Disperazione degli Stati Uniti mentre le forze siriane avanzano su Idlib

Tony Cartalucci, LD, 20 gennaio 2018

Taqfiri con curdi

Il governo siriano, col sostegno degli alleati russi, iraniani e libanesi, ha intrapreso una grande operazione militare per riconquistare il governatorato d’Idlib in Siria. Nel frattempo, Stati Uniti ed alleati regionali si affrettano a posizionarsi per garantirsi la spartizione permanente della Siria. Mentre le forze siriane avanzano verso Idlib, si scontrano con le grandi quantità di armi fornite dagli Stati Uniti, tra cui missili anticarro e flotte di blindati come i trasporto truppe corazzati Panthera F9, realizzati congiuntamente da Emirati Arabi ed Ucraina, fabbricati in Turchia. Nonostante il formidabile arsenale fornito ai terroristi, la maggior parte dei quali combattono sotto la bandiera di al-Qaida ed affiliati, Siria ed alleati mantengono la superiorità aerea. Gli Stati Uniti hanno cercato, fallendo, d’imporre ciò che i loro politici definiscono “santuario” o “zona cuscinetto” nel nord della Siria, dove le forze armate statunitensi potrebbero proteggere i terroristi dalle forze aeree siriana e russa. Mentre gli Stati Uniti hanno creato tale zona nella Siria orientale, la cosa più vicina nel nord della Siria è la zona d’occupazione “Euphrates Shield” della Turchia, membro della NATO, e la piccola zona “Idlib Shield” al confine degli ostili militanti curdi. I piani annunciati dagli Stati Uniti per creare una “forza di difesa delle frontiere” di 30000 militanti curdi, armati e finanziati dagli Stati Uniti, sarebbe intenzionalmente volta a concedere alla Turchia il pretesto per ampliare le zone d’occupazione coprendo i terroristi rimasti, scacciati da Idlib. I rapporti secondo cui la Turchia preparava l’offensiva per ampliare l’occupazione ad ovest d’Idlib già circolavano nei media. La BBC, nell’articolo, “Crisi siriana: perché la Turchia è pronta ad attaccare l’enclave curda d’Ifrin“, riferiva: “Canali televisivi turchi hanno diffuso dal confine siriano ad ogni ora sempre più immagini che mostrano il dispiegamento di truppe, carri armati e blindati”. “Il conto alla rovescia è iniziato per l’operazione turca contro Ifrin”, diceva un canale filo-governativo. Il corrispondente osservava che le truppe al confine già puntava su ciò che le autorità definivano obiettivi terroristici in Siria. C’erano anche rapporti sull’artiglieria turca che bombardava l’area”. Va notato che Ifrin si trova nel territorio attualmente occupato dalla Turchia, le cui truppe, se dovessero conquistarla, amplierebbero lo “Scudo dell’Eufrate” di 53 km con l’opportunità di collegarsi con le truppe dello “Scudo d’Idlib”, creando una vasta e unica zona cuscinetto entro cui le forze USA-NATO potrebbero ospitare i terroristi respinti dall’offensiva siriana. A seconda del successo della Turchia, la zona potrebbe essere ulteriormente ampliata, persino includendo Idlib, dando così agli Stati Uniti l’opportunità di presentarla come seconda “capitale” siriana, come nel caso di Bengasi in Libia, durante il cambio di regime avviato dagli Stati Uniti. Resta, tuttavia, il fatto che Idlib è apertamente occupata e amministrata da al-Qaida, rendendo particolarmente discutibile la proposta di farne “capitale dell’opposizione”. Nel frattempo, gli Stati Uniti continuano l’occupazione illegale e non richiesta dal territorio siriano ad est dell’Eufrate. Avendo già giustificato invasione ed occupazione del territorio siriano col pretesto di combattere il cosiddetto “Stato islamico” (SIIL), con la sconfitta dell’organizzazione terroristica, gli Stati Uniti ora affermano di dover rimanere in Siria per “contrastare l’influenza iraniana”.
The Hill in un articolo intitolato “Funzionario indica il ruolo militare degli Stati Uniti in Siria post-SIIL contro l’Iran“, afferma: “Un funzionario del dipartimento di Stato suggeriva che il ruolo delle forze armate statunitensi in Siria nell’Iraq e Siria post-Stato islamico sarà incentrato sulle attività iraniane. David Satterfield, segretario aggiunto per gli affari del Vicino Oriente, rispondeva a una domanda del membro della commissione per le relazioni estere del Senato Chris Murphy (D-Conn). su quale funzione le truppe USA abbiano in Siria oltre a combattere lo SIIL. Come indicato da Satterfield e altri funzionari statunitensi, i militari rimarranno nel Paese dopo la sconfitta del gruppo terroristico”. The Hill continuava: “Satterfield ha poi detto: “Siamo profondamente preoccupati dalle attività dell’Iran, dalla possibilità di migliorarle con la maggiore capacità d’inviare materiale in Siria. E preferirei lasciare la discussione a questo punto“. La politica siriana apparentemente mutevole di Washington non dovrebbe sorprendere. La guerra per procura contro la Siria che gli Stati Uniti intrapresero nel 2011 è sempre volta contro l’Iran. Le abortite “proteste” sostenute dagli Stati Uniti in Iran a fine dicembre 2017 segnavano ciò che è probabilmente il primo di molti tentativi di prendere di mira l’Iran direttamente. L’occupazione statunitense del territorio siriano sarà difficile per Damasco ed alleati contestarla senza essere trascinati nello scontro militare diretto. L’occupazione turca potrebbe essere più facile da confondere, ma se c’è la volontà politica di mantenerla insieme al sostegno degli Stati Uniti, potrà effettivamente portare a un’occupazione tipo Golan, imponendo per i prossimi anni una pressione geopolitica su Damasco. E mentre gli sforzi degli Stati Uniti per distruggere la Siria sono diminuiti, occupano permanentemente il territorio di uno dei più importanti alleati regionali dell’Iran. Come una scheggia sottocutanea che infetta, l’occupazione statunitense potrà essere fonte di grave infezione per la Siria e il resto della regione.
I successi o i fallimenti della Siria e degli alleati, e della Turchia nel nord della Siria, nelle prossime settimane decideranno quanto grande sarà la scheggia una volte che il conflitto entrerà nella fase finale.

Taqfiri senza curdi

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La Russia offre agli Stati Uniti un “ramo d’ulivo” turco per Ifrin

Elijah J. MagnierLa Turchia ha lanciato oggi l’operazione militare “Ramo d’Ulivo” contro la regione curda di Ifrin, nel nord-ovest della Siria. Il nome in codice è stato svelato dal Capo di Stato Maggiore turco che ha spiegato che l’operazione mira ad impedire il dilagare delle Unità di protezione popolare e del Partito dell’Unione democratica ai confini della Turchia, una minaccia per la sicurezza nazionale turca. L’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti dei curdi di Ifrin è piuttosto interessante, perché il generale statunitense Vottel si dichiarava “non preoccupato da ciò che accade nell’enclave curda nel nord-ovest della Siria”, dove Washington usa i curdi per attaccare lo SIIL. Non sorprende che gli Stati Uniti si preoccupino dei propri interessi piuttosto che degli alleati, come è successo nel Kurdistan iracheno quando Irbil dichiarò l’indipendenza; fu prontamente abbandonato dagli Stati Uniti. Ma quali sono i dettagli concordati prima dell’inizio dell’operazione, consentendo alla Turchia di avventurarsi in un’area sotto il controllo russo? E come sono andate le cose, spingendo la Turchia ad avventurarsi in un’area d’influenza russa, con la polizia militare, e dopo la chiara minaccia di Damasco di abbattere qualsiasi aereo turco, con la Russia che rafforzava le posizioni in città il giorno prima dell’inizio dell’operazione turca contro Ifrin? I curdi hanno combattuto sotto il comando delle forze statunitensi contro lo SIIL nel nord della Siria e hanno subito centinaia di morti da Manbaj a Dabaq e persino a Raqqah. Queste forze congiunte statunitensi-curde hanno anche concordato con lo SIIL, dopo la distruzione totale della città da parte dell’aviazione statunitense, il ritiro sicuro di migliaia di terroristi in cambio della loro partenza dalla capitale dello SIIL, consegnandola senza combattere. Lo SIIL inoltre accettava di lasciare i giacimenti ed altri villaggi ad est del fiume Eufrate alle forze curde degli Stati Uniti. L’Esercito arabo siriano cercava di raggiungere i giacimenti petroliferi quando lo SIIL si ritirò, e fu creata una “zona cuscinetto” dagli Stati Uniti ai confini affinché i terroristi limitassero gli attacchi solo agli alleati russi (Esercito arabo siriano ed alleati) e non le forze curde. La dirigenza statunitense dichiarò l’intenzione di rimanere in Siria nonostante la generale sconfitta dello SIIL (anche se una sacca è ancora controllata dal gruppo terroristico nell’area controllata dagli Stati Uniti, a est dell’Eufrate, ai confini tra Siria e Iraq). Il segretario di Stato USA Rex Tillerson affermava che l’obiettivo delle sue forze è limitare l’influenza iraniana, facendo affermazioni contraddittorie su sconfitta o meno dello SIIL in Siria. Tale posizione è abbastanza chiara per la Russia, gli Stati Uniti mirano a sfidare la presenza russa e a rimanere in un Paese sotto la protezione di Mosca. Inoltre la scusa degli Stati Uniti d’occupare parte del nord-est della Siria, secondo la dichiarazione di Tillerson, per “impedire all’Iran di diffondere la propria influenza” non convince perché la presenza dell’Iran in Siria risale al 1982 e la sua influenza è aumentata direttamente a causa dei sei anni di guerra.
La Turchia è sconvolta dalla diffusa presenza curda ai confini e ha chiesto agli Stati Uniti di ritirare le armi date ai curdi. Washington lo promise, ma in seguito la Turchia scoprì che tale promessa non fu rispettata e che i curdi hanno missili anticarro a guida laser e missili antiaerei, una minaccia diretta alle forze turche, siriane e russe. La Turchia ha chiesto che Russia ed Iran, in contatto diretto con Damasco, permettano alle sue truppe di contribuire a porre fine ai piani statunitensi in Siria, indebolendo ulteriormente i curdi. Damasco chiese a Russia e Iran di dare ai curdi la possibilità di prendere le distanze da Washington accettando la presenza dell’Esercito arabo siriano nelle città di Manbij e Ifrin, invece dell’invasione turca. La Turchia, nonostante il radunarsi delle proprie forze ai confini e l’annuncio dell’inizio dell’operazione militare, attese il via libera russo/iraniano. Funzionari russi incontrarono i curdi per evitare la grave intenzione turca e dare una via d’uscita dalla situazione critica inoltrando la proposta di Damasco, respinta da Ifrin, il cui comandante aveva fiducia nel sostegno degli Stati Uniti, apparentemente riluttante o incapace di capire ciò che è successo ai curdi iracheni ad Irbil. Fu raggiunta un’intesa segreta in cui Ankara smette di sostenere al-Qaida ed alleati ad Idlib e non considera più l’operazione dell’Esercito arabo siriano ad est d’Idlib e verso la città una violazione dell’accordo di allentamento raggiunto a Sochi l’anno scorso. D’altra parte, la Russia estrae il suo contingente dalla città e non interferirà con l’operazione “Ramo d’Ulivo” dell’esercito turco. La leadership siriana e i suoi alleati hanno chiesto supporto aereo russo per aprire un corridoio verso le due città circondate di Fuah e Qafriya, assediate da anni. Tuttavia, la leadership russa respinse la richiesta e chiese, con sorpresa di Damasco ed alleati, di essere pazienti, perché l’obiettivo non era solo liberare Fuah e Qafriya, ma anche Idlib. Il Presidente Vladimir Putin è deciso a combattere al-Qaida in Siria per rafforzare la posizione del proprio Paese nel mondo combattendo il terrorismo. Come riportato l’anno scorso, e ora confermato, i curdi di Siria e Iraq, affidandosi agli USA e alle loro vuote promesse, sono i peggiori perdenti in Medio Oriente, grazie alla leadership inesperta degli USA e alla continua incomprensione (e quindi credibilità) degli affari mondiali. L’attuale leadership statunitense sembra affidarsi molto sul potere militare come mezzo per mantenere la propria influenza: apparentemente non possiede quell’abilità, particolarmente importante in Medio Oriente, d’intrecciare alleanze e rafforzare le amicizie. Ciò che succede ora è un duro colpo per gli Stati Uniti da parte dell’alleato turco, membro dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO). La Turchia usa il “ramo d’ulivo” per colpire l’alleato curdo degli USA sotto la cintura, un ulteriore colpo della Russia agli inesperti Stati Uniti, che hanno incautamente deciso di giocare nel cortile siriano di Mosca. Gli USA non hanno alleati in Siria tranne i curdi di Hasaqah e Dayr al-Zur. Ma questi alleati saranno frammentati. Ciò lascerà le forze d’occupazione statunitensi vulnerabili in un ambiente estremamente ostile.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Siria: ad Ifrin la strategia statunitense fallisce

Moon of Alabama, 21 gennaio 2018Dopo che i negoziati tra Russia, Siria e curdi di Ifrin erano falliti, i russi avevano stretto un accordo con la Turchia. Ora la Turchia attacca Ifrin mentre tutti gli altri guardano altrove. L’impulso principale di tale sviluppo fu l’annuncio dell’occupazione statunitense nel nord-est della Siria con l’aiuto di YPG/PKK curdi. Tale strategia già fallisce. I curdi hanno fatto la scelta sbagliata. Saranno i perdenti in questo gioco. Avevamo erroneamente predetto che le minacce turche alla zona curda di Ifrin erano vuote: “La minaccia non è grave:… Ifrin è sotto la protezione formale delle forze russe e siriane. Il vero pericolo per la Turchia non è Ifrin, ma il protettorato curdo molto più ampio che gli USA hanno annunciato nel nord-est della Siria. Le minacce e il rumore d’artiglieria turchi hanno suscitato rumore dalla Siria e consigli silenziosi dalla Russia. Il governo siriano vuole dimostrare di proteggere tutti i cittadini siriani, siano arabi o curdi. La Russia è orgogliosa del ruolo di adulto che calma le parti”. La Turchia ora attacca il Cantone di Ifrin con piena forza e con l’aiuto di George Orwell l’operazione è stata soprannominata “Ramo d’Olivo”. L’operazione turca su Ifrin è stata innescata da due eventi. Il più importante fu l’annuncio degli Stati Uniti dell’occupazione permanente della Siria nord-orientale con l’aiuto di una “forza di protezione delle frontiere” composta da 30000 uomini, principalmente curdi e alcuni arabi che avevano combattuto per lo SIIL. Avevamo notato: “I turchi non sono stati consultati prima sulla mossa degli Stati Uniti e ovviamente non sono divertiti dal fatto che una “banda terroristica”, addestrata e armata dagli Stati Uniti, controlli un lungo tratto del loro confine meridionale. Qualsiasi governo turco prenderà misure severe per impedire tale minaccia strategica al Paese”. La mossa degli Stati Uniti era dilettantesca, ignorando le esigenze di sicurezza dell’alleata NATO Turchia, in cambio di un’occupazione illegale e insostenibile della Siria nord-orientale. Il segretario di Stato Tillerson cercò di calmare i turchi sostenendo che la “forza di protezione delle frontiere” non proteggeva frontiere. Rapporti dal campo di addestramento lo sbugiardavano: “Questa forza sarà fondamentale per proteggere i confini della Siria settentrionale”, proclamava l’annunciatore alla cerimonia di laurea”.
Il secondo motivo dell’operazione turca è il successo dell’Esercito arabo siriano ad est d’Idlib, dove i taqfiri di “esercito libero siriano” e al-Qaida sostenuti dalla Turchia sono stati spazzati via dall’Esercito arabo siriano. L’attuale operazione turca fu preceduta da diversi negoziati. Il governo siriano e gli alleati russi offrirono ai curdi protezione da qualsiasi attacco turco: “Quasi una settimana prima si svolse un incontro tra funzionari russi e capi curdi. Mosca suggerì che lo Stato siriano fosse l’unica entità responsabile del confine settentrionale. I curdi rifiutarono. Fu subito dopo che i generali turchi furono invitati a Mosca. Avere lo Stato siriano a controllare il proprio confine settentrionale non era l’unica richiesta russa. L’altra era che i curdi restituissero i campi petroliferi di Dayr al-Zur. I curdi rifiutarono suggerendo che gli Stati Uniti non l’avrebbero permesso comunque. L’incontro non fu proprio un successo”. Questo resoconto è confermato dai negoziatori curdi: “Aldar Xelil (@Xelilaldar), membro della Democratic Free Society Tev-Dem: “In un incontro la Russia propose all’amministrazione di Ifrin che venisse governata dal regime siriano, la Turchia non l’avrebbe attaccata. L’amministrazione del cantone di #Ifrin rifiutò la proposta“. I curdi fecero una controfferta. Sollevare alcune bandiere siriane e rinunciare alla base aerea di Minaq (per lo più distrutta) che occupavano, ma non erano disposti a rinunciare al controllo delle frontiere:
Una traduzione dal quotidiano Diken: “Amberin Zaman ha parlato con i funzionari del Rojava Nobahar Mustafa e Sinam Mohammed. Dicono: La Russia mira ad indebolire le YPG e a cedere Ifrin al “regime”. Siamo ancora in trattative con la Russia. Hanno detto che se consegneremo Ifrin al regime ci proteggerà. Ci siamo rifiutati. Ci siamo offerti di cedere la base aerea di Minaq e alcuni posti di blocco, ma hanno rifiutato. Potremmo uscircene da Sochi. Nuove alleanze saranno formate con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Il comandante delle forze rojava, generali Mazlum e Ilham Ahmed, incontravano Brett McGurk per chiedere agli Stati Uniti di fermare gli attacchi turchi. Questo è un test di quanto siano affidabili gli alleati Stati Uniti”.
Dopo che i negoziati con i curdi fallirono, Siria e Russia, l’entità negoziale, strinsero un accordo con la Turchia. La Turchia aveva acconsentito alla zona di allentamento ad Idlib, ma non ha mai proceduto ad istituire i posti di osservazione promessi nella zona governata da al-Qaida. La Turchia sostiene al-Qaida. Combatterla direttamente è contro i suoi interessi. È di per sé vulnerabile dato che molti terroristi di al-Qaida hanno familiari e amici in Turchia. Il nuovo accordo darà alla Siria il controllo sulla maggior parte d’Idlib in cambio del controllo turco su Ifrin (se i turchi possono effettivamente occuparla). Parallelamente all’avvio dell’operazione turca, l’Esercito arabo siriano si riprendeva la base aerea Abu Duhur ad est d’Idlib, ed eliminerà ciò che resta di al-Qaida e SIIL nel calderone ormai chiuso. Quindi procederà sul governatorato d’Idlib.
Avere la Turchia controllare Ifrin è un male per la Siria. Il governo siriano chiaramente non gradisce l’accordo fatto dai russi in suo nome. Qualunque accordo con il famigerato presidente turco Erdogan probabilmente non durerà a lungo. Ma avere i curdi alleati degli Stati Uniti che occupano permanentemente il nord-est è peggio. Il governo siriano respingeva le dichiarazioni turche secondo cui sarebbe stato informato dell’attacco e condannava ufficialmente l’atto turco. Ma può farci ben poco. Il suo esercito è impoverito ed impegnato altrove. Né Russia, né Iran sosterranno un aperto conflitto con la Turchia. I media turchi sono in guerra: “I quotidiani turchi questa mattina:
Hurriyet: I nostri jet hanno colpito Ifrin. Il cuore della Turchia batte all’unisono
Sabah: Li abbiamo colpiti nella loro tana
Haberturk: Pugno di ferro al terrore, ramo di ulivo ai civili
Sozcu: Abbiamo detto che avremmo attaccato nonostante Stati Uniti e Russia. Abbiamo colpito i traditori”.
La Turchia ha lanciato un’operazione piuttosto vasta contro Ifrin. La sua forza aerea bombarda l’area. Ora invia i carri armati più moderni. Al-Qaida ed “esercito libero siriano”, con supporto e comando della Turchia, saranno la fanteria di prima linea che sicuramente pagherà di più. Ifrin è montuosa e sarà una lotta difficile. 2 carri armati turchi sono già stati distrutti. I curdi sono ben preparati e armati. Entrambe le parti avranno molte perdite. Nel frattempo l’Esercito arabo siriano ed alleati avranno il tempo di dirigersi su Idlib. Gli Stati Uniti hanno creato il caos. La loro strategia in Siria, annunciata solo la scorsa settimana, va già a pezzi. Il Comando Centrale respinge ogni responsabilità sui curdi di Ifrin mentre si allea coi curdi nell’est. Sono le stesse persone. Il comandante curdo di Ifrin ha combattuto prima a Kobane. Ora gli aerei turchi decollano dalla base aerea statunitense di Incirlik per bombardare i curdi nell’ovest siriano, mentre gli aerei-cisterna statunitensi decollano da Incirlik per sostenere l’alleanza degli Stati Uniti coi curdi ad est. Il gruppo arabo Jaysh al-Thuwar faceva parte della foglia di fico araba che maschera il comando curdo-statunitense delle SDF nell’est. Ora ha cambiato lato e sarebbe tornato sotto la guida turca. Altri elementi delle SDF cambieranno lato. C’è da aspettarsi “attacchi interni” alle forze statunitensi che le addestrano. Il comando curdo incolpa la Russia per l’attacco turco ad Ifrin. È ridicolo. Siria e Russia avevano sostenuto i curdi per tutta la guerra. Sono stati i primi a consegnare armi e munizioni ai curdi per combattere i taqfiri. Furono i curdi a cambiare lato e a volere l’occupazione statunitense. Sono i curdi che hanno annunciato di chiedere il sostegno saudita. Solo pochi mesi prima il piano curdo in Iraq è fallito miseramente. Il governo iracheno ha recuperato tutte le conquiste che i curdi avevano fatto in oltre un decennio e gli Stati Uniti non fecero nulla per aiutare i loro “alleati” curdi. Perché i curdi in Siria credono che la loro immensa sovrestensione avrà un risultato diverso?Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le forze USA rimarranno in Siria finché non saranno scacciate

Elijah J. MagnierLe forze statunitensi rimarranno in Siria finché non saranno costrette a ritirarsi“. Questo è ciò che una fonte dai vertici in Siria (un dirigente) ha detto, in risposta al segretario di Stato USA Rex Tillerson, che rivelava l’intenzione degli Stati Uniti presenti nel nord-est della Siria di rimanervi per “impedire il ritorno dello SIIL”. “Quando fu pianificato l’attacco ad al-Buqamal, l’intelligence confermava la presenza di migliaia di terroristi dello SIIL nel Paese. La città era una roccaforte con enormi magazzini di armi, uomini e trincee difficili da gestire. Numerose forze attaccanti furono impiegate per circondare e assalire la città. Non fu considerato facile eliminare più di 2800 terroristi asserragliati per anni, e con un piano di difesa preparato e tunnel“, affermava la fonte. Il comandante confermò che “furono necessarie molte settimane per liberare al-Buqamal ed eliminare tutti i terroristi dello SIIL. Abbiamo anche tenuto conto del considerevole numero di vittime in questa difficile battaglia. Tuttavia, con nostra grande sorpresa, abbiamo affrontato un numero molto inferiore di terroristi rimasti per rallentare l’avanzata e permettere al grosso dei terroristi dello SIIL di fuggire ad est dell’Eufrate, dove operano le forze statunitensi. Ovviamente, lo SIIL considera gli Stati Uniti misericordiosi, offrendogli passaggio e residenza sicuri nell’area da loro controllata. Abbiamo sentito dal segretario di Stato USA ciò che abbiamo sempre sospettato: gli Stati Uniti vogliono rimanere in Siria per occuparne il territorio. Ciò significa che Siria ed Iraq dovranno aspettarsi ulteriori attacchi terroristici in futuro per due motivi: primo, lo SIIL si riorganizza sotto la supervisione degli Stati Uniti. Secondo, si prevede che gli attacchi dello SIIL riprendano in modo che gli Stati Uniti possano trovare una ragione per cui le proprie forze rimangano nel Paese“, osservava la fonte di alto rango. Quando Donald Trump era candidato alla presidenza, fece campagna affermando che Hillary Clinton, se fosse stata rieletta, avrebbe innescato la terza guerra mondiale restando in Siria e provocando la Russia. Non sorprende vedere Trump rimangiarsi le promesse, dato che non è la prima posizione che ha mutato con evidente mancanza di diplomazia e, anzi, mancanza di conoscenza negli affari mondiali. Oggi Trump, dopo la dichiarazione del suo ministro degli Esteri, ha deciso di occupare illegalmente il territorio siriano vicino a dove opera la Russia. Il linguaggio di Rex Tillerson era abbastanza confuso: nell’ultimo discorso ha ripetutamente affermato che “lo SIIL è stato sconfitto”, ma anche che, poiché “non è stato sconfitto”, è necessaria la presenza delle forze statunitensi in Siria, ed ha anche dato un’altra ragione contraddittoria, affermando che le sue forze “fermano l’influenza dell’Iran”, ma cambiava di nuovo attenzione parlando della questione libanese di Hezbollah e della sua “presenza ai confini tra Israele e Siria”. Ma lo SIIL è ancora in Siria, non solo nel nord-est sotto la protezione degli Stati Uniti, ma anche ai confini israeliani, con l’approvazione dei governanti israeliani. Israele e Tillerson cercano d’ignorare lo SIIL ai confini ma anche le dozzine di gruppi siriani pronti a schierarsi contro Stati Uniti ed Israele. Questi hanno primeggiato nelle guerra urbana e guerriglia per anni contro i taqfiri e hanno appreso l’esperienza di Hezbollah nella lotta decennale contro Israele. Hanno imparato l’arte dell’attacco, non solo della difesa; si sono addestrati nel fuoco e in battaglie vitali. Questi gruppi molto probabilmente creeranno un incubo per Tillerson e Israele.
La presenza delle forze statunitensi nel nord-est della Siria non influirà per nulla su presenza ed influenza iraniana che continuano ad aumentare dagli anni di guerra, e sono più forti che mai. In effetti, la politica estera degli Stati Uniti ha spinto la Siria tra le braccia dell’Iran. Questa stessa politica costrinse il presidente siriano a legarsi ad Hezbollah e a chiederne l’intervento nel momento in cui molti Paesi cospiravano contro la Siria per cambiarne il regime. Ancora una volta, è la stessa politica che ha spinto Assad a chiedere l’aiuto della Russia, riportandola sull’arena internazionale e ottenendo un rinnovato contratto di 49 anni per la base navale sulle coste siriane. In realtà, la maggior parte di ciò che Stati Uniti ed Israele non volevano accadesse è stato innescato da essi, materializzandosi nel Levante. L’unico risultato raggiunto è la distruzione delle infrastrutture siriane, con centinaia di migliaia di morti e milioni di sfollati e rifugiati, e un numero enorme di sfollati interni. Inoltre, l’ordine mondiale è ora mutato e il dominio unilaterale e incontrastato degli Stati Uniti è finito, grazie proprio alla loro politica estera. Washington cerca di rianimare ciò che è morto: ma non può resuscitarlo. “Chi non comprende il passato è condannato a ripeterlo”. Decidendo di occupare altro territorio in Medio Oriente, gli Stati Uniti davvero ignorano la storia: è inutile predicare ai sordi.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Siria: neo-tandem franco-turco?

Mouna Alno-Nakhal, Mondialisation 16 gennaio 2018Il ministero degli Esteri siriano ha dichiarato di aver condannato l’insistenza del governo francese a continuare la campagna di “false notizie” su ciò che accade in Siria. Campagna riassunta in queste poche righe sul sito “France Diplomatie” l’11 gennaio: “La Francia condanna gli intensi bombardamenti del regime di Bashar al-Assad e dei suoi alleati nella regione d’Idlib nei giorni scorsi, in particolare contro la popolazione civile e diversi ospedali. Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per la crisi umanitaria conseguente alla nuova offensiva aerea e terrestre nella regione d’Idlib. Decine di migliaia di persone sono state costrette a fuggire nelle ultime settimane. La Francia è indignata che nel Ghuta orientale, centinaia di migliaia di civili vivano ancora sotto assedio del regime di Bashar al-Assad, che rifiuta l’evacuazione medica di emergenza a centinaia di persone, tra cui molti bambini. Chiediamo che gli impegni presi ad Astana vengano rispettati, in modo che la violenza finisca il prima possibile. Va garantito immediatamente un accesso umanitario sicuro, completo e senza ostacoli a tutti i bisognosi. Questo ulteriore peggioramento della situazione in diverse regioni della Siria sottolinea l’urgenza di una soluzione politica nel quadro della risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite“[1]. In tali termini e col pretesto dell’urgenza della soluzione politica che porterebbe al potere un governo al soldo della coalizione internazionale di cui è stata e rimane punta di lancia, la diplomazia francese conferma, ancora una volta, di rifiutare l’intervento legittimo dell’Esercito arabo siriano e dei suoi alleati per la liberazione dei territori siriani ancora massacrati dalle cosiddette organizzazioni armate internazionali “non statali”, riconosciuti terroristi dalle autorità internazionali e dalla risoluzione 2254. Le organizzazioni terroristiche che la Francia sostiene di combattere e che avrebbe sconfitto, come annunciato dal presidente Macron durante la visita alla base militare francese ad Abu Dhabi, nel novembre 2017: “Abbiamo vinto a Raqqa. E le prossime settimane, e i prossimi mesi, ci permetteranno, credo profondamente, di vincere completamente nella zona iracheno-siriana” [2]. Profonda convinzione riaffermata il 17 dicembre durante un’intervista esclusiva a France 2, senza che si capisse su quale base questo “noi” avrebbe vinto: “Entro la fine di febbraio, avremo vinto la guerra in Siria… Bashar al-Assad ci sarà (…) perché protetto da chi ha vinto la guerra sul campo, Iran e Russia“!? Questo “noi” includerebbe le cosiddette forze democratiche siriane (SDF) essenzialmente rappresentate dai separatisti curdi che hanno occupato Raqqa e da cui gli Stati Uniti ricavano una parvenza di legittimità per giustificare l’istituzione di una dozzina di basi militari nel nord della Siria? Emmanuel Macron è stato attento a non menzionare le SDF il 5 gennaio, durante la conferenza stampa congiunta con Erdogan: “…Su questo argomento (la Siria), devo dire che posso percepire comuni visione ed interessi strategici. La volontà, una volta che la guerra contro lo SIIL sarà vinta, di costruire la pace e la stabilità della Siria… E in questo contesto, vorrei poter lavorare insieme. I processi di Astana e Sochi, che avevano interesse nell’allentamento militare, ho detto al presidente (Erdogan), non costruiranno, ai miei occhi, la pace, perché sono di parte politicamente… Penso che il processo di Astana sia stato utile nel contesto militare. Ha permesso le zone di de-escalation e di smilitarizzazione e quindi è stato abbastanza utile, ma entreremo nelle prossime settimane, quando il conflitto armato sarà finito, in una situazione da dopoguerra allo SIIL. E questo è il processo politico che inizierà, e il formato Astana-Sochi è, ai miei occhi, non del tutto giusto… Perché? Perché penso che molti al tavolo non abbiano gli stessi interessi del presidente Erdogan. Il loro interesse è maggiore nel costruire influenza bilaterale, potere e compromesso con la Siria, piuttosto che costruire una vera stabilità inclusiva. E quindi, penso che sia necessario associare altre potenze della regione ed è necessario, soprattutto per modalità, cosa che non succede oggi a Sochi, assicurarci che tutte le sensibilità, tutte le opposizioni siano ben rappresentate e ponendosi nel quadro di ciò che è stato deciso nelle Nazioni Unite, vale a dire la possibilità di lasciare tutti coloro che sono fuggiti dallo SIIL, ma il più delle volte dal regime di Bashar al-Assad, di potersi esprimere nel processo che metteremo in atto… Ho fatto un’evoluzione dalla dottrina storica francese che avrebbe dovuto dire: per me, l’eliminazione di Bashar al-Assad non è un prerequisito a tutto, c’è! E così, deve avere i suoi rappresentanti in questo processo e deve rappresentarsi. Tuttavia, non sono ingenuo e non ritengo oggi che abbia chiara legittimità a decidere, lui, in modo distorto il futuro della Siria… Ecco perché la Francia parteciperà ai “gruppi di affinità” organizzati in febbraio dalla Turchia…“[4]. Mentre per Recep Tayyip Erdogan, la minaccia è altrove, poiché specifica che i processi di Ginevra, Astana e Sochi sono complementari e continuano con la partecipazione della Turchia, ma: “…Al momento, l’intero problema è che organizzazioni come il PYD (Partito dell’Unione Democratica dei siriani curdi) e le YPG (ala armata del PYD) sono organizzazioni sussidiarie del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan, un gruppo armato curdo considerato terrorista da buona parte della comunità internazionale, come Unione europea, Stati Uniti, Regno Unito…) cercano di passare dal nord della Siria al Mediterraneo. Questo, non c’è dubbio che non lo permetteremo… Ma sfortunatamente, Paesi amici, Stati Uniti, nostri amici nella NATO… continuano ad inviare tonnellate di armi e munizioni a PYD e YPG… Inoltre, abbiamo proposto di combattere insieme la lotta contro lo SIIL, ma non hanno accettato e cercano di combattere un’organizzazione terroristica (SIIL) con altre due organizzazioni terroristiche (PYD e YPG). Questa concezione non è combattere il terrorismo… Questo mese siamo a Sochi, il mese prossimo saremo ad Istanbul, poi saremo a Teheran e continueremo questo processo, ma il nostro obiettivo non è una soluzione con Bashar al-Assad. Il nostro obiettivo è una soluzione senza Bashar al-Assad…“[4].
L’intervento di Nasir Qandil, ex-deputato e redattore capo del quotidiano libanese al-Bina, in un articolo pubblicato poche ore prima della conferenza stampa Macron-Erdogan: “Il 5 gennaio 2018, il presidente francese e la sua controparte turca si danno l’opportunità di formare un tandem che soddisfi le loro aspirazioni internazionali e regionali, in un momento in cui i loro Paesi non possono più seguire ciecamente le politiche di Washington e non possono aderire al campo avversario guidato da Mosca e Teheran. Infatti, Francia e Turchia appartengono ancora all’alleanza guidata dagli Stati Uniti, condividono le stesse preoccupazioni per la crescente importanza del ruolo di Russia e Iran, lo stesso desiderio di distruggere la vittoria siriana, lo stesso desiderio d’indebolire l’Asse della Resistenza in Medio Oriente; ma sono geograficamente in prima linea nelle conseguenze di qualsiasi destabilizzazione da forze interessate, minacce terroristiche, ondate migratorie, ecc. Da qui l’apparente disponibilità a distinguersi dagli Stati Uniti senza infastidirli adottando una strategia di stigmatizzazione che si forma gradualmente e che consiste in:
Sostenere una soluzione politica in Siria al di fuori della visione russa, senza entrare in conflitto con Mosca.
Mantenere l’accordo nucleare iraniano limitando il conflitto con l’Iran al ruolo d’indesiderabile nella regione.
Dichiarare l’impegno a rilanciare il processo politico tra palestinesi e israeliani al di fuori delle posizioni statunitensi che minano ogni possibilità di negoziato…
La Turchia, che non ha trovato seggi a Bruxelles, scopre che può ancora formare un’alleanza politica europea attraverso la Francia. Per la Francia, erede dell’egemonia ottomana e toccata dalla stessa nostalgia coloniale verso i Paesi della regione, scopre che potrebbe riservarsi una fetta della torta siriana con tale neo-tandem franco-turco…
“[5].
Un neo-tandem franco-turco dove tutti vedono la luce sulla propria porta, anche se la risposta quasi immediata del governo siriano al comunicato della diplomazia francese dell’11 gennaio denuncia il punto comune dei governi francese e turco: ancora una volta il rilancio di Jabhat al-Nusra, che fa un buon lavoro in Siria! La risposta dell’Agenzia d’informazione nazionale siriana (SANA), è in questi termini: “La Repubblica araba siriana è sorpresa dall’insistenza del ministero degli Esteri francese a continuare la campagna di disinformazione dell’opinione pubblica francese su ciò che accade in Siria, invocando motivi umanitari per camuffare la situazione. Fallimento amaro delle politiche che ha intrapreso contro la Siria. Il ministero degli Esteri francese mostra una grave ignoranza su ciò che accade nella regione d’Idlib. Pertanto, dovrebbe sapere che l’organizzazione Jabhat al-Nusra è classificata dalle Nazioni Unite organizzazione terroristica e che l’Esercito arabo siriano opera per liberare la regione dal terrorismo suo e di altre organizzazioni terroristiche che ne dipendono. La Siria smentisce categoricamente qualsiasi attacco ad ospedali e civili ed è indignata dal fatto che il ministero degli Esteri francese abbia riassunto le accuse di tale organizzazione terroristica; che, inoltre, non è interessata dagli accordi di Astana. Pertanto, coprire tale organizzazione terroristica è supportarla; costituendo flagrante violazione delle risoluzioni della legalità internazionale…” [6]. A cui vanno aggiunte le rivelazioni dell’esperto siriano di strategia militare Hasan Hasan, del 14 gennaio: “Negli ultimi giorni abbiamo visto che lo SIIL, crollato in gran parte della Siria, ora coopera con Jabhat al-Nusra, che la Turchia e altri Stati che sostengono il terrorismo tentano di riciclare. E Jabhat al-Nusra coopera con Partito del Turqistan, Ahrar al-Sham e ciò che resta dell’esercito libero siriano ad Idlib. Questi sono i ribelli gentili e moderati di cui la Coalizione internazionale e i suoi media s’impietosiscono!“[7]. Mentre l’ex-generale siriano Turqi al-Hasan spiegava ad al-Manar: “Ciò che suscita la rabbia di Erdogan è l’avanzata dell’Esercito arabo siriano e dei suoi alleati su Idlib, mentre sperava che avrebbero combattuto i curdi, anche se il Presidente Putin, i suoi ministri degli Esteri e della Difesa, avevano chiaramente annunciato che il 2018 sarà l’anno dell’annientamento di Jabhat al-Nusra [8], cioè al-Qaida in Siria, che controlla l’80% della regione d’Idlib, mentre le altre fazioni terroristiche guidate dalla Turchia ne controllano solo il 20%. Così, quando l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati avranno eseguito la missione presso l’aeroporto di Duhur, i 70 villaggi nella sacca di 2000 kmq dove Jabhat al-Nusra e SIIL infuriano, saranno assediati e liberati. Quindi, il terrorismo sarà sconfitto e il ruolo della Turchia in Siria finirà” [9].
Il processo di Astana, non del tutto giusto agli occhi di Emmanuel Macron, e a cui la diplomazia francese chiede che gli impegni vengano rispettati, viene brevemente chiarito da Nasir Qandil: “I suddetti gruppi armati e il loro sponsor turco hanno agito come se non si fossero resi conto che le zone di de-escalation, definite dagli accordi Turchia-Iran-Russia di Astana dopo la sconfitta ad Aleppo, gli offrivano l’opportunità di preparare un processo politico su governo, Costituzione ed elezioni in Siria, e che se non avessero colto l’opportunità durante la guerra allo SIIL, le equazioni sarebbero cambiate una volta terminata la guerra. Va detto che anche tra i ranghi dei partigiani della Siria e dell’Asse della Resistenza, alcuni non hanno capito la funzione del processo di Astana che si concentra sull’allentamento di dozzine di fronti per eliminare lo SIIL e dare alla Turchia e ai gruppi armati che sostiene l’opportunità di adattarsi ai cambiamenti. Pertanto, la battaglia d’Idlib pone la Turchia di fronte a una delle due opzioni: rivivere la sconfitta di Aleppo o rispettare gli accordi di Astana e, inevitabilmente, perseguirli a Sochi, sapendo che in questa battaglia la Russia non è un mediatore ma un partecipe. Infatti, le sue basi militari in Siria sono state attaccate da droni lanciati da gruppi di cui la Turchia è garante diretta, ed è Mosca che invita al dialogo di Sochi contro cui la Turchia guida la sua guerra d’ostruzionismo” [10]. Poiché lo scopo del processo di Astana è chiarito, Nasir Qandil passava al processo successivo, con un breve titolo: Idlib o Sochi? “Quando il piano di Erdogan di rafforzare i gruppi armati sotto il suo comando per lanciare un contrattacco contro l’Esercito arabo siriano ed alleati si è concluso in un clamoroso fallimento, con tutti i villaggi invasi in un giorno, propose al presidente russo di fermare l’offensiva su Idlib contro il successo del “Congresso nazionale siriano” a Sochi, con la partecipazione della Turchia e dei rappresentanti dei ribelli moderati senza precondizioni. Questo perché Erdogan immaginava di aver risparmiato tempo grazie al processo di Astana e di poter ancora riciclare Jabhat al-Nusra a favore del Congresso di Sochi. Quindi non si è reso conto che se fosse stato accettato come garante dell’Accordo tripartito di Astana, nonostante la sua leggendaria doppiezza (e senza l’opposizione del governo siriano), non lo fu per la sua grande intelligenze, ma perché siriani, russi ed iraniani avevano bisogno di allentare per porre fine militarmente allo SIIL, e una volta raggiunto l’obiettivo, reagire alle sue vere intenzioni. Rispettando gli impegni, la partnership sarebbe continuata. Non li ha rispettati, e l’offensiva su Idlib non può aspettare. E oggi alcun fronte è più importante di quello di Idlib, l’equazione prioritaria è: Idlib e Sochi, niente Idlib o Sochi, o scelta tra liberazione d’Idlib e perdita di Sochi. Pertanto, Erdogan non ha altra scelta che accettare la liberazione di Idlib e il successo di Sochi o essere espulso dalla soluzione in Siria. Queste sono le condizioni della coalizione siriano-iraniano-russa, non potendo giocare da solo e non avendo più un posto nella coalizione statunitense…” [11]. Detto questo, l’ottimismo di Qandil non gli impedisce di ammettere che: “La regione è sull’orlo del precipizio, mentre la scena siriana dice che le linee rosse, tracciate nella valle dell’Eufrate e altrove dall’amministrazione USA, non contano; chi s’imbarca alla riconquista dell’aeroporto di Duhur non tiene conto di ciò che statunitensi, sauditi e israeliano considerano linea rossa turca che siriani ed alleati non oserebbero attraversare, ed eccoli invece attraversarla; e che domani attraverseranno la valle dell’Eufrate liberando Raqqa dopo Idlib. Quindi, Washington sceglierà la guerra o si adatterà come spesso fa? In un caso come nell’altro, l’Asse della Resistenza non scommette né predice, ma decide. E la decisione della Siria e dei suoi alleati è continuare ad andare avanti, di porre fine a Jabhat al-Nusra (e SIIL), poi alla sacca curda nel nord della Siria, prima di aprirsi la strada al processo di Sochi; non alle manovre del processo di Ginevra” [12]. A questo punto, sembra utile sottolineare che il processo di Sochi, politicamente di parte come quello di Astana agli occhi di Macron, dovrebbe ospitare circa 1500 personalità siriane di ogni sensibilità, anche rappresentanti dei partiti curdi, nonostante l’opposizione della Turchia, che non può più fingere minacce alla propria sicurezza nazionale per prolungare l’invasione del territorio siriano, e che dicono: purché non mettano in dubbio la legittimità del governo siriano ed unità ed integrità della Siria. Per come Washington reagirà, la risposta è stata rapida, poiché il servizio di comunicazione della Coalizione, guidato dagli Stati Uniti e che normalmente coinvolge Francia e Turchia, ha confermato la creazione di una presunta “Forza di sicurezza delle frontiere” [13] nel nord della Siria, che sarà sotto l’autorità delle SDF e, presumibilmente, dei residui di SIIL e consorelle. In tali circostanze, resta da vedere se il neo-tandem franco-turco continuerà e, soprattutto, quale processo di pace in Siria pretende di attuare Macron.Fonti:
[1] Diplomazia/Eventi Francia 2018/Prima pagina questo 11 gennaio
[2] “Abbiamo vinto a Raqqa”, dice Emmanuel Macron ad Abu Dhabi
[3] Intervista esclusiva di Emmanuel Macron a “20 heures” di France 2
[4] Conferenza stampa di Emmanuel Macron e Recep Tayyip Erdogan
[5] ركيا وفرنسا ثنائي جديد
[6] سورية تستهجن تبني الخارجية الفرنسية ادعاءات تنظيم (جبهة النصرة) الإرهابي
[7] استديو الحدث | رانيا عثمان
[8] بين قوسين | المنار
[9] Lavrov si riferisce al principale nemico in Siria aiutato “dall’estero”
[10] ستانة
[11] إدلب أم سوتشي
[12] حافة الهاوية
[13] Siria: curdi per formare una forza di confine con la coalizione internazionale

Traduzione di Alessandro Lattanzio