La de-dollarizzazione globale e gli Stati Uniti

Vladimir Odintsov New Eastern Outlook, 02/02/2015

A U.S. $100 banknote is placed on top of  100 yuan banknotes in this picture illustration taken in BeijingLa ricerca del dominio mondiale, che la Casa Bianca porta avanti da più di un secolo, si basa su due strumenti principali: il dollaro e la forza militare. Per evitare che Washington stabilisca la completa egemonia globale, alcuni Paesi recentemente rivedono le loro posizioni verso questi due elementi sviluppando alleanze militari alternative e spezzando la dipendenza dal dollaro. Fino alla metà del XX secolo, il gold standard è stato il sistema monetario dominante, basato sulla quantità fissa di riserve auree stoccate nelle banche nazionali, limitando i prestiti. A quel tempo, gli Stati Uniti possedevano il 70% delle riserve auree del mondo (esclusa l’URSS), quindi indebolirono il concorrente Regno Unito creando il sistema finanziario di Bretton Woods nel 1944. Qui il dollaro divenne la moneta predominante nei pagamenti internazionali. Ma un quarto di secolo dopo tale sistema si rivelò inefficace per l’incapacità di contenere la crescita economica di Germania e Giappone, oltre alla riluttanza degli Stati Uniti nel regolare le politiche economiche per mantenere l’equilibrio dollaro-oro. A quel tempo, il dollaro subì un drammatico declino, ma fu salvato grazie al sostegno dei ricchi esportatori di petrolio, soprattutto una volta che l’Arabia Saudita iniziò a scambiare il suo oro nero con le armi degli Stati Uniti e il supporto alle trattative con Richard Nixon. Perciò, il presidente Richard Nixon nel 1971 ordinò unilateralmente la cancellazione della convertibilità diretta del dollaro degli Stati Uniti con l’oro, e stabilì il sistema di valuta giamaicana in cui il petrolio era alla base del sistema del dollaro. Pertanto, non è un caso che da quel momento il controllo sul commercio di petrolio divenne la priorità della politica estera di Washington. In seguito al cosiddetto Nixon Shock gli impegni militari statunitensi in Medio Oriente e altre regioni produttrici di petrolio subirono un forte aumento. Una volta che tale sistema fu sostenuto dall’OPEC, la domanda globale di petrodollari aumentò mai come prima. I petrodollari divennero la base del dominio USA sul sistema finanziario globale, costringendo gli altri Paesi ad acquistare dollari per comprare petrolio sul mercato internazionale.
template_clip_image015 Gli analisti ritengono che la quota degli Stati Uniti sul prodotto interno lordo mondiale, oggi, non superi il 22%. Tuttavia, l’80% dei pagamenti internazionali avviene in dollari USA. Di conseguenza, il valore del dollaro è estremamente elevato rispetto alle altre valute, perciò i consumatori degli Stati Uniti ricevono merci importate a prezzi estremamente bassi, fornendo agli Stati Uniti un significativo profitto finanziario, mentre l’alta domanda di dollari nel mondo permette al governo degli Stati Uniti di rifinanziare il proprio debito a tassi d’interesse molto bassi. In tali circostanze, chi va contro il dollaro è considerato una minaccia diretta all’egemonia economica e agli elevati standard di vita dei cittadini statunitensi, quindi i circoli politici e d’affari a Washington tentano con ogni mezzo di opporsi a questo processo. Ciò si manifestò con il rovesciamento e il brutale assassinio del leader libico Muammar Gheddafi, che decise di passare all’euro nei pagamenti del petrolio, prima d’introdurre il dinaro d’oro per sostituire la moneta europea. Tuttavia, negli ultimi anni, nonostante il desiderio di Washington di usare qualsiasi mezzo per sostenere la propria posizione internazionale, le politiche degli Stati Uniti incontrano sempre più spesso opposizione. Di conseguenza, un numero crescente di Paesi cerca di abbandonare il dollaro statunitense, e la dipendenza dagli Stati Uniti, perseguendo una politica di de-dollarizzazione. Tre Stati sono particolarmente attivi in questo campo, Cina, Russia e Iran. Questi Paesi cercano di raggiungere la de-dollarizzazione a passo di corsa, insieme ad alcune banche e società energetiche europee attive nei loro territori.
Il governo russo ha tenuto una riunione sulla de-dollarizzazione nella primavera 2014, dove il Ministero delle Finanze annunciò il piano per aumentare la quota di accordi in rubli e il conseguente abbandono del cambio del dollaro. Lo scorso maggio, in occasione del vertice di Shanghai, la delegazione russa firmò il cosiddetto “affare del secolo” per l’acquisto, nei prossimi 30 anni, di 400 miliardi di dollari di gas russo dalla Cina, pagando in rubli e yuan. Inoltre, nell’agosto 2014 una società controllata da Gazprom annunciava la disponibilità ad accettare il pagamento in rubli di 80000 tonnellate di petrolio, dai giacimenti artici, da inviare in Europa, mentre il pagamento del petrolio fornito dall’oleogasdotto “Siberia orientale – Pacifico” potrà essere in yuan. Lo scorso agosto, mentre era in visita in Crimea, il presidente russo Vladimir Putin annunciava che “il sistema dei petrodollari dovrebbe diventare storia” mentre “la Russia discute l’uso di monete nazionali nelle transazioni con un certo numero di Paesi“. Queste misure, adottate di recente dalla Russia, sono le vere ragioni delle sanzioni occidentali. Negli ultimi mesi, la Cina s’è anche attivata in questa campagna “anti-dollaro”, dato che ha firmato accordi con Canada e Qatar per il cambio in valute nazionali, facendo del Canada il primo hub oltreoceano dello yuan in Nord America. Questo fatto da solo potenzialmente raddoppierebbe o addirittura triplicherebbe il volume degli scambi commerciali tra i due Paesi, dato che il volume dell’accordo di cambio stipulato tra Cina e Canada è pari a 200 miliardi di yuan. L’accordo della Cina con il Qatar sul currency swap diretto tra i due Paesi equivale a 5,7 miliardi di dollari colpendo duramente i petrodollari, divenendo la base per l’utilizzo dello yuan nei mercati del Medio Oriente. Non è un segreto che i Paesi produttori di petrolio del Medio Orussia-declares-warriente abbiano scarsa fiducia nel dollaro USA, a causa della esportazione d’inflazione, quindi altri Paesi OPEC potrebbero firmare accordi con la Cina. Nella regione del Sud-Est asiatico, la creazione di un centro di compensazione a Kuala Lumpur, che promuoverà un maggiore uso dello yuan, è un altro importante passo della Cina nella regione. Ciò si è verificato meno di un mese dopo che il centro finanziario leader in Asia, Singapore, era divenuto il centro di scambio dello yuan nel Sudest asiatico, dopo aver stabilito un rapporto diretto tra dollaro di Singapore e yuan. La Repubblica islamica dell’Iran ha recentemente annunciato la riluttanza ad usare dollari USA nel commercio estero. Inoltre, il presidente del Kazakistan, Nursultan Nazarbaev, ha recentemente incaricato la Banca nazionale della de-dollarizzazione dell’economia nazionale. In tutto il mondo, le richiesta di creare un nuovo sistema monetario internazionale è sempre più forte. In tale contesto va osservato che il governo inglese ha intenzione di emettere titoli di debito in yuan, mentre la Banca Centrale Europea discute la possibilità d’includere lo yuan nelle sue riserve ufficiali. Queste tendenze appaiono ovunque, ma con la propaganda anti-russa, i media occidentali preferiscono tacere su questi fatti, in particolare quando l’inflazione negli Stati Uniti è alle stelle. Negli ultimi mesi, la percentuale di obbligazioni del Tesoro USA nelle riserve valutarie russe è diminuita rapidamente, venendo vendute a un ritmo record, mentre la stessa tattica è utilizzata da numerosi Stati. A peggiorare le cose per gli Stati Uniti, molti Paesi cercano di riprendersi le loro riserve auree negli Stati Uniti, depositate presso la Federal Reserve Bank. Dopo lo scandalo del 2013, quando la Federal Reserve degli Stati Uniti rifiutò di restituire le riserve d’oro tedesche al proprietario, i Paesi Bassi raggiunsero la lista dei Paesi che cercano di recuperare l’oro dagli Stati Uniti. Se avessero successo i Paesi che cercano il rientro delle riserve auree, ciò si tradurrebbe in una grave crisi per Washington.
I fatti qui riportati indicano che il mondo non vuole più affidarsi ai dollari. In queste circostanze, Washington usa la politica dell’aggravamento della destabilizzazione regionale che, secondo la strategia della Casa Bianca, dovrebbe considerevolmente indebolire i potenziali rivali degli USA. Ma c’è scarsa speranza che gli Stati Uniti sopravvivano al caos che hanno scatenato nel mondo.

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Questi sono i nemici di tutto ciò che ci è caro in America. I vostri figli devono ucciderli per noi!

Vladimir Odintsov, commentatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – StoAurora

La sempreverde amicizia sino-russa

MK Bhadrakumar, 20 novembre 2014
F201307021350312279193521Il presidente cinese Xi Jinping aveva fatto alcune osservazioni molto importanti sulla futura direzione della cooperazione strategica sino-russa, durante il vertice con il Presidente Vladimir Putin a Pechino, dieci giorni fa, alla vigilia del vertice APEC. Il calore eccezionale dell’incontro è stato notevole, avremo “cura dell’albero sempreverde dell’amicizia sino-russo“, ha osservato Xi. Ha detto che i due Paesi hanno “recentemente migliorato la gestione strategica e la pianificazione delle relazioni bilaterali” e prevede “un tempo per nuove conquiste“. Xi ritiene che il rafforzamento della cooperazione sia “conforme allo spirito dei tempi” e non importano i “cambiamenti… sulla scena mondiale“, la cooperazione con la Russia è un settore prioritario” per la politica Estera cinese. Ha previsto che i due Paesi “proteggeranno congiuntamente l’ordine mondiale post-guerra fredda” (Letture del Cremlino). Infatti, le osservazioni sono state fatte sullo sfondo delle crescenti tensioni nelle relazioni della Russia con gli Stati Uniti. Nell’ultimo vertice di Xi con Putin, secondo uno studioso dell’Istituto cinese di studi internazionali, “Le condizioni geopolitiche e i problemi di sicurezza strategici hanno spinto Cina e Russia a rafforzare la cooperazione… In un certo senso, la cooperazione… può aiutarle a proteggere gli interessi fondamentali e mantenere l’equilibrio del potere mondiale. Ma i loro sforzi si sono concentrati più sulla cooperazione a breve termine e le risposte coordinate d’emergenza che sui progetti di cooperazione strategica e di lungo termine… ora (dopo la visita di Putin) i legami bilaterali sono stati spinti a nuove altezze, introducendo la pratica attuazione della cooperazione“. Lo studioso ha preso atto delle sanzioni occidentali contro la Russia e sostenuto che oltre commercio e cooperazione energetico, i due Paesi possono anche trasformare le loro “modalità di crescita economica… La Russia è leader mondiale nel settore aerospaziale, nella tecnologia della Difesa e nella fabbricazione di attrezzature pesanti; la Cina eccelle in agricoltura, industria leggera e tecnologia dell’informazione. I due Paesi sono complementari…” (Beijing Review) Nel frattempo, un altro studioso di primo piano, legato al Consiglio di Stato di Pechino, ha sostenuto con forza sul tabloid Global Times, vicino al partito comunista, che è interesse vitale della Cina aiutare la Russia alle prese con le sanzioni occidentali. Conclude, “la Cina non può che rimanere stabile con la stabilità della Russia assicurata.. Quale sarà la posizione della Cina sulla scena internazionale se lascia che i Paesi occidentali aumentino le sanzioni alla Russia trascinandola nel caos?… D’altra parte, se l’aiuto della Cina comporta la fiducia della Russia facendone un fornitore affidabile di risorse, nonché partner strategico militare, quanto varrebbe un simile accordo?” (Global Times).
I due commenti evidenziano alcuni importanti aspetti. Uno, i due megaccordi sul gas firmati tra i due Paesi negli ultimi sei mesi, per un valore complessivo di 700 miliardi di dollari, sono una grande dichiarazione di Mosca sul ‘perno’ in Cina di Putin quale decisione strategica. Ciò per molte ragioni. La prima, la Russia ha diversificato le esportazioni di energia e vi sono tutte le probabilità che la Cina sostituisca l’Europa nel medio termine quale principale mercato della Russia. Ironia della sorte, l’aumento delle esportazioni della Russia verso il mercato cinese minacciano di uccidere il sogno degli esportatori di gas naturale degli Stati Uniti verso la Cina, il mercato più grande e redditizio per loro, oggi. Un duro colpo perché la Russia rende letteralmente difficile agli Stati Uniti competere sul mercato mondiale. (Il GNL degli Stati Uniti non è più competitivo in Europa.) Vedasi l’eccellente analisi della rivista Oil Price. Tra l’altro, la Russia ha fatto alcuni gesti inauditi verso la Cina sulla cooperazione energetica. Putin ha rivelato in una intervista alla TASS la scorsa settimana che: a) Rosneft offre alla Cina una quota del 10 per cento del grande giacimento Vankor nella Siberia orientale b) la Cina avrà rappresentanza nel consiglio di amministrazione del progetto Vankor. c) la Russia si offre di vendere in yuan il petrolio di Vankor alla Cina. Per citare Putin, “abbandoniamo il diktat del mercato che denomina i flussi commerciali in dollari USA. Incoraggiamo in ogni modo l’uso delle monete nazionali“. Il passaggio russo è una sfida diretta allo status del dollaro quale valuta di riserva mondiale.
Due. Pechino si propone di aiutare Mosca a contrastare l’effetto deleterio delle sanzioni occidentali sul sistema finanziario russo. In sostanza, la Cina continua ad investire in obbligazioni russe e attività monetarie intercambiabili, oltre ad investimenti diretti, rafforzando Mosca rispetto gli effetti delle sanzioni occidentali. La Cina è in una posizione unica nel farlo, perché nel modo in cui usa le proprie riserve di valuta estera (superiori ai 4000 miliardi di dollari) non può che fare la differenza cruciale. Da parte sua, la Russia mostra di abbandonare la sua tradizionale riserva nella cooperazione tecnico-militare con la Cina sui prodotti ad alta tecnologia. Pechino vede ciò come ulteriore preciso segnale di Mosca, disposta ad ampliare la cooperazione nella Difesa. Così, la visita del ministro della Difesa russo Sergej Shojgu a Pechino, questa settimana, merita molta attenzione. Shojgu è uno stretto confidente di Putin. Mentre annunciava la visita, il portavoce del ministero della Difesa russo aveva detto che l’agenda di Shojgu prevedeva discussioni su “questioni di sicurezza internazionale e regionale, e cooperazione militare e tecnico-militare” e che Shojgu “deciderà i compiti prioritari” per un’ulteriore cooperazione. Xinhua riferiva delle riunioni di Shojgu con il primo ministro e i capi militari cinesi qui, qui e qui sottolineano inequivocabilmente che i militari hanno interesse comune a rafforzare la cooperazione e ad avvicinarsi. Evidentemente, Shojgu effettuava un negoziato più importante di una semplice cooperazione tecnico-militare russo-cinese per l’anno prossimo. Ha avuto colloqui con la leadership militare cinese sulle tendenze internazionali e l’imperativo dei due Paesi ad avvicinarsi nell’affrontare le sfide comuni. Shojgu riferiva che i ministeri della Difesa dei due Paesi hanno deciso di costituire un sistema di sicurezza collettiva nella regione Asia-Pacifico. Ha detto che Russia e Cina sono preoccupate dal ‘perno’ in Asia degli Stati Uniti, visto come tentativo di Washington di rafforzare la sua influenza politica e militare nella regione. Ovviamente, ciò appare una replica alla riunione tripartita tra il presidente degli Stati Uniti e i primi ministri giapponese e australiano a margine del vertice G20 a Brisbane, implicitamente diretto contro Russia e Cina. Shojgu ha detto, “Noi (Russia e Cina) crediamo che l’obiettivo principale del nostro comune sforzo sia creare un sistema di sicurezza collettiva“. È interessante notare l’annuncio che Russia e Cina terranno esercitazioni navali congiunte nel 2015 non solo nel Pacifico ma anche nel Mediterraneo. Ha espresso soddisfazione per le attività congiunte tra i due Paesi “visibilmente ampliate e dal carattere sistematico… Abbiamo un vasto potenziale nella cooperazione nella Difesa e la parte russa è pronta a svilupparla in una vasta gamma di settori“. Shojgu ha aggiunto: “Nella situazione mondiale molto volatile, è particolarmente importante rafforzare relazioni affidabili di buon vicinato tra i nostri Paesi. Ciò non solo è un fattore importante per la sicurezza degli Stati, ma anche un contributo a pace e stabilità nel continente eurasiatico e altrove“. In effetti, Shojgu citava la comprensione della Cina e il supporto alla posizione della Russia in Ucraina, affermando nel contempo che le preoccupazioni sono condivise tra Russia e Cina sul teatro Asia-Pacifico. (TASS)
È interessante notare che i colloqui di Shojgu a Pechino hanno riguardato le proteste di Hong Kong quale esempio di ‘rivoluzione colorata’ sponsorizzata dagli Stati Uniti, in ciò illustrato dall’alto ufficiale russo che accompagnava Shojgu che dichiarava “Russia e Cina dovrebbero collaborare per resistere alla nuova sfida alla sicurezza nei nostri Paesi“. Fonti russe menzionavano anche un nuovo aspetto intrigante della comprensione strategica sino-russa, quando i due Paesi accettano di utilizzare il formato della conferenza di Ginevra sul disarmo per spiegare il loro “approccio pacifico… nel chiarire la nostra direzione, cosa vogliamo e ciò che dobbiamo fare insieme per convivere in pace“, citando il Viceministro della Difesa russo Anatolij Antonov. A dire il vero, i legami strategici di Russia e Cina hanno raggiunto un momento decisivo. I due Paesi non vogliono un’alleanza. D’altra parte, non vi è neanche l’illusione che la loro rivalità con gli Stati Uniti prevalga su tutto. Resta il fatto che, nonostante la bonomia dell’accordo tra Stati Uniti e Cina sul cambiamento climatico, la rivalità tra le due grandi potenze minaccia ancora il Pacifico. Allo stesso modo, il G20 di Brisbane ha dato uno spettacolo inaudito in cui Stati Uniti ed alleati anglosassoni, Gran Bretagna e Australia, rimproveravano la leadership russa in maniera mai vista neanche in piena guerra fredda. Pertanto, con gli Stati Uniti che creano insicurezza nella regione eurasiatica e dell’Asia-Pacifico, Mosca e Pechino vedono la necessità di avvicinarsi e formare un asse. La missione di Shojgu in Cina mira a muovere i primi passi in questa direzione.
Naturalmente, la ricerca della Russia della sicurezza collettiva ha una lunga storia e ha seguito un corso tortuoso negli ultimi dieci anni. (Vedasi il mio articolo La ricerca della Russia della sicurezza collettiva Asia Times 31 maggio 2006). Tuttavia, per la prima volta dalla Guerra Fredda Mosca ha ripreso la dottrina sovietica della sicurezza collettiva in Asia e discusso con Pechino del modello di partnership strategica sino-russa. E la cosa fondamentale è che Pechino ne è interessata.

140603172314-china-russia-trade-story-topTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Misterioso acquirente cinese registra il record di carichi di greggio

Tyler Durden Zerohedge 29/10/201420141022_ChinaLa settimana scorsa abbiamo notato un numero record di superpetroliere navigare verso i porti cinesi, ipotizzando che la prima economia del mondo sembri ricostruire le proprie riserve strategiche di petrolio grazie a tali prezzi bassissimi. Ora sappiamo… come riporta Bloomberg, che la China National United Oil Co., divisione della maggiore compagnia energetica del paese, ha acquistato sempre più carichi di greggio mediorientale tramite una piattaforma per la formazione del prezzo di Singapore. “La grande domanda è cosa se ne farà la Cina di tutti questi carichi“, osserva un analista, “E’ assai difficile per il mercato conoscere la strategia di Chinaoil“.
China-national-oil-photo-Oil-Guru-Recruitment Vi sono 89 petroliere che navigano verso i porti cinesi, 80 delle quali sono VLCC (superpetroliere), il picco più alto dal 3 gennaio. E ora, come riporta Bloomberg, China National United Oil Co., divisione della maggiore compagnia energetica del Paese, acquista sempre più carichi di greggio mediorientale attraverso una piattaforma prezziaria di Singapore, nel mezzo della crisi del mercato petrolifero. L’azienda, nota come Chinaoil, ha acquistato circa 21 milioni di barili questo mese attraverso il sistema per determinare i prezzi di riferimento della Platts, una divisione di McGraw Hill Financial Inc., che ha acquistato oltre 40 carichi di greggio grado Dubai, Oman e alto Zakum in tale cosiddetta finestra, secondo i dati compilati da Bloomberg. Un addetto stampa della CNPC di Pechino, società madre, non ha immediatamente commentato e ha chiesto di non essere identificato, per via della politica interna. “E’ molto difficile per il mercato conoscere la strategia di Chinaoil”, ha detto Ehsan ul-Haq, consulente di mercato presso KBC Energy Economics di Walton sul Tamigi, in Inghilterra. “I prezzi sono scesi e la Cina è sempre interessata ad acquistare sempre più greggio ogni volta che il prezzo è giusto, ma potrebbe anche avere qualche altra diversa strategia di trading”… “La grande domanda è cosa se ne farà la Cina di tutti questi carichi“, ha detto JBC in un articolo via e-mail del 21 ottobre, “Se il Regno di Mezzo immette i barili nelle riserve strategiche, qualcosa di logico dati i bassi prezzi, spariranno del tutto dal mercato e la Cina continuerà a comprare ancora greggio per le sue esigenze quotidiane“….
Chinaoil tenterebbe di ridurre lo spread tra i prezzi dei due diversi gradi del Medio Oriente, secondo Bernard Leung, stratega petrolifero della Bloomberg First Word di Singapore, che ha operato con il greggio per 15 anni.

20120925144537-e3cc3689Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Oro o cannonate: agire contro il crollo del dollaro

Christof Lehmann New Eastern Outlook 27/10/2014

827echina-gold-deng-xiaoping-bust-3Il crollo dell’economia è inevitabile, ha detto l’ex-capo economista della Banca dei regolamenti internazionali (BRI) William White in risposta alla relazione trimestrale del BRI di settembre 2013. Gli esperti prevedono che il collasso economico globale possa verificarsi all’improvviso tra la fine del 2014 e il 2015. Il fatto che gli interessi privati detengano Federal Reserve, Banca Centrale d’Inghilterra e le istituzioni di Bretton Woods rendono improbabile che i governi di Stati Uniti, Regno Unito e Unione europea possano impedirne il crollo. Le loro politiche sono sostanzialmente invariate dall’inizio del 2013, quando il vicegovernatore della Banca Popolare cinese Yi Gang ha sottolineato che la Cina non prevede una guerra economica, ma che vi si è preparata. Gli Stati dei BRICS da allora capitalizzano la Banca di sviluppo dei BRICS; l’asse Stati Uniti/Regno Unito e Unione europea hanno lanciato la guerra delle sanzioni alla Russia e la guerra civile in Ucraina. Nel 2014, la Cina comincia ad aprire il settore bancario a investimenti e banche esteri su scala inaudita; l’Australia è impantanata tra pressione degli Stati Uniti e tendenza ad utilizzare le attraenti e sicure opportunità cinesi. Thailandia, Malaysia e altre economie sono sempre più incoraggiante dai loro investitori a studiare il mercato cinese. Con il sistema di Bretton Woods sull’orlo del collasso e possibili conflitti incombenti, l’oro e le nuove economie basate sull’oro attraggono, in alcuni casi più in altri casi una meno esitante attenzione dai governi di tutto il mondo. La tendenza è, sebbene a malincuore accettata, impossibile da ignorare. La Cina ha superato gli Stati Uniti come prima economia mondiale per potere d’acquisto, ed è pronta a diventare la No.1 per PIL entro un anno, riporta il FMI.

Evitare la confusione dei principi. Fiat vs oro
Le valute fiat non sono necessariamente più instabili delle valute basate sui beni. Hanno vantaggi e svantaggi. Le materie prime, ad esempio l’oro, hanno un valore intrinseco dovuto alla presenza fisica e al valore del lavoro investito nell’estrazione e raffinazione dell’oro. Un problema con l’oro è che è limitato, come altre materie prime e non è equamente distribuito nel mondo. L’oro, in altre parole, non è una panacea contro la geopolitica e i conflitti per le risorse. Le valute fiat sono, in linea di principio, infinite. Stampare sempre moneta a corso forzoso senza adattarsi a valori come materie prime, merci, forza lavoro o potenziale produttivo, implica che le prime potenze militari possano essere tentate di costringere le altre ad accettare, in linea di principio, una moneta senza valore fiat che potrebbero contraffare. Gli Stati Uniti, con la loro geopolitica militare e il costringere più volte altre nazioni, come l’Iraq, ad accettare il dollaro dei regolamenti internazionali o a subire una guerra, sostanzialmente producono denaro contraffatto per risolvere i propri bilanci; l’uso di eufemismi come quantitative easing per coprire la fallimentare politica della contraffazione, è un buon esempio dei problemi e rischi inerenti le valute fiat. Mentre le valute fiat non sono necessariamente migliori o peggiori dei sistemi basati sull’oro, il maggiore problema dell’utilizzo di valute fiat negli accordi economici tra le nazioni, è piuttosto il fatto che alcune banche nazionali sono di proprietà privata; cioè, i proprietari sono parte delle reti canaglia che hanno in ostaggio il governo di uno Stato. Lo stesso vale per le istituzioni di Bretton Woods, come FMI e Banca Mondiale. Altre economie nazionali funzionano bene con valute a corso forzoso, a condizione che la banca nazionale sia una realtà nazionale e che la moneta non sia creata come debito. L’attuale “corsa” all’oro, in altre parole, non è causato da vantaggi intrinseci e superiori delle economie basate sull’oro, ma piuttosto dalle dinamiche conflittuali dell’attuale politica internazionale.

L’illusione che un mercato sotto pressione possa mantenere liquidità
La relazione trimestrale realisticamente pessimista della Banca dei Regolamenti Internazionali, del settembre 2013, indicò il quantitative easing della Banca centrale europea e della Federal Reserve Bank degli Stati Uniti come uno dei principali fattori che potrebbero causare il collasso economico globale. Gli esperti concordano sul fatto che la Federal Reserve e la Banca centrale europea hanno perso il controllo sul diluvio di denaro e debito che creano. Il rapporto della BRI ha osservato, in tante parole, che è impossibile per Federal Reserve e BCE rimettere il dentifricio nel tubetto, mentre, all’epoca, il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, continuava a spremere il tubetto. L’ex-capo economista della BIS William White ha avvertito, in modo inequivocabile, che il mondo è diretto verso un inevitabile crollo economico globale. White ha osservato che la bolla del credito globale sta per scoppiare e che la percentuale dei prestiti di rischio estremo è balzata del 45 per cento a metà 2013. Cioè, l’interesse sui prestiti di rischio estremo è il dieci per cento in più dalla comparsa della crisi economica globale nel 2007. Parlando a The Telegraph, White ha aggiunto che la situazione nel 2013 era peggiore di prima del crollo di Lehmann Brothers. Il giornale citava White, “Tutti gli squilibri precedenti sono ancora lì. Il totale dei debiti pubblico e privato è del 30 per cento più elevato nel PIL delle economie avanzate di quanto non fosse allora, aggiungendovi il problema del tutto nuovo delle bolle nei mercati emergenti che intendono inserirsi nel ciclo del boom“. White prevede che il collasso economico possa essere improvviso, aggiungendo il problema che la politica finanziaria degli Stati Uniti è imprevedibile e che sia un’illusione credere che un mercato sotto stress possa mantenere liquidità. I problemi di liquidità degli Stati Uniti sono evidenti dal 2013, quando la Federal Reserve respinse i sindaci tedeschi venuti a controllare le riserve d’oro della Germania negli Stati Uniti. Nel 2013 la Germania, come molti altri, iniziò la copertura contro il crollo economico atteso tentando di rimpatriare la maggior parte delle proprie riserve auree. La banca federale e il governo tedeschi risposero al rifiuto chiedendo il rimpatrio dell’oro tedesco dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti risposero che potevano fornire l’oro a rate entro il 2020. Gli Stati Uniti da allora iniziarono a consegnare le rate, ma dissero alla Banca Federale Tedesca che dovevano fondere i lingotti prima della consegna. I lingotti d’oro che la Germania ha ricevuto, da allora, in altre parole non sarebbero identificabili dai numeri di serie. Il processo di ri-fonditura rimuove anche l’impronta digitale chimica con la quale l’oro potrebbe essere identificato come l’oro che la Germania aveva depositato negli Stati Uniti. In altre parole, potrebbe ricevere l’oro rubato alla Libia nel 2011.
Un articolo ironico, intitolato “L’oro della Germania e la Fed dei fessi” descrive la situazione utilizzando un’allegoria. Un motociclista investe il proprietario di una Ferrari, gli rompe le ossa e quindi gli ruba l’auto dicendogli: “guardi quanto è pericoloso il mondo, mi permetta di prendermi cura della sua bella Ferrari”. Quando il titolare si riprende e chiede di riavere l’auto viene cacciato. Dopo di che riceve il permesso di vedere il motore, senza numero di serie, quindi un volante, e alla fine riottiene i pezzi di ricambio che possono, o non possono, provenire dalla sua auto. Infine le altre parti dell’auto vengono consegnate in sette anni. Inutile dire che gli Stati Uniti comunque mancano di liquidità. Molti analisti notano che gli Stati Uniti hanno venduto la maggior parte dell’oro che avrebbero dovuto detenere per conto di altre nazioni. Il furto potrà essere coperto fin quando sarà possibile mantenere lo status quo del fallimentare sistema di Bretton Woods.

peoples_bank_of_china--621x414La Cina si prepara alla guerra economica
Il vicegovernatore della Banca Popolare cinese, Yi Gang, ha dichiarato all’inizio di quell’anno che la Cina può pienamente affrontare una guerra valutaria, se necessario. L’agenzia cinese Xinhua ha citato Yi Gang dire: “La Cina è pronta nelle politiche monetarie ed altri meccanismi, ad affrontare una possibile guerra valutaria, e la Cina terrà pienamente conto della politica dei quantitative easing condotta dalle banche centrali di certi Paesi“. La Cina da allora, prudentemente, ha iniziato a sbarazzarsi dei dollari USA utilizzandoli per acquisire beni di valore nelle economie occidentali, ampliando la portata delle sue importazioni di risorse strategiche, investendo in partnership per garantirsi le risorse e in partnership di produzione in Europa, Latina America, Africa, Asia e Medio Oriente, e tutto questo su una scala senza precedenti. Mentre Stati Uniti, Regno Unito ed Unione europea continuano la loro “quantitative easing”, una strategia per sfuggire al crollo incombente, in generale creando conflitti per perpetuare ancora un po’ il non-glorioso nuovo secolo americano.
Il piano di Stati Uniti/Regno Unito era impedire la costruzione del gasdotto Iran-Iraq-Siria con l’obiettivo di creare insicurezza sull’invio del gas iraniano all’Europa; un coinvolgimento profondo nella crisi in Ucraina, volta a generare insicurezza sulle fornitura di gas russo all’Europa; tentare di forzare l’Europa alla dipendenza degli Stati Uniti su gas e petrolio di scisto statunitensi mentre arginano Mosca; tutto ciò sono risposte illecite a problemi economici leciti. Risposte pericolose e intrinsecamente inadatte a una prevenzione efficace, o almeno attenuazione della crisi economica globale e alla fine del sistema monetario di Bretton Woods. Anche nel 2013, mentre gli esperti avvertivano che il collasso economico globale è inevitabile e mentre altri già notavano che USA/UK non potendo vincere la guerra alla Siria, già dal luglio 2012, puntavano al conflitto in Ucraina, gli Stati membri dei BRICS s’incontravano a margine del G20 a San Pietroburgo, in Russia, decidendo d’istituire la Banca di sviluppo BRICS come complemento a FMI e Banca mondiale. Nel luglio 2014, la Banca di sviluppo dei BRICS è stata fondata con 100 miliardi di dollari. Inoltre, il conflitto in Ucraina ha avvicinato Russia e Cina nella cooperazione economica, energetica, nonché nella sicurezza.

L’apertura della Cina: far gravitare le nuove economie verso l’oro
La Cina ha risposto alla plausibilità del crollo economico globale con la deregolamentazione relativamente rapida e completa su investimenti esteri e commercio. La Cina è, tuttavia, abbastanza prudente da assicurarsi il controllo dello Stato sull’economia nazionale e la moneta. L’apertura della Cina non è passata inosservata. Nel luglio 2014, l’assistente del Governatore del Gruppo operazioni sui mercati finanziari della Banca di Thailandia (BoT), Chantarvan Sucharitakul, ad esempio, ha tenuto un seminario per investitori e uomini d’affari thailandesi. Chantarvan ha incoraggiato gli investitori tailandesi dicendo che dovrebbero indagare sui vantaggi dell’uso dello yuan nei pagamenti quando trattano con la Cina. Chantarvan ha detto: “Attualmente l’uso dello yuan cinese in Thailandia non è molto diffuso in quanto solo l’1 per cento delle attività commerciali della Thailandia con la Cina avviene utilizzando il renminbi (RNB)… Tuttavia, questo tasso è in rapido aumento e pertanto gli investitori thailandesi dovrebbero imparare ad utilizzare il canale di trading supplementare perché importanza e popolarità dello yuan aumenteranno in futuro, anche se non è ampiamente accettato e completamente libero in questo momento“. Sviluppi analoghi si vedono in Malesia, Indonesia e molti altri Paesi asiatici. Questo sviluppo non avviene senza la rigida resistenza degli Stati Uniti. La Thailandia ha subito una grave crisi nel 2014, quando l’opposizione popolare al governo di Yingluck Shinavatra sfidava il governo sul rigetto dell’amnistia per il fratello Taksin Shinawatra, creando una situazione di stallo prolungato e infine l’intervento della maggioranza sostenuta dai militari in Thailandia. L’ex-premier Taksin Shinawatra, che ha ammesso che governava il Paese dall’estero tramite la sorella Yingluck, era fuggito dalla Thailandia dopo essere stato condannato per corruzione. Tali eventi sarebbero un tentativo fallito d’istigare la guerra civile in Thailandia, sostenuta dalle élite di Wall Street e Londra, e l’imposizione di sanzioni degli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti così come le lobby di Wall Street e la City of London, sono più smussati quando si tratta di nazioni come l’Australia. Probabilmente perché percepita come nazione popolata prevalentemente da caucasici, l’Australia subisce un approccio soft-power, mentre Stati Uniti/Regno Unito si ritengono più legittimati nel tentare di sovvertire la Thailandia con la violenza, segno del razzismo radicato osservabile nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Soft power o meno, la pressione degli Stati Uniti contro il tentativo dell’Australia di agire nel migliore interesse degli australiani impantana il governo australiano. Nell’ottobre 2014, la giornalista australiana Michelle Grattan riferiva che alti membri del governo australiano sono divisi sulla possibilità che l’Australia debba firmare la banca internazionale per finanziare lo sviluppo delle infrastrutture, che la Cina si appresta a lanciare nel novembre 2014. Grattan ha osservato che: “L’Australia è sotto pressione degli Stati Uniti, affinché non partecipi alla nuova banca. … Il piano cinese rientra nel grande contesto geopolitico internazionale della concorrenza cino-statunitense nella regione. Gli statunitensi, che vedono la banca come possibile via per aumentare l’influenza della Cina nei Paesi dell’Asia sud-est, fanno vive pressioni per tenersene fuori”. La Cina, dal canto suo, ha annunciato che avrebbe offerto fondi ai Paesi in via di sviluppo nella regione per progetti su energia, telecomunicazioni e trasporti. La Cina ha dichiarato che inizialmente finanzierà la banca di sviluppo regionale con 50 miliardi di dollari, non yuan o renminbi. I segnali sono chiari. La Cina è uno dei più grandi possessori di debito e dollari degli Stati Uniti. La Cina si sbarazza del dollaro sempre più velocemente, e fa il massimo per non ribaltare le economie basate sul dollaro già in difficoltà estrema. Ancora più importante, la Cina investe tali dollari nello sviluppo strategico dei partenariati regionali aiutando le economie delle nazioni più deboli come il Laos, aprendo i suoi mercati a investitori e commercianti di Thailandia, Malaysia, Australia, favorendo la cooperazione su energia e sicurezza con la Russia, utilizzando Hong Kong come base per la sua apertura economica. Del 2014 il conflitto sull’autodeterminazione politica di Hong Kong deve essere visto nella prospettiva della prudente, ma rapida, apertura economica della Cina ai capitali stranieri. Non sorprende che la National Endowment for Democracy, l’ala soft power del dipartimento di Stato degli Stati Uniti e della CIA, sostenga il movimento di Hong Kong “Occupy Central“.
La scena è pronta per una transizione, sia che si presenti sotto forma di crollo improvviso o meno. La spinta primaria di tale transizione, probabilmente, non è la debolezza intrinseca di Stati Uniti/Regno Unito e del sistema monetario ed economico basato sul debito dalle istituzioni di Bretton Woods, ma senza dubbio il fatto che i governi di Paesi come Venezuela, Mozambico, Laos, Myanmar ed altri percepiscano l’approccio soft power della Cina assai meno problematico e, soprattutto, assai meno letale e devastante del presunto “Nuovo secolo americano”. E’ come scegliere tra l’oro e le cannonate.

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Capisco perchè sia così grande da vedersi dallo spazio

Dr. Christof Lehmann è un consulente politico indipendente su conflitti e risoluzione dei conflitti, fondatore e direttore di Nsnbc, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Terrorismo e tumulti: il contenimento USA della Cina

Tony Cartalucci, Global Research, 3 ottobre 2014

china_sm96Con “Occupy Central” di Hong Kong completamente svelato quale movimento di protesta appoggiato dagli Stati Uniti, i lettori devono sapere che tale ultima agitazione non è che parte della grande campagna degli Stati Uniti per contenere e cooptare la nazione cinese. Già la guerra del Vietnam, con i cosiddetti “Pentagon Papers” del 1969, fu svelata essere semplicemente parte della grande strategia volta a controllare la Cina. Tre importanti citazioni da questi documenti rivelano tale strategia. Affermano che: “… La decisione a febbraio di bombardare il Vietnam del Nord e l’approvazione a luglio della Fase I dello schieramento hanno senso solo se a sostegno della politica di lungo periodo degli Stati Uniti per contenere la Cina” e inoltre: “La Cina, come la Germania nel 1917, come la Germania in occidente e il Giappone in oriente alla fine degli anni ’30, e come l’URSS nel 1947, si profila come grande potenza che minaccia di minare la nostra importanza e presenza nel mondo e, più tardi ma più minacciosamente, di organizzare tutta l’Asia contro di noi“. Infine, si delinea l’immenso teatro regionale in cui gli Stati Uniti erano impegnati contro la Cina, all’epoca, affermando: “Ci sono tre fronti nel tentativo di lungo periodo per contenere la Cina (rendendosi conto che l’URSS “contiene” la Cina a nord e nord-ovest): (a) il fronte Giappone-Corea; (b) il fronte India-Pakistan; e (c) il fronte sud-est asiatico“. Mentre gli Stati Uniti avrebbero in ultima analisi perso la guerra del Vietnam e ogni possibilità di utilizzare i vietnamiti come forza do ascari contro Pechino, la lunga guerra contro di essa continua altrove.
Tale strategia del contenimento venne aggiornata e dettagliata nel 2006 dal rapporto del Strategic Studies Institute “Filo di Perle: la sfida della nascente potenza della Cina nel litorale asiatico“, dove si delineano gli sforzi della Cina per garantirsi il petrolio dal Medio Oriente alle coste nel Mar Cinese Meridionale, così come i mezzi con cui gli Stati Uniti potevano mantenere l’egemonia sugli oceani Indiano e Pacifico. La premessa è che, se la politica estera occidentale non riesce a spingere la Cina a aderire al “sistema internazionale” di Wall Street e Londra da attore responsabile, una postura sempre più conflittuale deve essere adottata per contenere la nazione in ascesa. Questa guerra per procura si è manifestata nella cosiddetta “primavera araba”, dove gli interessi cinesi hanno subito danni in Paesi come la Libia devastata dalla sovversione e dall’intervento militare diretto degli Stati Uniti. Il Sudan è anche un campo di battaglia in cui l’occidente sfrutta il caos per respingere gli interessi cinesi dal continente africano. Ultimamente, i disordini politici nel Sudest asiatico, come in Thailandia, dove hanno spodestato il regime filo-USA del dittatore Thaksin Shinawatra, mentre il confinante Myanmar tenta di scongiurare la sedizione guidata dai fronti politici statunitensi e inglesi guidati da Aung San Suu Kyi. Nella stessa Cina, gli Stati Uniti brandiscono il terrorismo per destabilizzare e dividere la società cinese nel tentativo di rendere ingovernabile il vasto territorio della Cina. Nella provincia occidentale del Xianjiang, gli Stati Uniti appoggiano pienamente le violenze separatiste. Infatti, i primi a sostenere i separatisti uiguri dello Xinjiang sono gli Stati Uniti attraverso il Fondo Nazionale per la Democrazia (NED) del dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Per la Cina, la regione occidentale Xinjiang/Turkestan Orientale, ha una propria pagina web sul sito del NED, riguardante i vari fronti finanziati dagli Stati Uniti, tra cui:
International Uyghur Human Rights and Democracy Foundation, 187918 dollari
Per far avanzare i diritti umani delle donne e dei bambini di etnia uigura. La Fondazione manterrà un sito in inglese e uiguro, per sostenere i diritti umani delle donne e dei bambini uiguri.
International Uyghur PEN Club, 45000 dollari dollari
Per promuovere la libertà di espressione degli uiguri. L’International Uyghur PEN Club avrà un sito web per informazioni su testi vietati e opere e stato di poeti, storici, giornalisti e altri perseguitati. PEN uigura condurrà anche campagne di sensibilizzazione internazionale per conto degli scrittori imprigionati.
Uyghur American Association, 280000 dollari
Per aumentare la consapevolezza sui diritti umani uiguri. l’Uyghur Human Rights Project dell’UAS ricerca, documenta e porta all’attenzione internazionale informazioni indipendenti e accurate sulle violazioni dei diritti umani che colpiscono le popolazioni turche della regione autonoma uigura dello Xinjiang.
World Uyghur Congress, 185000 dollari
Per migliorare la capacità dei gruppi e capi uiguri filodemocratici per implementare efficaci campagne su diritti umani e democrazia. Il World Uyghur Congress organizzerà una conferenza dei gruppi e capi uiguri pro-democrazia sulle questioni interetniche svolgendo un lavoro di sostengo ai diritti umani uiguri.
Va notato che l’elenco proviene dal sito del NED del marzo 2014, da allora, il NED ha cancellato dalla lista diverse organizzazioni, come fece in precedenza per altre nazioni, prima di più intense campagne di destabilizzazione in cui voleva occultare il proprio ruolo. Tali organizzazioni finanziate dal NED sostengono apertamente il separatismo dalla Cina, non riconoscendo l’autorità della Cina sulla regione, riferendosi ad essa invece come “occupazione cinese”. Sull’attacco terroristico del marzo 2014 a Kunming, il Congresso mondiale uiguro finanziato dagli USA ha tentato di giustificarlo sostenendo che le autorità cinesi non hanno lasciato ai separatisti altra scelta. Il report di “Radio Free Asia” del dipartimento di Stato USA, intitolato “Le violenze alla stazione ferroviaria di Kunming in Cina lasciano 33 morti”, afferma: “Il portavoce del Congresso mondiale uiguro Dilxat Raxit ha detto che non vi era “alcuna giustificazione per gli attacchi ai civili, ma ha aggiunto che le politiche discriminatorie e repressive provocano “misure estreme” in risposta”. Dalle guerre per procura negli anni ’60 nel Sud-Est asiatico, alla “primavera araba” fabbricata dagli Stati Uniti nel 2011, al terrorismo nello Xinjiang e alle turbolenze a Hong Kong oggi, ciò che avviene non è una battaglia per la “democrazia” o la “libertà di espressione”, ma la vitale battaglia per la sovranità della Cina. Qualsiasi problema il popolo cinese abbia con il proprio governo, è un problema interno e solo esso può risolverlo a suo modo. Usando la promozione della “democrazia” come copertura, gli Stati Uniti continueranno i loro tentativi d’infettare la Cina con istituzioni e politiche appoggiate dagli USA per sovvertire, cooptare o rovesciare l’ordine politico a Pechino, e imporvi sulle ceneri un ordine neo-coloniale diretto esclusivamente dagli interessi di Wall Street e Washington, e non da quelli del popolo cinese.
Hong Kong era già occupata, dalla Gran Bretagna dal 1841 al 1997. Nella folla di “Occupy Central“, molti hanno buone intenzioni, ma la leadership è in combutta con gli interessi stranieri che cercano di sovvertire, dividere e distruggere il popolo cinese, non diversamente da ciò che la Cina subì per mano delle potenze europee nel 1800 e nei primi anni del 1900.

I capi di OccupyCentral con la senatrice statunitense Nancy Pelosi, già referente USA di Gianfranco Fini.

I capi di OccupyCentral con la senatrice statunitense Nancy Pelosi, già referente USA di Gianfranco Fini.

Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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