La vendetta di Gheddafi si avvicina

Tunisie Secret 12 novembre 2016

Dalla distruzione della Libia da parte del barboncino di Obama, Nicolas Sarkozy, e del cammello di Hillary, Hamad del Qatar, non ci sono più sicurezza, leggi o soldi. Un terzo dei libici, quasi 3 milioni, è rifugiato in Tunisia, Egitto, Africa ed Europa. Inoltre lo SIIL è ben consolidato in Libia, le milizie islamiste governano gran parte del Paese con terrore, saccheggio e traffico di ogni tipo. Una situazione caotica che ha favorito il ritorno in scena dei gheddafisti. Per la rivista Middle East Eye, Mathieu Galtier analizza questi sviluppi.

15170994Alla deriva da cinque anni, la Libia non ha ancora alcun modello politico permanente. Risultato, gli sconfitti di ieri rientrano nel gioco politico.
La situazione in Libia è così caotica che il neologismo “libianizzazione” prende piede. La combinazione fatale è tra balcanizzazione, divisione dello Stato in zone autonome, e somalizzazione, fallimento del governo a vantaggio delle milizie. Attualmente, il Paese ha tre governi. Negli ultimi cinque anni, la Libia ha vissuto due elezioni generali, un colpo di Stato abortito, l’arrivo dello Stato Islamico (SI) e conflitti etnici a bassa intensità. La crisi è tale che sempre più libici chiedono il ritorno della Jamahiriya (Stato delle masse) creato da Muammar Gheddafi. “Vogliamo liberare la Jamahiriya vittima del colpo di Stato della NATO”, afferma subito Franck Pucciarelli a Middle East Eye, un francese che vive in Tunisia ed è portavoce di un gruppo che riunisce i sostenitori dei comitati rivoluzionari libici e internazionali, che agisce da cinghia di trasmissione dell’ideologia di Gheddafi. Ha spiegato che i membri sono attivi dal 2012 dentro e fuori il Paese. L’organizzazione conterebbe 20000 aderenti in Libia e da 15-20000 ex-militare esiliati sarebbero pronti ad attivarsi. “Possiamo organizzare una rivolta popolare e se il caos prevarrà in Libia, sarà grazie alle nostre azioni”, dice il portavoce. Ahmad, ex-dirigente presso il Ministero degli Esteri, oggi residente in Tunisia, è più misurato. “Abbiamo approfittato dell’instabilità per tornare, ma non abbiamo fatto nulla, dice a MEE. I libici e la comunità internazionale dovranno semplicemente rendersi conto che la Libia non può che essere governata che solo con la Jamahiriya”.

Tre tipi di gheddafisti
I due uomini si concentrano sull’organizzazione politica del Paese dopo la riconquista del potere: un referendum, o plebiscito, per il ritorno della Jamahiriya con la presenza della comunità internazionale per sorvegliarlo. Uno Stato delle masse modernizzato con un Senato che rappresenti le tribù, una camera e soprattutto una costituzione, assenti con Muammar Gheddafi. Uno scenario a cui sorride Qashana Rashid, direttore del Centro del Nord Africa per lo Studio sulla Libia, che ammette una ripresa solida dell’ideologia verde (il colore della Jamahiriya): “Il ritorno del vecchio regime si comprende soprattutto grazie al fallimento della transizione post-rivoluzionaria. Ed è proprio su questo fallimento che puntano gli ideologi gheddafisti per tornare in gioco, non il genuino sostegno popolare. I gheddafisti non potranno mai tornare al potere, ma avranno un peso significativo nelle alleanze strategiche nel futuro della Libia“. Mattia Toaldo, specialista dalla Libia del Consiglio europeo sulle relazioni internazionali, distingue tre tipi di gheddafisti: i sostenitori di Sayf al-Islam, figlio prediletto di Gheddafi, trattenuto dal 2011 nella città di Zintan, nell’ovest; i sostenitori del maresciallo Qalifa Balqasim Haftar, nell’est del Paese; e gli ortodossi della Jamahiriya. Franck Pucciarelli e Ahmad sono nell’ultima categoria, la più dura. Coloro che seguono Haftar hanno approfittato dell’amnistia approvata dal parlamento di Tobruq per i responsabili dei crimini durante la rivolta del 2011. Un testo che ha lo scopo di riportare gli esuli, tra 1,5 e 3 milioni, in maggioranza gheddafisti rifugiati in Tunisia e in Egitto. Il clan di Sayf al-Islam è probabilmente meglio strutturato e riunisce alcuni ortodossi. Anche se condannato a morte il 28 luglio 2015 in contumacia, a Tripoli, Sayf al-Islam vive ancora a Zintan. Ufficialmente prigioniero delle milizie locali, ha condizioni di detenzione molto tenue: circolerebbe liberamente in città e comunicherebbe molto con l’applicativo per la telefonia via Internet Viber.

Sayf al-Islam sta meglio del fratello Sadi
Fino a poco prima oscuro, il suo futuro è stato rilanciato indirettamente dai messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton, rivelati da Wikileaks, e dal rapporto del parlamentare Crispin Blunt. deputato conservatore, pubblicato a settembre, che ritraggono Sayf el-Islam da moderato possibilmente pronto a partecipare alla transizione democratica dopo suo padre. “Il coinvolgimento di Sayf Gheddafi avrebbe, forse, permesso a Lord Hague (ministro degli Esteri nel 2010-2014) di sostenere Mahmud Jibril e Jalil Abdul nell’attuazione della riforma in Libia senza dover sostenere i costi politici, militari ed umani del cambio di regime, ma non lo sapremo mai. Tali possibilità, tuttavia, avrebbero dovuto essere prese seriamente in considerazione, allora“, afferma il rapporto di Londra. I gheddafisti hanno buon gioco nell’evidenziare il profilo moderato ed istruito di Sayf al-Islam, laureatosi alla London School of Economics. Prevale sul fratello Sadi, imprigionato a Tripoli, divenuto religioso. I fratelli Hanibal, Muhamad e Aysha e la madre Safia esprimono silenzio dall’Oman, fin dall’ottobre 2012, dopo aver invocato dall’Algeria la contro-rivoluzione violenta, nei primi mesi dalla morte di Muammar Gheddafi. Non è questione se Sayf al-Islam prenda il potere apertamente, almeno per il momento, ma di manovrare nell’ombra per la riconfigurazione politica del Paese. Molte tribù nell’ovest temono l’avanzata di Haftar sostenuta dalle tribù orientali, a cominciare dalla gente di Zintan, anche se ufficialmente alleata del maresciallo. Ma oggi, la Tripolitania è divisa tra un gruppo islamisto e un governo di unità nazionale (GNA) debolissimo, nonostante il riconoscimento della comunità internazionale.

I gheddafisti invitati per la prima volta alle Nazioni Unite
Sayf al-Islam potrebbe essere la figura unitaria contro la Cirenaica, regione orientale della Libia, in piena avanzata grazie alle vittorie di Haftar. Sul terreno, i segnali positivi sono sempre più a vantaggio del figlio dell’ex-guida. Nel settembre 2015, il sedicente Consiglio supremo delle tribù libiche sceglieva Sayf al-Islam come legittimo rappresentante del Paese. Questo consiglio raccoglie essenzialmente le tribù fedeli a Gheddafi e non hanno peso istituzionale, ma il simbolismo è forte. Dalla primavera, Ali Qana, l’ex-capo dell’esercito nel sud con Gheddafi, lavora per la creazione di un esercito del Fizan (regione nel sud della Libia), i cui dati sono difficili da quantificare al momento. Ali Qana ha già annunciato che il suo gruppo non si affilierà a Tripoli o Tobruq, ma solo a un potere che riconoscerà la legittimità della Jamahiriya. Ad agosto, per la prima volta, l’ONU invitava dei noti gheddafisti, tra cui un ex-presidente del Congresso del Popolo (equivalente al parlamento nella Jamahiriya) per discutete sulla soluzione politica ed economica della crisi.

“Questo Paese è diventato una barzelletta”
La popolazione comincia anche a confrontare presente e passato, favorendo il passato. Nella banca Jamhoriya di Tripoli, Mahmud Abdalaziz aspetta da due ore di prendersi i 500 dinari (327 euro), permessi un paio di giorni a settimana. Le riserve valutarie sono calate da 107,6 miliardi nel 2013 a 43 miliardi a fine 2016. Sul mercato nero, il dollaro è scambiato a 5,25 dinari. “Questo Paese è diventato una barzelletta: c’è la guerra civile totale, non ci sono soldi e la migliore carriera possibile è aderire a una milizia“, denuncia Mahmud Abdalaziz a MEE, comunque grato alla rivoluzione per la libertà di critica, che sarebbe stata impossibile con Gheddafi, ammettendo tuttavia che si stava meglio prima, perché “la sicurezza è meglio della libertà”. Le milizie più rivoluzionarie di Tripoli hanno capito il pericolo di permettere che questa nostalgia dilaghi. A giugno uccisero a Tripoli dodici lealisti libici che avevano appena terminato la detenzione per crimini commessi nel 2011.14572990Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli imperialisti minacciati dall’avanzata dell’esercito nazionale in Libia

Alexandra Valiente, Jamahiriya News Agency, 12 settembre 2016

3_506Il 22 agosto, venivano attuati i piani per catturare i giacimenti petroliferi e i porti controllati dalle guardie delle installazioni petrolifere di Ibrahim Jadhran, alleato del governo di accordo di Tripoli, operando sotto il comando della guardia nazionale del Consiglio di Presidenza (LIFG). Per preparare la via alla liberazione della mezzaluna del petrolio, lo sceicco Salah Alatyush diede un severo monito agli uomini di Jadhran. “Chiedo alla gente della mia tribù di assicurarsi che nessuno abbia un figlio nelle guardie delle installazioni petrolifere… e gli consigli di ritornare in seno alla tribù… Siamo con l’esercito nazionale guidato da Qalifa Balqasim Haftar, con il Parlamento guidato da Salah e il governo da esso emanato e siamo in Cirenaica che non riconosce legittimità al Consiglio di presidenza”. Nel 2013 Ibrahim Jadhran dichiarò guerra al GNC di Tripoli, annunciando l’autonomia e il ritorno della Cirenica ai confini regionali del 1963. Con l’annuncio di Salah Alatyush, non solo le ambizioni politiche di Jadhran venivano annientate, ma la trama imperialista per dividere la Libia veniva sventata. Le Forze armate libiche lanciavano l’attacco strategico alle installazioni petrolifere. I bombardamenti aerei furono immediatamente seguiti dall’assalto di terra. In poche ore i giacimenti petroliferi e i porti erano saldamente sotto controllo. Nell’appello dopo la vittoria, lo sceicco Salah Alatyush diede assicurazioni a Jadhran che se si arrendeva, sarebbe stato trattato bene. Esortava i dipendenti delle installazioni petrolifere a cooperare nel consegnare gli impianti di Aghedabia alle forze armate, ammonendo ad astenersi da ulteriori sedizioni e spargimenti di sangue e di tornare a casa. La vittoria fu umiliante per il Consiglio di Presidenza sostenuto dall’ONU e dalle nazioni straniere che sostengono il regime fantoccio. Fayaz al-Saraj era a un vertice in Italia, quando la notizia della vittoria dello LNA lo raggiunse. Chiaramente scosso, tornò a Tripoli per valutare i danni e salvare ciò che poteva della reputazione sua e del regime appoggiato da Nazioni Unite e NATO.
Dopo mesi in cui il governo di accordo dava spettacolo nella battaglia a Sirte, sotto il comando di al-Qaida e LIFG, in cui centinaia di combattenti di Misurata morirono e lo SIL lasciava la città in modo concertato, alla ricerca di una nuova base, la Forze Armate libiche, ostacolate dalle sanzioni internazionali, si dimostravano la forza più efficace nel Paese, in grado di sconfiggere gli eserciti terroristici, assicurare le risorse della Libia al popolo, ripristinare lo stato di diritto e proteggere la popolazione civile. Il potere delle tribù va considerato. Questa vittoria fu ottenuta con l’alleanza tra esercito nazionale libico e leader tribali. Mentre Nazioni Unite ed interlocutori stranieri continuano a escludere le tribù, questa vittoria dimostra che nulla di utile al popolo libico avviene senza la loro cooperazione. Tuttavia molti vertici delle Nazioni Unite ospitati in nome della riconciliazione nazionale, non hanno alcun potere o autorità. Sforzi, dichiarazioni ed accordi politici sono respinti come irrilevanti, illegittimi, interferenze indebite negli affari sovrani della Libia; l’ultimo rimprovero del Consiglio supremo delle tribù libiche rispondeva alla riunione di Tunisi a settembre. Il vero dialogo libico è l’unico per il popolo e le tribù libici. Oggi i governi di Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti rilasciavano una dichiarazione congiunta che condanna la vittoria dell’esercito libico, chiedendo che le forze armate legittime si ritirino immediatamente e senza precondizioni, affermando falsamente che l’infrastruttura energetica è in pericolo e che solo il loro regime cliente di Tripoli dovrà controllare le ricche riserve della Libia. In una dichiarazione rilasciata l’11 settembre, il Comando Generale delle Forze armate libiche chiariva assolutamente che la produzione ed esportazione del petrolio continuerà sotto il controllo della National Oil Corporation (NOC) e che il loro ruolo si limiterà a proteggere le strutture da ulteriori tentativi delle milizie terroristiche di trarre profitto illecitamente dalla vendita delle risorse della Libia. “Zuaytina, Ras Lanuf, Briqa e Sidra sono sotto la protezione della Forze armate libiche responsabili della protezione della vita del popolo da sabotaggi e corruzione. Mentre l’esercito continuerà a proteggere impianti e porti, la responsabilità delle operazioni è della National Oil Corporation, dato che questo compito ricade sotto la giurisdizione civile. Si assicura il popolo libico che le azioni sono volte a ripristinarne il controllo su risorse e destino, alleviando le sofferenze del popolo consentendogli di beneficiare pienamente dalla ricchezza generata dalle proprie risorse sovrane. Il Comando Generale ha esortato le autorità legittime ad assumersi immediatamente le responsabilità, in conformità alla normativa vigente. Le nazioni imperialiste non rinunciano alle ambizioni neocoloniali senza combattere. Infatti oggi, vi sono richieste per un urgente intervento militare straniero per strappare il controllo della mezzaluna del petrolio alle legittime Forze armate, rimettendole di nuovo ad al-Qaida-LIFG”.
Ciò che è chiaro da questa vittoria è che le potenze neocoloniali hanno meno amici e molto meno potere in Libia di quanto pensassero, quindi la scarsa influenza che hanno è stata notevolmente ridotta da tali sfida ed affermazione di sovranità. Che la liberazione dell’esercito libico della mezzaluna petrolifera abbia colto la NATO di sorpresa rivela anche l’inadeguatezza dell’intelligence straniera, presumibilmente onnipotente, di fronte ai vertici strategici di un popolo che non sarà mai soggiogato. La vittoria è l’inizio di una serie di sorprese per l’impero mentre, fase per fase, i complotti contro il popolo libico vengono svelati e sconfitti, e le forze di occupazione straniere e i loro tirapiedi battuti.libya-map-aiTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Duterte vuole ridurre la presenza degli USA in Asia avendo la Russia all’orizzonte

Noriko Watanabe e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 26 ottobre

rodrigo-duterte-and-shinzo-abe-e1477483762491Il Presidente delle Filippine Rodrigo Duterte ha abbracciato il Primo ministro giapponese Shinzo Abe a Tokyo, dopo la recente visita in Cina. Immediatamente Duterte ha espresso calore verso il Giappone, sottolineando chiaramente che gli Stati Uniti hanno “perso”. Se il Giappone, di conseguenza, accettasse un possibile nuovo quadro geopolitico, le élite politiche di Tokyo sfuggirebbero alla continua “camicia di forza di Washington”. Questo non solo in senso negativo, ma da troppo tempo gli USA trascinano il Giappone nelle convulsioni internazionali che non sono nell’interesse della nazione. Pertanto, con nuove relazioni all’orizzonte della Federazione russa con Giappone e Filippine, nuove possibilità sarebbero vicine. Il Presidente Vladimir Putin della Federazione Russa cerca un nuovo approccio con il Giappone su economia, energia, geopolitica, scienza e tecnologia, disputa territoriale e altri campi essenziali. Tuttavia, alle élite politiche della Federazione Russa serve avere fiducia verso il Giappone basandosi su sincerità e reciproco rispetto. Eppure, la Federazione Russa non può realmente fidarsi del Giappone finché Tokyo riprende la politica statunitense sull’Ucraina, nonostante l’Ucraina abbia scarso interesse geopolitico per il Giappone.
Duterte, parlando apertamente e francamente, ha detto ad Abe che le Filippine “non abbandoneranno il partenariato e la sicurezza con il Giappone, data l’opinione comune che conflitti e problemi con le altre nazioni vadano risolti pacificamente, conformemente al diritto internazionale“. La dichiarazione congiunta di Giappone e Filippine dichiara: “I due leader hanno sottolineato la necessità di garantire la sicurezza marittima e la sicurezza, elementi vitali per pace, stabilità e prosperità dei Paesi e della regione“. Tuttavia, Duterte, proprio come nella visita in Cina, ha ribadito a Tokyo che le Filippine vogliono ridurre il ruolo degli USA, nelle Filippine e in Asia, in ambito militare. A Tokyo, in occasione del Forum economico delle Filippine, Duterte ha detto, “Voglio, forse nei prossimi due anni, che il mio Paese si liberi della presenza di truppe militari straniere… le voglio fuori e se devo rivedere o abrogare accordi, accordi esecutivi, lo farò“. È interessante notare che, proprio come Abe sposta certi limiti rafforzando i legami con la Federazione russa, nonostante l’apprensione del presidente Obama, il Giappone non evita di rafforzare i legami con le Filippine. Al contrario, sembra che il Giappone tragga vantaggio dalla debolezza degli USA di Obama. Abe ha detto a Duterte che, “Spero di rendere le relazioni Giappone-Filippine ancora più solide e di svilupparle significativamente“.
Nel campo dell’economia, gli imprenditori giapponesi hanno accolto le parole di Duterte, che ha detto: “Vorrei sottolineare che i legami economici più forti con il Giappone sono e continueranno ad essere una priorità per le Filippine, mentre celebriamo il 60° anno delle nostre relazioni bilaterali… vediamo il Giappone fulcro costante nei nostri impegni regionali, primo e unico partner bilaterale nel libero scambio delle Filippine fino ad oggi“. Ora sembra il momento opportuno per il Giappone e la Federazione russa di costruire sulle sabbie mobili emerse in Medio Oriente e in Asia con l’amministrazione Obama. Se Abe può “cogliere l’attimo” e la Federazione russa gioca i tanti assi che detiene, in particolare energia, forze armate, potenti relazioni con la Cina, sviluppando ancor più l’Asia centrale ed altre regioni, allora l’Asia sarebbe modellata con maggiore indipendenza.
Naturalmente, il Giappone continuerà ad avere forti relazioni con gli USA nel prossimo futuro. Tuttavia, a differenza del passato, si spera che il nuovo rapporto si basi sulla forza piuttosto che la mitezza. In altre parole, il Giappone dovrebbe adottare un approccio da mediatore onesto tra le nazioni contrariate da certi aspetti della politica estera degli USA. Pertanto, è importante per il Giappone allentare la “camicia di forza statunitense” e divenire una potenza economica normale, concentrandosi soprattutto sugli interessi dello Stato nazionale, piuttosto che sugli obiettivi di Washington, pur conservando un rapporto forte con gli USA.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA tentano d’intimorire l’Asia per la sua “vicinanza alla Cina”

Tony Cartalucci, LD, 24 ottobre 2016china_thailand_military_exerciseE’ ormai chiaro che l’influenza degli USA, nonostante il “perno verso l’Asia”, evapora nell’Asia-Pacifico. Washington ha subito sconfitte geopolitiche praticamente in ogni nazione dell’Asia- Pacifico, anche nei Paesi guidati da regimi che hanno meticolosamente organizzato, finanziato e sostenuto per decenni. Inoltre svanisce anche tra le nazioni considerate da tempo alleate cruciali degli Stati Uniti. Come la Thailandia nel Sud-Est asiatico, che gli USA ricordano sempre al mondo essere stato alleato di Washington dalla guerra fredda, dalla guerra in Vietnam e forse anche da prima.

L’evanescente influenza di Washington ha delle ragioni
Tuttavia, in realtà, la Thailandia ha gradualmente smantellato l’influenza statunitense, diversificando commercio e cooperazione con molte nazioni, come la Cina, per non avere legami con nessuna di esse in particolare. Il commercio della Thailandia si concentra principalmente in Asia, con la maggior parte delle importazioni ed esportazioni divise equamente tra Cina, Giappone e ASEAN, e l’occidente collettivamente secondario nel mercato, anche se non trascurabile. Non è un caso che i legami geopolitici della Thailandia riflettano quelli economici, rivelando che le realtà economica e socio-politica guidano le relazioni internazionali indipendentemente dall’ampio “soft power” a disposizione di Washington. Uno sguardo alle scorte militari della Thailandia rivela una strategia simile nella diversificazione nell’acquisizione di armi e nelle partnership, e nei sistemi sviluppati dall’industria nazionale. Ciò che prima erano forze armate dominate da materiale ed esercitazioni militari statunitensi, è passato all’acquisizione di carri armati cinesi, aerei da guerra europei, fucili d’assalto mediorientali, elicotteri russi e blindati thailandesi, così come le esercitazioni congiunte avvengono con varie nazioni, tra cui per la prima volta la Cina. Un cambiamento simile si verifica nel resto dell’Asia, con la Cina naturalmente che copre la grande quota della cooperazione regionale per la sua dimensione economica, geografica e demografica. La trasformazione dell’Asia era del tutto prevedibile, e malgrado gli Stati Uniti cerchino di “contenere” la Cina e conservare l’influenza nel resto dell’Asia, hanno ignorato i fondamentali fattori economici e socio-politici, concentrandosi sulla coercizione attraverso “accordi” commerciali e compromettenti “alleanze” militari, creando e perpetuando strategie della tensione artificiali sia nelle nazioni prese di mira che tra gli Stati asiatici.

Altri espedienti al posto delle ragioni
Gli Stati Uniti, indifferenti ai fattori che hanno portato al declino nell’Asia Pacifico, hanno deciso di moltiplicare gli espedienti del “soft power” piuttosto che esaminare e migliorare le proprie basi economiche. Ciò include l’uso di programmi volti a cooptare “giovani leader” nella regione per promuovere gli interessi degli Stati Uniti e tentare d’invertire politicamente l’avanzata dell’Asia sui piani economico e geopolitico. Ciò comprende anche la propaganda incessante volta a ritrarre le nazioni della regione capitolare a Pechino su varie questioni, che chiaramente sono nell’interesse dell’intera regione. Un editoriale del Bangkok Post, giornale creato dal governo degli Stati Uniti, intitolato “La saga di Wong si ritorce contro il regime”, tenta di sostenere che la recente deportazione di un agitatore finanziato dagli Stati Uniti a Hong Kong, in Cina, simboleggi “l’adattamento di Bangkok” ad “ogni capriccio” della Cina. L’articolo afferma: “La detenzione di 12 ore del noto attivista democratico di Hong Kong Joshua Wong all’aeroporto di Suvarnabhumi colpisce il regime militare mentre critiche arrivano da attivisti locali e internazionali per i diritti umani sull’adattamento eccessivo della Thailandia alle richieste di Pechino“. L’articolo enumera diversi altri accordi tra Bangkok e Pechino, sostenendo anche che sono vantaggio solo di Pechino, come la deportazione di sospetti terroristi verso la Cina, diretti in Turchia e probabilmente aderenti ad organizzazioni terroristiche internazionali attive in Siria.

Ciò che è buono per la Cina, è buono per l’Asia
In realtà, Joshua Wong ha certamente tentato di entrare in Thailandia per seminare a Bangkok la stessa instabilità sostenuta dagli Stati Uniti ad Hong Kong. Ha specificamente incontrato gli agitatori sostenuti dagli Stati Uniti che a Bangkok formano uno dei vari fronti che tentano d’impadronirsi di nuovo del potere a favore dei partiti sostenuti e legati a Washington. Così, la deportazione di Wong in Cina era nell’interesse di Pechino e Bangkok. Allo stesso modo, la deportazione di sospetti terroristi verso la Cina ha avvantaggiato entrambe le nazioni. Se la Thailandia fosse il passaggio dei terroristi diretti in Siria, e la Siria dovesse crollare su pressione dei terroristi armati dagli USA, ciò porterebbe all’instabilità globale che si riverbererebbe su tutta l’Asia, colpendo Cina e Thailandia. I tentativi degli Stati Uniti di destabilizzare la Cina, primo partner commerciale di tutte le nazioni dell’Asia, è un’altra minaccia diretta alla regione, e non solo a Pechino. È l'”adattamento” a Pechino a garantire la stabilità e ad impedire agli Stati Uniti di ripetere il “successo” dei loro sforzi per fomentare l’instabilità politica in Nord Africa e Medio oriente che hanno portato nella regione guerre, morte ed esodo di decine di milioni di persone, collasso socio-economico di intere nazioni, e possibile grande guerra tra diverse regioni del pianeta. L’ironia del Bangkok Post è che omette dalla sua chiara propaganda, il fatto che in assenza degli interessi della Cina, l’Asia per decenni si “adattò” ad ogni capriccio di Washington. Non sorprende che un giornale fondato da un ex-ufficiale dei servizi segreti degli Stati Uniti e finanziato dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti non denunci dalle proprie pagine lo stesso eccezionalismo spudorato che gli Stati Uniti esibiscono sul palcoscenico internazionale. Tuttavia, si tratta di un rozzo “eccezionalismo” controproducente, tanto che l’Asia ha collettivamente deciso di farne a meno mentre avanza verso il futuro. Prima Washington lo capisce e l’accetta, prima potrà razionalmente riallineare le relazioni con l’Asia verso qualcosa di tangibilmente costruttivo. Washington accettando l’Asia come regione indipendente e autonoma, e come concorrente significativo, potrà decidere se tale concorrenza sia sana e costruttiva, o imporre un clima di confronto e guerra perennemente imminente.thai_exports

Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La giornalista uccisa per aver scoperto la verità sullo Stato islamico

Eva Bartlett, The Duran 21 ottobre 2016serena-shim-1Anche se tutti gli indizi portano a un gioco sporco, un omicidio, dei servizi segreti turchi, finora il governo degli Stati Uniti non ha né diretto né invocato un’inchiesta sull’incidente d’auto che secondo i funzionari turchi uccise Shim, e tanto meno espressero le condoglianze alla famiglia.
Serena Shim era corrispondente da Kobane, dalla Turchia. Era una dei primi, se non la prima, a riferire sul campo dei “militanti taqfiri che attraversavano il confine con la Turchia“, non solo i terroristi dello SIIL, ma anche del cosiddetto Esercito libero siriano (ELS). La sorella Fatmah Shim dichiarò nel 2015, “li riprese mentre portavano capi del SIIL in Siria dai campi in Turchia, che si suppone siano campi profughi siriani“. Nel gennaio 2013 Serena Shim denunciò il “ruolo centrale della Turchia nell’insurrezione in Siria: riferiva PressTV dalla Turchia“, mostrando le immagini di ciò che si ritenevano essere 300 autocarri “in attesa che i militanti li svuotassero“; le testimonianze incluse spiegavano come la Turchia permettesse ai terroristi stranieri di passare “liberamente” in Siria; parlò dell’invio di armi dalla base aerea degli Stati Uniti di Incirlik in Turchia ai terroristi nei campi profughi in Siria; ed espose la questione dei campi di addestramento terroristici camuffati da campi profughi, e sorvegliati dai militari turchi. Shim disse che l’ONG Organizzazione Mondiale del Cibo, usava i camion per inviare armi ai terroristi in Siria, nell’ultima intervista, il giorno prima di essere uccisa. In particolare, nell’intervista disse esplicitamente che temeva per la vita perché l’intelligence turca l’aveva accusata di essere una spia. Disse a Press TV: “La Turchia è etichettata da Reporter senza frontiere come la più grande prigione per giornalisti, quindi temo ciò che potrebbero fare contro di me… spero che non accada nulla, di ciò che arriva. Penso che m’interrogherebbero, e la mia speranza è che il mio avvocato sua abbastanza bravo da farmi uscire al più presto possibile”. Due giorni dopo, Press TV ne annunciò la morte, affermando: “Serena è stata uccisa in un presunto incidente stradale mentre tornava da un’inchiesta a Suruch nella provincia di Urfa in Turchia. Tornava nell’albergo di Urfa, quando l’auto fu tamponata da un veicolo pesante”. Questa era la versione ufficiale della morte, anche se nelle versioni successive la storia cambiò. In un articolo del mese dopo, Russia Today (RT) parlò con la sorella, che disse: “Ci sono così tante storie. La prima è che la macchina di Serena fu tamponata da un autoveicolo pesante, che proseguì. Non trovarono né l’autoveicolo né il conducente. Due giorni dopo, a sorpresa, trovarono veicolo e conducente, e avevano le immagini dell’autoveicolo pesante che investì l’auto di mia sorella. Ogni giorno uscivano nuove foto con diversi danni all’auto. Serena e mio cugino, che guidava la vettura, furono portati in due ospedali diversi. Fu segnalata già morta sul posto. Poi uscirono altri articoli secondo cui era deceduta in ospedale 30 minuti dopo, per insufficienza cardiaca?!

Blackout politico, blackout mediatico
serenashimQuando il 20 novembre 2014, alla conferenza stampa, il giornalista della RT Gajan Chichakjan chiese per due volte al direttore dell’ufficio stampa Jeff Rathke aggiornamenti sulla morte di Shim, la risposta non sorprese nessuno:
Chichakjan: “era la giornalista Serena Shim, morta in Turchia in circostanze molto sospette. La morte ha sollevato sospetti al dipartimento di Stato?
Rathke: “Beh, credo che ne abbiamo parlato in una riunione diverse settimane fa, dopo che accadde. Non ho nulla da aggiungere a quanto detto dal portavoce al momento, però“.
Chichakjan: “Ma è morta alcuni giorni dopo aver detto di essere stata minacciata dall’intelligence turca. Avete chiesto informazioni? Domande? Non c’è davvero nulla di nuovo?
Rathke: “Beh, ho appena detto che non c’è alcun aggiornamento da riferirvi. Ancora una volta, ciò fu sollevato poco dopo la morte. Il portavoce si espresse. Non ho aggiornamenti da riferirvi in questo momento“.
Chichakjan: “Voglio solo tornare su Serena Shim. Ha giustamente detto che il dipartimento di Stato ne ha commentato la morte diverse settimane fa, e dice che non c’è alcun aggiornamento. Perché non ce n’è? Una cittadina degli Stati Uniti muore poco dopo aver detto di essere stata minacciata dall’intelligence turca“.
Rathke: “Beh, semplicemente non abbiamo informazioni da riferirvi oggi. Sarò felice di controllare e vedere se c’è qualcos’altro. Ne abbiamo parlato, come ho detto, proprio alcune settimane fa, dopo la morte, così non ho niente da dirvi oggi. Sarò felice di controllare e vedere se c’è altro che possa dire“.
Naturalmente, né lui né alcun funzionario del governo degli Stati Uniti si fece sentire. L’anno scorso, la madre di Shim, Judy Poe, rispose a un mio messaggio: “Non ho alcun dubbio che mia figlia non sia morta in un incidente stradale. Non aveva un solo graffio né sangue da alcuna parte. Cercai di contattare l’ambasciata degli USA in Turchia con i numeri di cellulare che mi diedero quando stavo per riprendermi mia figlia. Assolutamente alcuna risposta dall’ambasciata statunitense in Turchia, neanche dai cellulari personali“. La sorella di Shim nell’intervista a RT dichiarò, “Non abbiamo avuto alcun aiuto, né condoglianze”. Alcuna organizzazione giornalistica perseguì un’indagine sull’omicidio di Shim, tanto meno se ne lamentò. Il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) non da risultati quando si cerca il nome Shim sul suo sito web, eppure CPJ ha una lista di giornalisti uccisi in Turchia dal 1992 al febbraio 2016, evidentemente senza il nome di Shim. Lo stesso con una ricerca sul sito di Reporters sans frontières, non da risultati. In un articolo del 19 dicembre 2014 sul Greanville Post, il portavoce del CPJ afferma: “Il Committee to Protect Journalists ha indagato sulla morte di Serena Shim in Turchia e non ha trovato alcuna prova che ne indichi la morte come qualcosa di diverso da un tragico incidente. A meno che la morte sia confermata legata direttamente al lavoro di giornalista, non comparirà sul nostro database. Nel caso in cui nuove prove comparissero, CPJ riesaminerà il caso“. L’articolo osserva, “Dal febbraio 2016, il CPJ non ha cambiato posizione“. La Federazione internazionale dei giornalisti ha una breve sintesi su Shim: “Serena Shim, corrispondente di Press TV in Turchia uccisa in un incidente d’auto sul confine turco-siriano. Tornava da un’indagine a Suruch, distretto rurale della provincia turca di Sanliurfa, quando la sua auto si scontrò con un camion“. Ma senza invocare un’inchiesta e senza dubitare della narrazione ufficiale. In un articolo del 21 novembre 2014 sulla morte di Shim, RT osservò che, “l’Ufficio del rappresentante per la libertà dei media dell’OSCE ha detto a RT che la Turchia svolge indagini“, e citava il rappresentante dell’OSCE per la libertà dei media Gunnar Vrang dire: “Il rappresentante ha seguito il caso, dalle prime notizie apparse sull’incidente d’auto costato la vita alla giornalista Serena Shim. Secondo le informazioni disponibili, le autorità turche hanno avviato un’indagine sui dettagli dell’incidente d’auto“. Cercando sul sito dell’OSCE il nome di Serena Shim, non spunta nulla. Il 5 febbraio 2016, Judy Poe twittava: “Chiaramente il rappresentante accetta la narrazione turca. Pochi media corporativi hanno esaminato la morte sospetta di Shim, con una sola eccezione sorprendente, Fox News riferì della morte di Shim citando il portavoce del dipartimento di Stato degli USA affermare che il dipartimento “non conduce indagini sui morti all’estero“.” Dato che l’intelligence turca minacciò Shim, secondo la sua testimonianza, e che la Turchia è nota per imprigionare e uccidere giornalisti, l’assenza di preoccupazione del dipartimento di Stato degli Stati Uniti è compromettente di per sé.
In netto contrasto con il silenzio sulla morte di Shim, John Kerry almeno per due volte ha pubblicamente lamentato la morte di James Foley, lodandolo come eroico giornalista che s’infiltrava in Siria dalla Turchia lavorando con al-Qaida e altri terroristi, consegnando sincere condoglianze alla famiglia. Senza una traccia d’ironia, nell’agosto 2014 Kerry disse di Foley, e mai di Shim, “Onoriamo il coraggio e preghiamo per la sicurezza di tutti coloro che rischiano la vita per scoprire la verità, dove è più necessario“. Nel settembre 2014, Kerry smentì il portavoce del dipartimento di Stato dicendo: “Quando i terroristi ovunque nel mondo uccidono nostri cittadini, gli Stati Uniti devono rendere conto, non importa quanto tempo ci voglia. E coloro che hanno ucciso James Foley e Steven Sotloff in Siria devono sapere che gli Stati Uniti li ritengono responsabili, non importa quanto tempo ci voglia“. Sul blackout mediatico e politico sulla morte sospetta di Serena Shim, l’ex-collega Afshin Rattansi, ospite di RT a Going Underground, postulò: “Ci furono alcune notizie, ma niente che ci si aspetterebbe da una giovane giornalista coraggiosa. Perché la storia che seguiva era pericolosa perché si trattava di un alleato della NATO come la Turchia, che collaborerebbe con lo SIIL… ed è questa la ragione per cui la storia non fu riferita ampiamente? Non lo sappiamo“. In effetti, non sarebbe la prima volta che il governo degli Stati Uniti non cerchi giustizia per l’omicidio per mano di un alleato di un suo cittadino. L’omicidio di Rachie Corrie del 16 marzo 2013 da parte di un soldato israeliano alla guida di un bulldozer non solo fu testimoniato da numerosi attivisti a Rafah, nella Palestina occupata, ma fu anche ripreso. Non fu smentito che il soldato israeliano vide Corrie, e la travolse per poi invertirla di nuovo, schiacciandola due volte. Eppure, nonostante gli sforzi della famiglia e dei sostenitori, gli Stati Uniti non hanno mai cercato giustizia per questa cittadina statunitense. Judy Poe dice che il motto preferito di Serena era: “Preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio“. Shim ha vissuto così. Aveva 29 anni e due figli quando fu uccisa.21

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora