Uzbekistan, una voce dall’Eurasia

Peter Koenig, Global Research 6 dicembre 2017L’Uzbekistan è un Paese pacifico e amichevole, volti sorridenti, molti dei quali lottano per guadagnarsi da vivere, ma continuano a sorridere. L’Uzbekistan è una nazione senza sbocco sul mare, circondata da altri Paesi senza sbocco sul mare, Afghanistan, Tagikistan, Kirghizistan, Kazakistan e Turkmenistan. I Paesi senza sbocco sul mare non hanno accesso al mare, ed economicamente hanno più difficoltà di quelli con accesso al mare. Le esportazioni sono più complicate e più costose. Dal crollo dell’Unione Sovietica, gli uzbechi cercano di orientarsi nel definire e finanziarsi i servizi sociali, salute, istruzione, acqua e servizi igienici, nonché un’infrastruttura in rapido declino. Ma fanno ciò che possono esportando manodopera in Russia ed Europa occidentale (ricevendone le rimesse); i giovani lasciano le famiglie mandando soldi a casa, e tornano per le vacanze una o due volte, poi molti mettono su famiglia nei Paesi di accoglienza e lasciano mogli e figli. Un classico dei gastarbeiter o lavoratori ospiti in tutto il mondo. Ma ultimamente l’Uzbekistan, come altri Paesi dell’Asia centrale, vive un mini-boom grazie alle sanzioni imposte alla Russia da Washington e vassalli europei. Le esportazioni di ortaggi, frutta, beni agricoli ed industriali in Russia sono alle stelle. Putin ha già detto due anni fa che le sanzioni erano la cosa migliore mai accaduta in Russia dal crollo dell’Unione Sovietica. Hanno costretto la Russia a sviluppare nuovamente l’agricoltura e a riesumare il defunto apparato industriale con scienze e tecnologia all’avanguardia, pari o superiore a quelle occidentali. Ha certamente avuto successo e, per associazione, le sanzioni hanno avvantaggiato gli uzbeki e gli altri centro-asiatici migliorandone il tenore di vita fornendo beni e servizi alla Russia, mentre la capacità della Russia evolvono. Insieme ai partner eurasiatici gradualmente raggiunge la piena autosufficienza, l’indipendenza dalle “sanzioni” ricattatorie delle economie occidentali. C’è anche la Shanghai Cooperation Organization (SCO), di cui la maggior parte dell’Asia centrale, oltre a Russia e Cina, aderisce. La SCO è un enorme blocco commerciale, economico, difensivo e strategico che comprende metà della popolazione mondiale e un terzo del PIL mondiale. In breve, il giorno dello sganciamento totale dal sistema fraudolento dollaro-euro occidentale è all’orizzonte. Tutto ciò grazie ai comportamenti abietti, arroganti e disumani istigati dall’avidità occidentale. L’occidente si spara sui piedi. Presto non ne avrà per camminare. Quindi sparerà più in alto senza rendersi conto che i rimbalzi finiranno per ucciderlo. L’occidente si suicida per avidità. A chi va bene? Difficile dirlo. Per molti della classe media e bassa, in Europa e altrove, può significare difficoltà temporanee, fin quando il mondo si riprenderà da due secoli di guerre, conflitti e oppressione occidentale che hanno fatto decine di milioni di morti e creato indicibile miseria nel mondo. Ma ci riprenderemo, a meno che l’occidente sionista scateni la pazzia nucleare contro Iran, Corea democratica, Siria o perfino Russia e Cina, devastando tutto.
Questo messaggio proviene da Ferghana, capitale della provincia di Ferghana nell’Uzbekistan, che abbraccia una vasta, ampia valle pianeggiante che si estende tra Tagikistan e Kirghizistan, un punto di transito della vecchia Via della Seta. Oggi la valle di Ferghana è una fertile area agricola, patria di molti coltivatori ed esportatori di cotone in Russia e Cina e altri Paesi SCO. È il commercio al di fuori del dominio del dollaro. E naturalmente l’Uzbekistan come il resto dell’Eurasia fa parte del progetto Nova Via della Seta del Presidente Xi, l’One Belt Initiative od OBI, investimenti da 1 trilione di dollari per infrastrutture, industria, scienza e sviluppo tecnologico destinato ad abbracciare Europa, Asia e persino Africa. L’OBI diventerà un polo multiplo dello sviluppo economico al di fuori dell’attuale dominio del dollaro occidentale, ma le sue porte sono aperte a qualsiasi nazione osi unirvisi e staccarsi dalla morsa del potere militare e finanziario di Washington, un chiaro e presente pericolo per l’obiettivo di Washington del dominio totale. L’OBI è il futuro della crescita e sviluppo economico, della creazione di posti di lavoro, di scienza, istruzione, cultura. Pertanto, l’Oriente, dove indubbiamente risiede il futuro, va denigrato con ogni mezzo dalla stampa tradizionale occidentale; denigrazioni, menzogne e calunnie sono incluse nelle continue accuse di violazione dei diritti umani. L’OBI, approccio umano per far prosperare la vita in pace, è diventato il nuovo asse economico del male che l’occidente deve impedire con ogni mezzo. Mentre gli aggressori occidentali, Stati Uniti, la ridicolmente defunta NATO e i loro volenterosi vassalli in Europa e Medio Oriente esalano l’ultimo respiro cercando di trascinare il mondo nell’abisso della distruzione nucleare totale. La NATO persino prospetta ai nuovi clienti in Sud America il contratto di collaborazione con la Colombia che potrebbe propagarsi come un incendio in tutta l’America Latina, se i suoi leader non sono attenti. Questo è il processo del pensiero sionista-occidentale: Stati Uniti o nessuno; il loro profitto über alles.
L’Uzbekistan che fa parte del Nuovo Oriente, quindi, va infangato, ad esempio con le violazioni dei diritti umani. La pervicace propaganda occidentale è tale da sfuggire alla percezione della gente comune e divenire realtà. Un amico, sapendo della mia permanenza in Uzbekistan, mi ha recentemente scritto “come vanno i diritti umani in Uzbekistan?”, deducendo siano disastrosi. Non lo sono. La popolazione occidentale vive in una bolla in cui i suoi valori sono spacciati come verità: tutte le guerre e i conflitti avviati dall’occidente, la cosiddetta guerra al terrore basata sulla “falsa bandiera” dell’11 settembre, giustifica ogni abuso dei diritti umani, guerre, omicidi della CIA, uccisioni di droni, strangolamento finanziario degli “abietti”, torture, stupro e massacro di interi Paesi, come nell’Africa centrale, per le risorse naturali, le terre rare utilizzate dal complesso industriale-militare per continuare la spirale di guerre e conflitti per aver profitti sempre più alti con un’economia di morte e distruzione, ecco ciò che è divenuto l’occidente. Le “false notizie” presentano l’Uzbekistan come Paese che creerebbe terroristi, come la recente furia al centro di Manhattan, presumibilmente causata da un cittadino uzbeko. Eppure, quasi nessuno in occidente vede il contesto dell’aggressione occidentale, quando accusa di violazione dei diritti umani Russia, Cina, Iran, Siria, Venezuela, Cuba, Uzbekistan e la lista continua. Va oltre ogni comprensione quanto ci rendano ciechi i media occidentali, al punto che chi cerca la verità, come Russia Today (RT), Sputnik, TeleSur, viene evitato se non apertamente bandito da USA, loro marionette europee e certi nuovi Paesi neoliberali dell’America Latina.
Uzbekistan, Cina, Russia e tutto l’Oriente compiono grandi cose sui diritti umani, non c’è nemmeno un briciolo di paragone con l’occulto e omicida occidente.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

12 miti sulla Rivoluzione Bolscevica

Zakhar Prilepin su chi distrusse l’impero e chi salvò il Paese dal crollo
Zakhar Prilepin, Fort Russ, 11 novembre 2017Ragionando sulla rivoluzione i suoi avversari seguono lo stesso percorso, riproducendo con diligenza gli stessi argomenti errati, a nostro parere.
1. Anche se siete appassionati monarchici, dovete riconciliarvi col semplice fatto che i bolscevichi non abbatterono lo zar. I bolscevichi rovesciarono il governo provvisorio liberale filo-occidentale di Kerenskij.
2. La lotta ai bolscevichi non fu avviata da chi combatteva per la “fede, lo zar e la patria”, ma da Lavr Kornilov, il generale che annunciò l’arresto dell’imperatrice e della famiglia reale. Tra i suoi camerati più stretti c’era Boris Savinkov, un SR, rivoluzionario, terrorista che fece di tutto per rovesciare la monarchia. Savinkov cercò di salvare il governo provvisorio nel Palazzo d’Inverno. Fu commissario del governo provvisorio nel distaccamento del generale Pjotr Krasnov. Era impegnato nella formazione dell’esercito volontario. Un’altra figura prominente del movimento bianco, il generale Mikhail Alekseev, fu coinvolto nella caduta di Nicola II; Inoltre, come molti capi del governo provvisorio, Alekseev era un massone. La questione è infatti una. Chi si oppone ai bolscevichi e a Lenin crede veramente che la Russia sarebbe andata meglio se nel ventesimo secolo fosse stata governata da liberali, rivoluzionari terroristi e generali che abiurarono al giuramento?
3. Tutti i sostenitori dell’idea che la rivoluzione fu attuata coi soldi tedeschi e inglesi dovrebbero in qualche modo spiegarsi come i primi e i secondi beneficiarono della fine desiderata, dato che entrambi parteciparono all’intervento contro la Russia sovietica, se i bolscevichi erano i loro agenti e che razza di agenti fossero se ignorarono i loro mandanti, per così dire, combattendoli poi fino alla fine?
4. Tenendo presente che una parte dell’aristocrazia fu espulsa dalla Russia, va capito che i bolscevichi non erano semplicemente “criminali e banditi” come ad alcuni piace piagnucolare, Lenin era un nobile, così come molte figure prominenti e leader del Partito Bolscevico. N. N. Krestinskij, V. V. Kujbyshev, G. K. Ordzhonikidze erano nobili, F. E. Dzerzhinskij era figlio di un piccolo nobile, una delle figure più importanti del NKVD, G. I. Bokij, proveniva da una vecchia famiglia nobile, era figlio di un consigliere di Stato; e così via. Non si deve smettere di ricordare che sangue blu scorreva nelle vene di non solo degli scrittori che lasciarono la Russia come Merezhkovskij, Berdaev, Zajtsev. Il blocco di Brjusov era formato da nobili. I violenti poeti rivoluzionari Majakovskij e Anatolij Marengov, ci crediate, erano nobili. Aleksej Tolstoj era un nobile, e Valentin Petrovich Kataev era pure un nobile. Qui va ricordato che il primo governo sovietico incluse un solo ebreo, Trotzkij.
5. Nell’Armata Rossa c’erano 75000 ex-ufficiali (di cui 62000 di origine nobile), mentre nell’esercito bianco erano circa 35000, sui 150000 ufficiali dell’Impero Russo. L’abitudine dell’ultimo cinema russo (tuttavia, riprendendo i registi dell’era sovietica) di ritrarre le guardie rosse come gente del popolo e le guardie bianche come “ossa bianche”, è volgare ed anche innaturale dal punto di vista storico. Tornando a Trotskij e ad alcuni leader rivoluzionari delle zone di residenza, va notato quanto segue. Chi sostiene che la rivoluzione fu opera di gruppi etnicamente distinti in contrapposizione al popolo russo, agisce difatti da russofobo. Si comprenda la ragione elementare per cui decine di migliaia di nobili russi, oltre agli ufficiali, vanno considerati oggetto della manipolazione di centinaia di discendenti di artigiani e negozianti. Ricordiamo che il comandante in capo di tutte le Forze Armate della Repubblica Sovietica fu Sergej Sergeevich Kamenev, un ufficiale di carriera diplomato all’Accademia dello Stato Maggiore nel 1907, Colonnello dell’Esercito Imperiale. Dal luglio 1919 alla fine della guerra civile fu il comandante in capo, e tale carica, durante la Grande Guerra Patriottica, venne occupata da Stalin. Il Capo di Stato Maggiore dell’Armata Rossa, Pavel Pavlovich Lebedev, era un altro nobile, divenuto Maggior-Generale dell’Esercito Imperiale. A tale carica sostituì Bonch-Bruevich (che, a proposito, era un piccolo nobile) e dal 1919 al 1921 fu responsabile dello Stato Maggiore operativo. Dal 1921 fu il Capo di Stato Maggiore dell’Armata Rossa. Successivamente, molti ufficiali zaristi partecipi nella guerra civile, Colonnello B. M. Shaposhnikov, Capitani A. M. Vasilevskij e F. I. Tolbukhin, Tenente L. A. Govorov, divennero Marescialli dell’Unione Sovietica. Volete ancora parlare di come criminali e banditi ingannarono e sconfissero i nobili russi bianchi e belli che non avevano abiurato al loro giuramento ed erano fedeli all’imperatore?
6. I bolscevichi non organizzarono la guerra civile e non ne ebbero bisogno. Non iniziò subito dopo la Rivoluzione, come si suppone talvolta, ma solo nel 1918 e i bolscevichi non avevano nulla a che fare col suo avvio. Chi avviò la guerra civile furono i capi militari che rovesciarono lo zar. Di conseguenza, milioni di persone parteciparono alla guerra civile, dai diversi gruppi etnici e politici; Inoltre, va ricordato l’intervento di quattordici (14!) Paesi, e in una simile situazione, attribuire le vittime della guerra civile ad alcuni bolscevichi è meschino ed ingannevole. Infatti: la guerra civile fu organizzata dai bianchi.
7. Le prime leggi approvate dai bolscevichi al potere non ebbero alcun carattere repressivo. Il 2 novembre 1917 adottarono la dichiarazione dei diritti dei popoli della Russia, abolendo i privilegi nazionali e religiosi. L’11 novembre fu adottato un decreto per abolire beni e ranghi e per l’istituzione di una sola cittadinanza. Il 18 dicembre fu adottato il decreto sull’uguaglianza delle donne col matrimonio civile. I bolscevichi salirono al potere come nuovi idealisti, liberatori del popolo e, nel migliore termine della parola, democratici.
8. Di fronte alla possibilità del crollo dell’impero e ai movimenti separatisti nelle periferie, i bolscevichi cambiarono subito tattica e rapidamente riunirono l’impero, perdendo solo Finlandia e Polonia, la cui appartenenza alla Russia non sembrava genuina, ma anzi eccessiva. Con tutta la volontà, i bolscevichi non possono essere chiamati “distruttori dell’impero”, chiamarono solo le campagne offensive “internazionali”, ma il risultato di esse fu la “ripresa di terre” tradizionalmente russe. Le preferenze accordate a soggetti nazionali dai bolscevichi vanno percepite nel contesto di quella situazione (Prima guerra mondiale, guerra civile organizzata, ripeto, non dai bolscevichi, sfilata di sovranità, intervento, ecc.) Non è costruttivo considerare queste cose al di fuori del contesto storico. Nient’altro che disgusto è la nostra reazione al comportamento dei liberali contemporanei che, difatti, dissolsero l’impero russo dissolvendo l’Unione Sovietica, per poi incolparne i bolscevichi. Gli stessi bolscevichi combatterono nel modo più eroico per le periferie nazionali, perse negli anni ’90 in conseguenza della rivoluzione liberal-borghese, senza sparare un solo colpo.
9. Una delle cose più spesso argomentate da liberali e nazionalisti è che i bolscevichi “misero una bomba sotto l’impero”, dividendo la Russia in repubbliche, portando il discorso storico nel nulla: l’impero era uno e solo e i bolscevichi lo sabotarono, facendo poi saltare il proprio Stato. Nel frattempo, la Russia Imperiale non c’era più, l’imperatore abdicò e il governo provvisorio andò al potere. Una domanda: era meglio se i generali della rivoluzione di febbraio avessero vinto la guerra civile? No, tutti sapevano dell’accordo anglo-francese del 23 dicembre 1917, sulla divisione in zone d’influenza della Russia: la Gran Bretagna avrebbe ricevuto il Caucaso settentrionale, la Francia Ucraina, Crimea e Bessarabia, Stati Uniti e Giappone si sarebbero divisi la Siberia orientale. Ritorniamo ai fatti. Non c’era più un monarca. C’erano generali bianchi che, al momento, erano pronti alla situazione descritta e guardarono la distruzione del Paese. E poi c’erano i bolscevichi che si opposero al piano di frammentare la Russia e furono loro a “metterci una bomba”? La disintegrazione cominciò nell’Impero russo del governo provvisorio, in Polonia, Finlandia, Ucraina, Baltico; l’impero russo fu diviso nelle repubbliche sovietiche? Disintegrarono l’impero russo per dividerlo nelle repubbliche sovietiche? Perché? Chi piazzò la bomba sotto di esso? I democratici parlarono appassionatamente di tale “bomba” negli anni ’90, il messaggio di tali affermazioni è ovvio: non volevano essere i colpevoli del crollo, volevano biasimare altri. Il gran duca Aleksandr Mikhailovich Romanov dichiarò: “La posizione dei capi del movimento bianco è insostenibile. Da un lato fingono di non notare gli intrighi degli alleati, invocando… la sacra lotta ai sovietici, dall’altro l’internazionalista Lenin, che nei suoi discorsi non risparmiava alcun sforzo per protestare contro la divisione dell’ex-Impero russo”. A chi credere? Al gran duca Romanov o ai democratici degli anni ’90?
10. Il patriarca Tikhon fu tradito dai bolscevichi, un anatema, ci dicono. Pertanto, è impossibile sostenere i bolscevichi. Ma dopo tutto, il patriarca Tikhon non benedisse il movimento bianco, né l’accettò. Quindi chi sostenne? Lo zar non c’era più, aveva abdicato. Il movimento bianco divise la Russia tra giapponesi e francesi. Procediamo da questo punto e procediamo nella realtà, e non con le nozioni di Manilov su come sarebbe andata meglio se non ci fossero stati affatto i bolscevichi.
11. Il senso della guerra civile non fu la battaglia dei “criminali e gangster” contro “aristocratici nell’animo”. I bolscevichi avviarono la nazionalizzazione dell’industria, violando soprattutto gli interessi del gran capitale, preferendogli quelli dei lavoratori. Soprattutto la guerra civile fu avviata nell’interesse, in modo figurato, dei candidati russi di Forbes, così come degli attori finanziari esteri che avevano interessi in Russia. Fu il conflitto tra socialismo e capitalismo, in altre parole. Ora questa semplice essenza viene costantemente sostituita dalle canzoni sul tenente Golitsyn, esibendo il ritratto dell’ultimo imperatore.
12. Nella guerra civile, prima di tutto, il popolo russo vinse. La rivoluzione russa, avvenuta il 7 novembre 1917, è un merito, una vittoria e una tragedia del popolo russo. Ne ha la piena responsabilità, e il diritto di essere orgoglioso di questo grande successo che cambiò il destino dell’umanità.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Viva la Rivoluzione d’Ottobre! 100 anni di imperialismo e oppressione occidentale

Andre Vltchek, Global Research, 07 novembre 2017Il mondo è in rovina. È letteralmente bruciato, coperto di baraccopoli, campi profughi e in grande maggioranza “controllato dal mercato”, così come sognato e pianificato da individui come Milton Friedman, Friedrich von Hayek, Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Fuhrer come Kissinger e Brzezinski hanno sacrificato decine di milioni di vite umane nel nostro pianeta solo per impedire alle nazioni di provare a soddisfare i propri sogni ed aspirazioni spontanee socialiste, e persino, Dio mi perdoni, comuniste. Alcuni dei tiranni erano in realtà molto “onesti”: Henry Kissinger osservò pubblicamente che non vide alcun motivo per cui un dato Paese fosse autorizzato a “divenire marxista” solo perché “i suoi cittadini sono irresponsabili”. Pensava al Cile. “Non vi vide alcun motivo” e, di conseguenza, migliaia di persone furono uccise…
Rovina, eliminazione di intere nazioni, solo per impedirgli di “fare da sé”, fu pienamente accettabile nei circoli politici, strategici militari, d’intelligence ed economici di Londra, New York, Washington, Parigi e altri centri del cosiddetto “mondo libero”, da dove quasi tutte le vite dispensabili dei “popoli” che abitano in Asia, Medio Oriente, America Latina, Africa e Oceania vanno controllate senza cerimonie. Il sistema oppressivo occidentale sembra quasi perfetto. In gran parte è certamente invulnerabile. Ma c’è sempre un ostacolo serio sulla via dell’imperialismo occidentale: la barriera che impedisce di controllare pienamente e rovinare il pianeta. Questo ostacolo, la barriera, si chiama Grande Rivoluzione d’Ottobre e sua eredità. Dal 1917, esattamente cento anni fa, questo “fantasma” perseguita gli imperi europei e nordamericano: un fantasma che sussurra inesorabilmente internazionalismo, egualitarismo, grandi sogni umanistici in cui tutti sono uguali, hanno esattamente gli stessi diritti ed opportunità e non possono essere sfruttati da una determinata razza o dogma economico. Aggravando le cose, questo fantasma rosso in qualche modo ottimista fa molto di più che sussurrare: canta, balla, recita poesie rivoluzionarie e periodicamente prende le armi per combattere per gli oppressi, anche se totalmente disperati, indipendentemente dal colore della pelle. Ci si chiede spesso se il fantasma sia davvero tale o una creatura vivente. Ciò rende tutto ancora più spaventoso, almeno per i tiranni e gli imperialisti.
L’occidente è totalmente pietrificato! Tenta di apparire freddo, dal pieno autocontrollo. Depone il suo elaborato sistema propagandistico, rigurgita i suoi dogmi ovunque, l’inietta nelle arti, spettacoli, newsletter, piani di studio scolastici, psicologia e perfino pubblicità. Mente, distorce, falsifica la storia e costruisce pseudo-realtà. Utilizza tutti i mezzi disponibili; la guerra ideologica totale. Non importa quale sia l’impero occidentale, il fantasma rosso c’è ancora, in giro, ad ispirare milioni di uomini e donne istruiti e dediti nel mondo. È tremendamente resiliente. Non si arrende mai, non rinuncia mai a combattere, nemmeno in quei Paesi in cui tutte le speranze e i sogni sembrano totalmente distrutti. E dove rimangono solo le ceneri; non molla mai, spaventando le élite locali e i regimi filo-imperialisti. Se per molti che vivono nelle capitali occidentali, questo fantasma rosso è sinonimo di peggior nemico, nella maggior parte delle nazioni oppresse, occupate e umiliate, rappresenta la lotta perpetua al colonialismo e all’oppressione e simboleggia resistenza, orgoglio e fede in un mondo completamente diverso.
Gli imperialisti sanno che, a meno che questa creatura, fantasma e speranza che rappresenta, sia completamente distrutta, spazzata via e seppellita in profondità, non ci sarà vittoria finale e quindi alcuna celebrazione. Fanno di tutto per screditare il fantasma e gli ideali che professa. Lo presentano nei termini più accesi, confondendo le persone connettendolo al fascismo e al nazismo (mentre sono loro, gli imperialisti occidentali, e il loro sistema ad essere fascisti e nazisti da decenni e persino secoli). Brutalizzano, terrorizzano e uccidono inermi nei Paesi che osano divenire comunisti, socialisti o semplicemente “indipendenti”. Tali crimini costringono i governi delle nazioni in lotta a porsi sulla difensiva, a proteggere i propri cittadini, ad adottare “misure straordinarie”. E queste misure difensive sono a loro volta descritte dalla propaganda occidentale come opprimenti, dogmatiche e “non democratiche”. Strategia e tattica dell’impero sono chiare e altamente efficaci: continuare a pungere, molestare e aggredire un inerme che semplicemente cerca di vivere in pace. Quando ne ha abbastanza, decide di reagire, anche con le armi, e cambia la serratura, lo si descrive aggressivo, paranoico e pericoloso per la società. Si afferma che il suo comportamento da il diritto d’irrompervi in casa, di picchiarlo, stuprarlo e costringerlo a cambiare credo e stile di vita. Subito dopo la Rivoluzione, 100 anni fa, i Sovietici concessero il diritto di separarsi a tutte le ex-componenti dell’impero russo. Furono introdotte riforme democratiche. Le strutture feudali ed oppressive del dominio zarista crollarono all’improvviso. Ma il giovane Paese fu quasi subito attaccato dall’estero, da un gruppo di nazioni che includeva Regno Unito, Stati Uniti, Francia, Polonia, Cecoslovacchia, Romania e Giappone. Aggressioni spietate e campagne di sabotaggio radicalizzarono lo Stato sovietico, come radicalizzarono poi Cuba, Corea democratica, Nicaragua, Vietnam, Cina, Venezuela e molti altri Paesi rivoluzionari. È un modo terribile e disgustoso di guidare il mondo, ma estremamente efficace; ‘funziona’. E avviene da così tanto tempo che nessuno si sorprende. Così l’occidente ha controllato, manipolato e rovinato il mondo per secoli, godendo dell’impunità assoluta, persino congratulandosi come “libero” e “democratico”, senza vergogna usando cliché come “diritti umani”. Ma almeno adesso c’è una lotta. Il mondo era completamente alla mercé di Europa e Nord America. Fino alla Grande Rivoluzione Socialista di Ottobre!
Recentemente ho scritto un libro sulla Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, del suo impatto sul mondo e la nascita dell’internazionalismo. Ho dovuto scriverlo. Ne avevo abbastanza di leggere e guardare il bordello della propaganda antisovietica, anticomunista, di tale vangelo fondamentalista; ne avevo abbastanza del lavaggio del cervello giorno dopo giorno, anno dopo anno, decennio dopo decennio! Dopo aver lavorato in più di 160 Paesi in tutti gli angoli del mondo, testimoniando l’azione omicida occidentale contro democrazia e libera volontà del popolo, ritenevo fosse mio obbligo spiegare almeno la mia posizione sull’evento avvenuto 100 anni fa nella città e nel Paese dove sono nato. E nel mio libro ho fatto esattamente questo. Non è ciò che qualcuno chiamerebbe libro “obiettivo”. Non è certamente un noioso saggio accademico, pieno di note e di citazioni inutili. Non credo nell”obiettività’. O più precisamente, non credo che gli esseri umani ne siano capaci, o che dovrebbero mirarvi. Tuttavia, credo fermamente che debbano chiaramente ed onestamente dire e definire con chi sono, senza ingannare gli lettori. Ed è proprio quello che ho fatto nel mio ultimo libro: mi schiero. Ho chiarito ciò che la Rivoluzione significa per me. Ricordo ciò che significa per centinaia di milioni di persone oppresse e tormentate nel mondo. Ne cito alcuni. La Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre non fu perfetta. Nulla in questo mondo lo è, niente dovrebbe mai essere “perfetto”. La perfezione è spaventosa, fredda, e anche immaginandola è tremendamente noiosa. Invece, la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre fece un tentativo eroico di liberare i popoli da credenze arcaiche, feudalesimo, sottomissione cieca, schiavitù fisica, intellettuale e emotiva. Ha anche definito gli esseri umani uguali, indipendentemente da razza e sesso. Non lo fece attraverso l’ipocrita ‘correttezza politica’, che versa solo scadente miele appiccicoso sulla merda, lasciandola intatta; arriva al cuore, costruendo un lessico nuovo, una nuova comprensione del mondo, creando una realtà totalmente nuova. Ha restituito la speranza a centinaia di milioni di esseri umani che avevano già perso fede in una vita migliore. Ha reso orgogliosi e coraggiosi gli schiavi. Ha restituito ogni colore e sfumatura al mondo brutalmente diviso tra bianco e nero, tra chi aveva e chi non, tra chi era razzialmente e “culturalmente” destinato a governare e chi destinato solo a servire.
L’occidente odia il fantasma rivoluzionario rosso fin dall’inizio. Odia questo giorno, perché se l’Unione Sovietica comunista avesse vinto, sarebbe stata la fine del colonialismo e dell’imperialismo. Non ci sarebbero stati più saccheggi e distruzioni, niente mostruoso annientamento di Iraq, Libia, Afghanistan, rovina della Siria; alcuna minaccia mortale su Corea democratica, Iran e Venezuela, non milioni di uomini, donne e bambini sacrificati sull’altare del capitalismo globale come accade nella Repubblica Democratica del Congo e in tanti altri angoli del globo. Non sarebbe rimasto niente di una dittatura razzista globale post-cristiana; alcun sistema di “valori” intrecciati e “cultura” ipocrita imposta ai Paesi occupati nel mondo da una manciata di storici Stati-gangster, situati in Europa e Nord America. L’occidente ha combattuto la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre dal primo giorno. Ha combattuto l’Unione Sovietica su tutti i fronti, bagnandola nel sangue, lavando il cervello al suo popolo e assassinando i suoi alleati. Finalmente è riuscito a ferirlo mortalmente in Afghanistan, spezzando le ossa dell’URSS prima e dell’Afghanistan subito dopo. Subito dopo, iniziava una rinvigorita campagna d’indottrinamento, il cui obiettivo è cancellare completamente la grande eredità del “Grande Ottobre”. L’occidente non ha risparmiato mezzi e miliardi di dollari vi sono stati spesi. Naturalmente, quale “obiettività” si può aspettare da una “cultura” della parte del mondo brutalmente tirannica e che ha saccheggiato l’intero Pianeta per più di 500 anni? Come potrebbe essere indulgente verso l’evento, il movimento e il Paese che ha fatto scopo della propria esistenza la lotta per la liberazione del mondo dall’imperialismo e dal colonialismo? Ora la lotta contro la barbarie neo-colonialista prosegue, ma sotto varie bandiere. Rosse bandiere comuniste ancora sventolano in Cina e Cuba, così come Venezuela, Angola e altre nazioni. Ci sono molti altri colori della resistenza. La coalizione è ampia. Ma ciò che è chiaro e fondamentale è che la Rivoluzione del 1917 ha ispirato miliardi, consapevolmente o meno. Ciò che è anche chiaro è che l’occidente non ha mai vinto sul serio. Se avesse vinto, non sarebbe sconvolto dalla paura, come adesso. Non opprimerebbe il libero pensiero, rovescerebbe governi eletti democraticamente, ucciderebbe leader che lottano contro il suo mostruoso regime globale.
Ad essere sinceri, il “rosso fantasma rivoluzionario” non è un fantasma. È ancora una creatura estremamente potente. Si nasconde per ora, raggruppandosi, preparandosi ad alzare le sue bandiere e a trascinare tutti i tiranni imperialisti sul campo di battaglia. L’occidente ama parlare di pace. Ama istruire il mondo sulla “pace”. Ma la sua “pace” non è altro che un terribile status quo, in cui esistono solo alcune nazioni ricche e potenti che regnano nel mondo, e poi c’è il resto dell’umanità, costituita da deboli, miserabili, sottomessi e servili ‘non-popoli’. All’inferno tale “pace”! Non può durare a lungo; non dovrebbe durare a lungo perché totalmente grottesco ed immorale. Non è molto meglio della “pace” in una piantagione di schiavi! È solo l’eredità del Grande Ottobre che può finirla con tale status quo. E lo farà. Il fantasma rosso sconvolge i tiranni. Lo cercano, ma semplicemente non possono sconfiggerlo dati speranze e sogni dei popoli che abitano il nostro pianeta. Più i tiranni hanno paura, più brutali sono le loro azioni. E più sono determinati i popoli nei Paesi sottomessi.
100 anni da quando l’incrociatore Aurora sparò la prima salva sul Palazzo d’Inverno di Pietrogrado.
100 anni da quando il mondo aprì gli occhi, rendendosi conto che un nuovo mondo è possibile.
100 anni in cui l’Ottobre Rosso è citato ancora dai popoli di America Latina, Africa, Asia, ovunque.
Gli imperialisti sono brutali ma ingenui. Possono uccidere un uomo o una donna, ucciderne migliaia, anche milioni. Ma non possono ucciderne i sogni. Non il coraggio della razza umana, a meno che non uccidano l’intera razza umana. Possono, ma non possono rendere permanentemente schiavi i popoli. Durante la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, il popolo si sollevò. Si ribellò. Spezzò le proprie catene. Si ribellerà di nuovo. Si solleva di nuovo; basta guardare attentamente. Negli ultimi 100 anni tanto è cambiato, ma nulla è cambiato. Le speranze e i sogni sono ancora gli stessi. E proprio come allora, non c’è pace senza giustizia. E non c’è giustizia nel modo in cui il nostro mondo è organizzato.
Viva la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre!
Avanti! Come Hugo Chavez gridava dal balcone: “Qui nessuno si arrende!”
Il fantasma rosso è qui, il fantasma del Grande Ottobre Rosso è tremendamente potente. È l’alleato di tutti gli oppressi. Un giorno guiderà i popoli alla vittoria. Non ci può essere assolutamente alcun dubbio.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Rivoluzione d’ottobre, logica o mostruosità?

Annie Lacroix-Riz, Bandiera Rossa, organo del Partito Comunista Belga, n. 64, settembre-ottobre 2017 – Initiative Communiste
Annie Lacroix-Riz, professoressa emerito di Storia contemporanea, Università Parigi 7 – Denis DiderotLa Rivoluzione d’Ottobre è logica come la Rivoluzione Francese, e può essere spiegata solo descrivendo, come fecero i grandi storici Albert Mathiez, Georges Lefebvre e Albert Soboul, la crisi a lungo e a breve termine del vecchio regime feudale che precedette e provocò questo terremoto.

Una lunga situazione pre-rivoluzionaria
Paese arretrato, gettato al capitalismo dagli ukase del 1861 che abolirono la gleba e dall’inquadramento a frustate di tale grotta di Ali Baba sin dagli anni 1890 da parte delle potenze imperialiste sviluppate. La massa dei contadini, più dell’80% della popolazione, era senza terra o sprofondata per generazioni nel debito per il riscatto obbligatorio della terra divenuta “libera”, e dalla superficie ridotta a nulla (i contadini francesi avevano, nel luglio del 1793, strappato dopo una lotta ininterrotta di quattro anni l’abolizione dei diritti dei signori senza compenso). La classe operaia nata da tale miserabile mondo contadino era sfruttata dalla grande borghesia nazionale, e anche dai tutori di quest’ultima, i grandi gruppi bancari e industriali (francesi, inglesi, tedeschi, svizzeri, statunitensi) tanto che il ministro Witte controllava l’intera economia moderna. Concentrata più che in qualsiasi altro Paese nelle grandi città, la capitale politica San Pietroburgo-Petrogrado in testa con l’enorme fabbrica di armamenti Putilov, era combattiva: il 40% dei 3 milioni di operai prima del 1914 lavorava in fabbriche con più di 1000 lavoratori e “la curva degli scioperi” si innalzò ininterrottamente dalla seconda metà del 1914 al febbraio 1917, da 30000 a 700000 scioperi. La guerra russo-giapponese del 1904, manifestazione degli appetiti dei grandi imperialismi rivali per la ricchezza russa, era finita, vista l’inettitudine militare del regime zarista, con un fiasco clamoroso, similmente alla guerra di Crimea. Di conseguenza, la rivoluzione del 1905, in cui Lenin, capo della fazione “bolscevica” (la maggioranza al Congresso di Londra del 1903) del Partito degli operai socialdemocratici russi (RSDRP) vide, dopo la vicenda, “il più grande movimento proletario dalla Comune” e “ripetizione generale” del 1917. Il fallimento del movimento fondatore dei “soviet”, nuova espressione del potere popolare, fu seguito da una terribile e dura repressione: più che mai l’impero divenne una prigione dei popoli, totalmente devoto ai grandi capitalisti francesi prestatori di crediti e di “rendite” garantiti dallo Stato francese (Lenin, capitolo 8 dell’Imperialismo, stadio supremo del capitalismo). Questo fallimento avrebbe ritardato di cinquant’anni una nuova rivoluzione, a meno che Lenin non pensasse a una crisi o una guerra. Le conseguenze avvicinarono l’ora combinando le due cose. Il sistema zarista si rivelò come al solito inetto nella condotta della grande guerra. La sua carne da cannone non aveva nemmeno il minimo di munizioni, la Russia dal 1914 al 1917 ebbe 9 volte meno cartucce e fucili del necessario. La diminuzione della produzione agricola di quasi un quarto, la cattiva gestione delle requisizioni, i raccolti marciti nei luoghi di produzione, problemi nei trasporti insormontabili, approvvigionamento catastrofico: all’inizio del 1917, anche sul fronte, la razione di pane non superava la giornata e i soldati-contadini (il 95% dell’esercito) tornavano a casa. Era peggio nelle città, in particolare Mosca e Pietrogrado. La fame fu “la causa immediata della rivoluzione” di febbraio (Michel Laran, Russia-URSS 1870-1970, Parigi, Masson, 1973). Ciò portò all’abdicazione di Nicola II che “aveva all’unanimità tutti contro“.

Una rivoluzione logica
I bolscevichi, esiliati come Lenin (in Finlandia) o clandestini in Russia, erano certamente un’ultraminoranza allora. Ma rapidamente cessarono di esserlo perché il popolo russo, desideroso di riforme profonde, capì che il destino non cambiava. Per mesi fu amaramente deluso da coloro cui ripose fiducia, come i social-rivoluzionari che promisero a lungo la terra a chi la lavorava. Anche i contadini ammisero, alla fine dell’ottobre 1917, che alcun partito, tranne Lenin, l’unico a dimostrare da febbraio la capacità di mantenere le promesse, gli avrebbe dato la terra e li avrebbe liberati dal massacro da cui difatti fuggivano fin dal 1916. Gli storici francesi degli anni ’70 mostrarono come la rapida evoluzione della situazione e delle relazioni sociali, in particolare tra agosto e ottobre 1917, pose le minoranze di febbraio a delegati esclusivi delle “aspirazioni popolari”. L’accademico René Girault descrisse questo processo dominato da due richieste, terra e pace. “Dal colpo di Stato fallito del generale Kornilov (fine agosto), accelerò l’evoluzione dei soviet verso i bolscevichi, segnato dal passaggio di molti soviet di operai, soldati e anche contadini, alla maggioranza bolscevica, dimostrando che la costante opposizione dei bolscevichi al governo provvisorio (e alla sua “incarnazione” Kerenskij) si conquistò il sostegno popolare. Il partito bolscevico alla presa del potere attuò le riforme promesse “facendo passare la gran massa dei contadini dalla sua parte”, sapendo che “la fiducia (che le masse urbane) gli concessero era molto più forte” di quella dei contadini“. L’analisi dello storico socialista raggiunse, sessant’anni dopo (“Le rivoluzioni russe“, Quinto tomo della “Storia economica e sociale del mondo”, Léon Pierre, Parigi, Armand Colin, 1977, 125 -142), quello del grande giornalista comunista statunitense John Reed, autore dei Dieci giorni che sconvolsero il mondo, un capolavoro di “storia immediata” della Rivoluzione d’Ottobre e delle sue lezioni di classe che va letto e riletto (Parigi, 10-18, ristampa, 1963).La coalizione imperialista contro i Soviet
Sono queste trasformazioni attuate con pragmatismo e altrettanta fedeltà ai principi, secondo Girault, che assicurarono solo ai bolscevichi (solitudine che non volevano) la vittoria finale nella “guerra civile” che, come per la Rivoluzione Francese e tutte le “guerre civili” da allora, fu di origine e finanziata da stranieri (come dimostra l’attuale caso venezuelano). Non fu perché i bolscevichi fossero dittatori sanguinari odiati dal popolo, che dal 1918 “gli eserciti di quattordici Stati invasero la Russia sovietica senza dichiarazione di guerra” guidati da “Gran Bretagna, Francia , Giappone, Germania, Italia, Stati Uniti”, uccidendo più russi che nella guerra stessa, 7 milioni di “uomini, donne e bambini” e causando “perdite materiali valutate dal governo sovietico 60 miliardi di dollari“, un importo molto più elevato dei “debiti zaristi verso gli alleati“, originando il “nessun compenso” agli invasori, secondo “il bilancio” di Michael Sayers e Albert Kahn (The Great Conspiracy: The Secret War Against Soviet Russia, Little, Boni & Gaer, New York, 1946). Come gli aristocratici d’Europa, riunitisi nel 1792 per ristabilire l’Ancien Régime in Francia e assicurarne la sopravvivenza dei privilegi feudali, i gruppi stranieri che occuparono l’impero russo e gli Stati al loro servizio sprofondarono nuovamente la Russia in tre anni di caos per preservarsi il tesoro e rubarne altro, come la Royal Dutch Shell che colse l’occasione di arraffare tutto il petrolio caucasico. Come in Francia, il Terrore Rivoluzionario fu la sola risposta necessaria agli attacchi esteri.

La fase attuale della demonizzazione della Russia sovietica
Confrontando le rivoluzioni francese e russe, il grande storico statunitense Arno Mayer, professore di Princeton, confermò le analisi di Sayers e Kahn, future vittime del McCartismo. Se la Francia, concluse, fu una “fortezza assediata” prima che la nuova classe dirigente potesse “accordarsi” coi privilegiati in Francia e altrove, la Russia sovietica rimase una pari aggredito dalla nascita alla morte per motivi indipendenti dal carattere e dai modi di Lenin o Stalin (Le Furie, 1789, 1917, Terrore, vendetta violenza ai tempi della rivoluzione francese e della rivoluzione russa, Parigi, Fayard, 2002). Perché storici “noti” oggi presentano la Rivoluzione d’Ottobre come il colpo di Stato di un piccolo gruppo anti-democratico e sanguinario o, nella migliore delle ipotesi, come impresa simpatica confiscata da una “minoranza politica” che agiva nel vuoto istituzionale “aprendo, orrore“, decenni di “dittatura ed insuccesso sovietico (segnando) fallimento e sconfitta di ogni forma storica di emancipazione nel ventesimo secolo del movimento operaio“: tali sentenze di Nicolas Werth e Frédérick Genevée, in “Cosa rimane della rivoluzione d’ottobre?“,”hors-series” de L’Humanité, pubblicato nell’estate del 2017, confermano i rimpianti ufficiali del PCF sul suo passato “stalinista” fin dalla pubblicazione del Libro nero del comunismo nel 1997, del tandem Stéphane Courtois (erede dell’ultimo François Furet) – Nicolas Werth. Significativa eco della svolta anti-sovietica e filo-statunitense dei libri di storia delle superiori francesi negoziata nel 1983, denigrando l’URSS (Diana Pinto, “L’America nei libri di storia e geografia delle superiori francesi“, Storici e Geografi, n. 303, marzo 1985, pp. 611-620) e poi la rivoluzione francese: duplice ossessione di Furet, storico senza fonti che di quelli “dall’alto”, che Francia, Stati Uniti, Unione Europea e Germania per prima, usarono così utilmente (Storia contemporanea sempre influenzata, Parigi, Delga, Le temps des cerises, 2012). Dal crollo dell’Unione Sovietica e conseguente notevole estensione della sfera d’influenza statunitense in Europa, la criminalizzazione dell’URSS fu più facile mentre tutti gli ex-partiti comunisti cessavano di opporvisi. La storiografia dominante è allineata alla propaganda anticomunista e russofoba vomitata dalla fine del 1917. Ma la litania dei media e dei loro storici preferiti deve ancora confrontarsi con le numerose opere scientifiche che descrissero correttamente la Rivoluzione d’Ottobre. Leggendole, sul grande evento del ventesimo secolo si può tirare una grande boccata di aria fresca. Non esitate…

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La rivoluzione russa ispirò e sostenne la lotta di liberazione nazionale

Rebeca Toledo, Telesur, 7 novembre 2017, Comitato Valmy

Quando la rivoluzione russa trionfò nell’ottobre 1917, la maggior parte del mondo era colonizzata da Regno Unito, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Spagna e Stati Uniti. Ma sotto la guida di Vladimir Lenin, la rivoluzione divenne fonte d’ispirazione per innumerevoli popoli, non solo perché dimostrava che uno Stato dei lavoratori era possibile, ma anche perché gli fornì aiuto concreto. prima materiale e poi anche militare. Il primo esempio fu la liberazione delle colonie della Russia zarista, nota come “prigione dei popoli”. Nel 1919 i popoli di Egitto ed Iraq si ribellarono al dominio inglese, i coreani combatterono l’occupazione giapponese e una rivoluzione in Ungheria portò all’effimera Repubblica Sovietica. Nel 1920, i Bolscevichi di Lenin organizzarono il Congresso dei Popoli Orientali, o di Baku, per costruire un movimento rivoluzionario marxista dei popoli sfruttati e oppressi del mondo coloniale, chiamando contemporaneamente i Paesi avanzati, in particolare europei, a sostenerlo. Circa 1891 delegati provenienti da più di 25 Paesi tra cui Turchia, Persia, Egitto, India, Afghanistan, Cina, Giappone, Corea, Siria e Palestina vi parteciparono. Nel manifesto si legge: “Qui a Baku, ai confini dell’Europa e dell’Asia, rappresentiamo decine di milioni di contadini e lavoratori di Asia e Africa in rivolta, mostrando al mondo le ferite e i segni delle fruste sulle nostre spalle, i segni lasciati dalle catene ai nostri piedi e mani. E noi solleviamo i nostri pugnali, le nostre rivoltelle e le nostre spade e giuriamo, davanti al mondo, che utilizzeremo queste armi non per combatterci ma per combattere i capitalisti. Crediamo sinceramente che voi, lavoratori di Europa ed Asia, si uniscano sotto la bandiera dell’Internazionale Comunista per la lotta comune, per la vittoria comune“. L’Internazionale Comunista, o Comintern, fu fondata nel 1919 da Lenin in risposta alla Seconda Internazionale che aveva spinto i lavoratori a combattersi nella Prima Guerra Mondiale per il proprio Paese imperialista e contro l’unità della classe operaia. Nel secondo congresso del luglio 1920, il Comintern diede rilievo alla lotta anticoloniale e questo orientamento aiutò a formare il movimento comunista internazionale nei decenni successivi. Il Comintern doveva svolgere un ruolo importante nella costruzione dei partiti comunisti nel mondo, sia negli Stati avanzati che coloniali. Il sostegno indiscriminato di Lenin al diritto delle nazioni all’autodeterminazione, compresa la secessione, ebbe un impatto enorme sui Paesi oppressi. Aggiunse la parola “oppressi” allo slogan di Karl Marx e Friedrich Engels, “lavoratori ed oppressi di tutti i Paesi unitevi!” Il suo pamphlet rivoluzionario, “Imperialismo: stadio supremo del capitalismo“, pubblicato nel 1918, studiava la trasformazione del sistema capitalistico nel capitalismo finanziario, coi suoi tentacoli allargarsi su tutto il mondo. Spiegò che questo sarebbe diventato la base dell’unione tra liberazione nazionale e lotta di classe. “Il capitalismo è diventato un sistema globale di oppressione coloniale e asfissia finanziaria della stragrande maggioranza della popolazione mondiale da parte di una manciata di Paesi “avanzati”. E questo “bottino” è condiviso tra due o tre potenti predatori internazionali armati fino ai denti“. I soviet furono creati a Cuba in quel periodo, e i partiti comunisti nacquero in molti Paesi oppressi, come Sud Africa, India, Indocina, Indonesia, Sudan, Iraq, Vietnam e altrove. La prima conferenza dei partiti comunisti in America Latina si tenne a Buenos Aires (Argentina) nel 1929. Circa 38 delegati provenienti da Argentina, Brasile, Bolivia, El Salvador, Guatemala, Cuba, Colombia, Ecuador, Messico, Panama, Paraguay, Perù, Uruguay e Venezuela vi parteciparono. Gli aderenti presenti alla conferenza decisero che la rivoluzione in America Latina doveva essere antimperialista e solidale con l’Unione Sovietica. Dopo la Seconda guerra mondiale e la sconfitta della Germania nazista dai sovietici, quasi tutta l’Europa orientale fu liberata dal dominio imperialista. In Vietnam, dopo la resa del Giappone, i soviet furono creati in tutto il Paese e i contadini occuparono la terra cominciando la lunga strada per l’indipendenza ottenuta 30 anni dopo. Nel 1949 la rivoluzione cinese scosse il mondo e portò 700 milioni di persone in ciò che divenne rapidamente il campo socialista. Nel 1959 c’erano 14 Paesi socialisti con un miliardo di persone. Le lotte di liberazione nazionale di quel periodo cambiarono il mondo. Incoraggiati dalle lotte armate in Asia, Algeria, Zimbabwe, Mozambico e altri Paesi ebbero movimenti di resistenza ferocemente contrastati dai colonialisti.
In un memo relativo ai rapporti col campo socialista, redatto dopo un incontro con Nikita Khrushjov nel 1961, il governo provvisorio della Repubblica di Algeria scrisse: “L’aiuto promesso è arrivato: grandi consegne di armi ai fronti orientali e occidentali… e poi l’accordo per addestrare piloti (nell’Unione Sovietica)“. Nel 1962, l’Algeria ottenne l’indipendenza, dopo aver perso un milione di persone nella guerra fattagli dalla Francia. Quando i primi Paesi post coloniali cominciarono ad emergere in Africa, Medio Oriente, Asia e America Latina, l’Unione Sovietica gli fornì un enorme sostegno militare e materiale. Gamal Abdel Nasser in Egitto, Sukarno in Indonesia e Jawaharlal Nehru in India ne beneficiarono. Nel 1965, l’aiuto sovietico ai Paesi emergenti superò i 9 miliardi di dollari in assistenza economica e militare, secondo i dati statali. Ciò permise a questi Stati di perseguire uno sviluppo indipendente che altrimenti non sarebbe stato possibile nel mercato capitalistico globale. Potevano negoziare condizioni più eque con l’Unione Sovietica, che non era soggetta ai cicli di espansione e recessione del sistema capitalistico. Questo era anche vero nel campo socialista dove Paesi come Repubblica popolare democratica di Corea, Vietnam, Cuba e Europa orientale beneficiarono dell’aiuto economico e militare sovietico. L’invasione della Corea da parte degli Stati Uniti fu scacciata con l’aiuto diretto dell’Unione Sovietica. La sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam fu in gran parte dovuta al sostegno militare dell’Unione Sovietica. E sebbene l’India non sia mai stata parte del campo socialista, la sua prima acciaieria fu costruita dall’Unione Sovietica. Quando Regno Unito, Francia e Israele invasero l’Egitto nel 1956, l’Unione Sovietica aiutò il Paese, che finalmente riuscì a spingere i colonizzatori. La rivoluzione cubana del 1959 fu considerata una minaccia enorme dagli Stati Uniti. Quando Fidel Castro istituì il socialismo sull’isola, gli Stati Uniti imposero il blocco economico e politico, e nel 1961 sbarcarono nella Baia dei Porci per invadere l’isola, ma furono respinti dalle forze cubane. L’Unione Sovietica aiutò la nazione a consolidare la rivoluzione favorendo condizioni commerciali preferenziali e fornendo materiale militari per scoraggiare l’invasione statunitense.
Il campo socialista guidato dall’Unione Sovietica commise anche errori e abusi. Dopo la morte di Lenin nel 1924, sotto la guida di Josif Stalin, il fallimento della rivoluzione nel convincere i movimenti di liberazione nazionale borghesi portò al tradimento di molti dei militanti più combattivi, come il tradimento della rivoluzione cinese negli anni Venti col massacro di migliaia di comunisti da parte dei nazionalisti borghesi. L’illusione di un possibile ravvicinamento con gli imperialisti, dopo Stalin, portò alla rottura con alleati naturali come la Repubblica popolare cinese e a difficoltà con altri Paesi che accusarono l’Unione Sovietica di non considerane la particolare situazione. Tuttavia, il potere dell’Unione Sovietica e del campo socialista come polo progressivo da più di 70 anni, tenne a bada l’imperialismo e protesse l’indipendenza e lo sviluppo di molti Paesi. In Sudafrica, l’Unione Sovietica costruì il rapporto col Partito Comunista e poi col Congresso Nazionale Africano guidato da Oliver Tambo che disse a una conferenza a Cuba: “L’Unione Sovietica, Cuba, molti Paesi socialisti hanno permesso a molti capi di Stato oggi qui presenti di sopravvivere, vincere e diventare leader di Paesi indipendenti. Era un crimine contro l’imperialismo. Lo sappiamo“. All’inizio degli anni Sessanta, l’Unione Sovietica fornì assistenza militare all’UMC, l’Umkhonto we Sizwe, e al Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola. Nel 1961, Kwame Nkrumah, Primo primo ministro del Ghana, visitò l’Europa orientale e dichiarò solidarietà a Unione Sovietica e Cina. Nel 1962, l’Unione Sovietica gli assegnò il Premio per la Pace Lenin per gli sforzi per unire il continente africano nella lotta al saccheggio. Come molti altri leader anticolonialisti, Patrice Lumumba del Congo si ritrovò in piena guerra fredda e lotta di classe mondiale. Molti dirigenti avevano paura d’incorrere nell’ostilità degli Stati Uniti rivolgendosi all’Unione Sovietica per aiuti. Ecco perché il movimento non allineato fu creato a metà degli anni 50. Ma Lumumba cercò aiuto in Unione Sovietica e subito dopo, nel 1960, si è ebbe il colpo di Stato che assassinò il leader panafricano. Nel 1962, a Mosca fu fondata l’Università Patrice Lumumba per studenti provenienti dai Paesi in via di sviluppo. La sua missione era dare ai giovani dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, soprattutto di famiglia povera, l’opportunità di studiare e qualificarsi. Milioni di studenti ricevettero istruzione gratuita in ingegneria, agricoltura e altre discipline durante l’era sovietica. Anche la CIA lo riconobbe: “I Sovietici insegnarono a molti studenti dell’America latina e dei Caraibi, coltivandone l’organizzazione del lavoro e approfittando dello sviluppo dei sentimenti pro-marxisti tra gli attivisti religiosi“.
Quando l’Unione Sovietica crollò nel 1991, ebbe un impatto economico devastante sui Paesi che sosteneva. Cuba creò il “periodo speciale” di austerità. Il Vietnam fu costretto a ricorrere al capitale occidentale. L’India si ritrovò sotto la pressione del FMI e dovette privatizzare le industrie pubbliche. In America Centrale, il Fronte Nazionale di Liberazione Farabundo Marti fu costretto al compromesso, così come l’ANC in Sudafrica. La fine dell’Unione Sovietica e della Rivoluzione Russa vide l’acuirsi dell’aggressione imperialista nel mondo. Iraq, Somalia, Jugoslavia, Afghanistan, Libia e Siria sono stati invasi dagli Stati Uniti poiché il campo socialista non c’era più ad impedirlo. Questo è l’innegabile segno della sua importanza, non solo impedire le guerre imperialiste, ma anche come ispirazione e base del socialismo e dell’emancipazione dei popoli.Traduzione di Alessandro Lattanzio