Cosa fa Washington in Asia centrale?

F. William Engdahl New Eastern Outlook 05/05/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

AWILLS PAGEDa quando la CIA ha finanziato e addestrato oltre centomila jihadisti, tra cui il fanatico saudita Usama bin Ladin, per intraprendere una guerra per procura decennale contro le forze dell’esercito sovietico in Afghanistan, Washington è ossessionata dall’idea di penetrare nell’Asia centrale per incunearsi tra Cina e Russia. I primi tentativi sulla scia della presenza delle forze statunitensi in Afghanistan post-2001, hanno avuto alterne fortune. Ora sembra che Washington cerchi freneticamente di ripetersi, anche richiamando il vecchio ambasciatore degli USA Richard M. Miles per dirigere un nuovo tentativo di rivoluzione colorata. Sembra che ci sia urgenza nella nuova attenzione di Washington sull’Asia centrale. La Russia non viene destabilizzata dalle sanzioni finanziarie di Stati Uniti e Unione europea; piuttosto è più vivace che mai facendo accordi economici e militari strategici apparentemente ovunque. E il vicino eurasiatico della Russia, la Repubblica Popolare Cinese, ha piani per costruire con la Russia rotte energetiche e collegamenti ferroviari ad alta velocità in tutta l’Eurasia. Washington sembra rispondere. Il problema dei neoconservatori di Washington è che non sono molto creativi nel comprendere le maggiori conseguenze delle loro azioni alquanto stupide. E i loro traffici loschi sono molto noti non solo a Mosca, ma anche in Uzbekistan, Kirghizistan e altre repubbliche dell’Asia centrale dell’ex-Unione Sovietica.

L’imminente boom economico dell’Eurasia
Le repubbliche dell’Asia centrale, soprattutto Kirghizistan e Uzbekistan, si posizionano strategicamente tra Cina, Kazakistan e Russia, al centro della regione in via di boom economico conseguente alle reti ferroviarie ad alta velocità della nuova Via della Seta della Cina. Tali reti ferroviarie creeranno un rotta altamente efficiente ed indipendente dalla possibile interferenza statunitense sulle rotte marittime, agevolando il commercio in rapida crescita in Eurasia e potenzialmente anche nella sfortunata UE, se mai avrà il coraggio di mollare Washington. La Cina ha recentemente fatto notizia con la costituzione della sua Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), chiara rivale di FMI e Banca asiatica di sviluppo controllati dagli Stati Uniti, quando Regno Unito, Germania, Francia e la maggior parte delle più importanti nazioni, ad eccezione di Stati Uniti, Canada, Messico e Giappone, si precipitarono entrando da membri fondatori in ciò che promette essere la locomotiva economica globale per almeno il prossimo mezzo secolo o più, se guidata correttamente. L’AIIB è stata fondata da Pechino con il contributo iniziale di 50 miliardi di dollari per finanziare in parte la Nuova Via della Seta. Recentemente Pechino ha anche ripreso un piano per costruire un collegamento ferroviario dal Xinjiang della Cina all’Uzbekistan attraverso il territorio del nord Kirghizistan. I piani iniziali furono sabotati nel 2005, quando una rivoluzione colorata istigata dagli USA rese il Kirghizistan instabile. Il 21 gennaio 2015, il presidente del Kirghizistan Almazbek Atambaev annunciava che il suo governo aveva inviato una delegazione a Pechino per concludere i dettagli del progetto da 2 miliardi di dollari per una tratta ferroviaria di 270 km da Kashgar, nel Xinjiang della Cina occidentale, a Andijan nell’Uzbekistan orientale, via oblast Naryn e Osh del Kirghizistan. In una recente nota, il Foreign Office inglese rileva che il progetto ferroviario darebbe vantaggi significativi all’Uzbekistan e soprattutto alla Cina, facendo anche avanzare i progetti ferroviari eurasiatici della Nuova Via della Seta, rilevando che la Cina creerebbe una rotta terrestre supplementare attraverso l’Asia centrale, per le sue esportazioni ai mercati europei, se si collegasse alle rete ferroviarie uzbeka e turkmena fino al Mar Caspio. Inoltre migliorerebbe l’accesso cinese a oro, carbone e altri minerali del Kirghizistan, uno Stato economicamente dimenticato dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 e dalla dichiarazione dell’indipendenza. Per l’Uzbekistan, la nota del Foreign Office rileva che la nuova linea ferroviaria permetterebbe il commercio con i mercati dell’Asia-Pacifico, ciò sarebbe particolarmente importante per l’impianto automobilistico GM-UzDaewoo della regione di Andijan, che riceve importazioni regolari di componenti dalla Corea del Sud. Per il Kirghizistan, ciò offrirebbe la possibilità di guadagnare dalle tariffe di transito fino a 200 milioni di dollari l’anno, secondo alcune stime, oltre a creare 20000 posti di lavoro nella relativa costruzione. Così vi sono possibili vantaggi dall’apertura del Kirghizistan a significativi investimenti cinesi nel settore minerario, di cui l’economia kirghisa ha doloroso bisogno. Un altro progresso economico e geopolitica eurasiatico si ebbe il 9 aprile, quando il Pakistan annunciava che, una volta che le sanzioni degli Stati Uniti all’Iran saranno tolte, procederà nella costruzione, da tempo in stallo, del gasdotto Iran-Pakistan da 7,5 miliardi dollari dal porto pakistano di Gwadar alla città di Nawabshah nel sud-est del Pakistan, per fornire i necessari 4500 megawatt di energia elettrica. Nel 2014 Washington sabotò il progetto, sostanzialmente corrompendo il governo del Pakistan, finanziariamente legato per 1,5 miliardi di dollari ai sauditi, affinché abbandonasse il progetto. Washington minacciò il Pakistan se violava le sanzioni economiche contro l’Iran. Washington, come Wall Street, preferisce usare i soldi degli altri popoli per far avanzare la propria agenda. Un anno dopo, speso il denaro saudita, il Pakistan annunciava che il gasdotto sarebbe stato portato avanti. Il Pakistan s’è tranquillamente assicurato un prestito da 2 miliardi dollari dalla… Cina. Il segmento in Pakistan del gasdotto sarà di 485 km, finanziato dal prestito cinese e la costruzione sarà effettuata dalla compagnia energetica statale cinese CNPC. L’Iran ha già completato il suo segmento di 560 km.bakou-petroleWashington corre a sabotare
Con l’esplosione economica eurasiatica per i collegamenti, ferroviari e gasdotti transnazionali, Washington ha capito di dover reagire per non essere sopraffatta dalla Shanghai Cooperation Organization di Russia, Cina, Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakistan. Non solo, nel gennaio 2015 Russia, Bielorussia, Kazakistan e Armenia lanciavano l’Unione economica eurasiatica con il Kirghizistan che ha in programma di aderirvi. E’ la stessa unione economica che l’Ucraina del presidente democraticamente eletto Viktor Janukovich cui decise di aderire piuttosto che accettare la proposta irrisoria di associazione con l’UE. L’assistente del segretario di Stato di Washington Viktoria Nuland e il solito branco di falchi neoconservatori scatenarono le proteste di Piazza Majdan via Twitter e nel febbraio 2014, il colpo di Stato per bloccare il passo dell’Ucraina. Quindi vale la pena notare che a fine marzo 2015, il giornale del Kirghizistan Delo No riferiva che un misterioso aereo ucraino aveva scaricato 150 tonnellate di merci, etichettate “posta diplomatica”, per l’ambasciata statunitense nella capitale kirghiza Bishkek, alla fine di marzo. Lo status di posta diplomatica significava che non poteva essere controllata dalla polizia doganale kirghisa. A quanto pare il personale dell’ambasciata statunitense a Bishkek foffre di grafomania furiosa. Il giornale riferì che il carico fu consegnato con due voli dell’aviogetto da trasporto Antonov An-124 della compagnia aerea ucraina Avialinii, il 28 marzo e 30 marzo, e ogni volta l’aereo proveniva dalla capitale degli Emirati Arabi Uniti Abu Dhabi, dirtetto all’aeroporto internazionale di Manas. Vale la pena notare che nel novembre 2013 l’ambasciata statunitense a Kiev ricevette “carichi diplomatici” consegnati da aerei da trasporto dell’US Air Force. L’ex-capo del servizio di sicurezza ucraino Aleksander Jakimenko fu citato dal notiziario Vesti.ru dire che i carichi di Kiev includevano scatole con 60 milioni di dollari in banconote di piccolo taglio distribuite ai manifestanti di Piazza Majdan a Kiev, durante le rivolte antigovernative di fine 2013; ecco l’idea di Victoria Nuland della democrazia. Fino all’aprile 2014 il governo degli Stati Uniti aveva una base aerea strategica a Manas in Kirghizistan, totalmente immune dal controllo del Kirghizistan. I media indicavano all’epoca che aerei da trasporto militari degli Stati Uniti carichi di eroina afgana atterravano nel volo verso Russia ed UE.
Nel novembre 2014, il segretario dell’Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (CSTO) Nikolaj Bordjuzha accusò l’occidente di tentare di destabilizzare i Paesi della CSTO. La Collective Security Treaty Organization è un’alleanza di sicurezza di Stati ex-sovietici, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan che cooperano su questioni strategiche. Bordjuzha accusò che l’attività di “ONG finanziate da agenti occidentali” era aumentata nella regione. Bordjuzha accusò l’occidente di destabilizzare i Paesi CSTO. Come prova citò “l’aumento sproporzionato del numero di funzionari delle ambasciate occidentali, in particolare quelle degli Stati Uniti, così come l’attivazione di numerose ONG finanziate dagli occidentali“. Osservò che poco prima del lancio del colpo di Stato a Kiev di Washington, il personale dell’ambasciata degli Stati Uniti a Kiev esplose fino all’incredibile cifra di 1500, in un Paese dove l’unico interesse di Washington era incunearsi tra Russia, Cina e Unione europea. Poi il 5 febbraio 2015, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti annunciò di aver riassunto il 78enne creatore delle rivoluzioni colorate Richard M. Miles, quale “incaricato d’affari ad interim” presso l’ambasciata statunitense a Bishkek, Kirghizistan. Miles era dietro la “rivoluzione delle rose” della CIA, che in modo fraudolento installò l’agente di Washington Mikhail Saakashvili a presidente della Repubblica della Georgia, nonché simili operazioni sporche negli anni ’90 in Azerbaigian, dove BP e compagnie petrolifere statunitensi volevano costruire l’oleodotto Baku – Ceyhan attraverso la Georgia, per evitare l’oleodotto russo che attraversava la Cecenia. La nomina di Miles è avvenuta quando l’assistente del segretario di Stato Victoria Nuland, neocon ex-assistente di Dick Cheney ed ex-ambasciatrice nella NATO fu fondamentale nel colpo di Stato a Kiev del 2014, e si recò nel Caucaso meridionale per visitare i governi di Georgia, Armenia e Azerbaigian. Washington mira chiaramente a devastare con le rivoluzioni colorate l’Asia centrale, al fine di sabotare il rapido sviluppo economico eurasiatico. Il Kirghizistan è particolarmente strategico per tale scopo, con il caos che minaccerebbe subito la cooperazione economica tra Cina, Russia e Kazakistan. Possiamo aspettarci una nuova ondata di rivoluzioni colorate orchestrate da Washington in Kirghizistan e Asia centrale. Probabilmente includeranno anche il Baluchistan in Pakistan, dove i jihadisti radicali sostenuti dalla CIA si preparano a sabotare il gasdotto Iran-Pakistan-Cina che attraversa il Belucistan. Il tutto è alquanto faticoso, ma una superpotenza decadente non è generalmente più creativa.

Modo di definire "valigia diplomatica", no?

Modo di definire il concetto di “valigia diplomatica”, no?

F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureatosi in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

A Mosca nasce la coalizione sino-russo-iraniana contro la NATO?

Mahdi Darius Nazemroaya Global ResearchRussiaToday 23 aprile 2015

0_bfc22_2515f809_XXLLa Conferenza di Mosca sulla sicurezza internazionale di aprile è stato il luogo per informare Stati Uniti e NATO che le altre potenze mondiali non gli lasceranno fare ciò che vogliono. I colloqui sugli sforzi di Cina, India, Russia e Iran contro l’espansione della NATO sono divenuti colloqui sui piani militari tra Pechino, Mosca e Teheran. Ministri della Difesa e ufficiali si sono riuniti il 16 aprile presso il Radisson Royal o Hotel Ukraina, uno dei migliori esempi di architettura sovietica di Mosca, noto come una delle “Sette Sorelle” costruite in epoca staliniana. L’evento ospitato dal Ministero della Difesa russo era la quarta Conferenza Internazionale sulla Sicurezza di Mosca (MCIS). Funzionari provenienti da oltre settanta Paesi vi hanno partecipato. Quindici ministri della Difesa vi hanno preso parte. Tuttavia, tranne la Grecia, i ministri della Difesa della NATO non hanno partecipato. A differenza degli anni precedenti, gli organizzatori del MCIS non hanno inviato l’Ucraina. Secondo il Viceministro della Difesa russo Anatolij Antonov, “In questa fase di brutale antagonismo informativo sulla crisi nel sud-est dell’Ucraina, abbiamo deciso di non infiammare la situazione alla conferenza e di non invitare i nostri colleghi ucraini“. Personalmente, per interesse ho seguito tali conferenze da anni, perché importanti dichiarazioni sulla politica estera e di sicurezza tendono ad apparirvi. Quest’anno sono entusiasta per l’inaugurazione di questa particolare conferenza sulla sicurezza. A parte che si svolge in un momento in cui il paesaggio geopolitico mondiale muta rapidamente, ero curioso di vedere cosa la conferenza producesse da quando mi fu chiesto, nel 2014 dall’ambasciata russa in Canada, se fossi interessato a partecipare al IV MCIS.

Il resto del mondo parla: Audizione sui problemi della sicurezza non-euro-atlantica
mcis-550x390-2 La conferenza di Mosca è l’equivalente russa della Conferenza sulla sicurezza di Monaco presso l’Hotel Bayerischer Hof in Germania. Ma vi sono tuttavia differenze cruciali. Mentre la Conferenza sulla sicurezza di Monaco riguarda la sicurezza euro-atlantica e considera la sicurezza globale dal punto di vista ‘atlantista’ della NATO, il MCIS rappresenta una prospettiva globale molto più ampia e diversificata. Rappresenta le preoccupazioni sulla sicurezza del mondo non-euro-atlantico, in particolare Medio Oriente e Asia-Pacifico. Dall’Argentina, India, Vietnam ad Egitto e Sud Africa, la conferenza presso l’Hotel Ukraina coinvolge grandi e piccoli attori le cui voci e interessi sulla sicurezza, in un modo o nell’altro, sono minati e ignorati a Monaco di Baviera dai capi di USA e NATO. Il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu, ufficiale comandante, pari a generale di Corpo d’Armata nella maggior parte dei Paesi della NATO, ha aperto la conferenza. Inoltre, accanto a Shojgu sono intervenuti il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e altri alti funzionari. Tutti dedicati sulla guerra multispettro di Washington che utilizza le rivoluzioni colorate, come Euromajdan in Ucraina e la rivoluzione delle rose in Georgia, per un cambio di regime. Shojgu ha citato Venezuela e la regione amministrativa speciale cinese di Hong Kong come rivoluzioni colorate fallite. Il ministro degli Esteri Lavrov ha ricordato che la possibilità di un conflitto mondiale aumenta pericolosamente per la trascuratezza di Stati Uniti e NATO verso la sicurezza degli altri e assenza di un dialogo costruttivo. Argomentando, Lavrov ha citato il presidente statunitense Franklin Roosevelt dire, “Non ci può essere via di mezzo. Dovremo prenderci la responsabilità della collaborazione mondiale, o di un altro conflitto mondiale. Credo che abbiano formulato una delle principali lezioni del conflitto globale più devastante della storia: è possibile affrontare le sfide e preservare la pace attraverso sforzi collettivi nel rispetto degli interessi legittimi di tutte le parti“, spiegando ciò che i leader mondiali appresero dalla Seconda Guerra Mondiale. Shojgu ha avuto oltre dieci incontri bilaterali con i vari ministri e capi della Difesa giunti a Mosca per il MCIS. Nel corso di un incontro con il Ministro della Difesa serbo Bratislav Gasic, Shojgu ha detto che Mosca considera Belgrado partner affidabile nella cooperazione militare.

Конференция по международной безопасностиLa coalizione sino-russo-iraniana: incubo di Washington
Il mito che la Russia sia isolata internazionalmente è stato abbattuto dalla conferenza, che apporta anche importanti annunci. Il Ministro della Difesa del Kazakistan Imangali Tasmagambetov e Shojgu annunciavano l’avvio del sistema di difesa aereo congiunto kazako-russo, ciò non solo indica l’integrazione dello spazio aereo del Collective Security Treaty Organization, ma anche una tendenza preannunciando altre comunicazioni contro lo scudo antimissile della NATO. La dichiarazione più vigorosa, però, era quella del Ministro della Difesa iraniano Hussein Dehghan. Il Generale di Brigata Deghan ha detto che l’Iran vuole che Cina, India, Russia si riuniscano opponendosi all’espansione della NATO e alla minaccia del progettato scudo missilistico alla loro Alleanza per la sicurezza collettiva. Nel corso di un incontro con il Ministro della Difesa cinese Chang Wanquan, Shojgu sottolineava che i legami militari di Mosca con Pechino sono la “priorità assoluta“. In un altro incontro bilaterale sulla Difesa tra Iran e Russia, ha confermato che la cooperazione sarà pietra angolare del nuovo ordine multipolare e che Mosca e Teheran erano d’accordo sull’approccio strategico verso gli Stati Uniti. Dopo che Dehghan e la delegazione iraniana s’incontravano con Shojgu e gli omologhi russi, fu annunciato un vertice tripartito tra Pechino, Mosca e Teheran. L’idea è stata successivamente avallata dalla delegazione cinese.
Il contesto geopolitico cambia e non in sintonia con gli interessi degli Stati Uniti Non solo l’Unione economica eurasiatica viene formata da Armenia, Bielorussia, Kazakistan e Russia nel cuore post-sovietico dell’Eurasia, ma Pechino, Mosca e Teheran, la Triplice Intesa Eurasiatica, seguono da tempo un processo di avvicinamento politico, strategico, economico, diplomatico e militare. Armonia e integrazione eurasiatica contestano la posizione degli Stati Uniti come “saliente occidentale” e testa di ponte in Europa, orientando gli alleati ad agire in modo più indipendente. Questo è uno dei temi centrali esplorati dal mio libro La Globalizzazione della NATO.
L’ex-capo della sicurezza degli Stati Uniti Zbigniew Brzezinski ha avvertito le élite contro la formazione di una “coalizione eurasiatica che in futuro potrebbe cercare di sfidare la supremazia americana“. Secondo Brzezinski tale alleanza eurasiatica sorgerebbe come “coalizione sino-russo-iraniana” con Pechino al centro. “Per gli strateghi cinesi, affrontando la coalizione trilaterale di USA, Europa e Giappone, il contrappeso geopolitico più efficace potrebbe essere creare una propria triplice alleanza collegando la Cina all’Iran nella regione del Golfo Persico/Medio Oriente, e alla Russia nella zona ex-sovietica”, avverte Brzezinski. “Nel valutare le opzioni future della Cina, si deve considerare anche la possibilità che una Cina economicamente efficace e politicamente sicura, ma che si sente esclusa dal sistema globale, decida di essere portavoce e leader degli Stati poveri del mondo, decidendo di porre non solo un’articolazione dottrinale, ma anche una potente sfida geopolitica al dominante mondo trilaterale“, spiega. Più o meno questa è la via che i cinesi seguono. Il Ministro Wanquan ha categoricamente detto al MCIS che un ordine mondiale giusto è necessario. La minaccia per gli Stati Uniti è che una coalizione sino-russo-iraniana possa, secondo Brzezinski, “essere una potente calamita per gli Stati insoddisfatti dallo status quo“.

Contrastare lo scudo missilistico di Stati Uniti e NATO in Eurasia
La nuova “cortina di ferro” viene eretta da Washington intorno Cina, Iran, Russia e alleati, attraverso l’infrastruttura missilistica di Stati Uniti e NATO. Tale rete missilistica è offensiva e non difensiva per intenti e motivazioni. L’obiettivo del Pentagono è neutralizzare le risposte difensive della Russia e delle altre potenze eurasiatiche a un attacco missilistico statunitense che potrebbe includere un primo colpo nucleare. Washington non vuole permettere alla Russia o altri di avere la capacità di contrattaccare o, in altre parole, di rispondere a un attacco del Pentagono. Nel 2011 fu indicato che il Viceprimo Ministro russo Dmitrij Rogozin, già inviato di Mosca presso la NATO, si era recato a Teheran per parlare del progetto di scudo missilistico della NATO. Diversi rapporti, anche del Tehran Times, affermavano che i governi di Russia, Iran e Cina progettavano uno scudo missilistico congiunto per contrastare Stati Uniti e NATO. Rogozin, però, smentì dicendo che la difesa missilistica era stata discussa dal Cremlino e dagli alleati della Collective Security Treaty Organization (CSTO). L’idea di cooperare nella difesa tra Cina, Iran e Russia contro lo scudo missilistico NATO aleggia dal 2011. Da allora l’Iran diveniva osservatore della CSTO, come Afghanistan e Serbia. Pechino, Mosca e Teheran si sono riavvicinati anche su problemi come Siria, Euromaidan e “Pivot in Asia” del Pentagono. L’appello di Deghan a un approccio collettivo da parte di Cina, India, Iran e Russia contro lo scudo missilistico e l’espansione della NATO, insieme agli annunci al MCIS sui colloqui militari tripartiti tra Cina, Iran e Russia, indicano questa direzione. I sistemi di difesa aerea russi S-300 e S-400 vengono schierati in Eurasia, dall’Armenia e dalla Bielorussia alla Kamchatka, quale avanzata contromossa alla nuova “cortina di ferro”. Questi sistemi di difesa aerea rendono l’obiettivo di Washington, neutralizzare reazione o secondo colpo, molto più difficile. Anche gli ufficiali di NATO e Pentagono, che chiamano SA-20 il sistema S-300, l’ammettono. “L’abbiamo studiato e ci siamo preparati a contrastalo per anni. Anche se non ne abbiamo paura, rispettiamo l’S-300 per quello che è: un sistema missilistico molto mobile, preciso e letale“, ha scritto il colonnello dell’US Air Force Clint Hinote per il Consiglio delle Relazioni Estere di Washington.
Anche se è stato ipotizzato che la vendita dei sistemi S-300 all’Iran sia un credito nella vendita di armi internazionali a Teheran, dovuto ai colloqui di Losanna, e che Mosca cerca un vantaggio competitivo nella riapertura del mercato iraniano, in realtà situazione e motivazioni sono molto diverse. Anche se Teheran acquista diversi quantitativi di materiali militari dalla Russia e da altre fonti estere, segue una politica di autosufficienza militare e produce la maggior parte delle proprie armi. Tutta una serie di equipaggiamenti militari: carri armati, missili, aerei da combattimento, radar, fucili, droni, elicotteri, siluri, mortai, navi da guerra e sottomarini, sono prodotti nazionalmente in Iran. L’esercito iraniano sostiene anche che il sistema di difesa aerea Bavar-373 è più o meno l’equivalente all’S-300. L’invio degli S-300 da Mosca a Teheran non è solo un affare dichiarato, ma è destinato a cementare la cooperazione militare russo-iraniana e a migliorare la cooperazione eurasiatica contro l’accerchiamento dello scudo missilistico di Washington. È un passo avanti verso la creazione della rete della difesa aerea eurasiatica contro la minaccia missilistica di Stati Uniti e NATO alle nazioni che osano opporsi a Washington.

chang_1_600Copyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I dieci successi della visita di Xi in Pakistan

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 22 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraA policeman stands guard next to giant portraits of Pakistan's President Hussain, China's President Xi, and Pakistan's PM Sharif, displayed along a road ahead of Xi's visit to IslamabadGuardando da ogni angolo, la visita del presidente cinese Xi Jinping in Pakistan è stato un evento straordinario. A dire il vero, il Pakistan ha sperimentato il “tocco di Mida”. All’improvviso c’è il brusio secondo cui il Pakistan ha una storia di riforme mancate e prive di valutazioni. E questo secondo il prestigioso Renaissance Capital di Londra. Ma la visita di Xi non era esclusivamente affaristica dato che tutto ciò che tocca la Cina di oggi, anche la nuova banca, diventa anche “politico”, e Pechino non può farne a meno. Naturalmente, tutto ciò che la Cina fa con il Pakistan riguarda anche l’India e un ampio arco di Paesi delle regioni dell’Asia centrale e del Sud (dove gli Stati Uniti sono anche la superpotenza ultimamente presente). In sintesi, la visita di Xi in Pakistan diventa una fiera per gli analisti strategici. Vi ho trovato 10 successi:
1. I legami sino-pakistani evolvono. Ciò è naturalmente ovvio. I massicci investimenti cinesi in Pakistan (per 46 miliardi di dollari) promettono un rapporto realmente “vantaggioso per tutti”. Per il Pakistan, la Cina è di gran lunga il partner strategico più importante nella comunità mondiale, mentre per la Cina la partnership con il Pakistan assume carattere globale in quanto il corridoio economico proposto non è solo una rotta aggiuntiva al mercato mondiale senza coinvolgere un Paese terzo nel progetto, espandendo notevolmente le possibilità di uno sviluppo economico durevole e stabile della Cina, ma è anche la grande mossa di apertura sulla scacchiera dell'”Iniziativa Fascia e Via” attraverso cui la Cina spera di collegare quasi la metà della popolazione mondiale. Gli investimenti previsti dalla Cina per 274 miliardi di dollari aumenteranno il PIL del Pakistan di oltre il 15 per cento. La Cina, che ha affrontato in modo significativo il “Dilemma di Malacca”, in poche parole, diventata il vero “pilastro” delle stabilità e sicurezza del Pakistan.
2. La Cina ha fiducia nel futuro del Pakistan. Nonostante tutto, la Cina agisce contro il parere prevalente nel mondo secondo cui il Pakistan è uno dei luoghi più pericolosi del pianeta. Il Pakistan è stato annunciato quale “Stato fallito” e condannato come partner oscuro dei gruppi terroristici. La Cina però è imperterrita e spera di “trasformarlo in un hub economico regionale” (China Daily). Inoltre, la Cina è convinta della genuinità della richiesta pakistana di un cambio di paradigma nell’approccio ai gruppi terroristici. Xi ha lodato il successo delle operazioni antiterrorismo del Pakistan e la Cina sembra decisa a fare del Pakistan un successo.
3. La Cina supera gli USA quale primo alleato. L’influenza della Cina sul Pakistan tocca il culmine. Tale passo avviene ai danni della tradizionale influenza degli Stati Uniti sul Pakistan degli ultimi decenni. Gli Stati Uniti dovranno negoziare con un Pakistan più forte che mai, d’ora in poi. Date la solida amicizia popolare tra Cina e Pakistan, l’influenza cinese sopporterà la prova del tempo. Al contrario, gli Stati Uniti non piacciono granché e sono temuti dal popolo pakistano. Una quasi-alleanza, tutto sommato, prende forma tra Cina e Pakistan.
4. Il divario Pakistan-India si restringe. Con l’ampia assistenza economica della Cina, sostenuta anche dalla cooperazione militare (con la Cina che fornisce otto sottomarini, ecc), il Pakistan colma in modo significativo il divario con il crescente potere economico e militare dell’India degli ultimi anni. Date le piccole dimensioni del Pakistan e delle necessità nella Difesa e tenendo conto delle sue armi nucleari, mantenere la parità strategica con l’India è ora un obiettivo raggiungibile per il Pakistan. In teoria, il Make in Pakistan può anche sorpassare il Make in India. La rivoluzione dell’economia pakistana nel prossimo periodo è destinata a fare del Paese una meta attraente per gli investitori stranieri, condividendo potenzialmente con l’India molti tratti, come un tasso di crescita dinamico, riduzione dell’inflazione, grandi mercato interno e risorse umane, e così via. Il Pakistan ha un bilancio fiscale più favorevole rispetto all’India, riducendo il deficit di bilancio al 4,7% del PIL nel 2014 (a fronte del 7% dell’India) e il Pakistan è molto più economico quale mercato emergente. Ad un certo punto, la Cina potrebbe discuterne l’adesione ai BRICS.
5. Il ri-orientamento strategico del Pakistan si rafforza. Le élite pakistane erano tradizionalmente filo-occidentali e in contrasto con l’opinione pubblica del Paese, veementemente “antiamericana”. Questa contraddizione si è risolta in gran parte grazie ai cambiamenti sottili nell’orientamento strategico generale del Paese. La discrezione che le élite pakistane, civili e militari, hanno dimostrato tenendosi lontano dalla guerra saudita allo Yemen è stata straordinaria. Più di ogni altra cosa, è stata una decisione popolare dalla connotazione strategica subito evidente. Unendovi il mutamento nell’approccio del Pakistan al terrorismo, negli ultimi tempi, i segni indicano un fondamentale cambio della bussola strategica. Il consolidamento delle relazioni Cina-Pakistan lo rafforza.
6. L’Afghanistan è senza dubbio cruciale. L’aumento dell’influenza della Cina sul Pakistan favorisce la stabilizzazione dell’Afghanistan. Il Pakistan è molto più utile alla Cina nel facilitare i colloqui di pace afghani di quanto lo siano gli Stati Uniti (le cui intenzioni sono assai sospette ai pakistani). Cioè il Pakistan sarà disposto a porre i suoi “asset strategici” nei negoziati nel processo in cui la Cina gioca un ruolo chiave. Inoltre, la Cina è nella posizione unica di far pesare sulla situazione il “grande patto” tra i principali Stati regionali; Russia, Iran, Stati dell’Asia centrale e anche India, provvedendo il necessario supporto al processo di pace. Inoltre, Cina e Pakistan ora hanno interesse comune nella stabilizzazione dell’Afghanistan, in quanto la principale minaccia alla realizzazione dei progetti “Fascia e Via” in Pakistan (coinvolgendo decine di migliaia di operatori cinesi in Pakistano, presso i siti del progetto) proviene dai gruppi terroristici operanti nella regione AfPak. In altre parole, il successo della collaborazione sino-pakistana dipende dal successo della stabilizzazione della situazione afghana.
7. La Marina cinese si ancora a Gwadar. Lo sviluppo del porto di Gwadar e delle infrastrutture nell’entroterra, inevitabilmente aiutano la Cina a sostenere la propria presenza navale permanente nel Golfo di Oman e Mare Arabico. Non importa più alla Cina se ai suoi sottomarini operanti nell’Oceano Indiano viene negato attracco e rifornimento dal nuovo regime nello Sri Lanka.
8. I capitali dell’Asia meridionale trattengono il respiro. La visita di Xi in Pakistan ha suscitato l’interesse regionale dell’Asia meridionale. La Cina ha trasmesso un grande messaggio agli altri Paesi dell’Asia meridionale, in particolare a quelli che circondano l’India (come Sri Lanka, Bangladesh e Nepal) secondo cui vale la pena partecipare all'”Iniziativa Fascia e Via” cinese. In realtà, a questi Paesi dovrebbe essere chiaro che la proposta cinese è l’unica presente. L’impegno della Cina alla cooperazione reciprocamente vantaggiosa e la proiezione dello sviluppo cinese quale motore della crescita dell’intera regione, ora risuoneranno nelle capitali dell’Asia meridionale.
9. La dinamica del potere nella regione cambia. Vista la situazione internazionale caratterizzata dal gelo tra Stati Uniti e Russia e dalla strategia del “pivot in Asia” degli Stati Uniti, volta a contenere la Cina, la gravitazione del Pakistan verso Cina (e Russia ) in questo frangente, sottolinea un imminente riallineamento strategico. Qui, molti altri fattori vanno notati: a) La Russia si avvicina al Pakistan stabilendovi legami militari; b) Cina e Russia ampliano energicamente i rispettivi legami strategici con l’Iran; c) L’Iran è di sottrae alle sanzioni; d) Il Pakistan si riavvicina all’Iran; e, e) Iran e Pakistan possono divenire membri della Shanghai Cooperation Organization.
Xi_2380319f 10. Modi ha un dilemma esistenziale. Si tratta del punto controverso se la Cina intende dare con la visita di Xi in Pakistan una lezioni anche all’India. La cosa sorprendente è che Xi consigliava al Pakistan di seguire una politica estera di pace. Basta per dire che l’India affronta un dilemma esistenziale. Xi ha elevato lai sofisticazione diplomatica della Cina obbligando l’India a tornare al tavolo delle trattative, dato che la saggezza dei suoi sinologi è irrilevante. E’ evidente che la Cina non minaccia l’India con l'”Iniziativa Fascia e Via”, ma invece lascia la scelta all’India se decidere in che misura e come aderirvi. Ma la visita di Xi in Pakistan ha dimostrato fino a che punto la Cina può contribuire all’agenda dello sviluppo dell’India. In altre parole, la Cina è consapevole che vi sono solidi gruppi e lobby in India dalla mentalità ostinatamente refrattaria a qualsiasi cambiamento nelle relazioni con la Cina. Così, la Cina ha lasciato il suo biglietto da visita sulla porta dell’India. Chiaramente, la visita di Xi in Pakistan rende arduo l’ambiente del primo ministro indiano Narendra Modi, mentre prevede una visita in Cina tra appena tre settimane. Un confronto è destinate ad essere tracciato tra la capacità da statista e la sua leadership visionaria. Il passo del governo Modi verso gli USA non ha portato alcun dividendo finora e, oggettivamente parlando, il mondo occidentale non può semplicemente fare grandi investimenti in India. Inoltre, la critica monta in India verso Modi che non ha concluso nulla finora riguardo gli obiettivi dell’Agenda dello sviluppo, in undici mesi di governo. E se e quando le luci inizieranno a brillare ancora una volta a Lahore, capoluogo di regione, come sicuramente previsto, Modi avrà molto da rimuginare sulla saggezza nel negoziare le relazioni con la Cina, senza alcun “grande quadro” e restando prigioniero degli estremisti che non hanno nemmeno la capacità intellettuale di pensare al di là delle questioni come visti non concessi, Brahmaputra, deficit commerciale, Mar Cinese Meridionale ecc., riguardo i rapporti dell’India con una Cina in ascesa. A dire il vero, l’India deve fare un salto di qualità verso la Cina, come la Cina ha appena fatto verso il Pakistan. Data la questione del Xinjiang seriamente destabilizzato e dell’integrità territoriale della Cina violata impunemente da elementi operanti dal Pakistan; tuttavia, Xi ha deciso non solo di impegnarsi con la leadership pachistana, ma di approfondirne i rapporti e di compiere lo sforzo personale compiendo il passo straordinario d’incontrare personalmente la leadership militare del Pakistan. Xi non accetta rischi, ad ogni buon conto, quando si tratta di sicurezza nazionale, integrità territoriale e sovranità della Cina. Ma è un realista temprato e il suo Sogno Cinese è insolito. La visita di Xi in Pakistan dovrebbe fornire spunti di riflessione allo stesso Modi. A dire il vero, la visita di Xi in India, dello scorso settembre. si è rivelata un’occasione persa, non solo per l’India, ma anche per Modi.

PAKISTAN-CHINA-POLITICS-DIPLOMACY

Xi Jinping e il presidente del Pakistan Mamnoon Hussain

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Smontare l’intervento yemenita di Obama

MK Bhadrakumar Asia Times 21 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
Barack Obama walks with Saudi King SalmanVoice of America finanziata dal governo statunitense ha avviato un ballon d’essai vacuo pronosticando che le tensioni accumulatesi con il conflitto nello Yemen “sembrano contrapporre gli Stati Uniti all’Iran in una prova di forza cruciale nel Golfo di Aden.” Il contesto sono la portaerei USS Theodore Roosevelt e l’incrociatore lanciamissili USS Normandy che si uniscono ad altre sette navi da guerra degli Stati Uniti nella zona, tra cui il Gruppo di assalto anfibio della Iwo Jima, che comprende un reparto di oltre 2000 Marines. Un modo stravagante di sbirciare oltre lo specchio. Alice ne ridacchierebbe. Gli Stati Uniti non si scontreranno militarmente con l’Iran. Le due flotte hanno una lunga storia di spintoni e di giochi del gatto col topo nelle acque del Golfo Persico, senza tentare un graffio. Questo è uno. Il secondo, in questo caso particolare, è l’Iran che semplicemente non intende farsi coinvolgere militarmente nello Yemen. L’Iran fa splendidamente bene invece a proiettare un robusto piano di pace in 4 punti per lo Yemen, che la Russia ha già accolto e che sarà sostenuto, perché Teheran prevede, giustamente, che non vi sia alcuna altra opzione, in ultima analisi, che aprire la via diplomatica e politica. Non si cerca la vittoria in una guerra fratricida, vero? Si vince passo-passo e il segreto sta nella pazienza e nel potere di logoramento. In breve, la Theodore Roosevelt dovrà inventarsi un nemico iraniano prima di avere una “serie prova di forza”. Terzo, gli huthi hanno veramente bisogno di armi dall’Iran in questa fase? E’ ben noto che siano alleati a fazioni militari yemenite dall’ampio accesso alle armi. Inoltre, la natura delle guerre fratricide in Paesi come Yemen o Afghanistan è tale che i veri asset strategici risultano altrove. Queste guerre hanno i loro corsi e ricorsi, e al momento gli huthi avanzano innegabilmente. Stando così le cose, qual è il vero scopo (o scopi) che gli Stati Uniti sperano di raggiungere inviando tale flotta? A dire il vero, il dispiegamento di un numero così elevato di marines su un gruppo di navi d’assalto anfibio suggerirebbe che un’operazione di sbarco non sia esclusa. Può darsi che il presidente Barack Obama sia agitato dal fatto che il primo ministro del Pakistan Nawaz Sharif (qui), l’egiziano Abdalfatah al-Sisi (qui) o il turco Recep Tayyip Erdogan (qui) temano d’immischiravisi, cioè di inviare “stivali sul terreno” nello Yemen? Sembra improbabile. Tuttavia, una limitata operazione di terra degli Stati Uniti può essere comunque in cantiere. Il punto è che Washington non ha badato ad evacuare centinaia, migliaia di cittadini statunitensi bloccati nello Yemen. Sarebbero in gran parte di origine araba e musulmana, e non avrebbero una lobby negli Stati Uniti che possa fare scandalo al Congresso o nei media degli USA, ma se tale scandalo perdura, sarà un insulto alla reputazione di Obama umanista e alla sua eredità presidenziale. C’è anche del denaro in gioco, e potrebbe essere molto, perché alcuni di questi cittadini arabo-statunitensi hanno presentato denuncia nei tribunali degli USA chiedendo un risarcimento dai segretari di Stato e della Difesa. Dio non voglia, se alcuni di loro venissero uccisi nei prossimi giorni, non escludendo gli sfrenati omicidi (qui) e vendicativi (qui) attacchi aerei sauditi, la questione dei danni potrebbe emergere a un certo punto.27CBCB7A00000578-0-image-a-31_1429563450836Dopo tutto, il governo degli Stati Uniti non s’è interessato di evacuare i propri cittadini in difficoltà, a differenza di quanto quasi tutti i Paesi hanno fatto, e i giudici statunitensi non avrebbero altra scelta, se questi musulmani arabo-statunitensi facessero valere i loro diritti costituzionali in quanto cittadini statunitensi. Inoltre, al livello popolare si sostiene che gli statunitensi non hanno alcun controllo sui crimini di guerra sauditi nello Yemen, e ciò potrebbe ridimensionare la politica di Obama in Medio Oriente e la sua statura di leader mondiale. Così Washington infine potrebbe programmare l’evacuazione dallo Yemen dei propri cittadini bloccati. Infatti, 5000 marines possono farlo, a condizione naturalmente che gli huthi cooperino; collaboreranno? A mio parere, la CIA avrebbe già fatto il lavoro necessario. Ora, l’Iran non lo sosterrà? Impossibile. Semmai se i marines avessero difficoltà, l’Iran potrebbe dare una mano avendo avanzato una generosa offerta di aiuto a tutti i Paesi, senza eccezione, nell’evacuare propri cittadini dallo Yemen. Oltre l’evacuazione, ciò che Obama spera di ottenere ordinando all’USS Theodore Roosevelt di salpare dallo Stretto di Hormuz (dove è occhi negli occhi con la Marina dell’Iran) per il Golfo di Aden? Significativamente, Obama ha preso questa decisione dopo una telefonata con il re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud e l’incontro nello Studio Ovale con il principe ereditario Muhamad bin Zayad al-Nahan degli Emirati Arabi Uniti (membro chiave della coalizione saudita contro lo Yemen). Da attente letture delle dichiarazioni della Casa Bianca, qui e qui, avviare un processo di pace nello Yemen appare in cima ai pensieri di Obama. Ma fino a che punto Obama sia riuscito a calmare Salman solo il tempo lo dirà. È improbabile che Obama abbia adottato lo stesso linguaggio del presidente cinese Xi Jinping verso Salman. (È interessante notare che l’appello di Obama a Salman appare il giorno dopo l’iniziativa di Xi.)
Nel frattempo, Obama si riunirà con i re guerrieri arabi in un conclave del prossimo mese. I preparativi sono già iniziati. In ultima analisi, la leva degli Stati Uniti al conclave con Salman e Zayad verrebbe costruita secondo la formula “salvare la faccia”, per farli apparire vittoriosi nella guerra allo Yemen. Il re e il principe ereditario non possono permettersi di apparire perdenti, soprattutto con l’Iran seduto sulla riva del fiume che osserva beffardo. Quindi, un po’ di spettacolarità da parte dello Zio Sam, per salvare la faccia dei monarchi del Golfo, sarà necessaria nei prossimi giorni. In termini politici, è sensato per gli Stati Uniti apparire attivamente coinvolti nel conflitto nello Yemen, anche se iniziasse il processo di pace. Il dispiegamento della flotta fa letteralmente degli Stati Uniti il “protagonista” della guerra yemenita. Obama sarebbe rassicurato dal modo con cui la Russia ha collaborato al recente dibattito al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sullo Yemen, senza che il Presidente Vladimir Putin gli faccia delle sorprese. Anche l’Iran parla di pace con gli Stati Uniti. Così, in qualunque modo si guardi svilupparsi lo scenario, l’USS Theodore Roosevelt partecipa a una sicura missione politica ed economica che avvantaggerà Obama.
Il rischio che Obama inizi un’altra guerra degli USA in Medio Oriente, anche senza volerlo, è praticamente inesistente; Obama non cerca la resa dei conti con l’Iran nel momento cruciale dei colloqui sul nucleare; Obama non può non essere consapevole che il conflitto nello Yemen sia conseguenza della Primavera araba e la leva degli Stati Uniti, attivando un processo politico nello Yemen, può migliorare con il coinvolgimento diretto; naturalmente John Bolton o il senatore John McCain non potranno dileggiare di passività Obama, almeno sulla questione yemenita.

uss-theodore-rooseveltTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Yemen, fine delle operazioni belliche e di salvataggio

Alessandro Lattanzio, 22/4/201555354f9fc46188c10e8b4601Ansarullah liberava la città di Mala, presso Aden, dai terroristi di al-Qaida arrestandone 15. Il 5 e 6 aprile gli attacchi aerei sauditi uccidevano 8 civili ad Anat, nella provincia di Sada, e 6 studenti ad al-Ib, mentre altri radi aerei colpivano le cittadine di Slayf e Shara, nella provincia di Razah, le postazioni delle guardie di frontiera nella provincia di Haja, lo Yemen Economic Corporation, uno dei più grandi depositi di alimentari yemeniti, e le postazioni della difesa aerea di al-Hudaydah. Il 7 aprile, un altro raid saudita uccideva 20 civili, e una nave da guerra saudita bombardava Aden. Sul Mar Rosso, Riyadh dispone della base navale Re Faysal che ospita la Flotta occidentale saudita, formata da 3 fregate classe al-Riyadh e 4 fregate al-Madina, tutte di costruzione francese, più 2 pattugliatori lanciamissili, un cacciamine e navi di supporto. Il 25 marzo veniva creata una nuova base navale saudita a Jizan, sul confine yemenita. La fregata Daman e la nave rifornitrice Yunbu avevano evacuato da Aden i diplomatici sauditi e i capi yemeniti filo-sauditi. L’Egitto a sua volta aveva inviato una sua squadra composta delle fregate Alexandria e Taba per effettuare il blocco navale dello Yemen. Nel Mar Rosso, l’Iran dispiegava una squadra navale antipirateria composta dalla fregata Sabalan e dalla nave rifornitrice Kharg, seguite l’8 aprile dalla 34.ma Flottiglia formata dal cacciatorpediniere Alborz e dalla fregata Bushehr, inviata per “garantire la sicurezza marittima e proteggere gli interessi della Repubblica islamica dell’Iran nelle acque internazionali“.
L’India evacuava dallo Yemen 5600 persone di 26 Paesi in 10 giorni, impiegando 2 aerei di linea A321 dell’Air India e 2 aerei da trasporto militari C-17 Globemasters III dell’IAF, che compirono 9 sortite da Mumbai e 2 da Kochi a Gibuti; le navi da guerra INS Sumitra, INS Mumbai e INS Tarkash e 2 navi passeggeri. La Cina evacuava dallo Yemen, con la fregata Linyi e la nave rifornitrice Weishanhu del comandante Jiang Guoping, 629 cittadini cinesi e 279 cittadini di altri 15 Paesi. Era la prima volta che la Cina schierava navi da guerra per effettuare l’evacuazione. “E’ la nuova responsabilità di una grande potenza“, secondo Zhu Feng, direttore esecutivo del Centro per gli studi collaborativi del Mar Cinese Meridionale presso l’Università di Nanjing, “La visione della Marina in Cina va decisamente allargandosi. Quando opera in acque internazionali assumerà responsabilità internazionali. È un bene“. Il governo giapponese ringraziava la Cina per aver invitato un turista giapponese ad aderire all’evacuazione, “Abbiamo trasmesso la nostra gratitudine al governo cinese“, aveva detto il segretario del capo di gabinetto giapponese Yoshihide Suga. L’operazione aveva sfruttato i solidi legami tra il console generale cinese ad Aden e il governatore locale. A una delle fregate cinese fu concesso il permesso di attraccare ad Aden solo dopo che il Console Generale, Pan Zhinan, aveva consentito a un parente del governatore Abdalaziz bin Habtur di salirvi a bordo. Infine il Foreign Office inglese e il segretario di Stato degli USA, John Kerry, ringraziavano Mosca per l’evacuazione di propri cittadini dallo Yemen. Oltre 300 persone furono evacuate da Sana con due voli russi ed altre 308 persone furono evacuate dal porto di Aden dalla nave della Marina russa Prjazove. Le 308 persone comprendevano 45 cittadini della Federazione russa, 18 degli Stati Uniti, 5 della Gran Bretagna, 1 della Bulgaria, 6 dell’Estonia, 14 dell’Ucraina, 9 della Bielorussia, 3 del Turkmenistan, 8 dell’Uzbekistan, 5 dell’Azerbaijan, 1 del Bahrayn, 5 di Gibuti, 159 dello Yemen, 1 della Somalia, 3 della Palestina, 13 della Giordania, 9 di Cuba, 2 dell’Egitto e 1 dell’Arabia Saudita. La nave da ricognizione Prjazove effettuava attività antipirateria nel Golfo di Aden. Il Pakistan utilizzava 1 Boeing 747 e 1 Airbus A310, oltre alle fregate lanciamissili PNS Shamsheer e PNS Aslat, per evacuare da al-Hudaydah e Aden 1582 persone, quasi tutte cittadini pakistani. Gli Stati Uniti dichiaravano di non aver piani per evacuare 4000 propri cittadini dallo Yemen, ma nel frattempo acceleravano la consegna di bombe, missili e altre munizioni all’Arabia Saudita; in effetti tra il 2010 e il 2014 l’amministrazione Obama aveva firmato accordi per vendere 90 miliardi di dollari di armamenti alla monarchia saudita, divenuta primo cliente degli Stati Uniti. Inoltre, gli Stati Uniti intensificavano anche il supporto d’intelligence e logistico alle operazioni saudite, sia istituendo la “Cellula congiunta di coordinamento della pianificazione” nella capitale saudita, diretta da un generale dell’US Central Command; sia inviando aerocisterne KC-135 Stratotanker dell’US Air Force per rifornire in volo gli aerei da guerra sauditi che bombardavano lo Yemen.
Il 9 aprile Ansarullah liberava Ataq, capitale della provincia del Shabwah. Il 10 aprile i sauditi bombardavano le posizioni di Ansarullah ad Aden. Il 12 aprile la tribù Taqiya, della provincia di Sada, nel nord dello Yemen, assaltava le postazioni dell’esercito saudita nella città di al-Manar, nel sud dell’Arabia Saudita, uccidendo 18 soldati e catturando grandi quantità di armi, munizioni e automezzi. Dieci civili venivano uccisi da un attacco aereo saudita su al-Zahra, nella provincia di Taiz. L’11 aprile il maggior-generale Fahd bin Turay bin Abdulaziz al-Saud, dello Stato Maggiore Generale delle Forze Armate saudite, veniva eliminato assieme ad altri 2 ufficiali sauditi, durante una missione nel nord-ovest dello Yemen, nel villaggio di al-Majda, distretto di Qatabir del governatorato di Sadah. Il generale era nipote di re Abdulaziz al-Saud. Il 16 aprile l’esercito e i comitati popolari yemeniti sconfiggevano al-Qaida nella provincia di Marib, liberando la maggior parte di Sarwah, jabal Hilan, jabal al-Mahjar e la valle al-Malah.
Il 14 aprile, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, approvava con l’astensione della Russia la Risoluzione 2216, che imponeva l’embargo sulle armi contro Ansarullah e sanzionava il figlio dell’ex presidente Salah, Ali Abdullah, Abdalmaliq al-Huthi, leader di Ansarullah, e i leader militari di Ansarullah Abdalqaliq al-Huthi e Abdullah Yahya al-Haqim. La risoluzione invitava anche “gli Stati membri, in particolare quelli confinanti con lo Yemen, a ispezionare… tutti i carichi diretti nello Yemen” e chiedeva ad Ansarullah di ritirarsi da Sana e dalle altre zone che aveva liberato. Inoltre il dipartimento del Tesoro statunitense annunciava sanzioni unilaterali contro Ansarullah e l’ex-comandante della Guardia Repubblicana dello Yemen Ahmad Salah. Il Comitato Rivoluzionario Supremo dello Yemen condannava la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dicendo che sosteneva l’aggressione saudita, e “invita le masse del popolo yemenita a radunarsi e protestare per condannare la risoluzione del Consiglio di sicurezza a sostegno dell’aggressione“. Nel frattempo Cairo ribadiva che non avrebbe inviato truppe per l’Operazione “Tempesta Decisiva”. Il portavoce militare egiziano Muhamad Samir riferiva delle “false informazioni da entità ostili” che miravano a danneggiare la sicurezza nazionale dell’Egitto, ribadendo che solo forze navali e aeree egiziane partecipavano alla coalizione saudita contro lo Yemen. A Faj Atan, il 17 aprile, i sauditi avrebbero usato armi chimiche nei loro bombardamenti.
L’US Navy inviava proprie navi al largo dello Yemen, ufficialmente per intercettare le navi iraniane. La squadra statunitense, al comando del contrammiraglio Chris Grady, comprendeva 10 navi: i dragamine Sentry e Dextrous, i cacciatorpediniere lanciamissili Sterett, Forrest Sherman e Winston Churchill, l’incrociatore lanciamissili Normandy, le portaerei Theodhore Roosevelt e Carl Vinson, la portaelicotteri d’assalto anfibio Iwo Jima, le navi da assalto anfibio New York e Fort McHenry, e la nave rifornitrice Charles Drew. Nel frattempo, al-Qaida nella Penisola Araba, ridenominatasi “Figli dell’Hadramaut”, occupava un terminal petrolifero e la caserma della 27.ma Brigata di Fanteria a Muqala, capitale dell’Hadramaut, mentre Ansarullah liberava la base della 190.ma Brigata della Difesa aerea e l’aeroporto militare di Rayan, sempre presso Muqala. Secondo un giornalista, “C’era un accordo tra le truppe (filo-saudite) e il consiglio di Muqala per cedere le basi delle brigate e l’aeroporto ad al-Qaida“. Sempre secondo il giornalista, le fazioni locali aiutano al-Qaida con il pretesto di proteggere la provincia dall’avanzata di Ansarullah. Così al-Qaida poté catturare diversi edifici governativi a Muqala, tra cui la prigione che ospitava centinaia di terroristi. Altri 32 civili venivano uccisi nei raid aerei sauditi a nord di Sana, nella provincia di Amran, nella città di Huth, a 100 chilometri dalla capitale, dove case e una scuola furono colpite. Il portavoce militare saudita il birgadier-generale Ahmad al-Asiri, avendo appreso l’arte della menzogna da Gladio e dai suoi media di disinformazione, attribuiva ad Ansarullah la strage di civili yemeniti, commessa invece dagli aerei sauditi. “Abbiamo le prove“, aveva detto Asiri in conferenza stampa a Ryadh, ma senza mostrarle, nel migliore stile delle prove ‘che non si possono esibire’ che la CIA e Washington s’inventano per giustificare le loro aggressioni militari. Sempre a Riyadh, il nuovo “vicepresidente” di Hadi, Qalid Bahah, si appellava ai militari yemeniti affinché sostenessero il “governo” filo-saudita. “In questo momento storico, faccio appello a tutti i membri delle forze armate e delle forze di sicurezza affinché aderiscano alle istituzioni statali legittime“. Le unità d’elite dell’esercito yemenita, fedeli a Salah, invece supportano l’avanzata di Ansarullah nel sud dello Yemen. Il 20 aprile, l’attacco aereo a un ponte nella città di Ib uccideva 20 persone. Altre 9 furono uccise nella città di Haradh, vicino al confine con l’Arabia Saudita, dove l’esercito saudita bombardava con l’artiglieria. Infine, il 21 aprile, l’Arabia Saudita terminava i bombardamenti nello Yemen dopo aver “raggiunto gli obiettivi militari“. Ma l’operazione “Tempesta Decisiva”, dopo un mese di attacchi aerei, era fallita non riuscendo a fermare l’avanzata di Ansarullah e far collassare il governo di Sana. L’Iran salutava la fine degli attacchi aerei come un progresso. Il portavoce dell’operazione saudita, Ahmad al-Asiri, aveva detto: “(La coalizione) conclude l’operazione “Tempesta Decisiva” avviata su richiesta del governo yemenita e del presidente Abdurabu Mansur Hadi“. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Marziyeh Afkham, dichiarava: “Avevamo già annunciato che non esiste una soluzione militare alla crisi dello Yemen. Indubbiamente, il cessate il fuoco, ponendo fine all’uccisione di persone innocenti e indifese, è un passo in avanti“.

houthi2Riferimenti:
Al-Masdar
Al-Masdar
Al-Masdar
Al-Masdar
Al-Masdar
BBC
DPA
FARS
Indian Express
IRIB
Moon of Alabama
US Navy
Nsnbc
RID
Russia Insider
RussiaToday
RussiaToday
Sinosphere
Sputnik
Sputnik
TASS
Washington Post
WSWS
Zerohedge

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