In faccia a Trump, il Presidente al-Sisi denuncia i veri sostenitori del terrorismo


In faccia a Trump, il Presidente al-Sisi denuncia i sostenitori del terrorismo


Trump Dancing With The Devil


Le ‘predizioni’ del film “Obiettivo mortale” (1982)

Gli USA mutano l'”accordo iraniano” in confronto con l’Iran

Tony Cartalucci, New Eastern Outlook 02/03/02017iranIl cosiddetto “accordo iraniano” non è mai stato pensato come punto di partenza per il riavvicinamento tra Washington e Teheran, ma piuttosto come pretesto per un maggiore confronto. L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump capitalizza sugli sviluppi della guerra persa dai sauditi nello Yemen, così come sul test missilistico iraniano, per ritrarre l’Iran come ingrato verso l’accordo diplomatico che il dimissionato Consigliere della Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Michael Flynn suggeriva non dovesse mai esserci stato. L’articolo del Guardian, “L’amministrazione Trump ha ufficialmente avvertito l’Iran, dice Michael Flynn”, afferma: “L’amministrazione Trump ha detto che “ufficialmente invia all’Iran un preavviso” in reazione al test missilistico iraniano e all’attacco a una nave da guerra saudita dei ribelli filo-iraniani Huthi nello Yemen, ma senza dare dettagli su come Washington intende rispondere”. Mentre i commenti di Flynn, prima delle brusche dimissioni, sembravano genuine, contro la posizione ipocrita della presidenza Trump, chi ha seguito i veri autori della politica estera degli USA riconosce la sceneggiatura molto familiare letta da Flynn, scritta non dall’amministrazione Trump, ma dai pensatoi politici aziendal-finanziari non eletti, anni prima che “il presidente Trump” entrasse in carica. Le dimissioni di Flynn avranno scarso peso su tale politica, dato che fu pianificata e attuata sistematicamente anni prima che Donald Trump iniziasse la campagna presidenziale. Il fatto che la posizione di Flynn sull’Iran rifletta quella del resto dell’amministrazione Trump, ne è una prova sufficiente.

L'”offerta superba” della Brookings del 2009
Il documento della Brookings Institution intitolato “La via per la Persia: opzioni per una nuova strategia americana verso l’Iran” (.pdf), delineava esplicitamente il complotto degli USA per il cambio di regime a Teheran, affermando: “…qualsiasi operazione militare contro l’Iran sarà probabilmente molto impopolare nel mondo e richiederà il contesto internazionale giusto, per garantirsi il supporto logistico all’operazione e ridurre al minimo i contraccolpi. Il modo migliore per ridurre al minimo l’obbrobrio internazionale e massimizzarne il supporto (riluttante o occulto) è colpire solo quando vi è la diffusa convinzione che gli iraniani abbiano avuto e respinta una superba offerta, tale che solo un regime deciso ad acquisire nucleare armi ed acquisirle per le ragioni sbagliate rifiuterebbe. In tali circostanze, Stati Uniti (o Israele) potrebbero rappresentare le loro operazioni come dolorose, non rabbiose, e almeno alcuni nella comunità internazionale concluderebbero che gli iraniani “ne sono responsabili”, rifiutando un ottimo affare”. L'”offerta superba” della Brookings fu presentata al pubblico e a Teheran nella forma del cosiddetto Piano comune d’azione globale (JCPOA) o “accordo iraniano”, nel 2015. E mentre Washington tentava di convincere il mondo di aver cercato il riavvicinamento con Teheran, perfino perseguendo tale accordo, versava denaro, armi e anche sostegno militare diretto al tentativo di rovesciare l’alleata dell’Iran, la Siria, altro prerequisito indicato dalla Brookings nel rapporto del 2009 sulla guerra all’Iran. L’accordo, quindi, è in malafede dall’inizio, come il suo tradimento inevitabile quando Washington ritenesse il clima politico e strategico ottimo per ritrarre Teheran come doppiogiochista e giustificare un confronto più ampio, in particolare sulla Siria significativamente indebolita dopo 6 anni di guerra, e un Iran significativamente legato finanziariamente e militarmente al destino della Siria.

Trump contestava l’Arabia Saudita nella campagna elettorale, la difende sul sentiero di guerra
La retorica di Trump durante la campagna elettorale nel 2016 per la presidenza, era pesantemente incentrata sulla lotta al terrorismo, e accusava l’Arabia Saudita. In un messaggio greve su Twitter, Trump annunciò: “Il principe asino @Alwaleed_Talal vuole controllare i nostri politici degli Stati Uniti con i soldi di papà. Non lo farà quando sarò eletto. # Trump2016
Ora, da presidente, la posizione di Trump sull’Arabia Saudita è amichevole, implicando un maggiore confronto con l’Iran accusato di armare e addestrare i combattenti nello Yemen che hanno attaccato una nave da guerra saudita. L’amministrazione Trump e i media in generale non ricordano che l’Arabia Saudita, da anni, impone la guerra totale allo Yemen, in aria, terra e mare, direttamente e attraverso gli ascari terroristici, dal territorio saudita e dalle acque internazionali, nel e sul territorio yemenita, con l’invasione via terra e gli attacchi aerei. La prospettiva che gli Stati Uniti invertano il riavvicinamento diplomatico con l’Iran a causa delle forze yemenite in lotta contro l’aggressione militare dell’Arabia Saudita, di per sé trasgredisce il diritto internazionale e gli interessi del popolo statunitense. Tuttavia, considerando i legami occulti dell’Arabia Saudita con il terrorismo nello Yemen e in tutta la regione, in particolare in Siria e Iraq, tramite al-Qaida, i suoi vari affiliati e il cosiddetto Stato Islamico (SIIL), e nel mondo, gli USA dichiarando l’Arabia Saudita “amica e alleata”, e accusando l’Iran di “comportamento destabilizzante nel Medio Oriente“, chiariscono che o ne permettono la sponsorizzazione saudita del terrorismo, o ne sono direttamente coinvolti. Naturalmente, Flynn, già direttore della Defense Intelligence Agency (DIA), sapeva della nota della DIA del 2012 in cui s’invocava la creazione di un “principato” (stato) “salafita” (islamico) su richiesta non solo delle monarchie del Golfo Persico, ma anche dal membro della NATO Turchia, dall’Europa e dagli stessi Stati Uniti. Così il resto dell’amministrazione Trump. Il memo diceva: “Se la situazione si dipana vi è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o meno nella parte orientale della Siria (Hasaqa e Dayr al-Zur), questo è esattamente ciò che le potenze che supportano l’opposizione vogliono, per isolare il regime siriano considerato profondità strategica per l’espansione sciita (Iraq e Iran)”.
Il memo della DIA spiegava poi esattamente chi fossero tali sostenitori “del principato salafita” (e i suoi veri nemici): “Occidente, Paesi del Golfo e Turchia sostengono l’opposizione; mentre Russia, Cina e Iran sostengono il regime”. L’Iran veniva specificamente dichiarato contrario all'”opposizione” che comprendeva il nascente Stato islamico, così come l’organizzazione terroristica Jabhat al-Nusra (ora Jabhat Fatah al-Sham). Esibendosi con un surreale inganno, l’amministrazione Trump tenta di ritrarsi come “combattente antiterrorismo”, mentre si confronta con l’Iran che sul serio lo combatte nella regione. Gli Stati Uniti, difendendo l’Arabia Saudita, ammettono di sponsorizzare il terrorismo regionale. L’ipocrisia del presidente Trump sfida qualsiasi spiegazione a meno che non si riprenda il documento della Brookings Institution, e s’inseriscano gli eventi attuali nel contesto del complotto e della continuità del programma indicato dal documento. I media degli Stati Uniti tentavano di ritrarre l’ipocrisia del presidente Trump sill’Arabia Saudita come conflitto personale e connessa agli interessi delle sue imprese. I media degli Stati Uniti a quanto pare ritengono che il pubblico creda sia solo una coincidenza che l’amministrazione Trump continui la decennale politica estera statunitense e l’ambiguo rapporto con Riyadh che ha trasceso varie presidenze repubblicane e democratiche, tra cui la recentemente scomparsa amministrazione Obama.
Per capire la traiettoria geopolitica degli eventi globali, in particolare sulle relazioni tra Stati Uniti e Iran, osservatori, analisti e pubblico ne gioirebbero leggendo i documenti politici degli USA invece che le divertenti teorie dei media degli Stati Uniti, o i discorsi e le dichiarazioni dell’amministrazione Trump.iran3Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok, in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook” .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Egitto avrà l’autosufficienza energetica nel 2018

Tekmor Monitor 16 febbraio 2017

news52495_egasL’Egitto mira a raggiungere l’autosufficienza gasifera nel 2018, dichiara il presidente dell’EGAS Muhamad al-Masry. L’industria privata potrà importare gas per le industrie con nuove norme dal 2018 o, eventualmente, prima. Gran parte del divario tra domanda e offerta sarà colmata quando il giacimento Zuhr inizierà la produzione, alla fine dell’anno. Masry si aspetta anche le esportazioni di gas riprendano da tre impianti di liquefazione, nel 2019, e che la produzione di gas raggiunga i 5,9 miliardi di metri cubi nel 2018-19. In precedenza, l’obiettivo del Ministero del Petrolio per l’autosufficienza gasifera era il 2019, secondo le attese dalle scoperte annunciate nel 2017, aprendo la questione delle FSRU, dato il contratto con la Höegh Gallant, il primo del genere in Egitto, commissionato per cinque anni e con scadenza nel 2020, e il secondo con la BW Gas, da 60 milioni di dollari all’anno e che scadrà lo stesso anno.SAMSUNG CAMERA PICTURES

ENI e BP investiranno ancor di più in Egitto
Tekmor Monitor 15/02/2017

ENI SpA metterà in produzione il giacimento di gas gigante di al-Zuhr, al largo delle coste mediterranea dell’Egitto, entro la fine del 2017 e prevede d’investire 10 miliardi di dollari nel Paese nei prossimi cinque anni, secondo l’amministratore delegato Claudio Descalzi. I piani di produzione per Zuhr sono in programma e l’Egitto sarà il maggiore investimento dell’ENI nel prossimo biennio, aveva detto Descalz in una conferenza al Cairo. BP Plc, che ha acquistato il 10% di Zuhr dall’ENI lo scorso anno, ha investito più in Egitto nel 2016 che in qualsiasi altro Paese e farà lo stesso anche quest’anno, secondo il CEO della società Bob Dudley. “Alcune cose abbastanza buone avvengono qui per BP come per ENI“, aveva detto Dudley. “Nel 2016-17 investiamo più in Egitto che in qualsiasi altro Paese del mondo, quindi ciò è importante per noi e abbiamo fiducia nel governo“. La nazione più popolosa del mondo arabo era un esportatore netto di gas naturale liquefatto fino al 2014, quando in declino della produzione derivante dallo sconvolgimento politico ne fece un importatore netto. L’Egitto acquisterà fino a 108 carichi di GNL quest’anno accumulando un debito di 3,6 miliardi di dollari presso le compagnie energetiche internazionali, tra cui Royal Dutch Shell Plc. L’Egitto prevede di aumentare la produzione di gas del 50% entro la fine del 2018, da 3,8 miliardi di piedi cubi alla fine dello scorso anno, secondo il Ministro del Petrolio Tariq al-Mula. Il governo s’è impegnato a rimborsare gli arretrati dovuti alle compagnie energetiche internazionali ed è ottimista nell’attrarre maggiori investimenti per esplorazione, produzione e distribuzione.

I sondaggi della Shell
Shell inizierà la perforazione del giacimento di gas West Delta Deep Marine fase 9B, nel secondo trimestre di quest’anno, secondo Muhamad al-Masry, presidente dell’ente statale Egyptian Natural Gas Holding Co. Shell sospese le perforazione nella concessione di gas nel delta del Nilo nel marzo scorso, a causa del ritardo dei pagamenti. Un portavoce di Shell si rifiutava di commentare. BP prevede d’iniziare la produzione nel progetto Delta del Nilo occidentale questa primavera, secondo Dudley. Il governo egiziano annuncerà un nuovo bando per licenze d’esplorazione in nove settori nei prossimi sei mesi, ha detto al-Masry, che “potrà” ripagare Shell nel secondo trimestre. Masry aveva detto il 2 febbraio che il Paese inizierà l’esportazione di gas nel 2019. L’Egitto è anche un importatore di petrolio e ha quasi completato l’accordo per importare greggio dall’Iraq, secondo Tariq al-Hadidi, presidente esecutivo dell’ente statale Egyptian General Petroleum Corp. verrà tenuta stabile a 650000 barili al giorno la produzione di greggio e condensati, affermava.egypt_eni-ieoc_blocks-april-2016_eni-logo_tekmorTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Rapidi cambiamenti radicali in Medio Oriente

Peter Korzun, SCF 30/01/2017People walk past a banner with a picture of Russian President Vladimir Putin in central CairoGli scenari geopolitici in Medio Oriente subiscono rapidi cambiamenti con nuovi fattori emergenti sullo scacchiere regionale. La politica estera di Cairo compie una nuova svolta. E’ stato annunciato di recente che l’Egitto riceverà un milione di barili di petrolio al giorno dall’Iraq. L’Arabia Saudita aveva informato l’Egitto che l’invio di prodotti petroliferi attesi secondo l’accordo per aiuti da 23 miliardi veniva sospeso a tempo indeterminato, suggerendo una spaccatura profonda tra i due Paesi. D’ora in poi, l’Egitto avrà il petrolio di cui ha bisogno a un costo inferiore a quello saudita. Il Presidente egiziano al-Sisi ha respinto gli sforzi dei sauditi per rovesciare il regime di Bashar Assad, ed inoltre raggiunge l’ex-presidente yemenita Ali Abdullah Salah e i suoi alleati Huthi che l’Arabia Saudita combatte dal marzo 2015. Cairo ha aperto i canali diplomatici con il filo-iraniano Hezbollah libanese, che combatte al fianco del Presidente Assad in Siria contro i gruppi ribelli supportati da Riyadh. L’Iraq fornirà all’Egitto 1 milione di barili di petrolio di Bassora ogni mese. L’accordo prevede l’estensione di un oleodotto dall’Iraq all’Egitto attraverso la Giordania. A dicembre, il ministro del petrolio iracheno, Ali al-Luyabi, incontrava i capi delle grandi compagnie petrolifere e gasifere di Cairo, invitandoli a contribuire allo sviluppo industriale del suo Paese. L’Egitto addestra quattro unità dell’esercito iracheno sulla guerra al terrorismo, alla luce del riavvicinamento tra Egitto e asse iracheno-iraniano nella regione. Ed anche dovrebbe inviare truppe in Siria nei prossimi giorni per sostenere il cessate il fuoco proposto da Russia, Iran e Turchia. E’ stato riportato che un’unità dell’esercito egiziano verrebbe schierata in Siria questo mese. Lo scorso ottobre, il capo dell’ufficio della Sicurezza Nazionale siriana Ali Mamluq visitava Cairo incontrando Qalid Fuzy, il capo dell’intelligence generale dell’Egitto. Le parti hanno deciso di coordinarsi politicamente e rafforzare la cooperazione nella “lotta al terrorismo”. L’Egitto è un Paese a maggioranza sunnita. Il suo aperto sostegno alla coalizione della Russia in Siria è una svolta di fondamentale importanza. smentendo l’interpretazione settaria del conflitto in Siria.
Middle East Observer cita Nziv Net, sito vicino all’intelligence israeliana, dire che “l’Egitto ha inviato un gruppo di ufficiali in Siria, per la prima volta da quando i rapporti furono congelati da Mursi”. Lo scorso dicembre, Ibrahim Ishayqir al-Jafari, ministro degli Esteri iracheno, invitava l’Egitto a partecipare a “un piano strategico di lotta al terrorismo” comprendente l’Iran. A settembre, il ministro degli Esteri egiziano Samih Shuqry s’incontrava per la prima volta con l’omologo iraniano Jawad Zarif, durante la visita a New York per partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ad ottobre, l’Egitto sosteneva l’azione russa alle Nazioni Unite per un cessate il fuoco in Siria. La mossa fece arrabbiare l’Arabia Saudita che sospese l’invio di petrolio al Cairo. Il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi affermò pubblicamente il suo sostegno alle forze del Presidente siriano Bashar al-Assad. Le relazioni tra Russia ed Egitto crescono. Nel febbraio 2015, l’Egitto firmò un accordo importante per la creazione della zona di libero scambio con l’Unione economica eurasiatica della Russia. Il progresso nella cooperazione militare è tangibile. Gli accordi per le armi che l’Egitto ha firmato con la Russia ammontano a 5 miliardi di dollari nel 2015, includendo 50 aerei da combattimento MiG-29M, sistemi di difesa aerea a lungo raggio Buk-M2E e Antej-2500 e circa 50 elicotteri Ka-52K per le nuove navi d’assalto anfibio classe Mistral che l’Egitto ha acquistato in Francia. Le navi riceveranno elicotteri ed elettronica originariamente previsti dai russi. I due Paesi hanno firmato diversi accordi per la ristrutturazione degli impianti di produzione militare dell’Egitto. Un protocollo fu firmato per concedere l’accesso dell’Egitto al GLONASS, il sistema di posizionamento satellitare globale russo. A settembre, il ministro della Difesa Sadqy Subhy visitava la Russia per discutere le questioni relative a maggiori rapporti sulla sicurezza a lungo termine. Lo scorso ottobre, i militari svolsero un’esercitazione congiunta.
L’Egitto è il Paese più popoloso del Nord Africa e del mondo arabo, il terzo più popoloso dell’Africa e il 14.mo più popoloso del mondo. L’anno scorso, la popolazione del Paese raggiunse i 92 milioni. Il suo cambio politico è ben motivato. Cairo combatte lo Stato islamico nella penisola del Sinai. Gli aspri combattimenti arrivano di rado ai media, ma lo SI è una grave minaccia per l’Egitto, che può colpire l’Egitto anche dalla Libia. La presenza dello SI in Libia avvicina Egitto e Algeria dato che le due grandi nazioni affrontano la stessa minaccia. L’alleanza Iran, Iraq, Russia e Turchia può includere anche l’Algeria. In risposta alla crescente minaccia, Algeri rafforza i legami con Mosca, ed ha recentemente acquistato 14 caccia Su-30MKA e 40 elicotteri d’attacco Mi-28 “Night Hunter” dalla Russia. Lo scorso febbraio, Russia e Algeria tracciarono il percorso per approfondire la cooperazione economica e militare, durante la visita del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov in Algeria. La cooperazione della Russia con Egitto, Algeria e altri Paesi del Medio Oriente e Nord Africa riflette la crescente influenza di Mosca nella regione. Con il processo di Astana che fa progressi, altri attori grandi e influenti come Siria, Iraq, Egitto e Algeria possono aderire alla nascente coalizione tra Russia, Iran e Turchia portando la regione Medio Oriente-Nord Africa (MENA) ad affrontare cambiamenti ampi e radicali.awnali4kixy47cbc6pjeit8k9hx63baaLa ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Trump ad al-Sisi: Assad è un uomo coraggioso

al-Diyar, 23/01/2017 – Dimpecw10yy8wgaaeayiFonti vicine alla Presidenza di Cairo hanno fatto sapere che il nuovo presidente degli Stati Uniti, D. Trump, aveva telefonato al Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi e dichiarato il suo sostegno contro il terrorismo, che gli Stati Uniti vogliono combattere contro il terrorismo in Medio Oriente e che Washington è anche pronta a condurre operazioni militari in Iraq e Siria in coordinamento con la Russia. Si dichiarava pienamente d’accordo con la decisione del Congresso che i Fratelli musulmani sono un’organizzazione terroristica. I due leader, nella conversazione telefonica, affrontavano la situazione in Iraq. Donald Trump aveva detto che gli Stati Uniti sostengono con i bombardamento aerei l’esercito iracheno per porre fine al terrorismo nel Paese. Sulla Siria, il presidente degli Stati Uniti diceva all’omologo egiziano che il Presidente siriano Bashar al-Assad è un uomo coraggioso che combatte e resiste al terrorismo, ma le circostanze non gli permettono di avere al momento contatti diretti con lui. Per contro, Trump ha detto che era in contatto con il Presidente russo Vladimir Putin per coordinare l’azione militare in Siria contro il terrorismo di SIIL e organizzazioni collegate. Fonti presidenziali egiziane concludono che Abdalfatah al-Sisi deve contare su Bashar al-Assad, per via di ciò che Trump gli ha detto su Assad, e le parole di Trump sono un buon segnale per Bashar al-Assad.
Fonti presidenziali di Cairo hanno detto che il presidente Trump, quando ha telefonato al Presidente egiziano al-Sisi, gli ha detto che sostiene la lotta al terrorismo e che gli Stati Uniti combatteranno il terrorismo in Medio Oriente. Washington svolgerà anche operazioni militari contro il terrorismo in Iraq e Siria in coordinamento con la Russia. Sostiene la decisione del Congresso secondo cui la Fratellanza musulmana è un’organizzazione terroristica. Quando i due leader hanno parlato della situazione in Iraq, Trump ha detto che gli Stati Uniti sosterranno l’esercito iracheno con bombardamenti aerei per porre fine al terrorismo in Iraq. Sulla Siria, il neo-presidente ha detto al Presidente al-Sisi: il Presidente siriano Bashar al-Assad è un uomo coraggioso che affronta il terrorismo, ma le circostanze non mi permettono d’incontrarlo. Trump aggiungeva: Sarò in contatto con il Presidente russo Vladimir Putin per coordinare l’azione militare in Siria contro il terrorismo, i terroristi e l’organizzazione SIIL. Fonti presidenziali egiziane hanno concluso che il presidente Trump ha detto al Presidente al-Sisi che Assad è coraggioso, affinché al-Sisi trasmettesse le parole del presidente degli USA con un messaggio al Presidente siriano Bashar al-Assad“.

Tulsi Gabbard

Tulsi Gabbard

SyrianPerspective

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora