Gli islamisti aggrediscono l’Egitto, mentre Washington li ospita

Boutros Hussein e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 30 gennaio 2015generale-egitto-638x320Il governo egiziano deve affrontare molti intrighi interni ed esterni degli ancora potenti Fratelli musulmani. In effetti, gli USA sono ancora disposti ad ascoltare i Fratelli musulmani, nonostante la distruzione di molte chiese cristiane copte e l’assassinio di innocenti da parte dei loro sostenitori. Se le masse non fossero scese in strada e il Generale Abdelfatah al-Sisi non avesse resistito alla tirannia dei Fratelli musulmani, questa nazione sarebbe stata “annichilita”. Inoltre, i cristiani sarebbero diventati dei dhimmi sottoposti a persecuzione continua; la popolazione sciita sarebbe stata perseguitata; le donne segregate; la modernizzazione dimenticata ed economia, magistratura e strutture sociali affrontare la cupa realtà dei Fratelli musulmani. Nonostante questo, nazioni come USA, Qatar e Turchia, a fianco del porto sicuro del Regno Unito, hanno giocato la carta dei Fratelli musulmani. Pertanto, nella stessa settimana in cui molte persone sono state uccise dagli islamisti nel Sinai, gli Stati Uniti ancora una volta ascoltano i Fratelli musulmani a Washington. L’Investigative Project on Terrorism riferisce che una delegazione è stata incontrata nei corridoi del potere a Washington. La fonte afferma: “La delegazione ha cercato aiuto per restaurare l’ex-presidente Muhammad Mursi e i Fratelli musulmani in Egitto. Parlamentari, ministri e giudici dell’era Mursi hanno costituito il Consiglio rivoluzionario egiziano ad Istanbul, in Turchia ad agosto, allo scopo di rovesciare il governo militare egiziano. La sede è a Ginevra, in Svizzera“. I cristiani interessati dal ruolo degli USA negli affari interni dell’Egitto sono ancora una volta allarmati dagli intrighi di Washington. Michael Meunier, riporta Investigative Project on Terrorism, dice: “La Fratellanza era dietro le violenze che hanno travolto l’Egitto dalla caduta di Mursi, ha detto all’IPT Meunier da Cairo. Ha osservato che le chiese copte furono incendiate dai sostenitori della Fratellanza, e la Cattedrale di San Marco di Cairo fu attaccata dagli islamisti durante il mandato di Mursi“. Investigative Project on Terrorism inoltre riferisce: “Meunier ha avuto parole lapidarie per il dipartimento di Stato, affermando che l’incontro con tale delegazione favorisce la percezione che gli Stati Uniti siano dietro l’ascesa al potere della Fratellanza ed acuisce le tensioni tra egiziani e statunitensi“. Nella stessa settimana in cui intrighi dei Fratelli musulmani hanno ancora avuto voce a Washington, l’Egitto è colpito da attacchi terroristici. Tale realtà irrita il popolo egiziano, perché il governo attuale del Presidente al-Sisi ha bisogno di respiro per stabilizzare lo Stato.
La BBC riferisce: “Almeno 26 persone sono state uccise in una serie di attacchi degli islamisti nel nord della penisola egiziana del Sinai… Un’autobomba e mortai hanno colpito obiettivi militari nella capitale del Nord del Sinai, al-Arish, uccidendo numerosi soldati… Altri attacchi hanno avuto luogo nelle vicine città di Shayq Zuwayid e Rafah, al confine con Gaza“. Ansar Bayt al-Maqdis, gruppo taqfirita fedele al SIIL (Stato islamico), ha rivendicato gli attacchi terroristici. Va anche sottolineato che le relazioni del SIIL con la Turchia sono note, perché video mostrano convogli militari turchi entrare nelle aree del SIIL, nel corso degli intrighi contro la Siria, e così via. Pertanto, con Erdogan e il governo della Turchia pro-Fratelli musulmani e crescenti attacchi terroristici dalla scomparsa di Mursi, è chiaro che tutto punta sugli intrighi interni ed esterni contro il governo centrale di al-Sisi. La delegazione, riferisce l’Investigative Project on Terrorism, includeva “Abdul Mawgud Dardary, membro in esilio e parlamentare egiziano dei Fratelli musulmani; e Muhammad Gamal Hashmat, membro in esilio del Consiglio della Shura dei Fratelli Musulmani e parlamentare egiziano“. Il presidente al-Sisi deve continuare a sostenere la tanto necessaria stabilità dell’Egitto, perché molti intrighi interni ed esterni minacciano lo Stato nazionale. Tale realtà indica che le minacce interne dei Fratelli musulmani devono essere bloccate, perché tale movimento si propone di utilizzare il malcontento politico. Pertanto, i leader politici sotto le bandiere del socialismo, liberalismo e altre non devono fare il gioco dei nemici dell’Egitto. In effetti, bisogna solo guardare all’ingerenza dei vari movimenti militanti taqfiri in Libia, Iraq, Siria, Yemen e altre nazioni vicine, per vedere che l’Egitto ha bisogno di stabilità politica ed economica. Se ciò non si materializzasse, l’Egitto continuerà ad essere sottoposto a minacce estere e sovversione interna dei Fratelli musulmani e l’ingenuità di movimenti ben intenzionati creerà solo ulteriore instabilità. Pertanto, l’Egitto non ha bisogno di nazioni come gli USA che danno “ai portavoce dei falsi Fratelli musulmani” un posto per attaccare l’Egitto.

1180706313Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Soldato dell’anno. Il riconoscimento militare Musa ibn Nusayr / Tawfiq al-Juhani

Ziad Fadil Syrian Perspective 16 novembre 2014alalam_635322087941876952_25f_4x3Ora che siamo al quarto anno di guerra contro le Forze del Male, Stati Uniti, NATO, Stato-ghetto sionista, trogloditi arabi e loro tirapiedi, è giunto il momento di riconoscere i brillanti leader militari dell’Esercito Arabo Siriano e dell’Aeronautica Siriana, che hanno dedicato la vita a proteggere la società siriana, le sue istituzioni, il suolo e l’onore della sua Presidenza. Questo premio prende il nome dallo straordinario Generale Musa ibn Nusayr, nato in Siria intorno al 640 d.C. nel Qalamun, vicino Homs (Jabal al-Jalil) e che ebbe il merito di conquistare l’estremo occidente nordafricano. Ibn Nusayr ordinò al leggendario Tariq ibn Ziyad di attraversare le colonne d’Ercole nella prima invasione islamica della Penisola Iberica. Musa poi raggiunse il suo luogotenente berbero e completò la conquista di Spagna/Portogallo. Mentre Tariq diede a Gibilterra il suo nome (Jabal al-Tariq), Musa lo diede a una montagna in Marocco: Jabal Musa.
Questo premio prende anche il nome dal Tenente-Generale Muhammad Tawfiq al-Juhani, noto come il Dominatore dell’esercito sionista nella battaglia del lago Qarun in Libano, durante l’invasione sionista del 1982. Il 9 giugno 1982 il Generale al-Juhani, ex-comandante della 1ª Divisione corazzata siriana, assunse il comando del teatro tra le montagne e la Siria infliggendo gravi colpi agli invasori sionisti, uccidendone centinaia e abbattendone molti bombardieri. Mentre l’EAS perse molti blindati nella battaglia, la splendida apparizione di al-Juhani, comandante nel campo di battaglia, sconvolse i sionisti e li mise in ginocchio. Così molti ebrei stranieri morirono nella battaglia, e il tentativo di ritrovare i corpi si tradusse nell’affare spionistico di Ziyad al-Humsi. Il nome del Generale al-Juhani è iscritto a caratteri d’oro negli annali dell’Esercito arabo siriano. Ecco il primo candidato:
gen-al-freij-visits-army-sites-in-aleppo1. Tenente-Generale Fahd Jasim al-Furayj: Nel luglio 2012, un agente saudita, “arruolato” con promesse di denaro e Paradiso, collocò una bomba al Ministero della Difesa di Damasco. Era un dipendente delle pulizie ritenuto insospettabile. Quando l’incontro iniziò vi erano 4 alti ufficiali della Difesa della Siria: il Tenente-Generale Dawud Abdullah Rajiha (Ministro della Difesa) e primo cristiano ortodosso a tenere questa carica nella storia della Siria moderna; il Tenente-Generale Hisham Yqtiyar; il Tenente-Generale Hasan Turqmani (Consigliere Militare del Presidente); il Tenente-Generale Asif Shawqat, Vicecapo di Stato Maggiore e cognato del Presidente. Quando la bomba esplose, Rajiha, Turqmani e Shawqat furono uccisi all’istante. Yqtiyar morì per le ferite pochi giorni dopo. In Siria, il Capo di Stato Maggiore è un ufficiale in servizio attivo che, quando raggiunge una certa età, diventa Ministro della Difesa se la carica è vacante. Il Capo di Stato Maggiore era il Tenente-Generale al-Furayj. Con stile freddo, deciso e senza soluzione di continuità, caratteristico di chi è istruito nelle scienze, il Dr. Assad nominava al-Furayj alla carica di Rajiha e assegnò un altro candidato alla carica di Capo di Stato Maggiore, Generale Alì Abdullah Ayub. I sauditi previdero il panico a Damasco, ma non ebbero nulla se non una successione flemmatica, snella ed efficiente. Si aspettavano che il nuovo Ministro della Difesa fosse meno aggressivo del predecessore. Non fu affatto così. Infatti, il re dei ratti al-Lush, che si prese la responsabilità dell’assassinio, poi osservò che i nuovi incaricati erano più feroci dei precedenti. Nato a Rahjan, provincia di Hama, il Tenente-Generale al-Furayj è un esperto di guerra corazzata e comandante delle forze speciali nel sud della Siria. Da quando il Generale di al-Furayj ha assunto il nuovo incarico, ha mostrato notevole destrezza, percettività e innovazione. Sapeva fin dall’inizio che l’esercito doveva riorganizzarsi e adattarsi a un nuovo tipo di guerra per sconfiggere la costellazione di terroristi sponsorizzati volta ad abbattere il Presidente del suo Paese. È stato determinante nel convincere il Ministero della Difesa russo che la Siria poteva assorbire nuovi sistemi d’arma e mantenerne riservata la tecnologia. Ha costantemente e con successo mediato le dispute tra i suoi generali dimostrando freddezza e riservatezza, dimostrandosi sempre il campione del coscritto, come duro soldato in trincea privo del lusso della limousine con le guardie di sicurezza. Quando finirà tale guerra, sarà ricordato come un gigante nella storia militare siriana.

army_12. Tenente-Generale Alì Abdullah Ayub: è l’Omar Bradley siriano. Capo di Stato Maggiore Generale sostituto del Generale al-Furayj dopo che assunse la carica di Ministro della Difesa. Il Generale Ayub è l’apoteosi della volontà di ferro, altamente professionale, gelido freddo soldato che non può essere scosso. In ogni decisione nel spostare questa o quella brigata, è presente. Decide l’invio delle Brigate Tigre a Idlib o a Darah. E’ il mago della tattica che si occupa la vertiginosa serie di unità militari al suo comando, delle loro capacità ed esigenze logistiche. È colui che informa il Generale al-Furayj su carenze di carburante o munizioni. È colui che avverte il comandante dell’Aeronautica, Tenente-Generale Isam Halaq dei necessari servizi. È colui che coordina l’intelligence distribuita ai comandanti sul campo e che in ultima analisi prende le decisioni più difficili, nell’abbandonare o tenere ad ogni costo delle posizioni. Le sue capacità sono più che eccellenti. Molti l’accrediteranno della vittoria dell’Esercito siriano sulle forze delle tenebre ed erigeranno statue alla sua memoria.

general-issam-zahreddine-syrie3. Maggiore-Generale Isam Zhahradin: come molti ufficiali delle forze od operazioni speciali, questo generale, noto come il “druso pazzo”, si porta con spavalderia che trasuda carisma. Come altri paracadutisti, degli Stati Uniti o degli Speznaz, coltiva una personalità da macho che elettrizza i soldati al suo comando. Quando si opera nella 104.ta Brigata della Guardia Repubblicana del Generale Zhahradin, si opera sotto il comando di un equivalente di Patton, Montgomery e Rommel, uomini dalla reputazione di audaci e coraggiosi in combattimento. La sua posizione oggi è solitaria, a Dayr al-Zur. Nonostante la scarsità di materiale a disposizione, a differenza di altre unità nella parte occidentale del Paese, questo ferreo Aiace ha sconfitto i terroristi cannibali di SIIL e al-Nusra. Hanno cercato di ucciderlo l’11 novembre 2013, ma lo ferirono solo alla gamba. Si riprese rapidamente e inflisse colpi paralizzanti strappando ai ratti al-Huwayqa e Muhasan. Oggi, lui e le sue brigate di ranger e paracadutisti hanno strappato il controllo di Huwayat al-Saqr e sono volti a sterminare ogni barbaro ratto straniero del SIIL spedito dalle viscere dell’Asia o dai fetidi vicoli di Londra. Per i ratti è la personificazione della Morte e promessa di un’unica indissolubile Siria.

B00jr7fIUAAawDz4. Colonnello Suhayl al-Hasan “La Tigre”: nato sulle coste della Siria, nelle montagne che hanno generato i leoni che ne costruirono il formidabile esercito, questo altro gatto ha già mostrato coraggio e risoluzione assai più ferina e flessibile, riuscendo ad essere ubiquo in più posti, infiltrando a velocità inaudita i suoi carri armati davanti ai ruggenti camion verso ogni punto in cui il fetore dei bastardi ratti jihadisti può essere annusato, mentre i letali bombardieri che solcano l’aria al suo comando consegnano alle fiamme dell’Inferno coloro che portano nichilismo distruttivo in Siria. La sua velocità è leggendaria, anche se non ha ancora 50 anni la sua fama di brillante tattico è filtrata in ogni buco infestato dalla peste dei ratti wahhabiti che si crogiolano nel fango puzzolente dei loro rituali pagani. Se a nord di Aleppo o ad Homs spezza la schiena della morsa di al-Nusra, le sue truppe scelte annientano il SIIL nel Jabal al-Shair e nei pozzi di petrolio a sud-est, e a Mawraq le sue truppe vittoriose liberano la città, da cui passa un’arteria cruciale, e le sue unità del Direttorato dell’Intelligence dell’Aeronautica eseguono operazioni speciali a Darah, il suo stile metodico e la capacità d’infondere ai suoi uomini il desiderio di devastare il nemico, ne hanno fatto l’ufficiale preferito dal Dottor Assad. Oggi, si dirige di nuovo a sud per un cruciale scontro con al-Nusra a Nawa.
Il vincitore di questo premio sarà annunciato alla fine dell’anno sulla nostra patentata grande via.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il governo siriano è essenziale alla stabilità regionale

Murad Makhmudov e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 14 novembre 20143879548-3x2-940x627Il governo della Siria continua a lottare tenacemente contro nazioni e jihadisti internazionali che cercano di distruggere il tessuto secolare del Paese del Presidente Bashar al-Assad. In realtà, ciò significa che le grandi potenze del Golfo e NATO, insieme ai jihadisti internazionali, cercano la grande destabilizzazione. Dopo tutto, l’ingerenza delle potenze del Golfo e NATO in Afghanistan, Iraq e Libia ha prodotto caos, settarismo, terrorismo, instabilità, scomparsa del controllo centrale, odio religioso, sottomissione delle donne e altre realtà negative, come l’ascesa dell’eroina in Afghanistan. Pertanto, senza ombra di dubbio, gli stessi petrodollari del Golfo e delle potenze occidentali sono impiegati per creare Stati falliti. Contro tutte le probabilità, il governo del Presidente Assad dimostra che non tutti gli Stati nazionali indipendenti possono essere schiacciati, anche se instabilità grave persiste in alcune parti della nazione per via dell’ingerenza estera. In effetti, la barbarie assoluta dell’esercito libero siriano (ELS) e di vari altri gruppi terroristici non riguarda le potenze NATO e del Golfo. Ciò può essere indicato chiaramente, perché anche davanti alle immagini di decapitazioni, impiccagioni, stupri delle minoranze religiose, di bambini cui viene insegnato a decapitare e squartare soldati prigionieri siriani, le stesse nazioni continuano a finanziare, addestrare e cospirare con tali forze brutali. Tuttavia, quando un paio di ostaggi occidentali vengono decapitati e cristiani e yazidi venduti come schiavi dal SIIL in Iraq (rapporti affermano atti simili in Siria contro vari gruppi), sono costrette al ripensamento alcune nazioni coinvolte nella destabilizzazione della Siria. Naturalmente, tale realtà non sembra riguardare Francia, Quwayt, Qatar, Turchia e Arabia Saudita. Tuttavia, fedele alla confusione di massa che attanaglia il governo del presidente Obama, mentre alcuni attacchi aerei avvengono contro il SIIL (Stato islamico dell’Iraq e Siria – Stato islamico/SI), ne lascia comunque intatte le roccaforti, per esempio Raqa in Siria, lo stesso ordine del giorno anti-siriano è vivo e vegeto nei corridoi del potere a Washington. Francia, Quwayt, Qatar, Arabia Saudita e Turchia continuano ad agitarsi contro la laica Siria. Ciononostante SIIL, Nusra e altre forze terroristiche e settarie continuano la pulizia etnica contro curdi e minoranze religiose come cristiani, alawiti, shabaq (in Iraq) e altri. Verso la minoranza sciita in Siria e la maggioranza sciita in Iraq, i taqfiri e altre forze islamiste sunnite settarie continuano a massacrarle con gioia dichiarata. Nonostante tale realtà, le potenze NATO e del Golfo recitano ancora il mantra che la Siria laica del Presidente Assad debba essere sconfitta. E’ difficile capire perché le potenze occidentali ancora una volta cerchino di distruggere uno Stato laico che tutela tutte le fedi religiose e dà un respiro tanto necessario ai cristiani della regione. Nonostante ciò, le principali potenze occidentali sono schierate con la Turchia e la sua storia anti-cristiana, e l’Arabia Saudita laddove non una sola chiesa cristiana è permessa. In altre parole, le forze del settarismo e della xenofobia sono sostenute contro la nazione indipendente della Siria che permette a tutte le comunità religiose di coesistere sotto il suo controllo. Ovviamente, le minoranze religiose come i cristiani di Siria fuggono da SIIL, Nusra, ELS e altri gruppi settari e terroristi supportati dalle diverse potenze NATO e del Golfo.
Chuck Hagel, segretario alla Difesa degli USA, evidenzia la grave confusione dell’amministrazione Obama, osservando: “Basta trattare con Assad, come ora… così non metteremo da parte il SIIL“. Hagel proseguiva affermando: “Potremmo cambiare Assad oggi, ma ciò non cambia le cose… con chi sostituire Assad? Che tipo di esercito può affrontare il SIIL?” Quanto sopra evidenzia chiaramente che non si ha alcuna soluzione rapida, perché Hagel indica che solo un futuro peggiore attende una Siria dominata da forze terroristiche e settarie esistenti. Purtroppo, la logica conclusione non viene colta, perché sicuramente è nell’interesse della stabilizzazione della Siria fermare il supporto degli Stati anti-siriani a caos e massacri dei barbari settari. Ma la grave confusione nei corridoi del potere a Washington continua, perché invece di cercare di risolvere la crisi fermando l’ingerenza esterna, Washington risponde sostenendo ancora le cosiddette forze moderate, inesistenti al di fuori delle Forze armate siriane che proteggono il mosaico nazionale. Il capo di stato maggiore statunitense Martin Dempsey, evidenza tale confusione affermando: “...la nostra strategia è rafforzare l’opposizione moderata al punto da poter, in primo luogo, difendere e controllare i propri territori e poi riprendersi le aree perdute per mano del SIIL, ed infine, avendo sviluppato capacità e forza, creare le condizioni per una soluzione politica in Siria“. In altre parole, il governo siriano continua ad essere attaccato dai fantocci degli USA per l’ulteriore indebolimento dello Stato centralizzato. Tale realtà significa che uno scenario da Afghanistan, Iraq e Libia aspetta la Siria se il governo di questa nazione sarà sconfitto. Pertanto, la follia persiste negli USA e negli altri potenti membri della NATO come Francia, Turchia e Regno Unito; cioè tali nazioni sono alleate alle potenze del Golfo che sostengono terrorismo, settarismo e grave instabilità nel Levante e Iraq. Dopo tutto, molti potenti capi jihadisti in Siria provengono da nazioni come l’Arabia Saudita, così come cittadini soprattutto sauditi causarono l’11 settembre; tale realtà equivale a follia. E’ evidente che le nazioni estere provocavano, e continuano provocare, carneficina e caos totale che affliggono Afghanistan, Iraq e Libia. Le stesse forze dell’instabilità operano in Siria, ma questa volta è chiaro che la barbarie tramonta mentre scattano i campanelli d’allarme in altre nazioni illuse dalle stesse menzogne. Pertanto, la stabilità di Levante e Iraq dipende dalla sopravvivenza del governo e delle forze armate siriani. Altrimenti un altro Stato destabilizzato da terrorismo, distruzione delle minoranze religiose, sottomissione delle donne, povertà di massa e altre realtà brutali danneggerà le generazioni future.

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Rinascerà l’oasi neo-socialista nell’Arabia del Sud?

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 10/11/2014121205_luke_somers02Il nuovo governo dello Yemen include, per la prima volta, i membri del movimento secessionista del Sud yemenita al-Hiraq. Il governo yemenita, che includeva membri dei guerriglieri sciiti Huthi del nord dello Yemen, fin quando si sono ritirati per protesta, può aprire la strada al ripristino dell’indipendenza della ex-Repubblica democratica popolare dello Yemen (PDRY) o, come era nota, Yemen del Sud. Conosciuto anche come “Yemen Democratico”, il PDRY vide l’indipendenza abrogata dopo la sanguinosa guerra contro lo Yemen del Nord del 1994. L’accordo del 1990 sull’unificazione tra Nord e Sud dello Yemen fu rotto dopo che i capi del nord cominciarono a trattare lo Yemen del Sud da Stato vassallo occupato. Dopo il fallito tentativo del Sud di ripristinare l’indipendenza, le truppe nordyemenite marciarono su Aden il 7 luglio 1994 come un esercito d’occupazione. Durante la guerra civile, l’amministrazione Clinton fornì intelligence satellitari e radio della National Security Agency alle forze del Nord. Di fronte alla sconfitta, i leader del Sud andarono in esilio in Oman e Arabia Saudita. Tuttavia, con il crollo del precedente governo corrotto della capitale del nord, Sanaa, i leader politici dello Yemen del sud tornarono e mostrarono i muscoli politici nella capitale meridionale Aden. Il nuovo presidente dello Yemen, Abdrabu Mansur Hadi, un sudyemenita, era pressato da ogni lato per nominare il governo di unità nazionale guidato dal Primo ministro Qalid Bahah, ex-ambasciatore yemenita alle Nazioni Unite, anch’egli del sud. Bahah ha avuto l’incarico di formare il governo dopo che i ribelli huthi, che si ritiene siano sostenuti dal deposto presidente Ali Abdullah Salah, assaltarono la capitale Sana dalle roccaforti del nord e paralizzarono il governo centrale finché non cedette alle loro richieste. Le forze di al-Hiraq avvertirono gli Huthis dall’entrare ad Aden o altre città dello Yemen del Sud. L’ex-vicepresidente in esilio del PDRY, Abdul Rahman al-Jifiri, è recentemente tornato dall’Arabia Saudita con un fragoroso benvenuto ad Aden. Jifiri ha avvertito il governo di Sanaa, gli huthi e gli statunitensi dall’interferire: “Abbiamo una domanda chiara, creare uno Stato federale, sovrano e democratico nel Sud”. Jifiri inoltre avvertiva gli huthi: “Il sud non è un pezzetto di terra che può essere inghiottito facilmente. Eserciteremo il nostro diritto all’auto-difesa, se gli huthi ci attaccano”.
Il governo di unità nazionale e il potere politico ottenuti dei ribelli huthi e dai separatisti di al-Hiraq, questi assumendo il controllo dell’importante ministero del Petrolio nel governo di unità nazionale yemenita, segna la fine del piano elaborato dall’ex-ambasciatore statunitense nello Yemen, Gerald Feierstein. Il cosiddetto “piano Feierstein” avrebbe diviso lo Yemen in sei province controllate dal centro e ignorato i desideri degli sciiti huthi e dei secolari separatisti del sud. Il piano Feierstein non era altro che un espediente sionista e neoconservatore per mantenere lo Yemen sotto il giogo occidentale. Il piano fu elaborato da Feierstein e dai suo cospiratori filo-israeliani e anti-sciiti del dipartimento di Stato di Washington e dei think tank finanziati da Israele come l’Istituto di Washington per la politica del Vicino Oriente (WINEP) e l’Istituto ebraico per la sicurezza nazionale (JINSA). Gli Stati Uniti e gli appassionati dello status quo del dipartimento di Stato hanno scelto di trasformare in “al-Qaida” il fronte indipendentista del sud dello Yemen, composto da socialisti dell’ex-Yemen democratico indipendente e sostenitori degli ex-reami di Quaiti, Qathiri e Mahra nell’Hadhramaut. Il dipartimento di Stato conta sul fatto che la storia dell’Arabia meridionale sia ignota alla maggioranza degli statunitensi e pertanto può essere alterata da astuti specialisti in disinformazione. Gli ex-nemici nella guerra d’indipendenza del Yemen del Sud dalla Gran Bretagna, i socialisti e monarchici sudarabi, si sono alleati contro i nemici comuni: l’ex-governo centrale di Sanaa, i suoi finanziatori statunitensi e al-Qaida nella penisola arabica (AQAP). I monarchici arabi del sud furono sconfitti nel 1967, durante il doppio gioco inglese sui sultani aderenti alla Federazione del Sud Arabia ideata dagli inglesi, un agglomerato di emirati, sultanati e sceiccati del Sud Arabia sotto protettorato occidentale, noto brevemente come Sultanati Arabi Uniti (UAS) similmente agli Stati della Tregua già controllati dagli inglesi che formano gli Emirati Arabi Uniti (UAE) nel Golfo Persico. Ma l’UAS non divenne indipendente come gli Emirati Arabi Uniti; gli inglesi, desiderosi di evacuare le loro basi e colonie ad est del Canale di Suez, cedettero il Sud Arabia al Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) marxista dello Yemen del Sud. Nel 2012, i vecchi dirigenti del FLN e i realisti dello Yemen del Sud si unirono per combattere per l’indipendenza dello Yemen del Sud, e alcuni leader dell’indipendenza neanche usano il nome “Yemen”, ma si riferiscono alla nazione com’era conosciuta prima del 1967: “Sud Arabia”. Dimostranti pro-indipendenza dispiegarono per le strade di Aden, Muqala e altre città dello Yemen del Sud, la bandiera blu-nero-bianco-rossa dell’ex-Yemen del Sud.
index Per Washington, il ripristino dell’indipendenza del Sud non è un’opzione. I propagandisti della CIA hanno falsamente etichettato gli attacchi dei droni contro obiettivi nel Sud come operazioni contro “al-Qaida”. La macchina della disinformazione della CIA ha anche cercato di collegare falsamente i combattenti per l’indipendenza dello Yemen del Sud ad al-Qaida. Inoltre, i burocrati della propaganda della lobby israeliana, lavorando in tandem con gli interlocutori della “società civile” finanziati da George Soros, sono entrati nella lotta contro il movimento separatista del sud o “Hiraq” accusandolo di ricevere il sostegno dell’Iran. Le accuse del coinvolgimento iraniano con l’Hiraq sono pura propaganda degli iniziati israelo-neocon. L’Arabia Saudita sembra fare il doppio gioco nello Yemen del Sud o Sud Arabia. L’ultimo sultano di Quaiti, Ghalib II, s’è unito all’Hiraq chiedendo il ritorno del Sud Arabia alla piena sovranità. Ghalib risiede a Gedda, in Arabia Saudita. Anche il sultanato di Qathiri dell’Hadhramaut avanza la pretesa all’indipendenza del Sud Arabia. La famiglia reale Abdali dell’ex-sultanato di Lahaj, che un tempo governava Aden, s’è unita all’Hiraq e al sultano di Quaiti. La Tribù di Lahaj, presso Aden, è ancora fedele all’ultimo sultano, noto per le sue posizioni anticolonialiste e per irritare i governatori inglesi di Aden, che lo sospettavano in contatto con Gamal Abdel Nasser. Il colonialismo inglese è stato sostituito dal neocolonialismo statunitense, imposto da droni armati e con il consenso del governo di Sanaa che opera agli ordini di Washington. Dopo la consegna inglese del Sud Arabia all’FLN, molti governanti sudarabi fuggirono in Arabia Saudita, ma i loro appelli, come quello dello Stato Quaiti alle Nazioni Unite, rimasero inascoltati. L’Arabia Saudita sostenne segretamente il Sud durante la guerra civile del 1994 e sostenne i meridionali, in particolare i monarchici che hanno sempre considerato i sauditi loro protettori, nelle recenti battaglie con il Nord. Il problema per Hiraq, Ghalib e il Sud è che quando la Gran Bretagna consegnò il Sud Arabia al nuovo quadro normativo, il sultnanato Mahra di Qishn nell’Hadhramaut, nel protettorato del Sud Arabia, controllava l’isola strategica di Socotra. Gli Stati Uniti hanno a lungo agognato l’isola per usarla come grande base dell’intelligence statunitense. Washington ha creduto a lungo che un accordo sui diritti sarebbe stato possibile con gli yemeniti del Nord, a Sanaa, piuttosto che con un governo indipendente ad Aden o un governo regionale restaurato sotto il sultano di Qishn. I beduini dell’ex-Stato di Mahra hanno proclamato Abdullah bin Isa bin Afran, figlio dell’ex-sultano, sultano di Mahra e Socotra indipendenti. Il governo di Sanaa e i neocon di Washington non vogliono la rinascita dei sultanati che potrebbero ostacolare i piani militari statunitensi nello Yemen.
L’US Navy ambisce anche ai diritti logistici ad Aden, nonostante l’attacco all’USS Cole nel 2000 nel porto di Aden. Il gioco statunitense nel Sud Arabia si può riassumere in quattro parole: basi, petrolio, Israele e logistica (BOIL). Come per altre regioni mediorientali e nordafricane, dalla Siria alla Libia e dal Mali al nord dell’Iraq, il BOIL degli USA diventa un cancro. Tuttavia, la rinascita di una repubblica indipendente, neo-socialista e laica nello Yemen del Sud con capitale Aden, può invertire la radicalizzazione islamista del Medio Oriente istigata dai sotterfugi di Israele, Turchia, Qatar, USA e altri.

2000px-South_Yemen_in_its_region.svgLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: i partigiani di Gheddafi contrattaccano

Joan Tilouine e Youssef Ait Akdim Jeune Afrique 28/10/ 2014

Tre anni dopo la tragica fine della “Guida” della Libia, Muammar Gheddafi, l’inversione delle alleanze avviene discretamente con il ritorno in sella di frange di sostenitori del vecchio regime, in nome della guerra al terrorismo.

Ahmad Gheddafi al-Dam

Ahmad Gheddafi al-Dam

Era meglio prima“, sono soliti lamentarsi i nostalgici della ex-Jamahiriya che avvertirono, nel 2011, contro l’idra islamista e gli appetiti delle potenze imperialiste. Compiacendosi di aver previsto il disordine attuale, ma leggendo il futuro dal retrovisore: dopo la rivoluzione che ha portato violenza e distruzione, si torna indietro. Concludendo, come un editorialista del quotidiano francese Le Monde, “molti libici dicono di rimpiangere i tempi di Muammar Gheddafi“, non ce che un passo pericoloso da compiere. Alcuni di coloro schierati con il regime nel 2011, prima di essere costretti all’esilio in particolare in Tunisia ed Egitto, sono meno discreti e si presentano alleati oggettivi del campo nazionalista contro gli islamisti. Gli eredi orgogliosi del nazionalismo di Umar al-Muqtar, l’eroe della resistenza agli occupanti italiani, di fatto recuperano i vecchi sostenitori di Gheddafi, soprattutto quando si presentano come patrioti onesti che non hanno sparso sangue o sperperato denaro pubblico. La riconciliazione di circostanza obbedisce alla situazione delle forze di sicurezza dello Stato libico fallito e al rifiuto quasi unanime di un nuovo intervento militare straniero.

Anti-gheddafisti contro islamisti
Abbiamo usato gli azlim (appellativo dispregiativo dei sostenitori del vecchio regime) come spaventapasseri dal 2011. Difatti, la minaccia alla sicurezza proviene ancora dagli islamisti e dai loro sostenitori stranieri“, ha detto un alto ufficiale dell’esercito libico. Dietro il fronte di ex-ufficiali di polizia e dell’esercito contro il terrorismo jihadista, si avvia senza problemi un rovesciamento di alleanze: ieri rivoluzionari ed islamisti (tra cui veterani dell’Afghanistan) contro la dittatura; oggi nazionalisti del vecchio regime e nemici di Gheddafi contro gli islamisti. Non c’è da stupirsi che dicano si sentirsi traditi e di “difendere gli obiettivi della rivoluzione del 17 febbraio“. Nel quadro di tale crociata i sostenitori di Gheddafi si alleano discretamente, date le circostanze, al debole blocco anti-islamista politico-militare allineato alle autorità legittime di Tobruq. Nel contesto della guerra, le alleanze politiche e tribali si riaffermano e i gheddafisti riattivano le loro reti. Finora in agguato nell’ombra, ma ben organizzati, i “Verdi” hanno continuato a seguire gli sviluppi in Libia dall’interno, attraverso i loro informatori e sostenitori, in particolare nei ministeri e nell’esercito. Alle grandi figure del vecchio regime, la vittoria dei “non-islamisti” alle legislative dello scorso giugno offre la possibilità di essere utili. Alcuni gheddafisti si sono schierati con il governo di Tobruq (parlamento, governo, esercito) riconosciuto dalla comunità internazionale, ma contestato e contrastato dalla coalizione islamista Fajr Libia.

I sostenitori di Gheddafi in primo piano
Tre anni dopo la tragica fine, il 20 ottobre 2011, della “Guida” alla periferia di Sirte, sua città natale, i sostenitori di Gheddafi ricompaiono sulla scena. Se i figli del colonnello sono stati neutralizzati, caduti combattendo come Muatasim e Qamis, o detenuti a Zintan e a Tripoli come Sayf al-Islam e Sadi, altre figure dell’ex-Jamahiriya alimentano la fiamma verde. Il cugino di Muammar Gheddafi, trasferitosi a Cairo, Ahmad Gheddafi al-Dam, ha ottenuto l’improvvisa revoca del congelamento dei beni da parte della Corte di giustizia dell’Unione europea (UE). Influente e colorito, s’è assicurato i servizi, tra gli altri, dell’avvocato Hervé de Charette, ex-ministro degli esteri francese. I gheddafisti diffidano vedendolo venire sgravato dal congelamento dei beni, in quanto “decisione molto politica”. Ma tutti sono convinti che con la sua fortuna, stimata in diversi miliardi, Gheddafi al-Dam aiuterà le forze di sicurezza, ora senza un soldo, a procurarsi le armi e contribuire attivamente alla lotta al terrorismo. L’ex-coordinatore dei rapporti con l’Egitto, ha detto alla BBC araba: “Il mondo ricorderà a lungo Gheddafi e i libici scopriranno che si sono sbagliati su di lui“. Vero o falso, a pochi giorni dal terzo anniversario del 20 ottobre 2011, il quotidiano iracheno al-Zaman indicava le parole impetuose della figlia di Gheddafi, Aysha, dove su facebook ha detto di essere stata “rapita con i figli e la madre” a Muscat, nel sultanato dell’Oman. Non lontano, a Doha, Musa Qusa, ex-capo dei servizi segreti, riceve visite regolari, ma non ispira fiducia ai sostenitori di Gheddafi. (E’ difatti un traditore. NdT) Da Johannesburg, l’ex-Capo di Stato Maggiore della “Guida”, Bashir Salah, s’é appellato alla corte della UE per la revoca del congelamento dei beni, nella speranza che il caso di Gheddafi al-Dam costituisca un precedente. Salah si riunisce regolarmente e attivamente con, tra gli altri, ufficiali di Zintan che supporta. Con le sue capacità relazionali in Africa e Parigi, questo francofono emerge quale interlocutore credibile con i governi occidentali. Così, alla fine di settembre, ha ripreso i colloqui con i suoi “contatti” francesi, cercando di organizzare la migliore accoglienza a Maliqita Othman, capo della potente milizia zintana Qaqa, in visita a Parigi il 1° ottobre. Ricevuto al ministero della difesa, quest’ultimo ha chiesto il sostegno militare e attacchi aerei mirati dai francesi. Per tale signore della guerra filo-governativo, nessuna collaborazione con i gheddafisti dalle “mani insanguinate”, ma ammette di essere disposto a dare un ruolo a Sayf al-Islam, sottoposto a mandato d’arresto dalla Corte penale internazionale (ICC) per “crimini contro l’umanità”.

Sayf al-Islam agli arresti domiciliari
Dal suo arresto nel sud della Libia, il 19 novembre 2011, Sayf al-Islam è detenuto, o meglio agli arresti domiciliari o protetti, a Zintan. Gli ufficiali zintani lo consultano regolarmente sapendo che conosce la complessità dell’organigramma islamista libico. Anche i capi tribù a lui fedeli, a cominciare dai warshafana sotto il tiro della Fajr Libia, che vogliono “sradicarli”. Indeboliti dalla sconfitta militare a Tripoli, mancanza di munizioni e divisioni tra politici e militari, i zintani sanno di essere vulnerabili. Alcuni di loro cercano di approfittare del bottino di guerra Sayf al-Islam, ambito dalla Fajr Libia. “Una controrivoluzione è in corso contro gli islamisti“, ha detto un vicino ai zintani. E i sostenitori di Gheddafi sono indispensabili per via delle loro reti ed esperienza riguardo amministrazione e militari, per non parlare della loro forza finanziaria per ricostruire e dirigere l’apparato statale. Ma ciò che sembra un’alleanza per alcuni è denunciata come tradimento dei valori della rivoluzione da altri.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

libya-administrative-mapIl 24 settembre, a Tripoli esplodeva la rivolta contro gli islamisti, mentre almeno sei attacchi aerei centravano le postazioni degli islamisti di Fajr Libia (Alba della Libia) nel sud della capitale. Molti islamisti furono eliminati assieme a diversi blindati. Il primo ministro Abdullah Abdurahman al-Thani, da Tobruq, invocava la sollevazione “in risposta all’appello dei residenti di Tripoli per liberarli dai militanti”. In precedenza, il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian aveva invocato l’intervento francese in Libia, sostenendo che sia diventata la “base dei terroristi. Oggi suono l’allarme sulla gravità della situazione in Libia. Il sud è una sorta di hub per i gruppi terroristici che vengono riforniti anche di armi e si riorganizzano. Nel nord, i centri politici ed economici del Paese ormai rischiano di cadere sotto il controllo jihadista… Dobbiamo agire in Libia e mobilitare la comunità internazionale“. Aveva detto che le truppe francesi dispiegate in Mali dovevano trasferirsi in Libia attraverso l’Algeria. “Questo avverrà in accordo con gli algerini, principali attori della regione“. “Le milizie islamiste occupavano Tripoli da fine agosto, e il governo in esilio ‘legittimo’, era a 1200 km di distanza, a Tobruq, da cui non governa nulla, le ambasciate occidentali sono state sgombrate e il sud del Paese è rifugio dei terroristi e le coste centro del traffico dei migranti. Il tutto avviene in un contesto di rapimenti, omicidi e torture, completando il quadro di uno Stato in via di estinzione”, scriveva Le Figaro, il quotidiano finanziato dall’industria bellica francese.
Nel frattempo, l’Egitto salutava la formazione del nuovo governo libico guidato da Abdullah al-Thini, sottolineando l’intenzione di collaborare con il nuovo governo. “La formazione del governo libico è un passo positivo verso il raggiungimento della stabilità politica e il ripristino di pace e sicurezza nel Paese“, dichiarava il portavoce del ministero degli Esteri egiziano Badr Abd al-Aty. Il ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqri aveva dichiarato che gli egiziani era interessati ad unificare le istituzioni libiche per avviare il dialogo nazionale. Cairo aveva organizzato una conferenza sulla Libia il 25 agosto, con rappresentanti di Egitto, Algeria, Tunisia, Sudan, Ciad e Niger, raggiungendo un accordo di cessate il fuoco tra i gruppi in conflitto, la stesura di una nuova costituzione, l’avvio del dialogo e il riconoscimento della legittimità del nuovo Parlamento libico. Aqila Salah Isa, presidente della Camera dei rappresentanti libica, dichiarava: “Questo non sarebbe accaduto se la comunità internazionale avesse preso la situazione in Libia sul serio“, chiedendo l’invio di armi e aiuti per ripristinare la sicurezza e ricostruire le istituzioni. “Il terrorismo e l’estremismo… ora formano un ampio fronte che si estende dall’Iraq all’Algeria” e l’inazione lascerà la comunità internazionale di fronte agli effetti di un’ulteriore espansione in Nord Africa e Sahel. La mancata fornitura di armi e addestramento all’esercito libico, nella guerra al terrorismo, è nell’interesse dell’estremismo“. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, a fine agosto, aveva approvato una risoluzione che irrigidisce l’embargo internazionale sulle armi alla Libia. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarava a sua volta, “A proposito, parlando di armi chimiche, ci piacerebbe avere informazioni reali sullo stato dell’arsenale chimico in Libia. Sappiamo che i nostri colleghi della NATO, dopo aver mutilato il Paese in violazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, preferiscono non toccare il caos che hanno creato, ma la questione dell’arsenale chimico libico, privo di controllo, è troppo seria per chiudervi un occhio“.
Il 5 ottobre 2014, a Derna sfilava il gruppo islamista al-Galuo, composto da terroristi di ritorno da Siria e Iraq, che si preparavano alla nomina a capo dell’emirato islamico di Derna di uno yemenita. Nel frattempo il presidente egiziano al-Sisi incontrava il premier libico Abdullah al-Thini per discutere delle relazioni bilaterali e degli sforzi dell’Egitto per aiutare il governo libico a sradicare le organizzazioni terroristiche in Libia e renderne sicuri i confini. Il 14 ottobre, aerei libici decollati dall’Egitto avviavano un’operazione in appoggio alle truppe di Qalifa Haftar a Bengasi, eliminando almeno 12 terroristi di Ansar al-Sharia.
In Libia esistono due ‘parlamenti’ e due ‘governi’. Quello di Tobruq guidato dal premier al-Thani e riconosciuto dalle Nazioni Unite, e quello di Tripoli del ricostituito Congresso Nazionale Generale (CNG) guidato dal premier islamista al-Hasi. Tripoli è sostenuta da Qatar, Turchia e Sudan; Tobruq è sostenuta da Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Nella seconda metà di ottobre, nella base aerea di Mitiga, controllata dagli islamisti della coalizione Fajr Libya, formata da milizie di Misurata, berberi ed islamisti radicali della Tripolitania, erano atterrati almeno 3 aerei da trasporto qatarioti carichi di rifornimenti militari. Quindi, le forze islamiche avviavano un’offensiva contro Zintan, sul Jabal Nafusa, al confine tunisino. In risposta, velivoli libici bombardavano la base islamista di Gharyan, 120 chilometri a sud-ovest di Tripoli, e veniva avviata una controffensiva sui villaggi Qaqla e al-Qala. A Bengasi le forze di Haftar riconquistavano diverse zone, con la controffensiva della 204° Brigata corazzata appoggiata da velivoli, riprendendo il controllo del quartiere Ras Ubayda e della base della Brigata Martiri del 17 Febbraio, nel quartiere Fuwayhat. Di contro, il Consiglio della Shura dei Rivoluzionari di Bengasi, formata da Ansar al-Sharia, Majlis al-Shura, Brigata Martiri del 17 Febbraio, Scudo della Libia e Liwa Rafallah al-Sahati, scatenavano una serie di attentati suicidi uccidendo oltre 80 persone, tra cui 9 soldati morti nell’attentato contro la casa del generale Haftar, nel quartiere Zaytun. Inoltre gli islamisti attaccavano la base della 204° Brigata, la collina al-Rahma e l’aeroporto di Benina, base principale di Haftar.

photo_1372271056869-1-0Note:
al-Masdar
Global Research
ITAR-TASS
Nsnbc
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RussiaToday
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Zerohedge

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