Il ruolo degli “intellettuali di sinistra” imperialisti

Prof. Michel Chossudovsky, Mondialisation, 13 gennaio 2018Ciò a cui assistiamo in Nord America ed Europa occidentale è la falsa militanza sociale, controllata e finanziata dalla dirigenza aziendale. Tale manipolazione impedisce la formazione di un vero movimento di massa contro guerra, razzismo ed ingiustizia sociale. Il movimento contro la guerra è morto. La guerra imposta alla Siria è descritta “guerra civile”. Anche la guerra allo Yemen è descritta guerra civile. Mentre l’Arabia Saudita continua a bombardare, il ruolo insidioso degli Stati Uniti viene banalizzato o semplicemente ignorato. “Dato che gli Stati Uniti non sono direttamente coinvolti, non vediamo la necessità di lanciare una campagna contro la guerra“. La guerra e il neoliberismo non sono più al centro della militanza della società civile. Finanziato da enti di beneficenza aziendali, attraverso una rete di organizzazioni non governative, l’attivismo sociale è frammentato. Non esiste un movimento integrato anti-globalizzazione e anti-guerra. La crisi economica non è percepita come legata alle guerre degli Stati Uniti. Il dissenso è compartimentato. I movimenti di protesta “incentrati su particolari questioni” (ad es. ambiente, anti-globalizzazione, pace, diritti delle donne, LGBT) sono incoraggiati e generosamente finanziati, a scapito di un movimento di massa omogeneo contro il capitalismo globale. Tale mosaico era già una realtà nei summit G-7 e dei Popoli negli anni ’90, così come nel primo World Social Forum del 2000, che raramente adottò un atteggiamento anti-guerra inequivocabile. Gli eventi organizzati dalle ONG e generosamente finanziati da fondazioni imprenditoriali hanno lo scopo tacito di creare profonde divisioni nella società occidentale per mantenere l’ordine sociale esistente e l’agenda militare.

Siria
Il ruolo dei cosiddetti intellettuali “progressisti” che parlano a favore del programma militare statunitense e della NATO va sottolineato. Non c’è niente di nuovo. Segmenti del movimento contro la guerra che si oppose all’invasione dell’Iraq nel 2003 tacitamente appoggiano gli attacchi aerei di Trump contro il “regime di Assad” in Siria, che presumibilmente “massacra il proprio popolo”, uccidendolo con attacchi chimici premeditati. Secondo Trump, “Assad ha tolto la vita a uomini, donne e bambini indifesi“. In un’intervista rilasciata a “Democracy Now” il 5 aprile 2017 (due giorni prima degli attacchi di Trump alla Siria), Noam Chomsky dichiarava di essere a favore del “cambio di regime” suggerendo che l'”eliminazione” negoziata di Bashar al-Assad portasse alla soluzione pacifica. Secondo Chomsky, “Il regime di Assad è immorale, compie atti orribili e pure i russi”. Accuse prive di alcuna prova e documento. Una scusa per coprire i crimini di guerra di Trump? Le vittime dell’imperialismo sono accusate con nonchalance dei crimini dell’imperialismo: “(…) Sa, non possiamo dirgli “vi uccidiamo. Vedete di negoziare”. Non funziona. Ma un processo in cui Bashar al-Assad sia eliminato coi negoziati (con i russi) potrebbe portare a una sorta di sistemazione. L’occidente non l’avrebbe voluto (…) All’epoca pensavano di poter rovesciare Assad, quindi non voleva farlo e la guerra continuò. Avrebbe funzionato? Non lo sapremo mai. Ma si sarebbe potuto provare. Nel frattempo, Qatar ed Arabia Saudita sostengono i jihadisti, che non sono diversi dallo SIIL. Quindi c’è orrore da tutte le parti. Il popolo siriano viene decimato”. (Noam Chomsky su Democracy Now, 5 aprile 2017).
In Gran Bretagna, Tariq Ali, descritto dai media inglesi come il capo del movimento pacifista di sinistra nel Regno Unito dalla guerra del Vietnam, invocava la dipartita del Presidente Bashar al-Assad. Il suo discorso ricorda quello dei guerrafondai di Washington: “Assad deve essere abbattuto, (…) e il popolo siriano fa del suo meglio per farlo (…) Il fatto è che la stragrande maggioranza dei siriani vuole che la famiglia di Assad se ne vada ed è il nocciolo che dobbiamo capire e che Assad dovrebbe capire (…) Ciò che è necessario in Siria è un governo nazionale laico per preparare una nuova costituzione (…) Se il clan di Assad si rifiuta di rinunciare al controllo sul Paese, prima o poi succederà qualcosa di disastroso (…) Il loro futuro si decide e non c’è per loro”. Intervista a RT nel 2012. Tariq Ali, portavoce della coalizione Stop the War, evitò di menzionare che Stati Uniti, NATO ed alleati sono attivamente coinvolti nel reclutamento, addestramento e armamento di un esercito di mercenari terroristi (sopratutto stranieri). Sotto le mentite spoglie del cosiddetto movimento progressista contro la guerra, Ali tacitamente legittima l’intervento militare occidentale sotto la bandiera della “guerra al terrore” e della cosiddetta “responsabilità di proteggere” (R2P). Il fatto che al-Qaida e Stato islamico siano segretamente supportati da Stati Uniti e NATO viene ignorato. Secondo l’autore inglese William Bowles, Tariq Ali è uno dei molti intellettuali di sinistra imperialisti che hanno distorto la militanza contro la guerra nel Nord America e in Europa: “Ciò evidenzia la contraddizione di essere un cosiddetto socialista pur avendo il privilegio di far parte dell’élite intellettuale dell’impero, venendo molto ben pagato per aver detto alla Siria ciò che dovrebbe e non dovrebbe fare. Non vedo alcuna distinzione tra l’arroganza di Ali e quella occidentale, che pretende esattamente la stessa cosa, che Assad deve andarsene!

John Deutch, capo della CIA nel 1995-1996. Amico intimo di Noam Chomsky.

Il movimento contro la guerra di oggi
Il capitalismo globale finanzia l’anticapitalismo. Tale relazione è tanto assurda quanto contraddittoria. Non può esserci alcun significativo movimento contro la guerra quando il dissenso è generosamente finanziato dagli stessi interessi aziendali obiettivo del movimento di protesta. Come McGeorge Bundy, ex-presidente della Fondazione Ford (1966-1979), una volta disse: “Tutto ciò che la fondazione Ford ha fatto va visto come sforzo per rendere il mondo sicuro per il capitalismo“. Molti “intellettuali di sinistra” oggi cercano di “rendere il mondo sicuro” per i guerrafondai. Il movimento contro la guerra di oggi non mette in discussione la legittimità di chi prende di mira. Oggi, i “progressisti” finanziati da grandi fondazioni, con l’approvazione dei media istituzionali, impediscono la formazione di un movimento popolare contro la guerra significativo e nazionale. Un movimento pacifista coerente deve anche opporsi a qualsiasi forma di cooptazione, essendo consapevole che una parte significativa della cosiddetta opinione “progressista” sostiene tacitamente la politica estera degli Stati Uniti, anche gli “interventi umanitari” auspicati da ONU e NATO. Un movimento contro la guerra finanziato da fondazioni aziendali è una causa e non la soluzione. Un movimento pacifista coerente non può essere finanziato dai guerrafondai.

La via da seguire
Ciò che è necessario è creare una rete ampia e popolare che cerchi di sradicare i modelli di autorità e processo decisionale relativi alla guerra. Questa rete va stabilita in tutta la società, le città e i villaggi, nei luoghi di lavoro e nelle parrocchie. Sindacati, associazioni di agricoltori, associazioni professionali e imprenditoriali, associazioni studentesche, associazioni di veterani e gruppi basati sulla fede sarebbero invitati ad unirsi alla struttura organizzativa pacifista. Questo movimento dovrebbe estendersi anche alle forze armate, di fondamentale importanza per infrangere la legittimità della guerra tra i militari. Il primo compito sarebbe neutralizzare la propaganda bellica con un’efficace campagna contro la disinformazione dei media. I media istituzionali sarebbero direttamente presi di mira, il che porterebbe al boicottaggio dei principali media, responsabili della disinformazione via media. Allo stesso tempo, questo sforzo richiederebbe la creazione di un processo per sensibilizzare i concittadini sulla natura della guerra e della crisi economica globale, permettendo anche di “diffondere il messaggio” efficacemente con una rete avanzata, attraverso media alternativi su Internet, ecc. Negli ultimi tempi, i media online indipendenti sono oggetto di manipolazione e censura, con lo scopo preciso di danneggiare l’attivismo pacifista su Internet. La creazione di tale movimento, che minerebbe seriamente la legittimità delle strutture del potere politico, non è un compito facile. Ciò richiederà solidarietà, unità e impegno senza precedenti nella storia del mondo. Rimuoverà anche gli ostacoli politici ed ideologici nella società e parlerà con una sola voce. Infine, sarà necessario deporre i criminali di guerra e processarli.

Jeremy Corbyn e Tariq Alì

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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‘Little Rocket Man’ vince il round

Patrick J. Buchanan, The American Conservative 12 gennaio 2018Dopo un anno in cui ha testato bomba all’idrogeno ed ICBM, minacciato di distruggere gli Stati Uniti e definito il presidente Trump “presuntuoso”, Kim Jong Un, su grazioso invito del presidente della Corea del Sud, invierà una squadra di pattinaggio alle “Olimpiadi della pace”. Un anno impressionante per Little Rocket Man. La crisi nucleare più grave da quando Nikita Khrusciov pose i missili a Cuba sembra essersi calmata. Notizie gradite, anche se lo scontro con Pyongyang è stato probabilmente solo rinviato. Tuttavia, ci è data l’opportunità di rivalutare il trattato dei 65 anni di guerra fredda che ci obbliga ad andare in guerra se il Nord attacca Seoul, che oggi ci ha portato sull’orlo della guerra. Il 2017 ha dimostrato che dobbiamo rivalutarlo; il potenziale costo nel portare avanti il nostro impegno cresce esponenzialmente. Due decenni prima, una guerra nella penisola coreana, data la massiccia artiglieria a settentrione della DMZ, avrebbe significato migliaia di morti per gli Stati Uniti. Oggi, col crescente arsenale nucleare di Pyongyang, le città statunitensi potrebbero subire attacchi tipo Hiroshima, se scoppiasse la guerra. Quale vitale interesse degli Stati Uniti c’è nella penisola coreana da giustificare l’accettazione perpetua di tale rischio per la nostra patria? Ci viene detto che la diplomazia di Kim è volta a dividere la Corea del Sud dagli statunitensi. E questo è innegabilmente vero. Il presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, è in primo luogo responsabile verso il suo popolo, che per metà si trova nella gittata dell’artiglieria sulla DMZ. In una nuova guerra coreana, il suo Paese ne soffrirebbe di più. E benché apprezzi sicuramente l’impegno degli Stati Uniti nel combattere il Nord per conto del suo Paese, quale polizza assicurativa, Moon non vuole una seconda guerra coreana, e non vuole che il presidente Trump decida che ci sia. Comprensibilmente, vuole mette prima la Corea del Sud. Eppure, giustamente attribuisce a Trump il merito di portare i nordcoreani ai negoziati: “Do al presidente Trump l’enorme merito ad aver avanzato i colloqui inter-coreani, e vorrei ringraziarlo di questo”. Ma di nuovo, quali sono gli interessi statunitensi per cui dovremmo far correre il rischio di attacchi nucleari a decine di migliaia di truppe statunitensi in Corea e nelle basi in Asia, e persino alle nostre grandi città, in una guerra che altrimenti sarebbe limitata alla penisola coreana? La Cina confina con il Nord, ma non è vincolata a un trattato per combattere per conto del Nord. Anche la Russia confina con la Corea democratica e, come la Cina, fu indispensabile a salvare il Nord nella guerra del 1950-53. Ma la Russia non è impegnata da alcun trattato a combattere per il Nord. Perché, allora, gli statunitensi sono obbligati ad essere tra i primi a morire in una seconda guerra di Corea? Perché la difesa del Sud, con 40 volte l’economia e il doppio della popolazione del Nord, è un nostro dovere eterno?
L’impulso di Kim al deterrente nucleare è dettato da paura e calcolo. Il timore è che gli statunitensi che lo detestano facciano a lui, suoi regime e Paese, ciò che fecero a Sadam Husayn. Il calcolo è che ciò che gli statunitensi temono di più, l’unica cosa che li scoraggia, sono le armi nucleari. Una volta che la Russia sovietica e la Cina comunista acquisirono le armi nucleari, gli statunitensi non le attaccarono mai. Se riesce a puntare armi nucleari sulle truppe USA in Corea, le basi USA in Giappone, e le città degli Stati Uniti, ragiona Kim, gli statunitensi non gli lanceranno la guerra. Gli eventi recenti non gli hanno dato ragione? L’Iran non ha armi nucleari e certi statunitensi chiedono quotidianamente il “cambio di regime” a Teheran. Ma poiché Kim ha armi nucleari, gli statunitensi sembrano più ansiosi di colloquiare. La sua politica vince. Ciò che dice il suo arsenale nucleare è: come voi statunitensi avete messo a rischio di annientamento il mio regime e il mio Paese, metterò a rischio le vostre città. Se subiamo il vostro “fuoco e furia” nucleare, anche milioni di statunitensi lo subiranno. Il mondo intero guarda come finirà ciò. Per l’American Imperium, il nostro sistema di alleanze si regge su una promessa credibile: se attacchi qualcuno dei nostri alleati, sei in guerra con gli Stati Uniti. Dal Baltico al Mar Nero al Golfo Persico, dal Mar Cinese Meridionale alla Corea e al Giappone, costi e rischi legati al mantenimento dell’Imperium crescono. Con tutte queste promesse, garantendo la guerra per conto di altre nazioni, ci finiremo inevitabilmente. E questa generazione di statunitensi, ignari di ciò che i suoi nonni dovettero fare, si chiederà, come ha fatto in Iraq e Afghanistan: che ci facciamo dall’altra parte del mondo? “America First” è più di uno slogan.L’ultimo libro di Patrick J. Buchanan è Nixon’s White House Wars: The Battles That Made and Broke President and Divided America Forever.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Avvio dei colloqui in Corea – Potenza della diplomazia

SCF 12.01.2018Evitando l’orlo della guerra, per fortuna, i due Stati coreani procedevano questa settimana a tenere colloqui di pace, la prima volta che i due avversari avevano negoziati formali in quasi due anni. L’assenza di colloqui, al contrario, ha visto aumentare le tensioni soprattutto nell’ultimo anno, al punto che una guerra rischiava di scoppiare. Russia e Cina da parecchi mesi deploravano seriamente tale vuoto nella diplomazia. Mosca e Pechino hanno costantemente invitato tutte le parti a dialogare per risolvere il conflitto, basandosi sui principi dell’impegno nei mezzi pacifici, rispetto reciproco e senza precondizioni a qualsiasi dialogo. Un altro fattore chiave dell’avvio ai colloqui è stato il congelamento delle attività militari. Ancora una volta, tale sospensione delle azioni militari fu sollecitata da Russia e Cina. Quando la Corea del Sud ha prevalso sull’alleato statunitense nel posticipare le esercitazioni militari all’inizio di quest’anno, Pyongyang ricambiava rapidamente avviando il dialogo con una delegazione di Seoul nel villaggio di pace di Panmunjom, vicino la DMZ. Il Nord ha sempre protestato contro le manovre militari guidate dagli Stati Uniti nella penisola coreana, equiparandole ad un atto di guerra, impedendo così qualsiasi apertura. Finora, la Corea democratica si è astenuta dal condurre test nucleari o missilistici. L’anno scorso, una serie di test creò tensioni nella regione e nel mondo. L’amministrazione Trump aveva ripetutamente minacciato l’attacco preventivo sulla Corea democratica, accusandola d’intimidirne gli alleati nella regione. La Corea democratica, a sua volta, affermava che le forze statunitensi erano una minaccia alla sicurezza. Anche la retorica infuocata tra Trump e Kim Jong-un accumulava il circolo vizioso delle tensioni. I progressi fatti nei colloqui di questa settimana sono stati impressionanti. Inizialmente, l’incontro si svolse per discutere della partecipazione della Corea democratica alle Olimpiadi invernali che si terranno in Corea del Sud il prossimo mese. Il Nord ha debitamente accettato l’invito a parteciparvi, attenuando così i timori sulla sicurezza dei Giochi. Inoltre, inaspettatamente, le due parti decidevano quindi di tenere discussioni militari bilaterali per esplorare i modi per comporre l’antagonismo sulla penisola. Uno sviluppo molto incoraggiante che va consolidato con futuri colloqui. Significativamente, gli Stati Uniti si univano a Cina e Russia nel raccomandare l’iniziativa coreana. Il presidente Trump sosteneva l’omologo della Corea del Sud Moon Jae-in nell’impegno col Nord. Trump ha anche detto di esser pronto a un dialogo faccia a faccia con Kim Jong-un, “se le condizioni saranno quelle giuste”.
Kim Jong-un ha il merito di aver esteso un ramo d’ulivo alla Corea del Sud nel discorso di Capodanno. Anche Moon Jae-in, merita credito per aver ricambiato e concesso la sospensione delle esercitazioni militari. Il presidente Trump ha sorprendentemente tenuto il consiglio prudente di astenersi da osservazioni sconsiderate permettendo alle due Coree d’impegnarsi senza polemiche. Questo è esattamente il tipo di diplomazia che Russia e Cina sostengono. I progressi compiuti questa settimana, e si spera nel prossimo futuro, mostrano che la diplomazia può funzionare. L’alternativa sono tensioni, incomprensioni e conflitti catastrofici. Prudentemente, tuttavia, molti commenti dei media statunitensi hanno espresso un cinico punto di vista secondo cui la Corea democratica cerca di spingere un cuneo tra Washington e Corea del Sud, o che Pyongyang semplicemente gioca col tempo per sviluppare ulteriormente le armi nucleari. Tale cinismo è deplorevole e controproducente. Si corre il rischio di mettere a repentaglio l’impegno pacifico spingendo Washington ad intromettersi nei colloqui facendo richieste inaccettabili alla Corea democratica. Una di tali richieste è l’insistenza che la Corea democratica debba porre fine al programma nucleare quale condizione per il dialogo. Pyongyang ha categoricamente affermato che non rinuncerà unilateralmente al programma nucleare. Quindi, se Washington persegue tale corso emettendo ultimatum e trattando la Corea democratica come “Stato canaglia”, la via diplomatica diverrà un vicolo cieco. Washington deve mostrare modestia e saggezza nell’adempiere alle proprie responsabilità nel lungo conflitto coreano. Come l’ex-presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter consigliava, Washington deve firmare un trattato di pace formale con la Corea democratica segnando la fine della guerra di Corea (1950-53). La Corea democratica deve avere garanzie sulla sicurezza.
Se i colloqui ripresi questa settimana saranno sviluppati con buona volontà, rispetto reciproco e impegno per la pace, allora c’è motivo di ottimismo. In effetti, la diplomazia può funzionare. Questa è la lezione chiave di questa settimana. Ora diamo una possibilità alla pace.

Si sono tenuti colloqui inter-coreani di alto livello
KCNA 

I colloqui inter-coreani di alto livello si sono tenuti il 9 gennaio nella “casa della pace” nella parte sud di Panmunjom, tra grandi aspettative e interessi di tutti i connazionali e i cittadini nazionali ed esteri. Presenti erano una delegazione del nord guidata da Ri Son Gwon, presidente del Comitato per la Riunificazione pacifica del Paese della Corea del Nord, e una delegazione del sud col ministro dell’Unificazione Jo Myong Gyun come capo delegazione. Nei colloqui, le autorità del nord e del sud hanno discusso le questioni principali relative al successo delle XXIII Olimpiadi invernali nella Corea del Sud e al miglioramento delle relazioni inter-coreane, e adottato il seguente comunicato stampa congiunto.

Comunicato stampa congiunto di colloqui inter-coreani di alto livello
I colloqui inter-coreani di alto livello si sono tenuti a Panmunjom il 9 gennaio. Durante i colloqui, entrambe le parti hanno discusso sinceramente della partecipazione di una delegazione del nord alle XXIII Olimpiadi e Paralimpiadi invernali e al miglioramento delle relazioni inter-coreane in conformità col desiderio e le aspettative di tutti i coreani e hanno convenuto quanto segue:
Il nord e il sud hanno concordato di cooperare attivamente per garantire che le XXI Olimpiadi e Paralimpiadi Invernali nella zona sud siano tenute con successo, fornendo l’occasione per migliorare il prestigio della nazione. A questo proposito il nord ha accettato di inviare una delegazione del Comitato olimpico nazionale, squadre sportive, un gruppo di allievi, una compagnia d’arte, un gruppo di dimostrazione del Taekwon-do e un corpo stampa insieme a una delegazione di alto livello alle Olimpiadi, e il sud ha accettato di fornire i supporto necessario. Le parti hanno concordato di aprire colloqui a livello operativo sull’invio dal Nord di una rappresentanza di preparazione e partecipazione ai Giochi olimpici invernali, e concordavano la definizione del programma di scambio dei documenti in futuro. Nord e sud hanno concordato sforzi concertati per allentare le tensioni militari, creare un ambiente pacifico nella penisola coreana e promuovere la riconciliazione e l’unità nazionale. Hanno condiviso il punto di vista che l’attuale tensione militare va risolta e perciò deciso di avere colloqui tra le autorità militari. Hanno deciso di promuovere la riconciliazione e l’unità nazionale rinvigorendo contatti e viaggi, e scambio e cooperazione in vari campi.
Nord e sud hanno accettato di rispettare le dichiarazioni e di risolvere tutti i problemi nelle relazioni intercoreane attraverso dialogo e negoziati sul principio della nostra stessa nazione. Perciò, entrambe le parti hanno convenuto di avere colloqui su ogni campo, insieme a colloqui ad alto livello tra nord e sud volti a migliorare le relazioni inter-coreane.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli USA cercano alleati per contenere Pechino

Tony Cartalucci, LD 28 dicembre 2017Ci sono stati rumori sul cosiddetto Quadrilateral Security Dialogue (Quad), una specie di coalizione tra Stati Uniti, India, Australia e Giappone. Promosso dai soliti pensatoi politica finanziati dalle grandi aziende finanziarie, il Quad viene descritto come un passo oltre lo sfortunato “pivot to Asia” di Washington per salvare il proprio potere in declino nella regione. Capire che il “perno” degli Stati Uniti era inteso a cooptare e costringere il Sud-Est asiatico a formare un fronte unito per contenere l’ascesa economica, diplomatica e militare della Cina nella regione, per preservare e forse persino espandere il primato degli Stati Uniti nell’Asia-Pacifico, spiega perché alla fine ha fallito, e va oltre spiegando cos’è il Quad e perché vine così fortemente promosso.

Il fallimento del perno e il declino del potere statunitense
Il Sud-Est asiatico, attraverso l’Associazione sovranazionale delle nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN) ha resistito ai tentativi di Washington di riallineare la politica regionale per soddisfarne gli interessi ai danni dei crescenti legami dell’ASEAN con Pechino. C’erano varie componenti nel perno tra cui gli sforzi degli Stati Uniti per minare, rovesciare e sostituire con regimi obbedienti i governi di diversi Stati dell’ASEAN, come Myanmar, Thailandia e Malaysia. L’espansione del “soft power” statunitense nell’ASEAN era una di queste componenti, in particolare gli sforzi a lungo termine del dipartimento di Stato USA attraverso National Endowment for Democracy (NED) e la sua “Young Southeast Asian Leaders Initiative” (YSEALI) lanciata nel 2013. Tali sforzi sono falliti finora, con un successo limitato nel mettere al potere un regime di clienti statunitensi in Myanmar con Aung San Suu Kyi e il suo partito della National League for Democracy (NLD). Altrove, nel 2014, il governo appoggiato dagli Stati Uniti di Yingluck Shinawatra, sorella dell’allora alleato Thaksin Shinawatra, fu estromesso con un colpo di Stato militare. Le proteste in Malaysia guidate dal fronte “Bersih“, finanziato dagli Stati Uniti, non hanno ancora prodotto risultati. E in Cambogia, il governo del Primo ministro Hun Sen ha iniziato una campagna aggressiva per sradicare ed espellere i media e il fronte d’opposizione del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, arrestando il capo dell’opposizione Kem Sokha e sciogliendone il Partito di salvezza nazionale, una mossa che potrebbe essere replicata in una forma o nell’altra dagli altri Stati dell’ASEAN in caso di successo. Un altro componente era la serie di conflitti artificiali che gli Stati Uniti hanno prodotto per poi svolgervi un ruolo da mediatore per risolvere la controversia territoriale sul Mar Cinese Meridionale. L’ASEAN si è rifiutata di farsi coinvolgere, e persino presunti ricorrenti nella disputa, Vietnam e Filippine, si sono allontanati dall’approccio rigido proposto dagli Stati Uniti per affrontare Pechino. A un certo punto, le Filippine hanno persino respinto la presunta “sentenza del tribunale internazionale” a suo favore, organizzata da un gruppo di avvocati statunitensi, e ha invece proseguito i negoziati bilaterali con Pechino. La componente finale del perno degli USA in Asia era la proliferazione del terrorismo sponsorizzata dai più stretti alleati di Washington in Medio Oriente. Questo incluse un attentato del 2015 a Bangkok presumibilmente effettuato da terroristi turchi e l’improvvisa apparizione e diffusione del cosiddetto “Stato islamico” (SIIL) nelle Filippine. L’arrivo e l’occupazione dello SIIL della città filippina meridionale di Marawi era particolarmente “utile” alla politica estera degli Stati Uniti, arrivando in un momento in cui le Filippine avevano rimproverato il coinvolgimento degli Stati Uniti nella disputa sul Mar Cinese Meridionale, l’interferenza di Washington negli affari politici interni delle Filippine, e iniziato a chiedere la rimozione completa delle forze militari statunitensi dal proprio territorio. L’arrivo dello SIIL ha quindi dato un pretesto fin troppo conveniente agli Stati Uniti non solo per rimanere nelle Filippine, ma per espandervi la propria presenza.

Il “Quad” nasce quando il pivot decade
Nell’Asia-Pacifico, gli USA sono sempre più in disaccordo e ricorrono sempre più allo scontro nel “perno” che avrebbe dovuto unificare la regione dietro l’agenda regionale di Washington piuttosto che contro di essa. Per far fronte a ciò, Washington punta ai confini estremi dell’Asia-Pacifico alla ricerca di alleati disponibili, creando il “Quad”. L’India è all’estremità occidentale, l’Australia a sud e il Giappone ad est. Gli stessi Stati Uniti non hanno alcuna forma o posizione presso l’Asia se non come presenza militare estera in Corea, Giappone, Filippine e Australia, suscitando dubbi immediati sulla legittimità del programma della coalizione. Gli editoriali occidentali sul Quad non nascondono le vere intenzioni di tale iniziativa degli Stati Uniti, contenere la Cina. Il South China Morning Post in un editoriale intitolato “Stati Uniti, Giappone, India, Australia… il Quad è il primo passo verso una NATO asiatica?” afferma: “La nuova strategia per affrontare la Cina con un fronte unito ha sottolineato la crescente competizione regionale tra Pechino e Washington. Il Quad si ebbe mentre gli Stati Uniti sembravano spostare l’attenzione strategica. Mentre Trump visitava l’Asia orientale, si riferiva alla regione come “Indo-Pacifica” piuttosto che “Asia-Pacifico”, un chiaro colpo per Pechino”. The Diplomat nell’articolo intitolato “Incontro quadrilaterale sulla cooperazione regionale di Stati Uniti, Giappone, India e Australia“, seguiva le dichiarazioni prodotte dal dialogo, “Le dichiarazioni australiane e statunitensi hanno toccato tutte e sette le questioni sopra evidenziate sotto l’egida di un “Indo-Pacifico libero e aperto”. La dichiarazione del Giappone omette qualsiasi menzione di miglioramento della “connettività” che, per India e Stati Uniti, significherebbe una visione alternativa all’ambiziosa iniziativa Fascia e Via della Cina”. Il pezzo arrivava a dichiarare: “Nel frattempo, la dichiarazione dell’India nella riunione di sabato ha omesso ogni riferimento esplicito alla libertà di navigazione e di sorvolo, al rispetto del diritto internazionale e alla sicurezza marittima. Tuttavia, in varie dichiarazioni e dichiarazioni bilaterali con ciascuno degli altri partecipanti, Delhi ha espresso il proprio sostegno a questi principi. Sia le omissioni indiane che giapponesi non sono una dichiarazione di disinteresse, ma piuttosto sono tese a placare le preoccupazioni di Pechino che il quadrilatero tenti esplicitamente di contenere la Cina”. The Diplomat concludeva notando che molto lavoro serviva per incentivare gli asiatici a sostenere “lo status quo dell’architettura regionale e un ordine basato sulle regole” (leggi: primato degli Stati Uniti nella regione) “contro la visione concorrente della Cina“. Considerando questo fatto e che anche nel Quad c’è un’evidente disconnessione tra l’agenda di ogni membro e la realtà sul contenimento della Cina, Washington affronta una difficile battaglia. Convincere India o Australia a rifiutarsi di cooperare, beneficiandone, e quindi consentire l’ascesa della Cina, sarà una proposta sempre più difficile. Per il Sud-Est asiatico, il rifiuto d’impegnarsi in modo costruttivo con la Cina va dal difficile all’impossibile. Molti Stati nel Sud-Est asiatico hanno già firmato accordi e iniziato la costruzione di elementi dell’iniziativa cinese One Belt, One Road (OBOR), tra cui Laos e Thailandia che costruiscono linee ferroviarie ad alta velocità che collegheranno la città meridionale di Kunming a Malaysia e Singapore, attraversando entrambe le nazioni. Anche le forze armate del Sud-est asiatico si rivolgono sempre più alla Cina sia per nuovo materiale che per esercitazioni congiunte, due campi un tempo dominati dagli Stati Uniti, ma non più.

Martellare il piolo del Quad in un buco
È chiaro che una parte della dura battaglia di Washington consisterà nel destabilizzare e rimuovere dal potere quei governi regionali che supervisionano i progetti congiunti con la Cina, e mettere al potere governi che ritardino o abbandonino tali progetti. Ciò spiega ampiamente l’aumento delle interferenze politiche palesi degli Stati Uniti, anche direttamente con le ambasciate in nazioni come Thailandia e Cambogia, dove i gruppi d’opposizione sono apertamente protetti dall’ambasciata statunitense. In Thailandia, Stati Uniti ed UE hanno esercitato pressioni sul governo ad interim per tenere elezioni anticipate nella speranza di riportare Shinawatra al potere. In Cambogia, Stati Uniti ed Unione Europea minacciano sanzioni al governo per l’azione contro gruppi d’opposizione diretti e finanziati dagli Stati Uniti. E in Myanmar, gli Stati Uniti istigano violenze su entrambi i lati della crisi rohingya, minacciando la stabilità qualora i progetti congiunti con la Cina non siano abbandonati. In sostanza, gli Stati Uniti intendono continuare tutte le attività che hanno perseguito col “perno in Asia”, tra cui sovversione politica, scontro con Pechino e persino terrorismo. Il Quad non è un’alternativa per l’ASEAN a Pechino, è un’alternativa per impedirgli di sfuggire a coercizione e sovversione degli Stati Uniti.

Il Quad è una minaccia per tre dei quattro membri
Il successo o fallimento di nazioni come Cambogia, Thailandia e Myanmar nell’evitare le provocazioni di Washington determinerà successo o fallimento complessivo dell’iniziativa Quad di Washington. E anche per India, Giappone e Australia un Sud-Est asiatico destabilizzato non è in alcun modo d’interesse, che le rispettive leadership lo riconoscano o meno. Legami costruttivi tra i membri del Quad e un’Asia stabile avvantaggerebbero la regione nel complesso e beneficeranno ciascuna nazione. Questo è un punto che non è passato inosservato a Pechino o all’ASEAN. Per quanto Washington veda India, Australia e Giappone come contrappeso alla Cina, sono visti come potenziali alternative economiche e di sicurezza al ruolo sempre più sgradevole di Washington nell’Asia Pacifica. Mentre Washington cerca di cooptare e scagliare gli altri membri del Quad contro una Cina in ascesa per preservare il proprio primato regionale, la Cina potrebbe cercare di offrire invece un porto sicuro. I legami economici tra Cina e Australia sono già significativi con la Cina che funge da principale partner commerciale dell’Australia. Anche l’India svolge attività considerevoli in Asia e sempre più con la Cina. I piani di Washington per continuare ad interferire nella regione per il proprio primato potrebbero portare il Quad a divenire una trilaterale che cerca da sé accordi con la Cina senza compromettere o ritardare i propri interessi per amore di Washington. Senza il Quad, gli Stati Uniti dovranno cercare altri partner nella ricerca del primato asiatico. Col Regno Unito che segnala interesse ad inviare navi da guerra in tutto il pianeta per aiutare gli Stati Uniti a scacciare i cinesi dalle proprie rive, forse l’Asia-Pacifico verrà nuovamente riassegnata dall’Indo-Pacifico all’Anglo-Pacifico, e il Quad sostituito dalla coppia anglo-statunitense.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Francia, Nazioni Unite e colloqui di pace in Libia

Richard Galustian, Global Research, 26 dicembre 2017L’attuale situazione in Libia mostra che i processi che l’ONU e l’occidente hanno cercato d’attuare continuano a fallire. Ciononostante, c’è una nuova tendenza in Libia sulla risoluzione delle dispute sul campo, riordinando una varietà di attori, i troppi e complessi dettagli, anche se la Francia inviava il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian in Libia, nel continuo tentativo futile d’imporre il matrimonio forzato tra Fayaz Saraj, scelto e sostenuto dalle Nazioni Unite, e il capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), a Camp Marshall, nella Libia Orientale, Qalifa Haftar. Un’assoluta impossibilità.
Non sembra esserci realismo nel modo di pensare delirante della Francia e delle Nazioni Unite. Il fatto è che LNA e Haftar controllano quasi tutto il petrolio in Libia e nella maggior parte del Paese. Considerando che Saraj non può andare oltre la piccola base navale vicino Tripoli, fortemente protetta da milizie mercenarie. Dopo l’incontro di Le Drian a Tripoli con Saraj, Le Drian volava a Bengasi per incontrare Haftar, “per discutere del processo politico in Libia e della guerra al terrorismo guidata dall’esercito libico”. Haftar aveva detto a Le Drian che l’esercito non smetterà di combattere il terrorismo in Libia. Per risposta, Le Drian avrebbe informato Haftar del rispetto della comunità internazionale per i sacrifici dell’esercito contro i gruppi terroristici. Allo stesso tempo, tuttavia, Le Drian chiese ad Haftar e al comando dell’esercito di rispettare il processo politico dell’Accordo politico libico (LPA) e di lavorare a un accordo completo con tutte le parti libiche. Le Drian, Nazioni Unite e potenze occidentali non riescono ancora a capire che l’LPA è respinto dal popolo libico come totalmente illegittimo e completamente irrilevante per il processo di pace. Haftar non s’impegna nel processo politico come dettato dall’ONU, e continua a sottolineare l’importanza del riconoscimento da parte delle Nazioni Unite e della comunità internazionale degli sforzi dell’LNA contro il terrorismo. Haftar presumibilmente aggiunse con fermezza, “Togliere l’embargo sulle armi all’esercito, se deciso dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sarà molto apprezzato”. Il Comando del LNA crede ancora che alcune potenze cerchino di mantenere l’embargo sulle armi per dare una leva a un certo partito politico nel Paese, forse per ricreare un altro partito islamista in Libia; per deduzione, si presume che Haftar parlasse principalmente del chiaro appoggio internazionale di Regno Unito, Stati Uniti, Nazioni Unite e UE al partito dei fratelli musulmani e ai suoi membri, a cui Haftar si oppone con veemenza. A questo punto va notato che la maggior parte dei libici sa che Serraj ‘è schiavo’ della Confraternita. Inoltre, siamo molto chiari. Haftar annunciava che l’accordo politico libico “è scaduto” due anni dopo che le parti politiche libiche l’avevano firmato, dicendo “A partire dal 17 dicembre 2017, scade il cosiddetto accordo politico. Pertanto, tutti gli organismi risultanti da tale accordo hanno automaticamente perso legittimità, messa in discussione sin dal primo giorno“, in un discorso televisivo. Haftar e la maggior parte della popolazione libica dicono “no” al LPA. Se l’ONU persiste con questa fantasia significa che è drogata o incompetente, o forse entrambe, perdonando l’irriverenza. L’LPA non ci sarà. È impossibile. Tornate sulla terra.
Innanzitutto, ai libici non interessano i migranti che secondo la stampa occidentale liberale e l’Unione europea sono una priorità. Per i libici non lo sono, vogliono che i migranti se ne vadano a casa e l’ONU smetta d’interferire e lasci che l’attore più forte in Libia porti ordine e pace nel Paese. Quell’attore sono Haftar e la LNA, e l’unica cosa che impedisce questa naturale evoluzione è la continua interferenza inutile del mondo occidentale. Francia e ONU continuano i colloqui con istituzioni ed entità superflue di Libia orientale e occidentale, ostacolando la soluzione al pantano libico. In parole semplici, l’occidente ha scelto la parte sbagliata sostenendo la Libia occidentale quando l’orientale possiede e occupa, per gentile concessione del LNA di Haftar, la maggior parte del petrolio e della nazione della Libia. I sauditi sono importanti; con l’accordo di varie fazioni, tra cui Haftar, inviarono alcuni religiosi a gestire la mappa religiosa di Misurata (e di tutta la Libia). L’assassinio di pochi giorni prima del sindaco di Misurata è parte di tale lotta globale contro l’ideologia dello SIIL e il suo opposto, il secolarismo. Alcuni vedono il salafismo come “casa a metà strada”, per così dire. Anche se non può essere confermato, Haftar sembra aver fatto un accordo coi sauditi affinché una manciata di loro chierici “risolvesse” Misurata permettendo la promozione del salafismo nella convinzione che distrugga i resti dell’estremismo dello SIIL presso Misurata e ovviamente altrove nel Paese. Questo “compromesso” tra il minore dei due mali, i salafiti e l’ideologia dello SIIL, deve trovare spazio affinché un certo secolarismo si evolva, cosa che la maggior parte dei libici vuole. Niente è facile.
Anche gli Emirati Arabi Uniti sono cruciali per il futuro della Libia. Sia causa della vicinanza alla nuova generazione della leadership saudita che dal punto di vista pratico, per via della base aerea stabilita due anni fa nella Libia orientale. La costruzione della base aerea al-Qadim degli Emirati Arabi Uniti nella Libia orientale, significa che in meno di qualche settimana potranno dispiegare vari aerei per supportare Haftar. Spiegando la presenza dei loro jet nel teatro della guerra civile in Libia. Chiaramente, gli EAU si preparano ad intervenire in Libia militarmente. Molti l’accettano. La base aerea al-Qadim si trova nella provincia di al-Marj, vicino al quartier generale principale di Haftar, e ha recentemente aggiunto un nuovo ampio parcheggio e rifugi per aeromobili che ne ospiteranno vari.
Haftar non aderirà mai al LPA dettato dall’ONU e l’ha detto molto chiaramente. In sintesi, questa è la realtà: Politicamente, solo il ruolo della Russia, non di Nazioni Unite, UE o Stati Uniti, principalmente attraverso gli amici della Cecenia, rimane uno dei più cruciali e sarà veramente efficace nel riportare la pace in Libia. E militarmente, Haftar alla fine vincerà, con l’assistenza militare principalmente di Egitto ed Emirati Arabi Uniti.Traduzione di Alessandro Lattanzio