera e di sicurezza comune. Le dodici nazioni che firmarono il trattato avevano intense discussioni su come creare un pilastro della difesa europea indipendente dalla NATO. Con il crollo dell’Unione Sovietica, la ragion d’essere della NATO era finita, e il Patto di Varsavia dissolto. Washington aveva assicurato Gorbaciov che la NATO non si sarebbe mai estesa ad est.

Bush distrusse il pilastro della difesa dell’UE
Il presidente degli Stati Uniti George HW Bush lasciò un’eredità sanguinosa fin dai primi anni a Washington, probabilmente giocando anche un ruolo chiave come agente della CIA a Dallas, in Texas, il 22 novembre 1963 nell’assassinio di JFK. Continuò a dirigere la CIA negli anni ’70 e spinse Sadam Husayn ad occupare il Quwayt nel 1990 per avere il pretesto della guerra sanguinosa con l’operazione Desert Storm contro l’Iraq. Da presidente, Bush avviò anche gli eventi che comportarono la distruzione della Jugoslavia, dal 1990, proprio come Washington distrugge l’Ucraina oggi. Lo scopo principale della guerra istigata dagli USA, che devastò i Balcani per un decennio, era chiarire all’Unione Europea che la NATO, controllata dal Pentagono degli Stati Uniti, sarebbe rimasta e, in effetti, si sarebbe allargata ad est. In effetti, sfruttò la guerra jugoslava per distruggere la minaccia emergente dell’Unione europea con capacità autonoma di difesa, il pilastro della difesa europea. Come il consulente presidenziale e fondatore della Commissione Trilaterale Zbigniew Brzezinski scrisse apertamente, per Washington la Germania era un “vassallo” del potere imperiale degli Stati Uniti, e non una nazione sovrana. Nel 1999 Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca furono ufficialmente invitate da Washington ad aderire alla NATO, mentre lo smembramento della Jugoslavia fu coperto dai vergognosi e illegali bombardamenti della Serbia dal presidente Bill Clinton, con la cosiddetta Guerra del Kosovo, e con l’ancor più vergognosa partecipazione del ministro degli Esteri tedesco, figlio di un macellaio ungherese, Joschka Fischer. Nel 2004 Washington allegramente fece entrare nella NATO Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia, e preparava segretamente le infami rivoluzioni colorate in Georgia e in Ucraina, per eleggervi i candidati degli USA, il corrotto Viktor Jushenko con la cosiddetta rivoluzione arancione a Kiev, e Mikhail Saakashvili in Georgia con la rivoluzione delle rose. I due s’impegnarono ad aderire alla NATO, nell’ambito della loro campagna. Non c’è da stupirsi che entro il 2007, mentre il segretario della Difesa Don Rumsfeld annunciava che il Pentagono avrebbe installato sistemi antimissili balistici in Polonia e Repubblica Ceca, de facto contro la Russia, Mosca fosse sempre più irrequieta, venendo soffocata sul suo perimetro strategico dalla NATO, l’alleanza militare guidata infine dall’unica superpotenza mondiale che arrivava alle porte di Mosca.

L’intervento franco-tedesco in Ucraina
Quando i ministri degli Esteri di Germania e Francia sono intervenuti nel disperato tentativo di mediare un compromesso a Kiev, il 21 febbraio 2014, per evitare la guerra civile, esclusero esplicitamente dai colloqui una parte interessata, il governo degli Stati Uniti. Hanno, ottenendo un compromesso durato meno di 48 ore, prima che i cecchini appoggiati dalla CIA a Kiev istigassero tumulti e panico spingendo alla fuga (punto dimenticato pedissequamente nella versione mediatica tedesca degli eventi) il presidente democraticamente eletto Viktor Janukovich, per salvarsi la vita. Il giorno successivo, l’amministrazione Obama, guidata dal falco Victoria “Si fotta l’UE” Nuland del dipartimento di Stato, dall’ambasciatore statunitense Geoffrey Pyatt e dalle legioni di agenti della CIA di Majdan piazzò apertamente i suoi burattini prescelti, utilizzando i neo-nazisti dichiarati di Pravij Sektor e Svoboda. George Friedman, capo di Stratfor, società di consulenza strategica degli Stati Uniti i cui clienti sono Pentagono, CIA ed agenzie israeliane, ha detto al giornale russo Kommersant, in un’intervista a dicembre, che gli Stati Uniti organizzarono il colpo di Stato in Ucraina, “il golpe più eclatante nella storia”. Quando Washington sputò in faccia non solo a Germania, Francia e Unione europea, ma anche a Russia e Ucraina, imponendo il nuovo regime golpista di Kiev, guidato da loro primo ministro, noto scientologo Arsenij Jatsenjuk, Germania e Francia ingoiarono seguendo i falchi di Washington dell’amministrazione Obama. L’UE votava più volte all’unanimità le sanzioni dettate dagli USA contro la Russia, dopo il referendum della Crimea di marzo 2014. L’industria tedesca protestò apertamente ma il governo Merkel s’inchinò a NATO e Washington, e l’economia tedesca entrava in recessione con il resto dell’UE. Ora qualcosa di molto insolito è in corso. Francia e Germania ancora sfidano apertamente la Washington di Obama. La notte del 4 febbraio, Merkel e il presidente francese Hollande decisero di volare subito a Mosca per incontrare Putin. Lo scopo, come il portavoce di Putin ha dichiarato, era che i “leader dei tre Paesi discutano quali Paesi in particolare possono contribuire alla fine rapida della guerra civile nel sud-est dell’Ucraina, intensificatasi negli ultimi giorni e causando molte vittime“. La parte più interessante è che tali capi “vassalli”, Angela Merkel e Francois Hollande, non chiesero il permesso a Washington, secondo una fonte del governo francese. Annunciando il viaggio spontaneo a Mosca, Hollande dichiarava, “Insieme ad Angela Merkel abbiamo deciso una nuova iniziativa”. Più interessante, la loro “nuova iniziativa” fu presentata mentre il segretario di Stato John Kerry era in riunione a Kiev con il presidente Poroshenko, per discutere delle possibili forniture di armi statunitensi a Kiev, la “diplomazia” preferita di Washington al momento. I colloqui di Mosca tra Putin, Merkel e Hollande avrebbero seguito i colloqui “segreti” tra Parigi, Berlino e Mosca.
Ai primi di dicembre, Hollande fece una visita a sorpresa a Mosca incontrando Putin sull’Ucraina. Al momento il presidente francese dichiarò, “Credo che dobbiamo evitare altri “muri” che ci separino. Oggi dobbiamo superare gli ostacoli e trovare soluzioni”. Washington non era affatto contenta. C’è il forte sospetto, in certi ambienti, che l’attentato sotto falsa bandiera del 7 gennaio alla rivista satirica di Parigi Charlie Hebdo fosse la risposta della fazione guerrafondaia di Washington-Tel Aviv alla diplomazia di Hollande. Le ultime mosse diplomatiche tedesco-francesi avvennero mentre John Kerry era a Kiev per discutere delle armi USA da consegnare all’Ucraina. Il giornalista di Le Nouvel Observateur Vincent Jauvert dice che Hollande e Merkel decisero di parlare all’improvviso con Putin, a Mosca, per tentare “di anticipare gli statunitensi che cercavano d’imporre la loro soluzione al problema: l’invio di armi all’Ucraina“. Ha detto che i due capi andarono a Kiev subito dopo Kerry, “diffidando dell’amministrazione statunitense” e “presentando la loro soluzione diplomatica poco prima che il vicepresidente degli USA Joe Biden presentasse il piano degli Stati Uniti per inviare armi a Kiev alla conferenza per la sicurezza di Monaco di Baviera“.
Le prossime settimane saranno chiaramente decisive per la pace nel mondo. Parodiando una vecchia canzoncina che cantavo da bambino, il ponte atlantico è crollato, crollato, crollato… (seguendo la melodia del London Bridge è caduto). E’ tempo per un nuovo e stabile ponte, ma non arriverà col messaggio di Joe Biden alla conferenza per la sicurezza di Monaco.

german-chancellor-angela-merkel-french-president-francois-hollande-moscowF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University m autore di best-seller su petrolio e geopolitica, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ucraina, una bomba a orologeria

Jean Geronimo Histoire et Societé 8 febbraio
Dottore in Economia, docente presso l’Università Pierre Mendes France di Grenoble, ricercatore indipendente specializzato in questioni economiche e geostrategiche russe, Jean Geronimo è l’autore de Il pensiero strategico russo, ed è in procinto di pubblicare un nuovo libro sull’Ucraina. Propone un’analisi strutturale della crisi in Ucraina… lungi dai discorsi dominanti.11897La battaglia per l’Ucraina è una questione geopolitica importante per le due superpotenze della Guerra Fredda, nell’ambito del gioco strategico giocato sulla scacchiera eurasiatica agendo sugli Stati-perno nella regione quali pedine della partita. Il controllo dell’Ucraina, vista da entrambi i lati come Stato chiave in questa scacchiera, rientra nel perseguimento di due obiettivi, estendere le zone d’influenza ideologica e conquistare la leadership politica nell’Eurasia post-comunista. Associata alla capacità d’influenzare i principali attori della regione, la natura strategica dell’Ucraina sul piano politico (al centro di grandi alleanze) ed energetico (al centro della rete dei gasdotti) ne spiega il ruolo fondamentale nella linea anti-russa di Z. Brzezinski scelta dall’amministrazione Obama. La cooptazione dell’Ucraina, definita da E. Todd “periferia russa”, dovrebbe infatti spezzare la strategia della ricostruzione del potere eurasiatico adottata da Mosca dalla fine degli anni ’90. Questa ricostruzione del potere russo avviene recuperando il dominio regionale e verrà realizzata nel 2015 con la nascita dell’Unione economica eurasiatica. Alla fine, questa configurazione giustifica la terminologia di Brzezinski di “perno geopolitico” dell’Ucraina, all’origine del conflitto avviato con un vero e proprio colpo di Stato, secondo J. Sapir.

Un golpe nazional-liberale manipolato
In questo contesto, il golpe propedeutico per controllare la grande regione dell’ex-Unione Sovietica ha giustificato una strategia manipolativa basata su una disinformazione continua per compattare l’opinione pubblica internazionale e, soprattutto, sostenere un processo “rivoluzionario” ispirato al modello siriano, nella sua fase iniziale. L’obiettivo era far precipitare la caduta del presidente in carica Viktor Janukovich, fornendone una legittimazione confermata dall’assegno in bianco occidentale. In ciò, il colpo di Stato nazional-liberale, ufficialmente avvenuto il 22 febbraio 2014, rientra nella logica degli scenari “colorati” degli anni 2000 costruiti dall’occidente nello spazio post-sovietico con le sue proiezioni locali ed ONG “democratiche” basate sulle potenti reti politiche delle élite oligarchiche e dei principali oppositori al potere filo-russo di turno. Al momento, tali “manifestazioni” furono interpretate dal Cremlino come segnali di un’offensiva globale volta, infine, contro la Russia e le cui premesse, via interferenza occidentale, furono osservate nelle ultime elezioni russe (presidenziali) nel marzo 2012. Secondo una certezza inquietante e nonostante l’assenza di prove reali, l’ONG Golos, finanziata dagli USA (!) accusò Putin di “massicci brogli elettorali”. L’obiettivo di Golos era fomentare il malcontento nelle piazze per creare, in ultima analisi e invano, un’effervescenza “rivoluzionaria” per destabilizzare il nuovo “zar rosso”. Con una ridondanza mediatica, continua e manipolatrice, osservata poi durante Majdan. La visione “complottista” russa è meglio riassunta da H. Carrère d’Encausse nel suo libro del 2011 “La Russia tra due mondi”. Ricorda che per Putin c’è una “vasta operazione di destabilizzazione della Russia emergente in cui Stati e organizzazioni di tutti i tipi, dall’OSCE alle varie ONG straniere, averebbero unito le forze per indebolirlo“. Derivanti dalle tecnologie politiche occidentali volte a erodere l’influenza dell’ex-superpotenza sulla periferia post-sovietica, tali “rivoluzioni colorate” hanno dimostrato una straordinaria efficienza con l’eliminazione dei leader filo-russi in Georgia, Ucraina e Kirghizistan. Così si assistette alla nascita di una nuova ideologia implicita nella democrazia liberale, usata quale leva legale per interferire nella politica interna degli Stati presi di mira. Tale leva è considerata da Putin elemento essenziale del nuovo soft power occidentale per destabilizzare i regimi ‘nemici’ e, attraverso esso, potenziale minaccia al suo potere. Stranamente, come ricorda J. M. Chauvier, quella stessa democrazia ha ignorato il ruolo critico delle correnti estremiste nazionaliste, vicine al neo-nazismo, nel successo finale del processo “rivoluzionario” di Euromaidan, precipitato dai misteriosi cecchini. Catalizzato dall’odio ideologico anti-russo e anticomunista, tale risveglio in Ucraina del pensiero ultranazionalista d’ispirazione neo-nazista è parte di una tendenza generale in Europa, giustamente osservata da A. Grachev, ultimo portavoce e consigliere del presidente dell’Unione Sovietica Mikhail Gorbaciov. Nel suo libro del 2014 “La storia della Russia è imprevedibile”, Grachev dice “l’aumento della popolarità del nazionalismo di estrema destra e neo-fascista (…) dimostra i limiti e, in ultima analisi, il fallimento del nostro sistema democratico: E’ sempre più chiaro che il meccanismo ben oliato della democrazia (…) comincia a bloccarsi“. Una constatazione amara alla base, già, della Perestrojka di Gorbaciov, che mette in discussione la vera natura della “rivoluzione” di Kiev.

Le nuove minacce rivoluzionarie “colorate”
In questo contesto geopolitico sensibile, le “rivoluzioni colorate” sono considerate le principali minacce alla stabilità dei presunti Stati democratici dell’area post-sovietica, in particolare della Russia di Putin strutturalmente presa di mira e che teme una “sceneggiatura ucraina”. L’universalizzazione della democrazia nel mondo con il soft power, o la forza se necessario, sembra essere oggi un “interesse nazionale” degli Stati Uniti e della loro funzione di regolamentazione prioritaria da unica superpotenza legittimata dalla storia. Tale postulato scientificamente (molto) dubbio fu proclamato nel 2000, con euforia condiscendente, dall’ex-segretaria di Stato di George W. Bush Condoleezza Rice, convinta della funzione messianica del suo Paese: “è compito degli USA cambiare il mondo. La costruzione di Stati democratici è ormai componente importante dei nostri interessi nazionali”, una forma di autolegittimazione neo-imperiale in nome, ovviamente, degli ideali democratici, costituendo un’ideologia globalizzatrice espansionista. Preoccupante. Di fronte tali nuove minacce “colorate” gli Stati membri delle strutture politico-militari del Collective Security Treaty Organization (CSTO) e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) hanno deciso, su impulso della Russia, di coordinarsi per definire una comune strategia di prevenzione. L’obiettivo dichiarato è accomunare regionalmente i vari mezzi per neutralizzare tale nuova arma politica, ora privilegiata dall’occidente, e che si affida sempre più ai colpi di Stato astutamente costruiti. In altre parole, si tratta di aprire un fronte comune eurasiatico contro le future “rivoluzioni” nazional-liberali. Innegabilmente, l’imbroglio ucraino ha promosso tale consapevolezza politica e, quindi, giustifica la guida sicura della Russia nel suo campo prioritario, la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), accelerandone l’integrazione regionale. Per Washington è un effetto perverso non programmato, un errore strategico. Tuttavia, alcuni effetti post-rivoluzionari sono disastrosi per la Russia. Un primo effetto geopolitico della “rivoluzione” di Kiev è l’estensione della sfera euro-atlantica nell’ex-URSS, perpetuando di fatto il declino russo nel suo estero vicino, considerato dalla sua dottrina strategica quale minaccia agli interessi nazionali. Un secondo effetto, più psicologico, di tale curiosa “rivoluzione” è alimentare la paura russa della progressione irresponsabile delle infrastrutture di una NATO super-armata nei pressi dei suoi confini che, in ultima analisi, solleva la questione politicamente delicata dello scudo antimissile statunitense. A causa di tale rapido aumento delle minacce, si assiste in Russia al ritorno della “sindrome da fortezza assediata” resuscitata dall’abisso ideologico della guerra fredda. Per la Russia, costretta a rispondere, la crisi ucraina lascerà un segno indelebile nella memoria strategica. e non solo, e nella sua visione dell’occidente. Da questo punto di vista, Majdan segna una rottura geopolitica radicale.

La reazione difensiva russa tramite l’asse eurasiatico
Diffusa dalla propaganda mediatica sulla “minaccia russa” e illustrata da crescenti sanzioni, la strategia anti-russa dell’asse euro-atlantico accelera il mutamento asiatico nella politica russa e favorisce l’ascesa dell’asse eurasiatico sotto la direzione sino-russa, a nuovo contrappeso geopolitico all’egemonia statunitense. Nel lungo termine, tale ostilità occidentale incoraggerà il governo russo a potenziare il proprio sviluppo, riflesso sovietico, riducendone la dipendenza estera. Nel prisma sovietico-russo, tale dipendenza è vista come debolezza politica, in quanto i potenziali avversari possono usarla come opportunità strategica: rafforzando la pressione su Mosca, isolandola sul piano commerciale attraverso un embargo selettivo su tecnologie sensibili. L’obiettivo finale dell’embargo è rallentare lo sviluppo della Russia e, attraverso ciò, il rafforzamento della potenza militare, come ai bei vecchi tempi della lotta anticomunista. Tale modello negativo è aggravato dalla caduta del rublo con consecutivo triplice impatto di sanzioni, fuga di capitali e crollo dei prezzi del petrolio manipolato da Washington, con l’obiettivo di destabilizzare Putin fomentando una recessione economica che alimenti la protesta popolare, potenzialmente “rivoluzionaria”. Tutti i colpi sono ammessi sulla Grande Scacchiera. Nella percezione strategica russa e, nella misura in cui Mosca viene stigmatizzata come “nemica dell’occidente” erede dell’asse del male, la crisi ucraina mostra ancora uno spirito da guerra fredda. In realtà, tale guerra latente continua, nonostante la breve luna di miele USA-Russia osservata dopo la tragedia dell’11 settembre 2001. Dopo la mano tesa di Putin a Bush e la disponibilità a collaborare nella lotta al terrorismo. L’atteggiamento minaccioso e provocatorio dell’occidente nella gestione di tale crisi, è divenuta rapidamente una diatriba anti-Putin, portando alla rinascita politica della NATO, legittimandone l’estensione e infine costringendo Mosca a cambiare linea strategica. Sottoprodotto geopolitico di Euromajdan.

Dopo la provocazione della NATO, il reindirizzo dottrinale russo
Con la voce del capo della diplomazia Sergej Lavrov, la Russia ha reagito con forza e condannato tale errore increscioso, il 27 settembre 2014: “Considero un errore l’allargamento dell’alleanza. Ed è anche una sfida (…)“. Pertanto, reagendo a tali “nuove minacce”, l’amministrazione russa ha programmato un radicale inasprimento della propria dottrina militare in senso più antioccidentale, in ciò che Mosca ha chiamato “risposta giusta”. Per attuare tale reindirizzo dottrinale, “(…) La Russia ha bisogno di potenti forze armate in grado di affrontare le sfide di oggi“, e un incremento assai significativo (un terzo) delle spese militari russe è in programma nel 2015, secondo la finanziaria. De facto, l’idea di un riequilibrio geo-strategico si gioca nel cuore del conflitto ucraino e, per estensione, nel cuore dell’Eurasia post-comunista. Con risultato finale, l’emergere di un conflitto congelato potenzialmente destabilizzante per la regione. Alla fine, nel quadro della crisi in Ucraina e nonostante gli accordi di Minsk del 5 settembre, l’esacerbazione della contrapposizione Stati Uniti e Russia alimenta una rinnovata forma di guerra fredda, la guerra tiepida incentrata sulla rinascita della polarizzazione ideologica. Oramai ciò nutre il contagio globale delle “rivoluzioni” nazional-liberali eterodirette dalla coscienza democratica indottrinata degli USA, per conto della loro legittimità storica radicata nella vittoria finale sul comunismo. Nel suo discorso annuale, molto aggressivo, del 4 dicembre 2014, al parlamento russo, Putin ha denunciato tale pericolosa deriva la cui conseguenza inquietante è l’accelerazione della nascita dell’ideologia neonazista nello spazio post-sovietico, anche in Ucraina. Il 29 gennaio 2015, Mikhail Gorbaciov ha riconosciuto che l’irresponsabilità della strategia degli Stati Uniti ha portato la Russia nella “nuova guerra fredda”. Confessione terribile. Le implicazioni strategiche della falsa rivoluzione di Majdan sono una vera bomba geopolitica a scoppio ritardato.

1782111Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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