Il caso dell’oro mancante della Cina

Tyler Durden Zerohedge 20/07/2015827echina-gold-deng-xiaoping-bust-3Dopo la rivelazione ufficiale della Cina secondo cui, per la prima volta dall’aprile 2009, ha aumentato le riserve auree “solo” di 600 tonnellate, presumibilmente in un mese, cosa impossibile che conferma come anche la PBOC non solo trucchi i suoi libri, ma sia disposta a confermare ciò, molti si chiedono cosa realmente accade dietro le quinte della banca centrale, che secondo anche stime prudenti di Bloomberg, ha visto il suo oro triplicarsi ad oltre 3510 tonnellate. Forse la risposta è molto semplice: mentre molti ritengono che l’unica ragione per cui la Cina ha rivelato (parte delle) sue ultime riserve auree, rafforza ulteriormente la richiesta per l’ammissione al Diritto speciale di prelievo presso la FMI, la vera ragione per cui la PBOC può aver dichiarato al mondo che ha molto più oro sia semplicemente per sostenere il proprio mercato. Impossibile? Ricordiamo una citazione poco nota della Reuters del 3 luglio, proprio mentre le scorte cinesi precipitavano del 7% su base giornaliera, con indici dei futures fermi al limite minimo e la metà delle borse cinesi sospese: “Lo Shanghai Composite Index è crollato di oltre il 7,1 per cento all’avvio. La sessione mattutina si è conclusa con un calo del 3,3 per cento, a 3785,6 punti, verso una perdita settimanale di quasi il 10 per cento. “E’ un disastro borsistico. Se non lo è, cos’è?” ha detto Fu Xuejun, stratega della Huarong Securities Co. “Il governo deve salvare il mercato, non con parole vuote ma con veri argento e oro” disse, dicendo che la caduta in piena regola del mercato metteva in pericolo il sistema bancario, colpendo i consumi ed innescando l’instabilità sociale”. Forse tutto ciò che la PBOC ha fatto è seguire il consiglio di Fu e tirare delicatamente il sipario sul fatto che la sua vera partecipazione non ha altro motivo che ripristinare la fiducia nel bilancio e quindi stabilizzare il mercato. Per inciso, questo è esattamente ciò che dicemmo quando la PBOC stupì i media. Ricordiamo che la spiegazione ufficiale della SAFE della Cina fu una rivelazione inattesa: “L’oro come bene speciale, dai diversi attributi finanziari e vantaggi, insieme ad altre attività. aiuta a regolare e ottimizzare le caratteristiche di rischio del rendimento complessivo del portafoglio delle riserve internazionali. A lungo termine e da una prospettiva strategica, se necessario, regola dinamicamente le riserve internazionali di portafoglio, sicurezza, liquidità ed incremento del valore delle attività di riserva internazionale”. Come osservammo “la Cina ha dovuto attendere che il suo mercato azionario si arrestasse per presentare il “bazooka” della stabilità sistemica: l’oro. Perché rivelando l’aumento delle proprie riserve auree, la PBOC spera di fornire finalmente quel legame mancante che aumenterà la fiducia degli investitori, convincendoli ad acquistare nuovi titoli“. E ora che il sigillo è stato finalmente rotto dopo tanti anni, e dato che l’aggiornamento di oggi indica che le cifre sull’oro cinese sono chiaramente dettate da uno scopo politico specifico, rafforzare la fiducia, attendiamo che la PBOC inizi a diffondere ogni mese i dati sull’aumento dell’oro in suo possesso (soprattutto nei mesi in cui blocca il mercato) avvicinandoci sempre più alle vere riserve auree della Cina. Forse è un semplice caso che la PBOC riveli di possedere più oro di quanto previsto, solo per conservare un po’ di fiducia dopo aver intrapreso una serie inaudita di “tuffi di protezione”, pochi dei quali riusciti (almeno fino a quando le minacce di chiusura definitiva dei venditori sono emerse). Poi un’altra possibile spiegazione è offerta da Ambrose Evans-Pritchard del Telegraph, citando l’analista della Sharps Pixley, Ross Norman, secondo cui “il livello di riserve auree annunciato dalla Cina sottostima in maniera massiccia i dati reali del Paese. “Pensiamo che abbia almeno il doppio, forse anche 4000 tonnellate”, ha detto. Secondo la Sharps Pixley un “cambiamento sismico” è in corso sul mercato dell’oro mentre il potere economico si sposta ad est aumentando i prezzi dell’oro nel frattempo”. “Una divisione dell’Esercito di liberazione popolare ha miniere d’oro da cui trasferisce il metallo al Ministero delle Finanze cinese, agendo da circuito commerciale normale. Il governo acquista l’oro direttamente dai produttori cinesi. Si tratta di una transazione interna e non è quindi necessariamente registrata nelle riserve estere della Cina”. Poi AEP prosegue citando David Marsh, del forum monetario OMFIF, secondo cui “la Cina rischierebbe d’inquietare il mercato dell’oro mondiale se rivelasse riserve per 2000 o 3000 tonnellate. Questo potrebbe essere interpretato come mossa ostile nei confronti del dollaro in un “momento delicato“.” E da un punto di vista puramente logico, sarebbe molto più ragionevole per la PBOC rivelare solo una frazione delle sue riserve auree, sia per stabilizzare il mercato azionario che per aumentare le possibilità di ammissione alla DSP, piuttosto che svelare l’intera cassaforte, soprattutto se ne vuole comprare altro: non ci vuole un genio per capire che si possono acquistare più beni e più economicamente se non si svela di aver accumulato enormi quantità di un determinato bene. Così la prossima domanda è se la Cina ha effettivamente più oro di quanto viene detto e se la PBOC semplicemente esponga le sue partecipazioni un mese alla volta, per qualsiasi motivo (soprattutto perché sappiamo che la PBOC non ha acquistato più di 600 tonnellate a giugno), allora dov’è questo oro “nascosto”, o meglio, dove va tutto l’oro della Cina, le migliaia di tonnellate sia delle miniere nazionali che importate negli ultimi cinque anni? Una risposta è data da Louis Cammarasno nel seguente post sul blog Smaulgld:

“Il caso dell’oro mancante cinese”
• La Banca Popolare di Cina aggiorna le sue riserve auree
• Le riserve auree cinesi aumentano di 604 tonnellate passando da 1054 tonnellate nel 2009 a 1658
• Molti osservatori si chiedono: ‘Tutto qui’?
• Dal 2009 la Cina ha estratto più di 2000 tonnellate d’oro e importato oltre 3300 tonnellate d’oro attraverso Hong Kong*.
• Dov’è finito?

Il caso dell’oro mancante della Cina
Il 17 luglio 2015 la Banca popolare di Cina (PBOC) ha aggiornato le riserve auree per la prima volta dal 2009. La PBOC ha riferito dell’aggiunta di 604 tonnellate d’oro alle riserve per un totale che passa da 1054 a 1658 tonnellate. L’annuncio è stato ampiamente anticipato dalla PBOC come pre-requisito alla domanda della Cina per aderire ai Diritti Speciali di Prelievo (“DSP”) del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Le riserve auree annunciate dalla Cina sono una quantità rispettabile ma di gran lunga inferiore a ciò che molti osservatori credono possieda. 1658 tonnellate d’oro sono sufficienti per il Fondo monetario internazionale? Avere maggiori riserve auree non serve per aderire ai DSP. L’Inghilterra è nei DSP ed ha poco più di 310 tonnellate d’oro. Abbiamo sostenuto che l’obiettivo primario della Cina non è l’accettazione dei DSP, ma piuttosto creare una struttura internazionale finanziaria parallela che rivaleggi con il FMI. Pensiamo che la Cina detenga parte del suo oro nella PBOC quale riserva, e il resto sia tenuto altrove in Cina. Le riserve auree aggiornate della PBOC sono cinque volte quelle inglesi e certamente sufficienti a dimostrare il peso finanziario richiesto per l’ammissione ai DSP. La PBOC non deve riportare migliaia di tonnellate d’oro per entrarvi, e non deve eclissare il principale partner commerciale, a questo punto, gli Stati Uniti (che dichiarano riserve auree per 8135 tonnellate).world-gold-reserves-july-2015-top-20Il recente aggiornamento della Cina delle proprie riserve auree la mettono al quinto posto tra le nazioni in possesso d’oro.

Come la Cina ha segnalato l’aggiornamento delle sue riserve auree
Inoltre le oltre 600 tonnellate d’oro delle riserva della PBOC sono presentate quale singola voce, nel giugno 2015! A differenza della Russia che riporta gli aumenti nelle sue riserve auree mensilmente (come noi cataloghiamo qui), la PBOC ha scelto d’includere l’intero aumento delle sue riserve auree dal 2009 in un solo mese.PBOC-gold-reserves-july-2105-amendedLa Banca Popolare Cinese presumibilmente ha aggiunto 1943 milioni di once di oro (circa 600 tonnellate) alle sue riserve a giugno.

Quanto oro c’è in Cina?
L’importo supplementare di oro che la PBOC ha riferito non sembra quadrare con i rapporti disponibili su produzione e importazione di oro cinese.

Produzione mineraria cinese
La Cina è ora la prima nazione del mondo per miniere d’oro e non l’esporta praticamente mai.chinese-gold-mining-production-2000-2014-for-postLa Cina ha prodotto più di 2000 tonnellate d’oro dal 2009.

Riserve minerarie cinesi
Ce n’è molto di più laddove proviene! Il 25 giugno 2015, Zhang Bignan Presidente e Segretario Generale della China Gold Association presentò questa diapositiva al forum del London Bullion Market indicando che la Cina ha riserve minerarie di oro per circa 9800 tonnellate.Chinese-gold-mining-reserves-2015Secondo il Presidente e Segretario Generale della China Gold Association, la Cina ha più di 9800 tonnellate di oro nelle riserve minerarie.

Le importazioni di oro cinesi
La Cina ha anche di molto intensificato la importazioni di oro dal 2009. Dal 2010 al maggio 2015 le importazioni cinesi d’oro nette attraverso Hong Kong furono di oltre 3300 tonnellate.annual-chinese-gold-net-imports-july-2015Le importazioni di oro cinesi attraverso Hong Kong ammontano ad oltre 3300 tonnellate dal 2009.
* La Cina importa anche una quantità ignota, ma grande, di oro attraverso Shanghai.

Il commercio di oro cinese sul Shanghai Gold Exchange
Oltre a produzione e importazione di oro la Cina gestisce anche il Shanghai Gold Exchange (SGE) un importante hub commerciale di oro fisico. I prelievi di oro fisico dal SGE fino ad oggi, 2015, vanno oltre le 1200 tonnellate e oltre le 9000 tonnellate da gennaio 2009.shanghai-gold-exchange-week-ended-july-10-2015I prelievi di oro fisico dal Shanghai Gold Exchange vanno oltre le 1200 tonnellate dall’inizio del 2015.

Chi possiede l’oro cinese?
Se la produzione mineraria e le importazioni attraverso Hong Kong e Shanghai di oro cinese non finiscono alla PBOC, dove vanno?

Il popolo cinese
Una buona parte dell’oro cinese è in mano ai cittadini. La famosa follia “Da Ma” o le casalinghe cinesi che comprano ad ogni tuffo dei prezzi, presumibilmente detengono buona parte dell’oro della nazione. Alcuni stimano che i cittadini cinesi detengano migliaia di tonnellate d’oro. Una stima afferma che ne detengano 6000 tonnellate.

Banche pubbliche cinesi
Forse altro oro della nazione cinese si trova nelle altre banche statali, non necessariamente nella PBOC, come Agricultural Bank of China, Bank of China, China Construction Bank, China Development Bank e Industrial and Commercial Bank of China tutte situate, come la PBOC, a Beijing.

Il Fondo sovrano cinese
La China Investment Corporation (CIC) sempre a Bejiing, è un fondo sovrano responsabile della gestione di parte delle riserve in valuta estera della Repubblica Popolare cinese. La CIC ha 746,7 miliardi dollari di asset e riferisce al Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese.

Contabilità fuori bilancio?
La CIC ha 225,321 miliardi di beni finanziari e circa 3,130 miliardi di dollari in “altre attività” in bilancio. È possibile che alcuni di questi “attivi” siano in oro. La CIC ha tre filiali: CIC International (responsabile di azioni ed investimenti obbligazionari internazionali), CIC Capital (investimenti diretti) e Central Huijin (partecipazioni in istituzioni finanziarie ed imprese di proprietà statale cinesi).
Central Huijin detiene partecipazioni rilevanti in: Agricultural Bank of China (40,28%), Bank of China (65,52%), China Construction Bank (57,26%), China Development Bank (47,63%) e Industrial and Commercial Bank of China (35,12%). Per un Remnimbi sostenuto dall’oro 1658 tonnellate di riserve auree sono insufficienti, ma per l’ammissione ai DSP sono perfette. Se infatti la Cina detiene oro tramite la CIC e/o qualsiasi banche statale, la PBOC potrebbe inserire l’oro nel proprio bilancio per dimostrare, rapidamente e facilmente in un solo mese, più riserve auree con una singola voce.central_bank_chinaTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mackinder rinasce, l’Ungheria entra nella Via della Seta

F. William Engdahl New Esatern Outlook 09.07.2015134303288_14336634805761nIl campo di forza magnetica che spinge sempre più Paesi dell’UE a collaborare con il colosso economico eurasiatico emergente, cresce di giorno in giorno mentre le economie dell’UE sprofondano nei debiti, depressione e stagnazione economica. L’ultimo intrigante sviluppo è l’accordo formale del governo ungherese per aderire alla Cintura economica della nuova Via della Seta della Cina, una rete ferroviaria ad alta velocità lungo la storica Via della Seta medievale dall’Eurasia all’Europa. Il 9 giugno durante un incontro con il presidente ungherese Viktor Orban, il ministro degli Esteri della Cina Wang Yi ha formalmente firmato un memorandum d’intesa per definire i dettagli dell’adesione dell’Ungheria alla Cintura economica della Via della Seta della Cina. Ora è molto chiaro che il progetto sia una ben pianificata strategia geopolitica ed economica della Cina per aggirare l’accerchiamento navale e l’infame “Pivot in Asia” del presidente Obama, consolidando le vie terrestri in Eurasia e creando il più grande mercato integrato del mondo. L’Ungheria del Presidente Orban, presente nell’elenco dei “cattivi” di Washington e Bruxelles per le sue iniziative economiche indipendenti e aperture a Russia e ora Cina, è diventato il primo Paese dell’UE a raggiungere la Via della Seta della Cina. Al recente Forum economico internazionale di San Pietroburgo, la Russia ha formalmente accettato di unire la Via della Seta e la relativa pianificazione ferroviaria all’Unione economica eurasiatica costituita da Russia, Bielorussia, Kazakistan, Armenia e ultimamente Kirghizistan. In un viaggio in Germania, Francia, Belgio e Olanda nell’aprile 2014, il presidente cinese Xi Jinping, architetto del programma della Via della Seta, esortava la cooperazione Cina-UE nella pianificazione dei collegamenti tra la rotte eurasiatiche della Via della Seta e Paesi dell’UE. Nel dicembre 2014, quando Li Keqiang visitò il vertice dei leader Cina-Europa Centro-orientale (CEE) in Serbia, nel dicembre 2014, evidenziò il ruolo che l’Europa deve giocare nella Cintura e Via, e il ruolo che può svolgere la Cina portando la Via della Seta in Europa, non solo in Ungheria. Il piano di azione ufficiale per la Cintura e Via, emesso dalle agenzie governative cinesi nel marzo 2015, descrive la Via della Seta quale “nuovo ponte terrestre eurasiatico … volto a riunire Cina, Asia centrale, Russia ed Europa”. Ciò significa che Cintura e Via, per definizione della Cina, sarà incompleta senza la partecipazione dei Paesi europei; e quelli dell’Europa centrale e orientale in particolare hanno un ruolo speciale.

Strategia geopolitica a lungo termine
Dopo la seconda guerra mondiale e la sconfitta del terzo Reich di Hitler, la geopolitica divenne una parola tabù essendo legata per molti ad Haushofer e al “Lebensraum” dei nazisti. La Geopolitica, tuttavia, è molto più di ciò, è lo studio dell’integrazione politica, economia e geografia. Il padre della geopolitica inglese Sir Halford Mackinder, per primo presentò il concetto di tale rapporto, in una conferenza per la Royal Geographic Society nel 1904 a Londra, “Il perno geografico della storia”. Oggi è uno dei volumi più preziosi e utili nella mia biblioteca. Era un brillante tentativo di guardare il mondo nella totalità, che Mackinder chiamò “naturale sede del potere”. Per lui la Russia era una gigantesca minaccia al futuro dell’impero inglese dominante, per la sua vastità geografica, quale maggiore potenza del mondo dalle vaste steppe, enormi risorse naturali e popolazione. Scrisse, “il posizionamento dell’equilibrio di forze a favore dello Stato-perno (Russia), conseguente all’espansione su terre marginali dell’Euro-Asia, permetterà l’uso di vaste risorse continentali per costruire una flotta, e l’impero del mondo sarebbe quindi in vista. Questo potrebbe accadere se la Germania si alleasse alla Russia”. Impedendo la coesione russo-tedesca con le macchinazioni diplomatiche inglesi nella guerra russo-giapponese del 1905, plasmando l’accerchiamento militare del Reich tedesco con la triplice intesa tra Gran Bretagna, Francia e Russia che spinse Londra ad avviare la prima guerra mondiale contro una Germania circondata, utilizzandone l’alleato naturale, la Russia, in tale sporco piano segreto. In particolare, George Friedman, fondatore della consulenza d’intelligence del Pentagono del Texas e seguace negli USA di Mackinder, ha detto recentemente in un discorso al Consiglio per gli affari esteri di Chicago, “l’interesse primordiale degli Stati Uniti per cui per secoli ha combattuto guerre, prima e seconda mondiale e fredda, fu il rapporto tra Germania e Russia perché unite sono l’unica forza che ci potevano minacciare”. Tradotto nel contesto del XXI secolo, ciò descrive precisamente le conseguenze delle dilettantesche provocazioni militari, politiche e finanziari di Washington contro Russia e Cina, e cui il “Pivot in Asia” di Obama è un misero tentativo di attualizzare Mackinder. La Geopolitica, correttamente intesa, forma la montante risposta russa e cinese a tali provocazioni mortali. Mackinder scrisse con chiarezza nel suo saggio del 1904, “vero che la ferrovia Trans-siberiana è ancora una linea di comunicazione unica e precaria, ma il secolo non sarà vecchio prima che tutta l’Asia sia coperta di ferrovie. Gli spazi nell’Impero russo e Mongolia (leggere la Cina di oggi) sono così vasti e le loro potenzialità in popolazione, grano, cotone, carburante e metalli così incalcolabilmente grandi, che inevitabilmente un vasto mondo economico, più o meno separato, si svilupperà inaccessibile al commercio oceanico”. Voleva dire inaccessibile al controllo degli oceani della Royal Navy. Invece la diplomazia segreta inglese, due guerre mondiali e quasi cinque decenni di guerra fredda della NATO hanno ritardato la fusione naturale delle economie di tutta l’Eurasia via rotaie. Le idee di Mackinder hanno formato la geopolitica mondiale anglosassone finché le politiche finanziarie inglese ne causarono la sconfitta in due guerre mondiali a vantaggio dell’emergente seconda potenza terrestre, il Nord America. Mackinder contribuì con il suo ultimo saggio del 1943 sul giornale di politica estera del pensatoio di New York, Consiglio per gli affari esteri. Modellò l’ideologia della strategia militare del dopoguerra degli Stati Uniti da Henry Kissinger a Zbigniew Brzezinski a Stratfor di George Friedman. Tuttavia, l’alto comando cinese così come quello russo hanno studiato accuratamente Mackinder. Così la Via della Seta odierna integra per la prima volta nella storia le vaste risorse non sfruttate dell’Eurasia. Questo è ciò che avviene sotto i nostri occhi e crea allarme a Washington, Londra e Bruxelles.

L'”incubo” di Mackinder diventa realtà
La firma ungherese per la Via della Seta non è un’iniziativa spontanea cinese, ma rientra nella decennale strategia per la costruzione di “hub” o punti d’ingresso economici nel grande mercato dell’UE, iniziata ben prima della decisione di Obama di creare una nuova guerra fredda con la crisi in Ucraina e le sanzioni alla Russia. Ciò rende gli attuali sviluppi geopoliticamente ancor più significativi per il futuro dell’UE. Le imprese cinesi hanno investito oltre 5 miliardi di dollari nei Paesi CEE su energia, infrastrutture e macchinari. La Cina ha stipulato un contratto per costruire una ferrovia ad alta velocità collegante Ungheria e Serbia e per la costruzione di due reattori nucleari per una centrale rumena. Gli investimenti cinesi in Europa sono raddoppiati tra 2013 e 2014 a 18 miliardi di dollari. Già nel 2011, l’allora primo ministro cinese Wen Jaibao fece un viaggio in Ungheria per incontrare il Presidente Viktor Orban e firmare accordi commerciali da miliardi di dollari, indicando che la Cina sceglieva l’Ungheria come partner economico e commerciale privilegiato nell’UE. Orban fu invitato in Cina già nel 2010 e l’Ungheria permise alle imprese cinesi d’investire nel Paese. Uno delle più grandi è la società di telecomunicazioni cinese Huawei che ha costruito un impianto di produzione, il secondo maggiore centro di distribuzione di smartphone della società nel mondo. Intrigante, data l’attuale crisi greca dell’UE, la Cina possiede una proprietà strategica del Paese, il Pireo, maggiore porto commerciale in Grecia, proprietà gestita dalla società cinese China Ocean Shipping Co.; porto usato dalla Cina per raggiungere i mercati mitteleuropei e del Mar Nero. Dato che Pechino e Mosca sanno di affrontare lo stesso “avversario geopolitico” come Vladimir Putin ha chiarito, cioè la superpotenza in declino degli USA, l’invito all’Ungheria, Paese dell’UE, di aderire alla Via della Seta insieme a Russia e Unione economica eurasiatica, è un brillante ulteriore sviluppo nella creazione del mondo multipolare per sostituire la dittatura dell’unica malintesa superpotenza NATO-Washington. Il banchetto preparato con irresistibili piatti cinesi davanti l’UE che economicamente lotta per “andare a Est e non a ovest”, riformula la famosa frase del pubblicista statunitense Horace Greely del 1865 sui fini della guerra civile americana. L’era del secolo americano così trionfalmente proclamato da Henry Luce nel suo famoso editoriale del 1941 sulla rivista Life, sembra che non supererà il settantacinquesimo compleanno, l’anno prossimo. Vista da Budapest e sempre più da Berlino, Parigi e Roma, l’Eurasia emergente ad est con potenzialità commerciali da trilioni di dollari, innescati dallo sviluppo delle infrastrutture ferroviarie più grandi del mondo, diventa il magnete per salvare l’UE dalla propria arroganza e stoltezza nella creazione di euro e Banca centrale europea apolide. L’Ungheria l’ha capito e probabilmente tra non molto i circoli industriali tedeschi trascineranno Berlino in quella costellazione, anche se scalciasse e urlasse. Il mondo è semplicemente stanco di queste guerre infinite per niente.tsipras_chinese_frigate001_16x9F. William Engdahl è docente e consulente di rischio strategico, laureato in scienze politiche presso l’Università di Princeton, autore di best-seller su petrolio e geopolitica, esclusivamente per la rivista online “New Esatern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché è fallito il grande gioco di Washington

Alfred McCoy Tom Dispatch 7 giugno 2015788189-PutinXiJinpingAFP-1415544001-513-640x480Avrebbe potuto essere la più influente singola frase di quel periodo: “In queste circostanze è chiaro che l’elemento principale di qualsiasi politica a lungo termine degli Stati Uniti verso l’Unione Sovietica deve essere un paziente ma fermo e vigile contenimento dell’espansionismo russo”. Originato dal telegramma di 8000 parole, sì in quei giorni abbastanza incredibilmente non c’erano email, internet, chat, facebook, inviato a Washington nel febbraio 1946 da George F. Kennan, incaricato d’affari degli Stati Uniti a Mosca, in un momento in cui la guerra fredda fra Stati Uniti e Unione Sovietica accelerava. L’anno successivo, una versione rielaborata del “Lungo telegramma” di Kennan, con quella frase, fu pubblicata come “Le fonti della condotta sovietica” sulla prestigiosa rivista Foreign Affairs sotto lo pseudonimo di “Mr. X”(anche se era risaputo a Washington chi l’avesse scritto). Da quel momento, il “contenimento” di ciò che fino alla crisi sino-sovietica veniva chiamato blocco sovietico, fu la firma della politica estera e militare di Washington. L’idea era circondare Unione Sovietica e Cina militarmente, economicamente e diplomaticamente, assieme alla fascia di Stati comunisti da Ungheria e Cecoslovacchia in Europa orientale alla Corea democratica sul Pacifico e dalla Siberia alle SSR dell’Asia centrale dell’Unione Sovietica. In altre parole, la maggior parte del territorio euroasiatico. E poi fin quando il muro di Berlino nel 1989 crollò e l’Unione Sovietica scomparve dalla faccia della Terra, nel 1991. Assieme all’ex mondo comunista, la politica del contenimento finì nella pattumiera della storia, o no? Stranamente, come sottolinea oggi lo storico e autore di TomDispatch Alfred McCoy, se si guardano le basi militari di Washington (che, se non altro, si sono ampliate nell’epoca post-sovietica), ai suoi conflitti e al centro della sua politica estera, i tentativi statunitensi di “contenere” le roccaforti dell’Eurasia, in particolare Russia e Cina, non sono mai cessati. Dopo il passaggio di quasi un quarto di secolo dalla Guerra Fredda, la mappa di quei presidi, e dei conflitti che li seguono, sembra ancora stranamente familiare. Ed ecco una cosa ancora più strana, come McCoy chiarisce: gli Stati Uniti non sono la prima potenza imperiale a sforzarsi di “contenere” l’Eurasia. Nel 1945, quando la seconda guerra mondiale si concluse con la Gran Bretagna e il suo impero in via di esaurimento, gli Stati Uniti ereditarono l’anonima politica del “contenimento” inglese prima che Kennan pensasse di usarne il termine. E’ strano rendersi conto che il “contenimento”, come politica imperiale, ha una storia che, in un certo senso, ha più di due secoli. E’ abbastanza strano, infatti, che McCoy rivolga l’attenzione al tema contribuendo a dare un senso al tagliente rapporto USA-Cina per il resto di questo secolo. Tom

La geopolitica del declino globale degli USA
Washington contro Cina nel XXI secolo
Alfred W. McCoy
987-MackinderBriesemeisterInfatti, anche per il più grande degli imperi, la geografia è spesso destino. Non lo si saprebbe a Washington, però. Le élite della sicurezza politica nazionale e della politica estera statunitensi continuano ad ignorare le basi della geopolitica che hanno plasmato il destino degli imperi mondiali negli ultimi 500 anni. Di conseguenza, hanno perso il senso dei rapidi cambiamenti globali in Eurasia che sono in procinto di minare la grande strategia per il dominio mondiale che Washington ha perseguito in questi ultimi sette anni. Uno sguardo a ciò che accade nella “saggezza” di Washington in questi giorni, rivela una visione del mondo stordita dall’insularità. Si prenda ad esempio il politologo di Harvard Joseph Nye, Jr., noto per il suo concetto di “soft power”. Offrendo una semplice lista di modi in cui crede che il potere militare, economico e culturale degli USA rimanga unico e superiore, ha recentemente sostenuto che non vi sia alcuna forza, interna o globale, in grado di eclissare in futuro gli USA quale potenza più importante del mondo. Per chi punta sull’impennata economica di Pechino proclamando il “secolo cinese”, Nye elenca aspetti negativi: il reddito pro capite della Cina, “ci vorranno decenni per recuperare il ritardo (se mai)” con gli USA; è miope, “focalizzata su politiche principalmente regionali” e “non sviluppa alcuna funzionalità significativa come forza di proiezione globale”. Soprattutto Nye sostiene che la Cina soffre di “svantaggi geopolitici nell’equilibrio di potere asiatico, rispetto agli USA”. Oppure mettiamola così (e in questo Nye è tipico di come si pensa il mondo a Washington): con più alleati, navi, caccia, missili, denaro, brevetti e film di successo rispetto a qualsiasi altra potenza, Washington vince a mani basse. Se il professor Nye dipinge la potenza dai numeri, l’ultimo tomo dell’ex-segretario di Stato Henry Kissinger, modestamente intitolato Ordine mondiale, salutato sulle riviste come niente di meno che una rivelazione, adotta una prospettiva nietzscheana. L’intramontabile Kissinger ritrae la politica globale come plastica così assai plasmabile per i grandi leader dalla volontà di potenza. Con questa misura, secondo la tradizione di maestri diplomatici europei come Charles de Talleyrand e il principe Metternich, il presidente Theodore Roosevelt era un visionario coraggioso che lanciò “il ruolo americano nella gestione dell’equilibrio Asia-Pacifico”. D’altra parte, il sogno idealistico di Woodrow Wilson dell’autodeterminazione nazionale lo rendeva geopoliticamente inetto e Franklin Roosevelt era cieco verso l’inflessibile “strategia globale” del dittatore sovietico Josif Stalin. Harry Truman, al contrario, superò l’ambivalenza nazionale impegnando “gli USA nella formazione di un nuovo ordine internazionale”, una politica saggiamente seguita dai successivi 12 presidenti. Tra i più “coraggiosi”, Kissinger insiste, vi era il leader per “coraggio, dignità e convinzione”, George W. Bush, la cui risolutezza nel “trasformare l’Iraq tra gli Stati più repressivi del Medio Oriente a democrazia multipartitica” sarebbe riuscita se non fosse stato per la “sovversione spietata” della sua opera da parte di Siria e Iran. In tale prospettiva, la geopolitica non ha luogo; solo la coraggiosa visione di “statisti” e re conta davvero. E forse questa è una prospettiva confortante per Washington, in un momento in cui l’egemonia statunitense va visibilmente sgretolandosi tra i sommovimenti tettonici del potere globale. Con i sacri veggenti di Washington sorprendentemente ottusi sul tema del potere geopolitico, forse è il momento di tornare alle origini. Ciò significa ritornare al testo fondante della moderna geopolitica, che rimane una guida indispensabile anche se pubblicata su una oscura rivista geografia inglese oltre un secolo fa.

eGruposDMime.cgiSir Halford inventa la Geopolitica
In una fredda serata di Londra del gennaio 1904, Sir Halford Mackinder, direttore della London School of Economics, mise in “trance” il pubblico al Royal Geographical Society, nel Savile Row, con un documento audacemente intitolato “Il Perno geografico della storia“. Da questa presentazione si evince, secondo il presidente della società, “una splendida descrizione… raramente eguagliata in questa stanza“. Mackinder sostenne che il futuro del potere globale non risiede, come la maggior parte degli inglesi immaginava, nel controllo delle rotte marittime globali, ma nel controllo della vasta massa di terra chiamata “Euro-Asia”. Volgendo l’epicentro del pianeta dall’America al centro dell’Asia, quindi inclinando l’asse terrestre a nord, appena oltre la proiezione equatoriale di Mercatore, Mackinder ridisegnava e riconcettualizzava la mappa del mondo. La sua nuova mappa mostra Africa, Asia, Europa non come tre continenti separati, ma come massa di terra unitaria, una vera e propria “isola mondo”. Il suo ampio e profondo “Heartland”, 4000 miglia dal Golfo Persico al Mare della Siberia, è così enorme che può essere controllato solo dai sue “rimlands”, in Europa orientale, o quella che lui chiamava “margine” marittimo nei mari circostanti. Ne la “Scoperta della rotta del Capo per le Indie” nel XVI secolo, Mackinder scrisse, “dotando la Cristianità dell’ampia possibilità di mobilitare la potenza… avvolgendo l’influenza intorno alla potenza terrestre eurasiatica che fino ad allora ne aveva minacciato l’esistenza“. Questa maggiore mobilità, poi spiegò, diede ai marinai dell’Europa “la superiorità per circa quattro secoli sugli uomini delle terre di Africa e Asia”. Eppure il “cuore” di questa vasta massa, un'”area pivot” che si estende dal Golfo Persico al fiume Yangtze della Cina, rimase niente di meno che la leva di Archimede della futura potenza mondiale. “Chi domina l’Heartland comanda l’Isola-Mondo”, riassumeva più avanti la situazione Mackinder. “Chi domina l’Isola-Mondo comanda il mondo”. Al di là della vasta massa dell’isola-mondo, che costituiva quasi il 60% della superficie della Terra, c’era un emisfero meno conseguente coperto da ampi oceani e alcune periferiche “isole minori”, cioè naturalmente Australia e Americhe. Nella generazione precedente, l’apertura del Canale di Suez e l’avvento della navigazione a vapore “aumentarono la mobilità del potere marittimo (relativo) rispetto a quello terrestre”. Ma le ferrovie in futuro potrebbero “lavorare con maggior meraviglia nella steppa“, affermò Mackinder, riducendo i costi del trasporto marittimo e spostando il centro del potere geopolitico nell’entroterra. Nel tempo lo “Stato pivot” della Russia poteva, in alleanza con un’altra potenza come la Germania, espandersi “sulle terre marginali di Euro-Asia” permettendo “l’uso di vaste risorse continentali per costruire la flotta, e l’impero mondiale sarebbe stato in vista“. Per due ore, mentre leggeva un testo spesso dalla sintassi contorta e dai riferimenti classici, come ci si aspettava da un ex-docente di Oxford, il suo pubblico comprendeva di venire a conoscenza di qualcosa di straordinario. Diversi rimasero a fare ampi commenti. Ad esempio, il famoso analista militare Spenser Wilkinson, il primo a tenere una cattedra di storia militare a Oxford, si pronunciò poco convinto della “moderna espansione della Russia”, insistendo sul fatto che le potenze navali inglese e giapponese avrebbero continuato la funzione storica di mantenere “l’equilibrio tra le forze divise… sull’area continentale”. Incalzato dai suoi ascoltatori, considerando altri fatti o fattori tra cui “l’aria come mezzo di locomozione”, Mackinder rispose: “Il mio obiettivo non è prevedere il grande futuro di questo o quel Paese, ma avere una formula geografica cui poter adattare un qualsiasi equilibrio politico“. Invece di eventi specifici, Mackinder cercava una teoria generale sul nesso di causalità tra geografia e potenza globale. “Il futuro del mondo“, insisteva, “dipende dal mantenimento di (un) equilibrio di potere” tra potenze marittime come la Gran Bretagna o il Giappone, attive sul margine marittimo, e “le forze interne espansive” dal cuore euro-asiatico che erano intente a contenere.
Non solo Mackinder dava voce a una visione del mondo che avrebbe influenzato la politica estera della Gran Bretagna per diversi decenni, ma in quel momento creava la scienza moderna della “geopolitica”, lo studio di come la geografia può, in determinate circostanze, formare il destino di interi popoli, nazioni e imperi. Da quella notte a Londra, naturalmente, è passato tanto tempo. Era un’altra epoca. L’Inghilterra era ancora in lutto per la morte della regina Vittoria. Teddy Roosevelt era presidente. Henry Ford aveva appena aperto una piccola fabbrica automobilistica a Detroit per il suo Modello A, un’automobile dalla velocità massima di 28 miglia all’ora. Solo un mese prima, il “Flyer” dei fratelli Wright aveva preso il volo per la prima volta volando per 30 metri, per l’esattezza. Tuttavia, per i successivi 110 anni le parole di Sir Halford Mackinder offrirono un prisma di eccezionale precisione per capire la geopolitica spesso oscura che guidava i principali conflitti del mondo, due guerre mondiali, una guerra fredda, le guerre asiatiche degli USA (Corea e Vietnam), le due guerre del Golfo Persico e anche la pacificazione infinita dell’Afghanistan. La domanda di oggi è: come può Sir Halford aiutarci a capire non solo il secolo passato, ma il mezzo secolo prossimo?

Britannia Rules the Waves
Nell’era della potenza marittima durata poco più di 400 anni, dal 1602 alla Conferenza sul disarmo di Washington del 1922, le grandi potenze furono in competizione per il controllo dell’isola-mondo eurasiatica attraverso le rotte marittime circostanti che si estendevano per 15000 miglia da Londra a Tokyo. Lo strumento del potere era, naturalmente, la nave, prima con le fregate, poi con portaerei, corazzate, sottomarini e aerei. Mentre gli eserciti terrestri nuotavano nel fango della Manciuria o della Francia in battaglie dalle perdite da capogiro, le marine imperiali incrociavano sui mari, manovrando per il controllo di coste e continenti. Al culmine della potenza imperiale intorno al 1900, la Gran Bretagna dominava i mari con una flotta di 300 grandi navi e 30 bastioni navali, basi che circondavano l’isola-mondo dal Nord Atlantico a Scapa Flow al Mediterraneo, Malta e Suez, a Bombay, Singapore e Hong Kong. Proprio come l’impero romano racchiuse il Mediterraneo, facendone il Mare Nostrum, la potenza inglese fece nell’Oceano Indiano il proprio “mare chiuso”, garantendosi i fianchi con le forze dell’esercito alla Frontiera nord-occidentale dell’India e bloccando persiani e ottomani costruendo basi navali del Golfo Persico. Con tale manovra, la Gran Bretagna si assicurò il controllo su Arabia e Mesopotamia, terreno strategico che Mackinder definì “il passaggio terrestre dall’Europa alle Indie” e via al “cuore” dell’isola mondo. Da questo punto di vista geopolitico, il XIX secolo fu, in fondo, la rivalità strategica spesso chiamata “Grande Gioco” tra Russia “al comando di quasi tutto l’Heartland… che bussava alle porte via terra delle Indie“, e la Gran Bretagna “che avanzava verso l’interno dai porti dell’India per affrontare la minaccia da nord-ovest”. In altre parole, Mackinder concluse “le realtà geografiche finali” dell’era moderna sono potenza marittima contro potenza terrestre o “World-Island e Heartland”. Rivalità intense, prima fra Inghilterra e Francia, poi Inghilterra e Germania, che guidarono l’implacabile gara europea degli armamenti navali che portò il costo della potenza marittima a livelli insostenibili. Nel 1805, l’ammiraglia dell’ammiraglio Nelson, la HMS Victory, con il suo scafo di quercia pesava appena 3500 tonnellate, combatté nella battaglia di Trafalgar contro la flotta di Napoleone navigando a nove nodi, e i suoi 100 cannoni ad anima liscia sparavano palle da 42 libbre a una gittata massima di 400 metri. Nel 1906, solo un secolo più tardi, la Gran Bretagna varò la prima corazzata moderna del mondo, la HMS Dreadnought, con scafo in acciaio dallo spessore di 30 cm, del peso di 20000 tonnellate, le cui turbine a vapore consentivano una velocità di 21 nodi, e i cui cannoni meccanizzati da 305mm permettevano di sparare rapidamente proiettili da 400kg fino a 12 km. Il costo di questo leviatano fu di 1,8 milioni di sterline, pari a quasi 300 milioni di oggi. Nel giro di un decennio, una mezza dozzina di potenze svuotò il tesoro per costruire flotte di queste costosissime letali corazzate. Grazie ad una combinazione di superiorità tecnologica, portata globale e alleanze navali con Stati Uniti e Giappone, la pax britannica durò un intero secolo, dal 1815 al 1914. Alla fine, tuttavia, questo sistema globale fu afflitto dall’accelerazione della corsa agli armamenti navali, dalla volatile diplomazia da grande potenza e dall’aspra gara per l’impero d’oltremare che implose nella strage insensata della prima guerra mondiale, lasciando 16 milioni di morti nel 1918.Valiant_ShieldIl secolo di Mackinder
Come l’eminente storico degli imperi Paul Kennedy una volta osservò, “il resto del Novecento testimonia la tesi di Mackinder“, con due guerre mondiali combattute sui suoi “rimlands”, dall’Est Europa attraverso il Medio Oriente all’Asia orientale. In effetti, la prima guerra mondiale fu, come lo stesso Mackinder in seguito osservò, “un duello diretto tra potenza terrestre e potenza marittima“. Alla fine della guerra nel 1918, le potenze del mare, Gran Bretagna, USA e Giappone, inviarono spedizioni navali ad Arcangelo, Mar Nero e Siberia per contenere la rivoluzione della Russia nel suo “cuore”. Riflettendo l’influenza di Mackinder sul pensiero geopolitico in Germania, Adolf Hitler rischiò il suo Reich nel tentativo criminale di catturare il cuore russo quale spazio vitale, per la sua “razza superiore”. L’opera di Sir Halford contribuì a plasmare le idee del geografo tedesco Karl Haushofer, fondatore della rivista Zeitschrift für Geopolitik, fautore del concetto di Lebensraum e consigliere di Adolf Hitler e del suo vice Rudolf Hess. Nel 1942, il Führer inviò un milione di uomini, 10000 pezzi di artiglieria e 500 carri armati per forzare il Volga a Stalingrado. Alla fine, le sue forze subirono 850000 feriti, uccisi e catturati nel vano tentativo di sfondare il Rimland europeo-orientale nella regione centrale dell’isola-mondo. Un secolo dopo la conferenza di Mackinder, un altro studioso inglese, lo storico degli imperi John Darwin ha sostenuto nel suo saggio Dopo Tamerlano, che gli Stati Uniti avevano raggiunto l'”Imperium colossale… su scala senza precedenti” a seguito della seconda guerra mondiale, divenendo la prima potenza nella storia a controllare i punti strategici assiali “su entrambe le estremità dell’Eurasia” (sua interpretazione di “Euro-Asia” di Mackinder). Temendo l’espansione cinese e russa quale “catalizzatore della collaborazione”, gli Stati Uniti occuparono i bastioni imperiali di Europa occidentale e Giappone. Con questi punti assiali come ancoraggio, Washington costruì un arco di basi militari seguendo il modello marittimo della Gran Bretagna che ha visibilmente lo scopo di circondare l’isola-mondo.

La geopolitica assiale degli USA
Dopo aver preso le estremità assiali dell’isola-mondo da Germania nazista e Giappone imperiale nel 1945, nei successivi 70 anni gli Stati Uniti aumentarono le barriere della potenza militare per contenere Cina e Russia nel cuore eurasiatico. Spogliata dai fronzoli ideologici, la grande strategia anticomunista del “contenimento” della Guerra Fredda di Washington era poco più che un processo di successione imperiale. Il Regno unito esaurito su sostituito ai “margini” marittimi, ma la realtà strategica rimase sostanzialmente la stessa. Infatti, nel 1943, due anni prima della fine della seconda guerra mondiale, un Mackinder invecchiato pubblicò il suo ultimo articolo, “Il Mondo e la Conquista della Pace“, per l’influente rivista degli Stati Uniti Foreign Affairs. In esso ricordò agli statunitensi che aspiravano ad una “grande strategia” nella versione inedita dell’egemonia planetaria, che anche il loro “sogno della forza aerea globale” non cambiava le basi geopolitiche. “Se l’Unione Sovietica emerge da questa guerra come vincitrice sulla Germania”, avvertì, “diverrà la più grande potenza terrestre sul globo”, controllando “la più grande fortezza naturale sulla terra“. Quando si giunse a creare la nuova Pax Americana post-bellica, fondamentale per il contenimento della potenza terrestre sovietica sarebbe stata l’US Navy. Le sue flotte avrebbero circondato il continente eurasiatico, integrando e quindi soppiantando la marina inglese: la Sesta Flotta si basò a Napoli nel 1946 per il controllo dell’Oceano Atlantico e del Mar Mediterraneo; la Settima Flotta a Subic Bay, nelle Filippine, nel 1947, per il Pacifico occidentale; e la Quinta Flotta in Bahrain nel Golfo Persico dal 1995. Successivamente, i diplomatici statunitensi aggiunsero cerchie di alleanze militari, Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (1949), Organizzazione del Trattato del Medio Oriente (1955), Organizzazione del Trattato dell’Asia del Sud-est (1954) e trattato di sicurezza nippo-statunitense (1951). Nel 1955 gli Stati Uniti avevano una rete globale di 450 basi militari in 36 Paesi volti, in gran parte, a contenere il blocco sino-sovietico dietro una cortina di ferro che coincideva in modo sorprendente ai “rimlands” di Mackinder nel continente eurasiatico. Alla fine della guerra fredda, nel 1990, l’accerchiamento di Cina comunista e Russia richiese 700 basi all’estero, una forza aerea di 1763 jet da combattimento, un vasto arsenale nucleare, più di 1000 missili balistici, una flotta di 600 navi, di cui 15 gruppi tattici di portaerei nucleari, tutti collegati al solo sistema globale di satelliti per le comunicazioni.
Fulcro del perimetro strategico di Washington intorno all’isola mondo è la regione del Golfo Persico, dove da quasi 40 anni è il luogo del continuo intervento statunitense, palese ed occulto. La rivoluzione del 1979 in Iran significò la perdita di un Paese chiave dell’arco di potenza degli Stati Uniti nel Golfo e lasciò Washington lottare per ricostruirsi la presenza regionale. A tal fine, allo stesso tempo sostenne l’Iraq di Sadam Husayn nella guerra contro l’Iran rivoluzionario e armò i più estremisti mujahidin afghani contro l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. E’ in tale contesto che Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, scatenò la strategia per sconfiggere l’Unione Sovietica con una agilità geopolitica ancora oggi poco compresa. Nel 1979, Brzezinski, aristocratico polacco declassato e in unica sintonia con le realtà geopolitiche del suo continente nativo, convinse Carter ad intraprendere l’operazione Ciclone con massicci finanziamenti, arrivati a 500 milioni di dollari all’anno alla fine degli anni ’80. Il suo obiettivo: mobilitare i militanti musulmani per attaccare il ventre molle nell’Asia centrale dell’Unione Sovietica e imporre un cuneo islamista nel cuore sovietico, per infliggere contemporaneamente una sconfitta demoralizzante all’Armata Rossa in Afghanistan e staccare il “Rimland” dell’Europa dell’Est dall’orbita di Mosca. “Non abbiamo spinto i russi ad intervenire (in Afghanistan)“, disse Brzezinski nel 1998 spiegando la sua geopolitica nella versione da Guerra Fredda del Grande Gioco “ma consapevolmente aumentammo le probabilità che avvenisse… Quell’operazione segreta fu un’ottima idea. Il suo effetto fu trascinare i russi nella trappola afghana“. Alla domanda sull’eredità di questa operazione, trattandosi di creare un Islam militante ostile agli Stati Uniti, Brzezinski, che ha studiato e spesso cita Mackinder, fu freddamente impenitente. “Cos’è più importante per la storia del mondo?” Chiese. “I taliban o il collasso dell’impero sovietico? Alcuni musulmani esagitati o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?” Eppure, anche la splendida vittoria degli USA nella guerra fredda con l’implosione dell’Unione Sovietica, non avrebbe trasformato i fondamenti geopolitici dell’isola-mondo. Di conseguenza, dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, la prima incursione estera di Washington nella nuova era fu il tentativo di ristabilire la sua posizione dominante nel Golfo Persico, con l’occupazione di Sadam Husayn del Quwayt quale pretesto. Nel 2003, quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq, lo storico Paul Kennedy ritornò sul trattato di Mackinder per spiegare questa disavventura apparentemente inspiegabile. “In questo momento, con centinaia di migliaia di truppe statunitensi nei rimlands eurasiatici“, Kennedy scrisse sul Guardian, “sembra che Washington prenda sul serio l’ingiunzione di Mackinder di garantirsi il controllo del ‘perno geografico della storia'”. Se interpretiamo queste osservazioni in modo ampio, l’improvvisa proliferazione delle basi militari USA in Afghanistan e Iraq andava vista come ennesimo tentativo imperiale di avere una posizione centrale ai margini del cuore eurasiatico, come le antiche fortezze coloniali inglesi lungo la Frontiera di Nordovest dell’India. Negli anni successivi, Washington tentò di sostituire i suoi inefficaci soldati a terra con i droni. Nel 2011 l’Air Force e la CIA accerchiarono il continente eurasiatico con 60 basi per la loro flotta di droni, il cui cavallo di battaglia è il Reaper, armato di missili Hellfire e bombe GBU-30, con un raggio di 1150 miglia, potendo da queste basi colpire obiettivi quasi ovunque in Africa e Asia. Significativamente le basi dei droni ora punteggiano i margini marittimi intorno all’isola-mondo, da Sigonella, Sicilia, a Incirlik in Turchia; Gibuti sul Mar Rosso; Qatar e Abu Dhabi nel Golfo Persico; Isole Seychelles nell’Oceano Indiano; Jalalabad, Khost, Kandahar e Shindand in Afghanistan; e nel Pacifico, a Zamboanga nelle Filippine e l’Andersen Air Base sull’isola di Guam, tra gli altri luoghi. Per pattugliare questa periferia, il Pentagono spende 10 miliardi di dollari costruendo una flotta di 99 Global Hawk dotati di telecamere ad alta risoluzione in grado di sorvegliare il terreno per un raggio di cento miglia, sensori elettronici che possono sorvegliare tutte le comunicazioni, e motori efficienti capaci di 35 ore di volo continuo e un’autonomia di 8700 miglia.preview006_risultatoLa strategia della Cina
Le azioni di Washington, in altre parole, sono qualcosa di vecchio, anche se su scala inimmaginabile. Ma l’ascesa della Cina a prima economia del mondo, impensabile un secolo fa, rappresenta qualcosa di nuovo e così rischia di ribaltare la geopolitica marittima che ha plasmato il potere mondiale negli ultimi 400 anni. Invece di concentrarsi esclusivamente sulla costruzione di una flotta oceanica come gli inglesi, o una flotta aerospaziale globale come gli USA, la Cina raggiunge le profondità dell’isola mondo, nel tentativo di ridisegnare completamente le basi geopolitiche del potere globale. Usa una strategia sottile, che finora ha eluso l’élite al potere a Washington. Dopo decenni di preparazione tranquilla, Pechino ha recentemente iniziato a rivelare la sua grande strategia per il potere globale, agendo attentamente. Il piano in due fasi è volto a costruire un’infrastruttura transcontinentale per l’integrazione economica dell’isola mondo dall’interno, mobilitando forze militari per affettare chirurgicamente l’accerchiamento di Washington. Il primo passo è il progetto mozzafiato di costruite una infrastruttura per l’integrazione economica del continente. Stabilendo una complessa ed enormemente costosa rete di ferrovie alta velocità e alto volume, così come oleodotti e gasdotti per tutta la grande Eurasia, la Cina realizzerà la visione di Mackinder in modo nuovo. Per la prima volta nella storia, il movimento veloce transcontinentale di carichi cruciali, petrolio, minerali e manufatti, sarà possibile su larga scala, quindi unificando potenzialmente questa vasta massa in un’unica zona economica che si estende per 6500 miglia da Shanghai a Madrid. In questo modo, la leadership di Pechino spera di spostare il centro del potere geopolitico dalla periferia marittima al cuore del continente. “Le ferrovie trans-continentali ora mutano le condizioni della potenza terrestre“, scrisse Mackinder nel 1904 quando la “precaria” ferrovia a binario unico Transiberiana, la più lunga del mondo, attraversò il continente per 5700 miglia da Mosca a Vladivostok. “Ma il secolo non sarà vecchio prima che tutta l’Asia sia coperta di ferrovie“, aggiunse. “Gli spazi nell’Impero Russo e nella Mongolia sono così vasti, e le loro potenzialità in… carburante e metalli così incalcolabili che un vasto mondo economico, più o meno isolato, vi si svilupperà inaccessibile al commercio oceanico“. Mackinder era un po’ prematuro. La rivoluzione russa del 1917, la rivoluzione cinese del 1949, e i successivi 40 anni di guerra fredda rallentarono un reale sviluppo per decenni. In questo modo, al “cuore” eurasiatico fu negata crescita economica ed integrazione, grazie anche a barriere ideologiche artificiali; cortina di ferro e poi frattura cino-sovietica bloccarono qualsiasi costruzione di infrastrutture nel vasto territorio euroasiatico. Ma non più. Solo pochi anni dopo la fine della guerra fredda, l’ex-consigliere per la sicurezza nazionale Brzezinski, allora fortemente critico sulla visione globale delle élite politiche repubblicane e democratiche, iniziò a lanciare segnali di avvertimento sull’inetta geopolitica di Washington. “Da quando i continenti iniziarono ad interagire politicamente, circa cinquecento anni fa”, scrisse nel 1998, parafrasando Mackinder, “L’Eurasia è stata il centro del potere mondiale. La potenza che domina l”Eurasia’ controllerà due delle tre regioni più avanzate ed economicamente produttive del mondo… rendendo l’emisfero occidentale e l’Oceania geopoliticamente periferici rispetto al continente centrale del mondo“. Mentre tale logica geopolitica fu elusa da Washington, venne ben compresa a Pechino. In effetti, negli ultimi dieci anni la Cina ha lanciato il più grande investimento infrastrutturale mondiale, che già conta un trilione di dollari, da quando Washington avviò l’U.S. Interstate Highway System nei lontani anni ’50. Le cifre su rotaie e condotti costruiti sbalordiscono. Tra 2007 e 2014 la Cina ha posto nelle sue campagne 9000 miglia di ferrovie per i nuovi treni ad alta velocità, più del resto del mondo messo insieme. Il sistema ora trasporta 2,5 milioni di passeggeri al giorno a una velocità massima di 240 miglia all’ora. Il sistema sarà completato nel 2030, aggiungendo 16000 miglia di ferrovie ad alta velocità al costo di 300 miliardi di dollari, collegando tutte le principali città della Cina. Allo stesso tempo, la leadership cinese ha cominciato a collaborare con gli Stati vicini su un imponente progetto per integrare la rete ferroviaria nazionale con una rete transcontinentale. Dal 2008, tedeschi e russi si sono uniti ai cinesi nel lancio del “Ponte Eurasiatico”. Due rotte est-ovest, la vecchia Transiberiana a nord e la nuova rotta a sud lungo l’antica Via della Seta, attraverso il Kazakistan, hanno lo scopo di unire tutta l’Eurasia. Sulla rotta più veloce del sud, container di manufatti ad alto valore aggiunto come computer e parti per auto, viaggiano per 6700 miglia da Lipsia, in Germania, a Chongqing, in Cina, in soli 20 giorni, circa la metà dei 35 giorni per viaggiare via mare.
Nel 2013, le Deutsche Bahn AG (ferrovie tedesche) iniziarono a preparare una terza via tra Amburgo e Zhengzhou, riducendo i tempi ad appena 15 giorni, mentre la ferroviaria kazaka apriva il collegamento Chongqing-Duisburg dai tempi simili. Nell’ottobre 2014, la Cina annunciava i piani per la costruzione della più lunga linea ferroviaria ad alta velocità del mondo, al costo di 230 miliardi di dollari. Secondo i piani, i treni potranno percorrere le 4300 miglia tra Pechino e Mosca in soli due giorni. Inoltre, la Cina costruisce due ramificazioni verso sud-ovest e sud, in direzione dei “margini” marittimi dell’isola-mondo. Ad aprile, il Presidente Xi Jinping ha firmato un accordo con il Pakistan per spendere 46 miliardi di dollari sul corridoio economico Cina-Pakistan. Autostrade, collegamenti ferroviari e condutture copriranno le quasi 2000 miglia da Kashgar nello Xinjiang, la provincia più occidentale della Cina, all’impianto portuale di Gwadar, in Pakistan, aperto nel 2007. La Cina ha investito più di 200 miliardi di dollari nella costruzione del porto strategico di Gwadar sul Mar Arabico, a 370 miglia dal Golfo Persico. Dal 2011, la Cina ha anche iniziato ad estendere le sue linee ferroviarie nel Laos, nel sud-est asiatico, al costo iniziale di 6,2 miliardi di dollari. Alla fine, una linea ad alta velocità trasporterà passeggeri e merci da Kunming a Singapore, in sole 10 ore. In questo stesso dinamico decennio, la Cina ha costruito una vasta rete di gasdotti e oleodotti trans-continentali per importare combustibili da tutta l’Eurasia ai suoi centri abitati, nel nord, centro e sud-est. Nel 2009, dopo un decennio di lavori, la China National Petroleum Corporation (CNPC) ha aperto la fase finale del Kazakistan-China Oil Pipeline, che si estende per 1400 miglia dal Mar Caspio al Xinjiang. Allo stesso tempo, la CNPC ha collaborato con il Turkmenistan per inaugurare il gasdotto Asia Centrale-Cina, lungo 1200 miglia, in gran parte parallelo al Kazakstan-China Oil Pipeline, il primo a trasportare gas naturale dalla regione alla Cina. Bypassando lo stretto di Malacca controllato dall’US Navy, CNPC ha aperto una pipeline Cina-Myanmar nel 2013 per trasportare petrolio del Medio Oriente e gas naturale birmano lungo le 1500 miglia dal Golfo del Bengala al sud-ovest della Cina. Nel maggio 2014, l’azienda firmava un accordo 30ennale da 400 miliardi con il colosso energetico russo Gazprom per trasportare 38 miliardi di metri cubi di gas naturale l’anno entro il 2018, attraverso una rete settentrionale di gasdotti ancora da completare attraverso Siberia e Manciuria.
Anche se massicci, questi progetti sono solo una parte del boom delle costruzioni che negli ultimi cinque anni ha tessuto una rete di oleogasotti in Asia centrale e meridionale, in Iran e Pakistan. Il risultato sarà presto un’infrastruttura energetica interna integrante la vasta rete russa di oleodotti, che si estende sull’Eurasia dall’Atlantico al Mar Cinese Meridionale. Per sfruttare tali sconcertanti piani di crescita regionali, nell’ottobre 2014 Pechino annunciava la creazione della Banca per investimenti infrastrutturali asiatica. La leadership cinese vede questa istituzione come futura alternativa regionale, e alla fine eurasiatica, alla Banca mondiale dominata dagli Stati Uniti. Finora, nonostante le pressioni di Washington per non aderire, 14 Paesi chiave, tra cui stretti alleati degli Stati Uniti come Germania, Gran Bretagna, Australia e Corea del Sud, hanno firmato. Allo stesso tempo, la Cina ha iniziato a costruire rapporti commerciali a lungo termine con le aree ricche di risorse dell’Africa, così come con Australia e Sud-Est asiatico, nell’ambito del suo progetto d’integrazione economica dell’isola-mondo. Infine, Pechino ha da poco rivelato una strategia abilmente progettata per neutralizzare le forze militari di Washington disposte intorno al perimetro del continente. Ad aprile, il Presidente Xi Jinping ha annunciato la costruzione del massiccio corridoio stradale-ferroviario-gasifero dalla Cina occidentale al nuovo porto di Gwadar, in Pakistan, creando la logistica per le future installazioni navali nel Mare Arabico ricco di energia. A maggio, Pechino ha intensificato le pretese sul controllo esclusivo sul Mar Cinese Meridionale, ampliando la base navale di Longpo sull’isola di Hainan a prima struttura per sottomarini nucleari della regione, accelerandone il dragaggio per creare tre nuovi atolli che potrebbero diventare aeroporti militari nelle controverse isole Spratley, e avvertendo formalmente l’US Navy di stare alla larga. Con la costruzione delle infrastrutture militari nel Mar cinese meridionale e nel Mar arabico, Pechino forgia la futura capacità di compromettere chirurgicamente e strategicamente il contenimento militare statunitense. Allo stesso tempo, Pechino sviluppa piani per sfidare il dominio di Washington nello spazio e nel cyberspazio. Per esempio, completerà il proprio sistema satellitare globale entro il 2020, prima sfida al dominio di Washington sullo spazio da quando gli Stati Uniti lanciarono il sistema di 26 satelliti di comunicazione per la difesa nel 1967. Allo stesso tempo, Pechino costruisce una formidabile capacità di cyberguerra.
In un decennio o due, in caso di necessità, la Cina sarà pronta a tagliare chirurgicamente l’accerchiamento continentale di Washington in alcuni punti strategici, senza dover confrontarsi con la potenza globale delle forze armate statunitensi, potenzialmente rendendo inutile la vasta flotta di portaerei, incrociatori, droni, caccia e sottomarini statunitensi. Senza la visione geopolitica di Mackinder e della sua generazione di imperialisti inglesi, l’attuale leadership statunitense non è riuscita a cogliere il significato del cambiamento globale radicale in atto sul territorio euroasiatico. Se la Cina riesce a collegare le sue industrie in crescita alle vaste risorse naturali del cuore eurasiatico, molto probabilmente, come Sir Halford Mackinder previde quella fredda sera di Londra nel 1904, “l’impero mondiale sarà in vista“.Newsilkroad2Alfred W. McCoy, autore di TomDispatch, detiene la cattedra Harrington di Storia presso l’Università del Wisconsin-Madison. È redattore di Endless Empire: Spain’s Retreat, Europe’s Eclipse, America’s Decline e autore di Policing America’s Empire: The United States, the Philippines, and the Rise of the Surveillance State.

Copyright 2015 Alfred McCoy
© 2015 TomDispatch. Tutti i diritti riservati.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Presidente cinese: Il ruolo della Russia nella distruzione del fascismo

Dimenticare la storia è commettere un tradimento
Anatolij Karlin The Unz Review 10 maggio – Russia Insider
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

AR-305109934Xi Jinping ha scritto un editoriale su un quotidiano russo il 6 maggio in cui, in netto contrasto con la tipica bile ed ostilità occidentale, riconosce il ruolo dell’Unione Sovietica nella sconfitta del nazismo e avverte contro i tentativi di rivedere tale risultato, sia su carta che nella realtà.
L’ho tradotto per due ragioni. In primo luogo, costituisce uno sguardo di prima mano sulle relazioni ufficiali tra Cina e Russia che, con grande costernazione di neocon, russofobi, sinofobi e imperialisti occidentali, invece di combattersi a beneficio degli Stati Uniti costruiscono forti relazioni e continuano a stipulare decine di accordi il cui valore totale probabilmente si attesta a quasi un trilione di dollari. In secondo luogo, per smentire esplicitamente la propaganda occidentale secondo cui la Russia è in qualche modo “isolata” poiché nessuno dei tirapiedi europei di Washington era alla parata del Giorno della Vittoria a Mosca questo 9 maggio. E a chi importa? Non molto ai russi, comunque. Cina, India e decine di altri Paesi erano presenti. Questa è la seconda superpotenza mondiale e rappresenta metà dell’umanità. Su Obama, Merkel, Hollande e Dave francamente, l’aria era più pulita data la loro assenza.

President Putin and visiting international leaders attend Victory Day celebrations in Moscow, May 9, 2015 xinPer ricordare la storia, per spalancare il futuro
Xi Jinping

Il 9 maggio, Giorno della Vittoria nella guerra mondiale contro il fascismo, su invito del presidente russo Vladimir Putin, visiterò la Russia e prenderò parte alle celebrazioni a Mosca dedicate al 70° anniversario della vittoria nella Grande Guerra Patriottica. Questo giorno sacro lo festeggio insieme al popolo russo e al mondo intero.
Tutti ricordano che la guerra d’aggressione iniziata da fascisti e militaristi inflisse danni e sofferenze ancora incalcolabili ai popoli di Cina, Russia e Paesi di Europa, Asia e altre parti del mondo. La lotta incessante tra giustizia e male, luce e tenebre, libertà e schiavitù, fu intrapresa dai popoli di Cina, Russia e oltre 50 altri Paesi, così come da tutti gli altri popoli amanti della pace del mondo, che unendosi formarono un vasto fronte antifascista e antimilitarista internazionale. Tutte queste nazioni combatterono sanguinose battaglie contro il nemico, e così facendo sconfissero gli aggressori più malvagi e brutali, portando la pace nel mondo. Mi ricordo che nel marzo 2013, quando visitai la Russia, posi una corona di fiori sulla Tomba del Milite Ignoto, in prossimità delle mura del Cremlino. Vi erano rappresentati l’elmetto di un soldato e una bandiera rossa e vi bruciava la fiamma eterna, simboleggiante la vita ininterrotta e il coraggio incrollabile dei nostri eroi caduti. “Il vostro nome è sconosciuto, le vostre azioni immortali”. Non saranno mai dimenticati dal popolo russo, del popolo cinese e da chiunque altro.
La Cina fu il principale teatro delle operazioni militari in Asia durante la Seconda Guerra Mondiale. Il popolo cinese si oppose prima di chiunque altro nella lotta ai militaristi giapponesi, intraprendendo la guerra più lunga, combattuta nelle condizioni più difficili e, come la Russia, subì le perdite più gravi. L’esercito e il popolo cinesi combatterono stoicamente e con insistenza, bloccando e distruggendo numerosi contingenti giapponesi aggressori. Con enorme sacrificio nazionale, la vita di oltre 35 milioni di persone, una grande vittoria fu infine ottenuta e un enorme contributo dato alla vittoria nella lotta mondiale al fascismo. Le gesta del popolo cinese nella guerra contro i militaristi, proprio come le gesta del popolo russo, saranno immortalate per sempre nella storia e non moriranno mai.
I popoli cinese e russo si sostennero a vicenda, si aiutarono, furono compagni d’armi nella guerra contro fascismo e militarismo, e costruirono un rapporto di amicizia reciproco forgiato con il sangue e la vita. Nei momenti più difficili della Grande Guerra Patriottica, molti dei migliori figli del popolo cinese si unirono decisamente alla lotta al fascismo tedesco. Mao Anying, primogenito del Presidente Mao Zedong, combatté molte battaglie come commissario politico di una compagnia di carri armati del 1° Fronte Bielorusso, fino alla presa di Berlino. Il pilota da caccia cinese Tang Duo, vicecomandante di una compagnia di caccia sovietici, si distinse nelle battaglie aeree contro le forze fasciste. I figli dei dirigenti del Partito comunista cinese e i discendenti degli eroi caduti della rivoluzione cinese, quando studiavano nel collegio internazionale di Ivanovo, nonostante fossero ancora solo dei bambini andarono a scavare trincee, prepararono molotov, cibi e vestiti per i combattenti, abbatterono alberi, raccolsero patate e curarono i feriti negli ospedali. Oltre a questo, molti di loro donarono regolarmente il sangue, 430 millilitri al mese per i soldati del fronte. La giornalista cinese Hu Jibang, piccola e debole, seguì l’intera guerra, dal primo giorno fino all’ultimo, sotto proiettili e tiri, scrivendo della resilienza e del coraggio del popolo sovietico, della barbara crudeltà delle orde fasciste, e della gioia dei soldati e del popolo russi nel momento del trionfo. Incoraggiarono gli eserciti e i popoli dei due Paesi, aumentandone la volontà di combattere fino alla fine, per la vittoria finale. Accanto agli eroi di sopra vi sono molti altri rappresentanti del popolo cinese che contribuirono alla Grande Guerra Patriottica, pur rimanendo dei militi ignoti.
Il popolo russo ha dato al popolo cinese un prezioso sostegno politico e morale nella guerra contro gli invasori giapponesi. Ciò incluse grandi convogli di armi e materiale bellico. Più di 2000 piloti da caccia sovietici entrarono nell’aeronautica cinese e l’aiutarono nelle battaglie aeree in Cina. Più di 200 di loro morirono combattendo sul suolo cinese. Nella fase finale della guerra i soldati dell’Armata Rossa dell’Unione Sovietica furono inviati nel nord-est della Cina. Insieme all’esercito e al popolo cinesi combatterono contro i militaristi giapponesi, aiutando enormemente la Cina a raggiungere la vittoria finale. Il popolo cinese sempre ricorderà i russi, sia militari e civili, che diedero la vita per l’indipendenza e la liberazione della nazione cinese.
Il famoso storico russo Vasilij Kljuchevskij ha detto che dimenticando la storia, la nostra anima può perdersi nel buio. Dimenticare la storia è commettere un tradimento. I popoli cinese e russo sono pronti, insieme a tutti i Paesi e popoli amanti della pace, con determinazione e decisione, ad opporsi a qualsiasi azione o tentativo di negare, distorcere e riscrivere la storia della Seconda Guerra Mondiale.
Quest’anno, Cina e Russia terranno una serie di eventi per celebrare il 70° anniversario della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. Ci saranno anche molti altri eventi organizzati dalle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali e regionali. Lo scopo di questi eventi e celebrazioni è dimostrare la nostra determinazione a difendere i risultati della seconda guerra mondiale, proteggere l’uguaglianza e la giustizia internazionale, e ricordare ai contemporanei che è necessario preservare e custodire la pace ottenuta da tutta l’umanità a un prezzo altissimo.
Le dure lezioni della seconda guerra mondiale dicono ai popoli che la coesistenza dell’umanità non è soggetta alle leggi della giungla; che la politica mondiale è diametralmente in contraddizione con la politica da potenza belligerante ed egemonica; e che la via dello sviluppo umano non si fonda sul principio del “chi vince prende tutto” o dei giochi a somma zero. Pace – sì, guerra – no; cooperazione – sì, confronto – no; i vantaggi reciproci sono onorevoli, mentre i risultati a somma zero no. Questo è ciò che costituisce il nucleo immutabile e l’essenza di pace, progresso e sviluppo della società umana.
Oggi, l’uomo ha opportunità senza precedenti di realizzare questo nostro obiettivo: pace, sviluppo e creazione di un sistema di relazioni internazionali sempre più fortemente basato su spirito di cooperazione e vantaggi reciproci. “L’unità fa la forza, mentre l’autoisolamento è debolezza” cooperazione e principio del vantaggio reciproco dovrebbero essere adottati quali fondamenti da tutti i Paesi negli affari internazionali. Dobbiamo unire i nostri interessi con gli interessi comuni di tutti i Paesi, trovare e ampliare i punti di comune interesse delle varie parti, sviluppare e creare una nuova concezione di vantaggio multilaterale, essere sempre pronti ad aiutarci nei momenti difficili, partecipare insieme a diritti, interessi e responsabilità, e collaborare per risolvere i crescenti problemi globali come cambiamento climatico, sicurezza energetica, sicurezza informatica, disastri nazionali e così via. In breve, siamo sulla stessa barca del nostro pianeta Terra, la patria di tutta l’umanità.
Il popolo cinese e il popolo russo sono dei grandi popoli. Negli anni di dolore e miseria, il nostro cameratismo indistruttibile è stato cementato con il sangue. Oggi i popoli di Cina e Russia s’impegneranno assieme a difendere la pace, promuovere lo sviluppo e dare un contributo duraturo a pace mondiale e progresso umano.

xi-jinping-putin-r_3298332kTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran e una nuova geopolitica dell’energia

F. William Engdahl New Eastern Outlook 12/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

engdahl1_bkIl tentato accordo tra Iran e Stati Uniti sul programma nucleare iraniano apre la prospettiva della fine di quasi 36 anni di sanzioni economiche statunitensi all’Iran. Viene accolto da minacce di attacchi militari unilaterali da parte di Israele all’Iran per “impedirgli” di sviluppare la bomba nucleare. Un’alleanza che sembrerebbe inverosimile tra la monarchia saudita ultra-conservatrice e il governo d’Israele, emerge contro l’accordo tra Iran e Stati Uniti. La vera domanda è quale sia il motivo più recondito dell’amministrazione Obama sull’Iran. Qui la geopolitica energetica gioca il ruolo principale, come spesso accade nel Medio Oriente ricco di energia. E la Russia è l’obiettivo. Recentemente ho dialogato con Shervin, esperto di energia iraniano che ho conosciuto due anni fa a Teheran, su questi sviluppi. Voglio condividere alcuni punti salienti della discussione. È uno specialista di energia presso la principale agenzia stampa internazionale dell’Iran, Tasnim News Agency. Il discorso fornisce una visione utile nel pensiero degli intellettuali iraniani su sanzioni degli Stati Uniti, possibile ruolo dell’Iran nel mondo e geopolitica dell’energia.

Tasnim: Qual è la tua opinione sulle sanzioni all’Iran?
WE: Le sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran sono illegali secondo le norme del diritto internazionale e un atto di guerra, così come le sanzioni contro la Siria e ora la Russia.

Tasnim: I negoziati con l’Iran hanno raggiunto un accordo definitivo che vedrà le sanzioni economiche dell’occidente all’Iran annullate?
WE: Dobbiamo essere chiari. Le sanzioni sono di Washington e dell’unità di guerra finanziaria del Tesoro USA, in particolare le ultime sanzioni sull’uso del sistema interbancario di compensazione SWIFT per vendere petrolio iraniano, un passo inaudito di Washington che ora viene minacciato contro la Russia. L’UE vorrebbe riaprire il commercio con l’Iran. Finché Washington è controllata dalle banche di Wall Street e dal complesso militare-industriale ci si può aspettare qualche scusa, anche con l’accordo nucleare, per continuare le sanzioni in qualche modo. Guardate Cuba.

Tasnim: Come gli attuali bassi prezzi del petrolio influenzano l’economia degli USA?
WE: Il segretario di Stato degli USA John Kerry incontrò il re saudita in Arabia Saudita lo scorso settembre e propose il crollo dei prezzi del petrolio per fare pressione su Iran e soprattutto Russia di Putin, essendo determinati a distruggere l’unica grande potenza militare che potrebbe minacciare la totale egemonia militare del Pentagono. Se la Russia capitola, e sono convinto che non avverrà, il mondo attuale crollerà, l’Iran sarà isolato e distrutto, la Cina anche e tutte le nuove strutture alternative multipolari che si oppongono al totalitarismo sempre più evidente degli egemoni anglo-statunitensi subiranno una sconfitta devastante. Ironia della sorte, lo shock petrolifero saudita dello scorso anno ha un impatto devastante sulla nuova grande industria petrolifera dello scisto in North Dakota, Texas, California ecc. Credo che tra 3-6 mesi inizieremo a vedere una valanga di fallimenti di compagnie petrolifere per l’oltre miliardo di dollari di prestiti delle compagnie petrolifere o di obbligazioni “spazzatura”. Finora le compagnie petrolifere dello scisto hanno inondato il mercato con il loro petrolio per avere il denaro per evitare l’inadempienza bancaria nella speranza che la crisi finisca presto. I tizi di Big Oil come ExxonMobil, Chevron, BP, Shell possono cavalcare la tempesta essendo ben capitalizzati e globalizzati. Per l’economia in generale degli Stati Uniti, praticamente l’unico punto positivo della crescita di posti di lavoro furono le centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro nell’industria dello scisto nazionale. Ma ormai scompaiono rapidamente. L’amministrazione Obama non è riuscita, ancora una volta, a vedere le gravi conseguenze delle proprie azioni. Si sono sparati ai piedi per la guerra petrolifera contro Putin.

Tasnim: Come le sanzioni economiche all’Iran hanno colpito l’economia degli Stati Uniti?
WE: Le sanzioni del Tesoro USA contro l’Iran non hanno praticamente alcun impatto sull’economia statunitense, rendendole così diaboliche.

Tasnim: Le sanzioni economiche all’Iran sono più vantaggiose per gli USA o l’Iran?
WE: In realtà, e l’ho visto quando ero a Teheran due anni fa, s’avvantaggia molto di più l’Iran. Ciò perché vi costringe ad essere autosufficienti e a non lasciare che la vostra economia, le vostre industrie, la vostra agricoltura siano distrutte dalle importazioni occidentali a basso prezzo come hanno fatto tanti Paesi di Asia, Africa e America del Sud. Costringono l’Iran a sviluppare le proprie meravigliose capacità interne, a controllare il proprio credito e a non divenire un vassallo del sistema del dollaro che va in bancarotta. Gli iraniani sono persone molto istruite, molto intelligenti e molto intraprendenti. Penso che si faccia benissimo a non importare iPhone6 o il tossico soia OGM della Monsanto.

Tasnim: Washington ha fatto scendere il prezzo dai sauditi, per danneggiare la Russia e forse l’Iran?
WE: Sì, naturalmente. Fu una ripetizione di ciò che George Schultz e il vicepresidente Bush Sr. fecero nel 1986 permettendo ai sauditi, allora, d’invadere il mercato e far scendere i prezzi al di sotto dei 10 dollari al barile, in modo da mandare in bancarotta l’Unione Sovietica durante la guerra in Afghanistan contro i mujahidin filo-USA di Usama bin Ladin. Ma la gente del dipartimento di Stato e della CIA di Washington è stata piuttosto stupida stavolta. Non ha calcolato che i sauditi avevano la propria agenda con il petrolio a buon mercato, cioè distruggere la crescente concorrenza del petrolio di scisto degli Stati Uniti. Ora è troppo tardi per Obama e Washington invertire facilmente i prezzi petroliferi. La qualità intellettuale dei burocrati di Washington, anche rispetto a trent’anni fa, è miserabile per memoria storica, cultura, economia e strategia. Si noti che alcuni dei peggiori individui della politica estera degli Stati Uniti, come Brzezinski e Kissinger, sollecitano Obama a non provocare una guerra con la Russia. Sanno almeno qualcosa di storia. I neo-conservatori come Victoria Nuland del dipartimento di Stato o il segretario alla Difesa Ashton Carter o Hillary Clinton, che punta il suo sguardo freddo sulla Casa Bianca, non hanno spessore oltre ad essere malvagi. Pertanto sono pericolosi tanto per la loro nazione che per il mondo.

Tasnim: I sauditi vedono nella richiesta di Washington l’opportunità di espellere il fracking statunitense dal mercato, preservando in tal modo il loro mercato statunitense?
WE: Non si tratta del mercato statunitense dei sauditi. Le esportazioni saudite principalmente vanno in Asia oggi, e piuttosto poco, circa 800000 barili al giorno, negli Stati Uniti, dove il consumo di petrolio giornaliero è circa 19 milioni di barili al giorno, il 4%. E’ il mercato globale che i sauditi sono interessati dominare con la leva dell’OPEC araba: Arabia Saudita, Quwayt, Emirati. Senza Iran, naturalmente per i sauditi, ma il conflitto tra sunniti e sciiti, soprattutto quando Washington ha deliberatamente avviato le rivoluzioni colorate della primavera araba alla fine del 2010, mira a creare totale disordine tra i membri dell’OPEC che una volta cooperavano, per stabilire il controllo militare statunitense diretto su tutto il Medio Oriente. I Paesi OPEC e i loro fondi sovrani, con i loro enormi proventi petroliferi, cominciavano a creare le reti bancarie islamiche indipendenti dall’usura e dalla schiavitù del debito occidentale; Tunisia, Libia, Egitto… continuando, in pochi anni il dollaro sarebbe diventato la moneta senza valore di una repubblica delle banane, proprio come la minaccia che Washington vede oggi nei BRICS e nell’Infrastructure Asian Investment Bank. È utile ricordare i due pilastri dell’egemonia di Washington: controllare il denaro tramite Wall Street e avere il dollaro quale valuta di riserva mondiale; e controllare la potenza militare. Il controllo del denaro iniziò a collassare con la stupida deregulation bancaria quando Alan Greenspan era alla Federal Reserve e la conseguente orgia speculativa chiamata Asset Backed Securitization che portò all’inevitabile crisi finanziaria del 2007-2008. Dopo di che, la “soluzione” militare è divenuta sempre più dominante con il pilastro finanziario troppo debole per supportare la spinta al dominio globale, o come Bush e David Rockefeller lo chiamavano, Nuovo Ordine Mondiale. Potrebbe essere utile sapere che oggi tali oligarchi statunitensi, come li chiamo io, sono terrorizzati come mai in 100 anni dal rischio di poter perdere tutto. Sono disperati. Washington oggi è pieno di gente confusa che si scontra e combatte il mondo. E’ un po’ come gli ultimi anni dell’impero romano, nel IV secolo d.C. Ricordando l’antico detto greco, “chi gli dei vogliono distruggere, prima fanno impazzire”. Oggi Washington ha perso l’egemonia e ospita certi pazzi, mentre Israele è guidato dal gangster Binjamin Netanyahu.

Tasnim: La riduzione del prezzo del petrolio per l’Iran è una minaccia o un’opportunità?
WE: Un’opportunità meravigliosa, per assumere un ruolo guida nel nuovo sistema commerciale internazionale ma solo a prezzi che escludono i dollari. Finché il mondo vende il petrolio in dollari, sostiene l’impero del dollaro e si autodistrugge. Qui Cina, Russia e altri giocano un ruolo cruciale con i prezzi in valuta locale, quindi con la de-dollarizzazione delle proprie economie. Oggi l’unica cosa che puntella il sistema del debito mastodontico in dollari USA sono le vendite di petrolio in dollari, il narcotraffico mondiale in dollari e i militari degli Stati Uniti in tutto il mondo come poliziotti globali. Questo è un sistema piuttosto fragile, a mio avviso.

Tasnim: Quali suggerimenti avete per le autorità economiche?
WE: L’Iran è un Paese meraviglioso con belle persone di buon cuore ed enorme intelligenza e risorse economiche. Se fossi a capo dello Stato iraniano avrei indirizzato il mio governo nel pianificare in tutto l’Iran e in tutte le regioni, se non c’è di già, coinvolgendo i cittadini nel dialogo con i funzionari economici regionali per definire gli obiettivi economici prioritari di ogni regione nei prossimi 5 anni (oltre diventa troppo rigido). Proprio come Charles de Gaulle, che non era certo comunista, fece con la sua “Pianificazione” di Jacques Rueff. Poi i ministri del governo centrale si incontrano e rivedono desideri ed esigenze della popolazione dell’Iran e traccia le priorità da realizzare. Vorrei vietare tutti i vaccini occidentali. Una dieta sana e amorevoli famiglia e comunità sono l’unico modo per avere un sistema immunitario sano. Vorrei vietare gli OGM e la Protezione chimica killer come il Roundup della Monsanto, sempre immanente, anche indirettamente tramite la soia o il mais OGM di Stati Uniti e Argentina. La Cina solo ora comprende l’errore nel permettere che il 60% dei suoi semi di soia sia OGM importato. Farei sviluppare la meravigliosa cultura alimentare dell’Iran naturalmente, con metodi naturali e senza chimica, sovvenzionandola con una politica fiscale positiva e punendo l’industria agroalimentare tipo USA con tasse punitive. Oggi gli oligarchi occidentali hanno un semplice ordine del giorno: il genocidio di tutti i non-anglosassoni dalla pelle scura. Ne ho incontrato molti negli anni nelle conferenze di Davos, Francoforte e molti luoghi. Sono razzisti sanguinari, eugenetisti, gente come Gates con i suoi vaccini uccide i neonati e rende sterili le ragazze. Bill Gates, George Soros, David Rockefeller, Warren Buffett, i DuPont, la famiglia Russell della Yale University, e altri i cui nomi non sono così noti. Sono tutte persone fondamentalmente stupide e ridicole, incapaci di vedere le conseguenze di ogni vita che tolgono dalla totalità dell’umanità. Per uccidere “le bocche inutili” come noi, fanno guerre, diffondono malattie, rendono sempre più malati e paralizzati i nostri bambini con i loro vaccini velenosi, distruggono la sana medicina tradizionale non chimica come quella che esiste ancora in alcune parti di Cina, Iran e Russia, in favore di farmaci e tossine delle aziende farmaceutiche occidentali che, tra l’altro, controllano. Creano organizzazioni terroristiche per diffondere le loro guerre di sterminio come al-Qaida in Libia, Iraq, Yemen e nel mondo arabo, il Cemaat di Fethullah Gülen in Turchia e altrove, il SIIL è una creazione di Stati Uniti e servizi segreti israeliani per distruggere Bashar al- Assad e il legame tra Siria, Iran e Iraq.
Washington ora vuole sedurre Iran per allontanarlo dall’alleata Russia e ridurre le esportazioni di gas russo verso la Turchia e l’Unione europea. A mio avviso il futuro dell’Iran non è divenire un nuovo alleato degli attuali neoconservatori di Washington per qualche biscotto economico occidentale; abbandonando la sua alleanza naturale con l’Eurasia, in particolare con Russia, Cina e i Paesi della Shanghai Cooperation Organization. Le riserve accertate di gas naturale dell’Iran sono stimate da BP in circa 34 miliardi di metri cubi, mentre per la Russia sono 33 miliardi di metri cubi. La cooperazione tra queste due superpotenze del gas naturale è essenziale per costruire l’architettura dell’Eurasia in modo vantaggioso per tutti, anche per la Germania e il resto dell’UE. Questa è un’occasione d’oro per allontanare la geopolitica energetica globale dalle potenze dell’asse Washington-Londra-Riyadh che la controllano dall’accordo iniziale tra il presidente statunitense Roosevelt e il re saudita Ibn Saud del 1943, dando alle transnazionali petrolifere statunitensi di Rockefeller il controllo esclusivo delle vaste ricchezze petrolifere dell’Arabia Saudita.

screenshot 2015-01-20 08.09.56.pngF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.900 follower