Cosa significano gli attacchi di Donald Trump al Pakistan?

Vladimir Terehov, New Eastern Outlook 15.01.2018Pubblicato il 1° gennaio 2018, il tweet di Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, sull’errore di fornire al Pakistan aiuti finanziari (oltre 33 miliardi di dollari negli ultimi 15 anni), premiato con “nient’altro che menzogne e inganni“, è un importante notizia nella politica mondiale del nuovo anno appena arrivato. Parlando il giorno dopo ai giornalisti, la rappresentante permanente degli Stati Uniti presso l’ONU, Nikki Haley, chiariva che il presidente considerava la possibilità di porre fine all’assistenza finanziaria al Pakistan, che fornisce “rifugio sicuro ai terroristi” cacciati dagli statunitensi in Afghanistan. Per spiegazioni sul significato della dichiarazione di Donald Trump, l’ambasciatore statunitense ad Islamabad fu convocato al ministero degli Esteri del Pakistan. Il capo del dipartimento della politica estera del Pakistan, Khawaja Asif, affermava che Washington cerca d’incolpare il suo Paese per il fallimento della propria politica in Afghanistan. Sottolineando la partecipazione attiva del Pakistan alla lotta al terrorismo, ricordava che durante la guerra in Afghanistan, gli statunitensi effettuarono oltre 5700 attacchi dalle basi situate nel territorio pakistano. In generale, Donald Trump e Nikki Haley non hanno detto nulla di nuovo o di utile. Ricordiamo che, grosso modo, lo stesso fu detto sempre da Donald Trump il 21 agosto 2017, quando (dopo un silenzio prolungato) affrontò per la prima volta in maniera eccezionalmente puntuale e dolorosa le prospettive dei militari USA nell’avventura di 16 anni in Afghanistan. S’ipotizza che l’attuale accusa al Pakistan sia semplicemente la realizzazione delle minacce esplicite di Nikki Haley ai Paesi che il 18 e il 21 dicembre 2017 (rispettivamente, nel Consiglio di sicurezza e all’Assemblea generale delle Nazioni Unite), votarono per la risoluzione che nega il riconoscimento di Gerusalemme a capitale d’Israele. Sembra, tuttavia, che la vera ragione del malcontento USA nei confronti del Pakistan sia molto più seria. È probabile che sia la risposta a un evento estremamente significativo, avvenuto il 26 dicembre a Pechino, dove si svolse il “Primo Dialogo dei Ministri degli Esteri di RPC, Pakistan e Afghanistan”. Nel comunicato stampa congiunto dell’occasione, alcuni punti sono di rilievo:
– i rappresentanti del Pakistan e dell’Afghanistan si congratulano con i cinesi “per la positiva conclusione del XIX Congresso del PCC e sostengono pienamente la proposta del Presidente Xi Jinping” di visione del futuro di tutta l’umanità;
– si esprime disponibilità ad approfondire la cooperazione trilaterale, anche nel quadro del progetto “Nuova Via della Seta”, nella lotta al terrorismo e nella sicurezza;
– si afferma che il processo di pace in Afghanistan, “sostenuto a livello regionale e internazionale“, va condotto con la partecipazione di tutte le parti, inclusi i taliban, ma va “guidato” dall’Afghanistan stesso;
– il secondo incontro nella stessa composizione si terrà a Kabul “nel 2018”.
Il documento non contiene accenni al ruolo apparentemente negativo del Pakistan nel conflitto afghano. Non menziona la presenza militare da 16 anni in Afghanistan della principale potenza mondiale che vi ha sepolto enormi risorse finanziarie e sostenuto alti costi politici. Pertanto, la leadership statunitense ha tutte le ragioni d’essere sconvolta. Tanto più che Washington prevedeva di tenere entro la fine dello scorso anno una sua riunione tripartita sul problema afghano, nel formato “USA-Afghanistan-India”. Tuttavia, qualcosa è andato storto e il principale oppositore geopolitico degli Stati Uniti ha chiaramente rubato l’iniziativa del processo di risoluzione pacifica del conflitto afghano. A giudicare dai contenuti del documento citato, gli autori assegnano ad India e Stati Uniti un ruolo abbastanza indiretto, parlando della necessità di mantenere il processo a “livelli regionale e internazionale“. I partecipanti all’incontro di Pechino fu designato principale iniziatore e “leader” (ancora una volta poniamo l’accento su questo punto eccezionalmente importante) “l’Afghanistan stesso“. Va notata, tuttavia, l’osservazione del 27 dicembre a una conferenza stampa del Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, secondo cui l’istituzione del “dialogo cino-pakistano-afghano” non è inteso a sostituire altre piattaforme internazionali dedite a questo problema. Aggiungiamo che ciò è semplicemente impossibile. Stati Uniti ed India non sono Stati che accetterebbero il ruolo ausiliario di certe forze “regionali e internazionali” nel processo di risoluzione del conflitto afghano. Va anche ricordato che il Pakistan vede in modo esplicito l’Afghanistan come retrovia strategica (“cortile”) nel confronto con l’India. Cosa con cui quest’ultima non sarà mai d’accordo, va aggiunto.
La posizione delle forze filoindiane è piuttosto forte nell’élite afgana, mentre le relazioni pakistano-afghane affrontano gravi problemi (incluse la ragione di cui sopra), accumulatisi negli anni. Tali problemi difficilmente possono essere risolti con un solo evento a livello ministeriale. Nel frattempo, Washington, che negli ultimi anni ha espresso chiara preferenza a sviluppare relazioni con l’India (il tweet di D. Trump è stato definito dal giornale Indian Expresssweet music“), non vuole rompere completamente i legami col Pakistan e non ha intenzione di cederlo ‘senza combattere’ alla piena influenza della RPC. Ciò in particolare è evidenziato dalla visita a Islamabad del segretario alla Difesa USA James Mattis tre giorni dopo lo scandaloso tweet di Donald Trump. Tuttavia, l’osservazione del vicedirettore della CNN Michael Kugelman su questa visita (“Congratulazioni, segretario Mattis. Sei diventato l’ultimo funzionario degli Stati Uniti a fare da vocalist a un disco irrimediabilmente rotto”), a quanto pare, riflette adeguatamente lo stato dei rapporti Stati Uniti-Pakistan. Sembra che il treno pakistano lasci gli Stati Uniti acquisendo notevole velocità e non sarà facile per Washington salire sull’ultimo vagone. Un articolo del quotidiano cinese Global Times intitolato opportunamente “Trump tweet draws China, Pakistan closer“, elenca le componenti principali della cooperazione Cina-Pakistan in rapido sviluppo. Tutto sommato, va affermata la cosa principale: i giochi sul controllo del territorio dell’Afghanistan, durati almeno due secoli con vari protagonisti, continueranno dopo il “Dialogo” di Pechino. Gli ultimi attacchi anti-Pakistan degli Stati Uniti, chiaramente provocati dal suddetto evento, ne sono una testimonianza.Vladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Perno della Cina verso i mercati mondiali, perno di Washington verso le guerre mondiali…

Prof. James Petras, Global Research 11 gennaio 2018
Quest’articolo del Professor James Petras, pubblicato per la prima volta nell’agosto 2016, mette in primo piano il conflitto tra Stati Uniti e Cina.La Cina e gli Stati Uniti si muovono in direzioni opposte: Pechino sta rapidamente diventando il centro degli investimenti esteri nelle industrie ad alta tecnologia, tra cui robotica, energia nucleare e macchinari avanzati con la collaborazione di centri di eccellenza tecnologica, come la Germania. Al contrario, Washington persegue un perno militare predatore nelle regioni meno produttive con la collaborazione degli alleati più barbari, come l’Arabia Saudita. La Cina avanza verso la superiorità economica globale prendendo a prestito e innovando i metodi di produzione più avanzati, mentre gli Stati Uniti degradano e sviliscono i passati immensi risultati produttivi per promuovere guerre di distruzione. La crescente importanza della Cina è il risultato di un processo cumulativo avanzato in modo sistematico, combinando crescita graduale della produttività e dell’innovazione con salti improvvisi nella tecnologia all’avanguardia.

Le fasi di crescita e successo della Cina
La Cina è passata da Paese fortemente dipendente dagli investimenti stranieri nelle industrie per le esportazioni, ad economia basata su investimenti congiunti pubblico-privati per le esportazioni ad alto valore. La crescita iniziale della Cina era basata su manodopera a basso costo, tasse basse e poche regolamentazioni sul capitale multinazionale. Il capitale straniero e i miliardari locali stimolarono la crescita, sulla base di alti tassi di profitto. Man mano che l’economia cresceva, l’economia cinese passava ad aumentare le competenze tecnologiche e richiedeva maggiore “contenuto locale” per i manufatti. All’inizio del nuovo millennio, la Cina sviluppava industrie di fascia alta, basate su brevetti e competenze ingegneristiche locali, canalizzando un’alta percentuale di investimenti in infrastrutture civili, trasporti ed istruzione. I massicci programmi di apprendistato hanno creato una forza lavoro qualificata che aumenta la capacità produttiva. Le massicce iscrizioni alle università di scienze, matematica, informatica ed ingegneria hanno fornito un grande afflusso di innovatori di fascia alta, molti dei quali avevano acquisito esperienza nella tecnologia avanzata dai concorrenti esteri. La strategia della Cina si è basata su prestito, apprendimento, aggiornamento e competizione con le economie più avanzate d’Europa e Stati Uniti. Alla fine dell’ultimo decennio del XX secolo, la Cina poteva lanciarsi oltremare. Il processo di accumulazione le forniva le risorse finanziarie per acquisire imprese dinamiche all’estero. La Cina non era più confinata agli investimenti nei minerali e nell’agricoltura nei Paesi del Terzo Mondo. La Cina cerca di conquistare settori tecnologici di fascia alta nelle economie avanzate. Nel secondo decennio del 21° secolo, gli investitori cinesi passavano in Germania, il gigante industriale più avanzato d’Europa. Nei primi 6 mesi del 2016 gli investitori cinesi acquisirono 37 società tedesche, rispetto alle 39 nel 2015. Gli investimenti totali della Cina in Germania per il 2016 potrebbero raddoppiare ad oltre 22 miliardi di dollari. Nel 2016, la Cina acquistò la KOKA, la più innovativa società di ingegneria della Germania. La strategia della Cina è avere la superiorità nella futura industria digitale. La Cina passa rapidamente all’automatizzare delle industrie, con piani per raddoppiare la densità dei robot rispetto agli Stati Uniti entro il 2020. Scienziati cinesi e austriaci hanno lanciato con successo il primo sistema di comunicazione satellitare via quantum, che secondo quanto riferito è “a prova di hackeraggio”, garantendo la sicurezza delle comunicazioni della Cina. Mentre gli investimenti globali della Cina continuano a dominare i mercati mondiali, Stati Uniti, Regno Unito ed Australia hanno cercato d’imporre barriere agli investimenti. Affidandosi a false “minacce alla sicurezza”, la prima ministra inglese Theresa May bloccava una centrale nucleare dall’investimento miliardario cinese (Hinckley Point C). Il pretesto era la pretesa spuria che la Cina avrebbe usato la sua quota per “ricattare sull’energia, minacciando di spegnere la luce in caso di crisi internazionali”. Il Comitato per gli investimenti esteri statunitense bloccava diversi investimenti cinesi in settori ad alta tecnologia. Nell’agosto 2016, l’Australia bloccò l’acquisto per 8 miliardi di dollari della partecipazione di controllo nella maggiore rete elettrica australiana per dei pretesti sulla “sicurezza nazionale”. Gli imperi anglo-statunitense e tedesco sono sulla difensiva. Non sempre possono competere economicamente con la Cina, anche nel difendere le proprie industrie innovative. In gran parte questo è il risultato delle loro politiche fallimentari. L’élite economica occidentale sempre più si affida alla speculazione a breve termine nelle finanza, immobiliare e assicurazioni, trascurando la base industriale. Guidata dagli Stati Uniti, la suo dipendenza dalle conquiste militari (costruzione militaristica dell’impero) assorbe le risorse pubbliche, mentre la Cina ha diretto le proprie risorse verso tecnologie innovative ed avanzate.
Per contrastare il progresso economico della Cina, il regime di Obama attuava una politica di costruzione di mura economiche in patria, restrizioni commerciali all’estero e scontro militare nel Mar Meridionale della Cina, rotta commerciale strategica della Cina. I funzionari degli Stati Uniti aumentavano le restrizioni sugli investimenti cinesi nelle imprese statunitensi ad alta tecnologia, tra cui un investimento da 3,8 miliardi di dollari per Western Digital e Philips, che tentavano di vendere le proprie attività nell’illuminazione. Gli Stati Uniti hanno bloccato “l’acquisizione da parte di Chen China, con 44 miliardi di dollari, del gruppo chimico svizzero “Syngenta”. I funzionari degli Stati Uniti fanno tutto il possibile per fermare gli accordi innovativi da miliardi di dollari che vedono la Cina partner strategico. Accompagnando il muro interno, gli Stati Uniti mobilitano il blocco oltreoceano della Cina attraverso la Trans-Pacific-Partnership, che propone di escludere Pechino dalla partecipazione alla “zona di libero scambio” con una dozzina di membri di Nord America, America Latina e Asia. Tuttavia, non una sola nazione membro del TPP ha ridotto il commercio con la Cina. Al contrario, aumentano i legami con la Cina, un commento eloquente sull’abilità di Obama nel ‘fare perno’. Mentre il “muro economico interno” ha avuto alcuni impatti negativi su particolari investitori cinesi, Washington non è riuscita ad intaccare le esportazioni cinesi verso i mercati statunitensi. L’incapacità di Washington di bloccare il commercio cinese è stato ancora più dannosa allo sforzo di Washington di circondare la Cina in Asia e America Latina, Oceania e Asia. Australia, Nuova Zelanda, Perù, Cile, Taiwan, Cambogia e Corea del Sud dipendono molto più dai mercati cinesi che dagli Stati Uniti per sopravvivere e crescere. Mentre la Germania, di fronte alla crescita dinamica della Cina, ha scelto di “collaborare” e condividere investimenti produttivi su vasta scala, Washington ha scelto di formare alleanze militari per affrontarla. La belluina alleanza militare degli Stati Uniti con il Giappone non ha intimidito la Cina. Piuttosto ha declassato le loro economie interne ed influenza economica in Asia. Inoltre, il “perno militare” di Washington ha approfondito e ampliato i legami strategici della Cina con le fonti energetiche e la tecnologia militare della Russia. Mentre gli Stati Uniti spendono centinaia di miliardi in alleanze militari coi regimi clientelari baltici arretrati e gli Stati parassitari mediorientali (Arabia Saudita, Israele), la Cina accumula competenze strategiche dai legami economici con la Germania, risorse dalla Russia e quote di mercato tra i “partner” di Washington in Asia e America Latina. Non c’è dubbio che la Cina, seguendo la via tecnologica e produttiva della Germania, vincerà sull’isolazionismo economico e la strategia militarista globale statunitensi. Se gli Stati Uniti non sono riusciti a imparare dalla strategia economica riuscita della Cina, lo stesso fallimento può spiegare la fine dei regimi progressisti in America Latina.Il successo della Cina e il ritiro latino-americano
Dopo oltre un decennio di crescita e stabilità, i regimi progressisti dell’America Latina si sono ritirati. Perché la Cina ha continuato a seguire la via della stabilità e della crescita mentre i partner latinoamericani si sono ritirati e hanno subito sconfitte? Brasile, Argentina, Venezuela, Uruguay, Paraguay, Bolivia ed Ecuador, per oltre un decennio hanno avuto una storia di successo del centrosinistra dell’America Latina. Le loro economie aumentavano, la spesa sociale aumentava, la povertà e la disoccupazione si riducevano e il reddito dei lavoratori cresceva. Successivamente, le loro economie andarono in crisi, il malcontento sociale crebbe e caddero i regimi di centro-sinistra.
A differenza della Cina, i regimi di centro-sinistra latino-americani non diversificarono le loro economie: rimasero fortemente dipendenti dal boom delle materie prime per la crescita e la stabilità. Le élite latinoamericane presero in prestito e dipendevano dagli investimenti e dal capitale finanziario esteri, mentre la Cina si è impegnata in investimenti pubblici nell’industria, nelle infrastrutture, nella tecnologia e nell’istruzione. I progressisti latino-americani si unirono al capitalismo straniero e agli speculatori locali nella speculazione e nei consumi immobiliari non produttivi, mentre la Cina investiva in industrie innovative in patria e all’estero. Mentre la Cina consolidava il dominio politico, i progressisti latinoamericani “alleati” con gli avversari strategici nazionali e stranieri delle multinazionali, per “condividere il potere”, che di fatto erano pronti ad estromettere i loro alleati “di sinistra”. Quando l’economia basata sulle materie prime crollò, così fecero i legami politici con i soci d’élite. Al contrario, le industrie cinesi beneficiarono dei bassi prezzi globali delle materie prime, mentre la sinistra dell’America Latina ne soffriva. Di fronte all’ampia corruzione, la Cina lanciò una grande campagna epurando oltre 200000 funzionari. In America Latina, la sinistra ignorò i funzionari corrotti, permettendo all’opposizione di sfruttare gli scandali per cacciare i funzionari di centro-sinistra. Mentre l’America Latina importava macchine e componenti dall’occidente; la Cina acquistava le società occidentali per produrre macchine e tecnologia, che quindi adottò per i miglioramenti tecnologici cinesi. La Cina superò con successo la crisi, sconfisse gli avversari e procedette ad espandere il consumo locale e a stabilizzare il governo.
Il centro-sinistra latino-americano subiva sconfitte politiche in Brasile, Argentina e Paraguay, perse le elezioni in Venezuela e Bolivia e si ritirava in Uruguay.

Conclusione
Il modello economico politico cinese ha superato l’occidente imperialista e l’America latina di sinistra. Mentre gli Stati Uniti hanno speso miliardi in Medio Oriente nelle guerre per conto d’Israele, la Cina ha investito somme simili in Germania per tecnologie avanzate, robotica e innovazioni digitali. Mentre il “perno dell’Asia” del presidente Obama e della segretaria di Stato Hillary Clinton fu in gran parte una dispendiosa strategia militare per accerchiare e intimidire la Cina, il “perno dei mercati” di Pechino ne ha migliorato la competitività economica. Di conseguenza, nell’ultimo decennio, il tasso di crescita della Cina è tre volte superiore quello degli Stati Uniti; e nel prossimo decennio la Cina raddoppierà gli Stati Uniti nel “robotizzare” l’economia produttiva. Il perno verso l’Asia degli USA, con la loro forte dipendenza dalle minacce militari e dalle intimidazioni, è costato miliardi di dollari in mercati e investimenti perduti. Il “perno della Cina verso la tecnologia avanzata” dimostra che il futuro sta in Asia e non in occidente. L’esperienza della Cina offre lezioni ai futuri governi di sinistra latinoamericani. Innanzitutto, la Cina sottolinea la necessità di una crescita economica equilibrata, al di là dei benefici a breve termine derivanti dal boom delle materie prime e dalle strategie consumistiche. In secondo luogo, la Cina dimostra l’importanza dell’istruzione tecnica professionale e dei lavoratori per l’innovazione tecnologica, al di là della scuola del business e dell’educazione “speculativa” non produttiva, così pesantemente enfatizzate negli Stati Uniti. In terzo luogo, la Cina bilancia la spesa sociale con investimenti nelle attività produttive principali; competitività e servizi sociali sono combinati. Crescita e stabilità sociale della Cina, l’impegno per l’apprendimento e a superare le economie avanzate hanno importanti limiti, specialmente nelle aree dell’uguaglianza sociale e del potere popolare. Qui la Cina può imparare dall’esperienza della sinistra dell’America Latina. I progressi sociali del Presidente venezuelano Chavez sono degni di studio ed emulazione; i movimenti popolari in Bolivia, Ecuador e Argentina, che hanno espulso i neo-liberali dal potere, potrebbero intensificare gli sforzi in Cina per superare il nesso business-saccheggio e fuga di capitali. La Cina, nonostante i limiti socio-politici ed economici, ha resistito alle pressioni militari statunitensi e le ha persino ‘rovesciate’ avanzando in occidente.
In ultima analisi, il modello di crescita e stabilità della Cina offre certamente un approccio di gran lunga superiore alla recente debacle della sinistra latinoamericana e al caos politico derivante dalla ricerca di Washington della supremazia militare globale.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il Pakistan si allontana dagli Stati Uniti, l’affare è molto più serio di quanto si pensa

Darius Shahtahmasebi, The Antimedia 8 gennaio 2018

Khawaja Muhammad Asif

La decisione di Donald Trump di celebrare il nuovo anno demonizzando contemporaneamente Iran e Pakistan su twitter gli si è già ritorta contro in modo tremendo. Dopo le minacce che gli Stati Uniti avrebbero rifiutato gli aiuti al Pakistan, confermavano che avrebbero trattenuto 255 milioni in aiuti (diventati 900 milioni) e che stando a quanto riferito minacciano di non concederne altri 2 miliardi. “Speriamo che il Pakistan la veda come incentivo, e non punizione“, diceva ai giornalisti un funzionario del dipartimento di Stato. Secondo il Wall Street Journal, questa ostilità nei confronti del Pakistan non è andata bene. Il Ministro degli Esteri pakistano Khawaja Muhammad Asif dichiarava in un’intervista che gli Stati Uniti non si comportano da alleati e, di conseguenza, il Pakistan non li considera più tali. Se non altro, il comportamento di Washington ha solo spinto il Pakistan tra le braccia dei tradizionali rivali, Cina e Iran. La Cina da tempo fornisce aiuto finanziario ed economico al Pakistan con progetti per espandere la partnership economica in futuro. La Cina si è già impegnata ad investire 57 miliardi di dollari nelle infrastrutture pakistane nell’ambito dell’iniziativa “Belt and Road“. Proprio il mese scorso, il Pakistan annunciava di prendere in considerazione una proposta per sostituire il dollaro USA con lo yuan cinese per gli scambi bilaterali tra Pakistan e Cina. A seguito dei recenti attacchi del governo Trump al Pakistan, questi confermava che l’abbandono del dollaro non era una minaccia arbitraria e immediatamente sostituiva il dollaro con lo yuan cinese. “Gli investimenti cinesi in Pakistan dovrebbero raggiungere oltre i 46 miliardi entro il 2030 con la creazione di un corridoio economico cinese-pakistano che collega il porto di Gwadar nel Baluchistan sul Mar Arabico con Kashgar, nella Cina occidentale“, affermava Harrison Akins, ricercatore all’Howard Baker Center che si occupa di Pakistan e Cina. A metà dell’anno scorso, fu riferito che la Cina valutava la possibilità di stabilire proprie basi navali in Pakistan. Questi rapporti riaffiorarono la settimana scorsa, anche se il Pakistan negava con veemenza che tale base navale sarà costruita (anche se gli ufficiali cinesi hanno illustrato il piano per costruire una base navale nel porto di Gwadar). Che i rapporti siano veri o no, ciò che è evidente è che il Pakistan cercherà di cooperare con la Cina economicamente e militarmente, rinunciando ad affidarsi a Washington. “La storia dei rapporti del Pakistan con la Cina e gli Stati Uniti mostra anche che la politica del Pakistan non risponde alle maniere forti, ma a lealtà e trattamento dignitoso“, dichiarava Madiha Afzal, della Brookings, secondo CNBC. Inoltre, secondo Times of Islamabad, i ministri della Difesa iraniano e pakistano ebbero dei colloqui sul ruolo di Washington nella regione e indicavano una crescente strategia per la cooperazione nella difesa tra Teheran e Islamabad. Anche prima della decisione di Donald Trump di tentare unilateralmente d’isolare i due Paesi, le relazioni in espansione erano già a buon punto, molto probabilmente la ragione vera per cui l’amministrazione Trump ha preso di mira a entrambi.
Con grande disappunto di Washington, questo è solo l’inizio della fine del ruolo degli USA come superpotenza globale incontrastata. Asia Times riporta che Iran, Cina e Pakistan sono pronti a lanciare una “trilaterale” che sostenga lo sviluppo economico di ben 3 miliardi di persone. Il maggiore ostacolo a tale nesso economicamente vitale sarebbe in realtà la crescente potenza economica dell’India, non degli Stati Uniti, che sembrano poter fare ben poco se non schernire, minacciare e fare i prepotenti verso sempre più Stati riottosi. Senza esitazione, anche la Turchia, altro Paese che stringe legami con Russia, Cina e Iran, si unisce ad Iran e Pakistan. La Turchia è un alleato della NATO. “Non possiamo accettare che certi Paesi, soprattutto Stati Uniti ed Israele, interferiscano negli affari interni dell’Iran e del Pakistan“, aveva detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ai giornalisti prima di un viaggio per la Francia. Inoltre Turchia e Iran sono venuti in aiuto del Qatar l’anno scorso, complicando ulteriormente la ristrutturazione delle tradizionali alleanze di Washington. In questa fase, Turchia e Iran potrebbero aderire all’alleanza militare cinese e russa, nota come blocco di Shanghai, con l’Iran che ha recentemente rafforzato i legami militari con la Cina. Dato che la Cina ha interessi economici e militari che vanno protetti in Pakistan, l’alleanza orientale si amplia di giorno in giorno a danno di Washington. Non c’è da meravigliarsi se l’Unione europea praticamente costruisca un proprio esercito, dato che i Paesi che si sentono sicuri affidandosi alla cosiddetta leadership globale degli Stati Uniti di Donald Trump sono di giorno in giorno sempre di meno. E viste le gravi implicazioni del passaggio del Pakistan nella sfera d’influenza della Cina, è curioso che questa storia non faccia notizia.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Perché Trump aggredisce il Pakistan

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 6 gennaio 2018I media indiani hanno ignorato l’annuncio cruciale della banca centrale del Pakistan del 2 gennaio che notificava l’adozione di “misure politiche generali per garantire che importazioni, esportazioni e transazioni finanziarie siano denominate in CNY (yuan cinese)“. Probabilmente si sono impantanati col video di Kulbhushan Jadhav e le invettive del presidente Trump al Pakistan o semplicemente non comprendono le profonde implicazioni dell’annuncio d’Islamabad per la politica regionale e globale. Questo va spiegato. In primo luogo, ecco i dettagli della notifica della Banca centrale pakistana del 2 gennaio intitolata “Uso dello yuan cinese per denominare transazioni in valuta estera in Pakistan“. I seguenti estratti della notifica sono rilevanti: “Sia le imprese del settore pubblico che quelle private (vale a dire pakistane e cinesi) sono libere di scegliere il CNY per le attività commerciali e d’investimento bilaterali… SBP (banca centrale) ha già messo in atto il quadro normativo richiesto, che facilita l’uso del CNY negli scambi ed investimenti come l’apertura di L/C e strutture di finanziamento disponibili in CNY… SBP adottava una serie di misure per promuovere l’uso del CNY in Pakistan negli scambi bilaterali e negli investimenti con la Cina. SBP ha consentito alle banche di accettare depositi in CNY e concedere prestiti in CNY… SBP ha attuato il meccanismo di prestito per le banche per ottenere finanziamenti in CNY da SBP per i prestiti in entrata ad importatori ed esportatori per le operazioni commerciali denominate in CNY… La Banca industriale e commerciale di Cina del Pakistan ha il permesso di stabilire in Pakistan un centro per pagamenti e cambi in CNY… Con l’apertura di Bank of China in Pakistan, l’accesso ai mercati cinesi si rafforzerà ulteriormente. Oltre a ciò, diverse banche in Pakistan mantengono conti CNY nazionali. Considerando i recenti sviluppi economici locali e globali, in particolare le crescenti dimensioni di scambi ed investimenti con la Cina nell’ambito del CPEC, SBP prevede che gli scambi denominati in CNY con la Cina aumenteranno significativamente, progredendo; e produrranno benefici a lungo termine per entrambi i Paesi“.
La grande domanda è fino a che punto cinesi e pakistani arriveranno per sbarazzarsi del dollaro, insieme all’annuncio del 26 dicembre di Pechino di estendere il CPEC ad Afghanistan e Asia centrale, spiegando l’ira a capodanno di Trump su tweetter e gli incipienti segnali di una politica aggressiva della sua amministrazione verso il Pakistan (come confermato da un’intervista esclusiva del consigliere HR McMaster a Voice of America il 3 gennaio). A mio parere, spiega molto, tanto se non più delle cosiddette operazioni antiterrorismo in Afghanistan. È utile ricordare che Trump è essenzialmente un affarista. Riconosce perfettamente le tempeste all’orizzonte che minacciano lo status del dollaro come valuta mondiale. Ciò che sembrava “una piccola nuvola, delle dimensioni della mano… che usciva dal mare”, come diceva Elia nell’Antico Testamento, non può essere più preso alla leggera. E la minaccia proviene principalmente da Paesi come Cina, Russia e Iran, “potenze revisioniste”. In altre parole, la conservazione dello status di valuta di riserva globale del dollaro è vitale per l’economia statunitense, altrimenti ci sarà un’esplosione di ulteriori debiti, comportando la lotta per la vita della superpotenza. Senza dubbio, la chiave qui è la Cina. I politici di Pechino sanno cos’è in gioco? Ci potete scommettere. E pianificano di conseguenza, non c’è una diplomazia delle cannoniere, ma degli strumenti finanziari. Non pensiate che la decisione di estendere il CPEC sia impetuosa e vanagloriosa. L’intera Asia centrale potrebbe abbandonare l’uso del dollaro nelle transazioni. Convincetevi della serierà di questa sfida leggendo un discorso sbalorditivo, qui, del principale stratega dell’ELP, il Maggior-Generale Qiao Liang, in un forum del Comitato Centrale e del governo del Partito Comunista cinese di due anni fa.
Sinceramente, Washington è molto sensibile all'”ascesa armoniosa” dello yuan cinese. La Cina domina il commercio mondiale e potrà tornare al vecchio sistema che legava petrolio e materie prime all’oro (come prima del 1971 quando gli Stati Uniti imposero il dollaro in sostituzione dell’oro). La Cina abbandona la timidezza nel promuovere lo Yuan come mezzo di regolamento preferito, come evidenziato dalla nota pakistana. È interessante notare che solo la scorsa settimana il governatore della Banca Centrale cinese incontrava il ministro delle Finanze saudita, tra l’altro discutendo della data entro cui l’Arabia Saudita lascerà il dollaro e passerà allo yuan nel pagamento delle vendite di petrolio alla Cina. (Nessuna sorpresa, leggasi l’articolo della CNBC intitolato La Cina costringerà l’Arabia Saudita a scambiare petrolio con yuan, e questo influenzerà il dollaro). Il conto alla rovescia è iniziato. Se il dollaro comincia a perdere terreno da indispensabile per il commercio globale, si avrà la distruzione del potere d’acquisto degli Stati Uniti e il conseguente aumento dell’inflazione monetaria sottostante l’economia USA da decenni (finora soppressa) rendendo il disavanzo di bilancio ingestibile e la spesa militare insostenibile, lasciando sola l’America First di Trump. Il Pakistan è un grande Paese, e potenzialmente una grande economia, specialmente perché il CPEC l’assetta. Per gli Stati Uniti è un pessimo segnale che il Pakistan si diriga verso l’uscita dal dollaro come valuta fiat per le transazioni. Trump ne è davvero infastidito. (Leggasi un dispaccio di CNBC sull’argomento: La Cina ha la grande ambizione di detronizzare il dollaro e potrebbe compiere un grande passo quest’anno (24 ottobre 2017)).Traduzione di Alessandro Lattanzio

Trump avvicina Cina e Pakistan

Riemergono lo yuan nel commercio bilaterale, colloqui sulla base militare
Yang Sheng e Wang Cong, Global Times, 4/1/2018

Un attacco via twitter del presidente degli Stati Uniti Donald Trump contro il Pakistan a Capodanno contribuisce a rafforzare i già stretti legami tra Pakistan e Cina; pochi giorni dopo la filippica, venivano segnalati due importanti progressi nei finanziamento e cooperazione militare tra questi due Paesi. Il tweet di Trump, che accusava il Pakistan di dare rifugio ai terroristi, suscitava una reazione severa a Islamabad e tenace difesa del Pakistan a Pechino, dinamica che per gli esperti sottolinea l’ulteriore rafforzamento delle loro relazioni mentre gli Stati Uniti, nella loro ampia strategia geopolitica, mirano a legami più stretti con l’India minacciando il Pakistan. Il giorno dopo l’attacco via twitter di Trump, la State Bank of Pakistan annunciava misure per garantire l’uso dello yuan nelle transazioni commerciali e finanziarie bilaterali e che i settori pubblico e privato sono liberi di scegliere la valuta cinese per scambi bilaterali ed attività d’investimento. Sebbene il contenuto della dichiarazione non sia un drastico cambio politico, dato che lo yuan è già accettato da molte società pakistane, i tempi rendono la mossa significativa, Dong Dengxin, direttore dell’Istituto Finanza e Sicurezza dell’Università di Scienza e Tecnologia di Wuhan, affermava a Global Times. “Si tratta più di una dichiarazione politica in risposta alle pressioni degli Stati Uniti, dicendo agli Stati Uniti che il Pakistan ha un ottimo rapporto con la Cina e che sarà ancora più vicino alla Cina“, concludeva Dong. La dichiarazione riceveva anche una risposta positiva dal Ministero degli Esteri cinese, “Incoraggiamo le entità di mercato di entrambi i Paesi a utilizzare le nostre valute per compensare scambi ed investimenti bilaterali, accogliamo con favore le misure da parte pakistana“, affermava il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Geng Shuang alla conferenza stampa.

Seconda base militare all’estero
La cooperazione militare tra Cina e Pakistan potrebbe anche migliorare in risposta all’avvicinamento strategico degli Stati Uniti all’India, in cattivi rapporti con Pakistan e Cina. Il quotidiano statunitense Washington Times riferiva che la Cina è in trattativa col Pakistan per costruire la sua seconda base militare all’estero, nell’ambito dell’incremento delle capacità marittime lungo le rotte strategiche. La struttura potrebbe essere costruita a Jiwani, porto vicino al confine iraniano sul Golfo di Oman, e a breve distanza dalla struttura portuale commerciale di Gwadar, costruita dalla Cina, secondo il Washington Times che citava due persone familiari alla questione. “Pechino e Islamabad hanno la possibilità di costruire una struttura navale e aerea congiunta in Pakistan, ma in questo momento non è necessaria“, in quanto è un piano di riserva per la strategia indo-pacifica di Stati Uniti ed alleati, dichiarava al Global Times Lin Minwang, professore del Centro Studi dell’Asia del Sud dell’Università di Fudan. Lin crede che se gli Stati Uniti e i loro alleati portio la strategia indo-pacifica all’estremo, la Cina sicuramente realizzerà un piano col Pakistan per garantire la sicurezza delle rotte marittime. La prima base militare all’estero della Cina è a Gibuti.

Cina, Pakistan ed Afghanistan concordano sull’estensione del corridoio economico
Xinhua News Agency 27/12/ 2017 – Yidaiyilu

I Ministri degli Esteri di Cina, Pakistan e Afghanistan concordavano nel discutere le modalità per estendere il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC) all’Afghanistan. “A lungo termine, attraverso l’Afghanistan, collegheremo gradualmente il CPEC col corridoio economico Cina-Asia centrale ed occidentale“, affermava il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ai giornalisti dopo l’incontro dei Ministri degli Esteri di Cina, Afghanistan e Pakistan a Pechino. Come importante vicino di Cina e Pakistan, l’Afghanistan ha bisogno urgente di sviluppare l’economia e migliorare il tenore di vita del popolo, ed è disposto ad integrarsi nel processo d’interconnessione regionale, affermava Wang. “Sui progetti di cooperazione specifici e le modalità di cooperazione, decideremo attraverso consultazioni tripartite su un piano di parità“, affermava. Migliorare i mezzi di sussistenza nelle aree di confine potrebbe essere un punto d’ingresso per l’estensione, secondo Wang, che sottolineava che le tre parti hanno deciso di promuovere una più ampia connettività nell’ambito dell’iniziativa Fascia e Via. Il CPEC è una rete di autostrade, ferrovie, oleodotti e cavi ottici e progetto di punta nell’ambito dell’iniziativa Fascia e Via, attualmente in costruzione in Pakistan. Il corridoio di 3000 km inizia da Kashgar in Cina e termina presso Gwadar in Pakistan, collegando la cintura economica della Via della Seta a nord e la Via della Seta marittima del XXI secolo a sud. Wang affermava che il CPEC non mira contro terzi, ma spera di portare benefici a tutta la regione e a divenire un’importante forza trainante per l’integrazione regionale. “Il CPEC è un progetto di cooperazione economica e non va politicizzato“, affermava sottolineando che non ha alcun rapporto con le dispute regionali, anche territoriali, né dovrebbe esservi correlato. Nel primo incontro del genere da quando i tre Paesi hanno deciso d’istituire il meccanismo di dialogo trilaterale a giugno, la riunione dei ministri degli Esteri mira al dialogo tra Afghanistan e Pakistan e a rafforzare la cooperazione trilaterale in politica, economia e sicurezza.Traduzione di Alessandro Lattanzio