La guerra delle petrovalute

Gulam Asgar Mitha (Canada) Oriental Review 22 marzo 2015Us Dollar Versus China YuanLa segretaria di Stato Hillary Clinton, nel 2007 chiese all’ex-primo ministro australiano Kevin Rudd “come imporsi ai propri banchieri?”, preoccupata per i crescenti potere e presa della Cina sulle finanze USA, e secondo Wikileaks Rudd disse a Clinton di usare la forza come ultima risorsa. I cinesi si fidano degli USA? Da superpotenze, sono diffidenti. Per gli USA è sempre stata questione di affari, non di amicizia o interesse altrui, ma dei propri. Ciò è comprensibile. Sull’arroganza statunitense, una volta lessi da qualche parte che tale arroganza era piovuta dall’eroe greco di qualche tragedia classica. Entriamo in una nuova epoca, quella della guerra valutaria che metterà alla prova la forza dell’economia statunitense e del dollaro contro la forza dell’economia cinese e dello yuan. La corda nel tiro alla fune sarà il greggio. L’egemonia economica statunitense è contestata dalla Cina e di conseguenza è naturale che gli Stati Uniti cerchino di mantenere la loro posizione geopolitica e finanziaria globale. Tra tali giganti, il sistema finanziario globale potrebbe essere completamente ridefinito con una guerra devastante in Medio Oriente. Qualche anno fa lessi il libro “Petrodollar Warfare” di William Clark, pubblicato nel 2005, quando l’euro era una moneta in crescita e lo yuan un sogno lontano. Clark scrisse che la logica dell’intervento (in Iraq) non era solo il controllo dei giacimenti petroliferi, ma anche dei mezzi con cui il petrolio viene scambiato sui mercati mondiali. Sadam fu deposto dagli Stati Uniti e dai loro alleati arabi (che avevano i dollari come valuta di riserva) perché si rifiutava di vendere petrolio in dollari USA. La stessa sorte fu inflitta alla Libia di Gheddafi. Ora l’Iran è nel mirino degli USA non perché svilupperebbe la bomba nucleare che la CIA nega, ma perché vende il petrolio in diverse valute nella sua borsa sull’isola di Kish. La Cina compra petrolio nei mercati internazionali da Paesi che accettano lo yuan. Secondo l’US Energy Information Agency (EIA), la Cina nel 2013 è diventata la seconda importatrice di petrolio con 6,2 milioni di barili/giorno (MMBOPD), leggermente dietro gli Stati Uniti a 6,6 MMBOPD. Sempre per l’EIA, la Cina diverrà il maggiore importatore di petrolio nel 2014-15. Non solo, ma la produzione di petrolio della Cina tramite l’acquisizione di azioni all’estero è aumentata dai pochi 150000 barili al giorno del 2005 ai 2,7 MMBOPD nel 2013. La Cina importa il 52% del petrolio greggio dal Medio Oriente (10% dall’Iran e 20% dall’Arabia Saudita), mentre al contrario gli Stati Uniti hanno ridotto le proprie importazioni dall’Arabia Saudita al 16%, mentre le importazioni dal Canada sono in costante aumento. Nel 2010 la produzione di petrolio degli Stati Uniti era 9,7 MMBOPD e il consumo del 19,2 MMBOPD. Tale equilibrio è cambiato nel 2014, la produzione di petrolio è aumentata a 13,4 MMBOPD grazie allo scisto, mentre il consumo è diminuito a 18,7 MMBOPD grazie all’energia alternativa e all’efficienza dei carburanti. Le importazioni nette, quindi, sono ulteriormente diminuite nel 2014 di 1,3 MMBOPD (fonte: EIA)
Da oltre 40 anni il dollaro degli Stati Uniti ha goduto della posizione di rendita di valuta di riserva globale. Nel 1971, il presidente Richard Nixon ordinò la cancellazione della convertibilità diretta del dollaro degli Stati Uniti in oro per via dell’inflazione causata dalla guerra del Vietnam, dal deficit commerciale e dall’aumento del prezzo del petrolio che svalutò il dollaro rispetto al prezzo dell’oro stabilito a Bretton Woods, che legava indirettamente tutte le altre valute (tra cui la sterlina inglese) al gold standard, con cui le banche centrali commerciavano l’oro sulla base del rapporto di 35 dollari USA per oncia. Subito dopo, Nixon negoziò con l’Arabia Saudita affinché i prezzi del petrolio, in futuro, fossero denominati in dollari USA scollegando l’oro del gold standard dallo standard dell’oro nero, in cambio di armi e protezione. Tutti i tredici Paesi OPEC, tra cui l’Iran, adottarono la vendita del petrolio in dollari USA. Ciò permise agli Stati Uniti di esportare gran parte della propria inflazione. Nel gennaio 2015, la Banca dei regolamenti internazionali (BRI) ha pubblicato un documento intitolato Credito globale in dollari: collegamenti tra politica monetaria e di leva indicando “che dalla crisi finanziaria globale (del 2008), banche e investitori obbligazionari hanno aumentato la circolazione creditizia in dollari statunitensi, presso mutuatari non bancari al di fuori degli Stati Uniti, da 6000 miliardi di dollari a 9 trilioni (erano 2000 miliardi dollari nel 2001). Tale incremento dovuto al quantitative easing (QE) della Federal Reserve Bank ha implicazioni sulla comprensione della liquidità globale e la trasmissione della politica monetaria“. Il rapporto analizza l’entità impressionante e sconvolgente del debito globale in dollari USA. Nel linguaggio profano il debito è il risultato diretto della stampa di dollari statunitensi dal 2008. Secondo SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication) lo yuan cinese è diventato una delle primi cinque valute di pagamento del mondo, nel novembre 2014, superando il dollaro canadese e il dollaro australiano. I pagamenti globali in yuan sono aumentati del 20,3 per cento nel dicembre 2014. CIPS (China International Payments System) avvicinerà lo yuan alle altre principali valute mondiali come dollaro statunitense, yen, sterlina ed euro. E’ possibile che in pochi anni lo yuan condivida la stessa posizione con il dollaro quale petrovaluta e che il prezzo del petrolio sarà sia in yuan che in dollari. Ciò causerà una massiccia migrazione di dollari negli Stati Uniti da Paesi e investitori stranieri con conseguente iperinflazione. Dopo aver spiegato l’impatto dello yuan in pochi anni e la dipendenza del debito globale a causa delle politiche di QE degli Stati Uniti, rivolgiamo la nostra attenzione al nuovo CIPS che sarà lanciato entro la fine del 2015 in alternativa a SWIFT, collegando oltre 9000 istituzioni finanziarie in 200 Paesi, agevolando le transazioni valutarie globali. Secondo Reuters del 9 marzo 2015 “il lancio di CIPS eliminerà uno dei maggiori ostacoli all’internazionalizzazione dello yuan e dovrebbe aumentare notevolmente l’uso globale della valuta cinese, tagliando costi e tempi delle transazioni“. Secondo Reuter “CIPS diverrà la superstrada dello yuan”.
In questi scenari, i 40 anni di matrimonio di convenienza politica ed economica tra Arabia Saudita e Stati Uniti probabilmente cambieranno. L’Iran potrebbe emergere come superpotenza regionale in Medio Oriente e stretto alleato dei cinesi e russi nella Shanghai Cooperation Organization (SCO). Una nuova OPEC con le testate nucleari, come suggerito dal professor David Wall sul Journal of International Affair di Matthew Brummer, Shanghai Cooperation Organization e Iran: una potente unione. Ciò potrebbe portare alla 3.za guerra mondiale, che la storia potrebbe chiamare “La guerra delle petrovalute”?Chine-Russie-OrGulam Asgar Mitha è un ex-ingegnere della sicurezza. Ha collaborato con diverse compagnie petrolifere e gasifere nordamericane e internazionali ed ha lavorato in Libia, Qatar, Pakistan, Francia, Yemen ed Emirati Arabi Uniti. Attualmente vive a Calgary, in Canada, ed ama leggere e seguire le attuali questioni politiche globali. In esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Piano B dell’Europa: gli “alleati” mollano Obama aderendo alla Bank of Infrastrutture della Cina

Tyler Durden Global Research, 17 marzo 2015aiib2Sembra che il mare della de-dollarizzazione abbia raggiunto le coste dell’Europa. Con Australia e Regno Unito che già aderiscono all’AIIB della Cina, FT riporta che Francia, Germania e Italia sono d’accordo nell’aderire alla banca di sviluppo, il ‘perno in Asia’ appare essere il Piano B dell’Europa. Come Greg Sheridan ha già osservato, “la saga della Banca della Cina è quasi un caso da manuale del fallimento della politica estera di Obama“, ma come conclude FT, le decisioni europee rappresentano una significativa sconfitta per l’amministrazione Obama, che ha sostenuto che i Paesi occidentali potrebbero avere più influenza sulla nuova banca se ne rimanessero tutti fuori. Come nota Forbes, ciò lascia ad Obama 3 opzioni scomode…
Come riporta FT, “Francia, Germania e Italia hanno accettato di seguire l’esempio della Gran Bretagna partecipando alla banca di sviluppo internazionale della Cina, secondo i funzionari europei, colpendo gli sforzi degli Stati Uniti per tenere i principali Paesi occidentali fuori dalla nuova istituzione. La decisione dei tre governi europei viene dopo che la Gran Bretagna annunciava che avrebbe raggiunto l’Infrastructure Asian Investment Bank da 50 miliardi, potenziale rivale della Banca Mondiale di Washington. … Le decisioni europee rappresentano una significativa sconfitta dell’amministrazione Obama, che ha sostenuto che i Paesi occidentali potrebbero avere più influenza sulla nuova banca se ne rimanessero tutti fuori, aumentando gli standard sui prestiti. L’AIIB, ufficialmente inaugurato dal presidente cinese Xi Jinping lo scorso anno, è un elemento dell’ampia spinta cinese nel creare nuove istituzioni finanziarie ed economiche per aumentarne l’influenza internazionale. E’ diventato tema centrale nella crescente contesa tra Cina e Stati Uniti su chi definirà le regole economiche e commerciali in Asia nei prossimi decenni”.
Questo segue Australia e Regno Unito… “L’Australia, alleato chiave degli Stati Uniti nell’Asia-Pacifico, sottoposto a pressione da Washington affinché rimanesse fuori dalla nuova banca, ha detto che ora ci ripenserà su tale posizione. Quando la Gran Bretagna ha annunciato la decisione di aderire all’AIIB, l’amministrazione Obama ha detto al Financial Times che rientrava nella tendenza alla “continua sistemazione” di Londra verso la Cina. I funzionari inglesi furono relativamente trattenuti nel criticare la Cina sulla gestione delle proteste pro-democrazia a Hong Kong, l’anno scorso. La Gran Bretagna ha cercato di acquisire il “vantaggio del promotore” firmando con la nascente banca cinese prima degli altri membri del G7. La Gran Bretagna spera di affermarsi come meta numero uno degli investimenti cinesi e i funzionari inglesi non se pentono”.
Il che, come spiega Forbes, “lascia ad Obama tre opzioni…
1) Continuare a premere sugli alleati per non aderire all’AIIB, finché non ne controlleranno la governance;
2) Partecipare all’AIIB;
3) Eliminare il problema.
L’opzione uno è chiaramente una proposta perdente. Non ha senso spendere capitale politico per convincere attori regionali ed altri a non aderire alla banca. È un problema di piccola portata che fa apparire gli Stati Uniti deboli in un momento in cui la loro influenza nella regione è comunque molto forte. Opzione due, io, come praticamente ogni altro analista sulla Cina al di fuori del governo degli USA, ritiene da ottobre che gli Stati Uniti debbano aderire all’AIIB. Ci sono diversi motivi per cui sarebbe una buona idea. Consentirebbe agli Stati Uniti di sedervi dove potrebbe essere una forza positiva per una migliore governance e un critico interno, se le cose andassero male. Inoltre, contribuirebbe a garantirsi che le imprese statunitensi abbiano un accesso equo alle offerte che scaturiranno dal finanziamento degli investimenti dell’AIIB. Aderirvi ora difficilmente ne salverebbe la faccia, ma gli Stati Uniti potrebbero riconoscere pubblicamente la necessità del finanziamento in Asia che l’AIIB può fornire, avviandosi rapidamente a cooperare con Australia, Corea del Sud e Giappone per elaborare i principi di una comune adesione.
Opzione tre, gli Stati Uniti si allontanerebbero dall’AIIB evitando di premere sugli altri Paesi che potrebbero risentire dall’adesione degli Stati Uniti e lasciare che l’AIIB cresca o cada per propri meriti. Risorse e infrastrutture cinesi incontrano notevoli difficoltà in un certo numero di Paesi, tra cui Zambia, Myanmar, Vietnam, Brasile e Sri Lanka. Se l’AIIB non va meglio delle banche di sviluppo della Cina, sarà una macchia non solo per Pechino, ma anche per tutti gli altri Paesi che vi partecipano. Se non sarà come Banca Mondiale e Banca asiatica di sviluppo, allora sarà una gradita aggiunta al finanziamento del Mondo in via di sviluppo. Gli Stati Uniti non devono aderire ad ogni organizzazione regionale in Asia-Pacifico; non sono nella Shanghai Cooperation Organization, per esempio, e sono solo osservatori alla Conferenza su Interazioni e misure di fiducia in Asia. Possono evitare l’AIIB o assumervi lo status di osservatore. La priorità di Washington dovrebbe essere la promozione di ideali e istituzioni propri con il perno o il riequilibrio, anziché bloccare le iniziative cinesi, se non assolutamente necessario. (Non confondiamo lo sforzo della Cina di sviluppare l’AIIB con la spinta ad attuare l’Air Defense Identification Zone, per esempio). L’opposizione all’Infrastructure Investment Asiatic Bank è diventata una macina al collo di Washington. È tempo di togliersela, in un modo o nell’altro”.
La de-dollarizzazione continua… Come ha recentemente concluso Simon Black, ora possiamo vedere le parole divenire fatti… “‘Gli alleati’ potrebbero essere fin troppo educati nel dire in faccia agli Stati Uniti, “Guardate, avete 18100 miliardi dollari di debito ufficiale, 42000 miliardi di dollari di passività non finanziate, e siete dei cazzoni. Vi molliamo. Così, invece si persegue l’approccio del “non sa chi sono io”. Ma a chi interessa è abbastanza evidente dove tale tendenza porta. Non passerà molto tempo prima che le altre nazioni occidentali saltino sul carro anti-dollaro con i fatti e non solo a parole”.
In fondo non si tratta di teoria o ipotesi. Ogni brandello di prova oggettiva suggerisce che il dominio del dollaro volge al termine.

1420608736Copyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La de-dollarizzazione globale e gli Stati Uniti

Vladimir Odintsov New Eastern Outlook, 02/02/2015

A U.S. $100 banknote is placed on top of  100 yuan banknotes in this picture illustration taken in BeijingLa ricerca del dominio mondiale, che la Casa Bianca porta avanti da più di un secolo, si basa su due strumenti principali: il dollaro e la forza militare. Per evitare che Washington stabilisca la completa egemonia globale, alcuni Paesi recentemente rivedono le loro posizioni verso questi due elementi sviluppando alleanze militari alternative e spezzando la dipendenza dal dollaro. Fino alla metà del XX secolo, il gold standard è stato il sistema monetario dominante, basato sulla quantità fissa di riserve auree stoccate nelle banche nazionali, limitando i prestiti. A quel tempo, gli Stati Uniti possedevano il 70% delle riserve auree del mondo (esclusa l’URSS), quindi indebolirono il concorrente Regno Unito creando il sistema finanziario di Bretton Woods nel 1944. Qui il dollaro divenne la moneta predominante nei pagamenti internazionali. Ma un quarto di secolo dopo tale sistema si rivelò inefficace per l’incapacità di contenere la crescita economica di Germania e Giappone, oltre alla riluttanza degli Stati Uniti nel regolare le politiche economiche per mantenere l’equilibrio dollaro-oro. A quel tempo, il dollaro subì un drammatico declino, ma fu salvato grazie al sostegno dei ricchi esportatori di petrolio, soprattutto una volta che l’Arabia Saudita iniziò a scambiare il suo oro nero con le armi degli Stati Uniti e il supporto alle trattative con Richard Nixon. Perciò, il presidente Richard Nixon nel 1971 ordinò unilateralmente la cancellazione della convertibilità diretta del dollaro degli Stati Uniti con l’oro, e stabilì il sistema di valuta giamaicana in cui il petrolio era alla base del sistema del dollaro. Pertanto, non è un caso che da quel momento il controllo sul commercio di petrolio divenne la priorità della politica estera di Washington. In seguito al cosiddetto Nixon Shock gli impegni militari statunitensi in Medio Oriente e altre regioni produttrici di petrolio subirono un forte aumento. Una volta che tale sistema fu sostenuto dall’OPEC, la domanda globale di petrodollari aumentò mai come prima. I petrodollari divennero la base del dominio USA sul sistema finanziario globale, costringendo gli altri Paesi ad acquistare dollari per comprare petrolio sul mercato internazionale.
template_clip_image015 Gli analisti ritengono che la quota degli Stati Uniti sul prodotto interno lordo mondiale, oggi, non superi il 22%. Tuttavia, l’80% dei pagamenti internazionali avviene in dollari USA. Di conseguenza, il valore del dollaro è estremamente elevato rispetto alle altre valute, perciò i consumatori degli Stati Uniti ricevono merci importate a prezzi estremamente bassi, fornendo agli Stati Uniti un significativo profitto finanziario, mentre l’alta domanda di dollari nel mondo permette al governo degli Stati Uniti di rifinanziare il proprio debito a tassi d’interesse molto bassi. In tali circostanze, chi va contro il dollaro è considerato una minaccia diretta all’egemonia economica e agli elevati standard di vita dei cittadini statunitensi, quindi i circoli politici e d’affari a Washington tentano con ogni mezzo di opporsi a questo processo. Ciò si manifestò con il rovesciamento e il brutale assassinio del leader libico Muammar Gheddafi, che decise di passare all’euro nei pagamenti del petrolio, prima d’introdurre il dinaro d’oro per sostituire la moneta europea. Tuttavia, negli ultimi anni, nonostante il desiderio di Washington di usare qualsiasi mezzo per sostenere la propria posizione internazionale, le politiche degli Stati Uniti incontrano sempre più spesso opposizione. Di conseguenza, un numero crescente di Paesi cerca di abbandonare il dollaro statunitense, e la dipendenza dagli Stati Uniti, perseguendo una politica di de-dollarizzazione. Tre Stati sono particolarmente attivi in questo campo, Cina, Russia e Iran. Questi Paesi cercano di raggiungere la de-dollarizzazione a passo di corsa, insieme ad alcune banche e società energetiche europee attive nei loro territori.
Il governo russo ha tenuto una riunione sulla de-dollarizzazione nella primavera 2014, dove il Ministero delle Finanze annunciò il piano per aumentare la quota di accordi in rubli e il conseguente abbandono del cambio del dollaro. Lo scorso maggio, in occasione del vertice di Shanghai, la delegazione russa firmò il cosiddetto “affare del secolo” per l’acquisto, nei prossimi 30 anni, di 400 miliardi di dollari di gas russo dalla Cina, pagando in rubli e yuan. Inoltre, nell’agosto 2014 una società controllata da Gazprom annunciava la disponibilità ad accettare il pagamento in rubli di 80000 tonnellate di petrolio, dai giacimenti artici, da inviare in Europa, mentre il pagamento del petrolio fornito dall’oleogasdotto “Siberia orientale – Pacifico” potrà essere in yuan. Lo scorso agosto, mentre era in visita in Crimea, il presidente russo Vladimir Putin annunciava che “il sistema dei petrodollari dovrebbe diventare storia” mentre “la Russia discute l’uso di monete nazionali nelle transazioni con un certo numero di Paesi“. Queste misure, adottate di recente dalla Russia, sono le vere ragioni delle sanzioni occidentali. Negli ultimi mesi, la Cina s’è anche attivata in questa campagna “anti-dollaro”, dato che ha firmato accordi con Canada e Qatar per il cambio in valute nazionali, facendo del Canada il primo hub oltreoceano dello yuan in Nord America. Questo fatto da solo potenzialmente raddoppierebbe o addirittura triplicherebbe il volume degli scambi commerciali tra i due Paesi, dato che il volume dell’accordo di cambio stipulato tra Cina e Canada è pari a 200 miliardi di yuan. L’accordo della Cina con il Qatar sul currency swap diretto tra i due Paesi equivale a 5,7 miliardi di dollari colpendo duramente i petrodollari, divenendo la base per l’utilizzo dello yuan nei mercati del Medio Oriente. Non è un segreto che i Paesi produttori di petrolio del Medio Orussia-declares-warriente abbiano scarsa fiducia nel dollaro USA, a causa della esportazione d’inflazione, quindi altri Paesi OPEC potrebbero firmare accordi con la Cina. Nella regione del Sud-Est asiatico, la creazione di un centro di compensazione a Kuala Lumpur, che promuoverà un maggiore uso dello yuan, è un altro importante passo della Cina nella regione. Ciò si è verificato meno di un mese dopo che il centro finanziario leader in Asia, Singapore, era divenuto il centro di scambio dello yuan nel Sudest asiatico, dopo aver stabilito un rapporto diretto tra dollaro di Singapore e yuan. La Repubblica islamica dell’Iran ha recentemente annunciato la riluttanza ad usare dollari USA nel commercio estero. Inoltre, il presidente del Kazakistan, Nursultan Nazarbaev, ha recentemente incaricato la Banca nazionale della de-dollarizzazione dell’economia nazionale. In tutto il mondo, le richiesta di creare un nuovo sistema monetario internazionale è sempre più forte. In tale contesto va osservato che il governo inglese ha intenzione di emettere titoli di debito in yuan, mentre la Banca Centrale Europea discute la possibilità d’includere lo yuan nelle sue riserve ufficiali. Queste tendenze appaiono ovunque, ma con la propaganda anti-russa, i media occidentali preferiscono tacere su questi fatti, in particolare quando l’inflazione negli Stati Uniti è alle stelle. Negli ultimi mesi, la percentuale di obbligazioni del Tesoro USA nelle riserve valutarie russe è diminuita rapidamente, venendo vendute a un ritmo record, mentre la stessa tattica è utilizzata da numerosi Stati. A peggiorare le cose per gli Stati Uniti, molti Paesi cercano di riprendersi le loro riserve auree negli Stati Uniti, depositate presso la Federal Reserve Bank. Dopo lo scandalo del 2013, quando la Federal Reserve degli Stati Uniti rifiutò di restituire le riserve d’oro tedesche al proprietario, i Paesi Bassi raggiunsero la lista dei Paesi che cercano di recuperare l’oro dagli Stati Uniti. Se avessero successo i Paesi che cercano il rientro delle riserve auree, ciò si tradurrebbe in una grave crisi per Washington.
I fatti qui riportati indicano che il mondo non vuole più affidarsi ai dollari. In queste circostanze, Washington usa la politica dell’aggravamento della destabilizzazione regionale che, secondo la strategia della Casa Bianca, dovrebbe considerevolmente indebolire i potenziali rivali degli USA. Ma c’è scarsa speranza che gli Stati Uniti sopravvivano al caos che hanno scatenato nel mondo.

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Questi sono i nemici di tutto ciò che ci è caro in America. I vostri figli devono ucciderli per noi!

Vladimir Odintsov, commentatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – StoAurora

La sempreverde amicizia sino-russa

MK Bhadrakumar, 20 novembre 2014
F201307021350312279193521Il presidente cinese Xi Jinping aveva fatto alcune osservazioni molto importanti sulla futura direzione della cooperazione strategica sino-russa, durante il vertice con il Presidente Vladimir Putin a Pechino, dieci giorni fa, alla vigilia del vertice APEC. Il calore eccezionale dell’incontro è stato notevole, avremo “cura dell’albero sempreverde dell’amicizia sino-russo“, ha osservato Xi. Ha detto che i due Paesi hanno “recentemente migliorato la gestione strategica e la pianificazione delle relazioni bilaterali” e prevede “un tempo per nuove conquiste“. Xi ritiene che il rafforzamento della cooperazione sia “conforme allo spirito dei tempi” e non importano i “cambiamenti… sulla scena mondiale“, la cooperazione con la Russia è un settore prioritario” per la politica Estera cinese. Ha previsto che i due Paesi “proteggeranno congiuntamente l’ordine mondiale post-guerra fredda” (Letture del Cremlino). Infatti, le osservazioni sono state fatte sullo sfondo delle crescenti tensioni nelle relazioni della Russia con gli Stati Uniti. Nell’ultimo vertice di Xi con Putin, secondo uno studioso dell’Istituto cinese di studi internazionali, “Le condizioni geopolitiche e i problemi di sicurezza strategici hanno spinto Cina e Russia a rafforzare la cooperazione… In un certo senso, la cooperazione… può aiutarle a proteggere gli interessi fondamentali e mantenere l’equilibrio del potere mondiale. Ma i loro sforzi si sono concentrati più sulla cooperazione a breve termine e le risposte coordinate d’emergenza che sui progetti di cooperazione strategica e di lungo termine… ora (dopo la visita di Putin) i legami bilaterali sono stati spinti a nuove altezze, introducendo la pratica attuazione della cooperazione“. Lo studioso ha preso atto delle sanzioni occidentali contro la Russia e sostenuto che oltre commercio e cooperazione energetico, i due Paesi possono anche trasformare le loro “modalità di crescita economica… La Russia è leader mondiale nel settore aerospaziale, nella tecnologia della Difesa e nella fabbricazione di attrezzature pesanti; la Cina eccelle in agricoltura, industria leggera e tecnologia dell’informazione. I due Paesi sono complementari…” (Beijing Review) Nel frattempo, un altro studioso di primo piano, legato al Consiglio di Stato di Pechino, ha sostenuto con forza sul tabloid Global Times, vicino al partito comunista, che è interesse vitale della Cina aiutare la Russia alle prese con le sanzioni occidentali. Conclude, “la Cina non può che rimanere stabile con la stabilità della Russia assicurata.. Quale sarà la posizione della Cina sulla scena internazionale se lascia che i Paesi occidentali aumentino le sanzioni alla Russia trascinandola nel caos?… D’altra parte, se l’aiuto della Cina comporta la fiducia della Russia facendone un fornitore affidabile di risorse, nonché partner strategico militare, quanto varrebbe un simile accordo?” (Global Times).
I due commenti evidenziano alcuni importanti aspetti. Uno, i due megaccordi sul gas firmati tra i due Paesi negli ultimi sei mesi, per un valore complessivo di 700 miliardi di dollari, sono una grande dichiarazione di Mosca sul ‘perno’ in Cina di Putin quale decisione strategica. Ciò per molte ragioni. La prima, la Russia ha diversificato le esportazioni di energia e vi sono tutte le probabilità che la Cina sostituisca l’Europa nel medio termine quale principale mercato della Russia. Ironia della sorte, l’aumento delle esportazioni della Russia verso il mercato cinese minacciano di uccidere il sogno degli esportatori di gas naturale degli Stati Uniti verso la Cina, il mercato più grande e redditizio per loro, oggi. Un duro colpo perché la Russia rende letteralmente difficile agli Stati Uniti competere sul mercato mondiale. (Il GNL degli Stati Uniti non è più competitivo in Europa.) Vedasi l’eccellente analisi della rivista Oil Price. Tra l’altro, la Russia ha fatto alcuni gesti inauditi verso la Cina sulla cooperazione energetica. Putin ha rivelato in una intervista alla TASS la scorsa settimana che: a) Rosneft offre alla Cina una quota del 10 per cento del grande giacimento Vankor nella Siberia orientale b) la Cina avrà rappresentanza nel consiglio di amministrazione del progetto Vankor. c) la Russia si offre di vendere in yuan il petrolio di Vankor alla Cina. Per citare Putin, “abbandoniamo il diktat del mercato che denomina i flussi commerciali in dollari USA. Incoraggiamo in ogni modo l’uso delle monete nazionali“. Il passaggio russo è una sfida diretta allo status del dollaro quale valuta di riserva mondiale.
Due. Pechino si propone di aiutare Mosca a contrastare l’effetto deleterio delle sanzioni occidentali sul sistema finanziario russo. In sostanza, la Cina continua ad investire in obbligazioni russe e attività monetarie intercambiabili, oltre ad investimenti diretti, rafforzando Mosca rispetto gli effetti delle sanzioni occidentali. La Cina è in una posizione unica nel farlo, perché nel modo in cui usa le proprie riserve di valuta estera (superiori ai 4000 miliardi di dollari) non può che fare la differenza cruciale. Da parte sua, la Russia mostra di abbandonare la sua tradizionale riserva nella cooperazione tecnico-militare con la Cina sui prodotti ad alta tecnologia. Pechino vede ciò come ulteriore preciso segnale di Mosca, disposta ad ampliare la cooperazione nella Difesa. Così, la visita del ministro della Difesa russo Sergej Shojgu a Pechino, questa settimana, merita molta attenzione. Shojgu è uno stretto confidente di Putin. Mentre annunciava la visita, il portavoce del ministero della Difesa russo aveva detto che l’agenda di Shojgu prevedeva discussioni su “questioni di sicurezza internazionale e regionale, e cooperazione militare e tecnico-militare” e che Shojgu “deciderà i compiti prioritari” per un’ulteriore cooperazione. Xinhua riferiva delle riunioni di Shojgu con il primo ministro e i capi militari cinesi qui, qui e qui sottolineano inequivocabilmente che i militari hanno interesse comune a rafforzare la cooperazione e ad avvicinarsi. Evidentemente, Shojgu effettuava un negoziato più importante di una semplice cooperazione tecnico-militare russo-cinese per l’anno prossimo. Ha avuto colloqui con la leadership militare cinese sulle tendenze internazionali e l’imperativo dei due Paesi ad avvicinarsi nell’affrontare le sfide comuni. Shojgu riferiva che i ministeri della Difesa dei due Paesi hanno deciso di costituire un sistema di sicurezza collettiva nella regione Asia-Pacifico. Ha detto che Russia e Cina sono preoccupate dal ‘perno’ in Asia degli Stati Uniti, visto come tentativo di Washington di rafforzare la sua influenza politica e militare nella regione. Ovviamente, ciò appare una replica alla riunione tripartita tra il presidente degli Stati Uniti e i primi ministri giapponese e australiano a margine del vertice G20 a Brisbane, implicitamente diretto contro Russia e Cina. Shojgu ha detto, “Noi (Russia e Cina) crediamo che l’obiettivo principale del nostro comune sforzo sia creare un sistema di sicurezza collettiva“. È interessante notare l’annuncio che Russia e Cina terranno esercitazioni navali congiunte nel 2015 non solo nel Pacifico ma anche nel Mediterraneo. Ha espresso soddisfazione per le attività congiunte tra i due Paesi “visibilmente ampliate e dal carattere sistematico… Abbiamo un vasto potenziale nella cooperazione nella Difesa e la parte russa è pronta a svilupparla in una vasta gamma di settori“. Shojgu ha aggiunto: “Nella situazione mondiale molto volatile, è particolarmente importante rafforzare relazioni affidabili di buon vicinato tra i nostri Paesi. Ciò non solo è un fattore importante per la sicurezza degli Stati, ma anche un contributo a pace e stabilità nel continente eurasiatico e altrove“. In effetti, Shojgu citava la comprensione della Cina e il supporto alla posizione della Russia in Ucraina, affermando nel contempo che le preoccupazioni sono condivise tra Russia e Cina sul teatro Asia-Pacifico. (TASS)
È interessante notare che i colloqui di Shojgu a Pechino hanno riguardato le proteste di Hong Kong quale esempio di ‘rivoluzione colorata’ sponsorizzata dagli Stati Uniti, in ciò illustrato dall’alto ufficiale russo che accompagnava Shojgu che dichiarava “Russia e Cina dovrebbero collaborare per resistere alla nuova sfida alla sicurezza nei nostri Paesi“. Fonti russe menzionavano anche un nuovo aspetto intrigante della comprensione strategica sino-russa, quando i due Paesi accettano di utilizzare il formato della conferenza di Ginevra sul disarmo per spiegare il loro “approccio pacifico… nel chiarire la nostra direzione, cosa vogliamo e ciò che dobbiamo fare insieme per convivere in pace“, citando il Viceministro della Difesa russo Anatolij Antonov. A dire il vero, i legami strategici di Russia e Cina hanno raggiunto un momento decisivo. I due Paesi non vogliono un’alleanza. D’altra parte, non vi è neanche l’illusione che la loro rivalità con gli Stati Uniti prevalga su tutto. Resta il fatto che, nonostante la bonomia dell’accordo tra Stati Uniti e Cina sul cambiamento climatico, la rivalità tra le due grandi potenze minaccia ancora il Pacifico. Allo stesso modo, il G20 di Brisbane ha dato uno spettacolo inaudito in cui Stati Uniti ed alleati anglosassoni, Gran Bretagna e Australia, rimproveravano la leadership russa in maniera mai vista neanche in piena guerra fredda. Pertanto, con gli Stati Uniti che creano insicurezza nella regione eurasiatica e dell’Asia-Pacifico, Mosca e Pechino vedono la necessità di avvicinarsi e formare un asse. La missione di Shojgu in Cina mira a muovere i primi passi in questa direzione.
Naturalmente, la ricerca della Russia della sicurezza collettiva ha una lunga storia e ha seguito un corso tortuoso negli ultimi dieci anni. (Vedasi il mio articolo La ricerca della Russia della sicurezza collettiva Asia Times 31 maggio 2006). Tuttavia, per la prima volta dalla Guerra Fredda Mosca ha ripreso la dottrina sovietica della sicurezza collettiva in Asia e discusso con Pechino del modello di partnership strategica sino-russa. E la cosa fondamentale è che Pechino ne è interessata.

140603172314-china-russia-trade-story-topTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Misterioso acquirente cinese registra il record di carichi di greggio

Tyler Durden Zerohedge 29/10/201420141022_ChinaLa settimana scorsa abbiamo notato un numero record di superpetroliere navigare verso i porti cinesi, ipotizzando che la prima economia del mondo sembri ricostruire le proprie riserve strategiche di petrolio grazie a tali prezzi bassissimi. Ora sappiamo… come riporta Bloomberg, che la China National United Oil Co., divisione della maggiore compagnia energetica del paese, ha acquistato sempre più carichi di greggio mediorientale tramite una piattaforma per la formazione del prezzo di Singapore. “La grande domanda è cosa se ne farà la Cina di tutti questi carichi“, osserva un analista, “E’ assai difficile per il mercato conoscere la strategia di Chinaoil“.
China-national-oil-photo-Oil-Guru-Recruitment Vi sono 89 petroliere che navigano verso i porti cinesi, 80 delle quali sono VLCC (superpetroliere), il picco più alto dal 3 gennaio. E ora, come riporta Bloomberg, China National United Oil Co., divisione della maggiore compagnia energetica del Paese, acquista sempre più carichi di greggio mediorientale attraverso una piattaforma prezziaria di Singapore, nel mezzo della crisi del mercato petrolifero. L’azienda, nota come Chinaoil, ha acquistato circa 21 milioni di barili questo mese attraverso il sistema per determinare i prezzi di riferimento della Platts, una divisione di McGraw Hill Financial Inc., che ha acquistato oltre 40 carichi di greggio grado Dubai, Oman e alto Zakum in tale cosiddetta finestra, secondo i dati compilati da Bloomberg. Un addetto stampa della CNPC di Pechino, società madre, non ha immediatamente commentato e ha chiesto di non essere identificato, per via della politica interna. “E’ molto difficile per il mercato conoscere la strategia di Chinaoil”, ha detto Ehsan ul-Haq, consulente di mercato presso KBC Energy Economics di Walton sul Tamigi, in Inghilterra. “I prezzi sono scesi e la Cina è sempre interessata ad acquistare sempre più greggio ogni volta che il prezzo è giusto, ma potrebbe anche avere qualche altra diversa strategia di trading”… “La grande domanda è cosa se ne farà la Cina di tutti questi carichi“, ha detto JBC in un articolo via e-mail del 21 ottobre, “Se il Regno di Mezzo immette i barili nelle riserve strategiche, qualcosa di logico dati i bassi prezzi, spariranno del tutto dal mercato e la Cina continuerà a comprare ancora greggio per le sue esigenze quotidiane“….
Chinaoil tenterebbe di ridurre lo spread tra i prezzi dei due diversi gradi del Medio Oriente, secondo Bernard Leung, stratega petrolifero della Bloomberg First Word di Singapore, che ha operato con il greggio per 15 anni.

20120925144537-e3cc3689Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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