Il programma missilistico della Corea democratica minaccia l’egemonia degli USA

Gregory Elich, 29 giugno 2017Da quando il presidente Trump è in carica, la Corea democratica ha condotto una serie di test missilistici, innescando un’ondata di condanne da media e politici statunitensi. La reazione contiene più di un elemento di paura, talvolta implicando che una volta che la Corea democratica avrà missili balistici intercontinentali (ICBM), lancerebbe un attacco non provocato sul continente nordamericano. Ciò che si tende ad evitare in tali rapporti è qualsiasi riflessione sobria, soffrendo di molta confusione sullo stato attuale del programma della Corea democratica. L’articolo esamina i recenti lanci dei missili della Corea democratica e sostiene che costituiscono una minaccia, non per la sicurezza della popolazione statunitense come sostengono i media ufficiali, ma ai calcoli strategici degli Stati Uniti nella regione.Pukguksong-2
Testato per la prima volta l’11 febbraio, il Pukguksong-2 è un missile balistico a medio raggio basato sul Pukguksong-1 lanciato da sottomarini. Il principale vantaggio del Pukguksong-2 sugli altri missili balistici della Corea democratica è che usa propellente solido. Perciò, il Pukguksong-2 è molto più mobile e flessibile degli altri missili a medio raggio della Corea democratica, con propellente liquido, quindi ostacolati dalla necessità di essere accompagnati da autocisterne nei movimenti. La necessità del lungo processo di rifornimento prima del lancio li rende vulnerabili ad un attacco. Volando con una traiettoria quasi verticale, il Pukguksong-2 percorse 500 chilometri raggiungendo l’apogeo di 550 chilometri. Ciò si traduce in un raggio di 1200 chilometri, che il missile avrebbe se lanciato con una normale traiettoria con lo stesso carico utile. Una delle ragioni della traiettoria insolita del test fu che i tecnici avessero l’ambito di monitoraggio tecnico per raccogliere dati sulle prestazioni. Anche la rotta insolita può essere stata scelta, come indica la Corea democratica, per evitare problemi politici sul sorvolo del Giappone. Il missile fu nuovamente testato il 21 maggio seguendo una traiettoria simile alla prima. Nonostante l’affermazione della Corea democratica che il missile dovrebbe entrare in produzione di serie, è necessario testarlo varie volte per consolidarne affidabilità e precisione. Non sembra che il veicolo di rientro si stato testato in quell’occasione, in quanto mancava degli stabilizzatori necessari per la guida terminale. Secondo l’esperto missilistico John Schilling, “probabilmente occorreranno almeno cinque anni” affinché il Pukguksong-2 diventi “il pilastro della forza strategica della Corea democratica e, anche allora, solo nella versione di prima generazione con testata non-manovrabile“. Le diverse prestazioni dei due test indicano che ci sono aspetti non risolti nella produzione di un motore che porti a risultati coerenti. Hwasong-12
Dopo tre lanci lanciati ad aprile, l’Hwasong-12 a raggio intermedio ha finalmente avuto successo il 14 maggio. A differenza del Pukguksong-2, questo missile è a propellente liquido. In ogni caso, la performance del Hwasong-12 ha dimostrato un notevole progresso tecnologico rispetto ad altri missili della Corea democratica. Nell’ultimo test, il missile ha volato con un angolo di 85 gradi raggiungendo una quota di 2111 chilometri. Si calcola che una normale traiettoria darebbe al missile una gittata di 4500 chilometri, potendo colpire la forza strategica degli Stati Uniti a Guam. Ancora più importante, questo è il primo test riuscito della Corea democratica di un veicolo di rientro. Una testata nucleare deve poter sopportare l’enorme calore generato dal rientro nell’atmosfera terrestre per raggiungere l’obiettivo. Senza questa capacità, la Corea democratica non avrebbe un deterrente nucleare efficace. I sistemi di monitoraggio sudcoreani hanno raccolto le trasmissioni dati tra la testata in discesa e il centro di controllo nordcoreano, confermando il successo della prova.Missili antinave
Il 29 maggio, la Corea democratica testava la versione aggiornata dell’Hwasong-7. Tra i miglioramenti vi sono stabilizzatori per migliorarne la stabilità nella fase di decollo, un motore nella sezione centrale per il controllo della velocità e tecnologia di guida terminale per dare maggiore precisione. Si dice che il missile abbia una gittata di 1000 chilometri e sia destinato a colpire obiettivi navali. Poco più di una settimana dopo, la Corea democratica lanciava diversi missili da crociera antinave, dimostrando eccellenti manovrabilità e precisione. Secondo i media nordcoreani, i missili “hanno accuratamente individuato e colpito gli obiettivi sul mare orientale della Corea dopo aver effettuato voli circolari“. La gittata fu stimata in 200 chilometri e, come gli altri missili della Corea democratica testati quest’anno, i missili da crociera sono di nuova concezione. I missili da crociera furono lanciati da veicoli da trasporto cingolati capaci di muoversi su terreno accidentato, consentendogli di recarsi dove sarebbero più difficili da individuare e distruggere.L’ICBM futuro della Corea democratica
I media occidentali, con molta speculazione e poca informazione, ci fanno credere che la Corea democratica sia in procinto di testare un ICBM. Ci sono sfide tecnologiche nello sviluppo di un ICBM molto più difficili per la Corea democratica che non nel caso del Hwasong-12. Più è lunga la gittata del missile balistico, maggiore è l’attrito che il veicolo di rientro deve poter sopportare. L’intensità dell’attrito associata alla gittata, quindi alla velocità, aumenta così rapidamente che un test riuscito del veicolo di rientro di un missile balistico intermedio non dice nulla su cosa avverrebbe con un ICBM. Un veicolo di rientro lanciato da un ICBM deve assorbire molto più attrito di quello di un missile a corto raggio. Agli Stati Uniti occorsero diversi anni per superare la sfida nel progettare un veicolo di rientro per ICBM operativo. La testa nucleare va miniaturizzata per ridurre il peso affinché possa essere installata sul missile. Come sottolineano gli specialisti di tecnologia militare Markus Schiller e Theodore Postol, “È improbabile che la Corea democratica abbia ora un’arma nucleare che pesi solo 1000 kg. È anche improbabile che tale arma nucleare di prima generazione possa sopravvivere all’inevitabile decelerazione di 50 G durante il rientro da una gittata di quasi 10000 chilometri“. Si pensa che il Hwasong-12 sia la base per lo sviluppo di un ICBM. Tuttavia, il missile dovrebbe essere ridisegnato per aggiungere un altro stadio. Recentemente,la Corea democratica ha testato un motore a razzo, che i funzionari statunitensi pensano sia destinato all’ultimo stadio di un ICBM. Sulla base unica di immagini satellitari, tale conclusione non è altro che supposizione. Indipendentemente dalla natura del test del motore, resta ancora una grande quantità di lavoro per trasformare un missile esistente in ICBM e perfezionarne la tecnologia associata, come sistema di guida e veicolo di rientro. Inoltre, prima che un missile possa essere considerato operativo, deve essere sottoposto a diversi test per garantirsi che soddisfi gli standard di prestazione e affidabilità. L’Hwasong-12 ha avuto successo solo in uno dei quattro test. Minacce e provocazioni
È un atto di fede occidentale che ogni prova missilistica della Corea democratica sia una “minaccia” o “provocazione”. Ma è vero? Negli ultimi mesi l’India ha testato i missili balistici a medio raggio Agni-2 e Agni-3, nonché l’ICBM Agni-5, producendo solo sbadigli d’indifferenza. Il Pakistan ha lanciato un missile balistico a medio raggio Ababil, in grado di trasportare più testate belliche, mentre Cina e Russia hanno testato ICBM. Gli Stati Uniti, mentre condannano la Corea democratica per i suoi test, lanciano missili Minuteman 3 e Trident. Alcuno di questi test fu ritenuto provocatorio. Né viene considerata l’ipocrisia dell’amministrazione di Trump che esprime indignazione verso la Corea democratica per ciò che fa. Osservando obiettivamente, non esiste alcuna differenza tra test missilistici della Corea democratica e degli altri, anche se va sottolineato che l’arsenale degli Stati Uniti è di quasi 7000 testate nucleari, quello della Corea democratica in rispetto è nullo. Come ha osservato il Ministero degli Esteri nordcoreano, “Non un solo articolo o disposizione della Carta delle Nazioni Unite e di altre leggi internazionali decide che un test nucleare o di un missile balistico sia una minaccia per la pace e la sicurezza internazionali“. Il potere politico ed economico degli Stati Uniti gli permette di spingere altri membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ad accettarne la richiesta per imporre sanzioni alla Corea democratica. Di conseguenza, la Corea democratica è l’unica nazione individuata dalle sanzioni delle Nazioni Unite che vietano di testare gli stessi tipi di missili che gli altri paesi sono liberi di testare. Non esiste alcuna base giuridica per tale doppio standard, principalmente prodotto dell’influenza statunitense. Dal punto di vista nordcoreano, le grandi esercitazioni militari che gli Stati Uniti conducono regolarmente in tandem con la Corea del Sud la minacciano. Tali esercitazioni provano l’invasione della Corea democratica, incluse operazioni per uccidere i leader nordcoreani. Recentemente, B-1B statunitensi eseguirono vari voli sulla Corea del Sud, praticando un finto bombardamento della Corea democratica. Originariamente progettato per lanciare armi nucleari, il B-1B fu trasformato al ruolo convenzionale solo dieci anni fa. L’aereo è comunque un’arma formidabile e può trasportare tre volte il carico utile di un B-52. Nella mentalità occidentale, alcuna di tali azioni va interpretata come “provocatoria” o “minaccia” per la Corea democratica. Ma è abbastanza facile immaginare la reazione isterica se la Russia dovesse condurre esercitazioni militari congiunte a Cuba, praticando bombardamento ed invasione degli Stati Uniti, oltre all’assassinio dei capi politici statunitensi.Rifiuto di riconoscere la Corea democratica Stato nucleare
La politica di “massima pressione e impegno” di Trump si basa sul principio secondo cui gli Stati Uniti non riconosceranno la Corea democratica Stato nucleare. Ma cosa significa ciò? La Corea democratica, come tutti sanno, è uno Stato nucleare. Per gli Stati Uniti significa che non riconosceranno il diritto della Corea democratica di essere uno Stato nucleare. Perché questo è importante? Secondo il Trattato di non proliferazione nucleare (NPT), solo i cinque Paesi che avevano già armi nucleari quando il trattato entrò in vigore nel 1970, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia, Cina, sono riconosciuti a livello internazionale come Stati con armi nucleari. Il trattato gli chiede di ridurre gli arsenali nucleari verso l’eventuale eliminazione e vieta a tutti gli altri firmatari di possedere armi nucleari. Non importa che i cinque Stati siano ben lontani dal conseguimento del disarmo e che gli Stati Uniti spendano un trilione di dollari per modernizzare il proprio arsenale nucleare. La preoccupazione prima degli Stati Uniti è la seconda parte dell’obiettivo dichiarato dal NPT, che alcuno oltre ai cinque Stati ufficialmente riconosciuti abbia armi nucleari. Quindi, il programma nucleare e missilistico della Corea democratica, a giudizio degli Stati Uniti, è un affronto a tale dottrina e il Paese va punito di conseguenza. Ma che dire di India, Pakistan e Israele, Paesi con armi nucleari che non fanno parte del Trattato di non proliferazione nucleare (NPT). Gli Stati Uniti rifiutano di riconoscerli Stati nucleari? Qui c’è la peggiore ipocrisia della condanna statunitense dei test nucleari e missilistici della Corea democratica. Poiché gli Stati Uniti non hanno alcun problema con India, Pakistan e Israele in possesso di armi nucleari, e non si sono voluti pronunciare.Lo sviluppo accelerato dei missili della Corea democratica: minaccia all’egemonia statunitense
Non è passato inosservato che il ritmo dei test missilistici della Corea democratica sia accelerato negli ultimi mesi. All’inizio dell’anno, la Corea democratica era in una posizione piuttosto vulnerabile, vista la retorica aggressiva dell’amministrazione di Trump. La Corea democratica ha un programma per le armi nucleari, ma alcun affidabile veicolo di rientro, il che significa che non aveva vettori. Le armi convenzionali nordcoreane bastano ad infliggere danni seri alla Corea del Sud. Ma in un conflitto, i danni alle forze statunitensi sarebbero relativamente lievi, soprattutto se gli Stati Uniti lanciassero un primo colpo per eliminare gran parte della potenza militare della Corea democratica. La finestra di opportunità per attaccare la Corea democratica si chiuderà definitivamente una volta che dimostrerà di aver un vettore efficace per le armi nucleari, la capacità di colpire gli aerei militari degli USA situati a Guam e le portaerei al largo della penisola coreana. Così per la Corea democratica, la gara è accesa. I nordcoreani hanno preso atto dell’esperienza di Jugoslavia, Iraq e Libia giungendo alla conclusione che una piccola nazione con solo armi convenzionali non ha alcuna possibilità d’impedire l’attacco dagli Stati Uniti. La Corea democratica dice che il suo programma nucleare “è una misura legittima e giusta di autodifesa per proteggere sovranità e diritto all’esistenza” della nazione. Una conclusione che gli Stati Uniti vogliono scoraggiare. Per gli Stati Uniti, è un principio fondamentale della propria politica estera poter attaccare qualsiasi nazione a scelta e che alcun Paese abbia i mezzi per difendersi. E’ questa a causare la preoccupazione degli Stati Uniti. La ragione per cui fermare il programma missilistico nucleare a lungo termine della Corea democratica è una priorità per l’amministrazione Trump, non perché crede veramente che la Corea democratica lancerà un ICBM sugli Stati Uniti. Piuttosto, se la Corea democratica riuscirà a stabilire un deterrente nucleare efficace, ciò avrebbe gravi implicazioni geopolitiche per la politica statunitense, poiché le altre nazioni prese di mira potranno seguire l’esempio della Corea democratica per garantirsi la sopravvivenza. Perciò gli Stati Uniti etichettano la Corea democratica Stato paria e ne sponsorizzano severe sanzioni all’ONU. La Corea democratica affronta la dicotomia tra obiettivi politici. Se non denuclearizza, rischia di subire lo strangolamento economico imposto dagli Stati Uniti. Ma se abbandona il programma nucleare, sarà molto più vulnerabile agli attacchi militari degli USA ostili. La lezione della Libia dopo aver abbandonato il programma sulle armi nucleari non è stata dimenticata. Gli Stati Uniti dichiarano che non s’impegneranno nei colloqui con la Corea democratica a meno che non si denuclearizzi come condizione preliminare, senza ricevere nulla in cambio. Tal posizione esclude qualsiasi possibilità diplomatica ed è difficile vedere qualsiasi via d’uscita dall’attuale situazione, finché Washington si aggrappa a tale atteggiamento. Si spera che il presidente sudcoreano Moon Jae-in possa convincere l’amministrazione Trump ad adottare un approccio più flessibile. È giunto il momento per la Corea del Sud di assumere il comando trovando una soluzione pacifica alla controversia nucleare.Gregory Elich è nel consiglio di amministrazione dell’Istituto di ricerca di Jasenovac e del consiglio consultivo dell’Istituto di politica della Corea. È membro del comitato di solidarietà per la democrazia e la pace in Corea, giornalista de La voce del popolo e coautore di Uccidere la democrazia: CIA e operazioni del Pentagono nel periodo post-sovietico, pubblicato in russo . È anche membro della Task Force per fermare la THAAD in Corea e il militarismo in Asia e nel Pacifico.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio: Riad vuole isolare il Qatar per compensare le proprie sconfitte (Audio)

ParsTodayLa crisi in Qatar interessa l’Italia per i parecchi interessi economici nel Paese… L’Arabia Saudita così vuol far sparire il Qatar sul piano internazionale, geopolitico e politico internazionale. Doha è un alleato potenziale dell’Iran dalle notevoli risorse energetiche e finanziarie, mentre Riyad esaurisce e perde a ritmo accellerato le riserve finanziaire per via delle guerre perdute in Iraq, Siria e Yemen… Al-Saud ha perso tutte le guerre che ha iniziato…“; secondo Alessandro Lattanzio, saggista e analista di questioni politiche internazionali, presso Parstoday sulla tensione tra Qatar e vicini arabi. Qui l’Audio.

Qatar, principi al gabbio e navi da guerra renziane

Alessandro Lattanzio, 30/6/2017Il 14 febbraio 2017, il principe saudita Muhamad bin Nayaf bin Abdulaziz, vicepremier e ministro degli Interni, incontrava il presidente turco Recep Tayyip Erdogan per esaminare le relazioni bilaterali tra Arabia Saudita e Turchia, gli sviluppi in Medio Oriente e relativa posizione dei due Paesi, e la cooperazione su sicurezza e lotta al terrorismo. Già nell’ottobre 2016, Erdogan aveva avuto colloqui dettagliati con bin Nayaf, “Ho conosciuto il principe della corona Muhamad bin Nayaf ai margini dell’assemblea generale delle Nazioni Unite. Il nostro incontro è stato molto breve, ma abbiamo detto che ci saremmo incontrati in Turchia. Ho incontrato Sua Altezza Reale ad Ankara e abbiamo trovato l’opportunità di discutere in dettaglio le relazioni bilaterali oltre agli ultimi sviluppi della regione. Abbiamo approfittato dell’opportunità di attribuire a sua Reale Altezza l’Ordine della Repubblica di Turchia. Simbolo importante della portata dei legami fra i popoli fratelli turco e saudita, nonché dei legami tra i nostri due Paesi. Durante la nostra riunione abbiamo parlato delle relazioni tra i due Paesi. E, naturalmente, del tentato colpo di Stato in Turchia del 15 luglio. Siamo molto contenti della posizione ferma dell’Arabia Saudita in quel momento. Esprimemmo nostro piacere e la nostra gratitudine al Regno. Arabia Saudita e Turchia sono prese di mira. Se si guarda agli sviluppi in Siria, Iraq, Libia e Tunisia, ciò non va trascurato, e neanche in Pakistan e Afghanistan… Sono tutti collegati. Infatti, troviamo intrighi e complotti contro il mondo islamico, e così i Paesi del mondo islamico devono essere solidali”. Il 21 giugno 2017, il principe Muhamad bin Nayaf, ufficialmente successore del sovrano saudita, re Salman, veniva esonerato dalla linea di successione in favore del figlio del re Muhamad bin Salman. Dal giorno dell’annuncio, Nayaf scompariva dalla vita pubblica venendo licenziato dalla carica di ministro degli Interni e sottoposto agli arresti domiciliari nel suo palazzo a Jidah. Anche le sue guardie del corpo furono licenziate e sostituite da uomini del principe Salman. Ciò avveniva contemporaneamente alla crisi tra Arabia Saudita e Qatar, dove la Turchia di Erdogan si schiera nettamente dalla parte del Qatar. Non è un caso, quindi, che Muhamad bin Salman facesse arrestare lo zio Muhamad bin Nayaf, non solo in quanto rivale per la corona, ma anche perché vicino a Erdogan, alleato del Qatar. Ciò viene confermato dall’intelligence tedesca BND, secondo cui il principe Salman sarebbe un “politico impulsivo ed interventista”, le cui manovre compromettono i rapporti del regno saudita con gli alleati regionali e Washington.
Nel frattempo, 45 cittadini turchi venivano deportati dal Qatar per presunti legami con il movimento gulenista, accusato del tentato colpo di Stato in Turchia del 15 luglio 2016. Una ricompensa di Doha per l’aiuto di Erdogan al Qatar nella crisi con l’Arabia Saudita. Tuttavia, già a maggio Arabia Saudita, Malaysia, Georgia e Myanmar avevano deportato accademici, uomini d’affari e insegnanti turchi su richiesta del governo di Erdogan, nonostante avessero lo status di rifugiati dalle Nazioni Unite. Inoltre, il ministro dell’Energia degli EAU Suhayl al-Mazruaya dichiarava, il 29 giugno, che il suo Paese dispone di risorse sufficienti e di un piano per impedire qualsiasi carenza energetica nel caso il Qatar tagliasse le forniture di gas, mentre il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr affermava, durante la sua visita a Washington, che l’Arabia Saudita non toglierà l’embargo commerciale al Qatar finché non saranno soddisfatte le 13 richieste avanzate il 22 giugno.Italia e Francia combatterono per anni la battaglia per vendere navi da guerra al Qatar. Lo scontro italo-francese iniziò nel marzo 2016 alla Doha International Doha Exhibition and Conference (DIMDEX), in Qatar, quando la ministra della Difesa dell’Italia si apprestava a firmare un accordo sulla vendita di corvette, firma poi rinviata su pressione francese. La ministra Pinotti si recò in Qatar il 29 – 31 marzo 2016 con l’intento di firmare l’accordo non vincolante per vendere 4 corvette e 1 nave rifornimento alla marina del Qatar. Era accompagnata da Mauro Moretti, Amministratore Delegato di Finmeccanica (ora Leonardo) e Giuseppe Bono, Amministratore Delegato della Fincantieri. Nei colloqui fu discusso il finanziamento dell’accordo da 3,5 miliardi di euro e il coinvolgimento dell’Italia nella costruzione di un ospedale militare in Qatar. La Francia aveva già offerto un proprio accordo sulle navi, ma non arrivò a farlo sottoscrivere. Il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian incontrò al-Thani al DIMDEX, mentre il presidente dei DCNS Hervé Guillou e il vicepresidente esecutivo della Thales Pascale Sourisse parteciparono alla mostra. La Francia fece un’offerta scontata su 3 fregate FREMM, dotate di missili antiaerei MBDA Aster 30 e missili antinave Exocet. La Thales aveva già venduto al Qatar i radar navali MRR 3D e Triton, nonché i radar terrestri Tiger e Master. Il 22 settembre 2015, la Francia firmò un accordo di cooperazione per l’addestramento militare con il Qatar. E il 30 marzo, Qatar e MBDA firmarono, sempre alla DIMDEX, un memorandum d’intesa per i sistemi missilistici costieri Exocet MM40 Block 3 e i Missili a Gittata Estesa Marte, per un valore di 640 milioni di euro. Doha inoltre ordinò 24 caccia Dassault Rafale, del valore di 6,7 miliardi di euro, di cui 2 per acquistare i missili e le bombe guidate Sagem da imbarcarvi. Alla fine, il Qatar firmava il contratto da 3,8 miliardi di euro per acquisire 8 navi militari dalla Fincantieri, il più grande contratto d’esportazione navale dell’Italia. La firma, tenutasi a Roma, avvenne tra l’Amministratore Delegato della Fincantieri Giuseppe Bono e il comandante della Marina del Qatar Muhamad Nasir al-Muhanadi. Così il Qatar acquista 4 corvette, 1 nave d’assalto anfibio, 2 pattugliatori d’altura e 1 nave da rifornimento; un programma di costruzioni navali di sei anni che inizierà nel 2018. Le corvette saranno lunghe oltre 100 metri e dislocheranno 3000 tonnellate, mentre i pattugliatori saranno lunghi 60 metri e dislocheranno 700 tonnellate. La nave più grande, quella d’assalto anfibio, si baserà sulla nave similare costruita dalla Fincantieri per l’Algeria, la Qalat Bani Abas, lunga 143 metri e che disloca 9000 tonnellate. Leonardo-Finmeccanica fornirà i sistemi di combattimento per tutte le navi e avrà un terzo del contratto. I radar da installare sulle corvette si baseranno sul radar multifunzionale che l’azienda ha già costruito per le fregate FREMM italiane, che saranno dotate di cannoni OTO Melara da 76mm, sistemi a tiro rapido da 30 mm, sistema antisiluro e sonar antimine della Thesan. Le piattaforme coprono il 35% del valore del contratto, mentre i sistemi di propulsione il 25%. Nel contratto sono compresi 15 anni di supporto logistico. L’accordo è accompagnato da un accordo firmato dalla ministra della Difesa Pinotti e dal ministro della Difesa del Qatar Qalid bin Muhamad al-Atiyah, che prevede l’addestramento di personale del Qatar presso la Marina Militare italiana. Un importante responsabile dei colloqui fu l’Ammiraglio Valter Girardelli che in seguito, il 22 giugno 2016, fu nominato a capo della Marina Militare italiana sostituendo l’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi.
La scelta di Doha a favore dell’Italia è probabilmente una ritorsione del Qatar verso la Francia, per aver venduto le navi Mistral ex-russe all’Egitto, deciso nemico della fratellanza musulmana finanziata e supportata dal Qatar; così come l’acquisto di 36 cacciabombardieri F-15 statunitensi è una mossa sia per punire sempre Parigi, per il suo supporto a Egitto e Arabia Saudita, che per corrompere l’amministrazione statunitense di Donald Trump, allontanandola dall’allineamento filo-saudita nello scontro con il Qatar. Un altro motivo della scelta italiana del Qatar è senza dubbio la convergenza in Libia, dove il fronte Italia-Qatar-fratellanza mussulmana si oppone al Fronte di Liberazione libico, formato dall’asse Qalifa Haftar-Parlamento di Tobruq-Sayf al-Islam Gheddafi-Forze della Jamahiriya, supportato da Egitto ed Emirati Arabi Uniti, nemici gepolitici del Qatar.Fonti:
al-Arabiya
Arab News
Defense News
Defense News
Intel News
The Qatar Insider
The Qatar Insider

La linea rossa di Trump

Seymour M. Hersh, Die Welt, 25 giugno 2017 – Global ResearchIl 6 aprile il presidente degli Stati Uniti Donald Trump autorizzò l’attacco missilistico con i Tomahawk sulla base aerea di Shayrat nella Siria centrale, in rappresaglia a ciò che affermò esser stato un attacco con gas mortale del governo siriano due giorni prima, sulla città ribelle di Qan Shayqun. Trump emise l’ordine nonostante fosse stato avvertito dalla comunità d’intelligence statunitense che non aveva trovato alcuna prova che i siriani avessero usato un’arma chimica. L’intelligence disponibile chiarì che i siriani avevano colpito il sito di una riunione jihadista il 4 aprile utilizzando una bomba guidata fornita dai russi ed equipaggiata con esplosivi convenzionali. I dettagli dell’attacco, comprese le informazioni sui cosiddetti obiettivi di grande valore, furono forniti giorni prima dai russi ad ufficiali statunitensi ed alleati a Doha, la cui missione è coordinare le operazioni delle forze aeree siriane, russe, statunitensi ed alleate nella regione. Alcuni ufficiali statunitensi erano particolarmente afflitti dalla decisione del presidente d’ignorare le prove. “Niente di ciò aveva senso”, disse un funzionario ai colleghi a conoscenza della decisione di bombardare. “Sappiamo che non ci sono stati attacchi chimici… i russi sono furiosi. Sostengono che abbiamo intelligence autentica e sappiamo la verità… immagino che non gli importi se abbiamo scelto Clinton o Trump“. Poche ore dopo il bombardamento del 4 aprile, i media furono saturati da fotografie e video di Qan Shayqun. Le immagini di vittime morte e morenti, colpite da sintomi di avvelenamento da gas nervini, furono diffuse sui social media da attivisti locali, come i White Helmets, un gruppo di emergenza noto per la sua stretta collaborazione con l’opposizione siriana. La provenienza delle foto non era chiara e nessun osservatore internazionale aveva controllato il sito, ma l’immediato presupposto, popolare nel mondo, era che si trattasse dell’uso deliberato dell’agente nervino sarin autorizzato dal Presidente Bashar Assad della Siria. Trump sostenne tale assunzione emettendo una dichiarazione a poche ore dall’attacco, descrivendo le “azioni disgustose” di Assad come conseguenza della “debolezza e irresoluzione” dell’amministrazione Obama nell’affrontare ciò che affermò essere l’uso in passato di armi chimiche della Siria.
A dispetto di molti membri della sua squadra della sicurezza nazionale, Trump non cambiò idea dopo 48 ore di intense relazioni e decisioni. In una serie di interviste, appresi della totale disconnessione tra presidente e molti suoi consiglieri militari e d’intelligence, nonché ufficiali sul campo della regione, che avevano una diversa comprensione della natura dell’attacco della Siria a Qan Shayqun. Ebbi le prove di tale sconnessione, sotto forma di trascrizioni delle comunicazioni in tempo reale, subito dopo l’attacco siriano del 4 aprile. In un importante processo di pre-attacco conosciuto come de-conflitto, ufficiali statunitensi e russi forniscono regolarmente in anticipo i dettagli sulle rotte previste e le coordinate dei bersagli, per garantirsi che non vi sia alcun rischio di collisione o scontro accidentale (i russi parlano per conto dell’Esercito arabo siriano). Queste informazioni vengono fornite quotidianamente agli aerei di sorveglianza AWACS statunitensi che controllano i voli. Il successo e l’importanza del deconflitto può essere misurato dal fatto che non ci sia stata ancora una collisione, o addirittura avvicinamento tra i potenti cacciabombardieri supersonici statunitensi, alleati, russi e siriani. Gli ufficiali delle aeronautiche russa e siriana fornirono dettagliatamente il piano di volo attentamente pianificato da e per Qan Shayqun il 4 aprile, direttamente in inglese, ai monitor di deconflitto dell’aereo AWACS che pattugliava sul confine turco, 60 miglia o più a nord. Il bersaglio dei siriani a Qan Shayqun, condiviso con gli statunitensi a Doha, fu descritto come edificio di due piani a nord della città. L’intelligence russa condivisa, quando necessario, con Siria e Stati Uniti, nell’ambito della lotta comune ai gruppi jihadisti, aveva stabilito che nell’edificio doveva aver luogo una riunione di alto livello dei capi jihadisti, tra cui rappresentanti di Ahrar al-Sham e del gruppo affiliato ad al-Qaida già noto come Jabhat al-Nusra. I due gruppi avevano recentemente unito le forze e controllavano la città e l’area circostante. L’intelligence russa indicò l’edificio come centro di comando e controllo che ospitava un negozio di alimentari e altri locali commerciali al piano terra, con altri negozi di beni essenziali nelle vicinanze, tra cui uno di tessuti e uno di elettronica. “I ribelli controllano la popolazione controllando la distribuzione delle merci di cui la gente ha bisogno per vivere: cibo, acqua, olio, gas propano, fertilizzanti per coltivare i raccolti e insetticidi per proteggerli“, mi disse un consigliere della comunità d’intelligence statunitense che prestava servizio in posizioni di alto livello presso dipartimento della Difesa e Agenzia d’Intelligence Centrale. L’edificio era utilizzato come deposito per razzi, armi e munizioni, nonché prodotti da poter distribuire gratuitamente alla comunità, tra cui farmaci e decontaminanti a base di cloro per la pulizia dei corpi dei morti prima della sepoltura. Il luogo delle riunione, una base regionale, era al secondo piano. “Era il luogo d’incontro stabilito” disse il consigliere. “Un vecchio impianto che avrebbe avuto sicurezza, armi e un centro comunicazioni, dossier e mappe”.
I russi intendevano confermare l’intelligence e dispiegarono un drone per giorni sul sito per monitorarne le comunicazioni e sviluppare ciò che è noto nella comunità d’intelligence come POL, modello di vita. L’obiettivo era identificare chi entrava e usciva dall’edificio, e tracciare il traffico di armi, compresi razzi e munizioni. Una ragione del messaggio russo a Washington sull’obiettivo previsto era assicurare che qualsiasi risorsa o informatore della CIA che lavorasse nella direzione jihadista venisse avvertito di non partecipare alla riunione. Mi fu detto che i russi passarono l’avviso direttamente alla CIA. “Agivano correttamente“, disse il consigliere. I russi rilevarono che la riunione jihadista avveniva in un momento di pressione acuta sugli insorti: presumibilmente Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham cercavano disperatamente una via nel nuovo clima politico. Negli ultimi giorni di marzo, Trump e due dei suoi aiutanti della sicurezza nazionale, il segretario di Stato Rex Tillerson e l’ambasciatrice all’ONU Nikki Haley, dichiararono che, come affermò il New York Times, la Casa Bianca aveva abbandonato l’obiettivo “di spingere Assad” a lasciare il potere, segnando una forte frattura dalla politica mediorientale guidata dall’amministrazione Obama per più di cinque anni”. Il segretario stampa della Casa Bianca Sean Spicer disse nel briefing del 31 marzo che, “c’è una realtà che dobbiamo accettare”, implicando che Assad sarebbe rimasto. I funzionari dell’intelligence russi e siriani, che coordinano le operazioni con i comandi statunitensi, chiarirono che l’attacco previsto su Qan Shayqun era speciale per via dell’obiettivo di alto valore. “Fu un cambiamento acuto. La missione era fuori dall’ordinario, ripulire i piani di volo, mi disse il consigliere. “Ogni ufficiale operativo nella regione”, dell’esercito, dei marines, dell’aeronautica, della CIA e dell’NSA, “doveva sapere che c’era qualcosa in corso. I russi diedero alla Siria una bomba guidata, una rarità. Sono tirchi con le bombe guidate e raramente le condividono con l’Aeronautica siriana. E i siriani assegnarono il loro miglior pilota alla missione, con il miglior gregario“. L’intelligence anticipata sul bersaglio, fornita dai russi, ebbe il valore più alto possibile nella comunità statunitense. L’ordine esecutivo che governa le operazioni militari statunitensi nel teatro, rilasciato dal presidente dei Capi di Stato Maggiore, dava le istruzioni che delimitano il rapporto tra le forze statunitensi e russe operanti in Siria. “È come un ordine di opzione, ecco a cosa sei autorizzato“, disse il consigliere. “Non condividiamo il controllo operativo con i russi. Non facciamo operazioni con loro o attività direttamente a sostegno di una delle loro operazioni. Ma il coordinamento è consentito. Ci teniamo in contatto su ciò che succede e nell’ambito di ciò avviene lo scambio reciproco d’intelligence. Se otteniamo un dato che possa aiutare i russi nella loro missione, questo è coordinamento; e i russi fanno lo stesso con noi. Quando abbiamo un suggerimento a proposito di un comando“, aggiunse il consigliere, riferendosi all’obiettivo di Qan Shayqun, “facciamo ciò che possiamo per aiutarli. Questo non era un attacco con armi chimiche“, disse il consigliere. “E’ una favola. Se è così, tutti i soggetti coinvolti nel trasferimento, caricamento puntamento dell’arma, che dovresti far apparire come bomba convenzionale da 250 kg, indosserebbero indumenti protettivi Hazmat in caso di fughe. Ci sarebbero poche possibilità di sopravvivenza senza tali equipaggiamenti. Il Sarin militare include additivi progettati per aumentarne tossicità e letalità. Ogni elemento è massimizzato per infliggere morte. Ecco perché viene prodotto. È inodore e invisibile e la morte può avvenire entro un minuto. Nessuna nuvola. Perché produrre un’arma da cui la gente può scappare?
L’obiettivo fu colpito alle 6:55 del 4 aprile, poco prima di mezzanotte a Washington. Una valutazione dei danni da bombe (BDA) da parte delle forze armate statunitensi, stabilì che calore e potenza della bomba siriana da 250 kg causò una serie di esplosioni secondarie che avrebbero generato un’enorme nuvola tossica che si diffuse sulla città, formata dal rilascio di fertilizzanti, disinfettanti ed altri beni immagazzinati nel seminterrato, il cui effetto fu ingrandito dalla densità del mattino, che bloccò i fumi al suolo. Secondo le stime dell’intelligence, disse il consigliere, l’attacco eliminò quattro capi jihadisti e un numero sconosciuto di autisti e addetti alla sicurezza. Non esiste un numero confermato di civili uccisi dai gas velenosi rilasciati dalle esplosioni secondarie, sebbene gli attivisti dell’opposizione parlassero di più di 80 morti e media come CNN di 92. Il team di Médecins Sans Frontières, che curò le vittime di Qan Shayqun in una clinica a 60 miglia a nord, riferì che “otto pazienti hanno mostrato sintomi, tra cui congestione, spasmi e defecazione involontaria, coerenti con l’esposizione ad un agente neurotossico come Sarin o simili“. MSF visitò anche altri ospedali che ricevettero le vittime e scoprì che i pazienti “odoravano di candeggina, suggerendo che fossero stati esposti al cloro“. In altre parole, le prove suggerivano che ci fosse più di una sostanza chimica responsabile dei sintomi osservati, cosa che non sarebbe avvenuta se la forza aerea siriana, come sottolineato degli attivisti dell’opposizione, avesse sganciato il Sarin, che non ha alcun potere cinetico o di scatenare esplosioni secondarie. La gamma dei sintomi tuttavia era coerente al rilascio di una miscela di sostanze chimiche, tra cui cloro e organofosfati utilizzati in molti fertilizzanti, che possono causare effetti neurotossici simili a quelli del Sarin. Internet entrò in azione in poche ore, e fotografie spaventose delle vittime inondarono reti televisive e youtube. L’intelligence statunitense fu incaricata di stabilire ciò che era accaduto. Tra le informazioni ricevute vi fu un’intercettazione delle comunicazioni siriane prima dell’attacco da parte di una nazione alleata. L’intercettazione, che ebbe un effetto particolarmente forte su alcuni aiutanti di Trump, non menzionò gas nervino o Sarin, ma un generale siriano che discuteva di un’arma “speciale” e la necessità di un pilota altamente qualificato per l’aereo d’attacco. Il riferimento, come capito dalla comunità d’intelligence statunitense, e non da molti aiutanti inesperti e famigliari di Trump, era a una bomba fornita dai russi con sistema di guida. “Se hai già deciso che è stato un attacco coi gas, allora inevitabilmente leggerete il discorso su un’arma speciale come bomba con il sarin“, disse il consigliere. “I siriani programmarono l’attacco su Qan Shayqun? Assolutamente. Abbiamo le intercettazioni per dimostrarlo? Assolutamente. Avevano intenzione di usare Sarin? No. Ma il presidente non ha detto: ‘Abbiamo un problema, guardiamo’. Voleva bombardare merda sulla Siria”.
All’ONU il giorno successivo, l’ambasciatrice Haley fece sensazione sui media mostrando le fotografie dei morti e accusò la Russia di essere implicata. “Quanti altri bambini devono morire prima che la Russia si preoccupi?” Chiese. NBC News, in un report tipico di quel giorno, citò funzionari statunitensi confermare che il gas nervino era stato utilizzato e Haley collegò l’attacco direttamente al Presidente siriano Assad. “Sappiamo che l’attacco di ieri è stata una nuova bassezza anche per il barbaro regime di Assad“, disse. C’era dell’ironia nella corsa statunitense ad incolpare la Siria e criticare la Russia per il sostegno alla Siria, che negava qualsiasi uso di gas a Qan Shayqun, come fecero l’ambasciatrice Haley e altri a Washington. “Quello che non sa la maggior parte degli statunitensi“, disse il consulente, “è che se ci fosse stato un attacco con gas nervoso siriano autorizzato da Bashar, i russi sarebbero stati 10 volte più sconvolti di chiunque in occidente. La strategia della Russia contro lo SIIL, che implica la cooperazione statunitense, sarebbe stata distrutta, e Bashar avrebbe fatto incazzare la Russia con conseguenze sconosciute per lui. Bashar lo farebbe? Quando è in procinto di vincere la guerra? Ma scherzate?” Trump, un costante telespettatore di notiziari televisivi, affermò, mentre re Abdullah di Giordania gli era seduto accanto nell’ufficio ovale, che ciò che era successo era “orribile, orribile” e “un terribile danno all’umanità“. Cambiando politica verso il governo Assad, disse: “Vedrete“. Suggerendo la risposta alla successiva conferenza stampa con re Abdullah: “Quando uccidi bambini inermi, bambini inermi, neonati, con un gas chimico così letale… attraversi molte, molte linee, oltre la linea rossa… L’attacco contro i bambini di ieri ha avuto un grosso impatto su di me. Grande impatto… è molto, molto possibile… che il mio atteggiamento verso Siria e Assad sia cambiato molto“. Poco dopo aver visto le foto, disse il consigliere, Trump istruì l’apparato della difesa nazionale di pianificare la ritorsione contro la Siria. “L’ha fatto prima di parlare con chiunque. I pianificatori poi chiesero a CIA e DIA se c’era qualche prova che la Siria avesse depositato Sarin in un aeroporto vicino o da qualche parte nella zona. I loro militari dovevano averlo da qualche parte nella zona da bombardare con esso“. “La risposta fu: “Non abbiamo alcuna prova che la Siria abbia o usi Sarin“, mi disse il consigliere. “La CIA gli disse anche che non esiste alcun carico residuo di Sarin a Shayrat (la base da cui il cacciabombardiere Su-24 siriano decollò il 4 aprile) e Assad non aveva alcun motivo per commettere un suicidio politico“.
Tutti gli interessati, tranne forse il presidente, capirono che un team altamente qualificato delle Nazioni Unite aveva passato più di un anno, dopo il presunto attacco col Sarin nel 2013 in Siria, a rimuovere ciò che si diceva fossero tutte le armi chimiche da una dozzina di depositi di armi siriani.
A questo punto, disse il consigliere, i pianificatori della sicurezza nazionale del presidente ne furono più che tristi: “Nessuno conosceva la provenienza delle fotografie. Non sapevamo chi erano i bambini o come fossero feriti. Il Sarin in realtà è molto facile da rilevare perché penetra la vernice e tutto quello che dovresti fare è ottenere un campione di vernice. Sapevamo che c’era una nuvola e sapevamo di persone ferite. Ma non puoi saltare lì certo che Assad abbia nascosto il Sarin all’ONU perché voleva usarlo a Qan Shayqun”. L’intelligence chiarì che un cacciabombardiere Su-24 aveva usato un’arma convenzionale per colpire l’obiettivo: non c’era nessuna testata chimica. Eppure era impossibile che gli esperti persuadessero il presidente di questa cosa, una volta che l’aveva assunta. “Il presidente vide le fotografie di bambini avvelenati e dichiarò che era opera di Assad“, disse il consigliere. “È tipico della natura umana. Salti alla conclusione che vuoi. Gli analisti dell’intelligence non discutono con un presidente. Non hanno intenzione di dire al presidente, “se interpretate i dati in questo modo, mi dimetto“. I consiglieri della sicurezza nazionale capirono il loro dilemma: Trump voleva rispondere all’offesa all’umanità commessa dalla Siria e non voleva esserne dissuaso. Avevano a che fare con un uomo che consideravano non offensivo o stupido, ma di cui le limitazioni quando si parla di decisioni sulla sicurezza nazionale sono gravi. “Tutti quelli vicino ne riconoscono la propensione ad agire precipitosamente quando non conosce i fatti“, disse il consigliere. “Non legge niente e non ha una vera cultura storica. Vuole presentazioni verbali e fotografie. È uno che rischia. Può accettare le conseguenze di una cattiva decisione nel mondo degli affari; perderà solo dei soldi. Ma nel nostro mondo, vite vengono perse e ci sarà un danno a lungo termine per la nostra sicurezza nazionale se sbagliasse puntata. Gli fu detto che non avevamo prove del coinvolgimento siriano, eppure Trump disse: “Fatelo”.
Il 6 aprile, Trump convocò una riunione dei funzionari della sicurezza nazionali presso il suo resort Mar-a-Lago in Florida. L’incontro non fu su decidere cosa fare, ma come farlo meglio o, come alcuni volevano, fare il minimo e accontentare Trump. “Il capo sapeva prima della riunione che non avevano l’intelligence, ma non era questione“, disse il consigliere. “La riunione era su: “Ecco cosa farò”, e poi furono avanzate le opzioni“. L’intelligence disponibile non era rilevante. Il più esperto al tavolo era il segretario alla Difesa James Mattis, un ex-generale dei marines che aveva il rispetto del presidente e capiva, forse, quanto rapidamente potesse ripensarci. Mike Pompeo, direttore della CIA, la cui agenzia aveva sempre dichiarato di non avere prove su una bomba chimica siriana, non era presente. Il segretario di Stato Tillerson era ammirato per la volontà di lavorare molto e l’avida lettura di cablo e rapporti diplomatici, ma non sapeva molto di guerra e bombardamenti. I presenti erano confusi, disse il consigliere. “Il presidente fu emotivamente energizzato dal disastro e voleva le opzioni“. Ne ottenne quattro, in ordine di estremità. L’opzione uno era non fare nulla. Tutti i presenti, disse il consigliere, capirono che non andava. L’opzione due era un buffetto: bombardare una base aerea in Siria, ma solo dopo aver avvisato i russi e, attraverso loro, i siriani, per evitare troppe vittime. Alcuni dei pianificatori la chiamarono “opzione gorilla”: gli USA avrebbe fatto occhiatacce e battuto il petto per spaventare e dimostrare determinazione, ma causando pochi danni significativi. La terza opzione era l’attacco presentato a Obama nel 2013 e che alla fine non accettò. Il piano richiedeva il massiccio bombardamento dei principali aeroporti e centri di comando siriani usando velivoli B1 e B52 decollati dalle basi negli USA. Opzione quattro: “decapitazione“: rimuovere Assad bombardandone il palazzo a Damasco, la rete di comando e tutti i bunker sotterranei in cui poteva ritirarsi in caso di crisi. “Trump escluse subito l’opzione uno“, disse il consigliere, e l’assassinio di Assad non fu mai considerato. “Ma disse in sostanza: “Voi siete l’esercito e voglio un’azione militare”. Il presidente fu anche inizialmente contrario all’idea di avvertire i russi prima dell’attacco, ma accettò con riluttanza. “Gli demmo l’opzione Goldilocks. Non troppo calda, non troppo fredda, ma giusta“. La discussione ebbe i suoi momenti bizzarri. Tillerson chiese nel meeting di Mar-a-Lago perché il presidente non poteva semplicemente chiamare i bombardieri B52 e polverizzare la base aerea. Gli fu detto che i B52 erano molto vulnerabili ai missili antiaerei (SAM) nell’area e che impiegandoli avrebbero avuto bisogno di fuoco di soppressione che poteva uccidere alcuni soldati russi. “Cos’è?” chiese Tillerson. Beh, signore, Le è stato detto, significa che dovremmo distruggere i siti dei SAM lungo la rotta dei B52, che sono occupati dai russi, e affronteremmo una situazione molto più difficile. “La lezione qui fu: grazie a Dio per i militari alla riunione“, disse il consigliere. “Hanno fatto il meglio che poterono quando ebbero davanti una decisione già presa“.Cinquantanove missili Tomahawk furono lanciati da due cacciatorpediniere della Marina Militare statunitense in servizio nel Mediterraneo, Ross e Porter, contro la base aerea di Shayrat vicino la città governativa di Homs. L’attacco non fu il successo sperato, dati i minimi danni. I missili hanno una testata leggera, circa 100 kg di HBX, versione moderna del TNT militare. I serbatoi di benzina dell’aeroporto, obiettivo primario, furono polverizzati, secondo il consigliere, innescando un enorme incendio e nuvole di fumo che interferirono con il sistema di guida dei missili seguenti (il consigliere qui mente spudoratamente. NdT). 24 missili mancarono il bersaglio e solo alcuni colpirono effettivamente un hangar, distruggendo nove aeromobili siriani (solo tre, NdT), molti meno di quanto sostenuto dall’amministrazione Trump. Mi fu detto che alcuno di essi fosse operativo: tali aerei danneggiati sono ciò che l’aeronautica chiama regine degli hangar. “Erano agnelli sacrificali” disse il consigliere. La maggior parte del personale e i velivoli operativi furono trasferiti nelle basi vicine ore prima del raid. Le due piste e i parcheggi, che erano stati presi di mira, furono riparati e riattivati dopo otto ore. Tutto sommato, fu poco più di un costoso spettacolo di fuochi d’artificio. “Fu uno spettacolo solo per Trump, dall’inizio alla fine”, disse il consigliere. “Alcuni dei consiglieri della sicurezza nazionale del presidente ritennero la missione una decisione negativa minima e prescritta dall’obbligo di esecuzione. Ma non credo che la gente della sicurezza nazionale permetterà di non fermare un’altra decisione negativa e se Trump avesse adottato l’opzione tre, ci sarebbero state dimissioni immediate“. Dopo la riunione, con i Tomahawk in volo, Trump parlò alla nazione da Mar-a-Lago e accusò Assad di usare il gas nervino per soffocare “la vita di uomini, donne e bambini impotenti. Fu una morte lenta e brutale per tanti… Nessun figlio di Dio dovrebbe mai subire tale orrore“. I giorni seguenti furono i più riusciti del presidente. Gli USA si unirono intorno al comandante in capo, come sempre nei tempi di guerra. Trump, che aveva lanciato la campagna elettorale come sostenitore della pace con Assad, bombardava la Siria 11 settimane dopo il giuramento e fu acclamato da repubblicani, democratici e media. Un prominente anchorman televisivo, Brian Williams di MSNBC, usò la parola “belle” per descrivere le immagini dei Tomahawk lanciati dal mare. Parlando alla CNN, Fareed Zakaria dichiarò: “Penso che Donald Trump sia diventato presidente degli Stati Uniti“. La rassegna dei primi 100 giornali statunitensi mostrava che 39 di essi pubblicarono editoriali a sostegno del bombardamento, tra cui New York Times, Washington Post e Wall Street Journal. Cinque giorni dopo, l’amministrazione Trump radunò i media nazionali per un briefing sull’operazione siriana, condotto da un alto funzionario della Casa Bianca che non va identificato. Il concetto del briefing era che il rifiuto netto e persistente della Russia sull’uso qualsiasi del Sarin nel bombardamento di Qan Shayqun era una menzogna perché il presidente Trump aveva detto che il Sarin era stato utilizzato. Tale affermazione, che non fu contestata da nessuno dei giornalisti presenti, divenne causa di ulteriori critiche:
La continua menzogna dell’amministrazione Trump sull’utilizzo di Sarin da parte della Siria provoca la diffusa convinzione nei media e nel pubblico statunitensi che la Russia fosse coinvolta nella disinformazione e campagna di copertura della Siria.
Le forze militari russe erano schierate sulla base aerea siriana di Shayrat (come in tutta la Siria), sollevando la possibilità che la Russia avesse notato in anticipo la volontà della Siria di usare il Sarin a Qan Shayqun e non fece nulla per fermarla.
L’uso del Sarin e la difesa della Russia dell’impiego suggeriva che la Siria avesse scorte dell’agente nervino, sottratte al gruppo di disarmo delle Nazioni Unite che passò gran parte del 2014 verificando e rimuovendo tutti gli agenti da guerra chimica dichiarati dai 12 depositi di armi chimiche siriane, sulla base dell’accordo tra amministrazione Obama e Russia dopo il presunto, ma non ancora dimostrato, impiego del Sarin l’anno prima contro un ridotto dei ribelli in un sobborgo di Damasco.
Il relatore, a suo merito, fu attento ad usare le parole “pensare”, “suggerire” e “credere” almeno 10 volte durante l’intervento di 30 minuti. Ma disse anche che il briefing si basava su dati declassificati dai “nostri colleghi della comunità di intelligence“. Ciò che non disse e forse non sapeva, era che gran parte delle informazioni classificate nella comunità indicava che la Siria non aveva usato il Sarin nel bombardamento del 4 aprile. La stampa mainstream rispose nel modo in cui la Casa Bianca sperava: le storie che attaccavano la presunta copertura della Russia dell’uso del Sarin della Siria dominarono le notizie e molti media ignorarono i molteplici avvertimenti del relatore. C’era la sensazione di una nuova guerra fredda. Il New York Times, ad esempio, primo quotidiano degli USA, pose il seguente titolo: “La Casa Bianca accusa la Russia di coprire la Siria nell’attacco chimico”. Il Times notava la smentita russa, ma ciò che fu descritto dal relatore come “informazioni declassificate” divenne improvvisamente “rapporto d’intelligence declassificato”. Tuttavia, non c’era alcuna relazione formale dell’intelligence che affermasse che la Siria aveva usato il Sarin, ma semplicemente un “sommario basato su informazioni declassificate sugli attacchi“. La crisi scomparve a fine di aprile, quando Russia, Siria e Stati Uniti decisero di annichilire le milizie di SIIL e al-Qaida. Alcuni di coloro che lavorarono sulla crisi, tuttavia, continuano a preoccuparsi. “Salafiti e jihadisti hanno ottenuto tutto ciò che volevano dalla loro ipotesi fasulla sul gas nervino siriano“, mi disse il consigliere della comunità d’intelligence statunitense, riferendosi all’acuirsi delle tensioni tra Siria, Russia e USA. “La questione è cosa succede se ci sarà un altro attacco sotto falsa bandiera accreditato contro la Siria? Trump ha aperto le porte e si è messo in un angolo con la decisione di bombardare. E non pensiate che costoro non pianifichino il prossimo attacco sotto falsa bandiera. Trump non avrà altra scelta se non bombardare di nuovo, e di più. Non sa ammettere di aver commesso un errore“.
La Casa Bianca non ha risposto a domande specifiche sul bombardamento di Qan Shayqun e l’aeroporto di Shayrat. Queste domande furono inviate via e-mail alla Casa Bianca il 15 giugno e non hanno mai avuto risposta.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bilderberg – i fascisti corporativi che (credono) di governare il mondo

Rodney Atkinson, Free Nations, 4 giugno 2017

La regina d’Olanda Beatrice e il padre principe Bernhard

Quest’ultimo fine settimana a Chantilly, Virginia, Stati Uniti, s’incontrava il famigerato gruppo Bilderberg, denunciato nei miei libri Il tradimento di Maastricht (1994) e Ciclo completo dell’Europa (1997) come sostenitore del corporativismo fascista euro-federalista fin dal 1954, quando fu fondato da un ex-ufficiale dell’intelligence delle SS nazista e da un socialista polacco (espulso da Francia e Regno Unito durante la prima guerra mondiale). La somiglianza tra l’Europa dominata dai tedeschi oggi (dove grandi corporazioni e globalisti socialdemocratici dominano popoli scontenti ed impotenti) e l’Europa fascista dominata dai nazisti degli anni Trenta non è una coincidenza. Poche organizzazioni lo dimostrano meglio dei Bilderberg.
Il principe Bernhard dei Paesi Bassi (tedesco sposatosi con una famigliare dei reali olandesi) fondò il Bilderberg, il cui nucleo (se non tutti coloro che parteciparono alle riunioni) svolge un ruolo centrale nel processo di distruzione degli Stati nazionali d’Europa e di loro costituzioni, parlamenti e, con l’euro, economie e strutture sociali. Fu il socialista polacco Joseph Retinger che fondò il movimento europeo e che, dopo la guerra, ottenne fondi della CIA attraverso il “Comitato americano per un’Europa unita”, ad avvicinare il principe Bernhard (attraverso l’Unilever) per fondare il Bilderberg. Nel mio libro Ciclo completo dell’Europa, nel capitolo 6 viene chiamato “Joseph Resigner – dall’intrigo personale al potere collettivo”. Il principe Bernhard fu un membro del partito nazista dal 1933 al 1937, si dimise il giorno dopo il controverso matrimonio con la futura regina dei Paesi Bassi. La tempistica della lettera di dimissioni (per sposarsi con una della famiglia reale olandese) ci dice molto sul suo apparente successivo appoggio alla causa alleata. Una copia non firmata della lettera di dimissioni del principe Bernhard fu trovata negli archivi nazionali di Washington. La lettera finiva con un “Heil Hitler”, difficilmente un commiato dal partito nazista. Nel 1934 fu oggetto di una relazione di un comitato del Congresso statunitense che l’identificò come ufficiale delle SS collegato al principale alleato industriale del governo nazista, la IG Farben. Si dimise dai Bilderberg nel 1976, anno in cui fu rivelato dalla Commissione Donner del governo olandese che aveva accettato una tangente di un milione di dollari dalla Lockheed Corporation. Come riportato sul Times del 10 e 12 giugno 1976, uno dei testimoni, che si recava presso la Commissione con nastri e documenti, fu investito da un’auto e la valigetta fu rubata. Il testimone era uno zoologo inglese, Tom Ravensdale, ex-addetto alle PR del World Wildlife Fund di cui il principe Bernhard era presidente. Le origini di tale segreto gruppo internazionale di uomini d’affari, politici e socialisti corporativisti, giornalisti (che convenientemente dimenticano la loro devozione all’aperta discussione democratica quando sono invitati dai Bilderberg) e certi confusi reali del continente, si trovano nelle relazioni europeo-statunitensi della Seconda guerra mondiale.
I Bilderberg apparentemente rappresentano e attraggono il tipo di persone che considerano il potere corporativista e statale più “efficiente” dei desideri di individui, famiglie e nazioni. L’ex-ambasciatore statunitense a Bonn, George McGhee, fu colto dire che, “Il trattato di Roma che ha portato alla Comunità europea fu preparato nelle riunioni dei Bilderberg“. Richard Aldrich, ex-operatore della CIA ed accademico, scrisse in Diplomacy and Statecraft del marzo 1997: “Anche se Bilderberg e movimento europeo condivisero gli stessi fondatori, membri ed obiettivi, probabilmente i Bilderberg costituirono il meccanismo più efficace… è chiaro che il Trattato di Roma fu proposto dai Bilderberg quell’anno“. Aldrich afferma (e dovrebbe sapere) che il Comitato americano per un’Europa unita condivise tanti “fondatori, soci e obiettivi” coi Bilderberg: “…rivela lo stile delle prime azioni occulte, e non meno fiducia nelle organizzazioni private, anche se coordinate da una cerchia ristretta di amici”. I verbali della prima riunione di Bilderberg ne dichiarano lo scopo: “…creare un ordine internazionale che guarderebbe oltre la crisi attuale. Quando il momento sarà maturo, i nostri attuali concetti di affari mondiali andranno estesi a tutto il mondo“. Le frasi chiave, anzi le parole in codice, di tale élite auto-nominata, includono l'”ordine internazionale”, una frase comune ai corporativisti ingenui di oggi e ai perniciosi capi della Germania nazista. “Quando il momento è maturo” indica una loro pianificazione a lungo termine (“i nostri concetti attuali”) e segretezza. La frase “tutto il mondo” rivela il desiderio di potere sovranazionale e l’intenzione di eliminare gli aspetti non inquadrabili come le democrazie nazionali. Oggi chiameremo questo corporativismo sovranazionale “Globalismo”.
Praticamente tutte le figure più importanti dei Bilderberg sono anche membri del Consiglio per le Relazioni Estere degli Stati Uniti che, nonostante la presenza di molti internazionalisti liberali e conservatori, fu fondato dal più fanatico sostenitore del governo mondiale, Paul Warburg. Warburg fu direttore della IG Farben America che durante la Seconda Guerra Mondiale stipulò accordi per trasferire tecnologia con la Standard Oil dei Rockefellers e beneficiò del monopolio della Standard Oil sulla gomma sintetica, ampliando notevolmente i profitti degli scambi della Germania nazista e la sua capacità di fabbricare materiale bellico. La tecnologia ad Iso-ottani, fondamentale per il carburante aeronautico tedesco, fu fornita esclusivamente dalla Standard Oil of New Jersey dei Rockefeller. Fu il figlio di Paul Warburg, James che, testimoniando a un comitato del Senato degli Stati Uniti nel 1950, meglio articolò gli obiettivi dei collettivisti mondialisti: “Avremo il governo mondiale che ci piaccia o meno. L’unica domanda è se il governo mondiale si avrà con la conquista o il consenso“. Quindi il principale pilastro europeo del gruppo Bilderberg era un nazista ben introdotto, mentre il pilastro statunitense erano i Rockefeller la cui compagnia familiare, Standard Oil, fu utile al regime nazista ed ebbe un’impresa comune, dal 1920 al 1942, con il principale alleato industriale dei nazisti (IG Farben).
James Stewart Martin, ex-capo della sezione guerra economica del dipartimento di Giustizia, rilevò nel suo libro “Tutti gli uomini onorevoli” del 1950 come i corporativisti tedeschi e statunitensi controllavano gli “affari globali” negli anni Trenta e Quaranta, quindi idealmente posizionati per fare la stessa cosa nel dopoguerra, quando cospirarono per creare l’Unione europea: “Un quadro cominciò ad emergere su un nemico che non aveva bisogno dei servizi di spie e sabotatori. Con l’accordo tra i produttori di magnesio tedeschi e statunitensi (necessario per gli aeromobili) la produzione negli Stati Uniti prima della guerra fu limitata a non più di 5000 tonnellate all’anno. Al contrario, la Germania nel 1939 ne aveva prodotto solo 13500 tonnellate e nei successivi cinque anni consumò magnesio al tasso di 33000 tonnellate all’anno”. Reuters riferì (5.10.1996) sui documenti declassificati dall’intelligence statunitense che confermarono un incontro nell’agosto 1944 tra SS e rappresentanti di sette aziende tedesche, tra cui Krupp, Rochling, Messerschmitt e Volkswagen. In questa riunione (La riunione della Casa Rossa) a Strasburgo, furono elaborati piani per costruire ricchezza, potere e capacità industriale all’estero, “affinché un forte impero tedesco possa essere creato dopo la sconfitta“. Un’analisi del dipartimento del Tesoro statunitense del 1946 riferì che i tedeschi avevano trasferito 500 milioni di dollari fuori dal Paese, prima della fine della guerra. L’obiettivo era preparare “una campagna commerciale dopo la guerra“, in altre parole il tipo di pianificazione politico-industriale che questo libro descrive come “corporativista”. Le aziende tedesche furono incoraggiate ad allearsi con società straniere e le SS si riferirono agli accordi internazionali sui brevetti che la Krupp stipulò con le società statunitensi, di cui il precedente accordo IG Farben-Standard Oil era l’esempio classico. Ciò che i politici oggi dimenticano è che alla fine degli anni ’40 e all’inizio degli anni ’50, prima dell’invasione sovietica dell’Ungheria e della costruzione del muro di Berlino, la Germania perseguiva gli stessi obiettivi nazionalistici (cioè aggressivi nazionali) degli anni Trenta, ma usando “l’Europa” come strumento.
In questo periodo del dopoguerra si ritrovano i legami tra Europa nazista, “ordine mondiale” di Hitler e crisi odierna dell’Europa e del “nuovo ordine mondiale”. Ciò non dovrebbe sorprendere, perché 134 impiegati pubblici del ministro degli Esteri di von Ribbentrop lavorarono sotto Adenauer e lo stesso uomo nominato da Hitler a segretario del suo “Comitato Europa” (Heinz Trützschler von Falkenstein) fu scelto da Adenauer nel 1949 per un incarico simile a quello di direttore della “divisione europea” dell’Ufficio estero tedesco-occidentale. Consideriamo il tema comune in queste tre citazioni del 1931, 1950 e 1951.
Il primo del dottor Duisberg della IG Farben, del 1931: “Solo un blocco commerciale integrato permetterà all’Europa di acquisire la più intima forza economica… desiderio millenario di cui il Reich grida per un nuovo approccio. Perciò tale scopo possiamo usare il miraggio della pan-Europa“. Dal 1934 in poi IG Farben fu il principale veicolo industriale dei preparativi di guerra di Hitler. Si noti qui che i moderni capi tedeschi sopprimono ciò che i nazisti non mascherarono, cioè che per molti tedeschi “Europa” e “das Reich” sono la stessa cosa.
Il secondo di Konrad Adenauer (fondatore tedesco della Comunità europea e della Germania moderna) nel 1950: “Un’Europa federata sarà la terza forza… la Germania è tornata ad essere un fattore con cui altri dovranno contare… Se noi europei colonizzeremo l’Africa creeremo allo stesso tempo un fornitore di materie prime per l’Europa“. Anche per Adenauer, dunque, l’Europa era una grande ambizione imperiale piuttosto che un interesse nazionale.
E del 1951, il ministro del Commercio di Adenauer, il dottor Seebohm anticipò la frase preferita del governo inglese “La Gran Bretagna al centro dell’Europa“: “L’Europa libera vuole unirsi alla Germania? La Germania è il cuore dell’Europa e le membra devono adattarsi al cuore e non il cuore alle membra“.
I Bilderberg è la riunione di politici antidemocratici corporativisti e in parte cacciatori di potere cospiratori, ma soprattutto ingenui arrampicatori politico-sociali e “il tipo di persone che” non bada a sopraffare democrazia e Stati nazionali, e che si crede un “potente dietro le quinte” e pianificatore del “destino” del mondo. Per decenni la loro parola d’ordine era “segreto”, rendendo la presenza dei giornalisti che non denunciassero i loro incontri tanto più riprovevole. David Rockefeller espresse gratitudine alla “stampa libera” delle nazioni democratiche sul silenzio quando si occuparono di una riunione segreta dei Bilderberg a Sand, in Germania, nel giugno 1991. Di seguito una traduzione dalla rivista francese “Minute” del 19 giugno 1991. “Siamo grati a Washington Post, New York Times, Time Magazine e altre grandi pubblicazioni i cui direttori hanno partecipato alle nostre riunioni e rispettato la promessa di discrezione per quasi quattro decenni“. La definizione di “grande pubblicazione” è evidentemente volta a chi non pubblica nulla d’importante. Certamente a chi comprende che la “libertà di stampa” non è la libertà del popolo e che il diritto di conoscere è un diritto dei governi, non dei governati. Rockefeller continuò: “Non avremmo potuto sviluppare il nostro piano mondiale se in tutti questi anni fossimo stati sottoposti a una piena pubblicità. Ma il mondo è ora più sofisticato e disposto a muoversi verso un governo mondiale che non conoscerà la guerra, ma solo pace e prosperità per tutta l’umanità“. Chi si riunisce a porte chiuse, progetta la fine degli Stati nazionali, sfida la democrazia e sottolinea la natura elitaria del propri gruppo e l’inadeguatezza degli altri, viene ovviamente oltraggiato dalla volontà democratica che non si adatta ai propri piani. Credono inoltre che le loro competenze siano indispensabili per un’élite governativa. Naturalmente il banchiere Rockefeller affermò: “La sovranità sovranazionale di un’élite intellettuale e di banchieri mondiale è sicuramente preferibile all’autodeterminazione praticata nei secoli passati“. Naturalmente solo perché teme che il mondo rifiuti le loro idee, che l’élite Bilderberg s’incontra in segreto, cercando d’imporre il suo fantastico “nuovo mondo” prima che i popoli si sveglino e l’impediscano.

Kenneth Clarke e Bilderberg
I partecipanti sono spesso finanziati dai fondi dei Bilderberg e alcuni furono inviati dai loro governi ad assistervi ufficialmente (confermato da David Owen e Tony Blair), smentendo così i Bilderberg che affermano che ognuno assiste da “privato”. Alcuni hanno ricordi piuttosto insignificanti su chi gli abbia pagato ciò e mancato sempre di riportarlo sul registro parlamentare degli interessi dei membri. Kenneth Clarke, come la maggior parte dei politici che partecipa a questi incontri, sostiene di non sapere nulla dell’origine del fondatore dei Bilderberg. Fu nel 1993 che Lynn Riley ed io, perseguendo le spese indebite presso i Bilderberg di Kenneth Clarke, riuscimmo ad ottenere un documento ufficiale inglese (una relazione della commissione sulle norme in materia di pubblica utilità pubblicata dalla cancelleria di sua maestà) che citava il gruppo Bilderberg per la prima volta! Molti vorranno sapere perché chi deve la propria posizione agli elettori nazionali debba partecipare (a spese dei contribuenti o di un gruppo segreto) ad incontri di un’organizzazione fondata da un ex- nazista e ufficiale delle SS per perseguire un’agenda segreta con capi e affaristi internazionali che, come abbiamo visto nell’Unione Europea, può avere gravi conseguenze sui loro elettori ignorati. Ogni deputato è eletto in maniera aperta con un manifesto democraticamente discusso, e si riunisce nel parlamento nazionale per decidere unicamente nell’interesse del proprio elettorato nazionale. Partecipare ad incontri segreti di gruppi dal programma segreto, la maggior parte dei quali mai eletta e in luoghi ben protetti, non è affatto ciò che gli elettori hanno in mente. Il libro Tradimento a Maastricht elenca chi partecipò alla riunione dei Bilderberg del 1993 in Grecia. Vi erano tre inglesi: Kenneth Clarke, Tony Blair e Sir Patrick Sheehy (allora presidente della BAT, lo stesso posto più tardi occupato da Kenneth Clarke!) che a poche settimane l’uno dall’altro, all’inizio del 1995, scrissero articoli sui giornali inglesi a sostegno dell’abolizione della sterlina e della Banca d’Inghilterra, e a favore della moneta unica europea. Nel 1995 e 1996 vi fu un nuovo nome inglese nell’elenco degli ospiti dei Bilderberg, il presidente del Congresso sindacale John Monks. Un dirigente sindacalista tra i politici corporativisti dei Bilderberg. Come i dirigenti aziendali, funzionari e politici, i sindacalisti credono nell’organizzazione del capitale, del lavoro, dei prezzi, dei parlamenti e, infine naturalmente delle nazioni. Monks iniziò subito a promuovere l’abolizione della sterlina!Per un esame più approfondito dei Bilderberg si veda il Capitolo 7 del mio libro “Ciclo completo dell’Europa”. 20 anni dopo la pubblicazione del libro, i Bilderberg sono ancora forti. I partecipanti sono come al solito dirigenti aziendali al 95%, frammischiati ad alcuni politici eletti democraticamente e alcuni giornalisti, soprattutto di Financial Times ed Economist, mentre il London Evening Standard era rappresentato quest’anno dall’ex-deputato conservatore ed ex-cancelliere George Osborne, la cui crociata eurofederalista fu arrestata improvvisamente dal popolo inglese nel referendum per la Brexit del giugno 2016.

George Osborne

Invitati dei Bilderberg 2017
Presidente Castries, Henri de (FRA), ex-presidente e CEO dell’AXA; Presidente dell’Institut Montaigne

Partecipanti
Achleitner, Paul M. (DEU), Chairman of the Supervisory Board, Deutsche Bank AG
Adonis, Andrew (GBR), Chair, National Infrastructure Commission
Agius, Marcus (GBR), Chairman, PA Consulting Group
Akyol, Mustafa (TUR), Senior Visiting Fellow, Freedom Project at Wellesley College
Alstadheim, Kjetil B. (NOR), Political Editor, Dagens Næringsliv
Altman, Roger C. (USA), Founder and Senior Chairman, Evercore
Arnaut, José Luis (PRT), Managing Partner, CMS Rui Pena & Arnaut
Barroso, José M. Durão (PRT), Chairman, Goldman Sachs International
Bäte, Oliver (DEU), CEO, Allianz SE
Baumann, Werner (DEU), Chairman, Bayer AG
Baverez, Nicolas (FRA), Partner, Gibson, Dunn & Crutcher
Benko, René (AUT), Founder and Chairman of the Advisory Board, SIGNA Holding GmbH
Berner, Anne-Catherine (FIN), Minister of Transport and Communications
Botín, Ana P. (ESP), Executive Chairman, Banco Santander
Brandtzæg, Svein Richard (NOR), President and CEO, Norsk Hydro ASA
Brennan, John O. (USA), Senior Advisor, Kissinger Associates Inc.
Bsirske, Frank (DEU), Chairman, United Services Union
Buberl, Thomas (FRA), CEO, AXA
Bunn, M. Elaine (USA), Former Deputy Assistant Secretary of Defense
Burns, William J. (USA), President, Carnegie Endowment for International Peace
Çakiroglu, Levent (TUR), CEO, Koç Holding A.S.
Çamlibel, Cansu (TUR), Washington DC Bureau Chief, Hürriyet Newspaper
Cebrián, Juan Luis (ESP), Executive Chairman, PRISA and El País
Clemet, Kristin (NOR), CEO, Civita
Cohen, David S. (USA), Former Deputy Director, CIA
Collison, Patrick (USA), CEO, Stripe
Cotton, Tom (USA), Senator
Cui, Tiankai (CHN), Ambassador to the United States
Döpfner, Mathias (DEU), CEO, Axel Springer SE
Elkann, John (ITA), Chairman, Fiat Chrysler Automobiles
Enders, Thomas (DEU), CEO, Airbus SE
Federspiel, Ulrik (DNK), Group Executive, Haldor Topsøe Holding A/S
Ferguson, Jr., Roger W. (USA), President and CEO, TIAA
Ferguson, Niall (USA), Senior Fellow, Hoover Institution, Stanford University
Gianotti, Fabiola (ITA), Director General, CERN
Gozi, Sandro (ITA), State Secretary for European Affairs
Graham, Lindsey (USA), Senator
Greenberg, Evan G. (USA), Chairman and CEO, Chubb Group
Griffin, Kenneth (USA), Founder and CEO, Citadel Investment Group, LLC
Gruber, Lilli (ITA), Editor-in-Chief and Anchor “Otto e mezzo”, La7 TV
Guindos, Luis de (ESP), Minister of Economy, Industry and Competiveness
Haines, Avril D. (USA), Former Deputy National Security Advisor
Halberstadt, Victor (NLD), Professor of Economics, Leiden University
Hamers, Ralph (NLD), Chairman, ING Group
Hedegaard, Connie (DNK), Chair, KR Foundation
Hennis-Plasschaert, Jeanine (NLD), Minister of Defence, The Netherlands
Hobson, Mellody (USA), President, Ariel Investments LLC
Hoffman, Reid (USA), Co-Founder, LinkedIn and Partner, Greylock
Houghton, Nicholas (GBR), Former Chief of Defence
Ischinger, Wolfgang (INT), Chairman, Munich Security Conference
Jacobs, Kenneth M. (USA), Chairman and CEO, Lazard
Johnson, James A. (USA), Chairman, Johnson Capital Partners
Jordan, Jr., Vernon E. (USA), Senior Managing Director, Lazard Frères & Co. LLC
Karp, Alex (USA), CEO, Palantir Technologies
Kengeter, Carsten (DEU), CEO, Deutsche Börse AG
Kissinger, Henry A (USA), Chairman, Kissinger Associates Inc.
Klatten, Susanne (DEU), Managing Director, SKion GmbH
Kleinfeld, Klaus (USA), Former Chairman and CEO, Arconic
Knot, Klaas H.W. (NLD), President, De Nederlandsche Bank
Koç, Ömer M. (TUR), Chairman, Koç Holding A.S.
Kotkin, Stephen (USA), Professor in History and International Affairs, Princeton University
Kravis, Henry R. (USA), Co-Chairman and Co-CEO, KKR
Kravis, Marie-Josée (USA), Senior Fellow, Hudson Institute
Kudelski, André (CHE), Chairman and CEO, Kudelski Group
Lagarde, Christine (INT), Managing Director, International Monetary Fund
Lenglet, François (FRA), Chief Economics Commentator, France 2
Leysen, Thomas (BEL), Chairman, KBC Group
Liddell, Christopher (USA), Assistant to the President and Director of Strategic Initiatives
Lööf, Annie (SWE), Party Leader, Centre Party
Mathews, Jessica T. (USA), Distinguished Fellow, Carnegie Endowment for International Peace
McAuliffe, Terence (USA), Governor of Virginia
McKay, David I. (CAN), President and CEO, Royal Bank of Canada
McMaster, H.R. (USA), National Security Advisor
Micklethwait, John (INT), Editor-in-Chief, Bloomberg LP
Minton Beddoes, Zanny (INT), Editor-in-Chief, The Economist
Molinari, Maurizio (ITA), Editor-in-Chief, La Stampa
Monaco, Lisa (USA), Former Homeland Security Officer
Morneau, Bill (CAN), Minister of Finance
Mundie, Craig J. (USA), President, Mundie & Associates
Murtagh, Gene M. (IRL), CEO, Kingspan Group plc
Netherlands, H.M. the King of the (NLD)
Noonan, Peggy (USA), Author and Columnist, The Wall Street Journal
O’Leary, Michael (IRL), CEO, Ryanair D.A.C.
Osborne, George (GBR), Editor, London Evening Standard
Papahelas, Alexis (GRC), Executive Editor, Kathimerini Newspaper
Papalexopoulos, Dimitri (GRC), CEO, Titan Cement Co.
Petraeus, David H. (USA), Chairman, KKR Global Institute
Pind, Søren (DNK), Minister for Higher Education and Science
Puga, Benoît (FRA), Grand Chancellor of the Legion of Honor and Chancellor of the National Order of Merit
Rachman, Gideon (GBR), Chief Foreign Affairs Commentator, The Financial Times
Reisman, Heather M. (CAN), Chair and CEO, Indigo Books & Music Inc.
Rivera Díaz, Albert (ESP), President, Ciudadanos Party
Rosén, Johanna (SWE), Professor in Materials Physics, Linköping University
Ross, Wilbur L. (USA), Secretary of Commerce
Rubenstein, David M. (USA), Co-Founder and Co-CEO, The Carlyle Group
Rubin, Robert E. (USA), Co-Chair, Council on Foreign Relations and Former Treasury Secretary
Ruoff, Susanne (CHE), CEO, Swiss Post
Rutten, Gwendolyn (BEL), Chair, Open VLD
Sabia, Michael (CAN), CEO, Caisse de dépôt et placement du Québec
Sawers, John (GBR), Chairman and Partner, Macro Advisory Partners
Schadlow, Nadia (USA), Deputy Assistant to the President, National Security Council
Schmidt, Eric E. (USA), Executive Chairman, Alphabet Inc.
Schneider-Ammann, Johann N. (CHE), Federal Councillor, Swiss Confederation
Scholten, Rudolf (AUT), President, Bruno Kreisky Forum for International Dialogue
Severgnini, Beppe (ITA), Editor-in-Chief, Corriere della Sera
Sikorski, Radoslaw (POL), Senior Fellow, Harvard University
Slat, Boyan (NLD), CEO and Founder, The Ocean Cleanup
Spahn, Jens (DEU), Parliamentary State Secretary and Federal Ministry of Finance
Stephenson, Randall L. (USA), Chairman and CEO, AT&T
Stern, Andrew (USA), President Emeritus, SEIU and Senior Fellow, Economic Security Project
Stoltenberg, Jens (INT), Secretary General, NATO
Summers, Lawrence H. (USA), Charles W. Eliot University Professor, Harvard University
Tertrais, Bruno (FRA), Deputy Director, Fondation pour la recherche stratégique
Thiel, Peter (USA), President, Thiel Capital
Topsøe, Jakob Haldor (DNK), Chairman, Haldor Topsøe Holding A/S
Ülgen, Sinan (TUR), Founding and Partner, Istanbul Economics
Vance, J.D. (USA), Author and Partner, Mithril
Wahlroos, Björn (FIN), Chairman, Sampo Group, Nordea Bank, UPM-Kymmene Corporation
Wallenberg, Marcus (SWE), Chairman, Skandinaviska Enskilda Banken AB
Walter, Amy (USA), Editor, The Cook Political Report
Weston, Galen G. (CAN), CEO and Executive Chairman, Loblaw Companies Ltd and George Weston Companies
White, Sharon (GBR), Chief Executive, Ofcom
Wieseltier, Leon (USA), Isaiah Berlin Senior Fellow in Culture and Policy, The Brookings Institution
Wolf, Martin H. (INT), Chief Economics Commentator, Financial Times
Wolfensohn, James D. (USA), Chairman and CEO, Wolfensohn & Company
Wunsch, Pierre (BEL), Vice-Governor, National Bank of Belgium
Zeiler, Gerhard (AUT), President, Turner International
Zients, Jeffrey D. (USA), Former Director, National Economic Council
Zoellick, Robert B. (USA), Non-Executive Chairman, AllianceBernstein L.P.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora