Gli USA in ritirata mentre le forze filo-russe avanzano in Medio Oriente

Finian Cunningham SCF 06.11.2017È stata una settimana intensa per il Medio Oriente. Le forze filo-russe sono avanzate ulteriormente sconfiggendo i fantocci sponsorizzati dagli Stati Uniti in Siria, con una terribile dimostrazione di potenza a lungo raggio aeronavale contro i terroristi nei pressi di Dayr al-Zur. Questo mentre il Presidente Vladimir Putin veniva accolto nella capitale iraniana dall’Ayatollah Khamenei, per una riunione che chiariva nettamente la nuova realtà dell’autorità geopolitica regionale. Pochi giorni dopo, il premier libanese Sad Hariri, sostenuto dai sauditi, si “dimetteva” a sorpresa, senza esserlo per chi segue gli eventi. Hariri fece un discorso scioccante dalla capitale saudita Riyadh, accusando l’Iran e l’alleato libanese Hezbollah di “destabilizzare” il suo Paese e persino di volerlo assassinare. L’Iran denunciava l’arcano di Hariri come “messinscena” ed attuazione del programma deciso da Washington ed alleati regionali, Arabia Saudita ed Israele, volto a colpire Iran ed Hezbollah. Il presidente del Libano Michel Aoun, che ha rapporti abbastanza buoni con Iran ed Hezbollah, non era contento dell’addio del primo ministro alla tv dalla capitale saudita. Aoun riferiva, piuttosto, che si aspettava che Hariri ritornasse in Libano per spiegare le dimissioni mentre soggiornava in un Paese straniero. Il presidente libanese aveva anche respinto le dichiarazioni sull’interferenza iraniana negli affari interni del suo Paese. Nel frattempo, contemporaneamente, i governanti sauditi lanciavano la retata contro i rivali nel regno con la scusa di un'”azione contro la corruzione”. Decine di principi sauditi, così come ministri attuali ed ex, arrestati o licenziati per consolidare ulteriormente il potere di re Salman e suo figlio, il principe ereditario Muhamad bin Salman. Le notizie sui media occidentali tendevano a rappresentare colpevoli gli accusati, suggerendo una pulizia anticorruzione. Mentre la realtà è che il regime saudita concentra il potere autocratico sbarazzandosi dei rivali interni presunti. La mossa renderà i Saud ancora più insicuri nel detenere il potere assoluto. Tali incantesimi per spaventare criminali e nemici vari, ci dicono che la fine è vicina. Un po’ come smuovere le sedie a sdraio mentre il Titanic cola a picco. È un’opera disperata, ma inutile ad evitare l’inevitabile. Una realtà inevitabile è che la Siria è stata salvata dall’asse degli USA e dal suo piano criminale per rovesciare il governo del Presidente Bashar al-Assad. La guerra di sei anni per il cambio di regime è stata sconfitta, soprattutto dall’intervento di Russia, Iran e Hezbollah a sostegno dello Stato siriano.
Quando Putin visitava Teheran, la scorsa settimana, era ovvio dall’interazione con l’Ayatollah Ali Khamenei che Russia-Iran sono la nuova forza dominante in Medio Oriente. L’asse guidato dagli Stati Uniti e con l’ordine di affermarvi il dominio col conflitto settario e il caos è decisamente in declino. La Siria rappresenta una grave sconfitta dell’asse guidato dagli Stati Uniti e, al contrario, una monumentale vendetta di Russia, Iran e Hezbollah che stabilizzaa una regione strategicamente importante. L’ex-premier libanese Sad Hariri ovviamente può gettare disperatamente i dadi al casinò dell’ultima chance. Ma non è sua l’iniziativa. Il patetico Hariri, dalla nazionalità saudita e libanese, esegue gli ordini dei suoi padroni dell’asse statunitense, accusando Iran ed Hezbollah di presunta discordia e di un complotto per assassinarlo, Hariri cerca con non chalance di gettare il suo Paese in una possibile guerra civile. Sad Hariri, miliardario il cui padre Rafiq fu ucciso con una bomba nel 2005, accende le tensioni settarie in Libano. Il suo Movimento futuro finanziato dall’Arabia Saudita accusa regolarmente Hezbollah di avergli ucciso il padre 12 anni fa. Non è chiaro chi uccise Rafiq Hariri. Hezbollah ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento. L’assassinio di Rafiq Hariri potrebbe essere stata una falsa bandiera di CIA e Mossad per accusare Hezbollah, incitare il settarismo regionale e demonizzare l’Iran. La drammatica, per non dire altro, dimissione di Sad Hariri da primo ministro libanese nel fine settimana, sembra un tentativo di riaccendere le passioni settarie in Libano e rientra nella trama per attuare l’agenda della destabilizzazione guidata dagli Stati Uniti nella regione. Avendo visto distrutto il loro piano nefasto in Siria, Washington e clienti regionali cercano di passare a un altro teatro. Il rifiuto dell’amministrazione Trump, il mese scorso, dell’accordo nucleare internazionale con l’Iran e l’adozione di nuove sanzioni di Washington per la presunta sponsorizzazione del terrorismo iraniano, sono coerenti col tentativo di aprire un nuovo conflitto. Trump vuole anche imporre nuove sanzioni a Hezbollah per presunto terrorismo nei confronti degli Stati Uniti. Dato che Hezbollah fa parte del governo di coalizione del Libano, le sanzioni di Washington vi alimenteranno le tensioni sociali e politiche. Ancora una volta il piccolo Paese mediterraneo è esposto ai pericoli della guerra civile per le ambizioni geopolitiche statunitensi, saudite e israeliane. Le cicatrici della guerra civile del Libano (1975-90) tra le fazioni religiose sono ancora vive. Hariri e i suoi manipolatori statunitensi e sauditi, deliberatamente riaprono quelle ferite. Tutto ciò perché l’asse statunitense non può sopportare la sconfitta storica subita in Siria per mano dell’Esercito arabo siriano, col sostegno di Russia, Iran ed Hezbollah. Tuttavia, il tentativo di spostare il conflitto altrove non è una mossa intelligente come i suoi orchestratori potrebbero pensare. Per cominciare, la regione e il mondo sono assai meglio informati sulla nevrotica agenda settaria e terroristica di Washington ed alleati. I clienti come Sad Hariri sono visti per ciò che sono. Volenterosi burattini che non hanno alcuna preoccupazione per il benessere delle proprie nazioni. Non solo Washington è denunciata come fonte dei conflitti in Medio Oriente, ma i suoi regimi clienti lo sono anche. Ciò spiega perché la Casa dei Saud si affretti a barricarsi contro un possibile dissenso interno. Ha i giorni contati e lo sa.
Naturalmente il pericolo è sempre presente. Ma la Russia ha ancora il diritto di essere orgogliosa di essere stata acclamata a ripristinare stabilità e pace in Medio Oriente. La Russia e i suoi alleati Iran, Libano, Siria e Iraq avanzano forgiando una regione innanzitutto al servizio degli interessi dei popoli, piuttosto che degli interessi di Washington e suoi regimi clienti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Putin e il Medio Oriente

Con la nuova iniziativa per porre fine alla crisi siriana, il presidente russo emerge quale principale regolatore della regione
Abdalbari Atwan, Rai al-Yum 1° novembre 2017Il Presidente Vladimir Putin sorprende regolarmente per i risultati politici, diplomatici e militari in Medio Oriente che ne affermano la qualità della leadership dimostrando di avere una strategia chiara per affrontare i vari problemi della regione, soprattutto la crisi siriana. L’intervento in Siria si è rivelato decisivo garantendo grandi successi sul campo: tregue nel Paese, istituzione di quattro zone di de-escalation e avvio dei colloqui quadro di Astana che hanno riunito i capifazione dell’opposizione armata coi rappresentanti del governo siriano. Putin ha sorpreso con un altro, e non meno importante, sviluppo. Sono stati invitati più di 33 fazioni e gruppi politici e tribali al dialogo nazionale di Sochi sul Mar Nero, per il 18 novembre. L’obiettivo è discutere e concordare a grandi linee la nuova costituzione siriana che deciderà carattere ed identità della Siria futura, consolidandone la convivenza e la partecipazione delle varie componenti confessionali ed etniche del Paese, ponendo le basi di un nuovo sistema politico istituito dalle tanto attese riforme. I tre Paesi interessati, Iran, Turchia e Siria, hanno accettato senza esitazione e approvato questo passo. Ciò significa che le parti più attive ed influenti della crisi siriana hanno adottato la tabella di marcia russa che vogliono abbia successo e sono altresì disposte a rimuovere eventuali ostacoli. La Turchia, per esempio, ha tolto il vecchio veto su qualsiasi coinvolgimento delle unità di protezione dei popoli curdi (YPG), che ha sempre visto come organizzazione ‘terroristica’ che sfida i suoi confini e minaccia la sua sicurezza. Ma non ha espresso alcuna obiezione alle YPG partecipi alla conferenza sulla Siria che mira ad includere i rappresentanti di tutti i gruppi etnici, religiosi e confessionali. La convocazione di questa conferenza, prevista tra tre settimane, dopo il settimo round dei colloqui di Astana, attesta la vittoria militare decisiva sul campo in Siria e l’avvio della fase politica dei colloqui e della riconciliazione nazionale, prerequisito per la stabilità e la ricostruzione.
Le conferenze sotto gli auspici nominali dell’ONU a Ginevra, sponsorizzate dagli Stati Uniti, sono superflue e superate dagli eventi, venendo abbandonate da tutti gli attori pertinenti e soppiantate dalla conferenza di Sochi. In termini strategici, la guerra in Siria è stata vinta dallo Stato col Presidente Bashar al-Assad saldo in carica di cui nessuno più seriamente ne chiede la rimozione, protetto dall’Esercito arabo siriano che ha dimostrato notevole saldezza per sette anni. Questo non sarebbe mai stato possibile senza Putin, il suo acume politico, prontezza ad agire rapidamente in aiuto degli alleati, resistenza quando suoi soldati e comandanti cominciarono ad essere presi di mira e capacità di stabilire forti ed efficaci alleanze politiche e militari, il suo rifiuto a farsi intimidire dagli Stati Uniti e dalle loro armadas. I suoi piani, almeno finora, si sono dimostrati precisi e accurati. Putin merita di diventare il primo regolatore del nuovo Medio Oriente che emerge dalle rovine di quattro decenni di dominio degli USA, agendo consultandosi cogli alleati fidati e di cui si fida. I funzionari dei Paesi limitrofi e di varie parti del mondo si presentano in numero crescente a Damasco per cercare di normalizzare le relazioni col regime. I sette anni di guerra civile lasciano il posto a sicurezza e stabilità in cui lo Stato può, o almeno deve, affrontare le priorità che è stato costretto a mettere da parte: riparare e riformare le strutture e provvedere alle esigenze di base dei cittadini, soprattutto giustizia sociale e partecipazione democratica al governo.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli Stati Uniti aumentano la pressione su Iran ed Hezbollah, senza risultati

Elijah J. Magnier, 14 ottobre 2017Gli Stati Uniti hanno aumentato le tensioni con l’Iran senza intraprendere alcuna iniziativa concreta per uscire dall’accordo nucleare. Il motivo per cui Trump si limiterà all’abuso verbale continuando a minacciare misure ostili contro Teheran, senza eseguirle, è fondamentalmente evitare una frattura tra Stati Uniti ed UE. L’accordo nucleare non è bilaterale, per cui il ritiro degli Stati Uniti non può teoricamente estinguerlo. Ciononostante, per l’Iran, probabilmente in questo caso l’accordo sarebbe totalmente nullo, con ciò che implica. Così gli Stati Uniti continuano la loro aggressiva campagna verbale contro l’Iran, confondendo gli europei che giustamente non riescono a prevedere quali decisioni questo presidente degli Stati Uniti possa adottare nel medio-lungo termine. Tuttavia, l’obiettivo non è solo l’Iran ma anche il principale alleato e braccio militare in Medio Oriente: Hezbollah libanese. Gli Stati Uniti hanno pubblicato le taglie di due aderenti al Consiglio militare di Hezbollah (la massima autorità militare dell’organizzazione), Haj Fuad Shuqr e Haj Talal Hamiyah, assegnando “12 milioni di dollari a chiunque possa dare informazioni” utili a processarli. La taglia mostra volutamente vecchie foto dei due uomini per evitare di rivelare le fonti d’intelligence che ne hanno fornito di più recenti. Resta la domanda: quale Paese ne trarrebbe vantaggio? L’Iran non è più interessato a ciò che Donald Trump farà dell’accordo nucleare. La leadership iraniana ha creato centinaia di società commerciali durante l’embargo, soprattutto in Oman, Dubai e Abu Dhabi, per contrastare oltre 30 anni di sanzioni ed embargo statunitensi. Inoltre, l’Iran impiega oro e petrolio in cambio di beni e tecnologia da molti anni accettando di acquistare a prezzi più elevati che sul mercato aperto. Oggi l’accordo nucleare ha aperto il mercato iraniano e l’ha collegato a quelli europei. L’Unione europea non è disposta a perderlo in questo momento, soprattutto con la crisi finanziaria che il vecchio continente vive dal 2008, solo perché Trump, presidente degli Stati Uniti (l’unico tra i firmatari) ritiene unilateralmente che “lo spirito dell’accordo nucleare sia stato violato”. Gli Stati Uniti vorrebbero vedere il programma missilistico iraniano finire assieme all’invio di armi ad Hezbollah: questo sarebbe favorito anche da Arabia Saudita e Israele. Tuttavia questi temi sono considerati da tutti i Paesi firmatari (incluso l’Iran ma con l’eccezione degli Stati Uniti) come non correlati ed esclusi dall’accordo nucleare. I funzionari sauditi hanno visitato recentemente Washington, offrendo assistenza finanziaria illimitata affinché gli Stati Uniti distruggano Hezbollah e limitino l’influenza dell’Iran nel Medio Oriente. Infatti, Hezbollah è considerato la rovina del gioco dei Paesi internazionali e regionali che sostennero il cambio di regime in Siria. Pertanto, molti vorrebbero vedere Hezbollah, braccio dell’Iran, eliminato completamente, perché così l’Iran diverrebbe un gigante senza braccia. Inoltre, durante la visita del re saudita a Mosca, la monarchia informò il Presidente Vladimir Putin che tutti i gruppi operanti in Siria, come “Stato islamico” (SIIL), al-Qaida e Hezbollah, sono considerati terroristi e dovrebbero essere eliminati. Putin, nonostante la generosa offerta finanziaria del re ad investire nei prodotti russi, era molto chiaro: qualsiasi Paese o gruppo che combatte in Siria su richiesta del governo legittimo non è un gruppo terroristico. Il “capo di Hezbollah” non era sul tavolo della capitale russa.
Per quanto riguarda le ricompense statunitensi, i leader di Hezbollah del primo, secondo e terzo ramo dell’organizzazione si muovono liberamente tra Beirut, Damasco, Teheran e Baghdad, in base alle esigenze della “guerra al terrore” in cui l’organizzazione partecipa contro “Stato islamico” (SIIL) e al-Qaida in Siria e in Iraq. Nessuna autorità, né libanese né statunitense, oserebbe arrestare uno dei leader di Hezbollah senza subire conseguenze dirette, che andrebbero dall’attacco ai loro soldati ad attaccare i loro interessi in Medio Oriente. Il rapimento (o cattura) va trattato in modo simile e respinto senza esitazione. L’ultimo “incidente” si verificò in Iraq quando Washington espresse il desiderio, quando Baghdad chiedeva alle forze statunitensi di uscire dall’Iraq sotto il presidente Barack Obama, di rapire negli USA il comandante di Hezbollah Ali Musa Daqduq. Hezbollah quindi inviò un messaggio chiaro all’amministrazione statunitense, attraverso i leader iracheni, che rapire Daqdouq avrebbe significato che ogni soldato e ufficiale statunitense in Medio Oriente, soprattutto in Iraq, sarebbero stato un ostaggio. Ciò spinse Washington a chiudere un occhio e lasciare gli iracheni decidere sul destino dell’ufficiale di Hezbollah che partecipò all’eliminazione di cinque soldati e ufficiali statunitensi in un’operazione impressionante a Qarbala. Nel gennaio 2007, Daqduq, insieme al gruppo della resistenza di Muqtada al-Sadr, Asaayb Ahl al-Haq, utilizzò le auto blindate di un ministro iracheno che gli stessi Stati Uniti gli avevano donato. Il fatto che Daqduq fosse a bordo facilitò l’ingresso del convoglio nell’edificio governativo senza sollevare i sospetti delle forze statunitensi all’interno. Hezbollah sa che molti soldati e ufficiali statunitensi viaggiano liberamente in Libano, operando principalmente con l’esercito libanese. Pertanto, l’organizzazione si assicura che gli Stati Uniti sappiano della sua capacità di rispondere e di non lasciare suoi uomini prigionieri senza una risposta. Hezbollah ritiene che i propri leader siano sicuri dal rapimento, ma non dai tentativi di assassinio. Così, “le taglie” degli Stati Uniti sui due comandanti di Hezbollah mirano ad accontentare gli alleati mediorientali (Israele e Arabia Saudita) dicendo che “siamo tutti sulla stessa barca contro la presenza e le capacità operative di Hezbollah”. Infatti, dimostra come Washington prenda seriamente misure politiche piuttosto che operative per limitare Hezbollah e Iran nel Medio Oriente. Entrambi considerati nemici degli Stati Uniti e dai loro stretti collaboratori israeliani e sauditi.
Tel Aviv, come Washington, si limita ad adottare una minacciosa retorica, parlando di “guerra imminente” contro Hezbollah, ma senza andare oltre od adottare passi bellicosi oltre al rullo dei tamburi. Nell’improbabile caso di guerra tra Israele e Hezbollah, non c’è dubbio che Israele abbia la capacità militare distruttiva di riportare il Libano all'”età della pietra”, come afferma. Tuttavia, è una situazione che i libanesi hanno già vissuto con la guerra civile nel 1975 e le due (1982 e 2006) guerre israeliane. In queste guerre Israele attaccò e distrusse le infrastrutture libanesi, uccidendo migliaia di civili e centinaia di militanti di Hezbollah. Tuttavia, non c’è dubbio anche che Hezbollah avrebbe inflitto ad Israele lo stesso scenario da “età della pietra”, con decine di migliaia di razzi e missili, anche ad alta precisione. La popolazione israeliana però non è abituata a un tale scenario: i missili di Hezbollah colpirebbero infrastrutture (ponti, centri di concentrazione, mercati, acqua, elettricità, impianti chimici e altro), porti, aeroporti, caserme e istituzioni militari e case civili. È vero che i capi politici e militari israeliani non sono ingenui e non scambiano mai la propria sicurezza col sostegno economico e finanziario (offerto dall’Arabia Saudita per distruggere Hezbollah), non importa quanto sia sostanziale. Israele non scambia un rapporto diplomatico pubblico con l’Arabia Saudita e la maggior parte dei Paesi del Golfo rinunciando alla propria sicurezza e al benessere del proprio popolo. I comandanti israeliani sanno bene dell’esperienza militare unica che Hezbollah ha sviluppato in Siria e Iraq e come utilizzi nuovi bunker sotterranei per i missili a lungo raggio al confine libanese-israeliano. Tuttavia, Israele e Stati Uniti possono effettuare attacchi militari e d’intelligence per colpire i leader di Hezbollah, come fecero in passato col Segretario generale Sayad Abas al-Musaui, con il vice di Sayad Hasan Nasrallah Imad Mughniyah e contro altri della leadership come Husayn al-Laqis, Samir Qantar, Jihad Mughniyah ecc. Il “conto” è ancora aperto tra Hezbollah e Israele. L’organizzazione libanese ha certamente tentato simili attacchi d’intelligence contro Israele. Tuttavia, diversi tentativi sono falliti a causa della cattiva pianificazione e della violazione per mano dell’intelligence statunitense e israeliana della sicurezza di Hezbollah, tramite un ufficiale dell’unità per le operazioni estere. Ma l’equilibrio del terrore tra Hezbollah e Israele rimane: Hezbollah è più a suo agio in Siria oggi e può dedicare più risorse alla lotta contro Israele ed alleati nella regione. Così, la pressione statunitense rimane nei limiti dell’incapacità di chiunque ad attuarla: non c’è Paese o entità che voglia affrontare un rivale come Hezbollah, addestrato nell’arte della guerra e della politica ed attore essenziale nel Medio Oriente e nelle arene internazionali.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Due anni in Siria: un successo delle Forze Armate russe

Peter Korzun SCF 01.10.2017Il 30 settembre era il secondo anniversario dell’operazione antiterrorismo in Siria. Due anni fa, il 30 settembre del 2015, i velivoli russi lanciavano i primi attacchi aerei. Oggi la guerra volge al termine. L’operazione è un successo. Le Forze Aerospaziali hanno condotto 30650 sortite operative in Siria compiendo 92000 attacchi su 96800 bersagli terroristici. 53700 terroristi sono stati eliminati. I centri di comandi nonché la logistica sono stati i primi obiettivi da distruggere. I terroristi sono stati isolati dai rifornimenti e dai flussi finanziari perché l’invio illegale di petrolio è stato fermato. Le Forze Aerospaziali hanno utilizzato aerei da attacco Su-24M e Su-25, bombardieri Su-34, bombardieri strategici Tu-22M3, Tu-160 e Tu-95, caccia multiruolo Su-27SM, Su-30SM e Su-35S, intercettatori MiG-31, elicotteri Mi-8, Mi-24, Mi-28N, Ka-52, aerei-radar A-50, aerei da ricognizione Tu-214R, aerei da intelligence elettronica Il-20M1 e aerei da guerra elettronica. Il gruppo aereo non ha mai superato i 35 aeromobili in un dato momento. Gli aeromobili russi usano il nuovo “sottosistema di calcolo speciale” SVP-24 per migliorare la precisione degli attacchi. Viene installato su aerei da combattimento Tu-22M, Su-24M e Su-25. Il sottosistema utilizza il sistema di navigazione satellitare GLONASS per confrontare costantemente la posizione del velivolo e del bersaglio. Misura i parametri ambientali (pressione, umidità, velocità del vento, velocità dell’aereo, angolo di attacco, ecc.) e riceve informazioni dai collegamenti dati (altri aerei, velivoli-radar, stazioni a terra, ecc.) per calcolare “scatola”, altitudine, rotta) entro cui una bomba a gravità viene automaticamente sganciata nel momento dato. Di conseguenza, le bombe a gravità colpiscono con la stessa precisione delle munizioni guidate. Anche se GLONASS viene disturbato, i numerosi sensori consentono al computer di puntare. Le condizioni meteo o l’ora del giorno non hanno alcun ruolo. Il puntamento lancia e dimentica consente al pilota di concentrarsi sulla rilevazione di minacce e obiettivi. Il SVP-24 è montato sull’aereo (non sulla bomba) venendo riutilizzato più e più volte. Il sottosistema può essere installato su praticamente qualsiasi velivolo ad ala rotante o fissa. Lo sviluppo di sofisticati sistemi di puntamento ha permesso alle Forze Aerospaziali russe di colpire obiettivi con la massima precisione, utilizzando un enorme stock di munizioni dai costi trascurabili rispetto alle bombe guidate. Nel complesso, la Russia ha perso tre aerei. Uno colpito da un aereo turco e due, un Su-33 e un MiG-29K, persi a causa di incidenti, non di fuoco nemico. Le perdite comprendono cinque elicotteri. 38 militari hanno perso la vita. Il gruppo aereo basato a Humaymim, base principale della Russia in Siria, non ha perso un solo velivolo ad ala fissa in tutta l’operazione. In realtà, le Forze Aerospaziali non hanno avuto alcuna perdita. Gli elicotteri perduti appartenevano all’Aviazione dell’Esercito. È un risultato straordinario. In generale, l’operazione non ha avuto problemi. Il problema del rifornimento in volo che ha inizialmente ostacolato l’operazione, è stato superato. Bersagli chiave sono stati colpiti da aerei e missili a lunga gittata a bordo di navi. Dopo aver acquisito la capacità di svolgere missioni accurate con missili a lunga gittata, la Russia è entrata in un club esclusivo degli armamenti. Il contributo delle Forze per le operazioni speciali (SOF) è stato immenso. Sono coinvolti nell’acquisizione di bersagli per gli aerei da combattimento e per altri scopi, come l’addestramento di truppe governative siriane, l’eliminazione dei terroristi e distruzione di oggetti nemici cruciali. L’addestramento fornito dai consiglieri russi ha trasformato l’Esercito arabo siriano in una forza formidabile, segnando una vittoria dopo l’altra. Ad esempio, l’Esercito arabo siriano ha condotto un’operazione aerea unica il 12 agosto, dispiegando paracadutisti dietro le posizioni dello Stato islamico a 20 km dal fronte. L’operazione portò alla liberazione della città di al-Hadar. I consiglieri militari russi furono coinvolti nella pianificazione. Il mese scorso, i militari russi costruivano un ponte sul fiume Eufrate vicino Dayr al-Zur per spostare truppe e veicoli sull’altro lato per sostenere l’offensiva siriana. 8000 veicoli da 50 tonnellate possono attraversare il ponte in 24 ore, compresi carri armati. Il ponte fu eretto sotto il tiro dei terroristi in meno di 48 ore. Può anche essere utilizzato per fornire aiuti umanitari e evacuare malati e feriti. I militari russi hanno ottimi intelligence, logistica e addestramento. L’intelligence è stata efficace per definire gli obiettivi degli attacchi missilistici dal mare.
Quando la Russia è intervenuta, i gruppi terroristici controllavano il 70% del territorio siriano e guadagnavano terreno. Oggi, il territorio controllato delle forze governative della Siria è aumentato di quattro volte da 19000 a 78000 kmq. Gran parte della popolazione risiede nei territori liberi dai gruppi armati illegali. I terroristi sono ridimensionati nelle province di Hama e Homs. Sono stati scacciati da Lataqia. Aleppo e Palmyra sono state liberate. La strada principale che collega Damasco alla parte settentrionale del Paese è stata sbloccata. Le autorità legittime hanno riconquistato il controllo della città di Dayr al-Zur. Alcuni importanti campi di petrolio e gas sono ora controllati. Le aree che si estendono per oltre 180 km lungo il confine siriano-iracheno e per 195 km lungo il confine con la Giordania (le province di Suwayda e Damasco) sono state sgombrate dai terroristi. Vedere combattere coi propri occhi è incredibilmente importante. Gli equipaggi spesso ruotano per far acquisire esperienza a quanti più uomini possibile. Dal settembre 2017, l’86% del personale di volo delle forze aerospaziali ha acquisito un’esperienza in combattimento, tra cui gli equipaggi dell’Aviazione a Lungo Raggio: 75%, dell’Aviazione Tattica: 79%, dell’Aviazione da Trasporto Militare: 88%. L’89% degli equipaggi dell’Aviazione dell’Esercito ha operato in Siria. Le Forze Armate russe hanno comandanti con esperienza nelle missioni congiunte. Il principio della cooperazione predomina nelle Forze Armate. L’esperienza del comando congiunto ha reso possibile l’assegnazione del Colonnello-Generale Sergej Surovikin al comando delle Forze Aerospaziali, posizione che assumerà questo mese. La sua esperienza nelle operazioni congiunte è decisiva per la nomina. Anche le forze russe hanno acquisito esperienza nell’organizzare operazioni umanitarie. I medici militari hanno aiutato decine di migliaia di siriani. Lo sminamento è parte importante della campagna in Siria. I genieri russi hanno eliminato mine da 5295 ettari di terreno, distruggendo 60384 dispositivi esplosivi. 586 genieri siriani sono stati addestrati e 102 vengono addestrati adesso.
In due anni le forze russe schierate in Siria, dopo la richiesta di assistenza dal governo legittimo di Damasco, hanno mutato completamente la situazione nel Paese. L’operazione ha danneggiato notevolmente le fonti finanziarie dei terroristi, compromettendone gravemente la capacità di reclutare nuovi aderenti, di acquistare armi e di diffondere il jihadismo. Il successo militare ha reso possibile l’iniziativa della Russia volta a promuovere il cessate il fuoco tra il governo siriano e gruppi di opposizione “moderati”. Di conseguenza, vi sono quattro zone di de-escalation nel Paese. Le prospettive per la pace sono diventate reali. Il coinvolgimento militare russo ha dato al popolo siriano la speranza di una vita normale ed ha anche riaffermato lo status della Russia a superpotenza globale in grado di proiettare forze lontano dalle proprie frontiere.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli USA si vendicano della sconfitta in Siria

Alessandro Lattanzio, 25/9/2017Il Tenente-Generale Valerij Asapov, delle Forze Armate russe, cadeva per mano dei terroristi dello SIIL presso Dayr al-Zur, in un avamposto delle forze siriane, colpito dai frammenti di un proiettile di mortaio. 37 militari russi sono caduti in Siria dall’inizio delle operazioni nel settembre 2015. Il Tenente-Generale Valerij Asapov era un ufficiale della 5.ta Armata del Distretto Militare Orientale della Federazione Russa. Era nel posto di comando avanzato dell’Esercito arabo siriano per le operazioni di liberazione di Dayr al-Zur, contro i terroristi dello SIIL. Valerij Asapov da diversi mesi coordinava le operazioni russe e siriane dai posti di comando avanzati dell’Esercito arabo siriano, perciò non è improbabile sia diventato bersaglio della CIA e del Pentagono, che Mosca ha esplicitamente indicato quali mandanti di al-Qaida e complici dello Stato islamico (SIIL). “Il Generale è sempre stato in prima linea, mostrando col proprio esempio il compito di un vero comandante“, dichiarava il parlamento regionale di Ussurijsk, città di origine di Asapov. “I compagni d’arme ricordano Valerij Asapov come uomo affidabile, coraggioso, risoluto e di principio… La sua morte è una perdita enorme per le Forze Armate della Federazione Russa. La memoria del Generale Asapov vivrà per sempre“. La morte del Generale Asapov avviene all’indomani delle prove esibite dal Ministero della Difesa russo sulla presenza di forze speciali statunitensi nei territori presso Dayr al-Zur occupati dallo SIIL, nonché sull’offensiva di Jabhat al-Nusra orchestrata dai servizi segreti statunitensi, il 19 settembre a nord di Hama, conclusasi con la controffensiva siriano-russa che eliminava 850 terroristi. Senza dimenticare che qualche giorno prima, un velivolo russo aveva annientato il comando dello SIIL presso Dayr al-Zur, appena ricostituito coi capi islamisti evacuati e recuperati dalle forze speciali statunitensi nel deserto orientale della Siria e nella provincia di Mosul, in Iraq. Difatti, il Ministro degli Esteri siriano Walid Mualam accusava gli Stati Uniti di utilizzare i terroristi per sabotare il processo di pace di Astana.A Dayr al-Zur, il 25 settembre, le forze siriane liquidavano la sacca di Madan, sulla riva dell’Eufrate, a nord-ovest della città, mentre gli ultimi terroristi fuggivano nel deserto a sud di Madan. Nel corso dell’operazione, l’emiro di Madan e numerosi capi dello SIIL erano stati eliminati.
I combattimenti sull’isola Saqar continuavano, con l’EAS che vi schierava una nuova batteria di lanciarazzi multipli pesanti BM-27, arrivati assieme al continuo flusso di rinforzi e rifornimenti per Dayr al-Zur, che diventa il centro logistico per le operazioni nella Siria orientale. Ad oriente della città, verso Mayadin, il fronte veniva stabilizzato, mentre l’EAS si dedicava a liquidare la sacca di Madan. Nel frattempo lo SIIL puntava sul sostegno, diretto o indiretto, delle forze speciali statunitensi e della loro proiezione locale, l’alleanza curdo-islamista delle SDF che riusciva ad occupare il campo petrolifero di Tabia, a nord della testa di ponte siriana sull’Eufrate. Qui le forze siriane ricevono da Humaymin gli elementi per costruire i ponti adatti al trasferimento di mezzi pesanti e dell’artiglieria. Lo stesso giorno, i velivoli da combattimento russi effettuavano molteplici sortite su diverse basi dei terroristi nella provincia di Idlib, a Saraqib, Sarmin, Qan Shayqun, Marat al-Numan e Qafr Nabudah. Infine, dei droni armati del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniano effettuavano diversi attacchi sulle posizioni dello Stato islamico nei pressi della frontiera con l’Iraq, distruggendo 2 centri di comando, 1 carro armato e 1 deposito del gruppo terroristico, nell’ambito dell’operazione Wal-Fajr 3 dell’Esercito arabo siriano per liberare al-Buqamal.

Fonti:
Cassad
Muraselon
Muraselon
RussiaToday