La Cina srotola il tappeto rosso a Putin e fa scendere Obama dal retro dell’Air Force One

Niente tappeto rosso per il presidente degli Stati Uniti Obama al vertice del G20. Tappeto rosso per il Presidente Vladimir Putin
Alex Christoforou The Duran 4/9/2016cfdf4bac-5ea3-11e6-82a1-e6803dbb30ea_1280x720L’accoglienza “eccezionale” di Obama all’aeroporto di Hangzhou per il vertice del G-20 non ha visto alcun tappeto rosso e neanche una scala per far scendere il POTUS.1cc3588e-724d-11e6-af03-e675d0741f8a_1280x720Grida e parolacce tra i rappresentanti dei due Paesi dopo che un funzionario cinese aveva detto: “Questo è il nostro Paese. Questo è il nostro aeroporto“.

L’accoglienza del Presidente Vladimir Putin presso l’aeroporto di Hangzhou per il vertice del G-20 ha visto… una scala e il tappeto rosso. Niente grida e parolacce, semplicemente saluti cordiali e amichevoli tra le due nazioni… e un gelato russo per Xi Jinping.CrciLj9WAAAaZM3Zerohedge riassume il diverso approccio della Cina accogliendo Obama e Putin… “Nello stesso tempo affronto infame della Cina ad Obama in arrivo ad Hangzhou per il vertice del G-20, quando la delegazione della nazione ospitante il G-20 primo si assicurava che non vi fosse alcuna scala per Obama per scendere dall’aereo su un tappeto rosso, costringendo il presidente della nazione più potente del mondo ad usare l’uscita di emergenza… seguita dalle grida di un funzionario cinese scatenato verso stampa e consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Susan Rice, impedendogli di superare il cordone per trattenere la stampa dicendo, “Questo è il nostro Paese. Questo è il nostro aeroporto“; i funzionari cinesi non hanno avuto tali problemi salutando il Presidente Vladimir Putin con tutti gli onori, con tanto di tappeto rosso, all’arrivo svoltosi senza alcun problema. Il favore è stato restituito, secondo RT Putin ha portato una scatola di gelati russi in dono al leader cinese Xi Jinping: “Vi ho promesso che avrei portato del gelato”, ha detto Putin. “Ve ne ho portato una scatola in dono”. Xi Jinping è un vero fan del russo gelato. “La ringrazio molto per il dono, un gustoso gelato. In ogni mio viaggio in Russia chiedo sempre di comprarne. E poi a casa se ne mangia”, ha detto il leader cinese. “Avete la migliore crema, che lo rende così gustoso. Mi piace molto. Grazie per la cortesia“, aggiungeva.
Russias President Vladimir Putin (R) meeObama ha minimizzato l’affronto cinese… “Washington difende libertà di stampa e diritti umani e, qualunque sia la ricaduta, non abbandoniamo i nostri valori e ideali quando compiamo questi viaggi. Ci può essere qualche attrito. Gli strappi si mostrano più del solito in alcuni negoziati e negli spintoni che si hanno dietro le quinte. Parte di ciò è che abbiamo anche un’impronta molto più grande di molti altri Paesi. Abbiamo molti aerei, elicotteri, auto, ragazzi. Sai, se sei un Paese ospite, ti puoi sentire un po’ grande. E così non ci bado troppo“. Mentre Obama cercava di distogliere l’attenzione dall’evidente tensione tra le due potenze mondiali, i Paesi BRICS facevano la foto di gruppo con il sostituito antidemocratico di Dilma Rousseff del Brasile, Michel Temer.g20-summit-090416E, infine, Obama e Putin agli antipodi nella foto di gruppo…
China G20I leader posano per la foto in occasione del vertice del G-20 ospitata dal Presidente Xi Jinping ad Hangzhou, in Cina. Tra i leader nella foto vi sono il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, a sinistra, la cancelliera tedesca Angela Merkel, sesta da sinistra, il primo ministro thailandese Prayuth Chanocha, settimo da sinistra, il primo ministro di Singapore Lee Hsien Loong, in alto al centro, il Presidente Vladimir Putin, secondo a destra, e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. (Stephen Crowely/Pool Foto)
Obama sembra nervoso, mentre Erdogan e Putin conversavano amichevolmente.14233054Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA non riescono a separare l’India dai BRICS

Ekaterina Blinova, Sputnik 06/08/2016

Nonostante la recente operazione simpatia degli Stati Uniti verso l’India, New Delhi ha resistito alla tentazione rimanendo impegnata all’ideale di multipolarità dei BRICS. L’India mantiene relazioni vantaggiose con la Cina, a prescindere dagli “scossoni” nel rapporto, secondo l’analista geostrategico Matthew Maavak. Dopo la visita del segretario della Difesa statunitense Ashton Carter in India, nell’aprile 2016, alcuni dubitarvano che New Delhi valutasse un passaggio all’occidente.putin-and-modiL’offensiva del fascino di Washington
Alcuni esperti si riferiscono ai negoziati USA-India sul Memorandum d’Intesa sullo Scambio Logistico (LEMOA) e alla decisione del Paese d’incrementare la collaborazione bilaterale nella tecnologia per la difesa quali segni della deriva dell’India dai non allineati verso Washington e NATO. LEMOA in realtà è una versione dell’accordo di supporto logistico (LSA) che riguarda il supporto logistico e i servizi tra i militari statunitensi e le forze armate di altri Paesi. “La visita del segretario alla Difesa degli Stati Uniti Ashton Carter in India, la scorsa settimana, era storica, nel senso che l’India non allineata si avvicinava agli USA firmando il memorandum d’intesa sullo scambio logistico” secondo il dott. Dalbir Ahlawat, esperto della sicurezza australiana, in un articolo di aprile per The Interpreter. Da parte sua, Rupakjyoti Borah di The Diplomat scrisse a maggio che “la decisione ‘di principio’ dell’India e degli Stati Uniti” di firmare il LEMOA “è un grande atto di fede“. “Sono finiti i giorni in cui i mandarini della politica estera di New Delhi mercanteggiavano con Washington DC, ritenendo che gli interessi dell’India fossero meglio rispettati restando vicini a Paesi come la Russia e sposando non allineamento e unità del terzo mondo“, pretendeva il giornalista.

La conferenza dei dissidenti cinesi in India
Allo stesso tempo, l’Hindustan Times riferiva che una conferenza dal titolo “Rafforzare la nostra alleanza per fare avanzare il sogno popolare: libertà, giustizia, uguaglianza e pace” organizzata da un gruppo dissidente cino-statunitense si svolgeva a Dharamsala, in India, con non meno di otto dissidenti cinesi presenti all’evento del 28 aprile. L’incidente fu interpretato da alcuni media come l’ennesimo segno del cambio dell’India verso la Cina e i partner dei BRICS. Tuttavia, dipende da come esattamente si collegano i puntini. “In realtà, la supposta inclinazione di New Delhi è una percezione di molto sbagliata. Se l’India si ‘raccorda’ con gli Stati Uniti, perché Mosca e Delhi continuano collaborazioni militari sensibili da tempo pianificate riguardanti trasferimenti di una tecnologia che la Russia non offre ad alcuna altra nazione? Come la Cina; ad esempio il programma Sukhoj PAK-FA/FGFA del caccia stealth di 5.ta generazione, il programma congiunto del missile da crociera ipersonico Brahmos e la preferenza dell’India per l’aereo russo Il-78MD-90A rispetto all’Airbus A-330 per il velivolo multiruolo da trasporto e aerocisterna (MRTT) da 2 miliardi di dollari, tra molti altri esempi“, osserva presso Sputnik Mathew Maavak, analista geostrategico e dottorando in Previsioni della sicurezza presso l’Università Teknologi Malaysia (UTM). Sorprendentemente, il Ministro della Difesa indiano Manohar Parikkar, ad aprile dichiarava categoricamente che il LEMOA si applica soltanto ai rifornimenti di carburante e cibo e non allo stazionamento di militari degli Stati Uniti in India. D’altra parte, “lo svolgimento in India della riunione a Dharamsala di aprile sarebbe stata una reazione al rifiuto della Cina alle Nazioni Unite di bandire i capi terroristi pakistani dei Jaysh-e-Mohammad (JEM) e Jama-ud-Dawah“, ha spiegato Maavak. “Ricordate che l’India alla fine negò il visto a diversi dissidenti cinesi, tra cui il capo uiguro dissidente Dolkun Isa, il manifestante di Piazza Tiananmen residente a New York Lu Jinghua e l’attivista di Hong Kong Wong Ray“, ha detto l’analista a Sputnik. “Fu solo un breve urto retorico nella piena relazione India-Cina“, sottolineava Maavak. L’analista strategico ha sottolineato che chiunque abbia seguito la dinamica India-Cina per decenni avrebbe saputo che le nazioni ricorrono a retorica irascibile di volta in volta, per poi tornare alla normalità. Infatti, il recente incidente nel distretto di confine di Chamoli, nell’Uttarakhand, dove truppe cinesi entrarono in territorio indiano, venne subito minimizzato dal Ministro della Difesa Parrikar quale “trasgressione” piuttosto che “incursione”.

L’India continua ad impegnarsi nel concetto di mondo multipolare
Non ci sono motivi per sospettare fratture tra India e partner dei BRICS. L’India continua a sostenere il concetto di mondo multipolare. “L’India sostiene la multipolarità fin da quando co-fondò il Movimento dei Non Allineati (NAM) nel 1961. L’India rimane l’unico membro fondatore del NAM che promuove attivamente il concetto di mondo multipolare. Non ci sono prove che suggeriscano il contrario“, sottolineava Maavak. Quando si tratta del tanto discusso progetto Nuova Via della Seta della Cina (‘Una Fascia, Una Strada’) l’atteggiamento dell’India è generalmente positivo, sottolineava l’analista. “Penso che sia generalmente positiva. Xi Jinping è stato il primo leader di una grande potenza a visitare l’India nel 2014 dopo che il governo di Narendra Modi fu eletto. Ma l’India può contribuire al progetto Fascia e Strada? Sì, ma in modo più limitato. Ciò comporterà il rilancio della ‘Via delle spezie’ nel vicino estero, costituendo il segmento dell’Oceano indiano della vecchia Via della Seta. In caso contrario, l’India ha più pressanti sfide infrastrutturali da superare in patria, e gli investimenti cinesi sono ancora corteggiati e accolti, nonostante le speculazioni sui media esteri del contrario“, ha detto a Sputnik. Il polverone intorno al potenziale scontro sino-indiano di una parte della stampa occidentale e asiatica, potrebbe essere spiegato dai recenti sforzi degli Stati Uniti d’inasprire le tensioni nel sud-est asiatico nel tentativo di contenere la Cina.Vladimir Putin, Narendra ModiNew Delhi e la sentenza dell’Aia sul Mar Cinese Meridionale
La sentenza della Corte permanente di arbitrato dell’Aia, che ha respinto le rivendicazioni di proprietà della Cina sul Mar Cinese Meridionale. è un’altra mossa volta ad intrappolare Pechino. È interessante notare che, dopo la sentenza, Japan Times chiedeva a New Delhi “di sottolineare le credenziali di potenza globale responsabile” e mostrare sostegno alla decisione dell’Aja. L’organo di stampa osservava che l’India aveva rilasciato una dichiarazione al momento della sentenza senza nominare la Cina, invitando tutte le parti interessate a “risolvere le controversie con mezzi pacifici senza minacciare o usare la forza ed esercitare l’autocontrollo nelle attività che potrebbero complicare o degenerare le controversie su pace e stabilità“. L’affermazione di New Delhi è particolarmente importante alla luce del comunicato congiunto dei Ministri degli Esteri di India, Cina e Russia del 18 aprile. Il comunicato chiedeva di risolvere le dispute territoriali attraverso negoziati tra le parti interessate ed evitando d'”internazionalizzare” le dispute. “Russia, India e Cina sono impegnate a mantenere l’ordine giuridico nei mari e negli oceani secondo i principi del diritto internazionale, riflettendo in particolare nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS). Tutte le controversie relative dovrebbero essere affrontate tramite negoziati ed accordi tra le parti interessate. A questo proposito, i ministri hanno chiesto il pieno rispetto di tutte le disposizioni dell’UNCLOS, così come della Dichiarazione sulla condotta delle parti nel Mar cinese meridionale (DOC) e delle Linee guida per l’attuazione del DOC“, dichiarava il comunicato. Commentando la questione, Maavak ha sottolineato che per quanto riguarda la controversia sul Mar Cinese Meridionale, New Delhi agirà nello spirito del comunicato. “L’India, come la Cina, si considera una civiltà. Sarebbe visto vergognoso ricorrere all’arbitrato internazionale sui propri confini“, osservava. Sembra che Washington non sia ancora riuscita a inserire un cuneo tra l’India e la Cina. Anche se New Delhi ha i propri interessi nel Mar Cinese Meridionale, non aiuta gli Stati Uniti a pattugliare la regione. “Il governo (indiano) prende tutte le misure per garantire la sicurezza marittima. Tuttavia, attualmente, tali misure non includono il pattugliamento congiunto con Marine straniere, compresa degli Stati Uniti. Alcun colloquio ha avuto luogo con gli Stati Uniti su qualsiasi pattugliamento navale congiunto“, ha detto il Ministro della Difesa indiano Manohar Parrikar in una dichiarazione ufficiale del 26 luglio.

India e ASEAN si preoccupano delle esercitazioni sino-russe nel Mar Cinese Meridionale?
Che dire delle prossime esercitazioni militari sino-russe nella regione ? L’India o altri attori dell’ASEAN le considerano una sfida alla sicurezza marittima? “Nessuno nell’ASEAN presta molta attenzione alle esercitazioni militari congiunte russo-cinesi, così come non presta molta attenzione a molte altre esercitazioni, abbastanza normalo in questa regione e altrove. Gli asiatici, in generale, prestano molta più attenzione ad investimenti e accordi commerciali“, osservava Maavak. “Perché qualsiasi entità, fatta eccezione ai selvaggiamente speculativi media occidentali, si farebbe indebitamente perturbare dalle esercitazioni russo-cinesi? La Cina era offesa o turbata quando tre, non una, esercitazioni militari russo-indiane venivano annunciate da Sputnik il 28 aprile? Erano le esercitazioni Indra-Neva-2016, AviaIndra-2016 e Indra-2016“, ha detto l’analista a Sputnik. Indipendentemente dagli sforzi di Washington per attrarre l’India nella sua duplice politica, New Delhi evita le trappole dell’occidente e continua ad impegnarsi verso i concetti di sovranità, non allineamento e sicurezza regionale.i3RsSiIHjFq0Mathew Maavak è un dottorando in Previsione della sicurezza presso l’Università Teknologi Malaysia (UTM). È collaboratore della CCTV cinese su questioni geostrategiche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perdendo in Siria, Washington bombarda in Libia

Finian Cunningham Strategic Culture Foundation 05/08/2016landsatsirtelocations976Gli attacchi aerei degli Stati Uniti sulla Libia segnano un’importante escalation delle operazioni statunitensi all’estero. Un portavoce del Pentagono ha detto che la campagna aerea continuerà a tempo indeterminato a sostegno del governo di unità dell’ONU a Tripoli contro lo Stato islamico (SIIL). E’ il primo intervento di ‘supporto’ aereo in Libia dal 2011, quando gli aerei della NATO e degli Stati Uniti la bombardarono per sette mesi spodestando il governo di Muammar Gheddafi. La tempistica degli ultimi attacchi aerei degli USA sulla città portuale libica di Sirte sembra significativa. Per quasi due mesi il governo di Tripoli compie incursioni contro le brigate dello SIIL a Sirte. Quindi perché vengono chiesti gli attacchi aerei degli USA in questo preciso frangente? Il dispiegamento della forza aerea degli Stati Uniti in Libia segue di pochi giorni l’offensiva decisiva lanciata dall’Esercito Arabo Siriano e dagli alleati russi sulla città strategica di Aleppo, nel nord della Siria. Mentre gli alleati siriani e russi si muovono sconfiggendo le milizie antigovernative rintanate nella più grande città della Siria, la cui vittoria fa presagire la fine della guerra siriana, la frustrazione di Washington nel contrastare il successo della Russia nella guerra ai gruppi terroristici eterodiretti in Siria è palpabile, soprattutto da quando il Presidente russo Vladimir Putin ha inviato forze russe nel Paese arabo, vecchio alleato di Mosca, quasi dieci mesi fa. La frustrazione statunitense ha raggiunto il punto di ebollizione quando la Russia annunciava unilateralmente che procedeva, insieme alle forze siriane, alla liberazione di Aleppo, seconda città della Siria dopo la capitale Damasco, assediata dai gruppi armati illegali da quasi quattro anni. Per la vicinanza al confine con la Turchia, Aleppo era la rotta fondamentale per terroristi ed armi che alimentano la guerra, una guerra che Washington, alleati della NATO e partner regionali hanno segretamente sponsorizzato con l’obiettivo politico del cambio di regime contro il Presidente Bashar al Assad. Quando il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu annunciava l’apertura dei corridoi umanitari per far fuggire da Aleppo i civili e i terroristi arresisi, il piano è stato ridicolizzato quale “inganno” dal segretario di Stato USA John Kerry. L’ambasciatrice degli USA alle Nazioni Unite Samantha Power descriveva l’offensiva siriano-russa su Aleppo come “agghiacciante”. Tuttavia, il sovrano governo legittimo della Siria ha tutto il diritto di riprendere il controllo di Aleppo, ex-polo commerciale del Paese, sequestrato da vari gruppi terroristici, alcuni designati organizzazioni terroristiche internazionali. Le le aspre parole di Kerry e Power indicano perplessità di Washington per il successo di Mosca in Siria. L’intervento militare della Russia ha contrastato la cospirazione degli Stati Uniti per il cambio di regime. Washington può essersela cavata parzialmente con i piani di cambio di regime in Afghanistan, Iraq, Libia e Ucraina. Ma l’intervento della Russia ha sventato una manovra simile in Siria. Non solo, ma mentre Russia e l’alleato siriano sono vicini alla sconfitta definitiva delle reti dei mercenari antigovernativi di Aleppo, appare terribilmente ovvio che la farsa di Washington sui “ribelli moderati” frammisti ai terroristi venga denunciata. Da mesi Washington ha procrastinato le richieste di Mosca di fornire una demarcazione netta tra i cosiddetti moderati ed estremisti. Washington ha con cura esitato nel fornire alcuna distinzione o separazione. Mentre le forze russe e siriane mettono in un angolo i terroristi ad Aleppo, è evidente che Washington e i media occidentali sono invischiati nelle peggiori menzogne utilizzate negli ultimi cinque anni per giustificare la guerra in Siria. Inoltre, la Russia emerge vincente per come ha perseguito la campagna militare a sostegno del governo siriano. In altre parole, la Russia viene vista combattere realmente la guerra al terrorismo, mentre Washington ed alleati manifestano atteggiamenti mercuriali, se non criminali, nel rapporto con i gruppi terroristici che pretendono di combattere.
_55412434_sirte_detailmap_464 Il capo della diplomazia di Washington John Kerry era in trepidante attesa di chiarimenti da Mosca sull’offensiva ad Aleppo. Dal 1° agosto era chiaro che Mosca non aveva intenzione di assecondare le apprensioni di Washington sul piano offensivo. “Ancora una volta, l’amministrazione Obama sembra essere accecata da Putin, proprio come quando la Russia inviò le proprie forze in Siria a settembre“, dichiarava un editoriale del Washington Post. Nella notte dell’1-2 agosto gli attacchi aerei degli Stati Uniti venivano ordinati sulla Libia. Il disappunto di Washington sulla Siria è aggravata perché, solo poche settimane prima, Kerry volava a Mosca per offrire un “accordo” sulla cooperazione militare tra Stati Uniti e Russia, presumibilmente per combattere le brigate terroristiche in Siria. È apparso che tale accordo fosse solo l’invito alla Russia a far dimettere Assad. Cioè, la Russia doveva accettare l’obiettivo del cambio di regime statunitense. Alla Russia non interessa. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ribadiva la posizione che il futuro della presidenza della Siria riguarda il popolo siriano soltanto, senza interferenze estere. Poi l’offensiva militare intrapresa ad Aleppo dalle forze siriane e russe, senza riguardo per le preoccupazioni di Washington per i suoi “ribelli moderati”/terroristi era l’ulteriore segnale che Mosca persegue propri valutazioni ed obiettivi strategici. Per Washington è un affronto lancinante. L’editoriale del Washington Post citato aveva un titolo irritato: “Basta fidarsi di Putin sulla Siria”. Era l’ultimo di una serie di editoriali che ingiungevano l’amministrazione Obama a “finirla” con Mosca sulla Siria. Uno dei titoli precedenti diceva: “Obama si ritira davanti Putin in Siria, di nuovo“. Nell’amministrazione Obama sembra esserci un forte dissenso sulla politica percepita fallimentare sulla Siria. Il segretario alla Difesa Ashton Carter e il direttore dell’Intelligence nazionale James Clapper si sono opposti al gioco continuo di Obama e Kerry per cercare la cooperazione militare della Russia. In precedenza, 51 diplomatici degli Stati Uniti firmavano una lettera congiunta che invitava l’amministrazione Obama ad intensificare le operazioni militari in Siria contro il governo di Assad. E’ anche chiaro che l’aspirante successore democratico di Obama alla Casa Bianca, Hillary Clinton, sia circondata da collaboratori del Pentagono che spingono per un maggiore intervento in Siria, anche ponendo il grave rischio di scontri con le forze russe. Di fronte alle crescenti critiche per il fallimento in Siria, sembra che gli attacchi aerei degli Stati Uniti sulla Libia siano stati ordinati come sorta di compensazione. Il presidente Obama avrebbe ordinato gli attacchi su consiglio del capo del Pentagono Ashton Carter. Sembra che l’amministrazione Obama cerchi di respingere l’accusa di essere morbida. Inoltre, ordinando gli attacchi aerei contro i jihadisti dello Stato islamico a Sirte, in Libia, si permette a Washington di riprendere la narrazione perduta con la Russia in Siria.
Il successo della Russia in Siria ha seriamente minato l’affermazione di Washington di guidare la guerra al terrorismo. L’ultima resistenza dei gruppi terroristici ad Aleppo, tra cui le milizie sostenute da Washington e alleati, rappresenta la prova incriminante. Quindi, mentre la rete si stringe su Aleppo in Siria, la mano di Washington è costretta a scatenarsi in Libia per cercare di dare lustro alla pretesa appannata di combattere il terrorismo islamista. In realtà, tuttavia, una rete più grande sembra serrarsi su Washington. L’opinione pubblica mondiale sa sempre meglio che il terrorismo è strettamente legato a Washington, ovunque intervenga. Il terrorismo generato in Afghanistan e Iraq occupati dagli Stati Uniti, è stato innestato in Libia durante i bombardamenti della NATO nell’operazione di cambio di regime del 2011 che, a sua volta, ha contaminato la Siria nell’altra campagna di cambio di regime di Obama e della sua segretaria di Stato Hillary Clinton. Per Obama tornare in Libia con nuovi attacchi aerei è un fallimento della politica criminale in Siria, dovuto dall’intervento di principio della Russia e radicato nella degenerazione statunitense che il resto del mondo può vedere.ef9060aa52345915bb6cda55a293ac37-kfZE--835x437@IlSole24Ore-WebLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Aja scagiona Slobodan Milosevic

Alexander Mercouris, The Duran3/8/2016

Il tribunale dell’Aja conferma che le accuse occidentali sul ruolo dell’ex-Presidente serbo Milosevic nella guerra in Bosnia erano false. Che dire delle osservazioni identiche sul ruolo di Putin nella guerra ucraina?

sloboChi si ricorda le guerre jugoslave degli anni ’90, ricorda il modo in cui i governi e i media occidentali demonizzavano il Presidente serbo Slobodan Milosevic. Milosevic veniva spacciato per ultranazionalista fascista che presiedeva un regime corrotto e autoritario in Serbia, che uccideva regolarmente gli avversari, tiranneggiava la popolazione del Kosovo e orchestrava le guerre in Bosnia e Croazia nell’ambito del piano megalomane etnico di creare la Grande Serbia. Fu fatto passare per il burattinaio dei serbi nella lunga guerra in Bosnia ed accusato di genocidio in Bosnia e in Kosovo. Quando Milosevic alla fine perse il potere dopo le proteste filo-occidentali, fu processato da un tribunale internazionale per crimini di guerra dell’Aja per tutte queste accuse. Anche se morì durante il processo, i media occidentali continuavano a ripetere tali accuse, come se fossero state dimostrate reali. Chiunque abbia mai messo in discussione tali accuse, o suggerito che ci fosse altro nelle guerre in Jugoslavia che non il piano diabolico di Milosevic e dei suoi collaboratori, veniva regolarmente denunciato come sostenitore della “pulizia etnica” e del genocidio, e come fantoccio di Milosevic o anche “utile idiota”. E’ quindi molto interessante vedere come le varie prove al tribunale internazionale dell’Aja, così come altre indagini e tribunali, hanno respinto nettamente tutte le accuse contro Milosevic spacciate da governi e media occidentali. Tutto ciò in realtà iniziò nel Kosovo, dove gli investigatori scoprirono subito che le affermazioni fatte durante i bombardamenti della NATO sulla Jugoslavia nel 1999, che centinaia di migliaia di persone furono massacrate su ordine di Milosevic, erano semplicemente false. Ma il processo a Milosevic continuò, come discusso brillantemente dall’autore inglese John Laughland nel suo libro Travesty, e nonostante il pubblico ministero lanciasse ogni accusa immaginabile per condannarlo, il processo contro Milosevic essenzialmente fallì. Ci fu poi una sentenza della Corte internazionale di giustizia emessa poco dopo la morte di Milosevic che confermò che né lui né la Serbia ebbero alcun ruolo nella vicenda di Srebrenica. Ed ora si conclude la lunga discussione sul ruolo di Milosevic nella guerra bosniaca, nel processo al tribunale internazionale del leader serbo-bosniaco Radovan Karadzic. Piuttosto che discutere di tale processo in dettaglio mi limiterò a riprodurre l’eccellente sintesi di Andy Wilcoxson:
156432 “Il 24 marzo la sentenza a Karadzic afferma che “la Corte non è d’accordo che vi fossero prove sufficienti, presentate nel processo, per poter dire che Slobodan Milosevic fosse d’accordo con il piano comune” per rimuovere in modo permanente i musulmani bosniaci e i croati bosniaci dal territorio rivendicato dai serbo-bosniaci. La corte nel processo a Karadzic ha rilevato che “il rapporto tra Milosevic e l’accusato si era deteriorato dal 1992; e nel 1994 non c’era più una linea di condotta comune da adottare. Inoltre, già dal marzo 1992, ci fu un’evidente discordia tra l’imputato e Milosevic negli incontri con i rappresentanti internazionali, durante cui Milosevic e altri leader serbi criticarono apertamente i leader serbo-bosniaci per aver commesso ‘crimini contro l’umanità’ e ‘pulizia etnica’ e una guerra per propri scopi“. I giudici notarono che Slobodan Milosevic e Radovan Karadzic favorivano la conservazione della Jugoslavia e che Milosevic inizialmente lo supportava, ma che le opinioni divergettero nel tempo. La sentenza afferma che “dal 1990 e alla metà del 1991, l’obiettivo politico degli imputati e della leadership serbo-bosniaca era preservare la Jugoslavia e impedire la separazione o l’indipendenza della Bosnia-Erzegovina, che si sarebbe tradotta della separazione dei serbi di Bosnia dalla Serbia; la Corte osserva che Slobodan Milosevic non approvò questo obiettivo e parlò contro l’indipendenza della Bosnia-Erzegovina“. La Corte rilevava che “la dichiarazione di sovranità dell’Assemblea della SRBiH in assenza dei delegati serbo-bosniaci del 15 ottobre 1991, aggravò la situazione“, ma che Milosevic non era d’accordo a costituire la Republika Srpska, in risposta. La sentenza afferma che “Slobodan Milosevic tentava di adottare un approccio più cauto”. La sentenza afferma che nelle comunicazioni intercettate con Radovan Karadzic, “Milosevic dubitava fosse saggio usare ‘un atto illegittimo in risposta ad un altro atto illegittimo’ e mise in discussione la legittimità di un’Assemblea serbo-bosniaca”. I giudici scoprirono anche che “Slobodan Milosevic espresse riserve su come un’Assemblea serbo-bosniaca potesse escludere i musulmani ‘per la Jugoslavia’”. La sentenza osserva che negli incontri con funzionari serbi e serbo-bosniaci “Slobodan Milosevic dichiarò che ‘i membri di altre nazioni ed etnie vanno protetti’ e che ‘l’interesse nazionale dei serbi non è discriminazione’“. Inoltre “Milosevic dichiarò che il crimine va combattuto con decisione“. La Corte di primo grado osserva che “in riunioni private, Milosevic era estremamente arrabbiato verso la leadership serbo-bosniaca per aver respinto il piano Vance-Owen e maledì l’imputato“, scoprì anche che “Milosevic cercò di ragionare con i serbo-bosniaci dicendo che capiva le loro preoccupazioni, ma che era più importante por fine alla guerra“. La sentenza afferma che “Milosevic dubitava che il mondo avrebbe accettato che i serbo-bosniaci, che rappresentavano solo un terzo della popolazione della BiH, ottenessero oltre il 50% del territorio ed incoraggiò l’accordo politico“. Nel corso di una riunione del Consiglio Supremo di Difesa, la sentenza dice che “Milosevic disse al leader serbo-bosniaco che non avevano il diritto di avere più di metà del territorio della Bosnia-Erzegovina, affermando che: ‘non c’è modo che altro vi appartenga! Poiché rappresentate un terzo della popolazione. (…) Non avete diritto ad oltre la metà del territorio, non va tolto qualcosa che appartiene a qualcun altro! (…) Come si può immaginare che due terzi della popolazione siano stipati nel 30% del territorio, mentre il 50% sia troppo poco per voi?! E’ umano, è giusto?!’” In altri incontri con funzionari serbi e serbo-bosniaci, la sentenza osserva che Milosevic dichiarò che “la guerra deve finire e che il peggiore errore dei serbo-bosniaci ‘fu volere la completa sconfitta dei musulmani bosniaci“. A causa della frattura tra Milosevic e i serbo-bosniaci, i giudici notano che “la RFJ ridusse il sostegno alla RS e incoraggiò i serbo-bosniaci ad accettare proposte di pace”“.
In altre parole, non vi era alcun progetto di Grande Serbia da parte di Milosevic, Karadzic o chiunque altro. Milosevic (e Karadzic) volevano mantenere Jugoslavia (come i capi occidentali, all’epoca, professavano volere), Milosevic non era il burattinaio della guerra in Bosnia ed aveva limitata influenza sulla leadership serbo-bosniaca guidata da Karadzic con cui era in rapporti sempre peggiori, ed era lontano dall’impegnarsi in soluzioni violente, crimini di guerra o pulizia etnica, mentre Milosevic ne aveva sempre parlato contro sforzandosi sempre per la pace. Inutile dire che i media occidentali occultano questa sentenza. Né i politici e i giornalisti occidentali che demonizzarono Milosevic negli anni ’90 hanno ammesso che ciò che dissero su di lui, utilizzato per giustificare il bombardamento della Jugoslavia nel 1999, fosse falso. Al contrario, ignoreranno questa sentenza e diranno ciò che dissero di Milosevic all’epoca, proprio come i media occidentali ignorano le altre sentenze della Corte o le indagini che contraddicono le proprie storie, come ad esempio le sentenze che confermano che l’oligarca russo Mikhail Khodorkovskij sia un truffatore emessa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, o il rapporto Tagliavini che indica che fu la Georgia e non la Russia a scatenare la guerra in Ossezia del Sud nel 2008. Per chi tuttavia presta maggiore attenzione a queste cose, è impossibile evitare paragoni tra il trattamento dell’occidente verso Slobodan Milosevic negli anni ’90 e il trattamento verso Vladimir Putin oggi. La affermazioni identiche sul ruolo di Putin nelle guerre in Ucraina sono pari a quelle emesse negli anni ’90 sul ruolo di Milosevic nelle guerre in Jugoslavia. Chi mette in dubbio tali affermazioni viene chiamato “apologeta di Putin” o “utile idiota”, proprio come coloro che misero in dubbio le affermazioni fatte sul ruolo di Milosevic nelle guerre jugoslave degli anni ’90 venivno chiamati “apologeti di Milosevic” o “utili idioti”. Speriamo che questa volta non ci vogliano 20 anni prima che tali affermazioni, come quelle contro Milosevic, siano adeguatamente esaminate e giudicate false.slobodan-miloseTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mar Cinese Meridionale: occhio, il Drago potrebbe mordere!

Andre Vltchek New Eastern Outlook 24/07/2016150514_spratlyOutpostsMapLa Cina fuma, ovviamente ne ha abbastanza, si raggiunge il limite. Per decenni ha cercato di placare l’occidente, di giocare secondo le leggi internazionali, di essere un membro buono e responsabile della comunità internazionale. E per decenni non ha mai interferito negli affari interni di altri Paesi, non ha sponsorizzato colpi di Stato e non ha attaccato nessuno. Anche la sua contro-propaganda è misurata, gentile e mite. Tutto questo non ha portato alla Cina ammirazione, e nemmeno rispetto! Viene costantemente antagonizzata, provocata e circondata militarmente ed ideologicamente. Non lontano dal suo territorio vi sono micidiali basi militari USA (Futenma e Kadena) ad Okinawa, le enormi basi nella penisola coreana ed aumenta la presenza militare degli Stati Uniti nel sud-est asiatico, in particolare nelle Filippine. Vi sono esercitazioni costanti e manovre navali vicino le sue coste, e ultimamente la decisione dalla Corea del Sud (ROK) di consentire agli Stati Uniti di dispiegare un avanzato sistema di difesa missilistico (THAAD) a Seongju. A Nagasaki, il mio amico, lo storico australiano Geoffrey Gunn, ha commentato la situazione: “Beh, il fatto è che la Cina è indignata da tale accerchiamento. La Cina è indignata da Washington che sostiene il Giappone, pronta a sostenerne la politica di non-negoziazione sulle isole Senkaku/Diaoyu. Così vediamo, in questa situazione, una chiaramente indignata Cina, e il Giappone che adotta una posizione fondamentalmente aggressiva in relazione alla cosiddetta integrità territoriale. Così l’Asia-Pacifico diventa sempre più aggressiva, più incline al conflitto“. La propaganda contro la Cina in Europa e Nord America è un crescendo. La via socialista cinese ancora una volta avanza, e più i suoi legami con la Russia diventano stretti, più potenti diventano gli attacchi ideologici dai governi e media mainstream occidentali. L’ultima decisione (sulla controversia sul Mar Cinese Meridionale) del processo farsa dell’arbitrato all’Aja sembra l’ultima goccia. Il drago cinese è sempre più arrabbiato. Stanco di subire colpi potenti e forti, invia un potente messaggio all’occidente: la Cina è un Paese enorme e pacifico, ma se minacciato, in caso di attacco, sarà fermo e deciso. Difenderà i suoi interessi. Proprio nel periodo in cui la corte dell’Aja si preparava a decidere, guidavo dalla città dell’Estremo Oriente russo di Khabarovsk dritto al confine con la Cina. Scorreva sotto di noi il possente fiume Ussuri, che separa due grandi nazioni, Cina e Russia. Il ponte moderno sui cui passavamo era nuovo di zecca; non c’era nemmeno su Google Maps, ancora. Ora collega la terraferma russa con la grande isola dell’Ussuri, una massa di terra abbracciata da un lato dall’Amur e dall’altro dall’Ussuri. In passato, questa zona subì gravi tensioni e diversi conflitti. L’isola era chiaramente un ‘territorio conteso’, una zona ‘vietata’, militarizzata. Ricordando il passato, mi sono armato di passaporto e diverse tessere, ma il mio autista, Nikolaj, mi ha preso in giro. “Stia assolutamente sereno e tranquillo“, aveva detto. “Ora Russia e Cina sono grandi amici e alleati. Guardi, sulla riva, le persone sono solo parcheggiano l’auto ma fanno picnic“. Vero, ma tutto intorno ho visto i resti del passato, bunker abbandonati, città militari fantasma e segnali di pericolo che annunciano che si entrava in una zona di confine vigilata. Non lontano, notavo un’alta pagoda cinese. Eravamo alla frontiera. Un uomo in sella al suo cavallo, vicino alla strada e notavo una fattoria collettiva. Ancora non potevo credere di essere qui, in questa zona d’ombra. Tutto sembrava un vecchio film di Andrej Tarkovskij. Ma per la popolazione locale, qui è ‘tutto normale’, ora. Cinesi e russi si mescolano, conoscendosi e capendosi; turisti e cacciatori di occasioni che viaggiano su traghetti, autobus e aerei, attraversando numerosi il confine. Musei, sale da concerto e centri commerciali di Vladivostok e Khabarovsk traboccano di visitatori cinesi curiosi. Il conflitto è finito. Vladimir Putin e Hu Jintao s’incontrarono nel 2004 avanzando intenzioni chiare e buone. I negoziati erano complessi ma le parti superarono gli ostacoli, firmando un addendum all’accordo sul confine di Stato russo-cinese, e tutte le controversie difficili furono risolte, rapidamente. Ora la Cina investe decine di miliardi di dollari nel fiorente oriente russo. Grandi progetti infrastrutturali si materializzano. Un’amicizia solida è stata forgiata. L’alleanza antimperialista è attiva. Entrambi i Paesi, Cina e Russia, progrediscono pieni di ottimismo e speranze per il futuro. ‘Si può fare’, penso, dopo aver parlato con diverse persone del posto che esprimono ammirazione per la vicina Cina. ‘Sicuramente può essere fatto, se c’è una forte volontà!’
Qualche migliaio di chilometri a sud, attraversavo le baraccopoli orribili che circondano Manila, la capitale delle Filippine. Come l’Indonesia, le Filippine sono chiaramente uno Stato ‘fallito’, ma entrambi i Paesi sono noti fedeli alleati dell’occidente e ne sono ricompensati, le loro élites continuamente esprimono sottomissione e servilismo. Provocare ed antagonizzare la Cina è uno dei modi più sicuri per dimostrare fedeltà a Washington e capitali europee. Già nel 2012 decisi di scrivere del ‘confronto’ sulle isole Spratly per il Quotidiano del Popolo (uno dei giornali più importanti in Cina e la pubblicazione ufficiale del partito comunista). Parlai con molti miei amici, accademici filippini. Uno di loro, Roland G. Simbulan, professore di studi su Sviluppo e Management Pubblico presso l’Università delle Filippine, mi ha parlato della ‘contestazione’ mentre eravamo nella Metro di Manila, facendo ricerche sull’orrido passato coloniale degli Stati Uniti dell’arcipelago per il mio documentario: “Francamente, queste isole Spratly non sono così importanti per noi. Quello che succede è che le nostre élite politiche sono chiaramente incoraggiate dagli Stati Uniti a provocare la Cina, e c’è anche la grande influenza delle forze armate statunitensi sulle nostre forze armate. Direi che l’esercito filippino è molto vulnerabile a tale tipo d”incoraggiamento’. Così gli Stati Uniti coltivano di continuo tali atteggiamenti conflittuali. Ma continuare tale approccio potrebbe essere disastroso per il nostro Paese. In sostanza siamo molto vicini alla Cina, geograficamente e no“. “La Cina ha una pretesa più forte di quella delle Filippine”, spiegava il professor Eduardo C. Tadem, professore di studi asiatici presso l’Università delle Filippine (UP), due anni dopo, a casa sua: “La Cina controllava le isole Spratly prima che ne sapessimo nulla. L’unica nostra pretesa è la loro vicinanza e, francamente, non è particolarmente forte“. Eduard Tadem e sua moglie Teresa S. Encarnation Tadem (professoressa presso il Dipartimento di Scienze Politiche del Collegio di Scienza e Filosofia presso l’Università delle Filippine e anche ex-capo degli ‘Studi sul Terzo Mondo’), concordano sul fatto che l’occidente provoca di continuo la Cina nel tentativo di garantire le risorse naturali delle isole Spratly agli attori più deboli: “Siamo totalmente dipendenti dalle compagnie straniere per lo sfruttamento delle nostre risorse naturali. Le Filippine ottengono solo una parte di ciò che viene estratto. Le aziende internazionali detengono tutti i principali contratti. Le multinazionali straniere trarrebbero notevole profitto dalle risorse naturali del Mar della Cina, se un Paese debole e dipendente come questo dovesse ottenerle“. In Cina, le passioni sono esplose proprio nel luglio 2016, subito dopo la decisione finale dell’Aia. Come riportato da Reuters il 18 luglio 2016: “La Cina ha rifiutato di riconoscere la sentenza del tribunale di arbitrato dell’Aia che invalida le ampie rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale e non ha preso parte al procedimento promosso dalle Filippine. Ed ha reagito con rabbia alla pretesa di Paesi occidentali e Giappone a rispettare la decisione. La Cina ha più volte accusato gli Stati Uniti di fomentare i problemi nel Mar Cinese Meridionale, via marittima strategica attraversata da più di 5 miliardi di dollari di commercio ogni anno. Cina, Brunei, Malaysia, Filippine, Taiwan e Vietnam hanno tutte pretese rivali, di cui quelle della Cina sono le maggiori“. Un ricercatore di studi americani dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali ha fatto questa corretta osservazione: “Possiamo vedere che Washington, che non ha mai ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, ha incoraggiato Manila ad avviare il caso dell’arbitrato fin dall’inizio“. Molti osservatori, a Pechino e all’estero, sottolineano che la sentenza è chiaramente politica e che su cinque, quattro giudici erano cittadini dell’UE, mentre uno (il presidente) è del Ghana ma residente da tempo in Europa. La risposta cinese è stata rapida e decisa. Il quotidiano ufficiale “China Daily” dichiarava il 15 luglio: “Pechino ha detto che interverrà con fermezza se una delle parti cercasse di usare la sentenza dell’arbitrato avviato unilateralmente sul Mar Cinese Meridionale per danneggiare gli interessi della Cina“.
2abb03ecca94dfe9838e85f7d1419ca8 La posizione della Cina è chiara: è vincolata da una serie di accordi bilaterali con i Paesi vicini, ed è disposta a negoziare ulteriormente. Ma non attraverso l’occidente e le sue istituzioni ostili verso la Cina e verso tutti i Paesi che non ne accettano i dettami. Nel corso di un recente incontro nella capitale mongola Ulaanbaatar, il Primo ministro del Vietnam Nguyen Xuan Phuc incontrava il Premier cinese Li Keqiang e dichiarava che “il Vietnam è pronto a sostenere negoziati bilaterali e a gestire correttamente le differenze con la Cina per contribuire a pace e stabilità regionali“. Questo approccio è accolto e incoraggiato da Pechino. Anche a Manila vi sono innumerevoli voci della ragione che chiedono ulteriori negoziati bilaterali e immediati con la Cina. Inimicarsi la Cina non è solo sbagliato, è pericoloso e miope. Pechino s’è trattenuta con compromessi troppo a lungo, per decenni. Non sarà più così. I cinesi chiedono equità. Le Filippine dovrebbero rendersi conto che l’occidente le usano per i suoi obiettivi imperialistici. Coinvolgere tribunali occidentali nelle controversie interne asiatiche, come fanno le Filippine, non farà che aggravare la situazione. Sparare ai pescherecci cinesi nelle acque contese (come è stato fatto recentemente dalla marina indonesiana) può generare tensioni (l’Indonesia ha già un’orribile storia verso la Cina, vietando lingua, cultura e persino nomi cinesi per decenni, dopo il sanguinoso colpo di Stato filo-occidentale del 1965). Per il momento, la Cina seguirà la strategia dell”aspettare e vedere’. Ancora una volta, userà la diplomazia per rilanciare i negoziati con Filippine, Vietnam e altri Paesi. Ma se l’occidente si rifiuta di ritrarsi, e se alcuni Paesi del Sudest asiatico continuano ad agire da suoi agenti, Pechino molto probabilmente utilizzerà le opzioni più severe, come creare una zona d’interdizione aerea sul Mar Cinese Meridionale. Un’altra potrebbe essere l’escalation militare diretta, con una maggiore presenza navale e aerea nella zona.
E qual è la posizione del mondo? Non importa cosa la propaganda occidentale strombazza, è solo una manciata di Paesi, Stati Uniti ed alleati più stretti (5 nel momento), che pubblicamente sostiene le Filippine e la decisione dell’Aia. Oltre 70 nazioni sostengono la Cina e la sua convinzione che le controversie vadano risolte attraverso negoziati e non con l’arbitrato. Il resto del mondo è ‘neutrale’. È possibile negoziare un buon accordo con la Cina. Ma si deve avvicinare il drago cinese da amico, non da nemico. E la mano della pace va tesa onestamente. Non dovrebbe mai essere nascosta la spada dell’imperialismo occidentale dietro la schiena!Spratly_with_flagsAndre Vltchek è filosofo, scrittore, regista e giornalista investigativo, ideatore di World Vltchek, applicazione Twitter, per la rivista on-line “New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora