La Russia spezza il monopolio di Wall Street sul prezzo del petrolio

F. William Engdahl New Eastern Outlook 9/01/2016103718049La Russia ha appena compiuto passi significativi rompendo l’attuale monopolio di Wall Street sul prezzo del petrolio, almeno per una parte enorme del mercato mondiale del petrolio. La mossa è parte di una strategia a lungo termine per dissociare l’economia russa, e soprattutto la notevole esportazione di petrolio, dal dollaro, tallone d’Achille dell’economia russa. A novembre il Ministero dell’Energia russo annunciava la negoziazione di un nuovo punto di riferimento del petrolio russo. Anche se questo potrebbe sembrare poca cosa a molti, è enorme. In caso di successo, e non vi è alcuna ragione che non accada, i futuri contratti di riferimento del greggio russo negoziati in borsa russa saranno in rubli e non più in dollari USA. Rientra nella de-dollarizzazione che Russia, Cina e un numero crescente di altri Paesi hanno iniziato. L’imposizione del prezzo di riferimento del petrolio è al centro del metodo utilizzato dalle grandi banche di Wall Street per controllare i prezzi mondiali del petrolio. Il petrolio è il più grande dei prodotti del mondo in dollari. Oggi, il prezzo del greggio russo fa riferimento a ciò che viene chiamato prezzo del Brent. Il problema è che il Brent, insieme ad altri importanti giacimenti di petrolio del Mare del Nord, è in grave declino, il che significa che Wall Street può usare un punto di riferimento evanescente controllando quantità di petrolio di gran lunga superiori. L’altro problema è che il contratto Brent è controllato essenzialmente da Wall Street i cui derivati sono manipolati da banche come Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP MorganChase e Citibank.

La scomparsa del ‘petrodollaro’
La vendita del petrolio in dollari è essenziale per sostenere il dollaro USA. A sua volta, il mantenimento della domanda di dollari delle banche centrali mondiali per le riserve valutarie, necessari al commercio estero di Paesi come Cina, Giappone o Germania, è essenziale affinché il dollaro degli Stati Uniti resti la principale valuta di riserva mondiale. Questo status di valuta di riserva principale del mondo è uno dei due pilastri dell’egemonia statunitense dalla fine della seconda guerra mondiale. Il secondo pilastro è la supremazia militare mondiale.

Le guerre degli Stati Uniti finanziate dai dollari degli altri
Poiché tutte le altre nazioni devono acquisire dollari per l’importazione di petrolio e della maggior parte delle altre materie prime, Paesi come Russia o Cina investono in genere il surplus commerciale delle aziende che guadagnano dollari, sotto forma di titoli di Stato degli Stati Uniti o simili. L’unico altro candidato abbastanza grande, l’euro, dalla crisi greca del 2010 è visto più rischioso. Il ruolo di riserva principale del dollaro USA, dall’agosto 1971, quando si staccò dall’oro, ha sostanzialmente consentito al governo degli Stati Uniti di avere deficit di bilancio apparentemente senza fine e senza doversi preoccupare dell’aumento dei tassi di interesse, avendo un credito scoperto permanente nella vostra banca, permettendo a Washington di creare un debito federale da 18600 miliardi di dollari senza grande preoccupazione. Oggi il rapporto tra debito pubblico e PIL degli Stati Uniti è del 111%. Nel 2001, quando George W. Bush salì al potere e prima che migliaia di miliardi fossero spesi per la “Guerra al Terrore” afghana e irachena, il rapporto debito e PIL era solo la metà, il 55%. L’espressione tipica di Washington è che “il debito non ha importanza”, per il presupposto che il mondo, Russia, Cina, Giappone, India, Germania, ne comprerà sempre il debito con i loro dollari del surplus commerciale. La capacità di Washington di detenere la valuta di riserva principale, priorità strategica di Washington e Wall Street, è vitale essendo legata alla determinazione dei prezzi mondiali del petrolio. Fino alla fine degli anni ’80 i prezzi mondiali del petrolio erano decisi soprattutto da domanda e offerta quotidiane reali. Dipendeva da acquirenti e venditori di petrolio. Allora Goldman Sachs decise di acquistare la piccola intermediaria in materie prime di Wall Street J. Aron, guardando al traffico di petrolio scambiato sui mercati mondiali. Fu l’avvento del “petrolio di carta”, negoziati dei contratti futures di petrolio, indipendentemente dal commercio del greggio fisico, più facile per le grandi banche da manipolare secondo voci e derivati ingannevoli sul mercato, essendo una manciata di banche di Wall Street a dominare i futures sul petrolio, e sapendo chi deteneva quali posizioni, un conveniente ruolo da insider raramente menzionato dalle società educate. Iniziò la trasformazione del commercio del petrolio in un casinò dove Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP MorganChase e poche altre banche giganti di Wall Street mandarono in rovina i corsi. All’indomani dell’aumento del prezzo del petrolio OPEC, nel 1973, di circa il 400% nei primi mesi successivi alla guerra del Kippur dell’ottobre 1973, il Tesoro degli Stati Uniti inviò un alto emissario a Riyadh, in Arabia Saudita. Nel 1975, l’assistente del segretario al Tesoro statunitense, Jack F. Bennett, fu inviato in Arabia Saudita per garantire l’accordo con la monarchia saudita a che il petrolio dell’OPEC venisse negoziate solo in dollari statunitensi, non in yen giapponesi o marchi tedeschi o altro. Bennett divenne poi alto dirigente dell’Exxon. I sauditi ebbero maggiori garanzie ed equipaggiamenti militari in cambio e da allora, nonostante i grandi sforzi dei Paesi importatori di petrolio, il petrolio viene venduto sui mercati mondiali in dollari ed il prezzo è fissato da Wall Street tramite il controllo delle borse dei derivati futures, come Intercontinental Exchange o ICE di Londra, la borsa sullo scambio delle merci NYMEX di New York, o il Dubai Mercantile Exchange, punti di riferimento dei prezzi del greggio arabo e tutti di proprietà di un gruppo affiatato di banche di Wall Street, Goldman Sachs, JP MorganChase, Citigroup e altre. L’allora segretario di Stato Henry Kissinger avrebbe dichiarato: “Se si controlla il petrolio, è possibile controllare intere nazioni“. Il petrolio era al centro del sistema del dollaro dal 1945.

L’importanza del punto di riferimento russo
Oggi i prezzi delle esportazioni di petrolio russo sono decisi dal prezzo del Brent quotato a Londra e New York. Con il lancio della borsa della Russia, si avrà un cambiamento probabilmente molto drammatico. I nuovi contratti sul greggio russo in rubli, e non dollari, saranno negoziati dalla International Mercantile Exchange di San Pietroburgo (SPIMEX). Il contratto di riferimento Brent sono utilizzati attualmente per il prezzo non solo del greggio russo, ma anche per decidere il prezzo di oltre due terzi del petrolio sul mercato internazionale. Il problema è che la produzione del Mare del Nord della miscela Brent è calata oggi a soli 1 milione di barili, fissando il prezzo del 67% del petrolio internazionalmente scambiato. I contratti sul petrolio in rubli russi potrebbero intaccare notevolmente la domanda di dollari, una volta accettati. La Russia è il maggiore produttore di petrolio del mondo, quindi la creazione di una borsa del petrolio russo, indipendente dal dollaro, è significativa, per usare un eufemismo. Nel 2013 la Russia ha prodotto 10,5 milioni di barili al giorno, un po’ più dell’Arabia Saudita. Poiché il gas naturale è utilizzato principalmente in Russia, il 75% del petrolio può essere esportato. L’Europa è di gran lunga il principale cliente del petrolio della Russia, acquistando 3,5 milioni di barili al giorno o l’80% del totale delle esportazioni petrolifere russe. La miscela degli Urali, una miscela di varietà di petrolio russo, è il principale tipo di petrolio esportato dalla Russia. I principali clienti europei sono Germania, Paesi Bassi e Polonia. Mettendo in prospettiva la mossa della Russia, gli altri grandi fornitori di greggio dell’Europa, Arabia Saudita (890000 barili al giorno), Nigeria (810000 barili al giorno), Kazakistan (580000 barili al giorno) e Libia (560000 barili al giorno), sono molto indietro rispetto alla Russia. Inoltre, la produzione nazionale di greggio in Europa è in rapido declino. La produzione di petrolio dell’Europa è scesa appena sotto i 3 Mb/g nel 2013, a seguito del costante calo nel Mare del Nord, base del parametro di riferimento del Brent.

La fine dell’egemonia del dollaro è un bene per gli Stati Uniti
La mossa russa sul prezzo in rubli delle grandi esportazioni di petrolio sui mercati mondiali, in particolare l’Europa occidentale, e sempre più verso Cina e Asia attraverso l’oleodotto ESPO e altre vie, con la nuova borsa del petrolio russo International Mercantile Exchange di San Pietroburgo, non è l’unica grande mossa per ridurre la dipendenza dei Paesi dal dollaro sul petrolio. All’inizio del prossimo anno, la Cina, secondo maggiore importatore di petrolio al mondo, prevede di lanciare il proprio contratto di riferimento petrolifero. Come i russi, il punto di riferimento della Cina sarà denominato in yuan cinesi, e non in dollari, e sarà negoziata dall’International Energy Exchange di Shanghai. Passo dopo passo, Russia, Cina e altre economie emergenti adottano misure per ridurre la dipendenza dal dollaro statunitense, la “de-dollarizzazione”. Il petrolio è il maggiore prodotto commerciato al mondo e quasi interamente in dollari. Se alla fine sarà così, la capacità del complesso militare-industriale degli Stati Uniti di finanziare guerre infinite sarà nei guai. Forse aprirà alcune porte a idee più tranquille, come spendere i dollari dei contribuenti per la ricostruzione delle terribilmente deteriorate infrastrutture economiche basilari degli USA. L’American Society of Civil Engineers nel 2013 stimava in 3600 miliardi di dollari di investimenti necessari per le infrastrutture degli Stati Uniti nei prossimi cinque anni. Indicava che un ponte su 9 negli USA, più di 70000, è deficitario. Quasi un terzo delle strade principali degli Stati Uniti sono in cattive condizioni. Solo 2 dei 14 principali porti della costa orientale possono accogliere le supernavi da carico che presto attraverseranno il Canale di Panama recentemente ampliato. Vi sono oltre 14000 miglia di ferrovie ad alta velocità nel mondo, ma alcuna negli Stati Uniti. Questo tipo di spesa per le infrastrutture sarebbe fonte economica di gran lunga più vantaggiosa in posti di lavoro e gettito fiscale reale negli Stati Uniti, delle guerre infinite di John McCain. Gli investimenti in infrastrutture, come visto nei precedenti articoli, hanno effetto moltiplicatore creando nuovi mercati. Le infrastrutture creano efficienza economica ed entrate fiscali pari a 11 per ogni dollaro investito per rendere più efficiente l’economia. Un drammatico declino del ruolo del dollaro come valuta di riserva mondiale, assieme a una ridefinizione nazionale di tipo russo, della ricostruzione economica interna statunitense, piuttosto che l’esternalizzazione, sarebbe un modo notevole di riequilibrare un mondo impazzito con la guerra. Paradossalmente, la de-dollarizzazione, negando a Washington la capacità di finanziare guerre future con l’investimento nel debito del Tesoro USA da parte di acquirenti di obbligazioni cinesi, russi e altri, sarebbe un prezioso contributo alla pace mondiale. Non sarebbe un bel cambiamento?The logo of Russia's top crude producer Rosneft is seen on a gasoline station near a church in StavropolF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Principe saudita avverte “non vedremo più il petrolio a 100 dollari”, definisce idiozie la cospirazione anti-Russia

Tyler Durden Zerohedge 11/01/201521oil-span-600Parlando di soldi, miele per le sue orecchie, il miliardario principe saudita Walid bin Talal ha detto a Maria Bartiromo che l’impatto negativo del calo del 50% del petrolio è ampio e profondo. Come rivela a USA Today, il principe della famiglia reale saudita ha detto che sebbene non sia d’accordo con il governo su molti aspetti, lo è nella decisione di mantenere la produzione alta, aggiungendo che “se l’approvvigionamento resta dove è, e la domanda rimane debole, è meglio credere di ridurla. Sono sicuro che ‘il re non rivedrà il petrolio a oltre 100 dollari… il petrolio oltre i 100 è artificiale. Non è corretto. Sulla teoria che Stati Uniti e sauditi abbiano deciso di mantenere i prezzi bassi per fare pressione sulla Russia, il principe esclama “idiozie e spazzatura”, aggiungendo che “Arabia Saudita e Russia vanno a nozze qui… venendone entrambe colpite“.
Tratto da USA Today,
D: Può spiegare la strategia dell’Arabia Saudita sulla riduzione della produzione di petrolio?
R: L’Arabia Saudita e tutti i Paesi sono stati colti di sorpresa. Nessuno prevedeva che stesse per succedere. Chi dice che era previsto il 50% di calo (del prezzo) non dice la verità. Perché il ministro del petrolio in Arabia Saudita, solo a luglio, disse pubblicamente che 100 dollari sono un buon prezzo per consumatori e produttori. E meno di sei mesi dopo il prezzo del petrolio crolla del 50%. Detto ciò, la decisione di non ridurre la produzione era prudente, intelligente e scaltra. Perché l’Arabia Saudita doveva tagliare la produzione di 1-2 milioni di barili, se sarebbero stati prodotti da altri. Il che significa che l’Arabia Saudita avrebbe avuto due conseguenze negative, meno petrolio e prezzi più bassi. Così almeno sei colpito da un lato, la riduzione del prezzo del petrolio, ma non dalla riduzione della produzione.

D: Quindi, ciò è per non perdere quote di mercato?
R: Sì. Anche se sono in pieno disaccordo con il governo saudita, il ministro del petrolio e il ministro delle finanze su molti aspetti, in questo particolare caso sono d’accordo con il governo saudita nel mantenere la produzione.

D: Cosa muove i prezzi? Si tratta di offerta o della domanda? Alcuni dicono che ci sia troppo petrolio nel mondo, facendo pressione sui prezzi. Ma altri dicono che l’economia globale è lenta, quindi che sia la debolezza della domanda.
R: Entrambe le cose. Abbiamo un eccesso di offerta. L’Iraq in questo momento produce molto. Anche la Libia, dove c’è la guerra civile, ancora produce. Gli Stati Uniti ora producono petrolio e gas di scisto. Quindi c’è un eccesso di offerta sul mercato. Ma anche la domanda è debole. Sappiamo tutti che il Giappone ha una crescita intorno allo 0%. La Cina ha dichiarato una crescita del 6% o 7%. La crescita dell’India è stata dimezzata. La Germania ha riconosciuto solo due mesi fa di ridurre la possibile crescita dal 2 all’1%. C’è meno domanda e un eccesso di offerta. Ed entrambi sono ricette per la crisi del petrolio. Ed è ciò che è successo. Un gioco da ragazzi.

D: i prezzi continuano a scendere?
R: Se l’offerta rimane dov’è, e la domanda resta debole, è meglio credere che si ridurrà ancora. Ma se qualche fornitura viene tolta dal mercato, e c’è una certa crescita della domanda, i prezzi possono risalire, ma non sono certo che rivedremo i 100 dollari. L’ho detto un anno fa, il prezzo del petrolio sopra i 100 dollari è artificiale. Non è corretto.

D: Wow. E ha detto che è d’accordo con il governo saudita nel non rinunciare a quote di mercato?
R: Questo è l’unico punto con cui concordo con il governo dell’Arabia Saudita sul petrolio. È l’unico punto, sì.

D: C’è il caso in cui i sauditi riducano la produzione accordandosi con gli altri Paesi produttori di petrolio, per riprendersi il mercato?
R: Francamente, mettere d’accordo tutti i Paesi OPEC, compresi Russia Iran e tutti gli altri, è quasi impossibile, e non si avrà mai un accordo in base al quale tutti riducano la produzione. Non possiamo fidarci di tutti i Paesi OPEC. E neanche dei Paesi non OPEC. Quindi non viene considerato, perché gli altri imbroglieranno. Il passato l’ha dimostrato. Quando l’Arabia Saudita ridusse la produzione negli anni ’80 e ’90, tutti truffarono sottraendoci quote di mercato. Inoltre, ricordate che c’è un ordine del giorno anche qui. Anche se Arabia Saudita e OPEC non hanno pianificato la riduzione del prezzo del petrolio, c’è un effetto collaterale positivo, per cui ad un certo prezzo vedremo molte aziende di produzione di petrolio di scisto cessare le attività. Quindi, anche se siamo stati presi alla sprovvista, vi capitalizziamo vivendo a 50 dollari temporaneamente e vedendo quante nuove fonti ci saranno, perché ciò renderà molti nuovi programmi economicamente impossibili.

D: E circa la teoria della pressione sui russi? C’è una teoria secondo cui Stati Uniti e sauditi hanno deciso di mantenere i prezzi bassi per fare pressione sulla Russia per quello che Putin ha fatto in Ucraina.
R: Due parole: idiozie e spazzatura. Lo dico, non c’è motivo per cui i sauditi lo facciano. Perché l’Arabia Saudita ne esce danneggiata quanto la Russia. Ora, non lo dimostriamo perché abbiamo grandi riserve. Ma dirò Arabia Saudita e Russia vanno a nozze qui, ed entrambe ne sono colpite contemporaneamente. Non c’è alcuna cospirazione politica contro la Russia, perché ci daremmo la zappa sui piedi, se lo facessimo.

D: Lei ha detto che il prezzo del petrolio smorzerà la rivoluzione dello scisto negli USA. Come?
R: Petrolio e gas di scisto sono nuovi prodotti su cui vediamo grandi scommesse. Nessuno sa con certezza quale sia il prezzo di rottura per lo scisto. I pozzi hanno costi di produzione più elevati e molto chiaramente ciò ne influenza l’attività, o almeno non sarà economico. A 50 dollari sarà ancora economicamente fattibile? Non è chiaro. È una storia molto lunga.

20150111_oil1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il prezzo del petrolio è un’arma veramente efficace contro la Russia?

Olga Shedrova Strategic Culture Foundation 25/12/2014unconventional-oil-mapGli Stati Uniti sono impegnati in attività piuttosto dubbie nel tentativo di danneggiare l’economia della Russia, facendo crollare i prezzi mondiali del petrolio. Gli Stati Uniti sono tra i maggiori produttori di petrolio al mondo insieme all’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio e alla Russia. La nuova tecnologia del fracking è più costosa dell’estrazione di petrolio mediante metodi convenzionali, e non è vantaggiosa con i prezzi a meno di 60-70 dollari al barile. La caduta dei prezzi del petrolio abbatte le azioni delle imprese. In tre mesi le azioni di società note per essere veicoli della “rivoluzione energetica” sono crollate del 40% in media. Leader come Apache Corp (APA), ConocoPhillips (COP), EnerJex Resources Inc. (ENRJ), Marathon Oil (MRO), Continental (CLR), Noble Energy (NBL), Southwestern Energy (SWN), Anadarko (APC), Pioneer Natural Resources (PXD) vedono le azioni crollare del 30-50% rispetto al massimo raggiunto a metà 2014. Il processo continua. La dinamica dei prezzi assomiglia a una bolla che si sgonfia. Il crollo dei prezzi del petrolio ha scatenato un calo di quasi 40 per cento delle nuove licenze rilasciate negli Stati Uniti a novembre, rispetto ad ottobre. Il crollo è una “risposta molto rapida” degli Stati Uniti ai prezzi del greggio, ha detto Allen Gilmer, chief executive officer di Drilling Info Inc. Anche le perforazioni in mare ne sono influenzate. Transocean, proprietaria della maggiore flotta di impianti di perforazione in acque profonde, recentemente ha avuto 2,76 miliardi di dollari di sofferenze per gli impianti di perforazione. La politica di Washington volta a ridurre i prezzi del petrolio può influenzare negativamente l’economia statunitense, trasformando il processo in una tendenza irreversibile. Il calo limita l’accesso delle società energetiche statunitensi sul mercato dei capitali. I produttori di energia ai primi del 2010 raccolsero 550 miliardi dollari di nuovi titoli e prestiti, mentre la Federal Reserve teneva gli oneri finanziari a quasi zero, secondo la Deutsche Bank AG. Con i prezzi del petrolio che precipitano, gli investitori sfidano la capacità di alcuni emittenti di titoli spazzatura nel soddisfare le loro obbligazioni di debito. È un circolo vizioso. Una redditività inferiore riduce la capitalizzazione di una società che deve vendere sempre più attività per evitare il fallimento, provocando l’ulteriore perdita di attività con azioni di trading al ribasso e, quindi, il risultato è l’incapacità di rimborsare i prestiti mentre il valore delle attività si riduce. L’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) e l’Organizzazione di paesi esportatori di petrolio (OPEC) nelle loro prospettive energetiche per il 2015, prevedono la minore domanda di petrolio degli ultimi 12 anni. La notizia ha avviato una picchiata delle borse erodendo 1 trilione di capitalizzazione sui mercati globali in una settimana.
Un’ondata di fallimenti di aziende energetica preoccupa gli esperti di Wall Street. Potrebbe propagarsi al sistema finanziario e bancario. “,Non c’è ‘dubbio’ che per le aziende energetiche dal profilo debitorio rischioso, il mercato dei debiti “sia essenzialmente chiuso in questa fase”, e vi sono segni di ulteriori scosse nel settore“, afferma lo stratega per i redditi fissi dell’US Bank Wealth Management, Dan Heckman. E aggiunge, “Siamo a un punto molto preoccupante”. La sua opinione è condivisa da Jacques Sapir, direttore del Centre d’Etude des Modes d’Industrialization (CEMI-EHESS), che ha detto ad Europe 1 che “La caduta dei prezzi del petrolio potrebbe avere gravi conseguenze sull’estrazione di gas di scisto, del combustibile liquido da scisto carbonioso e dalle cosiddette sabbie bituminose. Oggi la produzione non è più redditizia. I produttori hanno ricevuto prestiti enormi dalle banche statunitensi. La situazione crea le condizioni per il crollo bancario degli USA”. Di conseguenza, saranno colpiti fondi pensione, investitori privati e banche che detengono titoli spazzatura, investimenti rischiosi che possono divenire ad alto rendimento, causando un effetto a strappo sul sistema finanziario rendendo inevitabile il ripetersi della crisi 2008-2009. Secondo The Prudent Bear, “i fallimenti sul mercato energetico, molti dei quali si tradurranno nell’espulsione di produzione dal mercato, e l’esternalizzazione che accompagna la capacità produttiva ad alta intensità energetica, causeranno danni di gran lunga superiori a qualsiasi beneficio dall’aumento dei consumi. La distruzione di capitale con il fallimento riduce la ricchezza della società, riducendo la quantità di capitale disponibile per ogni lavoratore. A sua volta si ridurrà il livello di vita a lungo termine dei lavoratori stessi (e anzi la loro capacità di consumare). Un ulteriore consumo, in gran parte speso per le importazioni, non comporta alcun beneficio che abbia un simile livello d’importanza”. La produzione di energia da scisto ha creato nuovi posti di lavoro. Gli Stati petroliferi hanno aggiunto 1,36 milioni di posti di lavoro dal dicembre 2007, mentre gli Stati non-shale ne hanno persi 424000.
Così concentrati a colpire la Russia, gli statunitensi non vedono ciò che accade a casa loro. Il 9 novembre, il Guardian ha scritto, “John Kerry, il segretario di stato USA, avrebbe raggiunto un accordo con re Abdullah a settembre secondo cui i sauditi avrebbero venduto greggio al di sotto del prezzo di mercato. Questo aiuterebbe a spiegare perché il prezzo sia in calo in un momento in cui, data la turbolenza in Iraq e Siria causata dallo Stato islamico, normalmente sarebbe in aumento”. La collusione è volta ad indebolire la Russia e colpire l’Iran. L’Arabia Saudita ha bisogno di un prezzo al di sopra dei 90 dollari al barile per pareggiare il bilancio. Ma un po’ di dolore è accettabile. I sauditi giocano d’azzardo giacendo a un prezzo del petrolio inferiore a quello che russi e iraniani possono permettersi, pensando quindi che l’operazione sarà relativamente breve. Ma finora non ha influenzato la politica estera di Russia e Iran. Sembra che gli Stati del Golfo Persico ne soffrano di più. Il costo di produzione è più basso in Arabia Saudita, ma le cose sono assai peggiori per i suoi partner. La previsione OPEC del 21 dicembre afferma che la situazione sul mercato del petrolio prenderà una piega diversa e i prezzi dell’“oro nero” risaliranno. Evidentemente le dichiarazioni dei produttori di petrolio sono esasperate. L’Arabia Saudita, principale esportatore di petrolio al mondo, ha detto il 21 dicembre che non taglierà la produzione per sostenere i mercati del petrolio, anche se le nazioni al di fuori dell’OPEC l’hanno fatto; forte indicazione che prevede il superamento del maggiore crollo del mercato da anni. Parlando ad una conferenza sull’energia ad Abu Dhabi, il ministro del Petrolio saudita Ali al-Naymi accusava del crollo la mancanza di coordinamento dei produttori esterni all’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, assieme a speculatori ed informazioni fuorvianti. Ha detto, “l’Arabia Saudita con i Paesi OPEC ha cercato di ristabilire l’equilibrio del mercato, ma la mancanza di collaborazione dei Paesi esterni all’OPEC, oltre a speculatori e diffusione di informazioni non corrette, hanno portato alla caduta dei prezzi”. Il ministro del Petrolio degli Emirati Arabi Uniti, Muhamad Faraj Suhayl al-Mazruay è stato ancor più reciso affermando che, uno dei principali motivi che hanno portato al deterioramento dei prezzi, è la produzione di petrolio irresponsabile di certi organismi terzi, alcuni dei quali nuovi sul mercato del petrolio. Evidentemente si riferiva agli Stati Uniti, responsabili d’incrementare le forniture di petrolio di scisto negli ultimi anni. Vi è motivo di ritenere che, mentre sostiene apertamente gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita gioca un suo gioco per scacciare i concorrenti, tra cui gli USA, dal mercato. Qualche tempo fa Riyadh diceva che i membri dell’OPEC non avrebbero ridotto la produzione, anche se il prezzo precipitava a 40 dollari al barile. Con i prezzi del petrolio crollati, i produttori petroliferi tradizionali hanno riserve sufficienti per superare un periodo di frugalità mentre l’industria dello shale statunitense sarà mortalmente colpita, tanto da non rialzarsi mai più.
Tendenze economiche negative sono già visibili negli Stati Uniti, mentre la Russia non ha neanche iniziato a prendere contromisure mentre la guerra economica scatenatagli contro infuria. Vi è una vasta gamma di opzioni aperte per la Russia. Farsi trasportare dalle fluttuazioni della valuta russa, mentre gli Stati Uniti non prestano attenzione al calo dei prezzi nella loro borsa o alla politica ambigua dei loro alleati. Qui non si può non essere d’accordo con le valutazioni di Marin Katusa, direttore di Energy Investment Strategist, che dice che “E ‘vero che le sanzioni potrebbero rendere più difficile alle imprese russe accedere al know-how occidentale, e in ultima analisi, influenzare la produzione di petrolio della Russia. Ma questo solo se perdurerà per anni, cosa dubbia dato che l’UE ne sta già pagando. Un taglio dell’offerta mondiale di petrolio, e una crescita globale più forte, probabilmente riequilibreranno il mercato del petrolio, nel frattempo”. Gli acquirenti di petrolio russi possono pagare in oro, non hanno bisogno dei biglietti verdi. Non c’è bisogno di spiegare che cosa sia in serbo per il dollaro USA nel caso lo facciano. I produttori di petrolio russi avranno i dollari per le esportazioni, mentre il pagamento delle tasse sarà in rubli. Ciò significa che alcun brusco calo dei ricavi dalle tasse è imminente in Russia. La Federazione russa può anche passare all’utilizzo dei rubli nei suoi scambi commerciali petroliferi deprezzando il dollaro USA, migliorando la domanda globale della sua valuta nazionale.

Mapping_China_in_the_Global_Production_and_Consumptin_of_Oil_and_Gas_lowLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Rublo, petrolio e ideologia

Jacques Sapir Russeurope 13 dicembre 2014

Il forte deprezzamento del rublo nelle ultime settimane è dovuto a due fattori principali: al picco dei rimborsi dei debiti delle società russe e anche al forte calo dei prezzi del petrolio. Il flusso dei rimborsi scenderà in modo significativo nel gennaio 2015. Ora esaminiamo le ragioni del calo dei prezzi del petrolio.

A-Paiements-à-Venir

A-PaiementsTrim-copieFonte: Banca Centrale della Russia

Declino politico?
Molteplici indizi indicano che tale calo ha cause politiche. Spesso pensiamo a un tentativo degli Stati Uniti per destabilizzare la Russia. Tale tentativo potrebbe esistere, ma la realtà è più complessa. Si deve sapere che il punto di pareggio per le nuove fonti di petrolio è di 70 dollari al barile per il petrolio bituminoso (principalmente in Canada) e i 65 dollari al barile per il petrolio di scisto. Con il prezzo che potrebbe scendere al di sotto dei 60 dollari al barile, i Paesi OPEC in realtà attaccano l’industria del petrolio del Nord America. E’ significativo che le principali compagnie petrolifere russe, Rosneft e Lukoil, siano silenziose sulla tendenza dei prezzi attuale. Ci si può chiedere se non vi sia il tacito accordo tra Arabia Saudita e Russia per scacciare, o almeno limitare, il nuovo attore dal mercato degli idrocarburi. Ma l’attacco potrebbe avere altre conseguenze. Il gas e il petrolio di scisto si basano su prestiti che coprono l’80%-90% dei costi d’investimento. Ciò rappresenterebbe oltre 300 miliardi di dollari in asset nelle banche statunitensi. Questi conti necessariamente diverranno “sofferenze” non appena saranno sotto una redditività significativa. Tuttavia, le banche hanno naturalmente cartolarizzato questi debiti, emettendo CDS in cui i debiti servono da collaterali. Se rimane troppo a lungo un prezzo troppo basso, non può essere esclusa una nuova crisi finanziaria nel sistema bancario degli Stati Uniti. Si rileva inoltre che il rischio potenziale sull’industria degli scisti è già stato anticipato in parte, perché le autorizzazioni operative sono diminuite del 50% nel terzo trimestre del 2014, negli Stati Uniti. Possiamo quindi concludere che, se i prezzi del petrolio rimangono bassi fino a giugno, è probabile che ci sarà una strage nell’industria degli scisti con ripercussioni molto serie per le banche. Osservo incidentalmente che la stima dei 65 USD di pareggio nell’industria petrolifera si basa sulle condizioni tecniche dell’estrazione, ma non comprende i costi finanziari. Ciò suggerisce che il governo degli Stati Uniti fischierà la fine della caduta a fine inverno, se non vuole avere a che fare con una grave crisi. Tuttavia, i volumi estratti sono ancor più bassi. La produzione negli Stati Uniti, dopo aver raggiunto un picco nei primi mesi del 2015, dovrebbe diminuire sensibilmente nel secondo semestre. Ciò significa che possiamo aspettarci un aumento dei prezzi del secondo semestre del 2015, probabilmente intorno a 70-75 dollari al barile.

Non si torna al 1998
Ciò non è un problema per la Russia, le cui riserve sono tali (450 miliardi di dollari solo per la Banca Centrale) che potrebbe affrontare un ribasso significativo, ma limitato. Si noti inoltre che i rimborsi del debito delle imprese russe per il 2015 non superano i 120 miliardi di dollari. Ben al di sotto delle riserve della BCR e del Ministero delle Finanze. Se necessario, queste aziende troveranno presso lo Stato il denaro necessario per rimborsare i prestiti. Ma ciò implica il proiettarsi dell’autorità dello Stato sull’economia. Tuttavia, in nessun caso dovrebbe portare al “default”, come nel 1998, né lo Stato (con pochissimo debito, essenzialmente da attori russi come Sberbank), né i privati hanno vere attività significative denominate in USD, e quindi solvibili a lungo termine. La questione della liquidità a breve termine può essere gestito con un intervento pubblico. L’immagine del default russo continua a tormentare le menti, sebbene la situazione sia molto diversa, come dimostra l’entità delle riserve valutarie. Ma è lecito chiedersi se tale default, che fa perdere molto denaro alle banche degli Stati Uniti e occidentali in genere, non venga ancora “attribuito” alla Russia. In realtà, il deafult permette alla Russia di sfuggire alla trappola depressiva, come nel 1998. Il default fu l’atto fondativo del rinnovamento economico, e naturalmente anche politico, del Paese. Ricordiamo la decisione del primo ministro dell’epoca, Primakov, d’inviare paracadutisti russi a proteggere i serbi durante l’intervento della NATO in Kosovo. Vi si può vedere una prima anticipazione del “ritorno della Russia” ora interpretato da Vladimir Putin, che non fu ammesso dai circoli dirigenti degli Stati Uniti e dai loro mercenari in Europa.

La Russia non è un petroemirato
La realtà è sistematicamente trascurata dagli autori che popolarizzano l’immagine del “petroemirato” russo, dimenticandosi che l’industria degli idrocarburi pesa solo l’11% del PIL. Naturalmente è più importante nelle esportazioni. Ma ciò si traduce in variazioni dei prezzi relativi ai prodotti petroliferi rispetto ad altre merci, e non in un fenomeno di volume. Un semplice esempio lo dimostra. Prendiamo il caso di una struttura d’esportazione semplificata, distinguendo i prezzi dei volumi e considerando nel primo periodo (T) il livello dei prezzi (calcolati in USD) uguale a 100.

Situazione T
Volume Prezzo
Materie prime 100        100
Beni agricoli      20        100
Manufatti           30         100
Armamenti        20         100

Se calcoliamo la quota di ciascuna categoria di merci d’esportazione, otteniamo il seguente quadro delle esportazioni:

                           Prezzi Base (T)
Materie prime         58,8%
Beni agricoli            11,8%
Manufatti                 17,6%
Armamenti               11,8%

Sulla struttura dei prezzi, le materie prime (qui rappresentate dal petrolio) giocano un ruolo fondamentale nelle esportazioni. Supponiamo ora che a T + 1 i prezzi delle materie prime aumentino del 30% rispetto al prezzo base, rimanendo invariati gli altri prezzi, e che a T + 2 i prezzi diminuiscono del 50% (sempre rispetto ai prezzi base) rimanendo invariati gli altri prezzi. La ripartizione per prodotto delle esportazioni potrebbe essere la seguente:

Prezzo base         T           T + 1         T + 2
Materie prime  58,8%    65,0%      41,7%
Beni agricoli     11,8%     10,0%       16,7%
Manufatti          17,6%     15,0%       25,0%
Armamenti       11,8%     10,0%       16,7%

E’ immediatamente evidente che la quota di materie prime fluttua ampiamente con il movimento dei prezzi. L’immagine dell’analisi della struttura delle esportazioni russe riflette effettivamente il movimento dei prezzi relativi, determinati nel breve termine dal movimento dei prezzi assoluti delle materie prime (cioè il petrolio). Un’analisi più accurata potrebbe considerare il numero di lavoratori russi che lavorano per tali esportazioni. Se si considera che la produttività di base di un lavoratore dell’industria degli idrocarburi è al tempo (T) (e quindi ai prezzi T) superiore di 2,5 volte quella di un lavoratore negli armamenti, 3 volte di un lavoratore nei manufatti e 5 volte superiore a quello di un lavoratore agricolo, la quota reale di questi settori nelle esportazioni è molto diversa:

Settori                    Valore (T)    Quota di lavoro     Valore quota
Materie prime        10000                   29,4%                58,8%
Beni agricoli             2000                   29,4%                11,8%
Manufatti                  3000                   26,5%                17,6%
Armamenti               2000                   14,7%                 11,8%

Vediamo che gli effetti dei prezzi relativi possono distorcere ampiamente la realtà della struttura di un’economia. E’ quindi particolarmente importante ricordarsene quando si ragiona di un Paese che, come la Russia, è produttore sia di materie prime che di beni industriali.

Oil_and_Gas_pipelines.svgTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Petrolio saudita e mezzaluna sciita

MK Bhadrakumar, Indian Punchline 11 dicembre 2014Hassan-Rowhani1La drammatica descrizione del presidente iraniano Hassan Ruhani del recente calo del prezzo del petrolio quale ‘tradimento musulmano’ richiama l’attenzione sulle motivazioni dell’Arabia Saudita. Nella riunione di gabinetto a Teheran ha detto, “La caduta del prezzo del greggio non è solo una questione economica, ma è il risultato di un complotto politico di certi Stati. La diminuzione del prezzo del petrolio è un complotto contro i popoli regionali e musulmani, utile agli interessi di certi altri Paesi. Certo, i popoli reagiranno a tali regimi e i Paesi che covano tale complotto dovrebbero sapere che hanno appena inasprito l’odio del mondo musulmano contro di essi“, ha aggiunto Ruhani. Le numerose interpretazioni e teorie del complotto in voga attualmente sul calo del prezzo del petrolio sul mercato mondiale, in generale si dividono in tre categorie. Uno, il fenomeno del prezzo del petrolio è attribuibile alla situazione tra domanda e offerta prevalenti sul mercato mondiale, cioè l’eccesso d’offerta ha causato l’aumento della produzione e la riduzione della domanda (causata dal rallentamento della domanda in Cina, Giappone ed Europa), e conseguente crollo del prezzo del petrolio. Due, è un complotto politico ordito da Stati Uniti e Arabia Saudita per indebolire le economie russa e iraniana. Tre, ciò che accade è in parte politico e in parte economico. La seconda tesi è la più attraente, naturalmente. Chi non vorrebbe una teoria della cospirazione? Tuttavia, russi ed iraniani non credono che il presidente Barack Obama abbia ordito tale complotto contro di loro. Mosca, nonostante i problemi con Obama, vede i problemi razionalmente, con calma ed è poco incline a vederne l’ombra dietro ogni cespuglio, nonostante la determinazione di Washington nel combattere la Russia su spiagge, cielo e colline.
L’agenzia russa Sputnik, infatti, ha appena presentato un’analisi incisiva per spiegare che l’industria del gas di scisto degli Stati Uniti in realtà rischia grosso se l’attuale calo dei prezzi del petrolio persiste e, a sua volta, ciò potrebbe danneggiare l’economia statunitense se l’attuale ‘bolla del scisto’ segue il destino della bolla dotcom e della bolla immobiliare. L’osservazione russa ha mancato d’indicare che Stati Uniti e Russia hanno interessi comuni, anche se è difficile che qualcuno a Washington sia nello stato d’animo di ascoltare il parere degli esperti russi. È interessante notare che anche Ruhani ha tenuto fuori questione lo Zio Sam. Ma a differenza dei russi che hanno confabulato con i sauditi sul prezzo del petrolio per trovare un terreno comune, accusa Riyadh (senza nominarla esplicitamente) di voler deliberatamente danneggiare l’economia iraniana. Una volta l’Iran avrebbe certamente messo il ‘Grande Satana’ in tutto ciò, ma i tempi sono cambiati. L’impegno tra Stati Uniti e Iran accelera. (Sulla cruciale questione afgana, Ruhani appoggia apertamente il governo di unità nazionale degli Stati Uniti a Kabul) ed è assolutamente concepibile che mentre mangiano insieme o sorseggiano tè nel corridoio, a margine delle loro riunioni, i diplomatici statunitensi e iraniani si scambino note su ciò che accade sul mercato mondiale del petrolio. Inoltre, Teheran trasuda cauto ottimismo sulla possibile proroga di 7 mesi ai negoziati nucleari che potrebbero risolvere la questione. In un rapporto di questa settimana, l’International Crisis Group concorda sostanzialmente con tale previsione, “nonostante gli ostacoli, vi è la possibile via a un accordo… Ora che la nebbia si dirada, le parti dovrebbero accelerare“. Ruhani non farebbe della propaganda quando parla di complotto saudita contro l’Iran. Il punto è che fu per molto tempo sostenitore del riavvicinamento Iran-Arabia Saudita. Evidentemente la sua pazienza si sta esaurendo non essendoci segni di un cambio di pensiero verso l’Iran nei calcoli sauditi, ancora permeati da forte antipatia, confinante con l’ostilità, verso la prospettiva dell’integrazione imminente dell’Iran nella comunità internazionale. In effetti, il tango saudita-iraniano sul prezzo del petrolio non è una novità. Libri sono stati scritti sull’argomento (I re del petrolio: come Stati Uniti, Iran e Arabia Saudita cambiano l’equilibrio del potere in Medio Oriente, di Andrew Scott Cooper).
Un momento cruciale fu quando i sauditi sostituirono l’Iran (in seguito alla rivoluzione islamica del 1978), quale potenza principale dell’OPEC. Ma è ancora discusso, però, fino a che punto l’ascesa saudita, sostenuta dagli Stati Uniti, nell’OPEC post-1973 sia stata effettivamente il fattore che contribuì al rovesciamento dello Shah dell’Iran (crucialmente dipendente dalle entrate petrolifere per il programma di urbanizzazione massiccia e per ‘modernizzare’ l’Iran.) Basti dire come sia convinzione radicata a Riyadh che la legittimazione popolare del regime iraniano e la sua base sociale siano direttamente collegate alla capacità di garantire un certo benessere economico al Paese. Nell’ambito regionale v’è il fattore aggiunto che i sauditi sono estremamente preoccupati dall’avanzata dell’Iran a potenza regionale e dall’eventuale sostituzione con Teheran di Riyadh quale interlocutore fondamentale degli Stati Uniti nella loro strategia regionale. I sauditi hanno anche la radicata convinzione che Teheran sostenga segretamente l’avanzata sciita regionale in teatri cruciali. come Bahrayn e Yemen, che influenzano direttamente sulla politica economica dell’Arabia Saudita. Detto ciò, la grande domanda è quanto sia letale il colpo che i sauditi potrebbero infliggere all’economia iraniana mantenendo i prezzi del petrolio così bassi? Il fatto è che Teheran prevede un lungo periodo in cui i prezzi del petrolio rimarranno bassi, adeguandosi abilmente alla nuova realtà. Il bilancio iraniano presentato al Majlis di Teheran, la scorsa settimana, suggerisce che l’economia può assorbire il colpo dei sauditi. Alcuni indicatori:
Nonostante un calo del 28 per cento dei prezzi del greggio, il bilancio ha subito un calo del solo 8 per cento dei ricavi da esportazione di petrolio e gas.
La spesa per la difesa e la sicurezza aumenta del 32 per cento (12,6 miliardi dollari).
Le spese per infrastrutture aumenteranno del 25 per cento.
L’economia è riuscita a ridurre la dipendenza dal petrolio per circa un terzo delle entrate. Le entrate fiscali e i proventi delle privatizzazioni compensano ampiamente il deficit da reddito petrolifero, le esportazioni non petrolifere vanno bene e si prevede registrino una crescita del 20 per cento il prossimo anno. (Vedasi l’analisi qui). In altre parole, Teheran sa che il tempo lavora a suo favore e le sanzioni sono sempre più irrilevanti. Ironia della sorte, le sanzioni occidentali avrebbero aiutato l’Iran a divenire l’unico petro-Stato regionale con base industriale diversificata e capacità militari autonome a salvaguardia della propria sicurezza nazionale.
Tutto sommato, i sauditi sono grandi esperti di politica petrolifera e i loro calcoli avrebbero diversi modelli, in maggioranza ad incastro. Non si può negare che la produzione globale di petrolio cambi e l’importanza decrescente dei produttori tradizionali sia motivo di sincera preoccupazione. Tuttavia, i sauditi sono chiaramente ostili verso l’Iran. Il Financial Times ha riportato questa settimana la vignetta di una conversazione privata tra il segretario di Stato John Kerry e un “alto funzionario saudita” dove quest’ultimo osserva, “Il SIIL (Stato Islamico dell’Iraq e Levante) è la nostra (saudita) risposta al vostro (USA) aiuto al (partito del governo iracheno filo-Teheran) Dawa“. L’osservazione di FT qui.

passagesmiddleeastTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora