La lista degli ospiti alla parata della Vittoria in Cina ha un significato

MK Bhadrakumar Indian Punchline, 26 agosto 20151026067462I Paesi occidentali hanno l’idea sbagliata che se non si concedono a un evento internazionale, perde importanza. E’ sbornia colonialista. Ma poi, la vanità ha dei limiti e c’è anche il fatto che molto denaro è in gioco. Mentre i Paesi occidentali si sminuiscono a vicenda per l’adesione alla Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) della Cina, i “membri fondatori” sono una legione. L’AIIB è istintivamente vista come una cassa libera cinese e alcuna persuasione statunitense potrebbe tenerli lontano dal vaso di miele. Gran Bretagna e Germania detengono poco peso nell’AIIB in confronto all’India, ma sono prone alla spina commerciale derivanti dai programmi d’investimento. Ahimè, non ci sono soldi nelle celebrazioni della Cina per il 70° anniversario della seconda guerra mondiale. Non ci sarà David Cameron alla cerimonia, a Pechino, il 3 settembre. I media occidentali insistono che sia un ‘affronto’, considerando che la Cina dica di non insistere sull’invito, ma lascia gli invitati rispondere da soli. In ogni caso, perché un qualsiasi Paese riterrebbe un ‘affronto’ la Cina che celebra la splendida vittoria sul fascismo? Non ci fu alcun Olocausto nel teatro asiatico, ma l’esercito giapponese predone commise non meno orribil crimini di guerra della Germania nazista. La Cina non era l’aggressore nella seconda guerra mondiale. Non fu versato sangue anglosassone. La partecipazione della Cina prese la forma della lotta di liberazione contro l’imperialismo giapponese. Senza dubbio, l’impatto della seconda guerra mondiale sulla regione asiatica fu storica. Fondamentalmente, la guerra galvanizzò i movimenti nazionali in tutta la regione e l’Asia poté scuotersi dal giogo coloniale, finalmente. Ma in termini geopolitici, il singolo maggiore beneficiario furono gli Stati Uniti. La guerra al Giappone, e l’uso deliberato di armi atomiche, permise agli Stati Uniti di finalmente integrarsi nella regione asiatica ed oggi sostengono di essere un ‘potenza asiatica’. D’altra parte, il maggior perdente fu l’impero inglese poiché il suo declino a potenza di secondo rango iniziò quando pensò che trattenere la colonia indiana non fosse più sostenibile. Naturalmente, l’indipendenza dell’India nel 1947 è attribuibile alla seconda guerra mondiale.
Comunque, le presenze a Pechino la prossima settimana sono interessanti per tre motivi. Primo, la presenza del Presidente russo Vladimir Putin a Pechino il 2-4 settembre afferma, senza ombra di dubbio, che la quasi-alleanza tra le due grandi potenze è sempre più forte e la politica e il sistema internazionale mondiali saranno profondamente influenzati dalla partnership strategica sino-russa. Secondo, l’assenza dei Paesi occidentali alle celebrazioni sottolinea che sono lungi dall’accettare la Cina come partner strategico e, inoltre, al momento critico, il sangue si rivelerà più denso dell’acqua e gli europei doverosamente si schiereranno con gli Stati Uniti in ogni confronto con la Cina. Germania e Gran Bretagna non possono fare a meno del mercato cinese per mantenere a galla le loro economie, ma vedere la Cina come potenza è intrinsecamente contraddittorio nell’ordine mondiale. La loro preoccupazione per l’ascesa della Cina è aggravata dalla consapevolezza acuta del declino dell’occidente dopo un lungo dominio globale dalla Rivoluzione Industriale. Terzo, la presenza della presidentessa sud-coreana Park Geun-hye, nonché l’assenza del Primo ministro giapponese Shinzo Abe e del leader nordcoreano Kim Jong Un, saranno un esempio dei riallineamenti emergenti politici nell’Estremo Oriente. Cina e Corea del Sud si sono avvicinate molto come partner economici, mentre la presenza di Park a Pechino sottolinea le preoccupazioni condivise dai due Paesi sull’avanzata del militarismo nel Giappone di Abe. Significativamente, mettendo da parte le speculazioni, Park ha deciso di partecipare alla parata militare. (Soldati e diplomatici marciano a Tiananmen in Cina). Quanto ad Abe, capisce che l’evento a Pechino della prossima settimana avverte che la Cina ha iniziato inesorabilmente a superare il Giappone quale potenza globale ed è praticamente impossibile invertire tendenza. La conseguente rettifica che il Giappone dovrà fare sarà estremamente dolorosa, perché mai prima nella storia moderna ha dovuto vivere all’ombra della superiore potenza della Cina. Infatti, l’assenza di Kim proclama semplicemente una cosa: Cina e Corea democratica non sono più ‘vicine quanto le labbra ai denti’, richiamando l’attenzione sul carattere mutevole del rapporto tra i due vicini, prevedendo il passaggio difficile da alleanza a partnership contorta. L’affinità ideologica e strette relazioni personali a livello di leadership cedono il passo. In essenza, ciò che rimane è il calcolo per la sicurezza della Cina e la ricerca di una cooperazione pragmatica per far leva politica su Pyongyang.1385285Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’attentato di Bangkok: chi brandisce la scure sulla Thailandia?

Tony Cartalucci, LD 18 agosto 2015

0013729e431911171b9f02L’attentato del 17 agosto 2015 ha ucciso 20 persone e feritone più di 100, è uno dei peggiori attacchi terroristici nella capitale della Thailandia Bangkok. L’attentato ha colpito un santuario religioso frequentato dai turisti asiatici, in particolare cinesi, che ora costituiscono il più grande gruppo di visitatori in Thailandia. E’ evidente che l’attacco è mirato all’economia della Thailandia, e in particolare a un preciso segmento del mercato turistico della Thailandia. I commentatori hanno ammesso che esistono molti altri obiettivi dalla maggiore concentrazione di turisti a Bangkok. I terroristi hanno colpito in particolare il santuario di Erawan, nel centro di Bangkok. per colpire i turisti asiatici della Thailandia. I media occidentali hanno già diffuso teorie su chi abbia effettuato l’attentato, concentrandosi sui separatisti nel sud delle province della Thailandia in rivolta da anni. Molti notano, tuttavia, che la violenza raramente esce da queste province, e non è mai stata di tale scala, in particolare a Bangkok. Il deposto dittatore Thaksin Shinawatra e i suoi sostenitori sono dei possibili sospetti. Mentre i separatisti del sud non hanno mai compiuto violenze a Bangkok, i seguaci di Shinawatra sì, e spesso. Hanno attuato tumulti che uccisero due negozianti nel 2009. Nel 2010 inviarono 300 militanti pesantemente armati nelle strade di Bangkok, innescando scontri a fuoco che causarono quasi 100 morti, culminando negli incendi dolosi della città. Ancora usarono gli stessi terroristi nel 2013-2014 contro le proteste contro il regime di Shinawatra. Quest’ultimo episodio causò 30 morti e centinaia di feriti. Mentre alcun attacco dei seguaci di Shinawatra rivaleggia con l’attentato, il bilancio delle vittime totali e della carneficina causata dai suoi militanti nel 2010 e nel 2013-2014, certamente è superiore. I media stranieri hanno anche ipotizzato che i terroristi dallo Xinjiang o del cosiddetto “Stato islamico” (SIIL) siano potenzialmente coinvolti, forse per il gran numero di turisti cinesi colpiti dall’attentato, e poiché i terroristi dallo Xinjiang furono invitasi dalla NATO in Siria per combattere a fianco del SIIL. Fu già riportato come Stati Uniti ed alleati, che hanno sostenuto il regime di Shinawatra negli ultimi dieci anni, avessero anche legami con i separatisti filo-statunitensi-sauditi nel sud della Thailandia e con i separatisti uiguri filo-statunitensi-turchi in Cina. Con la politica estera statunitense quale denominatore comune dei possibili sospetti, ci si può chiedere: “Perché la Thailandia?” Cosa porta gli Stati Uniti ad agitarela scure contro la Thailandia?

NumberArrivalsbyCountryI peccati capitali della Thailandia
Mentre la Thailandia è percepita come alleata degli Stati Uniti, ciò risale alla guerra fredda ma non alla realtà moderna. Durante la guerra del Vietnam, la Thailandia fu coinvolta nel conflitto regionale e scelse di fare concessioni agli Stati Uniti piuttosto che affrontarli. La Thailandia già ricorse a una strategia simile durante la seconda guerra mondiale per mitigare la guerra con il Giappone a costi provvisori per la sovranità. Tuttavia, recentemente la Thailandia si allontana da Washington, e non solo nelle relazioni USA-Thailandia ma nel contesto delle ambizioni degli Stati Uniti in Asia e in particolare, in relazione ai piani per circondare, contenere ed “integrare” la Cina nell'”ordine internazionale” degli USA. Per comprendere questo passo, vanno chiariti mezzi, motivazioni e opportunità degli Stati Uniti nell’attacco terroristico.

1) La dirigenza della Thailandia ha sempre resistito, eroso ed infine spodestato il regime fantoccio sostenuto dagli Stati Uniti di Thaksin Shinawatra, dopo oltre un decennio di caos politico.
Shinawatra alla fine degli anni ’90 fu consigliere della famigerata società statunitense di private equity Carlyle Group e si presentava come amico personale della dinastia dei Bush. Promise alla sua nomina che avrebbe continuato a servire da “sensale” tra interessi degli Stati Uniti e risorse della Thailandia. Nel 2001 privatizzò beni e infrastrutture della Thailandia, compreso il conglomerato petrolifero nazionale PTT, venduto ad interessi stranieri, tra cui le compagnie petrolifere occidentali Chevron, Exxon e Shell. Nel 2003 Shinawatra avrebbe inviato truppe thailandesi per l’invasione dell’Iraq, nonostante le diffuse proteste di militari e pubblico tailandesi. Shinawatra inoltre permise alla CIA di utilizzare la Thailandia per il suo aberrante programma di estradizioni. Nel 2004 Shinawatra tentò d’imporre l’Accordo di libero scambio (ALS) US-Thailandia senza l’approvazione del Parlamento, ma con il sostegno del Business Council USA-ASEAN, e poco prima delle elezioni del 2011, che vide la sorella Yingluck Shinawatra andare al potere, ospitò i capi delle sue “camicia rosse” del “Fronte Unito per la Democrazia contro la Dittatura” (UDD) a Washington DC. Dal colpo di stato del 2006 contro il suo regime, Shinawatra fu rappresentato dalle élite aziendali-finanziarie degli USA attraverso propri lobbisti come Kenneth Adelman della Edelman PR (Freedom House, International Crisis Group, PNAC), James Baker della Baker Botts (CFR, Carlyle Group), Robert Blackwill (CFR) della Barbour Griffith & Rogers (BGR), Kobre & Kim, Bell Pottinger (qui) e Robert Amsterdam della Amsterdam & Partners (Chatham House). Dal 2006 ad oggi, gli ambienti politici e mediatici occidentali favoriscono continuamente Shinawatra e i suoi ascari politici, come Freedom House e la sua organizzazione ombrello, il National Endowment for Democracy (NED), per finanziare organizzazioni non governative (ONG) e accademici tailandesi sostenitori di Shinawatra e fomentare una continua sovversione politico-sociale contro la dirigenza della Thailandia. Recentemente, con la nomina di Glyn Davies ad ambasciatore degli Stati Uniti in Thailandia, laureato al War College sull’uso della forza non militare per rovesciare l’ordine socio-politico di una nazione presa di mira, gli USA s’impegnano ancora ad installare Shinawara al potere.

2) La dirigenza della Thailandia, dopo l’estromissione di Shinawatra, persegue la propria politica estera, e in particolare l’allineamento con la Cina.
Dal colpo di stato del 2006 che mandò in esilio Shinawatra, e il colpo di Stato del 2014 che finalmente iniziava il processo di sradicamento totale della sua rete politica, la Thailandia si è sempre più allontanata dal “Secolo del Pacifico americano” e avvicinata alla Cina in ascesa. Nella cooperazione militare, la Thailandia ha invitato la Cina a partecipare per la prima volta alle esercitazioni militari annuali Gold Cobra. Una volta mera esercitazione congiunta statunitense- tailandese, negli anni s’è evoluta riflettendo il cambio della politica estera della Thailandia, includendo la Cina ed indicando il riconoscimento di Bangkok della crescente influenza regionale di Pechino. E mentre la Thailandia è spesso accusata di avere un arsenale di sole armi statunitensi, la maggior parte è antiquata come gli obsolescenti carri armati M60. Prima del golpe della NATO in Ucraina, la Thailandia cercò di acquistare carri armati T-84 da Kiev. Possiede anche quasi 400 trasporto truppe corazzati Tipo 85 cinesi e oltre 200 veicoli da trasporto truppe blindati BTR-3 ucraini, per integrare gli obsolescenti M113 di fabbricazione statunitense. Forse la cosa più importante è l’intenzione della Thailandia di procurarsi una flottiglia di sottomarini d’attacco diesel-elettrici cinesi Tipo 039A. Defense News nell’articolo ‘Thai Chinese Sub Buy Challenges US Pivot” afferma: “La mossa della Thailandia d’acquistare sottomarini cinesi ha esacerbato le tensioni con gli Stati Uniti e rappresenta una sfida al “pivot” di Washington sul Pacifico. La giunta militare, che dichiarò il colpo di Stato nel maggio 2014 e creato il Consiglio Nazionale per la Pace e l’Ordine, potrebbe volgersi alla Cina per sostegno e cooperazione politica e militare, dicono gli analisti. Il Consiglio dei Ministri della giunta ha approvato l’acquisto di tre sottomarini d’attacco Tipo 039A (Yuan) ai primi di luglio”. E ‘chiaro che la Thailandia esce gradualmente dall’egemonia statunitense, dopo anni, con la cacciata di Thaksin Shinawatra e del suo regime, rafforzando i legami con la Cina, creando una disperazione quasi palpabile all’egemonia statunitense in Asia.

3) La dirigenza della Thailandia si rifiuta di prendere parte alla strategia della tensione degli USA sul Mar Cinese Meridionale.
Il “perno sull’Asia” degli USA era volto a creare conflitti sul Mar Cinese Meridionale tra Pechino e le nazioni del sud-est asiatico. Creando la crisi nel sud-est asiatico che non si può risolvere, gli Stati Uniti pensavano di accentuarne la dipendenza militare e politica dall’occidente. Nazioni come Giappone e Filippine hanno deciso di entrare in tale conflitto, spendendosi politicamente, militarmente ed economicamente per affrontare e contenere la Cina, mantenendo l’egemonia regionale degli USA. Altre nazioni come Vietnam, Malesia e Indonesia si sono affacciate sul conflitto, ma spesso con atteggiamento molto più equilibrato tra Pechino e Washington. La Thailandia ha tentato di evitare il conflitto. The Nation nell’articolo, “La Thailandia cammina sul filo del rasoio sul Mar Cinese Meridionale”, riferisce: “La visita dei vertici militari tailandesi in Cina, la prima in 15 anni, ha inviato un messaggio forte agli Stati Uniti e alla regione, alla Cambogia in particolare, che le difese di Thailandia e Cina hanno legami solidi come la roccia e non devono essere oggetto di speculazioni”. In sostanza, la Thailandia agisce d’urto nell’ASEAN per impedirle di adottare un atteggiamento aggressivo verso la Cina sulle tensioni nel Mar Cinese Meridionale. Ciò ha costretto i fantocci degli USA ad agire più unilateralmente verso la Cina, piuttosto che tramite l’ASEAN quale la facciata degli USA, come sostenuto per decenni presso l’immaginario collettivo dai documenti politici degli Stati Uniti.

Thailandia: una falla sulla Grande Muraglia degli USA nell’ASEAN
thediplomat_2015-02-06_16-08-01 Dalla guerra del Vietnam è chiaro che la politica estera statunitense in Asia è incernierata su contenimento dell’ascesa della Cina e sua “integrazione” nell'”ordine internazionale” che i politici statunitensi ammettono creato dall’occidente per l’occidente. Come svelato dai “Pentagon Papers” ciò fu deciso inequivocabilmente, ponendo le basi di decenni di politica estera. I documenti contenevano tre citazioni importanti riguardo ciò; il prima affermava: “...la decisione di bombardare a febbraio il Vietnam del Nord e l’approvazione a luglio della Prima fase d’implementazione, hanno senso solo se a favore della lunga politica degli Stati Uniti per contenere la Cina”. E sosteneva anche: “La Cina, come la Germania nel 1917, come la Germania in occidente e il Giappone in Oriente alla fine degli anni ’30, e come l’URSS nel 1947, si profila come grande potenza che minaccia di minare la nostra importanza ed efficacia nel mondo e, più lontano ma più minacciosamente, di organizzare l’Asia contro di noi”. Infine, si delinea l’immenso teatro regionale che gli Stati Uniti ingaggiano contro la Cina, al momento, affermando: “... ci sono tre fronti dello sforzo a lungo termine per contenere la Cina (rendendosi conto che l’URSS “contiene” la Cina a nord e nord-ovest): a) il fronte Giappone-Corea; b) il fronte India-Pakistan; e c) il fronte del Sud-Est asiatico. La cospirazione per circondare e contenere la Cina nata dai Pentagon Papers del 1967 fu ribadita per decenni da vari successivi documenti politici degli Stati Uniti. Nel 1997, il politico statunitense Robert Kagan, co-autore di molteplici piani di guerra che caratterizzano le aggressioni degli Stati Uniti, scrisse sul Weekly Standard l’articolo “Ciò che la Cina sa di quello che facciamo: il caso della nuova strategia del contenimento”. Qui Kagan rivela che gli Stati Uniti continuano la strategia del contenimento della Cina e afferma: “L’attuale ordine mondiale risponde alle esigenze di Stati Uniti ed alleati per cui è costruito. Ed è poco adatto alle esigenze della dittatura cinese che cerca di mantenere il potere nel Paese e aumentare l’influenza all’estero. I leader cinesi erodono vincoli e si preoccupano di cambiare le regole del sistema internazionale prima che il sistema internazionale cambi loro”. Continua spiegando come i cinesi percepiscono, correttamente, gli USA usare il sud-est asiatico come fronte unito contro Pechino: “Ma i cinesi capiscono benissimo gli interessi degli Stati Uniti, forse meglio di noi. Mentre accolgono la presenza degli Stati Uniti controllando il Giappone, la nazione che temono di più, si vede chiaramente che gli sforzi militari e diplomatici statunitensi nella regione limitano fortemente la loro capacità di diventare l’egemone della regione. Secondo Thomas J. Christensen, che ha trascorso diversi mesi intervistando analisti governativi civili e militari cinesi, i leader cinesi temono che essi “appaiano il Gulliver ai lillipuziani del Sud-Est asiatico, con gli Stati Uniti che forniscono corda e paletti”. Infatti, gli Stati Uniti bloccano le ambizioni cinesi semplicemente sostenendo ciò che ci piace chiamare “norme internazionali” di comportamento. Christensen sottolinea che i pensatori strategici cinesi considerano “le denunce delle violazioni della Cina delle norme internazionali” parte di “una strategia integrata occidentale, guidata da Washington, per impedire alla Cina di diventare una grande potenza”. Kagan rappresentava più semplicemente le proprie osservazioni. La politica del contenimento della Cina proiettando potenza e influenza statunitense alla periferia della Cina, in Pakistan, India, Myanmar, Thailandia, Malesia, Filippine, Giappone e Corea , è un tema ricorrente nel “Filo di perle: la sfida della potenza in ascesa cinese sulle coste asiatiche“, nel 2006 pubblicato dal Strategic Studies Institute, che presenta una mappa che indica il “Filo di perle” della Cina, un corridoio geostrategico che gli Stati Uniti dovrebbero spezzare per controllare lo sviluppo della Cina.
Al di là della Thailandia, la sovversione politica e il terrorismo a bassa intensità finanziati dal dipartimento di Stato USA appare in tutto il corridoio, con i fronti finanziati dalla NED e loro propaggini terroristiche che tentano di bloccare il Porto di Gwadar della Cina nel Baluchistan, in Pakistan; i sostenitori di Aung San Suu Kyi finanziati dalla NED in Myanmar, tentando di rovesciare il governo filo-cinese; i tumulti istigati della NED a Bersih in Malesia e dal loro capo Anwar Ibrahim; nel Mar Cinese Meridionale dove il Comando del Pacifico degli Stati Uniti agita le relazioni regionali. L’ultima affermazione dei piani degli Stati Uniti contro la Cina si presenta sotto forma di documento del suddetto Robert Blackwill, amministratore dell’era Bush e lobbista di Thaksin Shinawatra. Nell’articolo per CFR intitolato “Revisione della grande strategia degli USA verso la Cina”, si afferma: “Poiché lo sforzo statunitense d”integrare’ la Cina nell’ordine liberale internazionale ha ormai generato nuove minacce al primato USA in Asia, che potrebbero tradursi in una sfida conseguente al potere statunitense globale, Washington ha bisogno di una nuova grande strategia nei confronti della Cina, incentrata su bilanciamento del crescente potere cinese, piuttosto che continuare ad assistere all’ascesa”. Non è un caso che negli Stati Uniti i politici incaricati di elaborare le strategie del contenimento della Cina siano anche “lobbisti” dei regimi clienti degli Stati Uniti nel sud-est asiatico, per facilitare l’attuazione di tale “grande strategia”.

L’attentato in Thailandia nell’ambio del grande confronto
Così, l’attentato a Bangkok, se effettuato dal regime filo-USA di Shinawatra, dai terroristi filo-statunitensi-sauditi del sud o dai terroristi che gli Stati Uniti importano da Cecenia, Medio Oriente o Xinjiang, dove gli Stati Uniti attualmente cercano di fomentare l’ennesima insurrezione armata, è un atto di coercizione per allontanare la Thailandia dalla propria politica estera e di nuovo sottomettersi alla politica estera statunitense. In termini di cooperazione militare, economico e commerciale e legami politici, la Thailandia non è l’unica nazione che tenta di sfuggire all’egemonia statunitense. Malaysia e Myanmar hanno combattuto battaglie molto visibili contro i fantocci degli Stati Uniti. Se uno o più di questi Stati si sottrarrà completamente, si creerà un effetto a cascata che abbatterà la “Grande Muraglia dell’ASEAN” degli USA. I BRICS, alleanza geopolitica a favore dell’emergere di un mondo multipolare, devono riconoscere la lotta dell’ASEAN per uscire dall’egemonia occidentale e assisterla anche solo attraverso i media, denunciando i legami tra Stati Uniti e varie fazioni politiche regionali, e i legami tra Stati Uniti, loro alleati ed organizzazioni terroristiche regionali usate quando organizzare proteste è impossibile. Affinché l’ASEAN si affermi, deve resistere alla tentazione di capitolare al terrorismo e deve sostenere le nazioni vicine nel tentativo di preservare la sovranità nazionale. E’ chiaro chi cerca di “brandire la scure” sulla Thailandia. L’unica domanda che rimane è quanto sia grande e quante volte si abbatterà sulla Thailandia prima che coloro che l’agitano ne siano disarmati.o-MAP-570Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo sviluppo navale cinese

Alessandro Lattanzio, 12/8/2015pix3_082214La Cina è il più grande cantiere navale del mondo, superando Giappone e Corea del Sud. I cantieri navali del gruppo Cosco, i più grandi della Cina, hanno aumentato la capacità di produzione. A Dalian è stato costruito il più grande bacino di carenaggio del mondo, per le Large Crude Carriers (VLCC), le superpetroliere. Sempre nel 2005, il Ministero dei Trasporti della Cina dichiarava che il Paese aveva bisogno di una flotta di VLCC per trasportare oltre il 50% del fabbisogno energetico nazionale, comportando il raddoppio della flotta di VLCC cinesi entro la metà di questo decennio. La Marina dell’EPL dispone di 876 imbarcazioni di cui 78 grandi navi di superficie, 55 navi d’assalto anfibio e 71 sottomarini. La modernizzazione navale prevede la costruzione di piattaforme, sistemi d’arma, infrastrutture e dei software per gestirli. Dalla metà degli anni ’90, la Marina cinese ha acquisito 12 sottomarini d’attacco SSK Proekt 877E classe Kilo dalla Russia, oltre ad aver costruito 23 sottomarini delle classi Song e Yuan tra il 1995 e il 2007. Negli ultimi dieci anni sono stati acquisiti 4 cacciatorpediniere russi della classe Sovremennij, cinque classi di cacciatorpediniere e quattro di fregate nazionali, oltre a grandi navi d’assalto anfibio e a rifornitori di squadra, e sviluppato le capacità C4ISR (comando, controllo, comunicazioni, computer, intelligence, sorveglianza e ricognizione) della Marina. Secondo il Contrammiraglio dell’US Navy Michael McDevitt, entro il 2020 la Marina dell’EPL disporrà di 2 portaerei, 20-22 cacciatorpediniere AEGIS e 6-7 sottomarini d’attacco nucleari. Sebbene a Cina sia ancora notevolmente indietro rispetto l’US Navy, le sue capacità comincia ad avere conseguenze significative per gli Stati Uniti, sempre secondo McDevitt. Entro il 2020, la presenza di navi da guerra cinese nell’oceano indiano e nel Mediterraneo sarà sistematica, e gli Stati Uniti divenire sempre più nervosi. Tanto più che che entrava in servizio il nuovo aereo anti-sommergibile cinese Y-8Q, dotato del rilevatore di anomalie magnetiche (MAD) più grande del mondo, facendone un temibile cacciatore di sottomarini. L’aereo anti-som Y-8Q è un quadriturbina equipaggiato con missili antinave aerolanciati, mine, siluri e boe sonora. L’aereo ha un’autonomia di 5000 km e può trasportare oltre dieci tonnellate di armamenti. L’aereo potrebbe servire come centro di comando per i sottomarini senza equipaggio (UUV), come il robot sottomarino Haiyan che può immergersi fino a 1500 metri di profondità ed operare fino a 1000 chilometri di distanza, ma la caratteristica distintiva dell’Y-8Q è il rilevatore di anomalie magnetiche (MAD) di sette metri di lunghezza, che rileva la firma magnetica degli scafi metallici dei sottomarini nemici; forse il più grande del suo genere. Con tale velivolo la Marina dell’EPL ha un’arma assai efficace contro i sottomarini nemici. Ed inoltre, la Cina assemblava l’AG600 Jiaolong, l’aereo anfibio più grande del mondo, presso Zhuhai, nella provincia del Guangdong. Il velivolo è quadriturbina dotato di motori WJ-6, dal peso al decollo di 60 tonnellate, capace di trasportare 50 persone e con un’autonomia di 5500 km. L’AG600 verrebbe utilizzato per operare sulle nuove isole artificiali che i cinesi costruiscono nel Mar cinese meridionale. Queste isole sarebbero le basi per i pattugliamenti marittimi dell’AG600 sui territori reclamati.
1356952284_64112 La Cina crea la sua Blue Water Navy per operare oltre la “prima catena di isole”, ovvero Curili, Giappone, Ryukyu, Taiwan, Filippine e Indonesia. La “seconda catena di isole” va dalle Aleutine a Bonin, Marianne, Caroline ed Indonesia. Le due linee si estendono a 1800 miglia nautiche dalle coste della Cina. Liberare dal dominio statunitense queste aree è l’obiettivo ultimo della strategia marittima cinese. Una strategia che emula quella dell’URSS delle linee difensive marittime parallele, situate a varie distanze dalle coste e volte a negare l’accesso marittimo agli Stati Uniti. La prima linea è costituita da navi, aerei e satelliti di sorveglianza, la seconda dai bombardieri a lungo raggio e la terza dai sottomarini. L’ammiraglio cinese Liu propose l’approccio “delle tre catene di isole” nel 1988, secondo cui la Cina doveva stabilire una presenza permanente sulla prima “catena di isole”, compreso il Mare Cinese Meridionale. Per il 2025 dovrebbe stabilire una presenza simile sulla seconda “catena di isole”, dalle Aleutine alle isole Marianne, Papua Nuova Guinea e sullo Stretto di Malacca, dove passa oltre il 75 per cento del petrolio che riceve. Entro il 2050 la portata si estenderebbe sulla terza “catena di isole”, dalle Aleutine all’Antartide. E nel quadro di questa strategia, i cinesi si preparavano a schierare sottomarini lanciamissili balistici (SSBN) classe Jin nel nord dell’Oceano Pacifico. Gli SSBN Tipo 094 Classe Jin sono dotati di missili balistici intercontinentali JL-2 dalla gittata di 14000 km e dotati di una o più testate nucleari. “Con il missile balistico sublanciato (SLBM) JL-2, i Jin possono colpire Hawaii, Alaska, Guam e le regioni occidentali degli USA dalle acque dell’Asia orientale“, affermava l’ufficiale dell’Office of Naval Intelligence Jesse Karotkin. I sottomarini a propulsione nucleare Tipo 094 Classe Jin dislocano 11000 tonnellate ed attualmente ce ne sono 3 in servizio nella Marina dell’EPL. Secondo Karotkin, “All’alba del 21.mo secolo, la Marina dell’EPL era una forza litoranea. Sebbene gli interessi marittimi della Cina siano rapidamente cambiati, la stragrande maggioranza delle piattaforme navali hanno molto limitate capacità e resistenza, soprattutto negli oceani. Negli ultimi 15 anni la Marina cinese realizza un ambizioso piano di modernizzazione per una forza tecnologicamente più avanzata e flessibile. Questa trasformazione è evidente non solo con la presenza della Marina cinese nel golfo di Aden per combattere la pirateria, giunta ala sesta missione, ma anche nelle operazioni regionali più avanzate e nelle esercitazioni della Marina. In contrasto alla ristretta potenza di fuoco di una decina di anni fa, la Marina cinese evolve per soddisfare un’ampia gamma di missioni tra cui il conflitto con Taiwan, rafforzamento delle pretese marittime, tutela degli interessi economici, e missioni anti-pirateria e umanitarie“.
Chinese_Kilo_in_service_1 Il “passaggio della Cina sugli oceani è ostacolato da due catene di isole. La postura geostrategica marittima della Cina è stretta in una condizione di semi-chiusura. Da una prospettiva geostrategica, il cuore della Cina si affaccia sul mare, i benefici dello sviluppo economico sono sempre più dipendenti dal mare, da cui proviene anche la sicurezza“. La soluzione è sviluppare la potenza navale oceanica “rafforzando la difesa strategica oceanica e sviluppando le capacità di operazioni d’attacco sulle linee esterne“. Quindi, la Cina si volge a proteggere le rotte commerciali e le comunicazioni marittime lungo le proprie coste, come il Mar Cinese Meridionale. La Cina dichiarò la volontà di usare la forza per sostenere i propri interessi marittimi e nel 1976 le sue forze navali occuparono le isole Paracel, e nel 1988 si scontrarono con i vietnamiti per le isole Spratly. Nel 1995 presero Mischief Reef e la fortificarono nel 1998. La Cina quindi segue le teorie dell’ammiraglio A. T. Mahan, stabilendo basi avanzate, estendendo il perimetro difensivo marittimo esterno e rafforzando il controllo su rotte commerciali e Stretto di Malacca. Per la Cina, i Mari cinesi Orientale e Meridionale sono d’importanza strategica, vedendoli contigui agli oceani. Per dominarli, la Marina cinese deve operarvi liberamente. Così la Cina vi dedica risorse. Ciò impone alla Cina l’obbligo di concentrarsi sul contesto regionale, dato che le rotte passano relativamente vicine a Vietnam, Giappone, Taiwan, Filippine, per lo Stretto di Malacca e presso Taiwan, la cui posizione geografica permette di contrastare la proiezione di potenza marittima della Madrepatria. L’analista cinese Lin Zhibo riassunse nel 1996 la situazione: “Militarmente, Taiwan è una risorsa che gli Stati Uniti potrebbero utilizzare nel Pacifico occidentale. L’uso di Taiwan potrebbe consentire un controllo efficace delle linee marittime tra Asia nord-orientale e sud-orientale e Medio Oriente…. Così gli USA vedono in Taiwan “una portaerei inaffondabile”, dandogli il massimo controllo sui Mari Cinesi Orientale e Meridionale”. Per superare tale stallo, la Cina deve avere una flotta oceanica, spiegandone il massiccio programma navale. Inoltre, Pechino rivolgere l’attenzione all’Oceano Indiano, poiché vi transitano le principali rotte energetiche e commerciali per la Cina.
La costruzione della base per le portaerei della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione della Cina sull’isola di Hainan, che non a caso si affaccia sul cruciale Mar Cinese Meridionale, è stata completata nel novembre 2014. La base può ospitare due portaerei, essendo larga 120 metri e lunga 700 metri. La base dell’US Navy a Yokosuka in Giappone, è lunga solo 400 metri. La costruzione della base iniziò nel 2011, ed è contigua con la base di Yulin che ospita i sottomarini a propulsione nucleare cinesi. Assieme le due basi costituiscono il più grande centro multiruolo della Marina dell’EPL. Nell’ottobre 2012, il Terzo Direttorato dello Stato Maggiore dell’EPL, responsabile per la scienza, la tecnologia e l’intelligence, costruì tre cupole blu di una stazione di sorveglianza elettronica sulla collina che domina la base. Ad ovest della collina, a circa 8 km dalla base, vi sono altre due grandi cupole azzurre per la sorveglianza elettronica. Nell’ottobre 2013 iniziò la costruzione del molo per le due portaerei. Un altro molo, per far attraccare altre due portaerei, è in costruzione da metà 2014. Al centro del molo per le portaerei vi è un edificio con 6 antenne, probabilmente per coordinare i movimenti delle navi. La prima portaerei di costruzione nazionale della Cina è stata impostata nel cantiere navale di Dalian due anni fa. Quando la base sarà completata, disporrà anche di una rete da difesa aerea regionale. Secondo Konstantin Sivkov, analista della difesa russo, la Cina ha integrato a bordo della portaerei Liaoning, prima portaerei cinese, sistemi nazionali come il radar di ricerca Tipo 382 A Sea Eagle S/C che permette d’inseguire 10 bersagli aerei simultaneamente fino a 400km di distanza. Inoltre la nave è dotata di quattro radar a scansione elettronica attiva dalla portata di 500-600 km, che conferiscono alla Liaoning una capacità di difesa aerea simile a quella dei caccia AEGIS statunitensi classe Arleigh Burke. Le difese antiaeree attive della nave comprendono quattro sistemi d’arma Tipo 1130 e quattro sistemi antiaerei FL-3000N (4 lanciatori a 18 cellule in grado di sparare 72 missili). Il sistema di guida dei missili di questi ultimi combina puntamento a radiofrequenza e ad infrarossi passivo (IMIR) del tipo lancia e dimentica. La portaerei può seguire bersagli subacquei fino a 80 km. La portaerei cinese può trasportare 40 caccia J-15 Flying Shark (versione cinese del Sukhoj Su-33) e 20 elicotteri Ka-27/28. Può far decollare 16 velivoli in sequenza. Il 1.mo gruppo portaerei della Cina è dotato di 4/5 cacciatorpediniere Tpo 051C, Tipo 052D o Classe Sovremennij, e di diverse fregate Tipo 054A. I sistemi d’arma della Liaoning comprendono anche il missile antinave YJ-83K. La seconda portaerei, che sarà completata nel 2018, è in costruzione nei cantieri di Dalian, dove sono stati costruiti anche 2 avanzati cacciatorpediniere Tipo 052D. La Cina dovrebbe costruire quattro portaerei entro il 2030. Nel frattempo la Marina cinese riceve le nuove corvette Tipo 056 Classe Jiangdao, costruite presso il cantiere navale di Hudong a Shanghai. Le corvette Tipo 056 sono navi stealth dotate di sensori e sistemi d’arma moderni, tra cui un cannone da 76mm, 6 tubi lanciasiluri e 4 lanciamissili antinave. La nave è anche dotata di un hangar per le operazioni antisom con un elicottero Z-9C. Progettate e costruite dalla China State Shipbuilding Corporation (CSSC), le corvette Tipo 056 saranno la spina dorsale della Marina dell’EPL, con una classe composta da oltre 30 esemplari.
Type 052D Luyang IIIUn nuovo veicolo Transporter Erector Launcher (TEL) cinese, il più grande veicolo cinese per il trasporto e il lancio di missili superficie-aria, da crociera e balistici, è stato recentemente avvistato. Il veicolo appare simile ai TEL precedenti tranne che è “molto, molto più grande”, secondo Popular Science. “C’è una sezione estesa dal primo al secondo asse che probabilmente contiene mezzi supplementari per lancio e correzioni in volo di missili. Inoltre, ha una cupola di comunicazioni via satellite suggerendo una maggiore larghezza di banda per i collegamenti dati necessari per guidare il missile“. Mentre il veicolo standard trasporta tre missili, il nuovo TEL ne trasporta solo due, suggerendo un missile molto più grande e lungo. Il nuovo TEL trasporterebbe il missile antinave YJ-18, versione cinese del missile da crociera russo Klub, dalla gittata di 540 km e che raggiunge una velocità di Mach 3 negli ultimi 50 chilometri di volo, oppure il nuovo missile superficie-aria antibalistico HQ-26 o ancora un altro grande missile da crociera supersonico. Il nuovo missile supersonico cinese YJ-18 fa parte dei missili di nuova generazione cinesi. Il YJ-18 può essere lanciato verticalmente da navi di superficie o da sottomarini. Un altro missile da crociera supersonico, YJ-12, compare nell’arsenale della Cina. Il dipartimento della Difesa USA definisce il YJ-18 un “passo significativo” e “miglioramento drammatico” dell’attuale arsenale della Cina, dato che la gittata del YJ-18, come detto di 540km, quadruplica la gittata dei missili a bordo di navi e sottomarini della Marina dell’EPL. La Cina ebbe accesso immediato al sistema missilistico russo Klub quanto importò i sottomarini convenzionali (SSK) Proekt 636 Classe Kilo un decennio fa. Il Klub vola alla velocità subsonica di 0,8 Mach per circa 180 km, ma a 20 km dal bersaglio passa alla velocità supersonica di Mach 2,5 o Mach 3. La “doppia velocità” permette al sistema d’arma di avere sia la gittata dei missili da crociera subsonica, relativamente lunga, e un peso ridotto, ma anche il vantaggio di comprimere drasticamente i tempi di reazione del nemico, passando in modalità supersonica. Il YJ-18 quindi è la versione “digitalizzata, automatizzata e con avanzati sistemi di controllo del volo e di navigazione” del missile Klub. I missili YJ-18, sostituendo i precedenti missili YJ-82 presso la flotta della Marina dell’EPL e congiuntamente allo sviluppo dei missili antinave ed antiaerei delle navi di superficie, e di quelli aerolanciati, contribuirà a “creare un sistema di attacco completo e di maggiore potenza”. Per la Cina, il missile YJ-18 può svolgere un ruolo simile a quello che simili armi russe svolgono imponendo la netta superiorità militare russa sul Mar Nero. La Cina lavora, inoltre, sul missile subsonico da crociera a lungo raggio YJ-100 e su quello supersonico Chaoxun-1 (CX-1). Il missile supersonico YJ-12 raggiunge la velocità di Mach 3 ed ha una gittata di 300 km. Il missile subsonico YJ-100 invece ha una gittata di 800 km. Infine, il CX-1 è un missile a due stadi dalla gittata di 280 chilometri e con una testata di 260 kg. Il missile ha anche una probabilità di errore circolare di 20 metri e una velocità di Mach 2,8/Mach 3. Saranno prodotte due varianti: il CX-1A navale e il CX-1B lanciato da autoveicoli a terra.
I cantieri navali cinesi hanno completato almeno 6 sottomarini a propulsione nucleare dotati di missili antinave a lancio verticale. Si tratta dei sottomarini Type 093G, progettati per lanciare il missile YJ-18. Un nuovo sottomarino Tipo 095 è attualmente in fase di sviluppo. Il viceammiraglio dell’US Navy Joseph Mulloy aveva detto che la Cina aveva superato gli Stati Uniti per numero di sottomarini. “Non sono dello stesso livello, ma le loro forze sottomarine crescono ad un ritmo tremendo. Ora hanno più sottomarini d’attacco diesel e nucleari di noi. Producono sottomarini abbastanza sorprendenti che impiegano operativamente“. Gli USA sono preoccupati dalla “Cina che persegue progettazione e produzione congiunta di 4-6 sottomarini d’attacco diesel-elettrici avanzati dotati delle più recenti tecnologie sonar, propulsione e silenziosità russe. L’accordo dovrebbe migliorare le capacità della Marina dell’EPL e sostenerne lo sviluppo di sottomarini silenziosi, complicando i futuri sforzi degli Stati Uniti per monitorare e contrastare i sottomarini della Marina dell’EPL“. Inoltre, la capacità di attacco aeronavale della Cina è aumentata negli ultimi anni di dieci volte, “La costruzione della forza d’attacco aerea marittima di seconda generazione permetterà alla Cina di controllare efficacemente le vicine zone marittime e le rotte commerciali…” Inoltre, la Seconda Artiglieria cinese acquisisce sempre più la capacità di distruggere le basi aeree statunitensi, come Kadena in Giappone, con un’ondata di missili di teatro nella prima fase del conflitto, e ciò lascerebbe alle forze aeree della Cina mano libera nell’imporre la superiorità aerea regionale, potendo eliminare dalle zone marittime prossime i gruppi di portaerei degli Stati Uniti e altri gruppi navali di superficie nemici.

r-20100518-2Fonti:
Defencyclopedia
National Interest
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RussiaToday
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SCMP
Sputnik
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Want China Times
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Mar Cinese Meridionale e geopolitica delle Isole

Leonid Savin Strategic Culture Foundation 31/07/2015Johnson-South-reef-China-reclamation-South-China-SeaIl 22 luglio, la stampa cinese riferiva che l’Esercito di Liberazione del popolo cinese conduceva per dieci giorni manovre al largo dell’isola di Hainan nel Mar Cinese Meridionale. L’amministrazione per la sicurezza marittima della Cina affermava che durante le esercitazioni, “alcuna nave può entrare nelle zone marittime designate”. Commentando l’evento, Xu Liping, esperto di questioni del sud-est asiatico presso l’Accademia delle scienze sociali cinese, ha osservato che la Cina esegue le esercitazioni legittimamente nel proprio territorio e che non “hanno niente a che vedere con le tensioni nel Mar Cinese Meridionale… Si tratta di normale esercizio della sovranità. La Cina vuole modernizzare la flotta per assicurarsi la protezione delle proprie isole e rotte”. Poco prima delle manovre il nuovo comandante della Flotta del Pacifico degli Stati Uniti, Ammiraglio Scott Swift, compì un volo di sorveglianza di sette ore sul Mar Cinese Meridionale. Il 20 luglio il Ministero della Difesa cinese espresse contrarietà alle frequenti missioni di sorveglianza degli USA ritenute troppo vicine ai confini della Cina, minando seriamente la fiducia sino-statunitense. Il vecchio dibattito sul possesso delle isole della regione è diventato ancora un tema caldo su numerose pubblicazioni politiche, soprattutto negli Stati Uniti. Perché il soggetto, sensibile per molti Paesi del Sudest asiatico, agita attivamente ancora una volta la situazione, infiammandola soprattutto attraverso la presenza militare di un Paese a migliaia di chilometri di distanza? Gli Stati Uniti effettuavano una serie di esercitazioni navali nella regione nel 2015 e intendono svolgerne molte altre. L’“asse sul Pacifico” di Obama, che ha portato alla riassegnazione nella regione di una parte significativa di Marina, Corpo dei marines e Aeronautica degli Stati Uniti, stanziandola nelle basi dei Paesi alleati di Washington, è anche direttamente collegato alla strategia marittima della Cina e alla creazione di avamposti logistici su scogliere brulle e isolotti rocciosi. Nell’aprile 2015, Pechino completava con successo la costruzione di infrastrutture su un’isola artificiale nelle Spratly, quindi praticamente designava la zona precedentemente inabitabile di sua sovranità. La Cina ha dichiarato il diritto su queste isole con un indirizzo ufficiale al Segretario Generale delle Nazioni Unite, nel maggio del 2009, e le sue intenzioni sono evidenti. Con la sua economia in crescita e l’aumento di energia e materie prime che attraversano lo Stretto di Malacca, Pechino deve creare roccaforti marittime per assicurarsi contro possibili rischi. La strategia del “filo di perle”, indicato anche come l’alternativa marittima della Grande Via della Seta, ha lo scopo di risolvere il problema ripetendo l’esperienza storica di molti altri Paesi, tra cui Gran Bretagna e Stati Uniti. Sulla questione della proprietà delle isole, Pechino insieme ad altri attori regionali si è avvalsa dell’antica legge della Terra Incognita nell’assimilazione di questi territori.
0_90d1c_a4f3a636_orig Sulla barriera Gaven, per esempio, un isola è letteralmente spuntata dall’acqua nell’ultimo anno e mezzo. Moderne infrastrutture che rispondono alle esigenze logistiche di un grande Paese come la Cina sono apparse anche su altre barriere coralline. Tuttavia, è evidente che gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di permettere alla Cina di rafforzare le proprie roccaforti e si preparano ad opporvisi con la forza militare. Questo dovrebbe coinvolgere non solo US Navy e US Air Force (secondo la strategia su una possibile guerra contro la Cina chiamata “Battaglia Aero-Navale”), ma anche l’US Army. Nelle linee guida per la strategia dell’esercito degli Stati Uniti in Asia 2030-2040, pubblicata nel 2014 dalla RAND Corporation, si dice che la strategia militare statunitense dovrebbe mirare al contenimento globale della Cina, anche coinvolgendo partner regionali degli USA. Il Pentagono ha tracciato la Southeast Asia Maritime Security Initiative, con cui prevede di spendere 425 milioni di dollari. Washington inoltre incoraggia lo sviluppo delle relazioni bilaterali tra i suoi satelliti in opposizione alla Cina. Un esempio è la dichiarazione comune e una serie di altri documenti firmati tra Filippine e Giappone il 4 giugno 2015, riflettendo non solo l’intenzione di unire le forze di fronte alle nuove sfide, ma anche di aiutare gli Stati Uniti in ogni modo possibile, compreso l’accesso alle loro basi e una sicurezza appropriata. Alcuni esperti ritengono che gli Stati Uniti siano deboli e agiscano in modo reattivo, mentre la Cina usa la finestra di opportunità, presumibilmente comportandosi aggressivamente seguendo una politica espansionista. Chiedono agli Stati Uniti di reclutare Giappone, Indonesia, Australia e India contro la Cina. Anche se non hanno nulla a che fare con le dispute nel Mar Cinese Meridionale, circondano la regione dall’esterno e sono i principali attori in proprio. Il Pentagono aumenta la propria presenza sul territorio di tutti i partner della regione: Singapore, Australia, Corea del Sud, Giappone, Filippine, Indonesia, Taiwan e Guam (c’è anche una base inglese nel Brunei). I fatti dimostrano tuttavia che la Cina è solo un capro espiatorio, un ruolo datogli con l’aiuto dei media occidentali e di tutto il mondo. Secondo una pubblicazione specializzata in relazioni internazionali nella regione Asia-Pacifico, la Cina è ben lungi dall’essere l’unico Paese che ha unilateralmente imposto la sovranità sulle isole Spratly. Il Vietnam ne occupa 21, cinque delle quali sono naturali, e il resto sono scogli o banchi di sabbia. Di questi, 17 hanno status territoriale. Sud Cay fu occupata dalle Filippine nel 1975 che ora ne possiede nove, una delle quali è un rilievo sottomarino. C’erano anche piani per aggiornare la pista di atterraggio sull’isola Thitu. Nel 2014, visto quanto velocemente la Cina erige infrastrutture, le Filippine chiesero una moratoria sulle costruzioni nel Mar Cinese Meridionale. Nel 1983 la Malesia occupò cinque isole e Taiwan una, Itu Aba, investendovi 100 milioni di dollari per ripristinare le infrastrutture del porto e la pista di atterraggio per immettervi forze armate. Il lavoro fu completato nel febbraio 2015. C’è anche Brunei, ma secondo i dati ufficiali, utilizza solo piattaforme per l’estrazione di petrolio e gas sul fondale del Mar Cinese Meridionale.
E’ estremamente significativo che prima del 2014, quando la Cina cominciò a costruire la pista di atterraggio di 3 km sul Fiery Cross Reef, nella parte meridionale delle Spratly, Pechino non avesse alcuna pista di atterraggio sulle isole. La costruzione iniziò nel 2014 anche sul versante meridionale del Johnson South Reef. E così i cinesi ripetono ciò che altri Paesi hanno già fatto, Paesi le cui azioni non suscitano l’indignazione degli Stati Uniti. Per inciso, i cinesi hanno sempre sottolineato che non hanno alcuna intenzione di effettuare alcuna azione aggressiva nel Mar Cinese Meridionale e sperano che Obama non programmi alcuna provocazione. Tuttavia, gli Stati Uniti versano costantemente benzina sul fuoco, non solo con operazioni militari e d’intelligence, ma retoricamente. Così il dipartimento di Stato degli USA, rappresentato dal segretario di Stato e altri rappresentanti, ha più volte affermato che la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale è d’interesse nazionale degli Stati Uniti, una dichiarazione che ricorda dolorosamente quella dell’ex-presidente degli USA Jimmy Carter sul Golfo Persico nel 1980, quando minacciò di usare la forza militare se venivano minacciati gli interessi degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, e con il cinismo tipico dei politici statunitensi, gli Stati Uniti dichiarano che non devono ratificare la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare per difendere i propri interessi nazionali nel Mar Cinese Meridionale. Anche se secondo il piano d’azione nella regione, Washington sosterrà eventuali azioni legali contro la Cina nei tribunali arbitrali. Se si tiene conto del fatto che il 60 per cento del traffico commerciale mondiale attraversa la regione, così come i continui tentativi di Washington di promuovere la sua Trans-Pacific Partnership, allora è improbabile che gli Stati Uniti fermino le provocazioni e la Cina non avrà altra scelta che rafforzare la propria sicurezza.Southchina_sea_882_risultatoLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina avverte la Russia dello “Stato di Guerra” con gli USA

What Does it Mean 4 luglio 2015the_daily_edit_05.10.15_11Il Ministero degli Esteri (MoFA) riporta oggi che la Federazione è stata informata dal Consiglio di Stato della Repubblica Popolare della Cina (PRC) dello stato “di Guerra” de facto esistente tra la nazione asiatica e gli Stati Uniti d’America. Secondo questo rapporto, a seguito di “disposizioni e protocolli” dell’Accordo russo-cinese sulla cyber-sicurezza dell’8 maggio 2015, che dichiara che un firmatario del patto che prevede le ostilità deve informare immediatamente la controparte in modo che provveda “ai preparativi di guerra” necessari per proteggere le infrastrutture critiche, quindi la PRC ha informato la Federazione che “ora esistono tali condizioni”. A portare a tale grave avvertimento della Repubblica popolare cinese, spiega la relazione, è stata la perdita catastrofica di oltre 3700 miliardi di dollari sui mercati azionari cinesi in due settimane, che hanno visto un crollo di oltre il 30% e portato il panico tra investitori finanziari e semplici cittadini. Sulle cause di tale devastante crollo, continua la relazione, gli esperti della RPC hanno dichiarato che “malvagie” forze di mercato erano vicine a rovinare l’economia cinese, sospettando “predatori” di investimenti occidentali in agguato dietro a disordini, citando anche il gigante bancario degli Stati Uniti Morgan Stanley. Inoltre, questa relazione rileva che cinque importanti professori universitari della Cina hanno ampiamente diffuso una lettera pubblica, il 2 luglio, sulle sinistre forze di mercato che sfruttano le debolezze del sistema finanziario cinese per profitto, paragonando la situazione in cui il “burattinaio” del presidente Obama, il finanziere George Soros, e altri, scommisero contro le valute asiatiche orientali durante la crisi finanziaria asiatica del 1997-1998.
3472788141Ciò che ha precipitato tale devastante attacco finanziario alla PRC da parte del regime Obama, secondo gli esperti del MOFA per la presente relazione, fu specificato il mese scorso dal Washington Post News Service che diceva: “Gli hacker che lavorano per lo Stato cinese hanno violato il sistema informatico della direzione del personale a dicembre, hanno detto funzionari statunitensi (il 4 giugno), e l’agenzia informava circa 4 milioni di attuali ed ex dipendenti federali che i loro dati personali erano compromessi. L’hackeraggio è stato la più grande violazione dei dati dei dipendenti federali negli ultimi anni. La seconda grande intrusione nella stessa agenzia da parte della Cina in meno di un anno, e la seconda significativa violazione estera delle reti governative statunitensi negli ultimi mesi“. Sulla saggezza del regime Obama di attaccare i mercati finanziari della RPC in rappresaglia per il presunto hackeraggio dei server del governo degli Stati Uniti, la relazione continua, sembra essere “infantile” ed “affrettata” avendo la Cina una partecipazione di oltre 4000 miliardi di dollari in riserve estere, in confronto ai 121 miliardi di dollari degli Stati Uniti… mentre i cittadini cinesi hanno un sconcertante risparmio di 21000 miliardi di dollari rispetto ai soli 614 miliardi di dollari delle controparti statunitensi… molto più con cui preparare una risposta. Rendendo la situazione ancora più pericolosa, gli esperti del MoFA in questo rapporto avvertono che come ulteriore risposta agli attacchi del regime Obama, due alti ufficiali cinesi hanno invitato l’Esercito di Liberazione del Popolo a rafforzare la propria capacità navale e la prontezza al combattimento davanti a maggiori rischi di “una guerra alle porte”. In un articolo di 5000 parole pubblicato sul Quotidiano del Popolo, giornale di punta del Partito comunista, il Generale Cai Yingting, comandante della regione militare di Nanjing, e il suo commissario politico Generale Zheng Weiping, avvertivano che l’EPL doveva apprendere le lezioni della guerra con il Giappone, conclusa 70 anni fa. I generali cinesi inoltre dichiaravano: “Ci sono profonde dispute territoriali alla periferia del nostro Paese, competizione geopolitica tra grandi potenze e attriti etnico-religiosi. Le tensioni nei circostanti punti caldi aumentano, e il rischio di caos e guerra alle nostre porte è aumentato. Dovremmo essere più vigili… e prepararci mentalmente al combattimento“. Su come il regime di Obama “risponde/prepara” la guerra con la Cina, tuttavia questa relazione nota che la Terza Guerra Mondiale è la prima notizia calda al Pentagono mentre il Wall Street Journal ha appena recensito “The Ghost Fleet” di Peter Singer e August Cole. Singer, “preminente futurologo degli Stati Uniti” ora è “nelle sale del Pentagono a presentare un sinistro avvertimento ai capi militari statunitensi: la terza guerra mondiale con la Cina è imminente“. In realtà, Singer avvertiva anche che i nuovi avanzati jet da combattimento F-35 possono essere “spazzati via dai cieli avendo microchip di fabbricazione cinese, che gli hacker cinesi possono facilmente infiltrarsi nei servizi d’intelligence militari… e l’esercito cinese un giorno potrebbe occupare le Hawaii “. Speculazione? No, Dion Nissenbaum del Wall Street Journal ha ricordato ai lettori che gli hacker cinesi hanno già preso i “computer della Casa Bianca, i piani dell’industria della difesa e milioni di file segreti governativi degli Stati Uniti“. Inoltre è importante notare, la relazione continua, che la Cina ha superato gli Stati Uniti quale prima economia del mondo e come, forse meglio ne scrive Vanity Fair News Service: “Quando la storia del 2014 sarà scritta, si dovrà notare che grandi fatti hanno ricevuto poca attenzione: il 2014 è stato l’ultimo anno in cui gli Stati Uniti potevano pretendersi la più grande potenza economica del mondo. La Cina entra nel 2015 al vertice, dove probabilmente rimarrà per molto tempo se non per sempre. Così ritorna nella posizione che ha avuto per la maggior parte della storia umana“.
E su chi vincerà una guerra tra Repubblica popolare cinese e Stati Uniti, questa relazione conclude che Market Watch News Service nell’articolo intitolato “Fuochi del 4 luglio: la terza guerra mondiale con la Cina si avvicina“, riassume meglio scrivendo: “Quando la Rand pubblicò un rapporto nel 2000 descrivendo il potenziale esito di un conflitto sino-statunitense su Taiwan, gli Stati Uniti vincevano facilmente. Nove anni dopo, il think tank nonpartisan rivide l’analisi, assegnando a Pechino l’aggiornamento della forza aerea, l’attenzione sulla guerra cibernetica e la capacità di usare missili balistici per eliminare i satelliti statunitensi. La conclusione della Rand nel 2009 fu: “Gli Stati Uniti finirebbero per perdere la guerra aerea, e il conflitto generale sarebbe più duro e costoso di quanto molti avevano immaginato“.cuw3Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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