Il decano degli agenti segreti della Russia compie 101 anni

FRN, 12 febbraio 2018Il 10 febbraio, l’ufficiale e sabotatore dell’intelligence sovietica Aleksej Nikolaevich Botjan compiva 101 anni. Il Colonnello dell’Intelligence Estera della Russia veniva congratulato dai colleghi: “Oggi, 10 febbraio, ci congratuliamo non solo per un altro compleanno, ma per il primo anniversario del secondo secolo!“, dichiarava il direttore dell’intelligence russa. “Siamo orgogliosi di te, sei un esempio! Sono molto felice che tu sia così vigoroso, energico e circondato dalla cura e dall’amore di parenti e colleghi!” Vigore e vitalità di Aleksej Nikolaevic non sono affatto retorica. Non molto tempo prima, i giornalisti invitarono Botjan a sparare con le pistole “Walter PPK“, “Stechkin” e “Vul” delle forze speciali, insieme a giovani ufficiali dei servizi segreti militari. Tutti furono sorpresi dall’occhio acuto e dalla mano ferma di Botjan.
Aleksej Nikolaevich Botjan è nato il 10 febbraio 1917 in Polonia, nel villaggio bielorusso di Chertovichi. Oggi è il distretto di Volozhin della Bielorussia. Botjan, a proposito, significa “cicogna” nel dialetto bielorusso locale. Dopo aver lasciato la scuola nel 1939, Botjan fu arruolato nell’esercito polacco, nell’artiglieria antiaerea del territorio di Vilna, dove divenne sottufficiale. Nel settembre 1939, dopo l’attacco di Hitler alla Polonia, iniziò il contributo di Botjan alla guerra contro i fascisti. Difendendo i cieli di Varsavia, abbatté tre bombardieri tedeschi. Dopo la conquista della Polonia da parte dei nazisti, Botjan, insieme alla sua unità militare, si recò nel territorio liberato dall’Armata Rossa nella Bielorussia occidentale, dove si arrese. Se qualcuno si attende storie dell’orrore su interrogatori e repressioni sovietiche che colpirono il bielorusso dall’esercito polacco, non ce ne sono. Aleksej Botjan ricevette la cittadinanza sovietica, divenne insegnante e tornò ad insegnare nel villaggio natale. Nel maggio 1940, la vita della giovane insegnante prese una svolta inaspettata. Gli fu chiesto di addestrarsi per l’NKVD (predecessore del KGB) nella scuola d’intelligence. Non disse mai chi chiamò (o scrisse) e come, quindi chiameremo tali contatti “la Forza”. Nelle battaglie del luglio 1941, Botjan si arruolò nelle leggendarie forze speciali del NKVD, la Brigata speciale dei fucilieri motorizzati (OMSBON).Aleksej Nikolaevich partecipò alla battaglia per Mosca come comandante di un gruppo da ricognizione. All’inizio del 1943, il gruppo da ricognizione di Botjan fu inviato a condurre operazioni speciali partigiane nei territori occupati dell’Ucraina centrale, con compiti di sabotaggio. Nella regione di Zhitomir, Botjan condusse un’operazione audace facendo saltare in aria il comando tedesco nella città di Ovruch. Gli esploratori di Botjan localizzarono e persuasero un lavoratore, Kapljuk, a cooperare. Kapljuk era responsabile presso i tedeschi della manutenzione del riscaldamento. Botjan insegnò a Kapljuk ad usare esplosivi e detonatori. Poi, al momento convenuto, gli esplosivi furono portati e nascosti nell’edificio del comando. In totale, furono posati almeno 100 kg di esplosivo sotto l’edificio. L’esplosione eliminò più di 80 degli occupanti. L’operazione dei servizi speciali salvò la vita a decine di migliaia di sovietici nell’area ed ebbe un enorme effetto propagandistico. Fu persino preso ad esempio del sabotaggio nei libri di testo specializzati. Allo stesso tempo, per la prima volta Aleksej Nikolaevich Botjan fu nominato per il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica, ma fu rifiutato dalle autorità. La ragione è ancora sconosciuta. Nel 1944, al gruppo di Botjan fu ordinato di recarsi a Cracovia. Grazie all’eccellente conoscenza della lingua e dei costumi polacchi, il gruppo di Botjan organizzò la cooperazione tra i distaccamenti delle Guardie Operaie e le forze ambigue dei battaglioni dei contadini di Khlopsk e dell’Esercito di Craiova. Nella città di Ilzha, insieme ai soldati delle Guardie Operaie, l’ufficiale dell’intelligence sovietica riuscì ad irrompere in una prigione liberandone i patrioti polacchi. C’erano molti gruppi di intelligence e sabotaggio sovietici del GRU e del NKVD che eseguivano vari compiti. Questa collaborazione coi patrioti polacchi impedì ai nazisti di distruggere uno degli antichi centri della cultura slava. Il contributo di Botjan alla liberazione di Cracovia incluse anche la cattura del cartografo polacco Ogarek, mobilitato dai tedeschi. Fu Ogarek a rivelare preziose informazioni sull’invio di esplosivo nel castello jagellonico, che i tedeschi volevano utilizzare per ostruire e distruggere le infrastrutture della città mentre avanzava l’Armata Rossa.Alla fine della guerra, Botjan era tenente in Cecoslovacchia. Andò a studiare nella scuola tecnica di Praga come ingegnere progettista, ma al secondo anno fu nuovamente contattato dalla “Forza”. A quel punto, Botjan si era sposato con una cecoslovacca e, come immigrati cechi, operò come agente illegale nella Slesia ceca, al confine con la Germania occidentale. Poco si sa di questo episodio, ma è noto cosa accadde dopo la morte di Stalin, quando Botjan tornò a Mosca. I suoi comandanti di prima linea, Sudoplatov ed Ejtingon, furono arrestati, e gli scagnozzi di Chrusciov dispersero le forze speciali e chiesero a Botjan di andarsene, lasciandolo senza niente; niente appartamento e salario per far quadrare i conti. Botjan fu salvato dai suoi compagni al fronte, che gli organizzarono un lavoro come “ospite esperto in lingue straniere” in un ristorante a Praga. L’ex-sabotatore dei servizi segreti iniziò a lavorare nel servizio clienti, e lavorò così diligentemente che fu elogiato dalla direzione, e la sua foto era sul tavolo degli onori di casa. Nel 1957 fu ricordato e invitato a Mosca, con la proposta di continuare il servizio come agente. Botjan accettò d’essere reintegrato nei servizi speciali col grado di maggiore. È noto che Botjan lavorò contro l’intelligence della Germania occidentale, nella quale il generale fascista Reinhardt Gehlen riunì gli agenti sopravvissuti di Abwehr, SD e Gestapo. Nel 1965, i compagni d’arme di Botyan, che avevano raggiunto i vertici del KGB, rivolsero alle autorità una petizione per conferirgli il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica, ma di nuovo qualcosa l’impedì. Nel 1983, il colonnello Botjan andò in pensione, ma continuò a consigliare le forze speciali del KGB per altri sei anni. Solo nel maggio 2007, col decreto del Presidente della Federazione Russa, il leggendario agente speciale riceveva il meritato titolo di Eroe della Russia.

Buon compleanno, Aleksej Botjan!

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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L’eredità dell’Ottobre Rosso è ancora visibile in Medio Oriente?

Jurij Zinin, New Eastern Outlook, 31.01.2018

Le immagini di una bandiera rossa con falce e martello che sventolava su un edificio nella città siriana di al-Raqqah, roccaforte dello SIIL per un lungo periodo, circolò sui media arabi per tutto gennaio. Questa bandiera fu innalzata dai combattenti della “brigata della libertà” formata da nativi di vari Stati mediorientali ed europei dagli ideali di sinistra. Avrebbero associato la lotta contro lo SIIL con l’incredibile impresa dei soldati sovietici che innalzarono la bandiera rossa sul Reichstag, roccaforte nazista durante la Seconda guerra mondiale. Questi riferimenti affondano le radici nella storia della regione, influenzata dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917. Il centenario di questo evento riuniva chi crede negli ideali di sinistra in Medio Oriente, con vari forum tenutisi in diversi Paesi regionali. Secondo l’iracheno Saqaf al-Jadid, la rivoluzione d’ottobre presentò al mondo un’alternativa all’egemonia capitalista, promuovendo le idee di uguaglianza, giustizia, liberazione sociale e nazionale, riflesse nei primi documenti adottati dall’URSS immediatamente dopo la rivoluzione, tra cui la “Dichiarazione dei diritti dei popoli della Russia” e l’appello “A tutti i lavoratori musulmani di Russia ed Oriente”. I bolscevichi furono abbastanza coraggiosi da declassificare l’accordo Sykes-Picot, apparso a Beirut nel dicembre 1917. Fu preparato segretamente dai governi dell’Intesa (Regno Unito e Francia) alle spalle dei popoli, con lo scopo di dividersi in sfere d’influenza il Medio Oriente e saccheggiarne le risorse. La voce della Russia rivoluzionaria fu ascoltata e compresa nella regione, poiché fino a quel momento agli attori locali fu data la possibilità di cedere al dominio egualmente opprimente degli ottomani o delle potenze europee. Nel dicembre 1920, il Comitato per l’unità araba siriana espresse solidarietà alla Russia sovietica che puntò “alla liberazione dell’Oriente dalla morsa dei tiranni europei”. Dopo la Seconda guerra mondiale, il rispetto che l’URSS godeva nella regione raggiunse massimi inediti, compiendo la dura lotta al fascismo. Gli arabi volsero lo sguardo al nuovo polo di potere, abbastanza audace da sfidare il monopolio di un tempo delle potenze imperialiste. Per decenni Mosca sostenne i giovani Stati che lottavano per la sovranità e per chiudere le basi militari straniere sui loro territori. Tra questi Stati si possono nominare Libia, Egitto e Iraq, usati per contenere l’Unione Sovietica e i suoi alleati. I legami politici appena nati furono rafforzati da un’ampia cooperazione economica sovietico-araba e dall’assistenza militare. In totale, con l’aiuto di Mosca, nella regione furono costruiti 350 grandi impianti industriali, 97 infrastrutture in Egitto e 80 in Siria.
Gli scienziati politici arabi osservano che l’URSS si dimostrò un partner fedele dell’Egitto inviandogli ingenti forniture di armi ed attrezzature dopo la devastante guerra del 1967, ripristinando così il potenziale indebolito del suo esercito. Grazie a questo sostegno, molti grandi Paesi del Medio Oriente posero le fondamenta dell’economia moderna di cui dispongono oggi, insieme allo sviluppo delle industrie della Difesa che li mantengono al sicuro. I contatti con Mosca permisero a questi Stati di rafforzare le posizioni sulla scena internazionale, costringendo così l’occidente a fare concessioni. Oggi, numerosi attori regionali affrontano turbolenze provocate dalla cosiddetta “primavera araba”. Ciò che è chiaro per tutti in questa fase è che quando uno Stato viene indebolito subisce il brusco aggravarsi delle contraddizioni interne etniche e settarie. La configurazione geopolitica del Medio Oriente la rende intrinsecamente instabile. Le linee di forza di varie coalizioni, spesso opportunistiche, si scontrano qui con le masse islamiche manipolate per portarle nei conflitti che fanno avanzare l’agenda di qualcun altro. Un esempio lampante è la Siria, dove nel tentativo di far cadere il legittimo governo di Bashar al-Assad, Paesi occidentali, regimi monarchici del Golfo Persico ed islamisti agivano insieme per perseguire i propri obiettivi.
Parlando dell’eredità della Rivoluzione d’Ottobre attraverso il prisma del mondo moderno, numerosi esperti arabi pongono la domanda: gli ideali di sinistra andavano perseguiti anche alla luce delle seguenti violazioni giuridiche, e rimangono adeguati dopo il crollo dell’URSS? Ovviamente, se non fossero così attraenti per molti nel mondo, sarebbero stati dismessi da tempo. Questi ideali, troppo avanzati per i tempi in cui furono espressi, hanno tuttavia preparato il terreno dei cambiamenti sociali nel mondo, portando a un futuro migliore. Secondo i moderni pensatori palestinesi, la Rivoluzione d’Ottobre sfidò i Paesi metropolitani costringendoli ad abbandonare le loro colonie. Nel corso dello scontro e della competizione tra i due sistemi, i lavoratori dei Paesi capitalisti ottennero importanti concessioni e l’introduzione di regolamenti che ne garantivano i diritti sociali. Chi liquida la Rivoluzione d’Ottobre come fatto minore, non potrà mai accettarne l’eredità. Ad esempio, il peggior denigratore dell’URSS e dei suoi valori, Zbigniew Brzezinski, statista e scienziato politico degli Stati Uniti, annunciò in modo temerario in un discorso di quasi due decenni fa: “Ho studiato e capito Marx meglio di molti socialisti… e quindi ho potuto deviarne l’avanzare delle idee per quasi un secolo, non basta?Jurij Zinin, ricercatore presso l’Istituto statale per le Relazioni internazionali di Mosca (MGIMO), in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Cento anni fa: i bolscevichi presero il potere, ma come lo mantennero?

Michal Jabara Carley SCF 12.01.2018Il 25 ottobre/7 novembre 1917, i bolscevichi presero il potere a Pietrogrado dal cosiddetto governo provvisorio. Fu una cosa relativamente facile perché il governo provvisorio godeva di poco o alcun sostegno popolare e rappresentava sostanzialmente gli interessi delle ex-élite urbane e rurali zariste. Si oppose all’avanzata della rivoluzione dall’abdicazione dello zar Nicola II all’inizio dell’anno, e cercò di mantenere la Russia nella Grande Guerra al fianco delle potenze dell’Intesa, in particolare Francia, Gran Bretagna, Italia e i ritardatari Stati Uniti, entrati in guerra nell’aprile del 1917. L’idea era di re-imporre la disciplina militare ai soldati, portarli fuori da Pietrogrado e riportarli al fronte dove potevano essere separati dalle tendenze rivoluzionarie. Fu un’epoca in cui le élite trincerate non potevano danneggiare l’ondata rivoluzionaria. Le secolari richieste delle masse contadine e proletarie, aggravate dallo spargimento di sangue della Grande Guerra, crearono le giuste circostanze per la rivoluzione. I bolscevichi si misero alla testa del movimento popolare, mobilitandone la notevole energia attraverso i soviet (o consigli) dei deputati dei soldati, degli operai e infine dei contadini per prendere il potere in Russia. Naturalmente fu una cosa prendere il potere e un’altra tenerselo stretta. I bolscevichi avevano molti nemici. Tra i cosiddetti partiti rivoluzionari, solo i socialisti rivoluzionari di sinistra (SR) li sostenevano e con loro entrarono in un governo di coalizione nel dicembre 1917. Altri gruppi marginali appoggiavano il nuovo governo sovietico, ma gli SR e la maggior parte dei menscevichi alleati col partito Cadetto, che rappresentava le vecchie élite, si opposero ai bolscevichi e in effetti all’autorità dei soviet.
I bolscevichi non erano uniti nel prendere il potere o nel tentativo di governare da soli attraverso i soviet. Il leader bolscevico V. I. Lenin accusò certi suoi compagni di “crumiraggio” e di perdere la calma. I deboli di cuore potevano naturalmente schierare molti argomenti per la loro mancanza di audacia. Gruppi di ufficiali dell’esercito e cadetti cercarono di rovesciare l’autorità sovietica, sostenuti da sottufficiali e menscevichi che odiavano i bolscevichi con la stessa intensità delle vecchie élite zariste. Nel dicembre 1917 tutto era nel caos. I soldati fecero baldoria nella capitale, facendo irruzione nelle cantine delle élite. Fucilieri e pompieri lettoni furono chiamati per fermare il saccheggio ed inondare le cantine. Mentre i compagni erano ubriachi, chi avrebbe difeso la rivoluzione? Era pieno inverno e le città dovevano essere rifornite di cibo e carbone per il riscaldamento. Gli operai che sostenevano i bolscevichi dovevano essere impiegati quando l’economia falliva e le fabbriche chiudevano. Le famiglie dovevano essere alimentate. Le frontiere della Russia si estendevano ben oltre Pietrogrado e Mosca. I nemici cercavano ovunque di rovesciare l’autorità sovietica. I bolscevichi dovevano organizzare nuove forze per difendere la rivoluzione nei lontani confini del Paese. Quanto audace fu il pensiero di Lenin di poter superare il caos. Le élite in un primo momento ridevano della temerarietà dei bolscevichi, pensando di non poter mantenere il potere per più di qualche giorno o settimana. La resistenza armata cominciò subito e fu battuta in sanguinose schermaglie vicino a Pietrogrado e Mosca. Queste prime vittorie cancellarono i sorrisi dai volti delle classi privilegiate. Oltre ad occuparsi dei nemici interni, c’era la guerra con la Germania imperiale e i suoi alleati, i cui eserciti si avvicinavano a Pietrogrado. Né le potenze dell’Intesa, alleate della Russia nella Grande Guerra, potevano essere ignorate. Videro la rivoluzione e la presa del potere bolscevica come catastrofe abissale. I cosiddetti alleati furono sconvolti dal crollo degli eserciti russi e dalla conseguente minaccia agli interessi economici alleati in Russia. Le missioni militari inglese e francese erano ben informate e ritenevano che l’esercito russo non potesse combattere oltre l’inverno, indipendentemente da chi governasse a Pietrogrado. Furono avanzate delle idee a Parigi e a Londra su “una pace alle spalle della Russia” smembrando il Paese come la Cina, e dividendolo in grandi sfere d’interesse. In effetti, la Russia doveva cessare di esistere come Stato unito e indipendente. Questi piani d’emergenza furono sviluppati prima della presa del potere dei bolscevichi, quando gli alleati speravano che i soviet sarebbero stati dispersi e i bolscevichi impiccati.
Lenin non si faceva illusioni sulle potenze imperialiste occidentali, ma sembrava non avergli prestato troppa attenzione nei calcoli per la presa del potere ed istituire il governo sovietico. Per prima cosa fece la prima. La sua maggiore preoccupazione era neutralizzare o sconfiggere i nemici interni e porre fine alla guerra con la Germania e i suoi alleati. I bolscevichi non avevano scelta. I soldati al fronte smobilitavano di propria iniziativa abbandonando le trincee. Lenin stesso aveva parlato di “guerra rivoluzionaria” contro l’invasore tedesco, ma ciò era possibile solo se vi fossero stati eserciti disposti a combattere. “Fate una passeggiata“, disse ai compagni, “ascoltate ciò che dicono i soldati nelle strade“. Tuttavia, i suoi compagni bolscevichi erano molto indipendenti e molti non erano disposti ad accettare una pace svantaggiosa imposta dalla Germania imperiale. Il 7/20 novembre il governo sovietico ordinò al comandante delle forze russe, generale N. N. Dukhonin, di cercare un armistizio con l’alto comando tedesco. Non volendo conformarsi, il Generale Dukhonin ignorò gli ordini sovietici. Lenin lo licenziò immediatamente. Nominò il veterano bolscevico N. V. Krylenko nuovo comandante in capo e lo mandò al fronte. Il 13/26 novembre Krylenko inviò delegati attraverso la terra di nessuno, preceduti da un trombettiere e una grande bandiera bianca. S’incontrarono con un ufficiale tedesco che li condusse attraverso linee tedesche. Mentre questi eventi si svolgevano, gli ambasciatori alleati a Pietrogrado discutevano su come controllare i bolscevichi. Una idea era inviare 8-10000 truppe alleate a Pietrogrado per proteggere i cittadini alleati e sostenere qualsiasi governo che potesse cacciare i bolscevichi. Ciò metteva il carro davanti ai buoi. La proposta fu bollata come irrealistica. Il 9/22 novembre il nuovo presidente del consiglio francese George Clemenceau, inviò istruzioni al generale Henri Albert Niessel, capo della missione militare francese, per informare Dukhonin che la Francia si rifiutava di riconoscere il nuovo governo sovietico e contava sull’alto comando russo per rigettare i “criminali negoziati di pace” e mantenere l’esercito russo in campo contro il nemico comune. Clemenceau, la tigre, effettivamente incoraggiava Dukhonin a sollevare l’esercito contro i bolscevichi. Poiché molti, se non la maggior parte, dei soldati russi appoggiavano il piano bolscevico per porre fine alla guerra, il piano francese fu una provocazione inutile probabilmente più pericolosa per Dukhonin che per i bolscevichi. La reazione bolscevica fu prevedibile. Accusando l’Intesa d’intromettersi negli affari interni sovietici, il minimo che si potesse dire, L. D. Trotzkij, Commissario per gli Affari Esteri, rispose pubblicando i cosiddetti “Trattati segreti” dell’Intesa che dividevano i territori nemici dopo la guerra. “Vedete”, dichiarò Lenin ai soldati alleati, “siete solo carne da cannone che combatte per il saccheggio delle élite imperialiste occidentali“. L’idea di Lenin era mobilitare l’opinione pubblica europea contro la guerra e fare propaganda tra i militanti occidentali che volevano fare la propria Rivoluzione d’Ottobre. Come chiarì Trotzkij, il governo sovietico desiderava una pace generale, non separata, così i soldati in Europa potevano volgere le baionette contro le élite borghesi. In un incontro a Parigi all’inizio di dicembre, le potenze dell’Intesa non potevano essere d’accordo su una risposta collettiva all’appello di Trotzkij all’armistizio su tutti i fronti. Una volta che qualcuno iniziò a parlare di pace, osservò il ministro degli Esteri italiano, i soldati francesi e italiani si sarebbero rifiutati di riprendere le armi. Il primo ministro David Lloyd George temeva che “la mota si sarebbe accumulata” contro il prosieguo della guerra. I bolscevichi contavano proprio su quello. Non era un calcolo irrealistico: persino i capi alleati temevano l’opposizione popolare alla guerra. Un armistizio generale era quindi fuori questione. Gli alleati accettarono di smettere di rifornire la Russia e di avviare generosi finanziamenti per la “propaganda alleata” sperando che un governo russo accettabile sostituisse i soviet. Nel frattempo, il generale Dukhonin rimase in contatto con le ambasciate alleate a Pietrogrado e continuò a creare problemi al fronte. Liberò il famigerato generale L. G. Kornilov e altri alti ufficiali fuggiti a sud. Loro intenzione era organizzare la resistenza armata contro il governo sovietico. Tuttavia, Dukhonin non li raggiunse: il 20 novembre/3 dicembre fu pestato a morte da soldati arrabbiati.
I capi alleati non erano sciocchi e non avevano intenzione di cadere nella trappola che Lenin e Trotzkij gli avevano teso. I bolscevichi avrebbero dovuto negoziare da soli coi tedeschi. Trotzkij ne trasse la conclusione logica che il governo sovietico aveva bisogno di opzioni e potenziali alleati. Se l’armistizio non reggeva, i bolscevichi avrebbero dovuto combattere e avrebbero avuto bisogno di aiuto. L’unico aiuto disponibile era dalle potenze alleate. Il generale francese a Pietrogrado Niessel traesse le stesse conclusioni e quindi autorizzò uno dei suoi ufficiali, il capitano Jacques Sadoul, a tenersi in contatto coi bolscevichi. Ogni giorno Sadoul parlava con Lenin, Trotzkij e vari altri leader bolscevichi. Ebbe lunghe discussioni con Trotzkij che sollevò la questione dell’aiuto francese nell’organizzare un nuovo esercito (2/15 dicembre). Sadoul voleva perseguire questa opzione ed esortò i superiori ad avere una mente aperta. Kornilov, SR, menscevichi e così via, erano “stelle spente” (étoiles éteintes). I loro tentativi di organizzarsi contro i bolscevichi erano “ancora embrionali”. Tutti erano d’accordo sulla necessità di una pace immediata, ma “l’aristocrazia e la borghesia” erano inclini alla capitolazione che non i bolscevichi. Anche Lenin aveva opzioni aperte, se era disposto ad incontrare regolarmente un ufficiale francese. Il capitano Sadoul non poteva parlare direttamente al governo di Parigi, figuriamoci a Londra o Washington. Clemenceau non avrebbe comunque ascoltato perché aveva liquidato i bolscevichi come “agenti tedeschi”. A Washington, il presidente Woodrow Wilson e il suo segretario di Stato, Robert Lansing, furono oltraggiati dalla presa del potere bolscevico e dal suo tentativo di rovesciare il giusto ordine delle classi (come Lansing disse). Mentre Sadoul parlava di cooperazione con Trotzkij, altri ufficiali francesi e inglesi raccomandavano il sostegno finanziario alla resistenza anti-bolscevica nella Russia meridionale, in particolare in Ucraina e Don. Alla fine di novembre fu approvato un primo credito di 50000 franchi, poi un milione di rubli, per il generale Niessel. Una settimana più tardi, erano tre milioni di franchi e prima che l’inchiostro fosse asciutto sull’autorizzazione, furono approvati crediti illimitati per la missione militare francese che operava da Jassy in Romania, nella parte del Paese non occupata dalle forze tedesche. L’assegno in bianco era per l’azione in Ucraina e nel Don, dove si organizzava la resistenza armata contro i bolscevichi. Gli inglesi fecero lo stesso. La politica anglo-francese consisteva nel lanciare pacchetti di banconote ai quattro venti e sperare che suscitassero resistenza ai bolscevichi. Ci furono rapporti più sobri, e non solo dal capitano Sadoul, secondo cui gli alleati non dovevano contare su generali russi e “nazionalisti” ucraini per combattere qualcuno. Ma Clemenceau si rifiutò di ascoltare. L’idea francese era “sostenere gli elementi della resistenza all’usurpazione bolscevica“. Questo era l’obiettivo principale, rovesciare “i Bolsh”. A fine dicembre, inglesi e francesi concordarono “sfere d’azione” nella Russia meridionale che corrispondevano al piano dei loro investimenti prebellici. Fu un ulteriore passo avanti rispetto a quello che fatto per dividere la Russia in grandi sfere d’interesse. Quando Sadoul si guardò intorno, vide colleghi guidati da una “furia cieca” contro i bolscevichi. Secondo loro, l’Intesa doveva affrontare due nemici, Germania e bolscevichi, ma i colleghi di Sadoul “detestavano e temevano i secondi più della prima“. Preferivano lasciare che la Germania schiacciasse i sovietici piuttosto che aiutarli a difendere la Russia, perché avrebbe lascito il partito dei bolscevichi al potere. Meglio tagliare il naso per dispetto al viso.
Questa politique du pire funzionò? C’erano abbastanza scettici a Parigi e Londra per tenere la porta aperta alle idee di Sadoul. A metà dicembre il governo inglese decise di evitare una “rottura aperta” con i bolscevichi e di perseguire una politica simile a quella che il capitano Sadoul proponeva. “Non portiamoli nel campo tedesco” era l’idea generale. Il primo ministro Lloyd George fu particolarmente ricettivo anche quando gli agenti inglesi operavano in Ucraina per sostenere i “nazionalisti”. Il ministro inglese a Jassy inviò 30000 sterline, non pochi a quei tempi, a un agente a Kiev. L’assistenza alle forze nel sud doveva essere diretta contro i tedeschi, non contro i bolscevichi. La mano sinistra alleata sapeva cosa faceva la mano destra? Certo. Chiunque sapesse qualcosa, sapeva che le nuove forze che gli alleati finanziavano avrebbero combattuto i bolscevichi, non i tedeschi. In Russia c’era rammarico e la politica del caos poteva essere il modo migliore per contrastarlo. Le idee di Sadoul ebbero una possibilità in tali circostanze? I bolscevichi sarebbero stati disposti a lavorare con gli imperialisti anglo-francesi? A fine dicembre 1917 era troppo presto per dirlo, ma nei primi mesi del nuovo anno questa domanda sarebbe stata affrontata ai vertici dei governi dell’Intesa.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Russia e America Latina: prospettive promettenti nella cooperazione militare

Alex Gorka, SCF 08.12.2017L’America Latina rappresentava solo il 4,6% delle vendite di armi russe all’estero nel 2000-2016, con Venezuela e Nicaragua maggiori acquirenti. La Russia fa passi da gigante per espandere la propria quota di vendite sul mercato delle armi latinoamericano. Le sanzioni imposte da Stati Uniti ed UE hanno sospinto i contatti economici della Russia con le altre economie mondiali. L’America Latina sembra presentare proprio questa opportunità. Mosca vanta una forte presenza diplomatica, specialmente in Paesi come Brasile, Venezuela, Colombia, Argentina, Messico, Cile e Cuba. Con 300 milioni di persone e un PIL complessivo di oltre 1 trilione di dollari, il MERCOSUR è l’enorme mercato comune dei Paesi sudamericani comprendente la maggior parte degli Stati del continente. Vladimir Putin ha incontrato il Presidente della Bolivia Evo Morales a margine del terzo vertice del Forum dei Paesi esportatori del gas (20-24 novembre). “C’è interesse nei settori dell’energia, dell’ingegneria e dell’alta tecnologia. Siamo pronti a collaborare anche nella cooperazione tecnologica militare”, affermava l’omologo boliviano. Il colosso russo dell’energia Gazprom opera in Bolivia, iniziando la produzione nel giacimento Incahuasi nel 2016 e prevedendo d’iniziare la perforazione nel blocco Azero per il 2018. Gazprom è interessato alla perforazione a La Ceiba, Vitiacua e Madidi. All’inizio di quest’anno, Rosneft avviò l’esplorazione petrolifera nella regione amazzonica del Brasile, dopo aver acquistato una partecipazione per la perforazione di pozzi nel bacino del Solimoes. La Bolivia è anche terreno fertile per le esportazioni di armi made in Russia. Il comandante dell’Aeronautica boliviana ha raccomandato che La Paz acquisisca l’aereo da attacco leggero russo Jakovlev Jak-130 Mitten per sostituire i Lockheed T-33 in servizio. L’Esercito boliviano ha un requisito per nuovi mezzi corazzati e veicoli da combattimento per i quali considera equipaggiamento russo. I due Paesi hanno firmato un accordo di cooperazione per la difesa ad agosto, primo passo della Russia per maggiori trasferimenti di armi in Bolivia. Questa è una parte di un quadro molto più ampio.
Il 6 dicembre, Nikolaj Patrushev, Segretario del Consiglio di Sicurezza russo, concluse il viaggio in America Latina che lo portò in Brasile e Argentina. La cooperazione bilaterale nel campo della sicurezza nazionale e tra forze dell’ordine e agenzie d’intelligence era in cima all’agenda. La delegazione russa includeva il capo del Servizio federale per la cooperazione tecnico-militare. C’era una buona ragione per cui vi facesse parte. Il continente rappresentava solo il 4,6% delle vendite di armi russe all’estero nel periodo 2000-2016, con Venezuela e Nicaragua maggiori acquirenti. La Russia fa passi da gigante per espandere la quota di vendite nel mercato delle armi latinoamericano. Quest’anno partecipava a quattro mostre per la difesa. “La Russia presta grande attenzione al rafforzamento delle posizioni sul mercato delle armi nei Paesi dell’America Latina“, ha detto Aleksandr Denisov, capo del Dipartimento attività di marketing dell’esportatore di armi russo Rosoboronexport alla fiera Expodefensa 2017 di Bogotà (Colombia), del 4-6 dicembre. Lo stand di Rosoboronexport presentava oltre 250 sistemi d’arma ed equipaggiamenti militari. L’aereo da combattimento Jak-130, i caccia multiruolo super-manovrabili Su-35 e Su-30MK, il caccia multiruolo di prima linea MiG-29M, gli elicotteri da combattimento Mi-28NE, Ka-52, Mi-35M e l’elicottero da trasporto pesante Mi-26T2, il sistema antiaereo Pantsir-S1 e il sistema di difesa aerea a lungo raggio Antej-2500 erano i sistemi d’arma più promettenti che la Russia offriva agli acquirenti dell’America Latina. I potenziali clienti latinoamericani sono tradizionalmente attratti dai sistemi di difesa aerea della Russia, in particolare dal sistema missilistico/d’artiglieria di difesa aerea Pantsir-S1, dai sistemi Tor-M2KM e Buk-M2E e dai portatili Igla-S. Gli elicotteri Mi-17, Mi-26T2 e Ansat sono al centro dell’attenzione pubblica. Le corvette Proekt 20382 Tigr, le motovedette Proekt 14310 Mirazh e i sottomarini diesel-elettrici Proekt 636 attirano l’attenzione degli ufficiali di vari Paesi del continente. Armi ed equipaggiamenti militari delle forze di terra russe, utilizzate anche dalle unità speciali anticrimine, antiterrorismo e antinarcotici sembrano molto richieste. Russia e Argentina sono in trattativa per l’acquisizione di caccia MiG-29. Il Brasile è interessato all’acquisto del sistema di difesa aerea missilistica e d’artiglieria Pantsir-S1 e altri SAM portatili Igla-S, già venduti al Paese. Colombia, Perù, Venezuela, Uruguay e Argentina hanno espresso interesse per caccia come il Sukhoj Su-30 attualmente operativo in Siria. Le consegne di armi russe alla Colombia hanno raggiunto i 500 milioni di dollari in oltre 20 anni. L’esercito colombiano ha oltre 20 elicotteri da trasporto Mi-17 russi.
Rosoboronexport, l’agenzia responsabile della vendita di armi all’estero attualmente partecipa ad alcune gare in Argentina, Brasile, Colombia, Messico e Perù sia per armamenti di terra che aerei. Mosca è pronta a creare impianti di produzione autorizzati per fabbricare armi e attrezzature militari di progettazione russa nei Paesi dell’America Latina. È anche pronta a partecipare alla progettazione congiunta e costruzione di navi per le flotte latinoamericane. A fine novembre, la Russia aderiva alle operazioni internazionali per salvare l’equipaggio del sottomarino argentino San Juan, schierando un dispositivo telecomandato marittimo. Un aeromobile russo Antonov inviò il Pantera Plus, un sommergibile senza equipaggio in grado di scansionare col sonar fino 1000 metri di profondità, effettuando le ricerche insieme alla nave da ricerca scientifica Jantar. Ordinata nel 2015, la Jantar può fungere da nave madre per i minisommergibili classe Konsul che raggiungono la profondità di 6000 metri e sono anche dotati di manipolatori e altri dispositivi per operazioni subacquee complesse. La nave stessa ha rilevatori avanzati per determinare la posizione precisa del sottomarino. Questo è un buon esempio di cooperazione militare con uno Stato latino-americano. Le attrezzature di ricerca e soccorso subacquee della Russia viste in Argentina possono interessare qualsiasi Paese dotato di sottomarini. Con l’America Latina non più cortile degli Stati Uniti, le prospettive di una cooperazione in tutti i settori, compreso quello militare, sono promettenti e c’è interesse da entrambe le parti a spronare il processo.Traduzione di Alessandro Lattanzio – AuroraSito

Fidel Castro nelle memorie del Generale Nikolaj Leonov

Histoire et Societé 23 novembre 2017Il primo anniversario della scomparsa del leader della Rivoluzione cubana Fidel Castro, dà l’opportunità di pubblicare un’intervista del 2013 a Nikolaj Leonov, coautore con Vladimir Vorodaev della biografia di Fidel La storia mi assolverà.
Assiso su una sedia di legno con cuscino in pelle, nel salotto di casa, nella capitale russa, il Tenente-Generale dell’intelligence sovietica, mezzo secolo dopo descrive un momento brillante nel 1963, quando il fondatore della rivoluzione cubana arrivò per la prima volta in Unione Sovietica. Prima d’iniziare la conversazione, con quel sorriso schietto che dedica sempre ai “miei amici cubani”, l’autore della prima biografia del Presidente Raul Castro poggiava sulle braccia della sedia esprimendo speciale gratitudine. “Questo è il tesoro principale in questa casa. Fidel me la diede e per me non c’è nulla di meglio”, confessava. Poi, in spagnolo fluente mantenuto in lunghi anni di servizio in America Latina, e avendo quasi 85 anni, Leonov sembrava ancora vedere l’omaccione barbuto in verde oliva, che dopo 12 ore di volo scese a Murmansk da un Tu-114 di fabbricazione sovietica. “La prima visita del comandante in capo Fidel Castro in Russia ha ancora oggi un grande interesse internazionale e storico, perché né prima né dopo l’Unione Sovietica o il mio Paese, in qualunque modo si chiami, ricevette un ospite con così tanti onori“, ricorda il traduttore dell’epoca. L’ufficiale disse che “non c’era uno statista la cui visita fosse durata così a lungo, perché durò più di 40 giorni, durante i quali Fidel visitò quasi tutto il Paese, dalla Siberia all’Ucraina, da Murmansk a Georgia e Uzbekistan“. L’autore di diversi libri sugli eroi dell’America Latina sottolineava come nessun altro uomo di Stato ebbe l’opportunità di fare una visita così ampia, profonda e importante per le conseguenze. “Da parte dell’Unione Sovietica, il cui leader era Nikita Khrusciov, il desiderio storico fondamentale era, come detto, sanare le ferite lasciate dall’esito della crisi dei Missili del 1962“, affermava lo storico, aggiungendo che “Krusciov risolse la cosa direttamente con gli Stati Uniti, senza consultare Fidel e naturalmente ciò lasciò un segno molto doloroso sulla coscienza dei cubani all’epoca e anche nel cuore di Fidel“. “Ricordo le dimostrazioni a Cuba, i manifesti, i compagni dissero: “Nikita, Nikita, ciò che viene dato non va tolto”, parlando dei missili; ci furono critiche molto dure sulla posizione del leader sovietico“, diceva il Tenente-Generale. Leonov pensava che Krusciov volesse che tali ferite venissero dimenticate, e perciò aprì tutte le porte possibili e impossibili, inaccessibili ad altri uomini di Stato dell’ovest o dell’Est, per accontentare Fidel. “Non solo vide i sottomarini nucleari sovietici, ma anche come funzionavano“, continua la testimonianza, “per come fu organizzato, volle persino vedere un missile installato nel sottomarino e glielo mostrarono“. L’ufficiale spiegava che “visitò una base di missili intercontinentali, e vi ebbe accesso nei silos strategici, che nessuno statista ebbe prima o dopo“.

Nell’Unione Sovietica
Per i meriti rivoluzionari, Fidel ricevette la medaglia d’oro e l’ordine di Lenin, il che significava che era un eroe dell’Unione Sovietica, onore raramente accordato a uno straniero“, aggiungendo che accompagnò i visitatori per tutto il viaggio. L’alto funzionario ricordò che lo statista cubano fu onorato Dottore Honoris Causa dell’Università Lomonosov di Mosca, per il contributo nelle scienze politiche. “Tuttavia, la cosa più importante per Fidel fu, nell’Unione Sovietica, capire dove fosse la radice del socialismo, perché lo Stato multinazionale fosse così potente“, dice. Secondo Leonov, il leader cubano trovò la risposta in due fattori, il primo era il popolo. “Il modo di ricevere Fidel non ebbe equivalente, senza pressioni o appello su radio o televisione, la gente usciva spontaneamente per strada ad applaudire, come si può vedere nelle foto dell’epoca; la gente rischiava persino la vita a volte, arrampicandosi su alberi, balconi, finestre per vedere l’eroe cubano. Qualcosa d’incredibile“, ricorda. Leonov stimò che la lunghezza della fila delle persone scese in strada per ricevere lo stratega della Sierra Maestra arrivasse a 25 chilometri. “Ovunque fosse Fidel la gente l’accolse con entusiasmo e simpatia che non vidi mai in 50 anni, né vidi uno statista ricevere così tante espressioni di affetto, simpatia, solidarietà”, affermava questo testimone eccezionale. Aggiunse che “un’altra esperienza che il comandante cubano percepì fu il ruolo del Partito, perché ovunque fosse ricevuto vide la leadership di quell’organizzazione, nelle regioni, repubbliche, dappertutto, e vide che la spina dorsale della nazione, dello Stato, era il Partito“. Secondo lui, questa esperienza servì ad arricchire l’esperienza politica di Fidel Castro. “Fu una visita eccezionale, in breve, come ho detto, non ci fu assolutamente alcun equivalente nella storia degli accordi internazionali di Mosca con altri Stati“. Spiegando simpatia e popolarità del leader cubano tra i sovietici e i russi di oggi, Leonov pensò che fosse dovuto al suo leggendario status rivoluzionario. “Nessuno conosce o vide le scene dell’assalto della caserma Moncada, ci sono alcune cronache di guerra nella Sierra Maestra, ma nella memoria della gente era un Robin Hood, un uomo che sfidava i pericoli, un don Chisciotte che attaccava tutto ciò che era sbagliato correggendo i torti su questa terra“, ragionava. L’interlocutore sottolineava che “ovviamente, non deluse nessuno perché aveva una figura potente, e un modo di parlare chiaro, aperto, energetico che catturava immediatamente le persone”. Secondo Leonov, erano tutti schiavi dell’amore che provavano spontaneamente per il leader cubano. “Questo è un caso raro, uno degli uomini di Stato che dall’assalto al Moncada, dopo 60 anni, tutti rispettano, dall’estrema sinistra all’estrema destra”, ricordava. Il veterano osservava che “pochi l’odiano, la maggior parte prova grande simpatia per lui, e tutti riconoscono che al mondo non c’è figura politica che possa essere confrontata per l’amore spontaneo e la simpatia che sentono per lui nel mondo. È una verità che nessuno può negare“.
Riferendosi all’amicizia con l’attuale Presidente Raul Castro, che conobbe prima dell’assalto alla Caserma Moncada e dell’incontro col capo del Granma e Che Guevara a Città del Messico, Leonov indicava di aver creato fiducia nella rivoluzione cubana. “Li conosco da decenni e questo mi permise di garantire l’invincibilità della rivoluzione cubana nella fase più difficile per Cuba, definita periodo speciale negli anni ’90”. Aggiungeva che dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, tutti aspettavano la caduta del socialismo a Cuba, “ma respinsi le pretese dei giornalisti occidentali e nazionali che misero in dubbio la possibilità della rivoluzione di permanere. Oggi sono contento che Cuba abbia superato le difficoltà senza cedere su indipendenza, sovranità e sistema politico, economico, sociale e culturale, né accettando interferenze di alcun tipo”. Con ammirazione, Leonov osservava che Fidel Castro era l’anima e l’organizzatore del confronto che definiva “veramente biblico” cogli Stati Uniti. In questa lotta fu sostenuto dal fedele compagno, organizzatore di talento, il fratello Raoul Castro, aggiungeva con emozione. Il Generale Leonov concludeva che, “Oggi sono immensamente fiero di aver fatto da traduttore tra Anastas Mikojan e Fidel nel 1960, quando furono ripristinate le relazioni diplomatiche tra Cuba ed Unione Sovietica“.Traduzione di Alessandro Lattanzio