Dal 1979, l’Iran difende la causa palestinese

Prof. Tim Anderson, Global Research 22 gennaio 2018Nonostante decenni di brutali assalti, la resistenza palestinese all’apartheid d’Israele non è scomparsa. In effetti, nel pieno di una situazione apparentemente disperata, ci sono alcuni raggi di speranza. Uno di questi è Gaza. Nel 2005 lo Stato sionista smantellò le colonie e si ritirò dalla striscia di Gaza. Ariel Sharon, brutale capo sionista che aveva ripetutamente attaccato Gaza, disse che la ragione del ritiro israeliano era “garantire ai cittadini israeliani la massima sicurezza”. La ragione di fondo fu l’incessante resistenza del popolo coraggioso di Gaza, sin dalla fine degli anni ’40. Dal 2005 l’affollato territorio palestinese è stato oggetto di un blocco simile a una prigione e a ripetuti assalti punitivi. Lo Stato dell’apartheid, in diverse operazioni, massacrò migliaia di persone. Ma il ritiro da Gaza segnò il limite del piano di pulizia etnica del “Grande Israele”. L’anno seguente, incoraggiato dall’imponente piano di Washington del “Nuovo Medio Oriente”, Israele invase di nuovo il sud del Libano, tentando di disarmare il partito sciita Hezbollah, creato proprio a causa delle precedenti invasioni israeliane. Anche se le forze sioniste uccisero molti, subirono anche gravi perdite e furono costrette a ritirarsi, non riuscendo a raggiungere alcun obiettivo. Quindi, la sconfitta dell’invasione del 2006 fu un secondo raggio di speranza, imponendo un altro limite all’espansione sionista. Nel decennio successivo, sebbene alcuni territori libanesi siano ancora annessi, Tel Aviv diffidò dell’avventurismo al confine col Libano. A differenza di molti sostenitori occidentali d’Israele, i capi militari dello Stato sionista ascoltano e, a loro modo, rispettano il Segretario Generale di Hezbollah, Sayad Hasan Nasrallah, e sanno anche che Hezbollah è ora meglio preparato ed armato rispetto al 2006. Se non fosse per Hezbollah, il Libano del Sud sarebbe probabilmente entrato con Cisgiordania e alture del Golan come altro territorio occupato. Non vanno ignorati questi risultati. Il leader iraniano Ayatollah Khamenei osservava che, dagli anni ’80, “il regime sionista non ha potuto aggredire nuove terre, ed ha anche iniziato a ritirarsi”. La resistenza palestinese ha svolto il “ruolo maggiore e decisivo” in ciò, dice l’ayatollah Khamenei. Il ruolo dell’Iran nel guidare l’alleanza regionale che sostiene realmente la resistenza palestinese è il terzo raggio di speranza per il futuro della Palestina. L’ascesa dell’Iran e le vittorie in Siria e Iraq contro i fantocci-terroristi di NATO-Arabia Saudita hanno rafforzato questa alleanza. I capi israeliani temono la sconfitta di SIIL, al-Nusra e altri gruppi settari, per mano delle forze siriano-iracheno-iraniane. Sanno che ciò porterà a una potente coalizione guidata dall’Iran al confine tra Palestina occupata e Siria occupata. Temono, in particolare, la liberazione delle alture del Golan occupate, un’operazione per la quale Siria ed alleati avranno il pieno appoggio del diritto internazionale.
Dopo la resistenza palestinese, fu la Repubblica islamica dell’Iran a guidare la lenta ma costante ondata contro lo Stato razzista. Lo studioso sunnita libanese, sceicco Ahmad al-Zayn, osserva che fu il leader iraniano Imam Khomeini che spostò l’attenzione sulla Palestina, non per odio dell’ebraismo, ma per salvaguardare dignità umana e giustizia, e rifiutare aggressione, razzismo ed estremismo’. Dal 1979, la Repubblica Islamica ha costantemente elevato e difeso la causa dell’autodeterminazione palestinese. La grande nazione ha finanziato le famiglie palestinesi dei combattenti della resistenza caduti, dopo che le loro case furono demolite nelle violente punizioni collettive d’Israele. Ha sostenuto con addestramento e armi quasi tutte le milizie palestinesi che resistono allo Stato dell’apartheid; includendo anche gruppi legati alla Fratellanza musulmana anti-sciita. Non si tratta di “mezzaluna sciita”, poiché i palestinesi sono soprattutto sunniti. Alcuni palestinesi furono reclutati dai piani settari incoraggiati da Washington, Riyadh e Tel Aviv. Tuttavia, il piccolo gruppo di capi palestinesi ingannati prendendo soldi da Qatar e Arabia Sauditi per unirsi alla guerra contro la Siria, ora è in disgrazia o si rivolge all’Iran. L'”Asse della resistenza”, alleanza dell’Asia occidentale, riunisce Resistenza palestinese, Iran, Siria e Hezbollah, principale vera opposizione allo Stato dell’apartheid. È ciò che Israele teme. Quando questa alleanza sarà ben consolidata, sarà una forza in grado di costringere Tel Aviv ai negoziati. Washington e Tel Aviv lo sanno; è per questo che persistono nei tentativi di dividere e destabilizzare la regione. Ci sono numerosi opportunisti che sostengono di supportare il popolo palestinese, ma si oppongono ai loro alleati. Criticano Israele, apparentemente in nome di uno Stato d’apartheid più bello e gentile. Fingono di sostenere i palestinesi, ma solo se vittime passive. Gli negano il diritto di resistere; e attaccano ferocemente Iran, Hezbollah e Siria. Molti di noi sono arrivati a definire la versione occidentale di costoro “sionisti di sinistra”. Tali “sionisti di sinistra” hanno spacciato i loro marci miti sulla resistenza. Ad esempio, durante gli attacchi sionisti a Gaza cercarono di equiparare crimini israeliani e presunti attacchi indiscriminati coi razzi palestinesi su Israele. In effetti, sappiamo da prove indipendenti (ONU ed Israele stessa, contro il proprio interesse) che, nell’assalto a Gaza del 2014, oltre il 75% dei 1088 palestinesi uccisi erano civili; mentre solo il 6% dei 51 morti nei territori occupati erano civili. Non esiste un’equivalenza morale, per carattere e “danni collaterali”, tra pulizia etnica ed assalti punitivi dello Stato sionista e resistenza del popolo palestinese. La chiarezza morale su tale questione va ripetuta.
L’alleanza regionale a sostegno della resistenza palestinese è un fattore cruciale per il futuro della nazione; l’altro è l’unità del popolo palestinese. In questo senso, i colloqui per l’unità tra le diverse fazioni sono cruciali. È risaputo dai sondaggi che i palestinesi hanno scarsa fiducia nelle fazioni e nei loro leader, ma continuano ad esprimere forte sostegno alle loro istituzioni nazionali. Le divisioni alimentano un morale basso. Il leader dell’Iran, l’Ayatollah Khamenei, afferma che le differenze tra i gruppi erano “naturali e comprensibili”, ma che “era necessario aumentarne cooperazione e profondità“. Una maggiore unità rafforzerà la fiducia popolare, favorirà la concentrazione e l’organizzazione e consentirà nuovi passi avanti. Il futuro della Palestina è offuscato da divisioni, grandi dolori, sacrifici e paura dei formidabili nemici. Tuttavia, è tutt’altro che disperato. Ci sono stati reali progressi negli ultimi anni. La Resistenza ha imposto dei limiti all’espansione del piano coloniale, a nord e a sud. I tentativi di distruggere e dividere l”Asse della Resistenza’ sono falliti e ci sono segni di un’Alleanza dell’Asia Occidentale emergente e rafforzata. Infine, i colloqui per l’unità tra le fazioni palestinesi potrebbero infondere nuova volontà a un popolo malconcio ma coraggioso e resiliente.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Trump rischia grosso su Gerusalemme

Frontier Insights, 7 dicembre 2017Il presidente Trump annunciava che intende trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti d’Israele da Tel Aviv a Gerusalemme entro sei mesi, oltre a dichiarare l’audace riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele. Tale atto inaudito è stato ampiamente denunciato dalla maggior parte dei capi di Stato, ad eccezione ovviamente del governo israeliano. Attualmente, quasi tutti i Paesi con relazioni diplomatiche con Israele hanno la missione a Tel Aviv. Trump ha appena fatto una grande scommessa per risolvere il lungo conflitto tra Israele e Palestina. Ma già da come le cose si svolgono, le speranze di una soluzione sono lontane.

Breve riassunto del conflitto arabo-israeliano
Questo è un conflitto molto lungo, teso e complicato, quindi il riassunto non si garantisce in alcun modo adeguato, non potendo coprire tutto, poiché probabilmente richiederebbe un intero libro. In breve, l’ultimo grande cambiamento che emerge quale riferimento della maggior parte dei tentativi di accordi di pace, è la guerra dei 6 giorni del 1967, quando Israele sconfisse gli arabi. Israele finì col prendere il Sinai dall’Egitto, Gerusalemme Est e Cisgiordania dalla Giordania e le alture del Golan dalla Siria. Da allora, il Sinai fu restituito all’Egitto con l’accordo di pace nel 1979, mentre le alture del Golan e la Cisgiordania (nota anche come Giudea e Samaria in Israele), sono rimaste sotto occupazione israeliana. La maggior parte dei tentativi di risoluzione del conflitto arabo-israeliano da allora faceva frequenti riferimenti ai confini precedenti al 1967, quando la composizione politica di Israele e Palestina era molto più vicina al piano di partizione originale dell’ONU del 1947, Risoluzione 181. Il motivo per cui ciò non è esatto è che il piano di partizione originale cambiò dopo la guerra del 1948, quando gli arabi dichiararono guerra ad Israele il giorno dopo aver dichiarato l’indipendenza. Israele vinse la guerra e occupò più terra di quella in origine lasciata dall’ONU.

Problemi chiave
Diritto al ritorno
I palestinesi espulsi e/o fuggiti da Israele durante la guerra del 1948, che all’epoca erano oltre 700000, si stabilirono in grandi campi profughi in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza. Oggi sono 4-5 milioni. Il diritto al ritorno è una richiesta che sancisce il diritto ai rifugiati di tornare in Israele. Israele si oppone fermamente a ciò per ovvi motivi; ne cambierebbe i dati demografici in favore degli arabi.

Status di Gerusalemme
Entrambe le parti rivendicano Gerusalemme come capitale, con Gerusalemme Ovest conosciuta come la metà israeliana, e Gerusalemme Est conosciuta come la metà araba. L’ONU dichiarò Gerusalemme città internazionale, per la sua importanza sia per gli israeliani che per gli arabi, così come per cristiani, ebrei e musulmani. La Chiesa ortodossa russa orientale, il Vaticano e il musulmano Waqf possiedono le proprietà storiche di Gerusalemme e sovrintendono vari monumenti sacri, consolidando così la nozione di status internazionale.

Sicurezza
Con la divisione dell’Autorità Palestinese tra Hamas a Gaza e Fatah a Ramallah (Cisgiordania), Fatah riconobbe il diritto d’Israele ad esistere all’inizio degli anni ’90, prima degli accordi di pace di Oslo del 1993. Tuttavia, Fatah non riconosce il diritto di Israele ad esistere come Stato ebraico. Hamas non riconosce il diritto d’Israele di esistere in alcuna forma, mentre Israele lo esige. Perciò, Gaza subisce un intenso blocco aereo, marittimo e terrestre da Israele, mentre la Cisgiordania ha libertà di movimento molto limitata, con limitate forze di sicurezza palestinesi autorizzate a controllare una zona interna alla zona esterna dei checkpoint della sicurezza israeliana. Israele insiste su un’autorità palestinese smilitarizzata in qualsiasi accordo. L’AP probabilmente insisterà su una più ampia forza di polizia e di confine, ma qualsiasi cosa al di là di ciò sarà considerata grave minaccia per Israele. Israele ha costruito il famigerato muro di cemento, la “barriera di sicurezza”, attorno ai territori palestinesi, impedendo gli attacchi suicidi dell’Intifada, ma divenendo anche simbolo di oppressione. La peggiore minaccia che ora affronta sono gli attacchi coi razzi dall’estero e quelli dei lupi solitari all’interno. I palestinesi non hanno praticamente forze di sicurezza e sono vulnerabili alle IDF.

Confini e insediamenti
Questo è un importante punto critico perché il governo israeliano attivamente persegue un cambio demografico a proprio favore costruendo insediamenti ebraici illegali in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e sfrattando i palestinesi a Gerusalemme e Cisgiordania. Molti lo vedono come un modo per pregiudicare i territori palestinesi. Le IDF sono note fare nulla contro i coloni illegali che molestano i palestinesi. L’espansione degli insediamenti è l’opportunismo israeliano verso un’Autorità palestinese disunita. La costruzione della “barriera di sicurezza” portava Israele ad assorbire circa il 10% delle terre palestinesi in Cisgiordania. Quindi, la richiesta dell’Autorità Palestinese dei confini di prima del ’67 rimane un argomento molto controverso. Questi sono i problemi principali. Ora si analizzano le azioni di Trump in tale contesto.Gli Stati Uniti in veste di mediatori sono permanentemente danneggiati
Trump ha una posizione fin troppo filoisraeliana screditando gli USA come mediatori del conflitto. Ridurrà ancor più il prestigio degli Stati Uniti nel mondo arabo, in particolare nel contesto degli ultimi due decenni d’imperialismo statunitense in Medio Oriente, causando incessanti massacri attraverso cambi di regime, ingerenza palese nella guerra tra sunniti e sciiti, così come ierrorismo sponsorizzato da Stati. Francamente, la mediazione degli Stati Uniti non può più essere presa sul serio. Adottare un approccio non sfumato e riconoscendo Gerusalemme come capitale d’Israele senza menzionarne l’importanza per palestinesi e musulmani, è sbagliato. Tale posizione è grossolanamente incompatibile con la soluzione dei 2 Stati. Si ha solo la soluzione di uno Stato: quello ebraico. Trump ha fatto una mossa estrema anche per gli standard statunitensi, dove alcuna precedente amministrazione degli Stati Uniti osò fare una simile dichiarazione. I politici europei hanno condannato tale mossa. Quindi lo status di Gerusalemme come questione chiave del conflitto arabo-israeliano è ormai danneggiato da tale posizione nettamente filo-israeliana. Jared Kushner chiaramente lavora per l’agenda sionista e Trump ne è un burattino.

L’escatologia di fondo
Credo che le basi di tale dichiarazione siano state poste tempo fa dai neocon filo-sionisti. Le loro guerre e destabilizzazione del mondo musulmano hanno contribuito a indebolirlo con lotte intestine, guerre ed odio, permettendo ai sionisti di promuovere la loro agenda mentre il mondo islamico rimane diviso. La politica estera degli Stati Uniti è guidata da un’alleanza tra sionisti cristiani di destra ed sionisti ebrei, rappresentati da cittadini statunitensi-israeliani che operano negli USA per promuovere il programma israeliano. Tale alleanza di convenienza mira a schiacciare l’opposizione musulmana in Israele, dato che gli evangelici credono che Israele debba essere solo uno Stato ebraico, pre-condizione per la seconda venuta di Cristo. Gli ebrei d’altra parte, in ultima analisi, mirano a ricostruire il loro terzo tempio, che necessariamente significa distruggere le moschee di al-Aqsa e della Cupola della Roccia, entrambe molto sacre per l’Islam. Questa è una resa dei conti religiosa di proporzioni potenzialmente apocalittiche. Purtroppo, auto-avverantesi e delirante. Il fattore religioso è il fine a Gerusalemme. Escatologia significa fine dei tempi, segno distintivo di tutte le religioni abramitiche convergenti su Israele.

Il fattore russo
La Russia potrebbe rispondere bilanciando la situazione aprendo l’ambasciata a Gerusalemme Est, dando così speranza alla causa palestinese. A ciò potrebbe seguire la corsa di varie nazioni ad aprire le missioni diplomatiche a Gerusalemme Ovest od Est, legittimando la città come internazionalmente importante. Sarebbe una mossa rischiosa per Putin, ma comunque possibile. Aiuterebbe Trump a salvare la faccia, calmando una situazione potenzialmente esplosiva. La volontà del contrappeso russo sarà seguita nel mondo arabo, specialmente dopo la decisa dimostrazione di forza in Siria.

Potenziale scissione con alleati arabi
Dopo la guerra del 1973, gli Stati arabi si unirono per mettere in ginocchio l’occidente con un devastante embargo petrolifero. Fu la risposta al sostegno occidentale ad Israele nella guerra e una dimostrazione così profonda di potere che diede vita all’accordo sul petrodollaro, con cui gli USA sterilizzarono l’arma petrolifera araba fatturandone la vendita in dollari USA in cambio di garanzie per la sicurezza agli Stati arabi. Così, la mossa di Trump rischia di alienare gli alleati arabi, in particolare gli Stati fantoccio nel Golfo, già visti come troppo vicini a Israele e USA dal loro popolo. Questo potrebbe imbarazzarli seriamente, venendo visti come filo-sionisti e costringendoli a prendere le distanze da Stati Uniti e Israele. Trump potrebbe benissimo finire per unire il mondo musulmano con tale mossa e contro USA ed Israele, perdendo altri alleati e annullando decenni di complotti di CIA-Mossad volti esattamente al contrario, seminare discordia nel mondo musulmano. Non va dimenticato che potrebbe anche spingere l’Arabia Saudita, se abbastanza irritata, a rinunciare al petrodollaro per il petroyuan e scartare qualsiasi possibilità di quotare Aramco sulla borsa di New York. Qui appare un possibile sospetto; Jared Kushner avrebbe convinto l’ingenuo Muhamad bin Salman ad impegnarsi nella faida familiare per indebolire i sauditi poco prima dell’annuncio di Gerusalemme? Non si sa a questo punto, ma è possibile che l’alleanza evangelico-sionista si sia posizionata per distruggerli, per così dire, in Israele. Ma ciò potrebbe tremendamente ritorcerglisi contro, essendoci già in programma proteste di massa. Vladimir Putin osserverà da vicino come ciò influirà sulla posizione degli USA nel mondo musulmano, e potrebbe cogliere l’opportunità d’intervenire in soccorso laddove gli USA hanno fallito, ancora una volta. Il fatto che questo accada poco prima di Natale dimostra che la mossa ha intenti evangelico-sionisti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le formazioni paramilitari siriane

Alessandro Lattanzio, 14/9/2017

Il nostro onore sarà solo l’onore di affrontare l’occupazione e la cospirazione occidentale statunitense, del nemico taqfiro e del nemico israeliano. Il nostro onore è la Palestina e dalla Palestina a Gaza, e da Gaza a tutta la terra della Palestina. Il nostro onore è in Siria affrontando la cospirazione contro la Siria, e il nostro onore è la Resistenza“.
Mahmud Qamiti, dell’Ufficio Politico di Hezbollah

Quwat Muqatili al-Ashair
Le Quwat Muqatili al-Ashair (“Forze dei Combattenti delle Tribù”) sono una milizia governativa. Le Quwat Muqatili al-Ashair sono guidate dallo Shaiq Turqi Abu Hamad dell’ufficio politico del Movimento Socialista Arabo, separatosi dal Baath nel 1963, ma componente del Fronte Nazionale Progressista, coalizione di partiti guidata dal Baath stesso. Turqi Abu Hamad è originario di Raqqa, la sua milizia è affiliata all’intelligence militare siriana tramite Zayd Ali Salah, comandante della 30.ma Divisione di fanteria e direttore della comunità di sicurezza e militare di Aleppo. Il fratello di Turqi, l’ingegnere Ahmad Abu Hamad, è il comandante delle Quwat Muqatili al-Ashair. 500 combattenti delle Quwat Muqatili al-Ashair furono trasferiti da Aleppo ad al-Qafsa, sul fiume Eufrate. Nel 2016 fu costituita, presso le Quwat Muqatili al-Ashair, un contingente di drusi del governatorato di Suwayda, il Bayraq al-Suwayda, che partecipò alla liberazione della zona tra Tadmur e al-Suqanah. I russi hanno decorato Turqi e Ahmad Abu Hamad.

Liwa al-Jabal
La Liwa al-Jabal (Brigata della Montagna) è una formazione di 5 gruppi combattenti popolari di supporto ad esercito e forze nazionali nel governatorato di Suwayda, nella lotta contro le bande di Jabhat al-Nusra e Daish (Stato islamico). Le cinque formazioni che costituiscono Liwa al-Jabal sono:
– Qatib Jalamid Urman
– al-Zaqaba
– Amar bin Yasir
– al-Suqur
– al-Basha
La Liwa al-Jabal partecipa alle campagne anticrimine assieme al Partito social-nazionale siriano, al Jamiyat al-Bustan e all’Haraqat Rijal al-Qarama.Saraya al-Tuhid
Il Partito dell’Unità Araba, espressione dei drusi libanesi contrari a Walid Jumblatt, sostiene il Baath in Siria, e dispone del Qatib Amar bin Yasir, fondato nel luglio 2006 in Libano ed operante in Siria, nelle province di Suwayda e Qunaytra, nell’ambito della difesa delle aree druse dai terroristi. Un’altra unità armata del Partito dell’Unità Araba è la Saraya al-Tuhid (“La Brigata dell’Unità”). Il Partito dell’Unità Araba è un alleato di Hezbollah, un cui esponente, Mahmud Qamiti, che svolge un ruolo di collegamento, affermò: “Il nostro onore sarà solo l’onore di affrontare l’occupazione e la cospirazione del piano occidentale statunitense, del nemico taqfiro e del nemico israeliano. Il nostro onore è la Palestina e dalla Palestina a Gaza, e da Gaza a tutta la terra della Palestina. Il nostro onore è in Siria e di fronte alla cospirazione contro la Siria, e il nostro onore è nella Resistenza“. Wiam Wahab, leader del Partito dell’Unità Araba, definiva il ruolo di Saraya al-Tuhid precisando che il gruppo non comprende “brigate militari o di sicurezza, o terroristi come i paurosi dicono, ma piuttosto le brigate dell’imminente cambiamento, il tempestivo cambiamento verso un migliore domani, per noi, la nostra montagna e la nostra gente da Iqlim al-Qarub all’ultima montagna e all’ultimo pezzo di Libano, da sud a nord: sono brigate civili che rifiutano l’uso delle armi tranne che per l’autodifesa e sostenere l’esercito e le forze di sicurezza libanesi, se necessario, affrontando qualsiasi aggressione “israeliana” come parte della resistenza”. Wahab sottolineava la solidarietà con il Baath e l’Esercito arabo siriano, e la “Resistenza libanese” che resiste al fianco di Damasco e delle comunità druse in Siria che si oppongono agli assalti dei terroristi. La Saraya al-Tuhid fu creata nell’ottobre 2016 e dispone di centinaia di aderenti che operano non solo in Libano, ma anche in Siria, presso Hadar e Suwayda.

Labuat al-Jabal
Le Labuat al-Jabal (“Leonesse di montagna”) della provincia di Suwayda, è un’organizzazione drusa costituita nel luglio 2015 ed affiliata al Madhafat al-Watan, movimento civile nazionalista e popolare. È un’organizzazione femminile addestrata all’uso di armi, educazione fisica, pronto soccorso e supporto morale.

Qatib Jalamid Urman (Dir al-Jabal)
Il Qatib Jalamid Urman (Battaglione Rocca di Urman), difende Urman, un villaggio nella provincia di Suwayda, ed aderisce al gruppo Dir al-Jabal (Scudo della montagna), riferendosi a Suwayda, anche chiamata Jabal al-Arabi/al-Druzi (“Montagna degli Arabi/Drusi”). La milizia è un’organizzazione ausiliaria dell’Esercito arabo siriano che ha operato nei fronti di Suwayda, Ghuta e campo Shair nel deserto di Homs. Il Qatib Jalamid Urman fu creato nel giugno 2015 per proteggere la comunità dal terrorismo islamista e dalle azioni del Rijal al-Qarama, organizzazione anti-siriana di shaiq Abu Fahad Wahid al-Balus. Il Qatib Jalamid Urman svolge servizi d’ordine nella provincia di Suwayda, contro il contrabbando e a difesa degli studenti che uscivano dalle scuole. La milizia inoltre pattuglia il confine Siria-Giordania. Il Qatib Jalamid Urman sostiene le Forze di Difesa Nazionale.

Qatib Humat al-Diyar
Il Qatib Humat al-Diyar (“Battaglione dei Guardiani della Patria”, in riferimento all’inno nazionale siriano Humat al-Diyar), è guidato da Nazih Jarba (Abu Husayin), parente di Shaiq Yusuf Jarba, uno dei tre Mashayaq al-Aqal, le massime autorità religiose dei drusi in Siria. L’unità fu formata nella provincia di Suwayda nel 2012. Il Qatib Humat al-Diyar fa parte delle Forze di Difesa Nazionale e conta 2000 combattenti. Nell’agosto 2015, il Qatib Humat al-Diyar, incontrando il Partito dell’Unità Araba, affermò di “condividere le posizioni a protezione del Jabal al-Arabi/Druzi di Suwayda“. Il Qatib Humat al-Diyar supporta anche il Partito Social-Nazionale Siriano, che ha una base ad Ariqa, presso Suwayda, le Forze di Difesa Nazionale, la Liwa al-Baath e il gruppo Amar bin Yasir. Le attività del Qatib Humat al-Diyar riguardano la sicurezza nella provincia di Suwayda, al fianco delle milizie popolari, come la difesa del villaggio Hadar contro i terroristi, nel settembre 2016, e la lotta al contrabbando.

Asad al-Qarubim
Nel febbraio 2016, il gruppo cristiano siriano Junud al-Masih (“Soldati di Cristo”), pubblicava: “La Siria è bella con Assad. Al vostro servizio nell’anima e nel sangue, per il nostro Presidente Bashar al-Assad, abbiamo iniziato con 5 gruppi e oggi siamo diventati più di 15 gruppi armati siriani cristiani“. Junud al-Masih probabilmente aderiscono agli Asad al-Qarubim (“Leoni dei Cherubini”), creata nel 2013 durante “l’attacco terroristico al monastero dei Cherubini” di Saydnaya. L’unità ha partecipato a numerosi operazioni anche al di fuori della zona di Saydnaya, nel Ghuta, a Daraya, Homs, Qalamun e Jubar, presso Damasco. Inoltre, Asad al-Qarubim hanno un contingente a nord di Hama. Il 10 settembre 2015, gli Asad al-Qarubim parteciparono alla liberazione delle colline che circondano la località cristiana di Marunah, provincia di Damasco, ricacciando i terroristi dall’autostrada di Harasta. Nel novembre del 2015, il gruppo operava nel Badiyah al-Homs, vicino Quraytin, Mahin e Sadad, combattendo contro lo Stato islamico, assieme ai Nusur al-Zuba e al Suturo. Asad al-Qarubim sarebbero collegati agli Huras al-Fajr (“I Guardiani dell’Alba”), che dall’11 settembre 2015 riuniscono le milizie cristiane affiliate all’intelligence della SAAF, l’Aeronautica Militare siriana. Oltre ad Asad al-Qarubim, i gruppi costituenti gli Huras al-Fajr sono:
– Gruppo Ararat
Asad al-Wadi (del Wadi al-Nasara nella provincia di Homs)
– Asad al-Hamidiya (del quartiere Hamidiya di Homs)
– Reggimento d’Intervento
– Asad Duala (del quartiere Duala di Damasco)
Gli Asad al-Qarubim sono l’evoluzione delle milizie nate per la difesa dei luoghi santi cristiani in Siria, sul modello delle organizzazioni sciite, ed oggi combattono in diverse regioni della Siria occidentale.

Quwat al-Ghadab
Le Quwat al-Ghadab (“Forze della Rabbia”), furono fondate nella città greco-ortodossa di Suqaylabiyah, nella provincia di Hama, il 16 marzo 2013 per difendere la città in coordinamento con la Guardia repubblicana e il Comando Generale dell’Esercito arabo della Siria. Le Quwat al-Ghadab hanno operato oltre che a Suqaylabiyah, a Tal Uthman contro i terroristi, all’inizio del novembre 2015, e nella provincia di Lataqia. Il leader è Philip Sulayman, collegato al comandante delle NDF di Suqaylabiyah Nabil al-Abdullah. Sulayman è un riservista dell’Esercito arabo siriano.

Quwat Wad al-Sadiq
Le Quwat Wad al-Sadiq (Forze della Vera Promessa) sono affiliate ad Hezbollah, create nel 2012 presso Sayida Zaynab a Damasco, sede del più noto santuario sciita in Siria. Vi aderiscono sciiti e drusi. Le Quwat Wad al-Sadiq hanno combattuto a Damasco, Qalamun, Idlib, Dara, Qunaytra, Aleppo e Badiyah. Ebbero un ruolo importante nella liberazione dell’area di al-Duqaniya, ad est di Damasco, occupata dai terroristi nel settembre 2014, e liberata un mese dopo. Hezbollah supporta e coordina questa unità.

Liwa Muqtar al-Thiqfi
La Liwa Muqtar al-Thiqfi (“Brigata Muqtar al-Thiqfi”) o Fuj Umar Bani Hashim (“Reggimento Umar Bani Hashim”) o Gruppo 313. Muqtar al-Thiqfi guidò la rivolta contro gli Umayadi nel tentativo di vendicare la morte dell’Imam al-Husayn, nipote del profeta Muhamad ucciso nella battaglia di Qarbala. Bani Hashim era invece Abu al-Fadil al-Abas, figlio dell’Imam Ali, il primo Imam sciita. Anche Abu al-Fadil al-Abas fu ucciso nella battaglia di Qarbala. La Liwa Muqtar al-Thiqfi fu creata nel 2016, opera sul fronte di Lataqia ed è supportata dal Corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica Iraniana. Vi aderiscono sciiti, sunniti e alawiti siriani, sopratutto renitenti alla leva, disertori ed ex-soldati. L’unità dispone di 4500 combattenti e sarebbe collegata all’intelligence militare (Aman al-Asqari) di Hama.

Saraya al-Arin
La Saraya al-Arin (“Brigata dell’Arena”) o Fuj Abu al-Harith (Reggimento Abu al-Harith) utilizza emblemi in cui compare il numero 313, riferendosi al numero dei soldati musulmani nella battaglia di Badr contro i Quraysh o ai compagni dell’Imam al-Mahdi. La Saraya al-Arin è guidata da Yasir al-Asad di Qardaha, nella provincia di Lataqia. Fondata nell’aprile 2015, è affiliata all’Esercito arabo siriano ed opera principalmente sul fronte di Lataqia in coordinamento con le forze del Dir al-Aman al-Asqari (“Scudo dell’Intelligence Militare”) dell’intelligence militare della provincia di Lataqia.

Liwa Sayf al-Haq Asadalah al-Ghalib
La Liwa Sayf al-Mahdi, o Liwa Sayf al-Haq Asadalah al-Ghalib, è una milizia di Sayida Zaynab, località fulcro della comunità sciita in Siria, collegata con la Guardia Repubblicana. L’unità fu creata nel 2014 da Ghalib Abu Ahmad ed opera presso Damasco e nel Qalamun.

Liwa al-Imam Zayn al-Abidin
La Liwa al-Imam Zayn al-Abidin fu formata nel 2013 da Zahir Hasan al-Asad, aderente al Muqawama al-Suriya (Resistenza Siriana). La Liwa al-Imam Zayn al-Abidin ha operato ad Ithriya, Tadmur e Qunaytra, ma soprattutto a Dayr al-Zur, combattendo su quel fronte al fianco di Forze di Difesa Nazionale, Leoni del Leader Eterno di Haj Azrail, Leoni dell’Eufrate, affiliati all’Aman al-Dula (“Sicurezza dello Stato”), Leoni dell’Est, milizia della tribù Shayitat collegata alla Guardia repubblicana di Isam Zahradin, Liwa al-Baath, Hashd al-Shabi, le milizie di mobilitazione popolare che si ispirano alle milizie irachene, Hezbollah e Quwat al-Jalil (“Forze di Galilea”). La Liwa al-Imam Zayn al-Abidin comprende combattenti da al-Buqamal, Raqqa, Hasaqah, Qamishli, Damasco e Dara.Liwa al-Jalil
Ala politico-militare del “Movimento nazionale di azione per la resistenza”. La Liwa al-Jalil (Brigata della Galilea) fu fondata il 29 maggio 2015; è un “movimento laico e di sinistra” incentrato su nazionalismo arabo, causa palestinese e ruolo della Siria nell’Asse della Resistenza. “Tenuto conto delle circostanze che gli arabi in generale e la causa palestinese attraversano, e il pericolo che minaccia ogni Paese della Resistenza in questa regione, la nostra gioventù palestinese e siriana ha deciso di formare un’entità della resistenza in quei Paesi che affrontano la tirannia e l’egemonia che non cessano di minacciare fin dall’occupazione della Palestina. L’ideologia di questa entità è quella del movimento d’avanguardia della gioventù della Resistenza che combatte la guerra di liberazione e d’indipendenza, qualunque siano circostanze e capacità. E il nostro successo nel sostenere questa causa in Palestina o nei Paesi della resistenza che sostengono la Palestina, è il successo nel spezzare la servitù collettiva di ogni essere umano proprio come questi giovani della resistenza si sforzano di fare. Il movimento considera la causa palestinese causa fondamentale, poiché è la prima causa dell’umanità nella lotta all’occupazione e all’egemonia perseguendo la liberazione, perciò sulle fondamenta dell’umanità e del nazionalismo poniamo il nostro ruolo ideologico, politico e militare in questo conflitto da vincere. Il Movimento Nazionale di Azione della Resistenza è stato creato nell’attuale conflitto tra l’ideologia della Resistenza e la controparte che persegue la guerra contro la nostra ideologia. Ci sforzeremo di sconfiggerla e sterminarla sotto qualsiasi copertura, perché la liberazione dei popoli non può avvenire con la distruzione delle loro terre e della loro identità resistenziale. Pertanto, sul piano politico puntiamo ad unire i ranghi di tutte le fazioni palestinesi che sostengono l’ideologia della resistenza, nonché a preservare la causa palestinese come causa centrale, a che i nostri sacrifici siano la via per liberare l’intera Patria palestinese, affidandoci al principio della resistenza e non confondendoci col nemico e il suo seguito. Il nostro lavoro sulla terra della Repubblica araba siriana è sostenere l’Asse della Resistenza e mantenere al sicuro i campi della diaspora palestinese e i componenti più importanti della stabilità del nostro popolo palestinese, punto focale del sostengo alla vittoria della causa: perciò non si dovrà cambiare campo partecipando ai conflitti interni di queste terre, alimentando idee, atti e piani contro i Paesi che hanno sostenuto e continuano a sostenere la Palestina e la liberazione del popolo palestinese. E non so dovrà divenire la spina nel fianco di questi Paesi, perché le azioni compiute a nome del popolo della Resistenza non solo mirano a distruggerne la stabilità, ma anche ad aggravare e sconvolgere la causa e i suoi sostenitori, perché le mani sioniste e della loro entità illegittima sono chiare in questi azioni, tra cui la rinascita del piano di Antoine Lahad nella regione meridionale della Repubblica araba siriana, le cui cospirazioni affronteremo fianco a fianco con l’Esercito arabo siriano, tagliando le mani a tala entità. Difatti, il nostro conflitto è esistenziale contro il pensiero sionista, l’egemonia globale e l’oppressione dei popoli“. Il riferimento ad Antoine Lahad riguarda la milizia del Sud del Libano collaborazionista d’Israele durante l’occupazione del Libano. Liwa al-Jalil indicava i terroristi nel sud della Siria come alleati e ascari d’Israele. La Liwa al-Jalil ha sostenuto le operazioni per difendere l’autostrada al-Salam, che collega Damasco e Qunaytra, in particolare nella zona di Qan al-Shayq, a sud di Damasco, e presso Qurum Jaba.

Quwat al-Jalil
Le Quwat al-Jalil (Forze della Galilea) parteciparono alle operazioni nel Qalamun, liberando Tal Musa, al-Talaja, Tal Baluqusat e Tal Qashia. È una forza ausiliaria dell’Esercito arabo siriano guidata da Fadi al-Malah e composta da siriano-palestinesi. Fu istituita il 15 maggio 2011 quale ala militare dell’Haraqat Shabab al-Udat al-Falastinia (Movimento della Gioventù del Ritorno Palestinese). Malah aveva dichiarato: “Quando l’eterno Presidente Hafiz al-Assad decise d’inviare i battaglioni dell’Esercito arabo siriano a proteggere la Resistenza nel settembre nero in Giordania, la Resistenza era con lui. E oggi siamo uniti e non consideriamo la nostra esistenza nelle file dell’Esercito arabo siriano una gratitudine alla Siria: piuttosto, la nostra adesione è un obbligo. Così la maggior parte dei membri e quadri del movimento proviene dalla gioventù della Siria per più del 50%, rafforzando l’adesione del popolo siriano alla causa palestinese e alla Resistenza. La nostra Resistenza si estende anche alle terre libanesi e palestinesi, e abbiamo avuto l’onore di lanciare il primo razzo da Gaza, denominato “Golan e Ritorno”, nel 2012. Siamo onorati che le nostre armi siano quelle dell’Esercito arabo siriano, perché se non fosse per lo Stato siriano, non ci sarebbe alcuna base per la resistenza palestinese… Israele cerca di distruggere Libano e Palestina mentre la Siria li protegge e li costruisce”. L’Haraqat Shabab al-Udat al-Falastinia fu istituito il 3 settembre 2011 a Damasco, seguendo un’ideologia basata sul nazionalismo palestinese e arabo, rifiutando qualsiasi compromesso con Israele. “La Palestina è la patria del popolo arabo palestinese ed è parte inseparabile della grande Patria araba, e il popolo palestinese fa parte dell’umma araba. I palestinesi sono cittadini arabi che avevano una patria in Palestina fino al 1947. Indipendentemente dal fatto che si sia stati espulsi o si sia rimasti, tutti coloro nati da padre palestinese dopo questa data, dentro o fuori Palestina, sono palestinesi. La lotta armata è l’unico modo per liberare la Palestina e perciò è una strategia e non una tattica, e il popolo arabo palestinese sottolinea la sua assoluta risoluzione e ferma determinazione nel perseguire la lotta armata ed attuare la rivoluzione armata popolare per liberare la Patria e ritornarvi“. Le Quwat al-Jalil operarono nella provincia di Lataqia, tra Hama ed Idlib, e presso Tadmur. Il 16 settembre 2015, l’unità partecipò alla liberazione di Tal Abu Zayd, presso Dahiyat al-Asad, Damasco. Il 16 novembre 2015, l’unità era presso Duma, alla periferia di Damasco.

Fahad Homs – Fuj al-Maham al-Qasa
I Fahad Homs – Fuj al-Maham al-Qasa (Leopardi di Homs – Reggimento Operazioni Speciali), furono creati nel 2013 ad Homs. Il leader della formazione era Shadi Juma, caduto nell’agosto 2016, collegato alle Forze Nazionali di Difesa (NDF) e al Jamiyat al-Bustan di Rami Maqluf. I Fahad Homs hanno operato nel deserto di Homs per la liberazione del giacimento al-Mahir, di Jazal, Quraytin e Tadmur. Hanno poi partecipato alle operazioni presso Daraya, vicino Damasco. Attualmente l’unità è guidata da Amin Juma.

Liwa Qibar
La Muqawama al-Wataniya al-Suriya – Liwa Qibar (“Resistenza Nazionale Siriana – Brigata Qibar”), fu fondata da Abu Jafar ed è una forza ausiliaria dell’Esercito arabo siriano costituita nel 2013 e collegata alle Forze di Difesa Nazionale (NDF) di Homs, che raccoglie migliaia di combattenti. Nell’ottobre 2015 l’unità operava ad ovest di Hama (Sahl al-Ghab), partecipando alla liberazione di Qirbat al-Naqus e al-Mansura.

Qatib al-Jabalui
Il Qatib al-Jabalui prende il nome dal martire Mazin Ali Ahmad al-Jabalui, un alawita di Jabalya, a nord-ovest di Homs, caduto a Dara l’11 novembre 2013. L’unità fu creata nel marzo 2014, ed è collegata alle NDF. Il Qatib al-Jabalui tese un’imboscata ai terroristi nella regione di Saqra, ad est di Homs. I leader del Qatib al-Jabalui sono Abu Ahmad Qalid Wusuf e Abu Ibrahim, collegati alla Jamiyat al-Bustan. Ha operato nel Ghuta orientale, a Dara, a Quraytin, ad est di Homs, nel Jabal al-Shair e nel Jazal, presso Zabadani, nell’estate 2015, e nel Shal al-Ghab, a nord-ovest di Hama.

Fuj Mughuyr al-Badiya
Il Fuj Mughuyr al-Badiya (“Reggimento Commando del Deserto”) è collegato all’intelligence militare (Shubat al-Muqabarat al-Asqariya), e il leader è Ayman Jabar, fratello del leader delle Suqur al-Sahara Muhamad Jabar. Entrambi i gruppi furono istituiti del Brigadier-Generale Muhsan Said Husayn, caduto nel novembre 2014 presso il giacimento al-Shair, nel governatorato di Homs. Diresse le operazioni per respingere l’attacco a nord di Lataqia dei terroristi, nella primavera del 2014, e le operazioni delle Suqur al-Sahara nel deserto di Homs, ottenendo il soprannome di “Leone del deserto”. Avrebbe anche istituito lo Scudo delle Coste e i Leoni dell’Est, la milizia della tribù Shaytat attiva a Dayr al-Zur. Il Fuj Mughuyir al-Badiya fu istituito nell’autunno 2015 ed ha operato nel deserto di Homs e ad Aleppo. Il leader del Fuj Muguyr al-Badiya è Sulayman al-Shuq, originario di Raqqa. Per il ruolo nelle operazioni per liberare Tadmur, i russi l’hanno decorato.

Liwa Asad al-Husayn
La Liwa Asad al-Husayn (Brigata Leoni di Husayn) è una milizia di Lataqia creata nel luglio 2015. Il leader della brigata è Husayn Tufiq al-Asad di Qardaha. L’unità ha operato nella zona desertica di Homs, presso Tadmur, nel Sahl al-Ghab alla fine dell’estate 2015, presso Marj al-Sultan, nell’area di Damasco, verso la fine del 2015 e nella provincia di Lataqia, partecipando alla liberazione di Rabya e Salma. Dopo di che la Liwa Asad al-Huayn assunse la denominazione di Quwat Humat Suriya – Asad al-Husayn (Forze dei Guardiani della Siria – Leoni di Husayn).

Liwa Dir al-Watan
La Liwa Dir al-Watan (Brigata Scudo della Patria) fu creata nell’autunno 2015 per consolidare il controllo della zona di Damasco. É una delle “forze ausiliarie” dell’Esercito arabo siriano, attiva a Jubar dal dicembre 2015. Ha operato presso Marj al-Sultan e le mazrah al-Masraba nel Ghuta orientale, sul Jabal al-Zabadani, presso Harasta, Duma e Daraya. La Liwa Dir al-Watan coopera con la Liwa Dhu al-Fiqar, milizia apparsa nell’area di Damasco nel 2013 e guidata da Haydar al-Juburi(Abu Shahid).

Dir al-Watan: Liwa Salahudin al-Ayubi
La Liwa Dir al-Watan (Brigata Scudo della Patria) è una milizia di Damasco creata nell’autunno 2015 da Haydar al-Juburi, segretario della Liwa Dhu al-Fiqar, collegata al Jamiyat al-Bustan di Rami Maqluf. La Liwa Salahudin al-Ayubi (Brigata Salahudin al-Ayubi) è guidata da Abu Ahmad al-Ayubi ed ha operato a Zabadani, Jubar, Duma e Qfar Yabus, presso Damasco, e Dayr al-Adas, nel governatorato di Dara.Hezbollah
Hezbollah ha creato due organizzazioni in Siria, il Jaysh al-Imam al-Mahdi, “Esercito dell’Imam Mahdi”, operativo nella zona di Tartus-Masyaf e che ha combattuto presso Aleppo; e le Quwat al-Ridha (Forze al-Ridha, dall’ottavo imam sciita). Oltre ai suddetti gruppi, a Nubul e Zahra operano altre formazioni: i Junud al-Mahdi (“Soldati del Mahdi”) e il Fuj al-Imam Huja (Reggimento Imam Huja).
I Junud al-Mahdi furono creati nel 2012 dal ramo degli Scout dell’Imam al-Mahdi di Nubul e Zahra, che nel luglio 2014 scacciarono i terroristi dal quartiere Shayq Najar di Aleppo. In seguito operarono ad Handarat, Jabalyah e nel cementificio di Aleppo, assieme a un contingente della Liwa Abu al-Fadil al-Abas e al Fuj al-Shuhada Nubul wal-Zahra (Reggimento dei Martiri di Nubul e Zahra).
Il Fuj al-Imam al-Huja fu creato nel gennaio 2016, sempre a Nubul e Zahra. Nel maggio 2016 convogli di Fuj al-Imam al-Hujja, Fuj al-Shuhada Nubul wal-Zahra e Fuj al-Tadaqul al-Qas partirono da Nubul e Zahara per sostenere l’Esercito arabo siriano ad Aleppo.

Liwa al-Imam Mahdi
La Liwa al-Imam Mahdi si compone del Qatib Imam Ali e del Qatib al-Hadi per operazioni speciali. Il comandante del Qatib Imam Ali è al-Haj Walid di Balbaq, Libano. La Liwa al-Imam Mahdi fu creata nel 2014 da Hezbollah con reclute dalla Siria. L’unità ha operato a Dara, Qunaytra, Ghuta, Aleppo e autostrada Ithiriya-Raqqa. Abu Hadi è il comandante del Qatib al-Hadi. Il battaglione è formato dalle compagnie al-Safah e Abu Ali Qarar, dai nomi dei loro comandanti.

Liwa Sayf al-Mahdi
La Liwa Sayf al-Mahdi (Brigata Spada dell’Inviato) è affiliata alla 4.ta Divisione corazzata dell’Esercito arabo siriano; fu costituita nel 2013 da reclute sciite siriane. L’unità ha partecipato alle operazioni a Daraya. La Liwa Sayf al-Mahdi si occupa della sicurezza nella zona di Sayida Zaynab, a Damasco, ed ha operato nel deserto ad est di Homs, in difesa dei giacimenti del Jabal al-Shair.

Quwat Dir al-Qalamun
Le Quwat Dir al-Qalamun (“Forze dello Scudo del Qalamun”) furono formate alla fine del 2014, e sono affiliate alla Guardia repubblicana dell’Esercito arabo siriano. La formazione è una brigata popolare addestrata da unità dell’Esercito arabo siriano che opera nel Qalamun occidentale al confine siriano-libanese. Le Quwat Dir al-Qalamun operano dalla primavera 2015 nel Qalamun, nel Jarud al-Falita, presso Damasco, ad al-Nasiriya, e sorvegliano il gasdotto di al-Hadath (presso Damasco). Le Quwat Dir al-Qalamun hanno partecipato alle operazioni preso Aleppo, nell’avanzata verso la base aerea di Quwayris, ai combattimenti per Harasta, ad est di Damasco, per le colline di Marunah e all’avanzata su al-Quraytin. Le Quwat Dir al-Qalamun operano in coordinamento con la 3.za Divisione corazzata dell’Esercito arabo siriano, soprattutto con l’81.ma Brigata corazzata, partecipando alle operazioni su Muhasa, a sud-ovest di Quraytin, sotto la supervisione del Colonnello Firas Jazah, della 3.za Divisione. Le Quwat Dir al-Qalamun si scontravano con lo Stato islamico presso l’aeroporto militare di Dumayr, a nord-est di Damasco, nell’aprile 2016, scacciandolo dal Qalamun orientale. Nel 2016, le Quwat Dir al-Qalamun si coordinavano con la Guardia repubblicana e l’intelligence della SAAF, mentre i raggruppamenti al-Jaba, al-Buraij e al-Tuani operavano con l’unità 216 dell’intelligence militare della regione di Damasco, noto anche come Far al-Duriyat, costituendo dei centri di addestramento operativi a Bada e Dair al-Tyah, sotto la guida di Firas Jazah, e perseguendo il principio del taswiyat al-wada, l’amnistia ai renitenti alla leva e ai disertori. Le Quwat Dir al-Qalamun e la 3.za Divisione partecipavano alle operazioni a nord di Hama, nella zona di Tadmur e nel Wadi al-Barada, presso Damasco. Nel 2016, una parte del Quwat Dir al-Qalamun veniva distaccata creando le Quwat Hisn al-Watan (“Forze di protezione della Patria”), guidate da Adil Ibrahim Dalah e Muhamad Abdu Asad, eletto nel Consiglio del Popolo (il parlamento siriano) come rappresentante del Qalamun e legato alle NDF di Nabaq. Le Quwat Hisn al-Watan hanno operato sul fronte di al-Dumayr, a nord di Hama, e sull’autostrada di Harasta. Le Quwat Hisn al-Watan sarebbero collegate con l’Intelligence Generale (Muqabarat al-Ama o Aman al-Dula).

Le Quwat Dir Aman al-Asqari
Le Quwat Dir Aman al-Asqari (Forze dello Scudo della Sicurezza Militare) furono create nel gennaio 2016 nella provincia di Lataqia. Collegate all’intelligence militare di Lataqia, nel luglio 2016 parteciparono a un’offensiva delle forze siriane assieme a Suqur al-Sahara, Liwa Usud al-Husayn e Liwa Asadalah al-Ghalib. Quindi parteciparono alle operazioni ad est di Homs per liberare Tadmur. Le Quwat Dir Aman al-Asqari sono guidate da Qal Abu Ismail, compagno d’armi di Ali Qazam, comandante della Guardia repubblicana ucciso nell’ottobre 2012 (per cui è noto come Amir al-Shuhada, Principe dei Martiri). Abu Ismail ha combattuto ad Aleppo, Lataqia, Idlib, Hama, Damasco e Dara. I contingenti delle Quwat Dir Aman al-Asqari parteciparono all’offensiva contro lo Stato islamico ad Ithriya, presso Raqqa, assieme a Suqur al-Sahara, Fuj Mughuyr al-Bahra e Nusur al-Zuba, quindi ai combattimenti presso Aleppo, dove liberarono Qinsiba. Nei combattimenti ad Aleppo condusse operazioni in stretta collaborazione con la Resistenza siriana, dove un suo comandante, Mudar Maqluf, si distinse venendo chiamato Azrail al-Duaish (“L’angelo della morte della gente del Daish”). 400 combattenti si coordinarono con l’Esercito arabo siriano sul fronte sud-ovest di Aleppo. Un’altra forza che si coordinava con le Quwat Dir Aman al-Asqari erano le Quwat Aman wal-Dam al-Shabi (“Forze di Sicurezza e Sostegno Popolari”), affiliate alla Guardia repubblicana. Infine un contingente delle Quwat Dir Aman al-Asqari contrastò l’assalto dei terroristi a nord di Hama.

Mudar Maqluf e Isam Zahradin.

5.to Corpo
Le Forze di Difesa Nazionale (NDF) furono istituite come forza contro-insurrezionale nel 2012 con l’aiuto di Hezbollah e dell’Iran. Le NDF sono presenti in tutte le province siriane. Un altro gruppo è la Brigata Scudo delle Coste (Liwa Dir al-Sahal), creata nel 2015, nelle province di Idlib ed Homs. Il 22 novembre 2016 fu creata la Faylaq al-Qamis al-Iqtiham (Quinta Legione d’Assalto). Il comando dell’Esercito arabo siriano dichiarava che “In risposta ai rapidi sviluppi degli eventi, a rafforzare i successi delle intrepide Forze Armate e tenendo conto del desiderio del nostro popolo di porre fine agli attentati nella Repubblica araba siriana, il Comando Generale dell’Esercito annuncia la formazione della Quinta Legione da parte di volontari, con la missione di distruggere il terrorismo al fianco delle altre formazioni delle nostre eroiche Forze Armate e Forze ausiliarie ed alleate per ripristinare sicurezza e stabilità in tutto il territorio della Repubblica araba siriana. Il Comando Generale dell’Esercito e delle Forze Armate invita tutti i cittadini che desiderano partecipare alla vittoria finale sul terrorismo a recarsi nei centri di adunata provinciali“:
– Damasco: Comando Regionale Sud-Damasco, Area Comando della 10.ma Divisione, Comando di Qatana.
– Homs: Comando Regionale Centrale.
– Hama: Università degli Affari Amministrativi del Comando di Hama a Masyaf.
– Aleppo: Comando regionale settentrionale.
– Tartus: Comando d’Area di Tartus.
– Lataqia: Comando Regionale del Litorale.
– Dara: Comando della 5.ta Divisione.
– Suwayda: Comando della 15.ma Divisione Forze Speciali.
I cittadini che possono arruolarsi dovevano avere almeno 18 anni e non aver abbandonato il servizio di leva, oltre ad essere in buona salute. Sono ammessi dipendenti statali e chi aveva completato il servizio di leva. Il periodo di servizio è di un anno subordinato al rinnovo tramite apposito accordo. I dipendenti statali hanno diritto a richiedere un salario alla Quinta Legione, pur mantenendo stipendi e benefici dei posti di lavoro. Nel 2015 fu costituita la Faylaq al-Rabi al-Iqtiham (Quarta Legione d’Assalto), formata da soldati volontari siriani inquadrati da specialisti russi, posti sotto un comando congiunto russo-siriano. L’unità aveva operato presso Idlib, Hama e Lataqia. Le forze Suqur al-Sahara e Liwa al-Quds venivano integrate nel Quinto Corpo assieme a commando di Hezbollah con il ruolo di leader sul campo. La Quinta Legione d’Assalto veniva quindi equipaggiata e amministrata da russi, iraniani e libanesi, nell’ambito del concetto delle Quwat al-Asdiqa, le “Forze Amiche”.
Nell’ambio della collaborazione tra Quinta Legione d’Assalto e Liwa al-Baath veniva istituito il Qatib Dir al-Watan, costituito da combattenti libanesi provenienti dalla Biqa e coordinati da Hezbollah e dai russi; questo dopo che un generale russo aveva visitato i 12 villaggi dell’area interessata in Libano, nella regione di Qusayr-Harmal. Quindi, nell’ambito del cosiddetto “dibattito libanese”, fu raggiunto un accordo che prevede la creazione dell’organizzazione militare locale per proteggere l’area e sostenere la lotta contro i terroristi e aiutare la regione a svilupparsi. L’organizzazione prendeva il nome di Dir al-Watan, composta da 400 combattenti siriani e libanesi guidati da al-Haj Muhamad Jafar e completamente equipaggiati dai russi. “L’obiettivo della creazione di questo gruppo è rafforzare la protezione dei villaggi libanesi partendo dai villaggi vicini a quelli siriani in cui vivono libanesi, sotto il coordinamento ad alto livello con Damasco e Hezbollah; suscitando grande entusiasmo per l’adesione a questa organizzazione dopo una seconda visita del generale russo nella zona, per esaminare i preparativi e gli elementi scelti per l’addestramento. Questo movimento è una forza ausiliaria locale che opera per sconfiggere e sradicare il terrorismo e sostenere il credo dei popoli della zona, sottolineando che i fattori più importanti della fiducia nata su questa situazione sono la presenza di al-Haj Muhamad Jafar, ben noto per le sue attività per la riconciliazione, e la deterrenza nella regione di Qusayr, poco prima degli eventi del 2013. Il movimento non limiterà le attività in Siria, ma cercherà il permesso di operare in Libano come movimento politico rappresentante la lotta al terrorismo, mentre le attività militari saranno limitate alla Siria“. La Russia è particolarmente interessata alla Quinta Legione d’Assalto fornendole gli equipaggiamenti per renderla una forza efficiente. In altre zone di confine, come nelle città del Qalamun di Nabaq, Ranqus, Yabrud e sul Jabal Harmun, venivano costituite dal governo siriano le forze militari ausiliarie Quwat Dir al-Qalamun e Fuj al-Harmun.

La Cina cambia la geopolitica del Medio Oriente

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook 22/1/2017

oborDa alcuna parte l’amministrazione Obama ha fatto più danni agli Stati Uniti che in Medio Oriente, lasciando un grande vuoto da colmare, in gran parte da Cina, attore silenzioso, e Russia, il cui prode esercito tiene gli Stati Uniti a bada. Potrebbe essere questa la fine dell’egemonia incontrastata di cui gli Stati Uniti godevano dalla fine della Seconda Guerra Mondiale? Mentre la Russia contrasta efficacemente gli Stati Uniti militarmente, la ‘Fascia e Via’ (OBOR) della Cina, che si distende nel Medio Oriente verso l’Europa, emerge quale fattore che trasformerà l’attuale panorama geopolitico del Medio Oriente. In alcun luogo ciò è più evidente che in Israele partner sempre più importante della Cina. Con Israele che acquisisce una posizione centrale per la Cina in Medio Oriente, i rapporti con Israele di altri Paesi, in particolare quelli che cercano di attingere dai piani economici della Cina, potrebbero mutare in modo molto significativo. Con l’emergere della Cina a principale motore geo-economico, la rivalità politica verrebbe sostituita dalla necessità del partenariato economico. Questo già avviene lasciando un’impronta. Un esempio molto evidente è l’enfasi sulla soluzione dei due Stati nella questione palestinese. Indipendentemente dal fatto che le relazioni d’Israele con numerosi Stati regionali rimangano piuttosto ostili, per la Cina Israele è politicamente ed economicamente il luogo più stabile e va integrato nella sua cintura economica. Quindi, ecco il coinvolgimento della Cina nei conflitti regionali e loro risoluzione. Negli ultimi anni la Cina ha cercato di entrare nel conflitto israelo-palestinese, agendo da mediatore nei colloqui di pace e commentando senza molto entusiasmo i mutamenti del confronto. “La Cina accoglie e sostiene tutti gli sforzi favorevoli ad allentare le tensioni tra Israele e Palestina e la realizzazione in tempi rapidi della soluzione dei due Stati”, affermava il Ministro degli Esteri della Cina Wang Yi alla conferenza ministeriale sull’iniziativa di pace in Medio Oriente, tenutasi l’anno scorso a Parigi. Allo stesso modo, mentre l’Iran occupa la posizione geografica chiave nell’OBOR della Cina che si estende in Asia occidentale, i cinesi, per trarre il massimo vantaggio, vorrebbero far entrare nel progetto Ashdod e Eilat, i due porti strategici d’Israele. Se la Cina guarda al Mar Rosso per le sue rotte marittime (SLOC), Eilat, unico porto d’Israele sul Mar Rosso, potrebbe rientrarvi immediatamente. Se è così, la domanda è: la Cina potrà dirigere senza problemi l’OBOR senza neutralizzare efficacemente la rivalità Israele-Iran? Non vi sarebbe altro modo per la Cina d’attuare il proprio piano operativo e garantirlo dai conflitti regionali.
Ciò che può e molto probabilmente potrà consentire alla Cina di raggiungere questo obiettivo non è altro che il denaro che versa in quei Paesi. Le esercitazioni navali congiunte condotte nel Mediterraneo da Cina ed Egitto danno nuova luce su come la Cina trasformi le dinamiche regionali. Ciò che probabilmente avverrà, sarà l’ulteriore rafforzamento dei legami militari tra Cina ed Egitto. Senza dimenticare i 45 miliardi di dollari di investimenti cinesi in Egitto, per la nuova capitale dell’Egitto, pianificata ultimamente. La Cina ha anche piani per l’Iran. L’accordo commerciale da 600 miliardi di dollari tra Cina e Iran guarda al futuro. E’ interessante vedere come la Cina integra questi Paesi, individualmente, nell’OBOR, segnando il primo passo verso la collaborazione regionale tra i rivali di un tempo. Secondo questo contesto, la questione se alla Palestina si possa ancora permettere di non riconoscere Israele diventa importante. Mentre Israele esiste ed esisterà anche senza il riconoscimento dalla Palestina, la Palestina potrebbe restare esclusa dal boom economico che la Cina potrebbe portare nella regione se continua a mantenere la posizione tradizionale nei confronti d’Israele. Israele non sarà turbato da tali preoccupazioni, perché non è solo nella posizione migliore, molto più sviluppata e stabile, ma è anche un centro industriale e tecnico regionale. In altre parole, è abbastanza attraente per la Cina e ha già ricevuto notevole attenzione.
Il ‘fattore Cina’, senza dubbio, può obbligare gli Stati a cercare soluzioni pacifiche. La Cina può riunire la regione, e non vorrebbe, o addirittura permetterebbe, che l’Iran ingaggia una qualsiasi disavventura contro Israele. Inoltre, farebbe in modo di evitare qualsiasi aggressione israeliana all’Iran. Motivata dai propri interessi economici, la Cina cerca di fare in modo che la rotta commerciale meridionale dell’OBOR, che collega queste potenze regionali, diventi operativa e centro di gravità per i tutti i rivali. Anche se può sembrare idealistico aspettarsi che le rivalità scompaiano di colpo, difficilmente si può contestare che la Cina si prepari a un impegno maggiore nella regione. Questo impegno non può essere redditizio per tutti i Paesi, a meno che i conflitti regionali non siano risolti. Sarà interessante vedere quali misure la Cina presenterà per la risoluzione dei conflitti in Medio Oriente. Risoluzione dei conflitti e mitigazione delle rivalità saranno importanti per il successo del progetto OBOR stesso.one-belt-one-road-obor-china-projectsSalman Rafi Sheikh, analista delle relazioni internazionali e affari esteri e nazionali del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il nuovo Medio Oriente: Cina, Iran, Egitto

La nuova Via della Seta immunizzerà l’Iran dalle sanzioni occidentali
Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 16/12/2016135039034_14535770532791nNel gennaio 2016 assistemmo al ritiro parziale delle sanzioni alla Repubblica islamica dell’Iran. Va notato che l’introduzione fu legata al programma nucleare iraniano, che preoccupava Stati Uniti ed alleati, i Paesi occidentali, responsabili dell’introduzione delle sanzioni, allo scopo di aumentare la pressione sull’Iran risalente agli anni ’70. Nel luglio 2015, dopo lunghe trattative, fu raggiunto un compromesso: l’Iran e il gruppo dei sei (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Gran Bretagna, Cina, Russia, Stati Uniti, Francia e la Germania) firmarono l’accordo che permette il graduale ritiro delle sanzioni. Secondo l’accordo, l’Iran permette l’accesso agli impianti nucleari agli esperti dell’AIEA in modo che si assicurino che l’energia nucleare è utilizzata solo per scopi pacifici. L’accordo fu subito etichettato svolta diplomatica, e si credeva che ponesse fine alla crescente tensione regionale. Tuttavia, alla fine del 2016 la situazione iniziava nuovamente a deteriorarsi. In un primo momento tutto andava secondo i piani. Nel gennaio 2016 Nazioni Unite e Unione europea toglievano il regime delle sanzioni all’Iran, mentre embargo e restrizioni degli Stati Uniti al commercio e viaggio dei propri cittadini a Teheran rimanevano. Tuttavia, l’Iran iniziava a ricostruire rapidamente i vecchi legami politici ed economici. Nell’agosto 2016, gli Stati Uniti accusavano Teheran di sostenere segretamente i ribelli nello Yemen, rifornendoli di moderni sistemi missilistici. Secondo Washington, ciò minaccerebbe la stabilità dell’intera regione. A quel punto la Casa Bianca annunciava di valutare la possibilità d’introdurre nuove sanzioni contro l’Iran. Poi, il 3 settembre un nuovo scandalo scoppiava quando si scoprì che Washington aveva inviato 400 milioni di dollari a Teheran lo stesso giorno in cui numerosi prigionieri statunitensi venivano rilasciati dalle carceri iraniane. A quel punto Washington fu accusata di aver violato il principio statunitense di non pagare riscatti per gli ostaggi. In cambio, il presidente Barack Obama dichiarò che tale somma fu trasferita all’Iran come parte del debito che gli Stati Uniti dovevano pagare su decisione del Tribunale dell’Aja. Tuttavia, il 23 settembre 2016, il Congresso degli Stati Uniti approvava una legge che vieta al governo degli Stati Uniti di apportare eventuali trasferimenti di denaro agli Stati sospettati di sponsorizzare il terrorismo. Il 3 novembre 2016 gli Stati Uniti estesero di un altro anno le sanzioni all’Iran adottate nel 1979. Secondo il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, la decisione fu presa perché le tensioni nei rapporti tra Stati Uniti e Iran non erano scomparse completamente. Mentre non vi sono restrizioni che gli USA possano imporre all’Iran, Teheran ne sembrava abbastanza preoccupata. Il 10 novembre 2016 il Ministro degli Esteri della Repubblica Islamica dell’Iran, Mohammad Zarif, annunciava che Teheran si aspettava che tutte le parti che avevano firmato l’accordo del 2015 adempissero ai propri obblighi. Altrimenti, avvertiva, l’Iran avrebbe utilizzato vie alternative. Tali sviluppi portavano il Congresso degli Stati Uniti ad adottare il 17 novembre il disegno di legge sulla proroga di alcune sanzioni all’Iran per altri 10 anni. In base agli accordi precedenti, tali sanzioni dovevano cessare entro la fine del 2016. Ciò può essere definito seria minaccia all’accordo nucleare del 2015, e forse perciò il presidente degli Stati Uniti Barack Obama criticò il disegno di legge. La legge entrerà in vigore se approvata dal Senato, altrimenti c’è sempre la possibilità che il presidente eserciti il diritto di veto sul disegno di legge.
Questi sviluppi dimostrano che a Washington c’è una lotta tra forze che sostengono la cooperazione con l’Iran e chi vuole introdurre ulteriori sanzioni. Una cosa si può affermare con certezza, il futuro delle relazioni tra Iran e Stati Uniti rimane oscuro e incerto. In tali circostanze, l’Iran farebbe meglio ad avere un’assicurazione che gli permetta di proteggere l’economia se Washington decidesse di aggredire Teheran. Uno dei modi per le autorità iraniane di proteggersi è l’espansione della cooperazione con i Paesi che respingono i tentativi degli Stati Uniti di fare pressione. Tra questi Stati vi è la Cina, vecchio e affidabile partner dell’Iran. Come si sa, l’Iran ha enormi giacimenti di petrolio e gas, ed è di vitale importanza per Teheran assicurarsene l’esportazione per sostenere l’economia, mentre le importazioni di idrocarburi sono cruciali per la crescita economica della Cina. Allo stesso tempo, la Cina è in contrasto con gli Stati Uniti da tempo e l’economia cinese oggi è così potente da non prestare alcuna attenzione a una possibile pressione degli Stati Uniti. Per decenni le sanzioni all’Iran ne danneggiarono le esportazioni verso la regione Asia-Pacifico, dato che Stati come India, Corea del Sud e Giappone non potevano ignorare le sanzioni. Allo stesso tempo, Pechino sostenne gli accordi commerciali con Teheran, nonostante le pressioni tentate dagli occidentali. La Cina fu la ragione per cui l’economia iraniana sopravvisse in quei momenti difficili. Quindi, il fatto che nel gennaio 2016 l’Iran venisse visitato dal Presidente cinese Xi Jinping non sorprese. Durante la permanenza le parti firmarono 18 accordi di cooperazione, portando il fatturato commerciale tra Iran e Cina a 40 miliardi di dollari l’anno. Inoltre, l’accordo del 25 dicembre sulla cooperazione sino-iraniana porterebbe a un fatturato commerciale al livello impressionante di 600 miliardi di dollari. E’ abbastanza naturale che i due Stati prestino speciale attenzione allo sviluppo del commercio di petrolio e gas. Ora la Cina è il principale importatore di petrolio iraniano. Un altro elemento importante della cooperazione tra Iran e Cina è l’attuazione del progetto Nuova Via della Seta che collegherà Cina, Medio Oriente ed Europa mutando l’enorme territorio Asia-Pacifico in una zona di libero scambio. Se il piano andrà a regime, l’influenza economica degli Stati Uniti nella regione sarà totalmente trascurabile e Stati come l’Iran potranno ignorare qualsiasi sanzione occidentale. Nel febbraio 2016, Pechino avviava la costruzione della linea ferroviaria Cina-Kazakistan-Turkmenistan-Iran, permettendo all’Iran di stabilire una rotta commerciale continua con la Cina, ma anche di trarre profitti dal transito delle merci per l’Armenia. Quindi, si può supporre che non importa quale decisione Washington prenda sulle sanzioni contro l’Iran, non avranno conseguenze sull’Iran.

Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

syria-saudi-egypt-iran-map__1920x1080Cina, Egitto e il nuovo Medio Oriente
Christina Lin, Asia Times 15 dicembre 2016

Con l’ampia copertura della stampa sulla Siria, scarsa attenzione è dedicata alla spaccatura tra Arabia Saudita ed Egitto e la crescente influenza della Cina quale attore fondamentale in Medio Oriente.bwkodwiccai7hpgRottura sulla Siria
Il battibecco Riyadh-Cairo è iniziato nell’aprile 2016, quando il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi accettava di cedere l’integrità territoriale su due isole nel Mar Rosso, Tiran e Sanafir, in cambio di una serie di lucrosi accordi e la promessa di Riyadh di supporto diplomatico. Tuttavia, la cessione suscitava indignazione nella popolazione egiziana, con l’ex-candidato alla presidenza Hamdin Sabahi denunciare la violazione della Costituzione egiziana ed attacchi alla legittimità di Sisi che soggioga l’orgogliosa nazione araba d’Egitto ai sauditi. Il tribunale egiziano successivamente annullava l’accordo, solo per essere rovesciato a settembre, con la possibilità di un altro appello. Attualmente non è ancora chiaro se le isole rimarranno con l’Egitto o siano annesse all’Arabia Saudita, sottolineando ciò che Isandr al-Amrani del Crisis Group descrive come relazione “basata su una rinegoziazione asimmetrica perpetua passivo-aggressiva”. Ad ottobre la spaccatura si allargò quando Teheran invitava l’Egitto ad aderire ai colloqui internazionali sulla Siria, e poco dopo Cairo votare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite della Russia a sostegno del governo siriano. Riyadh si vendicò tagliando 700000 tonnellate di prodotti petroliferi raffinati, parte dell’accordo di 23 miliardi dollari firmato all’inizio dell’anno. Nonostante l’Egitto avesse buoni rapporti con il re saudita Abdullah, in passato, il rapporto s’inasprì con l’avvento di re Salman, più vicino alla Fratellanza musulmana, che l’Egitto considera un gruppo terroristico. Perciò Sisi prese le distanze dall’asse islamista di Arabia Saudita, Turchia e Qatar in Medio Oriente. Il sostegno dell’amministrazione Obama alla Fratellanza alimentò ulteriormente il senso di tradimento in Egitto, aggravato dalle minacce del GOP di tagliare gli aiuti per la legislazione antidemocratica di Sisi, e le condizioni austere del FMI nel restringere i sussidi energetici che potrebbero destabilizzare ulteriormente l’Egitto tra gli attacchi terroristici. A differenza di Washington, Sisi vede Assad come baluardo laico all’estremismo islamico nel Levante. Se Assad cade, Libano e Giordania sarebbero i prossimi e l’Egitto non vuole finire come la Libia spartita tra Fratellanza ed altri islamisti. In risposta, Cairo si volge a Russia e Iran, formando ciò che l’ex-studiosa dell’Oxford University Sharmine Narwani descrive come nuovo “Arco della Sicurezza” nel Medio Oriente preda del terrorismo.egypt-china-u-s2Egitto perno d’Eurasia
Con l’Egitto che volge verso Siria e Iran, si solidifica ulteriormente la coalizione eurasiatica emergente tra Siria, Iran, Russia, Cina e India, evidenziando il divario tra la coalizione eurasiatica nella lotta al terrorismo salafita, e la coalizione filo-salafita per i cambi di regime di Stati Uniti, Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Inoltre, essendo l’Egitto una grande nazione araba sunnita, con l’allineamento al governo siriano e al blocco eurasiatico, l’argomento di Riyadh che si tratti di un conflitto settario viene svalutato. Cairo aggiorna rapidamente anche i rapporti con la Cina per stabilizzare l’economia. Essendo il maggiore centro commerciale del mondo, una grande economia in procinto di essere maggiore dell’UE e suo massimo mercato d’esportazione, il benessere economico e commerciale della Cina dipende dalla sicurezza dell’importante canale di Suez. Cina e Sisi riconoscono che il sostegno estero ai Fratelli musulmani e l’avanzata del terrorismo nel Sinai minacciano la stabilità del canale di Suez, indissolubilmente legata allo sviluppo economico e al futuro dell’Egitto. Secondo fonti militari, la collaborazione di Mursi con i terroristi nel Sinai fu una fonte di disaccordi e caduta conseguente. Infatti, con 5 miliardi di dollari all’anno di ricavi dal canale, è una fonte vitale di valuta forte per un Paese che ha subito il crollo del turismo e degli investimenti stranieri dal 2011. Perciò la Cina ha contribuito a costruire la zona economica del Canale di Suez, e ora ha piani per 45 miliardi di dollari per la capitale ad est di Cairo, nonché per investire 15 miliardi in progetti per energia elettrica, trasporti e infrastrutture. Alcuni di questi progetti saranno finanziati dalla Banca d’investimento infrastrutturale asiatica della Cina (AIIB), dove Cairo è uno dei membri fondatori. L’UE parteciperebbe a questi progetti, come la maggior parte dei Paesi europei che hanno aderito all’AIIB, mentre Stati Uniti e Giappone hanno deciso di rimanerne fuori. In effetti, ciò apre la possibilità a Cina e UE di coordinare AIIB e Fondo Juncker dell’UE nel cofinanziamento di progetti in Paesi terzi, in linea con la politica europea volta ad integrare i vicini orientali e meridionali dell’UE nel Mediterraneo.
Un articolo su al-Ahram descrive il disagio dell’Egitto verso la politica interventista e di cambio dei regimi degli Stati Uniti come ragione del orientamento verso l’Eurasia, di cui il presidente di al-Ahram, Ahmad Sayad al-Nagar, loda l’iniziativa Fascia e Via (OBOR) quale “esempio di cooperazione pacifica, giustizia, uguaglianza e libera scelta nelle relazioni tra Paesi”, in netto contrasto con lo sfruttamento degli USA della “democrazia come pedina per ricattare altri Paesi” e “vile ossessiva politica invasiva” che ha distrutto Iraq e Libia, e ora cerca di distruggere la Siria con “orde di barbari terroristi”. Questo punto di vista fa eco al rimprovero del collaboratore di Asia Times George Koo, alla visione della leadership degli Stati Uniti, giustapponendo l’inclusivo OBOR di Xi Jinping che offre “cooperazione e collaborazione verso la prosperità comune”, mentre “Obama offre l’ombrello antimissile e la via a morte e distruzione”. Mentre in Giappone, il professor Saya Kiba sosteneva, sulla newsletter del Centro per gli studi strategici e internazionali (CSIS), che la “separazione” delle Filippine dagli Stati Uniti non è guidata dall’aiuto economico o militare da Stati Uniti o Cina, ma dalla competizione dei loro valori. Mentre i campioni degli Stati Uniti hanno una definizione ristretta di democrazia e diritti umani come elezione ed espressione politica, con poco riguardo all’impegno strategico nella lotta al terrorismo e riduzione della povertà, la posizione della Cina di non interferenza e rispetto della sovranità va guadagnando slancio nei Paesi in via di ssviluppo. Per Duterte, la politica degli Stati Uniti è un'”intrusione nella sovranità della Filippine”; preoccupazione condivisa da Sisi e altri alleati. Quindi, senza il cambio della politica estera invasiva degli USA, sembra che il nuovo Arco di Sicurezza continuerà a consolidarsi, riallineando la geopolitica del Medio Oriente.CHINA-EGYPT-DIPLOMACYTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora