Via della Seta e Marxismo

Saikat Bhattacharyya, Regional Rapport 20 agosto 2017La Cina non si è mai allontanata dall’approccio marxista ma ha cambiato percorso mentre tempo e condizioni materiali cambiavano. Secondo Xi, poiché le aziende statali faranno investimenti infrastrutturali che spesso comportano perdite, la radice marxista della leadership cinese dev’essere ricordata.
Recentemente all’assemblea dell’Esercito di Liberazione Popolare, il Presidente Xi Jinping ha chiesto alla Cina di volgersi alle radici marxiste. Molti stranieri pensavano che la Cina di Mao fosse marxista e che con Deng Xiaoping la Cina sia capitalista. Ma non è così che il Partito comunista cinese la vede. Per il PCC, Mao e Deng consideravano la Cina sulle attuali condizioni oggettive. Dato che le condizioni oggettive cambiarono drammaticamente negli anni ’70, Deng seguì un percorso distinto da quello di Mao. Ma Deng non ha mai rinnegato il marxismo. Qui spiegheremo come la visione del PCC sia cambiata in diversi periodi storici e perché Xi Jinping affrontando le nuove condizioni oggettive diverse da quelle con Deng, prenda una strada distinta. Mao, Deng e Xi rappresentano in realtà le reazioni della leadership cinese alle diverse condizioni materiali. Il materialismo storico marxista afferma che le forze di produzione sorgono come crescente conoscenza umana della natura. Di conseguenza, i rapporti di produzione vanno cambiati. I rapporti di produzione implicano il modello di proprietà dei mezzi produttivi come terra, strumenti, macchine e rapporti di classe nel processo produttivo. Mentre le forze produttive si sviluppano, si sviluppano anche i rapporti di produzione. In questo modo l’umanità si muove dal comunismo primitivo alla schiavitù al sistema feudale al capitalismo e infine al comunismo.

Mao
Durante il primo decennio del XX secolo, il capitalismo industriale coloniale affrontò una profonda crisi. L’automazione produceva meno opportunità di lavoro, l’alta centralizzazione del processo produttivo sfruttava le economie di scala creano grandi cartelli e aziende che ingoiavano le piccole aziende, nuovi Paesi industrializzati crescevano sfidando i vecchi Paesi industrializzati. Così c’erano movimenti della classe operaia, la piccola proprietà in crisi e i Paesi industrializzati erano in gara per il controllo delle materie prime, del lavoro a basso costo e delle colonie. Di conseguenza, la guerra mondiale scoppiò e Lenin colse l’occasione della disgrazia sociale e politica per creare l’Unione Sovietica. Lenin osservò gli effetti negativi del processo produttivo motivato dal profitto e quindi l’idea di Marx-Engels che richiedeva la proprietà dello Stato sui mezzi di produzione (cioè terreni, macchinari e fabbriche) e l’allocazione delle risorse da parte dell’autorità della pianificazione piuttosto che dal mercato. Con Stalin, l’Unione Sovietica riuscì ad adottarla. L’assegnazione delle risorse secondo la pianificazione della proprietà statale aiutò l’Unione Sovietica a creare industrie pesanti e un’industria degli armamenti indipendenti. L’Unione Sovietica prevalse anche nell’istruzione e nella salute. La vittoria dell’Unione Sovietica sulla Germania nazista ne fece un modello da seguire mondiale. Quando l’epoca coloniale si concluse dopo la Seconda Guerra Mondiale, colonie e semi-colonie di recente indipendenza seguivano il modello di rapida industrializzazione dei soviet assegnando le risorse con la pianificazione statale. Tutti i Paesi appena indipendenti speravano in una società industrializzata ed autosufficiente. India, Africa, America Latina, anche Asia orientale e occidentale avevano subito variamente la notevole influenza del modello di pianificazione dell’Unione Sovietica. La Cina e molti Paesi dell’Europa orientale ebbero una rivoluzione comunista proprio come nell’Unione Sovietica. Il PCC, seguendo l’andamento del mondo di allora, adottò l’allocazione pianificata delle risorse per mano statale. Infatti, questo fu ritenuto l’unico modo per divenire industrialmente autosufficienti. Anche l’occidente seguiva l’economia keynesiana dove lo Stato creava la domanda poiché le forze del mercato erano considerate insufficienti a creare una domanda che soddisfacesse l’offerta. Quindi, si può dire che il sistema industriale del capitalismo era in crisi e lo Stato si credeva dovesse creare la domanda. In alcuni Paesi industrializzati, lo Stato assegnò lavoro e risorse extra alle industrie pesanti e alle infrastrutture, dato che nel lungo periodo non sarebbero state curate dal mercato.

Deng
Negli anni ’70 l’occidente subì un enorme cambiamento e cominciò ad usare il debito per creare la domanda e cominciò a negare il ruolo dello Stato. Il coinvolgimento dello Stato si diceva fosse spesso inefficiente e disincentivasse a lavorare duramente. Ricorrendo al credito del petrodollaro, gli USA si assicurarono un credito illimitato con cui gonfiò i prezzi dei propri beni, traendo profitto commercializzandoli. Così i capitalisti trovarono profitto nel commercio di beni e la crisi della produzione fu temporaneamente risolta. A poco a poco l’occidente, principalmente gli Stati Uniti, iniziò ad esportare la propria base produttiva nei Paesi del Terzo Mondo per ottenere maggiori profitti usando lavoro a basso costo. Occidente e Stati Uniti cominciarono a trarre vantaggio dal commercio, e Deng capì l’opportunità di ottenere tecnologia e capitale occidentale per industrializzare rapidamente la Cina. Deng colse l’occasione. Molti pensarono che Deng andasse verso il capitalismo. Non capirono che Deng reagiva a una condizione materiale mutata. Il capitalismo passò dalla produzione alla finanza. Il debito per creare la domanda divenne più importante della produzione. I consumatori divennero più importanti dei lavoratori. Questo semplicemente permise al capitalismo di trasformarsi in reazione alla crisi della produzione. E questa trasformazione presentò alla Cina una opportunità storica chiaramente notata da Deng nella sua tesi. La Cina iniziò ad industrializzarsi utilizzando capitale e tecnologia di USA, Europa occidentale e Giappone, mentre gli Stati Uniti continuavano a indebitarsi con la Cina e altri Paesi generando domanda per i prodotti cinesi. Il processo iniziò negli anni ’80, ma dopo la crisi finanziaria globale del 2007-08, questo processo è oggetto di seri dubbi. L’economia cinese è cresciuta più di quella degli Stati Uniti a parità di potere d’acquisto. L’economia cinese diventa troppo grande per affidarsi al debito creato dalla domanda degli Stati Uniti. Gli USA si sono anche indebitati con molti Paesi e, come il business sul commercio entrava in crisi, si cominciò a mettere in discussione il processo di deindustrializzazione che affiancava la crescita commerciale negli Stati Uniti. Così il capitalismo occidentale ripiombava nella crisi.

Xi
Xi Jinping giunse alla guida della Cina in questa situazione critica. Lui e i suoi compagni hanno capito che il vecchio sistema della globalizzazione non può continuare. Poiché gli Stati Uniti non potranno più generare una domanda sufficiente per i prodotti cinesi, la via alla sovrapproduzione ora riguarda l’economia cinese. Come reagire allora? Un modo è seguire gli Stati Uniti e l’occidente, la Cina può iniziare a sfruttare il debito per gonfiare i prezzi dei beni e trarre profitto dal loro commercio ed esportare la propria base produttiva nei Paesi meno sviluppati del Terzo Mondo come India, Bangladesh o Africa. Un problema importante con questo passo per la Cina è che non dispone dei canali di credito del petrodollaro ed è impossibile per la Cina crearli. Questo semplicemente perché il petrodollaro riflette tre secoli di dominio globale anglo-sassone. La Cina non ha una storia di dominio globale, né v’è interessata. Così, non può mai avere un afflusso illimitato di debito reale, a differenza degli USA. Un’altra carenza in questo passo è che la Cina dovrà affrontare gli stessi problemi di deindustrializzazione e indebitamento che gli USA affrontano oggi. Di conseguenza, sotto la direzione di Xi, la Cina ha risposto con una diversa idea nel contrastare la crisi produttiva. La Cina adotta l’iniziativa della Via della Seta investendo in infrastrutture come porti, ferrovie, strade nel mondo e aiutando le diverse regioni povere a sviluppare e condividere la prosperità della Cina. Anche se ha un enorme surplus commerciale e continua ad accrescere le infrastrutture, i finanziamenti nel mondo non saranno un problema. Ma sul lungo periodo, la non-redditività è spesso considerata un grave problema per l’iniziativa della Via della Seta. Ma sarà davvero un problema per la Cina?

Ricordarsi il discorso di Xi: la radice marxista
La Cina può adottare la Via della Seta mentre Giappone e Germania, dagli enormi surplus commerciali, non possono. Questo perché la Cina può sopportare sul lungo periodo perdite a lungo termine mentre il sistema occidentale no. Ciò perché l’economia cinese dell’appropriazione del valore in eccedenza non è come quella del sistema occidentale, essenzialmente capitalista. Ciò significa capitalizzare l’eccedenza appropriata creata dal lavoro salariato avendo la proprietà dei mezzi di produzione. Ma mentre in occidente l’uso del valore in eccesso è deciso dalla classe capitalista e bancaria privata, in Cina ciò è deciso dalla burocrazia. Quindi la classe burocratica può imporre investimenti a lungo periodo, evitata dalla classe capitalista e bancaria privata. Così, mentre il sistema occidentale è più propenso a seguire il breve termine, il commercio dei beni, la Cina può adottare investimenti reali di lungo periodo, dimostrando che il sistema cinese può affrontare la crisi di produzione senza indebitamento estero e rimanere autosufficiente mantenendo la base industriale intatta. Ciò dimostra anche che la Cina manterrà il potere di assegnare le risorse per mano dello Stato piuttosto che per mano dei capitalisti privati. La recente crisi dei dirigenti di Aubang, Wanda, ecc. lo dimostra chiaramente. La maggior parte del progetto Via della Seta sarà sviluppato da banche e società infrastrutturali statali.

Conclusione
Possiamo quindi concludere che la Cina non si è mai allontanata dall’approccio marxista ma ha cambiato percorso mentre tempo e condizioni materiali sono cambiati. Secondo Xi, poiché le aziende statali faranno quegli investimenti infrastrutturali che spesso comportano perdite, la radice marxista della leadership cinese va ricordata.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Liu Xiaobo dietro il velo della propaganda

Luca BaldelliDa prima della sua prematura dipartita, i media occidentali hanno deciso di santificare, fino a farlo assurgere ad una sorta di Giordano Bruno in salsa asiatica, il “dissidente” cinese Liu Xiaobo. La triste, cinica ed ipocrita abitudine italica (e non solo) di santificare tutti post–mortem, in questo caso è stata ampiamente preceduta da un battage mediatico precedente al luttuoso evento; una campagna aggressiva, mendace e reticente che continua ad inquinare pesantemente la verità storica e i fatti oggettivi. Chi era nel dettaglio Liu Xiaobo, questa “vittima del crudele regime cinese”, secondo la stampa dell’unico regime veramente tale, ovvero quello capitalista–borghese? Il suo nome, degradato a ritornello e scioglilingua da mettere in bocca a tanti stolti e disinformati che pullulano nel panorama sociale odierno, può essere annoverato tra quello delle grandi figure storiche o si tratta, semplicemente, di un mito di cartapesta pompato per le esigenze della moderna guerra fredda? Liu Xiaobo nasce nel 1955 a Changchun, nella Provincia nord–orientale di Jilin. Fin da questo momento, occorre sgomberare il campo da una prima notizia falsa circolante con insistenza, ovvero quella per la quale Liu sarebbe stato educato alla religione cristiana. Egli nacque, viceversa, in una famiglia di intellettuali fieramente marxisti–leninisti e atei: il padre, Liu Ling (1931 – 2011), docente di Cinese all’Università Normale del Nord Est (NENO), istituto fondato dal Partito Comunista Cinese nel 1946, fu un convinto militante del PCC, mentre la madre, Zhang Suqin, lavorò nella medesima Università e mai si allontanò dalla sua visione del mondo, in tutto e per tutto coincidente con quella del consorte. I fratelli di Liu Xiaobo sono stati o sono tutti alti dirigenti del settore economico e culturale. Lungi dall’essere un emarginato, un reietto, dunque, Liu Xiaobo è nato e cresciuto all’interno di una famiglia colta, discretamente benestante, il cui avanzamento sociale è stato garantito in tutto e per tutto dai principi del socialismo, dalle enormi possibilità messe in campo dall’ordinamento sociale cinese a beneficio di tutti, senza discriminazione alcuna. Anche Liu non fece eccezione, affermandosi fin da giovane in ambito accademico: ammesso nel 1977 al Dipartimento di letteratura cinese dell’Università di Jilin, vi fonda il gruppo di poeti denominato “I cuori innocenti” (Chi Zi Xin) e si laurea nel 1982. Nel 1984 diviene docente a Pechino e sposa Tao Li, dalla quale ha un figlio, di nome Liu Tao. Si paragoni il destino di questo “dissidente”, sin dai primi anni di approccio con il mondo del lavoro, con quello di tanti giovani precari di oggi nel nostro emisfero, i quali escono dalle Università con lauree svilite nel loro valore fin dall’iter formativo che porta a conseguirle e, di fatto, inutilizzabili viste le dinamiche del sistema economico. Ad ogni buon conto, all’attività di docente, Liu Xiaobo unisce quella di pubblicista, con articoli imperniati su tematiche letterarie. Ben presto, però, alla viva e romantica passione per la letteratura subentra una verve da polemista arrabbiato, venata da punte di frustrazione evidenti. La società cinese, il Governo, il Partito, non sono certo disabituati alla polemica, anche la più accesa, ed alla critica, anche la più radicale, né le ostracizzano con ipocrisie censorie ridicole e controproducenti; semmai, vi è da rilevare come, dal 1966 almeno, la massima libertà di espressione sia un dato di fatto evidente, a volte anche eccessivo e debordante (chiunque conosca un po’ il mondo dei tazebao avrà perfetta contezza di tale aspetto). Il punto è che la critica, o meglio la vis polemica scagliata nell’arena culturale e politica da Liu Xiaobo, non riguarda disfunzioni, difetti o deviazioni del sistema socialista, ma investe direttamente, con violenza verbale deplorevole e inaccettabili toni offensivi, il popolo cinese stesso, la sua storia, la sua identità, la sua cultura. Esso viene definito, senza mezzi termini, “fisicamente e psicologicamente impotente”! Nessun Paese potrebbe tollerare a lungo un affronto simile, infamante e del tutto gratuito, contro la propria storia e contro la propria gente. Eppure, nonostante l’invito di una parte del PCC a prendere le dovute misure verso Liu Xiaobo, prevale in seno alle autorità un atteggiamento pseudo–liberale di debolezza e di resa che, lungi dall’indurre il “giovane arrabbiato” a più miti consigli, lo incitò ad ulteriori staffilate.
Nella Cina “tirannica”, dove la censura, a detta dei favolisti, sarebbe onnipresente, Liu Xiaobo non solo lascia, ma raddoppia: è del 1988 il libro “Xuanze De Pipan: Yu Li Zehou Duihua” (“Il criticismo delle scelte: un dialogo con Li Zehou”), edito dalla “Shangai renmin chubanshe”. L’opera è un attacco violento non solo al socialismo, ma a tutta la cultura tradizionale cinese, al confucianesimo in primis; la scelta dell’interlocutore non è dettata certo da casualità: Li Zehou è, infatti, un noto intellettuale filo–occidentale, che approfitta del clima di libertà fiorito a partire dagli anni ’60, grazie a Mao Tse Tung ed alla sua passione per il confronto aperto e senza veli, per compiere le sue incursioni verbali di esaltazione di tutto quanto fa parte dell’occidente e di denigrazione violenta di tutto ciò che il popolo cinese ha partorito nella sua millenaria storia. Non a caso sarà sobillatore degli studenti a Piazza Tien An Men e, dal 1991, deciderà di trasferirsi negli USA. Anche nel caso di questo libro, nessun segnale da parte del PCC e del Governo: il libello/trattato diventa altresì un’ariete editoriale. Ciò non vuol dire che l’opinione pubblica parteggi per le tesi che vi sono esposte: tutt’altro, è la curiosità che spinge all’acquisto, seguita subito dall’esecrazione per il contenuto presso la stragrande maggioranza dei lettori. Sempre nel 1988, a dispetto di queste uscite a gamba tesa verso il suo popolo, prima ancora che verso le legittime autorità, Liu Xiaobo supera brillantemente l’esame per la tesi di dottorato (con verdetto unanimemente favorevole da parte del collegio esaminatore) e pubblica la propria tesi in forma di libro, sotto il titolo “Libertà estetica e umana”. Il Partito, il Governo, il mondo accademico nel suo complesso, sono talmente oppressivi e ostili a Liu che non solo gli permettono di spargere i suoi veleni contro la sua gente in maniera del tutto pacifica e indisturbata, ma gli consentono pure di recarsi negli USA ad insegnare nelle Università più prestigiose. L’occidente è, per Liu, un faro, l’esempio da seguire per far cambiar pelle alla Cina e ai cinesi: “modernizzazione, afferma nel 1988 il “dissidente” in un’intervista a “Liberation Monthly” di Hong Kong, significa in blocco occidentalizzazione; scegliere un’esistenza umana, significa scegliere il modo di vita occidentale. La differenza tra il sistema di governo occidentale e quello cinese è la stessa differenza che passa tra l’umano ed il non umano, non c’è via di mezzo…l’occidentalizzazione non è la scelta di una Nazione, ma una scelta per la razza umana”. Nemmeno Fukuyama è arrivato forse a tanto! Il razzismo, l’esclusivismo, il fondamentalismo occidentalista trovano in Liu Xiaobo un campione indiscusso. In ballo non ci sono solo il socialismo, ma ancora una volta Confucio, Mencio, Sun Tzu e tutti o quasi i grandi pensatori della tradizione cinese, tutti bollati, esplicitamente o implicitamente come capisaldi teoretici della tirannia, del dispotismo, di tutto ciò che può essere additato come negativo. E’ chiara dunque anche l’aderenza oggettiva di Liu all’elaborazione del filone dello “scontro di civiltà”, che in Huntington troverà, qualche anno dopo, la prima sistemazione teorico–speculativa coerente e dettagliata. Il pronunciamento di Liu Xiaobo sul colonialismo taglia, se ve ne fosse ancora necessità, la testa al toro rispetto alla sua collocazione ideologico–valoriale: “In 100 anni, Hong Kong è cambiata fino a diventare ciò che vediamo oggi. Con la Cina, essendo il Paese così grande, occorrerebbero 300 anni di colonialismo, per poterla trasformare in ciò che oggi è Hong Kong. Ho i miei dubbi, anzi, sul fatto che 300 anni siano sufficienti”. Un razzismo che trasuda da ogni riga, nel contesto di una deplorevole esaltazione del colonialismo che tanto male ha arrecato alla Cina, nel suo tentativo di farne, nel corso dei secoli, una docile riserva di materie prime e mano d’opera, con contestuale corruzione e uccisione morale ed intellettuale delle migliori energie umane, anche attraverso lo smercio massiccio dell’oppio. Un affronto, un insulto intollerabile contro il proprio popolo, reiterato con virulenza e sfacciataggine. Più tardi, con la più sgradevole delle ipocrisie, Liu Xiaobo definirà “estemporanea” questa sua apologia del colonialismo ma, allo stesso tempo, manifestando ancora una volta il proprio credo, si rifiuterà di ritrattarla, confermandola. Peggio la toppa del buco, direbbe qualche vecchio, smaliziato saggio.
Incarcerato dal giugno del 1989 per il suo ruolo di istigazione e sobillazione ideologica durante i fatti di Tien An Men, Liu Xiaobo viene liberato nel 1991: il “satanico” e “tremendo” potere cinese, pur condannandolo per “propaganda e incitamento controrivoluzionario”, lo solleva da altri reati penali in virtù dell’“azione meritoria” esercitata da Liu per impedire scontri sanguinosi, in quella non era stata una “fioritura di libertà”, ma un tentativo golpista finalizzato alla disgregazione della Cina, come apertamente dichiarato e sostenuto non da Deng Xiaoping, ma dallo studioso statunitense di problemi strategici Arthur Waldron in un saggio volutamente “dimenticato” dai media al servizio dell’imperialismo: “After Deng the Deluge”, comparso su “Foreign Affairs” nel 1995. La giustizia cinese, ancora una volta, si manifesta, a dispetto di quanto ha sempre sostenuto e sostiene la disinformatia occidentale, rigorosa ed equilibrata, sempre scrupolosa nell’esame delle responsabilità oggettive degli imputati. Nemmeno questo trattamento così umano induce Liu Xiaobo a correggere il tiro, non delle sue opinioni (in Cina la libertà di opinione è tutelata e protetta), ma delle sue offese e ingiurie contro il popolo e la sua storia, contro il socialismo e la plurimillenaria civiltà cinese. Egli persiste nei suoi attacchi e anzi li rende più virulenti, utilizzando come base Taiwan, dove nel ’92 pubblica “Monologhi di un sopravvissuto dal giorno del giudizio”, un racconto a dir poco fazioso delle sue vicende e vicissitudini, strumentalizzato subito dai circoli imperialisti e dai nazionalisti fanatici ed aggressivi di Taipei. Nel gennaio del 1993, Liu Xiaobo torna in Cina: nessuno ne vieta l’ingresso nel Paese, e questa è un’altra prova della tolleranza e benevolenza delle autorità, ricompensate ancora una volta con bordate senza esclusione di colpi dal “dissidente” beniamino dei circoli più aggressivi dell’imperialismo. L’escalation degli strali è talmente insistente e provocatoria che nel ’95 Liu viene sottoposto a misure di sorveglianza a Pechino. Liberato da ogni costrizione nel febbraio del 1996, ad ottobre dello stesso anno viene di nuovo arrestato e, questa volta, davanti alla sua pervicacia nell’opera di destabilizzazione del socialismo, inviato in un campo di lavoro correzionale. Ben poca correzione viene esercitata sulla mente del “dissidente” se, scontata la condanna, a partire dal 2001 torna a svolgere la sua attività contro l’ordinamento cinese, a favore dell’imperialismo e dei circoli più guerrafondai all’opera. Non solo Liu pubblica due libri negli USA dai titoli inequivocabili (“Il futuro della Cina è nella società civile” e “La singola lama di una spada velenosa: il nazionalismo cinese”, quest’ultimo del 2006), ma esprime pieno appoggio, in palese violazione del dettato costituzionale cinese, ed in spregio agli interessi del suo Paese, a tutte le guerre imperialiste promosse dal clan Bush, dall’Afghanistan all’Irak. Non solo: Liu arriva anche ad intromettersi negli affari interni degli USA in occasione delle elezioni presidenziali del 2004, scagliandosi contro Kerry per la sua asserita debolezza sul conflitto mediorientale. Insomma, un Liu più realista del Re che lo ha incoronato come Proconsole intellettuale della futura Cina asservita all’imperialismo, mai svanita dall’orizzonte dei sogni occidentali.
Nel 2008, un salto ulteriore di qualità; Liu Xiaobo è tra gli estensori della “Carta 08”, un documento che fa appello a tutti i cinesi e chiede lo smantellamento del socialismo, con la privatizzazione delle industrie, il ritorno delle terre in mano ai proprietari, una “libertà” di espressione che non può che voler dire licenza dei ricchi e dei filo–capitalisti di dire quello che vogliono, mentre i comunisti ed i progressisti saranno ammutoliti e minacciati di querela, censura e prigione ogni volta che apriranno bocca. Il “dissidente” difenderà sempre questa sua scelta come dettata dalla “libertà di coscienza”, sostenendo che le opinioni personali espresse non significano sovversione: dimenticherà di dire, Liu Xiaobo, che la Costituzione cinese, mentre garantisce a tutti i cittadini la libertà di opinione e di critica, punisce chi vuole sovvertire il socialismo auspicando, ed anzi sancendo tra gli obiettivi della propria azione politica, lo smantellamento della proprietà collettiva e la proprietà statale delle aziende strategiche. Dimenticherà di dire davanti al mondo, Liu Xiaobo, che un appello che chiama a raccolta i cittadini non è una vaga e generica professione di idee ed opzioni, ma un programma dal quale non può che discendere un’azione politica logica e conseguente, la quale, nella misura in cui contrasta con la legge, non può essere ammessa. Tanto per portare un esempio, in Italia, Paese nel quale vi è fin troppa tolleranza nei riguardi dei movimenti di estrema destra, nessuno può, almeno in linea di principio ed in forza di legge, firmare appelli per la ricostituzione del regime fascista, né tantomeno chiamare a raccolta il popolo per ottenere con l’azione diretta la realizzazione di quell’obiettivo. Alla luce della condotta del “dissidente”, nel 2009 il Tribunale intermedio n. 1 di Pechino (una specie di Corte d’Appello), si pronuncia sul caso: ancora una volta, la giustizia cinese si manifesta obiettiva, onesta, trasparente, non viziata da pregiudizio. Al dibattimento, Liu Xiaobo è assistito da due validi avvocati, Shang Baojun e Ding Xikui, i quali venti giorni prima hanno avuto in mano la tesi accusatoria (un tempo congruo in Cina, vista la laconicità e chiarezza dei documenti giudiziari, ben lontani dai fiumi di parole che inondano atti simili in Italia). La stampa e la televisione sono presenti, assieme ai parenti e a persone vicine al “dissidente”; viene negato l’accesso unicamente ai diplomatici di USA, Gran Bretagna, Canada, Svezia e Australia, in quanto la loro presenza sarebbe ingiustificata, configurandosi anzi come aperta ingerenza e occasione di sobillazione contro un Paese ed un governo verso il quale i Paesi da loro rappresentati si sono sempre comportati con atteggiamento prevenuto, quando non ostile. Al termine del processo, che non ha le lungaggini e le pastoie riscontrabili nella situazione italiana, e che vede il pronunciamento finale del Tribunale intermedio n. 2 di Pechino, con un successivo grado di giudizio volto a tutelare l’imputato, chiarendo meglio i fatti e confrontando i pareri dei collegi giudicanti, Liu viene condannato a 11 anni di carcere e a 2 anni di privazione dei diritti politici per “incitamento alla sovversione del potere statale”. Solo la marcia propaganda dell’occidente capitalista, schierato a difesa della sovversione anticinese, a Pechino come nello Xinijang, poteva raffigurare Liu come un martire e il verdetto dei Tribunali cinesi come un verdetto barbaro e infondato! Alle rimostranze dei tromboni occidentali della “giustizia giusta” (che s’invoca sempre a protezione dei potenti e dei loro scherani, mai a difesa dei proletari e dei diseredati!), il Professor Gao Mingxuan, stimato docente di diritto penale, e il Ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi, rispondono per le rime, citando inoppugnabili pietre miliari della giurisprudenza “democratico–borghese”: in primis, nessun Paese, ricordano, può impunemente ammettere che un cittadino lanci appelli per rovesciare il legittimo governo e gli ordinamenti che quel Paese liberamente si è dato; in secondo luogo, proprio testi “sacri” quali il Codice delle leggi degli USA e la Legge 1351 della Gran Bretagna (il “Treason Act”), elaborata nel XIV secolo, ma in vigore ancora ai nostri tempi, tanto da essere utilizzata come strumento per la condanna del collaborazionista filo–nazista William Joyce, puniscono l’alto tradimento della Nazione, esplicitato in affermazioni, atti e opzioni volti a colpire le sue massime figure e a intessere relazioni con i suoi nemici a fini sediziosi. I collegamenti di Liu Xiaobo con ambienti reazionari e filo–imperialisti, sono stati chiaramente summenzionati, illustrati e sviscerati, così come l’azione eversiva del personaggio in ordine all’ordinamento sociale della Nazione cinese. Suscita semmai perplessità l’eccessivo liberalismo dello Stato cinese, che ha impiegato davvero troppo tempo per colpire adeguatamente un nemico tanto insidioso e fervente nelle sue attività, ma questa è una valutazione storica che non intacca il quadro d’insieme, anzi lo conferma.
Nel 2010, l’acme dell’ipocrisia occidentale: a Liu Xiaobo viene simbolicamente consegnato il Premio Nobel per la Pace. Basta ricordare che una tale onorificenza è stata ottenuta anche da Obama, per inquadrare, alla luce dei fatti concreti, il suo valore, il suo prestigio e la serietà di chi ne gestisce e decide anno per anno le assegnazioni. Il nome di Liu Xiaobo risuona nella cassa armonica dell’addomesticatissima “informazione” di regime del mondo capitalista: ogni volta è classificato come vittima dell’oscurantismo e degli intrighi del “perfido” governo cinese; ogni volta si santifica la sua figura senza mai entrare nel merito di quel che ha detto, fatto e scritto veramente, al di là della cortina fumogena della retorica dirittumanista. Nel 2017, dopo sette anni di detenzione, a Liu Xiaobo viene diagnosticato un male che non perdona: un cancro al fegato in stato avanzato. Ancora una volta, il feroce ed inumano regime dei trinariciuti comunisti, compie un gesto di umanità destabilizzante solo per chi crede veramente alla propaganda anticinese: mette a disposizione del “dissidente” le migliori cure disponibili, nonostante la situazione sia disperata e senza scampo. La meraviglia aleggia tra le schiere dei disinformati ingenui senza speranza; il silenzio serpeggia tra le lingue malevole e spregevoli dei disinformatori, che non possono dar conto di questa realtà, perché andrebbe a prosciugare tutto il veleno che hanno sparso contro la Cina. Quale scandalo e quale affronto, per chi non ha umanità né legge, il fatto che il governo cinese distingua tra la persona di Liu, la sua integrità fisica e salute da proteggere e salvare fino all’ultima possibilità, e la figura sociale e politica di Liu, da trattare secondo la legge vigente come nemico del socialismo. I propagandisti della borghesia non riescono a pensare, né tantomeno ad ammettere una volta che l’hanno ben compreso, che il sistema penitenziario cinese non è, come piacerebbe a loro che fosse, quello nazista, con i campi di sterminio quale tappa finale degli oppositori. Il Primo Ospedale dell’Università cinese di Medicina è teatro di sforzi disperati per salvare la vita a Liu Xiaobo; zittiamo subito anche gli sciacalli indegni di rispetto, che hanno parlato di una malattia generata dal carcere. Non solo il cancro non si trasmette in carcere, e questo è fin troppo chiaro ma nella biografia di Liu vi era stato un precedente eclatante: il padre era morto nel 2011 proprio per un cancro al fegato. La genetica ha le sue leggi, a volte crudelissime e ancora per molti versi intonse rispetto agli studi degli scienziati. Vengono anche invitati medici di altre Nazioni, per rendere più trasparente il quadro generale degli interventi e delle operazioni e qualcuno risponde all’appello. Coloro i quali vengono a Pechino e hanno modo di constatare de visu la situazione, emettono unanimemente un verdetto senza sbavature e ambiguità: il sistema sanitario occidentale, in questo caso, non può garantire cure migliori di quelle messe a disposizione dal sistema sanitario cinese. Pertanto, anche gli avvoltoi pronti a speculare su una mancata autorizzazione all’espatrio di Liu Xiaobo sono zittiti sul nascere; in verità, nemmeno si dovrebbe sprecare mezza parole con loro, visto che nelle condizioni in cui Liu viene a trovarsi al principio dell’estate del 2017, nemmeno è ipotizzabile uno spostamento fuori dal Paese. La situazione precipita verso il 10 di luglio e il 13 luglio 2017 Liu Xiaobo passa a miglior vita.
Chi lo ha santificato e lo santifica, sarà sordo ad ogni argomentazione volta a illuminare la sua condotta, recitando il mantra della propaganda anticinese e dimostrando di non rispettare, così, né una persona (utilizzata come “ariete” per bassi fini politici) né la sovranità di un intero Paese nei suoi affari interni. Chi, come noi, l’ha sempre considerato un nemico del popolo e del socialismo, ma lo ha sempre rispettato e lo rispetta come persona (specie davanti alla morte), non avrà problemi e timori a ricordarlo per quello che è stato veramente, oltre i veli e le distorsioni di una propaganda cinica e falsa.Riferimenti bibliografici e sitografici:
Per suffragare la bontà ed assoluta veridicità di quanto abbiamo scritto nello studio, utilizzeremo prevalentemente fonti “borghesi” al di sopra di ogni sospetto.
Open (in lingua cinese)
China Digital Times (idem)
RFA (idem)
NYTimes
NYBooks
The Guardian
Boxun (in cinese, utile per capire la posizione di Liu sulla guerra in Irak)
Testo della “Carta 08”
Xinhua
ECNS
Arthur Waldron: “After Deng the Deluge”, in “Foreign Affairs”, settembre-ottobre 1995, p.149.

E su di loro sorride Marx

Aleksandr Rogers, Vzglyad 12 agosto – Histoire et SocietéCastro-Jiang-Zemin_0A metà agosto, il mondo festeggia l’anniversario di due giganti. Il leader cubano Fidel Castro il 13, e il Presidente cinese (anche se non più in carica) Jiang Zemin il 17, che compiendo 90 anni. Due giganti del mondo comunista divenute figure del XXI secolo. I personaggi si assomigliano puer essendo completamente diversi, non solo perché vivono in parti del mondo diametralmente opposte. Fidel Castro ha guidato una piccola isola tropicale per molti anni subendo interferenza ed embargo degli Stati Uniti. Il suo contemporaneo era a capo del più grande Paese del mondo, quasi un miliardo e mezzo di persone, e senza essere un seguace del capitalismo, ma da comunista, ha fatto molto per garantire alla Cina una posizione di leader nell’economia.
Fidel ha iniziato la carriera politica sbarcando a Cuba a bordo di una piccola barca quasi spezzata dalla tempesta. Degli 84 partigiani male armati, la metà fu uccisa nel primo scontro. Nella strada a Capo di Stato ha passato anni di guerriglia, e poi ha subito un numero record di attentati dai servizi d’intelligence degli Stati Uniti, assicurandogli un posto nel Guinness dei primati. Sì, a differenza di altri eroi del giorno, non ha messo il suo Paese in prima linea, ma mantenerne libertà ed indipendenza sotto il naso della prima potenza imperialista mondiale, è già una prodezza. Fu un altro guerrigliero, Mao Zedong, che aprì la via al potere a Jiang Zemin, funzionario di partito diventato capo del PCC poche settimane dopo i fatti di piazza Tiananmen, e presidente nel 1993, dopo il crollo dell’URSS. Si tratta di Jiang Zemin che portò l’economia cinese al settimo posto nel mondo, ponendo le basi per il progresso ulteriore di oggi. Ha guidato la Cina nel WTO, ne ha assicurato la leadership nella regione Asia-Pacifico, ha vinto la gara per ospitare i Giochi olimpici del 2008… Per molto tempo ha avuto un potere informale in Cina, anche dopo la consegna delle redini a Hu Jintao. Fidel viene spesso paragonato a un altro carismatico personaggio latino-americano, Ernesto Che Guevara. Sì, rinunciare a tutto per la rivoluzione in un altro Paese, per realizzare i propri ideali, è senza dubbio romantico. Tuttavia non è morto eroicamente, ma ha vinto in modo non meno eroico, lavorando duramente per decenni, assumendosi appieno la responsabilità per ogni azione del Paese, cosa molto più difficile. Non è l’avventurismo di Bakunin o Blanqui, ma la politica di un serio capo di Stato che non ha paura del termine, un padre del popolo. Jiang Zemin ha dovuto guidare la Cina tra ostilità, blocco e sanzioni occidentali in risposta alla repressione della “Majdan” di Piazza Tiananmen. E questa eredità intellettuale non solo è sopravvissuta, ma ha difeso attivamente lo sviluppo economico, conquistando i mercati occidentali ai prodotti cinesi, sloggiando i produttori degli Stati Uniti. Sono due leader che hanno lavorato per anni per far declinare l’imperialismo degli Stati Uniti. Fidel, più razionale che passionario qual è, con il suo esempio ha dimostrato all’America Latina che è possibile e va condotta una politica indipendente senza soccombere agli intrighi delle multinazionali, senza permettere a nessuno di saccheggiare il proprio Paese, rimanendo l’indiscussa autorità morale dell’intero continente. E Jiang Zemin, che ha sviluppato l’economia cinese, anche sfruttando il capitalismo occidentale, che di solito sfrutta l’economia dei vari Paesi per il proprio arricchimento. Onorando e rispettando il vecchio e saggio Confucio. E alle loro spalle sorride di approvazione Karl Marx.
Uno doveva calmare i compagni troppo ribollenti, raffreddandone l’ardore rivoluzionario indirizzandoli su una direzione costruttiva, e contemporaneamente respingere l’invasione estera. Il secondo era diventato il maestro degli intrighi di corridoio nella millenaria macchina burocratica cinese, dove persone che professano la stessa ideologia spesso lottano per il potere in segreto nascondendosi dietro le idee di Marx e Mao. Queste leggende viventi del periodo romantico, decisamente finito, costruivano il socialismo, non altro. Potete fare il nome di politici attuali con qualche autorità ed influenza (ideologica, concettuale) dopo aver lasciato la carica? Chi lascerà un segno nella storia come Bismarck, per esempio, o Stalin? Il massimo di cui sono capaci i capi occidentali oggi, finito il loro mandato, è essere pagati per conferenze o vari forum vacui, come Bill Clinton o Tony Blair. Anche le loro memorie (che nessuno legge in realtà) di solito sono scritte da “negri”. Cosa lasceranno Obama o Merkel dopo il loro mandato? Si riscalderanno da vecchi al fuoco del camino, scomparendo dalla memoria senza lasciare che poche tracce nella storia. Mentre Fidel Castro e Jiang Zemin sono rocce. O, come si dice in Cina, “Shan“, uomo-montagna. Persone che cambiano il mondo. Gli eroi che non siamo*.kokuren12*Allusione alla famosa poesia su Borodino di Lermontov.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché gli USA sono così ostili verso Pechino?

Thomas Hon Wing Polin, Gpolit 21 luglio 2016

0,,17527125_303,00Un membro del gruppo Facebook 21SilkRd ha chiesto un commento sulla relazione tra Cina e nuovo ordine mondiale occidentale. Anche se di quasi due anni, l’articolo è degno di nota per i tentativi rudimentali di dettagliare uno dei programmi più ambiziosi intrapresi da governi ed élite occidentali negli ultimi tempi: trasformare la recente apertura dell’assai sottosviluppata ma assai promettente Cina in un vassallo vigorosamente pro-occidentale annesso all’impero globale occidentale.
In primo luogo, alcune precisazioni. L’autore, Jim Corbett, è un neofita di Cina e cose cinesi, e ciò ne sminuisce la credibilità di base. Ad esempio, chiunque può scrivere queste stupidaggini su Mao Zedong, per usare proprio le parole dell’autore (e per carità): “Non diciamo che era uno stupido. Era un orribile, crudele, disgustoso pervertito, probabilmente il peggior genocida nella storia, ma non necessariamente uno stupido“. Al di là di tali principi fondamentali, gli sforzi di Corbett per documentare come le élite occidentali hanno cercato di influenzare la Cina e il suo sviluppo sono lodevoli e, a volte, molto interessanti. Tale tocco di Yale in Cina incrocia la strada del giovane Mao; le manovre di gente del calibro di Kissinger, Rockefeller e Rothschild; Rong Yiren e la prima generazione di capitalisti rossi della Cina; l’interazione degli anziani del partito comunista di quella generazione e le loro famiglie; i trasferimenti di tecnologia e gli investimenti esteri dell’epoca. Tali sforzi delle élite occidentali per modellare una Cina pro-occidentale da poter facilmente influenzare, se non controllare, permisero sostanziali progressi nei primi due decenni di riforme e aperture di Deng Xiaoping. La Cina era relativamente debole e aveva assoluta necessità di investimenti e tecnologia occidentali per svilupparsi. La strategia occidentale, chiamata “evoluzione pacifica” dagli scettici intellettuali cinesi, sembrava attecchire. Perciò i media mainstream e i governi occidentali sembravano innamorati della Cina in quei giorni: il “Regno di Mezzo” seguiva il loro copione. Così l’impero si era relativamente rilassato sui flussi di denaro e tecnologia verso la Cina. Poi le cose cominciarono a cambiare. La Cina è cresciuta, iniziando ad ergersi ed anche a mostrare muscoli o a svilupparsi in modo non gradito. Iniziò a non seguire il copione che l’occidente le aveva scritto. Le potenze occidentali ne furono sorprese e poi deluse. Ed ecco che i cinesi non divennero occidentali dalla pelle gialla. I filo-occidentali nella leadership di Pechino furono sempre di meno, ed ora sono ormai praticamente estinti. Orrore degli orrori, i cinesi sembrano essere tutti… nazionalisti, con una visione della loro nazione e del mondo sostanzialmente diversa da quella dell’impero, e dato che tale divario è definitivo con l’avvento dell’amministrazione Xi Jinping, ecco l’ostilità dell’occidente.
Se la strategia dell’occidente di trasformare la Cina in modo non violento fosse riuscito ed i suoi frutti fossero stati potenti o influenti nella Cina di oggi, assisteremmo a una reazione molto diversa dell’impero verso ciò che fa la Cina di oggi, sarebbe stata molto più pacata e solidale. La rivista Time metterebbe ancora il leader della Cina in copertina come Person of the Year. Che la reazione dell’occidente sia di fatto un’ostilità sempre più disperata è l’affermazione più chiara che “l’evoluzione pacifica” è fallita, se non definitivamente morta, e i “protetti” dell’occidente in Cina sono impotenti a Pechino. In effetti, i tentativi occidentali di minare e occidentalizzare l’appartenenza politica e i valori della Cina hanno avuto l’effetto opposto, suscitando vigilanza e resistenza nel popolo e nel governo. I nazionalisti cinesi hanno poco di cui preoccuparsi. taiwanTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Brexit e la Cina

Lau Nai-keung, Gpolit 28 giugno 2016BN-KV512_chinaq_P_20151020121312Introduzione di Thomas Hon Wing Polin:
Il fatidico voto popolare per far uscire il Paese dall’Unione Europea ha stupito il mondo. Generate dall’estremità occidentale del continente eurasiatico, le onde d’urto s’infrangono sull’altra estremità dell’Asia orientale. Come appare questo sisma alla Cina e all’Asia orientale? L’analista politico di Hong Kong e vecchio consigliere di Pechino, Lau Nai-keung, che scrive:
“A questo punto, il risultato del referendum inglese sull’adesione all’Unione europea s’è impresso nella mente di molti: oltre il 52% degli elettori inglesi è favorevole a lasciare l’UE. Del 48% che ha votato contro, molti erano scozzesi, che presto avranno un’elezione simile sull’uscita della Scozia. Se ciò avvenisse, “UK” starebbe per Un-united Kingdom. “Le previsioni che l’UE possa spezzarsi sarebbe alquanto inverosimile, ma ci sono certamente altri Paesi in cui richieste di referendum simili potrebbero prendere slancio”, scrive il Washington Post dopo il voto della Brexit. L’articolo prevede che Svezia, Danimarca, Grecia, Paesi Bassi, Ungheria e Francia siano i più probabili nel seguirne l’esempio. L’UE è un coraggioso ed anche bel tentativo di riconquistare confini e glorie di ciò che sarebbe una via di mezzo tra l’impero romano e il Sacro Romano Impero. Per realizzare tale sogno, i francesi erano disposti a collaborare con i loro ex-arcinemici, i tedeschi, per promuovere integrazione ed armonizzazione. Ahimè non si vede un Imperatore Qin Shihuangdi, che riuscì in questo compito nella Cina di due millenni fa, e la Germania non è chiaramente all’altezza del compito. Al momento, le prospettive per l’UE sono desolanti, o si frammenterà presto o meno rapidamente. Questo non è qualcosa che la Cina vorrebbe, ma non c’è niente che possa farci, tranne cercare di collaborare con ciascun Paese del blocco comunitario. Potrebbe essere ingombrante trattare con quasi 30 Paesi invece che con una sola entità, soprattutto se declinanti ed intrinsecamente instabili. Ma questo difficilmente ostacolerà lo sviluppo dell’iniziativa One Belt, One Road (OBOR). Piccoli Paesi in recessione e tormentati avrebbero scarso potere contrattuale nei confronti della Cina. E Pechino potrebbe scegliere quali progetti salvare e a chi parlarne. Eppure un’Europa tanto indebolita sarebbe una pessima notizia per l’egemonia globale statunitense, perché Washington perderebbe nell’equilibrio di potere geopolitico nei confronti della Russia. Quasi due mesi prima del referendum sulla Brexit, il Consiglio NATO-Russia, forum consultivo e cooperativo sulla sicurezza, riprese gli incontri dopo una sospensione di due anni, esaminando la crisi in Ucraina le questioni relative ad attività militari, riduzione della trasparenza e dei rischi, e la situazione della sicurezza in Afghanistan. La cancelliera tedesca Angela Merkel si era recata a Pechino il 12 giugno, per la nona volta, per discutere questioni né importanti né urgenti. E’ chiaro che i partecipanti hanno dubbi sul voto della Brexit e hanno fretta di coprire le loro scommesse.
xicamInvece di essere un forte cuscinetto tra Stati Uniti e Russia, i Paesi europei, dopo la Brexit, non avranno altra scelta che riparare, collettivamente o individualmente, le relazioni con la Russia, il gigante della porta accanto. Stretti tra Atlantico e Pacifico, e con il loro spazio sotto pressione, anche gli Stati Uniti affrontano il declino. Le élite politiche degli USA sono abbastanza consapevoli della difficile situazione del loro Paese, ma non possono farci molto, tranne raccogliere eventuali vantaggi dalla frattura dell’UE e quindi ancora più importante mettere ordine in casa propria. La preferenza di Donald Trump per l’isolazionismo brilla abbastanza, mentre Hillary Clinton può essere obbligata, contro i suoi istinti, dalla realtà a muoversi in una direzione simile. Ora assistiamo a una potente pressione negli Stati Uniti per la ritirata strategica globale. In questa luce, le recenti dure parole di alti ufficiali cinesi in diverse occasioni, così come le tensioni nelle parti orientale e meridionale del Mar della Cina, possono essere viste come deliberati gesti assertivi della Cina che approfitta della situazione. Né la Cina né la Russia hanno alcuna intenzione di espandere il fronte orientale contro Stati Uniti e Giappone. E a meno di un attacco diretto, gli USA difficilmente inizieranno una nuova guerra nell’ultima fase del mandato presidenziale. Di conseguenza, le tensioni nella parte orientale e meridionale del Mar della Cina sono sopratutto conflitti minori. Non importa quanto spettacolari siano, non ci sarà alcuna guerra tra Cina e Stati Uniti. In realtà possiamo prevedere una tregua tra Pechino e Washington. Questo è già successo sul fronte finanziario, con la Cina che assegna 250 miliardi di dollari nel QFII agli investitori statunitensi, e gli statunitensi che permettono ai cinesi d’istituire un centro di cambio in renmbimbi negli Stati Uniti, dato che protrarre i litigi finanziari danneggerà entrambi i Paesi. E la Trans Pacific Partnership (TPP) anti-Cina, probabilmente sparirà assieme ad Obama.
Naturalmente, questa analisi si basa sull’ipotesi della razionalità di tutte le parti. Ai neocon scalzati negli USA non piacerà nulla di ciò, ma cosa possono farci? Invertire la tendenza e rimettere insieme i cocci? Nuclearizzare Cina e Russia garantendosi la reciproca distruzione assicurata? Qualora i neocon desiderassero iniziare qualche guerra convenzionale, che ci provino nei Mar Cinesi meridionale ed orientale. La Cina non può vincere una guerra offensiva contro le forze statunitensi. Ma Washington ha apertamente rivisto la dottrina della Battaglia Aeronavale del 2010, passando al Concetto comune di accesso e manovra globali comuni (JAM-GC) del 2015, sulla base del fatto che i cinesi hanno ora sviluppato la propria strategia della Zona di negazione/interdizione. In parole povere, gli Stati Uniti non sono sicuri di vincere una guerra presso il territorio cinese. Per inciso, la CCTV, TV della Cina, presto trasmetterà una nuova serie sulla guerra di Corea. Lo scopo è chiaro: ricordare al popolo cinese come sconfissero Stati Uniti ed alleati 60 anni fa, quando la neonata Repubblica popolare era povera e debole”.China's President Xi Jinping reviews an honour guard during his official welcoming ceremony in London, BritainTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora