Eastring vs Balkan Stream: la battaglia per la Grecia

Andrew Korybko The Saker 28 giugno 2015TurkGasPipe-webfigLa Russia non bluffava quando ha detto che il Turkish Stream sarà l’unica via di transito del gas fuori dall’Ucraina dal 2019, e dopo tentennamenti incredulo per più di sei mesi critici, l’UE solo ora rinsavisce cercando disperatamente di mercanteggiare un’alternativa geopolitica. Fermo restando che il fabbisogno di gas ricadrà assolutamente sulla Russia nei prossimi decenni (indipendentemente dalla retorica transatlantica), l’UE vuole attenuare le conseguenze multipolari dei gasdotti pianificati dalla Russia finché può. La Russia vuole estendere il Turkish stream a Grecia, Macedonia e Serbia con un piano che l’autore ha già definito “Balkan stream“, mentre l’Unione europea vuole abolire la rotta balcanica centrale e sostituirla con una nei Balcani orientali via Bulgaria e Romania, la cosiddetta “Eastring“. Sebbene l’Eastring possa teoricamente far transitare il gas dal Caspio inviato attraverso il gasdotto TAP, la proposta invece è stata presentata ultimamente in connessione al Turkish stream, probabilmente perché possibilmente i previsti 10-20 miliardi di metri cubi l’anno rispetto al precedente (le riserve dell’Azerbaigian non possono soddisfare la domanda senza assistenza turkmena, lungi dall’essere garantita a questo punto), sono sminuiti dai 49 miliardi di metri cubi del secondo. Se l’Europa non intende collegare l’Eastring al Turkish stream, le forniture di gas russo potrebbero raggiungere il continente indipendentemente dalla rotta in questione (Balcani centrali od orientali), il che significa che c’ è una situazione sempre vantaggiosa per la Russia… forse. Le differenze strategiche tra Eastring e Balkan Stream sono in realtà molto acute e accoppiate all’impeto implicito rivelato dalla proposta dell’UE di collegare Eastring al Turkish Stream, innanzitutto significa che vanno analizzate più in profondità, prima che qualcuno salti a una conclusione predeterminata sulla natura ‘reciprocamente vantaggiosa’ dell’Eastring. L’articolo comincia identificando le differenze strategiche sottostanti tra Eastring e Balkan stream. Dopo aver deciso ciò, acquisite le intuizioni, s’interpretano le motivazioni di Bruxelles e le previsioni regionali implicite sui Balcani. Infine, si tocca la prolungata crisi del debito greco per illustrare come le attuali turbolenze della Repubblica ellenica siano divenute il tentativo occidentale di cacciare indirettamente Tsipras per punirlo per la cooperazione energetica con la Russia.

Le differenze strategiche
Ci si ingannerebbe assolutamente supponendo che Eastring e Balkan Stream siano progetti strategicamente simili, e siano entrambi vie di transito del gas russo verso l’Europa, promuovendo due visioni a lungo termine completamente diverse per conto dei sostenitori europei e russi rispettivamente.

Eastring:
L’UE prevede che questo tracciato eliminerà qualsiasi vantaggio geopolitico che la Russia potrebbe potenzialmente trarre dal Balkan stream riducendo l’oleodotto a niente più che un esiguo gasdotto privo di qualsiasi impatto o influenza. Potendo raggiungere questo obiettivo semplicemente facendo passare il gasdotto in Bulgaria e Romania, due affidabili Stati membri dell’UE e della NATO, le cui élite politiche sono saldamente nell’orbita unipolare. Come ulteriore garanzia la Russia non potrebbe mai utilizzare l’Eastring per gli scopi multipolari previsti, dato che gli Stati Uniti prevedono di pre-posizionare armi pesanti e 750 truppe nei due Paesi dei Balcani orientali, rafforzando ulteriormente il blocco sub-NATO del Mar Nero in costruzione negli ultimi due anni. Se gli Stati Uniti riescono a sabotare il Balkan stream e a costringere quindi la Russia a rinviarlo, in ultima analisi l’Eastring sarà l’unica alternativa realistica nell’Europa del sud-est per inviare gas in Europa, e Mosca si troverebbe nella stessa posizione strategica miserabile di quando inviava energia attraverso l’Ucraina controllata dagli USA, vanificando così lo scopo del perno nei Balcani, in primo luogo.

Balkan stream:
I russi hanno un approccio sui gasdotti del tutto opposto agli europei, comprendendone l’utilità geopolitica e cercando di utilizzare tali investimenti infrastrutturali quali strumenti strategici. Il Balkan stream va inteso come controffensiva multipolare nel cuore dell’Europa ed è esattamente per queste ragioni che la Russia è completamente contraria ad affidarsi ad Eastring quale unica rotta energetica europea sudorientale per l’UE. Mosca prevede di utilizzare Balkan stream come calamita per attirare gli investimenti dai BRICS nei Balcani, integrandolo alla Via della Seta balcanica della Cina dalla Grecia all’Ungheria. Non è quindi un caso che il terrorismo albanese filo-statunitense sia tornato nella regione dopo dieci anni, in particolare contro la Repubblica di Macedonia, il collo di bottiglia dei Balcani. La Russia scommette sulla rotta balcanica centrale per la via energetica che propone, perché sa che Serbia e Macedonia, che non sono membri di Unione Europea o NATO, non possono essere direttamente dominate dal mondo unipolare come i satelliti bulgaro e rumeno degli Stati Uniti, e vede la Grecia come l”asso’ sul punto di cadere in disgrazia presso i padroni occidentali. Questi fattori a loro volta rendono il Balkan straem eccezionalmente attraente per gli geostrateghi russi che correttamente riconoscono che i tre Stati lungo la sua rotta (Grecia, Macedonia e Serbia) sono il tallone d’Achille dell’unipolarismo occidentale in Eurasia che, se considerato con la giusta spinta, può portare al crollo finale di tutta la struttura.

Lettura del pensiero di Bruxelles
Il fatto stesso che l’UE propone Eastring quale possibile componente del Turkish stream rivela molto su ciò che Bruxelles pensa oggi. Diamo uno sguardo a ciò che è stato detto tra le righe:

Il gas russo è necessario:
Bruxelles riconosce di dover ricevere il gas russo in un modo o nell’altro, e che il corridoio meridionale del gas più che probabilmente non soddisferà le future esigenze dell’Unione (sia per l’Unione europea nel suo insieme che per la regione dei Balcani in particolare). Gli Stati Uniti lo capiscono e quindi pianificano uno scenario in cui la Russia sia costretta a fare affidamento sulla rotta unipolare nei Balcani orientali, in modo da neutralizzare il progetto da qualsiasi influenza residua multipolare, e Washington possa continuare a controllare il transito delle risorse russe verso l’Europa in futuro.

Vulnerabilità unipolare nei Balcani centrali:
Il suggerimento che i Balcani orientali sostituiscano l’oleodotto alternativo Balkan stream indica che l’occidente riconosce la vulnerabilità unipolare della rotta russa nei Balcani centrali. Questo perché la costruzione del Balkan Stream comporterebbe il rafforzamento geostrategico della Serbia emergendo come hub energetico regionale. Belgrado potrebbe quindi sfruttare ampiamente questo vantaggio reintegrando lentamente e strategicamente (ma non politicamente!) l’ex-Jugoslavia, anche se sotto l’influenza multipolare indiretta russa. Di conseguenza, i Balcani, la regione europea che indiscutibilmente dimostra il fallimento del bastone euro-atlantico, si presenteranno quale attraente opportunità non-occidentale del co-sviluppo con i BRICS. Il Balkan stream della Russia fornisce approvvigionamento energetico sicuro, mentre la Via della Seta balcanica della Cina concede accesso al mercato globale più grande, minacciando così la morsa economica che l’Unione europea attua sulla penisola. Se l’Europa non è più economicamente allettante per gli Stati balcanici (la sua attrattiva culturale e politica è roba del passato a causa dei ‘matrimoni gay’ e dell’eccessivo bullismo di Bruxelles di questi anni), perderà l’ultimo suo soft power e l’unico modello alternativo saranno i BRIC, che porrebbero nella regione una testa di ponte multipolare arivvando al centro del continente prima che qualcuno se ne renda conto.

putin-tsiprasInaffidabilità greca:
L’UE chiaramente non vede la Grecia, almeno con l’attuale dirigenza, quale strumento geopolitico affidabile per i propri interessi. Mentre l’oleodotto azero attraverso il Paese politicamente volubile è accettabile, quello dalla Russia non lo è, potendo essere usato come banco di prova per ulteriori incursioni multipolari nei Balcani centrali e comportando la rapida ritirata dell’influenza balcanica di Bruxelles (come sopra descritto). Se la Grecia fosse completamente sotto controllo unipolare, o l’occidente lo ritenesse possibile entro il 2019, allora non ci sarà la necessità di escludere il Paese. Anche se rimane la possibilità che un frammento di territorio greco possa essere usato per costruire l’interconnessione gasifera con la Bulgaria per sostenere l’Eastring, ciò non è ancora l’oleodotto che attraversa il nord del Paese secondo una rotta fuori dal controllo unipolare (a differenza dell’alternativa bulgara). Pertanto, la proposta dell’Eastring la dice lunga sulle tristi prospettive geopolitiche che Bruxelles prevede nei prossimi 5 anni in Grecia, anche se ciò al contrario può essere letto come conferma della possibilità multipolare del Paese che la Russia ha già individuato.

Le guerre per procura balcaniche:
Più che altro, la proposta di Bruxelles dell’Eastring può essere letta come disperato piano B per garantirsi le forniture di gas russo tanto necessarie, nel caso in cui gli Stati Uniti rendano irrealizzabile il Balkan Stream nella penisola centrale con una serie di guerre per procura destabilizzanti. Come già illustrato, l’UE ha bisogno del gas russo a qualsiasi costo (cosa che gli Stati Uniti ammettono malvolentieri), quindi deve assolutamente avere un piano di emergenza nel caso succeda qualcosa al Balkan stream. Le casse russe hanno bisogno di entrate, mentre le fabbriche europee del gas, quindi è un rapporto naturale d’interesse reciproco cooperare su una certa rotta o un’altra. La tesi, ovviamente, si riduce a quale rotta il gas russo attraverserà e gli Stati Uniti faranno di tutto affinché passi nei Balcani orientali unipolari e non dai multipolari Balcani centrali. Così la ‘Battaglia per la Grecia’ è l’ultimo episodio di questa saga, e la futura rotta del gas russo verso l’Europa è in bilico.

Davanti al bivio (greco)
Anche se la crisi del debito è un problema da ben prima che il Balkan stream fosse concepito, ora è intimamente intrecciata al dramma della nuova Guerra Fredda energetica nei Balcani. La Troika vuole costringere Tsipras a capitolare sull’accordo del debito impopolare che sicuramente comporterebbe la rapida fine della sua premiership. In questo momento, il principale fattore che lega il Balkan stream alla Grecia è il governo Tsipras, ed è interesse di Russia e mondo multipolare vederlo rimanere al potere fin quando il gasdotto sarà fisicamente costruito. Qualsiasi cambiamento improvviso o inatteso della leadership in Grecia potrebbe facilmente mettere in pericolo la sostenibilità politica del Balkan stream e costringere la Russia a fare affidamento sull’Eastring, ed è per queste ragioni che la Troika vuole imporre a Tsipras un dilemma inestricabile. Se accetta le condizioni attuali del debito, allora perderà l’appoggio della base e probabilmente inaugurerà elezioni anticipate o cadrà vittima di una rivolta nel suo stesso partito. Dall’altra parte, se rifiuta la proposta e permette il default della Grecia, allora la catastrofe economica risultante potrebbe por termine al supporto della base e por fine prematuramente alla sua carriera politica. Perciò la decisione del referendum nazionale sull’accordo del debito è una mossa geniale, perché assicura a Tsipras la possibilità di sopravvivere all’imminente tempesta politica-economica con risultati democraticamente ottenuti (che sembrano predire il rifiuto del debito e imminente default). Con il popolo dalla sua parte (non importa quanto ristretto), Tsipras potrà continuare a presiede la Grecia attraversando il prossimo preoccupante periodo d’incertezza. Inoltre, la continua gestione del Paese e i rapporti personali con i leader dei BRICS (soprattutto Vladimir Putin) potrebbe portare ad estendere una qualche forma di assistenza economica (probabilmente dalla Nuova Banca per lo Sviluppo dei BRICS da 100 miliardi di dollari o un’altrettanto grande riserva valutaria) alla Grecia dopo il prossimo vertice di Ufa ai primi di luglio, a condizione che possa continuare la leadership fino ad allora. Pertanto, il futuro della geopolitica energetica dei Balcani attualmente si riduce a ciò che accade in Grecia nel prossimo futuro. Mentre è possibile che un primo ministro greco diverso da Tsipras possa far progredire il Balkan Stream, la probabilità è significativamente inferiore a un Tsipras che rimane in carica. Creare le condizioni per la sua rimozione è il modo indiretto con cui Stati Uniti e UE preferiscono influenzare le rotte energetiche del futuro della Russia attraverso i Balcani, quindi ecco perché tale pressione su Tsipras in questo momento. La sua proposta di referendum chiaramente li ha colti di sorpresa, dato che la vera democrazia è praticamente sconosciuta nell’Europa di oggi, e nessuno si aspettava che si rivolgesse direttamente ai suoi elettori prima di prendere una delle decisioni più cruciali del Paese degli ultimi decenni. Attraverso questi mezzi, può sfuggire alla trappola da Comma-22 che la Troika gli ha teso e così salvare anche il futuro del Balkan Stream.

Conclusioni
C’è di più nella proposta del gasdotto Eastring di quanto appaia, da qui la necessità di svelarne le motivazioni strategiche per comprenderne meglio l’impatto asimmetrico. E’ chiaro che Stati Uniti ed UE vogliono neutralizzare l’aspetto geopolitico che il Balkan Stream avrebbe ampliando la multipolarità nella regione, il che spiega il loro mutuo approccio nel tentativo di fermarlo. Gli Stati Uniti alimentano le fiamme della violenza nazionalista albanese in Macedonia ostacolando la prevista rotta del Balkan Stream, mentre l’UE comodamente propone una rotta alternativa attraverso i Balcani orientali unipolaristi quale predeterminata ‘via d’uscita’ alla Russia. Le forze euro-atlantiche cospirano nel tentativo di rovesciare indirettamente il governo greco attraverso un’elezione programmata o colpo di Stato per rimuovere Tsipras, sapendo che tale mossa infliggerebbe un colpo grave e immediato al Balkan stream. Anche se non è chiaro cosa alla fine accadrà a Tsipras o ai piani dei gasdotti della Russia, in generale è inconfutabile che i Balcani siano diventati uno dei principali e reiterati focolai della nuova guerra fredda, e la concorrenza tra mondo unipolare e multipolare in questo teatro geostrategico è solo agli inizi.

1424170133Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra al terrorismo dell’India arriva nel Myanmar

Andrew Korybko The Saker 22 giugno 2015myanmar-map2L’India ha condotto un’operazione delle forze speciali contro i terroristi in Myanmar responsabili di un recente attentato. Mostrando rinnovata risoluzione nella lotta a ogni forma di terrorismo, l’India ha recentemente lanciato un’operazione chirurgica contro i terroristi in Myanmar, uccidendone più di 100. L’operazione è stata la risposta ad un agguato all’inizio del mese che uccise 18 soldati nello Stato nord-orientale di Manipur. Quest’angolo del Paese è da tempo focolaio di separatismo e terrorismo, e i vari gruppi combattenti attivi nella zona hanno approfittato dei mali interni dei loro vicini per sfruttarli come basi operative. In realtà c’è un’alleanza implicita tra essi ed i ribelli nel Myanmar, essendo i gruppi antindiani incapaci di utilizzare il territorio delle controparti senza il loro consenso. L’India cerca attivamente di espandere l’influenza nel sud-est asiatico attraverso la rinvigorita politica ad Oriente, ma non può procedere correttamente finché il nord-est sarà pacificato e il Myanmar stabilizzato. Ironia della sorte, prendendo di mira i terroristi in Myanmar, l’India potrebbe involontariamente perpetuare il ciclo infinito della destabilizzazione che cerca di evitare.

L’ombrello del separatismo
Il Consiglio Nazionale Socialista del Nagaland-Khaplang (NSCN-K) è responsabile dell’attacco a sorpresa a Manipur, ma in realtà fa parte di un’organizzazione ombrello terroristica più grande e recente chiamata Fronte unito di liberazione dell’Ovest del Sud-Est Asiatico (UNLFW). Tale gruppo riunisce tre dei più pericolosi movimenti separatisti del Nordest dell’India, il Fronte Nazionale di Liberazione dell’Assam (Alptransit), il Fronte Democratico Nazionale di Bodoland (NDFB) e il gruppo Naga appena citato, ognuno dei quali vuole ritagliarsi con la violenza la propria nazione-Stato indipendente dalla Repubblica dell’India, che perciò sono classificati gruppi terroristici da Nuova Delhi. SS Khaplang, fondatore del NSCN-K, sarebbe a capo della UNLFW ed è presumibilmente sua l’idea di creare l’organizzazione (la terza di tale tipo). Quest’unione dei terroristi separatisti è eccezionalmente pericolosa per l’India, in quanto dimostra che gruppi diversi (alcuni dei quali hanno rivendicazioni territoriali sovrapposte, come nel caso dell’Assam e del Bodo) possono mettere da parte i loro conflitti e collaborare per raggiungere il grande obiettivo del separatismo via terrorismo. La risposta militare di Nuova Delhi all’UNLFW dimostra che comprende la minaccia del nesso tra movimenti separatisti-terroristi unificati, santuari nelle regioni di confine ingovernabili e organizzazioni ribelli alleate estere verso sovranità e sicurezza ma, soprattutto, dimostra anche come l’India riorienti seriamente l’attenzione strategica verso il sud-est asiatico.

Più ASEAN, meno Pakistan
11_bcim_logo Finora la dottrina della sicurezza dell’India era dominata dal Pakistan, ma le ultime mosse militari in Myanmar indicano un cambiamento strategico. Naturalmente Islamabad rimarrà principale preoccupazione per la sicurezza di New Delhi, ma con Pakistan e India che dovrebbero aderire alla SCO il mese prossimo, ci si aspetta che una sorta di ‘pace fredda’ sia finalmente conclusa tra essi. Questo nonostante il ministro della Difesa indiano abbia lasciato intendere che l’operazione in Myanmar potrebbe essere ripetuta contro i terroristi in Pakistan, in futuro, e il ministro degli Interni pakistano abbia risposto con forza che “il Pakistan non è il Myanmar”. Tali dichiarazioni dovrebbero essere viste come nient’altro che pose di entrambe le parti, essendo estremamente improbabile che rischino una guerra convenzionale (e forse nucleare) in questo momento. La ragione principale di ciò è il fattore cinese, dato che Pechino vuole salvaguardare il progetto di corridoio economico Pakistan-Cina da 46 miliardi di dollari, mentre New Delhi vuole concentrare l’attenzione strategica competendo con la Cina nel cortile di casa del Sud-Est asiatico (risposta simmetrica alla ‘collana di perle’ della Cina nell’Oceano Indiano). Nel prossimo quadro della SCO allargata, la Russia potrà frenare l’India nei confronti del Pakistan, mentre la Cina potrà fare lo stesso con il Pakistan verso l’India, mitigando la tensione tra i due antagonisti dell’Asia meridionale e consentendo di concentrarsi sulle rispettive visioni economiche (integrazione pakistana con la Cina, integrazione indiana con l’ASEAN) invece che sulla reciproca distruzione assicurata. L’India ha appena aggiornato la politica Volta ad Oriente con l’Atto ad Est, incarnando l’impegno costante ad espandere le partnership a pieno spettro in quella direzione. Mentre l’inaugurazione del corridoio commerciale BCIM tra Bangladesh, Cina, India e Myanmar è il migliore degli scenari, sembra più probabile che l’India cerchi d’escludere la Cina da questo formato e di gestire le relazioni commerciali bilaterali con gli altri due membri. La visita di Modi nel Bangladesh è volta essenzialmente a rafforzare la posizione di Nuova Delhi assicurando e sviluppando il Nordest. Nel Myanmar, l’India vuole usarne il territorio come ponte di collegamento con il resto dell’ASEAN, cercando di costruire un’autostrada dal nord-est dell’India alla Thailandia collegandone più strettamente la gigantesca economia con il dinamico blocco commerciale. Per adempiere a questa visione, però, l’India deve assicurarsi il nord-est e stabilizzare il Myanmar, ma potrebbe involontariamente aggravare le difficoltà di quest’ultimo con l’intervento unilaterale per adempiere al primo passo.

Suscitare un vespaio
L’India rivendica l’operazione condotta in Myanmar, con fonti contrastanti sul fatto se Naypyidaw ne fosse stato informato prima o dopo, ma la controparte sostiene che tale missione non ha mai avuto luogo nel Paese, ma invece nella regione di confine indiana. Non importa quale sia la realtà, le dichiarazioni del Myanmar indicano che cerca di rispettare scrupolosamente la tregua tenue per mantiene il Paese relativamente stabile fino alle elezioni generali di novembre, e il NSCN-K è uno dei molti firmatari di tale accordo. Mentre Naypyidaw ha serio interesse a sradicare le forze ribelli (ha lottato per oltre 60 anni proprio per questo), è riluttante ad agitare le acque e rischiare la ripresa della guerra civile in un momento decisivo, e solo per il gusto di soddisfare l’India eliminandone uno dei nemici che, va sottolineato, è firmatario della tregua che preserva una pace molto fragile. La paura del Myanmar è che il NSCN-K possa usare la sua rete di alleanze ribelli nel Paese per difendersi contro qualsiasi attacco dal governo, in quanto non solo i passi militari violerebbero il cessate il fuoco, ma anche gli altri gruppi ribelli presenti nella zona avrebbero da perdervi se Naypyidaw imponesse il controllo sulla regione (magari con il supporto indiano). Dal punto di vista indiano, il NSCN-K potrebbe attivare la rete terroristica nel nordest intraprendendo una prolungata campagna terroristica etnocentrica il cui effetto sarebbe arrestare la svolta di New Delhi verso l’ASEAN, coinvolgendola in una guerra civile. Così l’India è impantanata da un Comma 22 strategico, per cui la sua politica dell’Atto ad Est impone l’obbligo di assicurarsi il nord-est e stabilizzare il Myanmar, ma compiere il primo passo danneggia il secondo, negando le eventuali realizzazioni precedenti attraverso la prevedibile esplosione di violenze e flussi di rifugiati. Nuova Delhi punta affinché niente di tutto questo emerga, ma date le circostanze, è una scommessa rischiosa, non importa quanto sia legittimo il diritto dell’India di rispondere al terrorismo.

eastindiaTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia aiuta l’Iran nella ricostruzione

Valentin Vasilescu, Reseau International 18 giugno 20151055450Nel 2003 in Iran Lukoil iniziò l’estrazione dal giacimento di Anaran da 2 miliardi di barili. Nel 2006, Lukoil era il maggiore investitore nel mercato del petrolio iraniano, dopo aver firmato un contratto con il gruppo statale iraniano NIOC per lo sfruttamento congiunto dei blocchi petroliferi Mogan e Lali in Iran. Ai primi di aprile 2010, per l’embargo imposto all’Iran, Lukoil fu costretta a ritirarsi dall’Iran, le perdite sono stimate a 63 milioni di dollari. L’esportazione di petrolio iraniano è attualmente ridotta al 20% rispetto al 2010, per via delle sanzioni internazionali legate al presunto programma nucleare di Teheran. Le sanzioni furono imposte all’Iran dal 2001 e distrussero l’economia di questo Paese estremamente ricco. Il 20 gennaio 2015 il Consiglio dell’Unione europea sospese alcune sanzioni imposte all’Iran dopo i colloqui a Ginevra con il gruppo 5+1 (Stati Uniti d’America, Regno Unito, Francia, Germania, Cina e Russia). La misura riguarda l’esportazione di petrolio greggio, prodotti petrolchimici e commercio di oro e metalli preziosi. Nella sua storia plurimillenaria, l’Iran ha dimostrato di essere un partner leale, capace di premiare chi arrivava per primo. Tanto più se la Russia potrà consegnare l’ultima generazione di armi per la difesa come i sistemi missilistici terra-aria S-300PMU2. Pertanto, il primo portavoce del ministro del Petrolio iraniano Bijan Namdar Zanganeh ha detto al ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak che l’Iran avrebbe ripreso le forniture di petrolio alla Russia. Si tratta di un accordo da 20 miliardi di dollari per cinque anni firmato nel 2014 da Russia e Iran e che prevede la consegna di 500000 barili di petrolio al giorno. In cambio la Russia esporterà alimentari, cereali, medicinali, materiale da costruzione, camion, locomotive, vagoni e servizi moderni per le fabbriche iraniane. La prima consegna di 100000 tonnellate di grano russo è arrivata in Iran. Entro la fine dell’anno, la Russia fornirà all’Iran almeno 1,3 milioni di tonnellate di grano.
La Russia ha avviato l’Organizzazione della cooperazione di Shanghai (OSC), il cui obiettivo è il coordinamento per la sicurezza economica, finanziaria, alimentare e energetica. Oltre alla Russia, la SCO comprende anche Cina (prima economia mondiale), Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. India (terza economia mondiale), Pakistan e Iran, che hanno lo status di osservatori, diverranno membri effettivi quest’anno. Nel quadro della SCO, la Cina ha già avviato un imponente progetto per collegare la Cina alla parte europea della Russia. L’Iran è quarto per riserve di greggio del mondo e secondo per riserve di gas naturale del mondo dopo la Russia. Oltre alle sanzioni economiche, l’Unione europea ha posto sempre più ostacoli alla costruzione dei gasdotti russi (vedi South Stream). Gas naturale e petrolio dalla Russia inviati in Europa rappresentano solo il 30% della domanda nel mercato asiatico, un mercato che finora non aveva preoccupato la Russia. Ciò spiega perché la Russia pensa di lasciare l’Europa senza gas e di volgersi all’Asia. Da membri della SCO, Russia e Iran hanno firmato il primo accordo commerciale dopo la revoca delle sanzioni, con l’obiettivo comune di ridurre la dipendenza di Cina, India e Pakistan dai prodotti petroliferi provenienti da Arabia Saudita, Oman ed Emirati Arabi Uniti trasportati via mare. Lavoreranno sulla possibilità di realizzazione oleodotti e gasdotti in Asia. Secondo il viceministro degli Esteri Sergej Rjabkov, la fornitura di petrolio o l’esportazione di merci russe o iraniane dalla Russia non viola le sanzioni esistenti nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran. Obiettivo della Russia è aiutare il popolo iraniano a superare le gravi carenze causate da 15 anni di embargo internazionale.
Il presidente della Lukoil, Vagit Alekperov, ha già incontrato il ministro del Petrolio iraniano Bijan Namdar Zangeneh. Lukoil è la seconda maggiore compagnia petrolifera del mondo e diverrà il principale beneficiario dell’esplorazione di petrolio e gas iraniani. È una garanzia per la Russia che il gas naturale dall’Iran non vada in Europa. Lukoil è l’organizzatore del vertice degli investitori stranieri che desiderano entrare nel mercato iraniano. BP, Statoil, ExxonMobil, ConocoPhillips, ENI, Total e Shell hanno annunciato la loro partecipazione. Lukoil ha detto che nella prima fase gli investimenti stranieri nel settore petrolifero dell’Iran supereranno i 30 miliardi di dollari sui 200 miliardi stimati per i prossimi 8-10 anni.

Russias-Lukoil-reviews-Iraqi-pipeline-optionsTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Guerra saudita-yemenita, la risposta di Sana

Alessandro Lattanzio, 11/6/201525690634La guerra non è finita, ma ci sono vari tentativi di trovare una soluzione politica“, aveva detto Abdulqalaq Abdulla, professore di scienze politiche dell’Università degli Emirati Arabi Uniti. Gli aerei sauditi avevano effettuato 2450 sortite sullo Yemen in 29 giorni di aggressione. Infatti gli attacchi aerei sauditi sullo Yemen continuavano, il 23 aprile, i bombardamenti sauditi uccidevano 23 persone a Dalah, 10 a Taiz e 6 ad Aden. I sauditi colpivano anche la provincia di Marib, la base aerea di Hudaydah, Yarim nella provincia di Ib, dove gli aerei sauditi colpivano l’università. A Lahj e Dalah le incursioni saudite distruggevano scuole ed edifici pubblici.
Il 21 aprile re Salman ordinava alla Guardia nazionale saudita, meglio attrezzata dell’esercito del regno, a partecipare alle operazioni contro lo Yemen, finora effettuate solo dall’aeronautica e dall’esercito che rispondono al ministero della Difesa. La Guardia nazionale è una struttura militare con un proprio ministero, responsabile del controllo delle frontiere e delle regioni sciite. L’esercito saudita conta 75000 effettivi su 3 brigate corazzate, 5 brigate meccanizzate, 1 brigata aerea, 1 brigata della Guardia reale, 8 battaglioni di artiglieria e 2 brigate aeree. “L’Arabia Saudita ha chiesto agli alleati di evitare ogni avventurismo minacciando l’Iran, perché altrimenti si aprirebbero le porte dell’inferno. Le forze iraniane possono distruggere l’Arabia Saudita in 24 ore“, confessava invece il principe saudita Qalid bin Talal bin Abdulaziz al-Saud all’emittente Fox. I principi sauditi erano divisi sull’aggressione allo Yemen. Alcuni si erano opposti all’intervento militare nello Yemen, quando il 23 aprile gli attacchi aerei sauditi erano ripresi. Tra gli oppositori vi erano il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Muqrin bin Abdulaziz, e il ministro della Guardia nazionale Mutayb bin Abdullah. Inoltre, Qalid bin Talal bin Abdulaziz aveva criticato il monarca saudita, Salman bin Abdulaziz al-Saud, per aver ordinato il bombardamento dello Yemen senza ricorrere alle Nazioni Unite. Sempre secondo Qalid bin Talal bin Abdulaziz “il ministro della Difesa saudita principe Muhamad bin Salman e il principe Muhamad bin Nayaf influenzano le decisioni di re Salman, come avveniva con il defunto re Abdullah bin Abdulaziz che seguiva sempre il capo dell’intelligence Bandar bin Sultan e il ministro degli Esteri Saud al-Faysal“. Secondo un alto dirigente di Ansarullah, Husayn al-Izi, “I contrasti si sono intensificati nella famiglia al-Saud nel corso degli attacchi aerei contro lo Yemen“, osservando che diverse regioni saudite sono preda del caos dall’inizio dell’aggressione allo Yemen, “Le insicurezze si sono intensificate” facendo temere ad alcuni governanti sauditi che la guerra yemenita possa suscitare caos interno, tanto più che il parlamento pakistano votava no all’ingerenza militare nello Yemen e la Turchia evitava di unirsi alla coalizione, mentre vi è forte opposizione in Egitto contro la decisione del presidente egiziano sullo Yemen. Mentre l’agenzia marocchina al-Masai Press, principi e consorti sauditi erano fuggiti dalle regioni meridionali del Paese temendo rappresaglie dall’esercito yemenita, Qalid bin Talal bin Abdulaziz riconosceva che l’Arabia Saudita aveva fallito l’offensiva iniziata il 26 marzo, non avendo indebolito il movimento yemenita Ansarullahm ed inoltre dichiarava che per gli attacchi aerei contro lo Yemen, Riyadh utilizza piloti statunitensi, francesi, pakistani, egiziani e indiani a cui vengono corrisposti 7500 dollari per ogni missione. “Dopo che i nostri alleati ci hanno lasciati soli rifiutando di partecipare ai bombardamenti contro lo Yemen, i nostri soldati hanno perso coraggio e alcuni hanno disertato”, aveva detto il principe saudita. Con la nuova campagna Riyadh sostiene di voler condurre “operazioni antiterrorismo” in Yemen cercando una ‘soluzione politica’, continuando il blocco navale e bombardando le posizioni dell’esercito yemenita e di Ansarullah. Intanto secondo il sito Qabar, l’ex-principe ereditario saudita Muqrin bin Abdulaziz sarebbe stato arrestato dopo che re Salman bin Abdulaziz l’aveva sostituito con Muhamad bin Nayaf, ministro degli Interni. All’inizio di maggio 2015, vi sarebbe stato un tentativo di assassinare il re saudita, portando all’arresto di Muqrin bin Abdulaziz e all’esecuzione del capo del protocollo della corte e dei suoi sostituti. Secondo fonti irachene, tra 4000 e 10000 effettivi sauditi dell’esercito e della Guardia nazionale avrebbero abbandonato le basi presso la frontiera con lo Yemen, “secondo l’intelligence occidentale, i militari sauditi hanno abbandonato basi, centri comando e posti di blocco presso il confine con lo Yemen“.041411130444k6fxb67Il 26 marzo, poche ore dopo l’attacco saudita allo Yemen, l’aeronautica yemenita non aderiva totalmente all’appello di Ansarullah, dato che la maggior parte del personale rifiutava di prenderne gli ordini; inoltre la manutenzione dei velivoli era interrotta dal rovesciamento di Salah nel 2012. Quindi, nel marzo 2015 l’aeronautica yemenita (YAF) era in una situazione caotica con la maggior parte del personale che aveva disertato e i velivoli privi di manutenzione, impedendole d’intervenire nel conflitto. Nei primi attacchi aerei sauditi contro le strutture della base aerea di al-Daylami furono distrutti 1 velivolo cargo CN-235-300M, 1 velivolo da collegamento Beechcraft Super King Air, 1 elicottero AB-412 e 1 elicottero UH-1H. Tuttavia, i 10 caccia MiG-29 dispersi intorno la base o negli hangar corazzati, non furono colpiti così come una pista di 2500m che avrebbe potuto essere utilizzata dalla YAF. Il 15 aprile 2015 i sauditi avrebbero distrutto 2 cacciabombardieri Su-22 e 1 caccia F-5 parcheggiati all’aperto di al-Daylami, e il 4 maggio 1 aereo da trasporto Il-76TD yemenita veniva distrutto al Sana International Airport.
L’aeronautica yemenita, sulla carta, disporrebbe di:
18 caccia multiruolo Mikojan MiG-29SMT e 4 MiG-29UBT
40 caccia intercettori Mikojan MiG-21bis/MF e 12 MiG-21U/UM
6 caccia Northrop F-5E e 2 F-5F
34 cacciabombardieri Sukhoj Su-22M/M-2/M-4 e 3 Su-22UM-3K
2 velivoli da trasporto Iljushin Il-76
1 velivolo cargo Antonov An-12BP
2 velivoli cargo Lockheed C-130H Hercules
2 velivoli cargo Antonov An-24RV
5 velivoli cargo Antonov An-26
2 aerei di linea Jakovlev Jak-40
22 aerei d’addestramento Aero L-39 Albatros
14 aerei d’addestramento Jakovlev Jak-11
12 aerei d’addestramento Zlin Z-142
12 aerei d’addestramento SB-7L-360 Seeker
12 elicotteri d’attacco Mil Mi-24D/F
15 elicotteri d’assalto Mil Mi-171Sh, 10 Mil Mi-8T
2 elicotteri antisom Mil Mi-14
2 elicotteri Agusta-Bell AB204B, 4 Agusta-Bell AB206B, 2 Agusta-Bell AB212 Twin Huey, 2 Agusta-Bell AB214
3 elicotteri Bell UH-1H-II Huey II
2 aerei da ricognizione Cessna 208N-ISR Caravan
3 aerei da ricognizione Beechcraft Super King Air-350ER
12 UAV Boeing ScanEagle
La difesa aerea yemenita disporrebbe di 1300 missili antiaerei obsoleti e privi di pezzi di ricambio (400 3M9/2K12, 300 Strela-1, 216 V-75/S-75, 100 5V27/S-125, 460 Strela-2). I sauditi avrebbero distrutto un sistema S-75, 1 S-125 e 1 2K12 Kub. Le basi aeree sono l’aeroporto internazionale di Aden, le basi di al-Anad, al-Ghaydah con 21 hangar, al-Ataq, al-Hudaydah con 27 hangar, Riyan, Sana con 53 hangar, Taiz Ganad, Sayun e Sada.
CBlL9q9VEAAeAiT_risultatoQuando il 17 aprile, al-Qaida nella penisola araba occupò Muqala, capitale della provincia di Hadramaut, la città era difesa dalla 27.ma Brigata di fanteria comandata da Muhamad Ali Muhsan, comandante della regione militare orientale comprendente i governatorati di Hadramaut e al-Mahra. Ali Muhsan era fuggito in Arabia Saudita, essendo un aderente alla Fratellanza Musulmana yemenita, Islah, sostenuta dai sauditi. Su ordine di Ryadh, Ali Muhsan sabotò qualsiasi resistenza all’occupazione di al-Qaida che, dopo aver occupato aeroporto, edifici governativi e raffineria di al-Muqala, iniziava a farsi chiamare “Comitato popolare dei Figli dell’Hadhramaut”. L’ambasciatore saudita negli Stati Uniti, Adil al-Jubayr, affermava che l’Arabia Saudita inviava armi proprio ai cosiddetti “comitati popolari” yemeniti che combattevano gli sciiti zayditi e soprattutto Asarullah, che Ryadh qualifica come “gruppo estremista”.
Il 23 aprile, un aereo di linea iraniano carico di aiuti umanitari, diretto a Sana, veniva dirottato da caccia sauditi prima di entrare nello spazio aereo yemenita. Il Viceministro degli Esteri iraniano per gli affari arabi e africani, Hossein Amir Abdollahian, sottolineava che l’invio di aiuti umanitari nello Yemen era una priorità di Teheran. Il vicedirettore per gli affari internazionali e umanitari della Mezzaluna Rossa Iraniana (IRCS), Shahabeddin Mohammadi Araqi, dichiarava “siamo pronti a inviare aiuti umanitari nello Yemen, ma purtroppo l’Arabia Saudita l’impedisce. Siamo in contatto con la Mezzaluna Rossa e il Ministero della Salute dello Yemen, che hanno indicato la necessità di nuovi invii“. L’Iran aveva già inviato 69 tonnellate di aiuti medici e beni di consumo. All’inizio di aprile, il Capo della Mezzaluna Rossa yemenita Muhamad Ahmad al-Qabab, in una lettera all’omologo iraniano Seyed Amir Mohsen Ziayee, aveva ringraziato l’Iran per gli aiuti umanitari e medici. L’Iran aveva sottolineato che alimentando il settarismo nei Paesi musulmani si favorivano solo gli interessi delle potenze egemoni e del regime sionista d’Israele, mentre Teheran faceva del suo meglio per preparare il terreno a una soluzione pacifica delle controversie tra Stati mediorientali, ed intensificava gli sforzi per mediare i colloqui tra i diversi gruppi yemeniti per stabilire la pace e avviando una proposta d’iniziativa di pace per lo Yemen al segretario generale delle Nazioni Unite. Secondo l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite, gli sfollati per la guerra erano 150000, almeno 1080 persone erano state uccise, tra cui 115 bambini, e altre 4352 erano state ferite, tra il 19 marzo e il 20 aprile. Inoltre 4,8 milioni di persone soffrivano per la penuria di alimenti.
Il 25 aprile, i sauditi bombardavano Sana, Aden, Sada e Hija, mentre negli scontri tra l’esercito yemenita e le milizie filo-saudite a Lahij, Abyan e Adhali rimavano uccisi 50 miliziani filo-sauditi e di al-Qaida. Negli scontri a Marib, l’esercito yemenita assediava le roccaforti delle forze filo-saudite. Navi da guerra saudite bombardavano la città di al-Muala, nella provincia di Aden, dopo che l’esercito yemenita e Ansarullah avevano sconfitto le locali forze filo-saudite. Ansarullah avanzava su Ataq, nella provincia di Shabwah, catturando grandi quantitativi di armi e infliggendo gravi perdite alle forze filo-saudite. Il 15 aprile, i combattenti popolari yemeniti sequestravano un enorme carico di armi paracadutato dai sauditi nella provincia di Marib, e un altro carico di armi paracadutato dai sauditi nella provincia di Lahij, veniva catturato da Ansarullah. Il 26 aprile i sauditi bombardavano Safra, provincia di Sada, uccidendo 4 persone, e Taiz, colpendo una scuola. Inoltre i sauditi bombardavano Sahar, Faj Atan, al-Nahdin, Sana, Ludar, nella provincia di Abyan, Marib, uccidendo altre 4 persone, e Aden. Il 29 aprile l’esercito yemenita e le forze popolari eliminavano 20 terroristi di al-Qaida respingendone l’attacco sull’aeroporto di Aden, mentre l’esercito yemenita eliminava ad al-Atif una base di al-Qaida e una di al-Islah. Ansarullah eliminava un’altra base di al-Qaida nel governatorato di Marib. I sauditi bombardavano l’aeroporto di Hudaydah, il quartiere orientale di Qurmaqsar ad Aden e la città di Harat.
t1_8Il 1° maggio, gli aerei sauditi bombardavano un ospedale e un campo medico, nel sud-ovest dello Yemen, uccidendo almeno 58 civili e ferendone almeno 67. Gli Stati Uniti ampliavano il supporto dell’intelligence all’Arabia Saudita nelle operazioni contro lo Yemen. “Cerchiamo di fargli avere una migliore visione del campo di battaglia e dell’avanzata delle forze huthi”. Affermava un ufficiale dell’intelligence statunitense. Gli aerei sauditi avevano anche bombardato due autocarri carichi di cibo presso Sada, oltre ad effettuare altri attacchi, il 2 maggio, presso Malahidh, vicino al confine saudita, e nel Wadi Lyah. Il 4 maggio l’esercito yemenita entrava nel quartiere al-Tawahi di Aden mentre combattenti tribali yemeniti attaccavano otto postazioni militari saudite a Jazan e Najran, eliminando 5 soldati sauditi. Aerei sauditi bombardavano Sahar, presso Sada con 50 missili, mentre l’artiglieria saudita bombardava Dhahar, sempre nella provincia di Sada, e Harad, nella provincia di Hajah, causando 43 morti e 140 feriti tra i civili. Le truppe saudite si ritiravano dalla provincia di Jizan dopo seri scontri con truppe tribali yemenite che occupavano quattro postazioni dell’esercito saudita. Ansarullah attaccava le posizioni dei miliziani filo-sauditi a Dar al-Sad e al-Tawahi, ad Aden, distruggendo diversi autoveicoli e catturando un deposito di armi dei filo-sauditi. In precedenza un gruppo di 50 militari sauditi sbarcava ad Aden con compiti di coordinamento tra l’esercito saudita e le milizie filo-saudite, per occupare l’aeroporto locale, la missione però falliva. Infine, un’imbarcazione della Marina saudita sarebbe stata catturata al largo di Aden, mentre i sauditi bombardavano il quartiere Jazirat al-Umal di Aden. Il 5 maggio, mentre i sauditi bombardavano la base aerea di al-Anad, nella provincia di Lahij, distruggendo la pista dell’aeroporto, l’esercito yemenita liberava i quartieri Dar Sad al-Bariqa e al-Tawahi di Aden, eliminando diversi miliziani filo-sauditi, tra cui il generale Ali Nasir Hadi. Il 7 maggio, gli yemeniti abbattevano un elicottero d’attacco AH-64 Apache saudita, ad al-Baqa, nella provincia di Sada. Le truppe tribali yemenite catturavano 60 soldati sauditi ad Ahad al-Masariha, nella provincia saudita di Jizan, dopo uno scontro a fuoco di 3 ore. Inoltre, gli yemeniti sequestravano anche 22 Hummer, 17 jeep, armi e munizioni. Il 9, 10 e 11 maggio i sauditi lanciavano 140 attacchi aerei sullo Yemen durante i quali 1 caccia F-16 marocchino veniva abbattuto dalla difesa yemenita nel Wadi Nushur, provincia di Sada, “Uno degli F-16 della Forza Armata Reale (FAR) a disposizione della coalizione guidata dall’Arabia Saudita per ristabilire la legittimità nello Yemen, è scomparso il 10 maggio alle 18:00 ora locale“, dichiarava la FAR. Il 12 maggio, secondo la TV araba al-Mayadin, gli impianti petroliferi dell’Aramco, a Zahran Asir, nell’Arabia Saudita meridionale, venivano bombardati e incendiati dalle forze tribali dello Yemen.
Il ministro della Difesa malese Datukseri Hishammuddin Hussein e il comandante delle Forze Armate della Malaysia, Generale Tansri Zulkifeli Mohdzin, smentivano la notizie secondo cui la Malaysia aderiva alla coalizione saudita contro lo Yemen, affermando che le truppe malesi in Arabia Saudita erano presenti per evacuare i civili malesi e non per partecipare all’aggressione contro lo Yemen, “2 aerei da trasporto C-130 della Royal Malaysian Air Force saranno posizionati presso la Forward Operating Base (FOB) della Prince Sultan Air Base (PSAB) di Riyadh, Arabia Saudita. La FOB è stata istituita quale ‘piattaforma’ per avviare l’evacuazione dei nostri cittadini, per farli rientrare al sicuro in Malesia“.
CELMMTjUUAAiW4M Il 19 maggio aerei sauditi bombardavano Sada e Sana, provocando decine di morti e feriti tra i civili. Il 21 maggio 18 soldati sauditi venivano eliminati al confine con lo Yemen, a Tal Tuwan, nel corso di un attacco di Ansarullah, che ne occupava anche la caserma. Il 22 maggio, nella provincia di Raymah, i bombardamenti sauditi uccidevano cinque civili e altri tre civili ad al-Hudaydah, mentre nella regione saudita di al-Tawal le milizie tribali yemenite bombardavano le postazioni e un deposito dell’esercito saudita. Il 23 maggio, a Bani Harith, le truppe yemenite abbattevano 1 cacciabombardiere F-15S saudita. Un altro velivolo saudita veniva abbattuto a Qataf, provincia di Sada. Numerosi militari sauditi abbandonavano le postazioni di frontiera e la base di Mazab all’avanzare dell’esercito yemenita, che occupava al-Qumri in Arabia Saudita e il jabal al-Arus nella provincia di Taiz, al confine saudita-yemenita. Il 25 maggio, nella città saudita di Jizan, si svolgeva una battaglia che portava alla distruzione di 4 blindati e all’eliminazione di 9 soldati sauditi da parte dell’artiglieria yemenita. Altri 3 mezzi sauditi furono distrutti a Tawliq, eliminando 10 soldati sauditi. Negli attacchi aerei sauditi a Taiz e Haja venivano uccisi 15 civili. Il 26 maggio, l’Arabia Saudita ritira le truppe a 20km dal confine yemenita, “fino all’arrivo di rinforzi e nuovi equipaggiamenti”. Tale decisione veniva presa dopo diverse settimane di intensi combattimenti con l’esercito e le forze popolari yemeniti che avevano catturato diverse postazioni e strutture militari in territorio saudita. Gli yemeniti controllavano otto postazioni nella regione meridionale dell’Arabia Saudita e avevano attaccato il comando della 7.ma Divisione dell’esercito saudita, saccheggiando grandi quantità di munizioni. L’esercito e le forze popolari dello Yemen avevano distrutto 2 blindati sauditi nella base di al-Shobhah, nel Dhahran al-Junub in Arabia Saudita e 1 blindato a Taqyah, e colpito con i mortai le posizioni militari saudite di al-Radif. Le forze di sicurezza yemenite arrestavano anche le 40 guardie dell’ambasciata saudita a Sana, che prendevano sotto controllo.
Il 30 maggio, gli attacchi aerei sauditi uccidevano 23 civili a Qitaf, provincia di Sada. Il 26 maggio altre 39 persone furono uccise dagli attacchi aerei sauditi su Aden, Sana, Hajah, Ib e al-Hudaydah. Il 5 giugno diversi soldati sauditi a bordo di un autoveicolo furono eliminati con una bomba posta lungo la strada per la base militare di Tuwaylaq, nel Jizan saudita. L’azione avveniva poco dopo che i comitati popolari yemeniti avevano occupato la base. L’esercito yemenita, i comitati popolari e Ansarullah bombardavano il sistema di comunicazione della base militare di Mazhaf, sempre nella regione saudita di Jizan. Inoltre oltre 30 razzi colpivano le postazioni militari saudite di Zahran, nella regione saudita di Asir, eliminando 2 soldati sauditi. Nel frattempo le incursioni aeree saudite facevano sei vittime a Sana. Il 6 giugno, l’esercito yemenita lanciava dalla zona di Sada 3 missili Kometa contro la base aerea saudita “Principe Qalid bin Abdulaziz” di Qamis al-Mushayt, nel sud-ovest del regno. Il comandante della Royal Saudi Air Force, tenente-generale Muhamad Ahmad al-Shalan, sarebbe deceduto nell’attacco missilistico yemenita. “Questo passo è un avviso ai criminali aggressori sauditi-statunitensi contro il popolo yemenita, per la loro brutalità inaudita“, dichiaravano i responsabili politici di Ansarullah, che inviava una delegazione a Muscat per contatti con diplomatici degli Stati Uniti, e una a Mosca su invito del Ministero degli Esteri russo. Inoltre le forze popolari yemenite bombardavano con 80 razzi le postazioni saudite a Jizan e Najran, nel distretto di Tuwaylaq, eliminando almeno 4 soldati sauditi, mentre l’esercito yemenita lanciava 5 missili contro la raffineria saudita dell’Aramco che produce un ottavo dei barili di petrolio di tutto il mondo, e altri 13 missili contro la base militare saudita di Dhahran al-Asha. Le azioni avvenivano dopo che aerei sauditi avevano bombardato Bani Sayah e Sahar nella provincia di Sada, uccidendo oltre 70 civili, altri 11 civili nelle province di Shabwa e Hajah e tre a Sada. Il 7 giugno i raid sauditi colpivano il quartier generale dell’esercito a Sana, uccidendo almeno 45 persone, compresi 20 civili. Altri quattro civili furono uccisi e 20 feriti nel bombardamento di Taiz. Le forze yemenite bombardavano le basi militari saudite di Ayn al-Harah, Malhamah e al-Sharafa, e le posizioni saudite sul jabal al-Duqan, a sud di Jizan.KhamizMushaitUn ufficiale saudita, prigioniero del movimento Ansarullah, confessava che l’intelligence saudita “ha chiesto ai pirati somali di contrabbandare armi ai terroristi nello Yemen e compiervi azioni terroristiche“, riferiva Isa Walad Hasan al-Umri di Ansarullah, “l’Arabia Saudita ha fornito ai pirati intelligence militare e geografica per organizzare attacchi terroristici, tra cui un’esplosione presso l’Università di Sana“. Ryadh organizzava anche il contrabbando di armi e munizioni nello Yemen per i terroristi di al-Qaida operanti nello Yemen contro Ansarullah. 16 autocarri carichi di armi e munizioni, destinate ai terroristi di al-Qaida, erano entrati nello Yemen dal valico di Wadia, nella provincia yemenita di Hadramaut.JizanNote:
al-Masdar
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Analisis Militares
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HispanTV
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Tactical Report
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X Airforces

SEAL Team 6: storia segreta di omicidi silenziosi e linee confuse

L’unità meglio nota per l’omicidio di Usama bin Ladin è stata convertita in una macchina da caccia all’uomo globale con scarso controllo
Mark Mazzetti, Nicholas Kulish, Christopher Drew, Serge F. Kovaleski, Sean D. Naylor e John Ismay, New York Times, 6 giugno 2015
Matthew Rosenberg e Richard A.Oppel Jr. hanno contribuito alla segnalazione e alla ricerca hanno contributo Kitty Bennet, Alain Delaquérière, Susan Campbell Beachy e William M. Arkin.

Obama e il Generale McChrystal

Obama e il Generale McChrystal

Hanno eseguito missioni mortali da basi segrete nella selvaggia Somalia. In Afghanistan, si sono impegnati in combattimento ravvicinati da cui uscivano coperti di sangue altrui. Nelle incursioni clandestine nel cuore della notte, le loro armi scelte spaziavano dalle carabine personalizzate ai tomahawk primordiali. In tutto il mondo hanno gestito stazioni di spionaggio camuffate da imbarcazioni commerciali, si spacciavano da impiegati di società di copertura e da coppie sotto copertura nelle ambasciate, monitorando chi gli Stati Uniti volevano uccidere o catturare. Tali operazioni fanno parte della storia occulta del Team 6 dei SEAL dell’US Navy, una delle più mitizzate organizzazioni militari più segrete e meno controllate della nazione. Una volta piccolo gruppo riservato a rare missioni specializzate, noto per aver ucciso Usama bin Ladin, fu addestrato per oltre un decennio di combattimenti in macchina per la caccia all’uomo globale. Il ruolo riflette il nuovo tipo di guerra degli USA, in cui il conflitto si distingue non per vittorie e sconfitte sul campo di battaglia, ma dall’uccisione implacabile di sospetti militanti. Quasi tutto ciò che riguarda il Team 6 dei SEAL, indicato come unità per Operazioni Speciali, è avvolto nel mistero, il Pentagono non riconosce pubblicamente neanche quel nome, anche se alcune sue gesta sono emerse in resoconti ampiamente ammirati negli ultimi anni. Ma l’esame dell’evoluzione del Team 6, dovuta a decine di interviste con i membri del team, attuali ed ex, opinioni di altri ufficiali e documenti governativi, si rivela un molto più complesso racconto provocatorio. Mentre si combattevano le guerre di logoramento in Afghanistan e Iraq, il Team 6 effettuò missioni altrove offuscando la separazione tra soldato e spia. L’unità dei cecchini della squadra fu ricostituita per effettuare operazioni d’intelligence clandestine, ed i SEAL si unirono agli agenti della Central Intelligence Agency in un’iniziativa chiamata Programma Omega, che dava carta bianca alla caccia ai nemici. Il Team 6 ha effettuato con successo migliaia di incursioni pericolose che i leader militari ritengono abbiano indebolito le reti militanti, ma le sue attività hanno suscitato preoccupazioni ricorrenti su eccessi omicidi e civili morti. Gli abitanti dei villaggi afgani e un comandante inglese accusano i SEAL di aver ucciso indiscriminatamente in un piccolo villaggio. Nel 2009, i membri del team assieme a CIA e forze paramilitari afghane compì un raid che uccise un gruppo di giovani e infiammò le tensioni tra funzionari afghani e della NATO. Anche un ostaggio statunitense, liberato in un drammatico salvataggio, l’ha messo in discussione perché i SEAL uccisero tutti i suoi rapitori.
seals Quando si ebbero sospetti sulla cattiva condotta, la sorveglianza esterna fu limitata. Il Joint Special Operations Command, che sovrintende alle missioni del Team 6 dei SEAL, condusse delle indagini su oltre mezza dozzina di episodi, ma raramente riferendo agli investigatori dell’US Navy. “Il JSOC indaga il JSOC, e questo è parte del problema“, ha detto un ex-alto ufficiale esperto in operazioni speciali che, come molti altri intervistati per l’articolo, ha parlato sotto anonimato perché le attività del Team 6 sono classificate Anche i sorveglianti civili dei militari non esaminano periodicamente le operazioni dell’unità. “Questo è un settore in cui il Congresso notoriamente non vuole saperne troppo“, ha dichiarato Harold Koh, ex-consigliere superiore legale del dipartimento di Stato, che ha fornito una guida sulla guerra clandestina all’amministrazione Obama. Fiumi di denaro arrivano al Team 6 SEAL dal 2001, consentendogli di espandere significativamente le fila, raggiungendo le 300 truppe d’assalto, chiamati operatori e 1500 personale di supporto, per soddisfare le nuove esigenze. Ma alcuni membri del team si chiedono se il ritmo incessante delle operazioni abbia eroso la cultura d’élite dell’unità e logorato la squadra in missioni di combattimento di poca importanza. Il gruppo è stato inviato in Afghanistan per cacciare i capi di al-Qaida, ma invece ha trascorso anni a condurre battaglie contro taliban di medio e basso livello e altri combattenti nemici. I membri del team 6, ha detto un ex-operatore, erano come “riserve con i fucili”. Il costo era alto: sono morti più membri dell’unità negli ultimi 14 anni che in tutta la storia precedente. Aggressioni ripetute, salti con paracadute, salite scoscese e scoppio di esplosivi hanno lasciato molti malconci, fisicamente e mentalmente. “La guerra non è quella bella cosa che gli Stati Uniti sono arrivati a credere“, ha detto Britt Slabinski, ex-membro del Team 6 e veterano di Afghanistan e Iraq. “E’ emozionante, un essere umano che ne uccide altri a lungo, tirando il peggio fuori di sè, ed anche il meglio di sé“. Il Team 6 e la sua controparte dell’US Army, Delta Force, hanno compiuto azioni così intrepide spingendo i due ultimi presidenti a schierarli sempre più in lontani focolai di crisi, come Siria e Iraq, ora minacciate dallo Stato Islamico, e Afghanistan, Somalia e Yemen, impantanati nel caos. Come la campagna della CIA degli attacchi dei droni, le operazioni speciali offrono ai responsabili politici un’alternativa alle costose guerre di occupazione. Ma il baluardo della segretezza intorno il Team 6 rende impossibile valutare pienamente l’elenco e le conseguenze delle sue azioni, in particolare le vittime civili o il risentimento profondo nei Paesi in cui operano. Le missioni sono entrate nelle operazioni di combattimento statunitensi con poco o senza dibattito pubblico. L’ex-senatore Bob Kerrey, democratico del Nebraska e membro dei SEAL durante la guerra del Vietnam, avvertiva che il Team 6 e le altre forze per Operazioni Speciali sono abusati. “Sono diventati una sorta di numero verde da fare in qualsiasi momento per qualcuno che vuole che qualcosa sia fatto“, ha detto. Ma affidarsi a loro così tanto, ha aggiunto, è inevitabile ogni volta che i capi statunitensi si trovano ad affrontare “una di quelle situazioni in cui la scelta che hai è tra una orribile e una sbagliata, uno di quei casi in cui non si ha altra scelta”. Mentre rifiuta di commentare specificamente sul Team 6 dei SEAL, il Comando Operazioni Speciali degli Stati Uniti ha detto che dall’11 settembre 2001 le sue forze “sono state coinvolte in decine di migliaia di missioni e operazioni in molteplici teatri geografici, e mantenendo coerentemente i più alti standard richiesti dalle Forze Armate degli Stati Uniti“. Il comando ha detto che i suoi operatori sono addestrati ad operare in ambienti complessi e in rapida evoluzione e che ha fiducia in un loro comportamento appropriato. “Le accuse di cattiva condotta sono prese sul serio“, dice la nota, aggiungendo: “Fatti comprovati sono trattati dalle autorità militari o forze dell’ordine“. I fautori dell’unità non hanno dubbi sul valore di tali guerrieri invisibili. “Se vuoi che queste forze facciano cose che a volte violano le regole del diritto internazionale”, ha detto James G. Stavridis, ex-ammiraglio ed ex-comandante supremo alleato nella NATO, con riferimento alle azioni di guerra non dichiarata, “certamente non vuoi che siano pubbliche”, il Team 6 ha aggiunto, “dovrebbe continuare a operare nell’ombra“. Ma altri avvertono la seduzione di una campagna infinita di missioni segrete, lontano dalla vista del pubblico. “Se siete in un inconfessato campo di battaglia“, ha detto William C. Banks, esperto di diritto della sicurezza nazionale presso la Syracuse University, “Non ne siete responsabili“.

Combattimenti ravvicinati
seal-team-6 Durante uno scontro caotico nel marzo 2002 sulla cima del monte Takur Ghar, al confine con il Pakistan, il primo sottufficiale Neil C. Roberts, specialista d’assalto del Team 6 dei SEAL, scese da un elicottero su un terreno tenuto da al-Qaida. I combattenti nemici l’uccisero prima che le truppe statunitensi potessero arrivare, mutilandone il corpo nella neve. Fu la prima grande battaglia del Team 6 in Afghanistan, e il primo membro a morire. Il modo in cui fu ucciso fece rabbrividire la comunità affiatata. La nuova guerra degli Stati Uniti sarebbe stata ravvicinata e brutale. A volte le truppe effettuarono i più orrendi compiti: tagliare dita o pezzi di cuoio capelluto per l’analisi del DNA dai militanti appena uccisi. Dalla campagna del marzo 2002 la maggior parte dei combattenti di Usama bin Ladin fuggirono in Pakistan, e il Team 6 raramente ebbe altri combattimenti in battaglie campali contro la rete terroristica in Afghanistan. Il nemico che si doveva prendere era scomparso. A quel tempo, alla squadra fu vietata la caccia ai taliban ed anche inseguire al-Qaida in Pakistan per la preoccupazione di alienarsi il governo pakistano. Per lo più limitati alla base aerea di Bagram, presso Kabul, i SEAL erano frustrati. La CIA però non aveva restrizioni simili, e il Team 6 alla fine collaborò con l’agenzia di spionaggio e sotto la sua autorità, partecipò a più ampi combattimenti, secondo ex-ufficiali militari e d’intelligence. Le missioni nell Programma Omega, permisero ai SEAL di condurre “operazioni segrete” contro i taliban e altri militanti in Pakistan. Omega era basato sul Programma Phoenix in Vietnam, quando gli ufficiali della CIA e le truppe per Operazioni Speciali conducevano interrogatori ed omicidi per cercare di smantellare la guerriglia Vietcong nel Vietnam del Sud. Ma una vasta campagna di operazioni letali in Pakistan era considerata troppo rischiosa, dicono i funzionari, così il programma Omega si concentrava principalmente sull’impiego dei pashtun afgani per lo spionaggio nelle aree tribali del Pakistan, così come collaborare con le milizie afgane addestrate dalla CIA nei raid notturni in Afghanistan. Un portavoce della CIA ha rifiutato di commentare ciò. L’escalation del conflitto in Iraq attraeva sempre più l’attenzione del Pentagono, richiedendo un continuo accumularsi di truppe, tra cui il Team 6 dei SEAL. Con la relativamente piccola presenza militare statunitense in Afghanistan, le forze taliban si riorganizzarono. Allarmato, il Generale Stanley A. McChrystal, che guidava il Joint Special Operations Command, nel 2006 ordinò a SEAL e truppe di assumere un compito più ampio in Afghanistan: colpire i taliban, portando ad anni di incursioni notturne o scontri del Team 6, scelto come prima forza per le Operazioni Speciali negli anni più violenti di ciò che è la guerra più lunga degli Stati Uniti. L’unità segreta, creata per svolgere le operazioni più rischiose fu invece impegnata in combattimenti pericolosi, ma sempre più di routine. L’ondata di operazioni fu avviata d’estate quando il Team 6 e i Rangers dell’US Army iniziarono a dare la caccia ai taliban di medio livello nella speranza di trovare capi del gruppo nella provincia di Kandahar, il centro dei taliban. Furono usate le tecniche sviluppate dalla Delta Force nelle operazioni uccidi-e-cattura in Iraq. La logica della caccia all’uomo era che le informazioni raccolte da un santuario dei militanti, insieme a quelle raccolte da CIA e National Security Agency, avrebbe portato a una fabbrica di bombe e infine a casa di un comandante dei ribelli. Le truppe per Operazioni Speciali colpirono una serie infinita di obiettivi. Non si hanno dati pubblici sul numero di incursioni che il Team 6 ha effettuato in Afghanistan o il loro prezzo. Gli ufficiali dicono che nessun colpo è stato sparato nella maggior parte dei raid. Ma tra il 2006 e il 2008, gli operatori del Team 6 hanno detto che ci furono intensi periodi in cui, per settimane, la loro unità era coinvolta in 10-15 uccisioni a notte, e talvolta fino a 25. Il ritmo accelerato “fece divenire i ragazzi feroci”, ha detto un ex-ufficiale del Team 6. “Queste stragi erano diventate routine“. I comandanti delle operazioni speciali dicono che i raid smantellarono le reti dei taliban. Ma alcuni membri del Team 6 dubitano fossero di grande utilità. Un ex-membro del SEAL, pressato sui dettagli su una missione, disse, “Era così per molti di questi obiettivi, solo un altro nome. Che fossero fiancheggiatori, subcomandanti, comandanti, finanziatori dei taliban, non era più importante“. Un altro ex-membro del Team 6, un ufficiale, fu ancora più sprezzante su alcune operazioni, “Entro il 2010, i ragazzi divennero dei teppisti di strada“, ha detto. “La forza più altamente qualificata al mondo, seguiva i teppisti di strada“. L’unità fu spinta a compiere operazioni più veloci, silenziose e letali, godendo di un budget gonfiatosi e dei progressi della tecnologia dal 2001, il Team 6 dal blando nome di copertura Gruppo di sviluppo della guerra speciale navale, accennando alla missione ufficiale per sviluppare nuove attrezzature e tattiche per l’organizzazione SEAL, comprendeva anche nove squadre non classificate. Gli armaioli dei SEAL personalizzarono un nuovo fucile di fabbricazione tedesca e dotarono quasi tutte le armi di silenziatori, riducendone suoni e lampi. I laser a infrarossi, che permettono ai SEAL di sparare con maggiore precisione di notte, sono diventati standard, come l’ottica termica per rilevare il calore dei corpi. I SEAL sono dotati di una granata di nuova generazione, un modello termobarico particolarmente efficace nel far crollare gli edifici. Spesso gestiti in gruppi più grandi di quelli tradizionali i SEAL, dotati di armi più letali, lasciano meno nemici fuggire vivi. Alcuni del Team 6 hanno anche usato dei tomahawk realizzati da Daniel Winkler, produttore di coltelli del North Carolina che ha forgiato le lame per il film “L’ultimo dei Mohicani“. Per un periodo, i membri del Team 6, il Red Squadron, con nel logo il volto di un guerriero nativo americano sovrapposto da un tomahawk, ricevettero una scure Winkler nel primo anno in squadra, secondo due membri. In un’intervista, Winkler si rifiutava di discuterne ma ha detto che molti furono pagati da donatori privati. Le armi non sono state solo un ornamento. Diversi ex-membri del Team 6 hanno detto che alcuni uomini andavano in missione con le asce, e almeno uno uccise un combattente nemico con tale arma. Dom Raso, ex-operatore del Team 6, che lasciò l’US Navy nel 2012, ha detto che le accette furono utilizzati “per sfondare porte, manipolare serrature, combattimenti corpo a corpo e altre cose“, aggiungendo che asce e lame furono usate per uccidere quando era nei SEAL. “Qualunque strumento necessario per proteggere te stesso e i tuoi fratelli, se sia una lama o una pistola, viene usata“, ha detto Raso, che ha collaborato con Winkler nella produzione di una lama. Molti operatori SEAL respinsero un qualsiasi uso dei tomahawks dicendo che erano troppo ingombranti per i combattimenti e inefficaci come armi, anche se comprendono il disordine in guerra. “E’ un affare sporco“, ha detto un ex-operatore del Team 6, “Qual è la differenza tra sparargli come mi è stato detto, e tirare fuori un coltello e accoltellarli?”

Dam Neck Annex, la base dei SEAL

Dam Neck Annex, la base dei SEAL

La Cultura
Il quartier generale del Team 6 dei SEAL è un recinto presso il Dam Neck Annex della Naval Air Station Oceana, a sud di Virginia Beach, che ospita una base militare segreta dell’esercito. Lontano dalla vita pubblica, la base ospita non solo i 300 operatori della squadra (che disdegnano il termine “commandos”), i loro ufficiali e comandanti, ma anche piloti, costruttori Seabee, artificieri, ingegneri, medici e un’unità d’intelligence dotata di sofisticati sistemi di sorveglianza e tracciamento globale. I Navy SEAL, acronimo per Sea, Air, Land forces, nascono dai sommozzatori della seconda guerra mondiale. Il Team 6 nacque decenni più tardi, con la fallita missione del 1980 per salvare 53 ostaggi statunitensi sequestrati nell’ambasciata di Teheran. Scarsa pianificazione e errate previsioni costrinsero i comandanti ad abortire la missione, e otto militari morirono quando due aerei entrarono in collisione sul deserto iraniano. L’US Navy poi chiese al comandante Richard Marcinko, un duro veterano del Vietnam, di costituire un’unità SEAL che potesse rispondere rapidamente alle crisi terroristiche. Il nome stesso è un tentativo di disinformazione da guerra fredda: Solo due squadre SEAL erano esistenti al momento, ma il comandante Marcinko chiamò l’unità SEAL Team 6 sperando che gli analisti sovietici sovrastimassero la dimensione della forza. Disattese le regole e favorì l’immagine anticonformista dell’unità. (Anni dopo aver lasciato il comando, fu condannato per frode in un contratto militare). Nella sua autobiografia, “Rogue Warrior“, Marcinko descrive le grandi bevute in solidarietà al Team 6 SEAL; le sue interviste per reclutare spesso erano chiacchiere da ubriachi in un bar. Nel Team 6 vi erano inizialmente due gruppi d’assalto chiamati Blu e Oro, dai colori dell’US Navy. Il Blu della bandiera dei pirati Jolly Roger usata come insegna gli diede subito il soprannome di “Bad Boys in Blue” per la serie di arresti per guida in stato di ubriachezza, tossicodipendenza e incidenti con auto a noleggio nelle esercitazioni, in quasi impunità. I giovani ufficiali a volte furono cacciati dal Team 6 per aver cercato di ripulire ciò che percepivano come cultura dell’incoscienza. L’Ammiraglio William H. McRaven, divenuto capo del Comando Operazioni Speciali e che supervisionò il raid contro Bin Ladin, fu cacciato dal Team 6 e assegnato ad un’altra squadra SEAL quando Marcinko ne era il comandante, dopo le lamentele sulle difficoltà nel mantenere la disciplina delle truppe. Ryan Zinke, ex-ufficiale del Team 6 e ora deputato repubblicano del Montana, ha ricordato un episodio dopo una missione di addestramento della squadra a bordo di una nave da crociera, in preparazione della potenziale liberazione di ostaggi alle Olimpiadi del 1992 a Barcellona, Spagna. Zinke scortò un ammiraglio in un bar nei ponti in basso della nave. “Quando aprimmo la porta, mi sembrò si essere tra i ‘Pirati dei Caraibi‘”, disse Zinke, ricordando che l’ammiraglio era sconvolto da capelli lunghi, barbe e orecchini degli operatori. “La mia Navy?“, l’ammiraglio gli chiese. “Questi tizi sono nella mia Navy?” Fu l’inizio di ciò che Zinke definì “la grande strage”, quando l’US Navy epurò la leadership del Team 6 per professionalizzarla. Attuali ed ex operatori del Team 6 hanno detto che la cultura era diversa da quella di oggi. Ora si è più istruiti, atletici, vecchi e maturi anche se alcuni si spingono ai limiti. “Sono stato buttato fuori dai Boy Scout”, dice un ex-ufficiale. La maggior parte del Team 6 SEAL, ha aggiunto, “era come me“.
I membri della Delta Force, che hanno la reputazione di essere rigidi, spesso iniziano come fanteria regolare per divenire Ranger dell’Esercito ed entrare nelle squadre delle Forze Speciali prima di entrare nei Delta. Ma il Team 6 dei SEAL è isolato dal resto dell’US Navy, con molti degli uomini che passano la brutale trafila dei SEAL esterna a quella militare. Dopo diversi anni nelle squadre regolari SEAL, dai numeri pari in Virginia Beach, dispari a San Diego, e un’unità nelle Hawaii dedita ai mini-sommergibili, i SEAL possono tentare per il Team 6. Molti sono desiderosi di raggiungere l’unità d’élite, ma circa la metà non ci arriva. Gli Ufficiali ruotano nel Team 6, a volte tornando dopo diversi turni, ma i SEAL in genere rimangono molto più a lungo, avendo un’influenza smisurata. “Molti ragazzi arruolati pensano che in realtà daranno spettacolo”, ha detto un ex-membro. “Questo fa parte dello stile Marcinko“. E tendono alla spavalderia, dicono critici e difensori. Mentre le altre squadre SEAL (chiamate “bianche” o “vaniglia” nelle forze armate) compiono attività simili, il Team 6 persegue obiettivi di maggior valore e la liberazione di ostaggi nelle zone di combattimento. Opera di più con la CIA e compie più missioni clandestine fuori dalle zone di guerra. Il Team 6 è l’unica squadra a ricercare le armi nucleari se cadono nelle mani sbagliate. Il ruolo del Team 6 nell’incursione del 2011 contro Bin Ladin ha prodotto un’industria casalinga di libri e documentari, lasciando a denti stretti le Delta Force a roteare gli occhi. I membri del Team 6 sono tenuti a rispettare il silenzio sulle missioni, e molti membri, attuali ed ex, sono arrabbiati dai due che hanno parlato del loro ruolo nella morte del capo di al-Qaida. Matt Bissonnette, autore di due best seller sulla sua permanenza nel Team 6 dei SEAL, e Robert O’Neill, che ha detto in uno special televisivo di aver ucciso Bin Ladin, sono indagati dal Naval Criminal Investigative Service per aver rivelato informazioni classificate. Altri sono stati tranquillamente cacciati per uso di droga o per conflitti d’interesse con aziende militari o lavori collaterali. L’US Navy ha cacciato 11 operatori, nel 2012, per divulgazione su tattiche dei Team 6 o consegna di video classificati per l’addestramento, per promuovere il videogioco “Medal of Honor: Warfighter“. Con diversi schieramenti negli ultimi 13 anni, pochi membri dell’unità sono illesi. Circa tre dozzine di operatori e personale di supporto sono morti in missioni di combattimento, secondo un ex-membro del team, tra cui i 15 membri del Gold Squadron e due artificieri uccisi nel 2011, quando un elicottero con il nominativo Extortion 17 fu abbattuto in Afghanistan, il giorno più devastante della storia del Team 6. Esplosioni per violare edifici nei raid, assalti ripetuti e percosse guidando barche d’assalto ad alta velocità nei salvataggi marittimi o per addestramento, richiedono un prezzo. Alcuni uomini hanno subito lesioni cerebrali traumatiche. “Il mio corpo è finito“, ha detto un operatore da poco in pensione. “Il cervello anche“. “I SEAL sono un po’ come i tizi del NFL, non vogliono mai dire ‘me ne esco’“, ha detto il dottor John Hart, medico direttore scientifico presso il Centro di salute mentale dell’Università del Texas a Dallas, che ha molti pazienti tra i SEAL. “Se rispediscono ragazzi già affetti da commozione cerebrale, non fanno altro che pestare costantemente su una condizione cerebrale già esistente. Il cervello ha bisogno di tempo per guarire“.

Carta bianca per uccidere
seal-team-six-cast-gigandit-rodriguezAll’inizio della guerra in Afghanistan, il Team 6 SEAL fu assegnato a protezione del leader afghano Hamid Karzai; uno fu sfiorato durante un attentato al futuro presidente. Ma negli anni seguenti, Karzai divenne un aspro critico delle truppe per Operazioni Speciali degli Stati Uniti, lamentandosi che abitualmente uccidevano civili nei raid. Considerava l’attività del Team 6 ed altre unità come una manna per il reclutamento dei taliban e infine ha cercato di bloccare del tutto le incursioni notturne. La maggior parte delle missioni non era letale. Diversi membri del Team 6 hanno detto che donne e bambini venivano ammassati insieme e buttavano fuori gli uomini con una spinta o il calcio del fucile, per perquisirne le case. Spesso presero dei prigionieri; numerosi detenuti ebbero il naso rotto dopo che i SEAL li picchiavano per sottometterli, ha detto un ufficiale. Il Team 6 spesso operava sotto gli occhi attenti dei comandanti, ufficiali dei centri operativi d’oltremare e del Dam Neck che di routine sorvegliavano in tempo reale le incursioni con i droni, ma ebbero anche carta bianca. Mentre le truppe per Operazioni Speciali adottano le stesse regole d’ingaggio degli altri militari in Afghanistan, i membri del Team 6 eseguivano missioni notturne, decidendo vita e morte in stanze buie con pochi testimoni e fuori dalla portata di una vieocamera. Gli operatori potevano usare armi silenziate per uccidere tranquillamente i nemici mentre dormivano, un atto che difendono non essere diverso dal far cadere una bomba su una caserma nemica. “Mi intrufolavo nelle case della gente mentre dormiva“, Bissonnette dice nel libro “No Hero“, scritto con lo pseudonimo di Mark Owen. “Se li trovavo con un’arma, li uccidevo, proprio come tutti i ragazzi del commando“. E nelle loro decisioni tendono ad essere netti. Notando che sparano per uccidere, un ex-sottufficiale ha aggiunto che gli operatori sparavano “colpi di sicurezza” su quelli abbattuti, per assicurarsene la morte. (In una missione del 2011 su uno yacht dirottato al largo delle coste africane, un membro del Team 6 accoltellò un pirata 91 volte, secondo un medico legale, dopo che l’uomo e gli altri attaccanti avevano ucciso quattro ostaggi statunitensi. Gli operatori sono addestrati “per tagliare e mutilare tutte le principali arterie“, ha detto un ex-SEAL). Le regole si riducono a questo, ha detto un sottufficiale: “Se nella vostra valutazione vi sentite minacciati, in una frazione di secondo uccidete qualcuno”. Ha descritto come un cecchino dei SEAL uccise tre persone inermi, tra cui una ragazzina, in diversi episodi in Afghanistan, e disse ai superiori che sentiva rappresentare una minaccia. Legalmente ciò bastava. “Ma questo non funziona” nel Team 6, ha detto il sottufficiale. “Bisogna davvero essere minacciati“, aggiungendo che il cecchino fu cacciato dal Team 6. Una mezza dozzina di ex-ufficiali e soldati intervistati ha dichiarato di sapere di civili uccisi dal Team 6. Slabinski, ex-membro del Team 6 dei SEAL, ha detto che ha visto membri del Team 6 uccidere erroneamente civili “probabilmente quattro o cinque volte” durante le sue missioni. Diversi ex-ufficiali hanno detto che gli operatori del Team 6 venivano regolarmente interrogati quando si avevano sospetti su omicidi ingiustificati, ma di solito non ne trovavano chiare prove. “Non c’era alcun incentivo a scavare a fondo”, ha detto un ex-alto ufficiale delle Operazioni Speciali. “Cosa penso quando ci accadono cose brutte?” Chiese un altro ex-ufficiale, “Penso che ci siano state più uccisioni del dovuto? Certo“. “Penso che l’inclinazione naturale era, se si tratta di una minaccia, uccidere e poi controllare. ‘Oh, forse ho esagerato la minaccia’“, ha detto. “Se penso che i ragazzi abbiano intenzionalmente ucciso persone che non lo meritassero? Ho difficoltà a crederlo“. La morte di civili è inevitabile di ogni guerra, ma nei conflitti senza fronti distinti e dove i combattenti nemici sono spesso indistinguibili dai non combattenti, alcuni esperti di diritto militare dicono che le regole tradizionali della guerra sono obsolete e nuovi protocolli per la Convenzione di Ginevra sono necessari. Ma altri sobbalzano all’idea, dicendo che da tempo chiare norme di comportamento dovrebbero governare i torbidi combattimenti moderni. “Sottolineare queste linee e regole diventa ancora più importante quando si combatte un nemico spietato e senza legge“, ha detto Geoffrey S. Corn, ex-esperto di diritto di guerra per l’ufficio del procuratore generale dell’US Army ed ora professore al South Texas College of Law. “Questo è quando l’istinto di vendetta è forte. E la guerra non è vendetta“.
navy-seals-team-6-logo-i12 Verso la fine del dispiegamento afgano del Blue Squadron del Team 6, all’inizio del 2008, degli anziani si lamentarono dal generale inglese le cui forze controllavano la provincia di Helmand. Chiamò subito il capitano Scott Moore, comandante del Team 6 SEAL, dicendo che due anziani avevano riferito che i SEAL avevano ucciso dei civili in un villaggio, secondo un ex-membro del Team 6. Il capitano Moore affrontò i responsabili della missione, che aveva lo scopo di catturare o uccidere una figura dei taliban dal nome in codice Obiettivo Pantera. Quando il capitano Moore chiese cosa fosse successo, il comandante dello squadrone, Peter G. Vasely, negò che gli operatori avessero ucciso dei non combattenti, ma di aver ucciso tutti gli uomini che incontrarono perché erano tutti armati, secondo l’ex-membro del Team 6 e ufficiale. Il capitano Vasely, che ora sovrintende le squadre SEAL regolari della costa orientale, ha rifiutato di commentare. Il capitano Moore chiese al Joint Special Operations Command d’indagare l’episodio. In quel periodo, il comando ebbe rapporti da decine di testimoni su un villaggio in cui le forze statunitensi effettuarono esecuzioni sommarie. Un altro ex-operatore del Team sosteneva che Slabinski, al comando del Blue Squadron, indicò prima della missione che ogni maschio nel mirino doveva essere ucciso. Slabinski l’ha negato dicendo che non c’era una politica del genere. “Non ho mai detto questo ai ragazzi“, ha detto in un’intervista. Disse che nel periodo dell’incursione era turbato dopo aver visto uno degli operatori più giovani tagliare la gola di un talib morto. “Sembrava mutilasse il corpo“, ha dichiarato Slabinski, aggiungendo che subito gridò: “Smettila!” Il Naval Criminal Investigative Service poi concluse che l’operatore potrebbe aver tagliato l’equipaggiamento dal torace del combattente morto. Ma i capi del Team 6 si dissero preoccupati da alcuni operatori fuori controllo, e il protagonista dell’episodio fu rispedito negli Stati Uniti. Slabinski, sospettando che i suoi uomini non avessero seguito le regole d’ingaggio correttamente, li radunò per quello che ha definito un “discorso molto severo“. “Se qualcuno di voi sente il bisogno di punire, mi dovrebbe chiamare“, gli aveva ricordato. “Non c’è nessuno che possa autorizzarlo se non io“, disse che il suo messaggio era volto a comunicare che l’autorizzazione non sarebbe mai arrivata, perché tale comportamento non era appropriato. Ma ammise che forse alcuni dei suoi uomini l’avrebbero frainteso. Il JSOC scagionò lo squadrone dell’operazione Pantera, secondo due ex-membri del team 6. Non è chiaro quanti afghani furono uccisi nel raid o esattamente dove accadde, anche se un ex-ufficiale ha detto di ritenere fosse a sud di Lashkar Gah, capitale della provincia di Helmand. Ma le uccisioni indussero una discussione ad alto livello su come, in un Paese dove molti uomini girano armati, il Team 6 potesse “garantire che siamo solo contro i veri cattivi“, ha detto uno degli ex-capi del team. In altre inchieste, di solito gestite dal JSOC e non da investigatori dell’US Navy, nessuno è stato condannato. In genere, gli uomini venivano rimandati a casa quando preoccupazioni sorgevano; tre per esempio furono rispediti a Dam Neck dopo ilo pestaggio di un detenuto durante un interrogatorio, secondo un ex-ufficiale, così come alcuni membri del team coinvolti in uccisioni dubbi. Più di un anno dopo, un’altra missione creò forti proteste degli afghani. Appena dopo la mezzanotte del 27 dicembre 2009, decine di truppe statunitensi e afghane sbarcarono dagli elicotteri a parecchie miglia dal piccolo villaggio di Ghazi Khan, nella Provincia di Kunar, e camminarono verso i villaggio nel buio. Quando se ne andarono, 10 residenti erano stati uccisi.
Ciò che successe quella notte è ancora discusso. Lo scopo della missione era catturare o uccidere un operativo dei taliban, ma fu subito evidente che nessun capo talib erano presente. La missione si basava su informazioni errate, un problema che ha tormentato le operazioni degli Stati Uniti per anni in Afghanistan. Un ex-governatore della provincia indagò e accusò gli statunitensi di aver ucciso degli studenti. La missione delle Nazioni Unite in Afghanistan rilasciò una dichiarazione dicendo che una prima indagine concluse che “otto delle vittime erano studenti iscritti nelle scuole locali“. Il portavoce militare statunitense inizialmente disse che i morti facevano parte di una cellula di insorti che costruiva ordigni esplosivi improvvisati. Alla fine, abbandonarono tale spiegazione. Ma alcuni militari statunitensi ancora insistono che i giovani erano armati e legati ai taliban. Una dichiarazione della NATO affermò che gli autori del raid “non erano militari”, apparentemente un riferimento alla CIA, a capo dell’operazione. Ma i membri del Team 6 avevano partecipato a quella missione. Nell’ambito del programma segreto Omega, si unirono a una forza d’assalto composta da agenti CIA, paramilitari e soldati afgani addestrati dall’agenzia di spionaggio. Da allora, il programma iniziato con la guerra afghana era cambiato. Le incursioni in Pakistan furono limitate perché difficile operarvi senza essere notati da soldati pakistani e spie, così le missioni furono per lo più limitate alla parte afghana del confine. Nel tempo, il Generale McChrystal, divenuto comandante in capo statunitense in Afghanistan, rispose alle lamentele di Karzai sui morti civili serrando le norme sui raid notturni e ridimensionando il ritmo delle operazioni speciali. Dopo anni di raffinazione delle tecniche per infiltrarsi nelle sedi del nemico, il Team 6 veniva spesso chiamato “per invitare alla resa” prima di attaccare un sito, come lo sceriffo che annuncia con il megafono, “Vieni fuori con le mani in alto“. Slabinski ha detto che le vittime civili si ebbero più spesso durante l'”appello alla resa”, che avrebbe dovuto mitigare proprio tali perdite. I combattenti nemici, ha detto, a volte inviavano i famigliari per poi sparare da dietro di loro, o davano ai civili torce per farsi segnalare posizioni degli statunitensi. O’Neill, ex- membro del Team 6, conveniva che le norme potessero essere frustranti. “Ciò che abbiamo capito era che maggiore è il margine di manovra nei danni collaterali, più efficaci eravamo non perché ce ne avvantaggiavamo, ma sapendo che non ci avremmo ripensato”, ha detto in un’intervista. “Quando c’erano più regole, era più difficile“.

1-93216Missioni di salvataggio
Anni fa, prima dei raid notturni afghani e delle missioni di guerra, il Team 6 dei SEAL si addestrava costantemente nel salvataggio degli ostaggi, missioni pericolose e difficili in cui non ebbero mai la possibilità di esibirsi prima del 2001. Da allora, il gruppo ha tentato almeno 10 salvataggi che furono tra i successi più celebri e i fallimenti più amari. Gli operatori dicono che i salvataggi sono considerati missioni “in cui non si sbaglia”, dove muoversi velocemente ed esporsi a rischi maggiori rispetto a qualsiasi altro tipo di operazione, per proteggere gli ostaggi colpiti o altrimenti feriti. I SEAL spesso finiscono per uccidere la maggior parte dei rapitori. Il primo saavataggio di alto profilo avvenne nel 2003, quando il Team 6 dei SEAL recuperò la soldatessa Jessica Lynch, ferita, catturata e tenuta in un ospedale nei primi giorni della guerra in Iraq. Sei anni più tardi, i membri del Team 6 balzarono da un aereo cargo nell’Oceano Indiano con le loro barche d’assalto appositamente progettate prima della missione di salvataggio di Richard Phillips, il capitano della Maersk Alabama, nave portacontainer dirottata da pirati somali. Gli operatori ripresi da un video mostrato da O’Neill, si paracadutarono con le pinne legate agli stivali dopo aver lanciato le quattro piccole e veloci barche dalle caratteristiche stealth per eludere i radar, legate a più paracaduti. I cecchini dei SEAL infine uccisero tre pirati. Nel 2012, gli operatori si tuffarono dal cielo in Somalia per liberare una cooperante statunitense, Jessica Buchanan, e il collega danese Poul Hagen HALOThisted. Il JSOC considera alte prestazioni come standard per tali missioni. I SEAL usarono una tecnica di paracadutismo a caduta libera chiamata “Haho“, per alta apertura a quota alta con cui, saltando da alta quota e guidati dal vento per molte miglia, si attraversa una frontiera di nascosto, un’azione così rischiosa che negli anni molti uomini sono morti addestrandovisi. Buchanan ha ricordato che quattro dei sequestratori erano a 5 metri da lei, quando il Team 6 si avvicinò col favore delle tenebre. Uccisero i nove rapitori salvando i cooperanti. “Fin quando non si identificarono, non credevo che un salvataggio fosse possibile“, ha detto la signora Buchanan in un’intervista. Nell’ottobre 2010, un membro del Team 6 commise un errore durante il tentativo di salvare Linda Norgrove, cooperante inglese di 36 anni prigioniera dei taliban. Il disastro si ebbe nei primi due minuti dopo che gli operatori erano saltati dagli elicotteri nelle montagne della provincia di Kunar, scivolando giù per 20 metri di corda intrecciata per un ripido pendio, secondo due alti ufficiali. Mentre scendevano nel buio verso la sede dei taliban, il nuovo membro del team si confuse, ha poi detto agli investigatori. La sua arma s’era inceppata. “Pensare a un milione di miglia di un minuto” ha detto, gettò una granata su coloro che credeva fossero dei combattenti nascosti in un fosso. Ma dopo lo scontro a fuoco che uccise diversi taliban, i SEAL trovarono l’ostaggio, con abiti scuri e una sciarpa testa, morta nel fosso. Inizialmente, l’operatore che lanciò la granata e un altro membro dell’unità riferì che Norgrove fu uccisa da un giubbotto esplosivo suicida, ma la storia andò subito a pezzi. Il video di sorveglianza mostra che morì quasi istantaneamente da ferite di frammentazione su testa e schiena causate dall’esplosione della granata, osservava il rapporto investigativo. L’inchiesta congiunta dei governi statunitense ed inglese concluse che l’operatore che aveva gettato la granata aveva violato le procedure per la liberazione di ostaggi. Fu espulso del Team 6, anche se ebbe il permesso di rimanere in un’altra unità SEAL. Un’operazione di salvataggio, due anni dopo, riuscì a liberare un medico statunitense, anche se a caro prezzo. Una notte nel dicembre del 2012, un gruppo di operatori del Team 6 che indossavano occhiali per la visione notturna irruppe in una villetta in Afghanistan, dove i taliban detenevano il dottor Dilip Joseph, che lavorava con un’organizzazione umanitaria. Il primo operatore ad entrare fu abbattuto da un colpo alla testa, gli altri risposero con efficienza brutale, uccidendo tutti e cinque i rapitori. Ma il dottor Joseph e altri ufficiali diedero dei resoconti nettamente diversi sul raid. Il medico ha detto in un’intervista che un 19enne, di nome Wallakah, fu il solo sequestratore a sopravvivere all’assalto. Fu catturato dagli operatori SEAL e si sedette a terra, le mani intorno le ginocchia, la testa in basso, ha ricordato il medico. Wallakah, secondo lui, aveva sparato all’operatore del Team 6. Pochi minuti dopo, in attesa di salire a bordo di un elicottero per la libertà, il dottor Joseph disse a uno dei suoi soccorritori SEAL di riportarlo in casa, dove vide alla luce della luna Wallakah giacere in una pozza di sangue, morto. “Ricordo queste cose chiaramente come il giorno“, ha detto il medico. Ufficiali delle forze armate, parlando solo in base all’operazione classificata, hanno sostenuto che tutti i rapitori furono uccisi subito dopo che la squadra SEAL era entrata e xhw Wallakah non era mai stato fatto prigioniero. Hanno anche detto che il dottor Joseph sembrava disorientato, al momento e non rientrò nella casa, né poteva vedere quello che accadeva nella notte buia. Due anni dopo, il dottor Joseph è grato per il salvataggio e il sacrificio del sottufficiale Nicolas D. Checque, il membro del team ucciso in missione. Ma ancora si chiede cosa sia successo a Wallakah. “Ci misi settimane a venire a patti con l’efficienza del soccorso“, ha detto il dottor Joseph. “Fu così chirurgica“.

new-SEALS-maps-1040Una Forza di Spionaggio Globale
Da una serie di basi lungo il confine con l’Afghanistan, il Team 6 regolarmente invia locali nelle aree tribali del Pakistan per raccogliere informazioni. Il team ha trasformato i grandi e variopinti camion “tintinnanti”, popolari nella regione, in stazioni di spionaggio mobili, nascondendo sofisticate apparecchiature d’intercettazione nei camion, utilizzando dei pashtun per guidarli oltre il confine. Fuori dalle montagne del Pakistan, il team si è anche avventurato nel sud-ovest del deserto del Paese, compresa la regione instabile del Baluchistan. Una missione quasi finì in un disastro quando i militanti spararono una granata a razzo sfondando il tetto della loro villetta e facendo finire la sovrastante squadra di 6 cecchini in mezzo al piccolo gruppo di combattenti, che un cecchino statunitense vicino uccise rapidamente, ha raccontato un ex-operatore. Oltre Afghanistan e Pakistan, i membri del Team 6 Black Squadron sono sparsi in tutto il mondo in missioni di spionaggio. Originariamente l’unità dei cecchini del Team 6, il Black Squadron, fu riconfigurato dopo gli attacchi dell’11 settembre per condurre “operazioni d’avanguardia”, gergo militare per la raccolta di informazioni e altre attività clandestine in preparazione di una missione speciale. Era un concetto particolarmente popolare nel Pentagono dell’ex-segretario alla Difesa Donald H. Rumsfeld. A metà dello scorso decennio, il Generale McChrystal aveva designato il Team 6 a un ruolo più ampio nelle missioni di raccolta a livello mondiale, e gli operatori del Black Squadron sono schierati nelle ambasciate statunitensi dall’Africa sub-sahariana all’America Latina e al Medio Oriente. Il Team 6 dei SEAL usa valigie diplomatiche per inviare regolarmente documenti classificati e altro materiale diplomatico statunitense, e avere le armi per gli operatori del Black Squadron di stanza all’estero, secondo un ex-membro. In Afghanistan, gli operatori del Black Squadron indossano abiti tribali, di nascosto piazzano telecamere e dispositivi di ascolto nei villaggi ed interrogano i residenti nei giorni o settimane precedenti le incursioni notturne, secondo molti ex-membri del Team 6. L’unità adotta società di copertura per gli operatori del Black Squadron in Medio Oriente, e gestisce stazioni di spionaggio galleggianti camuffate da navi mercantili al largo delle coste di Somalia e Yemen. Membri del Black Squadron lavoravano nell’ambasciata statunitense a Sana, capitale yemenita, al centro della caccia ad Anwar al-Awlaqi, il religioso radicale e cittadino statunitense affiliato ad al-Qaida nella penisola arabica. Fu ucciso nel 2011 da un drone della CIA. Un ex-membro del Black Squadron ha detto che in Somalia e Yemen gli operatori non sono autorizzati a sparare, a meno che obiettivi di alto valore siano nel mirino. “Al di fuori di Iraq e Afghanistan non gettiamo alcuna rete“, ha detto l’ex-membro. “Facciamo tutt’altro“. Il Black Squadron ha qualcosa che il resto del Team 6 dei SEAL non ha: le operatrici, donne dell’US Navy ammesse al Black Squadron e inviate all’estero per raccogliere informazioni, di solito nelle ambasciate con controparti maschili. Un ex-ufficiale del Team 6 ha detto che i membri maschili e femminili del Black Squadron spesso lavorano in coppia. Si chiama “profilo d’ammorbidimento”, rendendo la coppia meno sospetta ai servizi segreti ostili o ai gruppi militanti. Il Black Squadron ora ha più di 100 membri, la sua crescita coincide con l’espansione delle minacce percepite nel mondo. Riflette inoltre il cambio tra i responsabili politici statunitensi. Dall’ansioso utilizzo dei guerrieri ombra negli anni seguenti la debacle del 1993, il “Black Hawk Down” di Mogadiscio in Somalia, i funzionari del governo oggi sono disposti a mandare unità come il Team 6 dei SEAL nei conflitti, che gli Stati Uniti ne riconoscano il ruolo o meno. “Quando c’ero io, eravamo sempre a caccia di guerre“, ha dichiarato Zinke, deputato ed ex-operatore del Team 6. “Questi ragazzi le hanno trovate“.

Bing-Map-of-Osama-Compound-Mockup-620x324Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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