Cina: domanda di risorse e mutamento della politica estera

Salman Rafi Sheikh New Eastern Outlook 07/06/2015iran-china-joint-naval-drillLa politica estera della Cina, in particolare verso Medio Oriente e Africa, era plasmata dalle crescenti esigenze in petrolio e altre risorse naturali, portando ad una situazione che si può riassumere così: maggiore è la domanda, più è politicamente impegnata nel Medio Oriente e Paesi da cui importa petrolio. Nel giro di una sola generazione, grazie a una crescita economica senza precedenti, la Cina è passata dall’autosufficienza nel greggio (produzione di ciò che consuma) a quasi sostituire gli Stati Uniti come primo importatore di carburante. Nel 2014, la Cina ha importato circa 6,2 milioni di barili al giorno in media e, più che semplice coincidenza, la maggior parte delle importazioni cinesi di petrolio proviene da una delle regioni più instabili del mondo: il Medio Oriente. Anche in questo caso, non si tratta solo di mera coincidenza che il principale competitore- strategico degli Stati Uniti, la Cina, sia la forza preponderante. Pertanto, la Cina prevede una ‘nuova’ politica estera dettata non solo dall’economia politica, ma anche da considerazioni geostrategiche mondiali. Tale maggiore ricorso a Paesi instabili ha spinto la Cina ad intraprendere il primo dispiegamento all’estero di forze da combattimento per il mantenimento della pace in Africa, poi seguita da un ruolo maggiore nella risoluzione dei conflitti in Afghanistan. Anche se la Cina non importa petrolio dall’Afghanistan, il Paese ha risorse sufficienti che la Cina può sfruttare in futuro. Sull’Africa, nel 2013, Pechino ha inviato 170 truppe in Mali per impedire che i tumulti si riversassero nei vicini ricchi di petrolio, come Algeria e Libia. Un anno dopo, con un altro ‘pugno da diplomazia aggressiva’, la Cina risaltò nei colloqui di pace tra fazioni in guerra nel Sud Sudan. Nel Medio Oriente, nel dicembre 2014 la Cina offrì sostegno militare all’Iraq tramite attacchi aerei contro lo Stato islamico. Nuovi impegni alimentati dal petrolio della Cina hanno visto un passo definitivo verso il Medio Oriente quando, nel novembre 2014, Pechino offrì a Washington denaro (circa 10 milioni di dollari) per aiutare gli sfollati in Iraq. Venendo da un Paese che ha visto a lungo negli interventi militari degli Stati Uniti la punta dei nefasti complotti occidentali, tali offerte erano assolutamente sorprendenti per molti che vedono nella Cina uno Stato politicamente ‘disinteressato’. Tuttavia, poiché la domanda cinese di petrolio e altre risorse è aumentata in modo esponenziale negli ultimi anni, e le regioni che riforniscono Cina di adeguate risorse diventano instabili e preda del caos, anche la Cina è costretta ad adeguamenti politici necessari per garantirsi le forniture di risorse in modo da mantenere attiva l’industria. Il caso cinese, in altre parole, è un classico esempio di ‘superpotenza’ che cade nella ‘trappola’, come alcuni amano chiamarlo, tesa da un’altra superpotenza, gli Stati Uniti; nulla aiuterebbe gli Stati Uniti più della Cina impegnata militarmente in Medio Oriente, mandandone in frantumi l’immagine di Stato che non interferisce.
inline_9e65ccb6-3d0_768786a.jpg_risultato Tuttavia, sarebbe una semplificazione eccessiva affermare che la Cina cade nella trappola degli Stati Uniti. La decisione della Cina d’inviare truppe è una mossa molto calcolata e risultato di alcuni dibattiti politici seri nei circoli dominanti degli ultimi anni. Tale importante cambio nella diplomazia e politica estera è, in quanto tale, in perfetta linea con le discussioni aperte di alti funzionari, tra cui in particolare il Ministro degli Esteri Wang Yi, sul ruolo cinese sempre più importante nelle regioni suddette. Anche se la Cina opera o si offre di operare nella regione senza alleanze o trattati formali di difesa o sicurezza, il fatto che sia disposta ad operarvi è uno sviluppo che va considerato, senza tralasciare una domanda molto importante: La Cina sostituisce gli Stati Uniti in Medio Oriente? Non possiamo avere una risposta categorica, tuttavia, vi sono segnali abbastanza chiari che la Cina lentamente e in maniera molto calcolata, entra nell’arena politica; se non lo facesse, non poterebbe così facilmente trarre la quantità di petrolio necessaria per mantenere la sua economia ‘funzionale’. Ma garantire la produzione di petrolio non è l’unica preoccupazione della Cina. Il trasporto, naturalmente, è anche una delle principali preoccupazioni. Più dell’80 per cento delle importazioni di petrolio di Pechino attraversa un collo di bottiglia, lo Stretto di Malacca nei pressi di Singapore, che si riduce a meno di due miglia di larghezza attraversate da oltre 15 milioni di barili di petrolio al giorno. In un discorso del 2003, Hu Jintao, allora presidente della Cina, articolò il “dilemma di Malacca”: il timore che “alcune grandi potenze”, gli Stati Uniti, potessero ridurre l’ancora di salvezza energetica della Cina in questo stretto passaggio, rispecchiando ciò che gli USA fecero al Giappone durante la seconda guerra mondiale. A sua volta, Hu accelerò il programma di ammodernamento della marina, continuato dal Presidente Xi Jinping con il varo della prima portaerei della Cina, l’introduzione del suo primo missile balistico antinave e triplicando cacciatorpediniere, fregate e sottomarini d’attacco. Alcuni di questi progressi furono indicati nel 2008, quando la Cina schierò in modo permanente pattuglie anti-pirateria sulle rotte al largo delle coste della Somalia e nel Golfo di Aden, prima missione navale all’estero negli ultimi 600 anni. In un passo destinato a eliminare le vulnerabilità marittime, la Cina ha aperto un oleogasdotto attraverso il Myanmar alla fine del gennaio 2015. Il cambiamento nella politica estera della Cina arriva proprio mentre gli Stati Uniti cercano di districarsi da un decennio di guerre difficoltose. Un ritiro completo dal Medio Oriente sarà impossibile, data l’eruzione dello Stato islamico e la vecchia promessa di proteggere l’approvvigionamento energetico degli alleati. Di conseguenza, gli Stati Uniti dovranno capire come lavorare con la Cina, non solo nel perno di Washington in Asia, ma nel perno di Pechino a ovest. Un punto cardine del “pivot” della Cina verso l’occidente è il vasto programma di modernizzazione volto a bloccare il perno degli Stati Uniti in Asia. La relazione del 18° Congresso del Partito afferma che nel prossimo futuro la Cina deve “aumentare lo sfruttamento delle risorse idriche, sviluppare un’economia marittima, proteggere l’ecosistema oceanico, persistere nella tutela degli interessi marittimi nazionali, costruire il potere marittimo“. In altre parole, la nuova leadership include formalmente l’istituzione della potere marittima nella strategia nazionale. Questo obiettivo comprende generalmente tre aspetti: a) gestione efficace, controllo e protezione dello spazio marittimo in precedenza trascurato (per esempio, Mar Cinese Meridionale e Mar Cinese orientale); b) uso assertivo della diplomazia marittima esercitando influenza notevole su normative e prassi marittime regionali e internazionali; c) uso efficace e razionale delle risorse marittime, dentro e fuori lo spazio sovrano della Cina, divenendo uno delle più potenti economie marittime del mondo. Guidati da questi principi, governo e forze armate cinesi hanno recentemente emanato una serie di misure concrete per proteggere gli interessi aerei, spaziali e marittimi della Cina. D’altra parte, questi sviluppi hanno lo scopo di rafforzare la capacità cinese di agire oltre i confini, soprattutto in Africa e Medio Oriente.
Questi sviluppi degli aspetti del potere marittimo vanno soppesati nella rigorosa, ma calcolata, applicazione in Medio Oriente e in altre regioni. L’approccio politico della Cina al Medio Oriente è rafforzato dalla conclusione sulla situazione degli Stati Uniti nella regione, secondo cui alcuna potenza da sola può ripristinare la stabilità nella regione e intraprendervi uno sviluppo equo e sostenibile. In un certo senso, Washington l’ha interpellata su ciò. I funzionari degli Stati Uniti hanno a lungo spinto la Cina a pesare internazionalmente. Il presidente Barack Obama si lamenta che la Cina sia un “libero battitore” da decenni, beneficiando immensamente del commercio mondiale e dei flussi energetici resi possibili dall’US Navy. In questo senso, le forze di pace cinesi in Africa e i pattugliamenti anti-pirateria sono stati accolti come un segno che Pechino, secondo l’ex-vicesegretario di Stato Robert Zoellick, diviene “azionista responsabile” del sistema internazionale. Tuttavia, la Cina è pienamente consapevole delle conseguenze che potrebbero seguire tale cambiamento, o forse ha già cambiato la politica estera e sua applicazione. “Sostituire gli Stati Uniti è una trappola in cui la Cina non dovrebbe cadere“, ha detto Wang Jian. Allo stesso tempo, ha giustificato la non interferenza cinese con la convinzione del governo che il caos nella regione ha fatto sì che non sia il momento d’intervenire; un approccio che molti nella comunità politica cinese credono permettere alla Cina di lasciare gli Stati Uniti cuocere nel proprio brodo. 20140802_china3

Salman Rafi Sheikh, analista di relazioni internazionali e affari esteri e nazionali del Pakistan, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Perno in Asia ha un futuro?

MK Bhadrakumar Indian Punchline 2 giugno 2015

11013138_442129482628622_6977282861879055311_nL’annuale forum sulla sicurezza Shangri-La Dialogue riunitosi lo scorso fine settimana a Singapore ha inaspettatamente illuminato l’ingresso di un nuovo attore geopolitico nel Mar Cinese Meridionale, la Russia. Per la Cina l’incontro ha evidenziato che il tentativo degli Stati Uniti d’istigare gli Stati dell’ASEAN sulla questione del Mar Cinese Meridionale, non ha avuto molto successo. L’agenzia Xinhua, che aveva avvertito che gli Stati Uniti “giocano con il fuoco” la scorsa settimana, ha visibilmente cambiato registro consigliando Washington, “Nel complesso, il rapporto Cina-USA segue una traccia costante, la stabilità non viene disturbata o scossa. Ancora più importante, le parti dovrebbero gestire correttamente le controversie in modo da non distrarsi dalla direzione generale delle relazioni bilaterali. Le più importanti relazioni bilaterali del mondo meritano di essere curate. La questione del Mar Cinese Meridionale non sarà e non deve diventare ostacolo nei rapporti Cina-USA. Washington dovrebbe esserne consapevole ed essere discreto nelle parole e negli atti”. Un editorialista del quotidiano governativo China Daily oggi ha consigliato gli Stati Uniti con pungente sarcasmo a “filare (dal Mar Cinese Meridionale) con la massima cura, non importa quanto siano presumibilmente sacre le loro intenzioni“. Una ragione di questo strano epilogo potrebbe essere il Vietnam che si ritrova sulla stessa barca (o quasi) della Cina sulla questione delle bonifiche nel Mar Cinese Meridionale. Deutsche Welle ha riferito, qui, due settimane fa che “foto satellitari inedite scattate tra il 2010 e il 30 aprile di quest’anno, rivelano che Hanoi sviluppa attività di bonifica” nell’arcipelago delle Spratly aggiungendo circa 86000 mq di superficie “su cui sviluppa anche strutture militari” presidiate da militari vietnamiti. Detto chiaramente, la tesi della Cina che Vietnam, Filippine e altri Paesi sviluppano bonifiche simili sulle isole contese viene confermata. Probabilmente, la bonifica e i progetti di bonifica della Cina non possono essere proprio condannati dai concorrenti, e la Cina è di gran lunga la maggiore potenza regionale, ma il principio in questione è molto simile. Ciò mette Washington in una situazione sgradevole sul Mar Cinese Meridionale, dove in realtà non è parte interessata. Così, quando a margine del Shangri-La Dialogue, il segretario della Difesa Ashton Carter ha sollevato la questione con i funzionari vietnamiti presenti alla conferenza, chiedendo “la sospensione immediata e duratura delle bonifiche da parte di tutte le parti interessate“, il ministro della Difesa vietnamita Phung Quang Thanh gli ha dato una risposta carina: “Abbiamo alcune attività per migliorare e consolidare le isole sotto la nostra sovranità. Non espandiamo le isole, dobbiamo solo consolidarle per impedirne l’erosione causata delle onde”. Un educato rifiuto in “stile asiatico” e non negoziabile all’iniziativa assurda di Carter. (Sputnik)
A dire il vero, l’iperattivismo gli Stati Uniti nel Mar Cinese Meridionale ha attratto l’attenzione di un’altra “potenza extra-regionale”, la Russia. Affrontando il Shangri-La Forum di Singapore, il viceministro della Difesa della Russia Anatolij Antonov ha risposto a Carter sulle strategie di contenimento gli Stati Uniti contro Russia e Cina. Antonov è stato schietto: “Siamo preoccupati dalla politica nella regione degli Stati Uniti, soprattutto perché ogni giorno sono sempre più concentrati nel contenimento sistematico di Russia e Cina… Nonostante le nostre preoccupazioni per l’architettura della difesa missilistica globale degli Stati Uniti, continuano la politica di instabilità strategica aggiungendo il segmento regionale dello ‘scudo’ antimissile nella regione Asia-Pacifico“. Antonov è andato oltre accusando gli Stati Uniti d’interferire negli affari interni di altri Stati. Per citarlo, “Un’epidemia di ‘rivoluzioni colorate’ ha spazzato il Medio Oriente e come un uragano ha spazzato via diversi Stati della regione. Questa malattia di diffonde in diversi Paesi europei, dove le manifestazioni sono liberamente controllate dall’estero“. Poi è arrivata la bomba russa. Antonov annunciava che la Russia propone di partecipare alle esercitazioni militari navali con la Cina nel contestato Mar Cinese Meridionale, nel maggio del prossimo anno. Chiaramente, Mosca fa quadrato con Pechino e condivide la percezione cinese che gli Stati Uniti siano il fattore destabilizzante principale nel Mar Cinese Meridionale. Antonov accusava lo schieramento del sistema ABM degli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico, implicando un’intesa strategica regionale in via di sviluppo tra Russia e Cina. In effetti, le due marine hanno aumentato l’interoperabilità, come evidenziato dalle straordinarie esercitazioni navali nel Mediterraneo di due settimane fa, e ora testano l’interoperabilità anche nel Mar Cinese Meridionale. Non è chiaro ancora se la Cina testerà le strutture di nuova costruzione (ad es. piste di decollo, radar, ecc.) sulle isole contese nel Mar Cinese Meridionale nelle prossime esercitazioni navali con la Russia. Quando si tratta di sfatare il “pivot in Asia” degli Stati Uniti, nulla può essere escluso da parte di Russia e Cina.
In effetti, la strategia del “pivot in Asia” degli Stati Uniti ha un futuro? Il punto è, come Doug Bandow, noto commentatore statunitense ed assistente speciale del presidente Ronald Reagan, ha scritto questa settimana esaminando le crescenti tensioni USA-Cina sul Mar Cinese Meridionale, “Il predominio economico statunitense continua a svanire e la difficoltà di bilancio federali continueranno a peggiorare mentre la generazione del baby boom riempie i moduli di Medicare e Social Security. Gli statunitensi, giovani e vecchi, difficilmente ascolteranno lo squillo di tromba del sacrificio per far sì che le isole Senkaku restino giapponesi e la bandiera filippina sventoli in cima alla scogliera Scarborough”. Doug Bandow fa un confronto con la Gran Bretagna di metà XIX secolo, quando gli USA cominciavano ad espandersi. Continuate a leggere il suo saggio sulla rivista National Interest qui.20140802_china1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Washington si suicida

F. William Engdahl New Eastern Outlook 24/05/2015yVXAwrNJA55Jf7pe8p4NM2m9AGgxAIzjSono giorni tristi a Washington e Wall Street. L’unica superpotenza una volta incontrastata, dal crollo dell’Unione Sovietica un quarto di secolo fa, perde influenza globale con una rapidità imprevedibile solo sei mesi fa. L’attore chiave che ha catalizzato la sfida globale a Washington quale unica superpotenza è Vladimir Putin, Presidente della Russia. Questo è il contesto reale della visita a sorpresa del segretario di Stato John Kerry a Sochi per incontrare il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e poi discutere per quattro ore con “Satana” in persona, Putin. Lungi da provare un “reset”, gli sfortunati strateghi geopolitici di Washington cercano disperatamente di trovare il modo migliore per piegare l’Orso russo. Un ritorno al dicembre 2014 è istruttivo per capire il motivo per cui il segretario di Stato degli USA porge apparentemente il ramoscello di olivo alla Russia di Putin in questo frangente. All’epoca Washington sembrava piegare la Russia, con le sue sanzioni finanziarie mirate e l’accordo con l’Arabia Saudita per far crollare i prezzi del petrolio. A metà dicembre il rublo era in caduta libera nei confronti del dollaro. Anche i prezzi del petrolio precipitarono a 45 dollari al barile da 107 di soli sei mesi prima. Poiché la Russia è fortemente dipendente dalle entrate petrolifere e dall’esportazione del gas per le finanze dello Stato, e le compagnie russe avevano enormi obbligazioni del debito in dollari all’estero, la situazione appariva desolante al Cremlino. Qui il destino, per così dire, è intervenuto in modo inaspettato (almeno per gli architetti della guerra finanziaria e del crollo petrolifero degli USA). Inoltre l’accordo di John Kerry con il morente re saudita Abdullah nel settembre 2014 affliggeva le finanze russe, ma minacciava anche l’esplosione dei circa 500 miliardi di dollari di titoli “spazzatura” ad alto rischio, il debito dell’industria dello scisto degli Stati Uniti assunta dalle banche di Wall Street negli ultimi cinque anni per finanziare la tanto vantata rivoluzione del petrolio di scisto degli USA, che brevemente ha sospinto gli Stati Uniti a superare l’Arabia Saudita come maggiore produttore di petrolio del mondo.

I danni collaterali della strategia degli Stati Uniti
Ciò che Kerry non ha notato nel suo intelligente mercato delle vacche saudita, era l’occulta doppia agenda dei monarchi sauditi che avevano già chiarito che non volevano affatto che il loro ruolo di primo produttore di petrolio del mondo e re del mercato venisse offuscato dall’industria del petrolio di scisto dei parvenu statunitensi. Volevano colpire Russia e anche Iran, ma il loro obiettivo principale era uccidere i rivali del petrolio di scisto degli Stati Uniti, i cui progetti si basavano sul petrolio a 100 dollari al barile, di meno di un anno prima. Il prezzo minimo del petrolio per evitare il fallimento, in molti casi era di 65-80 dollari al barile. L’estrazione di petrolio di scisto non è convenzionale ed è più costoso rispetto al petrolio convenzionale. Douglas-Westwood, società di consulenza energetica, stima che quasi la metà dei progetti petroliferi degli Stati Uniti in fase di sviluppo ha bisogno di un prezzo del petrolio superiore ai 120 dollari al barile, per fare cassa. Entro la fine di dicembre una catena di fallimenti del petrolio di scisto minacciava un nuovo tsunami finanziario mentre la carneficina della cartolarizzazione della crisi finanziaria 2007-2008 era tutt’altro che finita. Anche un paio di default di titoli spazzatura di alto profilo del petrolio di scisto scatenerebbe il panico negli Stati Uniti per i 1900 miliardi di dollari di titoli spazzatura sul mercato del debito, senza dubbio scatenando una nuova crisi finanziaria che l’affaticato governo degli Stati Uniti e la Federal Reserve a malapena gestirebbero, così minacciando la fine del dollaro quale valuta di riserva globale. Improvvisamente, nei primi di gennaio, il capo del FMI Lagarde lodava la banca centrale della Russia per la sua gestione di “successo” della crisi del rublo. L’Ufficio del terrorismo finanziario del Tesoro degli Stati Uniti, tranquillamente stilava ulteriori attacchi alla Russia, mentre l’amministrazione Obama fingeva la solita “III Guerra Mondiale” contro Putin. La loro strategia petrolifera aveva inflitto assai più danni agli Stati Uniti che alla Russia.

Fallimento della politica USA verso la Russia
Non solo, la brillante strategia bellica di Washington contro la Russia, avviata nel novembre 2013 a Kiev con il golpe di euromajdan, appare un manifesto fallimento totale creando il peggior incubo geopolitico che Washington possa immaginare. Lungi dal reagire da vittima inerme e rannicchiata dalla paura per gli sforzi degli Stati Uniti nell’isolare la Russia, Putin ha avviato una brillante serie di iniziative economiche, militari e politiche che entro aprile hanno contribuito a piantare il seme di un nuovo ordine monetario globale e del nuovo colosso economico eurasiatico che rivaleggia per l’egemonia con l’unica superpotenza USA. Ha sfidato i fondamenti stessi del sistema del dollaro e il suo ordine globale nel mondo, dall’India al Brasile a Cuba e dalla Grecia alla Turchia. Russia e Cina hanno firmato colossali nuovi accordi energetici che hanno permesso alla Russia di reimpostare la propria strategia energetica dall’ovest, dove UE e Ucraina su forti pressioni di Washington, sabotavano le forniture di gas russo all’Unione europea attraverso l’Ucraina. L’Unione europea, di nuovo su pressione intensa di Washington ha sabotato quindi il progetto di gasdotto della Gazprom, South Stream, per l’Europa meridionale. Piuttosto che essere sulla difensiva, Putin ha scioccato l’UE con la sua visita in Turchia, incontrando il presidente Erdogan e annunciando il 1° dicembre di aver cancellato il progetto South Stream di Gazprom e che avrebbe cercato un accordo con la Turchia per fornire gas russo al confine greco. Da lì, se l’UE vuole il gas, deve finanziare propri gasdotti. Il bluff dell’UE fu scoperto e il suo fabbisogno di gas in futuro sarà più remoto che mai. Le sanzioni dell’UE alla Russia sono fallite con la Russia che si vendica vietando l’importazione di prodotti alimentari dall’UE e rivolgendosi all’autosufficienza. E miliardi di dollari in contratti ed esportazioni per le imprese tedesche, come Siemens, o francesi come Total, si trovano improvvisamente nel limbo. Boeing ha visto annullati i grandi ordini per aeromobili dai vettori russi. La Russia ha annunciato di rivolgersi ai fornitori nazionali per la produzione di componenti cruciali per la Difesa. Poi la Russia è diventata fondatrice “asiatica” della riuscita nuova Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) della Cina, destinata a finanziare l’ambiziosa rete ferroviaria ad alta velocità della Cintura economica della Nuova Via della Seta dall’Eurasia all’UE. Invece che isolare la Russia, la politica statunitense ha fallito miseramente, nonostante le forti pressioni ai fedeli alleati degli Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia e Corea del Sud si precipitavano ad aderire alla nuova AIIB. Inoltre, nel vertice di maggio a Mosca, il presidente cinese Xi Jinping e Vladimir Putin annunciavano che la rete ferroviaria della Via della Seta cinese sarà pienamente integrata nell’Unione economica eurasiatica della Russia, una spinta sconcertante, non solo per la Russia, che avvicina l’Eurasia alla Cina, regione con la maggioranza della popolazione mondiale.
In breve, a John Kerry fu detto d’ingoiare il rospo e volare a Sochi, cappello in mano, per offrire una sorta di calumet della pace a Putin, dai circoli dirigenti degli Stati Uniti. Gli oligarchi avevano realizzato che i loro falchi neoconservatori come Victoria “Fottuta UE” Nuland, del dipartimento di Stato, e il segretario alla Difesa Ash Carter, favoriscono la creazione della nuova struttura mondiale alternativa che potrebbe significare la rovina del sistema del dollaro post-Bretton Woods dominato da Washington. Oops. Inoltre, costringendo gli “alleati” europei ad allinearsi agli USA contro Putin, con grave danno degli interessi economici e politici dell’Unione europea, evitando di partecipare al progetto di Cintura economico della Nuova Via della Seta e al boom economico degli investimenti che comporterà, i neo-conservatori di Washington sono riusciti anche ad accelerare il probabile distacco di Germania, Francia e potenze europee continentali da Washington. Infine, il mondo (tra cui anche occidentali anti-atlantisti) vede Putin quale simbolo della resistenza al dominio statunitense. Questa percezione, già emersa con la vicenda di Snowden, s’è consolidata con sanzioni e blocco, tra l’altro giocando un ruolo psicologico significativo nella lotta geopolitica: la presenza di un simbolo che accende nuovi centri di lotta all’egemonia. Per tutte queste ragioni, Kerry fu chiaramente inviato a Sochi per fiutare i possibili punti deboli per un nuovo assalto futuro. Ha detto ai pazzi furiosi sostenuti dagli Stati Uniti a Kiev di raffreddarsi e rispettare gli accordi di cessate il fuoco di Minsk. La richiesta è stata uno shock per Kiev. Il primo ministro, insediato dagli Stati Uniti, Arsenij Jatsenjuk, ha detto alla TV francese, “Sochi non è sicuramente il miglior resort e non è il posto migliore per una chiacchierata con il presidente e il ministro degli Esteri russi“. A questo punto l’unica cosa chiara è che Washington ha finalmente capito la stupidità delle sue provocazioni contro la Russia, in Ucraina e nel mondo. Quale sarà il loro prossimo piano non è ancora chiaro. Ciò che è chiaro è che un drammatico cambio di politica è stato ordinato all’amministrazione Obama dai vertici delle istituzioni statunitensi. Nient’altro può spiegarlo. Se la sanità mentale sostituirà la follia dei neo-con resta da vedere. Resta chiaro che Russia e Cina sono risolute più che mai a non rimanere in balia di una superpotenza irrazionale. Il patetico tentativo di Kerry di un secondo “reset” con la Russia, a Sochi, porterà poco a Washington. L’oligarchia degli Stati Uniti, come dice l’Amleto di Shakespeare “cade nella sua stessa trappola”, come il bombarolo che esplode con la sua bomba.

0508-world-putin-xi_jinping_620_434_100F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica dalla Princeton University è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le isole avamposti militari della Cina

Tyler Durden Zerohedge 17/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraMAP_1_Paracel_and_Spratly_island_chains_slideshowLa scorsa settimana, abbiamo notato l’ironia esilarante del presidente Obama secondo cui la Cina “usava grandezza e forza per subordinare gli altri Paesi“. Naturalmente, un quadro perfetto della politica estera USA e quindi la dichiarazione del presidente è effettivamente un atto d’accusa delle azioni di Washington. Le osservazioni di Obama riguardavano le “attività” della Cina nel Mar Cinese Meridionale; le azioni di Pechino nelle acque contestate da Filippine, Vietnam, Malesia, Brunei e Taiwan. In sostanza, la Cina costruisce isole in cima al rilievo Fiery Cross nell’arcipelago delle Spratly, che secondo alcuni saranno utilizzate per scopi militari. Il NY Times riassume: “La costruzione sul Fiery Cross Reef è parte di un ampio progetto di bonifica cinese che coinvolge decine di draghe in almeno cinque isole nel Mar Cinese Meridionale. La Cina converte piccoli scogli, poco visibili sull’acqua, in isole abbastanza grandi per ospitare materiale e personale militare e strutture ricreative per i lavoratori. Le immagini satellitari delle bonifiche appaino costantemente negli ultimi mesi, dove i Paesi più piccoli con pretese sulle isole della zona hanno espresso preoccupazione per le costruzioni della Cina, mentre gli Stati Uniti intensificano le critiche… La Cina reclama l’80 per cento del Mar Cinese Meridionale, sostenendo che la “linea dei nove trattini“, tracciata sullo specchio d’acqua alla fine degli anni ’40, è conforme al diritto. Nessun altro Paese riconosce la validità della linea e molti temono che le attività di bonifica della Cina rientrano in un piano per creare il fatto compiuto della sovranità cinese. Ora, una serie di immagini satellitari conferma la costruzione di una pista di 3000 metri sulla barriera corallina, suggerendo che la Cina programmi di farvi atterrare aerei militari, come dei caccia, sulle isole bonificate. Qui, le immagini ad alta risoluzione accompagnate da didascalie dell’Asia Maritime Transparency Initiative (ennesima iniziativa di Soros. NdT):

FieryCross1Fotografia satellitare che individua tre cementifici operanti sull’isola.

FieryReef2La Cina ha già costruito oltre 60 edifici semi-permanenti o permanenti.

FieryReef3Almeno 20 strutture sono visibili sul lato meridionale dell’isola (compreso un eliporto).

FieryReef4La Cina costruisce una pista di atterraggio sull’isola, probabilmente abbastanza grande per farvi atterrare quasi qualsiasi aeromobile cinese.

FieryReef5Le immagini scattate l’11 aprile mostrano la pista per più di un terzo completata.

FieryReef6Pechino installa anche impianti portuali a cui possono attraccare navi cisterna militari.

FieryReef7Il rapporto interattivo dell’AMTI completo è disponibile qui.

Ecco altre note del NY Times su ciò che può significare dal punto di vista militare e geopolitico: “La pista, che dovrebbe essere di circa 3000 metri, abbastanza per ospitare aerei da combattimento, è una svolta nella competizione tra Stati Uniti e Cina sul Mar Cinese Meridionale, ha detto Peter Dutton, docente di studi strategici presso il Naval War College di Rhode Island. “E’ un grande passo strategico“, ha detto. “Per controllare il mare è necessario controllare l’aria...” Col tempo, secondo Dutton, la Cina installerà radar e missili che potrebbero intimidire Paesi come le Filippine, alleato degli USA, e il Vietnam, che reclamano le Spratly, dove riforniscono modesti presidi militari. Più in generale, la capacità della Cina di usare il rilievo Fiery Cross come pista per aerei da caccia e sorveglianza espanderà di molto la competizione con gli Stati Uniti nel Mar Cinese meridionale… “Pensiamo che sia assolutamente per gli aerei militari, ma naturalmente, una pista di atterraggio è una pista di atterraggio, vi può atterrare di tutto se è abbastanza lunga”, ha detto James Hardy, redattore per l’Asia-Pacifico del Jane’s Defense Weekly… La questione principale è cos’altro vi atterrerebbe?“. “A meno che non prevedano di trasformarli in resort, cosa improbabile vista anche la dichiarazione del Ministero degli Esteri della scorsa settimana. Poi aerei militari sono gli unici che dovrebbero atterrarvi“. Altro anche dalla Reuters: “Il senatore John McCain, presidente della Commissione Forze Armate del Senato USA, definisce le mosse cinesi “aggressive” e ha detto che è emersa la necessità, per l’amministrazione Obama, di agire sui piani per spostare altre risorse militari nell’economicamente importante regione asiatica e rafforzare la cooperazione con i Paesi preoccupati dalla Cina. McCain si riferisce a una valutazione dell’intelligence degli Stati Uniti di febbraio secondo cui la modernizzazione militare della Cina è volta a contrastare le forze armate USA, e ha detto che Washington deve lavorare molto per mantenere il vantaggio militare nella regione Asia-Pacifico. Quando una nazione riempie 600 ettari di terreno e vi costruisce piste, e molto probabilmente adotta altre capacità militari in ciò che sono acque internazionali, chiaramente minaccia l’economia mondiale, ieri, oggi e nel prossimo futuro”, ha detto in una conferenza al Congresso. Un portavoce del dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha detto che le dimensioni di bonifica e costruzioni cinesi alimentano le preoccupazioni regionali sulla Cina che intenderebbe militarizzare i propri avamposti, e sottolineava l’importanza della libertà di navigazione. “Gli Stati Uniti hanno forte interesse nel conservare pace e sicurezza nel Mare cinese meridionale. Non credo che le grandi bonifiche per militarizzare gli avamposti su territori contesi sia coerente con il desiderio di pace e stabilità nella regione“.
Ciò avviene in un momento interessante per le relazioni tra Pechino e Washington. La recente mossa della Cina per evacuare cittadini stranieri dall’assediata città portuale yemenita di Aden segna la prima volta in cui la nascente superpotenza partecipa al soccorso internazionale. La stessa settimana, la televisione di Stato ha indicato che il Paese inizierà la prima missione dei propri sottomarini nucleari entro la fine dell’anno. Nel frattempo, la Banca asiatica degli investimenti infrastrutturali della Cina segna il cambio economico dal dopoguerra, con l’istituzione multilaterale che cercherà di tappare i buchi lasciati dal FMI dominato dagli Stati Uniti e dall’ADB influenzata dal Giappone, mentre posiziona lo yuan per fargli svolgere un ruolo più importante in quello che diventa rapidamente il nuovo ordine economico mondiale caratterizzato dal dominio del renminbi e dal declino dei sistemi tradizionali che hanno sostenuto l’egemonia del dollaro quale petrovaluta mercantile. Se non è chiaro esattamente quanto l’ambiziosa Pechino speri di trasformare le Spratly in avamposto militare, gli sforzi dello sviluppo della Cina evidenziano quanto il Paese non sia timido nel sostenere i propri interessi di fronte alle minacce occidentali.YEMEN-ADEN HARBOR-CHINESE CITIZENS-WITHDRAW
Pechino sciocca gli USA con l’incredibile progresso dell’aeroporto nel Mar Cinese Meridionale
Sputnik, 17/04/2015

Nuovo immagini satellitari mostrano l’estensione della costruzione di isole artificiali cinesi nel Mar Cinese Meridionale. Fiery Cross Reef potrebbe presto essere una pista militare nell’oceano. E nonostante la presenza militare nella regione, gli Stati Uniti sono in preda al panico.

1021028956Dragando sabbia dal fondo marino, il governo cinese continua la costruzione di isole artificiali in cima alle scogliere sommerse dell’arcipelago delle Spratly. In parte, le isole saranno utilizzate per rafforzare gli interventi di emergenza nella regione. Ma secondo Pechino le isole saranno utilizzate come avamposti della difesa, preoccupando Washington, che lo é di già per la crescente influenza cinese. Le immagini di IHS Jane’s Defense Weekly avute dall’Airbus Difesa e Spazio mostrano quanto sia rapida la crescita dell’isola. Avviata la costruzione solo l’anno scorso, Fiery Crosse Reef è ora sede della prima pista di atterraggio cinese nel Mar Cinese Meridionale. Con 503 metri già pavimentati, la pista potrebbe essere lunga più di 3000 metri, una volta completata, abbastanza da ospitare aerei da trasporto pesanti e aerei da combattimento, secondo il Centro degli studi strategici e internazionali di Washington. La pista dell’Aeronautica dell’Esercito di Liberazione Popolare cinese sarebbe lunga da 2700 a 4000 metri. Le immagini satellitari mostrano anche che una seconda pista di atterraggio 3000 metri potrebbe essere in costruzione sul Subu Reef, un’altra isola artificiale dell’arcipelago. Fiery Cross ospiterà anche un grande porto sull’estremità sud-ovest dell’isola. Immagini mostrano una gru galleggiante che consolida dighe con il cemento. Negli Stati Uniti, già preoccupati dalla costruzione dell’isola, l’esistenza di piste rinvigoriscono le paure. “Gli Stati Uniti hanno forte interesse a conservare pace e sicurezza nel Mar Cinese Meridionale“, ha detto un portavoce del dipartimento di Stato secondo la Reuters. “Non crediamo che la grande bonifica con l’intento di militarizzare avamposti su territori contesi sia coerente con il desiderio di pace e stabilità nella regione“. Nonostante tale presunto interesse per la “pace”, l’esercito statunitense ha costantemente aumentato la propria presenza nella regione. A febbraio, l’US Navy ha inviato il suo aereo spia più avanzato, P-8A Poseidon, nelle Filippine per monitorare la regione. Washington ha anche organizzato una serie di esercitazioni con gli alleati nel Mar Cinese Meridionale. All’inizio di aprile, Stati Uniti e Indonesia hanno partecipato alle esercitazioni militari congiunte, mossa vista da alcuni quale avvertimento all’espansione cinese. Un’altra serie di esercitazioni di Stati Uniti e Filippine inizierà la prossima settimana, conosciute come Balikatan, è “volta ad aumentare la nostra capacità di difendere il Paese da aggressioni esterne“, come ha detto alla Reuters il portavoce militare, tenente-colonnello Harold Cabunoc.
Mentre denuncia pubblicamente la costruzione delle isole cinesi come “aggressiva”, il senatore statunitense John McCain, presidente della Commissione Forze Armate del Senato, ha invitato l’amministrazione Obama ad inviate altre risorse militari nel Pacifico. Parlando a un seminario a Washington, Cui Tiankai, ambasciatore cinese negli Stati Uniti, ha difeso il diritto di Pechino d’installare difese sul proprio territorio dicendo che “sarebbe illusorio che qualcuno possa imporre alla Cina lo status quo unilaterale” o “violare impunemente e ripetutamente la sovranità della Cina“. Ha anche osservato che la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, vieta agli Stati Uniti di condurre “ricognizione intensiva e ravvicinata sulla zona economica esclusiva di altri Paesi“. Il Mar Cinese Meridionale è un specchio d’acqua molto contestato attraverso cui 5000 miliardi di dollari di merci passano ogni anno. Mentre la Cina reclama la maggior parte della zona quale proprio territorio, Filippine, Malesia, Vietnam, Taiwan e Brunei vi avanzano propri reclami.

SpratlyMap2Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Incontro trilaterale a Seoul

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 28/03/2015Wang Yi, Fumio Kishida, Yun Byung-seIl 21-22 marzo, Seoul ha ospitato la riunione dei ministri degli Esteri di Cina, Giappone e Corea del Sud, preparata da tempo e con grande difficoltà, evento strettamente sorvegliato da altri Paesi dell’Asia del nord-est e della regione Asia-Pacifico. Dato che è stato il primo incontro tra i ministri in tre anni, ne è valsa l’attenzione in quanto determina essenzialmente la natura dell’evoluzione della situazione nella regione del nord-est asiatico. Per gli osservatori stranieri, il criterio per il successo di questo incontro è la possibilità d’impostare una data specifica per un vertice tra i leader di Cina, Giappone e Corea del Sud. A tal proposito, hanno dichiarato in un comunicato ministeriale congiunto che intendono lavorare a un vertice a tre “al più presto”, fornendo a ottimisti e pessimisti ampie opportunità d’interpretare l’efficacia del lavoro svolto a Seoul. È chiaro che le dichiarazioni congiunte dei Paesi, partecipanti alla Trans-Pacific Partnership, le cui riunioni annuali negli ultimi cinque anni, sembrano concludersi con la stessa formulazione “gommosa”. La natura incerta dell’esito della riunione di Seul è in linea con il contesto politico molto ambiguo plasmato da una serie di eventi e dichiarazioni dei leader politici della regione. Al centro del conflitto, non favorevole alla creazione di un ambiente adatto a un vertice trilaterale, è l’ultimo alterco cino-giapponese sulle isole Senkaku/Diaoyu. Due eventi hanno portato a tale conflitto:
Il primo è stata la scoperta, il 30 dicembre 2014, di un sito web cinese trilingue (cinese, giapponese e inglese), in cui viene spiegata l’intera questione delle “Isole Diaoyu”, portando ad una protesta del ministero degli Esteri giapponese, respinta dal ministero degli Esteri cinese.
Il secondo evento (visibilmente risultante dal primo) è stata la “scoperta d’archivio” del ministero degli Esteri giapponese di un atlante cinese del 1969 in cui tutte le isole, tra cui quelle principali, sono indicate con i loro nomi giapponesi. I media giapponesi hanno risposto dicendo che la domanda della Cina sulle isole fu posta solo alla fine degli anni ’70 per la sua natura “mercantile”. Presumibilmente Pechino poi ha cominciato a valutare seriamente il rapporto del 1968 delle Nazioni Unite sulle possibili enormi riserve di idrocarburi sul fondo del Mar Cinese Orientale, vicino le isole Senkaku, chiamate Diaoyu dai cinesi. Al reperto storico giapponese seguiva l’attesa reazione negativa della Cina, che ipotizzava che l’atlante sia stato creato durante l’occupazione giapponese di parte del territorio cinese.
A controbilanciare debolmente tali eventi negativi è stata la firma di un accordo Giappone-Cina sulla “costante cooperazione” regionale per minimizzare i danni da disastri naturali. Un indicatore importante dell’ulteriore sviluppo delle relazioni bilaterali sarà la reazione del Giappone alla firma del 24 ottobre 2014, a Pechino, dell’istituzione dell’Infrastructure Asian Investment Bank (AIIB) con un capitale sociale iniziale di 50 miliardi di dollari che, secondo gli esperti, in gran parte cinese. Finora l’AIIB è piuttosto inferiore a Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Banca asiatica di sviluppo controllati da Stati Uniti, Unione europea e Giappone. Ma qui è importante notarne il trend, dato che dalla decisione del giugno 2014 dei Paesi BRICS di creare la nuova Banca di sviluppo, l’AIIB sarà il secondo maggior progetto bancario, essenzialmente attuato sotto l’egida della Cina. Più di 30 Paesi hanno annunciato ufficialmente interesse per l’AIIB tra cui: India, Nuova Zelanda, Singapore, Vietnam, Qatar, Laos, Kazakistan, Uzbekistan. A marzo tutti i principali Paesi europei, Francia, Germania, Italia e Regno Unito, annunciavano l’adesione al progetto. Quest’ultimo sembra particolarmente degno di nota, in quanto i leader del mondo occidentale, gli Stati Uniti, così come i loro alleati regionali più stretti Giappone, Australia e Corea del Sud, sono vistosamente assenti. L’Australia, però, potrebbe seguire l’esempio del Regno Unito e la Repubblica di Corea “considera la possibilità di aderirvi”. Riguardo l’alleato chiave degli USA, il Giappone, ci sono elementi di “debolezza” nella sua posizione sulla questione (ancora una volta e sulla scia della “mancanza di fermezza” nel sostenere le sanzioni alla Russia). Pertanto, la dichiarazione del ministro delle Finanze giapponese Taro Aso sull’AIIB, il 20 marzo, è degna di nota (fu primo ministro nel 2008-2009), quando ha detto che “c’è la possibilità di discuterne… mentre si attiva, una volta soddisfatte alcune condizioni, come richiesto dal Giappone per l’adesione all’AIIB“. Ma tuttavia, un altro ministro chiave (dell’Economia), Akira Amari, ha detto alla conferenza stampa separata che il Giappone lavorerà “con gli Stati Uniti” sull’AIIB. Non sembra casuale che Aso decida di giudicare la domanda d’adesione alla banca in termini di “diplomazia ed economia”, così aggirando i fattori politici e di sicurezza che molto influenzano le relazioni tra i principali Paesi del nord-est asiatico e della regione Asia-Pacifico. La direzione opposta dei vettori politici ed economici nello sviluppo delle relazioni tra i protagonisti della regione Asia-Pacifico, è ciò che oggi spesso si chiama “paradosso asiatico”. In realtà non esiste un così speciale “paradosso asiatico”, come non c’era in Europa all’inizio del 20° secolo, alla vigilia della prima guerra mondiale. Solo che la storia non finisce qui e la “mano invisibile del mercato che risolve tutti gli altri problemi” s’è rivelata essere solo un’altra fiction speculativa.
Nel 70° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, la questione più rilevante nei rapporti tra Giappone, Cina e Corea del Sud rimane la valutazione ufficiale del governo giapponese del ruolo del Paese in tale recente periodo storico. Parlando ad una conferenza stampa il 15 marzo 2015, il primo ministro cinese Li Keqiang ha detto che “In un momento così critico, è un test e un’opportunità dei rapporti Cina-Giappone“. In una dichiarazione sufficientemente precisa, il primo ministro cinese ha chiarito che scopo del test è valutare il comportamento dei “militaristi giapponesi” in Asia che crearono una “tremenda sofferenza”, non solo per le altre nazioni, ma anche al loro popolo. Secondo Li Keqiang, se il primo ministro giapponese supera il test in modo soddisfacente (dal punto di vista cinese) questa estate ci sarà nuovo impulso allo sviluppo delle relazioni bilaterali, anche nel settore imprenditoriale. Così una settimana prima della riunione trilaterale a Seoul, i principali leader della Cina formulavano alcune condizioni per la rianimazione dei rapporti politici con il Giappone, che saranno accettate o rifiutate indirettamente nei prossimi mesi. Data la natura vaga e predeterminata della dichiarazione congiunta della riunione trilaterale a Seoul, un’ulteriore sviluppo delle relazioni “Cina-Giappone-Corea del Sud” sarà determinata in modo significativo dalle parole che il primo ministro giapponese Shinzo Abe pronuncerà alle prossime commemorazioni del 70° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale.map-locating-disputed-southVladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, per la rivista online “New Eastern Outlook orientale“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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