Perché gli Stati Uniti hanno deciso di distruggere il FMI?

Valentin Katasonov, Strategic Culture Foundation 26/01/2016

IMFCome sappiamo, lo scorso dicembre il Fondo monetario internazionale, su pressione del principale azionista, gli Stati Uniti, ha cambiato le regole importanti che ne governano le operazioni. D’ora in poi il FMI può continuare a lavorare con i Paesi che per un motivo o un altro non rispettano gli obblighi coi membri del fondo (i creditori ufficiali). Per sette decenni il FMI ha servito non solo come prestatore internazionale, ma anche e soprattutto come garante di ultima istanza dei prestiti che certi Stati membri davano ad altri. Nel 1956, i maggiori Paesi creditori crearono il Club di Parigi, un’organizzazione internazionale informale che, insieme al Fondo monetario internazionale, doveva garantire il rimborso di prestiti e crediti emessi dai creditori ufficiali (sovrani). Ma il Fondo monetario internazionale rimase l’ultima “linea di difesa”. Se il beneficiario di un prestito sovrano rifiutava di effettuare i pagamenti, il FMI avrebbe rotto tutte le relazioni col piantagrane e il Paese sarebbe diventato un paria nel mondo della finanza internazionale. Tale meccanismo proteggendo gli interessi dei creditori ufficiali lavorò abbastanza agevolmente fin quando era necessario per gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali, i creditori ufficiali primari nel mercato finanziario globale. Sono ancora i principali istituti di credito dei Paesi in via di sviluppo di oggi. 304 miliardi di dollari sono dovuti dai Paesi del mondo ai membri del Club di Parigi (al 31 dicembre 2014, esclusi gli interessi), comprendente 20 Stati. Tuttavia, molti altri Stati sono entrati nell’arena della finanza internazionale come finanziatori ufficiali, alla fine del ventesimo secolo. In primo luogo ci sono gli esportatori di materie prime. Dalla fine del secolo scorso, queste nazioni hanno iniziato a stabilire i cosiddetti fondi sovrani, che trattengono i proventi in valuta estera dall’esportazione di petrolio e altre risorse naturali. Questi fondi sono usati per investimenti e prestiti. Ci sono molte decine di fondi sovrani del mondo. I più grandi sono i fondi sovrani di Emirati Arabi Uniti, Norvegia, Arabia Saudita e Quwayt. Secondo le stime più prudenti, ci sono attualmente 6-7 miliardi di dollari di patrimonio in questi fondi sovrani. Seconda è la Cina. La Cina ha le maggiori riserve auree e valutarie, alcune sotto forma di fondi sovrani. I tre principali fondi sovrani cinesi possiedono quasi 1200 miliardi di dollari. Una parte di questi fondi sovrani cinesi passa da alcune delle più grandi banche della Cina, che offrono prestiti internazionali. I crediti emessi da queste banche sono considerati prestiti ufficiali o sovrani. Il prestito internazionale della Cina ha superato il resto del mondo nel 21° secolo. Improvvisamente, la Cina è diventata il più grande creditore ufficiale nel mondo, e nessuno sembrava accorgersene quando tale soglia fu superata. Molti in occidente si agitarono parecchio quando un articolo dal sorprendente titolo “i prestiti della Cina raggiungono nuove vette” apparve sul Financial Times il 17 gennaio 2011. Il giornale calcolò che nel 2009-2010, gli istituti di credito di proprietà dello Stato cinese, la Banca di sviluppo della Cina e l’Export-Import Bank of China, emisero almeno 110 miliardi di dollari in prestiti a vari Stati e società dei Paesi in via di sviluppo. E questo dato include solo i prestiti ufficialmente confermati dai cinesi e/o dai destinatari dei fondi. Il Financial Times ritiene che il totale effettivo dei prestiti ufficiali della Cina potrebbe essere notevolmente più elevato. In confronto, il quotidiano citò un altro dato: tra la metà del 2008 e la metà del 2010, la Banca Mondiale fornì solo 100,3 miliardi di dollari ad altri Paesi (approssimativamente gli stessi clienti della Cina). Ma ben presto il Financial Times dimenticò questa bomba. L’occidente non ha nulla da guadagnare richiamando l’attenzione su questi fatti, non vuole riconoscere che è stato battuto nel mercato del credito internazionale. Né la Cina vuole della pubblicità inutile che potrebbe impedirle l’ampliamento dei prestiti, il cui successo è in gran parte dovuto al fatto che essa fornisce prestiti per investimenti ufficiali a condizioni sostanzialmente più favorevoli di quelle offerti da FMI, Banca Mondiale o membri del Club di Parigi. I prestiti cinesi spesso non maturano alcun interesse. Gli esperti occidentali chiamano questo “credito” dumping dalla Cina. I prestiti cinesi sono principalmente volti ad avere il controllo sulle fonti di materie prime e di energia nei Paesi asiatici, africani e dell’America latina. Una volta che i progetti d’investimento terminano, i prestiti sono spesso rimborsati utilizzando petrolio e altre risorse naturali. Il prestito di Pechino si espande anche attraverso lo sviluppo delle infrastrutture dei trasporti necessarie per importare ed esportare merci da e verso la Cina. Ciò include la vasta gamma di progetti d’investimento dell’iniziativa della Nuova Via della Seta. E in ultima analisi, le banche di sviluppo cinesi ampliano le esportazioni di apparecchiature sofisticate (ad esempio, macchine per centrali elettriche) e i crediti all’esportazione sono ampiamente utilizzati per questo.
La Cina è da tempo il principale partner commerciale di molti Paesi in via di sviluppo. Ad esempio, nel 2014 la Cina ha avuto 166 miliardi di dollari di scambi con i Paesi dell’Africa. Solo tra il 2001 e il 2010, la Cina ha dato ai Paesi africani 62,7 miliardi di dollari di prestiti tramite l’Export-Import Bank. Questi sono più del totale di 12,5 miliardi di dollari di crediti che la Banca mondiale concesse a quei Paesi. Un quadro simile può essere visto in America Latina. L’Export-Import Bank of China ai primi del 2016 aveva un portafoglio di 520 miliardi di yuan (79 miliardi di dollari) in prestiti esteri forniti nell’ambito del megaprogetto della Via della Seta. I prestiti sono destinati a finanziare circa 1000 progetti infrastrutturali in 49 Paesi nel Mondo. Un altro esempio. Durante i due giorni del Forum sulla cooperazione Cina-Africa tenutosi a Johannesburg nel dicembre 2015, il presidente cinese Xi Jinping dichiarò che Pechino prevede di fornire 60 miliardi di aiuti finanziari ai Paesi dell’Africa. Parte di questi saranno prestiti a zero tassi d’interesse. Ora torniamo al punto di partenza, i cambiamenti nelle regole del Fondo Monetario Internazionale.
Nella maggior parte dei Paesi Washington ha perso la posizione di creditore principale. La Cina prende il sopravvento ovunque. Da diversi anni, lo zio Sam è alla ricerca di un modo per combattere l’espansione del credito cinese. Il principale azionista del FMI ha a lungo nutrito il sogno di cambiare le regole del Fondo monetario internazionale, legittimando il default sovrano e privando il fondo del ruolo di garante dei crediti sovrani. Questo davvero infastidirebbe Pechino, in rappresaglia per la cacciata degli statunitensi da molti Paesi in via di sviluppo. Una volta che un precedente è stabilito in Ucraina (dopo il suo mancato rimborso del credito sovrano della Russia), si possono incoraggiare i Paesi in via di sviluppo ad “irrigidirsi” col loro creditore cinese. E dopo ci si può aspettare che conflitti scoppino tra la Cina e i Paesi debitori in via di sviluppo. Questo tipo di “riforma” del FMI gioca col fuoco. Non solo l’esistenza del fondo viene compromessa, ma anche l’intero sistema finanziario internazionale che, dopo aver perso il suo “garante di ultima istanza”, potrebbe improvvisamente implodere. Il comportamento degli Stati Uniti ricorda quello di Erostrato che bruciò il celebre Tempio di Artemide nella sua città per dimostrare il proprio “eccezionalismo”. Per settanta anni il Fondo Monetario Internazionale aveva lo stesso significato per lo zio Sam del Tempio di Artemide per i residenti di Efeso nella Grecia antica. Il 20 gennaio il FMI ha abolito quello che era noto come “esenzione sistemica”, principio adottato nel 2010 che permise al fondo di dare prestiti ai Paesi con debiti insostenibili, se vi era la minaccia che la loro crisi contagiasse le economie limitrofe. Tale decisione ha reso la politica del FMI ancora più confusa. Gli esperti non sono d’accordo su come l’abolizione dell’“senzione sistemica” influenzerà la collaborazione del FMI con l’Ucraina.Opening_pres Xi_01Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Congresso degli Stati Uniti suo malgrado approva la riforma del FMI

Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Laurea in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico.asia-2015-10-money-rmbApparentemente il 2015 segna l’inizio della rivoluzione in seno al FMI. In primo luogo, viene approvata l’inclusione dello yuan nei DSP, il paniere di valute create nel 1969 per integrare le riserve ufficiali dei Paesi membri. E ora, grazie all’approvazione del Congresso, il FMI potrà finalmente attuare la riforma del sistema delle quote di rappresentanza, dove Cina e altre potenze emergenti aumentano il peso sul processo decisionale, mentre i Paesi dell’Europa continentale perderanno rilevanza. Tuttavia, è ancora prematuro concludere che ci sia un cambio radicale dell’equilibrio di potere nel Fondo monetario internazionale: gli Stati Uniti manterranno il potere di veto.
Gli Stati Uniti sembrano aver finalmente capito che per mantenere la leadership globale è controproducente ignorare il ruolo crescente della Cina e delle altre potenze emergenti, nel condividere la responsabilità della gestione della finanza internazionale. Perciò, e molto a malincuore, Washington non ha avuto altra scelta che concedere maggiori concessioni agli avversari sul Fondo monetario internazionale (FMI). In un primo momento, l’ultima settimana di novembre, il FMI decise d’includere lo yuan nei Diritti speciali di prelievo (DSP), il paniere di valute creato alla fine degli anni ’60 per integrare le riserve ufficiali dei suoi membri. Anche se nel fondo diversi funzionari statunitensi erano contrari fin dall’inizio, alla fine Pechino si è impegnata a ulteriori progressi nella liberalizzazione del settore finanziario. Fino ad oggi, la Banca popolare di Cina ha firmato una quarantina di accordi di currency swap bilaterali (“currency swap”). Quest’anno le banche centrali di Suriname, Sud Africa e Cile hanno iniziato a promuovere presso le imprese dei loro Paesi l’abbandono del dollaro. Sempre più spesso la divisa statunitense viene soppiantata dallo yuan nel fatturato commerciale della Cina. Questa strategia ha permesso allo yuan d’essere oggi la seconda valuta più utilizzata nella finanza commerciale e la quarta nei pagamenti internazionali, secondo i dati della Società per le telecomunicazioni finanziarie interbancarie mondiali (SWIFT, nell’acronimo in inglese). E prima o poi la moneta cinese sarà pienamente convertibile, cioè liberamente scambiabile sul mercato senza alcuna restrizione. Ecco come i leader del Partito comunista della Cina sono riusciti ad abbattere i sospetti della direttrice esecutiva del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde: dal prossimo 1° ottobre 2016 lo yuan diventerà la terza valuta più importante nella composizione dei DSP. La “moneta del popolo” (‘RMB’) avrà un peso maggiore nel paniere del Fondo monetario internazionale rispetto a yen giapponese e sterlina inglese, ma comunque meno di dollaro ed euro. E in un secondo tempo, il 18 dicembre, il Congresso degli Stati Uniti dava il via libera al Fondo monetario internazionale per attuare la riforma del sistema delle quote di rappresentanza. Indubbiamente, è il cambiamento più importante in seno al FMI dal 1944, anno in cui Bretton Woods fu costituita. La nuova distribuzione delle quote significa anche un grande sollievo per la legittimità del fondo. Il collasso economico nel 2008 rivelava che il FMI non disponeva delle risorse sufficienti per far fronte alla crisi di liquidità. Alcun Paese sovrano dichiarava l’intenzione di chiedergli aiuto. Il FMI è completamente screditato dalla prestazione nella crisi del debito in America Latina e Sud-est asiatico: s’era dimostrato che operava come braccio armato del Tesoro degli Stati Uniti, non come gestore di fondi multilaterali per stabilizzare gli squilibri dei pagamenti degli aderenti. Pertanto, Dominique Strauss-Kahn, direttore generale del Fondo monetario internazionale nel 2007-2011, convinse i Paesi emergenti a fare nuovi depositi in cambio dell’aumento delle loro quote. Il Consiglio di amministrazione dell’FMI approvò la proposta nel 2010 nell’ambito della XIV revisione generale delle quote.
L’iniziativa della riforma del Consiglio dei governatori (composto da tutti i membri) fu quindi presentata per l’approvazione finale dei parlamenti nazionali. Ma il governo degli Stati Uniti si propose di porre il veto. Affinché la decisione venisse accettata dal Fondo c’era bisogno dell’85% dei voti, e solo gli Stati Uniti ne hanno il 16,7%. Ma pochi giorni fa, dopo cinque anni di fervida opposizione del Congresso degli Stati Uniti, infine l’inerzia terminava. La riforma del regime delle quote sarà una realtà. Le risorse a disposizione del Fondo monetario internazionale sono duplicate, passando a 659,67 miliardi di euro. Si noti che la quota è assegnata ad un Paese secondo il livello massimo degli impegni finanziari col Fondo monetario internazionale e il potere di voto nell’istituzione, un fattore che decide l’accesso ai finanziamenti del FMI. Il passo più importante per la Cina, i cui diritti di voto aumenteranno da 3,8 a 6%, la terza potenza dopo Stati Uniti e Giappone. Il Brasile sale di quattro posizioni, mentre India e Russia sono riuscite ad entrare nella lista delle dieci più influenti. Invece, l’Europa cede. Fatta eccezione per la Spagna, la cui quota passa da 1,68 a 2%, Germania, Francia, Italia e Regno Unito diminuiscono la loro presenza. “Le riforme aumentano in modo significativo le risorse principali del FMI e ci permettono di offrire una risposta più efficace alla crisi, rafforzando nel contempo la struttura della corporate governance riflettendo meglio il ruolo crescente dei Paesi emergenti e in via di sviluppo nella dinamica dell’economia mondiale“, ha detto Lagarde in comunicato stampa. Tuttavia, purtroppo gli Stati Uniti manterranno il potere di veto: il diritto di voto si riduce di soli due decimi dal 16,7 al 16,5%. Finora sembra che i leader di Pechino non vogliano affrontare il dominio degli Stati Uniti nel Fondo monetario internazionale, istituzione che da più di settanta anni resta il “prestatore di ultima istanza” più importante su scala globale, tenendo conto del volume delle risorse gestite. La disputa tra Cina e Stati Uniti è solo tangenziale. Pechino ha cercato di aumentare la propria leva finanziaria attraverso le sue potenti banche statali (China Development Bank, China Ex-Im Bank, ICBC, Bank of China, ecc.), e attraverso le banche di sviluppo regionale a cui partecipa: la Banca degli Investimenti Infrastrutturali Asiatica (AIIB, nell’acronimo in inglese), Banca della Shanghai Cooperation Organization (SCO, nell’acronimo in inglese) e Banca dei BRICS (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa).
In Asia-Pacifico, Africa e America Latina e Caraibi indubbiamente la Cina compete testa a testa con la Banca Mondiale e le banche di sviluppo regionali sostenute da Washington (Asian Development Bank, Banca africana di sviluppo, Inter-American Development Bank, ecc.) nei progetti di finanziamento di infrastrutture ed estrazione di materie prime (commodities). Tuttavia, i meccanismi di cooperazione finanziaria guidati da Pechino, che forniscono liquidità ai Paesi nei momenti critici (problemi di liquidità), come l’Iniziativa Mai Chiang (che comprende Cina, Giappone, Corea del Sud e le dieci economie dell’ASEAN) e l’Accordo sulle riserve di emergenza dei BRICS (noto anche come “mini-FMI”) hanno limitate risorse monetarie, operano in dollari e dipendono dal sostegno del Fondo monetario internazionale per prestiti oltre un certo limite. Pertanto, mentre è un’ottima notizia per il mondo che Cina e altri Paesi con alti tassi di crescita del Prodotto interno lordo (PIL) siano riusciti ad avere una maggiore presenza nel Fondo monetario internazionale, e due seggi tra i venti del comitato esecutivo, gli Stati Uniti continuano ad esercitare un dominio schiacciante. Se Washington non è d’accordo con qualche dettaglio, per quanto piccolo, è possibile porre il veto su qualsiasi proposta dei Paesi emergenti, grazie al potere di veto. Indubbiamente, a un certo punto, la Cina dovrà fare pressioni per impedire che un solo Paese scriva le regole del gioco, di volta in volta…img2014314682Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il primo secolo del socialismo con caratteristiche cinesi

Aleksandr Drabkin, Pravda 13/11/2015 – Histoire et Societé

La Repubblica popolare definisce gli eventi storici concretamente e pittorescamente, nel 2020 sarà il primo secolo del socialismo con caratteristiche cinesi, il Partito comunista cinese celebrerà il suo centenario. I politologi sottolineano che il PCC ritiene la data una pietra miliare di portata globale.Chinese-EconomyUna società dalla “prosperità moderata”
Il risultato del “secolo” sarà il consolidamento della primazia mondiale della Cina per volume della produzione, così viene formulato l’obiettivo del 13° piano quinquennale recentemente approvato al V Plenum del Comitato centrale del PCC eletto al 18° Congresso. Allora la Cina avrà raggiunto lo stadio di “prosperità media”. Tuttavia, sarà ancora superata da numerosi Paesi per volume di PIL pro capite. Questo ritardo sarà superato dal 2049, nel centenario della Repubblica popolare cinese. Possiamo quindi tracciare il bilancio del “secondo secolo”. La propaganda in Cina è organizzata brillantemente. I professionisti delle informazioni dosano sapientemente i commenti. Ciò che conta non sono solo i fatti, ma la psicologia dei fatti è l’unico modo per garantirsi che una tesi politica sia adottata da milioni di persone. E la politica, come Lenin ha insegnato, inizia con milioni. Gli esperti ritengono che il “rodaggio” della propaganda del 13° piano quinquennale, iniziato nel marzo 2015 nel dibattito sugli obiettivi di base della sessione dell’ANP (Assemblea Nazionale Popolare), il parlamento cinese. I problemi non sono stati nascosti: nel 2014 la crescita del PIL era del 7,4%, il tasso più basso in 25 anni. Anche se sembra per molti Paesi “al di là dei sogni”, per la Cina è un segnale di pericolo. La situazione è allarmante, ma non da panico: il rallentamento non è la fine del mondo, ma una difficoltà superabile. La Cina non mette in discussione i principi fondamentali dell’attività economica, non c’è alcun appello isterico a distruggere il potenziale economico vigente. Purtroppo, questo approccio non fu osservato ovunque. In Unione Sovietica, alcuni “alti funzionari” alla fine dell’era Breznev videro una situazione simile quale opportunità per respingere l’essenza dei principi socialisti. Fui incluso in un gruppo di giornalisti ai quali i “compagni responsabili” indicarono la giusta comprensione della vita “in base alle caratteristiche del tempo”. L’attenzione era sul declino della crescita economica, la stessa che affronta la Cina di oggi. Tengo a precisare anche che non si trattava di riduzione della produzione (come nella Russia di oggi), ma del calo del tasso di crescita. In Cina, anche se le difficoltà sono considerate allarmanti, sono ritenute superabili senza conseguenze tragiche. L’Unione Sovietica, che visse per trentacinque anni in condizioni simili, fu oggetto dell’attacco propagandistico alle fondamenta stesse del sistema socialista. Poi apparve chiaro che la propaganda era utilizzata per preparare il cambio del sistema politico.

“Distaccamento speciale” in una “dacia speciale”
I giornalisti accuratamente selezionati avevano una semplice istruzione: dimostrare la necessità di abbandonare il sistema di pianificazione sclerotico e passare a un nuovo modello economico. La “mano invisibile del mercato” avrebbe risolto tutto, era il piano che ostacolava le imprese. Il libero mercato assicurerà la prosperità universale. La formazione non prevedeva un dibattito. I miei colleghi erano lontani dal comprendere il contenuto reale dei compiti assegnati, dietro tale idea c’erano organizzazioni molto serie. Così serie che alcuni dei nostri “maestri” del tempo continuano a brillare sui canali televisivi federali. Quando gli organizzatori del processo di formazione lo considerarono concluso, fu il momento di mostrare i risultati. Feci parte del gruppo “sherpa” responsabile della preparazione alla “dacia speciale” del documento sullo Stato, di particolare importanza. Un compito specifico mi fu assegnato, ma il mio lavoro fu poco convincente nel dimostrare la necessità e l’inevitabilità di sostituire l’economia pianificata col libero mercato. Decisi di parlare con il capo della squadra sull’opportunità di utilizzare un tono meno categorico, mi sembrava che il rallentamento non richiedesse necessariamente un cambiamento del modello economico. Probabilmente era necessario rispettare l’obiettività. Il capo mi guardò come se fossi pazzo, chi parla di obiettività? Tuttavia, scrissi un testo basato sulla mia valutazione della situazione. Di conseguenza, il giorno dopo non fui più nella lista di coloro che lavoravano nella “dacia speciale”. Tuttavia, non vi furono altre conseguenze, la punizione arrivò dopo: mi ritrovai ufficialmente disoccupato. Non so cosa succederà nelle “dacie speciali” della Cina. Ma in primavera, dopo la sessione dell’ANP sui risultati della revisione delle caratteristiche fondamentali del nuovo piano quinquennale, il Premier Li Keqiang ha detto in modo molto chiaro: non era una seduta dal manicure, ma un taglio vivo. E ad ottobre, il Plenum del Comitato centrale del PCC, secondo gli analisti, non tutto fu idilliaco. Forse fu ciò che decise la natura del primo annuncio: subito dopo la fine della riunione plenaria fu annunciata solo l’abolizione della politica del figlio unico. Tutti erano in attesa di cosa avrebbe detto il Segretario generale del Comitato centrale del PCC, il compagno Xi Jinping. E non deluse le aspettative. “Data la necessità di raddoppiare il PIL (rispetto al 2010), la crescita media annua nel 2016-2020 non dovrebbe essere inferiore al 6,5%“, aveva detto il leader cinese tre giorni dopo. In questa breve frase erano espresse molte informazioni importanti, prima gli esperti indicarono la cifra del 7%, e ora la cifra era di mezzo punto percentuale meno; l’obiettivo di raddoppiare il PIL è invariato. Tutto il resto deriva dalla direzione strategica.

Sullo yuan
Puntando a raddoppiare il PIL della Cina nel 2020, gli esperti hanno ricordato il ruolo chiave della sfera monetaria e finanziaria. Infatti, nel campo della produzione materiale, la Cina ha stabilito un chiaro percorso di sviluppo, con una combinazione intelligente di mercato diversificato e stretto controllo del Partito-Stato. Nel settore finanziario non è così evidente. Gli eventi principali, secondo gli analisti finanziari, si giocheranno sulla valuta cinese del renminbi. Oggi, lo yuan in Cina è in parte convertibile. Per l’acquisto di valuta estera è necessario presentare documenti che confermino, ad esempio, la fornitura alla Cina di beni acquistati all’estero. Secondo quanto riportato dalla stampa, una cosa simile fu proposta in Russia dall’accademico Sergei Glazev nel suo famoso rapporto alla commissione interministeriale del Consiglio di Sicurezza della Federazione russa sulla sicurezza nella sfera economica e sociale. Secondo i media, il documento sostiene direttamente “il divieto di acquistare valuta estera a persone giuridiche senza giustificazione delle operazioni di pagamento”. Le persone interessate hanno criticato con veemenza questa “riduzione delle opportunità di mercato”. I loro oppositori hanno sottolineato il pericoloso aumento dell’esportazione di capitali all’estero per opera di speculatori senza scrupoli. Ora, la Cina sembra decisa a seguire la Russia, abolire le restrizioni sul commercio di valute. Non è una minaccia il potere assoluto della speculazione finanziaria nella Repubblica popolare cinese? In Russia è una realtà… Ma gli esperti non considerano il metodo russo una minaccia per la Cina. In primo luogo, non conosciamo ancora i termini della completa liberalizzazione del yuan. Nel nuovo piano quinquennale si afferma solo l’intenzione di rendere lo yuan una valuta liberamente convertibile, infine, e semplificare il regolamento delle operazioni dei cambi. La dichiarazione è pubblica, ma la sua attuazione dipenderà dalle condizioni specifiche. In secondo luogo, gli esperti si basano sulle esperienze nella lotta alla corruzione in Cina. In tutte le imprese e le istituzioni, a prescindere dalla forma della proprietà, operano gli organi del Partito Comunista cinese. I poteri sono enormi, un uomo d’affari comunista cinese mi ha detto che non poteva ottenere un prestito bancario se la richiesta non aveva l’autorizzazione del segretario della sua cellula aziendale. E il segretario della cellula a sua volta opera nella struttura del partito, e l’azienda non ha alcuna leva per fargli pressione né può provare a corromperlo: nel caso venisse scoperto compiere illeciti, il segretario verrebbe escluso immediatamente dal partito, che in Cina significa la morte politica. Wang Qishan, Presidente della Commissione centrale per l’ispezione della disciplina, è un uomo severo. Sulla sua commissione, la stampa ha citato dichiarazioni che non potrebbero essere più decise, “scagliare il corrotto nell’abisso della paura, nella sottomissione al terrore“, e che i membri del partito “non vogliano, non osino, non cedano alla corruzione“, questo è l’obiettivo. Così Wang Qishan e colleghi hanno ottenuto un grande successo: secondo la Procura del popolo cinese, il numero di processi con l’intervento del Comitato di Wang Qishan è costantemente aumentato in modo significativo. Naturalmente, l’eliminazione totale della corruzione in Cina è un problema del futuro, naturalmente ci sono ancora corrotti, anche a livelli molto elevati. Ma a giudicare dal crescente odio per Wang Qishan tra i suoi avversari, e la simpatia della gente comune, la Commissione centrale per l’ispezione della disciplina è un fattore importante nella politica anti-corruzione della “quinta generazione rivoluzionaria” guidata da Xi Jinping. E sullo yuan, i cambiamenti significativi nel settore finanziario cinese hanno uno scopo preciso: convincere il Consiglio di amministrazione del Fondo monetario internazionale a dare alla valuta nazionale della Cina lo status di riserva. Il Consiglio di amministrazione dell’FMI dovrebbe adottare questa misura a novembre. Se sarà positiva, lo yuan avrà una posizione di leadership nel sistema monetario globale, assieme a dollaro statunitense, sterlina inglese, yen giapponese ed euro. Il raggiungimento di questo ambizioso obiettivo garantirà un grande successo all’economia cinese. Se il “saggi” finanziari negheranno questo diritto alla Cina, la prossima occasione per la revisione del “paniere delle valute” potrebbe essere tra cinque anni.

Wang Qishan

Wang Qishan

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina abbandona con cura il dollaro

F. William Engdahl New Eastern Outlook 14/12/2015yuan_4_0Mentre Washington sembra ossessionata dal tentativo di umiliare il presidente cinese Xi Jinping e fargli perdere la faccia, inviando navi da guerra nelle acque territoriali cinesi nel Mar Cinese Meridionale, pochi giorni dopo la riunione alla Casa Bianca di Obama con il Presidente Xi, e altri atti provocatori, il governo della Gran Bretagna approfitta della crescente spaccatura tra Washington e Pechino. Muovendosi sapientemente per sviluppare un ruolo di primo piano in ciò che vede passaggio della moneta cinese, Renminbi (RMB), a importante valuta di riserva globale. La Cina da parte sua compie passi prudenti ma fermi per creare tale status del renminbi, che potrebbe spianare la via d’uscita della Cina ed altri dal dollaro e dall’esercizio del debito del Tesoro degli USA.
Xi compiva una visita importante a Londra a fine ottobre, incontrando non solo il primo ministro Cameron, ma anche la regina della Gran Bretagna. Dopo i colloqui con Cameron, il presidente cinese proclamava che Cina e Gran Bretagna costruiranno un “partenariato strategico globale” nel 21° secolo. Per la Gran Bretagna è una mossa astuta delle istituzioni finanziarie della City di Londra saldare il proprio futuro finanziario con quello della Cina mentre il drago cinese agisce per fare del renminbi una delle principali valute commerciali e di riserva del mondo. E’ anche una cattiva notizia per i possessori del dollaro, dato che chiaramente Pechino avrà scarso interesse a sostenerne il sistema, carico di debiti, nei prossimi anni. La dichiarazione congiunta rilasciata dopo i colloqui di Londra dai governi cinese e inglese dichiarava, “Il Regno Unito sostiene l’inclusione del RMB nel paniere dei DSP soggetto ai criteri vigenti, nella prossima revisione dei DSP del FMI. Entrambe le parti esortano i membri che devono ancora ratificare le quote e la riforma della governance del 2010 a farlo senza indugio migliorando ulteriormente la voce dei mercati emergenti e dei Paesi in via di sviluppo”. L’ultima è una frecciata diretta a Washington e al senato degli Stati Uniti, che bloccano l’approvazione delle riforme sul voto del FMI. La dichiarazione congiunta continua, “la Cina si congratula con la Gran Bretagna per essere stata il primo grande Paese occidentale a diventare uno dei membri fondatori dell’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB). Siamo ansiosi d’iniziare l’attività e l’integrazione dell’AIIB nel sistema finanziario globale da istituzione ‘snella, pulita e nuova’ che affronta le esigenze infrastrutturali dell’Asia”. Dopo le devastazioni della seconda guerra mondiale, la City di Londra fu costretta a cedere il ruolo di principale centro finanziario mondiale a New York e al sistema del dollaro. Il potere passò dall’impero formale inglese all’impero informale statunitense. Wall Street sostituì la City di Londra dopo i colloqui del 1944 di Bretton Woods. I tempi sono cambiati. Oggi la City di Londra è il principale centro mondiale finanziario, e il luogo dove si cambia più valuta che a New York. È già stato concluso un accordo bilaterale con la Banca Popolare della Cina sullo scambio del Renminbi, il terzo più grande centro del RMB al mondo. La questione è se la Gran Bretagna, o come Charles de Gaulle la definì, la “perfida Albione”, sia il cavallo di Troia di Washington, insinuandosi tra le pieghe del Grande Piano cinese. O il cavallo di Troia si appresta a galoppare via dal partner transatlantico degli Stati Uniti, verso est?

Il Grande Piano del CIPS della Cina
Ciò che appare chiaro al dipartimento del Tesoro di Washington è che la Cina ha una strategia a lungo termine, il Grande Piano, per acquisire la piena autonomia dal dollaro come valuta di riserva, che può essere usata per ingaggiare guerre valutarie contro una Cina recalcitrante. Oggi la Cina è il maggiore detentore straniero di debito del governo statunitense, un tallone d’Achille che una situazione di sanzioni finanziarie o congelamento dei beni degli Stati Uniti potrebbe essere devastante per Pechino. Un passo da gigante per rendere non solo la Cina ma anche la Russia e altre nazioni meno vulnerabili alle azioni finanziarie terroristiche del dipartimento del Tesoro degli USA, s’è avuto questo ottobre, quando Pechino ha avviato il proprio sistema di compensazione interbancaria SWIFT. Nelle sanzioni statunitensi contro l’Iran, Washington è riuscita ad obbligare il sistema interbancario privato SWIFT, in Belgio, a congelare i trasferimenti bancari internazionali dell’Iran, di fatto strangolandone l’economia, rendendo l’esportazione di petrolio quasi impossibile. Nel 2014, quando Washington impose numerose sanzioni alla Russia, fece pressione su SWIFT, sistema privato di circa 200 grandi banche internazionali, per impedire alla Russia di usarlo, cosa che la Russia avrebbe considerato atto di guerra. In quel caso, almeno quella volta, i membri del SWIFT rifiutarono d’imporre il divieto dei pagamenti. Stupidamente, l’inglese Cameron e il russofobo governo polacco, si unirono a Washington nell’agosto 2014 per far sì che SWIFT congelasse le banche russe. In risposta, il Presidente Vladimir Putin ordinò la creazione di un sistema di compensazione interbancaria russo, oggi operativo. La Cina ha seguito i piani per internazionalizzare il proprio sistema di compensazione interbancario, anche con le banche russe; un duro colpo per il SWIFT delle banche occidentali politicizzate. Ora la Cina ha avviato limitate operazioni del proprio SWIFT, che si chiama CIPS o Sistema di pagamenti internazionali della Cina. Utilizza lo stesso sistema di codifica di altri sistemi di pagamento internazionali, rendendo le operazioni più fluide e rapide. Si tratta di un super-rete che sostituirà i cambi esistenti che elaborano i pagamenti in yuan, rivaleggiando con Visa e MasterCard. CIPS sarà un sostegno importante all’internazionalizzazione del RMB e in realtà sarà più significativo, sotto molti aspetti, per la sicurezza finanziaria internazionale della Cina contro gli attacchi finanziari degli USA, con l’azione della Cina per far accettare la valuta dal Fondo monetario internazionale tra i Diritti speciali di prelievo (DSP) del paniere di valute del FMI, assieme a dollaro, yen, sterlina e euro. La Banca nazionale cinese ne ha posto le basi da qualche tempo. Già il RMB è la quarta valuta più scambiata al mondo superando lo yen giapponese. Prima del lancio del CIPS, l’uso del RMB nei rapporti finanziari internazionali era lungo e costoso con banche di cambio off-shore solo a Hong Kong, Singapore e Londra capaci di fare transazioni. Con CIPS sarà molto più veloce e più economico. SWIFT ne uscirà perdente per volontà di Washington e delle su sciocche sanzioni da guerra finanziaria. CIPS faciliterà anche il coordinamento finanziario tra Cina e Paesi partner del BRICS, in particolare la Russia. Il Ministero delle Finanze russo annunciava il 6 novembre che il governo russo emetterà titoli di Stato nel 2016, per un importo ancora indeterminato in RMB, nel tentativo di aggirare le sanzioni degli Stati Uniti avvicinandosi al partner strategico, la Cina. Le sanzioni dell’unità del terrorismo finanziario del Tesoro di Washington, imposte alla Russia nel 2014, miravano alle grandi banche statali Sberbank, VTB, Vnesheconombank, Gazprombank e Rosselkhozbank (Banca dell’Agricoltura russa) escluse a lungo termine (oltre 30 giorni) dal finanziamento occidentale. La Cina potrebbe compensarle, ora.

Pechino blocca la liberalizzazione finanziaria
Un’altra mossa strategica che si distingue proteggendo la Cina dagli attacchi speculativi finanziari che devastarono le economie delle tigri asiatiche nel 1997-98, è la decisione della leadership cinese di congelare le principali “riforme” per liberalizzare il mercato finanziario, almeno fino al 2020. Washington ha apertamente sostenuto le riforme per togliere i controlli sui capitali, consentendone la libera circolazione dentro e fuori la Cina. Lo scorso giugno i mercati azionari di Shanghai e Shenzhen cominciarono a crollare mentre scoppiava la bolla febbrile incoraggiata dal governo cinese, nella vana speranza di risucchiare il capitale necessario per le imprese di proprietà statale indebitate. Circa 2 trilioni di dollari in azioni svanirono nel nulla in quattro settimane, insieme ai risparmi di circa 90 milioni di cittadini cinesi che acquistarono il sogno di “arricchirsi”. Ciò che è emerso da questa esperienza è che governo e autorità di regolamentazione finanziaria avevano imitato i modelli della borsa di Wall Street, senza capirne il rischio, con tecniche che consentivano agli investitori di comprare titoli a margine o fondi di prestito dai broker. Il 6 novembre, il governo cinese annunciava che i piani iniziali per consentire il libero flusso di capitali in Cina, la cui adozione era in programma per la fine dell’anno, venivano rinviati alla fine del 2020. Questo è un passo importante nella stabilizzazione dei tumulti borsistici e su altri mercati della Cina. Inoltre isola la Cina dalla speculazione degli hedge fund che ha distrutto la crescita economica in Thailandia, Malesia, Corea del Sud nel 1997, quando George Soros guidò una banda di hedge fund contro quei mercati finanziari. Come inutilmente ci prova oggi con la Cina, il Tesoro degli Stati Uniti a metà degli anni ’90 convinse le economie delle tigri asiatiche a “riformare e liberalizzare” i mercati finanziari, rendendoli vulnerabili. Vi sarebbe stato un teso dibattito a porte chiuse, il 22 settembre, nella riunione presieduta dal Presidente Xi tra il Ministero delle Finanze cinese, quello dello Sviluppo nazionale, la Commissione per le riforme e l’Agenzia per la pianificazione responsabile delle infrastrutture e altre opere. I funzionari del Ministero delle Finanze sostenevano una maggiore liberalizzazione finanziaria, come fece il segretario al Tesoro Jacob Lew, nella pessima convinzione che i risparmiatori cinesi guadagnassero di più investendo in azioni o obbligazioni straniere che in Cina, utilizzandone l'”effetto ricchezza” degli investimenti esteri comprando più smart phone o computer portatili Huawei, e stimolando la crescita interna. Qualsiasi serio gestore di fondi occidentale che detenga azioni o obbligazioni sui mercati UE o USA, oggi passa notti insonni trattenendo il respiro e temendo il collasso delle bolle indotte dalle banche centrali sui mercati azionari e obbligazionari, risultato di anni di politiche di Quantitative Easing a zero tassi d’interesse perseguiti da Federal Reserve e Banca centrale europea dalla crisi finanziaria degli Stati Uniti nel 2007-2008.
In retrospettiva i leader cinesi si renderebbero conto dall’esperienza con bolle e crash del mercato azionario di stampo USA, di concentrare più forze e attenzione sulle ben più economicamente importanti passi per costruire la rete di infrastrutture ferroviarie e marittime della Via e Cintura in Eurasia. Il Giappone subì la più devastante distruzione dal dopoguerra del modello economico del MITI, dopo gli accordi del Plaza del settembre 1985, quando il segretario del Tesoro di Washington James Baker III fece pressione sul Giappone per apprezzare lo yen e adottare altre misure che gonfiarono i mercati azionari e immobiliari mondiali. La bolla scoppiò nel 1990 e il Giappone è alle prese con la deflazione cronica e deve ancora riprendersi. Il mondo non ha bisogno di una nuova versione “con caratteristiche cinesi” del modello di Wall Street. Il mondo ha bisogno di solidi investimenti nelle necessarie infrastrutture sulle ampie distese di Eurasia, Medio Oriente e Africa. Sembra che la leadership cinese abbia appreso una lezione dolorosa. Fortunatamente, il programma Via e Cintura di Xi Jinping è già stato designato priorità strategica nazionale.W020151019518637614136F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo yuan sarà la terza valuta più potente nel FMI

Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Laureato in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico.

Nonostante la forte opposizione del Tesoro degli Stati Uniti, l’FMI ha infine approvato, il 30 novembre, l’inclusione dello yuan nei diritti speciali di prelievo, un paniere di valute creato nel 1969 per completare le riserve ufficiali esistenti dei membri dell’organizzazione multilaterale. Così la valuta cinese diventerà dal 1° ottobre 2016 il quinto membro del paniere FMI. E l’influenza finanziaria globale della Cina continuerà a crescere rapidamente: il peso dello yuan nei diritti speciali di prelievo sarà più alto rispetto a quello di yen giapponese e sterlina inglese.renminbi4Pochi mesi fa c’era molto scetticismo sul fatto che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) incorporasse la ‘moneta del popolo’ cinese (‘RMB’) nel paniere di valute (1). Infine, i dubbi si sono chiariti: nonostante la forte opposizione del Tesoro degli Stati Uniti, molto presto lo yuan diventerà il quinto membro del paniere di valute del FMI (2). Come ci si è arrivati? Nella crisi del sistema dei cambi fissi, deciso nel 1944, nel 1969 il Fondo monetario internazionale creò un patrimonio di riserva che dava Diritti Speciali di Prelievo (“Special Drawing Rights“, SDR in inglese). Poiché il sistema della Federal Reserve (FED) degli Stati Uniti rendeva impossibile scambiare l’oro con la quantità eccessiva di dollari che le banche centrali del mondo avevano accumulato, lo scopo dei DSP è integrare le riserve ufficiali esistenti dei Paesi aderenti al FMI. Dapprima, il valore dei DSP fu reso equivalente a 0,888671 grammi di oro fino. E in una seconda fase, dopo il crollo di Bretton Woods, il valore dei DSP si basava su un paniere di valute delle maggiori economie del tempo: Stati Uniti, Germania, Giappone, Regno Unito e Francia. Alla fine degli anni ’90, il paniere del FMI era composto da dollaro, euro, yen giapponese e sterlina inglese. Da allora non ci furono ulteriori modifiche. Nonostante gli enormi cambiamenti nel quadro politico ed economico mondiale degli ultimi decenni, la composizione del paniere del FMI è rimasta invariata. Il deterioramento dell’economia degli Stati Uniti non impediva al dollaro di mantenere la posizione dominante: nel 2011 acquisì quasi il 42% del portafoglio dei DSP; seguito dall’euro con il 37,4%; sterlina con il 11,3%, e yen giapponese con il 9,4%. Tuttavia, dopo che il Consiglio di amministrazione dell’FMI, il 30 novembre, decideva di aggiungere la valuta cinese, la composizione del paniere finalmente cambierà (3). Così, lo yuan sarà la terza moneta più importante dei DSP col 10,92%, più di yen (8,33%) e sterlina (8,09%), anche se meno di dollaro (41,73%) ed euro (30,93%). Tale decisione entra in vigore tra 11 mesi, il 1° ottobre 2016. “L’inclusione dello yuan aumenterà peso e fascino dei DSP e contribuirà a migliorare il sistema monetario internazionale esistente, una circostanza che andrà a beneficio della Cina e del resto del mondo“, dichiarava la Banca del popolo cinese in un comunicato (4).
Nel 2009, Pechino già chiarì di aspirare a fare dello yuan una moneta di riserva globale. Come osservavo precedentemente, l’internazionalizzazione dello yuan si basa sul “gradualismo” ed è sostenuta soprattutto dalla forza commerciale della Cina. Negli ultimi anni la Banca popolare di Cina ha firmato il cambio (‘swap’) di valuta con più di 40 banche centrali di Asia-Pacifico, Africa, Europa, Cile e Canada, ferventi alleati degli Stati Uniti d’America. Né va dimenticato l’insediamento di banche di regolamento all’estero per facilitare l’uso del renminbi (‘banche di compensazione in RMB’) e la concessione di quote d’investimento per partecipare al programma cinese degli Investitori Istituzionali Esteri Qualificati in Renminbi (RQFII, ‘Renminbi Qualified Foreign Institutional Investor program‘). Tuttavia, queste misure non bastavano per far entrare in ‘Serie A’ lo yuan. Fu necessario guadagnarsi il riconoscimento di un istituto determinante nella gestione della finanza come il FMI. La Cina ha cominciato a vincere la battaglia ad agosto, quando svalutò lo yuan. Immediatamente, Pechino affermò che si trattava di un’azione temporanea; cioè non ci sarebbero state altre svalutazioni (5). Fu allora che la direttrice generale del FMI, Christine Lagarde, calmò gli investitori, neutralizzando la propaganda degli Stati Uniti che accusava la Cina della crisi economica mondiale (6). Nel frattempo Pechino non fece marcia indietro sulle “riforme strutturali”; al contrario accelerava l’apertura del proprio settore finanziario. Tutto punta alla liberalizzazione di tasso di cambio, tassi di interesse e mercato dei capitali. Dopo la connessione delle borse di Shanghai e Hong Kong a metà novembre 2014 (7), la Cina ora pensa di aprire una filiale della borsa a Londra per agosto.
In conclusione, se è vero che lo yuan ha ancora una lunga strada prima di poter competere direttamente col dollaro, non v’è dubbio che l’imminente inclusione nel paniere delle valute del Fondo monetario internazionale costituisca una pietra miliare (9). Il mondo finanziario cambia…0023ae6cf369120e66c70fNote
1. “Incorporar el yuan a los Derechos Especiales de Giro“, Ariel Noyola Rodríguez, Russia Today, Rete Voltaire, 3 aprile 2015.
2. “El Fondo Monetario Internacional incluye el yuan en la cesta de sus divisas de reserva“, Russia Today, 30 novembre de 2015.
3. “IMF Agrees to Include China’s RMB in SDR Basket“, Zou Luxiao, People’s Daily, 1 dicembre 2015.
4. “PBC Welcomes IMF Executive Board`s Decision to Include the RMB into the SDR Currency Basket“, People’s Bank of China, 1 dicembre 2015.
5. “La devaluación del yuan pone a prueba el ascenso de China como potencia mundial“, Ariel Noyola Rodríguez, Russia Today, Rete Voltaire, 29 agosto 2015.
6. “IMF’s Christine Lagarde Tries to Tamp Down China Panic, but Urges Vigilance“, Ian Talley, The Wall Street Journal, 1 settembre 2015.
7. “Shanghái y Hong Kong: la nueva dupla bursátil“, Ariel Noyola Rodríguez, Rete Voltaire, 22 novembre 2014.
8. “Yuanización mundial gracias a la City de Londres“, Ariel Noyola Rodríguez, Russia Today, Rete Voltaire, 5 novembre 2015.
9. “Hito histórico: El FMI decide sobre la inclusión del yuan como moneda de reserva“, Russia Today, 30 novembre 2015.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.212 follower