Analisi climatologica dell’agricoltura sovietica. Un miracolo geografico ed economico

Luca Baldelli

climatedependenceQuante volte abbiamo sentito tuonare dai pulpiti del capitalismo circa l’“arretratezza “ dell’agricoltura sovietica, la sua bassa produttività, il carattere antieconomico dell’economia agricola dell’Urss in genere? Sembra assurdo, ma la propaganda capitalistico–borghese è riuscita a spacciare per insuccesso quello che è e resta uno dei progressi più imponenti e sorprendenti registrati nella storia dell’umanità: l’affermazione, nei confini dell’URSS, di una moderna produzione di derrate alimentari, a partire dal grano e dalla segale, con il superamento di una secolare arretratezza, di residui feudali e parassitari, con la sconfitta di sabotatori, avidi incettatori e nemici dell’alleanza tra classe operaia e contadina. La collettivizzazione delle terre, avviata su base volontaria, con un ciclopico, corale sforzo di tutto il popolo sovietico, ha costituito uno dei capitoli più eroici della lotta della classi subalterne per la loro emancipazione e, sia pure non esente da problemi, errori, eccessi di speranza, ostacoli frapposti dai fautori del vecchio ordine reazionario (si vedano quei potenti affreschi che sono le opere letterarie “Placido Don” e “Terre vergini” di Sholokov) garantì a quasi duecento milioni di persone, negli anni ’30, il nutrimento necessario, in misura largamente superiore, quantitativamente e qualitativamente, rispetto a qualsiasi altra parte del mondo. Successivamente, negli anni ’60 e ’70, vi furono errori imputabili a Krusciov (il depotenziamento di kolchoz e sovkhoz, la disorganizzazione delle Stazioni di macchine e trattori, le leggendarie STM), poi, corretti quegli errori, si registrarono anni con importazioni anche massicce di grano dai Paesi capitalisti, importazioni che si pretese di far assurgere a simboli di inefficienza, vulnerabilità, crisi del sistema agricolo sovietico. Montature indegne e infondate, ripetute e amplificate dalla grancassa della propaganda e mai corredate né di analisi tecniche sul flusso delle esportazioni sovietiche di derrate alimentari in anni normali (sempre copioso), né di un’analisi climatologica del territorio sovietico. Su questo secondo aspetto, se scarso è stato il contributo di approfondimento e conoscenza sul fronte borghese, altrettanta disattenzione si è avuta in seno al movimento marxista, forse in ossequio ad un malinteso baconismo, ad un positivismo acritico permeato della prometeica illusione di dominare la Natura in ogni suo aspetto piegandola, sempre e comunque, all’esigenza di costruire una nuova società, anche a dispetto di insormontabili aspetti legati a posizione geografica, clima, densità abitativa, aspetti che non pregiudicano certo il raggiungimento di quell’obiettivo, ma ne spiegano, in ogni caso, le dinamiche contrastanti e le difficoltà. Una felice eccezione, in questo contesto, è rappresentata da uno studio, poco o nulla conosciuto, del sovietico Nikolaj M. Dronin e dello statunitense Edward G. Bellinger, pubblicato dalla “ Central European University Press” di Budapest nel 2005: “Climate Dependence and Food Problems in Russia 1900–1990” (“Dipendenza climatica e problemi alimentari in Russia 1900 – 1990”). Tale testo ci si è ben guardati dal tradurlo e dal farlo conoscere e si può ben capire perché, in fondo: partendo da un approccio tutt’altro che ideologico, esso fa ben comprendere come l’agricoltura sovietica, scontando un differenziale negativo in termini di condizioni di partenza, naturali e di sviluppo complessivo, abbia garantito alla Nazione successi prodigiosi in assoluto e relativamente ad altri contesti socio–economici.
Bellinger e Dronin sottolineano come Wladimir Koppen (1846 – 1940), geografo, botanico e climatologo tedesco, nato in Russia, mise in evidenza, nei suoi lavori, quanto l’URSS, rispetto agli USA, fosse penalizzata dal punto di vista climatico, premessa questa necessaria, imprescindibile, per comprendere le dinamiche delle varie produzioni agricole.
L’URSS, infatti, presentava un clima “umido–continentale”, caratterizzato dalla presenza di precipitazioni, non abbondantissime, per tutto l’arco dell’anno, con estati calde e inverni rigidissimi. I caratteri più marcati e avvertibili di questo profilo climatico interessavano il 31% della superficie dell’URSS, con temperature e situazioni assimilabili a quelle dell’Alaska. Negli USA, invece, prevaleva (e prevale) un clima di tipo “umido–temperato”, con piogge distribuite lungo tutto il corso dell’anno, estati calde e inverni miti. Questo clima si avverte, in maniera particolare, nel 34% della superficie degli USA, ma solo nello 0,5% della superficie sovietica (nella fattispecie, l’area del Mar Nero). Il clima statunitense è ideale per l’agricoltura, mentre quello sovietico è il peggiore immaginabile, quello che pone più problemi e difficoltà nella pianificazione e realizzazione di un’economia agricola solida e diversificata. L’80% del territorio sovietico si trovava in condizioni ambientali sfavorevoli al normale sviluppo dell’agricoltura, contro il 19% del territorio statunitense. Le condizioni climatiche migliori, più favorevoli in assoluto, allo sviluppo dell’agricoltura, si riscontravano nel 32% del territorio statunitense, ma solo nel 4% di quello sovietico. Insomma, in URSS solo il 4% del territorio era pienamente adatto, dal punto di vista climatico, alle attività agricole, mentre l’80% era sfavorevole e il 16% si trovava “a cavallo” tra i due estremi. L’URSS era nettamente penalizzata anche rispetto all’umidità e alle precipitazioni: non aveva estese aree umide, paragonabili alle regioni statunitensi dell’Est, del Sud–Est e del Nord–Ovest, che subiscono il positivo influsso delle correnti oceaniche, in assenza di barriere naturali. La media delle precipitazioni negli USA era, negli anni ’60, ’70 e ’80, di 782mm, mentre il dato riferito all’URSS era di appena 490mm.
Se si allarga l’angolo di osservazione all’interazione tra condizioni ottimali di temperatura, precipitazioni e ventilazione, allora si scopre che solo l’1,4% della terra coltivabile a cereali, in URSS, era situata nel punto di congiunzione più favorevole tra questi fattori, mentre negli USA la percentuale corrispondente era del 56%. In URSS, i 4/5 delle terre disponibili erano a rischio agricolo, mentre negli USA solo 1/5 delle terre ricadeva in quella classificazione. La stagione adatta alla crescita dei raccolti poi, durava (e dura) 260 – 300 giorni negli USA, ma solo 130–160 nelle Terre Nere (il fertile cernozem, ricco di sostanza organica), 110 – 130 nelle Regioni centrali della Russia europea, 165–200 nel Caucaso del Nord e nel bacino del Volga, 115–130 nella Siberia occidentale, meno di 110 nella Regione di Arkhangelsk.
Il grano era la coltura prevalente nell’URSS (occupava più del 50% delle terre disponibili), mentre negli USA prevaleva il mais. Ora, il grano è più vulnerabile al clima e all’acidità del suolo rispetto ad altri cereali; in più è coltivato solo nelle aree più adatte climaticamente. Il grano invernale era ed è un’assoluta rarità, specie nella Siberia occidentale e nel Kazakhstan del Nord. Il mais, più “duttile” e meno delicato del grano, in URSS era coltivabile solo in Ucraina occidentale e nel Caucaso del Nord, mentre il 35% delle terre americane si prestava e si presta a questo tipo di coltura. A causa delle severe condizioni climatiche, la produttività per ettaro, in URSS, era certamente inferiore a quella che si riscontrava negli USA: nella prima metà del XX secolo, essa era di 0,6–0,8 t per ettaro, contro le 1,4–1,6 t degli USA e dell’Europa occidentale e, anche dopo gli imponenti processi di modernizzazione agricola, compiuti tra il 1965 e il 1975, e senza pari nel mondo per intensità degli investimenti ed estensione delle nuove terre messe a coltura, gli indici generali sono rimasti più bassi in URSS.
poster_01_82La siccità, rilevano nel loro studio Dronin e Bellinger, anche attingendo a documenti riservati, è stato un fenomeno che si è accanito sull’URSS in maniera particolarmente violenta, a riprova di quanto fosse saggia, giusta e necessaria la politica staliniana di valorizzazione giudiziosa, armonica e integrata delle risorse idriche: tale calamità fu responsabile del 48% degli episodi di perdita dei raccolti dal 1917 al 1990, guadagnando il primo posto nella “classifica”; al secondo posto abbiamo le piogge torrenziali, concentrate in autunno e particolarmente violente nelle parti centrali e settentrionali della Russia; al terzo posto, la grandine. Il freddo, inaspettatamente, è al quarto posto. La siccità era ed è un’inevitabile conseguenza della circolazione atmosferica sopra la gran parte delle zone agricole della Russia. Essa si verifica, nel dettaglio, quando una massa d’aria artica secca invade la Russia europea e forma un anticiclone; se a questo si aggiunge l’anticiclone delle Azzorre, la siccità è ancora più marcata e distruttiva. Le aree della Russia/URSS sono state interessate da fenomeni di siccità particolarmente pesanti nelle annate del 1901, del 1906, del 1920, 1921, 1924, 1931, 1936, 1939, 1946, 1948, 1951, 1957, 1963, 1965, 1972, 1979, 1981, 1984. Invano si cercherà un altro Paese del mondo avanzato, con una frequenza calamitosa simile! Eppure, grazie all’organizzazione scientifica, alla pianificazione, alla mobilitazione delle risorse umane ed economiche, che solo il socialismo poteva garantire, negli anni dell’URSS non si ebbero mai carestie o situazioni da emergenza alimentare, eccezion fatta per gli anni 1932/33, quando i sabotaggi dei kulaki, uniti ad alcuni fenomeni siccitosi gravi, rischiarono di far collassare i rifornimenti alimentari del Paese; non vi fu alcun holodomor, non vi furono le morti per fame di cui vaneggia la propaganda anticomunista, ma certamente, in quel biennio, ci si dovette confrontare con tante difficoltà e i fattori naturali, anche in quel caso, fecero sentire il loro peso. Nel 1946, la siccità colpì addirittura il 50% del complesso delle terre sovietiche, ma grazie all’organizzazione capillare, efficiente e rodata dell’agricoltura collettiva, non vi furono catastrofi da annoverare.
Tra il 1955 e il 1965, la superficie coltivabile venne accresciuta di ben 42000000 di ha (+23%), soprattutto in Kazakhstan e Siberia occidentale, nonostante l’abbandono dei cardini della politica agricola staliniana, abbandono che condusse ad aritmie e disfunzioni nelle produzioni e negli approvvigionamenti, segnatamente nel 1962/63 (fenomeni peraltro enfatizzati ed ingigantiti dalla propaganda borghese e filo–capitalista). Dalla metà degli anni ’60, rilevano Dronin e Bellinger, riabilitando implicitamente l’era Brezhnev, sommariamente definita “di stagnazione”, l’attenzione fu concentrata sull’incremento delle rese per ettaro: dal 1965 al 1975, infatti, la resa media per ettaro aumentò del 50%, passando da 1 a 1,5 tonnellate, mentre dal 1900 al 1950 la resa media era stata di 0,6–0,8 t per ettaro. Questo rilevantissimo progresso, rilevano gli autori dello studio, fu dovuto in maniera particolare allo sviluppo dell’industria dei fertilizzanti (nel ’65 la produzione era già 3/5 di quella statunitense e nel ’70 risulterà aumentata dell’80%), ma a questo fattore, senz’altro importante, dobbiamo aggiungere tutto il complesso di misure radicali, profonde e coerenti impostate ed attuate dal potere sovietico: messa a coltura di vaste estensioni prima abbandonate a se stesse, meccanizzazione imponente nei kolchoz e nei sovkhoz, moderni e funzionali criteri di conduzione delle imprese agricole ecc… Il lavoro degli animali fu via via sostituito da quello dei trattori e dei moderni macchinari combinati, specie a partire dal 1930, con la vittoria della collettivizzazione: all’inizio del 1933, lo ricordiamo agli smemorati, il parco macchine agricole consisteva di 148 trattori, 14000 camion e altrettante mietitrici; nel 1941, alla vigilia della guerra, i kolchoz e i sovkhoz potevano contare su 684000 trattori, 228000 camion e 182000 mietitrici. All’inizio del 1970, nei campi lavoravano più di 1900000 trattori e 600000 mietitrebbie; nello stesso anno, nei kolchoz e nei sovkhoz lavoravano circa 3500000 tecnici specializzati, che costantemente, con tenacia e passione, sperimentavano nuove tecniche e acquisizioni. Gli investimenti compiuti in agricoltura crebbero da 379000000 di rubli a 4983000000 di rubli nel 1935. Negli anni successivi, specie dopo la tragica parentesi bellica, essi crebbero vertiginosamente, tanto che, se nel 1961/65 i sovkhoz erano in perdita per 5,3 miliardi di rubli, nel 1970 essi erano in attivo per 7,5 miliardi di rubli: spese in conto capitale mirate e rigidamente controllate, avevano portato, specie dopo l’allontanamento di Krusciov, ad un arricchimento della base materiale delle imprese e ad un elevamento marcato della redditività delle stesse. Fatta 100 la produzione agricola e zootecnica dell’Impero zarista nel 1913, nel 1962 l’indice era già di 234 (235 per la produzione agricola, 232 per quella zootecnica). La messa a coltura della cosiddetta “Steppa della Fame”, compresa tra Uzbekistan, Kazakhstan e Tagikistan, per 900000 ha di terreno circa, con tutte le opere di irrigazione correlate, consentì il sorgere in loco di kolchoz e sovkhoz con una produzione annua di centinaia di migliaia di tonnellate di frutta, ortaggi e cotone.
Interessante è pure la riflessione che Dronin e Bellinger compiono in ordine al patrimonio zootecnico: l’agricoltore sovietico era oltremodo penalizzato, rispetto a quello europeo e statunitense, anche rispetto al bestiame. A causa del clima, infatti, esso doveva rimanere 180–200 giorni nelle stalle, nutrito coi raccolti, mentre il bestiame dell’Europa occidentale rimaneva in media nei ricoveri 90 – 105 giorni. In Virginia, notano gli autori, gli animali sono sempre al pascolo e, nell’intero territorio USA, i giorni di stalla sono molti meno di quelli che occorrono negli URSS, spesso appena la metà. Ebbene, nonostante queste condizioni, il patrimonio zootecnico crebbe in questi termini in URSS:
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Da notare che negli USA, nel 1990, i bovini ammontavano a 98 milioni, i suini a 53 milioni, gli ovini a 11 milioni! La bufala della zootecnia sovietica arretrata è smascherata e ricondotta a più appropriati… campi zootecnici ove farla pascolare in compagnia dei suoi corifei!
E vediamo il confronto tra URSS e USA nel campo delle produzioni agricole principali, sempre nel 1990, tenendo conto del fatto che quello, per l’URSS, non fu certo l’anno più florido, rappresentando il vertice della strategia di destabilizzazione economica e distruzione del socialismo nota come “perestrojka”… Senza la strategia gorbaciovana di demolizione del primo Paese socialista del mondo, certamente si sarebbero registrati dati di gran lunga migliori!
2Come si può ben vedere, l’URSS superava gli Usa nella produzione di quasi tutte le principali colture, eccezion fatta per il mais, per le ragioni che abbiamo evidenziato nel presente studio, e per il pomodoro, frutto tipico ed originario delle Americhe, lo xitomatl dei gloriosi Aztechi.
Alla luce di tutti questi dati, soprattutto dello studio condotto da Dronin e Bellinger, possiamo dire che l’URSS attuò un prodigio in campo agricolo: nelle peggiori condizioni climatico–territoriali di partenza, e lasciandosi alle spalle l’arretratezza di secoli, riuscì ad edificare non solo una potente agricoltura, con varie annate di raccolti record, ma anche a vincere la competizione internazionale con le agricolture di numerosi Paesi capitalisti, prima fra tutte quella statunitense, avvantaggiata da condizioni climatiche, geologiche, geografiche decisamente premianti, in assoluto e in relativo. Citare mancanze, carenze, difetti, importazioni di cereali in alcune annate sfavorevoli (i Paesi euro-occidentali le loro produzioni le distruggono sistematicamente, per promuovere poi importazioni in massa di derrate alimentari dall’estero…), evidenziando sempre l’eccezione e mai la regola, ossia le abbondanti produzioni, l’imponente processo di diversificazione delle colture, il massiccio flusso di esportazioni promosso dall’URSS, è una malattia che ha contagiato e interessato anche la sinistra e la pubblicistica del fronte comunista. Restaurare la verità significa anche, in primo luogo, conoscere i limiti fisici, geografici, climatici in cui l’URSS dovette attuare la propria rivoluzione agraria: questi dati ci fanno meglio apprezzare i risultati conseguiti nei 70 anni di storia del Paese con gli operai e i contadini al potere. A Dronin e Bellinger, al di là e al di sopra di ogni considerazione di partigianeria politica, dobbiamo essere grati per aver messo in luce tutto ciò, con l’analiticità e l’obiettività propri del miglior criterio scientifico possibile.4e39f409-920f-46ba-8afd-0c2d60079dab-1301x2040Riferimenti bibliografici e sitologici:
E. G. Bellinger e N. M. Dronin: “Climate Dependence and Food Problems in Russia 1900 – 1990” (Central European University Press, 2005)
Lineamenti di storia dell’URSS, Vol. 2, Edizioni Progress, Mosca, 1981
L’Unione sovietica – piccola enciclopedia, Novosti, 1967
Calendario atlante De Agostini, 1993

I musulmani dell’URSS

Una persecuzione inventata dai figliocci di Goebbels: i musulmani nell’URSS negli anni ’30 e nella Seconda Guerra Mondiale. Il ruolo centrale di Rizaitdin Fakhretdinov e Abdurakhman Rasulev
Luca Baldelli

ux5tp_ppatoL’UTSS in tema di religione aveva la Costituzione più avanzata e garantista del mondo. Questo fatto semplice, chiaro e anzi cristallino, è stato negato e coperto dal rullare dei tamburi dei figliocci di Goebbels, i quali si sono sempre ben guardati, nel perpetuare ad libitum i loro rumorosi ed ammorbanti conati, dal citare fonti, fatti e avvenimenti ONESTI E VERITIERI. A partire, naturalmente dall’articolo 124 della Carta costituzionale, inequivocabile nel suo contenuto: “allo scopo di assicurare ai cittadini la libertà di coscienza, la Chiesa nell’URSS è separata dallo Stato e la scuola dalla Chiesa. La libertà di praticare culti religiosi e la libertà di propaganda antireligiosa sono riconosciute a tutti i cittadini”. Tutte le religioni, in URSS, erano assolutamente libere, godevano di piena agibilità per quanto concerneva proselitismo e culto, venivano poste, senza eccezione alcuna, su un piede di parità contro ogni forma di discriminazione e privilegio. Ai credenti si chiedeva solo e soltanto di rispettare le leggi dello Stato, di servire la Patria fedelmente, di lavorare con integrità ed onestà alla realizzazione del bene comune. Principi giusti, sacrosanti, che nessuno può spacciare per “totalitari” o “dittatoriali” se non dei dementi o persone in malafede cosciente. L’Islam, in questo panorama, godeva di un rispetto totale e sincero, come seconda religione per numero di fedeli. Negli anni ’30, in URSS, quasi 20000000 di cittadini sovietici abbracciavano la fede islamica, maggioritaria in Repubbliche quali Azerbaigian, Uzbekistan, Kazakhstan, Tajikistan, Turkmenistan e in aree quali la Ceceno–Inguscezia ed il Tatarstan. Perseguitare una realtà come questa, relegandola ai margini della vita civile, sarebbe stato non solo ingiusto, ma anche oltremodo controproducente per qualsiasi governo e qualsivoglia ordinamento politico e sociale che aspirasse ad un minimo di stabilità e di “respiro” per attuare riforme sostanziali. Il potere sovietico sapeva tutto ciò e, diversamente da quanto ci hanno raccontato, non solo non perseguitò ma protesse la libertà dei credenti di fede islamica, nella rigida separazione tra Stato e fede. Anzi, proprio il carattere laico dello Stato sovietico consentì all’Islam di avere un’agibilità che, nel contesto dell’Impero zarista, fortemente incentrato sulla religione ortodossa, mai aveva conosciuto. Sono circolate, al riguardo, cifre fasulle o non adeguatamente contestualizzate che, di per sé, farebbero pensare al contrario: da più parti, infatti, si è detto e scritto (vedi, ad esempio http://www.gazeta.islamnn.ru/) che, negli anni ’30 molte moschee furono chiuse e passarono, ad esempio, nel Tatarstan, da 12000 a 2000, con il 90–97% dei mullah e dei muezzin interdetti alla celebrazione dei riti sacri. Una bugia colossale, gettata negli occhi come cortina fumogena per depistare e ingannare: in realtà, molte moschee chiusero i battenti semplicemente perché tanti fedeli smisero di credere e approdarono all’ateismo in piena libertà e coscienza, altri divennero meno osservanti e iniziarono a disertare le cerimonie, tanto che la platea dei credenti non giustificava più il numero delle moschee aperte ed attive. E tuttavia non vi fu mai una decimazione del numero delle moschee quale quella sopra menzionata, figlia di cifre taroccate e per niente “neutre”, che sovrastimavano l’entità numerica dei luoghi di culto in epoca zarista, per poi costruire la favola della distruzione e della chiusura delle moschee sotto il comunismo. Molto spesso si è fatta, e si continua a fare, grande confusione tra moschee vere e proprie e case private in cui i musulmani preferivano riunirsi e pregare, anche (negli anni ’30 questo era tanto più vero!) per prendere le distanze da mullah e religiosi contrari aprioristicamente al socialismo e fautori di atti di diversione contro il governo. Mai il potere sovietico demolì moschee, le distrusse e ne asportò i sacri arredi; l’NKVD e gli altri organi dello Stato, intervennero ad arrestare e consegnare alla giustizia, questo sì, banditi e terroristi che, sotto la copertura della religione islamica, tramavano e commettevano sabotaggi, attentati, azioni sanguinose contro la legge, contro i cittadini, contro l’ordinamento socialista. A favorire un clima di reciproca comprensione, tolleranza e concordia, contro i seminatori d’odio e i fautori delle guerre di religione, furono essenzialmente nel campo islamico due figure emblematiche: Rizajtdin Fahretdinov e Abdurakhman Rasulev.
riza_bRizajtdin Fakhretdinovich Fakhretdinov (1859–1936), letterato e studioso bashkiro, orientalista di spicco, nel 1923, al Congresso di Ufa, fu eletto muftì dell’“Amministrazione centrale per gli affari spirituali dei musulmani della Russia interna e della Siberia” (TsDUM) e nel 1926 rappresentò i musulmani sovietici al Congresso islamico mondiale. Nel 1927, lo TsDUM era arrivato ad avere, sotto la propria ala, ben 14825 luoghi di culto (molti dei quali esistenti più sulla carta che nei fatti). Fino alla sua morte, Fakhretdinov tenne le redini del mondo islamico sovietico con autorevolezza, capacità di mediazione e, al tempo stesso, risolutezza. Mentre non aveva paura di far sentire la sua voce e di protestare quando, da parte delle autorità periferiche, venivano compiuti episodi di abuso e sopruso ai danni dei credenti, in violazione di tutte le disposizioni legislative e politiche vigenti, altrettanto severo si rivelava ogniqualvolta estremisti che abusavano del nome dell’Islam compivano azioni di destabilizzazione e diversione all’interno dei confini sovietici. Non dimentichiamo che, in URSS, specie nelle Regioni dell’Asia centrale, negli anni ’30 si era appena spenta l’eco della guerriglia terroristica fomentata dai basmaci, banditi che per conto della reazione agraria, dei mullah e dei possidenti delle varie zone del Turkestan, attaccavano in armi le truppe dell’Armata Rossa, le unità dell’NKVD, uccidendo al tempo stesso gli attivisti comunisti, i fautori della collettivizzazione agraria e comuni cittadini leali verso il potere sovietico, in particolare maestri e donne che volevano togliersi il velo. La lotta contro queste bande, che infestavano alla radice diversi luoghi, durò dall’inizio degli anni ’20 fino al 1931 e costò, alle forze dell’Unione Sovietica, più di 1000 morti secondo le statistiche più “edulcorate”. L’atteggiamento di Fakhretdinov, la sua condotta equilibrata ed irreprensibile, conobbe un prosieguo senza soluzione di continuità con il mandato di Abdurakhman Zajnullovich Rasulev (1889–1950), il quale presiedette lo TsDUM dal 1936 alla data della morte. Rasulev si trovò a fronteggiare, da massima autorità dell’Islam sovietico, diversi problemi e non lievi difficoltà, a cominciare dalla rivolta banditesca scoppiata in Cecenia nel 1940 ad opera di due rinnegati ex-comunisti, Hasan e Husayn Israilov, protagonisti per vari anni di sabotaggi dall’interno del sistema sovietico, con errate direttive sulla collettivizzazione, abusi di potere e violenze attuate alfine di creare il malcontento della popolazione contro il governo centrale di Mosca. Gli Israilov e i loro protetti continuavano, ad esempio, a possedere intere aziende agrarie, disponendone a piacimento sotto la facciata di kolchoz e sovkhoz. Si formò un governo ribelle, emanazione dei ceti possidenti spodestati, dei mullah reazionari, dei latifondisti, dei vecchi capibastone feudali, con sede a Galanchozh, luogo natale degli Israilov. La mafia di Galanchozh iniziò presto a vessare in ogni modo la popolazione, a uccidere comunisti e cittadini non disposti a sottostare al giogo dei vecchi dominatori. Il popolo ceceno, in larga parte, stava con il potere sovietico, tanto che l’insorgenza dei nuovi basmaci legati agli Israilov non andò mai oltre i confini sudorientali della regione, con sortite verso Groznij(al centro), Gudermes (parte centro-orientale) e Malgobek (parte settentrionale) rapidamente represse dallo sforzo congiunto dell’NKVD, dell’Armata Rossa e della popolazione civile. La stampa occidentale e la storiografia borghese e capitalista parleranno per decenni di “Governo Provvisorio Popolare-Rivoluzionario della Ceceno–Inguscezia”, ma si tratterà di una bufala sesquipedale: se il 20% dei ceceni aderì all’insurrezione, gli Ingusci non vi presero parte che in poche migliaia e anche tra i “guerriglieri” erano molti coloro i quali prendevano le armi sotto la minaccia dei tagliagole antisovietici, per poi deporle alla prima occasione e raggiungere i ranghi dell’Armata Rossa.

Abdurakhman Zajnullovich Rasulev

Abdurakhman Zajnullovich Rasulev

mulla4Da sottolineare, poi, che mentre la Cecenia veniva percorsa da queste fiammate reazionarie, dietro cui si profilava l’ombra di manovratori esterni tra i circoli imperialisti interessati al petrolio e al gas di quelle aree, ai giacimenti sfruttati e a quelli noti, censiti e ancora “vergini”, in tutte le altre aree sovietiche a maggioranza islamica, dal Tatarstan all’Asia Centrale, regnavano tranquillità, concordia, sviluppo ordinato e continuo. In questo contesto, Abdurakhman Zajnullovich Rasulev, in qualità di massima autorità dei musulmani sovietici, rappresentò un punto di riferimento saldo, sincero e concretamente operativo per tutti coloro che volevano la convivenza, l’unità e la fratellanza sotto la bandiera rossa, nel rispetto di tutti i culti e nell’unanime consenso attorno al grande progetto di emancipazione del socialismo. Con l’invasione della Germania nazista, a cui strizzarono l’occhio anche gli imperialisti anglosassoni, camerieri di Hitler a Monaco, le bande reazionarie islamiche ripresero forza e vigore e vari territori a forte presenza islamica vennero occupati. Il popolo musulmano, però, non si lasciò ammaliare da finti slogan “anticolonialisti” e “indipendentisti” sbandierati dagli stessi che venivano ad invadere e saccheggiare un immenso, glorioso Paese per i loro disegni di supremazia mondiale. Rasulev fu in prima fila appassionato e vigoroso combattente della causa sovietica. Egli sentì, sulle sue spalle, tutto il peso della vita e della morte non solo dei suoi fratelli di fede, ma anche di tutti i cittadini sovietici, a prescindere dal credo religioso. Nel 1942, con l’appoggio della stragrande maggioranza delle popolazioni islamiche della grande URSS, Rasulev dichiarò la jihad contro i nazifascisti tedeschi, chiamando tutti a combattere in prima fila per la Madrepatria, con un discorso vibrante, carico di emozione e pathos: “Oggi non esiste credente, disse, il cui figlio, fratello o padre non combattano contro i nazifascisti, difendendo armi in mano le loro case e le nostre (…. Noi musulmani dobbiamo ricordare bene le parole del Profeta Muhamad, ovvero ‘l’amor di Patria fa parte della vostra fede’”. Nel 1943, annunciando un impegno rigorosamente portato a termine, Rasulev scrisse a Stalin: “Con grande soddisfazione, V’invio il saluto del Consiglio Islamico dell’URSS. Ispirato dal successo della nostra gloriosa Armata Rossa, sto personalmente raccogliendo 50000 rubli per la costruzione di una colonna di carri armati e invierò un messaggio speciale per invitare i fedeli musulmani a donare risorse per la fabbricazione di un’altra colonna. Prego Allah e sinceramente auguro a Voi buona salute e la rapida sconfitta del nemico”. Stalin non tardò a rispondere: “Sono io a ringraziare Voi per la Vostra premura verso le forze corazzate dell’Armata Rossa. Accettate il mio saluto e la mia gratitudine, anche per conto dell’Armata Rossa”. Le Izvestija del 3 marzo 1943 furono ancora testimonianza viva e incontrovertibile di questo afflato patriottico e spirituale, di questa unione di intenti tra il supremo condottiero della Patria sovietica e la massima autorità dei fedeli islamici viventi nella stessa ecumene territoriale. Un anno prima, piccolo passo indietro, i soldati uzbeki in forza all’Armata Rossa (al 90% di fede islamica), protagonisti di intrepidi combattimenti ed esaltanti vittorie, avevano inviato alla Pravda lettere piene di amore per la Patria sovietica e per la causa della liberazione dagli invasori; si veda in particolare il numero del 31 ottobre 1942 dell’organo ufficiale del VK(b)P.
1956376_600 Nel 1944, in data 20 giugno, la Conferenza dei musulmani del Daghestan, fedelissimi all’URSS e in prima linea nella lotta contro la bestia nazifascista, inviarono una lettera assai toccante a Stalin: in essa s’invocava Allah affinché sconfiggesse “i maledetti hitleriani”. Il collaborazionismo tra gli islamici dell’URSS fu un fenomeno assai limitato, quantunque ancora oggi amplificato da tutta una storiografia menzognera, mistificante, funzionale a certi progetti geopolitici panturanici e reazionari, concepiti nei laboratori alchemici della NATO. Possiamo dire, senza timore di smentite, che appena un 10% dei musulmani sovietici collaborò coi nazisti e, di questo 10%, una buona metà era composta da elementi sotto ricatto, sbandati, ingenui che presto o tardi finirono per disertare e ricongiungersi con l’Armata Rossa. A volta trovarono ad attenderli i plotoni di esecuzione, vero, ma come poteva essere diversamente? Non si potevano certo fare distinzioni tra chi aveva promosso e diretto massacri e chi vi aveva preso parte “controvoglia”, in crisi di coscienza. Nessun regime, sistema o governo può fare esercizi introspettivi e psicologici, né in pace né tantomeno in guerra. Non possiamo dimenticare che, sotto l’ombra della croce uncinata, i tatari fascisti della Crimea (per i quali si sono versate ipocrite lacrime di coccodrillo, da parte di tutti i reazionari del mondo!) spinsero nei forni e nelle fosse comuni quasi 200000 cittadini e militari sovietici, alcuni dei quali bruciati nei forni dei kolchoz. Quel che è certo è che tutti i musulmani ex-collaborazionisti, non macchiatisi di crimini in maniera comprovata, animati altresì da sincero spirito patriottico, ottennero accoglienza e rispetto nelle unità dell’Armata Rossa fino al 1944-45. Intanto, corpi formati interamente da musulmani, come la leggendaria 112.ma Divisione bashkira di cavalleria, con la bellezza di 3860 decorati, si distinsero per valore e coraggio nei combattimenti. Rasulev, nel 1944, ottenne anche un’altra importante riforma dell’assetto degli organi rappresentativi dei fedeli musulmani dell’URSS: infatti, grazie ad una sua proposta inoltrata a Stalin ed al Governo sovietico, gli affari spirituali degli islamici cittadini dell’URSS iniziarono ad essere gestiti, a partire da quell’anno, da quattro centri indipendenti, uno competente per gli affari spirituali tout court, in funzione di supervisione, un altro con autorità in Asia Centrale e Kazakhstan, un altro con potestà sulla regione del Caucaso, un altro ancora competente per la zona europea e la Siberia. L’immenso, sconfinato territorio sovietico non poteva vedere un unico organo centralizzato di natura religiosa che, per quanto efficiente, finiva per non avere un controllo effettivo su ogni parte del Paese, su tutta la umma ovunque insediata. Meglio una gestione policentrica, eppur saldamente gravitante attorno alla figura del muftì principale: ecco, in sintesi, la considerazione che mosse Rasulev e Stalin ad istituire questi quattro centri di irradiazione delle direttive e delle iniziative inerenti alle comunità islamiche dell’URSS.
musa_dzhalilAppare chiaro ed evidente che un potere politico che si poneva così tante premure verso i fedeli musulmani, dando loro spazio e autonomia in ogni ambito, non poteva essere un potere repressivo, ateista in senso volgare e chiuso al dialogo: qui cadono tutte le calunnie su Stalin come responsabile di “persecuzioni” contro i credenti musulmani, ma anche di altre religioni. Nel 1945 centinaia di migliaia di famiglie islamiche piangevano i caduti nella Grande Guerra Patriottica sotto il piombo e le torture nazifascisti: solo per ricordare alcuni nomi, possiamo citare il grande poeta tataro Musa Dzhalil, ucciso nel carcere berlinese di Moabit, il quale lasciò ad un suo amico belga il quaderno con i suoi straordinari versi, che per sempre muoveranno a compassione, fino allo strazio, l’intera umanità progressista e amante della pace; non possiamo non volgere la meridiana della nostra memoria, poi, ad un altro valente letterato tataro, Adel Kutuj, amico di Dzhalil e corrispondente di guerra, ferito e poi deceduto per i postumi di una tubercolosi polmonare contratta sul fronte polacco. Che dire poi del ceceno Dasha Akaev, pilota caduto nei cieli tersi del Baltico, infiammati dai fuochi della battaglia contro il mostro nazifascista? E vogliamo forse dimenticare il suo conterraneo Khanpasha Nuradilovic Nuradilov, decorato con l’Ordine della Bandiera Rossa, caduto a Stalingrado dopo essersi ricoperto di gloria e dichiarato Eroe dell’Unione Sovietica? No, non possiamo dimenticarli, questi figli della gloriosa URSS nati tra minareti e madrase, fedeli al loro ancestrale retaggio eppure fedeli cittadini della Grande URSS, che tutti accoglieva e tutti emancipava. Dobbiamo ricordarli, assieme ai grandi Fakhratdinov e Rasulev, assieme all’operato del TsDUM, anche contro tutti i reazionari e i tagliagole, i moderni fascisti sedicenti islamici che seminano morte e distruzione in Medio Oriente e altrove sotto la maschera dello SIIL, germoglio della testa d’Idra dell’imperialismo, comunque e sempre!

Adel Kutuj

Adel Kutuj

La Romania di Ceausescu oltre i luoghi comuni

Viaggio politico, economico, sociale e fotografico nella vita quotidiana dei suoi cittadini negli anni ’80
Luca Baldelli

sulla-romania-di-ceausescu-se-ne-son-sentite-davvero-di-tutti-i-colori-dell_html_6b3c1f72Sulla Romania di Ceausescu se ne son sentite davvero di tutti i colori dell’iride e anche di altre iridi, al momento inesplorate dalla scienza. Stato totalitario, tirannico, oppressivo, con i cittadini costretti, almeno negli anni ’80, a fare la fame, a patire il freddo in case buie e connotate da sembianze falansteriche, tra razionamento alimentare, del riscaldamento, dell’erogazione dell’acqua. E’ andata davvero così? Oppure, come al solito, la propaganda borghese e capitalista ha costruito le sue mistificazioni propagandistiche, manipolando dati statistici, falsificando i fatti storici e pure la cronaca, nel tentativo di demonizzare e gettare una luce oscura, di tenebra, sul socialismo rumeno e su una delle figure storiche, quella di Nicolae Ceausescu, più riottose ad accettare i diktat imperialisti? Vediamo alcuni punti fondamentali, controbattendo passo a passo tutte le false argomentazioni dei professionisti della menzogna.

1. La Romania di Ceausescu era una Nazione povera e sottosviluppata
Falsa affermazione, falsa come sola può essere una banconota da 400 euro! La Romania, uscita disastrata dalla Seconda Guerra Mondiale, che ne aveva compromesso, per la sciagurata alleanza coi nazisti e le mire imperialiste degli anglo–americani, il debole potenziale industriale, distruggendone importanti comparti, con l’avvento del socialismo si risollevò alla grande e, dal 1965 al 1989, sotto la guida di Nicolae Ceausescu, Segretario del PC e poi anche Presidente del Consiglio di Stato e Presidente della Repubblica, raggiunse i più alti traguardi di sviluppo, meravigliando tutto il mondo e precedendo persino il Giappone per percentuale di crescita annua nei difficili anni ’70, quando tutto il mondo era in recessione dopo lo shock petrolifero del 1973. Il Prodotto Nazionale Lordo (valore monetario di tutti i beni e servizi prodotti) crebbe dell’11% su base annua, tra il 1971 ed il 1975. Assumendo come basi di partenza i livelli del 1950, nel 1978 la produzione industriale globale risultava cresciuta di 29 volte, quella agricola di 3,5 volte, gli investimenti di 31 volte, il reddito nazionale di 13 volte, le retribuzioni di 6 volte. Lo sviluppo “multilaterale”, voluto da Ceausescu, divenne insomma una realtà: la Romania, che tradizionalmente aveva una debole industria leggera, un volto eminentemente agricolo, arretrato e quasi bucolico–pastorale, un’industria pesante limitata al settore petrolifero-estrattivo, divenne un Paese sviluppato con un ventaglio pressoché completo di attività, sempre più fiorenti e ricche. L’industria petrolifera, di prima qualità, vide un’impennata nella quantità di greggio raffinato: la capacità di raffinazione degli impianti della Romania socialista crebbe infatti da 15400000 di tonnellate nel 1970 a 27071000 di tonnellate nel 1980, fino a toccare la punta di 30613000 tonnellate nel 1989. La Romania divenne, negli anni ’80, una delle 10 Nazioni al mondo produttrici di piattaforme per le esplorazioni petrolifere off–shore. Nel 1988, ben sette di queste piattaforme erano in funzione nel Mar Nero, sotto l’egida del colosso PETROMAR di Costanza. Solo la presenza di maestranze altamente specializzate, l’organizzazione di una ricerca scientifica incentivata a tutti i livelli, la formazione di un apparato di tecnici e specialisti di prima qualità, potevano garantire risultati come questo, solo sognati e mai realizzati da Paesi nominalmente ben più avanzati e tradizionalmente forti economicamente. Non è tutto. La produzione di gas naturale crebbe anch’essa a ritmo impetuoso, arrivando a ben 34000000000 e passa di metri cubi nel 1976 e mantenendo, nonostante il fisiologico, naturale calo delle riserve, normale in un Paese a sviluppo intenso accelerato, quote da 23 a 27000000000 di metri cubi tra il 1986 e il 1989. Contemporaneamente, la flotta commerciale rumena giunse a contare, nel 1989, ben 288 navi (oggi, col capitalismo, esse si sono ridotte a… zero!), con oltre 30000 navigatori in possesso del relativo brevetto (oltre il 2% del totale mondiale) e si posizionò al quarto posto nel mondo! Il porto di Costanza, dotato di tutte le strumentazioni e le infrastrutture necessarie, era il terzo, per ampiezza, d’Europa! Gli efficientissimi cantieri navali di Galati e Costanza, solo nel 1989, fecero uscire, pronte immediatamente per il varo, navi per 502000 tonnellate di stazza lorda. Dati che parlano da soli. Nel settore automobilistico, la Romania giunse a produrre, da poco più di 3000 vetture su base annua, fino alla metà degli anni ’60, ben 121400 esemplari nel 1988, accanto a 17400 camion. Marchi quali Dacia, Oltcit, ARO erano noti e richiestissimi in tutto il mondo, mentre nelle competizioni mondiali, si pensi ai rallies, mietevano successi. Automobili affidabilissime e facili da aggiustare, dotate di ottime prestazioni e disponibili a prezzi economici. Se non fosse crollato il potere comunista, negli anni ’90 la produzione avrebbe toccato i 400000 esemplari annui, ed entro il 2000 ogni rumeno avrebbe avuto un’automobile di proprietà. Non male, per un Paese in cui l’industria automobilistica era stata impiantata 70 anni dopo quella dei più rinomati Paesi capitalistici, aventi risorse ben maggiori e posizioni geografiche ben più propizie per commerci e transazioni. Questo, ed altri aspetti, li vedremo meglio anche più avanti.

2. La Romania di Ceausescu era una Nazione chiusa, autarchica
1978-octombrie-t-i-b-800x496Mentre è sicuro che il PCR e Ceausescu difesero costantemente l’indipendenza e la sovranità della Romania, il suo carattere socialista e “multilateralmente sviluppato” (ovvero, con una crescita economica potente, accompagnata da una costante elevazione del livello della coscienza di classe e dell’armamento teorico, culturale e pratico della classe lavoratrice), mai il Paese fu chiuso ai commerci internazionali e agli scambi economici, turistici e culturali. Dal 1965 al 1985, il commercio estero crebbe a ritmi medi annui dell’11,1%, dinanzi a un aumento corrispondente del reddito nazionale pari al 7,6%. In particolare, il movimento delle importazioni fece registrare un incremento del 10,3%, quello delle esportazioni dell’11,8%. Specialmente gli anni ’80 videro un massiccio incremento delle esportazioni, e non solo per ripagare, approvvigionando con valuta pregiata la Nazione, il debito estero, nel 1982 ammontante a 13 miliardi di dollari, ma anche per dare uno sbocco sicuro, o quantomeno ragionevole, a una mole di prodotti innovativi, ad alto valore aggiunto, che il Paese andava producendo sempre più e con sempre maggiori accorgimenti nelle sue fabbriche. Non certo solo prodotti petroliferi e dell’industria pesante, ma automobili e autocarri, mobili, vestiti, libri, macchinari. Solo una fabbrica, e nemmeno la più importante a livello nazionale, la NAPOCHIM di Cluj Napoca, produceva la bellezza di 5000 articoli dei più vari: prodotti in plastica, protesi dentarie, materiali per studenti e scolari… Molti di questi venivano assorbiti dal mercato interno, gli altri venivano collocati sul mercato mondiale, assai apprezzati nelle Nazioni tanto socialiste che capitaliste. Negli anni ’80, specchio di tale proiezione internazionale, geopolitica e geoeconomica della Romania, era la TIB, la Fiera Internazionale di Bucarest (Tirgul International Bucuresti), vetrina e passerella per tutte le più recenti e innovative creazioni industriali e artigianali della Romania socialista, dall’industria leggera fino a quella pesante. La Nazione, a quel tempo, esportava annualmente merci per 170-180000000000 di lei in media, importandone per 120-130000000000 e assicurandosi così un avanzo costante nella bilancia dei pagamenti, alfine di coprire il servizio del debito ed anzi eliminare lo stesso debito estero che, cresciuto negli anni ’70 a causa delle politiche commerciali sfavorevoli imposte dalle Nazioni capitalistiche, con interessi crescenti richiesti dal sistema bancario, con politiche restrittive imposte dal FMI e altri organi, costituiva un cappio al collo foriero di potenziali sventure. Il debito, infatti, era un’arma per piegare la Romania e costringerla a svendere il proprio patrimonio nazionale, oppure a varare misure draconiane capaci di scatenare il malcontento popolare. Questo il senso delle intimazioni al “rientro” del debito imposte nel 1981 al Paese dagli usurai mondiali, mentre altre Nazioni, per contro, tra clausole premiali e accordi paralleli, vedevano piovere sulle loro teste prestiti copiosi e non coperti da adeguate garanzie. Ceausescu ed il PCR, consapevoli di questo piano, vi si opposero fino in fondo e tennero duro, varando misure di austerità non draconiane, come racconta la propaganda capitalista, ma sopportabili, valorizzando fino all’ultima risorsa del Paese onde difenderne sovranità e indipendenza, impedirne la svendita alle sirene del capitalismo, pronte a balzare su una Nazione ricca e in crescita continua. Nel 1989, a marzo, Ceausescu annunciò l’estinzione del debito! La Romania era la prima Nazione al mondo con debito estero uguale a zero!!! Un affronto intollerabile a banchieri e speculatori, agli imperialisti e ai loro lacchè, che costerà al Paese il colpo di Stato del mese di dicembre, come vedremo. A questo orgoglio nazionale, tradotto in atti politici ed economici concreti, si abbinava l’ambizione, portata avanti da Ceausescu, di fondare una Banca per il credito agevolato ai Paesi del Terzo Mondo, idea coltivata anche, a differenti latitudini e sotto variegate simbologie politiche, da Gheddafi in Libia, da Lopez Portillo in Messico, da Garcia e Perez de Cuellar in Perù, da Craxi in Italia. Un’idea che, se attuata, avrebbe affermato, assieme al prestigio di certi Paesi, la fine del dominio dell’oligarchia usurocratica che guida il sistema bancario mondiale, facendo il bello ed il cattivo tempo. Quasi nessuno dei Capi di Stato e leader politici patrocinanti quel progetto, come si è visto, ha fatto una bella fine…

Diga di Vidraru

Diga di Vidraru

3. La Romania degli anni ’80 dovette sperimentare privazioni inaudite; il tenore di vita dei cittadini venne compresso a livelli minimi per assicurare il pagamento del debito estero. In tutto il Paese imperversarono code per il cibo, la benzina, le bombole del gas…
Altro luogo comune ripetuto ad libitum da tutta la menzognera vulgata borghese e revisionista. Negli anni ’80 vi furono limitazioni nei consumi, perché questi avevano assunto un livello esplosivo e non ponderato rispetto alla capacità produttiva generale, pur elevatissima. Misure fisiologiche, normali per non far collassare il Paese per troppo benessere. Chi punta il dito sulle code, non si rende conto di fare un autogol clamoroso: in un Paese in cui non c’è potere d’acquisto, in un Paese in crisi, non ci sono certo code davanti ai negozi, perché i cittadini hanno poco da comperare, al di fuori dell’essenziale. In Romania, invece, il livello dei consumi era elevato, perché poggiante su un benessere generale considerevole, garantito dalla piena occupazione e da salari che crescevano di anno in anno (da poco più di 1200 lei mensili negli anni ’70 a 3300 lei circa nel 1989), il tutto a prezzi pressoché costanti e a tariffe per i servizi tra le più leggere del mondo. Di qui fenomeni di aritmia e di non ottimale approvvigionamento nei canali commerciali, localizzati, circoscritti, ma sbandierati come emblematici e sistematici dalla propaganda anticomunista. In realtà, la stampa era la prima a stigmatizzare determinati episodi, a denunciarli pubblicamente e a indicare la necessità di una correzione: ad esempio, a metà degli anni ’70 furono trovate, in casa di alcuni incettatori, varie bottiglie di olio adeguatamente sistemate in cantine e ripostigli per farne commercio clandestino. Questi fatti avevano generato, in alcune unità commerciali, incresciosi fenomeni di penuria, con code e inconvenienti vari per i consumatori. Il primo a denunciare la cosa fu il potere popolare, coi suoi organi e i suoi mezzi di comunicazione. Non venne occultato niente, anzi tutto venne posto alla luce del sole: la denuncia verso le storture del sistema, che non erano generalizzate come la propaganda nemica del socialismo ha voluto insinuare, non solo era palese, ma persino incoraggiata. Da qui, chi era in buonafede traeva linfa per proposte di correttivi e miglioramenti; chi invece era in malafede, sfruttava singoli episodi, rappresentativi del 2% della realtà, per dipingere tutto l’ordinamento socialista a tinte fosche. Significative di questo atteggiamento sono alcune fotografie, che pubblichiamo.senza-nome-1_html_3610ca8fLa foto a colori sopra riportata, sempre indicata come emblematica della situazione rumena degli anni ’80, risale esattamente al 1982, secondo varie fonti reperibili in rete. Alcuni hanno messo in dubbio la veridicità delle immagini, forse frutto di un fotomontaggio, dato che gli imballaggi utilizzati e ben visibili vicino all’autocarro non sarebbero stati utilizzati in epoca comunista. A prenderla per buona, quell’immagine è solo e semplicemente la fotografia di una coda per l’acquisto di generi (sicuramente alimentari) presenti in quantità e bastevoli per tutti. Pertanto, o si tratta di clienti frettolosi, arrivati ben prima dell’orario di apertura, oppure si tratta di una normale fila che, anziché snodarsi per le casse, come avviene nei nostri supermarket, è semplicemente partita da fuori del negozio, considerando anche che i Paesi dell’Est avevano norme severissime sull’affollamento dei locali pubblici, onde evitare incidenti con conseguenze potenzialmente gravi. Voler trarre conclusioni anticomuniste da quell’immagine è semplicemente stupido e puerile, come giudicare della bontà del comunismo dalla quantità di folla presente in piazza per una ricorrenza.
1982: una data emblematica, a Bucarest, la Capitale del Paese, nella quale quella foto fu scattata, ma anche in tutte le altre Città della Romania. Cominciavano infatti a dispiegarsi i positivi effetti del Decreto n. 306 del 9 ottobre 1981, col quale si disciplinavano gli approvvigionamenti, onde evitare fenomeni di accaparramento pregiudizievoli per il buon rifornimento della popolazione: si punivano infatti con pene da sei mesi ad un anno tutti coloro i quali procedessero ad acquisti di farina, olio, zucchero, riso, caffè, in misura eccedente rispetto al fabbisogno mensile normale di una famiglia media. Per gli speculatori e gli incettatori era cominciata un’era difficile: l’unica penuria esistente avrebbe riguardato le loro scorte, non certo quelle dei normali cittadini. Il Decreto pose fine, progressivamente, a fenomeni di incetta che perduravano più o meno dal 1979 e si accompagnò, in alcune parti del Paese, a razionamenti di alcuni generi alimentari per i quali la domanda era eccessiva. Essi erano decisi su base distrettuale e comunale; cercherebbe invano chi, sulla scorta della propaganda tossica delle centrali anticomuniste, volesse reperire in rete o altrove decreti firmati da Ceausescu su razionamenti generalizzati e imperativi. Quelli che entrarono in vigore furono introdotti per iniziativa delle articolazioni periferiche del potere popolare, dopo discussioni ampie ed approfondite, assemblee e consultazioni. Nulla a che spartire col razionamento dei tempi di guerra, in quanto le razioni vigenti in diverse Città della Romania negli anni ’80 erano assai abbondanti: quasi sempre si trattava di 2/3 kg di carne a testa, con 0,5-1 kg di burro pro–capite; 1 litro di olio a testa; 1 kg di zucchero a testa; 1-2 kg di farina a testa. Naturalmente, il resto veniva venduto a mercato libero nei magazzini statali, a prezzo controllato, o nei mercati contadini dove vigeva la legge della domanda e dell’offerta volta a incamerare l’eccesso di liquidità di un Paese in cui tutti lavoravano e tutti vivevano, se non nel lusso, certamente nell’agiatezza. C’erano poi le mense aziendali, dove ogni giorno mangiava il 90% dei lavoratori; gli orti personali, ai quali attingeva un buon 50% della popolazione urbana, evitando di fare la spesa; i pasti nei ristoranti, sempre pieni zeppi, al punto che si doveva prenotare il primo del mese, spesso, per poter cenare il 20 o il 30 del mese stesso, senza essere confinati in angolini e strapuntini normalmente occupati da appendiabiti. A Bucarest, a parte olio, burro, zucchero e poco altro, il razionamento non vi fu mai: vi erano solo elenchi in capo ad ogni unità commerciale, per impedire accaparramenti da parte delle solite persone. Chi si recava a fare compere, annotava di volta in volta quanto aveva acquistato; nient’altro. Senza notazioni razziste, occorre poi dire che molti zigani facevano commercio di carne e prelibatezze dopo averle rastrellate dai negozi, in virtù della loro enorme disponibilità di denaro e anche di metalli preziosi. Inoltre, molti pensionati, incaricati da alcune famiglie di fare acquisti nei negozi, comperavano quantità inaudite di carne in alcune unità commerciali, tutte in una volta. Tali fenomeni, che producevano code davanti alle macellerie, si ridussero alla metà degli anni ì80, con il perfezionarsi della vigilanza, la nuova disciplina degli acquisti e i progressi del razionamento, ma non scomparvero mai del tutto. Ad ogni modo, chi vaneggia di razioni da fame, mente sapendo di mentire. Basta dare un’occhiata agli annuari dell’ONU e della FAO in particolare, per vedere che negli anni ’80 della “crisi”, in Romania non solo non si stringeva la cinghia più di tanto, ma ogni abitante incamerava più di 3000 calorie giornaliere (equamente ripartite, senza medie del pollo di trilussiana memoria). Prendiamo le annualità 1980, 1985, 1987 e 1989 e vediamo i livelli di consumo pro–capite delle principali derrate alimentari (in kg pro–capite annui):romania1Come si può ben vedere, se vi furono sacrifici essi furono minimi, in ordine all’alimentazione, che complessivamente si mantenne stabile per quantità e qualità dei cibi consumati. Conobbe una considerevole espansione, almeno fino al 1988, il consumo di pesce, propagandato dagli organismi del potere popolare come salutare e benefico (“nici o masa fara peste”, “nemmeno un pasto senza pesce”, questo il motto in voga in quegli anni). Si è fatta ironia, troppa ironia sulle conserve di pesce presenti a tonnellate nei negozi, dimenticando che, proprio in quegli anni, in tutto l’occidente si compivano sforzi per incrementare il consumo dei prodotti della pesca. I “creveti vietnamezi”, gamberi giganti provenienti dal Vietnam, genuini, gustosi e ricchi di proprietà nutritive, spopolarono per un decennio: con essi era infatti possibile preparare ricette saporite e variegate. In ordine al consumo di zucchero, come si può vedere molto rilevante (e non comprensivo dei dolciumi e dei preparati in cui esso era assai presente), il suo razionamento si pose come necessità, dal momento che era frequente vedere, all’inizio degli anni ’80, gente che se lo portava via a sacchi per confezionare dolci e produrre liquori, secondo i dettami della tradizione popolare e contadina. I contadini coi sacchi (“tarani cu sacii”), che dalle campagne venivano a far incetta di pane e zucchero perché costavano pochissimo, erano una costante del panorama rumeno nel 1979/82: il pane veniva utilizzato, dato il suo prezzo assai economico, per alimentare i maiali, secondo una prassi viziosa che venne interrotta costringendo i pigri e gli indolenti a utilizzare foraggi largamente disponibili in natura, sol volendovi attingere. A Bucarest il pane si poté comperare, da un certo momento in poi, solo esibendo il “buletin”, ovvero il documento attestante la residenza nella cintura amministrativa del Municipio. Coloro i quali venivano da altri Comuni, potevano comperare dell’altro, ma non pane e altri generi di primaria importanza. Questa misura, assieme al Decreto del 1981 prima menzionato, consentì di migliorare la situazione generale degli approvvigionamenti. Relativamente al caffè, al posto di quello importato, prima presente in quantità sugli scaffali dei magazzini, si commercializzò il cosiddetto “Nechezol” (nome ufficiale: “Cafea cu inlocuitori”, ovvero “Caffè con sostituti”) a base di caffè naturale (per il 20%), avena e noci (per l’80%). Un caffè più leggero, a suo modo gustoso e con molte proprietà benefiche (nei dati sul consumo il “Nechezol” non è compreso, ma ogni famiglia ne consumava una scatola al mese, in media). E del burro, ne vogliamo parlare? In quale Paese, un cittadino ne consuma ogni anno più di 1 kg? Quanto al latte, sono fiorite le leggende: i “social” sono pieni di piagnistei di elementi infidi e vagabondi che raccontano di code alle 3 di mattina per prenderne una bottiglia, negli anni ’80. Tutte balle! Il latte lo si poteva ricevere a domicilio ogni mattina, fresco, spumeggiante, in comode bottiglie col tappo di stagnola, in cambio di un modesto abbonamento. Il 40–50% dei cittadini se lo procurava in questo modo. Gli altri potevano andare ogni mattina al negozio ed acquistarlo comodamente; chi si alzava alle 4 di mattina erano solo i pensionati abituati ai risvegli mattinieri e quelli che invece di 1 litro (bastevole, per una famiglia di 3 persone) ne volevano 2, per poi magari scoprire che una parte consistente era andata a male nei frigoriferi. Sorvoliamo poi sul fatto che, a tutte le ore del giorno si poteva trovare nei negozi latte in polvere che restava invenduto perché ritenuto, dall’esigentissimo consumatore rumeno, un sottoprodotto non degno di apprezzamento, tantomeno di acquisto. Questione di gusti insindacabile, certo, legata anche a una cultura contadina che privilegiava giustamente la genuinità, ma non certo utilizzabile per accreditare la tesi di una penuria da terzo mondo che non esisteva, se non nelle teste dei mestatori e dei propagatori di false notizie. Bisogna anche capire che è tipica del rumeno la paura atavica della fame, retaggio psicologico e storico di infinite dominazioni che hanno spogliato in varie epoche la Nazione; retaggio che va capito e rispettato, e che spinge ad acquisti sconsiderati con pregiudizio, alla fine, per l’economia, di qualunque tipo essa sia. Inoltre, come abbiamo visto, le statistiche FAO, pur complessivamente accurate, sottostimano di molto il consumo vero, sia dei residenti urbani che degli abitanti delle campagne. I dati sopra riportati, infatti, non comprendono l’autoconsumo, ovvero il consumo diretto di prodotti orticoli, dei campi e delle economie contadine private: non vi entra il latte munto dalla vacca e consumato fresco; non vi entra la carne del maiale conciato nelle fredde giornate d’inverno, tra convivialità e riti familiari secolari; non vi rientra il pesce pescato lungo i limpidissimi ruscelli e i fiumi della Romania da pescatori amatoriali; non vi rientrano le uova consumate fresche ogni mattina in campagna dai contadini, né quelle da loro donate ai parenti di città (pressoché tutti avevano parenti nelle zone rurali); non vi rientrano le verdure e gli ortaggi raccolti negli orti urbani, floridissimi negli anni ’80 in seguito alle misure di “autoaprovizionare” varate dai Consigli popolari, su indicazione del Partito e dei Sindacati, per venire incontro alle crescenti esigenze dei cittadini, alle loro lamentele verso certi fenomeni di penuria presenti nei magazzini statali e verso la qualità non sempre ottima degli ortaggi in essi smerciati. Ogni cittadino che avesse voluto, poi, aveva a disposizione un pezzo di terra per seminare e raccogliere quel che più gli piaceva, senza gravami, senza prestiti a interesse e senza tasse se non simboliche. Questa era la “ miseria” e la “fame” dei tempi di Ceausescu di cui vaneggiano i drogati dalla propaganda borghese, dispensata per endovena attraverso le siringhe del giornalismo mercenario o sniffata con voluttà tra i miasmi della vera miseria, quella vera dell’occidente, da Harlem alle banlieue.sulla-romania-di-ceausescu-se-ne-son-sentite-davvero-di-tutti-i-colori-dell_html_65d49e2bEccoci ad una seconda fotografia. Si è arrivati al punto grottesco di ravvisare in quest’altra immagine un panorama desolante di penuria e di miseria, con clienti pronti ad assaltare un camion per acquistare le poche merci disponibili prima che arrivino sui banconi del “negozio“ . Ora, a parte le buste piene che si intravvedono nelle mani di alcune persone (piene d’aria?), basta leggere l’insegna del locale presso il quale il camion ritratto in fotografia ha portato la sua merce: “Braserie”. Questo lemma, ripreso dal francese, identifica un locale in cui vengono serviti soprattutto piatti da “tavola calda” e a base di prodotti di pasticceria, accompagnati da bibite alcooliche e analcoliche. Insomma, tutti prodotti venduti fuori tessera, negli anni ’80, quindi aggiuntivi rispetto al consumo normato, e di per sé bastevole, di generi reperibili nei magazzini. Una fila per andare in una specie di pizzeria e per comperare generi ad essa destinati in quantità superiore a quelli, pur generosi nei quantitativi, garantiti dal razionamento. Quanti cittadini vanno, dalle nostre parti, a prendere pizze e prodotti di rosticceria facendo la fila? E forse qualcuno ha mai identificato, in una fila in pizzeria o davanti ad una rosticceria, un sintomo di miseria e di fame, dalle nostre parti? Se poi il consumatore rumeno era così impaziente da non attendere nemmeno il momento della collocazione sui banconi o nei frigoriferi dei prodotti, vogliamo con questo dire che era affamato? O non piuttosto che, essendo la Romania una Nazione in cui tutti lavoravano, tempo per le compere ce n’era meno rispetto alle società occidentali, almeno in certi giorni? E perché magari non pensare che quella calca non tentasse di comperare in quantitativi industriai generi che all’indomani sarebbero stati razionati, come avvenne in varie parti, nella Capitale e negli altri centri, verso il 1981-82, ovvero subito prima dell’entrata in rodaggio del salutare regime di disciplina sugli acquisti?
Da qui dobbiamo concludere che non vi fossero problemi legati al rifornimento, in nessun caso ed in nessun luogo? Assolutamente no, come già abbiamo avuto modo di rilevare! La stampa, quotidiana e periodica, come abbiamo accennato, informava costantemente di ispezioni, sollecitate dai consumatori (che in Romania avevano molto potere, contrariamente a quanto avviene dalle nostre parti!), in numerose unità alimentari dove venivano occultati cioccolatini, burro, biscotti… Si trattava a volte di sciatteria, indolenza e negligenza da parte dei gestori, ma più spesso di sabotaggi in piena regola, promossi dalla quinta colonna ostile a Ceausescu, la stessa che patrocinerà il golpe del 1989, sotto l’ala protettiva di CIA e KGB gorbacioviano, con il ruolo collaterale dei servizi ungheresi. Si facevano mancare, periodicamente, prodotti nei magazzini, per suscitare lo sdegno della popolazione davanti a scaffali semivuoti dove, per usare una colorita espressione popolare, “batteva il vento”. Questi fenomeni, però, non erano la regola e non affettavano tutta la rete commerciale, da una parte all’altra del Paese. Anzi, in Città quali Sibiu, Cluj, Braila, Botosani, Oradea, questi fenomeni erano praticamente inesistenti, in presenza di una vigilanza maggiore degli organi statali, del Partito e dei Sindacati. Quelli che raccontano di penurie inesistenti, piuttosto, e quelli che ci credono senza consultare dati e approfondirli, dovrebbero far riferimento costante ad una realtà emblematica degli anni ’80: vi erano liste d’attesa per frigoriferi e congelatori che, nelle case di quasi tutti i rumeni, rigurgitavano di carne, salsicce e altre prelibatezze. A questo punto è il momento di esaminare cosa è avvenuto dopo il crollo del comunismo. Intanto, una popolazione che, nel 1989, era arrivata a superare i 23000000 di individui, nell’arco di un ventennio ne perdette, per le emigrazioni e l’aumento della mortalità generale provocato dal deteriorarsi della situazione economica, sociale e sanitaria, quasi 4000000. Fin dai caldi giorni del dicembre 1989, dopo l’esecuzione di Ceausescu, vi fu una fuga verso l’occidente da parte di individui senza più lavoro, casa, sicurezza personale. Ecco un prospetto, chiaro e lampante, sul movimento della popolazione (dati per mille):romania2Come si vede chiaramente dalle cifre, il capitalismo ha portato in Romania una catastrofe demografica, con caduta verticale della natalità (-50% tra 1989 e 1994) e incremento della mortalità. La dinamica è vieppiù evidente analizzando il dato dell’ammontare complessivo della popolazione in varie, significative annualità:

romania3Vediamo i dati sul consumo pro–capite (in kg annui) dei “dorati anni” del capitalismo reale:romania5Come si può ben vedere, con il cambio di regime sono scesi, in maniera più o meno rilevante, quasi tutti gli indici di consumo dei prodotti alimentari, specie di quelli a più alto profilo nutritivo. Il consumo pro–capite del pane e dei farinacei è sceso da 131,05 kg a 130,79 kg dal 1989 al 2010; il consumo di carne bovina, quella con contenuto calorico più elevato (250kcal per 100g), ha fatto registrare una caduta da 10,03 kg a testa nel 1989 a 7,45 kg nel 2010; è cresciuto sì il consumo di carne di pollo, ma detta carne contiene 110-120kcal per 100g, pertanto il bilancio nutritivo ascrivibile alla carne segna un peggioramento considerevole, rispetto all’ultimo anno di esistenza della Repubblica socialista. Il consumo pro–capite di burro si è più che dimezzato, mentre quello del latte è aumentato solo sulla carta: infatti, il patrimonio bovino è sceso dal 1989 al 2010 da 6300000 esemplari a poco più di 2000000 e il declino è stato ancor più marcato per quanto concerne le mucche da latte, con il risultato che, se nel 1989 l’autoconsumo di latte e derivati del latte ammontava più o meno alla stessa quantità commercializzata e rilevata dalle statistiche, nel 2010 e più di recente, si è ridotto ad una frazione del venduto ufficialmente rilevato. Pertanto, possiamo dire che i rumeni oggi consumano meno latte che nel periodo comunista e, soprattutto, la qualità del latte stesso è peggiorata notevolmente, in ossequio alla sete di guadagno di pochi oligopolisti che hanno strangolato l’economia agricola, imponendo prezzi irrisori agli agricoltori, a fronte di guadagni stratosferici e di… acqua per diluire il latte venduto! Stessa considerazione per la frutta, mentre lo zucchero, alimento energetico per eccellenza, sia grezzo che lavorato, ha conosciuto un calo del consumo pro–capite nella misura di quasi il 20%. Insomma, i rumeni mangiano meno e peggio ai nostri giorni rispetto al periodo dell’“Epoca d’Oro” di Ceausescu, alla faccia dei luoghi comuni ripetuti fino all’ossessione!
Esaminato il quadro dei consumi alimentari, è il caso di passare ad altri aspetti vittime della disinformazione anticomunista: la produzione e l’approvvigionamento di energia elettrica, gas, calore e benzina. Quante volte abbiamo sentito dire, a proposito degli anni ’80 del socialismo rumeno, di blackout sistematici, di code chilometriche ai distributori della benzina, di notti insonni passate ogni mese per ritirare le bombole del gas. Tutti “idola fori” che, serviti in cento salse diverse, hanno finito col formare un giudizio distorto e non veritiero rispetto a quella pagina storica anche in menti “illuminate” e certo scevre, normalmente, da pregiudizi.
7adbd81245a596e4f65918380d8346d9-3595995-700_700Capitolo energia elettrica: la Romania socialista produsse la bellezza di 64 miliardi di Kwh nel 1980, anno nel quale, per generale ammissione, non esisteva il fenomeno dei black-out. Il consumo interno, sia domestico che industriale e pubblico, ammontò, a quella data, a 60 miliardi di Kwh. Nel 1984, anno critico e sempre citato, col suo inverno glaciale, come esempio negativo, il Paese produsse 68 miliardi di Kwh di elettricità e ne consumò 66. Tenuto conto dell’ammontare della popolazione, e del dimensionamento dell’apparato produttivo, il dato del 1984, in proporzione, ricalcò quello italiano: l’Italia, con quasi 60000000 di abitanti, consumò energia elettrica per 174 miliardi di Kwh. Nell’impietoso inverno del 1984-85, non dimentichiamolo, quasi tutti i Paesi europei conobbero razionamenti dell’energia elettrica, fenomeni di black-out e deficienze della rete di distribuzione dell’energia. Fatto questo perfettamente normale, viste le temperature glaciali e la conseguente accresciuta domanda di consumo di fabbriche e utenze domestiche. In Romania, ciò fu tanto più vero dal momento che temperature di –20/30 gradi erano la norma, mentre nei Paesi mediterranei, pur toccati dalla morsa del freddo, non si andò mai sotto una media complessiva di –10. in quella situazione, come far marciare a pieno regime un’industria poderosa e ad alta intensità energetica come quella rumena se non con restrizioni ai consumi privati? Ecco allora che intervenne l’autorità statale, con un rigido controllo della domanda di energia elettrica sospensioni dell’erogazione, più o meno frequenti a seconda delle varie zone del Paese, che evitarono al Paese il tracollo economico, la paralisi totale, confermando l’efficienza del sistema energetico nazionale. Molti black-out non furono imposti dalle autorità, ma generati da un eccesso di consumi privati non compatibili con le esigenze complessive dell’economia: in molte case si tenevano accese due o tre stufe elettriche insieme, fatto questo che generava sovraccarichi sulle reti e interruzioni dell’erogazione dell’energia elettrica; grazie ad un attività intensa di Sindacati e organi del potere popolare, si riuscì in molti casi ad eliminare tali distorsioni, con azioni di sensibilizzazione condotte quartiere per quartiere, caseggiato per caseggiato. In alcuni blocchi residenziali erano stati installati interruttori che, in caso di eccesso di consumi, si azionavano bloccando l’erogazione di energia a tutte le utenze. In questo modo, gli inquilini erano spinti di necessità a regolarsi nei consumi. Nelle fabbriche e negli uffici, la regolamentazione fu ancora più rigida: vennero prescritti limiti severi all’uso di fonti di riscaldamento pleonastiche e con alti tassi di consumo. Bisogna rilevare che il rumeno medio era stato abituato molto bene negli anni ’60 e ’70: era assai comune vedere, in quegli anni, luci accese a tutte le ore nelle case e negli uffici, mentre i termosifoni, d’autunno, d’inverno e in primavera, erano sempre bollenti, accompagnati da stufe e stufette elettriche di ogni tipo e misura. Avere 25-26 gradi in casa era giudicato normale e scontato. Le tariffe, assai lievi, contribuivano a questi sprechi. Con l’avvento degli anni ’80, le cose cambiarono: l’austerità portò a nuove regolamentazioni, foriere di risparmi preziosi per il Paese. Il Decreto n. 240 del 1982, prescrisse una temperatura massima di riscaldamento degli ambienti domestici di 18 gradi (16 nelle industrie e 18 negli uffici), mentre i pannelli solari facevano la loro comparsa in varie zone residenziali. Nei primi anni, non vi fu grande osservanza delle regole stabilite, ma via via la sensibilità dei cittadini, affinata da campagne informative e buone prassi, si accrebbe e garantì al Paese guadagni considerevoli. Nuove tariffe differenziate intervennero a normare il consumo dell’energia elettrica: il Decreto sopra menzionato, corretto e riveduto nel 1987 e nel 1988, individuò livelli di consumo virtuosi, premiati con tariffe particolarmente leggere, e livelli superiori penalizzati con costi superiori a carico dell’utente. Non rispondono al vero dicerie e racconti circa utenze disattivate per sorpasso dei livelli di consumo normati: chi consumava di più pagava di più, dopo un avviso inoltrato dall’impresa erogante, ma non si vedeva disattivare l’utenza, a meno che non vi fossero consumi abnormi tali da pregiudicare l’approvvigionamento di energia elettrica a livello di caseggiato, quartiere, settore, città.
Ecco una tabella dei consumi regolamentati di energia elettrica, così come inquadrata dal Decreto 272 del novembre 1987, il più restrittivo tra quelli varati tra il 1982 ed il 1988:romania4Chi, utilizzando lampadine a basso consumo, o facendo attenzione a non lasciare troppe luci accese, riusciva a contenersi nei limiti ottimali normati, si vedeva tariffare ogni Kwh consumato a 0,65 lei; ogni eccedenza di consumo rispetto a quei livelli, nei limiti del 5%, veniva tariffata nella misura di 1 leu per ogni Kwh; ogni eccedenza compresa tra il 5 ed il 10% in più, veniva tariffata 2 lei per ogni Kwh, con contestuale avviso inoltrato al consumatore; se l’avviso cadeva nel vuoto, e se si verificavano eccedenze di consumo ancora superiori, la tariffa era di 3 lei al Kwh per tutta la quota consumata, dopo avviso inoltrato al consumatore. Il problema era dato dal fatto che la gran parte delle famiglie, negli anni del boom economico, aveva comperato frigoriferi spesso assai energivori, che impedivano di fatto il contenimento entro consumi ragionevoli, almeno vicini a quelli normati. A tale “inconveniente” si rimediò in vari modi: vennero introdotti sul mercato frigoriferi e congelatori economici, a basso consumo (0,8 Kwh di consumo giornaliero a pieno carico e con alte temperature interne agli alloggi); fu messo a punto il celebre “frigorifero dell’Oltenia”, una sorta di ghiacciaia portatile e abbastanza capiente, prodotta in uno dei maggiori combinati siderurgici del Paese, anche in forma artigianale e per iniziativa personale di operai; furono utilizzati, nella fredda stagione invernale, spazi domestici che, nei fatti, erano frigoriferi naturali (balconi e altro).
Con un consumo medio di 3000 Kwh pro–capite annui per tutti gli anni ’80, è semplicemente folle descrivere una Nazione al buio, avvolta nelle tenebre! Vigevano certamente, lo ribadiamo, misure di austerità nei periodi invernali particolarmente rigidi, che potevano significare, a seconda delle zone, interruzione dell’erogazione nelle ore notturne, a turno nei vari quartieri, per fasce orarie e giorni differenziati, e sempre salvaguardando ospedali, scuole e centri di primaria importanza, o diminuzione delle ore di funzionamento dell’illuminazione pubblica, in certi casi erogata fino alle 22, ma ogni Distretto e Città faceva storia a sé, in base alle disposizioni adottate dalle autorità periferiche, garantendo comunque e sempre, prima di tutto, una soglia di servizi minima per tutti. Che le città non fossero il regno delle tenebre, lo dimostrano alcune fotografie scattate nel 1983-84 dal bravo artista Radu Caulea e pubblicate, di recente, su una pagina di Facebook dedicata al quartiere Uranus, quartiere di Bucarest sottoposto a sistemazioni urbanistiche negli anni ’80 (ad esse dedicheremo uno studio a parte) e non centralissimo per importanza e livello di attenzione da parte delle autorità. In queste immagini si può vedere chiaramente come anche in questo quartiere non certo “strategico”, vi fosse, negli anni esaminati dal presente studio, un’illuminazione pubblica potente, addirittura eccessiva. E’ facile immaginare, dunque, quale fosse la situazione in quartieri ben più “blasonati” e in quelli di altre città importanti del Paese. Altro che buio pesto e notti da far invidia alla fantasia di Edgar Alla Poe o di Lovercraft!
Nel 1985, sulla scorta di alcune deficienze verificatesi nel rigido inverno di cui abbiamo sopra raccontato, furono adottate misure di militarizzazione del sistema energetico nazionale, enunciate nel Decreto n. 208 e accompagnate da un cambio della guardia al vertice dei Ministeri competenti per l’erogazione di energia nel Paese. Questa “stretta”, eliminando sprechi e disfunzioni, anche legati ad aritmie e fenomeni di negligenza o aperto sabotaggio nelle centrali a carbone, permise di gestire pressoché alla perfezione le difficoltà del 1986, legate questa volta non tanto ad un inverno inclemente, quanto piuttosto ad una forte siccità che minacciò la paralisi energetica della Nazione. In quell’anno, si superò la soglia dei 70 miliardi di kwh di produzione di energia elettrica, con i consumi superiori all’offerta interna, soddisfatti grazie all’importazione di energia dai Paesi socialisti. Le interruzioni di energia elettrica via via si ridussero nel numero, fino a scomparire del tutto; nei primi tempi si passò, nei periodi autunnali-invernali, dalla rotazione dei “black-out” all’erogazione, nelle fasce orarie “morbide”, di energia elettrica con voltaggio ridotto (180- 200 Volt in luogo dei 220 abituali); dall’autunno del 1987, anche questo inconveniente scomparve.
Le grandi realizzazioni del sistema socialista vennero in aiuto al Paese, da questo punto di vista: la centrale idroelettrica delle Porte di Ferro, gigantesca opera realizzata in collaborazione con la Jugoslavia tra il 1964 ed il 1972; l’impressionante Diga di Vidraru, nella zona di Curtea de Arges, 8.va in Europa e 20.ma nel mondo per altezza; le varie termocentrali costruite in ogni Distretto, in nome dell’autosufficienza energetica diffusa… Tutto fieno in cascina, utile al Paese nei periodi critici! Senza quelle opere, realizzate in maniera impeccabile e in tempi impensabili per la burocrazia di Paesi come il nostro, non è esagerato dire che la Romania non avrebbe retto l’urto di uno sviluppo accelerato, con tutte le sue contraddizioni. Oggi alcune di quelle magnifiche realizzazioni, frutto del genio nazionale, sono ancora in funzione, mentre altre sono state distrutte, annientate dalla speculazione e dall’affarismo, che ha ridotto un autentico patrimonio allo stato di ferro vecchio, a tutto beneficio delle multinazionali e delle aziende straniere.
Per quanto concerne la distribuzione di gas, quasi tutte le famiglie erano allacciate, nei loro alloggi, alla rete del gas, utilizzato tanto per cucinare quanto per riscaldare le stanze. Le quote normate di consumo, che in questo caso, se superate di un certo livello, prevedevano il distacco dell’utenza (diversamente dall’energia elettrica, bene primario intangibile), andavano da 600 a 1400 mc annui, a seconda della consistenza del nucleo familiare. Quote assolutamente bastevoli per le esigenze quotidiane degli utenti. Ogni metro cubo consumato nei limiti stabiliti, veniva tariffato 1 leu. Le case e gli appartamenti non raccordati alla rete del gas utilizzavano, come avviene in innumerevoli parti d’Italia tuttora, le bombole. In Romania, a gestire la distribuzione delle bombole del gas era la PECO (Produse Etilate Cu Cifra Octanica), la stessa ditta che si occupava delle stazioni di rifornimento per gli automobilisti, con benzina, diesel e altro. Anche qui, i social si sono sbizzarriti a ricercare foto come questa:sulla-romania-di-ceausescu-se-ne-son-sentite-davvero-di-tutti-i-colori-dell_html_m65ef646aQuest’immagine è stata addotta come prova dei disagi ai quali dovevano sottostare i cittadini rumeni, con code per approvvigionarsi anche solo di bombole, che venivano distribuite in ragione di una per famiglia ogni mese. Anche qui, falsità e menzogna! La foto suddetta risale alle condizioni particolari di uno dei rigidi inverni degli anni ’80, quando le strade erano spesso impraticabili per forza maggiore (tempeste di neve e gelo erano fatti normali) e gli approvvigionamenti non potevano non risentirne. Ciò detto, si noterà come ogni cittadino avesse in realtà più di una bombola a disposizione, pronta per essere ricaricata, formula questa che garantiva risparmio di materie prime preziose. In più, la distribuzione, in condizioni normali, avveniva a domicilio e non era indispensabile doversi recare al Centro di distribuzione PECO, dove invece andavano spesso gli automobilisti che, con i razionamenti e le limitazioni introdotti negli anni ’80, decidevano di installare l’impianto a gas sulle loro vetture (un buon 10–15% degli automobilisti ne aveva uno).sulla-romania-di-ceausescu-se-ne-son-sentite-davvero-di-tutti-i-colori-dell_html_b445fcdQuest’altra foto è un ennesimo capolavoro di disinformazione: anche in questo caso si addita al pubblico ludibrio il disagio vissuto dai rumeni per venire in possesso di bombole del gas… Peccato però che la fotografia risalga al 29 dicembre del 1989, quando il comunismo era già caduto, la finta rivoluzione imperversava nel Paese e Ceausescu era stato fucilato. Bombole come oro, vendute a 1000 lei il pezzo? Altra favola! Che vi fosse chi, sfuggendo per sua volontà alle maglie del razionamento, reperiva sul mercato libero bombole per i propri usi smodati, è pacifico. Tuttavia, il 99% dei cittadini pagava le bombole (una o più al mese per famiglia, a seconda di esigenze rigidamente disciplinate) a prezzo politico: da 35 a 41 lei a unità, a seconda che l’acquisto avvenisse nei magazzini specializzati o con consegna a domicilio.
Veniamo alla questione del riscaldamento, alla quale pur abbiamo accennato sopra. La propaganda anticomunista ci ha intristiti e ha cercato di impressionarci con storie assurde di case fredde, quasi antri di caverna, con stalattiti e stalagmiti pendenti e trionfanti da soffitti e pavimenti… Tutte balle! Che vi siano stati cittadini che, negligenti nelle manutenzioni di condutture termiche, caldaie e altro, si siano trovati con appartamenti gelidi in inverni nei quali la colonnina di mercurio finiva a -30 con facilità, è pacifico e la stessa stampa rumena degli anni ’80 citò esempi significativi, assimilabili ad altri analoghi diffusi in ogni Paese d’Europa; che tutte le case fossero gelide, è una balla colossale. Il Decreto del 1982, come abbiamo visto, prescriveva una temperatura di riscaldamento interna alle abitazioni pari a 18° (16 nelle aziende e 18 negli uffici). Poiché le normali abitazioni erano di 65-70 metri quadrati, quella temperatura, benchè non elevatissima, era sufficiente a riscaldare ogni ambiente. Se poi ci aggiungiamo il fatto che il 50% delle abitazioni cittadine avevano anche stufe di ceramica a legna o a carbone, assai efficienti dal punto di vista energetico, possiamo dire che il riscaldamento era garantito anche negli inverni più rigidi, a meno di fisiologiche rotture, di normali guasti nelle condutture, ai quali perlopiù si rimediava con prontezza. La temperatura media registrata negli alloggi rumeni, in inverno negli anni ’80, era di 17-18 gradi. Non è tutto: l’ICRAL, ente che gestiva il patrimonio abitativo nazionale, eseguiva nei blocchi residenziali lavori di coibentazione con mattoni refrattari e altri materiali, che accrescevano il grado d’isolamento termico. Vi era poi, in uso soprattutto negli anni ’80, il celebre TERMOPAN, isolante costituito da fibra di vetro rinforzata, ottimo per insonorizzare parzialmente e per bloccare il flusso di aria fredda nelle case. Il municipio di Bucarest, forse con eccesso di zelo ma con sincera preoccupazione per il risparmio energetico, negli anni ’80 intraprese un’iniziativa per garantire la totale chiusura di tutti i balconi con TERMOPAN, anche se alla fine i risultati furono parziali, per l’opposizione di molti cittadini. Di tutto questo, i corifei della propaganda capitalista e borghese non fanno mai menzione nei loro resoconti. Stesso discorso con la questione dell’acqua calda: che alcune condutture saltassero col gelo e le intemperie era un fatto normale. Il regime comunista, su questo conveniamo, non riuscì a modificare le leggi della fisica e della chimica. Anche l’erogazione di acqua calda, strettamente legata a quella del riscaldamento, era garantita comunque e sempre in fasce orarie prestabilite, le più rispondenti alle necessità della popolazione, onde evitare usi dissennati e domanda eccessiva. Il Decreto n. 315 del 1988 prescriveva varie fasce orarie: senza entrare nel dettaglio possiamo sintetizzare così: d’inverno, il programma di erogazione dell’acqua calda andava da 2 a 7 ore giornaliere, a seconda del tipo di abitazione e del periodo. In questo modo si garantiva a tutti l’erogazione del servizio evitando le strozzature e le aritmie riscontrabili in altre Nazioni a clima freddo, dove la disponibilità di acqua calda 24 ore su 24 è solo sulla carta poiché l’inclemenza meteorologica e gli inconvenienti ad essa legati rendono, talvolta, problematici o impossibili gli approvvigionamenti.
stii-de-la-ce-vine-peco-iata-istoria-5de2b2852113080b17-920-0-1-95-0La benzina, i carburanti per le automobili, rappresentano l’ultimo “microcosmo” indagato in questa ricerca. La motorizzazione, sviluppatasi in Romania molto più tardi rispetto ai Paesi occidentali, fu un altro merito e vanto del socialismo. Certo, si privilegiò sempre il trasporto pubblico rispetto a quello privato, in nome di considerazioni etiche, economiche e sociologiche non certo contemplate nei sacri testi dell’economia capitalista nella quale è stato, è e sarà sempre il profitto a farla da padrone; tuttavia, le prerogative dell’automobilista rumeno erano pienamente rispettate e la sua vita tra le più gratificanti in assoluto nel mondo. Innanzitutto, i modelli Dacia, ARO e Oltcit, come abbiamo avuto modo di sottolineare, erano assai affidabili e ogni proprietario poteva eseguire riparazioni e manutenzioni senza dover ricorrere per forza alle officine, peraltro presenti su tutto il territorio in maniera abbastanza ramificata e con personale di eccellenza (si pensi alle Officine “Ciclop” di Bucarest, tra le migliori al mondo). L’approvvigionamento di carburanti avveniva tramite le già citate stazioni PECO: in esse si poteva anche eseguire il cambio dell’olio e si poteva reperire di tutto, da alcuni ritrovati come l’“Hodorizant pentru Habitaclu, un deodorante di forma circolare ed essenza perlopiù al pino, fino alle praticissime salviette umidificate per detergere gli occhiali. La rete PECO si estese in tutto il Paese in prodigiosa progressione, in pochi anni: se nel 1962 erano attive, in tutto il Paese, 160-170 stazioni, nel 1980 esse erano diventate 310. In Città quali Brasov, Sibiu, Timisoara e Costanza, negli anni ’80 c’erano almeno 3-4 stazioni, in media con 4-5 pompe per la benzina e altre per il diesel e la nafta. A Bucarest, la Capitale, il numero si avvicinava alle 20 unità. Nel 1989, il numero delle stazioni PECO era arrivato, in tutto il Paese, a circa 600. Il numero delle automobili era cresciuto anch’esso esponenzialmente, fino ad arrivare, solo tenendo conto delle vetture private, a 1200000 esemplari nel dicembre del 1989. Questo secondo gli Annuari statistici, ma visto il costante progresso nelle operazioni di registrazione informatica dei dati, che fecero lievitare il numero delle auto private censite da 330000 nel 1988 a 1200000 nel 1989, si può ipotizzare che, al momento della caduta del regime, vi fossero non meno di 2500000-3000000 vetture private. Vi erano poi le automobili a disposizione delle imprese, degli Enti pubblici e di rappresentanza, i taxi ecc… Quella dell’auto a noleggio, ad esempio, era una formula abbastanza diffusa e coinvolgeva anche auto aziendali e istituzionali anche se, sul finire degli anni ’70, era stato rigidamente regolamentato un uso eccessivo delle automobili pubbliche per finalità personali. Alcune cifre relative ai trasporti venivano tenute segrete o ridimensionate, per proteggere settori nevralgici della vita sociale ed economica dalle mire imperialiste. Che le vetture in circolazione fossero molte, e che il trasporto pubblico fosse capillarmente diffuso, lo si può agevolmente vedere da numerose fotografie ed immagini risalenti agli anni oggetto di questo nostro studio. Volendo però stare alle cifre ufficiali, le uniche citabili con sicurezza, possiamo notare che, oltre ad un processo di motorizzazione privata imponente e numericamente rilevante, si arrivò agli anni ’80 a un progresso notevolissimo sul fronte della produzione di benzina e nafta nelle dieci e più raffinerie attive nel Paese. Le cifre parlano chiaro: nel 1986 il consumo di benzina e nafta in Romania ammontava a 2500000000 di litri, nel 1989 a 2700000000 di litri. Rilevato che un 50% del consumo era ascrivibile ad automezzi pesanti e mezzi pubblici, e considerando altresì tutto il parco automobilistico privato esistente ufficialmente registrato, si può dire che ogni automobilista rumeno consumasse in media 100-110 litri di benzina su base mensile. Pertanto, le cifre spesso riportate di consumi razionati con un tetto massimo pari a 30-40 litri su base mensile (20–25 litri di regola nei centri minori), o sono false, o presuppongono un numero di auto in circolazione pari al triplo almeno di quello ufficialmente rilevato dalle statistiche (3600000 vetture almeno, nel dicembre 1989). Noi stessi abbiamo contemplato quest’ultima ipotesi. E’ senza dubbio vero che la Romania negli anni ’80 varò misure severe per regolamentare il consumo della benzina e dei combustibili: vi erano sprechi intollerabili, soprattutto nel settore pubblico, che furono combattuti e nel 1989 risultavano ormai ridotti al lumicino. E’ però altrettanto vero che l’immagine di un Paese con automobilisti in coda per giorni e notti davanti alle pompe della PECO, asciutte o quasi, è almeno in parte fantascienza o propaganda falsa confezionata dai corifei di Iliescu o dai “democratici” che a partire dal 1990 hanno disastrato un’intera Nazione, economicamente e socialmente. Vediamo, anche in questo caso, di restaurare un minimo di verità storica.
Innanzitutto, non ci fu alcun decreto emanato dallo Stato che, su base imperativa e biecamente centralista, prescriveva a tutti i distretti quanto razionare e cosa. Ogni distretto ed ogni comune, come valeva per la distribuzione dei generi alimentari, decideva per i carburanti in piena autonomia, con deliberazioni dei Consigli popolari e di altri organi istituzionali. Il sistema rumeno era un mix virtuoso di autogoverno partecipativo e centralismo positivo, riequilibratore delle disparità tra le varie regioni del Paese. A Bucarest, la razione garantita di benzina negli anni ’80 era di un pieno al mese (40–50 litri) e fino al 1983 si potevano riempire anche numerose taniche ogni volta, fatto questo che generava (questo sì) frequenti episodi di code e malcontento tra automobilisti ed utenti della rete PECO. Anche in questo caso, la coda era sinonimo di ricchezza e di benessere, non certo di penuria! Negli stessi anni, in occidente quale automobilista poteva ogni mese fare il pieno e riempire contemporaneamente 2-3 taniche? In altre parti del Paese, la razione si riduceva a 20-30 litri a seconda dei luoghi e delle stagioni (questo a partire dal 1983). Lungo il litorale, nella zona di Costanza e in altre zone ancora, la benzina non venne mai razionata e se ne poteva prelevare in quantità tutto l’anno, anche da parte dei cittadini residenti in altri Distretti del Paese. Era assai frequente, negli anni ’80, vedere alle pompe di benzina di Costanza, Mangalia, Eforie, file di automobilisti vacanzieri aspettare anche 3-4 ore per fare il pieno, o lasciare l’auto parcheggiata durante la notte per riprenderla il giorno dopo e rifornirsi. Code dettate dalla miseria, o non piuttosto dalla larga disponibilità di denaro e dall’abbondanza di carburanti? Negli anni ’80 praticamente tutto il Paese si spostava per le vacanze (il numero dei turisti in rapporto alla popolazione era superiore a quello di quasi tutti i Paesi capitalisti) e, se grazie alla politica portata avanti dal governo comunista, la gran parte dei turisti si muoveva con i mezzi pubblici (treni e autobus), una parte considerevole sceglieva l’automobile. Bisogna poi sottolineare che, oltre alla quota di benzina garantita mensilmente nei vari Distretti ove essa era razionata, ogni automobilista aveva il diritto di venir rifornito con 5-10 litri aggiuntivi al mese, transitando nei distretti diversi da quello di residenza e con esso non confinanti. Ecco spiegato il consumo di carburante complessivo, ben superiore a quello che il razionamento nei vari distretti fissava; aggiungiamo le quantità fuori razione, periodicamente distribuite a beneficio di tutti gli automobilisti grazie ad azioni di contenimento dei consumi delle vetture pubbliche; aggiungiamo anche le quantità supplementari, accordate agli automobilisti per necessità particolari e motivazioni impellenti… possiamo renderci pienamente conto della realtà e complessità di una situazione non assimilabile alle categorie della penuria. Negli inverni rigidi, la circolazione veniva interdetta alle automobili private per periodi variabili da poche settimane a tre mesi, misura questa assai saggia che permise alla Romania di porsi ai primi posti nel mondo per riduzione del numero di incidenti stradali; in questi periodi, la razione di benzina garantita poteva scendere a 15 litri mensili in alcune parti del Paese, ma l’ampia disponibilità di trasporti pubblici, non solo su strada ma anche su rotaia (si pensi alla straordinaria metropolitana di Bucarest, con più di 20 stazioni nuove inaugurate proprio negli anni ’80) veniva incontro ai bisogni dei cittadini, soprattutto dei lavoratori. Molti possessori di autovetture, d’inverno tenevano l’auto ferma fino alla primavera successiva, accumulando razione mensile su razione mensile: alla vigilia della partenza per le vacanze estive, questi automobilisti potevano riempire così tranquillamente i serbatoi e, in più, anche le taniche trasportabili nelle vetture. Un altro paradosso degli anni ’80 sono le lamentele per la carenza di combustibili, accompagnate però dal dato di centinaia di migliaia di persone che, nei balconi e nelle cantine, tenevano recipienti da 100 litri e più di carburante, rigorosamente pieni. Le code ai distributori erano un fenomeno non ovunque e non sempre riscontrabile: esso si notava in corrispondenza temporale con gli esodi vacanzieri, con la fine delle misure restrittive della circolazione e in certe unità della rete PECO, presso le quali avvenivano fenomeni di commercio illegale di carburante (anche questa, prerogativa non rumena…). Chi non voleva avere disagi, montava sulle proprie vetture motori diesel, discretamente disponibili (i blocchi motore venivano venduti nella rete IDMS) oppure acquistava auto diesel, oppure ancora, come abbiamo visto prima, installava impianti a metano o gpl presenti in quantità crescente anche sui mezzi pubblici a partire dal 1980. Va sottolineato, poi, che i modelli di autovetture in circolazione sulle strade della Romania socialista, vantavano livelli di consumo molto ridotti rispetto a quelli delle vetture occidentali: la “Dacia 1310” faceva senza grossi sforzi 15 km con un litro, mentre la “Lastun” superava i 30 km con lo stesso quantitativo di carburante.
lastun Anomalie e distorsioni a parte, l’automobilista rumeno era uno dei più tranquilli e sereni al mondo: aveva un sistema che vigilava sull’integrità dei suoi beni (rarissimi i furti), che non lo angustiava con tasse e sovrattasse (nel prezzo di acquisto di un’auto era compresa anche l’assicurazione ADAS), poteva anche vincere una vettura con le estrazioni dei numeri dei Libretti a risparmio depositati presso la CEC ( a Cassa di Risparmio rumena dei tempi del comunismo). In quest’ultimo caso, ne entrava in possesso entro 3-4 mesi mentre, a partire dagli anni ’80, l’acquisto di un’automobile mediante versamento della cifra necessaria sul conto CEC e successivo ritiro presso le filiali IDMS (Impresa per la distribuzione di prodotti sportivi), poteva comportare da 2 a 5 anni di attesa per i modelli “Dacia”, pochi mesi, 1 anno o 2 di attesa per altri modelli, nazionali o importati dai Paesi socialisti, nessuna attesa per le vetture ARO (i fuoristrada, rinomati nel mondo e affidabilissimi) e per quel meraviglioso esperimento di innovazione, bassi consumi e maneggevolezza che fu la DACIA LASTUN, anticipatrice delle più note “Smart”, realizzata in vetroresina. Vi era poi la larga possibilità di ricorrere al mercato dell’usato o alle licitazioni, aste pubbliche con prezzo di partenza fissato dalle autorità statali in base a coefficienti legati a stato manutentivo e di funzionamento delle vetture licitate, prima appartenute ad enti pubblici, consolati o ambasciate. I giornali, specie “Scinteia” (organo del Partito Comunista), “Informatia Bucurestiului” e “Romania libera avevano pagine e pagine dedicate a “Mica publicitate” (“Piccola pubblicità”), spazio destinato alle inserzioni, con proposte di acquisto o vendita in cui le automobili erano sempre presenti. Un ottimo sistema, quello descritto, per valorizzare il patrimonio automobilistico presente nel Paese e non destinare agli sfasciacarrozze modelli ancora in discrete o buone condizioni, come avviene dalle nostre parti, con sprechi spesso assurdi. Chi deteneva legalmente valuta estera, poi, poteva quasi sempre comperare, senza liste d’attesa, qualsiasi vettura desiderasse. I pezzi di ricambio sono stati descritti, spesso, come l’altro cruccio costante dell’automobilista rumeno; eppure, anche in questo caso, si è molto esagerato: la rivista “Autoturism”, edita dall’Automobil club rumeno, nei suoi numeri degli anni ’80 è piena di notizie su inaugurazioni di nuovi punti di assistenza degli automobilisti e di vendita di pezzi di ricambio e materiali d’interesse automobilistico. Nessun trionfalismo: le critiche e le segnalazioni, per chi avesse la voglia di leggersi qualche numero (qui sono consultabili quasi tutte le uscite dal 1969) sono frequenti e motivate, con nomi e cognomi dei responsabili di disservizi, carenze, ritardi. Questo, nello spirito di migliorare costantemente il livello dei servizi garantito ai cittadini, mentre nei Paesi capitalisti la critica è quasi sempre fine a se stessa e non seguita da atti concreti di riparazione dei danni e di risoluzione dei problemi. Nel 1982-83 vi furono, ad esempio, problemi con il rifornimento di alcuni pezzi di ricambio e componenti, soprattutto le batterie. Nel giro di poco tempo, si ovviò a queste disfunzioni con tre misure: incremento della produzione di batterie, azioni educative mirate agli automobilisti, potenziamento della filiera dei ricondizionamenti. La prima misura consentì di far entrare a regime processi lavorativi più agili e spediti per la produzione di accumulatori, senza sacrificare la qualità dell’offerta; la seconda misura insegnò agli automobilisti a trattare meglio le loro vetture, evitando ad esempio di tenere fari e radio accesi durante le soste, e a custodire meglio le vetture stesse, privilegiando le autorimesse collettive o individuali rispetto all’abitudine di parcheggiare, anche d’inverno, per strada e senza protezioni. Suggerimenti che possono apparire ingenui ed elementari, finanche scontati, all’automobilista delle nostre latitudini, il quale però non deve mai dimenticare che il processo di motorizzazione si sviluppò in Romania con 70 anni di ritardo rispetto a quello italiano, ad esempio, quindi anche la cultura automobilistica dovette scontare un ritardo notevole, per quanto rapidamente colmato.
Grazie al costante raccordo tra industria automobilistica, associazioni dei consumatori e degli automobilisti, divennero assai diffusi, per chi non poteva usufruire di un’autorimessa, le “prelate”, ovvero i teloni per automobili che proteggevano dal freddo e dalle gelate, due elementi, come abbiamo visto, assai frequenti in Romania e forieri di danni per gli accumulatori delle vetture. La diffusione massiccia, presso le officine nazionali, delle operazioni di ricondizionamento delle batterie, fu un fattore che evitò all’automobilista spese onerose per l’acquisto di nuovi accumulatori e, allo Stato, l’onere di provvedere a produzioni massicce di nuovi esemplari con l’impiego di materiali utili per altri settori strategici dell’economia. Da un certo punto in avanti, la possibilità di acquisto di una nuova batteria fu vincolata alla consegna di quella vecchia, la quale veniva ricondizionata e rimessa in commercio: questo perché si era sviluppata una rete di incettatori che acquistavano nuovi accumulatori in misura largamente superiore alle loro necessità, generando gravi fenomeni di scarsità assolutamente artificiali. Anche questa piaga fu sconfitta con l’azione concertata degli organi di vigilanza e gli effetti generati dalle nuove disposizioni. La Romania, e non è un’esagerazione, fu anche capofila nello sviluppo massiccio della pratica dei consorzi degli oli usati: il lubrificante adoperato per le autovetture, nonché per i mezzi pesanti, veniva raccolto sistematicamente presso le Stazioni PECO, dove il cambio–olio veniva eseguito solo previa consegna della frazione di olio usato presente in ciascuna vettura, adeguatamente stoccata e poi riciclata. Fu parimenti sviluppata la produzione di pneumatici di qualità: i mitici “Victoria” nulla avevano da invidiare alle più rinomate marche occidentali, quantunque le politiche daziarie penalizzanti, le barriere commerciali e politiche imposte dai monopoli e oligopoli capitalistici, ne impedissero l’accesso ai mercati occidentali. Le candele SINTEROM erano parimenti famose e assai apprezzate per le elevate prestazioni garantite. Le numerose vittorie riportate dai piloti rumeni, in competizioni effettuate su vari circuiti nel corso degli anni ’80, non furono certo casuali, né attribuibili a estemporanee fortune: esse furono il risultato di buone pratiche, costantemente affinate e perfezionate. Si arrivò, alla fine degli anni ’80, a produrre addirittura, con un brevetto nazionale, un economizzatore elettronico di carburante: l’RS 76 344. Installato a bordo di una vettura, esso consentiva di ridurre i consumi di benzina, soprattutto a regimi elevati. La grande ditta “Electromagnetica” era la casa madre di questo eccezionale ritrovato.

Oltcit

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Insomma, possiamo ben dire che gli anni ’80 della Romania furono gli anni dell’austerità e della lotta ad ogni tipo di spreco, ma non certo gli anni bui, tetri, del freddo e della fame, come siamo stati abituati a pensare dal martellamento mediatico e storiografico anticomunista. La Romania era una Nazione forte, potente, che stava gestendo al meglio lo sganciamento dalle politiche predatorie del sistema bancario internazionale, rifiutando ogni asservimento ai suoi voleri; una Nazione che, nella primavera del 1989, poté orgogliosamente annunciare che il debito estero era estinto, affronto questo intollerabile per usurai e delinquenti che sui debiti delle Nazioni fondavano il loro potere di ricatto e d’ingerenza. Sotto la guida del compagno Nicolae Ceausescu, la millenaria Nazione rumena, faro di dignità ed orgoglio, non si inginocchiò alle mire di conquista e destabilizzazione del capitalismo occidentale e dei gorbacioviani. L’assassinio di Ceausescu, ad opera non di una “rivoluzione”, come per troppo tempo si è detto, ma di un colpo di Stato ordito a partire dalla fine degli anni ’80, e perfezionato dopo l’incontro di Malta del 1989 tra Gorbaciov e Bush, fu la pietra tombale sull’indipendenza e la sovranità della Romania. Da allora, è stato un susseguirsi di sciagure: miseria, disoccupazione, emigrazione massiccia, distruzione dell’industria nazionale a tutto beneficio dei capitalisti stranieri, soffocamento finanziario ad opera del sistema bancario mondiale. Ecco perché abbiamo voluto ripercorrere la storia degli anni ’80, indagando aspetti finanche minuziosi e di “dettaglio”: la macroeconomia in diversi l’hanno indagata e ben enucleata in ragionamenti e disamine. A noi interessava, in questa fase, accompagnare la riflessione generale, politica ed economica, alla narrazione di significativi aspetti della vita quotidiana di 23 milioni di cittadini che, tra sacrifici, successi e ostacoli superati, scrissero una delle più belle pagine del socialismo e della lotta dei popoli per l’autodeterminazione. Nessun lato del prisma rumeno (ma il discorso vale per tutti i Paesi socialisti e progressisti) ci pare meritevole di essere trascurato o trattato come appartenente al limbo della “serie b” storiografica. Chi pensa questo commette un errore madornale e si consegna, armi e bagagli, ad un accademismo stantio, incapace di cogliere contraddizioni, fermenti, fattori di costume e di vita vissuta non certo derubricabili a mere sovrastrutture. Anzi, su certi capitoli torneremo ancora, per meglio focalizzare aspetti e problemi del socialismo rumeno, un socialismo in cui afflato nazionale, orgoglio secolare per il lignaggio latino, internazionalismo, si fusero assieme per dar vita ad un esperimento originale e carico di spunti anche per l’oggi.peco-gf-9

Riferimenti bibliografici e sitografici
La Romania negli anni del socialismo (1948–1978), Editori Riuniti, 1982
Nicolae Ceausescu, Per un mondo più giusto, migliore, SugarCo, 1979
Nicolae Ceausescu, Scritti scelti, Editori Riuniti, 1981
Nicolae Ceausescu, Il nuovo corso, Rusconi, 1975
Anuarul statistic al Republicii Socialiste Romania, edizioni dal 1980 al 1989

Per una rassegna dei provvedimenti sul risparmio energetico:
Legislatie
Lege5
Legislatie

Per una rassegna sulla storia dell’automobilismo rumeno, delle competizioni sportive in ambito automobilistico, della rete di distribuzione dei combustibili e delle dinamiche di consumo dei carburanti:
ARO
4Tuning
Index Mundi

Per una ricerca sui dati FAO relativi alla Romania socialista.

Un’emigrazione boicottata: i lavoratori italiani in Cecoslovacchia negli anni ’40-’50

Luca Baldelli12445508-czechoslovakia-circa-1960-a-stamp-printed-in-czechoslovakia-shows-slovnaft-chemical-industry-base-de-stock-photoIl 10 febbraio 1947, la stampa salutava la conclusione di un Accordo tra Italia e Cecoslovacchia per l’emigrazione di lavoratori del nostro Paese verso la rinata Nazione dell’Europa centro-orientale. Quell’accordo era costato mesi e mesi d’impegno, di limature e di pazienti trattative non per colpa dei cecoslovacchi ma a causa delle titubanze interessate, dei freni e degli intoppi frapposti dai circoli anticomunisti italiani, saldamente arroccati nelle burocrazie ministeriali, appena sfiorate da un’epurazione all’acqua di rose. La capacità ed il tatto del Ministro degli Esteri Pietro Nenni, al quale dall’inizio di febbraio era succeduto il filoatlantico Carlo Sforza, erano stati decisivi per concludere l’intesa. Essa prevedeva, contestualmente al dettato, un flusso di 5000 lavoratori italiani verso la Cecoslovacchia, in modo particolare minatori, cavatori, operai metallurgici, operai agricoli. Nel dettaglio, si richiedevano: 600 minatori per i lavori di profondità, scelti fra gli addetti delle zolfare siciliane; 1400 minatori per i lavori di superficie, reclutati nei giacimenti toscani e sardi; 2000 operai agricoli (in modo particolare boscaioli); 500 tra cavatori e metallurgici. Assieme a questo, 20 lavoratori italiani affetti da talune patologie avrebbero ricevuto cure e trattamenti nelle principali stazioni di cura del Paese, mentre 20 lavoratori cecoslovacchi, egualmente in condizioni non ottimali di salute, avrebbero beneficiato di riposo e trattamenti presso le riviere italiane. Il Sindacato, nel quadro della definizione, regolamentazione e gestione di tali flussi, veniva ad assumere un ruolo di primo piano, sancito chiaramente nei termini dell’accordo: l’articolo 15 del medesimo, infatti, delegava alla CGIL, di concerto con il Sindacato cecoslovacco, i reclutamenti della manodopera intenzionata ad emigrare.
Qual era, allora, la situazione della Cecoslovacchia, dal punto di vista politico ed economico? Il Paese stava avviando, con enorme impegno e ampia profusione di volontarismo, il proprio processo di ricostruzione, dopo i danni, i saccheggi, le distruzioni apportate dai nazifascisti e dalla guerra in generale. Occorreva rimettere in piedi l’industria, spina dorsale dell’economia, con i suoi impianti, pesanti e leggeri, riconvertiti per sei lunghi anni alle esigenze dei monopoli e dell’apparato bellico tedeschi; in molti settori, da quello minerario a quello agricolo–forestale, si avvertiva un’acuta carenza di mano d’opera. Occorreva poi ripristinare condizioni di vita decorose per tutti, elevando, per quanto possibile, il benessere materiale dei cittadini. I comunisti erano all’avanguardia di tale processo, guidati con saggezza, equilibrio e insieme determinazione da fulgide figure di combattenti quali Klement Gottwald e Antonin Zapotocky. La loro battaglia era, principalmente, quella volta all’ampliamento dei diritti dei lavoratori e all’equa ripartizione degli inevitabili sacrifici che sempre accompagnano ogni processo di ricostruzione. Le forze della borghesia, però, facevano di tutto per frapporre ostacoli, nel tentativo di far ricadere sulla classe operaia tutti gli oneri e d’indebolire il Paese per legarlo poi, mani e piedi, al carro dell’imperialismo statunitense. Il patto italo–cecoslovacco sull’emigrazione si situava in questa dialettica di forze e di fermenti. Qual era il trattamento previsto, in terra cecoslovacca, per gli operai italiani che optavano per l’emigrazione? Grazie ai comunisti ed alle forze più sane del progressismo, le condizioni di vita di un lavoratore italiano che scegliesse di emigrare in Cecoslovacchia erano infinitamente migliori rispetto a quelle, semi–schiavili, degli emigrati nell’area del Benelux o in Francia, zone nelle quali i minatori stranieri, italiani in primis, erano spesso persino trattenuti forzosamente e, comunque e sempre, ospitati in baracche da lager, che in molti casi avevano accolto addirittura prigionieri di guerra del Terzo Reich. In Cecoslovacchia non esistevano poi tutte quelle “amenità” ampiamente diffuse nelle fabbriche lager del mondo capitalista: reparti–confino, punizioni arbitrarie, multe elevate per decurtare i salari senza alcuna giustificazione. Tutti i lavoratori stranieri ricevevano lo stesso, identico trattamento dei colleghi cecoslovacchi, beneficiando di un regime generoso di tessere annonarie, calibrate in base alle esigenze derivanti dal lavoro svolto. Una tessera annonaria normale dava, ad ogni lavoratore, il diritto di ricevere mensilmente:
17 kg di pane e farina
4 kg di carne
840 g di grassi
300 g di burro
1,4 kg di zucchero
3,5 litri di latte
Chi svolgeva lavori pesanti e faticosi aveva diritto ad una tessera speciale, con razione supplementare composta da 1 kg di zucchero, 3 kg di farina e pane, 1 kg di carne. Oltre al contingente di merci garantito dalle tessere, c’era ovviamente la possibilità di acquistare in libera vendita tutto ciò che non era razionato, o quantitativi aggiuntivi degli stessi generi distribuiti con le tessere. Il salario giornaliero di base era di 90/100 corone: in tutto, 2700–3000 corone al mese, benefit compresi. Se si superavano le norme di produzione, anche la retribuzione veniva notevolmente incrementata, fino a 4000–5000 corone. Per il vitto e l’alloggio, se ne andava il 20–30% appena del salario base: la spesa complessiva era infatti di 800/900 corone, comprendendo anche l’acquisto di generi alimentari non razionati. Da sottolineare il fatto che l’alloggio del lavoratore italiano non era la baracca o la sistemazione di fortuna degli operai che emigravano nei Paesi dell’Europa centro–occidentale, ma il convitto, l’albergo/locanda o anche la casa, dopo alcuni anni di lavoro. La quantità massima di denaro che si poteva spedire ai familiari rimasti in Italia era di 1400 corone. L’Ufficio Italiano Cambi aveva provveduto ad aprire un “conto lavoratori italiani” presso la Banca Nazionale di Cecoslovacchia, presso il quale affluivano le rimesse degli emigrati. Parte delle quote veniva utilizzata per pagare il carbone importato, l’altra parte era destinata alle famiglie dei lavoratori.

Klement Gottwald

Klement Gottwald

A sei mesi dalla firma dell’accordo, il primo contingente di lavoratori italiani partiva alla volta della Cecoslovacchia. Si erano frapposti e si sarebbero ancor di più frapposti in futuro, come vedremo, numerosi ostacoli da parte dei circoli anticomunisti e della burocrazia ministeriale italiana, piena zeppa di fascisti abilmente riciclatisi e ancora più arroganti dopo la mancata epurazione. L’idea che dei lavoratori italiani potessero vedere coi loro occhi la realtà di un Paese libero e veramente democratico e restarne “contagiati” spaventava tali circoli; in più, un’emigrazione rivolta verso un Paese in procinto di marciare verso il socialismo, creava un polo attrattore che “deviava” il flusso di manodopera dai Paesi capitalistici euro-occidentali ( n particolare, dal BENELUX) e non consentiva quindi, ai monopoli ed oligopoli di quei Paesi, lo sfruttamento a buon mercato della manodopera italiana. Il viaggio del primo contingente italiano veniva reso oltremodo rocambolesco prima da un’alluvione, che costringeva il convoglio ferroviario in marcia a cambiare percorso, poi dall’alt imposto dalle truppe inglesi di stanza in Austria. Se il primo evento era certamente inevitabile e riconducibile a forze non umanamente controllabili, il secondo d’inevitabile aveva ben poco: era un sabotaggio in piena regola, volto a rendere accidentata e quindi poco appetibile la rotta migratoria dei lavoratori occidentali, italiani in particolare, verso la Cecoslovacchia e altri Paesi socialisti. Si puntava a scoraggiare in ogni modo altri italiani dall’emigrare, anche facendo leva su un dato “antropologico” insopprimibile: il loro carattere mediterraneo, istintivo, impulsivo e poco paziente, esasperato per giunta da complicazioni create artificiosamente. Non a caso, con riferimento a quel primo tormentato viaggio, dopo la sua temporanea battuta d’arresto cominciavano repentinamente a giungere (c’informano di questo gli incartamenti del Ministero del Lavoro e della previdenza sociale, custoditi presso l’Archivio Centrale dello Stato) “notizie preoccupanti, poiché i lavoratori avevano esaurito i viveri, erano digiuni da circa 24 ore senza avere la possibilità di rifornirsi in territorio austriaco e chiedevano di essere rimpatriati”. Superati gli ostacoli, naturali e non, i lavoratori italiani del primo contingente riuscivano a mettere piede in terra cecoslovacca. Fin dal primo contatto con la realtà di quella Nazione, al di là delle chiacchiere e delle mene di elementi sobillatori al soldo della reazione, i lavoratori italiani potevano scoprire un Paese certamente attanagliato da difficoltà e problemi materiali causati dai nazifascisti e dalla guerra, ma anche ottimista, pieno di energia, desideroso di voltare pagina. Non è un caso che, in breve tempo, da poche decine di lavoratori italiani presenti si arriverà a 1000 circa! Una progressione numerica che non si era mai vista prima! Questo fatto non andava giù al Ministro del Lavoro Amintore Fanfani il quale, fresco di camicia nera, cominciava a dar credito ad ogni sorta di voce falsa e a far circolare deliberatamente tutta una serie di illazioni malevoli per mettere in cattiva luce la Cecoslovacchia e l’apparato del Ministero degli Esteri, presso il quale l’operato di Pietro Nenni, titolare del dicastero fino al principio del 1947, aveva conseguito eccellenti risultati. Vi è tutta una serie di rapporti (visionabili presso l’Archivio Centrale dello Stato, fondo Ministero del Lavoro e della previdenza sociale) volutamente disinformanti circa le reali condizioni di vita degli emigrati italiani, istruiti ed elaborati per forzare l’arresto della sempre più cospicua emigrazione verso la Cecoslovacchia. Rapporti anche ridicoli, palesemente non credibili, che parlano di vitto a base di caffelatte con pane al mattino, minestra con patate a pranzo e di nuovo caffelatte con pane a sera. Un vitto che, se realmente distribuito, avrebbe determinato la morte per inedia o l’impossibilità concreta di utilizzare la manodopera per qualsivoglia lavoro produttivo. Ovvero, un inconcepibile darsi la zappa sui piedi da parte dello Stato cecoslovacco! Si era “dimenticato”, in quelle note, che quelle pietanze erano le distribuzioni aggiuntive di viveri, elargite in più rispetto ai precedentemente menzionati generi alimentari garantiti dal tesseramento e a quelli reperibili in libera vendita. Si davano per attendibili e indiscutibili tutte le lamentele provenienti da individui asociali, vagabondi, perennemente scontenti di tutto e tutti, anziché mettere in rilievo i tanti apprezzamenti e le attestazioni di stima per il sistema economico cecoslovacco, provenienti dalla stragrande maggioranza dei lavoratori. In quel difficile 1947 si cercava anche di sfruttare in ogni modo, strumentalizzandolo, un episodio avvenuto il 1° dicembre: l’arresto di 8 operai italiani a Most, con l’accusa di eccessive assenze dal lavoro, sulla base dell’imputazione di sabotaggio contro il Piano biennale predisposto dal governo per risollevare l’economia. Si faceva gran chiasso attorno a questa vicenda, ben oltre la normale, legittima e sacrosanta preoccupazione umanitaria per la sorte di nostri connazionali, anche se una legge approvata pochi mesi prima, con chiarezza esemplare, aveva sancito l’arresto per prolungate e ingiustificate assenze dal posto di lavoro, pena giustificata dalla necessità di prevenire e colpire i sabotaggi che allora erano all’ordine del giorno ed erano indirizzati proprio a dimostrare l’inefficienza dell’economia socialista, dopo aver creato artatamente episodi di aritmie, disorganizzazione e carenza nell’apparato produttivo. La reazione non stava con le mani in mano, anzi era tentacolare e come tale andava colpita anche con misure draconiane, legittime in modo particolare perché dirette non contro il popolo, bensì, viceversa, proprio a difesa delle sue conquiste e contro una minoranza vile e subdola di eversori. Si aveva anche l’ardire di sostenere che quegli arresti erano illegali, perché avevano violato l’accordo sull’emigrazione: argomentazione destituita di ogni fondamento, visto che il lavoratore straniero era comunque sottoposto alle leggi del Paese ospitante, esattamente come ogni suo altro collega cecoslovacco, e che il suo status di emigrante non giustificava di certo condotte antisociali o pericolose. Il caso di Most, ad ogni buon conto, veniva preso in mano e risolto non certo grazie ai crociati della destra democristiana, ma grazie all’impegno e all’energia della CGIL, unitamente, dobbiamo ricordarlo per amor di verità, all’equilibrio dimostrato in quella fase dal Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi che, pur non rinnegando le proprie intime convinzioni, sapeva tenere a bada le spinte più oltranziste provenienti dal suo Partito, in primis da Fanfani, volte a far naufragare e rendere inoperante l’accordo italo–cecoslovacco. Un accordo che, con la testardaggine che solo i fatti possono avere, continuava a beneficiare un numero crescente di lavoratori, in barba alla propaganda anticomunista sempre più pervasiva e agguerrita. Certo, proprio per colpa dell’atteggiamento italiano, non si riuscì mai a raggiungere il numero di 5000 lavoratori contemplato nei termini dell’accordo, né tantomeno a predisporre le condizioni perché, negli anni, vi fosse la possibilità di inviarne anche 100000, numero questo che era stato proposto dalle autorità cecoslovacche a Nenni, Ministro degli Esteri, nei primi contatti risalenti all’agosto del ’46.
Quanto fossero false e ridicole le accuse mosse alla Cecoslovacchia, quanto fosse diverso, quel Paese, dal regno della fame descritto dai detrattori interessati, appare evidente dalle cifre e dalle percentuali di sviluppo registrate nel cruciale periodo 1947/53:
Produzione industriale pressoché raddoppiata (+93%)
Produzione di macchinari cresciuta del 294%!
Costruzione del colosso siderurgico “Klement Gottwald” a Kuncize, impianto destinato a spostare gli equilibri geoeconomici verso l’area est–europea, con grave scorno dei capitalisti mondiali
12 nuove centrali con produzione di energia elettrica cresciuta complessivamente del 65%
Produttività del lavoro elevatasi in misura del 73%
Come queste cifre potessero essere garantite da lavoratori messi a pane, caffelatte e sbobbe, solo la malafede della propaganda borghese ce lo può spiegare!

Antonin Zapotocky

Antonin Zapotocky

Ad ogni modo, il 1948 si apriva all’insegna di tensioni e sussulti che percorrevano come sangue avvelenato ogni vena, ogni capillare dell’economia cecoslovacca. All’inizio dell’anno, la reazione borghese latifondista, protetta dallo scudo statunitense, tentò di dare l’assalto allo Stato e di mettere i comunisti fuori legge: il PC e la milizia operaia, appoggiati dai lavoratori di tutto il Paese, rintuzzarono tale orribile minaccia e la rispedivano al mittente, consolidando il loro potere, espressione della volontà del 9 % dei cittadini, compresi i non comunisti che, con spirito leale e patriottico, collaborarono con il PC nella vasta opera riformatrice intrapresa e coraggiosamente portata avanti. In un contesto simile, dal gennaio–febbraio 1948 vi fu una battuta d’arresto dei flussi migratori provenienti dall’Italia, unitamente al rientro di diversi lavoratori per naturali ricongiungimenti con le famiglie e scadenza dei contratti di lavoro. Fino alla fine dell’anno, si registrerà un sostanziale blocco dei flussi. Gli USA, i circoli capitalisti e reazionari mondiali, mentre armavano la mano dei cospiratori a Praga, Bratislava e altri centri, al tempo stesso cercavano in ogni modo di ricattare la Cecoslovacchia, di strangolarla economicamente, bloccando crediti pattuiti da tempo e facendo balenare agli occhi dei governanti gli illusori luccichii del Piano Marshall. Il governo cecoslovacco non cadeva però nella trappola del ricatto e, appoggiandosi da un lato alle energie positive e all’orgoglio delle masse, dall’altro ad un aiuto internazionalista sempre più massiccio proveniente dall’URSS, riusciva a traghettare il Paese fuori dalle secche della destabilizzazione. Intanto, da parte cecoslovacca, pur nel contesto di difficoltà create dall’imperialismo nel 1947-48, evitava sempre di compromettere i termini dell’accordo con l’Italia, anche quando lo Stivale non si mostrava granché leale e limpido nei comportamenti. Addirittura, nel maggio–giugno 1948 toccava alla Cecoslovacchia, assieme all’URSS, spendere una parola a favore del patrimonio coloniale italiano affinché non fosse spartito tra gli imperialisti statunitensi ed inglesi, che d’ipocrita amicizia col Bel Paese facevano osceno quotidiano sfoggio, desiderando invece null’altro che mettere le mani sull’economia e i territori italiani. Vi era stato anche un periodo, poco prima, nel quale il carbone era parso in procinto di venir soppiantato, nelle partite commerciali, dal caolino e dalle argille, a causa delle pressioni esercitate dall’industriale Richard Ginori (autore di un piano di collaborazione economica per niente irragionevole ed anzi all’avanguardia, appoggiato da tutte le rappresentanze dei lavoratori), ma alla fine le ragioni dell’industria estrattiva e di quella energetica avevano avuto il sopravvento e il carbone cecoslovacco aveva ripreso il suo “posto” nelle dinamiche dell’interscambio, dopo alcuni incontri chiarificatori.
Nel fatidico 1948, approfittando anche della sostanziale pausa della corrente migratoria, il governo di Praga arrivava poi a proporre un nuovo sistema d’immigrazione, non più imperniato su contingenti collettivi, ma su flussi individuali regolamentati. Ai lavoratori italiani si offriva un ampio ventaglio di opzioni, tra le quali quella, particolarmente allettante, di costituire cooperative in territorio cecoslovacco con l’appoggio dello Stato e del sistema creditizio. In questo modo, gli emigrati venivano coinvolti ancor più attivamente nel processo di costruzione della società socialista. Queste novità venivano accolte con entusiasmo dai lavoratori, ma venivano, di converso, osteggiate in ogni modo da un governo sempre più spostato a destra per le irresistibili pressioni provenienti da Washington, che avevano provocato l’estromissione dall’Esecutivo di PCI e PSI. La diplomazia italiana aveva ormai una sola preoccupazione: quella di far rientrare il maggior numero di lavoratori dalla Cecoslovacchia, per poi dirottarli verso i Paesi capitalisti del BENELUX e verso la Francia, dove ad attenderli non sarebbero stati certo i caseggiati ampi ed ariosi o i confortevoli convitti della Cecoslovacchia socialista, ma le ben note baracche, regno della promiscuità e della precarietà economica ed esistenziale. Il governo italiano non si dava pace anche per un altro fatto: tra gli italiani presenti in Cecoslovacchia non solo regnava la piena soddisfazione per il benessere economico crescente, ma cominciava a maturare anche una coscienza politica a tutto tondo. Infatti, era stata costituita un’Associazione, “Democrazia popolare”, che appoggiava attivamente il governo e promuoveva la cultura marxista–leninista tra gli associati. Nonostante i fisiologici rientri nel Paese natio, le lusinghe, le minacce, i subdoli sistemi di “persuasione” messi in campo dalle autorità italiane, nel 1949 l’emigrazione verso la Cecoslovacchia riprendeva in maniera considerevole e, ancora all’inizio del 1951, erano presenti in Cecoslovacchia almeno 400 lavoratori, con sempre più figure qualificate nei loro ranghi. Il 30 novembre 1951, il Ministero degli Esteri tornava alla carica, invitando la Legazione di Praga a “fornire gli elenchi di quei connazionali che intendessero rimpatriare” (leggi: di quei lavoratori che si voleva costringere a tornare in Italia con l’inganno e le mendaci promesse di improbabili Bengodi). Nonostante quest’ennesima pressione, il 90% e oltre degli italiani presenti decideva di restare nel Paese est–europeo.
Nel 1954, a sette anni ormai dalla firma dell’accordo, i governi italiano e cecoslovacco non erano riusciti a definire e risolvere alcune questioni relative alle rimesse degli emigrati perché, dichiaravano gli stessi funzionari italiani, non era chiaro quanti fossero, costoro, in territorio cecoslovacco. Tutto vero, per una volta! Infatti, le centinaia di italiani che non ne volevano sapere di tornare a condividere il manganello di Scelba e la fame, avevano smesso di rivolgersi alla Legazione italiana e si erano resi “irreperibili” per proteggersi dall’invadenza della martellante propaganda anticomunista e dai maneggi dei funzionari. Essi però non solo esistevano ancora, ma tramite canali paralleli, continuavano pure a inviare alle famiglie, rimaste in Italia, notizie e denaro. Intanto, con lealtà assoluta, certamente incomprensibile agli occhi dell’immoralità e dell’inaffidabilità tipiche dei capitalisti, il governo cecoslovacco, pur nel contesto della guerra fredda ulteriormente acuito dalla guerra di Corea, continuava sempre ad onorare alla lettera, passo per passo, gli impegni per le spedizioni di carbone, senza trattenere nemmeno un grammo rispetto al dovuto. Molte industrie italiane marciavano e molti proletari italiani riscaldavano le proprie umili dimore grazie al carbone della Cecoslovacchia socialista! Questo, però, la propaganda borghese e filo–governativa si guardava bene al metterlo in evidenza…
Un capitolo poco conosciuto, quello dell’emigrazione economica degli italiani in Cecoslovacchia, Nazione da sempre dipinta come punto di arrivo di un’emigrazione di ben altro tipo, politica o addirittura terroristica (quante bugie in merito…) Un capitolo, meglio, che nulla si è fatto per far conoscere, nemmeno da parte della sinistra anticapitalista più cosciente. Speriamo, con questo studio, di aver sollecitato la curiosità di qualche altro studioso di buona volontà, unitamente all’“uzzolo investigativo” di tanti compagni.1382213985998515558Riferimenti:
Storia Universale dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, VOLL. 10, 11 e 12 (Tetri Editore, MILANO, 1975);
Studio assai pregevole e per niente di parte
L’Unità”, in particolare i seguenti numeri, per una comprensione dei termini dell’accordo e per una panoramica sulla condizione dei lavoratori nella Cecoslovacchia socialista, sulla situazione politica e sui rapporti tra Cecoslovacchia socialista e Italia: 9/2/1947; 15/2/1947; 6/7/1947; 21/2/1948; 28/2/1948; 4/3/1948; 2/6/1948.

Il macabro gioco delle fosse comuni: il Caso di Kirov. Prove tecniche di rinnovato anti-sovietismo?

Luca Baldelli

b31bed37eeaee7b8d9d5f1b4331554acLa scoperta di una fossa comune nei pressi di Kirov, a 900 kmda Mosca, con resti di soldati italiani, tedeschi, ungheresi e rumeni (ovvero appartenenti ad eserciti alleati nel quadro dell’Asse nazifascista), pare proprio giungere propizia, per i circoli borghesi e reazionari, nel momento in cui la macroscopica bufala di Katyn, pompata da tutta la stampa anticomunista, antisovietica ed antirussa, mostra sempre più crepe. Il lavoro del compianto compagno Viktor Iljukhin, deputato comunista che per primo svelò, alla Duma, le falsificazioni operate sui documenti riguardanti la storia dell’URSS da parte di un gruppo formato da storici, militari e archivisti, ha aperto le porte ad una generale “controrevisione” di versioni su fatti e avvenimenti storici accreditate come insindacabili dopo la caduta del Muro antifascista e antimperialista di Berlino, e dopo l’ammainamento della bandiera rossa dal pennone del Cremlino. Non solo si è aperto uno squarcio di luce prezioso sul periodo staliniano, con il ridimensionamento delle cifre, oltremodo gonfiate, su “repressi” e giustiziati dal 1924 al 1953 in tempo di pace, ma con un’analisi scrupolosa, di natura storiografica e filologica, di prove e documenti, con il coraggio pionieristico e la passione per la verità di autori come Jurij Mukhin, già dagli anni ’90 impegnato nella coraggiosa battaglia per togliere al becero revisionismo l’egemonia sulla trattazione della storia sovietica, si sono potute confutare tesi che per anni e anni, se non decenni, l’establishment politico e culturale anticomunista aveva imposto come dogmi indiscutibili non solo nell’ambito accademico, ma anche presso l’opinione pubblica mondiale, su fatti inerenti la Grande Guerra Patriottica del 1941–45. In questo panorama, i fatti di Katyn non potevano non avere un peso preponderante, all’interno di un salutare processo di “controrevisione” storica volto a dimostrare, con argomenti e prove difficilmente confutabili, le responsabilità nazifasciste nel massacro degli ufficiali polacchi, poi ritrovati e riesumati con diabolico tempismo, dopo la fucilazione, per suscitare sdegno ed esecrazione contro l’URSS, contro laNazione che, dopo aver retto quasi da sola il peso dello scontro con la bestia nazifascista, si apprestava a rincorrerla e schiacciarla oltre i propri confini, fin nella Berlino di nibelungica oscurità avvolta.
Ebbene, oggi anche liberali e democratici senza preconcetti e pregiudizi, grazie a documenti, prove e opere storiografiche serie e rigorose, cominciano se non ad accettare la verità su quei fatti, depurata da tutte le menzogne inventate dalle centrali goebbelsiane della disinformazione prima al servizio del Terzo Reich, poi degli alleati anglo–statunitensi, perlomeno a dubitare e a porsi interrogativi prima nemmeno ipotizzabili. Si rischia di aprire una voragine nel castello di bugie costruite in decenni di dominio culturale della storiografia reazionaria, revanscista e anticomunista. Davanti alle pallottole di Katyn, riconosciute come indubbiamente tedesche e non utilizzabili dall’Armata Rossa; dinanzi alla dimostrazione scientifica e forense che lo stato di conservazione dei cadaveri degli ufficiali era tale da escludere un’esecuzione di massa nelle date indicate dagli accusatori dell’URSS; dinanzi a “documenti ufficiali” palesemente alterati, interpolati o falsificati, simili a patacche dozzinali e maldestre piuttosto che a testimonianze archivistiche, tutta la “leggenda nera” cucita sulla bandiera rossa e la storia dell’URSS rischia di franare miseramente, con le sirene dell’antisovietismo di ritorno costrette a tacere per sempre, in uno scenario da incubo per i falsificatori di professione. E allora, quale migliore escamotage di un bel rinvenimento ad orologeria di fosse comuni con soldati dello schieramento nazifascista, naturalmente uccisi o fatti morire dai “barbari mongoli trinariciuti” dell’Armata Rossa, da sventolare in faccia all’opinione pubblica mondiale come tetri vessilli? Quale migliore “prova”, quale più mortifera “pistola fumante” a sparo differito, per colpire e far centro nel bersaglio psicologico e sentimentale di un gregge belante, che qualcuno aveva osato provare a risvegliare dal torpore gregario con un’iniezione di spirito critico e di sano dubbio? Ecco quindi le fosse di Kirov, cosparse di pestilenziale acqua dal satanico aspersorio della menzogna! Ecco un rinnovato poltergeist storico e politico, tale da far tremare le mura dei palazzi coi suoi ululati e le sue scosse! Ecco l’operazione di rimozione della verità, avviata con tempismo e rivoltante sfrontatezza: non una parola sulla tragica impreparazione dei militari italiani, mandati a combattere e a morire da Mussolini con indumenti leggeri nella terra fredda per antonomasia, con le armi benedette dai preti; non una parola sui crimini di invasori che hanno lasciato in terra sovietica 20 milioni di morti e feriti; non un cenno ai 4/5 milioni di sovietici periti nei lager nazifascisti; non una timida allusione al fatto che i soldati dell’Asse arrivavano da prigionieri nei campi di concentramento sovietici, allestiti in gran parte dopo la controffensiva di Stalingrado, già in condizioni fisiche e psichiche disperate, abbandonati in primis dai loro comandanti e dai loro cinici calcoli, costretti a vagare per giorni e giorni alla ricerca di cibo e di un tetto ancora in piedi, tra i tanti abbattuti dalle cannonate hitleriane. Niente di tutto ciò! Le campane debbono suonare unicamente le note dell’esecrazione verso l’URSS infame, che ha fatto morire senza pietà i soldati che avevano invaso ed occupato il suo territorio!
In questa sinfonia martellante di menzogne e montature, tutto ciò che è storia vera deve cadere nell’oblio: l’esperienza delle scuole antifasciste attivate dai sovietici per i soldati prigionieri, specie italiani e tedeschi, con la collaborazione di militanti comunisti della prima ora come Edoardo D’Onofrio; le cure gratuite dispensate dal personale sanitario sovietico, pur nelle tremende condizioni di vita imposte dalla guerra provocata dai nazifascisti, ai soldati dell’Asse, con dedizione e scrupolo, mentre milioni di sovietici perivano come cavie o come bestie da macello nei lager del “Grande Reich”; il sacrificio di migliaia e migliaia di famiglie sovietiche che si privavano dell’essenziale per sfamare i soldati nemici sbandati, con spirito umanitario eccezionale, impareggiabile; l’impegno sovietico per garantire, nel corso di tutti gli anni ’50, la regolarità dei rimpatri degli ex-soldati dell’Asse, specie italiani; le bugie diffuse dai fascisti e dai loro protettori sul reale numero di prigionieri, sulla loro sorte, smascherate più e più volte negli anni ’50–’60; i documenti falsi circolati anche in Russia, dopo il 1991, su questo capitolo di storia. Questi si chiamano fatti, e nessuna memorialistica, per quanto insidiosa, per quanto tendente a far tabula rasa di ogni verità, potrà mai cancellarli. Se questi sono i fatti, sulle riesumazioni di Kirov bisogna parlare chiaro e senza paura: quei soldati, molti dei quali, la gran parte, costretti a partire per un’avventura bellica disperata, criminale e vigliacca, sono morti non per mano dei sovietici, ma per colpa degli assassini che li avevano sbattuti in un teatro di guerra feroce e spietato, contro un popolo pacifico ma determinato al massimo nella difesa della Patria, minacciata di distruzione, e delle sue conquiste, irrinunciabili perché fatte di uguaglianza, libertà, emancipazione.
poster165 Nei campi per prigionieri allestiti dai sovietici, i soldati dell’Asse arrivavano, come abbiamo prima accennato, già moribondi, sfiniti, sfibrati, visto il carattere cruento delle battaglie, la disorganizzazione dei vettovagliamenti e dei mezzi di locomozione, il tradimento dei generali e dei colonnelli (tutti sopravvissuti all’immane conflitto, tra l’altro, ma sempre pronti, con la bava alla bocca, a scrivere nel dopoguerra opere di “memorialistica” anticomunista e antisovietica). Paradossalmente, se non vi fossero stati quei campi, nessuno sarebbe ragionevolmente sopravvissuto. Non è però solo la giusta narrazione del contesto, dello scenario passato, che va messa al centro del dibattito e della confutazione della montatura revisionista. C’è altresì da chiedersi, spingendo il dubbio fino all’iperbole alla luce di episodi avvenuti negli anni ’80, quanto vi sia di vero proprio nelle riesumazioni in sé, nelle modalità con le quali sono stati ritrovati i resti dei militari. Come per Katyn, anche in questo caso la “puzza di bruciato” si avverte a distanza. Nel 1987, la stampa sovietica dava notizia del ritrovamento di prove inconfutabili circa la fucilazione di soldati italiani a Leopoli, nell’Ucraina occidentale, per mano dei nazisti, dopo l’8 settembre del 1943. Iniziava subito un battage propagandistico per negare ogni crisma di verità a quei documenti, ma le testimonianze di ex-combattenti, perfino di generali (si pensi al generale Ricchezza, che chiese di essere ascoltato dalla Commissione del Ministero della Difesa italiano) corroboravano le argomentazioni delle autorità sovietiche. Migliaia di militari italiani, rastrellati nei Balcani o in Europa, erano stati fucilati e buttati nelle fosse comuni ucraine perché non ne avevano voluto sapere di tornare a combattere col Reich. Le menzogne anticomuniste ed antisovietiche su Katyn, oggi sempre più screditate e smentite, o riaffermate solo per convenienza politica da qualcuno, venivano riesumate dall’armamentario di Goebbels proprio in quel periodo, anche per coprire i fatti di Leopoli. L’Internazionale nera, arricchita dei colori blu dell’atlantismo, bianco del clericalismo vaticano, rosa dei rinnegati di sinistra, dalla tavolozza del falso si proietta sempre sulla tela dell’inganno con gli stessi metodi e con lo stesso tempismo: ovvero, ogni volta che bisogna coprire verità scomode emergenti, o impedire lo smottamento di imposture sbugiardate. Ad un documento vero si risponde con uno inventato ad arte; a vere responsabilità criminali nazifasciste e imperialiste, si oppongono improbabili responsabilità del campo sovietico, inquinando o decontestualizzando, scambiando i deceduti per cause fisiologiche legate al contesto bellico, con i fucilati e i massacrati in spregio ad ogni legge di guerra. Ora, è vero che Kirov, rispetto a Katyn, si trova in una zona fuori dalle operazioni belliche della Grande Guerra Patriottica e mai cadde in mano nazista; pertanto, sembra ardito ipotizzare un’operazione di falsificazione totale. Tuttavia, se è vero che, come hanno ampiamente dimostrato Iljukhin, Mukhin e altri ancora, timbri fasulli e vari ammennicoli da laboratorio alchemico della falsificazione son serviti a storici ed archivisti di obbedienza gorbacioviana e eltsiniana per fabbricare patacche sulla storia del periodo staliniano, delle “purghe” e della Grande Guerra Patriottica, perché non pensare che, anche attorno a cadaveri che vengono ancora una volta riscoperti e strumentalizzati ad “orologeria”, non vi sia un sottile, insidioso gioco improntato, come sempre, alle tonalità del macabro? A Timisoara, nel 1989, dei deceduti per cause naturali furono additati al mondo come vittime del fantomatico massacro compiuto dalla Securitate. Anche in quel caso, la bravura di alcuni giornalisti d’inchiesta, veri e propri reporter d’assalto, smascherò la montatura… A Kirov, sta andando forse in scena lo stesso copione? E se ci trovassimo, invece che dinanzi a resti di soldati deceduti da prigionieri, peraltro per cause non imputabili all’URSS, bensì all’occupante nazifascista, alle ceneri di militari o civili, travestiti da militari, uccisi come a Leopoli, poi portate lontano per centinaia di chilometri, in uno scenario ben congegnato da menti raffinatissime, per rendere più credibile l’esistenza di “vittime dell’NKVD”? Si spiegherebbe così il clamore dei revisionisti per foto aeree, vere o presunte, attestanti l’assenza di fosse comuni piene di cadaveri sui luoghi di tremendi massacri nazifascisti, narrati in decine e decine di libri, come Babi Jar, ad esempio. Ipotesi? Sì, ipotesi, ma è anche da queste che si deve partire, per contrastare le menzogne anticomuniste ed antisovietiche e per ribadire un’elementare verità: la storia non è la notte hegeliana in cui tutte le vacche sono nere, ma è l’arena nella quale gli sfruttati combattono gli sfruttatori, i nemici dell’umanità, i tiranni e gli assassini. Ieri a Stalingrado, Leningrado e in mille altri fronti; oggi in Siria e lungo i tanti meridiani del globo.
In questo quadro, la difesa dell’eredità storica sovietica non è un’esercitazione da cimelio museale, ma un’attualissima necessità, per i comunisti, i democratici, i progressisti veri. La memoria di ciò che è stato glorioso per il movimento operaio, di ciò che ha contribuito al suo avanzamento, è sempre e costantemente sotto attacco da parte di chi vuol far tornare indietro le lancette della storia e sa che, per far ciò, occorre in primis distruggere riferimenti ed esempi che parlano all’oggi più di quanto non ci raccontino il passato. Mai dimenticare questo!soviet-russian-propaganda-posters-ww2-second-world-war-005Riferimenti
Jacek Wilczur: “Le tombe dell’ARMIR” (Arnoldo Mondadori Editore, 1967)
AA.VV: “L’URSS nella Seconda Guerra Mondiale” (Edizioni CEI, 1966)
Jurij Mukhin: “Katinskij detektiv” (Svetoton, 1995)
Associazione Stalin: “La strage di Katyn, una menzogna anticomunista
Grover Furr (tradotto da Guido Fontana Ros): “La versione ufficiale del massacro di Katyn confutata?” Noicomunisti.