I signori della guerra dell’Impero Americano rullano i tamburi

Wayne Madsen, Strategic Culture Foundation 19/09/2016

Ammiraglio Harris

Ammiraglio Harris

Era dai tempi dell’impero romano che i signori della guerra regionali non avevano tanta autorità da avere una propria politica militare e diplomatica rispetto al governo centrale. Gli Stati Uniti chiamano i propri signori della guerra “comandanti combattenti” e non sbagliano. Tali comandanti combattenti sono sempre alla ricerca di nuove guerre, sempre nell’interesse personali propri e dei vertici militari, ma non certo del popolo statunitense. I comandanti combattenti statunitensi dominano propri feudi virtuali, che il Pentagono chiama “aree di responsabilità” o AoR. I signori della guerra dell’impero romano venivano chiamati “proconsoli” ed erano comandanti nominati per governare i territori appena conquistati. Questi AoR romani, conosciuti come proconsoli imperiali, differivano di poco dai moderni AoR statunitensi. Tuttavia, i proconsoli romani erano molto più responsabili verso gli imperatori dei comandanti combattenti verso l’attuale presidente degli Stati Uniti. Il complesso militare e d’intelligence degli Stati Uniti ha diviso il mondo in AoR su cui i comandanti combattenti esercitano autorità su militari, politici, diplomatici statunitensi, e sempre più sulle decisioni economiche. Tali comandi, Comando Centrale, Comando del Pacifico, Comando Europeo, Comando Meridionale, Comando Settentrionale e Comando Africa degli Stati Uniti, sono coinvolti anche nelle attività militari e politiche delle nazioni delle rispettive AoR, alleate o dipendenti da accordi con gli Stati Uniti. Per comodità, il capo del Comando Europeo degli Stati Uniti era anche il Comandante supremo alleato in Europa, il capo militare dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO). In effetti, la NATO è parte integrante dell’egemonia militare degli Stati Uniti. Nel terzo secolo d.C. vari governatori romani presero le armi l’uno contro l’altro per la carica d’imperatore, al collasso dell’impero romano. Oggi, lo stesso fenomeno avviene tra i signori della guerra statunitensi che cercano di espandere le loro AoR a spese dei rivali. Uno dei più aggressivi signori della guerra e comandante combattente degli USA è il capo del Comando del Pacifico, o PACOM, ammiraglio Harry Harris. Da avanguardia militare del “perno in Asia”, idea mal concepita e pericolosa di Obama, Harris ultimamente ha esteso la sua AoR a zone già appartenenti al Comando Centrale degli Stati Uniti, o CENTCOM. Il capo di CENTCOM, generale Joseph Votel, è occupato a confrontarsi militarmente con l’Iran nel Golfo Persico: Harris, in un discorso a San Diego, disse che la sua AoR comprende la regione “Indo-Asia-Pacifico”, una chiara indicazione che Harris espande il suo governatorato militare su Oceano indiano e Asia meridionale. Harris ha usato il termine “Indo-Asia-Pacifico” per descrivere la sua “ciotola di riso” militare a un gruppo di militari del complesso industriale-militare, il Consiglio Amministrativo Militare di San Diego.
Come un generale romano dittatoriale, Harris avvertiva il Presidente delle Filippine Rodrigo Duterte e il suo governo dal fare altre dichiarazioni anti-americane. Duterte si è ribellato alla volontà di Harris adottando una politica conciliante verso la Cina sulla disputa sul Mar Cinese Meridionale e chiedendo che gli Stati Uniti ritirino le forze speciali dal sud delle Filippine. Duterte proviene dall’isola meridionale di Mindanao. Ulteriormente urtante per Harris è stata la dichiarazione del Ministro degli Esteri delle Filippine Perfecto Yasay, secondo cui il suo Paese non va più trattato come il “fratellino scuro” degli USA. La tradizione della Marina di Harris è che gli amministratori filippini una volta dovevano soddisfare ogni capriccio degli ufficiali di marina statunitensi, cucinando pasti, lustrando scarpe, pulendo i bagni e stirando le uniformi. L’atteggiamento paternalistico nei confronti delle Filippine di ufficiali come Harris non è mai scomparso. Harris lascia che il gruppo militarista di San Diego sappia che la sua pazienza con Duterte si esaurisce avvertendo duramente il presidente Filippine: “Siamo alleati delle Filippine da lungo tempo. Abbiamo versato il nostro sangue per loro… Abbiamo combattuto fianco a fianco durante la seconda guerra mondiale. Ritengo che la nostra alleanza con le Filippine sia ferrea”. In altre parole, Harris sfida Duterte facendogli sapere che il Comando del Pacifico degli Stati Uniti non tollera alcun movimento delle Filippine verso la neutralità o una politica filo-cinese. Ciò che allarma della dichiarazione di Harris è che da sempre competeva a presidenti e segretari di Stato degli USA avviare iniziative verso i leader stranieri. Secondo Obama, tale autorità è discesa sui comandanti combattenti, ulteriore segnale che la diplomazia statunitense è sequestrata dal Pentagono e dai suoi vertici. L’estensione in Asia meridionale degli interessi militari di Harris significa che la sua AoR e quella del CENTCOM ora dominano la stessa “linea di controllo” militarizzata nel Kashmir conteso, come tra i militari di India e Pakistan. La regione di Gilgit-Baltistan nel nord del Pakistan e nel Kashmir Ladakh, che rivendica legami culturali e storici con i regni buddisti dell’Himalaya, vorrebbe percorrere una propria strada. Ma è a cavallo del confine PACOM-CENTCOM. Forse Harris e Votel giocheranno a poker al Fort Myer Officers Club, vicino al Pentagono, per decidere chi avrà l’autorità finale su questi territori secessionisti. Come governatori romani rivali, Harris e Votel concorrono per influenzare le stesse regioni. La differenza tra i due generali che giocano ai videogiochi militari, Votel e il suo cliente Pakistan, e Harris e il suo cliente India, è che sono concorrenti nucleari in una regione pericolosa. Ogni scontro convenzionale lungo la linea di controllo che separa le forze indiane e pakistane nel Kashmir, o lungo il loro confine nazionale, rischia di accelerare rapidamente in un conflitto nucleare regionale, che potrebbe precipitare gli Stati Uniti in una guerra.
Harris si muove anche sul teatro Indo-Asia-Pacifico più vicino al CENTCOM, espandendo le manovre del PACOM all’Oceano Indiano. Recentemente, PACOM ha svolto esercitazioni con le forze dello Sri Lanka nella regione irrequieta del Tamil, nel nord dello Sri Lanka, e pretende gli stessi diritti a basi navali che ha con l’India, col memorandum d’intesa sullo scambio logistico, da Sri Lanka e Maldive. Harris prevede una coalizione navale alleata di quattro potenze composta dalle marine statunitense, australiana, indiana e giapponese, per affrontare la Cina nel Pacifico e nell’Indiano. La Marina giapponese ha recentemente aderito alle esercitazioni della Marina statunitense nel Mar Cinese Meridionale per avvertire la Cina. Tuttavia, molti Paesi nel Mar Cinese Meridionale ricordano ancora cose fosse il Giappone e la sua Sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale, quando soggiogò le loro terre durante la Seconda Guerra Mondiale. Essi e la Cina subirono la stessa sorte con l’aggressione militare giapponese. Harris e la sua cricca di militari a Pearl Harbor e a San Diego sembrano dimenticare la lezione della Seconda guerra mondiale e di come l’aggressione giapponese unì i popoli del Sud-Est e dell’Asia orientale contro un nemico imperialista comune. Per tali dilettanti della storia militare asiatica, è come se l’attacco giapponese del 7 dicembre 1941 a Pearl Harbor sia avvenuto in una realtà parallela. Con il PACOM che va verso l’Oceano Indiano e il CENTCOM che punta ad est, alla fine ci sarà una faida militare su quale governatore militare dovrà gestire l’espansione della presenza navale cinese a Gibuti, nel Corno d’Africa, quale governatore degli Stati Uniti avrà il controllo delle proposte basi militari degli Stati Uniti sull’isola yemenita di Socotra, nel Golfo di Aden, e quale giurisdizione militare supervisionerà le Chagos a sud delle Maldive, controllate dalla Gran Bretagna ma rivendicate dalle Mauritius, parte dell’AoR del Comando Africa. Una questione prevale su tutte. Generali e ammiragli statunitensi non hanno alcun diritto di dividersi il mondo in campi da gioco personali. I comandanti combattenti dovrebbero diventare oscure note della storia, come i loro antenati romani, oppure i principi fondamentali del diritto internazionale verranno formalmente rigettati dall’Impero Americano.

Generale Votel

Generale Votel

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

G20 di Hangzhou, gli incontri bilaterali riflettono le tendenze globali

Andrej Akulov, Strategic Culture Foundation 09/09/20161034130498Gli ordini del giorno ufficiali dei vertici del G20 sono normalmente più o meno standard. Dalla crisi finanziaria del 2008, gli incontri sono volti a coordinare le misure per sostenere crescita globale e stabilità dei mercati finanziari. Un vertice G20 è sempre un’opportunità per i leader mondiali d’incontrarsi. Gli incontri bilaterali dominavano questo vertice riflettendo le tendenze globali e illustrando quanto peso politico abbia ogni partecipante nel mondo contemporaneo. Al vertice, il Presidente russo Vladimir Putin ha incontrato la metà dei partecipanti in otto colloqui bilaterali e a latere i 5 dei BRICS. Così, il presidente russo ha incontrato 11 dei 19 capi di Stato e di governo dei G20 e il presidente dell’Egitto, uno degli 8 ospiti. Putin ha anche avuto colloqui con il Primo ministro giapponese Shinzo Abe e la presidentessa della Corea del Sud Park Geun-hye, al Forum economico orientale tenutosi a Vladivostok il 2-3 settembre, alla vigilia del vertice di Hangzhou (4-5 settembre). Non ha avuto incontri ufficiali con solo sei membri del G20 (esclusi gli incontri dietro le quinte), tra cui i capi di Australia, Italia, Canada, Indonesia, Messico e UE. Ma Jean Claude Juncker, presidente della Commissione europea, e il primo ministro italiano Matteo Renzi, avevano incontrato il presidente russo al Forum Economico di San Pietroburgo di giugno. Putin aveva incontrato il presidente indonesiano Joko Widodo a maggio al vertice dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est tenutasi sul Mar Nero a Sochi. Restano solo tre leader. I primi ministri di Canada e Australia sembrano essere gli unici a ricordarsi d’“isolare la Russia”, un ricordo del lontano passato. Il vertice G20 ne ha dato ampie prove. Invece del leader russo isolato, c’era un presidente degli Stati Uniti perseguitato da problemi appena sbarcato in Cina, senza attendersi la scala per uscire dalla solita porta anteriore dell’Air Force One, con conseguenti fiammate e crescenti tensioni per tutta la visita. Il presidente Obama non poteva fare altro che minimizzare l’“affronto” riflettendo lo sfilacciato e frustrato rapporto USA-Cina. Il leader degli Stati Uniti sarà ricordato per gli errori in politica estera. In realtà, lo “sgarbo” era atteso dopo che aveva detto alla CNN, poco prima del vertice G20, che Pechino doveva riconoscere che “con potere crescente provengono responsabilità crescenti. Se si firma un trattato che prevede l’arbitrato internazionale sulle questioni marittime, se siete più grandi di Filippine o Vietnam o altri Paesi… non avete motivo di mostrare i muscoli in giro”, minacciando chiaramente la Cina. “Ha avuto modo di far rispettare il diritto internazionale”, aveva detto evidentemente ammorbidendo il messaggio, ma l’osservazione è stata percepita come una minaccia.
Il Presidente cinese Xi Jinping ha detto all’omologa sudcoreana che la Cina si oppone allo schieramento del sistema antimissile THAAD degli Stati Uniti in Corea del Sud. Cina e Russia dovrebbero sostenersi con forza nel salvaguardare sovranità, sicurezza e sviluppo, aveva detto il Presidente Xi Jinping al Presidente russo Vladimir Putin al vertice. Evidentemente parlava agli Stati Uniti. La Cina, firmataria della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, ha recentemente perso l’arbitrato sul Mar Cinese Meridionale. Il tribunale dell’Aja trovava che la Cina non aveva alcun titolo storico sulle acque del Mar Cinese Meridionale e che aveva violato i diritti delle Filippine. Pechino ha respinto la sentenza. La Russia non necessariamente sostiene le pretese cinesi, ma sostiene la posizione della Cina sulla controversia sul Mar Cinese Meridionale e si oppone a qualsiasi interferenza di terzi. Secondo il presidente russo, la Cina ha il diritto di non riconoscere la sentenza del tribunale. “Qualsiasi procedimento arbitrale riguarda le parti di una controversia, e un tribunale arbitrale dovrebbe ascoltare argomentazioni e posizioni delle parti in causa. Come è noto, la Cina non è andata presso la Corte di arbitrato dell’Aja e nessuno ha ascoltato la sua posizione. Quindi, come possono tali sentenze essere considerate giuste? Sosteniamo la posizione della Cina sulla questione”, spiegava Putin, osservando anche che “L’intervento di terze potenze non-regionali, a mio parere, è dannoso e controproducente”. Mosca e Pechino non riconoscono il diritto di Washington ad immischiarsi nei loro rapporti con i vicini e in controversie in cui gli Stati Uniti non hanno alcuna relazione. La situazione in Ucraina e la disputa territoriale del Mar Cinese Meridionale hanno molto in comune. Gli Stati Uniti perseguono il contenimento di Russia e Cina. L’obiettivo è evitare che questi Paesi ripristino il loro peso nelle aree d’interesse vitale, per la Russia nello spazio post-sovietico e per la Cina nel Sud Est Asiatico. In Europa, gli Stati Uniti usano l’UE per fare pressioni sulla Russia. In Asia, Washington cerca di sfruttare le contraddizioni tra la Cina e i vicini. Le parole del presidente cinese circa la necessità di sostenersi con forza per salvaguardare sovranità, interessi nella sicurezza e sviluppo indicano un più stretto coordinamento degli sforzi russi e cinesi per contrastare la pressione statunitense, in tale contesto le esercitazioni navali congiunte russo-cinesi si terranno nel Mar Cinese Meridionale. La Flotta del Pacifico della Russia invierà delle navi da guerra nel Mar Cinese del Sud, a partecipare all’esercitazione annuale navale sino-russa denominata Sea Joint 2016, dall’11 al 19 settembre. Cina e Russia hanno tenuto sei esercitazioni navali congiunte dal 2005, con Pechino che prima aveva il ruolo di ospite dal 2012. Nel 2015, entrambi i Paesi svolsero esercitazioni navali e anfibie nel Mar del Giappone, una piccola esercitazione navale nel Mediterraneo e numerosi scambi bilaterali militari. Entrambi i Paesi hanno partecipato a esercitazioni trilaterali e multilaterali sotto l’ombrello della Shanghai Cooperation Organization (SCO). Il riavvicinamento tra Russia e Cina è un vero e proprio incubo per Washington. Gli USA credevano che il rapporto non durasse, ma sbagliarono i calcoli. L’amministrazione Obama si è riorientata dal Medio Oriente alla regione Asia-Pacifico solo per essere contrastata dalle due nazioni leader accomunate dal desiderio di proteggere la sovranità e resistere alla pressione esterna. Mosca è tornata in Medio Oriente. La sua influenza nella regione cresce mentre molte potenze regionali sono frustrate dalla politica degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti si coordinano nella regione con la Russia dopo che i piani per “punire” Mosca in Europa sono ostacolati e il peso degli Stati Uniti in Europa ha iniziato a scemare. Nel Pacifico gli Stati Uniti sfruttano le contraddizioni tra Cina e Giappone e la paura dei vicini verso la Cina che ne subirebbero potenza economica e militare crescenti. Ma non lo fanno tutti gli alleati degli Stati Uniti nel Pacifico. La Russia ha rinvigorito il dialogo con Giappone e Corea del Sud. Prima o poi, li renderà meno dipendenti dagli Stati Uniti.
Questo G20 è stato l’ultimo grande vertice per il presidente degli Stati Uniti, prima di lasciare a gennaio, ma prima che il suo mandato sia finito, Obama dovrebbe partecipare al vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico (APEC) a Lima, in Perù, il 19-20 novembre 2016. Quest’anno l’evento vanterà una rappresentanza ad alto livello pari alla metà degli Stati membri del G20. Il vertice del Pacifico avrà un significato simbolico per il presidente degli Stati Uniti, l’autore del “perno in Asia”, concetto inteso a sviluppare la potenza statunitense nella regione e a contenere la Cina. Mentre il secondo termine si conclude, è chiaro che i piani sono stati irrimediabilmente ostacolati. E’ un segreto di Pulcinella che, da anatra zoppa, il presidente degli Stati Uniti difficilmente sarà al centro dell’attenzione nel prossimo incontro di Lima. Non potrà guidare il processo decisionale. Un nuovo presidente degli Stati Uniti sarà eletto dieci giorni prima del vertice di Lima. La riunione del G20 è stato l’ultimo forum dove avrebbe potuto avere un successo in politica estera, ad esempio accordandosi con la Russia sulla Siria. Sarebbe stato molto importante, ma Obama non c’è riuscito. La politica degli Stati Uniti in Siria va a brandelli, e sarà un’eredità per il nuovo presidente degli Stati Uniti. Non ci sono più speranze riposte sul presidente Obama. Da premio Nobel, Obama non è riuscito a invertire la tendenza e a rendere gli Stati Uniti forti come una volta. Il nuovo presidente degli Stati Uniti muterà il 21° secolo in uno “americano”, come lo fu il 20°? Dato il modo in cui le cose si svolgono negli ultimi anni, è difficile scommetterci. Per usare un eufemismo, tale previsione appare su un terreno infido, in particolare dopo Hangzhou.2016-09-05t094538z_1_lynxnpec840hg_rtroptp_3_g20-china-usa-russiaLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA non riescono a separare l’India dai BRICS

Ekaterina Blinova, Sputnik 06/08/2016

Nonostante la recente operazione simpatia degli Stati Uniti verso l’India, New Delhi ha resistito alla tentazione rimanendo impegnata all’ideale di multipolarità dei BRICS. L’India mantiene relazioni vantaggiose con la Cina, a prescindere dagli “scossoni” nel rapporto, secondo l’analista geostrategico Matthew Maavak. Dopo la visita del segretario della Difesa statunitense Ashton Carter in India, nell’aprile 2016, alcuni dubitarvano che New Delhi valutasse un passaggio all’occidente.putin-and-modiL’offensiva del fascino di Washington
Alcuni esperti si riferiscono ai negoziati USA-India sul Memorandum d’Intesa sullo Scambio Logistico (LEMOA) e alla decisione del Paese d’incrementare la collaborazione bilaterale nella tecnologia per la difesa quali segni della deriva dell’India dai non allineati verso Washington e NATO. LEMOA in realtà è una versione dell’accordo di supporto logistico (LSA) che riguarda il supporto logistico e i servizi tra i militari statunitensi e le forze armate di altri Paesi. “La visita del segretario alla Difesa degli Stati Uniti Ashton Carter in India, la scorsa settimana, era storica, nel senso che l’India non allineata si avvicinava agli USA firmando il memorandum d’intesa sullo scambio logistico” secondo il dott. Dalbir Ahlawat, esperto della sicurezza australiana, in un articolo di aprile per The Interpreter. Da parte sua, Rupakjyoti Borah di The Diplomat scrisse a maggio che “la decisione ‘di principio’ dell’India e degli Stati Uniti” di firmare il LEMOA “è un grande atto di fede“. “Sono finiti i giorni in cui i mandarini della politica estera di New Delhi mercanteggiavano con Washington DC, ritenendo che gli interessi dell’India fossero meglio rispettati restando vicini a Paesi come la Russia e sposando non allineamento e unità del terzo mondo“, pretendeva il giornalista.

La conferenza dei dissidenti cinesi in India
Allo stesso tempo, l’Hindustan Times riferiva che una conferenza dal titolo “Rafforzare la nostra alleanza per fare avanzare il sogno popolare: libertà, giustizia, uguaglianza e pace” organizzata da un gruppo dissidente cino-statunitense si svolgeva a Dharamsala, in India, con non meno di otto dissidenti cinesi presenti all’evento del 28 aprile. L’incidente fu interpretato da alcuni media come l’ennesimo segno del cambio dell’India verso la Cina e i partner dei BRICS. Tuttavia, dipende da come esattamente si collegano i puntini. “In realtà, la supposta inclinazione di New Delhi è una percezione di molto sbagliata. Se l’India si ‘raccorda’ con gli Stati Uniti, perché Mosca e Delhi continuano collaborazioni militari sensibili da tempo pianificate riguardanti trasferimenti di una tecnologia che la Russia non offre ad alcuna altra nazione? Come la Cina; ad esempio il programma Sukhoj PAK-FA/FGFA del caccia stealth di 5.ta generazione, il programma congiunto del missile da crociera ipersonico Brahmos e la preferenza dell’India per l’aereo russo Il-78MD-90A rispetto all’Airbus A-330 per il velivolo multiruolo da trasporto e aerocisterna (MRTT) da 2 miliardi di dollari, tra molti altri esempi“, osserva presso Sputnik Mathew Maavak, analista geostrategico e dottorando in Previsioni della sicurezza presso l’Università Teknologi Malaysia (UTM). Sorprendentemente, il Ministro della Difesa indiano Manohar Parikkar, ad aprile dichiarava categoricamente che il LEMOA si applica soltanto ai rifornimenti di carburante e cibo e non allo stazionamento di militari degli Stati Uniti in India. D’altra parte, “lo svolgimento in India della riunione a Dharamsala di aprile sarebbe stata una reazione al rifiuto della Cina alle Nazioni Unite di bandire i capi terroristi pakistani dei Jaysh-e-Mohammad (JEM) e Jama-ud-Dawah“, ha spiegato Maavak. “Ricordate che l’India alla fine negò il visto a diversi dissidenti cinesi, tra cui il capo uiguro dissidente Dolkun Isa, il manifestante di Piazza Tiananmen residente a New York Lu Jinghua e l’attivista di Hong Kong Wong Ray“, ha detto l’analista a Sputnik. “Fu solo un breve urto retorico nella piena relazione India-Cina“, sottolineava Maavak. L’analista strategico ha sottolineato che chiunque abbia seguito la dinamica India-Cina per decenni avrebbe saputo che le nazioni ricorrono a retorica irascibile di volta in volta, per poi tornare alla normalità. Infatti, il recente incidente nel distretto di confine di Chamoli, nell’Uttarakhand, dove truppe cinesi entrarono in territorio indiano, venne subito minimizzato dal Ministro della Difesa Parrikar quale “trasgressione” piuttosto che “incursione”.

L’India continua ad impegnarsi nel concetto di mondo multipolare
Non ci sono motivi per sospettare fratture tra India e partner dei BRICS. L’India continua a sostenere il concetto di mondo multipolare. “L’India sostiene la multipolarità fin da quando co-fondò il Movimento dei Non Allineati (NAM) nel 1961. L’India rimane l’unico membro fondatore del NAM che promuove attivamente il concetto di mondo multipolare. Non ci sono prove che suggeriscano il contrario“, sottolineava Maavak. Quando si tratta del tanto discusso progetto Nuova Via della Seta della Cina (‘Una Fascia, Una Strada’) l’atteggiamento dell’India è generalmente positivo, sottolineava l’analista. “Penso che sia generalmente positiva. Xi Jinping è stato il primo leader di una grande potenza a visitare l’India nel 2014 dopo che il governo di Narendra Modi fu eletto. Ma l’India può contribuire al progetto Fascia e Strada? Sì, ma in modo più limitato. Ciò comporterà il rilancio della ‘Via delle spezie’ nel vicino estero, costituendo il segmento dell’Oceano indiano della vecchia Via della Seta. In caso contrario, l’India ha più pressanti sfide infrastrutturali da superare in patria, e gli investimenti cinesi sono ancora corteggiati e accolti, nonostante le speculazioni sui media esteri del contrario“, ha detto a Sputnik. Il polverone intorno al potenziale scontro sino-indiano di una parte della stampa occidentale e asiatica, potrebbe essere spiegato dai recenti sforzi degli Stati Uniti d’inasprire le tensioni nel sud-est asiatico nel tentativo di contenere la Cina.Vladimir Putin, Narendra ModiNew Delhi e la sentenza dell’Aia sul Mar Cinese Meridionale
La sentenza della Corte permanente di arbitrato dell’Aia, che ha respinto le rivendicazioni di proprietà della Cina sul Mar Cinese Meridionale. è un’altra mossa volta ad intrappolare Pechino. È interessante notare che, dopo la sentenza, Japan Times chiedeva a New Delhi “di sottolineare le credenziali di potenza globale responsabile” e mostrare sostegno alla decisione dell’Aja. L’organo di stampa osservava che l’India aveva rilasciato una dichiarazione al momento della sentenza senza nominare la Cina, invitando tutte le parti interessate a “risolvere le controversie con mezzi pacifici senza minacciare o usare la forza ed esercitare l’autocontrollo nelle attività che potrebbero complicare o degenerare le controversie su pace e stabilità“. L’affermazione di New Delhi è particolarmente importante alla luce del comunicato congiunto dei Ministri degli Esteri di India, Cina e Russia del 18 aprile. Il comunicato chiedeva di risolvere le dispute territoriali attraverso negoziati tra le parti interessate ed evitando d'”internazionalizzare” le dispute. “Russia, India e Cina sono impegnate a mantenere l’ordine giuridico nei mari e negli oceani secondo i principi del diritto internazionale, riflettendo in particolare nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS). Tutte le controversie relative dovrebbero essere affrontate tramite negoziati ed accordi tra le parti interessate. A questo proposito, i ministri hanno chiesto il pieno rispetto di tutte le disposizioni dell’UNCLOS, così come della Dichiarazione sulla condotta delle parti nel Mar cinese meridionale (DOC) e delle Linee guida per l’attuazione del DOC“, dichiarava il comunicato. Commentando la questione, Maavak ha sottolineato che per quanto riguarda la controversia sul Mar Cinese Meridionale, New Delhi agirà nello spirito del comunicato. “L’India, come la Cina, si considera una civiltà. Sarebbe visto vergognoso ricorrere all’arbitrato internazionale sui propri confini“, osservava. Sembra che Washington non sia ancora riuscita a inserire un cuneo tra l’India e la Cina. Anche se New Delhi ha i propri interessi nel Mar Cinese Meridionale, non aiuta gli Stati Uniti a pattugliare la regione. “Il governo (indiano) prende tutte le misure per garantire la sicurezza marittima. Tuttavia, attualmente, tali misure non includono il pattugliamento congiunto con Marine straniere, compresa degli Stati Uniti. Alcun colloquio ha avuto luogo con gli Stati Uniti su qualsiasi pattugliamento navale congiunto“, ha detto il Ministro della Difesa indiano Manohar Parrikar in una dichiarazione ufficiale del 26 luglio.

India e ASEAN si preoccupano delle esercitazioni sino-russe nel Mar Cinese Meridionale?
Che dire delle prossime esercitazioni militari sino-russe nella regione ? L’India o altri attori dell’ASEAN le considerano una sfida alla sicurezza marittima? “Nessuno nell’ASEAN presta molta attenzione alle esercitazioni militari congiunte russo-cinesi, così come non presta molta attenzione a molte altre esercitazioni, abbastanza normalo in questa regione e altrove. Gli asiatici, in generale, prestano molta più attenzione ad investimenti e accordi commerciali“, osservava Maavak. “Perché qualsiasi entità, fatta eccezione ai selvaggiamente speculativi media occidentali, si farebbe indebitamente perturbare dalle esercitazioni russo-cinesi? La Cina era offesa o turbata quando tre, non una, esercitazioni militari russo-indiane venivano annunciate da Sputnik il 28 aprile? Erano le esercitazioni Indra-Neva-2016, AviaIndra-2016 e Indra-2016“, ha detto l’analista a Sputnik. Indipendentemente dagli sforzi di Washington per attrarre l’India nella sua duplice politica, New Delhi evita le trappole dell’occidente e continua ad impegnarsi verso i concetti di sovranità, non allineamento e sicurezza regionale.i3RsSiIHjFq0Mathew Maavak è un dottorando in Previsione della sicurezza presso l’Università Teknologi Malaysia (UTM). È collaboratore della CCTV cinese su questioni geostrategiche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come l’IAF dominò i cieli nella guerra di Kargil

Rakesh Krishnan Simha RBTH 26 Luglio 2016

Con i suoi potenti caccia MiG-29 che spazzarono via gli F-16 pakistani, gli aviogetti MiG-21, MiG-27 e Mirage-2000 dell’Indian Air Force poterono devastare impunemente le posizioni militari pakistane nel conflitto del 1999.20060824163942Mig 29 IN FORMATIONL’India fu a pochi minuti dal bombardare il Pakistan il 13 giugno 1999, durante la guerra di Kargil. L’Indian Air Force aveva schierato 16 aerei da caccia, per lo più MiG, per effettuare attacchi in profondità nel territorio nemico. Anche se l’ordine di attraversare la linea di controllo (LoC) nel Kashmir non fu mai dato dalla leadership politica, l’IAF poté infliggere danni considerevoli alle forze pakistane durante le operazioni entro il proprio spazio aereo. L’impiego dell’IAF contro le posizioni dell’esercito pachistano sille cime himalayane di 6000 metri, senza precedenti nella storia della guerra aerea, ottenne tre obiettivi principali: assicurò una rapida vittoria indiana, demoralizzò l’esercito pachistano e mostrò i limiti della deterrenza nucleare. Grazie alla superiorità aerea raggiunta dalla IAF nella guerra, e poi durante il confronto sul confine nel 2002, “la psiche della Pakistan Air Force subì un grave colpo“, dice un rapporto di Strategy Page. Mentre numerosi aerei dell’ IAF parteciparono alla campagna di Kargil, la copertura fu garantita da MiG-29 Fulcrum armati di missili a guida oltre il campo visivo (BVR) svelando la situazione della PAF. “Le analisi di esperti pachistani rivelarono che quando succedeva, la PAF semplicemente si rifiutava di svolgere qualsiasi sostegno all’esercito del Pakistan, facendolo arrabbiare“, dice il rapporto. Fig1-490Mentre i caccia della PAF compivano il Combat Air Patrol (CAP) durante il conflitto, rimanevano nello spazio aereo pakistano. In più occasioni, i MiG-29 della IAF armati con i mortali missili aria-aria BVR R-77 poterono agganciare gli F-16 della PAF costringendoli a disimpegnarsi. In assenza di una minaccia dalla PAF, l’IAF poté compiere numerosi attacchi devastanti sulle posizioni degli infiltrati e le loro linee di rifornimento“. La situazione cambiò poco durante la crisi sul confine tra India e Pakistan nel 2002. Strategy Page aggiunge: “Un esperto militare pakistano osservò che l’incapacità percepita della PAF di difendere lo spazio aereo del Pakistan e anche di poter contrastare l’IAF, fu ciò che convinse i leader del Pakistan che qualsiasi attacco indiano avrebbe comportato un attacco nucleare immediato del Pakistan. Non sarebbe esagerato dire che dopo Kargil e il 2002, la psiche della PAF sia stata devastata”. Nel rapporto “Il potere aereo a 6000 metri: la IAF nella guerra di Kargil“, pubblicato dal Carnegie Endowment for International Peace nel 2012, Benjamin Lambeth spiega dettagliatamente come l’IAF abbia sconfitto esercito e aeronautica del Pakistan: “Durante la campagna, ogni volta che le operazioni di ricognizione o attacco al suolo della IAF erano in corso nella zona di combattimento, il Western Air Command assicurava che MiG-29 o altri caccia fossero in volo sulle aree di pattugliamento aereo operativo sulle zone di combattimento nel lato indiano della LoC, fornendo supporto aereo contro ogni tentativo della PAF d’intervenire nel ruolo di attacco al suolo. Gli F-16 della PAF generalmente si mantenevano alla distanza di sicurezza di 10 – 20 miglia sul lato pakistano della LoC, anche se di tanto in tanto si avvicinavano a meno 8 miglia di distanza dalle operazioni a terra“. Lambeth cita il Maresciallo dell’Aria Vinod Patney, l’allora capo del Western Air Command:Credo che la mia insistenza ad imporre il CAP su tutta (l’area di responsabilità del comando) su diverse altezze e momenti indicasse di essere pronti ad ampliare il conflitto. Fu come gettare un guanto, ma non fu raccolto“. Anche se i caccia dell’IAF non si scontrarono mai con gli F-16 della PAF per via delle limitazioni imposte dal governo di Atal Bihari Vajpayee affinché le forze indiane non attraversassero la LOC, anni dopo il capo della IAF, Anil Tipnis, ricordò di aver “personalmente autorizzato i piloti da caccia della sua scorta ad inseguire qualsiasi aereo pakistano oltre la LoC, nel caso d’inseguimento dopo che i piloti venivano impegnati in combattimento da caccia nemici“.A four aircraft Box Formation flown by Mig-21 FL during a rehearsel ahead of the phasing-out of the iconic fighter jets on Dec 11, 2013.Operazione Vijay
Quando un aereo da ricognizione dell’IAF fu colpito da un missile antiaereo spalleggibile Anza lanciato da un intruso pakistano, l’IAF lanciò l’Operazione Vijay per ripulire le vette himalayane. Nelle prime ore del 26 maggio 1999. sei attacchi in successione per opera di caccia MiG-21, MiG-23 e MiG-27, furono lanciati contro le posizioni degli intrusi, i depositi di materiale e le linee di approvvigionamento nelle zone di Dras, Kargil e Batalik. Lo squadrone di MiG-21bis di Srinagar fu raggiunto da altri squadroni di MiG-21M, MiG-23MLD e MiG-27ML, mentre squadroni addizionali di MiG-21MF e MiG-29 furono schierati a nord di Avantipur. Mentre i MiG-29 tenevano a bada gli F-16, gli altri velivoli dell’IAF effettuavano le sortite a terra.

Guerra di logoramento: come l’IAF disarmò la PAF
Un esempio di Jugaad indiano, o improvvisazione, fu l’uso di cronometri e ricevitori GPS palmari negli abitacoli dei piloti dei MiG-21 privi di sofisticate suite di navigazione di bordo. Secondo Prasun K. Sengupta, in “Mountain Warfare and Tri-Service Operations“, un’altra tecnica innovativa sviluppata dall’IAF nella campagna fu la selezione dei punti d’impatto delle armi in modo da creare frane e valanghe che coprissero le linee di rifornimento degli intrusi. Il Maresciallo dell’Aria Patney disse che uno dei piloti più giovani decise di portarsi una piccola videocamera sul caccia e di filmare l’area interessata in modo che un rapporto della ricognizione fosse a disposizione immediatamente e su ampia scala. In un altro esempio, l’IAF impiegò il MiG-25R, che vola normalmente a 25000metri, a media quota, migliorando la risoluzione delle immagini, qualcosa che i progettisti russi del velivolo non pensavano fosse possibile.KP355-03.0Attacchi laser
Tuttavia, MiG-21, MiG-23 e MiG-27, senza armi moderne, non ebbero un impatto significativo sulle difficilmente rintracciabili posizioni nemiche. I piloti di MiG-23 e MiG-27 compirono bombardamenti in picchiata da manuale, ma tale tattica non era adatta all’atmosfera rarefatta dell’Himalaya. A questo punto, l’IAF introdusse il Mirage-2000H dotato di pod ognitempo per impiegare le bombe a guida laser. Il 24 giugno, 2 Mirage-2000H, nel primo impiego in combattimento di bombe a guida laser dell’IAF, colpirono e distrussero un bunker del comando della Fanteria Leggera del Nord. Secondo Lambeth, “Per tale attacco fondamentale, l’IAF attese che l’accampamento divenisse tale da renderlo strategicamente importante quale bersaglio“. L’IAF affermò alla fine del 1999 di aver causato ben 300 vittime tra i nemici in pochi minuti. L’intercettazione radio dell’intelligence indiana rivelò gravi carenze di razioni, acqua, medicine e munizioni, così come l’incapacità delle unità nemiche occupanti ad evacuare i feriti, scrive DN Ganesh su “Indian Air Force in action“. Come indicato nei manuali dell’USAF, “il potere aereo produce shock fisico e psicologico dominando la quarta dimensione del tempo. Il risultati dello shock sono confusione e disorientamento“. Allo stesso tempo, l’esercito indiano spazzava via le posizioni pakistane con l’artiglieria pesante. La raffica continua di bombe che esplodevano intorno giorno e notte ebbe un effetto devastante sugli intrusi pachistani. L’efficacia delle operazioni dell’IAF può essere misurata dal ministro degli Esteri del Pakistan Sartaj Aziz precipitarsi a New Delhi il 12 giugno, implorando l’India affinché “fermasse gli attacchi aerei“. Non si può essere più disperati di così.

Fine dei giochi
Tuttavia, l’affermazione più significativa sulla guerra fu fatta dal Ministro della Difesa indiano George Fernandes. Nel gennaio 2000 osservò che precipitando la guerra di Kargil, il Pakistan “non aveva capito il vero significato della nuclearizzazione, che può impedire l’uso delle armi nucleari ma non la guerra“.IAF_MiG_27Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina sconvolge l’ordine finanziario mondiale

Primo incontro della Banca asiatica per gli investimenti in infrastrutturali
Ariel Noyola Rodríguez, economista laureatosi presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM)shutterstock_266572730Nel primo incontro annuale della Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali (AIIB) tenutasi a Pechino, i cinesi hanno rivelato l’intenzione di avere la leadership mondiale del finanziamento delle infrastrutture. Entro quest’anno, è probabile che l’AIIB accoglierà più di 100 Paesi aderenti permettendo di divenire il primo istituto di credito multilaterale controllato dai più importanti Paesi emergenti nella storia. Tuttavia, l’AIIB ancora deve decidere se abbandonare il dollaro, perché solo così l’egemonia degli Stati Uniti sulla finanza internazionale sarà colpita a morte.
La Cina supera gli Stati Uniti nel finanziamento delle infrastrutture globali. La finanza internazionale è in via di trasformazione, nonostante la forte opposizione della cupola del potere statunitense. L’anno scorso, a Washington, alti funzionari cercarono di sabotare l’avvio della Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali (AIIB), fallendo. In realtà, chi appariva un presunto fedele alleato del governo degli Stati Uniti, come Germania, Francia, Italia e Regno Unito, alla fine decise di aderire al nuovo istituto di credito multilaterale promosso da Pechino. Il presidente Barack Obama non poteva concepire che in pochi mesi l’AIIB avesse l’appoggio di oltre 50 Paesi. Senza dubbio, la Cina precipita il declino mondiale degli USA. Nell’aprile 2015, Larry Summers, segretario al Tesoro del presidente Bill Clinton, disse che la riuscita convocazione dell’AIIB rappresenta uno degli episodi più drammatici per l’egemonia degli Stati Uniti: “Il mese scorso può essere ricordato come quello in cui gli Stati Uniti persero il ruolo di garante del sistema economico globale” (1).

Pechino rinvia la grande offensiva contro il dollaro
Tuttavia, finora la Cina ha agito con estrema cautela. Così, quasi tutti i Paesi del gruppo dei 7 (G-7 formato da Germania, Canada, Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone e Regno Unito) salutarono l’avvio dell’AIIB. Tuttavia, se è vero che la straordinaria attrattiva di Pechino mina l’influenza di Washington nel finanziamento delle infrastrutture globali (2), l’AIIB è riluttante ad abbandonare il dollaro. Anche se molti specularono (3) sui prestiti dell’AIIB denominati in yuan, o forse in valuta locale, ad oggi i crediti sono emessi nella valuta statunitense. Inoltre, si noti che dei quattro prestiti approvati nei primi sei mesi di quest’anno, pari a 509 milioni di dollari, tre sono legati a progetti d’investimento assieme alle istituzioni del vecchio ordine finanziario mondiale, costruito ad immagine degli USA dopo la seconda guerra mondiale. A mio avviso, i cinesi vogliono approfittare delle scorte che hanno investito nelle Banca mondiale e Banca asiatica di sviluppo, nonché sulle eccellenti relazioni stabilite con l’Europa. Attualmente l’AIIB finanzia un programma di miglioramento residenziale in Indonesia, attraverso un prestito di 216,5 milioni di dollari assieme alla Banca mondiale; la costruzione dell’autostrada in Pakistan da 100 milioni avviene in collaborazione con la Banca asiatica di sviluppo e il dipartimento per lo Sviluppo Internazionale del Regno Unito; un prestito di 27,5 milioni di dollari, finanziato assieme alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, viene utilizzato per aggiornare un’autostrada in Tagikistan; l’elettrificazione di aree rurali del Bangladesh, attraverso un prestito di 165 milioni, è l’unico progetto che l’AIIB attua in modo indipendente.

La vocazione globale dell’AIIB
Tuttavia, la nascita dell’AIIB è una svolta nella storia delle istituzioni di credito multilaterali, essendo la prima (oltre alla nuova banca di sviluppo dei Paesi BRICS) in cui le economie emergenti sono i principali azionisti (4). I contributi economici delle tre potenze orientali dei BRICS sono schiaccianti: la Cina col 29,78%, seguita dall’India coll’8,36% e dalla Russia col 6,53%. Al contrario, i 20 partner non-regionali dell’AIIB contribuiscono solo per un quarto sul capitale autorizzato da 100 miliardi di dollari (5). In un primo momento, AIIB fu concepita per finanziare soprattutto i Paesi asiatici, tuttavia sembra che la Cina preveda di trasformarla in istituto dalla vocazione globale, riunendo le aspirazioni di tutte le economie emergenti (6). In questa prospettiva, alla cerimonia di apertura del primo vertice annuale a Pechino di giugno, il presidente dell’AIIB, il cinese Jin Liqun, annunciava che si valutava l’adesione di altri 24 Paesi (7). In America Latina, Cile, Colombia e Venezuela sono candidati; in Africa hanno presentato la candidatura Algeria, Libia, Nigeria, Senegal e Sudan. Si evidenzia anche la candidatura del Canada che insieme a Messico e Stati Uniti fa parte dell’Accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA); in Europa, Cipro, Grecia e Irlanda sono estremamente interessate. Se tutto fila come finora, é possibile che entro quest’anno l’AIIB accolga più di 100 Paesi (8), cioè avrà almeno 34 aderenti in più rispetto alla Banca asiatica di sviluppo, anche se rimarrà lontana dai 183 Paesi aderenti alla Banca mondiale.

Optando per un mondo multipolare
L’AIIB ha molti compiti d’assolvere. Anche se la regione asiatica ha registrato elevati tassi di crescita del prodotto interno lordo (PIL) negli ultimi due decenni, non è riuscita ad avere un sistema infrastrutturale di primo piano. Sultan Ahmad al-Jabir, ministro degli Emirati Arabi Uniti, ha rivelato che in Asia-Pacifico quasi 1500 milioni di persone non hanno servizi igienici di base, 260 milioni non hanno accesso all’acqua potabile e almeno 500000 non hanno la luce nelle loro case (9). In conclusione, il primo vertice annuale dell’AIIB mostra la determinazione della Cina a farsi sentire nella ‘Serie A’ della finanza internazionale. Nella costruzione della nuova “Via della Seta” (10), l’AIIB è un potente contrappeso all’influenza geo-economica di Stati Uniti e Giappone nella regione asiatica. Tuttavia, per accelerare la costruzione dell’ordine mondiale multipolare è fondamentale che i manager dell’AIIB finalmente si decidano a rottamare il dollaro e, soprattutto, a non abbandonare mai la promessa di migliorare le condizioni di vita dell’umanità.20150416_CNDY_omPrintsite_BSECT_HKG-BRO_BUS_005_017_omSpread-017Note
1. “Time US leadership woke up to new economic era“, Lawrence Summers, Financial Times, 5 aprile 2015.
2. “The AIIB: The infrastructure of power“, The Economist, 2 luglio 2016.
3. “China seeks role for yuan in AIIB to extend currency’s global reach“, Cary Huang, The South China Morning Post, 14 aprile 2015.
4. “Beijing, el crepúsculo asiático post-Bretton Woods“, Ariel Noyola Rodríguez, Red Voltaire, 1 novembre 2014.
5. “Asian Infrastructure Investment Bank: Articles of Agreement“, Asian Infrastructure Investment Bank.
6. “President’s Opening Statement 2016 Annual Meeting of the Board of Governors Asian Infrastructure Investment Bank“, Asian Infrastructure Investment Bank, 25 giugno 2016.
7. “AIIB expansion plans underscore China’s global ambitions“, Tom Mitchell, Financial Times, 26 giugno 2016.
8. “AIIB will have 100 countries as members by year-end: Jin Liqun“, Li Xiang, China Daily, 31 maggio 2016.
9. “The AIIB has been designed to benefit all“, Sultan Ahmad al-Jabir, China Daily, 25 giugno 2016.
10. “China’s AIIB seeks to pave new Silk Road with first projects“, Tom Mitchell & Jack Farchy, Financial Times, 19 aprile 2016.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora