Un accordo ha appena cambiato il quadro energetico globale

La Rosneft fa acquisizioni in India e la Cina entra in Rosneft con un’interessante partnership a tre vie
Dave Forest, Russia Insider 19/9/2017

Uno dei più grandi eventi sull’energia quest’anno è la Rosneft che acquista l’Essar Oil indiana, dando alla società russa l’aggancio a uno dei più grandi mercati petroliferi e gasiferi emergenti del mondo. E questa settimana la storia è diventata più complessa. Con Rosneft che stipula un altro grande accordo, interessando un altro peso massimo nell’energia, la Cina. Rosneft ha annunciato la vendita di una quota significativa del proprio patrimonio a investitori cinesi. In questo caso, la piccola società di esplorazione e produzione CEFC China Energy. Anche se pochi investitori la conoscono, la CEFC porta un importante capitale nell’accordo, accettando di versare 9 miliardi di dollari per acquisire il 14,16% della Rosneft. L’accordo è storico essendo il primo grande acquisto della Cina nell’industria energetica russa (anche se le imprese cinesi finanziano progetti di esportazione di LNG nell’Artico russo), dimostrando la forza dei legami sempre più stretti tra Russia e Cina nell’ambito energetico. Rosneft e CEFC sono al centro di questi rapporti crescenti. Con le due società che hanno firmato un accordo nel settembre scorso, per l’approvvigionamento a lungo termine di greggio russo per la Cina. L’acquisto delle azioni di questa settimana consolida ulteriormente i rapporti commerciali, e dimostra che la Cina vede la Russia come alleato cruciale nel gioco sull’energia. Ma vi sono implicazioni che vanno oltre. Con la Cina ora ha un accesso ai mercati dell’India, attraverso le aziende da Rosneft recentemente acquisite nel Paese. Questo è uno sviluppo cruciale nel quadro energetico mondiale. Dato che le aziende cinesi non hanno direttamente accesso all’India, nonostante la nazione sia uno dei più importanti soggetti emergenti sul piano energetico. La proprietà della Rosneft potrebbe cambiare ciò e potrebbe aprire opportunità in altre parti del mondo, dato che Rosneft attualmente opera dall’Egitto al Brasile al Venezuela.
Una nota intrigante della storia: CEFC acquista la quota di Rosneft da Glencore e dal fondo sovrano del Qatar, che l’avrebbe acquistato solo nove mesi prima per 12 miliardi di dollari. Ciò significa che questi titolari si accollano una perdita del 25% nella vendita, a meno di un anno dall’acquisto. Ma nel frattempo, Glencore ha stipulato un accordo lucroso scambiando il greggio russo della Rosneft, probabilmente per compensare le perdite con la Rosneft e qualcos’altro. Tutto ciò mostra la complessità di questa rapida evoluzione del mondo dell’energia. Osservando altri accordi energetici di Cina e Russia e l’influenza emergente di queste due superpotenze energetiche in altri mercati chiave, come l’India.

L’accordo Rosneft-Cina risponde a molte domande
Tom Luongo Seeking Alpha 13.09.2017Glencore e l’Autorità per gli investimenti del Qatar vendono la quota della Rosneft, azienda petrolifera russa, a una piccola società cinese, CEFC China Energy Co., per 9 miliardi di dollari. Questo accordo pone molte domande ma risponde anche ad altre. La joint venture tra QIA e Glencore si dividerà la maggior parte della quota di Rosneft con Glencore che mantiene lo 0,5% e QIA il 4,7%. CEFC ottiene il rimanente 14,6% dal gigante petrolifero russo. Inoltre, Glencore conserva l’accordo per 220000 barili al giorno dalla Rosneft. I termini dell’operazione sono stati erroneamente segnalati da Zerohedge con QIA e Glencore che acquistano il 25% della quota con l’accordo stipulato a dicembre. Ma l’accordo da 12 miliardi di dollari è ancora in vigore, con la CEFC che acquista il 75% della quota per 9 miliardi di dollari.

Domande sul Qatar
Quindi, la domanda è perché il QIA vende la quota della Rosneft ora? Il collaboratore della Fellow SA Craig Pirro lo studia da ciò che esce dalla Russia, ritenendolo solo una mossa di Putin. Non sono del tutto in disaccordo, ma Pirro non considera i massicci cambiamenti geopolitici negli ultimi dieci mesi dall’accordo originale. In primo luogo, tali accordi sono sempre motivati dal punto di vista geopolitico. Tutto ciò che coinvolge Qatar, Russia e petrolio è prima e soprattutto geopolitica e non politica del profitto/perdita. Il Qatar acquistò Rosneft come passo per far firmare ai russi la riduzione della produzione OPEC incrementata con forza dai sauditi. Inoltre, il Qatar doveva convincere Putin che non finanziava più i gruppi di al-Qaida che combattono il governo di Assad a Idlib. Dopo che l’accordo fu annunciato, la resistenza nella Siria nordoccidentale cominciò a sbriciolarsi, e il Qatar deve trovare amici più grossi prima di finire appeso da qualche parte. L’Arabia Saudita non ha potuto convincere Putin ad accettare le riduzioni perché non aveva nulla da dare alla Russia. Si ricordi che il rublo ora galleggia liberamente, mentre il riyal saudita no, poiché i sauditi sono in crisi finanziaria e politica mentre i russi escono da una recessione che li avrebbe paralizzati se non avessero svincolato il rublo nel novembre 2014. Quindi, il Qatar entrò a mediare l’accordo, come riportato da Bloomberg e Financial Times lo scorso anno, dando a Putin ciò che voleva per firmare il taglio della produzione. Rosneft ottiene molta liquidità, il Qatar guadagna un alleato nella Russia, il prezzo del petrolio si stabilizza e Glencore ottiene un buon accordo sul petrolio russo. Vincono tutti. Arrivando ad oggi, col Qatar che subisce la forte pressione dei sauditi che ne bloccano le attività, gli Stati Uniti che impongono rigorose sanzioni alle banche europee che fanno affari con l’industria energetica russa e la Cina presa di mira dall’amministrazione Trump su più fronti. Quindi, mentre l’economia di questo accordo sul prezzo corrente delle azioni della Rosneft non ha molto senso, come ha sottolineato Pirro, c’è molto più in gioco, per chi ne è interessato, di qualche centinaio di milioni di azioni di un arbitrato che potrebbe cambiare in pochi giorni.

Risposte dalla Cina
La Cina entra qui per salvare non solo BancaIntesa, la banca italiana che ha provveduto a far fluire gran parte del finanziamento per l’accordo, ma anche il Qatar che ottiene una grande infusione di liquidità in dollari assai necessari. La Russia s’integra ulteriormente nel sistema di negoziazione petrolifera della Cina di Shanghai, tra cui i molto discussi contratti futures convertibili in oro (GLD). Ciò scansa l’accordo dalle nuove sanzioni statunitensi. Infatti, compie un perno perfetto da tali sanzioni. Si ricordi che il segretario al Tesoro Steve Mnuchin ha apertamente minacciato, di nuovo, le banche cinesi di espulsione dal sistema SWIFT. Era per la Corea democratica, ma intimamente collegato all’acquisto di petrolio dei cinesi. Tale minaccia è credibile contro le banche del Qatar. Russia e Stati Uniti hanno già scambi così esigui in dollari da essere irrilevanti sul grande piano delle cose. La Russia già sostituisce Visa con il proprio sistema di pagamento interno denominato Mir. La Cina ha già UnionPay. Ma tale minaccia non è semplicemente credibile contro la Cina, il più grande partner commerciale degli Stati Uniti. Sarebbe un atto di autodistruzione dei mercati globali dei capitali. Inoltre, testerebbe il sistema di pagamento interbancario cinese (CIPS) sulla capacità di gestire il finanziamento del commercio della Cina. CIPS è conforme al protocollo SWIFT. Questo accordo consolida ancor più Cina e Russia quali alleati strategici, sempre più vicini e più importanti ad ogni tentativo di punirle per perseguire ciò che ritengono loro interesse nazionale. Inoltre, sottolinea l’impegno della Cina con il Qatar. La Cina è un suo importante partner commerciale. E questo accordo è una dichiarazione importante ai sauditi che la Cina è disposta a correre in difesa di un suo importante fornitore di energia e di dettare i termini. A un certo punto, la Cina smetterà di offrire dollari per il petrolio dell’Arabia Saudita. Compiendo ogni mossa per garantirsi di pagare le fonti in yuan, il cambio col dollaro saudita s’indebolisce. Rosneft su questo accordo è neutrale. È semplicemente un mezzo per le grandi manovre geopolitiche. Per il Qatar è un passo positivo, visto l’ovvio scambio con l’investimento originale di dicembre, per comprarsi alcuni mesi per resistere alla pressione economica saudita, prima di decidere di far fluttuare la propria moneta. Per la Cina, l’accordo è una vittoria netta perché assicura un flusso maggiore di petrolio russo nei propri mercati petroliferi, continuando a consolidare fiducia tra gli investitori e nel tempo. E questa è veramente la vittoria definitiva per tutti loro.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Russia: Crescita e minacce di una nuova guerra fredda

Jacques SapirRusseurope 20 agosto 2017La speranza di un miglioramento delle relazioni tra Russia e Stati Uniti è ormai evaporata dopo il voto del Congresso degli Stati Uniti su nuove sanzioni e le misure di ritorsione adottate dal governo russo. Il Congresso degli USA ha pertanto votato in modo deciso a favore di nuove sanzioni contro la Russia (419 voti su 435) e la Russia ha ordinato agli Stati Uniti di ridurre drasticamente il personale diplomatico di 455 persone entro il 1° settembre. Il tasso di cambio del rublo è tornato a 60 per 1 dollari, ma finora senza impedire la ripresa economica della Russia. Il tasso di cambio del rublo rimase indifferente alla contrazione del prezzo del petrolio di maggio e beneficiava della debolezza di altre valute fino alle nuove tensioni geopolitiche. Tuttavia, il mercato russo non ha ancora risposto al recupero dei prezzi del petrolio, che recentemente hanno superato i 50 dollari al barile. Il tasso di cambio del rublo rimarrà quindi sotto pressione. Dopo più di sei mesi di presidenza Trump, è chiaro che le sanzioni rimarranno più a lungo del previsto, mentre le possibilità di nuove sanzioni aumenteranno. La possibilità di ristabilire un dialogo tra Russia e Stati Uniti diminuisce rapidamente. Gli attriti sembrano crescere e il Venezuela ora rientra nel confronto che va dalla Siria all’Ucraina.

L’economia russa migliora
L’economia della Russia ha mostrato forti segni di miglioramento nella prima metà del 2017. In una certa misura, ovviamente, ciò è dovuto alla stabilizzazione dei prezzi del petrolio a circa 50 dollari al barile. Ma i prezzi del petrolio, per quanto importanti, non sono l’unico fattore della crescita economica della Russia. Il commercio al dettaglio è salito dell’1,2% rispetto all’anno precedente a giugno, leggermente superiore a quanto previsto dagli economisti (1,1%) e ha continuato a crescere a luglio (1,3%). I salari reali, invece, continuano a migliorare grazie alla rapida caduta dell’inflazione, scesa in pochi mesi dal 12% al 4-4,5%. La crescita della produzione industriale è stata imitata dalla crescita dell’edilizia, che potrebbe segnare la fine della crisi nel settore. La disoccupazione s’è ridotta al 5,1% della popolazione attiva alla fine del primo semestre.
Fonte: dati ROSSTAT

La forte crescita degli investimenti del 2,4% annuo, nel primo trimestre del 2017, proseguirà probabilmente nel secondo. Tuttavia, va osservato che le tre maggiori attività d’investimento osservate sono estrazione (pari al 31% degli investimenti), produzione (18%) e trasporti (17%). Quest’ultimo settore è cresciuto in modo impressionante del 21,7% nel primo trimestre del 2017. D’altra parte, il settore dell’estrazione ha registrato un più modesto 1,5% e la produzione è caduta del 6,7%. Tre regioni hanno prodotto la crescita complessiva degli investimenti: Mosca, Crimea ed Estremo Oriente. Nelle tre regioni ci sono grandi progetti, generalmente sostenuti dallo Stato e concentrati sulla costruzione di infrastrutture. Ciò corrisponde alla rapida crescita dei trasporti nella disaggregazione settoriale degli investimenti. Di conseguenza, uno dei principali fattori di crescita degli investimenti in Crimea è la costruzione del ponte di Kerch che collega la penisola al resto della Russia. Il completamento del ponte è previsto per la fine del 2018, al costo di 228 miliardi di rubli, di cui 113 spesi alla fine del 2016. Analogamente, l’incremento degli investimenti in Estremo Oriente è principalmente collegato alla costruzione dei gasdotti per la Cina. Il progetto “Power of Siberia” dovrebbe essere completato entro il 2019. Quasi la metà, 1300 km, della rete di 3000 km prevista è stata costruita dal giugno 2017. Il costo del progetto è di 1,5-2 trilioni di rubli o, al tasso di scambio di 70 rubli per 1 euro, 21-28 miliardi di euro. A differenza del ponte di Kerch e di “Power of Siberia”, da completare nel 2019, il programma di ristrutturazione di Mosca è appena iniziato. Secondo Sergej Sobjanin, sindaco di Mosca, il programma richiederà 15 anni per essere completato, ed interesserà 1-1,6 milioni di persone (10-15% della popolazione di Mosca) con un costo complessivo di circa 3 trilioni di rubli (43 miliardi di euro). Si prevede che 35-45 milioni di metri quadrati saranno costruiti durante questo periodo (circa 3,5 milioni di metri quadrati l’anno), traducendosi in un aumento sostanziale degli attuali edifici residenziali di Mosca, per circa 3-4 milioni di metri quadrati l’anno. C’è da aspettarsi la crescita delle costruzioni residenziali a Mosca dal 2018, dopo le elezioni presidenziali.La crescita economica più forte del previsto coincide purtroppo le partite sono più deboli del previsto nella prima metà del 2017. La crescita dell’importazione è stata del 27% nella prima metà del 2017, del 26% nel primo trimestre e del 29% nel secondo trimestre. Ciò indica un ampio recupero delle importazioni per il 2017, previsto dall’aumento dei consumi e degli investimenti. Inoltre, i pagamenti correnti delle aziende russe all’estero nel secondo trimestre del 2017 sono significativamente superiori al previsto e sono la ragione principale del conto corrente portato a un deficit di 0,3 miliardi di dollari nel secondo trimestre.

Verso la creazione di un’alleanza anti-USA?
In questo contesto va notata l’attività crescente della diplomazia russa. Ciò potrebbe essere attribuito ai miglioramenti delle relazioni economiche, ma anche al deterioramento dei rapporti diplomatici e militari con Washington. Al culmine di questa attività, naturalmente, vi è la crisi del Medio Oriente e l’evidente avanzata delle forze governative siriane sostenute dall’aviazione russa delle ultime settimane. Ma questa attività assume ora altre dimensioni. Mosca ha deciso di dare un segnale spettacolare sostenendo il governo venezuelano. Il principale produttore di petrolio della Russia, Rosneft, dichiarava di aver anticipato circa 6 miliardi di dollari alla compagnia petrolifera venezuelana PDVSA. Ciò avveniva al momento giusto. La scommessa dei vari attori finanziari e politici sul default venezuelano si diffuse a causa delle turbolenze in Venezuela, ulteriormente complicate dal calo dei prezzi e della produzione. Il pagamento anticipato della Rosneft a PDVSA potrebbe risolvere la crisi del debito che il governo venezuelano attualmente affronta. Rosneft prevede il rimborso finale con l’invio di petrolio e prodotti petroliferi. Questo punto è molto importante perché implica che la maggior parte della produzione venezuelana sarà diretta in Russia e non alle raffinerie statunitensi, che oggi rappresentano il principale mercato della produzione venezuelana. Questo supporto non sorprende. Prima di tutto, le relazioni con gli Stati Uniti peggiorano, e Mosca dovrebbe aumentare la presenza in Venezuela, anche solo per mettere in imbarazzo il governo degli Stati Uniti e creare ciò che si chiama strumento negoziale o puntata di contrattazione. Ma, e questo è probabilmente più importante, va considerato che questo supporto proviene da Rosneft, compagnia che occupa un posto speciale nella diplomazia petrolifera della Russia, ma che ha anche una propria diplomazia. Ciò mostra i forti legami che alcuni in Russia, e in particolare Sechin, hanno creato in America Latina e soprattutto con i leader chavisti. Non si tratta solo l’ideologia, anche se conta. La Russia, e in particolare Rosneft, trova anche propri interessi in questa politica. PDVSA, va ricordato, è la società statale venezuelana che ha ridotto le vendite di petrolio alle unità di raffinazione statunitensi della Citgo Petroleum, aumentandole alla Rosneft in Russia, secondo un piano firmato a maggio per recuperare gli invii accumulati; secondo documenti e fonti di PDVSA e della sua Joint Venture, Rosneft detiene una partecipazione del 49,9% della società statunitense Citgo della PDVSA. La partecipazione è stata offerta come garanzia quando PDVSA ebbe il prestito di 1,5 miliardi di dollari dalla società russa, lo scorso anno. Il Ministro del Petrolio venezuelano Nelson Martinez, al forum di San Pietroburgo lo scorso giugno dichiarò che Rosneft avrebbe ricevuto circa 70000 barili al giorno per il prestito da 1,5 miliardi di dollari alla PDVSA. Infatti, Rosneft ha investito molto nello Stato venezuelano e nella PDVSA. Ora Rosneft s’impegna a continuare a lavorare nel settore energetico del Paese, nonostante il peggioramento della crisi economica e delle sanzioni.
All’inizio di questo mese, l’Amministratore Delegato di Rosneft, Igor Sechin, dichiarava che l’azienda avrebbe aumentato la cooperazione con il Venezuela di fronte alle nuove sanzioni statunitensi e ne forniva un buon motivo: “Le riserve petrolifere del Paese sono le più importanti al mondo. In questa prospettiva, ogni società energetica deve cercarvi di lavorare” [1]. È vero che le riserve del Venezuela sono ancora più grandi di quelle dell’Arabia Saudita. Ma chiaramente non è l’unico motivo, né il principale. Il sostegno dato al Venezuela è ovviamente politico. Potrebbe essere una sorta di “ricambio” per il sostegno statunitense all’Ucraina. Ma più probabilmente va anche visto come il materializzarsi del rafforzamento del fronte anti-USA comprendente naturalmente Cina ed Iran, e che ora include i nuovi alleati dei russi, di cui gli ultimi sono Paesi come l’Indonesia (che ha recentemente deciso di acquistare aerei da combattimento russi [2]) e le Filippine, dove le navi da guerra russe fecero una visita a gennaio [3] e il cui presidente visitò Maggio nel 2017 per richiedere l’aiuto contro la minaccia dello SIIL a Mindanao [4] .
Note
[1] RussiaToday
[2] Sputnik
[3] Sputnik
[4] Sputnik

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia spezza il monopolio di Wall Street sul prezzo del petrolio

F. William Engdahl New Eastern Outlook 9/01/2016103718049La Russia ha appena compiuto passi significativi rompendo l’attuale monopolio di Wall Street sul prezzo del petrolio, almeno per una parte enorme del mercato mondiale del petrolio. La mossa è parte di una strategia a lungo termine per dissociare l’economia russa, e soprattutto la notevole esportazione di petrolio, dal dollaro, tallone d’Achille dell’economia russa. A novembre il Ministero dell’Energia russo annunciava la negoziazione di un nuovo punto di riferimento del petrolio russo. Anche se questo potrebbe sembrare poca cosa a molti, è enorme. In caso di successo, e non vi è alcuna ragione che non accada, i futuri contratti di riferimento del greggio russo negoziati in borsa russa saranno in rubli e non più in dollari USA. Rientra nella de-dollarizzazione che Russia, Cina e un numero crescente di altri Paesi hanno iniziato. L’imposizione del prezzo di riferimento del petrolio è al centro del metodo utilizzato dalle grandi banche di Wall Street per controllare i prezzi mondiali del petrolio. Il petrolio è il più grande dei prodotti del mondo in dollari. Oggi, il prezzo del greggio russo fa riferimento a ciò che viene chiamato prezzo del Brent. Il problema è che il Brent, insieme ad altri importanti giacimenti di petrolio del Mare del Nord, è in grave declino, il che significa che Wall Street può usare un punto di riferimento evanescente controllando quantità di petrolio di gran lunga superiori. L’altro problema è che il contratto Brent è controllato essenzialmente da Wall Street i cui derivati sono manipolati da banche come Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP MorganChase e Citibank.

La scomparsa del ‘petrodollaro’
La vendita del petrolio in dollari è essenziale per sostenere il dollaro USA. A sua volta, il mantenimento della domanda di dollari delle banche centrali mondiali per le riserve valutarie, necessari al commercio estero di Paesi come Cina, Giappone o Germania, è essenziale affinché il dollaro degli Stati Uniti resti la principale valuta di riserva mondiale. Questo status di valuta di riserva principale del mondo è uno dei due pilastri dell’egemonia statunitense dalla fine della seconda guerra mondiale. Il secondo pilastro è la supremazia militare mondiale.

Le guerre degli Stati Uniti finanziate dai dollari degli altri
Poiché tutte le altre nazioni devono acquisire dollari per l’importazione di petrolio e della maggior parte delle altre materie prime, Paesi come Russia o Cina investono in genere il surplus commerciale delle aziende che guadagnano dollari, sotto forma di titoli di Stato degli Stati Uniti o simili. L’unico altro candidato abbastanza grande, l’euro, dalla crisi greca del 2010 è visto più rischioso. Il ruolo di riserva principale del dollaro USA, dall’agosto 1971, quando si staccò dall’oro, ha sostanzialmente consentito al governo degli Stati Uniti di avere deficit di bilancio apparentemente senza fine e senza doversi preoccupare dell’aumento dei tassi di interesse, avendo un credito scoperto permanente nella vostra banca, permettendo a Washington di creare un debito federale da 18600 miliardi di dollari senza grande preoccupazione. Oggi il rapporto tra debito pubblico e PIL degli Stati Uniti è del 111%. Nel 2001, quando George W. Bush salì al potere e prima che migliaia di miliardi fossero spesi per la “Guerra al Terrore” afghana e irachena, il rapporto debito e PIL era solo la metà, il 55%. L’espressione tipica di Washington è che “il debito non ha importanza”, per il presupposto che il mondo, Russia, Cina, Giappone, India, Germania, ne comprerà sempre il debito con i loro dollari del surplus commerciale. La capacità di Washington di detenere la valuta di riserva principale, priorità strategica di Washington e Wall Street, è vitale essendo legata alla determinazione dei prezzi mondiali del petrolio. Fino alla fine degli anni ’80 i prezzi mondiali del petrolio erano decisi soprattutto da domanda e offerta quotidiane reali. Dipendeva da acquirenti e venditori di petrolio. Allora Goldman Sachs decise di acquistare la piccola intermediaria in materie prime di Wall Street J. Aron, guardando al traffico di petrolio scambiato sui mercati mondiali. Fu l’avvento del “petrolio di carta”, negoziati dei contratti futures di petrolio, indipendentemente dal commercio del greggio fisico, più facile per le grandi banche da manipolare secondo voci e derivati ingannevoli sul mercato, essendo una manciata di banche di Wall Street a dominare i futures sul petrolio, e sapendo chi deteneva quali posizioni, un conveniente ruolo da insider raramente menzionato dalle società educate. Iniziò la trasformazione del commercio del petrolio in un casinò dove Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP MorganChase e poche altre banche giganti di Wall Street mandarono in rovina i corsi. All’indomani dell’aumento del prezzo del petrolio OPEC, nel 1973, di circa il 400% nei primi mesi successivi alla guerra del Kippur dell’ottobre 1973, il Tesoro degli Stati Uniti inviò un alto emissario a Riyadh, in Arabia Saudita. Nel 1975, l’assistente del segretario al Tesoro statunitense, Jack F. Bennett, fu inviato in Arabia Saudita per garantire l’accordo con la monarchia saudita a che il petrolio dell’OPEC venisse negoziate solo in dollari statunitensi, non in yen giapponesi o marchi tedeschi o altro. Bennett divenne poi alto dirigente dell’Exxon. I sauditi ebbero maggiori garanzie ed equipaggiamenti militari in cambio e da allora, nonostante i grandi sforzi dei Paesi importatori di petrolio, il petrolio viene venduto sui mercati mondiali in dollari ed il prezzo è fissato da Wall Street tramite il controllo delle borse dei derivati futures, come Intercontinental Exchange o ICE di Londra, la borsa sullo scambio delle merci NYMEX di New York, o il Dubai Mercantile Exchange, punti di riferimento dei prezzi del greggio arabo e tutti di proprietà di un gruppo affiatato di banche di Wall Street, Goldman Sachs, JP MorganChase, Citigroup e altre. L’allora segretario di Stato Henry Kissinger avrebbe dichiarato: “Se si controlla il petrolio, è possibile controllare intere nazioni“. Il petrolio era al centro del sistema del dollaro dal 1945.

L’importanza del punto di riferimento russo
Oggi i prezzi delle esportazioni di petrolio russo sono decisi dal prezzo del Brent quotato a Londra e New York. Con il lancio della borsa della Russia, si avrà un cambiamento probabilmente molto drammatico. I nuovi contratti sul greggio russo in rubli, e non dollari, saranno negoziati dalla International Mercantile Exchange di San Pietroburgo (SPIMEX). Il contratto di riferimento Brent sono utilizzati attualmente per il prezzo non solo del greggio russo, ma anche per decidere il prezzo di oltre due terzi del petrolio sul mercato internazionale. Il problema è che la produzione del Mare del Nord della miscela Brent è calata oggi a soli 1 milione di barili, fissando il prezzo del 67% del petrolio internazionalmente scambiato. I contratti sul petrolio in rubli russi potrebbero intaccare notevolmente la domanda di dollari, una volta accettati. La Russia è il maggiore produttore di petrolio del mondo, quindi la creazione di una borsa del petrolio russo, indipendente dal dollaro, è significativa, per usare un eufemismo. Nel 2013 la Russia ha prodotto 10,5 milioni di barili al giorno, un po’ più dell’Arabia Saudita. Poiché il gas naturale è utilizzato principalmente in Russia, il 75% del petrolio può essere esportato. L’Europa è di gran lunga il principale cliente del petrolio della Russia, acquistando 3,5 milioni di barili al giorno o l’80% del totale delle esportazioni petrolifere russe. La miscela degli Urali, una miscela di varietà di petrolio russo, è il principale tipo di petrolio esportato dalla Russia. I principali clienti europei sono Germania, Paesi Bassi e Polonia. Mettendo in prospettiva la mossa della Russia, gli altri grandi fornitori di greggio dell’Europa, Arabia Saudita (890000 barili al giorno), Nigeria (810000 barili al giorno), Kazakistan (580000 barili al giorno) e Libia (560000 barili al giorno), sono molto indietro rispetto alla Russia. Inoltre, la produzione nazionale di greggio in Europa è in rapido declino. La produzione di petrolio dell’Europa è scesa appena sotto i 3 Mb/g nel 2013, a seguito del costante calo nel Mare del Nord, base del parametro di riferimento del Brent.

La fine dell’egemonia del dollaro è un bene per gli Stati Uniti
La mossa russa sul prezzo in rubli delle grandi esportazioni di petrolio sui mercati mondiali, in particolare l’Europa occidentale, e sempre più verso Cina e Asia attraverso l’oleodotto ESPO e altre vie, con la nuova borsa del petrolio russo International Mercantile Exchange di San Pietroburgo, non è l’unica grande mossa per ridurre la dipendenza dei Paesi dal dollaro sul petrolio. All’inizio del prossimo anno, la Cina, secondo maggiore importatore di petrolio al mondo, prevede di lanciare il proprio contratto di riferimento petrolifero. Come i russi, il punto di riferimento della Cina sarà denominato in yuan cinesi, e non in dollari, e sarà negoziata dall’International Energy Exchange di Shanghai. Passo dopo passo, Russia, Cina e altre economie emergenti adottano misure per ridurre la dipendenza dal dollaro statunitense, la “de-dollarizzazione”. Il petrolio è il maggiore prodotto commerciato al mondo e quasi interamente in dollari. Se alla fine sarà così, la capacità del complesso militare-industriale degli Stati Uniti di finanziare guerre infinite sarà nei guai. Forse aprirà alcune porte a idee più tranquille, come spendere i dollari dei contribuenti per la ricostruzione delle terribilmente deteriorate infrastrutture economiche basilari degli USA. L’American Society of Civil Engineers nel 2013 stimava in 3600 miliardi di dollari di investimenti necessari per le infrastrutture degli Stati Uniti nei prossimi cinque anni. Indicava che un ponte su 9 negli USA, più di 70000, è deficitario. Quasi un terzo delle strade principali degli Stati Uniti sono in cattive condizioni. Solo 2 dei 14 principali porti della costa orientale possono accogliere le supernavi da carico che presto attraverseranno il Canale di Panama recentemente ampliato. Vi sono oltre 14000 miglia di ferrovie ad alta velocità nel mondo, ma alcuna negli Stati Uniti. Questo tipo di spesa per le infrastrutture sarebbe fonte economica di gran lunga più vantaggiosa in posti di lavoro e gettito fiscale reale negli Stati Uniti, delle guerre infinite di John McCain. Gli investimenti in infrastrutture, come visto nei precedenti articoli, hanno effetto moltiplicatore creando nuovi mercati. Le infrastrutture creano efficienza economica ed entrate fiscali pari a 11 per ogni dollaro investito per rendere più efficiente l’economia. Un drammatico declino del ruolo del dollaro come valuta di riserva mondiale, assieme a una ridefinizione nazionale di tipo russo, della ricostruzione economica interna statunitense, piuttosto che l’esternalizzazione, sarebbe un modo notevole di riequilibrare un mondo impazzito con la guerra. Paradossalmente, la de-dollarizzazione, negando a Washington la capacità di finanziare guerre future con l’investimento nel debito del Tesoro USA da parte di acquirenti di obbligazioni cinesi, russi e altri, sarebbe un prezioso contributo alla pace mondiale. Non sarebbe un bel cambiamento?The logo of Russia's top crude producer Rosneft is seen on a gasoline station near a church in StavropolF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Principe saudita avverte “non vedremo più il petrolio a 100 dollari”, definisce idiozie la cospirazione anti-Russia

Tyler Durden Zerohedge 11/01/201521oil-span-600Parlando di soldi, miele per le sue orecchie, il miliardario principe saudita Walid bin Talal ha detto a Maria Bartiromo che l’impatto negativo del calo del 50% del petrolio è ampio e profondo. Come rivela a USA Today, il principe della famiglia reale saudita ha detto che sebbene non sia d’accordo con il governo su molti aspetti, lo è nella decisione di mantenere la produzione alta, aggiungendo che “se l’approvvigionamento resta dove è, e la domanda rimane debole, è meglio credere di ridurla. Sono sicuro che ‘il re non rivedrà il petrolio a oltre 100 dollari… il petrolio oltre i 100 è artificiale. Non è corretto. Sulla teoria che Stati Uniti e sauditi abbiano deciso di mantenere i prezzi bassi per fare pressione sulla Russia, il principe esclama “idiozie e spazzatura”, aggiungendo che “Arabia Saudita e Russia vanno a nozze qui… venendone entrambe colpite“.
Tratto da USA Today,
D: Può spiegare la strategia dell’Arabia Saudita sulla riduzione della produzione di petrolio?
R: L’Arabia Saudita e tutti i Paesi sono stati colti di sorpresa. Nessuno prevedeva che stesse per succedere. Chi dice che era previsto il 50% di calo (del prezzo) non dice la verità. Perché il ministro del petrolio in Arabia Saudita, solo a luglio, disse pubblicamente che 100 dollari sono un buon prezzo per consumatori e produttori. E meno di sei mesi dopo il prezzo del petrolio crolla del 50%. Detto ciò, la decisione di non ridurre la produzione era prudente, intelligente e scaltra. Perché l’Arabia Saudita doveva tagliare la produzione di 1-2 milioni di barili, se sarebbero stati prodotti da altri. Il che significa che l’Arabia Saudita avrebbe avuto due conseguenze negative, meno petrolio e prezzi più bassi. Così almeno sei colpito da un lato, la riduzione del prezzo del petrolio, ma non dalla riduzione della produzione.

D: Quindi, ciò è per non perdere quote di mercato?
R: Sì. Anche se sono in pieno disaccordo con il governo saudita, il ministro del petrolio e il ministro delle finanze su molti aspetti, in questo particolare caso sono d’accordo con il governo saudita nel mantenere la produzione.

D: Cosa muove i prezzi? Si tratta di offerta o della domanda? Alcuni dicono che ci sia troppo petrolio nel mondo, facendo pressione sui prezzi. Ma altri dicono che l’economia globale è lenta, quindi che sia la debolezza della domanda.
R: Entrambe le cose. Abbiamo un eccesso di offerta. L’Iraq in questo momento produce molto. Anche la Libia, dove c’è la guerra civile, ancora produce. Gli Stati Uniti ora producono petrolio e gas di scisto. Quindi c’è un eccesso di offerta sul mercato. Ma anche la domanda è debole. Sappiamo tutti che il Giappone ha una crescita intorno allo 0%. La Cina ha dichiarato una crescita del 6% o 7%. La crescita dell’India è stata dimezzata. La Germania ha riconosciuto solo due mesi fa di ridurre la possibile crescita dal 2 all’1%. C’è meno domanda e un eccesso di offerta. Ed entrambi sono ricette per la crisi del petrolio. Ed è ciò che è successo. Un gioco da ragazzi.

D: i prezzi continuano a scendere?
R: Se l’offerta rimane dov’è, e la domanda resta debole, è meglio credere che si ridurrà ancora. Ma se qualche fornitura viene tolta dal mercato, e c’è una certa crescita della domanda, i prezzi possono risalire, ma non sono certo che rivedremo i 100 dollari. L’ho detto un anno fa, il prezzo del petrolio sopra i 100 dollari è artificiale. Non è corretto.

D: Wow. E ha detto che è d’accordo con il governo saudita nel non rinunciare a quote di mercato?
R: Questo è l’unico punto con cui concordo con il governo dell’Arabia Saudita sul petrolio. È l’unico punto, sì.

D: C’è il caso in cui i sauditi riducano la produzione accordandosi con gli altri Paesi produttori di petrolio, per riprendersi il mercato?
R: Francamente, mettere d’accordo tutti i Paesi OPEC, compresi Russia Iran e tutti gli altri, è quasi impossibile, e non si avrà mai un accordo in base al quale tutti riducano la produzione. Non possiamo fidarci di tutti i Paesi OPEC. E neanche dei Paesi non OPEC. Quindi non viene considerato, perché gli altri imbroglieranno. Il passato l’ha dimostrato. Quando l’Arabia Saudita ridusse la produzione negli anni ’80 e ’90, tutti truffarono sottraendoci quote di mercato. Inoltre, ricordate che c’è un ordine del giorno anche qui. Anche se Arabia Saudita e OPEC non hanno pianificato la riduzione del prezzo del petrolio, c’è un effetto collaterale positivo, per cui ad un certo prezzo vedremo molte aziende di produzione di petrolio di scisto cessare le attività. Quindi, anche se siamo stati presi alla sprovvista, vi capitalizziamo vivendo a 50 dollari temporaneamente e vedendo quante nuove fonti ci saranno, perché ciò renderà molti nuovi programmi economicamente impossibili.

D: E circa la teoria della pressione sui russi? C’è una teoria secondo cui Stati Uniti e sauditi hanno deciso di mantenere i prezzi bassi per fare pressione sulla Russia per quello che Putin ha fatto in Ucraina.
R: Due parole: idiozie e spazzatura. Lo dico, non c’è motivo per cui i sauditi lo facciano. Perché l’Arabia Saudita ne esce danneggiata quanto la Russia. Ora, non lo dimostriamo perché abbiamo grandi riserve. Ma dirò Arabia Saudita e Russia vanno a nozze qui, ed entrambe ne sono colpite contemporaneamente. Non c’è alcuna cospirazione politica contro la Russia, perché ci daremmo la zappa sui piedi, se lo facessimo.

D: Lei ha detto che il prezzo del petrolio smorzerà la rivoluzione dello scisto negli USA. Come?
R: Petrolio e gas di scisto sono nuovi prodotti su cui vediamo grandi scommesse. Nessuno sa con certezza quale sia il prezzo di rottura per lo scisto. I pozzi hanno costi di produzione più elevati e molto chiaramente ciò ne influenza l’attività, o almeno non sarà economico. A 50 dollari sarà ancora economicamente fattibile? Non è chiaro. È una storia molto lunga.

20150111_oil1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il prezzo del petrolio è un’arma veramente efficace contro la Russia?

Olga Shedrova Strategic Culture Foundation 25/12/2014unconventional-oil-mapGli Stati Uniti sono impegnati in attività piuttosto dubbie nel tentativo di danneggiare l’economia della Russia, facendo crollare i prezzi mondiali del petrolio. Gli Stati Uniti sono tra i maggiori produttori di petrolio al mondo insieme all’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio e alla Russia. La nuova tecnologia del fracking è più costosa dell’estrazione di petrolio mediante metodi convenzionali, e non è vantaggiosa con i prezzi a meno di 60-70 dollari al barile. La caduta dei prezzi del petrolio abbatte le azioni delle imprese. In tre mesi le azioni di società note per essere veicoli della “rivoluzione energetica” sono crollate del 40% in media. Leader come Apache Corp (APA), ConocoPhillips (COP), EnerJex Resources Inc. (ENRJ), Marathon Oil (MRO), Continental (CLR), Noble Energy (NBL), Southwestern Energy (SWN), Anadarko (APC), Pioneer Natural Resources (PXD) vedono le azioni crollare del 30-50% rispetto al massimo raggiunto a metà 2014. Il processo continua. La dinamica dei prezzi assomiglia a una bolla che si sgonfia. Il crollo dei prezzi del petrolio ha scatenato un calo di quasi 40 per cento delle nuove licenze rilasciate negli Stati Uniti a novembre, rispetto ad ottobre. Il crollo è una “risposta molto rapida” degli Stati Uniti ai prezzi del greggio, ha detto Allen Gilmer, chief executive officer di Drilling Info Inc. Anche le perforazioni in mare ne sono influenzate. Transocean, proprietaria della maggiore flotta di impianti di perforazione in acque profonde, recentemente ha avuto 2,76 miliardi di dollari di sofferenze per gli impianti di perforazione. La politica di Washington volta a ridurre i prezzi del petrolio può influenzare negativamente l’economia statunitense, trasformando il processo in una tendenza irreversibile. Il calo limita l’accesso delle società energetiche statunitensi sul mercato dei capitali. I produttori di energia ai primi del 2010 raccolsero 550 miliardi dollari di nuovi titoli e prestiti, mentre la Federal Reserve teneva gli oneri finanziari a quasi zero, secondo la Deutsche Bank AG. Con i prezzi del petrolio che precipitano, gli investitori sfidano la capacità di alcuni emittenti di titoli spazzatura nel soddisfare le loro obbligazioni di debito. È un circolo vizioso. Una redditività inferiore riduce la capitalizzazione di una società che deve vendere sempre più attività per evitare il fallimento, provocando l’ulteriore perdita di attività con azioni di trading al ribasso e, quindi, il risultato è l’incapacità di rimborsare i prestiti mentre il valore delle attività si riduce. L’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) e l’Organizzazione di paesi esportatori di petrolio (OPEC) nelle loro prospettive energetiche per il 2015, prevedono la minore domanda di petrolio degli ultimi 12 anni. La notizia ha avviato una picchiata delle borse erodendo 1 trilione di capitalizzazione sui mercati globali in una settimana.
Un’ondata di fallimenti di aziende energetica preoccupa gli esperti di Wall Street. Potrebbe propagarsi al sistema finanziario e bancario. “,Non c’è ‘dubbio’ che per le aziende energetiche dal profilo debitorio rischioso, il mercato dei debiti “sia essenzialmente chiuso in questa fase”, e vi sono segni di ulteriori scosse nel settore“, afferma lo stratega per i redditi fissi dell’US Bank Wealth Management, Dan Heckman. E aggiunge, “Siamo a un punto molto preoccupante”. La sua opinione è condivisa da Jacques Sapir, direttore del Centre d’Etude des Modes d’Industrialization (CEMI-EHESS), che ha detto ad Europe 1 che “La caduta dei prezzi del petrolio potrebbe avere gravi conseguenze sull’estrazione di gas di scisto, del combustibile liquido da scisto carbonioso e dalle cosiddette sabbie bituminose. Oggi la produzione non è più redditizia. I produttori hanno ricevuto prestiti enormi dalle banche statunitensi. La situazione crea le condizioni per il crollo bancario degli USA”. Di conseguenza, saranno colpiti fondi pensione, investitori privati e banche che detengono titoli spazzatura, investimenti rischiosi che possono divenire ad alto rendimento, causando un effetto a strappo sul sistema finanziario rendendo inevitabile il ripetersi della crisi 2008-2009. Secondo The Prudent Bear, “i fallimenti sul mercato energetico, molti dei quali si tradurranno nell’espulsione di produzione dal mercato, e l’esternalizzazione che accompagna la capacità produttiva ad alta intensità energetica, causeranno danni di gran lunga superiori a qualsiasi beneficio dall’aumento dei consumi. La distruzione di capitale con il fallimento riduce la ricchezza della società, riducendo la quantità di capitale disponibile per ogni lavoratore. A sua volta si ridurrà il livello di vita a lungo termine dei lavoratori stessi (e anzi la loro capacità di consumare). Un ulteriore consumo, in gran parte speso per le importazioni, non comporta alcun beneficio che abbia un simile livello d’importanza”. La produzione di energia da scisto ha creato nuovi posti di lavoro. Gli Stati petroliferi hanno aggiunto 1,36 milioni di posti di lavoro dal dicembre 2007, mentre gli Stati non-shale ne hanno persi 424000.
Così concentrati a colpire la Russia, gli statunitensi non vedono ciò che accade a casa loro. Il 9 novembre, il Guardian ha scritto, “John Kerry, il segretario di stato USA, avrebbe raggiunto un accordo con re Abdullah a settembre secondo cui i sauditi avrebbero venduto greggio al di sotto del prezzo di mercato. Questo aiuterebbe a spiegare perché il prezzo sia in calo in un momento in cui, data la turbolenza in Iraq e Siria causata dallo Stato islamico, normalmente sarebbe in aumento”. La collusione è volta ad indebolire la Russia e colpire l’Iran. L’Arabia Saudita ha bisogno di un prezzo al di sopra dei 90 dollari al barile per pareggiare il bilancio. Ma un po’ di dolore è accettabile. I sauditi giocano d’azzardo giacendo a un prezzo del petrolio inferiore a quello che russi e iraniani possono permettersi, pensando quindi che l’operazione sarà relativamente breve. Ma finora non ha influenzato la politica estera di Russia e Iran. Sembra che gli Stati del Golfo Persico ne soffrano di più. Il costo di produzione è più basso in Arabia Saudita, ma le cose sono assai peggiori per i suoi partner. La previsione OPEC del 21 dicembre afferma che la situazione sul mercato del petrolio prenderà una piega diversa e i prezzi dell’“oro nero” risaliranno. Evidentemente le dichiarazioni dei produttori di petrolio sono esasperate. L’Arabia Saudita, principale esportatore di petrolio al mondo, ha detto il 21 dicembre che non taglierà la produzione per sostenere i mercati del petrolio, anche se le nazioni al di fuori dell’OPEC l’hanno fatto; forte indicazione che prevede il superamento del maggiore crollo del mercato da anni. Parlando ad una conferenza sull’energia ad Abu Dhabi, il ministro del Petrolio saudita Ali al-Naymi accusava del crollo la mancanza di coordinamento dei produttori esterni all’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, assieme a speculatori ed informazioni fuorvianti. Ha detto, “l’Arabia Saudita con i Paesi OPEC ha cercato di ristabilire l’equilibrio del mercato, ma la mancanza di collaborazione dei Paesi esterni all’OPEC, oltre a speculatori e diffusione di informazioni non corrette, hanno portato alla caduta dei prezzi”. Il ministro del Petrolio degli Emirati Arabi Uniti, Muhamad Faraj Suhayl al-Mazruay è stato ancor più reciso affermando che, uno dei principali motivi che hanno portato al deterioramento dei prezzi, è la produzione di petrolio irresponsabile di certi organismi terzi, alcuni dei quali nuovi sul mercato del petrolio. Evidentemente si riferiva agli Stati Uniti, responsabili d’incrementare le forniture di petrolio di scisto negli ultimi anni. Vi è motivo di ritenere che, mentre sostiene apertamente gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita gioca un suo gioco per scacciare i concorrenti, tra cui gli USA, dal mercato. Qualche tempo fa Riyadh diceva che i membri dell’OPEC non avrebbero ridotto la produzione, anche se il prezzo precipitava a 40 dollari al barile. Con i prezzi del petrolio crollati, i produttori petroliferi tradizionali hanno riserve sufficienti per superare un periodo di frugalità mentre l’industria dello shale statunitense sarà mortalmente colpita, tanto da non rialzarsi mai più.
Tendenze economiche negative sono già visibili negli Stati Uniti, mentre la Russia non ha neanche iniziato a prendere contromisure mentre la guerra economica scatenatagli contro infuria. Vi è una vasta gamma di opzioni aperte per la Russia. Farsi trasportare dalle fluttuazioni della valuta russa, mentre gli Stati Uniti non prestano attenzione al calo dei prezzi nella loro borsa o alla politica ambigua dei loro alleati. Qui non si può non essere d’accordo con le valutazioni di Marin Katusa, direttore di Energy Investment Strategist, che dice che “E ‘vero che le sanzioni potrebbero rendere più difficile alle imprese russe accedere al know-how occidentale, e in ultima analisi, influenzare la produzione di petrolio della Russia. Ma questo solo se perdurerà per anni, cosa dubbia dato che l’UE ne sta già pagando. Un taglio dell’offerta mondiale di petrolio, e una crescita globale più forte, probabilmente riequilibreranno il mercato del petrolio, nel frattempo”. Gli acquirenti di petrolio russi possono pagare in oro, non hanno bisogno dei biglietti verdi. Non c’è bisogno di spiegare che cosa sia in serbo per il dollaro USA nel caso lo facciano. I produttori di petrolio russi avranno i dollari per le esportazioni, mentre il pagamento delle tasse sarà in rubli. Ciò significa che alcun brusco calo dei ricavi dalle tasse è imminente in Russia. La Federazione russa può anche passare all’utilizzo dei rubli nei suoi scambi commerciali petroliferi deprezzando il dollaro USA, migliorando la domanda globale della sua valuta nazionale.

Mapping_China_in_the_Global_Production_and_Consumptin_of_Oil_and_Gas_lowLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora