La lotta dei bolscevichi e dei lavoratori sovietici al sabotaggio economico nei Kolkhoz

Luca BaldelliUn capitolo poco noto della lotta di classe combattuta dai contadini, dagli operai e dai quadri tecnici e impiegatizi onesti delle aziende agricole collettive dell’URSS negli anni ’30 è senza dubbio quello relativo alla vigilanza e alla battaglia contro gli abusi, le soperchierie, le diversioni, i furti e le malversazioni compiuti da alcuni economi, contabili e revisori dei conti. In tutta l’URSS, all’inizio del processo imponente e spesso vorticoso di collettivizzazione delle terre, vi fu chi intese sabotare, con ogni mezzo a sua disposizione, i progressi nel campo dell’organizzazione del lavoro, i miglioramenti delle tecniche di conduzione dei fondi agricoli, l’elevamento del benessere generale delle masse contadine, l’arricchimento del patrimonio sociale, economico e infrastrutturale delle aziende agricole collettive (kolkhoz e sovkhoz). I ceti sfruttatori e parassitari, spodestati dalla Rivoluzione d’Ottobre, fin dagli albori del nuovo ordine sovietico imbracciarono le armi e dettero fuoco alla miccia della controrivoluzione e del sabotaggio pur di difendere i loro privilegi attaccati frontalmente e aboliti dal governo degli operai e dei contadini. Chi, piangendo lacrime di coccodrillo, e spargendo il più delle volte menzogne e imposture storiche, deplora la sorte dei kulaki e vaneggia di un loro inesistente “sterminio” da parte delle autorità comuniste, dovrebbe tener presente che i kulaki, assieme agli esponenti dei vecchi ceti mercantili, agli ex-gendarmi e scherani dell’impero zarista, furono deportati solo in minima parte in Siberia o in altri luoghi di nuovo insediamento e quasi mai d’imperio, bensì sempre per una forte volontà espressa dal basso, dai contadini poveri e medi. In gran parte, i rappresentanti dei ranghi sociali espropriati, aboliti o ridimensionati nel loro peso e nella loro capacità d’interdizione sociale e politica, trovarono impiego nei gangli della pubblica amministrazione e negli organi di gestione economico-contabile delle aziende agricole e industriali. Alcuni di loro, va detto per amor di verità e di obiettività storica, scrollatisi di dosso il fardello dell’inglorioso passato e delle tramontate idee, furono leali, fedeli e specchiati servitori dello Stato degli operai e dei contadini; altri, invece, irriducibili nemici di ogni principio di uguaglianza, di reale libertà ed emancipazione delle classe sociali subalterne, sfruttarono il loro livello di istruzione, senz’altro superiore alla media, visto che per secoli ne avevano negato uno dello stesso livello a milioni di uomini e donne, per tessere trame eversive, minare l’economia del Paese, provocare il crollo del potere sovietico nel vortice di un malcontento scientificamente coltivato e nutrito.
Molti avranno letto sicuramente dei numerosi incendi dolosamente appiccati a kolkhoz e sovkhoz negli anni 1929-1933 con depositi distrutti, ricoveri per animali ridotti in cenere, raccolti arsi nel rogo dell’egoismo e dell’odio di classe spinto fino a negare il pane al popolo, a distruggerlo in maniera crudele e spietata. Accanto a questi truci aspetti della reazione dello strato sociale capitalista e benestante delle campagne, ve ne furono altri meno indagati in sede storiografica, più sottili ed insidiosi, ma non per questo meno devastanti per la costruenda economia collettiva sovietica: contabilità falsificate per far apparire passività inesistenti, giornate lavorative dei kolkhosiani misconosciute o pagate per metà (il trudoden, la giornata lavorativa effettivamente prestata sulle terre collettive, era la base per il conteggio delle paghe degli agricoltori delle fattorie colletive, in natura e in denaro), fannulloni amici del contabile di turno, o ad esso legati da antichi rapporti di protectio-oboedientia, retribuiti in maniera ingiustificata sulle spalle dei contadini onesti e laboriosi, coi fondi che a questi ultimi avrebbero dovuto essere destinati. Infine, mancata registrazione di raccolti, prodotti orticoli, capi di bestiame, pollame e uova, al fine di spianare la strada ad appropriazioni indebite, corruttele e ruberie attuate in forma “consortile” tra ex-kulaki espropriati, economi, ragionieri, revisori dei conti. Contro questa piaga che, specie nei primissimi anni ’30, minacciò di scardinare l’organizzazione economica agricola in tutto il Paese, si eresse un potente vallo da parte della vigilanza operaia e contadina; assediata dall’esterno e minata all’interno dall’azione dei nemici del popolo e degli elementi politicamente ostili, l’Unione Sovietica reagì potentemente stroncando complotti e fermenti rovinosi, nelle città e nelle campagne. L’NKVD (Comissariato del Popolo agli Affari Interni), coadiuvò in maniera indefessa l’operato del Partito, dei Sindacati, dei Soviet (specie i Sel’ Soviet, i Soviet di villaggio) per stanare i nemici infiltrati negli organismi economici e gestionali delle campagne, nelle articolazioni deputate ad assicurare gli approvvigionamenti e i materiali necessari all’economia agricola. Nel 1935, la partita era vinta ormai quasi al 90%: un documento dell’NKVD, uscito dagli archivi ex-sovietici, ci mostra con dovizia di dati la situazione sul campo in quell’anno, anno di resoconto, verifica e bilancio di un’epurazione sacrosanta e necessaria per il Paese e per la stabilità del socialismo.
Il Segretario politico del GUGB (Direttorato principale per la sicurezza di Stato) Molchanov, in data 19/07/1935 scrisse alle massime cariche del VK b)P (denominazione allora in uso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica), ripercorrendo le tappe dell’azione degli organi ispettivi e di sicurezza dell’URSS in merito al controllo e alla verifica degli apparati amministrativi e contabili dei kolkhoz. L’inchiesta, svolta con la costante e fruttuosa collaborazione delle articolazioni istituzionali e politiche del potere sovietico, marciò a ritmi serrati e coinvolse vari territori dell’URSS, di capitale importanza per le dinamiche sociali ed economiche legate al cammino della collettivizzazione dell’agricoltura e, più in generale, alla costruzione del socialismo (si va dalla Siberia Occidentale all’Ucraina, passando per l’Uzbekistan, la regione caucasica, l’area del Mar Nero, la zona delle ubertose Terre nere centrali). Dal documento inoltrato da Molchanov, veniamo a conoscere dati e particolari assai significativi per una comprensione completa ed approfondita del ruolo di sabotaggio esercitato, tenacemente ed in varie forme, da personaggi infiltrati negli apparati contabili e di gestione delle aziende agricole collettive. In 14 Repubbliche, con relativi Oblast’ (Regioni), Kraj (Territori) e Rajoni (Distretti), furono controllati 1940 kolkhoz e più della metà risultarono infiltrati, negli uffici deputati alla conduzione amministrativo-contabile, da elementi di estrazione diversa da quella operaia e contadina, quasi sempre socialmente e politicamente ostili, spesso protagonisti di episodi di malcostume e di sabotaggio. Per la precisione, vennero individuati 1013 individui espressione di ceti espropriati dalla Rivoluzione, 491 ex-kulaki e commercianti, 83 ex-ministri del culto (pope, mullah ecc..), 15 ex-poliziotti in servizio nell’epoca zarista, 25 ex-banditi controrivoluzionari, 90 ex-guardie bianche (alcune delle quali ancora attive, legati a circoli revanscisti e reazionari vivi e foraggiati dallo spionaggio imperialista), 7 ex-funzionari imperiali, 17 ex-menscevichi e socialisti rivoluzionari, 22 elementi criminali di vario tipo, 162 persone sottoposte a indagini, 37 alcoolisti ed elementi antisociali. Un panorama tetro, che certamente spiegava e spiega meglio di mille parole, l’insopprimibile realtà delle manovre di diversione e sabotaggio volte a mandare in frantumi l’economia agricola collettiva e lo Stato sovietico tutto, alla faccia dei tanto pubblicizzati storici “revisionisti”, sempre pronti a brandire in funzione antistaliniana ed antisovietica la memorialistica falsa e tendenziosa di pseudo-testimoni, nonché la pamphlettistica d’accatto di pennivendoli al servizio degli apparati spionistici del mondo capitalista.
Scendendo nel dettaglio, veniamo a sapere che in 245 kolkhoz ucraini, nelle Regioni di Vinnitsa, Kharkov, Dnepropetrovsk, nonché nella Repubblica socialista sovietica autonoma moldava, su 264 economi, ragionieri e revisori sottoposti a verifica, 60 erano ex-kulaki o discendenti di kulaki, 25 erano compresi nel novero degli ex (ex?) seguaci del fascista Petljura, 25 appartenevano a sette religiose o ad ambienti clericali, 9 avevano ingrossato, in passato, le fila degli ufficiali e dei funzionari zaristi, 7 erano ex-soldati delle armate bianche o appartenenti a bande controrivoluzionarie, 8 erano elementi schedati nei casellari penali, 27 avevano subito condanne a vario titolo e in diversi periodi. Molti economi, contabili e revisori dei conti agivano in diretto collegamento coi kulaki, orchestrando sistematici sabotaggi, sperperi di risorse collettive preziose, fino al dissesto dei kolkhoz nei quali lavoravano, al termine del quale c’era chi ne usciva con le tasche piene e chi ne usciva, invece, rovinato (i più). Kharkov, Vinnycja, Kharkov… non erano e non sono, forse, gli stessi luoghi da sempre indicati, dalla mendace propaganda holodomorista, come luoghi di tremende carestie e privazioni, di tragedie da film horror da addebitare tutte ai trinariciuti bolscevichi, affamatori e dispotici, nel periodo 1932-33? Come sempre, le donne di strada debbono dare delle prostitute a quelle oneste per passare da pulite! Se in quelle terre, negli anni sopra menzionati, vi furono difficoltà alimentari, di produzione ed approvvigionamento di derrate agricole, ciò avvenne non certo per l’azione decisa dei comunisti i quali, stroncando le trame controrivoluzionarie, salvarono anzi il Paese dalla fame vera e dal tracollo, ma per l’opera subdola e viscida dei nemici del popolo annidati e infiltrati ovunque, a partire dalle aziende agricole. Essi, unitamente all’influenza di calamità naturali e fenomeni climatici avversi, non prevedibili né del tutto arginabili, tentarono nel 1930-33 di dare la spallata al potere degli operai e dei contadini e, non riuscendovi, anzi venendo scoperti, sparsero a macchia d’olio le loro menzogne su carestie mai avvenute e su tragedie esistenti solo nelle loro menti perverse. Dove più forti furono il controllo, la vigilanza operaia e contadina contro i sabotatori, dove più rilevanti furono i successi della lotta di classe contro gli elementi controrivoluzionari, tanto più velenose, macroscopiche e grottesche furono le invenzioni e le menzogne dei circoli colpiti dalla spada implacabile del potere sovietico.
Anche lontano da questi “epicentri”, nelle Repubbliche e nei territori dell’Asia centrale, la lotta non fu di poco conto e le situazioni venute alla luce grazie all’indagine promossa congiuntamente dagli organi di sicurezza, dal Partito, dagli organismi istituzionali centrali e periferici dell’URSS, dai tribunali, furono assai eloquenti: in Uzbekistan, ad esempio, su 100 contabili sottoposti a verifica e controllo in 97 kolkhoz di 30 Rajon, 83 appartenevano ai vecchi ceti feudali-capitalistico-clericali. Tra questi, 5 erano ex-kulaki, 28 figli di ex-kulaki, 10 ex-mercanti e sensali, 6 ex-ministri del culto, 13 figli di ministri del culto. Solo 17 ragionieri, economi e revisori su 83 erano di estrazione operaia e contadina. Nella Regione di Ivanovo, il 39% dei contabili e dei quadri amministrativi dei kolkhoz appartenevano agli ambienti socialmente ostili al potere sovietico e il 16% manifestava disarmante impreparazione teorica e tecnica, così da spianare la strada alle malversazioni ed alle ruberie dei più “esperti”. Lo spartito della musica non era granchè diverso nella Regione di Kirov, presso la quale, nel Distretto di Vozhgalsk, su 11 contabili sottoposti a controlli, 7 risultarono esser figli di kulaki e mercanti, 2 erano ex-impiegati perseguiti, dopo la Rivoluzione, per appropriazione indebita e corruzione, mentre gli altri due provenivano dallo strato sociale dei contadini medi, ma la loro origine non era di per sé una garanzia: infatti, uno era stato condannato per l’incendio doloso degli essiccatoi di un kolkhoz, l’altro era stato invece processato e condannato per il sabotaggio delle semine, atto riprovevole che, in varie parti dell’URSS, determinò situazioni di pesante difficoltà al popolo onesto e laborioso. Al termine dell’indagine, vennero allontanate decine di individui dagli organismi contabili, gestionali ed amministrativi dei kolkhoz e 20 contabili, colpevoli di abusi, malversazioni, corruttele, sabotaggi, furono denunciati ed arrestati. Si voltò pagina, con tutti i conseguenti positivi riflessi sulla stabilità economico–patrimoniale delle aziende agricole collettive: non si sentì più parlare di paghe non corrisposte ad agricoltori e braccianti, di accantonamenti ingiustificati che privavano i kolkhoz di risorse vitali per le gestioni correnti, di semine ritardate deliberatamente, di inspiegabili ammanchi, di incendi dolosi, di morie ingiustificate di bestiame. Non tutto andò a posto subito e ovunque, certo (in quale luogo della Terra e in quale ambito della vita associata domina la perfezione?), ma il quadro economico dei kolkhoz migliorò rapidamente in ogni angolo dell’URSS, fino a raggiungere livelli ottimali verso la fine degli anni ’30. Verso la fine del 1937, si contarono in URSS 243700 kolkhoz, con dentro 18500000 aziende contadine, ovvero il 99,1% di tutte le aree coltivate. Possiamo altresì vedere come nel 1930 vi fossero, in tutta l’URSS, 31100 trattori, diventati appena due anni dopo 74800 e nel 1937 ben 365800.
La grandezza del potere sovietico rifulse non solo nella prontezza con la quale vennero stanati i sabotatori, i delinquenti, i parassiti, i disonesti travestiti nei nobili panni del contabile, ma anche e soprattutto nell’intelligenza con la quale il problema venne affrontato e risolto. Contro l’estremismo ed il settarismo di precisi ambienti del Partito e dello Stato, i quali identificavano frettolosamente e ingiustamente ogni contabile, revisore, economo in un nemico di classe, e contro il lassismo di altri settori, ingenui quando non collusi e complici, i quali peroravano la linea della tolleranza sempre e comunque, la linea maggioritaria nel Partito e negli organismi istituzionali seppe scegliere la via giusta: quella del rigore, manifestatosi in un sano repulisti di elementi infidi o criminali, abbinato alla selezione ed alla promozione di quadri contabili ed amministrativi di provenienza sì borghese o feudale, ma onesti, scrupolosi e leali. In questo modo, gli agenti del caos e dell’eversione furono messi alle corde, privati del teatro nel quale attuare le loro malefatte, mentre le figure positive e costruttive furono fidelizzate, guadagnate stabilmente alla causa del socialismo. Parallelamente a ciò, si investì molto nella formazione di nuovi contabili esperti di schietta estrazione operaia e contadina, facendo piazza pulita di quell’impreparazione generale, di quelle deboli e frammentarie nozioni da computista dell’abaco, sulle quali avevano giocato e costruito le loro fortune i più “esperti” contabili nemici del potere sovietico, pronti ogni volta a sorridere col loro ghigno beffardo di coloro i quali, onesti ma sprovveduti, cercavano di districarsi disperatamente tra partite doppie, coefficienti di ammortamento, accantonamenti. Sorse autorevole, ben istruita ed addestrata, nonché strettamente legata alla causa del proletariato rivoluzionario, una nuova leva di ragionieri, revisori, economi delle aziende collettive, i cui successi rappresentarono un vanto per tutto l’immenso Paese dei Soviet. Gli operai e i contadini sapevano, nella loro stragrande maggioranza formata da individui maturi e coscienti, che il contabile non era un nemico, ma un insostituibile alleato nella difesa e nella valorizzazione della proprietà socialista, un presidio fondamentale contro i furti, le azioni economicamente nocive, le gestioni antieconomiche. Ancora oggi, solo per fare un esempio, si rimane incantati ed ammirati nel constatare come, in URSS, qualsiasi bene fosse, almeno fino alle controriforme gorbacioviane, scrupolosamente censito, inventariato, descritto, dai grandi, avveniristici macchinari agricoli ed industriali, fino ai più banali soprammobili. E’ questo un piccolo indice di come, in URSS, accanto agli operai e contadini, operò per lungo tempo un apparato contabile di prima qualità. Anche grazie a quell’apparato, il socialismo uscì vittorioso negli anni ’30 e poté veder dissolversi, sotto i caldi raggi del Sol dell’avvenire, tra le messi rigogliose dei campi estesi a perdita d’occhio, il ghigno perfido dei nemici del popolo.Nota.
Il documento analizzato e descritto nel presente articolo è reperibile a questo indirizzo
Per le vicende dei kolkhoz e dei sovkhoz, per l’analisi della loro consistenza economica e patrimoniale, per i progressi nel campo della meccanizzazione dell’agricoltura, è utile consultare il secondo volume di “Lineamenti di storia dell’URSS” (Edizioni Progress, Mosca, 1982, in italiano).

La battaglia di Kursk; ‘Punto di non ritorno’ per la Germania nazista

Sputnik 04.07.2017Situato a 315 miglia a sud di Mosca e attraversato dai fiumi Kur, Tuskar e Sejm, Kursk è una pittoresca città russa di 500000 abitanti col più grande giacimento di ferro conosciuto del mondo. Tuttavia, tra il 4 luglio e il 23 agosto 1943 fu teatro della sfida titanica tra Wehrmacht della Germania nazista e Armata Rossa dell’Unione Sovietica. Nel 1943, l’Operazione Barbarossa, l’invasione dell’Asse dell’Unione Sovietica, s’era impantanata. Dopo diversi stupefacenti successi iniziali, l’Armata Rossa mutò l’andazzo della guerra con le epiche vittorie a Mosca nel 1941 e a Stalingrado nel 1942, e la Wehrmacht era ormai in ritirata. Kursk fu l’ultimo sforzo con cui la Germania nazista impegnò risorse inedite per ribaltare il corso della guerra in proprio favore, o almeno fermare l’inesorabile avanzata delle forze sovietiche. Nel complesso i nazisti concentrarono 900000 truppe, 10000 pezzi d’artiglieria, 2700 corazzati e 2000 aerei, circa un terzo dell’intera forza militare tedesca. L’obiettivo dei nazisti era circondare e schiacciare cinque armate sovietiche, prima di schiacciare l’Armata Centrale del Maresciallo Rokossovskij e l’Armata di Voronezh del Maresciallo Vatutin con una brutale manovra a tenaglia.
Se ovviamente era l’obiettivo militare desiderabile, la strategia aveva considerazioni politiche al centro: la direzione sovietica era sempre più frustrata dalla mancanza di volontà degli alleati occidentali ad aprire un secondo fronte e alleviare l’intenso onere della lotta dal 1941. Hitler sapeva che il successo in Oriente poteva sabotare permanentemente l’associazione tra Unione Sovietica, USA e Regno Unito. Inoltre, avrebbe dimostrato che la Germania nazista era stata solo danneggiata severamente, ma non fatalmente, a Stalingrado. La pianificazione dell’operazione iniziò nel febbraio 1943, ma Adolf Hitler volle ritardare l’attacco il più a lungo possibile, nonostante il desiderio del Feldmaresciallo Erik von Manstein di lanciarla al più presto possibile. Conoscendo il ruolo svolto dall’incredibile inverno sovietico su Barbarossa, il Fuhrer voleva guadagnare tempo finché il terreno non fosse completamente scongiurato; inoltre, il suo amore per il nuovo carro armato Tigre, di cui pensava che un battaglione valesse una divisione di qualsiasi altro carro armato, lo convinse a ritardare fin quando non ne fossero disponibili altri. Con un ritmo di produzione di 12 alla settimana, Manstein dovete attendere molto, e nel frattempo l’Armata Rossa rese le proprie postazioni praticamente impenetrabili.
Il 4 luglio le forze sovietiche erano ben preparate, e in alcune aree i reggimenti d’artiglieria superavano la fanteria cinque a uno, con oltre 20000 cannoni puntati sulla Wehrmacht, tra cui oltre 6000 cannoni anticarro da 76,2mm e 920 lanciarazzi multipli Katjusha. Inoltre, con l’aiuto della popolazione civile di Kursk, l’Armata Rossa scavò 5000 chilometri di trincee dotate di filo spinato, ostacoli elettrificati e lanciafiamme. Alcune zone difensive sovietiche erano profonde sei chilometri, con 2200 mine anticarro e 2500 mine antiuomo posate su ogni singolo miglio del fronte, una densità quattro volte quelle delle difese di Stalingrado. Nel complesso fu posato oltre mezzo milione di mine anticarro e 440000 mine antiuomo. Tuttavia, la Wehrmacht avviò l’assalto il 4 luglio sul villaggio di Prokhorovka. Lo scontro durò 50 giorni.
La Seconda guerra mondiale è un conflitto dalle statistiche immense e Kursk ne illuminò alcune delle più sorprendenti: 3 milioni di soldati, 8000 carri armati e 5000 aerei furono coinvolti, e i relativi scontri compresero la battaglia tra carri armati più grande della storia e i singoli giorni di guerra aerea più costosi. In confronto alla battaglia d’Inghilterra, del Bulge, del D-Day, di El Alamein o Midway, lo scontro per la civiltà a Kursk è ignoto in occidente, raramente menzionato dai media e apparentemente noto solo a pochi storici professionisti. Tuttavia, coloro che hanno anche solo contezza di Kursk, sono ben consapevoli del significato cruciale e credono che fu lo scontro più importante della Seconda guerra mondiale. Tra loro vi è l’eminente Dennis Showalter, nel suo libro Armor and Blood Showalter conclude che la battaglia fu la “svolta del Fronte Orientale… il punto di non ritorno”. Dopo Kursk, i nazisti non compirono mai più passi coraggiosi e fiduciosi nel domani, venendo spinti in una posizione difensiva virtualmente perpetua in Europa. Viceversa, se la Wehrmacht fosse prevalsa la guerra avrebbe potuto decisamente essergli favorevole, con una possibile sconfitta dell’Unione Sovietica e trionfo della Germania nazista in Europa, se non del Mondo.
Quando le truppe occidentali sbarcarono in Normandia il 6 giugno 1944, incontrarono forze tedesche senza supporto aereo, carburante e rifornimenti; se l’Armata Rossa non avesse trionfato a Kursk, le truppe d’invasione statunitensi, inglesi e canadesi avrebbero incontrato i nazisti in piena potenza e il D-Day sarebbe fallito.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il partito fascista russo

OrientalistI termini “Harbin russa” e “russi di Harbin” si riferiscono a diverse generazioni di russi che vissero ad Harbin, fulcro della principale ferrovia orientale cinese (KVZhD) dal 1898 al 1960. I primi russi di Harbin erano per lo più operai e impiegati della KVZhD che si trasferirono a Harbin per lavorare nella ferrovia. Harbin (Sungari, la prima stazione) in realtà fu costruita dai primi coloni, che si portarono mobili ed effetti personali dalla Russia. Dopo la guerra russo-giapponese molti lasciarono la Manciuria, ma chi viveva ad Harbin da tempo decise di restare. Nel 1913 Harbin era in realtà una colonia russa addetta a costruzione e riparazione della KVZhD. La popolazione era di 68549 persone, in gran parte russi e cinesi. Il censimento registrava la presenza di cittadini di 53 Paesi. Oltre a russo e cinese si parlavano altre 45 lingue. Solo l’11,5% dei residenti era nato ad Harbin. In conseguenza della rivoluzione e della guerra civile, circa 100-200000 emigrati si stabilirono ad Harbin. Erano soldati e ufficiali del movimento bianco, quadri e dipendenti dei governi della Siberia e dell’Estremo Oriente, intellettuali e gente comune. La popolazione russa di Harbin era la più grande al di fuori della Russia. L’8 settembre 1920 la Repubblica di Cina annunciò che non riconosceva più le legazioni russe in Cina, e il 23 settembre ruppe le relazioni con l’impero russo rifiutandosi di riconoscere i diritti extraterritoriali dei suoi cittadini. Così all’improvviso i cittadini russi in Cina divennero apolidi. Dopo di che, il governo cinese occupò le istituzioni di Harbin come tribunali, polizia, carcere, ufficio postale ed istituzioni scolastiche e di ricerca. Nel 1924 Pechino firmò l’accordo tra Cina e Unione Sovietica che decise lo status giuridico della KVZhD. In particolare, fu permesso di lavorarvi ai soli cittadini sovietici e cinesi. Così, la maggior parte dei russi di Harbin, per non perdere il lavoro, accettò la cittadinanza sovietica associata ad una precisa identità politica. Molti russi di Harbin lo fecero anche per motivi patriottici. Altri rimasero apolidi e senza lavoro. A poco a poco, la questione della cittadinanza ed identità politica divise la popolazione russa di Harbin, portando a una forte presenza sovietica. Nel 1924-1962 Harbin ospitò il Consolato Generale dell’URSS. Nel periodo del Manchukuo, il Console Generale dell’Unione Sovietica fino al 1937 fu Mikhail Slavutskij.
Negli anni ’30, il Giappone occupò la Manciuria e impose lo Stato fantoccio del Manchukuo. Nel 1935 l’Unione Sovietica vendette la sua quota della KVZhD a tale Stato. Nella primavera-estate del 1935 migliaia di russi di Harbin, cittadini sovietici. rientrarono con le loro proprietà nell’URSS. Buona parte fu arrestata immediatamente o successivamente con l’accusa di spionaggio e attività controrivoluzionarie, in particolare, secondo l’ordine 00593 del NKVD del 20 settembre 1937. Molti russi di Harbin inizialmente reagirono positivamente all’occupazione giapponese, nella speranza che il Giappone li aiutasse nella lotta all’influenza sovietica in Cina, che cercava di ripristinare la sovranità su Harbin. Tuttavia, molti di loro lasciarono Harbin per altre città cinesi, come Shanghai, Pechino, Tianjin e Qingdao. Nel 1945, dopo che l’Esercito sovietico entrò ad Harbin, tutti coloro identificati come membri del movimento bianco e collaborazionisti delle truppe di occupazione giapponesi, finirono nei Gulag.
Negli anni ’20 e ’30 la “peste fascista” non risparmiò i russi, in particolare gli emigranti. I fascisti nella comunità russa rimasero al potere dai primi anni ’20 al 1943; tempi d’oro in cui vi erano più di 30000 membri, e le unità militari, che ne contavano circa 5000, causarono gravi difficoltà alle unità dell’Armata Rossa che coprivano il confine dell’Estremo Oriente dell’URSS. L’uomo che guidò i fascisti russi di Harbin e si propose di lottare contro i sovietici, organizzò varie azioni, anche criminali. Fino a poco tempo fa era noto a pochissimi. Kostantin Rodzaevskij, nato a Blagoveshensk l’11 agosto 1907. La famiglia Rodzaevskij apparteneva alla piccola e fragile borghesia siberiana, completamente rovinata dalla rivoluzione. Durante la guerra civile, i bianchi e i rossi si scontrarono continuamente a Blagoveshensk, ma la famiglia del notaio riuscì a superare in silenzio i tempi difficili. Forse Rodzaevskij sarebbe cresciuto nel sistema socialista, se nel 1925 non fosse fuggito in Manciuria. Nel 1945 scrisse a Stalin che la causa della fuga fu il risentimento per il fatto che in patria non poté entrare all’università, nonostante l’appartenenza alla Lega della Gioventù Comunista. Ma due anni prima della lettera, intelligence giapponese sospettò che la fuga di Rodzaevskij fosse un’infiltrazione dell’OGPU. Comunque, le circostanze della fuga attraverso l’Amur rimangono sconosciute. Si sa solo che la madre si recò ad Harbin per convincere il figlio a tornare nel 1926, ma non ci riuscì.
Il 26 maggio 1931 ad Harbin fu aperto il primo congresso dei fascisti russi, che annunciò la creazione del Partito Fascista russo (PFR). Il suo presidente fu un ex-generale ed organizzatore di attività sovversive sul territorio dell’URSS, Vladimir Kosmin. Ma guidò il partito nominalmente. Le redini del potere erano nelle mani del comitato centrale, guidato dagli stessi giovani che stilarono il deprecato programma del PFR, scritto da Rodzaevskij ad aprile, in cui profetizzava la morte imminente del regime sovietico affermando, “i governanti del Cremlino si isolano dalla gente comune che geme con la collettivizzazione forzata. Arriverà il grande risveglio nazionale che inevitabilmente diverrà una rivoluzione nazionale anticomunista e anticapitalista“. Sottolineando la natura nazionale del fascismo, gli ideologi del PFR cercarono nella storia russa dei predecessori. Il principe moscovita Ivan Kalita fu salutato come il fondatore della tradizione fascista russa, così come del centro religioso di Mosca; l’ex-generale della gendarmeria A. Spiridovich sostenne che l’idea di Mussolini sui sindacati controllati dallo Stato fu formulata già nel 1901 del capo della polizia di Mosca Sergej Zubatov. La Russia fascista, secondo Rodzaevskij. sarebbe salita a benessere ed equità sociale inediti con benefici per i Paesi vicini (Finlandia, Lettonia, Polonia, Romania, Bulgaria, Persia, Afghanistan e Mongolia), che si sarebbe impegna a comporre per creare un grande impero eurasiatico. Il programma del PFR era completamente permeato di antisemitismo. I nazisti di Harbin chiamavano l’OGPU “nido sionista”, e Stalin, difficilmente sospettabile di giudeofilia, “concubino di capitalisti americani ed ebrei”.
Il 18 febbraio 1932, i collaborazionisti cinesi su ordine del Kwangtung in Manciuria dichiararono la secessione dal governo di Nanchino di Chang Kaishek, e dichiararono ufficialmente lo Stato indipendente del Manchukuo. Per dare una parvenza di legittimità a tale atto, i giapponesi recuperarono una reliquia politica, l’ultimo imperatore cinese Xuan-tun, noto anche come Henry Pu Yi. Tuttavia, i giapponesi avevano piani anche per i fascisti russi. La “Tokumu-kikan” o “società veicolo” del dipartimento d’intelligence dello Stato maggiore generale giapponese era utilizzata per spionaggio e sabotaggio nell’URSS. La “Kempeitai” o polizia militare, alle dipendenze del comandante dell’Armata del Kwantung, li riteneva invece una mera banda di delinquenti. Di conseguenza, alcuni “camerati”, invece di essere preda del delirio rivoluzionario nazionale, s’immischiarono in traffico di droga, prostituzione ed estorsione. Nel settembre 1936, Rodzaevskij si rivolse al maggiore Suzuki della “Tokumu-kikan” e propose la creazione di un’unità di combattimento del PFR, che i giapponesi dovevano addestrare ed equipaggiare per svolgere propaganda e sabotaggio nella Siberia orientale. Nelle aree delle operazioni dovevano creare una rete clandestina fascista. A fine ottobre, Suzuki e Rodzaevskij reclutarono decine di “camerati”, che rapidamente appresero le competenze di base nel tiro, uso di radio e lavoro clandestino. Ai primi di novembre, il distaccamento fu diviso in diversi gruppi che dovevano organizzare disordini nel territorio sovietico per l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Un gruppo attraversò l’Amur a nuoto verso Blagoveshensk, e lungo le rive del Zeya tagliò fili del telegrafo e attaccò operai sovietici. Un altro completò la missione penetrando nella regione del Bajkal, in prossimità della stazione di confine dove finiva la ferrovia Nord della Manciuria e iniziava un ramo della Transiberiana. Sei terroristi del PFR marciarono lungo i binari per 400 chilometri fino a Chita. Il 7 novembre, s’infiltrarono tra i manifestanti e improvvisamente gettarono sulla folla volantini che denunciavano i crimini di Stalin. Fu arrestato chi raccolse i volantini, ma i sabotatori riuscirono a scappare. Tuttavia, inaspettatamente l’atteggiamento su Rodzaevskij dei capi giapponesi cominciò a cambiare in peggio.
I dubbi su Rodzaevskij furono ispirati dagli eventi in Germania, dove la Gestapo arrestò Boris Tedli e alcuni altri membri del PFR quali spie sovietiche. Le autorità giapponesi temevano agenti sovietici mascherati da fascisti o nazisti. Poco più di un anno prima, il giornalista tedesco Richard Sorge fu scoperto essere un ufficiale dell’intelligence sovietica. Sfruttando una confusa documentazione d’impeccabile nazista e sofisticato europeo, Sorge per diversi anni sfruttò con successo i suoi numerosi contatti giapponesi. Nel maggio 1943, Rodzaevskij fu arrestato dalla “Kempeitai” e sottoposto a gravi interrogatori. Furono anche arrestati Nikolaj Kipkaev (ex-rappresentante del PFR a Tokyo) e Gennadij Taradanov (capo del ramo di Shanghai del PFR e autore de “L’ABC del fascismo“). Tutti poterono scagionarsi e un mese dopo furono rilasciati. Mentre le vittorie sovietiche si moltiplicavano, come le sconfitte dei giapponesi nell’Oceano Pacifico, l’Armata del Kwangtung iniziò puntualmente a rispettare il patto del 1941 sulla neutralità. Volendo a tutti i costi evitare tensioni con Mosca, l’Armata del Kwangtung nell’estate del 1943 intraprese un’azione decisiva contro le organizzazioni antisovietiche. La prima vittima della nuova politica fu il PFR, la cui fine fu improvvisa. Il 1° luglio la missione militare di Harbin me annunciò l’eliminazione degli uffici in Manchukuo, Giappone e Cina. Lo stesso giorno furono chiusi i giornali “La nostra via” e “Nazione“. Inoltre furono proibiti riunioni, uniformi, canzoni ed emblemi del PFR. Una volta che si capì che il Manchukuo sarebbe stato occupato dalle truppe sovietiche, gli emigrati cominciarono a pensare sul da farsi. I pessimisti sostennero che, avendo ottenuto un grande vittoria sulla Germania, Stalin non si sarebbe vendicato degli ex-compatrioti. Queste speranze furono sostenute dal consolato sovietico di Harbin, che in ogni occasione dichiarò che non vi erano sovietici ed emigrati, ma solo il popolo russo. L’Armata Rossa avrebbe liberato i fratelli russi dal giogo giapponese e accolto con favore il loro ritorno in patria. L’esca fu tirata, ma Rodzaevskij non seguì l’esempio dell’Ataman Semjonov e di altre figure di spicco del movimento bianco, che stoicamente aspettarono l’arrivo degli agenti di sicurezza. Fuggì dal Manchukuo il 17 agosto 1945, il giorno in cui l’Armata del Kwangtung ricevette da Tokyo l’ordine del cessate il fuoco, e i sovietici liberavano Xinjing e Mukden. Arrestato a Tianjin, scrisse due lettere, al comandante del Fronte di Trans-Bajkal Maresciallo Rodjon Malinovskij, e l’altra a Stalin. Rodzaevskij descrisse la sua svolta spirituale, riconoscendo la continuità di base della storia russa. Il suo più grande errore fu l’incomprensione che l’Unione Sovietica, infatti, si evolva in direzione fascista. “Lo Stalinismo, scrisse Rodzaevskij, è solo ciò che erroneamente chiamammo fascismo russo, il nostro fascismo russo purificato da estremismi, illusioni e delusioni”.
Le lettere a Malinovskij e Stalin arrivarono all’ambasciata sovietica di Pechino, nelle mani dell’addetto Ivan Timofeevich Patrikeev, che immediatamente invitò il “duce” per un incontro personale. A Patrikeev Rodzaevskij fece una buona impressione. Assicurò che l’ex-“duce” era necessario alla patria. La Russia si trovava ad affrontare nuove e ancora più gravi prove. Gli ex-alleati, inglesi e statunitensi, vogliono approfittare delle perdite umane e della devastazione economica covando piani imperialisti. Rodzaevskij aveva informazioni utili al popolo, agendo da giornalista-agitatore. Su dove inviarlo, Patrikeev fu evasivo: Khabarovsk o Vladivostok “per rivedere il contratto con i giornali sovietici“. Per ambientarsi, sarebbe stato inviato in qualche giornale o alla radio della regione del Paese che desiderasse. Tuttavia, una volta decollato da Changchun, invece di atterrare a Vladivostok, arrivò a Chita, e da lì Rodzaevskij finì a Mosca, dove fu incarcerato assieme al suo nemico implacabile l’Ataman Semjonov, che fu catturato da un distaccamento di paracadutisti dello Smersh il 19 agosto, nella casa di Dairen. Si dice che prima dell’arresto, l’NKVD preparò pasti sontuosi dove brindò alla vittoria russa sulla Germania, dicendo che se aveva malgiudicato Stalin, non si considerava colpevole. Il 26 agosto 1946, il Colonnello-Generale del Collegio militare di giustizia Vasilij Ulrich aprì la sessione della Corte Suprema dell’URSS. Semjonov, protagonista del processo, testimoniò per primo e non nascose il fatto che con il comando dell’Armata del Kwantung voleva occupare la parte asiatica della Russia sovietica. Tuttavia, alla fine del discorso, con l’Ataman, ancora una volta espresse gioia per la vittoria sovietica sulla Germania. Semjonov, “in quanto peggior nemico del popolo sovietico” fu condannato a morte per impiccagione, Rodzaevskij alla fucilazione.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una guerra solitaria

Abdur Rauf Yousafzai, TFT, 14 ottobre 2016Mohammad Najibullah, ultimo presidente della Repubblica Democratica Afghana, fu ucciso nel 1996 dai taliban. Abdur Rauf Yousafzai incontra in Pakistan chi l’ha conosciuto e ne ritiene le idee attuali.

Il Dottor Mohammad Najibullah e suo fratello Shahpur Ahmadzai furono uccisi dai taliban il 26 settembre 1996 nel complesso delle Nazioni Unite di Kabul. I corpi furono trascinati per le strade e impiccati nella piazza principale di Kabul dai taliban. L’uomo può essere morto, ma le sue idee e soluzioni al conflitto afghano mantengono una rilevanza, almeno per alcuni. Considerate ad esempio che l’ingegnere Gulbuddin Hekmatyar, capo dell’Hizb-e-Islami afghano, ha fatto ciò che rifiutò 26 anni fa, quando il Dr. Najibullah avanzò la ‘politica nazionale di riconciliazione’. Subito dopo aver assunto l’ufficio di presidenza a fine novembre 1987, il Dottor Najibullah non solo sviluppò un piano per ritirare le truppe sovietiche dall’Afghanistan, ma annunciò la politica nazionale di riconciliazione che offriva accordi di condivisione del potere con i capi mujahidin afghani. Recentemente Gulbuddin Hekmatyar ha firmato un accordo di pace con il governo del dottor Ashraf Ghani, simile a quello offerto dal Dottor Najib subito dopo aver assunto la carica di Segretario Generale dell’ex-Partito Democratico Popolare Afghano (PDPA) del novembre 1986.
Mian Iftikhar Hussain, ex-ministro dell’Informazione della provincia Khyber-Pakhtunkhwa del Pakistan e autentico muro contro il Taliban Tehrik Pakistan (TTP), incontrò molte volte il presidente comunista afgano. Mian Iftikhar condivide l’esperienza dei suoi incontri con il dottor Najib: “Ricordo alcune mie riunioni con il Dottor Najib per la 77.ma giornata dell’Indipendenza dell’Afghanistan. Ero a Kabul. Il leader nazionalista pakistano Wali Khan e il Dottor Najib tornavano da Mosca ed io ero in coda con coloro che si erano riuniti per riceverli. Quando Wali Khan mi vide, sorrise e disse a Najib: “A Mosca gli studenti chiedevano di questo ragazzo!” “Najib mi disse che quattro giorni dopo mi avrebbe chiamato per una riunione. Najib era un leader nazionalista intellettuale e aperto, ispirato dalla tradizione politica di Bacha Khan e Wali Khan”. Mian Iftikhar prosegue: “C’era un bellissimo palazzo presidenziale nel cuore di Kabul, ma il Dottor Sahib viveva in una casa molto piccola. Un giorno c’invitò a cena. Tutti fummo stupiti quando vedemmo che viveva in una casa molto semplice e piccola. Sentì i suoi discorsi, la sua personalità era strabiliante e ogni volta che pronunciava un discorso, la sua voce era tonante!
Najib, per alcuni in Afghanistan “simbolo della pace”, iniziò la carriera politica quando era studente. La sua visione del mondo s’incentrava su socialismo, comunismo e umanesimo. Iftikhar narra che alla fine di una notte, Najib venne nel suo appartamento per una visita. “Era inverno e il Dottor Sahib era avvolto in un chadar di Pakhtun (mantello). Dissi al presidente che non era il momento di viaggiare così. Il coraggioso presidente rispose: “Questa è la mia patria Haywad e voglio far sapere ai terroristi che sono pronto a sacrificare la vita”. Il Dottor Najib era, per me almeno, un visionario e poteva riunire persone dei vari gruppi nazionali ed etnici in Afghanistan, e la storia mostra che dopo di lui l’Afghanistan non ha prodotto una personalità così ampiamente accettata politicamente.
Za da watan, giorno watan zma
Za da watan da para sar Qurbanwoma
(Nato fuori dalla mia terra
Sacrifico la mia vita per la mia terra)
Il Dottor Sahib mi recitò questo verso per un po’ di tempo dimostrandomi di essere ben consapevole delle conseguenze nel contrastare gli interessi della guerra fredda statunitense“. Anche oggi, Mian Iftikhar Hussain continua ad invitare l’ONU ad indagare sull’omicidio di Najib, un uomo che considera un grande leader. Per alcuni, il fatto che l’ultimo rifugio di Najib fosse in una sede delle Nazioni Unite e che i taliban lo trascinassero dopo la morte, pone almeno parte della responsabilità della morte anche sulle Nazioni Unite. Mian Iftikhar infatti insiste: “La storia ripeterà più volte che anche l’ONU è responsabile del suo omicidio. Il dottor Najib fu ucciso e l’umiliazione del suo cadavere fu un messaggio a tutti i nazionalisti progressisti su entrambi i lati della linea Durand, terrorizzare i seguaci della filosofia di Bacha Khan”.
Ameen Jan, oggi leader del Partito dei Lavoratori Awami (AWP) del Pakistan, fu esiliato a Kabul durante il regime militare pro-occidentale di Zia-ul-Haq. Durante il suo soggiorno a Kabul incontrò molte volte l’ultimo presidente comunista afghano. Riassume l’esperienza con Najib durante il suo esilio così: “Incontrai il Dottor Sahib prima della presidenza, ma era anche allora potente. Mi chiamò alcune volte dopo aver giurato da presidente. Era molto chiaro nella sua visione e nella sua politica, voleva vedere un Afghanistan pacifico, moderno, istruito e prospero e avere rapporti stretti e cordiali con tutti i vicini. Trascorsi molti anni in Afghanistan e osservai attentamente il governo del PDPA. Mi sembrava la migliore ideologia per opporsi all’imperialismo…” Come Mian Iftikhar Hussain, Ameen Jan testimonia anche l’amore di Najib per la poesia in pashtu e in generale. Ameen Jan ricorda che Najib spesso si lamentava della situazione con il seguente versetto:
Pa Lara zam tola shrangeegam
Sta da tuhmat zanzeer pa ghara garzwoma
(Andando per strada, produco il suono del jingling
Porto la catena del tuo male intorno al mio collo)
Ameen Jan continua a presentare la sua analisi sul ruolo di Najib negli anni ’80: “Durante la guerra fredda, Pakistan ed Afghanistan facevano parte di campi globali opposti e il Jamaat-e-Islami e le altre forze di destra fecero propaganda contro ciò che definivano “comunismo ateo”. Ironia della sorte, questi partiti sostenevano l’amicizia Pakistan-Cina, sapendo benissimo che per la loro logica la leadership cinese era almeno “ateistica” e “senza dio” quanto quella dell’Unione Sovietica. Fu argomentato dai simpatizzanti del regime PDPA filo-Mosca a Kabul che gran parte del sentimento anticomunista che spinse la ‘jihad’ in Afghanistan fu prodotto dalla confluenza di interessi tra Stati Uniti, Arabia Saudita ed élites pakistane. Al suo tempo, Najibullah era il leader indiscusso dei pakhtun progressisti su entrambi i lati della linea Durand, guadagnandosi l’inimicizia di molti potenti. Najib era ben consapevole della prospettiva di una morte prossima e una volta mi disse: “Nei prossimi giorni il mondo sarà testimone di un bagno di sangue in questa regione“. Ameen Jan s’interrompe e conclude: “E sì, i russi tradirono il loro vecchio amico sincero…
Shamim Shahid, giornalista ed esperto di Afghanistan, ricordando Najibullah ne descrive la visione politica nelle seguenti parole: “Nel 1986, Mohammad Khan Chamkani fu dichiarato presidente e il Dottor Najib Segretario generale del governo del PDPA sostenuto dai sovietici in Afghanistan. Durante questo periodo, Najib dichiarò la “politica di riconciliazione nazionale”, formalmente approvata dalla tradizionale Loya Jirga, tenutasi il 29 e 30 novembre e il 1 dicembre 1987 a Kabul. Oltre ad approvare la politica di riconciliazione nazionale, la Loya Jirga elesse il Dr. Najibillah Presidente dell’Afghanistan. Attraverso la politica di riconciliazione nazionale, Najib dichiarò l’amnistia generale per tutti coloro impegnati nella lotta armata e nell’ostilità contro il governo. Allo stesso modo, offrì il passaggio di poteri a un governo di transizione di ampio respiro. In seguito, annunciò la disponibilità al passaggio di poteri a sette gruppi mujahideen a Peshawar, la famosa unione islamica dei mujahidin afghani (IUAM). Ma tali offerte furono respinte dai partiti afghani di Peshawar“. Shamim è del parere che alcuni partiti mujahidin, i gruppi “moderati” come Fronte Nazionale di Liberazione guidato da Sibghatullah Mujaddadi, Fronte Islamico Nazionale di Pir Syed Ahmad Gillani e Harakat e-Islami Afghanistan di Maulvi Nabi Mohammadi non respinsero né accettarono pubblicamente le idee del Dr. Najib. Ma questi tre partiti erano impotenti a causa della dura posizione dei restanti quattro partiti. Oltre all’Hezbati e-Islami dell’Afghanistan (HIA) di Hekmatyar, l’Afganistan Jamiat Islami del prof. Burhanuddin Rabbani e l’Ittehad e-Islami di Abdul Rab Sayaf decisero una linea particolarmente dura verso il regime PDPA. In tale contesto, giunse l’Accordo di Ginevra, concordando il calendario per ritirare le truppe sovietiche dall’Afghanistan. Il primo ministro Mohammad Khan Junejo gestiva gli affari del Pakistan. Si ritiene che il premier Junejo, senza il consenso del presidente Zia-ul-Haq, inviò il ministro degli Esteri Zain Noorani a firmare l’accordo di Ginevra. Wakeel Ahmad, ministro degli Esteri dell’Afghanistan, fu il secondo firmatario, garanti URSS e USA. Shamim dice: “Al suo apice, la politica di riconciliazione di Najib gli portò una notevole popolarità in Afghanistan. Ma alla fine del 1988, il governo di Zia e l’Arabia Saudita sponsorizzarono la riunione della shura dell’IUAM a Peshawar che elesse un governo parallelo con il prof. Sibghatullah Mujaddadi presidente e Rasool Sayaf primo ministro. La prima riunione del governo afghano in esilio, dominato dai mujahidin, fu organizzata in grotte montuose sul confine Pakistan-Afghanistan, nella provincia di Khost, nel gennaio del 1989. Squadre dei media da tutto il mondo arrivarono per seguire l’evento, ricorda Shamim. Poi, il ministro della Difesa Shah Nawaz Tanai, insieme al ministro degli Interni Syed Mohammad Gulabzai e al generale Abdul Qadir, con il sostegno dei mujahidin, tentarono il colpo di Stato contro il governo di Najib a Kabul. Il colpo fu sventato e Tanai con i suoi aiutanti fuggì in Pakistan con l’aiuto dei sostenitori di Hekmatyar”. Shamim ricorda che Najib rimase imperturbato: “Nonostante avesse affrontato e sventato un colpo di Stato ben organizzato contro di lui, Najibullah rimase fermo nell’impegno verso la riconciliazione nazionale. Dopo aver sventato il colpo di Stato, il dottor Najib visitò varie province e città dove affrontò le tradizionali jirga e organizzò la tradizionale Loya Jirga del 1990, che annunciò la fine delle politiche comuniste della sua amministrazione. Il PDPA fu rinominato Hezb e-Watan. Nei suoi discorsi alla jirga e ai suoi delegati, il Dottor Najib aveva nuovamente detto ai capi della resistenza che le potenze straniere erano riluttanti a lasciare in pace l’Afghanistan e predisse che il conflitto sarebbe continuato nella regione dopo la caduta dell’Unione Sovietica!
Il 2 agosto 1990, nel suo ufficio a Kabul incontrai Najibullah, nel pieno collasso dell’Unione Sovietica. Aveva avanzato l’idea di un’alleanza e della comprensione tra le diverse nazionalità della regione, pakhtuni, punjabi, baluchi, uzbeki e tagiki, nel tentativo di por fine alle violenza con lo slogan dell’Islam e della jihad. Anche nei suoi discorsi, accusò i signori della guerra Hekmatyar, Sayaf, Rabbani e Khalis di essere consapevoli degli “elementi misteriosi” che, disse, erano decisi a fare dell’Afghanistan un campo di battaglia per un’altra guerra. Il generale Dostam avviò la rivolta contro Najib per il Nauroz (21 marzo 1992) a Mazar e Sharif, che alla fine portò alla caduta di Kabul in mano alle forze di Ahmad Shah Masud e di Dostam il 16 aprile 1992. Najibullah, insieme al fratello e agli aiutanti si rifugiò nel complesso delle Nazioni Unite nella zona di Wazir Akbar Khan, mentre Kabul cadeva preda di ulteriori violenze. Doveva essere l’ultima mossa. Shamim mi disse: “Ammiro Najib per aver visto il futuro di distruzione della regione. Sapeva che questa terra sarebbe diventata un campo di battaglia per molti Paesi e che il prezzo finale sarebbe stato pagato dai popoli di Pakistan e Afghanistan“.Abdur Rauf Yousafzai è un giornalista di Peshawar.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Zoja Kosmodemjanskaja, eroina dell’umanità

Luca Baldelli

Ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti all’Armata Rossa di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita”. Con queste brevi, incisive parole, il sublime scrittore Ernest Hemingway, progressista, antifascista, amico dell’Unione Sovietica, della pace e della mutua comprensione tra gli uomini, sintetizzava magistralmente l’importanza del tributo al primo Stato mondiale degli operai e dei contadini, mettendone in evidenza il contributo incancellabile nella lotta alla tirannide nazifascista e nella difesa del mondo dalle mire guerrafondaie dell’imperialismo. Non sminuiremo certamente l’immortale autore de “Il vecchio e il mare” se, accanto alla sua affermazione vibrante di sincerità e schiettezza, ne collochiamo un’altra, non meno pregnante e realistica: ogni essere umano che ami la libertà e la pace non può non riconoscere e non onorare, fin nel profondo del cuore, il sacrificio di Zoja Kosmodemjanskaja. Questa figura è infatti patrimonio non solo dell’URSS e della Russia, terre in cui ogni zolla era ed è impregnata del sangue degli eroi combattenti per la libertà nella Grande Guerra Patriottica, ma anche di tutta l’umanità progressiva, nemica del bellicismo, della reazione, del revisionismo infausto, della negazione dei diritti e della dignità del lavoratore in quanto tale e in quanto persona.
Chi era Zoja Kosmodemjanskaja? Nata da una famiglia di insegnanti nel villaggio di Osino Guj, nella Regione di Tambov, nella zona centrale del bassopiano del Don, il 13 settembre 1923, Zoja Kosmodemjanskaja compì gli studi prima in Siberia (dove i suoi si erano trasferiti), quindi a Mosca. Sull’onda dell’entusiasmo per l’avanzata impetuosa del socialismo, nel 1938 si iscrisse al Komsomol, la Gioventù comunista sovietica, e si dette da fare in una vasta opera di lavoro sociale e pedagogico volta ad eliminare le ultime sacche di analfabetismo esistenti in URSS, Paese dove il potere socialista aveva insegnato a leggere e scrivere a contadini ed operai che mai avevano tenuto una penna o un libro in mano, conseguendo in pochissimi anni l’obiettivo del 90% di alfabetizzazione, traguardo conquistato dalle società borghesi in un secolo (e con tanto di analfabetismo di ritorno!) Zoja, come tutte le persone “speciali”, non aveva un carattere facile: il suo zelo, il suo fervore militante, furono causa di invidie ed incomprensioni che la fecero soffrire enormemente. Alla fine, però, il bene trionfò ed anche i malevoli aprirono il loro cuore e apprezzarono, come si apprezza un dono particolare, l’infinita umanità della ragazza, autentica e mai affettata negli slanci più profondi del cuore. Sul Paese, intanto, si addensava, minacciosa ed oscura, la tremenda nube del nazifascismo coi suoi folli piani di conquista messi a punto anni prima nel “Mein Kampf”. Il tragico giugno del ’41 non trovò Zoja impreparata, né titubante, come non trovò né impreparati né titubanti 200 milioni di onesti cittadini sovietici, guidati dal grande Stalin, la cui lampada mai si spegneva nelle concitate notti di riflessione, programmazione, azione per difendere la Patria. L’attività antifascista, rivolta contro l’occupante, marciava senza sosta nel Komsomol e in ogni ambito della società sovietica.
Nell’ottobre 1941 Zoja, assieme ad altri 2000 volontari del Komsomol, raggiunse il proprio posto di combattimento, ingaggiando una lotta per la vita o per la morte contro i barbari invasori che razziavano, uccidevano, deportavano. Il gruppo di Zoja non dette pace al nemico: agguati, attacchi, incendi di avamposti e depositi utilizzati dai nazifascisti per far partire attacchi contro gli inermi cittadini, o per stoccare beni rubati col terrore al popolo, si succedettero da Petrishevo a Gribtsovo, da Pushkino a Korovino e in tutti i villaggi della Regione di Mosca interessati dai più intensi combattimenti. I tentativi dei nazifascisti di creare terra bruciata attorno ai partigiani sovietici fallirono uno dopo l’altro: l’unità tra tutte le genti dell’URSS contro il feroce invasore era, ogni giorno, più forte che mai e a nulla o a molto poco servivano le minacce, i ricatti, le false promesse. Quando i nazifascisti, a ottobre–novembre ’41, provarono a costituire una milizia collaborazionista nei villaggi per neutralizzare il movimento partigiano e garantire alle loro armate il successo senza intoppi delle barbare azioni pianificate, non trovarono a seguirli che pochi, sparuti elementi rinnegati ed opportunisti, la gran parte dei quali oltretutto disertò non appena ne ebbe l’occasione. Uno di questi elementi, la spia Sviridov, per una bottiglia di vodka consegnò Zoja ai nazisti assetati di sangue ed inferociti dall’efficienza militare dei partigiani del gruppo in cui Zoja militava.
La giovane combattente fu interrogata in maniera brutale, con un allucinante corredo di bestiali torture, dagli sgherri nazisti, alla presenza anche di alti militari. Nonostante l’indicibile supplizio, reso ancor più straziante dal coraggio e dall’abnegazione della ragazza, Zoja non si fece uscire dalla bocca alcun nome di compagni e fiancheggiatori: i combattenti della libertà sovietici, che sempre più andavano ingrossando le file dei partigiani con i mitra, i fucili da caccia, le “molotov” e ogni tipo di arma utile a cacciare le belve naziste, nulla ebbero da temere da questa intrepida amazzone sovietica che andava al martirio serena, con gli occhi pieni di quell’odio per l’ingiustizia, la tirannia, la prepotenza, che è vivido amore dell’umanità.
Zoja Kosmodemjanskaja venne condotta al patibolo nel villaggio di Petrishevo in un tragico 29 novembre 1941. Neppure tra i boia del Nuovo Ordine Europeo retto dalle baionette di Hitler, Himmler e Goering e disseminato di cadaveri, Zoja poté però tacere trattenendosi: anzi, l’inumana violenza che era stata usata sul suo corpo aveva sortito l’effetto di un diluvio di benzina su una fiamma. La giovane, prima di venire impiccata tra lo sdegno, l’incredulità e la bile dei suoi aguzzini, incitò il popolo con parole vibranti a resistere: “Cittadini! Non state in piedi a guardare mentre c’è bisogno di combattenti!” E ancora: “Compagni, la vittoria sarà nostra! L’URSS è invincibile e non verrà sconfitta! Stalin verrà! Non possono uccidere 200 milioni di persone!” Ciechi di rabbia, incapaci di concepire altro dall’odio e dalla sopraffazione, i carnefici portarono a termine il loro sporco lavoro compiendo l’esecuzione di Zoja. La fulgida luce dell’esempio di questa eroina però era destinato a trionfare! Un esempio unico di sprezzo del pericolo, attaccamento lucido e indefettibile alla verità, alla giustizia, alla libertà, amore inestinguibile per i valori della società socialista, brilla ancora su tutta l’umanità progressiva e ha un nome scritto a caratteri indelebili: Zoja Kosmodemjanskaja.