Cordone Sanitario siriano per Israele?

Alastair Crooke, Sic Semper Tyrannis 20 luglio 2017Israele ha respinto l’accordo sul cessate il fuoco di Amman negoziato da Stati Uniti, Russia e Giordania che decide il confine della zona di de-escalation nella Siria sud-occidentale. Fin dall’inizio, l’accordo era accettato da Israele e dall’alleato giordano. Inizialmente, Israele disse “sì” (e partecipò ad alcune discussioni), ma all’inizio della settimana il primo ministro israeliano cambiava idea. Ora Israele afferma che il cessate il fuoco (che regge) è un problema serio per Israele e che alcuna delle sue richieste sulla sicurezza è stata rispettata. Ben Caspit, commentatore israeliano, cita una fonte vicina alla questione: “Non si tratta solo del disaccordo. Ma è un vero scontro, che pone Israele contro Russia e Stati Uniti. Riflette la cospicua delusione d’Israele sul modo con cui gli statunitensi vengono aggirati da Putin, portando alla cessione degli interessi israeliani sulle alture del Golan e in Libano all’Asse Sciita”. È vero il contrario: l’intenzione dei negoziatori di Amman fin dall’inizio era fermare l’Esercito arabo siriano e le forze alleate, che avanzano liberando il territorio sovrano, mentre le forze insurrezionali si dissolvono, non troppo vicino la linea dell’armistizio sul Golan. I negoziatori statunitensi nei colloqui furono abbastanza chiari: gli Stati Uniti avevano solo due obiettivi, proteggere Israele e sconfiggere lo SIIL, e sono stati pienamente raggiunti coll’accordo provvisorio che ha bloccato il conflitto e imposto l’assenza di “combattenti stranieri” per 20 km sul lato siriano della linea dell’armistizio sul Golan e sul confine siriano-giordano (che escluderebbe le autorità militari iraniane, libanesi e irachene) per un determinato periodo di tempo. Inoltre, tutta la zona sarà sorvegliata e protetta dalle forze di polizia russa. Di fronte a ciò, i negoziatori statunitensi hanno fatto ciò che hanno fatto. Allora, perché Israele si ritrae ed avanza, post hoc, delle pretese? Adesso afferma che non tollererà la presenza iraniana o di Hezbollah in Siria. L’ex-capo del CNS israeliano dichiarava esplicito che Israele può usare la forza per chiudere ogni base. Chiaramente, Netanyahu è deluso ed arrabbiato. Le sue speranze di una coalizione “sunnita” guidata dai sauditi che si confrontasse, contenesse e ricacciasse l’influenza iraniana, sono implose con il disordine dell’attuale fratricidio intra-GCC. Allo stesso modo, le sue speranze di un corridoio logistico e di zone tampone da nord fino al confine siriano-iracheno, estendendosi all’Eufrate, sono crollate quando il governo iracheno, irritato dalla creazione dell’esplicita alleanza anti-sciita tra Riyad e presidente Trump (quando associò la milizia delle PMU ed Hezbollah ai principali attori del terrorismo), capovolse l’equilibrio di forze. Il governo iracheno ha dato alle PMU via libera per il confine iracheno-siriano da entrambe le parti. Immagino che Netanyahu senta che la parte d’Israele nel conflitto siriano stia finendo e che il futuro non vedrà più una Siria debole, sbaragliata dal jihadismo filoiraeliano e dalla balcanizzazione del territorio, come previsto. Ma piuttosto, una Siria pienamente legata ad Hezbollah, Iran e la costellazione delle PMU irachene sempre più attive, se non ineccepibili.
Israele, nella sua frustrazione, pensa d’imporre una propria zona tampone, come nel Libano meridionale? Come presupposto, probabilmente “no”. La lezione del Libano meridionale è ancora troppo cruda per contemplare una zona tampone “fisica”. La presenza di truppe israeliane nella Siria meridionale sarebbe un invito aperto alla guerriglia per respingere gli invasori. Più probabilmente le minacce del PM israeliano sono un tentativo di cambiare le regole del gioco siriane, estendendo la licenza militare d’Israele ad agire in modo unilaterale e senza responsabilità nel sud-ovest della Siria, a sostegno dei fantocci jihadisti presso Qunaytra. In pratica, ciò è già cominciato anche se con il pretesto d’Israele di rispondere al “fuoco diretto” d’oltre frontiera. Forse Israele suppone che l’amministrazione statunitense abbia perso la pazienza con l’agenda del cambio del regime a Damasco (visto il crollo del fronte guidato dall’Arabia Saudita). Washington preferisce una rapida vittoria pubblica sullo SIIL a Raqqa, e poi dimenticarsi della Siria. Gli occhi degli Stati Uniti vanno altrove e Trump ha deciso di finirla con l’aiuto “segreto” della CIA ai “ribelli moderati siriani“. Così il PM Netanyahu probabilmente cerca di recuperare ciò che può della campagna anti-iraniana. Il 18 luglio, la Casa Bianca pubblicava una dichiarazione che spinge il Congresso ad autorizzare nuove “temporanee” installazioni intermedie di stazionamento in Iraq e Siria “nell’ambito della campagna statunitense contro lo Stato islamico“, (i dettagli sulle basi esistenti degli Stati Uniti sono appena state diffuse dai turchi). Ma come affermava su al-Monitor Corri Zoli, direttore ricercatore dell’Istituto di Sicurezza Nazionale e Controterrorismo dell’Università di Syracuse, “Mi sembra che ciò che vogliono è manovrabilità per creare alcune infrastrutture per approfondire la lotta oltre Raqqa e la Siria… È un tentativo di creare eliporti per attaccare lo SIIL e gli sforzi per creare un minicaliffato nella regione. Il segretario alla Difesa James Mattis”, aggiunge Zoli, “pensa a un paio di passi in avanti. Vuole avere la pace, stabilizzare la regione e pressare militarmente l’Iran. Se può farlo con la logistica, meglio“. Così, Netanyahu, giocando da “solito arrabbiato”, potrebbe fare pressione sull’amministrazione statunitense per attuare un piano sostitutivo con un cuneo di strutture aeroportuali temporanee statunitensi che vadano dalla Siria settentrionale all’Iraq, destinate a evitare la contiguità iraniana con la Siria. In breve, Netanyahu è irritato dalle carenze del piano del cessate il fuoco nel sud-ovest della Siria, facendo leva sull’incomprensione statunitense sulla rete di contenimento dell’Iran. Ma se non sarà così, e Israele intendesse respingere le basi militari iraniane e di Hezbollah ben oltre la linea dell’armistizio sul Golan, il presidente Trump avrà di che preoccuparsi. Potrebbe ritrovarsi con missili che volano dal sud del Libano in Israele. Infine, anche se è ampiamente noto che Mattis si trascina nette opinioni sull’Iran dalla particolare esperienza in Iraq, dove prestò servizio, le sue attuali responsabilità richiedono una visione più ampia. Semplicemente, la stabilità regionale, interesse dichiarato dagli USA, è contingente alle buone intenzioni iraniane, che Mattis ci badi o meno.
L’ex-capo del CNS d’Israele Yaakov Amidror è certamente nel giusto quando sottolinea così chiaramente (probabilmente con sanzione ufficiale) che gli interessi d’Israele si discostano da quelli degli USA: “Alla fine è nostra responsabilità, non di statunitensi e russi, proteggerci e prendere tutte le misure necessarie a ciò”. Spiegando come statunitensi e russi, con cui Israele ha buoni legami e dialogo, hanno accettato un accordo che consenta la presenza permanente iraniana in Siria. Amidror affermava che l’obiettivo strategico russo del cessate il fuoco è garantirsi che il regime di Assad rimanga, e l’obiettivo strategico statunitense è distruggere lo Stato islamico. Israele, ha detto, deve “prendersi cura del suo obiettivo strategico“, definito come “dividere Iran e Siria costruendo basi in Siria“. Amidror ha detto che mentre Israele ovviamente vuole vedere la fine delle uccisioni in Siria, “Il prezzo non può essere avere Iran ed Hezbollah alle nostre frontiere“, e che Israele ha opzioni diplomatiche e militari per impedire che ciò avvenga e che “entrambe le opzioni vanno usate“. Mattis potrebbe avere l’impressione di doversi spiegare “a lungo” con Bibi Netanyahu.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’arte del cessate il fuoco

Ziad al-Fadil Syrian Perspective 15/7/2017Molti dei miei lettori sono delusi dalle tregue che emergono quando l’Esercito arabo siriano assedia le città occupate dai gruppi terroristici sostenuti da Stati Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Regno Unito e NATO. Mentre questi cessate il fuoco proliferano, i cittadini tornano nelle proprie case e celebrano l’espulsione dei nichilisti devoti al diavolo. Oggi l’ONU conferma che più di mezzo milione di profughi dal Libano sono tornati a casa, ad al-Zabadani, Madhaya, Qusayr e al-Wair, per citare solo alcune aree liberate con gli accordi di cessate il fuoco. Ma le tregue hanno una logica che sfugge a molti. Ne discutiamo. I cessate il fuoco e la disponibilità ad aderirvi dimostrano come stia il nemico dal punto di vista dei rifornimenti, morale e pianificazione. Quando i jihadisti accettano di cessare le operazioni e di trasferirsi in un’area come Idlib, il messaggio è che i rifornimenti si esauriscono, il morale è basso e non ci sono piani per altre operazioni. L’ultimo è importante perché indica che il nemico teme di perdere altri combattenti e teme l’incapacità di reclutarne altri e quindi di formare nuove reclute. Quando i ratti di al-Wair accettarono, infine, di partire per Idlib o la provincia di Aleppo, sapevano che le loro probabilità andavano da lievemente a molto tristi. Soprattutto, lo sapevano! La disponibilità a partire per Idlib, per esempio, ha anche dimostrato quanto siano leali all’ideologia jihadista. Una volta accettato di salvarsi la pelle, l’Ufficio d’Intelligence Militare dell’Esercito arabo siriano si assicurava che tali terroristi non fossero interessati a morire per una qualche causa. Ecco perché molti accettarono di aderire all’Amnistia. Chiaramente, erano psicologicamente frustrati da morte e distruzione che avevano inflitto al proprio Paese e dalla miseria inflitta ai figli che ora dovranno riprendere 5 anni di studi. La volontà di aderire ai negoziati dimostra anche quanto pareri e numeri dei propagandisti influenzino i terroristi che ora pensano a ritirarsi da aree chiave. Si pensi ad Aleppo dove la metà orientale fu infestata da tali scarafaggi assassini. I gruppi coinvolti erano jihadisti brutali di al-Nusra e terroristi di al-Zinqi noti per decapitare bambini. Nonostante rancore e rabbia del capo dei terroristi saudita Abdullah al-Muhaysini ad Idlib, i terroristi accettarono il cessate il fuoco e la ritirata. Il “daiya” saudita promise a chi combatteva e moriva altre 2 puttane in cielo, anche se molti si chiesero dove ottenesse tale licenza di offerte dall’Onnipotente. Da ciò si seppe che i terroristi avevano tutte le linee dei rifornimenti dal nord (Layramun, Handarat) interrotte e i tunnel scoperti e distrutti dall’EAS. Si seppe anche che i terroristi non prendevano al-Muhaysini seriamente, indicando l’abbandono delle dottrine jihadiste. Il loro morale doveva essere basso avendo la prospettiva che l’intera struttura della città gli crollasse in testa a breve. E naturalmente non avevano piani che potessero ragionevolmente prevedere una situazione migliore. Tutta la rabbia di al-Muhaysini non poteva creare un esercito capace di salvare il collo di tali barbari intrappolati. Ma i cessate il fuoco indicarono anche i Paesi mandanti. Sebbene la Turchia urlasse invitando i terroristi a continuare promettendo una “nuova iniziativa”, i terroristi capirono chiaramente che la posizione turca era “fuffa”, semplicemente non si fidavano di Ankara per avere risultati positivi. Gli Stati Uniti rimasero in silenzio e i sauditi, che cedettero ogni autorità alla Turchia, essenzialmente s’inchinavano turandosi il naso, preferendo sfruttare i cannibali del Jaysh al-Islam su cui avevano dominio incontrastato. La ritirata da Aleppo fu lo spartiacque della guerra, non perché la città fu liberata, ma perché le nazioni mandanti persero coraggio. Ciò rese la Russia più sicura e la nostra vittoria ancora più dolce.
I cessate il fuoco furono cruciali per informarsi dove i terroristi finissero una volta ritiratisi. Dato che la maggioranza optò per Idlib, provincia ora senza cittadini, il compito di perseguire e uccidere i ratti riamasti diventa più facile. Inoltre, MI-EAS e altri servizi alleati avevano negli ultimi tre anni intaccato le reti dei terroristi, infiltrando fedelissimi dello Stato in tali gruppi, consentendo all’intelligence di raccogliere informazioni e dati precisi su piani futuri e stato del morale. Che i criminali effettivamente accettassero di allontanarsi in una provincia piena di altri ratti che si presentavano da obiettivi legittimi, indicava che la rivoluzione contraffatta era finita del tutto. Erano convinti di non avere altra scelta. Per pianificare le prossima mosse, ai comandanti dell’Esercito arabo siriano ciò è inestimabile. Queste tregue diedero anche allo Stato la possibilità d’invitare i profughi a tornare a casa valutandone lealtà allo Stato e sostegno al presidente, nell’ambito dello sforzo di prevedere l’esito delle elezioni future. Ciò è estremamente importante per russi e iraniani che hanno puntato tutto sulla longevità dell’alleato Dottor Assad, e che persistono nel promuovere un processo di transizione democratica in Siria. Finora le prove indicano che i cittadini siriani rimpatriati attraverso i monti del Libano sostengono sostanzialmente il Dottor Bashar al-Assad, anche se non furono presenti all’inizio delle distruzioni. Paesi sostenitori come la Cina avanzano buone promesse di aiuto nel riavviare il processo di costruzione, incoraggiano ancor di più i cittadini che rientrano. I cessate il fuoco, ovviamente, permettono anche all’Esercito arabo siriano di riposare, riaddestrarsi, rifornirsi e trasferirsi. L’enorme avanzata nel deserto siriano a ovest e a nord di Palmyra, con conseguente significativo ripristino delle attività economiche, non avrebbero potuto essere realizzate con tanta velocità e efficacia senza le truppe di al-Zabadani e Madhaya. Questi cessate il fuoco hanno liberato non solo città ma anche truppe siriane e alleate per combattere altrove, e queste saranno l’avanguardia nelle battaglie per annientare lo SIIL a Dayr al-Zur e al-Raqqa. Le tregue hanno anche allontanato i terroristi e i loro mezzi pesanti dalle basi aeree cruciali nella battaglia per espellere e sterminare tali miserabili microbi. Ora che tutti i terroristi sono andati via sui loro autobus verdi con solo le armi leggere, mortai, razzi domestici o consegnati dai sionisti, tra l’altro, e cannoni-inferno sono stati abbandonati. Le nostre basi aeree sono meno legate alle contromisure dato che i terroristi con l’artiglieria non ci sono più, le armi sono state consegnate agli effettivi delle forze di difesa siriane.
Questi eventi non avrebbero potuto avvenire in un momento più opportuno. Con le forze dell’Esercito arabo siriano ora pronte a combattere in ogni parte rimanente del Paese e l’alleato Hezbollah libero di agire da e per il Libano, dove c’è la guerra tra Resistenza libanese e piaga dello Stato sionista. Posso assicurarvi che la prossima battaglia in Libano porrà fine all’abominevole apartheid, fine che apparirà quando decine di migliaia di soldati e patrioti arabi attraverseranno i confini sionisti, distruggendo il tessuto di tale malvagia società colonizzata. Quindi, se non piacciono i cassate il fuoco, ci faccia da parte. Ma si cerchi di essere più aperti e di osservare bene perché chi se ne preoccupa li sostiene e promuove.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia nel mirino dei relitti nazisti della NATO

Come la NATO giustifica il nazismo lettone
Russie Politics 13 luglio 2017La NATO diffonde un video per legittimare la lotta dei “partigiani” nazisti lettoni, i “fratelli della foresta”, camuffandoli da grandi combattenti contro i russi. Oltre a riscrivere la storia, è quasi un invito all’omicidio dei russi e della Russia. Il video della NATO inizia confondendo soldati degli eserciti “russo” e “sovietico”. L’idea è mostrare che i “fratelli della foresta” combatterono i russi e non i sovietici, dato che i lettoni facevano parte dell’esercito sovietico… Poi si spiega che quei “pochi uomini” erano civili inermi costretti dalla situazione a combattere “l’occupante” russo, che dopo la Seconda guerra mondiale occupò i territori liberati. Ricordiamo che l’Armata Rossa liberò l’Austria e si ritirò pochi anni dopo perché 1) non vi era alcuna volontà della gente di passare dal capitalismo al sistema comunista; 2) perché l’Austria non fece mai parte dell’impero russo, a differenza della Lettonia. La cosiddetta “occupazione” della Lettonia da parte dei comunisti ed adesione all’URSS sono spiegati dal fatto che la grande indipendenza lettone si ebbe dopo la caduta dell’Impero russo. Tutto qui. Poi i quadri comunisti del Paese erano appunto lettoni. Il video mostra persone testimoniare tale epica lotta patriottica della Lettonia contro l’occupazione sovietica. Occupanti che ebbero la sfortuna di liberare il Paese, ovviamente contro la sua volontà, dai nazisti piuttosto ben apprezzati. Negli anni ’40, i lettoni o erano nelle file dell’Armata Rossa e dei suoi partigiani, venendo poi perseguitati, o nell’esercito nazista e nella sua Polizei ed altri ausiliari che massacravano allegramente. La strana neutralità “dei lettoni” è un nuovo mito usato per giustificare la riscrittura della storia e legittimare la politica russofoba, paradigma internazionale “della lotta del bene contro il male”. La portavoce del Ministero degli Esteri russo Zakharova ha reagito al video ricordando che i “fratelli della foresta” furono creati e finanziati da servizi segreti occidentali dopo la Seconda guerra mondiale per respingere politicamente l’URSS dopo la vittoria militare. Perciò arruolarono i collaborazionisti della Polizei, dell’amministrazione lettoni, ufficiali e soldati lettoni al servizio delle SS. In breve, per nulla persone di tutto rispetto. Tale organizzazione compì oltre 3000 aggressioni principalmente contro la popolazione civile, fino alla metà degli anni ’50.

Sul mito della neutralità lettone
Della partecipazione lettone alle SS nel 1941 – 1945, una pagina intera è disponibile sul sito del Ministero degli Esteri russo. Si tratta della famigerata legione lettone, un’unità delle Waffen SS composta da due divisioni: la 15° Divisione e la 19° Divisione Waffen Grenadier delle SS, la cui memoria è ancora celebrata con una sfilata a Riga, anche se il Paese fa parte dell’Unione europea. Su ciò, il nostro testo L’Europa ama i nazisti perché odiano la Russia. Durante la guerra, la legione SS lettone partecipò a pogrom, pulizia etnica degli ebrei, persecuzione dei comunisti, fucilazioni di massa di civili, ecc. Proprio sul piccolo territorio di tale mini-Paese furono creati tra il 1941 e il 1945 esattamente 46 carceri, 23 campi di concentramento e 48 ghetti. Secondo i dati ufficiali, solo i collaborazionisti delle SS lettoni uccisero 313798 civili (tra cui 39835 bambini) e 330032 soldati sovietici. Dall’autunno 1941 basandosi sui battaglioni di autodifesa furono addestrati dalle SS i battaglioni della Polizei incaricati del lavoro sporco. Alcuni furono inviati a combattere i partigiani nella regione russa di Pskov o in Bielorussia. 41 battaglioni di 300-600 persone furono quindi costituti in Lettonia (23 in Lituania e 26 in Estonia). Durante la guerra, i battaglioni lettoni furono integrati nell’esercito nazista e nelle strutture delle SS: brigate motorizzate, legione SS lettone, brigate di volontari, ecc. Erano i collaborazionisti delle SS a formare le fila dei “partigiani” “fratelli della foresta”. Ma di tutto questo la NATO non parla, logicamente. Essa sviluppò tali organizzazioni naziste dopo la Seconda guerra mondiale, per combattere fisicamente contro l’Unione Sovietica e la Russia, ed oggi usa immagini “photoshoppate” dell’epoca sempre contro la Russia, questa volta in una guerra virtuale. Anche se il video è al limite dell’istigazione a delinquere…
Dovremmo lasciar giustificare l’orrore contro cui i nostri padri combatterono? A meno che non abbiamo tutti la stessa storia…La Russia nel mirino dei relitti nazisti della NATO
La NATO produce un documentario divertente e motivante sulla guerriglia delle Waffen-SS che non mollarono mai!
Russia Insider 14/7/2017

Prima di concentrarsi sugli sforzi difensivi bombardando nazioni del terzo mondo, la NATO si specializzò nell’armare ed addestrare le forze “di retrovia” in Europa che difendessero i valori occidentali con il terrorismo attribuito poi ai socialisti locali. Tale capitolo orgoglioso della storia della NATO è noto come Operazione Gladio. Ma prima di Gladio, c’erano i fratelli della foresta, un’accozzaglia di legionari delle SS e altri amici della democrazia armati dalle agenzie d’intelligence occidentali per permettere alla guerriglia nel Baltico di uccidere molti civili. Non sorprende che la NATO abbia deciso di onorare tali mitiche creature forestali delle SS producendo un breve “documentario” completo di costumi. Dmitrij Rogozin, Viceprimo Ministro russo e ex-inviato presso la NATO, sa di cosa si tratta: “La NATO ha pubblicato un video sui “Fratelli della foresta” che uccidono i nostri soldati. Ciò conferma che abbiamo a che fare con i resti nazisti della NATO
Dmitrij Rogozin (@DRogozin) 13 luglio 2017
Così Zakharova, ovviamente: “Il video della NATO sui combattenti filonazisti negli Stati baltici è disgustoso e tenta di riscrivere la storia
Ambasciata russa del Regno Unito (@RussianEmbassy) 13 luglio 2017
RT: “Zakharova ha invitato storici, giornalisti e scienziati politici a non rimanere indifferenti su tale nuovo tentativo di distorcere la storia. “Non si rimanga indifferenti, è una perversione della storia che la NATO diffonde coscientemente per minare l’esito del tribunale di Norimberga e vi va posto fine!” ha scritto, ricordando anche che molti dei fratelli della foresta erano collaborazionisti dei nazisti e membri della SS Waffen baltiche, e che tali guerriglieri uccisero migliaia di civili nelle loro incursioni”.
Sfortunatamente, il quadretto di famiglia amichevole della NATO non dà il giusto merito alle persone responsabili di tutto ciò: “Fate una ricerca su google.
Dall’Estonia.
Malinka (@ Malinka1102) 12 luglio 2017Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele pagherà caro la strategia del caos degli Stati Uniti

PressTV 13 luglio 2017Dalla sfortunata nascita d’Israele in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per evitare a Tel Aviv il diretto coinvolgimento nei conflitti che scatena nella regione. Il piano di pace Israele/Palestina non è mai stato volto ad offrire pace ai palestinesi, ma a privarli della loro forza, della capacità di combattere militarmente Israele. Ma tale stratagemma non ha funzionato in Libano, dove Hezbollah sconfisse militarmente Israele nel 2006. Ma i cambiamenti che si verificano in Medio Oriente garantiranno la sicurezza d’Israele? Il “caos costruttivo” auspicato ai tempi dall’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton in Medio Oriente e che doveva mettere i Paesi della regione l’uno contro l’altro, ha davvero rafforzato la sicurezza del regime israeliano? Se sei anni di guerra totale contro Damasco lasciano, come desiderano gli Stati Uniti, una Siria in rovina, è una vera vittoria per Israele?
1. La guerra in Siria ha aiutato la nascita di “forze paramilitari” che in alcuni casi saranno il nucleo dell'”esercito regolare” nei rispettivi Paesi. Questa prospettiva è ciò che più terrorizza il regime d’Israele che alimenta il militarismo ma nega ad ogni Stato il diritto di difendersi.
2. Ma non è tutto: le guerre sponsorizzate da Washington in Medio Oriente infine trasferiscono ai “corpi paramilitari” altra tecnologia missilistica di qualsiasi gittata: media, non balistica e persino balistica. Queste decine di migliaia di combattenti, specializzati nelle battaglie asimmetriche, ora potranno impiegare questi sistemi.
3. Peggio ancora, si assiste alla nascita di una nuova generazione di comandanti, finanche specializzati in battaglie asimmetriche e in grado di comandare truppe in qualsiasi scontro militare futuro.
4. Facilitando il traffico dei terroristi, facendo di tutto per armarli ed equipaggiarli per combattere in Siria l’esercito e la popolazione, gli Stati Uniti hanno creato un vero e proprio meccanismo per alimentare lo SIIL con migliaia di terroristi provenienti da Asia centrale e orientale, Turchia, Arabia Saudita ed Europa. Altri Paesi potrebbero seguire l’esempio, questa volta contro Israele.
5. Tale meccanismo viene ricordato in uno dei recenti discorsi del Segretario generale di Hezbollah Hasan Nasrallah, secondo cui permetterà “qualsiasi confronto militare con Israele in futuro” da parte di un esercito di decine di migliaia di “resistenti” palestinesi, iracheni, siriani e yemeniti.
6. Il “caos controllato” degli statunitensi ha certamente scosso le fondamenta di diversi Stati della regione, ma resta il fatto che questi Stati ora sono tutt’altro che facile preda del Pentagono. Le forze paramilitari sono nate sulle rovine di Iraq, Siria, Afghanistan e Yemen e sono pronte a dare battaglia a Washington, dove domina la riluttanza ormai palpabile ad “occupare” intere regioni dei Paesi aggrediti. Non sembra più il 2003, quando le truppe statunitensi sbarcarono in Iraq per “liberarlo” e restarci!
7. Nei 14 anni passati dall’invasione dell’Iraq, 6 dall’inizio della guerra in Siria, 3 dall’assalto allo Yemen, e la battaglia di Mosul è durata quasi un anno, il Medio Oriente assiste alla nascita di “forze” dalla grande efficienza in combattimento. Sono le forze che hanno sconfitto lo SIIL e che non esiteranno quando arriverà il momento di affrontarne i “mentori statunitensi ed israeliani”. Questi veterani affrontato gli statunitensi ai confini siriano-iracheni da non più di due mesi, quando avanzavano nel deserto della Siria da al-Tanf ai confini con l’Iraq. I caccia statunitensi li bombardarono, ma continuarono l’avanzata, come se nulla fosse accaduto. Fanno parte delle Forze di mobilitazione popolare dell’Iraq, delle Forze popolari siriane, del movimento yemenita Ansarullah o libanese Hezbollah, guerrieri che condividono una cosa: la ferma convinzione che la sopravvivenza delle popolazioni del Medio Oriente passi dalla resistenza all’aggressione delle grandi potenze.
In questo contesto, la prossima guerra che Israele vorrà lanciare contro Hezbollah sarà diversa, Israele è ben consapevole della superiorità dell’Asse della Resistenza nei combattimenti a terra, una superiorità che prevarrà nei prossimi scontri e non saranno le relazioni privilegiate di Tel Aviv con Mosca che impediranno alla resistenza di reagire a qualsiasi offensiva israeliana. Il Medio Oriente nel 2017 non è più quello degli anni ’70 o del 2006. Qualsiasi desiderio di colpire gli Stati della regione produrrà una risposta. E’ tempo quindi che gli Stati Uniti rivisitino la loro strategia in Medio Oriente o rischiano di vedere questa strategia portare all’attacco “inevitabile” su Israele.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran alza la posta in Siria: qual è il messaggio?

Salman Rafi Sheikh, NEO, 12/07/2017

Dopo che gli Stati Uniti abbattevano in Siria un secondo drone iraniano e un aviogetto siriano nelle ultime settimane, l’Iran rispondeva con l’attacco missilistico sul centro di comando dello SIIL nella provincia siriana di Dayr al-Zur. L’attacco avveniva nel momento in cui l’Iran era vittima di attentati dello SIIL a Teheran. Mentre gli attentati dimostravano che lo SIIL non è ancora finito, sottolinea anche il motivo del profondo coinvolgimento dell’Iran nel conflitto siriano: l’Iran non è venuto a salvare il regime siriano da una guerra per procura saudita/wahhabita, ma da una guerra che certamente raggiungerebbe alla fine l’Iran, proprio come oggi, seppure in modo meno devastante che in Siria, provocando anche qui caos. Ciò può spiegare perché, ad esempio, l’Iran abbia speso miliardi di dollari (da 6 a 15) ogni anno, nonostante la cattiva salute economica dovuta alle sanzioni degli statunitensi. Quindi la profonda motivazione dell’Iran nel maggiore coinvolgimento militare è dovuto al fatto che se a SIIL e altri jihadisti non viene impedito di prevalere, l’Iran sarebbe il prossimo dopo la Siria. L’Iran, pertanto, è chiaramente pronto ad affrontare i piani regionali sauditi e statunitensi. In questo contesto, l’attacco missilistico ha ampiamente dimostrato non solo la misura che può adottare, ma anche chi può colpire nella regione. Lo SIIL è lungi dall’essere l’unica forza ed entità che i missili iraniani possono spazzar via. Ciò è abbastanza evidente dal messaggio ufficiale del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate dell’Iran, Generale Muhammad Hossein Bagheri, che disse la mattina successiva l’attacco: “L’Iran è tra le grandi potenze del mondo nel campo missilistico. Essi (Stati Uniti e loro alleati) non hanno la capacità d’impegnarsi in un conflitto con noi attualmente e, naturalmente, non intendiamo scontrarci con loro, ma siamo sempre rivali in diversi campi, compreso quello missilistico“. Il Generale Ramazan Sharif della Guardia dichiarava alla televisione, in un’intervista: “Sauditi e statunitensi sono i primi destinatari di questo messaggio. Ovviamente e chiaramente, alcuni Paesi reazionari della regione, in particolare l’Arabia Saudita, avevano annunciato di cercare di creare insicurezza in Iran“. Il Generale Yahya Rahim Safavi, consigliere militare del leader supremo Ali Khamenei, aveva espressamente tirato in causa Washington dicendo che “se gli Stati Uniti decidono di avviare una qualsiasi guerra contro l’Iran, tutte le loro basi militari della regione capiranno di essere insicure“. Chiaramente, l’attacco missilistico è una risposta ai senatori statunitensi che avevano approvato un disegno di legge per ulteriori sanzioni contro l’Iran per il suo programma missilistico. È anche una risposta netta alla dichiarazione malaccorta del segretario di Stato Rex Tillerson, secondo cui la politica dell’amministrazione Trump verso l’Iran comprende il “cambio di regime”. Anche se ciò non è altro che un piano interventista, dimostra anche che l’accordo nucleare USA-Iran è già privo di valore e non dissuade gli Stati Uniti dal trascinare l’Iran in un conflitto militare. Ciò è evidente da come Rex Tillerson ha scelto di definire l’ultima vendita di armi tra Stati Uniti e Arabia Saudita ciò che consentirà a quest’ultima di affrontare “l’influenza malvagia iraniana”. Di conseguenza, l’escalation dei conflitti in Siria e d’intorni.
Per cominciare, la leadership iraniana sembra aver concluso che la stretta strategica esercitata negli ultimi 3-4 anni, da quando i negoziati sulla questione nucleare cominciarono, sia stata fraintesa dalla squadra di Trump. Khamenei aveva accusato in modo corrosivo la politica statunitense. Per Teheran, la squadra di Trump, priva d’esperienza nella diplomazia internazionale, potrebbe credere che la moderazione dell’Iran degli ultimi anni sia segno di debolezza o irresolutezza politica della leadership riformista del Presidente Hassan Rouhani. Certamente, Teheran si aspetta che la sua politica del pugno di ferro illustrata dall’attacco dia la sveglia all’amministrazione Trump. Ciò trova eco nelle parole dell’influente segretario del Consiglio degli Esperti dell’Iran Mohsen Rezayee, ex-comandante dell’IRGC: “Dopo quattro anni in carica, Tillerson arriverà a capire l’Iran“. Come si dice, l’azione parla più chiaro delle parole. La scelta dell’Iran di usare i missili e la precisione con cui hanno colpito l’obiettivo sono un chiaro avvertimento. Secondo tutti i resoconti, i missili hanno colpito l’obiettivo con precisione devastante. In parole povere, l’Iran ha fatto capire agli Stati Uniti che le loro 45000 truppe dispiegate nelle basi in Iraq (5165), Quwayt (15000), Bahrayn (7000), Qatar (10000), EAU (5000) e Oman (200), sono estremamente vulnerabili ai suoi missili a raggio medio di ultima generazione Zulfiqar e ai missili da crociera Qasim. L’azione iraniana aveva il sostegno degli alleati. Mentre l’abbattimento dell’aviogetto siriano da parte degli Stati Uniti ha suscitato aspre critiche da Mosca, indicando l’intenzione di quest’ultima di appoggiare il regime siriano da attacchi molteplici; l’Iran ha ulteriormente rafforzato la crescente cooperazione con la Cina. Perciò, in un momento in cui Stati Uniti e Arabia Saudita intensificano gli sforzi per isolare l’Iran, la Cina raddoppia il sostegno all’alleato regionale. Cacciatorpediniere cinesi e iraniani effettuano manovre militari congiunte da est dello Stretto di Hormuz e nel Mare d’Oman, citate negli articoli dell’agenzia della repubblica islamica.
L’azione militare iraniana in Siria, pertanto, non avveniva nel vuoto regionale, cosa che l’amministrazione statunitense perde di vista complicando la guerra al terrorismo; una guerra che gli Stati Uniti pretendono di combattere, ma che non combattono per aiutare (leggasi: complicità statunitense con il terrorismo) le forze che effettivamente combattono la guerra contro SIIL e altri gruppi “taqfiri”. L’attacco iraniano, a questo proposito, confuta nettamente le affermazioni occidentali/saudite che l’Iran promuova il terrorismo nella regione. Al contrario, dice molto sulla decisione dell’Iran di combattere il terrorismo con tutti i mezzi, mezzi certamente migliorati grazie alla diretta presenza sul terreno per lanciare gli attacchi missilistici.Salman Rafi Sheikh, analista delle relazioni internazionali e degli affari nazionali ed esteri del Pakistan, in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora