Russia e India verso un’importante svolta commerciale

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 15.04.2018Russia ed India sono partner di lunga data con una ricca storia di cooperazione reciprocamente vantaggiosa. I due Paesi hanno un grande potenziale commerciale. Tuttavia, commercio e cooperazione economica russo-indiani non possono ancora essere definiti molto attivi. Questa situazione non è accettabile ed ora Russia ed India lavorano per sviluppare le relazioni economiche. Per molti anni i due Paesi hanno collaborato in settori cruciali come Industria della Difesa, energia nucleare e tecnologie spaziali. Tuttavia, gli scambi sono ancora relativamente piccoli. Inoltre, negli ultimi anni, il volume degli scambi ha iniziato a diminuire, costringendo la leadership di Russia e India a prestare particolare attenzione al problema. Grazie agli sforzi congiunti nel 2017, una crescita costante è finalmente iniziata. Nel periodo gennaio-novembre 2017, il commercio russo-indiano superava gli 8 miliardi di dollari, oltre il 21% in più degli scambi dello stesso periodo del 2016. Anche il 2018 è iniziato con successo: gli scambi nel gennaio 2018 superavano gli indicatori simili del 2017 del 55 percento. Si prevede che la crescita continui e che nel 2018 il commercio russo-indiano superi i 10 miliardi di dollari. Tuttavia, secondo gli esperti russi e indiani, queste cifre potrebbero essere molto più alte se il potenziale commerciale russo-indiano fosse pienamente realizzato. Nel marzo 2018, i media riferivano dell’incontro tra il Ministro dello Sviluppo Economico russo Maksim Oreshkin e il Ministro del Commercio e dell’Industria indiano Suresh Prabhu. Durante i colloqui, i ministri discussero dei vari ostacoli alla cooperazione economica tra Russia e India. Tali ostacoli furono riscontrati nella sfera finanziaria, nella legislazione doganale e in vari altri settori. Di conseguenza, fu adottato un piano per rimuoverli; col successo dell’attuazione del piano, il commercio russo-indiano potrebbe raggiungere i 30 miliardi di dollari entro il 2025.
Un altro passo importante nello sviluppo delle relazioni commerciali tra Russia e India potrebbe essere la creazione di una zona di libero scambio tra India ed Unione economica eurasiatica (UEE), in cui la Russia svolge un ruolo di primo piano. Nel gennaio 2018 si svolsero consultazioni preliminari tra i rappresentanti dell’UEE e la leadership indiana a Nuova Delhi. Si prevede che entro la fine del 2018 le parti procederanno a negoziati a tutti gli effetti. Mentre la cooperazione su vasta scala su vari beni e servizi tra Russia e India va ancora raggiunta, da tempo è ad alto livello in settori come la tecnologia militare. L’India è da tempo un importante acquirente di equipaggiamento militare russo. Il progetto missilistico russo-indiano BrahMos è un successo. Tra le ultime notizie sulla cooperazione tecnico-militare tra i due Paesi, va notato il desiderio dell’India di acquisire sistemi di difesa aerea russi S-400 Triumf. Si prevede che il contratto sarà firmato entro la fine del 2018. L’India è anche interessata alle tecnologie russe per scopi pacifici. Ad esempio, nel febbraio 2018 fu firmato un memorandum per la cooperazione tra United Shipbuilding Corporation (USC, RF) e la più grande società di costruzioni navali indiane, la Cochin Shipyard Limited. Conformemente al documento, le parti intendono progettare e costruire insieme navi moderne per la navigazione interna e costiera. L’elenco delle navi che le compagnie russe e indiane costruiranno congiuntamente comprende petroliere, navi da carico secco, navi passeggeri e hovercraft. Inoltre, l’USC prenderà parte alla costruzione di infrastrutture per le costruzioni e riparazioni navali nello stato indiano dell’Andhra Pradesh. Inoltre, Russia e India considerano molti altri progetti congiunti relativi ad industria petrolifera, aeronautica, elettronica, farmaceutica e informatica. Una task force sui progetti d’investimento prioritari, creata dalla commissione intergovernativa russo-indiana diversi anni fa, ne discute. La riunione programmata del gruppo si tenne nel settembre 2017. Tra le questioni discusse c’era l’imminente apertura del Centro per la formazione di specialisti nei settori dell’energia e dell’ingegneria pesante, che inizierà i lavori in India nel 2018. La creazione del centro è il risultato del lavoro congiunto tra associazione scientifica e produttiva russa TsNIITMASH e società indiana Heavy Engineering Corporation Ltd. Oltre alla task force per i progetti d’investimento, ci sono anche task force russo-indiani per scienza e tecnologia, prodotti farmaceutici, turismo e cultura, energia, promozione dei pagamenti in valute nazionali e così via.
Nonostante il lavoro dei funzionari, il miglioramento della legislazione e l’impegno degli ambienti economici, il principale problema che ostacola il commercio russo-indiano è il fattore geografico. Russia e India non confinano e tra esse si trovano le distese di Cina ed Asia centrale. La maggior parte (oltre l’80%) del traffico tra i due Paesi avviene lungo la rotta marittima da San Pietroburgo che attraversa il Canale di Suez. È una rotta lunga e difficile che difficilmente permetterà il pieno potenziale commerciale russo-indiano, indipendentemente dalle condizioni favorevoli che i due Paesi creano. Pertanto, un importante passo verso la cooperazione commerciale su vasta scala tra India e Russia include l’istituzione di un corridoio per il trasporto internazionale (ITC) chiamato “Nord-Sud”, sul quale operano Federazione Russa, India, Iran e Azerbaigian. Il progetto ITC prevede la creazione di una vasta rete di strade e ferrovie che collega Russia e Iran. Un ramo va dalla Russia all’Iran attraverso l’Azerbaijan; l’altro termina nel Mar Caspio, nel porto di Astrakhan. Lì, il carico passa al trasporto marittimo seguendo le coste iraniane e quindi continuando su ferrovia. Il terzo ramo passa da Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan. Passando per l’Iran, queste strade dovrebbero finire sulle rive del Golfo Persico, nel porto di Bandar Abbas, da dove possono raggiungere il più grande porto indiano, Mumbai. Pertanto, l’ITC “Nord-Sud” dovrebbe ridurre al minimo il segmento marittimo della rotta tra Russia e India. Il lavoro sul progetto è già al primo decennio; l’interesse per l’ITC si attenuò e poi riapparve. Ma alla fine, negli ultimi anni, i Paesi partecipanti intensificano gli sforzi e il progetto “Nord-Sud” inizia rapidamente ad avvicinarsi alla realizzazione. Va completandosi il ramo più conveniente dell’ITC dal punto di vista logistico, che attraversa l’Azerbaigian. Dopo il completamento dei restanti 180 km di ferrovia tra Iran e Azerbaigian, sarà istituito un servizio ferroviario diretto tra questi Paesi e la Russia. Ciò significa che le comunicazioni tra Russia e India aumenteranno significativamente.
Si può concludere che Russia e India lavorano seriamente sullo sviluppo della cooperazione economica. Dato l’enorme potenziale per entrambi i Paesi, ci si può aspettare che i lavori portino presto risultati molto tangibili.Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Perché le ambizioni marittime dell’Iran crescono?

Nina Lebedeva, New Eastern Outlook 09.11.2017Molti politici, esperti e media potrebbero senza dubbio constatare che, quasi dai primi giorni del soggiorno alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha sistematicamente accumulato oscure nubi nei cieli dell’Iran:
1. Il 29 gennaio 2017, Trump avvisava i leader della Repubblica islamica iraniana (IRI) di giocare col fuoco dopo il test missilistico iraniano condotto quel giorno. Infatti, secondo la dichiarazione del consigliere della Guardia rivoluzionaria iraniana del Leader della Repubblica islamica Sayyid Ali Hosseini Khamenei, Mahatba Dhualnuri, questi missili hanno una portata tale da poter facilmente raggiungere gli impianti militari statunitensi in Bahrayn o sull’isola Diego Garcia nel cuore dell’Oceano Indiano. Questo non è evidentemente nell’interesse degli strateghi del Pentagono, in quanto significa perdere la base essenziale agli Stati Uniti per proiettare potenza in Africa orientale, Medio Oriente, Asia del Sud-Est e Mar Cinese.
2. Nella scorsa estate, gli scontri (già verificatisi nel Golfo Persico) tra navi iraniane e statunitensi, accompagnate da elicotteri e dalla portaerei Nimitz, per deliberatamente e ripetutamente dimostrare forza testando capacità, azione e reazione iraniane, divenivano sempre più frequenti. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti indicavano l’aggressività delle azioni della flotta iraniana e le numerose manovre negli stretti di Hormuz e Bab al-Mandab, nel Golfo Persico e nell’Oceano Indiano, che avrebbero interferito con la libertà di navigazione, ecc.
3. Seguirono le affermazioni di Donald Trump contro l’Iran di non rispettare lo spirito dell’accordo del 2015 sulla natura pacifica del programma nucleare. Tra gli ultimi attacchi contro l’Iran c’era l’annuncio del 6 ottobre sull’imposizione di nuove sanzioni all’Iran per i suoi test missilistici, aiuto e sponsorizzazione del terrorismo ed attacchi informatici e l’accusa del 8 ottobre di sostenere la RPDC (Teheran continua a commerciare con la Corea democratica).
4. Il 13 ottobre, Trump promulgò una dura strategia verso l’Iran. Accusando Teheran d’interferire nei conflitti in Siria, Yemen, Iraq e Afghanistan e di sostenere al-Qaida e i taliban, propose di modificare i termini dell’accordo nucleare con l’Iran ed imporre sanzioni contro la formazione militar-politica del “Corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica” (l’élite delle Forze Armate dell’IRI o IRGC).
Quanto convincente e completo è l’elenco di tali affermazioni assai controverse degli Stati Uniti da adottare tale pressione contro l’Iran? Sembra che sia stata presentata una lista piuttosto lunga dei “peccati” di Teheran, in cui l'”accordo nucleare” è riconosciuto innanzitutto il più grave da Trump. Infatti, aiuta l’Iran ad essere in cima nello sviluppo economico e politico regionale e oltre. Ma secondo quali meccanismi? In breve, ciò ha a che fare, in primo luogo, con la promozione della leadership iraniana dell’idea di consolidare l’intero mondo islamico di fronte alle sfide attuali. Un passo serio lungo questa strada fu, tra l’altro, l’istituzione dell’unione tripartita per risolvere la situazione nella Repubblica araba siriana, comprendente Russia, Iran e Turchia. In secondo luogo, questo comporta anche le aspirazioni del Paese nel creare un arco dalle proprie frontiere al Libano. Il piano da un lato amplia notevolmente la sfera d’influenza e dall’altro preoccupa Stati Uniti ed Israele, nei pressi delle cui frontiere l’Iran sarà presente. In terzo luogo, la graduale ripresa del potenziale economico iraniano e i suoi legami con l’occidente ne incrementano l’importanza nella regione. Al fine di rafforzare sia il primo che il secondo, Teheran intende costruire una ferrovia per il Mediterraneo, una mossa inaccettabile per gli Stati Uniti. Tuttavia, non si può non riconoscere l’importanza di un altro meccanismo nell’avanzata dell’Iran.
Il fattore marittimo affrontato dall’Ayatollah Sayyed Ali Khamenei all’inizio del 2014, sottolineando la necessità di creare una flotta in grado di proiettare potenza all’estero e di operare negli oceani. Un progetto simile fu elaborato durante il regime dello Shah, quando fu prevista anche l’acquisizione di basi nelle Mauritius e Maldive, ma dopo il rovesciamento, la missione fu abbandonata. Una flotta forte rende possibile la dimostrazione della bandiera in luoghi dove necessario; stabilire una linea di difesa e creare basi operative al di fuori dello stretto di Hormuz; pattugliare le rotte iraniane; creare una rete di collegamenti coi partner e generalmente proiettare influenza e potenza. Tenendo presente questo aspetto, l’Iran ha iniziato la modernizzazione della flotta. Nel 2016, aveva in servizio 18000 marinai, senza contare i 20mila della Marina dell’IRGC. Teheran aveva 7 fregate, 32 pattugliatori veloci in grado di operare in “acque verdi” armati di missili antinave S-800 Noor, un distaccamento significativo di barchini per pattugliare lo Stretto di Hormuz e 5 posamine per minare lo stretto, se necessario. La flotta sottomarina è costituita da 29 sottomarini, di cui 5 d’altura. Oltre agli sforzi per produrre propri armamenti navali (nonostante il segreto sui dati dell’ammodernamento, nel dicembre 2016 i funzionari iraniani confermarono di lavorare su una portaerei e sulla costruzione di sottomarini e navi nucleari). L’Iran considerava le opzioni di acquisto, soprattutto da Russia e Cina. Nel febbraio 2016, il Ministro della Difesa Hossein Dehghan visitò Mosca per discutere la fornitura di armamenti per 8 miliardi di dollari, come sistemi missilistici mobili costieri “Bastion“, fregate e sottomarini diesel-elettrici. Le priorità nei negoziati 2014-2016 con Pechino erano accordi sulla cooperazione navale e la possibilità che l’Iran acquistasse navi, sottomarini e missili dalla Cina.
Il potenziale crescente della Marina Islamica Iraniana consente di ampliare il livello tecnico-militare e i limiti delle manovre navali (su un’area di circa 2 milioni di chilometri quadrati) fino al Mar Rosso (importante accesso al Mediterraneo e all’Atlantico, secondo gli strateghi iraniani) e l’Oceano Indiano, il cui sviluppo è estremamente importante, anche per ulteriori test dei missili balistici. Durante le manovre Velayat 95 nel febbraio e luglio del 2017, le navi della 47.ma flottiglia simularono una battaglia navale, impiegando droni aerei e testando vari tipi di missili per proteggere le rotte commerciali e petrolifere della Repubblica islamica. Espandendo le dimensioni delle manovre dell’aprile 2017, la Marina iraniana le condusse insieme all’Oman sulle sue sponde, che, come sottolineò il comandante in capo della Marina iraniana, Ammiraglio Hussein Azad, erano di natura difensiva e in risposta alla “campagna iranofoba” scatenata dai nemici dell’Iran. Comprendendo chiaramente il crescente ruolo della regione Indo-Oceano negli affari del mondo, Teheran è più attiva nell’utilizzare la diplomazia navale. Così, dal marzo 2017, i distaccamenti della Marina iraniana intraprendono visite in Pakistan, India, Oman, Tanzania, Azerbaigian, mentre sono in corso anche piani per diverse missioni per “mostrare bandiera” in Sud Africa, Federazione Russa, Kazakistan, ecc. I media russi hanno ampiamente pubblicato la prima visita del distaccamento di navi della 44.ma flottiglia iraniana dell’Atlantico, tuttavia non confermata da alcuni esperti. L’Iran rafforza attivamente i propri legami con alcuni Paesi marittimi (Pakistan, Sri Lanka, Indonesia, Djibouti, ecc., anche in ambito navale). Allo stesso tempo, gli strateghi iraniani elaborano piani a lungo termine per contrassegnare pienamente la presenza navale al largo delle coste dell’India e nelle acque dello stretto di Malacca, che insieme ad Ormuz e Golfo Persico costituiscono il triangolo strategico del flusso petroliero e di merci maggiore nella regione, in cui è richiesta la partecipazione iraniana a difesa degli interessi della Repubblica islamica. Ciò sembra risultare dalla dichiarazione ufficiale piuttosto imprevista delle autorità iraniane del novembre 2016 sulla necessità di stabilire basi (oltre alle 6 basi già operanti nel Golfo e le 2 situate sulle isole, come Bandar Abbas), in Yemen e Siria, che secondo gli ammiragli dell’Iran, saranno 10 volte più efficaci delle armi nucleari ed espanderanno la presenza iraniana sul Mediterraneo e la capacità di aiutare gli alleati della Repubblica Islamica dell’Iran.
Sembra che, anche se vi è molta retorica su questi piani, non tutto ciò riuscirà, poiché il potere di attuarlo è ancora piuttosto limitato. L’IRI non sembra pronta a deviare dalla rotta per diventare uno degli attori più attivi delle relazioni internazionali nell’area dell’Oceano Indiano. E la situazione dell’Iran, soprattutto sulla sua rotta, terrestre e marittima, darà a Donald Trump un altro “mal di testa” dopo la Corea democratica.Nina Lebedeva, studiosa presso l’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze Russa (RAS), esclusivamente per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

I Saud a Mosca indicano il declino degli USA

Alessandro Lattanzio, 6/10/2017

Mentre l’occidente accelera il processo della propria disintegrazione geo-sociale, le potenze, grandi e medie, dell’Asia e dell’Eurasia proiettano in avanti il processo dell’integrazione economico-monetaria del Kontinentalblok Eurasiatico.
Il 5 ottobre, Putin incontrava il re dell’Arabia Saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud, nella prima visita in Russia di un regnante saudita, così accelerando le relazioni tra i due Paesi. Ciò avviene dopo i ripetuti fallimenti della politica saudita al rimorchio di quella del ‘governo invisibile’ degli USA:
– la guerra contro la Siria, dove Damasco, con il sostegno di Russia e Iran, ha respinto le formazioni terroristiche finanziate dall’Arabia Saudita e sostenute dalla NATO e dal Qatar, concorrente di Ryad nel mondo wahhabita.
– inoltre, la guerra più importante persa dai sauditi è stata quella sul prezzo del petrolio, che in un paio di anni aveva intaccato seriamente il patrimonio fondiario dei Saud, spingendo i sauditi ad accordarsi con la Russia nel dicembre 2015.
E sulla base di ciò, re Salman dichiarava a Putin che l’Arabia Saudita è “desiderosa di continuare la positiva cooperazione tra le nostre nazioni nel mercato mondiale del petrolio, favorendo la crescita economica mondiale“, portando alla costituzione di un fondo comune d’investimento sull’energia da un miliardo di dollari, e alla firma di un accordo tra la compagnia petrolifera statale saudita Aramco, la più grande compagnia energetica del mondo, con il Fondo di investimenti diretti (RDIF) e la società petrolchimica Sibur della Russia. Amin al-Nasir, direttore generale dell’Aramco, dichiarava: “Ciò segna una nuova pietra miliare nei rapporti commerciali e nei confronti delle nostre controparti in Russia. La visita di re Salman bin Abdulaziz al-Saud in Russia promuoverà la collaborazione tra società saudite e russe su vari fronti“. Aramco firmava anche un memorandum di cooperazione con l’azienda petrolifera Gazprom Neft. Il volume commerciale tra i due Paesi aveva raggiunto i 2,8 miliardi di dollari nel 2016 e il Fondo Pubblico di Investimento dell’Arabia Saudita, nel 2015, previde investimenti per 10 miliardi di dollari in Russia in cinque anni. I due Paesi decidono anche di collaborare nell’energia nucleare, nell’agricoltura nella tecnologia dell’informazione, nei commercio, investimenti e sviluppo sociale. “Abbiamo un grande potenziale nella cooperazione nel nucleare. L’Arabia Saudita prevede di lanciare un importante programma per l’energia nucleare“, dichiarava il Ministro dell’Energia russo e Co-presidente della Commissione intergovernativa russo-saudita Aleksandr Novak. “L’energia nucleare può diventare una delle fonti base e catalizzatore supplementare dello sviluppo di diverse industrie e tecnologie dell’innovazione in Arabia Saudita“. Va ricordato che l’Arabia Saudita ha sottoscritto un ampio programma elettronucleare con aziende della Repubblica Popolare di Cina. I sauditi sembrano puntare anche all’importazione di grano dalla Russia, avendo l’Arabia Saudita interrotto la produzione di mangimi per animali a causa della scarsità di acqua. Difatti re Salman giungeva a Mosca accompagnato da 285 rappresentanti di grandi aziende saudite. Inoltre, secondo Ryadh, l’Arabia Saudita avrebbe firmato un memorandum d’intesa con l’azienda per l’esportazione di armamenti russi Rosoboronexport, per procurarsi i sistemi d’arma S-400, Kornet-EM, TOS-1A, AGS-30 e Kalashnikov AK-103, per un valore totale di 3 miliardi di dollari. L’accordo per la vendita del sistema missilistico difensivo S-400 all’Arabia Saudita, richiama quello con la Turchia. La Turchia, come l’Arabia Saudita, è un vecchia alleata degli USA, ma ha notato il vantaggio logistico ed economico del sistema di difesa missilistica russo, mettendo in pericolo il dominio commerciale bellico statunitense in Medio Oriente.
Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov teneva una conferenza stampa con il ministro degli Esteri saudita Adil bin Ahmad al-Jubayr, in seguito all’incontro del Presidente Vladimir Putin con re Salman. Sergej Lavrov esordiva che in geopolitica, come nella vita personale, è importante parlare con amici e nemici, descrivendo “amichevoli e costruttivi” gli incontri tra governanti ed imprenditori dei due Paesi, soprattutto sugli accordi relativi a scambi, investimenti, cooperazione su nucleare, esplorazione spaziale e infrastrutture. Al-Jubayr parlava dei “nuovi orizzonti che non avevamo potuto nemmeno immaginare in passato“, ringraziando il governo russo per aver reso tutto questo possibile. E dichiarava che Arabia Saudita e Russia “non sono Paesi lontani” e che “abbiamo condiviso episodi nella storia“, sottolineando che Mosca e Riyadh rifiutano l’idea di “imporre principi strani ed estranei ad altre società“. L’intento di tale dichiarazione è rendere chiaro il futuro dell’azione internazionale saudita, presentando anche una chiara accusa agli Stati Uniti per la loro politica estera volta ad insediare regimi fantoccio nel mondo. Tale critica indiretta alla politica estera statunitense, per di più espressa in Russia, è il chiaro segnale che l’Arabia Saudita si allontana dalla geopolitica degli Stati Uniti.
Tale processo allarma il ‘governo invisibile’ degli USA, i cui media, come Bloomberg, concludono allarmati che “israeliani, turchi, egiziani e giordani si rivolgono al Cremlino nella speranza che Vladimir Putin, il nuovo signore del Medio Oriente, possa assicurare i propri interessi e risolvere i loro problemi. L’ultimo della fila è re Salman“, nonostante pochi mesi prima Trump avesse stipulato a sua volta colossali accordi energetici e contratti di vendite belliche con i sauditi.Putin, all’ultimo vertice dei BRICS, a Xiamen, a settembre, aveva affermato: “La Russia condivide le preoccupazioni dei Paesi BRICS sull’infelice architettura finanziaria ed economica mondiale, che non tiene conto del crescente peso delle economie emergenti. Siamo pronti a collaborare con i nostri partner per promuovere le riforme del regolamento finanziario internazionale e superare l’eccessivo domini di un numero limitato di valute di riserva“. E quindi non è un caso che l’Arabia Saudita abbia compiuto, negli ultimi due anni, una svolta geopolitica radicale rispetto alla passata linea economico-politica USA-centrica, volgendosi sempre più verso la Cina e ora la Russia. Difatti, l’economia statunitense è dissanguata dalle guerre, perse, nel Grande Medio Oriente, oltre che da un espansionismo militare mondiale e inconcludente. È’ inoltre gravata da disavanzi commerciali e di bilancio e da una devastante deindustrializzazione. “La nostra democrazia è stata presa e distrutta da società che costantemente richiedono ulteriori tagli alle tasse, più deregolamentazione e impunità nel perseguimento di massicce frodi finanziarie, mentre saccheggiano trilioni del tesoro statunitense sotto forma di salvataggi. La nazione ha perso potere e rispetto necessari ad indurre gli alleati in Europa, America Latina, Asia e Africa a seguirla. Si aggiunga la distruzione montante causata dal cambiamento climatico e l’emergere di una distopia. La supervisione di tale crollo ai vertici dei governi federali e statali è affidata a una serie di imbecilli, con buffoni, ladri, opportunisti e generali belluini. E per essere chiari, parlo anche dei democratici. L’impero s’incaglierà, perdendo influenza finché il dollaro non sarà abbandonato come valuta di riserva mondiale, sprofondando gli Stati Uniti in una depressione paralizzante e costringendo all’immediata contrazione della propria enorme macchina da guerra. Senza un’improvvisa e diffusa rivolta popolare, improbabile, la spirale della morte appare inarrestabile, il che significa che gli Stati Uniti, come li conosciamo, non esisteranno più tra uno o due decenni al massimo. Il vuoto globale che lasceranno sarà colmato dalla Cina che già si afferma come potenza economica e militare, o forse vi sarà un mondo multipolare tra Russia, Cina, India, Brasile, Turchia, Sudafrica e qualche altro Stato”. “Nell’aprile del 2015 il dipartimento dell’Agricoltura degli USA suggerì che l’economia statunitense sarebbe cresciuta di quasi il 50 per cento nei prossimi 15 anni, mentre la Cina sarebbe triplicata superando gli USA nel 2030”. La Cina è la seconda economia del mondo dal 2010, anno in cui divenne la prima nazione industrializzata del mondo. Il dipartimento della Difesa degli USA ammise che le forze armate statunitensi “non godono più di una posizione inattaccabile rispetto ai concorrenti statali” e “non possono più… automaticamente imporre la superiorità militare locale in modo coerente e durevole“. “Gli imperi in decadenza abbracciano il suicidio volontariamente. Preda del capriccio e incapaci di affrontare la realtà del loro declino, si ritirano in un mondo di fantasia dove i fatti spiacevoli non s’intromettono, sostituendo diplomazia, multilateralismo e politica con minacce unilaterali e di guerra. Tale auto-allucinazione collettiva ha visto gli Stati Uniti commettere il peggiore errore strategico della loro storia, suonando la campana a morto per l’impero, l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq. Gli architetti della guerra nella Casa Bianca di George W. Bush e l’ampio giro di utili idioti della stampa e del mondo accademico ne fecero una cerimonia, non sapendo nulla dei Paesi che venivano invasi, si sono dimostrati incredibilmente stolti sugli effetti della guerra industriale, accecati da una retorica feroce”.

Fonti:
Russia Feed
The Antimedia
The Duran
Truth Dig
Zerohedge

Cambio delle alleanze militari in Medio Oriente e Asia?

Prof. Michel Chossudovsky, Global Research 30 settembre 2017Si verifica un cambiamento profondo nelle alleanze geopolitiche che tende a minare l’egemonia statunitense nella regione del Medio Oriente e dell’Asia centrale e meridionale. Molti stretti alleati degli USA hanno “cambiato lato”; NATO e Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) sono in crisi.

Turchia e NATO
La NATO è caratterizzata da profonde divisioni, in gran parte dovute al confronto di Ankara con Washington. La Turchia, peso massimo della NATO, ora combatte i ribelli curdi filo-statunitensi nel nord della Siria. Gli Stati Uniti sostengono e finanziano i ribelli curdi che combattono uno Stato membro della NATO. Mentre la Turchia rimane formalmente membro della NATO, con un sistema integrato e coordinato di difesa aerea, il governo Erdogan ha acquistato il sistema di difesa aerea S400 dalla Russia, destinato ad essere utilizzato contro gli agenti curdi degli USA nella Siria settentrionale. Uno Stato membro della NATO ora usa il sistema di difesa aerea del nemico contro i ribelli sostenuti da USA-NATO. A sua volta, la Turchia ha spedito truppe nella Siria settentrionale per occupare parte del territorio siriano e Mosca ed Ankara hanno un’alleanza di convenienza. Israele è un fermo sostenitore della formazione di uno Stato curdo in Iraq e nella Siria, considerato passo avanti per la formazione del Grande Israele. Tel Aviv pensa di trasferire da Israele di più di 200000 ebrei curdi nel Kurdistan dell’Iraq. A sua volta è in pericolo l’accordo bilaterale di cooperazione militare tra Turchia e Israele. Inutile dire che questi sviluppi hanno portato al rafforzamento della cooperazione militare USA-Israele, tra cui la creazione di una base militare statunitense in Israele. Nel frattempo, la Turchia ha stretto legami con l’Iran, contribuendo a minare le strategie di USA-NATO nel Grande Medio Oriente.

Il nuovo Medio Oriente
La strategia di Washington consiste nel destabilizzare e indebolire le potenze economiche regionali in Medio Oriente tra cui Turchia e Iran. Questa politica è accompagnata anche dal processo di frammentazione politica. Dalla guerra del Golfo (1991), il Pentagono ha contemplato la creazione di un “Kurdistan libero” che prevede l’annessione di parti di Iraq, Siria, Iran e Turchia. In queste circostanze, la Turchia rimarrà nella NATO?

Qatar e Arabia Saudita
Il blocco economico dell’Arabia Saudita al Qatar ha creato un divario nelle alleanze geopolitiche indebolendo gli Stati Uniti nel Golfo Persico. Il Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) è profondamente diviso, con EAU e Bahrayn allineati all’Arabia Saudita contro il Qatar. A sua volta il Qatar ha il sostegno di Oman e Quwayt. Inutile dire che il GCC, fino a poco prima l’alleato più stretto degli USA nel Medio Oriente contro l’Iran, è nel totale disordine. Mentre la più grande base militare statunitense in Medio Oriente si trova in Qatar, il governo del Qatar ha stretti legami con l’Iran. Inoltre, Teheran è giunta in soccorso immediatamente dopo il blocco saudita. Mentre il comando centrale statunitense (USCENTCOM) ha sede in una base militare statunitense presso Doha, il principale partner del Qatar nell’industria del petrolio e del gas, inclusi i gasdotti, è l’Iran. A sua volta, Russia e Cina sono attivamente coinvolte nell’industria degli idrocarburi del Qatar. Iran e Qatar cooperano attivamente nell’estrazione del gas naturale marittimo da una struttura congiunta. Questi campi gasiferi marini sono strategici, costituendo le più grandi riserve di gas marittime del mondo, situate nel Golfo Persico. In altre parole, pur collaborando attivamente con l’Iran, il Qatar ha un accordo di cooperazione militare con gli Stati Uniti diretto contro l’Iran. Il comando centrale statunitense con sede nel Qatar è responsabile delle operazioni militari contro i nemici di USA-NATO, incluso l’Iran principale partner del Qatar nel settore degli idrocarburi. La struttura di queste alleanze incrociate è contraddittoria. Gli Stati Uniti cambieranno regime nel Qatar? Nel frattempo, la Turchia ha creato una base militare in Qatar. Questi nuovi allineamenti hanno anche effetti diretti sugli oleogasdotti. Il Qatar ha abbandonato il progetto che attraversava Arabia Saudita e Giordania (inizialmente sponsorizzato dalla Turchia) a favore di quello dell’Iran che da Asuleyeh arriva in Iraq e Siria, sostenuto dalla Russia. Il controllo geopolitico della Russia sui gasdotti per l’Europa viene rafforzato dal blocco saudita. A sua volta, il Qatar dovrebbe integrare i gasdotti che collegano l’Iran a Pakistan e Cina tramite il porto iraniano di Asaluyeh.

Pakistan, India e Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO)
Un altro importante cambiamento nei rapporti geopolitici è avvenuto con un impatto profondo sull’egemonia statunitense nell’Asia centrale e meridionale. Il 9 giugno 2017, India e Pakistan aderivano contemporaneamente all’Organizzazione di cooperazione di Shanghai (SCO), organizzazione economica, politica e di mutua difesa dell’Eurasia, dominata da Cina e Russia. Inutile dire che l’adesione di India e Pakistan ne danneggia la cooperazione militare con gli Stati Uniti. Mentre la SCO con sede a Pechino non è ufficialmente un'”alleanza militare”, tuttavia è un “contrappeso” geopolitico e strategico a USA-NATO e alleati. Negli ultimi anni, la SCO ha esteso la cooperazione militare e d’intelligence. Le esercitazioni si svolgono sotto gli auspici della SCO. Con Pakistan e India pienamente aderenti, la SCO ora comprende una vasta regione con metà della popolazione mondiale.

Ampliamento della SCO
L’adesione piena e simultanea di entrambi i Paesi alla SCO non è solo simbolica, ma segna un cambiamento storico negli allineamenti geopolitici, influenzando la struttura degli accordi economici e militari. Inoltre ha anche un impatto sul conflitto tra India e Pakistan risalente all’indipendenza dei due Paesi. Inevitabilmente, questo passaggio storico è un colpo per Washington, che ha accordi di difesa e commerciali con Pakistan e India. Mentre l’India rimane saldamente allineata a Washington, la presa di Washington sul Pakistan (attraverso accordi militari e d’intelligence) è indebolita da scambi commerciali e investimenti della Cina, per non parlare dell’adesione alla SCO che favorisce le relazioni bilaterali tra i due Paesi e la cooperazione con Russia, Cina e Asia centrale a scapito dei legami storici con gli Stati Uniti. In altre parole, questo ampliamento della SCO indebolisce le ambizioni egemoniche degli USA nell’Asia meridionale e nell’Eurasia. Influenza anche gasdotti, corridoio, frontiere, sicurezza e diritti marittimi. Con lo sviluppo delle relazioni bilaterali del Pakistan con la Cina, dal 2007, la presa statunitense sulla politica del Pakistan, basata in larga parte sulla presenza militare degli USA e sui legami di Washington con l’intelligence militare del Pakistan, è stata indebolita. L’adesione piena del Pakistan alla SCO, i suoi legami con Cina e Iran, contribuiranno a rafforzare il governo di Islamabad.

Osservazioni conclusive
La storia ci dice che la struttura delle alleanze politiche è fondamentale. Ciò che accade è una serie di contraddittorie coalizioni incrociate “con” e “contro” gli Stati Uniti. Si assiste a svolte nelle alleanze politiche e militari che contribuiscono ad indebolire l’egemonia statunitense in Asia e Medio Oriente. La Turchia ha intenzione di uscire dalla NATO? Le relazioni con Washington sono nel caos. Nel frattempo, il Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), il più forte alleato degli USA in Medio Oriente, non funziona più. Il Qatar non è solo allineato all’Iran, ma coopera attivamente con la Russia. A sua volta, gli accordi bilaterali di cooperazione militare degli USA con Pakistan e India sono colpiti dall’adesione di entrambi i Paesi alla SCO, un’alleanza militare di fatto dominata da Cina e Russia.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il ruolo fondamentale dell’Africa nell’attuazione della Nuova Via della Seta

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 17.08.2017L’Africa è una delle regioni d’importanza fondamentale per l’implementazione del progetto ambizioso della Cina Fascia e Via (OBOR). Proprio come in Eurasia, la Cina intende coprire questo continente con una rete di ferrovie e autostrade che si estendono dai porti lungo le coste orientali dell’Africa fino a quelle occidentali. Di conseguenza, prenderà forma la fusione economica euroasiatico-africana, con conseguente creazione della più grande zona di libero scambio nella storia umana. Quindi, Pechino impone l’attuazione del suo piano per il 2016-2018, adottato al Forum di Cooperazione Cina-Africa alla fine del 2015. Nel frattempo, la Cina si impegnerà ad investire complessivamente 60 miliardi di dollari nel continente africano, sviluppando infrastrutture stradali e ferroviarie e porti africani. Si può dire che le opere nel continente sono in piena realizzazione, con autostrade ad alta velocità che si stendono in tutto il continente. Tali autostrade attraversano l’Algeria da est ad ovest. Si tenga presente che l’Algeria è il più grande Stato africano con un ampio litorale mediterraneo. Finora il Mar Mediterraneo è il limite della Via. All’inizio del 2016 le imprese cinesi e algerine firmarono un protocollo di intenti sulla costruzione del più grande porto del Paese, che dovrebbe diventare l’hub marittimo dell’Africa settentrionale, collegando numerosi Stati africani attraverso i progetti infrastrutturali dell’OBOR. Allo stesso tempo, gli specialisti cinesi costruiscono un’altra autostrada che si estenderà nel territorio algerino da nord a sud. Alla fine del 2016, media locali segnalarono il completamento di un tunnel di quindici miglia, che sarà parte importante di questa autostrada. Sul tratto est-ovest, va menzionato l’avvio della costruzione della ferrovia cinese in Kenya, avvenuto a maggio. Collegherà il porto di Mombasa (che costituisce un elemento importante dell’infrastruttura OBOR) con la capitale Nairobi. L’avvio ufficiale della costruzione fu presieduta dal presidente del Kenya Uhuru Kenyatta e dal consigliere di Stato cinese Wang Yong. Secondo loro, la ferrovia darà inizio allo sviluppo dell’integrazione regionale, poiché sarà la piattaforma per creare la rete ferroviaria unificata dell’Africa orientale. Allo stesso tempo, Pechino fa ogni sforzo per migliorare le relazioni diplomatiche con i Paesi della regione. All’inizio del 2017, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi compiva un tour in Africa visitando Madagascar, Zambia, Tanzania, Congo, Nigeria e Mauritius, incontrandone i leader per discutere i dettagli della partecipazione al progetto OBOR. Il successo complessivo del viaggio fu riferito da Wang Yi al Congresso Nazionale del Popolo di marzo. Tuttavia, è troppo presto per i diplomatici cinesi per celebrarne i risultati, dato che c’è ancora molto lavoro da fare.
Per esempio, v’è l’urgente necessità di migliorare i rapporti cinesi con la Repubblica d’Uganda. I due Stati hanno relazioni amichevoli da oltre mezzo secolo e Pechino rimane uno dei maggiori investitori nell’economia dell’Uganda. Ciò ha permesso a Pechino d’organizzare il primo forum su commercio, cooperazione economica ed investimenti Cina-Uganda, tenutosi nella capitale Kampala lo scorso maggio. Numerosi rappresentanti di imprese cinesi operanti in Uganda vi parteciparono. Al forum era presente il vicepresidente dell’Uganda Edward Ssekandi, insieme al rappresentante della Cina a Kampala, Zheng Zhuqiang e a molti altri rappresentanti del governo ugandese e della comunità imprenditoriale. Il forum discusse i temi generali della cooperazione Cina-Africa, in cui l’Uganda intende svolgere un ruolo attivo, insieme a diversi aspetti delle relazioni Cina-Uganda. Secondo il vicepresidente dell’Uganda, Kampala sviluppa attivamente le proprie infrastrutture e rimane interessata a creare condizioni favorevoli per gli investitori cinesi. Edward Ssekandi aveva anche espresso la speranza che Pechino continui ad aiutare l’Uganda a sviluppare l’economia. Nel giugno 2016, il consigliere di Stato della Cina Wang Yong visitò lo Zambia, dove incontrò il presidente Edgar Lung. Durante l’incontro, si affermò che lo Zambia percepisce Pechino come suo stretto amico e partner, che non esita a fornire supporto agli alleati. E certamente ovvio che lo Zambia preveda di aderire all’OBOR.
La Cina iniziò ad aver influenza in Africa molti decenni fa. Negli anni ’50, il leader cinese Mao Zedong aiutò i governi popolari di una manciata di Paesi africani nella lotta contro i colonizzatori europei. Una volta che gli europei furono cacciati dall’Africa, la Cina iniziò a sviluppare legami economici e politici con tutti gli Stati del continente, aumentando costantemente l’influenza e scacciando i potenziali concorrenti dalla regione. Finora la Cina è il principale partner commerciale del continente africano e ne mantiene anche la stabilità, inviando peacekeeper negli Stati africani in conflitto. Non è un caso che la prima base militare estera della Repubblica popolare cinese sia stata costruita in Africa, nella Repubblica di Gibuti, consentendo a Pechino di assicurare il traffico attraverso lo stretto di Bab al-Mandab, dove passa il grosso del traffico marittimo con Europa e Medio Oriente. Indubbiamente, il Forum di Cooperazione Cina-Africa nel 2015 e il discorso del leader cinese Xi Jinping per presentare il Piano di cooperazione Cina-Africa per gli anni 2016-2018, segnano l’inizio della fase finale del lungo viaggio per rendere la Cina il motore dello sviluppo dell’Africa. Se questo piano avrà successo, nessuno potrà contestare l’influenza della Cina in questo enorme continente, particolarmente ricco di risorse naturali. Ancora oggi quasi il 20% delle importazioni di petrolio greggio cinese proviene dall’Africa. Inoltre, Pechino importa numerosi minerali dall’Africa, insieme a una vasta gamma di prodotti agricoli. Al tempo stesso, l’Africa rappresenta un mercato in espansione per i prodotti della Cina. Ma non è tutto. L’Africa può diventare un collegamento commerciale fondamentale, permettendo un traffico commerciale massiccio sul suo territorio. Non appena l’Africa farà parte integrante dell’OBOR, permetterà ulteriore traffico di merci dall’Oceano Atlantico alle rive dell’America, collegando così l’intero mondo con la Nuova Via della Seta.

Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Le istituzioni finanziarie dei BRICS sosterranno lo sviluppo africano e latinoamericano
Kimeng Hilton Ndukong, People Daily 21 agosto 2017I progetti di sviluppo in Africa e America Latina avranno maggiore attenzione da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, dalle istituzioni finanziarie del BRICS, come New Development Bank, NDB, e Banca d’investimento per l’infrastruttura asiatica, AIIB. Il Professor Chen Fengying, ex-Direttore dell’Istituto di Economia Mondiale, e degli istituti cinesi di relazioni internazionali cinesi, CICIR, commentava il 21 agosto a Pechino, in una conferenza stampa organizzata dall’Associazione dei giornalisti della Cina. Il Professor Chen, ricercatore del CICIR, affermava che “Ci sono molte banche di sviluppo nel mondo oggi, la più grande è la Banca Mondiale. Ma la nuova Banca di sviluppo dei BRICS è l’unica a puntare sui Paesi in via di sviluppo“, aggiungendo che il rafforzamento della cooperazione sud-sud e sud-nord sarà affrontato al summit dei leader BRICS nella città di Xiamen, il 3-5 settembre. “La questione dello sviluppo dei BRICS da allora è andata oltre gli Stati aderenti. La nuova Banca di Sviluppo è attiva, passando da questioni astratte a più concrete. Come piattaforma aperta, i BRICS guardano ad Africa e America Latina; quindi l’influenza dei BRICS sarà più completa“, dichiarava Chen Fengying, aggiungendo che per ampliare l’ambito delle attività e sostenerle a lungo termine, NDB e AIIB estenderanno i loro servizi in Africa e America Latina per finanziare i progetti di sviluppo. Nel frattempo, Kenya e Thailandia sono stati invitati al vertice BRICS del prossimo mese. Rispondendo a una domanda sui piani dei BRICS per creare un’agenzia di rating, il Prof. Chen dichiarava che le probabilità di successo sono esigue perché l’attuale macrofinanza è ancora dominata dal dollaro statunitense, e il sistema di rating attuale è monopolizzato da tre istituzioni statunitensi. Ricordava che Cina, Europa e Giappone in passato tentarono di creare agenzie di rating, senza molto successo. Alla domanda se il conflitto tra Cina e India sarà oggetto del vertice BRICS del mese prossimo, Chen Fengying l’escludeva dicendo che i leader non saranno distratti da “piccole questioni”. Inoltre, la Cina ha già affermato che i problemi relativi alla propria sovranità non possono essere oggetto di compromessi. Inoltre, dichiarava che la politica dei BRICS non è intervenire negli affari interni degli Stati aderenti. Aggiungeva che le sfide che i leader di Sudafrica e Brasile affrontano adesso sono transitorie. Attribuiva i loro problemi ai prezzi delle materie prime in declino e all’instabilità politica ed economica, dicendo che la soluzione è garantire un adeguato sviluppo. “Gli impegni che i leader di Sudafrica e Brasile prenderanno al vertice non saranno messi in discussione perché i leader vanno e vengono, ma le nazioni restano”. Il tema del vertice di quest’anno è “BRICS: partenariato più forte per un futuro più brillante“. Il focus sarà su commercio, finanza, economia, cooperazione sud-sud e sud-nord e iniziativa Via della Seta. Riunioni dei Ministri degli Esteri BRICS e scambi interpersonali e culturali saranno istituzionalizzati al vertice. È stato anche reso noto che i BRICS si difenderanno da ogni tentativo d’introdurre protezioni commerciali come le misure degli USA contro la Cina.

Kimeng Hilton Ndukong, collaboratore di People’s Daily Online, redattore del quotidiano Cameroon Tribune e del Centro Stampa Cina-Africa, CAPC.

L’ANC approva l’avvio della Banca BRICS
ANA Report, 18 agosto 2017

Per troppo tempo i Paesi in via di sviluppo del Sud Globale si sono ritrovati indebitati da istituzioni finanziarie internazionali come Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale (IMF), che impongono condizioni onerose con ricadute sociali e politiche gravi“. Molewa dichiarava che tali dure condizioni di prestito hanno storicamente ostacolato i Paesi in via di sviluppo nel perseguire politiche di sviluppo proficuo nell’interesse dei propri cittadini. BRICS è composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. La Nuova Banca di Sviluppo permetterà agli africani e ad altri Paesi di accedere alle strutture di prestito per intraprendere, tra l’altro, investimenti infrastrutturali in settori cruciali come energia, acqua e trasporti.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora