Boleslaw Piasecki: un cattolico contro la piovra vaticana e imperialista nella Polonia popolare

Luca BaldelliLa crociata vaticana contro i Paesi socialisti, supportata materialmente dall’imperialismo anglostatunitense, ha sempre mirato a diffamare l’ideale marxista-leninista come principale bussola di trasformazione sociale per l’umanità, degradandolo a bieco materialismo senz’anima. Non solo: questa “pugna spiritualis” degna di miglior causa, che di spirituale e di teologico aveva veramente poco, ha sempre teso a nascondere, infangare e distorcere il ruolo costruttivo di milioni di cristiani, cattolici e non, nella costruzione della nuova società, mondata dalla lordura dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Abbiamo avuto modo di esaminare il caso emblematico dell’abate cecoslovacco Josef Plojhar; questa volta, invece, ci sposteremo un po’ più a nord, in Polonia, Paese cattolicissimo, con un’atmosfera bigotta e codina diffusa, percepibile sin dalle pietre delle strade. Qui, lo schema disinformante e inquisitorio della crociata vaticana contro il socialismo e i suoi “compagni di strada”, riscontrabile in ogni angolo dell’est europeo, fu replicato fedelmente e anzi reso più pesante ed invasivo. Oggi, tutti coloro i quali pensano al cattolicesimo polacco vanno con la mente alla bianca veste di Wojtyla o ai baffi biondo-arancio di Lech Walesa. A pochi, pochissimi, balenerà davanti l’immagine di Boleslaw Piasecki. Un nome, questo, misterioso, enigmatico, ostico persino nella fonetica. Un personaggio senz’altro scomodo, Piasecki, ovvero non accomodante, né addomesticabile, né tanto meno collocabile nel Pantheon ipocrita, onnicomprensivo e per ciò stesso nullacomprensivo, della religiosità new-age, irenica e all’acqua di rose, che tanto va di moda in quest’epoca di valori forti banditi e di pensieri deboli resi forti dal potere. I fautori dello scontro cieco ed incondizionato fra diverse concezioni dell’uomo e del mondo, hanno tutto l’interesse a far credere che il comunismo abbia perseguitato sistematicamente i cristiani, fino quasi a cacciarli nelle catacombe; Piasecki rappresenta, come Plojhar, l’esempio incarnato di quanto tutto ciò sia falso e di come, invece, le masse cristiane e cattoliche dell’est-europeo abbiano, nella loro stragrande maggioranza, collaborato in maniera leale e fruttuosa con il potere popolare.
Nato nel 1915 a Lodz, in una famiglia di funzionari pubblici (il padre era dottore agronomo), Boleslaw Piasecki frequentò il Ginnasio “Jan Zamoyski” di Varsavia, laureandosi poi in Giurisprudenza presso l’Ateneo della Capitale polacca, nel 1935. Influenzato dalle idee nazionaliste e sovraniste, Piasecki, sempre nel 1935, fondò il ”Movimento nazional-radicale Falanga”, noto anche semplicemente come “Falanga” (“Falange”). Su tale formazione politica, il giudizio di vari storici è stato estremamente negativo: hanno assimilato la “Falanga” sic et simpliciter al fascismo, senza cogliere le contraddizioni, la dialettica interna a quel movimento fra conservatori tradizionalisti, nazional-rivoluzionari ed elementi filo-fascisti e filo-nazisti. Di certo, in questo caleidoscopio, Piasecki rappresentò sempre la tendenza nazional-rivoluzionaria, radicale, fautrice di profonde riforme sociali all’insegna del corporativismo integrale, ma senza sposare la visione geopolitica del fascismo né tantomeno la dottrina razziale del nazionalsocialismo. L’ala filo-nazista della “Falanga”, capitanata da Kazimierz Halaburda, fu sempre emarginata e, in gran parte, finì per staccarsi dal movimento. Piasecki, in particolare, cattolico di ferro, combatté con energia ogni infiltrazione dello NSDAP (il Partito Nazionalsocialista di Hitler) nella “Falange”, individuando ed espellendo agenti che, muniti di cospicue somme di denaro e di dettagliati piani di provocazione, intendevano spingere il movimento sul binario morto della sudditanza al III Reich, le cui mire territoriali, fondate sul progetto del “Mein Kampf”, erano per forza di cose incompatibili con le volontà di ogni nazionalista polacco. Esse, infatti, prevedevano per la Polonia un ruolo di colonia, di serbatoio di materie prime e forza lavoro nel quadro del Nuovo Ordine Europeo o al massimo un patto leonino tra Stati sovrani in cui sovrano era solo quello più forte, che sceglieva il più debole come comprimario per un’aggressione all’URSS che ricompattasse attorno alla Germania tutto l’asse anticomunista mondiale, segnato dalle ovvie rivalità inter-imperialistiche. Piasecki, sempre attento e vigile contro provocazioni e snaturamenti di quella che riteneva essere una genuina concezione nazionalistica, radicata nella storia e nella tradizione della Polonia, condusse una critica serrata alle stridenti disuguaglianze sociali, allo strapotere della finanza e delle banche, ai ceti parassitari, auspicando un nuovo assetto più giusto, con un’equa redistribuzione delle ricchezze, la difesa della classe operaia e contadina, la valorizzazione della piccola impresa. Nell’inquadrare questi punti, la “Falange” di Piasecki, come ogni movimento populista di destra della Polonia degli anni ’30 faceva, questo sì, professione di antisemitismo, identificando negli ebrei la causa principale delle disgrazie del Paese. L’antisemitismo di Piasecki, però, era di schietta matrice cattolico– tradizionalista e aveva radici economico-sociali; mai sfociò nell’odio biologico dei nazisti per la stirpe ebraica. Naturalmente, non puntualizziamo ciò a mò di attenuante, ma come doverosa spiegazione, come distinguo che in sede storiografica non ci si può dispensare dal mettere in evidenza, pena la non comprensione di fatti, eventi, scelte. Precisato tale aspetto, basta dare un’occhiata alla biografia di Boleslaw Piasecki per constatare la sua intransigente opposizione al nazismo: soldato nel ’39, al momento dell’invasione tedesca, combatté con coraggio e fino alla fine, a differenza di tanti altri militari legati al governo borghese-conservatore di Skladowski, vassallo della Gran Bretagna, i quali concorsero a provocare il crollo della Nazione per poi darsela a gambe in Romania con ministri e alti dignitari, lasciando il popolo alla mercé della croce uncinata. Arrestato dalla GESTAPO e imprigionato fino all’aprile del 1940, Piasecki venne poi scarcerato e, da uomo libero, ricominciò a tessere le fila di una Resistenza nazionalista ai nazisti occupanti. I tempi erano duri e non agevolavano certo sottigliezze e distinguo; Stalin e l’URSS appoggiavano attivamente i partigiani di osservanza socialcomunista e progressista, gli unici che saldavano alla lotta di liberazione il necessario obiettivo di trasformazione sociale del Paese. In quest’ottica, sia la Resistenza filo-inglese che quella nazionalista di Piasecki, che nel frattempo aveva dato vita ad una “Confederazione nazionale” per distinguersi dagli altri due fronti di opposizione all’occupazione nazista, non potevano che essere viste come focolai di diversione, divisione e anche d’intelligenza col nemico da chi, pochi chilometri più a est, di quel nemico aveva sperimentato sulla propria pelle i peggiori crimini.
Nel 1944, la Resistenza di impronta socialcomunista fondò il Comitato Polacco di Liberazione Nazionale (PKWN, la sigla polacca), più noto come Comitato di Lublino, nel quale vi erano anche indipendenti, democratici, liberali decisi non solo a liberare il Paese dai nazisti, ma anche ad edificare una nuova Polonia realmente indipendente, libera, sovrana, non succube di inglesi, tedeschi e chicchessia. In questo quadro, i settori nazional-radicali che facevano capo a Piasecki e ad altri, non potevano non entrare nel mirino: il loro rifiuto di appoggiare la Resistenza del Comitato di Lublino fu interpretato come un imperdonabile tradimento e come un fare il gioco del nemico più bestiale e feroce mai apparso sulla scena politico-militare. Non poteva andare diversamente del resto: l’URSS sapeva che solo con la compattezza di tutti i combattenti si sarebbe potuto cacciare al più presto l’invasore e che ogni azione in senso contrario era lesiva, controproducente, scriteriata (quando non era indice di collusione col nazismo). Le pallottole sparate dagli uomini della “Confederazione Nazionale” contro i partigiani e l’Armata Rossa furono la goccia (di piombo) che fece traboccare il vaso: Piasecki, assieme ad altri, venne catturato e imprigionato a Lublino nel novembre del 1944 dalle forze filosovietiche e dall’NKVD. A prendersi l’incarico di seguire i settori nazionalisti fu delegato Ivan Serov, generale sovietico, distintosi tanto nell’Armata Rossa quanto nell’NKVD, uomo di indefettibile fermezza, ma anche di raro tatto e di profonda sensibilità umana, che solo una pubblicistica ed una storiografia bugiarde e faziose come quelle anticomuniste potevano trasformare in un individuo spietato e crudele. Serov aveva una naturale propensione a cogliere i lati positivi anche dove i più vedevano solo il deserto dei tartari. Con pazienza e volontà di capire le dinamiche storiche della società polacca, ponendo al contempo le premesse per un futuro stabile e duraturo di pace e reciproca comprensione, Serov, con l’appoggio di Stalin, del VK(b)P e del Governo sovietico, cominciò a stabilire una linea di dialogo e confronto con la Resistenza nazionalista, compresi gli uomini incarcerati per azioni condotte contro l’Armata Rossa e la Resistenza coordinata da Lublino. Serov seppe vincere l’ostilità e l’opposizione di chi, preso da comprensibile spirito di vendetta, all’interno dell’NKVD in particolare, intendeva procedere per le vie brevi, mettendo tutti i nazionalisti polacchi nello stesso calderone. Piasecki, non certo sotto tortura o sotto costrizione, come hanno insinuato i soliti storici pregiudizialmente ostili al socialismo e all’URSS, anche con l’ausilio di documenti fasulli, iniziò un cammino di avvicinamento al socialismo, mentre i sovietici, dal canto loro, maturarono, in questo scambio, una visione più completa e meno schematica della realtà polacca. Si resero conto che non c’erano solo i fanatici sciovinisti che deliravano attorno ai progetti di una Grande Polonia estesa da Berlino al Mar Nero, né soltanto i vecchi arnesi del filo-tedesco Pilsudski, ma tutta una schiera di social-nazionalisti che, gettati alle ortiche i preconcetti verso il marxismo-leninismo, intendevano integrarsi nel nuovo ordine socialista, appoggiato dalla stragrande maggioranza della popolazione e rafforzato, in mezzo a mille tremende difficoltà, dall’aiuto fraterno dell’Unione Sovietica. Piasecki riceveva regolarmente giornali, riviste e ascoltava la radio: aveva quindi perfetta contezza di tutti i provvedimenti progressisti e innovatori varati dal nuovo governo popolare, nel quale i comunisti erano centrali. Non viveva certo, il fondatore della “Falanga”, in un isolamento paragonabile, anche solo lontanamente, a quello vigente nei lager nazisti. La prova incontrovertibile di ciò è la lettera, inviata da Piasecki a Serov, nella quale il militante nazionalista polacco, in prigione, si dichiarò favorevole alle riforme sociali introdotte dal nuovo potere supportato dai sovietici; in particolare, Piasecki riconobbe che, per la prima volta, si stava procedendo in direzione di una vera riforma agraria, da tempo chiesta dai nazional-rivoluzionari, mentre la nazionalizzazione dei settori economici strategici fu vista come un passo necessario per la creazione di una nuova Polonia realmente indipendente. Allo stesso modo, Piasecki ripercorse nella missiva le tappe del suo indefesso impegno anti-nazista. Un ruolo forte dei cattolici polacchi era imprescindibile, sostenne Piasecki, anche per il futuro socialista della Nazione. Nel luglio del 1945, valutato attentamente il caso suo e di altri (non si facevano sconti a nessuno, né si abusava di alcun principio del diritto, dove comandavano le forze social-comuniste), Piasecki fu liberato e subito si dette da fare per fondare un gruppo di cattolici aperti alla collaborazione con il movimento operaio e comunista. Una resa incondizionata, dettata solo dal ricatto e dalla paura? Nemmeno per sogno!
Piasecki, già nella lettera a Serov, non era arretrato di un millimetro dai propri principi e dalle proprie convinzioni: la sua fede non era in discussione, né poteva esserlo la sua identità di cristiano-sociale, compagno di strada dei comunisti nella costruzione di una società più giusta, ma non appiattito sulle posizioni del marxismo-leninismo. I comunisti polacchi e sovietici non pretesero mai questo, convinti come erano che solo la più ampia coesione delle forze di ispirazione popolare potesse garantire la necessaria opera di ricostruzione sociale, civile, economica e l’approdo a lidi più avanzati di giustizia, libertà ed emancipazione delle classi subalterne. Dal novembre del 1945 partì l’avventura del settimanale cattolico-sociale “Dzis i Jutro” (“Oggi e domani”), nato da un’idea di Piasecki e subito battezzato da successo. Il nuovo organo di stampa irritò in misura parossistica le gerarchie vaticane e quelle ecclesiastiche polacche più reazionarie e legate a Roma: era la prova provata che il nuovo governo popolare di Varsavia, guidato dai socialcomunisti, non solo non proibiva la religione, ma addirittura patrocinava pubblicazioni di carattere religioso. Come si sarebbe potuta continuare a sostenere l’impostura dei regimi dell’ateismo imposto? Come si sarebbero potuti dividere, ora, proletari aventi i medesimi interessi di classe sulla base della religione, anche in quell’occidente nel quale l’avanzata dei comunisti pareva irresistibile? Basta dare un’occhiata ai nomi dei collaboratori di “Oggi e domani” per vedervi personaggi autorevolissimi del pensiero cristiano–sociale polacco, uomini e donne che conosceranno sorti diverse, ma tutti accomunati da schiena diritta e saldezza di principi: Jan Dobraczynski, Konstantin Lubienski, Hanna Malewska, Wojciech Zukrowski. Nel n° 1 della rivista, pubblicato il 25/11/1945, Boleslaw Piasecki dimostrò ulteriormente quanto la sua adesione alla nuova democrazia popolare fosse convinta e poggiasse sull’onestà intellettuale, non sulla convenienza; anziché rinnegare il passato in blocco, egli scrisse: “Sarebbe una sciagura sostenere che il diritto di accesso alla nuova realtà polacca si debba pagare a prezzo del rinnegamento della tradizione, di tanti eroici compagni caduti nella lotta armata o ancora vivi. Sarebbe una sciagura, questa, poiché solo le persone ipocrite accetterebbero a questo prezzo la convivenza con la nuova realtà”. Il potere popolare, dal canto suo, mai pretese, lo ribadiamo, alcuna abiura o autodafè con tanto di sceneggiata barocca, nemmeno rispetto ai contenuti e ai principi della “Falange” nella loro totalità: alcuni punti programmatici del nazionalismo degli anni ’30, specie riguardo all’assetto economico-sociale, erano compatibili con il programma social-comunista, summa di vero patriottismo. In ordine all’antisemitismo, invece, così come rispetto ai sogni di una “Grande Polonia” che equivalevano a dichiarazioni di guerra, non si poteva certo transigere alcunché, e non solo perché i vertici del Partito dei Lavoratori Polacchi (poi Partito Operaio Unificato Polacco) vedevano la massiccia presenza di ebrei (fatto storico inoppugnabile), ma perché la nuova Polonia popolare non poteva tollerare in alcun modo, e sotto nessuna forma, ideologie improntate all’odio etnico, religioso, razziale, né di matrice antisemita, né di matrice sionista.
Boleslaw Bierut, Segretario del Partito Operaio Unificato Polacco, con la sua linea anti–dogmatica ed unitaria, mirante alla massima compattezza del blocco sociale nel processo di trasformazione socialista del Paese, riuscì ad aggregare tutte le forze vive e dinamiche della Nazione, in un felice pluralismo ignorato e anzi rovesciato nel suo opposto dalle menzogne della storiografia avversa. Ciò gli consentì anche di emarginare elementi settari, cripto–trotskisti e frazionisti che, con la loro visione dogmatica, schematica e avulsa dalla realtà concreta, avrebbero mandato gambe all’aria il processo di costruzione della nuova società, in un contesto dominato fino a poco tempo prima dalla borghesia e dai vecchi ceti aristocratici anacronistici e reazionari. Gli interessi di questi ceti erano stati colpiti, ma l’onda lunga delle loro reazioni e degli intrighi tessuti all’ombra del Vaticano e degli USA si faceva ancora sentire e, con azioni sconsiderate, troppo timide o troppo ardite, si sarebbe trasformata in un ciclone devastante. La saggezza del vertice del Partito Operaio Unificato, il suo indirizzo unitario, democratico e patriottico, nel quadro più ampio del Fronte di Unità Nazionale, evitarono al Paese frizioni e tensioni deleterie. In questo clima propizio per ogni libera espressione e confessione orientate a costruire e non a demolire, Piasecki incastonò, nel 1947, un’altra pietra miliare della sua azione politico–culturale: l’Associazione “PAX”. Questa, accanto al movimento dei “Sacerdoti patriottici”, leali verso il governo a maggioranza social–comunista, propugnò una politica di alleanza stabile e duratura fra le masse popolari cattoliche e la democrazia popolare orientata alla fondazione del socialismo. Un salto di qualità inequivocabile: la fondazione di “PAX”, con il concorso di decine di migliaia di operai, contadini, intellettuali, artigiani, sacerdoti, stette a significare che la corrente social–cristiana non si accontentava più di organi di stampa, iniziative, convegni, ma mirava ad organizzarsi in forma eminentemente politica per difendere i principi nei quali credeva in maniera strutturata, contro l’assalto del Vaticano e dei settori reazionari. Non v’era, infatti, angolo delle Polonia nel quale gli agenti del Papa e degli USA, opportunamente addestrati e foraggiati, non lavorassero come il tarlo per disgregare, sabotare, attizzare odi e ostilità, facendo leva su una religione usata come scudo, nella maniera più strumentale possibile. I vecchi ceti rovesciati dal trono sognavano ancora la riscossa e per far questo pagavano banditi e terroristi per incendiare aziende agricole, minare la produzione nelle fabbriche, intimorire i rappresentanti del potere costituito. Sopra tutti, come supervisori, i servizi segreti occidentali e gli emissari del Vaticano, tutti con agganci di vecchia data nel microcosmo reazionario polacco. L’“Operazione Splinter Factor”, lanciata dai servizi segreti statunitensi nell’est europeo, con l’appoggio logistico e operativo di tutti i servizi imperialisti e dei circoli antisovietici, disseminò l’area d’oltre cortina e segnatamente la Polonia di trame eversive, azioni terroristiche, sabotaggi che solo il largo consenso e l’appoggio entusiastico del quale godevano i governi a maggioranza social–comunista poterono affrontare e sconfiggere. Migliaia di terroristi, muniti di armi modernissime e radioriceventi, furono catturati sui monti e in vari centri urbani. Molti di essi si fecero scudo con il clero reazionario, che li proteggeva attivamente offrendo nascondigli e rifugi in Chiese ed immobili di proprietà della Chiesa; i preti legati agli eversori, ogni volta che veniva compiuta un’operazione di polizia in immobili ecclesiastici per stanare i banditi, gridavano all’oltraggio dei “senza Dio” per mascherare il loro ruolo losco e alimentare il mito cinico e falso della persecuzione a loro danno. L’associazione “PAX “, in questo quadro, partecipò attivamente allo smascheramento dei nemici interni ed esterni, con l’azione concreta, con la parola e con gli scritti. I seguaci di Piasecki, stretti attorno alla loro guida, dettero eccelsa prova di patriottismo e riscattarono, agli occhi delle autorità, il nome del cattolicesimo polacco, infangato dai crociati della guerra fredda. Questa posizione coraggiosa, ferma e leale attirò per tutti gli anni ’50 su “PAX” l’odio e le calunnie, l’ostracismo e la persecuzione della parte più retriva del clero: essa, naufragati miseramente i progetti di restaurazione dell’ancien regime, e colpiti nelle vive carni i suoi interessi materiali, cercò in ogni modo, con l’aiuto del Vaticano, di mettere i bastoni tra le ruote ai tantissimi parroci, sacerdoti, vescovi che non volevano seguire la via suicida e criminale della lotta contro il socialismo. Fu solo grazie alla solidarietà ed alla protezione offerta dal governo degli “atei trinariciuti” se questi uomini di Chiesa, liberi ed onesti, ebbero garantita la loro libertà d’azione e, spesso, la loro incolumità fisica. Stefan Wyszynsky, Primate polacco, legatissimo al Vaticano, cercò di mantenere fino ad un certo punto il necessario equilibrio: nemico delle spinte più reazionarie e destroidi, sapeva bene che il governo popolare aveva riconosciuto la piena libertà alla Chiesa e la sua giurisdizione su alcuni beni fondamentali, nulla pretendendo se non la lealtà del clero alle leggi, ma, nello stesso tempo, era pressato in maniera veemente da Papa Pio XII affinché promuovesse uno scontro radicale con il potere popolare. Preso tra due fuochi, Wyszynsky si buttò nelle braccia della reazione interna ed internazionale e dovette esser condannato all’isolamento, vittima non certo del potere popolare ma di chi, in quella situazione, lo aveva messo contro la sua stessa volontà: USA e Vaticano. Bierut e i vertici del Partito Operaio Unificato Polacco compresero il dramma dell’uomo Wyszynsky e cercarono sempre di lenire la sua condizione di internato, preso in consegna in primis da istituti religiosi. La lotta contro i nemici del popolo aveva le sue insuperabili necessità, ma mai ci si dimenticava di rispettare l’uomo, la sua storia e la sua condizione legata al contesto generale, con un’etica che nei Paesi capitalisti nemmeno si poteva sognare. “PAX”, e Piasecki in modo particolare, insorsero contro le ingerenze vaticane ed imperialiste, anche e soprattutto in questo caso, mantenendo dritta la barra dell’appoggio alla democrazia popolare e contribuendo in maniera sempre più costruttiva all’unità della Nazione: l’Associazione poté dispiegare quest’azione anche grazie al fatto che controllava vari canali mediatici, dai settimanali “Aurora” (“Zorza”) e “Direzioni” (“Kierunki”), fino al quotidiano “La parola universale” (“Slowo Powszechne”), passando per la florida casa editrice (“Istituto editoriale PAX”). Accanto a ciò, l’accresciuto peso politico fu decisivo per rafforzare la compagine cattolico-sociale: nel Parlamento (“Sejm”, o Dieta ), gli uomini di “PAX”, attivi anche nel “Movimento patriottico di rinascita nazionale”, erano ben rappresentati all’interno del “Fronte di Unità Nazionale”, come indipendenti o aderenti ad altre formazioni politiche. La balla del monopartitismo vigente ad est, ripetuta ossessivamente da tutta la propaganda anticomunista, a dispetto dell’evidenza della realtà, nella storia della Polonia era particolarmente ridicola: nel “Sejm”, infatti, fino al 1989, accanto ai deputati del Partito Operaio Unificato Polacco vi furono sempre i cattolici aderenti a “PAX”, presenti come indipendenti, aderenti al Partito Popolare Unito e al Partito Democratico.
Piasecki, amato dal popolo e stimato dai vertici politici, cominciò però ad essere insidiato, nella sua posizione, a partire dal XX Congresso del PCUS: si formò un inedito asse revisionista-reazionario che, con la morte di Bierut (sulla quale ci sarebbe molto da indagare…), mirò a riportare le lancette della storia indietro, affratellando, in maniera del tutto strumentale, i kruscioviani di stretta osservanza ed il clero conservatore e maccartista. Più la società si disgregava, più subentrava all’unità il contrasto, più questi settori guadagnavano punti; in particolare, il solco tra cattolici e comunisti andava allargato fino al parossismo. Come non vedere in tutto questo le premesse per la nascita, anni e anni dopo, del cosiddetto “Sindacato libero “ Solidarnosc? Piasecki ricevette sempre più attacchi, strali e dovette subire, di quando in quando, umiliazioni assurde, come la censura delle notizie che lo riguardavano sui giornali a maggior tiratura, censura oltremodo ridicola visto il raggio d’azione capillare degli attivisti di “PAX” e la diffusione, altrettanto capillare, delle riviste legate all’Associazione. Non erano gli “stalinisti” tanto deprecati a censurare, ma i nuovi “liberali” saliti al vertice del Partito Operaio Unificato Polacco e solo l’equilibrio e la saggezza di Gomulka, nuovo Segretario del Partito dopo la morte di Bierut, riuscirono a frenare le spinte più estreme, senza però rendere inoffensiva la fazione kruscioviana, protetta a livello internazionale fino al 1964. Il fatto curioso è che la vecchia guardia del Partito, di osservanza “staliniana”, subì le stesse azioni ostili di “PAX”, nella Polonia del dopo ’56; un destino comune, quello degli uomini di Bierut e dei seguaci di Piasecki, che nessuno ha voluto mai indagare fino in fondo. Ad ogni buon conto, visto il carattere coeso e la vitalità di “PAX”, dal 1955-56 la fazione comunista polacca più legata al revisionismo kruscioviano, assieme a settori degli apparati spionistici interni e del KGB sovietico orientati nello stesso senso, iniziò a sferrare alcuni colpi bassi all’associazione di Piasecki: si cominciò con una fronda interna, alla quale seguì una scissione, protagonista della quale fu (guarda caso!) un uomo destinato a ricoprire un ruolo importante in “Solidarnosc”: Tadeusz Mazowiecki. Non solo: nel 1957, uno dei sette figli di Piasecki, Bohdan, nato dal matrimonio con l’eroina Halina Kopec, caduta nella rivolta di Varsavia del 1944, venne rapito ed ucciso in circostanze oscure, mai del tutto chiarite anche per l’azione degli organi investigativi, i quali, controllati dal Viceministro degli Interni, il liberale kruscioviano Antoni Alster, favorirono la fuga in Israele di diversi sospettati e la latitanza sospetta di altri. La vecchia fazione “stalinista” del Ministero degli Interni, solidale con Piasecki, tentò in ogni modo di far luce, ma la sua azione fu paralizzata dai protettori politici operanti in alto loco. Solo negli anni ’60, infatti, un uomo tutto di un pezzo come Mieczyslaw Moczar riuscì a farsi strada contro le lobbies kruscioviane e sioniste e a diventare Ministro degli Interni, ma era ormai tardi per far piena luce sul caso di Bohdan Piasecki… Qualsiasi fosse lo scenario dietro al fatto criminoso in questione, è chiaro che esso fu diretto a bloccare l’azione politica del Presidente di “PAX”, ma le manovre in tal senso fallirono per il coraggio intellettuale e fisico del personaggio, oltre che per l’appoggio incondizionato che milioni di uomini e donne, di ogni orientamento, continuarono a manifestargli. Piasecki, infatti, restò a capo di “PAX” fino all’anno della sua morte, il 1979, fu ininterrottamente deputato al Sejm dal 1965 al 1979 e ricoprì anche la carica di membro del potete Consiglio di Stato.
Ai funerali di Piasecki presero parte tutte le più alte cariche dello Stato, assieme a migliaia di cittadini comuni ed alle delegazioni dei partiti popolari cristiani del campo socialista. La messa fu significativamente celebrata da Stefan Wyszynsky, a riprova della grandezza del personaggio deceduto e della vicinanza del vecchio Primate e Cardinale, il quale, naturalmente portato al dialogo con il movimento operaio e comunista, negli anni ’50 non se l’era tuttavia sentita di sposare le posizioni di “PAX”. Con la morte di Piasecki ripresero quota i settori clerico–reazionari, i quali ebbero buon gioco ad attuare diversioni e a sobillare il popolo nel quadro di una crisi economica pesantissima che, nata nel mondo capitalista e a causa del capitalismo, contagiò ben presto la Polonia, Paese che con il mondo capitalista aveva avviato rapporti economici intensi e duraturi, anche oltre i livelli di prudenza raccomandabili. Questa, però, è un’altra storia, che non mancheremo di raccontare…Riferimenti:
Purtroppo, la congiura imperialista del silenzio su “PAX” e su Boleslaw Piasecki non aiuta a reperire opere per capire meglio la storia e i contorni di “PAX”. Per chi avesse voglia di spaziare tra più fonti, non solo apologetiche e non solo italiane, ma anche critiche e in lingua straniera, suggeriamo i seguenti riferimenti:
Boleslaw Piasecki:
Zagadnienia istotne” (“Questioni fondamentali”, Varsavia, 1954)
Patriotyzm polski”, (“Patriottismo polacco”, 2 voll., Varsavia 1958/60)
Kierunki 1945-1960”, (“Direzioni 1945-1960”, Varsavia 1971)
Mysli” (“Pensieri”, Varsavia 1983)

Per un panorama sintetico ma indicativo sulla sovversione atlantico–vaticana in Polonia:
William Blum, “Il libro nero degli Stati Uniti d’America” (Fazi, 2003)
Victor Marchetti – John D. Marks, “CIA – culto e mistica del servizio segreto” (Garzanti, 1975)

L’abate Plojahr: l’uomo che unì crocefisso, falce e martello

Luca Baldelli

La storia non è solo il fluire tempestoso, rocambolesco e a volte rodomontesco di eventi, figure e fatti che modellano il terreno delle umane sorti dal quale traggono origine; la storia non è solo la dinamica incessante, eppur tormentata e reversibile, dello sviluppo delle forze sociali e produttive; la storia non è solo e soltanto il filtro attraverso il quale si fa strada, catalizzato dal ribollire tumultuoso della lotta di classe, il cammino ascendente delle classi subalterne. La storia è, anche, impietosamente e dialetticamente, a confermare la giustezza e l’aderenza al reale della weltanschauung marxista, il magazzino delle sane abitudini dismesse, dei luminosi principi abbandonati perché non più “alla moda” e, ancor più, delle figure gettate nel pozzo dell’oblio perché scomode, per l’esempio ancor prima che per il pensiero o per gli scritti. Una di queste figure dimenticate è, senza dubbio, l’abate cecoslovacco Josef Plojhar (1902–1981). Nativo di Ceske Budejovice, animatore del Partito Popolare Cecoslovacco, d’ispirazione cristiano-sociale, ne difese sempre l’ancoraggio democratico e progressista, contro le tendenze e le infiltrazioni conservatrici, reazionarie e anche fasciste, volte a farne un Partito fantoccio anticomunista, dipendente dai circuiti imperialisti tedeschi e anglostatunitensi. Nella visione di Plojhar e di altri (si pensi al grande Antonin Pospishil, storico attivista dei lavoratori cattolici cecoslovacchi), il Partito Popolare doveva difendere la propria autonomia di pensiero e di azione e, contemporaneamente, appoggiare attivamente le lotte sociali della classe lavoratrice e l’azione politica del Partito Comunista, caposaldo a garanzia della trasformazione sociale in senso progressista. Tale linea, nonostante tranelli, complotti, ingerenze imperialiste e borghesi negli anni dal 1945 al 1948, uscì vincitrice dai Congressi e dal confronto interno e garantì al Partito Popolare Cecoslovacco un ruolo centrale nelle dinamiche sociali e politiche del dopoguerra, nel quadro della costruzione di un’avanzata democrazia popolare, sostenuta dal fraterno aiuto internazionalista dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
I reazionari, sconfitti sul campo nonostante le massicce trasfusioni di dollari e l’appoggio costante del Vaticano, impegnato in prima linea a sabotare ogni politica riformista, anche la più cauta, cominciarono a vomitare bile addosso a Plojhar e ai suoi sostenitori più in vista. Vennero dipinti (e vengono dipinti ancora, dalla stampa borghese) come teste di legno del Partito Comunista, atteggiamento perfettamente prevedibile da parte di chi intendeva fare del Partito Popolare Cecoslovacco la testa di legno collettiva dell’imperialismo, dell’eversione anticomunista ed antisovietica. Una storia già vista, anche e soprattutto in Italia, Paese nel quale gli ex-fascisti, entrati in massa nella DC dopo il 25 aprile, etichettavano sistematicamente come “comunisti mascherati” i cattolici popolari più schietti, avanzati e radicati nelle masse lavoratrici, fautori di una strutturale collaborazione con le sinistre per realizzare i principi ed il programma dei Murri, dei Miglioli e di altri araldi del cattolicesimo sociale più autentico.
Josef Plojhar, rappresentante in Cecoslovacchia di questo filone, aveva tra i suoi riferimenti principali la “Rerum Novarum”, enciclica del 15 maggio 1891 con la quale Papa Leone XIII aveva coraggiosamente marcato un netto discrimine tra il liberalismo borghese, secolarista, pervaso di mistica della proprietà e della produzione e la visione cristiana dell’economia e della società, fondata sulla giustizia distributiva, sul lavoro in funzione dei bisogni umani e non viceversa, sulla valenza sociale della proprietà, svincolata da ogni culto idolatrico. Plojhar, però, intendeva andare oltre: se nella “Rerum Novarum” il socialismo era qualificato come “falso rimedio”, nocivo e distorto, ai mali del capitalismo selvaggio, per l’Abate era invece, nel dopoguerra più che mai, il naturale alleato della battaglia dei cristiano-sociali per la liberazione del ceto operaio e contadino dallo sfruttamento dei ricchi. Non solo: Plojhar era stato un antifascista combattente, imprigionato dalla Gestapo fin dal 1939 nei lager di Buchenwald e Dachau, dai quali verrà liberato solo nel 1945. Questo passato così recente e pesante, lo aveva segnato in profondità e lo aveva reso particolarmente vigile e attento contro ogni forma di tolleranza verso elementi fascisti e reazionari. Eletto all’Assemblea costituente nel 1946, Plojhar si distinse subito per acume e spirito battagliero; nel 1948, senza alcun timore, si oppose (era già Ministro della Sanità) al colpo di Stato ordito dalla destra che, appoggiata dai circoli imperialisti, intendeva instaurare una dittatura oligarchica e fascista, mettendo fuori legge il Partito comunista (sempre più forte e radicato) e tutte le forze progressiste del panorama politico cecoslovacco. La milizia operaia, mobilitata dal Presidente del PC e Primo Ministro Klement Gottwald, presidiò ogni angolo del Paese, con attività intensa soprattutto a Praga, epicentro del complotto, facendo fallire i piani eversivi di restaurazione. Assieme ad essa, scesero in piazza anche tantissimi liberali, socialdemocratici, repubblicani e cattolici-popolari, decisi ad impedire l’avvento di un regime borghese e reazionario. Le arringhe e le invettive di Plojhar, particolarmente veementi, gli fecero subire, in modo particolare in occidente, ma anche tra gli elementi conservatori e filofascisti operanti in clandestinità in Cecoslovacchia, attacchi virulenti ed incessanti. Nessuna infamia gli venne (e gli viene ancora oggi) risparmiata: membro clandestino del PCC (“ponorkou”, ovvero sottomarino, con una colorita definizione allora in voga); donnaiolo impenitente; uomo intrigante e libidinoso. Il tutto con l’ausilio di documenti falsi, di patacche prefabbricate nei laboratori nazisti e angloamericani. Queste vigliaccate, mirate ad insozzare una delle più adamantine figure della scena politica cecoslovacca, non minarono però il morale e lo spirito del sacerdote, sempre più osteggiato dalle gerarchie ecclesiastiche, quelle stesse gerarchie che avevano mostrato acquiescenza o aperta complicità con Hitler e con le sue belve assetate di sangue, che si erano esibite in saluti romani e benedizioni di armi, che avevano voltato la faccia davanti a massacri inenarrabili, ma che ora, con il socialismo vittorioso e in piena espansione, improvvisamente promuovevano azioni di disobbedienza civile, tiravano fuori morali, disquisizioni etiche sciorinate con la stessa disinvoltura con la quale avevano avallato operazioni banditesche e genocide durante la guerra, alla faccia del sempre echeggiante “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Soprattutto, alle gerarchie ecclesiastiche non andava giù che, in Cecoslovacchia, i loro latifondi, le loro proprietà eccedenti il giusto ed il normale, venissero espropriate a vantaggio dei ceti subalterni, quelli che non avevano mai avuto nemmeno un fazzoletto di terra dove piantare una cipolla per la zuppa. Nella concezione cristiana e caritatevole di questa gente, la morte per fame di migliaia e migliaia di contadini, la malnutrizione di milioni di essi, lo sfruttamento feroce della classe operaia da parte di un pugno di privilegiati, non avevano nessuna importanza, anzi erano tutti elementi cinicamente contabilizzati come fatti necessari per poter spargere a piene mani la retorica pietista e consolatoria. Bisognava far cadere dall’alto le briciole nelle mani dei poveri! Guai a rimuovere le cause della loro povertà! E guai se qualche sacerdote, come Plojhar, mandava in frantumi questo piano, offrendo l’esempio vivo, concreto e lampante di un’altra concezione del messaggio di Cristo!
L’Abate, comunque, continuava a mostrarsi refrattario e indifferente, con impassibile coraggio (il coraggio dei puri e dei forti!) a qualsivoglia pressione dall’alto! Non stette a sentire neppure l’arcivescovo di Praga Beran, a suo tempo imprigionato dai nazisti, ma ferocemente anticomunista e antisovietico, il quale gli intimava di non prendere più parte ad alcuna attività politica. Presto arrivò la scomunica, quella scomunica che investiva i comunisti e i loro alleati e sodali e che mai era stata comminata a chi aveva bruciato nei forni milioni di uomini, donne e bambini! Plojhar si gettò ancora più a capofitto nell’impegno, convinto com’era che l’opera di apostolato passasse anche per l’impegno del cristiano in politica. Questo atteggiamento fu premiato dai cecoslovacchi, che avevano ancora impresso sulle carni il marchio vivo dell’oppressione nazista e vedevano nel socialismo e nei suoi “compagni di strada” la garanzia più sicura contro il ritorno della peste nera, rinfocolata e attizzata dal militarismo e dall’imperialismo occidentale. L’Abate fu quindi entusiasticamente rieletto in Parlamento nel 1948 nelle file del Partito Popolare e il successo fu replicato nel 1954. Plojhar si era messo in luce, intanto, come Ministro della Sanità, per il suo impegno costante, indefesso ed efficace per la creazione di un sistema efficiente di cura e prevenzione, a partire dalle fabbriche e dai villaggi agricoli, sistema che consentirà alla Cecoslovacchia di vantare indici migliori di quelli di tanti Paesi avanzati dell’Europa occidentale, nei quali l’influsso della concezione socialdemocratica dello Stato sociale aveva segnato in profondità lo sviluppo delle infrastrutture socio-sanitarie. Tanta fu la capacità dimostrata da Plojhar in qualità di Ministro della Sanità, che lo stesso fu chiamato a ricoprire tale carica ininterrottamente, fino al 1968. Parallelamente al lavoro nella compagine ministeriale, il sacerdote amico del popolo, a riprova di quanto fosse tutto fuorché lo zerbino dei comunisti o di chicchessia, fu decisivo nell’impedire che i termini dei negoziati tra governo comunista e Chiesa cattolica fossero troppo svantaggiosi e penalizzanti per la seconda (per reazione alle malefatte storiche del clero, beninteso!) e, pur partecipando alla redazione degli atti per la rimozione del vicario capitolare di Praga, soggetto reazionario e ostile a qualsiasi approccio leale verso il governo a guida comunista, mise anche in guardia contro i rischi e la vacillante legittimità giuridica di quegli atti (che infatti vennero impugnati, per la gioia dei trotskisti infiltrati nel PC e smascherati a tappe progressive dal 1949 al 1954, i quali ci avevano messo lo zampino). Allo stesso modo, l’impronta di Plojhar fu fondamentale nella creazione e promozione di tutta una serie di gruppi, sodalizi, movimenti, cattolico-progressisti, propugnanti l’incontro con il movimento operaio e comunista: parliamo del Movimento Patriottico dei Sacerdoti (del quale fu Presidente dal 1948), del Comitato Nazionale del Clero Cattolico, del Movimento Pacifista del Clero Cattolico, centrale quest’ultimo nelle mobilitazioni contro l’arma atomica imperialista e per la difesa di una pace fondata sulla più completa giustizia sociale nel mondo. Il coraggioso sacerdote fu pure decorato con l’Ordine di Klement Gottwald nel 1955 e nel 1962 e, come riconoscimento per la sua profondità dottrinaria e per le sua ampie conoscenze, ricevette il Dottorato onorario di Teologia a Litomerice, presso la Facoltà di Teologia dedicata ai Santi Cirillo e Metodio (1950). Quest’ultimo “blasone” era la chiara testimonianza della stima della quale il sacerdote godeva presso il clero di estrazione popolare e piccolo-borghese, quello più vicino alle esigenze dei lavoratori e più consapevole del proprio ruolo nella società socialista. Grazie a questa parte del clero, le persecuzioni vaticane contro Plojhar, incoraggiate dall’arcivescovo Beran fino al momento del suo arresto nel 1951, restarono di fatto lettera morta.
Proprio sulla questione del rilascio di Beran, Plojhar marcò ancora una volta la sua autorevolezza e indipendenza dal Partito Comunista, del quale era buon alleato ma mai e poi mai servo: nel 1956, mentre nelle fila del PCC, dopo il XX Congresso del PCUS, era tutto un profluvio di irenismi e di autocritiche, di mani tese e di intenti “liberali”, anche verso il clero reazionario che non aveva mai mollato la presa, Plojhar, contrastando il volere espresso dai vertici del Partito Comunista Cecoslovacco, asserì che sarebbe stato dannoso, irresponsabile e suicida rilasciare l’arcivescovo Josef Beran, processato e imprigionato anni prima per il continuo lavorio contro lo Stato e le riforme progressiste del governo a guida comunista. Ad animare Plojhar non era certo uno spirito di vendetta al quale era estraneo, ma semplicemente la constatazione di un dato di fatto: Beran, che pure, lo ribadiamo per amore di verità, a suo tempo aveva sposato la causa antinazista, non si era minimamente ricreduto e non manifestava alcuna intenzione di comportarsi da cittadino e da religioso leale e rispettoso dell’ordinamento socialista, sancito nelle leggi dello Stato cecoslovacco. Pertanto, ogni atto di clemenza nei suoi riguardi non veniva interpretato come un atto di buona volontà, dal quale far discendere un diverso atteggiamento verso le autorità, ma come segno di un cedimento del quale approfittare per tornare a tessere la trama dell’anticomunismo e dell’antisovietismo.
Il nuovo corso varato dopo il 1956 da Antonin Novotny, Segretario del PCC dal 1952 e Presidente della Repubblica dal 1957, vide Plojhar, sempre amato dal popolo, restare in sella, ma in posizione più marginale dal punto di vista politico. Se da una parte proseguiva il suo accorato impegno da Ministro della Sanità, dall’altra il suo carisma, fonte di diffuse invidie, cominciò a mostrare la corda, disprezzato com’era da tutta una schiera di arrivisti senza scrupoli, trotskisti mascherati e rinnegati di vario tipo, i quali andranno a costituire l’ossatura del gruppo dubcekiano, gruppo che pianificherà e cercherà di attuare, sotto gli slogan sul “socialismo dal volto umano”, lo smantellamento del socialismo tout court e la trasformazione della Cecoslovacchia in una piazzaforte nevralgica per l’imperialismo ed il sionismo. Per l’Abate che aveva contribuito ad edificare, con la forza della sua intelligenza ed il coraggio delle sue azioni, la democrazia popolare, si apriva un periodo drammatico, di sfiducia, depressione, rabbia verso uno stato di cose percepito sempre più come ingiusto. Vi fu, negli anni ’60, chi tentò di infamarlo ulteriormente, per una sua presunta propensione per l’alcool, debolezza assolutamente inesistente in Plojhar: nativo di Ceske Budejovice, come ogni buon figlio della sua terra, il sacerdote amava la birra ed il vino, ma non era un beone incallito (visse 79 anni, età irraggiungibile da un alcoolista) né sono da ritenersi veritieri i racconti di certi storici legati a lobbies catto-conservatrici foraggiate da USA, Germania e Vaticano, che vedono come protagonista un Plojhar impegnato in sfide all’ultima vodka con i russi. La calunnia è un venticello, recita un antico adagio; in Cecoslovacchia, negli anni ’60, essa soffiava addosso a Plojhar con la devastante forza di un uragano. L’Abate, questo sì, fu sempre amico sincero e convinto dell’URSS: cristiano intransigente, egli vide sempre, nel primo Stato con gli operai e i contadini al potere, un bastione insostituibile per chiunque intendesse edificare una società più giusta, equa e avanzata, liberata dallo sfruttamento e dalla tirannia dei ricchi. Non fu per caso, quindi, che dal 1952 al 1970 presiedette l'”Unione per l’Amicizia Cecoslovacco–Sovietica”. Profondo conoscitore, altresì, della lingua tedesca, suo raffinato e forbito cultore, Plojhar fu poi spesso presente nei ranghi delle delegazioni cecoslovacche in visita nella DDR e dette un contributo fondamentale alla tessitura di un’alleanza tra il Partito Popolare Cecoslovacco e le formazioni cristiano-democratiche attive nel panorama est-europeo, segnatamente quelle polacche e tedesco-orientali. Questa azione positiva e costruttiva, parallelamente all’impegno internazionalista dei Partiti Comunisti, risulterà preziosa per la promozione di una reciproca comprensione fra popoli storicamente divisi da rivalità e odi rinfocolati dall’aristocrazia e dalla borghesia.
Dopo la sconfitta del tentativo di golpe di Dubcek, che per tempo aveva allontanato Plojhar da ogni posizione di potere (e chissà come sarebbe finita qualora avesse vinto con l’appoggio delle potenze imperialiste!), il sacerdote venne chiamato ancora a dare il suo contributo al consolidamento del socialismo in Cecoslovacchia. La nuova guida del Paese, Gustav Husak, figura saggia ed equilibrata, tenne in debito conto lo spessore di Plojhar, il quale, libero ormai dalle minacce delle squadracce trockiste, revisioniste e reazionarie, venne rieletto deputato nel 1976 e nel 1981, per la gioia di un popolo che lo aveva sempre amato e mai lo aveva dimenticato, anche nei momenti più duri e difficili. Nel novembre 1981, Josef Plojhar passò a miglior vita per un malore sopraggiunto in una sede assai cara al sacerdote: l’ambasciata sovietica, emblema di un Paese da lui amato e rispettato. Si era recato in quel luogo per partecipare ai festeggiamenti per la Rivoluzione d’Ottobre, evento storico di capitale importanza nel quale egli vedeva la riscossa degli ultimi, quegli ultimi innalzati nel Vangelo a sale della Terra e motore della storia.

La lotta dei bolscevichi e dei lavoratori sovietici al sabotaggio economico nei Kolkhoz

Luca BaldelliUn capitolo poco noto della lotta di classe combattuta dai contadini, dagli operai e dai quadri tecnici e impiegatizi onesti delle aziende agricole collettive dell’URSS negli anni ’30 è senza dubbio quello relativo alla vigilanza e alla battaglia contro gli abusi, le soperchierie, le diversioni, i furti e le malversazioni compiuti da alcuni economi, contabili e revisori dei conti. In tutta l’URSS, all’inizio del processo imponente e spesso vorticoso di collettivizzazione delle terre, vi fu chi intese sabotare, con ogni mezzo a sua disposizione, i progressi nel campo dell’organizzazione del lavoro, i miglioramenti delle tecniche di conduzione dei fondi agricoli, l’elevamento del benessere generale delle masse contadine, l’arricchimento del patrimonio sociale, economico e infrastrutturale delle aziende agricole collettive (kolkhoz e sovkhoz). I ceti sfruttatori e parassitari, spodestati dalla Rivoluzione d’Ottobre, fin dagli albori del nuovo ordine sovietico imbracciarono le armi e dettero fuoco alla miccia della controrivoluzione e del sabotaggio pur di difendere i loro privilegi attaccati frontalmente e aboliti dal governo degli operai e dei contadini. Chi, piangendo lacrime di coccodrillo, e spargendo il più delle volte menzogne e imposture storiche, deplora la sorte dei kulaki e vaneggia di un loro inesistente “sterminio” da parte delle autorità comuniste, dovrebbe tener presente che i kulaki, assieme agli esponenti dei vecchi ceti mercantili, agli ex-gendarmi e scherani dell’impero zarista, furono deportati solo in minima parte in Siberia o in altri luoghi di nuovo insediamento e quasi mai d’imperio, bensì sempre per una forte volontà espressa dal basso, dai contadini poveri e medi. In gran parte, i rappresentanti dei ranghi sociali espropriati, aboliti o ridimensionati nel loro peso e nella loro capacità d’interdizione sociale e politica, trovarono impiego nei gangli della pubblica amministrazione e negli organi di gestione economico-contabile delle aziende agricole e industriali. Alcuni di loro, va detto per amor di verità e di obiettività storica, scrollatisi di dosso il fardello dell’inglorioso passato e delle tramontate idee, furono leali, fedeli e specchiati servitori dello Stato degli operai e dei contadini; altri, invece, irriducibili nemici di ogni principio di uguaglianza, di reale libertà ed emancipazione delle classe sociali subalterne, sfruttarono il loro livello di istruzione, senz’altro superiore alla media, visto che per secoli ne avevano negato uno dello stesso livello a milioni di uomini e donne, per tessere trame eversive, minare l’economia del Paese, provocare il crollo del potere sovietico nel vortice di un malcontento scientificamente coltivato e nutrito.
Molti avranno letto sicuramente dei numerosi incendi dolosamente appiccati a kolkhoz e sovkhoz negli anni 1929-1933 con depositi distrutti, ricoveri per animali ridotti in cenere, raccolti arsi nel rogo dell’egoismo e dell’odio di classe spinto fino a negare il pane al popolo, a distruggerlo in maniera crudele e spietata. Accanto a questi truci aspetti della reazione dello strato sociale capitalista e benestante delle campagne, ve ne furono altri meno indagati in sede storiografica, più sottili ed insidiosi, ma non per questo meno devastanti per la costruenda economia collettiva sovietica: contabilità falsificate per far apparire passività inesistenti, giornate lavorative dei kolkhosiani misconosciute o pagate per metà (il trudoden, la giornata lavorativa effettivamente prestata sulle terre collettive, era la base per il conteggio delle paghe degli agricoltori delle fattorie colletive, in natura e in denaro), fannulloni amici del contabile di turno, o ad esso legati da antichi rapporti di protectio-oboedientia, retribuiti in maniera ingiustificata sulle spalle dei contadini onesti e laboriosi, coi fondi che a questi ultimi avrebbero dovuto essere destinati. Infine, mancata registrazione di raccolti, prodotti orticoli, capi di bestiame, pollame e uova, al fine di spianare la strada ad appropriazioni indebite, corruttele e ruberie attuate in forma “consortile” tra ex-kulaki espropriati, economi, ragionieri, revisori dei conti. Contro questa piaga che, specie nei primissimi anni ’30, minacciò di scardinare l’organizzazione economica agricola in tutto il Paese, si eresse un potente vallo da parte della vigilanza operaia e contadina; assediata dall’esterno e minata all’interno dall’azione dei nemici del popolo e degli elementi politicamente ostili, l’Unione Sovietica reagì potentemente stroncando complotti e fermenti rovinosi, nelle città e nelle campagne. L’NKVD (Comissariato del Popolo agli Affari Interni), coadiuvò in maniera indefessa l’operato del Partito, dei Sindacati, dei Soviet (specie i Sel’ Soviet, i Soviet di villaggio) per stanare i nemici infiltrati negli organismi economici e gestionali delle campagne, nelle articolazioni deputate ad assicurare gli approvvigionamenti e i materiali necessari all’economia agricola. Nel 1935, la partita era vinta ormai quasi al 90%: un documento dell’NKVD, uscito dagli archivi ex-sovietici, ci mostra con dovizia di dati la situazione sul campo in quell’anno, anno di resoconto, verifica e bilancio di un’epurazione sacrosanta e necessaria per il Paese e per la stabilità del socialismo.
Il Segretario politico del GUGB (Direttorato principale per la sicurezza di Stato) Molchanov, in data 19/07/1935 scrisse alle massime cariche del VK b)P (denominazione allora in uso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica), ripercorrendo le tappe dell’azione degli organi ispettivi e di sicurezza dell’URSS in merito al controllo e alla verifica degli apparati amministrativi e contabili dei kolkhoz. L’inchiesta, svolta con la costante e fruttuosa collaborazione delle articolazioni istituzionali e politiche del potere sovietico, marciò a ritmi serrati e coinvolse vari territori dell’URSS, di capitale importanza per le dinamiche sociali ed economiche legate al cammino della collettivizzazione dell’agricoltura e, più in generale, alla costruzione del socialismo (si va dalla Siberia Occidentale all’Ucraina, passando per l’Uzbekistan, la regione caucasica, l’area del Mar Nero, la zona delle ubertose Terre nere centrali). Dal documento inoltrato da Molchanov, veniamo a conoscere dati e particolari assai significativi per una comprensione completa ed approfondita del ruolo di sabotaggio esercitato, tenacemente ed in varie forme, da personaggi infiltrati negli apparati contabili e di gestione delle aziende agricole collettive. In 14 Repubbliche, con relativi Oblast’ (Regioni), Kraj (Territori) e Rajoni (Distretti), furono controllati 1940 kolkhoz e più della metà risultarono infiltrati, negli uffici deputati alla conduzione amministrativo-contabile, da elementi di estrazione diversa da quella operaia e contadina, quasi sempre socialmente e politicamente ostili, spesso protagonisti di episodi di malcostume e di sabotaggio. Per la precisione, vennero individuati 1013 individui espressione di ceti espropriati dalla Rivoluzione, 491 ex-kulaki e commercianti, 83 ex-ministri del culto (pope, mullah ecc..), 15 ex-poliziotti in servizio nell’epoca zarista, 25 ex-banditi controrivoluzionari, 90 ex-guardie bianche (alcune delle quali ancora attive, legati a circoli revanscisti e reazionari vivi e foraggiati dallo spionaggio imperialista), 7 ex-funzionari imperiali, 17 ex-menscevichi e socialisti rivoluzionari, 22 elementi criminali di vario tipo, 162 persone sottoposte a indagini, 37 alcoolisti ed elementi antisociali. Un panorama tetro, che certamente spiegava e spiega meglio di mille parole, l’insopprimibile realtà delle manovre di diversione e sabotaggio volte a mandare in frantumi l’economia agricola collettiva e lo Stato sovietico tutto, alla faccia dei tanto pubblicizzati storici “revisionisti”, sempre pronti a brandire in funzione antistaliniana ed antisovietica la memorialistica falsa e tendenziosa di pseudo-testimoni, nonché la pamphlettistica d’accatto di pennivendoli al servizio degli apparati spionistici del mondo capitalista.
Scendendo nel dettaglio, veniamo a sapere che in 245 kolkhoz ucraini, nelle Regioni di Vinnitsa, Kharkov, Dnepropetrovsk, nonché nella Repubblica socialista sovietica autonoma moldava, su 264 economi, ragionieri e revisori sottoposti a verifica, 60 erano ex-kulaki o discendenti di kulaki, 25 erano compresi nel novero degli ex (ex?) seguaci del fascista Petljura, 25 appartenevano a sette religiose o ad ambienti clericali, 9 avevano ingrossato, in passato, le fila degli ufficiali e dei funzionari zaristi, 7 erano ex-soldati delle armate bianche o appartenenti a bande controrivoluzionarie, 8 erano elementi schedati nei casellari penali, 27 avevano subito condanne a vario titolo e in diversi periodi. Molti economi, contabili e revisori dei conti agivano in diretto collegamento coi kulaki, orchestrando sistematici sabotaggi, sperperi di risorse collettive preziose, fino al dissesto dei kolkhoz nei quali lavoravano, al termine del quale c’era chi ne usciva con le tasche piene e chi ne usciva, invece, rovinato (i più). Kharkov, Vinnycja, Kharkov… non erano e non sono, forse, gli stessi luoghi da sempre indicati, dalla mendace propaganda holodomorista, come luoghi di tremende carestie e privazioni, di tragedie da film horror da addebitare tutte ai trinariciuti bolscevichi, affamatori e dispotici, nel periodo 1932-33? Come sempre, le donne di strada debbono dare delle prostitute a quelle oneste per passare da pulite! Se in quelle terre, negli anni sopra menzionati, vi furono difficoltà alimentari, di produzione ed approvvigionamento di derrate agricole, ciò avvenne non certo per l’azione decisa dei comunisti i quali, stroncando le trame controrivoluzionarie, salvarono anzi il Paese dalla fame vera e dal tracollo, ma per l’opera subdola e viscida dei nemici del popolo annidati e infiltrati ovunque, a partire dalle aziende agricole. Essi, unitamente all’influenza di calamità naturali e fenomeni climatici avversi, non prevedibili né del tutto arginabili, tentarono nel 1930-33 di dare la spallata al potere degli operai e dei contadini e, non riuscendovi, anzi venendo scoperti, sparsero a macchia d’olio le loro menzogne su carestie mai avvenute e su tragedie esistenti solo nelle loro menti perverse. Dove più forti furono il controllo, la vigilanza operaia e contadina contro i sabotatori, dove più rilevanti furono i successi della lotta di classe contro gli elementi controrivoluzionari, tanto più velenose, macroscopiche e grottesche furono le invenzioni e le menzogne dei circoli colpiti dalla spada implacabile del potere sovietico.
Anche lontano da questi “epicentri”, nelle Repubbliche e nei territori dell’Asia centrale, la lotta non fu di poco conto e le situazioni venute alla luce grazie all’indagine promossa congiuntamente dagli organi di sicurezza, dal Partito, dagli organismi istituzionali centrali e periferici dell’URSS, dai tribunali, furono assai eloquenti: in Uzbekistan, ad esempio, su 100 contabili sottoposti a verifica e controllo in 97 kolkhoz di 30 Rajon, 83 appartenevano ai vecchi ceti feudali-capitalistico-clericali. Tra questi, 5 erano ex-kulaki, 28 figli di ex-kulaki, 10 ex-mercanti e sensali, 6 ex-ministri del culto, 13 figli di ministri del culto. Solo 17 ragionieri, economi e revisori su 83 erano di estrazione operaia e contadina. Nella Regione di Ivanovo, il 39% dei contabili e dei quadri amministrativi dei kolkhoz appartenevano agli ambienti socialmente ostili al potere sovietico e il 16% manifestava disarmante impreparazione teorica e tecnica, così da spianare la strada alle malversazioni ed alle ruberie dei più “esperti”. Lo spartito della musica non era granchè diverso nella Regione di Kirov, presso la quale, nel Distretto di Vozhgalsk, su 11 contabili sottoposti a controlli, 7 risultarono esser figli di kulaki e mercanti, 2 erano ex-impiegati perseguiti, dopo la Rivoluzione, per appropriazione indebita e corruzione, mentre gli altri due provenivano dallo strato sociale dei contadini medi, ma la loro origine non era di per sé una garanzia: infatti, uno era stato condannato per l’incendio doloso degli essiccatoi di un kolkhoz, l’altro era stato invece processato e condannato per il sabotaggio delle semine, atto riprovevole che, in varie parti dell’URSS, determinò situazioni di pesante difficoltà al popolo onesto e laborioso. Al termine dell’indagine, vennero allontanate decine di individui dagli organismi contabili, gestionali ed amministrativi dei kolkhoz e 20 contabili, colpevoli di abusi, malversazioni, corruttele, sabotaggi, furono denunciati ed arrestati. Si voltò pagina, con tutti i conseguenti positivi riflessi sulla stabilità economico–patrimoniale delle aziende agricole collettive: non si sentì più parlare di paghe non corrisposte ad agricoltori e braccianti, di accantonamenti ingiustificati che privavano i kolkhoz di risorse vitali per le gestioni correnti, di semine ritardate deliberatamente, di inspiegabili ammanchi, di incendi dolosi, di morie ingiustificate di bestiame. Non tutto andò a posto subito e ovunque, certo (in quale luogo della Terra e in quale ambito della vita associata domina la perfezione?), ma il quadro economico dei kolkhoz migliorò rapidamente in ogni angolo dell’URSS, fino a raggiungere livelli ottimali verso la fine degli anni ’30. Verso la fine del 1937, si contarono in URSS 243700 kolkhoz, con dentro 18500000 aziende contadine, ovvero il 99,1% di tutte le aree coltivate. Possiamo altresì vedere come nel 1930 vi fossero, in tutta l’URSS, 31100 trattori, diventati appena due anni dopo 74800 e nel 1937 ben 365800.
La grandezza del potere sovietico rifulse non solo nella prontezza con la quale vennero stanati i sabotatori, i delinquenti, i parassiti, i disonesti travestiti nei nobili panni del contabile, ma anche e soprattutto nell’intelligenza con la quale il problema venne affrontato e risolto. Contro l’estremismo ed il settarismo di precisi ambienti del Partito e dello Stato, i quali identificavano frettolosamente e ingiustamente ogni contabile, revisore, economo in un nemico di classe, e contro il lassismo di altri settori, ingenui quando non collusi e complici, i quali peroravano la linea della tolleranza sempre e comunque, la linea maggioritaria nel Partito e negli organismi istituzionali seppe scegliere la via giusta: quella del rigore, manifestatosi in un sano repulisti di elementi infidi o criminali, abbinato alla selezione ed alla promozione di quadri contabili ed amministrativi di provenienza sì borghese o feudale, ma onesti, scrupolosi e leali. In questo modo, gli agenti del caos e dell’eversione furono messi alle corde, privati del teatro nel quale attuare le loro malefatte, mentre le figure positive e costruttive furono fidelizzate, guadagnate stabilmente alla causa del socialismo. Parallelamente a ciò, si investì molto nella formazione di nuovi contabili esperti di schietta estrazione operaia e contadina, facendo piazza pulita di quell’impreparazione generale, di quelle deboli e frammentarie nozioni da computista dell’abaco, sulle quali avevano giocato e costruito le loro fortune i più “esperti” contabili nemici del potere sovietico, pronti ogni volta a sorridere col loro ghigno beffardo di coloro i quali, onesti ma sprovveduti, cercavano di districarsi disperatamente tra partite doppie, coefficienti di ammortamento, accantonamenti. Sorse autorevole, ben istruita ed addestrata, nonché strettamente legata alla causa del proletariato rivoluzionario, una nuova leva di ragionieri, revisori, economi delle aziende collettive, i cui successi rappresentarono un vanto per tutto l’immenso Paese dei Soviet. Gli operai e i contadini sapevano, nella loro stragrande maggioranza formata da individui maturi e coscienti, che il contabile non era un nemico, ma un insostituibile alleato nella difesa e nella valorizzazione della proprietà socialista, un presidio fondamentale contro i furti, le azioni economicamente nocive, le gestioni antieconomiche. Ancora oggi, solo per fare un esempio, si rimane incantati ed ammirati nel constatare come, in URSS, qualsiasi bene fosse, almeno fino alle controriforme gorbacioviane, scrupolosamente censito, inventariato, descritto, dai grandi, avveniristici macchinari agricoli ed industriali, fino ai più banali soprammobili. E’ questo un piccolo indice di come, in URSS, accanto agli operai e contadini, operò per lungo tempo un apparato contabile di prima qualità. Anche grazie a quell’apparato, il socialismo uscì vittorioso negli anni ’30 e poté veder dissolversi, sotto i caldi raggi del Sol dell’avvenire, tra le messi rigogliose dei campi estesi a perdita d’occhio, il ghigno perfido dei nemici del popolo.Nota.
Il documento analizzato e descritto nel presente articolo è reperibile a questo indirizzo
Per le vicende dei kolkhoz e dei sovkhoz, per l’analisi della loro consistenza economica e patrimoniale, per i progressi nel campo della meccanizzazione dell’agricoltura, è utile consultare il secondo volume di “Lineamenti di storia dell’URSS” (Edizioni Progress, Mosca, 1982, in italiano).

Il ruolo dei comunisti palestinesi nella Grande Rivolta araba del 1936

Luca Baldelli

Nel 1936 esplose la rabbia palestinese contro la sempre più massiccia immigrazione ebraica, sponsorizzata e foraggiata dai sionisti al fine di mutare gli equilibri etnici e politici in Terra Santa. Fu la “Thawra Filastin”, la “ Grande Rivolta Araba”. L’imperialismo britannico, che fin dagli “Accordi Sykes–Picot” e dalla “Dichiarazione Balfour” iscrisse nella propria strategia e missione l’espansione nel Levante Mediterraneo e l’incoraggiamento ai programmi sionisti d’insediamento, fu il primo responsabile della deflagrazione sociale. Gli arabi palestinesi, che per secoli avevano vissuto in pace e concordia accanto ai fratelli ebrei, scesero sul piede di guerra contro la sottrazione scientificamente pianificata, a loro danno, delle terre più fertili da parte dei coloni ebrei, terre che i contadini arabo–palestinesi lavorarono e resero feconde col sudore della fronte, senza troppi aiuti e con molti intoppi e sabotaggi da parte della Gran Bretagna. Una vulgata menzognera, dura a morire, pretende di far credere che prima della massiccia immigrazione ebraica, la Palestina fosse un terra abbandonata, incolta, pietrosa e desolata. Quale migliore copertura ideologica e storica per avallare e legittimare il neocolonialismo sionista? In realtà, la situazione era ben altra e lo possiamo verificare consultando gli stessi documenti ufficiali britannici: il “Rapporto Peel” del 1937, mentre mostra i perniciosi effetti del sionismo, con i coloni passati da 80000 a 360000 dal 1918 al 1936, mette in luce anche in maniera inequivocabile la laboriosità dei tanto deprecati “beduini”, additati al mondo dalla stampa sionista come predoni e fannulloni, e dei contadini arabi in genere. Infatti, poterono ancora esportare, nonostante l’invasione sionista, ben 30000 tonnellate di grano l’anno, mentre la percentuale dei frutteti da loro controllati era pressoché triplicata in nemmeno venti anni e la loro produzione ortofrutticola quasi decuplicò. Tutto questo, malgrado i sionisti fossero stati in ogni modo agevolati dal sistema creditizio e protetti dalle autorità imperiali britanniche. Il “Fondo Nazionale Ebraico”(Keren Kayemet LeYisrael), creato nel 1901 a Basilea, fu il polmone finanziario principale della gigantesca operazione economica di acquisto di terre in Palestina, con i contadini arabi piccoli e medi spesso costretti a vendere dinanzi alla giugulazione economica posta in essere, in maniera concertata, da sionisti e britannici; contadini senza terra cacciati e i grandi latifondisti arabi spesso conniventi, allettati da offerte economiche assolutamente spropositate. Non mancarono minacce ed angherie che spinsero molti a sbarazzarsi delle terre, alimentando un risentimento sociale che esplose in modo potente e tremendo.
Nel 1931, 106400 dunum di terra (1 dunam=1000 mq, secondo il sistema di misura adottato nel 1928) sfamavano 590000 contadini arabo–palestinesi, mentre 102000 dunum erano a disposizione di appena 50000 coloni ebrei. Si arrivò quindi al 1936. Il 19 aprile vi fu l’insurrezione popolare, che da tempo covava sotto le ceneri, divampando a partire dai villaggi. Sotto l’egida del Supremo Comitato Arabo, fondato e presieduto dal carismatico notabile Haji Amin al–Husayni, Muftì di Gerusalemme, fu proclamato lo sciopero generale, sotto le parole d’ordine della fine del dominio britannico in Palestina, della proibizione dell’immigrazione sionista, del divieto della vendita di terre ai coloni ebrei. La rivolta ebbe come epicentro la città di Nablus, vivaio dell’intellighentija palestinese, ma si allargò presto a macchia d’olio su tutto il Paese. In questo quadro, i comunisti palestinesi fin da subito furono attori, e non certo spettatori, di quanto avvenne. Assai attivi e presenti, forti dei principi internazionalisti orientati alla liberazione delle masse oppresse, sia arabe che ebraiche, cercarono di indirizzare la rivolta non sul binario morto dello scontro interetnico e religioso, ma su quello, giusto e storicamente necessario, dell’affrancamento dal giogo britannico e della fondazione di una Palestina libera, sovrana, indipendente, che fosse casa comune per tutti i popoli che la abitassero, senza recinti escludenti di natura etnico–confessionale e senza lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nato nel 1923 dopo varie vicissitudini, scissioni e riunificazioni, il Partito Comunista Palestinese superò in senso progressista la piattaforma del vecchio Partito Socialista dei Lavoratori Ebrei, unendo arabi ed ebrei nella comune lotta anticapitalista e anticolonialista. Il PCP condannò, nella maniera più netta, il sionismo come “movimento della borghesia ebraica, alleato dell’imperialismo britannico” e si propose alle masse palestinesi con il ripudio di ogni atteggiamento volgarmente antireligioso: gli insegnamenti del Corano non erano incompatibili con quelli marxisti–leninisti, anzi costituivano un pilastro storico sulla via della liberazione dei Paesi arabi dal colonialismo. Nel quadro familistico–confessionale dei notabili palestinesi, da sempre punti di riferimento per la popolazione (si pensi ai Nashashibi, Khalidi, al-Husayni), il Partito Comunista Palestinese rappresentò altresì un punto avanzato di maturazione non solo politica, ma anche culturale e sociale, nel momento in cui ruppe l’assetto “clanico” e aprì alle masse palestinesi oppresse la prospettiva di un’autentica libertà e di un genuino progresso, svincolato dagli interessi speculativi e lobbistici. Esso aveva una struttura ramificata ed era forte dell’adesione sia di molti lavoratori arabi che di tanti lavoratori ebrei. A livello di dirigenza, nel 1935 fu visto salire alla carica di Segretario Radwan al-Halu, elemento preparato e coraggioso, affiancato da quadri coraggiosi di origine ebraica come Meir Slonim e Simha Tzabari, amante dello stesso al-Halu, figura a tutto tondo che approfondiremo più avanti. Nel propagandare il verbo della liberazione, il Partito, era questa la sua abilità, non s’isolò dalle lotte, anche quando erano dirette, com’era inevitabile in un contesto come quello palestinese degli anni ’20–’30, sotto le bandiere della piccola borghesia nazionalista o del messianismo religioso, cercando piuttosto di costruire, con l’esempio e la pratica rivoluzionaria, un’egemonia nei movimenti. Una lezione quantomai moderna, anzi attualissima… e spesso dimenticata dai Partiti comunisti di casa nostra!
In una visione marxista–leninista non dogmatica né settaria, quale quella del PCP, vissuta e calata nel contesto sociale concreto, la liberazione dal giogo britannico e dal sionismo fu vista come la premessa per una rivoluziona socialista che procedesse all’esproprio dei mezzi di produzione nelle mani dei capitalisti e a una radicale riforma agraria, con distribuzione delle terre ai fellahin. Nel contesto della “Grande Rivolta Araba” del 1936, che farà sentire i suoi strascichi fino al 1937, il PCP cercò in ogni modo di opporsi alle violenze settarie che colpirono ebrei e palestinesi solo perché tali, violenze favorite, quando non pianificate, dalle autorità coloniali britanniche, in nome del sempre valido (nell’ottica imperialista) principio del divide et impera. Il programma comunista, vergato con l’inchiostro della più nitida visione dei rapporti sociali e del futuro della Palestina, pose al centro, nel dettaglio, i seguenti punti:
1) Palestina sovrana, con governo libero e democratico, rappresentativo tanto della componente palestinese quanto di quella ebraica; 2) cacciata degli occupanti britannici da tutti i capisaldi; 3) promulgazione rapida di una legge organica per la protezione degli agricoltori palestinesi e la distribuzione, a loro beneficio, delle terre in mano ai latifondisti; 4) restituzione agli agricoltori palestinesi delle terre vendute con l’inganno, le pressioni e i favoritismi, ai coloni sionisti.
Sul terreno militare, i combattenti comunisti, mentre, come abbiamo visto, difesero le comunità araba ed ebraica da attacchi settari dettati da odio etnico–religioso, parteciparono attivamente alle azioni armate contro gli obiettivi britannici e alle sollevazioni di massa, svolgendo intensa opera di mobilitazione nelle città e nelle campagne. Il terrorismo, invece, fu combattuto e condannato come metodo reazionario, controproducente e sterile. Ciò avvenne anche quando a praticarlo, nel fervore di una sollevazione popolare senza precedenti, erano dirigenti di primo piano del Partito, magari per eccessivo entusiasmo, se non proprio per scorretta applicazione delle direttive. Non furono definiti né “compagni che sbagliano”, né schegge impazzite, ma furono moralmente ripresi e sanzionati disciplinarmente. Anche questa, una lezione assai attuale e cruciale per i destini del movimento operaio! Un passaggio di questo tipo interessa la biografia di una straordinaria militante, alla quale abbiamo accennato prima: Simha Tzabari. Ebrea yemenita di umilissime origini, compagna del Segretario del Partito Radwan al-Halu, la Tzabari nel corso della rivolta del ’36 mise a segno due attentati con ordigni esplosivi a Haifa: azioni non pianificate né approvate dal PCP, che furono sconfessate e deprecate. Un episodio che, con la corretta applicazione dei principi della critica e dell’autocritica, non segnò però la fine della militanza per la Tzabari, la quale, mostrando eccezionale coraggio, entusiasmo senza pari, lucidità assoluta nella strategia e nella tattica rivoluzionaria, si guadagnò nello stesso 1936 e negli anni a venire, l’ammirazione non solo dei vertici del Partito, ma anche e soprattutto delle masse oppresse. Forte il suo appello all’unità del Partito, anche quando la fronda possibilista verso il sionismo guadagnò adepti; forte, e accorata, la sua azione in favore dell’emancipazione femminile, condotta assieme a un’altra bellissima figura di donna, questa volta arabo–palestinese: quella di Tarab Abdulhadi, femminista radicale e dirigente politica in vista del Partito dell’Indipendenza (a riprova di quanto il preteso maschilismo congenito della società palestinese sia solo un costrutto razzista e imperialista).
Tornando agli aspetti politici, storici e militari della “Grande Rivolta Araba” del 1936, possiamo elencare i freddi numeri, che ne testimoniano l’intensità: dai 2000 ai 5000 caduti, più un numero imprecisato di feriti. Lo storico britannico Hughes e lo storico palestinese Khalidi hanno approfondito, nei loro lavori, l’uno le feroci repressioni britanniche, ammesse pure da Peirse, comandante delle forze di Sua Maestà in Palestina, l’altro l’ampiezza del tributo palestinese alla sollevazione: più del 10% della popolazione palestinese tra i 20 e i 60 anni di età ucciso, detenuto, ferito o esiliato. Numeri e percentuali eloquenti, che ci testimoniano quanto l’imperialismo non esiti ad attuare programmi genocidi, non appena senta sul collo il morso della rivoluzione. In queste cifre c’è, indelebile, anche il sacrificio dei comunisti, arabi ed ebrei. Il 1936 si chiuse con una tregua, ma il 1937 si riaprì con nuovi focolai di rivolta, che fallirono l’obiettivo strategico, ovvero quello della cacciata dei britannici, mentre conseguirono un indubbio successo nel convincere le autorità britanniche a porre un freno alla massiccia immigrazione ebraica. Il 1939, col Libro Bianco Britannico, ferocemente combattuto dai sionisti, sancì in questo senso una battuta d’arresto.
Il PCP, colpito in profondità da repressioni e incarcerazioni, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale vede rimossi molti ostacoli alla sua piena agibilità e, in maniera molto lungimirante, cercò di persuadere le masse ebraiche, non solo palestinesi, che la soluzione ai loro problemi non stava né nel sionismo né nell’opposizione frontale al Libro Bianco britannico, ma stava da una parte in una Palestina indipendente, governata assieme da arabi ed ebrei, dall’altra nella lotta frontale al nazifascismo sul suolo europeo e in tutto il mondo. La Carta dell’OLP, per molti anni, vedrà scritto, tra i suoi principi, quello dello Stato unitario palestinese multietnico e pluriconfessionale. Un aspetto dimenticato e anzi abiurato, in nome dello slogan dei “Due Stati per Due Popoli” che può rappresentare l’indicazione di una prospettiva temporanea e reversibile, o meglio transitoria, non certo definitiva e paradigmatica per il futuro delle masse arabe ed ebraiche della Palestina.

La battaglia di Kursk; ‘Punto di non ritorno’ per la Germania nazista

Sputnik 04.07.2017Situato a 315 miglia a sud di Mosca e attraversato dai fiumi Kur, Tuskar e Sejm, Kursk è una pittoresca città russa di 500000 abitanti col più grande giacimento di ferro conosciuto del mondo. Tuttavia, tra il 4 luglio e il 23 agosto 1943 fu teatro della sfida titanica tra Wehrmacht della Germania nazista e Armata Rossa dell’Unione Sovietica. Nel 1943, l’Operazione Barbarossa, l’invasione dell’Asse dell’Unione Sovietica, s’era impantanata. Dopo diversi stupefacenti successi iniziali, l’Armata Rossa mutò l’andazzo della guerra con le epiche vittorie a Mosca nel 1941 e a Stalingrado nel 1942, e la Wehrmacht era ormai in ritirata. Kursk fu l’ultimo sforzo con cui la Germania nazista impegnò risorse inedite per ribaltare il corso della guerra in proprio favore, o almeno fermare l’inesorabile avanzata delle forze sovietiche. Nel complesso i nazisti concentrarono 900000 truppe, 10000 pezzi d’artiglieria, 2700 corazzati e 2000 aerei, circa un terzo dell’intera forza militare tedesca. L’obiettivo dei nazisti era circondare e schiacciare cinque armate sovietiche, prima di schiacciare l’Armata Centrale del Maresciallo Rokossovskij e l’Armata di Voronezh del Maresciallo Vatutin con una brutale manovra a tenaglia.
Se ovviamente era l’obiettivo militare desiderabile, la strategia aveva considerazioni politiche al centro: la direzione sovietica era sempre più frustrata dalla mancanza di volontà degli alleati occidentali ad aprire un secondo fronte e alleviare l’intenso onere della lotta dal 1941. Hitler sapeva che il successo in Oriente poteva sabotare permanentemente l’associazione tra Unione Sovietica, USA e Regno Unito. Inoltre, avrebbe dimostrato che la Germania nazista era stata solo danneggiata severamente, ma non fatalmente, a Stalingrado. La pianificazione dell’operazione iniziò nel febbraio 1943, ma Adolf Hitler volle ritardare l’attacco il più a lungo possibile, nonostante il desiderio del Feldmaresciallo Erik von Manstein di lanciarla al più presto possibile. Conoscendo il ruolo svolto dall’incredibile inverno sovietico su Barbarossa, il Fuhrer voleva guadagnare tempo finché il terreno non fosse completamente scongiurato; inoltre, il suo amore per il nuovo carro armato Tigre, di cui pensava che un battaglione valesse una divisione di qualsiasi altro carro armato, lo convinse a ritardare fin quando non ne fossero disponibili altri. Con un ritmo di produzione di 12 alla settimana, Manstein dovete attendere molto, e nel frattempo l’Armata Rossa rese le proprie postazioni praticamente impenetrabili.
Il 4 luglio le forze sovietiche erano ben preparate, e in alcune aree i reggimenti d’artiglieria superavano la fanteria cinque a uno, con oltre 20000 cannoni puntati sulla Wehrmacht, tra cui oltre 6000 cannoni anticarro da 76,2mm e 920 lanciarazzi multipli Katjusha. Inoltre, con l’aiuto della popolazione civile di Kursk, l’Armata Rossa scavò 5000 chilometri di trincee dotate di filo spinato, ostacoli elettrificati e lanciafiamme. Alcune zone difensive sovietiche erano profonde sei chilometri, con 2200 mine anticarro e 2500 mine antiuomo posate su ogni singolo miglio del fronte, una densità quattro volte quelle delle difese di Stalingrado. Nel complesso fu posato oltre mezzo milione di mine anticarro e 440000 mine antiuomo. Tuttavia, la Wehrmacht avviò l’assalto il 4 luglio sul villaggio di Prokhorovka. Lo scontro durò 50 giorni.
La Seconda guerra mondiale è un conflitto dalle statistiche immense e Kursk ne illuminò alcune delle più sorprendenti: 3 milioni di soldati, 8000 carri armati e 5000 aerei furono coinvolti, e i relativi scontri compresero la battaglia tra carri armati più grande della storia e i singoli giorni di guerra aerea più costosi. In confronto alla battaglia d’Inghilterra, del Bulge, del D-Day, di El Alamein o Midway, lo scontro per la civiltà a Kursk è ignoto in occidente, raramente menzionato dai media e apparentemente noto solo a pochi storici professionisti. Tuttavia, coloro che hanno anche solo contezza di Kursk, sono ben consapevoli del significato cruciale e credono che fu lo scontro più importante della Seconda guerra mondiale. Tra loro vi è l’eminente Dennis Showalter, nel suo libro Armor and Blood Showalter conclude che la battaglia fu la “svolta del Fronte Orientale… il punto di non ritorno”. Dopo Kursk, i nazisti non compirono mai più passi coraggiosi e fiduciosi nel domani, venendo spinti in una posizione difensiva virtualmente perpetua in Europa. Viceversa, se la Wehrmacht fosse prevalsa la guerra avrebbe potuto decisamente essergli favorevole, con una possibile sconfitta dell’Unione Sovietica e trionfo della Germania nazista in Europa, se non del Mondo.
Quando le truppe occidentali sbarcarono in Normandia il 6 giugno 1944, incontrarono forze tedesche senza supporto aereo, carburante e rifornimenti; se l’Armata Rossa non avesse trionfato a Kursk, le truppe d’invasione statunitensi, inglesi e canadesi avrebbero incontrato i nazisti in piena potenza e il D-Day sarebbe fallito.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora