I comunisti afghani non sono mai svaniti

MK Bhadrakumar Indian Punchline 23 maggio 2015

Muhamad Afzal Ludin

Muhamad Afzal Ludin

Il fascino presso il presidente afgano Ashraf Ghani per i generali dell’esercito del regime comunista è intrigante. Nessuno assocerebbe un brillante funzionario della Banca Mondiale a una cosa del genere. All’inizio di aprile, Ghani nominò il Generale Muhamad Afzal Ludin a ministro della Difesa nel suo gabinetto. Ludin era un uomo di fiducia di fiducia del Presidente Najibullah durante il regime del PDPA. Il Generale Ludin ebbe il ruolo chiave di comandante del presidio di Kabul sotto Najib quando il ritiro delle truppe sovietiche si concluse nel febbraio 1989. Cinque giorni dopo che l’ultimo soldato sovietico aveva lasciato il suolo afghano, il 5 febbraio, quando Najib dichiarò l’emergenza nazionale e ricostituì il Consiglio militar supremo (“Consiglio supremo militare per la difesa della Patria”) sotto lo stretto controllo del partito comunista al governo, il Generale Ludin fu uno dei tre alti ufficiali scelto per guidare il potente ente. Non sorprende che i vecchi “muj” di Kabul (compreso il primo ministro Abdullah Abdullah) trovando la nomina di Ludin troppo da accettare s’infuriarono. Probabilmente la questione fu l’alibi per bloccare Ghani. Quando Ludin lo capì, annunciò la decisione di mollare, sostenendo che “alcuni sfruttano la mia candidatura quale scusa per creare problemi al Paese”. Allora Ghani, rimuginando con attenzione nelle successive sei settimane, annunciava la nuova candidatura alla sfortunata carica di ministro della Difesa. Anche in questo caso si tratta di un generale ex-comunista, Masum Stanikzai, che prestò servizio per il regime del PDPA. Infatti, Stanikzai apparteneva alla linea dura della fazione Khalq del Partito comunista afghano. I Khalqi erano strana gente, simili al Partito Comunista dell’India (Marxista) quando i comunisti indiani si scissero nel 1964, rustici, provinciali e congenitamente militanti (confusi). I Khalqi erano soprattutto pashtun nazionalisti. I sovietici non si sentirono mai a loro con i Khalqi. A differenza della rivale fazione filo-sovietica Parqam, cosmopolita, i Khalqi erano dei “desi” provenienti dagli strati più bassi della società che usarono metodi duri e decisi per imporre il loro marxismo agli afgani riluttanti. Ad un certo punto, inevitabilmente, i servizi segreti pakistani (e la CIA) considerarono i Khalqi potenziale terreno per infastidire Mosca. Si ricordi il tentato golpe del Khalq contro Najib, nel 1990, guidato dal ministro della Difesa Shahnawaz Tanai (che poi sarebbe fuggito in Pakistan).
Il parlamento afgano e i “muj” appoggeranno la candidatura di Stanikzai? Le probabilità sono buone, e vi spiegherò il perché. In poche parole, Stanikzai ha avuto un profondo cambiamento da quando era un generale comunista. Attraversò le porte del famoso centro di conversione statunitense noto come US Institute of Peace, ed oggi è un politico. Era consigliere per la sicurezza dell’ex- presidente Hamid Karzai e aveva la fiducia di quest’ultimo come interlocutore chiave con i “taliban buoni”. Era nel gabinetto di Karzai. A dire il vero, Karzai ha iniziato la gloriosa tradizione di riassumere i luminari del PDPA. Come è successo? La risposta è semplice: i comunisti afgani erano l’avanguardia di una società profondamente conservatrice, per istruzione, professionalità e spirito moderno. Ecco cosa attira Ghani. Vuole gestire un governo efficiente che dia una buona governance. In poche parole, anche se fuori dal potere, i comunisti afghani non potranno mai svanire e certi vengono riassunti. Gli Stati Uniti, inoltre, non sembrano badare al loro reimpiego da parte dei governi di Kabul finanziati dal contribuente statunitense. Ironia della sorte, i militari pakistani trovarono un buon impiego degli ufficiali Khalqi fuggiti in Pakistan dopo la grande epurazione nel Partito comunista afghano. L’ISI li ha re-impiegati, mascherandoli da taliban, facendogli guidare carri armati, volare aeromobili o dirigere l’artiglieria nella campagna per conquistare l’Afghanistan negli anni novanta. Naturalmente, non sapremo mai se Stanikzai abbia guidato un carro armato per i taliban. E se davvero l’ha fatto, conta agli occhi di Ghani solo come “risorsa strategica”.

Masum Stanikzai

Masum Stanikzai

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo Stato islamico come “risorsa strategica” degli Stati Uniti

MK Bhadrakumar Indian Punchline 22 maggio 2015Gause_SaudiGameofThronesLevant Report, un’altamente rispettata ONG statunitense dedita a trasparenza e responsabilità nel governo e nella politica degli Stati Uniti, ha fatto un grande servizio all’intellighenzia dell’Asia meridionale ottenendo, tramite una causa federale, dei documenti classificati dei dipartimenti della Difesa e di Stato relativi allo Stato Islamico (IS). In poche parole, i documenti mettono in luce la valutazione della Defence Intelligence Agency (DIA) degli Stati Uniti secondo cui l’IS potrebbe essere una “risorsa strategica” per le strategie regionali statunitensi. Tale valutazione scioccante difatti risale all’inizio del 2012, cioè prima ancora che lo SI apparisse sulle testate catturando Mosul in Iraq, lo scorso anno. La DIA ha avvertito governo e agenzie di sicurezza degli Stati Uniti che lo SI aiuterà Washington ad isolare e rovesciare il regime siriano. In effetti, ciò che è stato bollato come teoria della cospirazione finora, infine si avvera. E nel frattempo molti avvenimenti in Siria e Iraq oggi cominciano ad avere una prospettiva chiara. Naturalmente, ciò che emerge, ancora una volta, sono le politiche diaboliche degli Stati Uniti nell’utilizzare i gruppi estremisti islamici come strumenti geopolitici per sostenere le proprie strategie regionali nei Paesi esteri. Tale politica fu avviata la prima volta in Asia del Sud nei primi anni ’80 con i “mujahidin afghani” della genialata di Zbigniew Brzezinski, a capo della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. L’appello alla “jihad” in Afghanistan, alla fine, causò immense sofferenze alla regione. Opera attivata dagli Stati Uniti per sconfiggere l’Armata Rossa in Afghanistan, sconfitta che secondo alcuni avrebbe contribuito al crollo dell’Unione Sovietica. Tuttavia, il Pakistan ne fu seriamente destabilizzato e, cosa più importante, l’introduzione di Usama bin Ladin e al-Qaida diede l’alibi perfetto agli Stati Uniti per imporre la presenza militare in Afghanistan e in Asia centrale. Lo spettro dello SI in Pakistan e Afghanistan oggi, appare un’evoluzione ancor più inquietante. Mentre sempre più dettagli saranno disponibili su cosa succede a Kunduz, provincia settentrionale dell’Afghanistan, che appare un’operazione dello SI. Teoricamente si tratterebbe di un’offensiva dei “taliban”, ma il mullah Omar non sembra avere il controllo della battaglia per Kunduz, dove “combattenti stranieri” guidano l’assalto. Gli accuratamente selezionati resoconti dei media occidentali continuano a presentare lo SI quale fattore nella regione settentrionale dell’Afghanistan al confine con l’Asia centrale. Radio Free Europe e Radio Liberty, collegate all’intelligence degli Stati Uniti e che svolsero un ruolo chiave nella Guerra Fredda, la scorsa settimana hanno diffuso un pezzo inquietante sullo SI, praticamente dandogli un peso in Afghanistan assai lontano dalla realtà sul campo.
King-Abdullah-+-Obama-600x450 Naturalmente, l’avanzata dello SI darebbe agli Stati Uniti l’alibi perfetto per stabilire una presenza militare permanente, per sé e la NATO, in Afghanistan. C’è molto su cui riflettere, in retrospettiva, su ciò che l’ex-presidente afghano Hamid Karzai aveva più volte dichiarato, e cioè che gli Stati Uniti non sono “sinceri” nella lotta ai taliban e sugli obiettivi geopolitici reali. Gli Stati Uniti riusciranno a diffondere il virus dello SI in Afghanistan e Asia centrale, per giustificare la presenza militare occidentale a tempo indeterminato nella regione? Le probabilità sono abbastanza buone, in realtà, e i ministri degli Esteri della NATO incontratisi ad Antalya, la scorsa settimana, hanno ritenuto che l’alleanza debba mantenere una presenza a lungo termine in Afghanistan, oltre la prevista scadenza di fine 2016. In effetti, è nel DNA e negli egoismi dei regimi autocratici che dominano oggi su gran parte del mondo musulmano, finire al servizio degli interessi occidentali. Non si sbaglierebbe pensare che lo SI sia uno strumento per colpire l’Iran, e che l’azione in Afghanistan sia finanziata dall’Arabia Saudita che si prefigge due scopi, infettando anche il Pakistan con il virus dello SI. Anche in questo caso, la politica regionale offre un eccellente margine di manovra agli Stati Uniti nel seguire le orme della politica del “divide et impera” della Gran Bretagna imperiale nel subcontinente indiano. Questione del Kashmir, animosità tra indù e musulmani, relazioni conflittuali dell’India con Cina e Pakistan, Xinjiang e Tibet, la lista delle questioni regionali è molto lunga laddove l’intelligence degli Stati Uniti avrebbe ampio spazio nel frantumare le posizioni regionali. Si prenda il caso dell’India, per esempio. L’attuale discorso strategico principale è permeato da una mentalità contraddittoria verso Cina o Pakistan. Ma il discorso indiano sorprende gli increduli (se non occasionalmente, i nazionalisti estremisti indù) quando si tratta delle intenzioni strategiche a lungo termine degli Stati Uniti nella regione. I nostri esperti non sono semplicemente interessati al tema. Leggasi Levant Report per informarsi, qui. (Qui sotto)daesh-cia-990x180Documento della Defense Intelligence Agency del 2012: l’occidente faciliterà l’avanzata dello Stato islamico “per isolare il regime siriano”
Brad Hoff Levant Report 19 maggio 2015

baghdadi-ciaIl 18 maggio il gruppo conservatore di monitoraggio del governo Judicial Watch ha pubblicato dei documenti precedentemente classificati del dipartimento della Difesa e del dipartimento di Stato statunitensi, ottenuti con una causa federale. Mentre i media mainstream sono focalizzati sulla gestione della Casa Bianca dell’attacco al consolato di Bengasi, ignorano il “quadro generale” presentato e confermato dai documenti del 2012 della Defense Intelligence Agency, secondo cui lo ‘Stato islamico’ in Siria orientale viene ricercato perseguendo la politica occidentale nella regione. Sorprendentemente, il rapporto appena declassificato afferma che per “occidente, Paesi del Golfo e Turchia (che) sostengono l’opposizione (siriana)… c’è la possibilità di creare un califfato salafita dichiarato o occulto nella Siria orientale (Hasaqa e Dayr al-Zur), e questo è esattamente ciò che le potenze che sostengono l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano…” Il rapporto della DIA, in precedenza classificato “Secret/Noforn” datato 12 agosto 2012, circolò ampiamente tra i vari enti governativi, tra cui CENTCOM, CIA, FBI, DHS, NGA, dipartimento di Stato e molti altri. Il documento mostra che già nel 2012 l’intelligence degli USA previde l’ascesa dello Stato Islamico in Iraq e Levante (SIIL o SIIS), ma invece di delineare chiaramente il gruppo come nemico, il rapporto lo riteneva risorsa strategica degli Stati Uniti. Mentre numerosi analisti e giornalisti hanno documentato tempo fa il ruolo delle agenzie d’intelligence occidentali nell’addestramento e formazione dell’opposizione armata in Siria, i vertici dell’intelligence statunitense confermano la teoria secondo cui i governi occidentali vedono fondamentalmente nel SIIL uno proprio strumento per il cambio di regime in Siria. I documenti al riguardo affermano proprio tale scenario. Prove forensi, prove video e recenti ammissioni di alti funzionari interessati (vedi le ammissioni dell’ex-ambasciatore in Siria Robert Ford qui e qui), dimostrano che il dipartimento di Stato e la CIA supportano materialmente i terroristi del SIIL sul campo di battaglia siriano, almeno dal 2012-2013 (come chiaro esempio di “prove forensi”: vedasi il rapporto dell’inglese Conflict Armament Research che fa risalire all’origine dei razzi anticarro croati recuperati dai terroristi del SIIL a un programma congiunto saudita/CIA, grazie all’identificazione dei numeri seriali).
Il rapporto della DIA del 2012, appena diffuso, traccia le seguenti sintesi sullo “Stato islamico in Iraq” e l’emergente SIIL:
al-Qaida guida l’opposizione in Siria
– l’occidente si identifica con l’opposizione
– la creazione dello Stato islamico è diventata realtà solo con l’avanzata della rivolta siriana (non si parla di ritiro delle truppe USA dall’Iraq come catalizzatore dell’ascesa dello Stato Islamico, tesi di innumerevoli politici ed esperti, si veda la sezione 4.D. sotto)
– l’istituzione di un “principato salafita” nella Siria orientale è “esattamente” ciò che le potenze estere che sostengono l’opposizione vogliono (identificate come “occidente, Paesi del Golfo e Turchia”), al fine d’indebolire il governo di Assad
– “santuari” sono suggeriti nelle zone occupate dagli insorti islamici secondo il modello libico (che si traduce nella cosiddetta no-fly zone come primo atto di ‘guerra umanitaria’, vedi 7.B.)
– l’Iraq è identificato quale “espansione sciita” (8.C)
– uno “Stato islamico” sunnita potrebbe essere devastante per “l’unità dell’Iraq” e potrebbe “facilitare il rinnovamento degli elementi terroristici che da tutto il mondo arabo entrano nell’arena irachena”. (Vedi l’ultima riga del .pdf)daesh-cia-990x180Tratto dalle sette pagine del rapporto declassificato della DIA:

R 050839Z 12 agosto

Situazione generale:
A. Internamente, la situazione assume un andamento chiaramente settario.
B. Salafiti, Fratelli Musulmani e AQ (al-Qaida) sono le principali forze che guidano l’insurrezione in Siria.
C. Occidente, Paesi del Golfo e Turchia sostengono l’opposizione; mentre Russia, Cina e Iran sostengono il regime.

3. (C) al-Qaida in Iraq (AQI): … B. AQI sostiene l’opposizione siriana DALL’INIZIO, ideologicamente e attraverso i media…

4.D. Vi era una regressione dell’AQI dalle province occidentali dell’Iraq negli anni 2009-2010; tuttavia dopo l’avanzata della rivolta in Siria, le potenze religiose e tribali regionali cominciarono a simpatizzare per la rivolta settaria. Tale (simpatia) è apparsa nel sermoni del venerdì di preghiera, invocando volontari per sostenere i sunniti in Siria.

7. (C) Ipotesi sul futuro della crisi:
A. Il regime sopravvive ed ha il controllo sul territorio siriano.
B. Sviluppo degli eventi attuali in una guerra per delega: …le forze dell’opposizione cercano di controllare le zone orientali (Hasaqa e Dayr al-Zur), adiacenti alle province occidentali irachene (Mosul e Anbar), oltre che ai confini turchi. Paesi occidentali, Paesi del Golfo e Turchia sostengono tali sforzi. Tale ipotesi molto probabilmente è in linea con gli ultimi fatti, contribuendo a preparare santuari protetti internazionalmente, come accadde in Libia quando Bengasi fu scelta come centro di comando del governo provvisorio.

8.C. Se la situazione degenera c’è la possibilità di dichiarare un principato salafita aperto o segreto nella Siria orientale (Hasaqa e Dayr al-Zur), questo è esattamente ciò che le potenze che sostengono l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano, considerato una profondità strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)
8.D.1. … Il SIIL potrebbe anche dichiarare lo Stato islamico attraverso l’unione con altre organizzazioni terroristiche in Iraq e Siria, creando una grave minaccia all’unità dell’Iraq e all’integrità del suo territorio.B7y3bj1CIAI7OQf.jpg largeTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’India sfoggia autonomia strategica sulla Piazza Rossa

MK Bhadrakumar Indian Punchline 6 maggio 20158302852023_97fe2d3f47_bIl settantesimo anniversario della vittoria sulla Germania nazista cade questo fine settimana. La Seconda Guerra Mondiale scoppiò quando la lotta per la libertà dell’India si stava avvicinando al culmine e si sollevava in un crescendo la richiesta che la Gran Bretagna “uscisse” dall’India. C’erano due opinioni in India in quel momento su chi fosse il peggior nemico, Gran Bretagna o Giappone. Non sorprende che, in termini di somma zero, sembrò a molti che la sconfitta della Gran Bretagna significasse la vittoria dell’India. L’India, però, infine combatté per la Gran Bretagna. La scelta di partecipare in teatri dove il sangue indiano venne versato fu presa per gli indiani dalla Gran Bretagna. L’India non contribuì allo scoppio della seconda guerra mondiale ma comunque ne soffrì enormemente, con la Gran Bretagna imperiale che saccheggiava l’economia indiana senza pietà per mobilitare le risorse per i suoi sforzi bellici, e le cicatrici orrende lasciate richiesero decenni per guarire. Naturalmente, il movimento nazionalista indiano era ideologicamente contrario al nazismo e il Partito del Congresso, che guidava la lotta per la libertà, ebbe una posizione inequivocabile sulla lotta al fascismo. Ironia della sorte, però, l’India infine si rivelò “beneficiaria” indiretta della seconda guerra mondiale, perché la Gran Bretagna uscì dalla guerra completamente esausta e capì che tenere l’India come colonia andava semplicemente oltre le proprie capacità e risorse, venendo spronata a concedere l’indipendenza all’India.
Naturalmente, il principale teatro della Seconda Guerra Mondiale fu l’Unione Sovietica. Le potenze occidentali adottarono un atteggiamento dubbio quando Hitler attaccò l’Unione Sovietica e presero tempo per concordare con Mosca che il fascismo era il nemico comune e molto più pericoloso nella storia moderna d’Europa che l’ideologia del socialismo. L’Unione Sovietica fu quasi dissanguata da quel “grande gioco” intrapreso dall’occidente (leggasi Regno Unito), subendo perdite incalcolabili in vite umane e distruzione su una scala che l’umanità non ha mai conosciuto. In ultima analisi, l’Armata Rossa mutò corso e iniziò l’avanzata verso Berlino, e allora l’occidente saltò nella mischia alleandosi all’Unione Sovietica. Senza dubbio, l’occidente deve alla Russia l’enorme sacrificio fatto e il tremendo senso di forza e grinta dimostrato da leadership e popolo sovietici nel spezzare la schiena alla macchina da guerra nazista, in modo che l’Europa fosse libera. Eppure, il mondo occidentale “boicotta” il settantesimo anniversario della Giornata della Vittoria sul nazismo, che la Russia celebra questo fine settimana. La politica della nuova Guerra Fredda vi si è insinuata. Se il presidente Ronald Reagan boicottò le Olimpiadi di Mosca (1980) per l’intervento sovietico in Afghanistan e se il presidente Barack Obama segue l’esempio, quando le Olimpiadi invernali di Sochi si tennero nel 2014 per il suo (incomprensibile) dispiacere sulle leggi anti-gay della Russia, Obama boicotta le celebrazioni del Giorno della Vittoria a Mosca questo fine settimana, a quanto pare a causa dell’Ucraina. Naturalmente, con il boicottaggio degli Stati Uniti, gli alleati, non solo anglosassoni ma l’intero carrozzone occidentale, seguono obbedienti. Basti dire che tutto ciò è una politica di imbrogli o petulanza degli statisti occidentali, a seconda di come la si guarda, quando si tratta della Russia e della sua politica. (A proposito, nessuno boicottò le Olimpiadi di Los Angeles (1984), nonostante gli Stati Uniti conducessero l’eversione del Nicaragua iniziata nel 1981, l’intervento in Libano nel 1982-84, il bombardamento di Grenada nel 1983-1984 e l’invasione dell’Honduras nel 1983). Pertanto, è molto simbolica la partecipazione del Presidente dell’India Pranab Mukherjee alle celebrazioni del Giorno della Vittoria a Mosca il 9 maggio. Davanti ciò, è del tutto evidente che l’India esprima solidarietà alla Russia. Va notato che Mukherjee compirà una visita di 5 giorni in Russia ospite di Putin. La decisione di partecipare alle celebrazioni della vittoria a Mosca può essere apprezzata da diverse angolazioni. Ed anche sul piano “personale”, dato che Mukherjee ha svolto un ruolo indelebile nel favorire le relazioni tra India e Unione Sovietica. I russi lo conoscono molto bene e lo considerano un caro amico e politico di fiducia. Dall’altra parte, il presidente russo Vladimir Putin è anche molto apprezzato in India come amico che pone grande importanza sulla comprensione strategica del suo Paese con l’India. A dire il vero, la Russia non è l’Unione Sovietica ma Putin ha ereditato il lascito sovietico dell’amicizia con l’India, allo stesso tempo pragmatico e altamente strategico, dimostrandosi reciprocamente vantaggiosa e singolarmente priva di contraddizioni. Non importa la continua demonizzazione di Putin da parte dei media occidentali, la sua stima in India rimane intatta, anche presso gli “occidentalisti” tra le élite indiane che in genere guardano a Washington. Senza dubbio, Delhi comprende che le celebrazioni a Mosca hanno il timbro personale di Putin. Detto questo, la partecipazione di Mukherjee alle celebrazioni a Mosca in definitiva va vista e capita quale decisione di politica estera del governo Narendra Modi. Tali decisioni vengono prese dopo un’attenta riflessione dalla dirigenza diplomatica del Blocco Sud e della leadership politica.
La decisione sottolinea la determinazione di Modi di mantenere l'”autonomia strategica” dell’India come ancoraggio delle politiche estere e strategiche globali. In alcun modo va interpretata come atto “anti-americano”, ma implica comunque cruciale rifiuto netto della visione del mondo degli Stati Uniti nella politica mondiale contemporanea verso la Russia e le potenze emergenti, e tutto ciò che ne consegue, tra cui senza dubbio il famoso “pivot in Asia”. Significativamente, Modi andrà in Cina tra una settimana per una visita di tre giorni. Chiaramente, l’India adatta la sua politica non allineata alla situazione internazionale emergente. Considerando che gli Stati Uniti avanzano una strategia di contenimento volta a isolare e indebolire la Russia, e non viceversa, il non allineamento dell’India opera a favore della Russia, come accadeva durante la guerra fredda. Pertanto, gli esperti che hanno scritto che il non allineamento dell’India è diventato “antidiluviano” dopo la visita di Obama a Delhi a gennaio, danno una lettura completamente sbagliata. Infatti, Modi dovrà visitare la Russia a luglio per partecipare al vertice dei Paesi BRICS. Vi è la forte probabilità che l’India aderisca formalmente alla Shanghai Cooperation Organization, il cui vertice si terrà in Russia sempre a luglio, durante la visita di Modi. Infine, entro l’anno, l’evento annuale del vertice India-Russia vedrà ancora una volta Modi recarsi in Russia. Tutto sommato, l’India fa una dichiarazione di politica estera molto significativa sulla sua strategia globale, quando Mukherjee arriverà a Mosca e il 9 maggio saluterà dai bastioni del Cremlino il Reggimento dei Granatieri dell’Esercito indiano che marcerà con le truppe russe sulla Piazza Rossa. Il suo valore non sfuggirà alle principali capitali del mondo.

pranab-mukherjee

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La rivolta di Badaber e la vendetta del KGB

Aleksandr Sitnikov, Russkaja Semjorka 6 maggio 2015 – RBTH

Il mondo intero, tranne nell’URSS a quanto appare, sa ciò che successe nel forte di Badaber, presso la città pakistana di Peshawar, il 26-27 aprile 1985. I media occidentali ritenevano che il KGB avesse vendicato la morte dei prigionieri di guerra sovietici uccisi nella prigione segreta di Badaber.991400e1e3021f7b370b9aec024La fortezza di Badaber presso Peshawar era un centro in cui gli statunitensi (e i pakistani) addestravano i gruppi afghani a combattere i sovietici. Gli statunitensi convertirono la fortezza in prigione, che all’inizio della guerra era il centro della CIA a Peshawar, in Pakistan. Durante la guerra in Afghanistan, Badaber ospitava un presunto centro umanitario per rifugiati afghani per impedirgli di morire di fame. Ma in realtà era una copertura del centro di addestramento militare del partito controrivoluzionario afghano Jamaat-e Islami, dove erano segretamente tenuti dei prigionieri di guerra sovietici considerati dispersi in Patria.

Dukhovchenko

Dukhovchenko

Evasione
30 anni fa, il 26 aprile 1985, quando l’Unione Sovietica si preparava all’imminente 40.ma Giornata della Vittoria, dei colpi furono sentiti alle18:00 nella fortezza di Badaber. Approfittando del fatto che la maggior parte delle guardie del campo era andata a pregare, un gruppo di prigionieri di guerra sovietici avrebbe “eliminato” due guardie presso l’armeria delle fortezza, preso le armi, occupato il centro di controllo radiofonico della fortezza, liberato altri prigionieri e cercato di fuggire. Come ricordò Mentre l’ex-presidente afghano e leader della Repubblica islamica dell’Afghanistan, Burhanuddin Rabbani, uno dei soldati sovietici (Viktor Dukhovchenko, secondo Wikipedia) avviò la rivolta, riuscendo a disarmare la guardia che gli portava il rancio, quindi liberò i prigionieri che sequestrarono le armi lasciate dai rangers del carcere. Ci sono divergenze su ciò che poi accadde. Secondo alcune fonti, i ribelli cercarono di sfondare la porta nel tentativo di fuga. Secondo altri, mirarono alla torre radio per contattare l’ambasciata sovietica. Il fatto che i prigionieri di guerra sovietici fossero trattenuti in Pakistan è la prova significativa dell’intervento pakistano negli affari afghani.

Assalto alla prigione
I prigionieri sovietici riuscirono a prendere il controllo dell’arsenale e posizioni adatte per la distruzione dei posti di guardia. Avevano mitragliatrici pesanti, mortai (M-62) e bombe anticarro. L’allarme sollevò tutto il personale della base, circa 3000 effettivi con istruttori di Stati Uniti, Pakistan ed Egitto. Ma i loro tentativi di assaltare le posizioni dei ribelli furono sconfitti. Alle 23:00 Rabbani richiamò il reggimento dei mujahidin Qalid ibn Walid, circondò la fortezza e chiese ai ribelli di arrendersi in cambio della vita. I ribelli sovietici risposero di voler comunicare con i rappresentanti delle ambasciate dell’URSS e della Repubblica Democratica dell’Afghanistan, con la Croce Rossa e le Nazioni Unite. Quando seppe che l’offerta era stata rifiutata, Rabbani ordinò l’assalto alla prigione.5336569La salva fatale
La feroce battaglia durò tutta la notte e le perdite tra i mujahidin dimostrarono che i russi non si arrendevano. Lo stesso Rabbani quasi perse la vita sotto il tiro delle granate a razzo. Vedendo la resistenza, tutte le forze disponibili furono lanciate contro i ribelli, con salve sparate da carri armati e persino dall’aeronautica del Pakistan. Ciò che successe dopo rimarrà probabilmente un mistero per sempre. Secondo informazioni declassificate, segnalazione della radio-intelligence della 40.ma Armata intercettarono il rapporto di un pilota pakistano sul bombardamento contro i prigionieri in rivolta che aveva colpito il deposito di armi con due milioni di razzi e proiettili. Uno dei prigionieri di Badaber, Nosirzhon Ummatkulovich Rustamov, descrisse la scena: “Rabbani scappò e poco dopo apparvero i cannoni a cui ordinò di sparare. Quando spararono, centrarono il deposito di munizioni provocando una potente esplosione. Tutto esplose, persone, edifici, fu tutto spazzato via. Il posto divenne una Ground Zero da cui usciva fumo nero“. Non ci furono superstiti. Coloro che non morirono nell’esplosione furono uccisi dagli aggressori. Tuttavia, un messaggio intercettato del consolato statunitense a Peshawar per il dipartimento di Stato diceva, “Tre soldati sovietici riuscirono a sopravvivere alla repressione della rivolta“. Circa 100 mujahidin afgani, 90 soldati pakistani, tra cui 28 ufficiali, 13 funzionari pakistani e 6 istruttori statunitensi furono uccisi nell’esplosione, che distrusse gli archivi della prigione contenenti le informazioni sui prigionieri. Per evitare il possibile ripetersi dell’incidente, Gulbuddin Hekmatyar, capo del Partito islamico dell’Afghanistan, ordinò un paio di giorni dopo che “i russi non venissero presi prigionieri“.

N. U. Rustamov

N. U. Rustamov

La reazione del pubblico
Nonostante le autorità pachistane insabbiassero con tutte le misure possibili l’incidente; tra cui silenzio assoluto, esecuzione e divieto d’ingresso degli estranei nella zona del forte; informazioni sui prigionieri di guerra sovietici e la brutale repressione della loro rivolta trapelarono ai media. La prima a scriverne fu la rivista di Peshawar ‘Sapphire’, ma fu confiscata e distrutta. Il quotidiano ‘musulmano’ del Pakistan ripubblicò la notizia, subito ripreso dai media mainstream. Il Vecchio e il Nuovo Mondo interpretarono l’episodio in modi diversi. Gli europei scrissero della lotta impari dei prigionieri di guerra sovietici per la libertà, mentre ‘Voice of America’ parlò della potente esplosione che uccise decine di prigionieri russi e un eguale numero di soldati governativi afgani. Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti, il 28 aprile 1985 pubblicò un rapporto “completo” dichiarando: “L’area del campo umanitario di circa un miglio quadrato fu sepolto da un denso strato di frammenti di proiettili, razzi, mine e resti umani. L’esplosione fu così potente che la gente del posto fu colpita dai frammenti a 4 miglia di distanza dal campo in cui erano trattenuti 14 paracadutisti sovietici, due dei quali sopravvissuti alla repressione della rivolta“. La rivolta fu confermata dal rappresentante della Croce Rossa Internazionale, David Delanrants, che visitò l’ambasciata sovietica a Islamabad il 9 maggio 1985. L’Unione Sovietica si limitò a una nota ufficiale di protesta del Ministero degli Esteri, accusando il governo del Pakistan di essere pienamente responsabile dell’incidente e chiedendo la fine della sua aggressione alla Repubblica Democratica dell’Afghanistan e all’Unione Sovietica. Ufficialmente, ci “potrebbero essere prigionieri di guerra sovietici in Afghanistan“.

a7cb73ef7615061f486caf6d4cdLa vendetta del KGB
Però vi fu una “reazione informale” dell’Unione Sovietica. Secondo i giornalisti Kaplan e Burki, il servizio segreto sovietico condusse una serie di operazioni di rappresaglia. L’11 maggio 1985, l’ambasciatore sovietico in Pakistan Vitalij Smirnov disse che l’Unione Sovietica non avrebbe lasciato impunito l’incidente. “Islamabad è pienamente responsabile di quanto accaduto a Badaber“, Smirnov avvertì il presidente pakistano Mohammad Zia ul-Haq. Nel 1987, a seguito delle incursioni sovietiche in Pakistan, 234 mujahidin e soldati pakistani furono uccisi. Il 10 aprile 1988, una potente esplosione nel deposito di munizioni di Camp Odzhhri, tra Islamabad e Rawalpindi, provocò la morte di 1000-1300 persone. Gli investigatori conclusero che si trattava di sabotaggio. Alcuni mesi dopo, il 17 agosto 1988, l’aereo C-130 che trasportava il presidente Zia cadde, lui e l’ambasciatore statunitense Arnold Raphel, anche lui a bordo, rimasero uccisi. Le agenzie d’intelligence pakistane collegarono l’incidente alla rappresaglia del KGB per Badaber.

yRFRfG5evC4I soldati sovietici uccisi a Badaber
Tenente S. I. Saburov, 1960, Repubblica di Khakasja
Tenente G. V. Kirjushkin, 1964, Mosca
Sergente P. Vasiliev, 1960, Chuvashja
Soldato M. A. Varvarjan, 1960, Armenia
Tenente G. A. Kashlakov, 1958, Rostov
Sergente S. E. Rjazantsev, 1963, Russia
Sergente N. G. Samin, 1964, Kazakhstan
Caporale N. I. Dudkin, 1961, Altaj
Soldato R. R. Rakhimkulov, 1961, Bashkiria
Soldato J. G. Vaskov, 1963, Kostroma
Soldato Pavljutenkov, 1962, Stavropol
Soldato A. N. Zverkovich, 1964, Bielorussia
Soldato S. V. Korshenko, 1964, Ucraina
Impiegato dell’esercito sovietico N. I. Shevchenko
Soldato S. N. Levchishin, 1964, Samara

 S. N. Levchishin

S. N. Levchishin

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cosa fa Washington in Asia centrale?

F. William Engdahl New Eastern Outlook 05/05/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

AWILLS PAGEDa quando la CIA ha finanziato e addestrato oltre centomila jihadisti, tra cui il fanatico saudita Usama bin Ladin, per intraprendere una guerra per procura decennale contro le forze dell’esercito sovietico in Afghanistan, Washington è ossessionata dall’idea di penetrare nell’Asia centrale per incunearsi tra Cina e Russia. I primi tentativi sulla scia della presenza delle forze statunitensi in Afghanistan post-2001, hanno avuto alterne fortune. Ora sembra che Washington cerchi freneticamente di ripetersi, anche richiamando il vecchio ambasciatore degli USA Richard M. Miles per dirigere un nuovo tentativo di rivoluzione colorata. Sembra che ci sia urgenza nella nuova attenzione di Washington sull’Asia centrale. La Russia non viene destabilizzata dalle sanzioni finanziarie di Stati Uniti e Unione europea; piuttosto è più vivace che mai facendo accordi economici e militari strategici apparentemente ovunque. E il vicino eurasiatico della Russia, la Repubblica Popolare Cinese, ha piani per costruire con la Russia rotte energetiche e collegamenti ferroviari ad alta velocità in tutta l’Eurasia. Washington sembra rispondere. Il problema dei neoconservatori di Washington è che non sono molto creativi nel comprendere le maggiori conseguenze delle loro azioni alquanto stupide. E i loro traffici loschi sono molto noti non solo a Mosca, ma anche in Uzbekistan, Kirghizistan e altre repubbliche dell’Asia centrale dell’ex-Unione Sovietica.

L’imminente boom economico dell’Eurasia
Le repubbliche dell’Asia centrale, soprattutto Kirghizistan e Uzbekistan, si posizionano strategicamente tra Cina, Kazakistan e Russia, al centro della regione in via di boom economico conseguente alle reti ferroviarie ad alta velocità della nuova Via della Seta della Cina. Tali reti ferroviarie creeranno un rotta altamente efficiente ed indipendente dalla possibile interferenza statunitense sulle rotte marittime, agevolando il commercio in rapida crescita in Eurasia e potenzialmente anche nella sfortunata UE, se mai avrà il coraggio di mollare Washington. La Cina ha recentemente fatto notizia con la costituzione della sua Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), chiara rivale di FMI e Banca asiatica di sviluppo controllati dagli Stati Uniti, quando Regno Unito, Germania, Francia e la maggior parte delle più importanti nazioni, ad eccezione di Stati Uniti, Canada, Messico e Giappone, si precipitarono entrando da membri fondatori in ciò che promette essere la locomotiva economica globale per almeno il prossimo mezzo secolo o più, se guidata correttamente. L’AIIB è stata fondata da Pechino con il contributo iniziale di 50 miliardi di dollari per finanziare in parte la Nuova Via della Seta. Recentemente Pechino ha anche ripreso un piano per costruire un collegamento ferroviario dal Xinjiang della Cina all’Uzbekistan attraverso il territorio del nord Kirghizistan. I piani iniziali furono sabotati nel 2005, quando una rivoluzione colorata istigata dagli USA rese il Kirghizistan instabile. Il 21 gennaio 2015, il presidente del Kirghizistan Almazbek Atambaev annunciava che il suo governo aveva inviato una delegazione a Pechino per concludere i dettagli del progetto da 2 miliardi di dollari per una tratta ferroviaria di 270 km da Kashgar, nel Xinjiang della Cina occidentale, a Andijan nell’Uzbekistan orientale, via oblast Naryn e Osh del Kirghizistan. In una recente nota, il Foreign Office inglese rileva che il progetto ferroviario darebbe vantaggi significativi all’Uzbekistan e soprattutto alla Cina, facendo anche avanzare i progetti ferroviari eurasiatici della Nuova Via della Seta, rilevando che la Cina creerebbe una rotta terrestre supplementare attraverso l’Asia centrale, per le sue esportazioni ai mercati europei, se si collegasse alle rete ferroviarie uzbeka e turkmena fino al Mar Caspio. Inoltre migliorerebbe l’accesso cinese a oro, carbone e altri minerali del Kirghizistan, uno Stato economicamente dimenticato dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 e dalla dichiarazione dell’indipendenza. Per l’Uzbekistan, la nota del Foreign Office rileva che la nuova linea ferroviaria permetterebbe il commercio con i mercati dell’Asia-Pacifico, ciò sarebbe particolarmente importante per l’impianto automobilistico GM-UzDaewoo della regione di Andijan, che riceve importazioni regolari di componenti dalla Corea del Sud. Per il Kirghizistan, ciò offrirebbe la possibilità di guadagnare dalle tariffe di transito fino a 200 milioni di dollari l’anno, secondo alcune stime, oltre a creare 20000 posti di lavoro nella relativa costruzione. Così vi sono possibili vantaggi dall’apertura del Kirghizistan a significativi investimenti cinesi nel settore minerario, di cui l’economia kirghisa ha doloroso bisogno. Un altro progresso economico e geopolitica eurasiatico si ebbe il 9 aprile, quando il Pakistan annunciava che, una volta che le sanzioni degli Stati Uniti all’Iran saranno tolte, procederà nella costruzione, da tempo in stallo, del gasdotto Iran-Pakistan da 7,5 miliardi dollari dal porto pakistano di Gwadar alla città di Nawabshah nel sud-est del Pakistan, per fornire i necessari 4500 megawatt di energia elettrica. Nel 2014 Washington sabotò il progetto, sostanzialmente corrompendo il governo del Pakistan, finanziariamente legato per 1,5 miliardi di dollari ai sauditi, affinché abbandonasse il progetto. Washington minacciò il Pakistan se violava le sanzioni economiche contro l’Iran. Washington, come Wall Street, preferisce usare i soldi degli altri popoli per far avanzare la propria agenda. Un anno dopo, speso il denaro saudita, il Pakistan annunciava che il gasdotto sarebbe stato portato avanti. Il Pakistan s’è tranquillamente assicurato un prestito da 2 miliardi dollari dalla… Cina. Il segmento in Pakistan del gasdotto sarà di 485 km, finanziato dal prestito cinese e la costruzione sarà effettuata dalla compagnia energetica statale cinese CNPC. L’Iran ha già completato il suo segmento di 560 km.bakou-petroleWashington corre a sabotare
Con l’esplosione economica eurasiatica per i collegamenti, ferroviari e gasdotti transnazionali, Washington ha capito di dover reagire per non essere sopraffatta dalla Shanghai Cooperation Organization di Russia, Cina, Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakistan. Non solo, nel gennaio 2015 Russia, Bielorussia, Kazakistan e Armenia lanciavano l’Unione economica eurasiatica con il Kirghizistan che ha in programma di aderirvi. E’ la stessa unione economica che l’Ucraina del presidente democraticamente eletto Viktor Janukovich cui decise di aderire piuttosto che accettare la proposta irrisoria di associazione con l’UE. L’assistente del segretario di Stato di Washington Viktoria Nuland e il solito branco di falchi neoconservatori scatenarono le proteste di Piazza Majdan via Twitter e nel febbraio 2014, il colpo di Stato per bloccare il passo dell’Ucraina. Quindi vale la pena notare che a fine marzo 2015, il giornale del Kirghizistan Delo No riferiva che un misterioso aereo ucraino aveva scaricato 150 tonnellate di merci, etichettate “posta diplomatica”, per l’ambasciata statunitense nella capitale kirghiza Bishkek, alla fine di marzo. Lo status di posta diplomatica significava che non poteva essere controllata dalla polizia doganale kirghisa. A quanto pare il personale dell’ambasciata statunitense a Bishkek foffre di grafomania furiosa. Il giornale riferì che il carico fu consegnato con due voli dell’aviogetto da trasporto Antonov An-124 della compagnia aerea ucraina Avialinii, il 28 marzo e 30 marzo, e ogni volta l’aereo proveniva dalla capitale degli Emirati Arabi Uniti Abu Dhabi, dirtetto all’aeroporto internazionale di Manas. Vale la pena notare che nel novembre 2013 l’ambasciata statunitense a Kiev ricevette “carichi diplomatici” consegnati da aerei da trasporto dell’US Air Force. L’ex-capo del servizio di sicurezza ucraino Aleksander Jakimenko fu citato dal notiziario Vesti.ru dire che i carichi di Kiev includevano scatole con 60 milioni di dollari in banconote di piccolo taglio distribuite ai manifestanti di Piazza Majdan a Kiev, durante le rivolte antigovernative di fine 2013; ecco l’idea di Victoria Nuland della democrazia. Fino all’aprile 2014 il governo degli Stati Uniti aveva una base aerea strategica a Manas in Kirghizistan, totalmente immune dal controllo del Kirghizistan. I media indicavano all’epoca che aerei da trasporto militari degli Stati Uniti carichi di eroina afgana atterravano nel volo verso Russia ed UE.
Nel novembre 2014, il segretario dell’Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (CSTO) Nikolaj Bordjuzha accusò l’occidente di tentare di destabilizzare i Paesi della CSTO. La Collective Security Treaty Organization è un’alleanza di sicurezza di Stati ex-sovietici, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan che cooperano su questioni strategiche. Bordjuzha accusò che l’attività di “ONG finanziate da agenti occidentali” era aumentata nella regione. Bordjuzha accusò l’occidente di destabilizzare i Paesi CSTO. Come prova citò “l’aumento sproporzionato del numero di funzionari delle ambasciate occidentali, in particolare quelle degli Stati Uniti, così come l’attivazione di numerose ONG finanziate dagli occidentali“. Osservò che poco prima del lancio del colpo di Stato a Kiev di Washington, il personale dell’ambasciata degli Stati Uniti a Kiev esplose fino all’incredibile cifra di 1500, in un Paese dove l’unico interesse di Washington era incunearsi tra Russia, Cina e Unione europea. Poi il 5 febbraio 2015, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti annunciò di aver riassunto il 78enne creatore delle rivoluzioni colorate Richard M. Miles, quale “incaricato d’affari ad interim” presso l’ambasciata statunitense a Bishkek, Kirghizistan. Miles era dietro la “rivoluzione delle rose” della CIA, che in modo fraudolento installò l’agente di Washington Mikhail Saakashvili a presidente della Repubblica della Georgia, nonché simili operazioni sporche negli anni ’90 in Azerbaigian, dove BP e compagnie petrolifere statunitensi volevano costruire l’oleodotto Baku – Ceyhan attraverso la Georgia, per evitare l’oleodotto russo che attraversava la Cecenia. La nomina di Miles è avvenuta quando l’assistente del segretario di Stato Victoria Nuland, neocon ex-assistente di Dick Cheney ed ex-ambasciatrice nella NATO fu fondamentale nel colpo di Stato a Kiev del 2014, e si recò nel Caucaso meridionale per visitare i governi di Georgia, Armenia e Azerbaigian. Washington mira chiaramente a devastare con le rivoluzioni colorate l’Asia centrale, al fine di sabotare il rapido sviluppo economico eurasiatico. Il Kirghizistan è particolarmente strategico per tale scopo, con il caos che minaccerebbe subito la cooperazione economica tra Cina, Russia e Kazakistan. Possiamo aspettarci una nuova ondata di rivoluzioni colorate orchestrate da Washington in Kirghizistan e Asia centrale. Probabilmente includeranno anche il Baluchistan in Pakistan, dove i jihadisti radicali sostenuti dalla CIA si preparano a sabotare il gasdotto Iran-Pakistan-Cina che attraversa il Belucistan. Il tutto è alquanto faticoso, ma una superpotenza decadente non è generalmente più creativa.

Modo di definire "valigia diplomatica", no?

Modo di definire il concetto di “valigia diplomatica”, no?

F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureatosi in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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