Yemen, un’altra guerra wahhabita-atlantista

Alessandro Lattanzio, 27 marzo 2015 CBDYxqRUkAEV4yCI media, sia ufficiali che ‘alternativi’, affermano che Ryadh avrebbe schierato 150000 soldati ai confini dello Yemen; ma le forze armate saudite contano 75000 militari nell’esercito; 34000 nell’aeronautica; 15500 nella marina e 100000 membri della Guardia nazionale saudita (contando 25000 riservisti mobilitabili in caso di emergenza), e ciò senza badare al fatto che le forze saudite devono presidiare i confini con Iraq, Giordania, Quwayt, Qatar e sorvegliare le regioni a maggioranza sciita dell’Arabia Saudita che si affacciano sul Golfo Persico, e ancora senza contare i militari e gli agenti dell’intelligence sauditi attivi in Siria e Iraq al fianco dei terroristi islamisti che sponsorizzano. Ma le cause dell’intervento aereo saudita nello Yemen, che va ricordato ha una popolazione superiore a quella dell’Arabia Saudita, vanno ricercate più che altro nel tentativo di Ryadh di sabotare un eventuale accordo Iran-USA sul programma elettronucleare di Tehran, che dovrebbe essere firmato entro il 31 marzo 2015. Tale indizio potrebbe svelare anche la vera natura del crollo dei prezzi mondiali del petrolio, istigato da Ryadh per contrastare l’ascesa del petrolio di scisto sul mercato statunitense, piuttosto che per condurre una guerra petrolifera contro Iran, Russia e Venezuela per conto di Obama. Difatti l’Arabia Saudita ha scoperto di aver perso 18 miliardi di dollari negli ultimi mesi. Quindi, è probabile che Ryadh imbastisca una sorta di ‘Guerra fasulla’ contro Sana, non avendo risorse finanziarie e umane per attuarne una vera. L’esercito saudita, inoltre, soprattutto per quanto riguarda specialisti come carristi, artiglieri, tecnici, meccanici, ecc., è composto da mercenari pakistani, giordani o egiziani che prestano servizio per conto di Raydh, dato che la monarchia wahhabita teme e diffida della propria popolazione, concedendo accesso alle armi solo gli elementi tribali più fidati o corruttibili. La natura di tale guerra fasulla è stata compresa per primo dal presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi, che in cambio dell’espressione di solidarietà ai principini wahhabiti terrorizzati e di una parata navale egiziana sul Mar Rosso, raccoglierà dai sauditi e dalle petro-monarchie del Golfo quei dividendi finanziari per il programma di rilancio economico dell’Egitto.
Nel 2009 l’esercito saudita combatté contro le tribù yemenite al confine saudita-yemenita, in tre mesi i sauditi persero almeno 133 uomini e la guerra. Ai primi di marzo i sauditi chiesero truppe al Pakistan per combattere contro il movimento yemenita Anasarullah, ma il Pakistan respinse la richiesta. Il 19 marzo un commando della Polizia guidato da un generale fedele all’ex Presidente Salah attaccava l’aeroporto di Aden, provocando 13 morti, e lo stesso giorno, il palazzo ‘presidenziale’ di Aden veniva bombardato da 2 velivoli non identificati. Il 20 marzo, 5 attentatori del ‘Wilayat Sana‘ del SIIL, si fecero esplodere presso due moschee zaydite di Sana, uccidendo 126 persone e ferendone altre 250. Il 21 marzo l’esercito yemenita liberava la terza città dello Yemen, Taiz, mentre gli USA evacuavano le restanti proprie forze speciali dal Paese. Il 24 marzo l’esercito yemenita liberava la città di Huta, capitale della provincia di Lahj, espelleva i taqfiri dalla città di Shariha e liberava al-Qarsh, a 50 chilometri dalla provincia di Aden. Inoltre, l’esercito yemenita e i comitati popolari si scontravano con miliziani dell’ex-presidente uscente Abdarabu Mansur Hadi nella provincia di Bayda, provocando 30 morti. Nel frattempo, scontri infuriavano a Marib, ad est di Sana, dove avanzavano le truppe dell’esercito. Hadi cercava di consolidare la sua base di potere ad Aden tentando d’innescare la guerra civile, dopo aver rovesciato l’accordo nazionale firmato da vari partiti ed invocato l’intervento militare delle Nazioni Unite, ma gli ufficiali del Comitato Supremo per la preservazione delle forze armate e di sicurezza yemenite respingevano l’idea di un’ingerenza straniera, “Esprimiamo il nostro rifiuto totale e assoluto a qualsiasi interferenza esterna negli affari dello Yemen, sotto qualsiasi pretesto, con qualsiasi forma e da qualsiasi parte. Tutti i membri delle forze armate e di sicurezza, tutti i figli del fiero popolo dello Yemen e tutti i suoi componenti affronteranno con tutte le forze ed eroismo qualsiasi tentativo di danneggiare la pura terra della Patria, la sua indipendenza e sovranità, o di minacciarne unità ed integrità territoriale”. Il leader dello Yemen e del movimento Ansarullah, Abdalmaliq al-Huthi, dichiarava che l’Arabia Saudita, “nostra sorella maggiore, non rispetta gli yemeniti e vuole imporre qui, nello Yemen, gli eventi e le divisioni avutisi in Libia”.
Il 25 marzo l’Arabia Saudita schierava una task force al confine con lo Yemen, dopo che l’esercito yemenita aveva liberato la base aera di al-Anad e la città di Aden, roccaforte dell’ex-presidente Abdarabu Mansur Hadi, fuggito in Oman, mentre l’ex-ministro della Difesa, generale Mahmud Subayhi, veniva arrestato. L’esercito yemenita, sostenuto dai comitati popolari, controllava Aden compresi aeroporto e palazzo presidenziale, e si dirigeva verso il governatorato di Abyan per liberarlo dai taqfiriti. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Quwayt evacuavano i consolati ad Aden. Nel frattempo gli Stati Uniti inviavano 3000 militari al largo del Quwayt per le esercitazioni Eagle Resolve 2015 che si svolgevano con la partecipazione di forze di terra, mare e aeree di diverse nazioni, che includevano operazioni di sbarco anfibio e navali e che si chiudevano “con un seminario tra i comandanti per discutere questioni d’interesse regionale”. “L’esercitazione non è intesa come un segnale all’Iran“, affermava il CENTCOM, “Se c’è un messaggio, è che tutti i partecipanti hanno interesse nella sicurezza regionale. E’ importante sottolineare che si tratta di un’esercitazione periodica, pianificata da più di un anno. L’obiettivo è il rafforzamento di funzionalità utili per una vasta gamma di scenari per preservare e rafforzare la sicurezza regionale, con operazioni simulate contro un avversario immaginario“. Eppure, il 21 marzo l’ex-direttore della CIA, l’ex-generale David Petraeus, aveva definito l’Iran la peggiore grande minaccia alla stabilità regionale. Il 25 marzo, alle 19:00, i sauditi effettuavano bombardamenti aerei su Sana, capitale dello Yemen, uccidendo 18 civili; mentre il presidente degli USA Obama autorizzava il supporto logistico e d’intelligence alle operazioni del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) contro lo Yemen, confermando che Washington agiva in stretta cooperazione con Hadi, i sauditi e il GCC nell’operazione militare. L’operazione saudita “Resolute Storm” contro lo Yemen fu decisa dal re saudita Salman bin Abdalaziz e dal principe Muhamad Salman bin Abdalaziz, che comanda l’operazione. Prima di lanciare l’operazione, l’Arabia Saudita aveva chiesto il sostegno del Consiglio di cooperazione del Golfo. Cacciabombardieri F-15S della Royal Saudi Air Force, decollati dalla base di Qamis Mushayt, bombardarono l’aeroporto della capitale, la base aerea al-Dulaymi, distruggendo 1 elicottero Agusta-Bell AB.412, 1 elicottero UH-1H e 1 aereo da trasporto militare CN-235, gli ultimi due forniti allo Yemen dagli USA; le difese aeree di Sana, tra cui 1 batteria di missili antiaerei (SAM) S-125, 3 batterie di SAM S-75 e 2 di SAM 2K12; e un deposito nella base della 4.ta e della 5.ta Brigata della Guardia Repubblicana, sulla collina Faj Atan presso Sana, che ospitava missili tattici R-17 Elbrus (Scud-B) e 10 relativi veicoli di lancio (TEL). Ma i sauditi perdevano almeno un aereo, un cacciabombardiere F-15S, i cui piloti venivano salvati da un elicottero HH-60 statunitense decollato da Gibuti. I sauditi avrebbero schierato 100 velivoli per le operazioni contro lo Yemen, mentre UAE ne avrebbe schierato 30, Bahrayn e Quwayt 15, Qatar 10, Giordania e Marocco 6, Sudan 3. Secondo fonti yemenite, erano stati abbattuti 2 aerei della Royal Saudi Air Force (RSAF) e 2 degli United Arab Emirates Air Force (UAEAF).

Aeroporto al-Dulaymi, carcasse di un AB-204 e di un Huey II

Aeroporto al-Dulaymi, carcasse di un AB-204 e di un Huey II

Nel frattempo, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Qatar, Quwayt dichiaravano di aver “deciso di cacciare le milizie Huthi, al-Qaida e lo Stato islamico dal Paese” e di voler “proteggere e difendere il governo legittimo” dell’ex-presidente Abdarabu Mansur Hadi. I leader di Ansarullah denunciavano l’aggressione saudita e avvertivano che trascinava l’intera regione del Golfo in un conflitto. “E’ un’aggressione allo Yemen e l’affronteremo coraggiosamente“, dichiarava Muhamad al-Buqayti dell’ufficio politico di Ansarullah, “le operazioni militari trascineranno la regione in guerra“. Decine di migliaia di yemeniti manifestavano a Sana contro l’intervento saudita. Il 27 marzo, i sauditi attaccavano la base e i radar della 2.nda Brigata aerea di Sana e la città di Saada. Almeno 39 civili erano stati uccisi dagli attacchi aerei sauditi, mentre l’esercito yemenita conquistava la città di Shaqra, a 100 km ad est di Aden, sul Mar Arabico. Abdurabu Mansur Hadi affermava che gli attacchi aerei sauditi dovevano continuare fino a quando Ansarullah non si arrenderà, definendolo “fantoccio dell’Iran” accusando la Repubblica islamica di averlo cacciato dal potere. Mentre il re saudita Salman dichiarava che l’operazione militare continuerà “fino quando non raggiungerà gli obiettivi e il popolo dello Yemen la sicurezza“. Il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi dichiarava che il mondo arabo affronta delle “gravi sfide, ha una responsabilità enorme, pesante e gravosa“. L’ex-presidente dello Yemen Ali Abdullah Salah dichiarava, sollecitando la fine delle incursioni aeree e degli scontri a terra, che gli attacchi aerei “non risolveranno nulla. Invito il popolo yemenita a fermare qualsiasi scontro armato ovunque nello Yemen“. La Turchia saluatva l’intervento saudita mentre l’Iran chiedeva “l’immediata cessazione di tutti gli attacchi militari ed aerei contro lo Yemen e il suo popolo“. Il suo ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif, a Losanna, nel contesto dei negoziati nucleari, avvertiva i Paesi occidentali dal sostenere l’Arabia Saudita nello Yemen, garantendo al contempo che ciò non avrebbe avuto alcun effetto sulla questione nucleare.
I senatori statunitensi John McCain e Lindsey Graham dichiaravano “L’Arabia Saudita ed i nostri partner arabi meritano il nostro sostegno cercando di ristabilire l’ordine in Yemen, caduto nella guerra civile. Comprendiamo perché i nostri partner saudita ed arabi sentano il dovere d’intervenire. La prospettiva di gruppi radicali come al-Qaida, così come dei militanti filo-iraniani, che trovano rifugio al confine con l’Arabia Saudita andava oltre ciò che i nostri partner arabi potessero sopportare. La loro azione deriva anche dalla percezione del disimpegno statunitense dalla regione e dall’assenza di leadership degli Stati Uniti. Un Paese che il presidente Obama ha recentemente elogiato come modello dell’antiterrorismo è ormai finito in un conflitto settario e una guerra per procura regionale minaccia d’inghiottire il Medio Oriente. Quel che è peggio, mentre i nostri partner arabi conducono raid aerei per fermare l’offensiva degli agenti iraniani in Yemen, gli Stati Uniti conducono attacchi aerei in sostegno dell’offensiva degli agenti iraniani a Tiqrit. Questo è bizzarro quanto fuorviante… altro tragico caso di direzione estera”. Dal 2007 il Pentagono aveva consegnato armamenti ed equipaggiamenti allo Yemen del valore di 65 milioni di dollari: 1,25 milioni di proiettili, 400 fucili d’assalto M4, 200 pistole Glock, 300 visori notturni, 250 giubbotti antiproiettile, 2 motovedette, veicoli, 4 elicotteri UH-1H Huey II, 3 aerei da collegamento, 4 droni, rilevatori di esplosivi Joint Improvised Explosive Device Defeat Organization (JIEDDO), sistemi di rilevamento termico OASYS e sistemi per la visione notturna CNVD-T Clip-On. Il Pentagono ammetteva che tali armi ed equipaggiamenti “dobbiamo presumerli completamente compromessi e perduti“. Il movimento Ansarullah aveva occupato molte basi militari yemenite di Sana e Taiz, e la base aerea di al-Anad, sede delle unità antiterrorismo addestrate dai militari statunitensi. Pentagono e CIA avevano fornito assistenza attraverso programmi classificati, rendendo difficile sapere esattamente la cifra spesa per gli aiuti militari allo Yemen. Nel 2011, l’amministrazione Obama sospese gli aiuti e ritirò i consiglieri militari statunitensi quando l’allora presidente Ali Abdullah Salah si oppose alla ‘Primavera araba’. Il programma riprese nel 2012, quando Salah fu sostituito dal suo vicepresidente Abdarabu Mansur Hadi, imposto da Washington. Sana aveva ricevuto dagli USA equipaggiamenti vecchi e scadenti come i 160 fuoristrada Humvees privi dei pezzi di ricambio, l’aereo-cargo CN-235, che prima di essere consegnato rimase per un anno in un deposito in Spagna, sottolineando la mancanza di entusiasmo dello Yemen nel ricevere l’aereo, o i 4 vecchissimi elicotteri Bell Huey II, rimasti quasi sempre a terra mentre la YAF (Aeronautica yemenita) preferiva utilizzare gli elicotteri russi Mi-171Sh, più adatti al compito. Secondo gli ufficiali degli Stati Uniti attivi nello Yemen, le forze armate locali erano riluttanti a combattere al-Qaida, e tutte le unità yemenite addestrate dagli Stati Uniti erano comandate da parenti stretti di Salah. Anche dopo la sua rimozione, molte di tali unità restavano fedeli a Salah e alla sua famiglia. Il figlio dell’ex-presidente, Ahmad Ali Salah, a febbraio aveva saccheggiato un arsenale della Guardia repubblicana, trasferendo le armi in una base presso Sana controllata dalla famiglia Salah, tra cui migliaia di fucili d’assalto M-16 fabbricati negli Stati Uniti, decine di autoveicoli Humvee e Ford, pistole Glock. Ansarullah inoltre, dopo aver rilevato l’Ufficio della Sicurezza nazionale dello Yemen a Sana, che aveva strettamente collaborato con la CIA in varie operazioni antiterrorismo, aveva accesso ai documenti segreti sulle operazioni antiterrorismo degli USA, compresi nomi e posizioni dei loro agenti ed informatori. Molti funzionari statunitensi e yemeniti accusavano Salah di cospirare con il movimento Ansarullah, quindi su ordine di Washington, nel novembre 2014, le Nazioni Unite imposero sanzioni all’ex-presidente Salah e ai due leader di Ansarullah.CBAaLuSXEAA-NbOIl 22 gennaio, dopo che l’ex-presidente Abdurabu Mansur Hadi e il suo gabinetto si dimisero, il Comitato supremo per la sicurezza di Aden invitava le forze armate ad ignorare gli ordini di Sana e a restare fedeli alle autorità locali. Lo stesso giorno, il movimento Hiraqi al-Janubi chiedeva la separazione delle province di Aden e Hadramaut. In effetti, nello Yemen del Sud erano nati, nel 2007, i Comitati popolari meridionali (SPC) che avevano ricevuto dall’USAID 695000 dollari, contemporaneamente il Centro per i diritti umani dello Yemen aveva ricevuto 193000 dollari da ‘fondazioni’ europee e degli Stati Uniti. Un altro progetto finanziato dall’USAID per 43 milioni di dollari era il Progetto per un Governo Responsabile (RGP), che dal maggio 2010 aveva “addestrato giovani leader ai nuovi Social Media per permettere a gruppi giovanili yemeniti l’uso dei media per migliorarne la partecipazione nella formulazione delle questioni pubbliche, concentrandosi su creazione di leadership e formazione nell’educazione civica delle ONG giovanili”. Inoltre, sempre l’USAID finanziava nel 2012 il progetto da 3,58 milioni di dollari Promuovere la Gioventù all’Impegno Civico (PYCE), per addestrare i giovani di Aden “nel PACA (formazione delle attività politica), pronto soccorso, autodifesa, fotografia, calligrafia e competenze mediatiche“. Il programma fu sospeso dopo che l’ex-presidente Hadi era salito al potere. Dopo la fallita ‘primavera araba’ del 2011, gli SPC assunsero compiti militari; il 4 giugno 2012 un comandante dei Comitati Popolari disse a Yemen Times che il gruppo combatteva contro Ansar al-Sharia al fianco del governo di Hadi. Ma il 23 settembre 2014, due giorni dopo che Ansarullah era entrata a Sana, SPC invitava i militari a “svolgere il loro ruolo storico nel garantire sicurezza e proprietà delle persone, preservando la rivoluzione, massimo risultato raggiunto dal popolo yemenita“, e contemporaneamente chiedeva la separazione dello “Stato del Sud Arabia”; quindi dal marzo 2105, gli SPC combattono contro Ansarullah.
Il 26 marzo, il ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqry dichiarava che l’Egitto si coordinava con i sauditi riguardo lo Yemen e sospendeva i voli civili per Sana. Nel 2014 l’Egitto svolse un ruolo importante nel conflitto tra GCC e l’asse Qatar-Turchia. Il 24 marzo, l’ex-ministro degli Esteri yemenita Riyad Yassin aveva chiesto all’Egitto di agire velocemente per controllare lo stretto di Bab al-Mandab, per evitare che Ansarullah ne prendesse il controllo. Shuqry nelle ultime settimane aveva più volte avvertito delle gravi preoccupazioni dell’Egitto sulla situazione nello Yemen. Infine il Presidente Abdalfatah al-Sisi dichiarava “In risposta all’appello dello Yemen e in linea con la decisione dal Consiglio di cooperazione del Golfo a sostegno della legittimità del popolo yemenita sotto la presidenza di Abdarabu Mansur Hadi, e sulla base dell’accordo arabo di difesa comune, è inevitabile per l’Egitto prendersi le responsabilità e rispondere all’appello del popolo yemenita per riportare stabilità ed identità araba“. Mentre i ministri degli Esteri arabi avevano una riunione a Sharm al-Shayq, 4 navi della marina militare egiziana si dirigevano verso il Golfo di Aden, avendo l’Egitto dichiarato in precedenza che avrebbe usato tutti i mezzi possibili per proteggere Bab al-Mandab. Ma il portavoce di Anasrullah Muhamad Abdalsalam aveva dichiarato che lo Stretto di Bab al-Mandab non “sarà mai chiuso” e la navigazione nel Mar Rosso non sarà “mai fermata“. “Rispettiamo l’Egitto, il suo popolo, il suo presidente e tutti gli accordi sottoscritti tra Yemen e Paesi vicini“, aveva concluso Abdalsalam.

Andamento dei prezzi petroliferi al momento dell'aggresione saudita allo Yemen

Andamento dei prezzi petroliferi al momento dell’aggresione saudita allo Yemen

Negli ultimi giorni il mercato azionario saudita assisteva viveva i momenti peggiori da 4 anni; tra prezzi bassi del petrolio, spese sociali e la guerra contro lo Yemen, marzo 2015 ha visto il maggior calo delle riserve valutarie saudite in oltre 15 anni, pari a 18 miliardi di dollari, suggerendo una fuga di capitali di ampiezza mai vista prima. Inoltre, sebbene lo Yemen produca meno dello 0,2 per cento della produzione mondiale di petrolio, la sua posizione geografica lo mette al centro del traffico mondiale di petrolio. La nazione confina con l’Arabia Saudita, il maggiore esportatore di greggio al mondo, e si affaccia sullo stretto di Bab al-Mandab attraversato dalle petroliere sulla rotta Mediterraneo – Golfo Persico. Nel 2013, ogni giorno 3,8 milioni di barili di petrolio attraversarono Bab al-Mandab. Più della metà del traffico passa per il canale di Suez e la Pipeline Sumed che collega i porti egiziani di Ayn Suqna sul Mar Rosso e Sidi Qarir sul Mediterraneo. I prezzi del petrolio erano saliti del 5 per cento dopo l’attacco aereo su Sana.

RFI_Yemen-AS_620_0Riferimenti:
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BBC
LATimes
Les Crises
Moon of Alabama
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Russia Insider
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Washington Post
Zerohedge
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Zerohedge

Anche l’Europa fa perno, sulla Cina

MK Bhadrakumar Indian Punchline 16 marzo 20156a00d83452a77469e2017c35221aea970b-800wiLa decisione della Gran Bretagna di chiedere l’ammissione all’Infrastructure Asian Investment Bank (AIIB) da membro fondatore apparentemente ha sorpreso Washington. Il portavoce del dipartimento di Stato ha ammesso che non vi fu “virtualmente alcuna consultazione con gli Stati Uniti” e che si tratta di “una decisione sovrana del Regno Unito“. Nelle prossime settimane sarà ancora più difficile per gli Stati Uniti riconciliarsi con l’Australia che segue le orme della Gran Bretagna, da quando il presidente Barack Obama era personalmente intervenuto presso il primo ministro Tony Abbott lo scorso ottobre, affinché non facesse una cosa del genere. Corea del Sud e Francia aderiranno all’AIIB. (The Guardian) La Gran Bretagna sostiene che la decisione è stata presa nell'”interesse nazionale” e per motivi puramente economici. Ma di certo la Gran Bretagna non può che essere consapevole che l’AIIB sia un pugnale volto al cuore del sistema di Bretton Woods. Peggio la Cina mira praticamente per entrare nel sistema di Bretton Woods da divinità dominante. Come chiarisce un commento di Xinhua, “Divenendo la seconda economia del mondo, la Cina sostiene e opera per la revisione dell’attuale sistema internazionale… La Cina non ha intenzione di sconvolgere il quadro, ma piuttosto di contribuire a definire un quadro mondiale più diversificato… la Cina si augura di vedere la propria valuta nel paniere FMI secondo il peso che lo yuan ora esercita sul commercio internazionale di beni e servizi. La Cina accoglie la cooperazione da ogni angolo del mondo pur di raggiungere una prosperità condivisa e di comune interesse, ma andrà avanti comunque quando riterrà di essere nel giusto“.
I Paesi europei capiscono che l’AIIB è òa base essenziale per la strategia della Via della Seta della Cina (noto come iniziativa “Cintura e Via”). L’ex-primo ministro francese Dominique de Villepin ha scritto sul quotidiano economico francese Les Echos che la Via della Seta della Cina offre a Francia e altri Paesi europei l’opportunità di sfruttare accordi redditizi nei trasporti e dei servizi urbani. “E’ un compito che dovrebbe mobilitare l’Unione europea e i suoi Stati membri, ma anche autorità locali, camere di commercio ed imprese, per non parlare di università e centri di studio“, suggeriva de Villepin. Le menti europee non riescono a capire la geopolitica? Naturalmente, la capiscono perfettamente. Citando de Villepin, in termini diplomatici la Via della Seta è “una visione politica che apre la via ai Paesi europei al rinnovato dialogo con i partner del continente asiatico, che potrebbe contribuire a trovare, per esempio, programmi flessibili tra Europa e Russia, in particolare trovando i fondi necessari per la stabilizzazione dell’Ucraina. Il rapporto tra Oriente e occidente deve ancora avviarsi“. Anche la Russia ha colto l’importanza strategica della Via della Seta della Cina. Mosca ha elaborato la strategia decennale per la Shanghai Cooperation Organization che sarà ripresa al prossimo vertice di luglio ad Ufa che, secondo l’attuale segretario generale SCO (diplomatico russo, tra l’altro), “proclamerà una partecipazione più profonda e ampia della SCO negli affari mondiali“, riunendo le strategie economiche nazionali dei Paesi della SCO con il programma della Via della Seta della Cina. A dire il vero, gli alleati europei degli Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania ritrovano la propria strada per la Cina (e la Russia). Il volume commerciale della Gran Bretagna con la Cina ha toccato i 70 miliardi dollari e gli investimenti cinesi nei passati 3 anni hanno superato l’intero importo investito fino a quel momento. Come de Villepin ha reso eloquente nel suo articolo, ossessionati dalla volatilità dei mercati finanziari e dai problemi economici, e sfidati nella sicurezza, la Francia e i partner europei devono unirsi agli sforzi della Cina per ricostruire la Via della Seta. De Villepin ha riconosciuto che la strategia della Via della Seta in Cina avviene per interesse della Cina, offrendo “un quadro flessibile per far fronte alle grandi sfide del Paese” tra cui globalizzazione dell’economia nazionale della potenza asiatica e rafforzamento del ruolo globale della sua moneta nel commercio mondiale e, a livello nazionale, per riequilibrare lo sviluppo delle province e i consumi delle famiglie. Ciò nonostante, l’Europa non vede ciò in termini a somma zero, in quanto il nuovo approccio allo sviluppo economico e la spinta diplomatica proposta “riempie il vuoto” tra Asia ed Europa creando un collegamento tra infrastrutture, industriali, finanziarie e di comunicazione delle nazioni. “E’ una visione economica che si adatta alla pianificazione cinese della cooperazione economica internazionale. In un mondo finanziario volatile e instabile è necessario adottare il giusto approccio ai progetti a lungo termine utilizzando i nuovi strumenti multilaterali“, ha scritto de Villepin. La Germania vede le cose allo stesso modo di Gran Bretagna e Francia. La cancelliera Angela Merkel ha detto ieri all’inaugurazione della Fiera di Hannover che l’economia tedesca vede la Cina non solo come il maggiore partner commerciale al di fuori dell’Europa, ma anche come partner per lo sviluppo di tecnologie complesse. La Cina è il Paese partner ufficiale del CeBIT 2015. Merkel ha accolto con favore le imprese cinesi giunte al CeBIT 2015, dicendo che incarnano l’innovazione e il ruolo della Cina come partner della fiera è essenziale nella cooperazione per l’innovazione tra Cina e Germania. L’amministrazione Obama ha mancato il punto. Com’è potuto accadere che un presidente intellettuale si sia sperduto in Mesopotamia in una guerra infinita e in Eurasia a caccia di obiettivi che non influenzano direttamente gli interessi vitali degli Stati Uniti, mentre una tale riconfigurazione epocale del dramma asiatico si svolge proprio sotto il suo naso? Pechino ha capovolto la strategia del ‘perno’ degli Stati Uniti per contenerla non solo in termini intellettuali, ma anche in termini politici e diplomatici. Pechino prevede di svelare il piano di attuazione della ‘Cintura e Via’ al Forum Boao 2015 di fine mese. Fonti di Pechino hanno detto a Xinhua che sono stati individuati “centinaia” di progetti infrastrutturali.map-china-rail-mos_112414052931Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Arabia Saudita rispolvera i legami con il Pakistan

MK Bhadrakumar Indian Punchline 6 marzo 2015

Nawaz Sharif

Nawaz Sharif

I media pachistani potrebbero essere devastanti nel criticare la leadership del Paese. Tuttavia, era eccessivo suggerire che il primo ministro Nawaz Sharif sarebbe stato “convocato” a Riyadh per una lavata di capo dal re Salman bin Abdulaziz. Sharif compie una visita di Stato in Arabia Saudita, tuttavia la storia della convocazione non è priva di credibilità, nella misura in cui i fraterni legami saudita-pakistani sono traviati ultimamente da alcune dichiarazioni e allusioni strani e chiarimenti pubblici sul finanziamento saudita di organizzazioni sunnite in Pakistan. Nel frattempo, la correzione di rotta del Pakistan verso i gruppi islamisti già interessa parte di tali progenie saudite. I media pakistani riferivano che Abdo-Sattar Rigi, il capo di Jundollah, gruppo terrorista wahabita legato ai sauditi che indulgeva in attività sovversive della provincia del Sistan-Baluchistan, al confine con il Pakistan, veniva arrestato in un’operazione nei pressi di Quetta. Anche in questo caso, fonti pakistane rivelavano che il cugino di Rigi, Rigi Salam che guidava l’organizzazione wahabita Jaysh al-Adi era stato anche arrestato. Il Pakistan apparentemente reagisce al Jundollah, che ha intrapreso orribili attacchi transfrontalieri contro l’Iran dalle basi in Pakistan, negli ultimi anni. Senza dubbio, Teheran è felice e vuole l’estradizione dei cugini Rigi. Pertanto, guardando in un certo modo l’invito saudita a Sharif, può darsi effettivamente che Riyadh sia agitata. Usando una metafora, il venditore saudita potrebbe fare un’offerta al tossicodipendente, vendendogli droga con grandi sconti. In ogni caso, i media detrattori di Sharif sono storditi fino al silenzio, mentre i sauditi l’accoglievano con tappeti rosse e re Salman, accompagnato dal seguito dei vertici, che personalmente lo salutava all’aeroporto di Riyadh; un gesto raro. Quali potrebbero essere le intenzioni saudite? A mio avviso, si tratta di politica regionale. Le politiche estera e di sicurezza saudite affrontano una crisi senza precedenti mentre i colloqui USA-Iran si avvicinano al traguardo entro la fine del mese. Lo scenario da incubo, nel calcolo saudita, si avvera; Riyadh sta per perdere lo status fondamentale nelle strategie degli Stati Uniti in Medio Oriente. Un’era iniziata con l’appuntamento storico tra il Presidente Franklin Roosevelt e re Faysal ad Alessandria nel 1945 volge al termine, dopo 70 anni di stretta alleanza.
Ci sono profonde implicazioni e i primi segni appaiono nel tacito accordo tra Stati Uniti e Iran per sconfiggere e distruggere lo Stato islamico in Iraq. L’intesa potrebbe allargarsi in altre aree di stabilizzazione, Iraq, Siria, Libano, Yemen e così via, una volta che i protagonisti iniziano a condividere pensieri e punti di vista sui problemi maggiori della trasformazione della regione. Il punto è, nonostante la propaganda statunitense che demonizza l’Iran (guidata dalla lobby israeliana negli Stati Uniti), Washington è abbastanza scaltra da capire che l’Iran è un alleato naturale nella stabilizzazione del Medio Oriente e che la normalizzazione statunitense-iraniana consente inoltre all’Iran di comportarsi da Paese ‘normale’. Il nocciolo della questione è che per l’Arabia Saudita (e Israele), la normalizzazione USA-Iran li priva dell’alibi della politica della paura. Se per Israele la sfida ora è che non ha ormai nessuna scusa per rifiutarsi di affrontare il problema palestinese, per l’Arabia Saudita la situazione riguarda il potenziamento popolare della riforma e della modernizzazione. In ogni caso, i sauditi non si aspettavano che gli Stati Uniti si attaccassero al collo o spargessero sangue statunitense per puntellare il regime di Riyadh (o Manama) e che gli Stati Uniti preferiscono una possibile transizione ordinata, in Arabia Saudita o altri Stati sunniti del Golfo, a successivi regimi moderati e disposti a ragionare con l’occidente con spirito cooperativo.
Arrivando al Pakistan. Il regime saudita ha sempre contato su esso per avere i pretoriani del regime, in caso di bisogno. Notizie iraniane suggeriscono che ci potrebbero essere 100000 pakistani attivi nella sicurezza in Arabia Saudita. La visita di Sharif è stata frettolosamente organizzata prima del viaggio regionale del presidente cinese Xi Jinping, che lo porterà in Pakistan e Iran. Ora, il viaggio di Xi giunge a un momento cruciale per Pechino, l’iniziativa ‘Cintura e Via’. I primi megaprogetti della Via della Seta nel circuito asiatico sud-occidentale potrebbero benissimo essere svelati durante la visita di Xi. I sauditi sicuramente comprendono che il gasdotto Iran-Pakistan sia eminentemente un progetto ‘vantaggioso per tutti’ del programma ‘Cintura e Via’. L’Arabia Saudita ha sempre visto il gasdotto per l’Iran in termini a somma zero, temendo che tale collaborazione strategica nella sicurezza energetica tra Islamabad e Teheran possa eroderne l’influenza regionale.
In sintesi, i sauditi ritengono sia il caso che il Pakistan ricambdi, e re Salman conta sull’obbligo di Sharif di ricambiare la passata buona volontà di Riyadh durante i suoi anni d’esilio. Il clan Sharif ha anche ampi interessi economici in Arabia Saudita. In realtà, Sharif è accompagnato in questa visita dal fratello Shahbaz Sharif, primo ministro della provincia del Punjab.

0,,6411198_4,00Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La strategia economica e geopolitica eurasiatica della Cina

Gulam Asgar Mitha (Canada) Oriental  Review 7 marzo 2015

….Nel frattempo è imperativo che non emerga un concorrente eurasiatico (degli Stati Uniti), in grado di dominare l’Eurasia e quindi anche di sfidare gli USA“.
Zbigniew Brzezinski, La Grande Scacchiera, aprile 1997

0,,17908469_401,00Per diversi decenni, secoli, le potenze coloniali europee e asiatiche si sono combattute per il controllo di terre e culture straniere (prevalentemente linguistiche e religiose) e per profitto conseguente ai massacri e alle devastanti due guerre mondiali sui loro territori, conclusesi con il declino delle maggiori potenze mondiali e l’ascesa imperiale degli Stati Uniti nell’ultimo decennio del XX secolo. Dal 2001 il mondo appartiene politicamente ed economicamente a tale impero che continua a devastare il Medio Oriente e sottomettere tutti gli altri Paesi tramite le Nazioni Unite e i suoi strumenti politici, economici e sociali. Gli Stati Uniti, dalla seconda guerra mondiale, si spartiscono il bottino di guerra con le potenze ex-coloniali europee attraverso il Nuovo Ordine Mondiale (NWO) e la potenza militare della NATO. Il NWO è sfidato da Russia e Cina con i gruppi dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) e della Shanghai Cooperation Organization (SCO). Questi due Paesi rappresentano il peggior rischio per il NWO. Attualmente la Russia è obiettivo diretto del NWO attraverso lo strangolamento della sua economica basata sul petrolio e la situazione geopolitica in Ucraina. In un recente articolo “La pace o la guerra sono vicine?” Paul Craig Roberts aveva detto che la Russia cercando di essere parte dell’occidente ha compiuto l’errore strategico che mette in pericolo la sua indipendenza. La Russia dipende dai sistemi finanziari occidentali che hanno dato potere a Washington verso Mosca, permettendole di attuare le sanzioni economiche verso la Russia. Ciò impartisce importanti lezioni alla Cina, che è ed è sempre stata parte dell’Oriente, geograficamente e culturalmente. La Cina ha una profonda sfiducia verso le intenzioni europee, risalente alle guerre anglo-cinesi del 1839-1842 o a ciò che i nazionalisti del 20° secolo chiamano “Secolo dell’umiliazione”. L’ardente studioso di storia politica cinese conosce bene le radici della guerra, del tradimento europeo e le devastanti conseguenze per la Cina.
La Cina è un gigante economico e sa bene che a tempo debito l’impero degli Stati Uniti e i suoi vassalli europei cercheranno di eliminare la minaccia al loro NWO con azioni economiche e politiche contro la Cina simili a quelle attuate contro la Russia. Recentemente ho pubblicato un articolo su Oriental Review intitolato The New Global Economy: Rise of China e fall of USA. Come la Russia, la Cina non fa parte del patrimonio culturale occidentale, e ancor più del NWO, la cui architettura neocon è fondamentalmente un prodotto supportato e radicato nell’occidente, non in Russia o in Cina. I due Paesi non possono affidabilmente supportare l’idea di un governo mondiale del NWO. In un articolo del Financial Post intitolato La Cina attraversa la soglia degli investimenti che può cambiare il mondo intero, Stefano Pozzebon ha scritto “Non solo la Cina diventa esportatore netto di capitali, ha già superato le controparti occidentali come fonte primaria del credito per il mondo in via di sviluppo. Da questo rilievo finanziario probabilmente vorrà esercitare anche influenza politica“. Pozzebon ha evidenziato e sintetizzato gli investimenti esteri della Cina per 870 miliardi di dollari. Nel prossimo decennio diversi Paesi asiatici muteranno l’equilibrio globale e la geopolitica eurasiatica in favore della Cina, grazie alla sua influenza economica pari a quella degli Stati Uniti in Europa. La Cina sarà la potenza orientale che contrasterà la potenza occidentale degli Stati Uniti. La Russia ha fallito nel cercare d’essere accettata dall’occidente, spingendosi tra le braccia cinesi. La Russia ha una notevole influenza politica presso le sue ex-colonie che, insieme alle fondatrici Russia e Cina, fanno parte della SCO (gli altri membri fondatori sono Kirghizistan, Kazakistan, Tagikistan e Uzbekistan).
I due Paesi che faranno la differenza nelle relazioni con la Cina saranno Pakistan e Iran, due Paesi al confine del mondo musulmano che orbitano verso la civiltà cinese allontanandosi da quella occidentale. L’Iran è una potenza regionale militare emergente che ha affrontato Israele attraverso la sua emanazione Hezbollah nel 2006 e ora testa le grandi potenze occidentali e la NATO in Siria. L’Iran, senza alcun sostegno militare estero e facendo completamente affidamento su propri materiale e tecnologia militare, vinse il round del 2006 e ora sembra avanzare in Siria da quando riesce a tenere a bada le potenze occidentali, da quasi 4 anni, nella regione, mentre gli altri Paesi della primavera araba hanno capitolato piuttosto rapidamente. Il Pakistan è una potenza nucleare nel sud asiatico che combatte il terrorismo (sostenuto finanziariamente dai sauditi) interno e ai confini; una volta che riuscirà a controllarlo, il Pakistan farà grandi passi avanti economici e politici con l’aiuto della Cina. La Cina ha messo piede a Gwadar con l’autostrada Karakoram e il progetto Indus Highway. Il Pakistan confina con Cina, Iran, Afghanistan e Tajikistan mentre l’Iran confina con Pakistan, Turkmenistan e Afghanistan. Così Pakistan e Iran sono strategicamente importanti come barriere contro eventuali minacce occidentali al dominio eurasiatico e saranno anche le vie di collegamento della Cina alle acque calde occidentali dell’Oceano Indiano. Come risultato dell’influenza economica e politica della Cina, è naturale che un’alleanza militare traspaia, quale la SCO formata nell’aprile 1996 con la firma del trattato di mutua fiducia militare nelle regioni di frontiera. Si prevede che gli attuali Paesi osservatori Pakistan, Iran, India, Mongolia e infine Afghanistan avranno lo status di aderenti a pieno titolo nel 2015. L’India ha da tempo relazioni bilaterali con la Russia. E’ nell’interesse di Cina e Russia che India e Pakistan abbiano rapporti cordiali e tale opportunità esiste nella SCO.
In un articolo del maggio 2007 sul Journal of International Affairs, intitolato Shanghai Cooperation Organization e Iran: una potente unione Matthew Brummer ha scritto “la SCO è pronta a emergere quale coalizione intergovernativa che rivaleggi con tutte le altre. L’esperto della regione professor David Wall sintetizza molto succintamente che sarebbe un’OPEC con le bombe nucleari”. Brummer scrive inoltre che è importante riconoscere la vastità della SCO in termini di importanza energetica, includendovi l’Iran. Gli Stati membri della SCO occuperebbero il 60% della massa terrestre eurasiatica, avrebbero una popolazione di 3,5 miliardi di abitanti, riserve e produzione energetica (petrolio e gas) che rivaleggerebbero con quelle del Medio Oriente. In termini d’importanza geografica, nessun altro Paese nella SCO potrebbe aver più valore strategico per Russia e Cina di Iran e Pakistan, con il controllo dello Stretto di Hormuz e dell’Oceano Indiano (collegandosi a Russia e Cina attraverso Commonwealth degli Stati Indipendenti e Afghanistan). Molto dipende dal risultato dei colloqui P5+1 sul nucleare con l’Iran. Un fallimento (pubblicizzato come cattivo accordo nel discorso al Congresso USA di Netanyahu, pur senza alcun accordo definito con l’Iran) potrebbe portare l’Iran a rompere con l’OPEC assieme a un Venezuela scontento (il Presidente Maduro ha incontrato Putin) a causa della riluttanza saudita a ridurre la produzione di petrolio e a mantenere la sua quota di mercato. Ciò farebbe dei sauditi e loro partner arabi potenze senza forza. Nell’OPEC, le riserve di petrolio di Iran e Venezuela rappresentano il 38% delle riserve dell’OPEC da 1200 miliardi di barili. L’Arabia Saudita e i suoi partner aristocratici, autocratici e fondamentalisti (escluso l’Iraq con l’11%) ne rappresentano il 40%, dimezzando così l’OPEC. La Cina quindi sarebbe il principale beneficiario energetico. Il quadro eurasiatico è cambiato da quando Brezenski pubblicò la sua visione sull’Eurasia ne La Grande Scacchiera, e probabilmente cambierà ulteriormente nella prossima metà del decennio attuale, che potrebbe portare allo scontro tra titani di Oriente e occidente.

United_States_of_Eurasia_by_DRLMGulam Asgar Mitha è un ex-ingegnere della sicurezza. Ha collaborato con diverse compagnie petrolifere e gasifere nordamericane ed internazionali. Ha lavorato in Libia, Qatar, Pakistan, Francia, Yemen ed Emirati Arabi Uniti. Attualmente vive a Calgary, in Canada, e ama leggere e seguire le attuali questioni politiche globali. In esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia potrebbe fare del Mar Cinese Meridionale un lago cinese

Cosa costruisce la Cina nel Mar Cinese Meridionale?
Tyler Durden Zerohedge 23/02/2015ColeFMapNov11Nel Mar Cinese Meridionale vi sono i territori tra i più contesi del pianeta. Sei Paesi, Cina, Taiwan, Vietnam, Malesia, Filippine e Brunei competono sui diritti nel mare. La disputa si concentra sul contestato arcipelago delle Spratly, un miscuglio di isolotti e scogliere quasi al centro del Mar Cinese Meridionale. Tutti, tranne il Brunei, vi hanno costruito avamposti militari, e tutti questi Paesi, meno la Cina, vi hanno costruito piste di atterraggio. La Cina, arrivata in ritardo nell’occupare le Spratly, ha potuto occupare pienamente otto scogliere. Con così poca terra da utilizzare, la Cina ha iniziato a recuperare da allora. Nell’ultimo anno, gli avamposti della Cina nelle Spratly sono stati sistematicamente sottoposti a un processo di “bonifica”, dove le draghe prelevano sedimenti dal mare scaricandoli sulle scogliere sommerse per farne delle isole. La Cina ha già costruito cinque isole con la bonifica, e almeno due isole sono avviate. La Cina non è la prima a ricorrere alla bonifica, il rilievo Rondine della Malesia e diverse isole vietnamite sono state artificialmente costruite o ampliate, ma la bonifica della Cina avviene su scala più ampia rispetto a qualsiasi progetto precedente. L’isola artificiale costruita sulla scogliera Fiery Cross eclissa l’isola Taiping di Taiwan come maggiore delle Spratly, ed edifici sono in costruzione in diverse altre scogliera cinesi. Mentre i nuovi avamposti militari diventano operativi, è imperativo comprendere cosa la Cina costruisce nel Mar Cinese Meridionale.

Scogliera Fiery Cross
Scogliera Fiery Cross (nota anche come isola Yongshu) era completamente immersa fino ad agosto 2014 quando le draghe cinesi hanno cominciato a scavare il sedimento circostante. Prima della costruzione, la presenza cinese era costituita da un unico bunker di cemento sulla punta sud-ovest del rilievo, ma l’isola da allora è divenuta la più grande delle Spratly, misurando circa 2,3 kmq. La nuova isola è quasi lunga due miglia e sembra essere il futuro sito di un aeroporto.

11Fiery Cross 6 febbraio 2015

21Fiery Cross 14 novembre 2014

Tra novembre 2014 e gennaio 2015, il sud-ovest del rilievo venne bonificato collegando l’aeroporto alla struttura in cemento armato originale e allargando la superficie della barriera corallina. Le attività di dragaggio non sono cessate, e la terra è ancora in espansione. Le fotografie recenti dei media filippini mostrano che le fondamenta di una grande costruzione a nord-est dell’isola.

Scogliera Johnson South
La Scogliera Johnson South ha subito una delle più straordinarie trasformazioni delle Spratly. Le foto pubblicate dal ministero degli Esteri filippino mostrano che la bonifica era iniziata nei primi mesi del 2014, e le nuove foto indicano che la costruzione è ancora in corso.

31Johnson South

All’inizio di settembre 2014 diverse notizie furono diffuse da IHS Janes e BBC sull’avvio di una grande costruzione. Non è chiaro esattamente quando sia iniziata, ma le foto scattate ai primi di dicembre 2014 mostrano chiaramente un edificio considerevole, forse alto più di dieci piani, in costruzione sulla nuova isola.

41Johnson South

Le fotografie scattate e diffuse dall’agenzia vietnamita Thanh Nien News mostrano una serie di cantieri, tra cui ciò che potrebbe essere un centro di controllo del traffico aereo. I media filippini affermano che la Scogliera Johnson South un giorno ospiterà una pista di atterraggio, ma le foto non provano tale affermazione. La barriera corallina è lunga circa 6 kmq, e l’isola circa 0,16 kmq, lasciando ampio spazio per ulteriori bonifiche.

Scogliera Cuarteron
La Scogliera Cuarteron è l’avamposto più occidentale e più meridionale della Cina nelle Spratly. Le bonifiche sulla barriera corallina sembrano essere iniziate nel marzo 2014. Da gennaio 2015 la Cina ha costruito 0,3-0,4 kmq di nuovo territorio. L’isola ospita una diga foranea, un piccolo avamposto militare, un elicottero, un porto artificiale e un molo. Foto satellitari mostrano delle costruzioni in corso, ma non sono abbastanza chiare per capire cosa si stia costruendo.

51Cuarteron

Scogliere Gaven
Le Scogliere Gaven ospitano un progetto di bonifica medio, che realizzato un’isola artificiale di circa 0,08 kmq. Tra giugno e agosto 2014 quest’isola s’è ampliata da piccolo avamposto al bastione di oggi. Le foto mostrano che la nuova isola ospita una caserma per operai e militari, container usati come rifugi temporanei, un porto artificiale e armi antiaeree. Secondo IHS Janes l’isola ospita radar e missili antinave.

6Gaven

Scogliera Hughes
Le bonifiche sulla Scoglier Hughes sembrano iniziate nel marzo 2014. Le foto satellitari suggeriscono che sia in corso sull’isola una nuova costruzione. I rapporti indicano che la nuova isola ospita un faro e di un avamposto militare.

7Hughes

Scogliera Subi
La Scogliera Subi, l’avamposto più settentrionale della Cina nel Mar Cinese Meridionale, è la più recente bonifica. Le foto satellitari dei primi di febbraio 2015 mostrano una significativa presenza di draghe che lavorano in due punti a sud-est e sud-ovest della barriera corallina. Il dragaggio a Subi apparve nelle foto satellitari scattate il 26 gennaio 2015, mostrando due draghe che avevano cominciato a lavorare sulla punta sud-ovest di Subi. Prima dell’inizio della bonifica, Subi ospitava un elicottero e un piccolo avamposto in calcestruzzo utilizzato da truppe di passaggio.

8Subi 8 febbraio 2015

9Subi 26 gennaio 2015

Scogliera Mischief
La Scogliera Mischief è l’avamposto più orientale della Cina nelle Spratly. Foto satellitari di fine gennaio indicano che la bonifica è appena iniziata. Queste foto mostrano la presenza di draghe a sud dell’isola, così come nuove terre separate da una struttura in calcestruzzo. Il rilievo Mischief è a meno di 200 miglia dall’isola filippina di Palawan (meno di 150 miglia in alcuni punti), mettendo così la barriera corallina all’interno della zona economica esclusiva della Filippine. Com’era prevedibile, l’avvio della bonifica nella Scogliera Mischief è stato accolto da ampie proteste delle Filippine.

10Mischief 26 gennaio 2015

111Mischief 26 gennaio 2015

Scogliera Eldad
La Scogliera Eldad ospita un banco di sabbia a forma di lacrima a nord. Dimensioni e forma del banco di sabbia sono coerenti nelle foto scattate tra gennaio 2012 e novembre 2013. Le foto più recenti mostrano un leggero aumento delle dimensioni del banco di sabbia, indicando una possibile bonifica elementare in corso sulla barriera Eldad. Queste foto non riprendono draghe e possono semplicemente mostrare cambiamenti naturali, ma intelligence e media filippini sostengono che Eldad sia in realtà obiettivo della bonifica cinese. La situazione sul Eldad è ambigua, e dovremmo continuare ad osservarla per notare un recupero.

12Eldad

Sulla base di fotografie satellitari e rapporti d’intelligence è chiaro che la Cina attualmente bonifica almeno sette delle sue otto scogliere; Fiery Cross, Johnson South, Gaven, Hughes, Cuarteron, Subi, e Mishcief, e che una bonifica sarebbe iniziata anche su Eldad. I lavori su Johnson South, Gaven, Hughes e Cuarteron iniziarono nei primi mesi del 2014, la bonifica di Fiery Cross iniziava nell’agosto 2014, su Subi e Mischief a fine gennaio 2015. Bonifiche su Eldad potrebbe esser iniziate nel dicembre 2014. Le foto mostrano grandi costruzioni in corso sulle neo-isole Fiery Cross e Johnson South, mentre meno estese, ma sempre grandi costruzioni sono in corso a Hughes, Gaven e Cuarteron. Data la misura in cui il futuro controllo delle rotte nel Mar Cinese Meridionale influenzerà l’equilibrio di potere globale, la costruzione delle isole cinesi è degna di attenzione.

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La Russia potrebbe fare del Mar Cinese Meridionale un lago cinese
Forse non è una grande idea per gli Stati Uniti mettersi contro la Russia?
Harry J. Kazianis The National Interest 25 febbraio 2015 – Russia Insider

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Ciò che Robert Kaplan ha così elegantemente soprannominato “Calderone dell’Asia”, il Mar Cinese Meridionale, potrebbe ribollire di nuovo. Ma il vero spunto è chi potrebbe accendere con la ‘massima’ fiamma tale caldaia virtuale: nientemeno che il presidente russo Vladimir Putin. Eventi a migliaia di chilometri di distanza, in Ucraina, potrebbero innescare una reazione a catena che potrebbero vedere la Cina dominare incontrastata questo grande specchio d’acqua grazie ad una grande infusione di armi e tecnologia russe, se l’occidente iniziasse ad armare l’Ucraina. Ma prima di arrivare ai succosi dettagli di come la Cina potrebbe diventare il “Master and Commander” del Mar Cinese Meridionale grazie all’assistenza russa, facciamo un doveroso passaggio dell’ultimo dramma in questo tormentato specchio d’acqua. Le tensioni sono aumentate nella regione Asia-Pacifico, la Cina continua a cambiare i fatti sul campo (“sull’acqua” potrebbe essere un termine migliore), continuando a lavorare su diversi enormi progetti di bonifica delle isole che molti analisti ritengono creeranno nelle maggiori isole abitate aeroporti, porti, stazioni radar e forse anche batterie di missili antinave. La motivazione è abbastanza ovvia, Pechino probabilmente dominerà il Mar Cinese Meridionale, se utilizza queste isole rivendicandone la sovranità. Nulla parla di “sovranità indiscutibile” che agendo da sovrano, come pattugliare il territorio rivendicato e farvi rispettare le leggi. Le basi nel Mar Cinese Meridionale, disponendosi su 9 o 10 famigerate linee tratteggiate, più che dei grandi segni su una mappa a Pechino, potrebbero realizzarlo.

Le nuove basi nella Cina meridionale + A2/AD = un incubo per USA ed alleati
Per le capacità militari cinesi molto è stato fatto negli ultimi anni, con la crescente capacità della RPC di negare a un avversario tecnologicamente avanzato (si pensi a Stati Uniti e/o Giappone) la capacità d’intervenire in diversi possibili scenari presso i suoi confini (Taiwan e/o Mar Cinese orientale e meridionale). Nei prossimi anni, tali capacità evolveranno e miglioreranno grazie alle innovazioni tecnologiche. Combinando probabili progressi tecnologici cinesi come missili da crociera più precisi e dalla maggiore autonomia e nuove basi nelle isole bonificate nel Mar Cinese Meridionale, a dir poco saranno l’incubo dei pianificatori di Stati Uniti e alleati, che fanno di tutto per garantirsi l’accesso alle regioni vitali dell’Asia-Pacifico. Denominato A2/AD dalla maggior parte degli specialisti militari occidentali, la Repubblica popolare cinese lentamente crea le condizioni in cui Stati Uniti, Giappone e altre forze alleate soffrirebbero pesanti perdite se un conflitto esplodesse sulla prima catena di isole, e in futuro, anche sulla seconda catena di isole. Attraverso diversi campi d’ingaggio (terra, mare, aria, informatica e spazio), le forze cinesi hanno perseguito un robusto programma di sviluppo di una serie di sistemi d’arma unici che sfruttano le debolezze specifiche delle forze di USA ed alleati. Mentre queste capacità sono già abbastanza robuste, e Washington ed alleati stendono piani per neutralizzare l’impatto di tale strategia (vedasi il il dibattito sul concetto Air-Sea Battle/JAM-GCC), qualcosa di ampiamente ignorato in molte recensioni sul problema è che Pechino già opera per acquisire la prossima generazione di piattaforme per armi A2/AD, oltre a sviluppare tattiche e strategie corrispondenti. La Cina negli ultimi anni ha sviluppato prototipi di caccia di 5° generazione, piattaforme per missili balistici antinave e missili da crociera a lungo raggio sempre più sofisticati. Tali sistemi non sono facili da produrre da una qualsiasi nazione. Se Pechino dovesse trovare un partner disponibile, potrà già avere tale tecnologia, compiendo il salto di qualità necessario per disporre di tali piattaforme avanzate per armi A2/AD anni prima di quando i produttori nazionali possano fare da soli. La Russia, in cerca di vendetta per la crisi in Ucraina, potrebbe fornire tale assistenza.

Come la Russia potrebbe aiutare la Cina: armi e tecnologia
Immaginate questo scenario: l’occidente decide che è il momento di armare l’Ucraina. La Russia decide che deve reagire e non solo in Europa. Il Presidente Putin tira fuori il mappamondo e cerca un luogo dove la potenza russa potrebbe meglio colpire gli Stati Uniti. I suoi occhi si illuminano su una zona che potrebbe non solo rafforzare i legami con un partner potenziale, ma danneggiare seriamente gli sforzi statunitensi per il “perno” su quella parte del mondo: il Mar Cinese Meridionale.

A2/AD vola alto: arriva il Su-35 russo
La Cina cerca di migliorare la sua capacità anti-accesso nel dominio dell’aria, con il tanto vociferato acquisto di Su-35 dalla Russia, acquisizione che potrebbe formalizzarsi se l’occidente arma l’Ucraina. Con un raggio d’azione maggiore rispetto agli attuali Su-27/J-11 della PLAAF, il Su-35 darebbe alla Cina la possibilità di schierare caccia avanzati per maggiori periodi sui Mari Cinesi orientale e meridionale, migliorando l’efficacia dei pattugliamenti nella recente Air Defense Identification Zone (ADIZ) sul Mar Cinese Orientale ed eventualmente aiutare Pechino a creare una ADIZ sul Mar Cinese Meridionale. L’aereo sarebbe probabilmente superiore alla maggior parte dei caccia in Asia (ad eccezione di F-22 e F-35) colmando il vuoto fin quando presumibilmente i velivoli furtivi nazionali di 5.ta generazione saranno operativi. Se la Cina dota gli aerei di armi antinave avanzate e li basa nei nuovi aerodromi sulle barriere Johnson e Fiery, una nuova e potente arma antiaccesso comparirebbe, con solide capacità di respingere le forze alleate in acque più sicure.

1458451A2/AD 2.0 sul mare: sottomarini e sonar
Nell’oceano, grazie ancora alla possibile collaborazione con la Russia, la Cina potrebbe cercare di migliorare le proprie capacità sottomarine con possibili nuovi sottomarini. Ciò si collega ad ulteriori notizie sulla possibile vendita di Su-35 negli ultimi anni. Mentre i rapporti variano sulla serietà dei negoziati, confermati e negati più volte, nuovamente si comprendono le tendenze cinesi nel rafforzare le proprie capacità A2/AD con l’aiuto russo. La nuova  tecnologia sottomarina sarebbe di vitale importanza per la Cina, non solo per la possibilità di schierare sottomarini più potenti, ma anche perché Pechino potrebbe potenzialmente trarre nuove tecnologie da questi mazzi. Ciò potrebbe includere motori AIP, tecnologie furtive e avanzate armi antinave dei russi talvolta venduti con i sottomarini. La PRC sembra interessata a migliorare la tecnologia anti-sottomarini (ASW), un punto debole tradizionale di Pechino. In un articolo per Proceedings dello scorso anno, i collaboratori della TNI Lyle Goldstein e Shannon Knight analizzavano le recenti opere cinesi suggerendo che Pechino “ha schierato nell’oceano reti acustiche fisse al largo delle sue coste, presumibilmente con l’intento di monitorare le attività sottomarine straniere nei mari vicini“. Citando altri saggi di provenienza cinese, la ricerca sembra confermare l’incursione di Pechino in questo importante settore della tecnologia militare. Mentre non vi è stata alcuna menzione specifica di un accordo sui sottomarini tra Russia e Cina, Mosca ha sicuramente l’esperienza per aiutare Pechino in questo senso. Considerando che gli sforzi degli Stati Uniti per mantenere l’accesso agli spazi eventualmente contestati dalla A2/AD cinese dipendono soprattutto dai sottomarini furtivi, una tale collaborazione in questo settore potrebbe rafforzare considerevolmente i piani A2/AD cinesi.

Perché la Russia potrebbe pensarci due volte: l’accordo del Su-27
Mentre la crisi ucraina certamente sarebbe un potente catalizzatore per la collaborazione tecnologica nella difesa sino-russa, per tali trasferimenti in passato Mosca ha pagato un prezzo pesante. La Russia farebbe certamente meglio a rivedere il passato, avendo indizi sul perché una vendita alla Cina potrebbe essere una sfida nel lungo termine. L’ultimo importante accordo aeronautico tra Mosca e Pechino, negli anni ’90, riguardava l’ancora molto ricercato aereo di 4.ta generazione Su-27 Flanker. A quel tempo la Russia non vendeva armamenti tecnologicamente avanzati a Pechino dalla frattura cino-sovietica, quando l’aumento delle tensioni scatenò scontri di confine. Quando l’URSS crollò, alla fine del 1991, l’industria bellica russa lottava per rimanere a galla. La Russia traboccava di armi che avrebbero aiutato i cinesi a un salto di diverse generazioni nella tecnologia militare, quindi una partnership sembrava avere senso. Per la Cina, l’accesso a tecnologia militare avanzata era cruciale e nel 1991 Pechino riteneva tale ricerca rilevante. Gli strateghi cinesi erano attoniti dalla velocità con cui gli Stati Uniti poterono sopraffare le forze armate irachene nella prima guerra del Golfo. I pianificatori militari cinesi si resero conto che gran parte delle loro armi era obsoleta di fronte a munizioni di precisione, bombardieri invisibili e aerei da combattimento guidati da sistemi di comando e controllo avanzati. La tecnologia russa, anche se non così avanzata come quella degli USA, diede la spinta tanto necessaria alla modernizzazione. Nel 1991 Mosca vendette a Pechino un lotto di 24 Su-27 per 1 miliardo di dollari. Nel 1995, la Cina acquistò altri 24 Su-27 dalla Russia, consegnati nel 1996. Nello stesso anno, Cina e Russia approfondirono la partnership quando Pechino comprò per circa 2,5 miliardi di dollari la licenza per la fabbricazione di altri 200 Su-27 presso la Shenyang Aircraft Company. Il contratto imponeva che l’importante versione cinese del Su-27 dotata di avionica, radar e motori russi, non potesse essere esportata. La Russia era preoccupata a che la Cina potesse conoscere abbastanza il Su-27 da poter un giorno venderlo a terzi, facendo perdere alla Russia potenzialmente miliardi di dollari nella vendita del caccia. Purtroppo per la Russia, l’accordo fu quasi un disastro. Dopo aver costruito circa 100 jet, la Cina annullò il contratto nel 2004. Pechino disse che gli aerei non soddisfacevano più le sue specifiche. Tre anni dopo, la Cina rigettò completamente l’accordo quando sviluppò il nuovo caccia J-11. L’aereo sembrava la copia esatta del Su-27. La Cina nega di aver copiato il Su-27, spiegando che l’aereo utilizza parti per lo più locali ed avionica e radar sviluppati nazionalmente.

Riflessioni
Mentre il dibattito si scalda a Washington sui modi per sanzionare la Russia per le sue azioni in Ucraina, Mosca ha più modi di reagire se l’occidente armasse l’Ucraina. Infatti, quanto sopra è solo una delle molte possibilità. Mosca potrebbe seguire l’azione descritta con la Cina, fornendo armi e tecnologia che potrebbero esacerbare la tendenza della Cina verso sud e in altre contese future. Tuttavia, la Russia ha molti altri modi di creare difficoltà all’occidente; per esempio nei colloqui sul nucleare Iran o ingraziarsi altre nazioni in rotta con l’occidente come Corea democratica, Venezuela e varie altre. E la Russia, naturalmente, ha la capacità di alzare drammaticamente la posta in Ucraina fornendo ai separatisti armi più avanzate per contrastare le possibili armi occidentali.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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