Nell’Estremo Oriente l’Armata Rossa concluse la Seconda Guerra Mondiale

Jurij Rubtsov Strategic Culture Foundation 26/08/20152005101203bIl Ministero degli Esteri del Giappone non ha mai avuto un momento di noia nell’ultimo fine settimana, ed ha avuto il suo farsi. Il Primo Ministro russo Dmitrij Medvedev ha visitato Iturup, una delle isole Curili, il 22 agosto, nel suo viaggio in Estremo Oriente. Ha scatenato la reazione del Giappone. Il Paese del Sol Levante ha presentato una protesta per la Russia e poi annullato la visita del suo ministro degli Esteri a Mosca. Tokyo chiama le isole Curili “Territori del Nord”, Hoppo Ryodo. Secondo la posizione ufficiale giapponese, la terra è soggetta a rivendicazioni territoriali, ma la disputa territoriale non può essere unilaterale. Il Giappone è l’unico a vederla come questione controversa. La Russia dice che non c’è niente di cui parlare. Secondo la sua posizione, lo status delle isole Curili è chiaramente definito dalle conferenze di Jalta (febbraio 1945) e di Potsdam (la dichiarazione fu firmata il 26 luglio dello stesso anno), dagli Stati che componevano la coalizione anti-hitleriana. I tentativi del Giappone di dire ai leader russi come comportarsi sul proprio territorio non è altro che interferenza negli affari interni di un Paese straniero. Questo punto di vista è dato dalla dichiarazione del Ministero degli Esteri russo del 22 agosto in risposta alla reazione del Giappone al viaggio di lavoro del Primo Ministro Medvedev che includeva Iturup. Si rimprovera il Ministero degli Esteri giapponese d’ignorare le lezioni della storia e il Giappone do continuare a mettere in dubbio i risultati universalmente riconosciuti della seconda guerra mondiale alla vigilia del 70° anniversario dalla sua fine. Tale retorica mette in dubbio le assicurazioni del governo giapponese di voler rispettare la verità storica e la memoria di decine di milioni di persone che persero la vita nella guerra in Asia orientale. Il 70° anniversario della vittoria dell’Unione Sovietica sul Giappone si avvicina. Alcuni ricercatori la chiamano operazione di pacificazione contro il Giappone militarista. Il tempo è favorevole nel ricordare gli avvenimenti di quei giorni, soprattutto considerando che alcuni soffrono di amnesia.
La seconda guerra mondiale non si concluse con la capitolazione della Germania nazista. Il Giappone continuò a lottare contro Stati Uniti, Gran Bretagna e altri alleati dell’Unione Sovietica nel Pacifico. Secondo le stime del Comando alleato, la guerra in Estremo Oriente avrebbe potuto continuare per 1,5-2 anni causando la morte di 1,5 milioni di militari statunitensi e inglesi. L’URSS prese l’unica decisione giusta, per quanto difficile. Tre mesi dopo la fin della guerra con la Germania, l’Unione Sovietica entrò in guerra con il Giappone rispondendo alle numerose richieste degli alleati. Josif Stalin onorò gli impegni presi nelle conferenze di Teheran e Jalta. Il 5 aprile 1945 l’URSS denunciò il Patto neutralità sovietico-giapponese del 13 aprile 1941 lasciando il Giappone sapere che era vicina. La dichiarazione del governo sovietico diceva che “Il patto di neutralità tra Unione Sovietica e Giappone concluso il 13 aprile 1941, vale a dire prima dell’attacco della Germania contro l’URSS e prima dello scoppio della guerra tra Giappone e Inghilterra e Stati Uniti. Da allora la situazione si è sostanzialmente modificata. La Germania attaccò l’URSS, e il Giappone, alleato della Germania, aiutò quest’ultima nella guerra all’URSS. Inoltre il Giappone conduce una guerra con Stati Uniti e Inghilterra, alleati dell’Unione Sovietica. In queste circostanze il patto di neutralità tra Giappone e Unione Sovietica ha perso senso e il suo prolungamento è impossibile”. Su principi astratti alcuni politici, diplomatici e storici criticano il governo sovietico per aver denunciato il patto. Non andiamo nei dettagli o richiamiamo le numerose ragioni per giustificare la denuncia. In molti casi il Giappone apertamente violò il principio di neutralità, arrivando ad affondare navi sovietiche. Diciamo solo che la leadership dell’Unione Sovietica non violò la prassi internazionale. Non fu criminale decidere di denunciare il Patto, al contrario, inviò un segnale inequivocabile al governo giapponese che la situazione era cambiata drasticamente. Il Giappone affrontava la prospettiva di una guerra contro le Nazioni Unite e gli sarebbe stato più prudente capitolare. Ma Tokyo non sentì ragione, neanche dopo che i leader di Stati Uniti, Gran Bretagna e Cina rilasciarono la Dichiarazione di Potsdam del 26 luglio 1945 (l’URSS vi aderì l’8 agosto 1945), che diceva “Chiediamo al governo del Giappone di proclamare la resa incondizionata di tutte le forze armate giapponesi, e dare garanzie adeguate e sufficienti della sua buona fede in tale azione. L’alternativa per il Giappone è la distruzione rapida e totale”. C’era la tenue speranza di far capitolare il Giappone ed evitare altre vittime. Ahimè! Ciò non si realizzò. Non c’era altro che usare la forza.
AM_Vasilevsky-115 L’8 agosto, l’Unione Sovietica dichiarò guerra al Giappone. L’offensiva strategica dell’Operazione Manciuriana iniziò il 9 agosto1945 sconfiggendo rapidamente l”Armata del Kwantung giapponese e occupando le città nella Cina nord-orientale e in Corea del Nord. Le forze sovietiche iniziarono i combattimenti contemporaneamente su tre fronti a est, ovest e nord della Manciuria: le operazioni su Khingan-Mukden, Harbin-Kirin e Sungari furono eseguite dal Fronte Trans-Bajkal, dal Primo Fronte dell’Estremo Oriente e dal Secondo Fronte dell’Estremo Oriente al comando dei Marescialli dell’Unione Sovietica Malinovskij e Meretskov, del Generale dell’Esercito Purkaev, sostenuti dalla Flotta del Pacifico guidata dall’Ammiraglio Jumashev, dalla Flottiglia dell’Amur, da tre armate aeree e dall’Esercito Rivoluzionario del Popolo mongolo guidato dal Maresciallo Horloogijn Chojbalsan. Tutte le forze erano sotto il Comando dell’Estremo Oriente dell’Unione Sovietica appositamente costituito dal Maresciallo dell’Unione Sovietica Aleksandr Vasilevskij. La forza sovietica-mongola forte di oltre 1,7 milioni di soldati comprendeva 30000 pezzi di artiglieria e mortai, più di 5000 carri armati e pezzi d’artiglieria semoventi, 5200 aerei e 93 navi da guerra. Le forze di occupazione giapponesi con oltre 1 milione di soldati avevano 1200 carri armati, 6600 pezzi di artiglieria, 1900 velivoli e oltre 30 navi da guerra e cannoniere. Le forze sovietiche colpirono velocemente in modo magistrale. Nell’offensiva iniziata il 9 agosto, i fronti sovietici attaccarono il nemico a terra, aria e mare. Il fronte era esteso per oltre 5000 km. La Flotta del Pacifico interruppe le rotte marittime utilizzate per rifornire il Kwangtung e attaccò le basi navali giapponesi in Corea del Nord. Le unità meccanizzate e corazzate del Fronte di Trans-Bajkal e le formazioni della cavalleria dell’Esercito Rivoluzionario del Popolo mongolo avanzarono rapidamente. Il Fronte comprendeva le unità che acquisirono esperienza nella guerra contro la Germania fascista. Le forze sovietiche e mongole frantumarono e sfondarono le posizioni giapponesi fortemente fortificate lungo i fiumi Amur e Ussuri e sulla catena montuosa del Grande Khingan. Il quarto giorno dell’offensiva in Manciuria le unità della 6° Armata Corazzata della Guardia al comando del Colonnello-Generale Andrej Kravchenko attraversarono il Grande Khingan raggiungendo le pianure della Manciuria e avanzando in profondità sulle posizioni dell’Armata del Kwantung prima che le sue forze principali si avvicinassero alla catena montuosa. Nei sei giorni dell’offensiva il 1.mo Fronte dell’Estremo Oriente avanzò per 120-150 km, il Fronte di Trans-Bajkal per 50-450 km e il 2.ndo Fronte dell’Estremo Oriente per 50-200 km.
L’imperatore Hirohito firmò il Proclama imperiale di resa il 14 agosto e la leadership giapponese ordinò all’Armata del Kwantung di opporre maggiore resistenza all’Armata Rossa dopo aver cessato le ostilità contro le forze anglo-statunitensi. Il comandante in capo delle forze sovietiche in Estremo Oriente Maresciallo Vasilevskij inviò un ultimatum il 17 agosto 1945 al Generale Otsuzo Yamada, comandante dell’Armata del Kwantung, chiedendo di cessare tutte le ostilità contro le forze sovietiche alle 12:00 del 20 agosto lungo il fronte, deporre le armi e arrendersi. Per accelerare la capitolazione del Giappone, forze aeroportate atterrarono il 18-27 agosto a Harbin, Shenyang, Changchun, Kirin, Lushun, Dalian, Pyongyang, Hamhung e altre città di Cina e Corea. Il 19 agosto il comando giapponese sul continente ordinò di arrendersi senza condizioni. Il grande successo in Manciuria permise al comando sovietico di lanciare l’offensiva su Sakhalin meridionale. Il 18 agosto le forze sovietiche lanciarono le operazioni di sbarco sulle isole Curili. Le forze includevano elementi delle Forze aeree della Kamchatka e navi della Flotta del Pacifico. Di conseguenza, il primo settembre le truppe catturarono le isole settentrionali, tra cui Urup, mentre la squadra settentrionale della Flotta del Pacifico occupò le isole a sud di essa. Il colpo schiacciante contro l’Armata del Kwantung in Estremo Oriente fu uno dei fattori decisivi alla sconfitta del Giappone. La sua politica militarista e la resistenza inutile portarono alla perdita inutile di molte vite e rese inevitabile la capitolazione alle Nazioni Unite, ai Paesi che componevano la coalizione anti-hitleriana. Queste sono le lezioni storiche di cui il Ministro degli Esteri russo ha parlato nella suddetta dichiarazione. Non vanno dimenticate dal Giappone. Sergej Lavrov ha invitato Tokyo ad abbandonare i tentativi di rivedere la legge internazionale e a concentrarsi su sforzi costruttivi per migliorare il clima delle relazioni Russia-Giappone e sviluppare una cooperazione reciprocamente vantaggiosa. La domanda è il Giappone ascolterà i consigli alla ragione?

188_1La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina liquida i buoni del Tesoro USA, avvertendo Washington

Tyler Durden Zerohedge 27/08/2015

ChinaUSTHoldingsCi siamo chiesti cosa accadrebbe se i mercati emergenti della Cina si sbarazzassero dei buoni del Tesoro statunitensi. Per mesi abbiamo documentato la liquidazione della PBoC della gran quantità di carta degli Stati Uniti. A luglio, per esempio, notammo che la Cina aveva scaricato ben 143 miliardi di dollari in buoni del Tesoro USA in tre mesi via Belgio, lasciando la Goldman senza parole per una volta. Abbiamo seguito tutto ciò, questa settimana, osservando che grazie al nuovo regime FX (che, in ogni caso in teoria, avrebbe dovuto richiedere minor intervento), la Cina ha probabilmente venduto da qualche parte circa 100 miliardi di buoni del Tesoro USA nelle ultime due settimane, e solo come operazioni FX aperte per stabilizzare lo yuan. In parole povere, con la svalutazione della Cina e i successivi tentativi di contenerla, la Cina s’è liberata di una quantità epica di buoni del Tesoro USA. Ma anche con il gatto fuori dal sacco per i lettori di Zerohedge e anche, mescolando metafore varie, il genio uscito dalla bottiglia da metà agosto, la Cina, grazie al rifiuto netto di far galleggiare lo yuan, continuerà a vendere lentinaia di miliardi di USTS, e il mondo lentamente si sveglia su cosa in realtà implichino gli interventi FX della Cina, quando accadono due cose: i) Bloomberg, citando l’ufficio dei redditi FIX di New York, ha osservato una “pressione alla vendita sostanziale” degli USTS a lungo termine proveniente dall'”estremo oriente”, e ii) Bill Gross s’è chiesto, in un tweet, se la Cina vende buoni del Tesoro. Con certezza, abbiamo avuto la conferma di ciò che abbiamo descritto in modo esauriente per mesi. Ecco Bloomberg: “La Cina ha ridotto le sue dotazioni di titoli del Tesoro USA questo mese raccogliendo i dollari necessari per sostenere lo yuan dopo la svalutazione di due settimane fa, secondo persone vicine alla vicenda. Canali per tali operazioni di vendita diretta della Cina, sono agenti in Belgio e in Svizzera, ha detto una fonte anonima, poiché l’informazione non è pubblica. La Cina ha comunicato alle autorità statunitensi le vendite, ha detto un’altra fonte. Non hanno rivelato le dimensioni delle disposizioni. Gli ultimi dati disponibili del Tesoro e stime strategiche suggeriscono che la Cina controlla 1480 miliardi di dollari di debito pubblico degli Stati Uniti, secondo i dati compilati da Bloomberg. Compresi 200 miliardi di dollari detenuti tramite il Belgio, che Nomura Holdings Inc. dice sia la patria dei conti protetti cinesi. La PBoC ha venduto almeno 106 miliardi di attività di riserva nelle ultime due settimane, buoni compresi, secondo una stima della Société Generale SA. La cifra si basa sul calcolo della banca sulla liquidità aggiunta al sistema finanziario cinese dalla riduzione dei tassi d’interesse e dai requisiti di riserva richiesti ai creditori. Il presupposto è che la banca centrale si propone di ricostituire i fondi drenati quando comprava yuan per stabilizzarli”. Ora che ciò che è lampante da almeno sei mesi, è l’approvazione ufficiale basata sui fatti, e cosa esattamente significa il via libera alla speculazione dilagante per la politica monetaria degli USA. Ecco di nuovo Bloomberg: “La Cina vende titoli del Tesoro “non è una sorpresa, ma forse non è pienamente valutata”, ha detto Owen Callan, stratega FIX a Dublino presso Cantor Fitzgerald LP. “Cambierebbe la prospettiva sui buoni un bel po’, se iniziano a scontare abbastanza sulla liquidazione delle riserve nei prossimi sei mesi, o sulle intenzioni di come gestiranno lo yuan a qualsiasi livello”. “Con la vendita di titoli del Tesoro a difesa del renminbi, impediscono il ribasso dei rendimenti del Tesoro, nonostante il forte calo del mercato azionario“, ha detto a Bloomberg Television David Woo, a capo della Ricerca tassi globali e valute della Bank of America Corp. “La Cina impatta direttamente sui mercati globali tramite i tassi statunitensi“. Come avevamo detto, se facciamo una revisione della letteratura accademica esistente, come intrapresa da Citi, si ha idea di cosa significhi la liquidazione della riserva estera FX per i buoni del Tesoro USA (USTS). “Supponiamo che EM e Paesi in via di sviluppo, che detengono 5491 miliardi di riserve, riducano le partecipazioni del 10% in un anno, ciò equivale a 3,07% del PIL degli Stati Uniti e a un’ascesa decennale dei tassi del Tesoro per l’enorme cifra di 108 miliardi“, secondo Citi, in una nota d’inizio settimana. In altre parole, per ogni 500 miliardi di riserve valutarie cinesi liquidate, corrispondono 108 miliardi di pressione al rialzo decennale. Ricordate che, grazie alla minaccia dell’incombente aumento dei tassi della FED, e altri fattori tra cui il precipitare dei prezzi delle materie prime e rischi politici idiosincratici, le valute dei mercati emergenti sono in caduta libera, il che significa che non è solo la Cina a liquidare beni in dollari USA.
E’ chiaro che ci sia notevole pressione al rialzo dei rendimenti dei buoni del tesoro USA e che sia una situazione decisamente indesiderabile per la FED, che dovrà affrontarla a settembre. Avevamo riassunto la situazione così: “uno dei catalizzatori dei deflussi EM è l’incombente balzo della FED che, assieme a quanto sopra, indica che se il FOMC alza i tassi, quasi sicuramente accelererà la pressione sugli EM, innescando ulteriore uso degli FX di riserva (cioè svendita di buoni del tesoro USA), con conseguente notevole pressione sul rialzo dei rendimenti e un’inversione politica immediata, forse anche un QE4“. Bene, ora che la Cina liquida con frenesia i buoni del Tesoro USA, a un ritmo tale da non poterlo nascondere o minimizzare come irrilevante, e ora che Bill Dudley ha ufficialmente aperto la porta a un “ulteriore allentamento quantitativo“, sembrerebbe che l’unico modo per evitare che Cina ed EM liquidino i buoni del Tesoro USA, come indica Citi, “sia soffocare il mercato immobiliare degli USA” ed imporre una restrizione, tramite il canale di emissione degli UST, del FOMC avviando il QE4.20150826_EMFXTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La lista degli ospiti alla parata della Vittoria in Cina ha un significato

MK Bhadrakumar Indian Punchline, 26 agosto 20151026067462I Paesi occidentali hanno l’idea sbagliata che se non si concedono a un evento internazionale, perde importanza. E’ sbornia colonialista. Ma poi, la vanità ha dei limiti e c’è anche il fatto che molto denaro è in gioco. Mentre i Paesi occidentali si sminuiscono a vicenda per l’adesione alla Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) della Cina, i “membri fondatori” sono una legione. L’AIIB è istintivamente vista come una cassa libera cinese e alcuna persuasione statunitense potrebbe tenerli lontano dal vaso di miele. Gran Bretagna e Germania detengono poco peso nell’AIIB in confronto all’India, ma sono prone alla spina commerciale derivanti dai programmi d’investimento. Ahimè, non ci sono soldi nelle celebrazioni della Cina per il 70° anniversario della seconda guerra mondiale. Non ci sarà David Cameron alla cerimonia, a Pechino, il 3 settembre. I media occidentali insistono che sia un ‘affronto’, considerando che la Cina dica di non insistere sull’invito, ma lascia gli invitati rispondere da soli. In ogni caso, perché un qualsiasi Paese riterrebbe un ‘affronto’ la Cina che celebra la splendida vittoria sul fascismo? Non ci fu alcun Olocausto nel teatro asiatico, ma l’esercito giapponese predone commise non meno orribil crimini di guerra della Germania nazista. La Cina non era l’aggressore nella seconda guerra mondiale. Non fu versato sangue anglosassone. La partecipazione della Cina prese la forma della lotta di liberazione contro l’imperialismo giapponese. Senza dubbio, l’impatto della seconda guerra mondiale sulla regione asiatica fu storica. Fondamentalmente, la guerra galvanizzò i movimenti nazionali in tutta la regione e l’Asia poté scuotersi dal giogo coloniale, finalmente. Ma in termini geopolitici, il singolo maggiore beneficiario furono gli Stati Uniti. La guerra al Giappone, e l’uso deliberato di armi atomiche, permise agli Stati Uniti di finalmente integrarsi nella regione asiatica ed oggi sostengono di essere un ‘potenza asiatica’. D’altra parte, il maggior perdente fu l’impero inglese poiché il suo declino a potenza di secondo rango iniziò quando pensò che trattenere la colonia indiana non fosse più sostenibile. Naturalmente, l’indipendenza dell’India nel 1947 è attribuibile alla seconda guerra mondiale.
Comunque, le presenze a Pechino la prossima settimana sono interessanti per tre motivi. Primo, la presenza del Presidente russo Vladimir Putin a Pechino il 2-4 settembre afferma, senza ombra di dubbio, che la quasi-alleanza tra le due grandi potenze è sempre più forte e la politica e il sistema internazionale mondiali saranno profondamente influenzati dalla partnership strategica sino-russa. Secondo, l’assenza dei Paesi occidentali alle celebrazioni sottolinea che sono lungi dall’accettare la Cina come partner strategico e, inoltre, al momento critico, il sangue si rivelerà più denso dell’acqua e gli europei doverosamente si schiereranno con gli Stati Uniti in ogni confronto con la Cina. Germania e Gran Bretagna non possono fare a meno del mercato cinese per mantenere a galla le loro economie, ma vedere la Cina come potenza è intrinsecamente contraddittorio nell’ordine mondiale. La loro preoccupazione per l’ascesa della Cina è aggravata dalla consapevolezza acuta del declino dell’occidente dopo un lungo dominio globale dalla Rivoluzione Industriale. Terzo, la presenza della presidentessa sud-coreana Park Geun-hye, nonché l’assenza del Primo ministro giapponese Shinzo Abe e del leader nordcoreano Kim Jong Un, saranno un esempio dei riallineamenti emergenti politici nell’Estremo Oriente. Cina e Corea del Sud si sono avvicinate molto come partner economici, mentre la presenza di Park a Pechino sottolinea le preoccupazioni condivise dai due Paesi sull’avanzata del militarismo nel Giappone di Abe. Significativamente, mettendo da parte le speculazioni, Park ha deciso di partecipare alla parata militare. (Soldati e diplomatici marciano a Tiananmen in Cina). Quanto ad Abe, capisce che l’evento a Pechino della prossima settimana avverte che la Cina ha iniziato inesorabilmente a superare il Giappone quale potenza globale ed è praticamente impossibile invertire tendenza. La conseguente rettifica che il Giappone dovrà fare sarà estremamente dolorosa, perché mai prima nella storia moderna ha dovuto vivere all’ombra della superiore potenza della Cina. Infatti, l’assenza di Kim proclama semplicemente una cosa: Cina e Corea democratica non sono più ‘vicine quanto le labbra ai denti’, richiamando l’attenzione sul carattere mutevole del rapporto tra i due vicini, prevedendo il passaggio difficile da alleanza a partnership contorta. L’affinità ideologica e strette relazioni personali a livello di leadership cedono il passo. In essenza, ciò che rimane è il calcolo per la sicurezza della Cina e la ricerca di una cooperazione pragmatica per far leva politica su Pyongyang.1385285Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I fattori regionali che ostacolano i rapporti Russia-Giappone

Melkulangara Bhadrakumar, Strategic Culture Foundation, 25/08/20151026067608Il complesso reset del delicato rapporto Russia-Giappone, sembra sempre più lontano. Russia e Giappone desideravano un reset che vedevano nel loro interesse. La Russia spera di attirare il Giappone come importante partner economico, in particolare per lo sviluppo delle regioni siberiane e dell’Estremo Oriente, dove la Cina si muove. Da parte del Giappone, la disputa territoriale con la Russia è una questione emotiva che ha impedito di concludere un trattato di pace formale dopo la seconda guerra mondiale. Se le indicazioni all’inizio dell’anno erano che Putin avrebbe compiuto una visita storica in Giappone entro l’anno, il rinvio di Tokyo di un giro di consultazioni previsto a Mosca da parte del ministro degli Esteri Fumio Kishida (31 agosto – 1 settembre) per preparare il terreno della visita di Putin, impone un controllo della realtà. La decisione di Tokyo è vista come una ‘protesta’ per la visita del Primo ministro russo Dmitrij Medvedev a una delle quattro isole contese il 22 agosto 2015. Tuttavia, è solo l’ultima manifestazione visibile della costante idiosincrasia nelle relazioni russo-giapponesi, risalente alla visita del Primo ministro Shinzo Abe a Washington e ai nuovi orientamenti della Cooperazione per la Difesa tra Stati Uniti e Giappone del 27 aprile. Il documento di base originariamente steso nel 1979, delineava la cooperazione militare tra Stati Uniti e Giappone in caso di attacco militare (sovietico) al Giappone, aggiornato al dopo-Guerra Fredda nel 1997. Ora è stato rivisto per la seconda volta allineandosi alla geopolitica emergente nella regione Asia-Pacifico, imposta da una Cina “decisa”. Dal punto di vista russo, i giapponesi che si attrezzano per svolgere un ruolo più attivo nel sostenere le operazioni globali degli Stati Uniti, diventano una preoccupazione. In particolare, le linee guida sottolineano la cooperazione USA-Giappone nel campo della difesa missilistica balistica o BMD. Gli Stati Uniti, infatti, hanno iniziato a schierare il sistema BMD in Giappone. Ciò avviene in un momento in cui gli interessi russi e statunitensi sono in disaccordo nel Nord-Est asiatico, dove la possibilità di un grande conflitto è maggiore oggi. Non si può pretendere che la Russia veda l’alleanza nippo-statunitense come fattore di stabilizzazione nella regione. La Russia avrebbe potuto sperare che il DNA del Giappone l’inducesse a perseguire politiche estere indipendenti o senza eccessiva dipendenza dal sistema di alleanze degli Stati Uniti, ma il modo in cui Tokyo semplicemente segue le sanzioni degli Stati Uniti contro la Russia, sulla crisi in Ucraina, parla diversamente. Infatti, lo spettro di un’architettura BMD sponsorizzata dagli USA in Estremo Oriente preoccupa la Russia, che ha rivisto la dottrina militare lo scorso dicembre, avendo acuti crescenti timori che proprio una cosa del genere accadesse alla periferia del Paese. L’articolo 12 della dottrina militare russa si riferisce vividamente alla percezione della minaccia che dei vicini della Russia schierino il BMD e reclamino suoi territori.
Kuril-Kunashir-island-Med-006 Washington e Tokyo potevano considerare una linea che non vedesse la Russia come minaccia al Giappone e l’alleanza nippo-statunitense contraria alla Russia, ma nel clima attuale delle relazioni russo-statunitensi, Mosca non ha intenzione di farsi illusioni. La spinta di Abe ad espandere il ruolo dei militari (sotto la dottrina dell”autodifesa collettiva’) neanche aiuta. La controversa legge approvata dalla camera bassa del parlamento del Giappone, il mese scorso, permetterebbe alle truppe giapponesi di combattere all’estero per la prima volta dalla seconda guerra mondiale. In poche parole, la proposta di legge testimonia che Tokyo cede alle pressioni statunitensi favorendone la strategia per riequilibrare il potere in Asia, giocando un ruolo più attivo nell’alleanza militare USA-Giappone. L’inquietudine di Mosca potrebbe non avere trovato un’articolazione forte, a differenza di Pechino, ma l’inquietudine c’è sicuramente. Una serie di passi di Mosca da aprile, seguono tale prospettiva. Così, le celebrazioni della Giornata della Vittoria a Mosca il 9 maggio si sono rivelato il culmine della convergenza strategica tra Russia e Cina: il presidente cinese Xi Jinping è stato infatti l’ospite d’onore; il Presidente Putin ha confermato i suoi piani per partecipare alle celebrazioni della Cina a Pechino il 3 settembre; oltre a dare grande impulso alle relazioni economiche e un comune ricordo struggente della storia, i due leader hanno inoltre deciso di collegare formalmente l’Unione economica eurasiatica della Russia alla Cintura economica della Via della Seta cinese, implicando “uno spazio economico comune sul continente” (Putin). Ancora una volta, a giugno, il Ministro della Difesa Sergej Shojgu ordinava l’accelerazione della costruzione di infrastrutture militari e civili sulle isole Kurili. Il 24 luglio, annunciava che le truppe russe schierate sulle isole Kurili saranno “riarmate” entro settembre. Nel frattempo, nuove esercitazioni militari sono in programma sulle isole Kurili. Ai primi di agosto, il governo russo approvava un programma federale per lo sviluppo socio-economico complessivo delle Isole Kurili, nel prossimo decennio, con una spesa stimata a 1,5 miliardi di dollari. Il Primo ministro Dmitrij Medvedev ha detto che il programma “faciliterà la trasformazione delle isole Kurili in un moderno territorio russo dove sia comodo vivere e interessante lavorare”. Finalmente Medvdev compiva una visita molto pubblicizzata alle isole Kurili. In un commento recente, il tabloid Global Times del Partito Comunista Cinese ha osservato: “I loro (Russia e Giappone) interessi strategici sono in conflitto… la maggiore minaccia alla sicurezza di Mosca sono le alleanze militari dominate dagli USA. Il Giappone, d’altra parte, ha svolto un ruolo attivo in tali alleanze… La disputa territoriale sfida una soluzione rapida… Oggi è ancora più improbabile che la Russia non risponda alle pretese territoriali giapponesi… Ci sono molte barriere strutturali tra Russia e Giappone. Anche se il rapporto… può vedere una distensione, non migliorerà notevolmente”. E’ una valutazione corretta. Ma il commento omette di esaminare il calcolo strategico russo. Andando indietro nel tempo, nel periodo della guerra fredda, il Giappone formò la linea di contenimento degli Stati Uniti ‘contro le forze d’intervento navali sovietiche’. E Mosca rispose ordinando alla Marina sovietica di trasformare il Mare di Okhotsk in un bastione strategico navale per i sottomarini lanciamissili balistici, con le isole Kurili nella zona ‘esclusiva’. Pertanto, il rafforzamento russo sulle isole Kurili ha una ragione. Inoltre, lo è anche in previsione dell’apertura del cosiddetto Passaggio a nord-est. Già nel settembre 2011, molto prima della crisi in Ucraina e della relativa degradazione dei rapporti ‘Est-Ovest’, la Russia svolse la più grande esercitazione militare navale presso le isole Kurili nel dopo-Guerra Fredda, coinvolgendo 20 navi militari e bombardieri. Probabilmente la politica artica della Russia richiede che le isole Kurili siano la prima linea difensiva e della sicurezza nazionale del Paese. La Russia rafforzerà costantemente la propria presenza militare sulle isole Kurili e ne svilupperà comunque le infrastrutture portuali.
É luogo comune che l’Artico abbia enormi riserve non sfruttate di petrolio e gas, minerali, acqua fresca, pesce e così via. Ma ciò che è meno noto è che la forte presenza strategica nella regione artica consente alla Russia anche accesso agli oceani del mondo, fondamentale per contrastare la strategia del contenimento degli Stati Uniti. Il Pentagono valuta che la Russia attualmente sia la nazione più avanzata al mondo nello sviluppo di infrastrutture militari nell’Artico. La dottrina militare della Russia, che Putin ha firmato lo scorso dicembre, mira a costruire una rete unificata di strutture militari nei territori artici per ospitare truppe, navi e aerei da guerra. In teoria, anche se Mosca ha in gran parte mantenuto per sé i propri pensieri, vedrebbe nella cooperazione USA-Giappone sul BMD, nel quadro degli orientamenti per la cooperazione nella Difesa USA-Giappone, una minaccia all’equilibrio strategico. In tali circostanze, il ripristino delle relazioni con il Giappone diventa problematico. Chiaramente, gli Stati Uniti sospingono l’implementazione della BMD in Estremo Oriente. I rapporti russo-giapponesi possono guastarsi se Mosca ad un certo punto decide di serrare i ranghi con Pechino sulla minaccia posta dall’implementazione del BMD dagli Stati Uniti. La prossima visita di Putin a Pechino sarà un’importante passo del riallineamento strategico emergente in Estremo Oriente.kurilesLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’attentato di Bangkok: chi brandisce la scure sulla Thailandia?

Tony Cartalucci, LD 18 agosto 2015

0013729e431911171b9f02L’attentato del 17 agosto 2015 ha ucciso 20 persone e feritone più di 100, è uno dei peggiori attacchi terroristici nella capitale della Thailandia Bangkok. L’attentato ha colpito un santuario religioso frequentato dai turisti asiatici, in particolare cinesi, che ora costituiscono il più grande gruppo di visitatori in Thailandia. E’ evidente che l’attacco è mirato all’economia della Thailandia, e in particolare a un preciso segmento del mercato turistico della Thailandia. I commentatori hanno ammesso che esistono molti altri obiettivi dalla maggiore concentrazione di turisti a Bangkok. I terroristi hanno colpito in particolare il santuario di Erawan, nel centro di Bangkok. per colpire i turisti asiatici della Thailandia. I media occidentali hanno già diffuso teorie su chi abbia effettuato l’attentato, concentrandosi sui separatisti nel sud delle province della Thailandia in rivolta da anni. Molti notano, tuttavia, che la violenza raramente esce da queste province, e non è mai stata di tale scala, in particolare a Bangkok. Il deposto dittatore Thaksin Shinawatra e i suoi sostenitori sono dei possibili sospetti. Mentre i separatisti del sud non hanno mai compiuto violenze a Bangkok, i seguaci di Shinawatra sì, e spesso. Hanno attuato tumulti che uccisero due negozianti nel 2009. Nel 2010 inviarono 300 militanti pesantemente armati nelle strade di Bangkok, innescando scontri a fuoco che causarono quasi 100 morti, culminando negli incendi dolosi della città. Ancora usarono gli stessi terroristi nel 2013-2014 contro le proteste contro il regime di Shinawatra. Quest’ultimo episodio causò 30 morti e centinaia di feriti. Mentre alcun attacco dei seguaci di Shinawatra rivaleggia con l’attentato, il bilancio delle vittime totali e della carneficina causata dai suoi militanti nel 2010 e nel 2013-2014, certamente è superiore. I media stranieri hanno anche ipotizzato che i terroristi dallo Xinjiang o del cosiddetto “Stato islamico” (SIIL) siano potenzialmente coinvolti, forse per il gran numero di turisti cinesi colpiti dall’attentato, e poiché i terroristi dallo Xinjiang furono invitasi dalla NATO in Siria per combattere a fianco del SIIL. Fu già riportato come Stati Uniti ed alleati, che hanno sostenuto il regime di Shinawatra negli ultimi dieci anni, avessero anche legami con i separatisti filo-statunitensi-sauditi nel sud della Thailandia e con i separatisti uiguri filo-statunitensi-turchi in Cina. Con la politica estera statunitense quale denominatore comune dei possibili sospetti, ci si può chiedere: “Perché la Thailandia?” Cosa porta gli Stati Uniti ad agitarela scure contro la Thailandia?

NumberArrivalsbyCountryI peccati capitali della Thailandia
Mentre la Thailandia è percepita come alleata degli Stati Uniti, ciò risale alla guerra fredda ma non alla realtà moderna. Durante la guerra del Vietnam, la Thailandia fu coinvolta nel conflitto regionale e scelse di fare concessioni agli Stati Uniti piuttosto che affrontarli. La Thailandia già ricorse a una strategia simile durante la seconda guerra mondiale per mitigare la guerra con il Giappone a costi provvisori per la sovranità. Tuttavia, recentemente la Thailandia si allontana da Washington, e non solo nelle relazioni USA-Thailandia ma nel contesto delle ambizioni degli Stati Uniti in Asia e in particolare, in relazione ai piani per circondare, contenere ed “integrare” la Cina nell'”ordine internazionale” degli USA. Per comprendere questo passo, vanno chiariti mezzi, motivazioni e opportunità degli Stati Uniti nell’attacco terroristico.

1) La dirigenza della Thailandia ha sempre resistito, eroso ed infine spodestato il regime fantoccio sostenuto dagli Stati Uniti di Thaksin Shinawatra, dopo oltre un decennio di caos politico.
Shinawatra alla fine degli anni ’90 fu consigliere della famigerata società statunitense di private equity Carlyle Group e si presentava come amico personale della dinastia dei Bush. Promise alla sua nomina che avrebbe continuato a servire da “sensale” tra interessi degli Stati Uniti e risorse della Thailandia. Nel 2001 privatizzò beni e infrastrutture della Thailandia, compreso il conglomerato petrolifero nazionale PTT, venduto ad interessi stranieri, tra cui le compagnie petrolifere occidentali Chevron, Exxon e Shell. Nel 2003 Shinawatra avrebbe inviato truppe thailandesi per l’invasione dell’Iraq, nonostante le diffuse proteste di militari e pubblico tailandesi. Shinawatra inoltre permise alla CIA di utilizzare la Thailandia per il suo aberrante programma di estradizioni. Nel 2004 Shinawatra tentò d’imporre l’Accordo di libero scambio (ALS) US-Thailandia senza l’approvazione del Parlamento, ma con il sostegno del Business Council USA-ASEAN, e poco prima delle elezioni del 2011, che vide la sorella Yingluck Shinawatra andare al potere, ospitò i capi delle sue “camicia rosse” del “Fronte Unito per la Democrazia contro la Dittatura” (UDD) a Washington DC. Dal colpo di stato del 2006 contro il suo regime, Shinawatra fu rappresentato dalle élite aziendali-finanziarie degli USA attraverso propri lobbisti come Kenneth Adelman della Edelman PR (Freedom House, International Crisis Group, PNAC), James Baker della Baker Botts (CFR, Carlyle Group), Robert Blackwill (CFR) della Barbour Griffith & Rogers (BGR), Kobre & Kim, Bell Pottinger (qui) e Robert Amsterdam della Amsterdam & Partners (Chatham House). Dal 2006 ad oggi, gli ambienti politici e mediatici occidentali favoriscono continuamente Shinawatra e i suoi ascari politici, come Freedom House e la sua organizzazione ombrello, il National Endowment for Democracy (NED), per finanziare organizzazioni non governative (ONG) e accademici tailandesi sostenitori di Shinawatra e fomentare una continua sovversione politico-sociale contro la dirigenza della Thailandia. Recentemente, con la nomina di Glyn Davies ad ambasciatore degli Stati Uniti in Thailandia, laureato al War College sull’uso della forza non militare per rovesciare l’ordine socio-politico di una nazione presa di mira, gli USA s’impegnano ancora ad installare Shinawara al potere.

2) La dirigenza della Thailandia, dopo l’estromissione di Shinawatra, persegue la propria politica estera, e in particolare l’allineamento con la Cina.
Dal colpo di stato del 2006 che mandò in esilio Shinawatra, e il colpo di Stato del 2014 che finalmente iniziava il processo di sradicamento totale della sua rete politica, la Thailandia si è sempre più allontanata dal “Secolo del Pacifico americano” e avvicinata alla Cina in ascesa. Nella cooperazione militare, la Thailandia ha invitato la Cina a partecipare per la prima volta alle esercitazioni militari annuali Gold Cobra. Una volta mera esercitazione congiunta statunitense- tailandese, negli anni s’è evoluta riflettendo il cambio della politica estera della Thailandia, includendo la Cina ed indicando il riconoscimento di Bangkok della crescente influenza regionale di Pechino. E mentre la Thailandia è spesso accusata di avere un arsenale di sole armi statunitensi, la maggior parte è antiquata come gli obsolescenti carri armati M60. Prima del golpe della NATO in Ucraina, la Thailandia cercò di acquistare carri armati T-84 da Kiev. Possiede anche quasi 400 trasporto truppe corazzati Tipo 85 cinesi e oltre 200 veicoli da trasporto truppe blindati BTR-3 ucraini, per integrare gli obsolescenti M113 di fabbricazione statunitense. Forse la cosa più importante è l’intenzione della Thailandia di procurarsi una flottiglia di sottomarini d’attacco diesel-elettrici cinesi Tipo 039A. Defense News nell’articolo ‘Thai Chinese Sub Buy Challenges US Pivot” afferma: “La mossa della Thailandia d’acquistare sottomarini cinesi ha esacerbato le tensioni con gli Stati Uniti e rappresenta una sfida al “pivot” di Washington sul Pacifico. La giunta militare, che dichiarò il colpo di Stato nel maggio 2014 e creato il Consiglio Nazionale per la Pace e l’Ordine, potrebbe volgersi alla Cina per sostegno e cooperazione politica e militare, dicono gli analisti. Il Consiglio dei Ministri della giunta ha approvato l’acquisto di tre sottomarini d’attacco Tipo 039A (Yuan) ai primi di luglio”. E ‘chiaro che la Thailandia esce gradualmente dall’egemonia statunitense, dopo anni, con la cacciata di Thaksin Shinawatra e del suo regime, rafforzando i legami con la Cina, creando una disperazione quasi palpabile all’egemonia statunitense in Asia.

3) La dirigenza della Thailandia si rifiuta di prendere parte alla strategia della tensione degli USA sul Mar Cinese Meridionale.
Il “perno sull’Asia” degli USA era volto a creare conflitti sul Mar Cinese Meridionale tra Pechino e le nazioni del sud-est asiatico. Creando la crisi nel sud-est asiatico che non si può risolvere, gli Stati Uniti pensavano di accentuarne la dipendenza militare e politica dall’occidente. Nazioni come Giappone e Filippine hanno deciso di entrare in tale conflitto, spendendosi politicamente, militarmente ed economicamente per affrontare e contenere la Cina, mantenendo l’egemonia regionale degli USA. Altre nazioni come Vietnam, Malesia e Indonesia si sono affacciate sul conflitto, ma spesso con atteggiamento molto più equilibrato tra Pechino e Washington. La Thailandia ha tentato di evitare il conflitto. The Nation nell’articolo, “La Thailandia cammina sul filo del rasoio sul Mar Cinese Meridionale”, riferisce: “La visita dei vertici militari tailandesi in Cina, la prima in 15 anni, ha inviato un messaggio forte agli Stati Uniti e alla regione, alla Cambogia in particolare, che le difese di Thailandia e Cina hanno legami solidi come la roccia e non devono essere oggetto di speculazioni”. In sostanza, la Thailandia agisce d’urto nell’ASEAN per impedirle di adottare un atteggiamento aggressivo verso la Cina sulle tensioni nel Mar Cinese Meridionale. Ciò ha costretto i fantocci degli USA ad agire più unilateralmente verso la Cina, piuttosto che tramite l’ASEAN quale la facciata degli USA, come sostenuto per decenni presso l’immaginario collettivo dai documenti politici degli Stati Uniti.

Thailandia: una falla sulla Grande Muraglia degli USA nell’ASEAN
thediplomat_2015-02-06_16-08-01 Dalla guerra del Vietnam è chiaro che la politica estera statunitense in Asia è incernierata su contenimento dell’ascesa della Cina e sua “integrazione” nell'”ordine internazionale” che i politici statunitensi ammettono creato dall’occidente per l’occidente. Come svelato dai “Pentagon Papers” ciò fu deciso inequivocabilmente, ponendo le basi di decenni di politica estera. I documenti contenevano tre citazioni importanti riguardo ciò; il prima affermava: “...la decisione di bombardare a febbraio il Vietnam del Nord e l’approvazione a luglio della Prima fase d’implementazione, hanno senso solo se a favore della lunga politica degli Stati Uniti per contenere la Cina”. E sosteneva anche: “La Cina, come la Germania nel 1917, come la Germania in occidente e il Giappone in Oriente alla fine degli anni ’30, e come l’URSS nel 1947, si profila come grande potenza che minaccia di minare la nostra importanza ed efficacia nel mondo e, più lontano ma più minacciosamente, di organizzare l’Asia contro di noi”. Infine, si delinea l’immenso teatro regionale che gli Stati Uniti ingaggiano contro la Cina, al momento, affermando: “... ci sono tre fronti dello sforzo a lungo termine per contenere la Cina (rendendosi conto che l’URSS “contiene” la Cina a nord e nord-ovest): a) il fronte Giappone-Corea; b) il fronte India-Pakistan; e c) il fronte del Sud-Est asiatico. La cospirazione per circondare e contenere la Cina nata dai Pentagon Papers del 1967 fu ribadita per decenni da vari successivi documenti politici degli Stati Uniti. Nel 1997, il politico statunitense Robert Kagan, co-autore di molteplici piani di guerra che caratterizzano le aggressioni degli Stati Uniti, scrisse sul Weekly Standard l’articolo “Ciò che la Cina sa di quello che facciamo: il caso della nuova strategia del contenimento”. Qui Kagan rivela che gli Stati Uniti continuano la strategia del contenimento della Cina e afferma: “L’attuale ordine mondiale risponde alle esigenze di Stati Uniti ed alleati per cui è costruito. Ed è poco adatto alle esigenze della dittatura cinese che cerca di mantenere il potere nel Paese e aumentare l’influenza all’estero. I leader cinesi erodono vincoli e si preoccupano di cambiare le regole del sistema internazionale prima che il sistema internazionale cambi loro”. Continua spiegando come i cinesi percepiscono, correttamente, gli USA usare il sud-est asiatico come fronte unito contro Pechino: “Ma i cinesi capiscono benissimo gli interessi degli Stati Uniti, forse meglio di noi. Mentre accolgono la presenza degli Stati Uniti controllando il Giappone, la nazione che temono di più, si vede chiaramente che gli sforzi militari e diplomatici statunitensi nella regione limitano fortemente la loro capacità di diventare l’egemone della regione. Secondo Thomas J. Christensen, che ha trascorso diversi mesi intervistando analisti governativi civili e militari cinesi, i leader cinesi temono che essi “appaiano il Gulliver ai lillipuziani del Sud-Est asiatico, con gli Stati Uniti che forniscono corda e paletti”. Infatti, gli Stati Uniti bloccano le ambizioni cinesi semplicemente sostenendo ciò che ci piace chiamare “norme internazionali” di comportamento. Christensen sottolinea che i pensatori strategici cinesi considerano “le denunce delle violazioni della Cina delle norme internazionali” parte di “una strategia integrata occidentale, guidata da Washington, per impedire alla Cina di diventare una grande potenza”. Kagan rappresentava più semplicemente le proprie osservazioni. La politica del contenimento della Cina proiettando potenza e influenza statunitense alla periferia della Cina, in Pakistan, India, Myanmar, Thailandia, Malesia, Filippine, Giappone e Corea , è un tema ricorrente nel “Filo di perle: la sfida della potenza in ascesa cinese sulle coste asiatiche“, nel 2006 pubblicato dal Strategic Studies Institute, che presenta una mappa che indica il “Filo di perle” della Cina, un corridoio geostrategico che gli Stati Uniti dovrebbero spezzare per controllare lo sviluppo della Cina.
Al di là della Thailandia, la sovversione politica e il terrorismo a bassa intensità finanziati dal dipartimento di Stato USA appare in tutto il corridoio, con i fronti finanziati dalla NED e loro propaggini terroristiche che tentano di bloccare il Porto di Gwadar della Cina nel Baluchistan, in Pakistan; i sostenitori di Aung San Suu Kyi finanziati dalla NED in Myanmar, tentando di rovesciare il governo filo-cinese; i tumulti istigati della NED a Bersih in Malesia e dal loro capo Anwar Ibrahim; nel Mar Cinese Meridionale dove il Comando del Pacifico degli Stati Uniti agita le relazioni regionali. L’ultima affermazione dei piani degli Stati Uniti contro la Cina si presenta sotto forma di documento del suddetto Robert Blackwill, amministratore dell’era Bush e lobbista di Thaksin Shinawatra. Nell’articolo per CFR intitolato “Revisione della grande strategia degli USA verso la Cina”, si afferma: “Poiché lo sforzo statunitense d”integrare’ la Cina nell’ordine liberale internazionale ha ormai generato nuove minacce al primato USA in Asia, che potrebbero tradursi in una sfida conseguente al potere statunitense globale, Washington ha bisogno di una nuova grande strategia nei confronti della Cina, incentrata su bilanciamento del crescente potere cinese, piuttosto che continuare ad assistere all’ascesa”. Non è un caso che negli Stati Uniti i politici incaricati di elaborare le strategie del contenimento della Cina siano anche “lobbisti” dei regimi clienti degli Stati Uniti nel sud-est asiatico, per facilitare l’attuazione di tale “grande strategia”.

L’attentato in Thailandia nell’ambio del grande confronto
Così, l’attentato a Bangkok, se effettuato dal regime filo-USA di Shinawatra, dai terroristi filo-statunitensi-sauditi del sud o dai terroristi che gli Stati Uniti importano da Cecenia, Medio Oriente o Xinjiang, dove gli Stati Uniti attualmente cercano di fomentare l’ennesima insurrezione armata, è un atto di coercizione per allontanare la Thailandia dalla propria politica estera e di nuovo sottomettersi alla politica estera statunitense. In termini di cooperazione militare, economico e commerciale e legami politici, la Thailandia non è l’unica nazione che tenta di sfuggire all’egemonia statunitense. Malaysia e Myanmar hanno combattuto battaglie molto visibili contro i fantocci degli Stati Uniti. Se uno o più di questi Stati si sottrarrà completamente, si creerà un effetto a cascata che abbatterà la “Grande Muraglia dell’ASEAN” degli USA. I BRICS, alleanza geopolitica a favore dell’emergere di un mondo multipolare, devono riconoscere la lotta dell’ASEAN per uscire dall’egemonia occidentale e assisterla anche solo attraverso i media, denunciando i legami tra Stati Uniti e varie fazioni politiche regionali, e i legami tra Stati Uniti, loro alleati ed organizzazioni terroristiche regionali usate quando organizzare proteste è impossibile. Affinché l’ASEAN si affermi, deve resistere alla tentazione di capitolare al terrorismo e deve sostenere le nazioni vicine nel tentativo di preservare la sovranità nazionale. E’ chiaro chi cerca di “brandire la scure” sulla Thailandia. L’unica domanda che rimane è quanto sia grande e quante volte si abbatterà sulla Thailandia prima che coloro che l’agitano ne siano disarmati.o-MAP-570Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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