Degenerazione e fondamentalismo dei media occidentali

Andre Vltchek, New Eastern Outlook, 08.04.2018Non c’è nulla di più triste e patetico di un famigerato bugiardo che urla, sputa, insulta persone normali a destra e sinistra, mentre terrorizza chi dice la verità. Ultimamente, l’occidente è diventato chiaramente furioso. Quanto più ha paura di perdere il controllo sul cervello di miliardi di persone in tutti gli angoli del mondo, tanto più aggressivamente urla, tira calci e ridicolizza se stesso. Non nasconde nemmeno più le intenzioni, che sono chiare: distruggere tutti gli avversari, siano Russia, Cina, Iran o qualsiasi altro Stato patriottico e indipendente. Silenziare tutti i media che dicono la verità; non la verità come definita a Londra, Washington, Parigi o Berlino, ma la verità percepita a Mosca, Pechino, Caracas o Teheran; la verità che al servizio della gente, non la falsa pseudo-verità inventata per sostenere la supremazia dell’impero occidentale. Sono stati stanziati enormi fondi per l’assalto mortale della propaganda nata a Londra e Washington. Milioni di sterline e dollari sono stati assegnati e spesi, ufficialmente e apertamente, per “contrastare” le voci di russi, cinesi, arabi, iraniani e latinoamericani; voci che finalmente arrivano agli “Altri”, gli abitanti desolati del “sud globale”, delle colonie e delle neo-colonie; gli schiavi moderni che vivono negli Stati “clienti”. La maschera cade e la faccia cancerosa della propaganda occidentale si svela. È terribile, spaventosa, ma almeno è ciò che è, perché tutti possano vederlo. Niente più suspense, sorprese. All’improvviso è tutto allo scoperto. È spaventoso ma onesto. Questo è il nostro mondo. Questo è come s’è ridotta la nostra umanità. Questo è il cosiddetto ordine mondiale, o più precisamente, neocolonialismo.
L’occidente sa come massacrare milioni di persone e manipolare le masse. La sua propaganda è sempre stata dura (e ripetuta mille volte, non diversamente dalle pubblicità aziendali o dalle campagne d’indottrinamento fascista della Seconda Guerra Mondiale) quando proviene dagli Stati Uniti, o brillantemente machiavellica e letale se proviene dal Regno Unito. Non dimentichiamolo mai: il Regno Unito ha assassinato e ridotto in schiavitù centinaia di milioni di esseri umani inermi e molto più avanzati, per secoli in tutto il mondo. A causa del talento nel lavaggio del cervello e nella manipolazione delle masse, il Regno Unito ha commesso innumerevoli genocidi, rapine riuscendo a convincere il mondo che va rispettato e autorizzato a mantenere mandato morale e seggio al Consiglio di sicurezza dell’ONU. Il regime occidentale sa mentire, spudoratamente ma professionalmente, e soprattutto, sempre. Ci sono migliaia di menzogne accumulatesi, consegnate con perfetti accenti “educati” dalla classe superiore: bugie su Salisbury, comunismo, Russia, Cina, Iran, Venezuela, Cuba, Corea democratica, Siria, Jugoslavia, Ruanda, Sud Africa, Libia, rifugiati. Ci sono bugie su passato, presente e persino futuro. Nessuno ride, vedendo questi teppisti imperialisti come Regno Unito e Francia predicare, nel mondo e con faccia di bronzo, libertà e diritti umani. Non fa ridere, ancora. Ma molti lentamente s’indignano. I popoli di Medio Oriente, Africa, Asia e America Latina cominciano a capire di essere stati ingannati e raggirati; che le cosiddette ‘istruzione’ e ‘informazione’ provenienti dall’occidente non sono altro che spudorato indottrinamento. Per anni ho lavorato in tutti i continenti, compilando storie e testimonianze sui crimini dell’imperialismo e sul risveglio del mondo, “riassunti” nel mio libro di 840 pagine: “Exposing Lies Of The Empire“. Milioni ora possono vedere, per la prima volta, che i media, come BBC, DW, CNN, Voice of America, Radio Free Europe/Radio Liberty, li hanno ingannati sfacciatamente per anni e anni. Reuters, AP, AFP e diverse altre agenzie di stampa occidentali sono riuscite a creare una narrativa uniforme nel pianeta, con giornali locali che in tutto il mondo pubblicano fabbricazioni identiche provenienti da Washington, Londra, Parigi e altre capitali occidentali. Immagini totalmente false su argomenti importanti come Unione Sovietica, Comunismo, Cina, ma anche libertà e democrazia sono state incise in miliardi di cervelli umani. La ragione principale del risveglio dei popoli nel mondo d’essere ancora oppressi dall’imperialismo occidentale, è il lavoro incessante di media come New Eastern Outlook (NEO), RT e Sputnik, in Russia, CGTN, China Radio International e China Daily in Cina, TeleSur in Venezuela, al-Mayadin in Libano e Press TV iraniana. Certo, ci sono molti altri media anti-imperialisti orgogliosi e decisi in varie parti del mondo, ma quelli citati sono i più importanti vettori della contro-propaganda proveniente da Paesi che hanno combattuto per la loro libertà e che hanno semplicemente rifiutato di essere conquistati, colonizzati, prostituiti e soggiogati dall’occidente. Una potente coalizione anti-imperialista di Stati veramente indipendenti si è formata e solidificata. Ora ispira miliardi di esseri umani oppressi ovunque sulla Terra, dandogli speranza, promettendo un futuro migliore, ottimista e giusto. Essere all’avanguardia di molti cambiamenti positivi ed aspettative è il “nuovo media”. E l’occidente guarda, inorridito, disperato e sempre più al vetriolo. È disposto a distruggere, uccidere e schiacciare, solo per fermare quest’ondata di “ottimismo pericoloso” e lottare per vere indipendenza e libertà.
Ora ci sono attacchi continui ai nuovi media del mondo libero. In occidente, RT è minacciata d’espulsione, il brillante e sempre più popolare New Eastern Outlook (NEO), è finito sotto un malvagio attacco informatico da parte, molto probabilmente, hacker occidentali professionisti. TeleSur viene periodicamente paralizzato da sanzioni vergognose scatenate contro il Venezuela, e lo stesso banditismo si rivolge a PressTV iraniano. Vedete, l’occidente sarà responsabile di miliardi di vite in rovina nel mondo, ma non subisce sanzioni ed azioni punitive. Mentre Paesi come Russia, Iran, Cina, Cuba, Corea democratica e Venezuela devono “affrontare le conseguenze” principalmente sotto forma di embargo, sanzioni, propaganda, intimidazione diretta, persino bullismo militare, semplicemente per aver rifiutato di accettare la folle dittatura globale occidentale, e per aver scelto una propria forma del governo e sistema politico oltre che economico. L’occidente semplicemente non sembra capace di tollerare il dissenso. Richiede obbedienza piena e incondizionata, una sottomissione assoluta. Agisce da fondamentalista religioso e teppista globale. E per peggiorare le cose, i suoi cittadini sembrano essere così programmati od indifferenti o entrambi, che non capiscono ciò che i loro Paesi e “cultura” fanno al resto del mondo.
Quando sono intervistato, mi viene spesso chiesto: “il mondo affronta il vero pericolo della Terza Guerra Mondiale?” Rispondo sempre “sì”. È perché sembra che Nord America ed Europa non sappiano smettere di costringere il mondo ad obbedienza e schiavitù di fatto. Sembrano non voler accettare alcun accordo razionale e democratico sul nostro Pianeta. Sacrificherebbero uno, decine o centinaia di milioni di esseri umani solo per mantenere il controllo sull’universo? Sicuramente lo farebbero! L’hanno già fatto in diverse occasioni e senza pensarci due volte, senza rimpianti e senza pietà. La scommessa dei fondamentalisti occidentali è che il resto del mondo sia molto più decente e assai meno brutale da non poter sopportare un’altra guerra, un’altra carneficina, un altro bagno di sangue; che piuttosto si arrenda, rinunci ai propri sogni su un futuro migliore, invece di combattere e difendersi da ciò che appare sempre l’inevitabile aggressione militare occidentale.
Tali calcoli e “speranze” dei fanatici occidentali sono falsi. I Paesi che ora vengono minacciati ed intimiditi sono ben consapevoli di cosa aspettarsi se si arrendono alla pazzia occidentale e agli imperialisti. La gente sa, si ricorda cosa vuol dire essere schiavi. La Russia di Eltsin, crollata, fu saccheggiata dalle multinazionali occidentali, sputata faccia dai governi europeo e nordamericano; ebbe l’aspettativa di vita scesa ai livelli dell’Africa sub-sahariana. La Cina sopravvisse a un’agonia inimmaginabile del “periodo di umiliazione”, saccheggiata e spartita da invasori francesi, inglesi e statunitensi. L’Iran derubato del governo legittimo e socialista, dovette vivere sotto un maniaco sadico, il burattino occidentale scià. L’intera America “latina”, con le sue vene aperte, con la cultura in rovina, la religione occidentale che gli chiudeva la bocca; con letteralmente tutti i governi e leader socialisti e comunisti democraticamente eletti rovesciati o assassinati, o quantomeno manipolati dal potere di Washington e dai suoi lacchè. La Corea democratica, sopravvissuta a un genocidio bestiale contro i propri civili, commesso da Stati Uniti ed alleati nella cosiddetta guerra coreana. Vietnam e Laos, violentati e umiliati dai francesi, e poi bombardati da Stati Uniti e loro alleati. Sud Africa… Timor Est… Cambogia…
Ci sono carceri viventi, relitti in decomposizione, abbandonati dopo gli attacchi mortali occidentali “liberatori”: Libia e Iraq, Afghanistan e Honduras, Indonesia e Repubblica Democratica del Congo, solo per citarne alcuni. Servono d’avvertimento per chi ha ancora delle illusioni su “buona volontà” e spirito di giustizia occidentali! Siria… Oh, Siria! Guardate cosa ha fatto l’occidente in un Paese orgoglioso e bello che si è rifiutato di piegarsi e leccare i piedi di Washington e Londra. Ma guardate anche quanto è forte, quanto determinato può essere chi ama veramente il proprio Paese. Contro ogni previsione, la Siria si è opposta, combattendo e vincendo i terroristi stranieri circondata e sostenuta dalla grande coalizione internazionalista! L’occidente pensava di scatenare un altro scenario libico, ma invece si scontrò con un pugno di ferro dai nervi d’acciaio, un’altra Stalingrado. Il fascismo fu visto, affrontato e fermato. Ad un costo enorme, ma fermato! Il Medio Oriente guarda. Il mondo guarda. I popoli ora vedono e ricordano. Cominciano a ricordare chiaramente cosa gli è successo. Iniziano a capire. Sono incoraggiati. Comprendono chiaramente che la schiavitù non è l’unico modo di vivere.
La coalizione anti-occidentale o più precisamente anti-imperialista è ora solida come l’acciaio. Perché è una grande coalizione di vittime, di popoli che sanno cos’è lo stupro e il saccheggio, cosa sia la distruzione completa. Sanno esattamente cosa infliggono gli autoproclamati sostenitori della libertà e della democrazia, il fondamentalismo culturale ed economico occidentale. Questa coalizione di nazioni indipendenti e orgogliose è qui per proteggersi, proteggere se stesse così come il resto del mondo. Non arrendersi mai, mai indietreggiare. Perché i popoli hanno parlato e inviano messaggi chiari ai loro leader: “Mai più! Mai capitolare. Non cedere alle intimidazioni occidentali. Combatteremo se attaccati. E resisteremo, orgogliosamente, qualunque cosa, non importa quale forza brutale vada affrontata. Mai piegarsi, compagni! Non cederemo mai di fronte a chi diffonde il terrore!” E i media in questi meravigliosi Paesi che resistono all’imperialismo e al terrore occidentali diffondono innumerevoli messaggi ottimistici e coraggiosi. E la dirigenza occidentale osserva, agitandosi e sporcandosi i pantaloni. Sa che la fine del suo brutale dominio sul mondo si avvicina. Sa che i giorni dell’impunità stanno finendo. Sa che il mondo giudicherà presto l’occidente, per i secoli di crimini che ha commesso contro l’umanità. Sa che la guerra dei media sarà vinta da “noi”, non da “loro”. Il campo di battaglia è in via di definizione. Con alcune brillanti eccezioni, gli occidentali e i loro media serrano le fila, attenendosi ai loro padroni. Come molti altri scrittori, ero stato senza tante cerimonie cacciato da Counterpunch, una delle pubblicazioni sempre più anticomuniste, anti-russe, anti-siriane e anti-cinesi degli Stati Uniti. Dal loro punto di vista, scrivevo per diverse pubblicazioni “sbagliate”. Sono davvero orgoglioso che abbiano smesso di pubblicarmi. Sto bene dove sono: contro loro, e contro altri media occidentali. L’estensione del controllo ideologico occidentale del mondo è degenerata, veramente perversa. I suoi media e sbocchi “istruttivi” sono pienamente al servizio del regime. Ma il mondo si sveglia e affronta tale fondamentalismo culturale e politico mortale. È in corso una grande battaglia ideologica. Questi sono tempi eccitanti e luminosi. Niente potrebbe essere peggio della schiavitù. Le catene si spezzano. D’ora in poi, non ci sarà impunità per chi ha torturato il mondo per secoli. Le loro bugie, così come i loro carri armati, saranno affrontate e fermato!Andre Vltchek è filosofo, romanziere, regista e giornalista investigativo. È un creatore di Vltchek’s World in Word and Images, autore del romanzo rivoluzionario Aurora e diversi altri libri. Scrive in particolare per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La Storia avvicina Lula, Getúlio, JK, Jango e Brizola

Beto Almeida, Patria Latina, 19 marzo 2018 – Investig’ActionLa decisione presa da Lula di portare la sua “Carovana del Sud” presso la tomba di Getúlio Vargas a São Borja, riporta drammaticamente alla scena politica brasiliana l’ineffabile “Lettera Testamento” del Presidente Gaúcho (nato nello Stato di Rio Grande do Sul (RS)), fondatore di CLT (Consolidamento del diritto del lavoro-Codice del lavoro, 1 maggio 1943) e Petrobras. Ancora una volta, i rapaci lanciano il Paese in un drammatico crocevia che può essere diviso da esplosioni sociali imprevedibili. La condanna di Lula in un processo viziato ed irregolare, rivela la caccia delle oligarchie estere ed interne a un vero leader popolare, la cui condanna, se effettiva, può portare il Brasile a una crisi aggravando la perdita continua di una sovranità già corrosa. Lula si trova in una situazione simile, tranne la differenza del periodo, a quella incontrata da Getúlio Vargas nel corso della sua carriera. Lo stesso Lula ha riconsiderato la sua visione storica di Vargas e ora riconosce l’importanza del ruolo del presidente che fondò lo Stato sociale e trasformò il Brasile, “non più una piantagione di caffè”, ma un Paese industrializzato con tassi di crescita del 12%. La somiglianza è sorprendente dato che Vargas fu vittima dell’aggressione degli stessi rapaci che ora attaccano Lula. Ad ogni momento storico, ad ogni dilemma, ad ogni frangente, avevamo atteggiamenti diversi. Vargas reagì alla frode dell’oligarchia di San Paolo nelle elezioni del 1930, convocando l’unità civile e militare che divenne un movimento in grado di rovesciare il governo fraudolento e responsabile del Brasile ridotto a colonia, incapace di superare l’eredità della schiavitù. Fu solo dopo la rivoluzione del 1930, che portò Vargas al seggio presidenziale del palazzo di Catete con un ampio consenso popolare, che la comunità nera iniziò a sentire de facto l’abolizione della schiavitù conquistando i diritti nel lavoro e di cittadinanza. Il voto segreto e il voto delle donne furono anche adottati, provocando l’esaltazione dalla Francia tramite gli intellettuali anti-Vargas (la Francia concesse il diritto di voto alle donne solo dopo la Seconda Guerra Mondiale). Come con Lula, che ora è l’obiettivo di una sofisticata operazione di denigrazione, anche con Vargas ci fu anche la diffusione di menzogne che cercarono di presentare il presidente riformista come un delinquente. Adottando certe scelte politiche giudiziose, Lula diventa l’obiettivo della stessa oligarchia di cui Vargas fu vittima. Con una prospettiva storica, l’azione di Lula è in linea con la politica di Vargas, in particolare il rafforzamento del ruolo dello Stato e delle imprese pubbliche, in parallelo alle politiche sociali inclusive.
La buona decisione di Lula di portare la sua “Carovana del Sud” presso la tomba di Getúlio Vargas a São Borja, dove vi sono le tombe di altre grandi figure brasiliane come João Goulart, detto Jango (ultimo presidente brasiliano di sinistra prima del colpo di Stato militare del 1964) e Leonel Brizola (governatore dello Stato di RS, in esilio dopo il colpo di Stato del 1964 e fondatore del Partito democratico laburista nel 1979), è un messaggio simbolico potente e rivelatore della necessità indispensabile della grande unità popolare, per contrastare la minaccia imperialista e dei suoi partner oligarchici interni contro il popolo brasiliano. Il messaggio di Lula è anche diretto alla Centrale Unica dei Lavoratori (CUT), che trattò in modo improprio, da fascista, il Codice del lavoro e l’Imposta sindacale, la cui estinzione oggi, secondo gli stessi sindacalisti, potrebbe comportare la perdita di entrate pari al 70% del totale raccolto dalla Centrale, mettendo a rischio numerosi sindacati. L’articolo “Regressione storica”, scritto dalla valente parlamentare Benedita Silva e pubblicato sul giornale “O Globo”, riconosce l’importanza del Codice del lavoro e indirettamente l’Imposta sindacale. Stranamente non vi è alcun riferimento a Vargas. Per essere onesti, come possiamo discutere l’utilità di questi strumenti se il movimento sindacale non è in grado di dare impulso a un energico sciopero generale contro la riforma del Codice del lavoro del 2017 (CLT)? Anche se aderenti e simpatizzanti del PT (Partito dei lavoratori) erano ostili alla corrente politica dei Varga, a volte facendo uso della storia imposta da chi spinse Vargas al suicidio, il “golpe” contro Dilma Roussef nel 2016, mette Lula e Vargas nella stessa linea storica. Le reazioni alle sfide storiche sono tuttavia assai diverse. Nel 1932 Vargas reagì con le armi al colpo di Stato organizzato dall’oligarchia di São Paulo, battezzato fraudolentemente “rivoluzione costituzionale”, sostenuta dall’imperialismo inglese, proprio mentre Vargas verificava il debito estero. Vargas, a seguito dell’audit, sospese coraggiosamente il pagamento del debito i cui i principali creditori erano inglesi. Oggi è sorprendente vedere altri simpatizzanti del PT, specialmente a San Paolo, esaltare la presunta rivoluzione, mentre Lula l’ha definita pubblicamente controrivoluzione. Dilma Roussef da parte sua reagì al colpo di Stato in un altro modo, senza convocare il popolo, senza usare i mezzi legittimi dello Stato, e anche senza combattere coi media. Mentre Dilma non ha resistito alla frode che l’ha rovesciato, Vargas resistette alla frode del 1930, approfittando delle condizioni storiche per sconfiggerla politicamente coi suoi mandanti.

Vittoria nella sconfitta
Nel 1954, realizzando che il colpo di Stato era già in atto, quando aerei sorvolarono il palazzo di Catete, Vargas diede la vita per difendere le conquiste del popolo. Un colpo di pistola al cuore mantenne intatto il Codice del Lavoro, la compagnia mineraria Vale do Rio Doce, la banca di sviluppo BNDES, Petrobras e persino Eletrobras, la cui creazione fu firmata da Vargas quell’anno, dichiarando sorridendo che aveva appena firmato la sua condanna a morte. Questo sparo risuona ancora nel cuore del popolo brasiliano e permise a Vargas di designare il suo erede politico, Juscelino Kubistchek (JK), ritardando il colpo di Stato di 10 anni. Nel 1961, quando si ebbe un altro colpo di Stato, Brizola, il governatore del RS, seguì la linea di resistenza col coraggio che lo caratterizzò per tutta la vita. Creò il movimento di resistenza Reti della Legge, distribuì armi al popolo e invocò come nel 1930 l’unità civile e militare in difesa della Costituzione. Fece anche un uso intelligente della radio, mai considerato dai governi del PT, mobilitando le coscienze nel Paese. Il golpe fu di nuovo sconfitto. Ciò che i governi di Vargas, Jango, Lula e Dilma rivelano è che per ogni trasformazione sociale a favore dei lavoratori, le barriere vengno imposte dall’imperialismo e dall’oligarchia. Tali barriere possono essere pianificate, affrontate, sconfitte o altrimenti pericolosamente trascurate. Quando non prepariamo il popolo a difendere la via democratica senza l’uso indispensabile della comunicazione popolare e senza la resistenza organizzata, tutto è destinato al fallimento e alla sconfitta, come nel 1964 e nel 2016. Tuttavia, salvo alcune audaci dichiarazioni di Lula, che rivede la critica e riconosce il valore di Getúlio Vargas, ma anche le riflessioni del filosofo Emir Sader e del nostro caro professore Marco Aurélio Garcia (PT) sulla linea storica che unifica il PT e gli ideali di sviluppo nazionale e del lavoro, il dibattito viene spesso boicottato nel partito. Ma qui la storia ancora una volta colloca Lula nelle stesse circostanze di Vargas. E Lula posiziona correttamente la tomba di Vargas sulla strada della “Carovana del Sud” promuovendo un dibattito spontaneo.

Brizola e Lula

Il coraggio di Minas
Credo che valga la pena citare esempi dallo stato di Minas Gerais (abbreviato nel testo in Minas): JK, allora governatore di Minas, propose a Vargas il 3 agosto 1954 il trasferimento della capitale nazionale da Rio de Janeiro a Belo Horizonte (capitale di Minas), situata nella zona di montuosa di Alterosas, rendendo più facile resistere al golpe che prendeva forma. Vargas rifiutò, conoscendo il rischio che affrontava. Minas è un paese di coraggiosi all’origine della grande figura storica e grande eroe del Brasile anti-coloniale del diciottesimo secolo “Tiradentes”, sempre più citato da Lula. Nel 1932, durante la guerra civile, Minas prese le armi contro il colpo di Stato degli oligarchi di San Paolo, tra cui JK, il famoso politico Tancredo Neves e il grande musicista popolare Gonzagao “o Lua”, all’epoca tromba del 12.mo Reggimento di Belo Horizonte. In seguito, nel 1999, il governatore di Minas, Itamar Franco, mobilitando le truppe della Polizia Militare, respinse l’allora presidente brasiliano Fernando Henrique Cardoso dalla cosiddetta privatizzazione della diga di Furnas. D’altra parte, l’attuale governatore PT di Minas, contrariamente al coraggio di JK e Itamar, non mosse un dito contro la privatizzazione della Cemig (Minas Gerais Energy Company) soggetto stupido ed imbarazzato al mercato. E ancora di più, si propone la privatizzazione di altre imprese statali a Minas. Non a caso il “golpismo” non risparmiò JK e secondo il libro “L’assassinio di JK da parte della dittatura“, i sinistri perpetrati verificatisi nel 1976 sulla Via Dutra (l’autostrada che collega Rio de Janeiro a San Paolo) impedirono l’incontro che sarebbe stato emblematico tra l’ex-presidente e il presidente Ernesto Geisel (4° presidente della Repubblica del regime militare e generale dell’esercito brasiliano). Questo incontro avrebbe potuto cambiare il corso della politica del Paese perché il generale Geisel applicò, anche sotto la condizione di arbitro, determinate misure che prolungarono, per così dire, l’era Vargas. Qualche mese dopo, Jango tornò dall’esilio ma dentro una bara. Tancredo Neves morì nel 1985 in circostanze poco chiare il giorno prima che entrasse in carica come Presidente della Repubblica. Lui, che il 24 agosto 1954 propose a Vargas di resistere, armi in mano, e convocò popolo ed esercito di Vila Militar (caserma del distretto nei sobborghi di Rio). Il “golosismo” che agì contro Vargas, JK, Jango e Brizola ora si concentra su Lula.

Luiz Inácio Lula da Silva e Itamar Franco

L’avviso del 2013 non fu preso sul serio
Nel 2013 i segnali che annunciavano un colpo di Stato erano evidenti, soprattutto dopo i cosiddetti “giorni di lotta” chiaramente finanziati dall’estero e proposti dai “golpisti” dei media. Il disaccordo tra Lula e Dilma impedì all’ex-metallurgico di tornare alla presidenza nel 2014, con le probabili elezioni, considerandone la forte popolarità. All’improvviso, fuori dalla presidenza, fu bersaglio di un’operazione di demolizione sistematica dell’immagine, combinata con il continuo processo giudiziario condotto da un giudice dai forti legami con potenze estere. Escludere Lula dalla presidenza era un vantaggio offerto al “golpe” e non c’era motivo per cui vi tornasse. Anche Rafael Correa subisce la stessa odissea e la sconta inavvertitamente, non rimanendo alla testa di un processo di trasformazione per il quale ebbe la maggioranza del 70% nell’assemblea nazionale. D’altra parte Evo Morales non è caduto nella trappola concettuale dell’alternanza del potere, che fa Putin pienamente consapevole del suo ruolo nella scacchiera mondiale. Entrambi si preparano alla quarta elezione, sempre a suffragio universale. Non sappiamo l’esito dell’attuale crisi, sebbene Lula abbia detto durante la crisi dello scandalo Mensalão, che non si sarebbe suicidato come Vargas, che non si sarebbe arreso come il presidente Jânio da Silva Quadros nel 1961, e che non sarebbe fuggito dal Paese come Jango. All’epoca, avrebbe convocato il popolo per marciare in difendere del mandato popolare. Le circostanze sono cambiate, alcune condizioni favorevoli a una soluzione democratica non sono state colte e sfortunatamente il golpe ebbe luogo, il Codice del Lavoro fu violato, così come Petrobras e la Legge della Condivisione (garante delle ricette dello Stato sulla vendita del petrolio, utilizzato negli investimenti pubblici, ma anche garantendo una presenza minima come operatore nel processo di esplorazione ed estrazione). Le Eletrobras sono anche nel mirino degli aggressori. Le leve dello Stato sono nelle mani di potenze straniere e non di Lula; inoltre, viene condannato in tribunale. Nessuno conosce l’esito della crisi, ma come nel 1930, la nostra unica possibilità di successo è l’unità popolare, anche se è difficile da costruire. Se non agiamo in tempo, il popolo ne soffrirà. D’altra parte, se superiamo pregiudizi ed errori del passato, se manteniamo la speranza democratica, ci sarà sempre una fiamma nei cuori del popolo. Un motivo in più per incoraggiare l’unione, in nome della difesa del Brasile, ora minacciato come nazione.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’agente del KGB nell’intelligence della Germania ovest

Sputnik 18.03.2018Heinz Felfe, un eccezionale agente dell’intelligence sovietica che durante la Guerra Fredda diede un contributo inestimabile nel svelare i piani occidentali contro l’URSS e a preservare la pace, avrebbe compiuto cento anni. Secondo gli storici dei servizi segreti, il nome di Felfe è alla pari coi leggendari membri dei “Cambridge Five” inglesi guidati da Kim Philby e degli agenti dei servizi segreti sovietici che contribuirono ad informare sul programma Manhattan. Heinz Felfe nacque a Dresda nel 1918 nella famiglia di un ufficiale di polizia. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale nel settembre 1939, prese parte alle operazioni militari contro la Polonia. Ma non dovette combattere a lungo, ammalatosi di polmonite fu smobilitato. Nel 1941, Felfe sì diplomò ed entrò nella polizia di sicurezza della Prima Direzione della Sicurezza del Reich (RSHA). Successivamente fu inviato a studiare legge all’Università di Berlino. Nell’agosto 1943, Felfe fu trasferito alla Sesta Direzione della RSHA, impegnata nell’intelligence estera e guidata da Walter Schellenberg. Dopo un po’, Felfe fu promosso alla testa del dipartimento Svizzera della RSHA. Nel maggio 1945 fu fatto prigioniero dagli inglesi e rilasciato nell’autunno 1946. In quel periodo, le sue opinioni politiche cominciarono a cambiare. “Si rese conto che la politica estera sovietica era volta ad assicurare che la Germania rimanesse uno Stato unico e neutrale. L’idea non andava bene all’occidente che sosteneva la creazione di una zona di occupazione filo-USA e la divisione della Germania. Questo non sfuggì a Felfe, naturalmente, e ne influenzò le opinioni su occidente ed Unione Sovietica”, secondo Vitalij Korotkov, veterano del Servizio d’Intelligence Estero russo, che a un certo punto mantenne i contatti con Felfe.

Punto di svolta
Ma il motivo chiave che mutò le opinioni di Heinz Felfe in favore della cooperazione con Mosca fu la visione delle rovine della natia Dresda, dopo i barbari bombardamenti anglo-statunitensi nel febbraio 1945, brutali e assolutamente privi di senso dal punto di vista militare. Secondo varie stime, decine di migliaia di residenti di Dresda furono uccisi. Il primo contatto di Felfe con l’intelligence sovietica avvenne nei primi anni ’50. “Durante questo periodo, Heinz incontrò uno dei suoi colleghi del Sesto dipartimento della RSHA, Hans Clemens, che già collaborava con la nostra intelligence, e Clemens iniziò a valutare l’atteggiamento di Felfe nei confronti dell’Unione Sovietica, con un occhio alla possibile collaborazione con noi”, affermava Korotkov. Le informazioni ottenute su Felfe convinsero l’intelligence sovietica che fosse un candidato valido al reclutamento. “Quando s’incontrarono di nuovo, Clemens disse a Felfe che l’avrebbe messo in contatto coi compagni sovietici: nel 1951 Heinz andò a Berlino dove ebbe un colloquio coi rappresentanti del nostro servizio d’intelligence ed accettò di collaborare“, proseguiva Korotkov.

Uomo d’azione
Felfe fu incaricato di trovare un lavoro nella “Gehlen Organization“, la più grande organizzazione d’intelligence della Germania ovest del dopoguerra, creata dagli statunitensi e guidata da Reinhard Gehlen, che dirigeva l’intelligence operativa sul fronte sovietico-tedesco durante la guerra. “Heinz inizialmente ottenne un posto di lavoro presso una delle unità della Gehlen Organization e successivamente fu trasferito nella sede nel sobborgo di Monaco Pullach“, osservava Korotkov. Nel 1953, le informazioni ottenute da Heinz Felfe aiutarono l’Unione Sovietica a sventare un complotto occidentale per organizzare un colpo di Stato a Berlino Est. Nel 1956, la Gehlen Organisation fu ribattezzata Federal Intelligence Service (BND), e Felfe fu posto al timone di uno dei suoi dipartimenti, impegnato nelle attività sull’URSS. Ad esempio, nel 1953, grazie alle informazioni ricevute da Felfe, l’URSS reagì rapidamente al tentato colpo di Stato organizzato dall’occidente a Berlino Est. Da agente dell’intelligence sovietico, Heinz Felfe consegnò a Mosca oltre 15000 documenti classificati ed informazioni su oltre cento talpe della CIA. Vedendo molte delle operazioni contro l’Unione Sovietica fallire, il BND iniziò ad insospettirsi su Felfe. Nel novembre 1961 Heinz Felfe fu arrestato e condannato a 14 anni. “Trascorse sei anni in prigione, e per tutto quel tempo l’intelligence sovietica cercò uno scambio. I politici della Germania ovest infine decisero che lo scambio sarebbe stato il modo migliore per permettere a BND e statunitensi di rimpatriare i loro agenti arrestati nell’URSS e nella Germania democratica“, affermava Korotkov. Nel febbraio del 1969, Heinz Felfe fu scambiato con 21 agenti occidentali, letteralmente un autobus, sul quale furono consegnati alla Germania ovest. Felfe divenne cittadino della RDT, abitò a Berlino Est ed insegnò criminologia all’Università di Berlino. Nelle sue memorie, Felfe scrisse che si sentiva orgoglioso di aver contribuito a smascherare i mercanti di guerra. “Gli anni difficili che trascorsi operando da agente sovietico furono i migliori anni della mia vita“, osservò.
Per il suo eccezionale contributo al rafforzamento della sicurezza dell’Unione Sovietica e alla sua lunga e proficua collaborazione con l’intelligence sovietica, Heinz Felfe fu insignito dell’Ordine della Bandiera Rossa e Stella Rossa e del distintivo di “Ufficiale Onorario del Comitato per la Sicurezza dello Stato”, conferitagli dai dirigenti del KGB sovietico.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’avvertimento di Samora Machel su Mugabe

Africa Blogging, 27/10/2017Ottobre getta ombre oscure sul nostro continente Madre Africa, in quanto ha ingoiato grandi rivoluzionari che plasmarono le lotte al colonialismo e all’imperialismo. Il 19 ottobre 1986, Samora Moisés Machel, primo presidente del Mozambico, morì quando il suo aereo presidenziale si schiantò al confine tra Mozambico e Sudafrica. Non dimenticheremo mai il 15 ottobre 1987 e il 14 ottobre 1999, Madre Terra chiamò a sé Thomas Isidore Noël Sankara Presidente del Burkina Faso e il Presidente Julius Kambarage Nyerere della Tanzania. I giganti nella lotta anti-coloniali, Nyerere e Sankara partirono lasciando un segno indelebile che sarà inciso per sempre nei nostri cuori come fece il Presidente Samora Machel. Mentre commemoriamo i luminari, siamo consapevoli di ciò che rappresentavano e della loro visione dell’Africa grande continente per le generazioni future. Tuttavia, lo scopo del mio articolo si concentra sull’eredità del Presidente Machel, figura imponente nella nostra lotta per la liberazione. Con altri leader di Stati in prima linea, Machel diede solidarietà col militare e sociale ai combattenti dello Zimbabwe mentre intrapresero la lunga guerra al regime di Smith. Se Samora fosse vivo oggi, sono sicuro che direbbe ai cittadini dello Zimbabwe di ricordare gli avvertimenti su Mugabe dato lo stato di cose in Zimbabwe oggi. Chi fu in prima linea durante la guerra racconta come Machel fosse scettico nei confronti di Mugabe alla guida del movimento rivoluzionario. Almeno fu lungimirante!

L’avvertimento di Samora
Dzinashe Machingura, comandante durante la lotta, disse che Machel aveva dei dubbi molto profondi all’idea di concedere a Robert Mugabe qualsiasi importanza, per non parlare che fosse una sorta di giocatore centrale in corso. Dzino spiegò un incidente, l’incontro tra le strutture di comando di Frelimo e ZIPA nel 1976 in Mozambico nel pieno della guerra. Samora chiese l’incontro con la dirigenza del ZIPA per discutere del piano a lungo termine sulla futura leadership dello Zimbabwe. Mhanda giustamente illustrò il momento: “Rex Nhongo quindi presentò la nostra lista, con Mugabe in cima. Machel saltò dalla sedia disgustato. Chiaramente non era contento di Mugabe, tanto meno come leader. Continuò a dirci che aveva tolto Mugabe dai campi profughi per una buona ragione: “Ama le luci della ribalta” ed è contrario all’unità“.” Tuttavia, il Presidente Machel continuò ad accettare Mugabe come nuovo leader, ma Machel non era lontano dalla verità, come dimostra l’egoismo di Mugabe divenuto presidente a vita. Una nozione contro l’ethos del codice rivoluzionario dei leader che vanno e vengono. Ancora una volta, nel 1974, Mugabe fu respinto dai leader del Fronte dopo essere stato rilasciato da Smith, incontrando i leader del Fronte Kaunda, Julius Nyerere (Tanzania), Agostinho Neto (Angola) e Samora Machel (Mozambico). Secondo Dzino e corroborato da Rugare Gumbo in un’intervista alla China Global Television Network, Nyerere era particolarmente arrabbiato all’idea che un leader fosse così chiaramente inviatogli con la connivenza di Smith che si rifiutava di parlare con Mugabe e pretendeva che lui e seguaci tornassero in Rhodesia e con Sithole. Evidentemente era chiaro che Robert Mugabe era l’uomo di Ian Smith, contrariamente al gigante panafricano che interpretava. La biografia del defunto Joshua Nkomo, Storia della mia vita, a pagina 10 fa le stesse rivelazioni su come Mugabe era solito ottenere un trattamento preferenziale in carcere, avere il permesso di organizzare riunioni che orchestrarono il colpo di Stato contro Ndabaningi Sithole. Ecco Nkomo: “La mattina dopo ci siamo riuniti per il nostro incontro con i presidenti delle nazioni nere dell’Africa australe che erano in prima linea nella lotta al razzismo. Julius Nyerere uscì dall’aereo e ci salutò tutti, e la prima domanda che fece fu: “Dov’è Ndabaningi?La squadra del ZANU, sorprendentemente, non includeva Sithole, che tutti noi consideravamo presidente di quel partito. Invece c’erano il suo segretario generale, Robert Mugabe, e il suo segretario per la gioventù e la cultura, Morton Malianga. Risultò che cinque membri del Comitato centrale del ZANU erano in prigione e autorizzati a tenervi riunioni. Questo piccolo gruppo, senza consultare i membri e i compagni, decise di deporre Sithole dalla presidenza: Mugabe e Malianga agivano da loro portavoce”. Nkomo proseguiva: “I presidenti non poterono accettare queste due persone relativamente sconosciute come portavoce dello ZANU, quindi furono mandate nelle loro stanze ad aspettare mentre la riunione iniziava“. Tutto ciò indica alcune interessanti osservazioni, che il ruolo di Mugabe nella lotta di liberazione è piuttosto una posa geriatrica narcisista per postare selfie. In secondo luogo, i nostri libri di storia sono così distorti nell’elogiare Mugabe, che tutto il tempo intellettuali, storici e scrittori devono rivisitarla e dare allo Zimbabwe la narrazione corretta della lotta di liberazione. I Kudzai Chipanga di questo mondo e molti dei sicofanti che hanno elevato Mugabe a Dio dovrebbero tuttavia ricordare che lo Zimbabwe appartiene a tutti noi ed ha ispirato da molte generazioni prima di noi, senza paura, e non Mugabe e ZANU-PF. Il presidente Mugabe è intrinsecamente insicuro e minacciato sempre dalla paura dell’ignoto. Come ricordiamo Samora Machel, i cittadini dello Zimbabwe devono essere fermi nella difesa degli ideali della lotta di liberazione e dell’indipendenza per cui i veri eroi hanno combattuto così duramente. Dovremmo difendere l’eredità di tutti i compagni defunti che combatterono per la vera libertà, non per la libertà di una famiglia e di alcuni compari.

La guerra di liberazione non è stata una lotta individuale
Lo ZANU-PF ha dimenticato che la lotta di liberazione non era individuale, o la lotta di un partito, ma piuttosto la liberazione delle masse del nostro popolo dal giogo della dittatura del regime coloniale imperiale e razzista bianco. I recenti sviluppi politici sono solo un’indicazione che lo ZANU-PF è un partito egocentrico che ha usato la narrativa della liberazione come scusa per rimanere al potere. Diverse formazioni politiche, il movimento giovanile, la società civile, i sindacati hanno da allora decretato la decadenza economica e il sottosviluppo che accompagnarono la liberazione politica. Purtroppo, la maggioranza dei cittadini dello Zimbabwe ha lasciato il paese sparpagliandosi nel Mondo a causa di oppressione ed esclusione economica, in quanto le persone ancora intrappolate da povertà e fame esistenti già sotto il dominio coloniale. L’avvertimento del Presidente Samora Machel su ciò che viviamo sotto un leader egoista. Il dominio di Mugabe era caratterizzato da dittatura, mecenatismo e forme di leadership estremamente intolleranti. La sua incapacità di persuadere e convincere politicamente chi non era d’accordo, fece ricorso alla forza e alla coercizione come stile di leadership.

Storia di due movimenti di liberazione
Non c’è dubbio che Mugabe si stata la peggiore maledizione che lo Zimbabwe abbia mai avuto, la sua retorica vuota come paladino del potere nero è rimasta sulla sua bocca. Da quando lo ZANU-PF ottenne un altro mandato dopo la “clamorosa” vittoria del 2013, il partito non riuscì a trasformare lo Zimbabwe con lo sfortunato progetto ZIMASSET che da allora ha raccolto solo polvere. L’ossessione del partito per le elezioni è preoccupante, come se un nuovo mandato nel 2018 si traduca in nuovo sviluppo e ripresa economica. Mugabe come tutti gli spiriti ancestrali che di volta in volta hanno bisogno di accordarsi ai rituali tradizionali, è diventato un antenato vivente che, pur non affrontando alcuna sfida nel suo partito, ha bisogno del suo sostegno regolare per riaffermarsi leader supremo dello ZANU-PF. Ad esempio, aveva già indicato che il partito organizzava il congresso straordinario a dicembre per “approvare” Mugabe a candidato e centro di potere del partito. È tutto su di lui e vuole le luci della ribalta, come disse Machel. Le inutili conferenze dello ZANU-PF dimostrano chiaramente che non è in contatto con la realtà e dovrebbe comunque prendere spunto dagli amici di sempre, del Partito Comunista Cinese, che ha avuto il suo congresso in questi giorni. Mentre lo ZANU si riunisce nel congresso speciale per “approvare” Mugabe, il Congresso del PCC evidenziava i successi che il partito ha compiuto dall’ultimo congresso. Il rapporto del Congresso ha registrato un tasso di crescita medio annuo della Cina di oltre il 7%, che ha contribuito in media al 30% della crescita economica mondiale. Sotto la leadership del PCC, la Cina ha creato oltre 13 milioni di nuovi posti di lavoro all’anno per tre anni consecutivi, tra il 2013 e il 2016. China Daily aveva anche riferito che i nuovi posti di lavoro creati nei primi mesi del 2017 erano 9,74 milioni. Dal 2013, la Cina ha tolto 66 milioni di cinesi, pari alla popolazione della Francia, dalla povertà. Ha beneficiato della strategia contro la povertà presentata dal Presidente Xi Jinping. Secondo questa strategia, la Cina mira a togliere ogni anno 10 milioni di persone dalla povertà e si prevede che raggiunga l’obiettivo di “eliminare la povertà in Cina” entro il 2020. Il congresso inoltre delineava lo sviluppo futuro della Cina con un nuovo punto di partenza storico indicando gli effetti che lo sviluppo del Paese avrà sul mondo. Il discorso di Xi Jinping sul sogno cinese dovrebbe ispirare lo ZANU-PF e il presidente Mugabe a condurci al sogno dello Zimbabwe, che contenga le aspirazioni delle masse. Tuttavia, dovrei dire che Mugabe non ha alcun sogno sullo Zimbabwe, ma un sogno di Mugabe che diventa letteralmente presidente a vita. Una grande lezione per lo ZANU-PF è che i congressi non sono rituali per sostenere “l’antenato”, ma piuttosto un’opportunità per articolare strategie e tattiche, fornendo una guida programmatica e metodologica a qualsiasi movimento serio che cerchi di sviluppare il Paese. Lo ZANU-PF sembra perso; guarda al potere e al potere di un uomo, castigato da Samora come egoista a cui non va dato alcun ruolo di comando.

Ndabaningi Sithole

Chi uccise Samora Machel?
Paula Akugizibwe, Manica Post

È come se il Monumento a Samora Machel non fosse stato pensato per essere trovato. Dopo il bivio di un’autostrada ben marcata tra Sudafrica e Mozambico, la strada per il sito del misterioso incidente aereo del primo presidente del Mozambico prosegue per chilometri. Machel divenne presidente fondatore del Mozambico nel 1975, dopo aver guidato per anni il movimento di guerriglia FRELIMO nella lotta per l’indipendenza dal Portogallo, e procedette a guidare il Paese attraverso un tempestoso decennio. Credeva fermamente nella lotta armata non come mezzo per un fine, ma come mezzo per l’inizio. “Tra tutte le cose che abbiamo fatto”, disse, “il più importante, quello che la storia registrerà come contributo principale della nostra generazione, è che capiamo come trasformare la lotta armata in rivoluzione… era essenziale creare una nuova mentalità per costruire una nuova società”.

Sabotaggio
Dopo l’indipendenza, Machel introdusse riforme radicali orientate verso questa nuova mentalità. Un ardente socialista, nazionalizzò tutte le terre e le proprietà e guidò l’istituzione di scuole pubbliche e cliniche del Paese. Vietò anche la religione, provocando l’ira delle chiese internazionali che avevano massicci investimenti nel Paese. Alla fine del 1975, la maggior parte della popolazione dei coloni portoghesi aveva lasciato il Mozambico per timore di ritorsioni per i crimini coloniali. Lasciarono dietro di sé una scia di malvagità. gli abitanti delle città distrussero le infrastrutture industriali, i proprietari delle piantagioni bruciarono colture e attrezzature mentre abbandonarono i loro domini rurali. L’uscita improvvisa e distruttiva gettò il Paese dalle nuova indipendenza tra sconvolgimenti economici. Il sistema coloniale aveva escluso i neri dalla maggior parte delle professioni, assicurandosi che gli aspetti tecnici della produzione industriale e agricola rimanessero in mani portoghesi. Il colossale divario di competenze che seguì l’esodo di massa, combinato con atti di sabotaggio dei portoghesi in partenza. fece precipitare la produzione, infliggendo un duro colpo alle finanze del Paese.

Le relazioni si inasprirono
Il colpo fu aggravato dal cambiamento dei modelli di lavoro e commercio. Sotto il dominio portoghese, il Mozambico aveva fornito enormi quantità di lavoro, oltre che commercio da e verso Sud Africa e Zimbabwe (allora Rhodesia), assicurando un flusso costante di entrate al governo coloniale. Le relazioni con entrambi i Paesi s’inasprirono non appena il FRELIMO prese il potere e, a un anno dall’indipendenza, lo storico Tony Hodges riferì che il reclutamento di mozambicani nelle miniere del Sud Africa diminuì da circa 2000 alla settimana a meno di 400. I governi sudafricano e rodesiano, irritati dal socialismo di Machel e dal sostegno dato ai movimenti di liberazione in quei Paesi, reagirono investendo nel gruppo ribelle mozambicano RENAMO, che lanciò una violenta campagna anti-FRELIMO, distruggendo scuole e cliniche di nuova costruzione e altre infrastrutture pubbliche. Il suo sabotaggio divennero il seme di una devastante guerra civile che si estese ai primi anni ’90, con centinaia di migliaia di morti. Nel giro di pochi anni dall’indipendenza, questo cocktail d’instabilità aveva messo il Mozambico in gravi difficoltà economiche, aggravate dalle tensioni politiche interne, poiché la nuova mentalità che Machel aveva predicato faticò a mettere radici. In Mozambico, come in molti Paesi africani, c’era ciò che lo storico David Robinson descrive come “elementi nell’organizzazione e nelle forze militari che guardavano all’ascesa di una borghesia nera dopo l’indipendenza”. In mezzo agli scossoni politici dela sua presidenza, questa ideologia carismatica non fu facile da avviare. Tuttavia, nonostante crisi economica, delusione da aspettative insoddisfatte post-indipendenza e la reputazione di trattare duramente i dissidenti, Machel ebbe il sostegno popolare durante il suo mandato. Percy Zvomuya scrive che “A differenza dei rivoluzionari che non hanno mai potuto governare e quindi offuscare proprie eredità e promesse, ebbe abbastanza tempo in carica per disilludere molti, eppure la gente piange ancora quando pensa a Samora“.

Integrità rivoluzionaria
Ma non era nemmeno a corto di nemici, non ultimo il governo sudafricano, che nel 1981 invase il Mozambico per dare la caccia ai membri del Congresso Nazionale Africano (ANC). In risposta, Machel tenne una manifestazione nel centro di Maputo, dove abbracciò l’allora presidente dell’ANC Oliver Tambo prima di sfidare provocatoriamente il governo dell’apartheid: “Non vogliamo la guerra. Siamo pacifisti perché siamo socialisti. Una parte vuole la pace e l’altra vuole la guerra. Cosa fare? Lasciamo scegliere al Sudafrica. Non abbiamo paura… e non vogliamo neanche la guerra fredda. Vogliamo una guerra aperta. Vogliono venire qui e assassinarci. Quindi diciamo, lasciateli venire! Lasciate che vengano tutti i razzisti… allora ci sarà la vera pace nella regione, non la falsa pace che viviamo ora“. Ai politici mozambicani non fu risparmiata la sua impavida rabbia per tutto ciò che percepiva come un affronto all’integrità della rivoluzione. A un altro raduno di quell’anno, affrontò la corruzione, dichiarando l’intenzione di lanciare una “offensiva della legalità” rivolta a militari e funzionari della sicurezza che volevano cavalcare sulle spalle del popolo. Gli storici Fauvet e Mosse scrivono che “i diplomatici degli Stati del blocco sovietico erano stupiti. Nessun leader di nessun altro Paese socialista aveva mai criticato le proprie forze di sicurezza in questo modo. Queste affermazioni non erano temerarie? Machel non stava forse invitando al colpo di Stato? Ma non ci fu alcun colpo di Stato“.Complotto per l’assassinio
Ciononostante, operando in un terreno sempre più ostile, che divenne particolarmente chiaro dopo un fallito colpo di Stato nel 1984 in cui erano implicati membri del suo gabinetto, due dei quali divennero presidenti dopo la sua morte. Quell’anno, quando la RENAMO provocò crescente devastazione in Mozambico, bombardando infrastrutture e uccidendo civili, Machel fu anche obbligato a firmare un accordo col governo sudafricano, nel quale accettò di limitare il sostegno all’ANC in cambio della fine del finanziamento e dell’armamento sudafricano della RENAMO. Sebbene l’accordo provocasse grande delusione nei combattenti per la libertà nella regione, la minaccia rappresentata dalla RENAMO era così grave che persino Tambo, allora presidente dell’ANC, ammise che “La dirigenza del Mozambico fu costretta a scegliere tra vita e morte. Quindi se significava abbracciare la iena, dovevano farlo“. Ma la situazione continuò a peggiorare. Prima di partire per un incontro degli Stati del Fronte a Lusaka nell’ottobre 1986, Machel rese pubblicamente noto di essere sopravvissuto a un attentato. Accusò il governo sudafricano del complotto e diede istruzioni su cosa dovesse accadere in caso di morte. Machel non tornò mai più in Mozambico dall’incontro. Sulla via del ritorno, l’aereo presidenziale fece una virata inspiegabile e fatale di 37 gradi sulla catena montuosa Lebombo, tra Sudafrica, Mozambico e Swaziland. Nove ore passarono prima che il Sudafrica informasse il Mozambico che l’aereo era precipitato, anche se alcune forze di sicurezza sudafricane erano sul posto diverse ore prima. Durante questo periodo perquisirono il relitto confiscando tutti i documenti ufficiali, così come la scatola nera dell’aereo. Incisioni nel collo dei due piloti in seguito sollevò il sospetto che fossero stati uccisi sul posto, non nell’incidente.

Inchiesta
Poco dopo, il Sud Africa istituì una commissione d’inchiesta che, dopo un avvio ritardato a causa del rifiuto delle forze di sicurezza di consegnare la scatola nera, alla fine emise un rapporto che incolpava dell’incidente l’equipaggio russo. Il governo sovietico avviò una propria inchiesta che concluso che l’aereo era stato indirizzato erroneamente da un falso segnale radio installato per portarlo fuori rotta. L’esca portò i piloti a credere di sorvolare la pianura vicino Maputo, quando in realtà volarono contro le montagne. La commissione per la verità e la riconciliazione del Sudafrica (TRC) ha successivamente esaminato il caso e ha pubblicato un rapporto contenente dettagli che rafforzavano la teoria dell’assassinio. Graça Machel, la vedova di Samora e poi moglie di Nelson Mandela, testimoniò che fu ucciso e si presentò al TRC coi dettagli del complotto che coinvolgeva agenti di Sudafrica, Mozambico e Malawi.

Nuova indagine
La TRC non riuscì a raggiungere una conclusione definitiva, comunque, sebbene affermasse che erano state accumulate prove sufficienti per giustificare l’indagine. Oltre un decennio dopo, nel dicembre 2012, l’unità d’élite ella polizia del governo sudafricano, i Falchi, annunciò il lancio di una nuova indagine sull’incidente. L’indagine è in corso in collaborazione col governo del Mozambico e potrebbe finalmente portare ad alcune risposte alle domande che pendono sulla morte prematura di Machel. Ma a prescindere dal risultato, non risolverà altri problemi sconvolgenti, problemi di memoria che si attardano in spazi al di fuori della portata di qualsiasi commissione d’inchiesta. Oggi in Mozambico, i ricordi di Machel sono ovunque. Strade e istituzioni sono nominate in suo onore, le statue che catturano i suoi noti gesti, gli adesivi dei paraurti testimoniano il sostegno popolare che ha lasciato dietro di sé. Ma l’eredità che ha vissuto e per cui è morto è più difficile da trovare.

Consumismo
La storia va al contrario? Laddove un gran numero di portoghesi fuggi dall’indipendenza, un gran numero torna, allettato dalle opportunità offerte dall’economia in forte espansione del Paese. Le organizzazioni internazionali investono nel Paese con affari, aiuti e Gesù. Nella rapida transizione da uno dei Paesi più poveri del mondo a uno dei paesi più ricchi del continente, un cospicuo consumismo abbonda. Laddove Machel chiese la nazionalizzazione delle risorse del Paese, il governo di oggi assicura agli investitori stranieri che ai mozambicani basta detenere non più del 20% delle azioni minerarie. In Sud Africa, la cui liberazione ha sostenuto così ferocemente, un impoverito insediamento informale a Cape Town porta il suo nome. Le baracche sono raggruppate intorno alla strada Oliver Tambo che attraversa la cittadina, a distanza deliberata dal centro della città, offrendo il promemoria che bandiere ed inni potrebbero essere cambiati, ma l’antico sistema di oppressione economica è ancora vivo e vegeto.

Idee calpestate
Thomas Sankara, ex-Presidente del Burkina Faso assassinato un anno dopo Machel, osservò poco prima della morte che “mentre i rivoluzionari come individui possono essere uccisi, non si possono ucciderne le idee”. Ma anche se le idee potrebbero essere immortali, sembra abbastanza facile dimenticarle, idolatrare persone e onorarne i ricordi con souvenir simbolici, mentre la visione per cui vissero e morirono sono calpestate mentre la gente lotta per la ricchezza. Finalmente arriviamo al memoriale, arroccato su una collina circondato dalla tranquillità rurale. Tra relitti conservati dell’aereo, 35 tubi d’acciaio, uno per ogni persona morta quella notte, torreggiano verso il cielo, le fessure appositamente progettate per rilasciare tenui lamenti ogni volta che soffia il vento. È il tipo di suono che non si può replicare o dimenticare, il tipo che ti perseguita tra le contraddizioni quotidiane che si hanno nel divario sempre più ampio che Machel cercò di chiudere, il divario tra lotta come azioni e rivoluzione come modo di vivere.Questo articolo è apparso per la prima volta sul sito This is Africa il 18 marzo 2014.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

I sovietici usarono truppe tedesche per combattere i nazisti?

Boris Egorov, RBTH 5 marzo 2018

Lev Kopelev e Walther von Seydlitz

Durante la seconda guerra mondiale, i nazisti erano sicuri di scontrarsi con le cosiddette “truppe di Seydlitz” che combattevano dalla parte sovietica. Ritenevano che fossero prigionieri tedeschi liberati e sotto il comando dell’ex-generale della Wehrmacht Walther von Seydlitz-Kurzbach, che aveva disertato presso i sovietici. Tuttavia, la realtà era abbastanza diversa.

Spezzare l’accerchiamento
Il generale Walther Kurt von Seydlitz-Kurzbach era considerato un perfetto tattico nella Wehrmacht tedesca. Le sue azioni decisive spezzarono l’accerchiamento del 2.do Corpo d’Armata sovietico nella sacca di Demjansk all’inizio del 1942, un’operazione molto apprezzata. Quando la 6.ta Armata, in cui Seydlitz comandava il 51.mo Corpo d’Armata, fu circondata a Stalingrado nel novembre 1942, espresse la disponibilità a spezzare questo accerchiamento. Tuttavia, le richieste al generale Friedrich Paulus di consentirlo furono respinte. Paulus seguì ostinatamente l’ordine di Hitler che proibiva ogni ritirata. Dopo diversi inutili tentativi di convincere il comandante, Seydlitz decise di prendere l’iniziativa. Ignorando la gerarchia, scrisse direttamente al comandante del Gruppo B colonnello-generale Maximilian von Weichs: “Restare inattivi è un crimine dal punto di vista militare, ed è un crimine dal punto di vista della responsabilità nei confronti del popolo tedesco“. Weichs non rispose mai. Poi Seydlitz radunò parte delle sue truppe per compiere una puntata, senza il sostegno del resto dell’esercito tedesco, e tale azione fu condannata. Quando il generale fu catturato dalle truppe sovietiche il 31 gennaio, era pieno di rabbia e delusione verso Paulus e Hitler.

Friedrich Paulus, Generalmaggiore Leyser, Colonnello Wilhelm Adam e Generale Walther von Seydlitz, 1943.

“Vlasov tedesco”
Quando gli ufficiali sovietici tentarono per la prima volta di arruolare Seydlitz nel campo di prigionia, trovarono terreno fertile. Il generale era assai disilluso dai vertici tedeschi e scioccato dalla catastrofe di Stalingrado. Accettò di collaborare coi comunisti presto. Lo storico Samuel W. Mitcham scrisse in I comandanti di Hitler: “Era convinto che qualsiasi passo che accelerasse la caduta di Hitler andasse bene per la Germania, anche se ciò significava lavorare per Stalin“. Insieme a 93 ufficiali, Seydlitz formò la Lega degli ufficiali tedeschi, dove fu scelto presidente. Divenne anche vicepresidente del Comitato nazionale per una Germania libera, guidato dai comunisti tedeschi. L’attività di Seydlitz rispecchia quella del generale Andrej Vlasov, un generale sovietico catturato che disertò per la Germania e guidò il cosiddetto Comitato per la liberazione dei popoli della Russia. Walther von Seydlitz partecipò attivamente alla guerra di propaganda. Cercò di convincere i comandanti tedeschi che Hitler aveva tradito la Germania permettendo la catastrofe di Stalingrado, e che avevano giurato alla loro terra, non al fuhrer. “Dopo che Hitler se ne sarà andato, la Germania farà la pace“, disse. Seydlitz scrisse al comandante della 9.ma Armata Walter Model nell’ottobre del 1943: “Fai dimettere Hitler! Lascia la terra russa e porta l’esercito dietro i confini orientali tedeschi. Questa decisione garantirà una pace onorevole che darà al popolo tedesco i diritti da nazione libera“.
I messaggi di Seydlitz non trovarono un pubblico ricettivo tra i generali della Wehrmacht. Tuttavia, l’appello ai difensori di Konigsberg a deporre le armi accelerò la capitolazione della guarnigione nell’aprile 1945. Il desiderio e lo scopo più importanti per Seydlitz era formare unità tedesche che combattessero i nazisti insieme ai sovietici sul campo di battaglia. Ma tale permesso doveva essere concesso da Stalin.

Le truppe di Seydlitz: mito o realtà?
Nonostante le numerose richieste di Seydlitz, Stalin non permise mai che nessuna formazione militare venisse creata da prigionieri di guerra tedeschi. Furono utilizzati solo per lavori di costruzione nelle retrovie. La leadership sovietica era molto sospettosa verso i tedeschi, persino se propri cittadini. I tedeschi del Volga furono sotto costante osservazione, spesso spostati dalle prime linee alle retrovie e furono persino deportati in Siberia e Asia centrale nel 1941. Gli ex-nazisti, alcuni disertori, entrarono nei ranghi partigiani, come l’ex-gefreiter Fritz Schmenkel a cui fu persino assegnato il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica. Ma questi erano casi isolati. Formare un’unità coi prigionieri di guerra tedeschi era fuori questione. Così Seydlitz non riuscì mai a creare l’equivalente sovietico dell’Esercito di Liberazione russo di Vlasov. Al contrario, la richiesta dei prigionieri di guerra rumeni di creare proprie formazioni per combattere a fianco dell’esercito sovietico fu approvata e furono create due divisioni di fanteria rumene. Eppure, i nazisti credevano di aver incontrato e combattuto “le truppe di Seydlitz”. Erano sicuri che i Fw-190 e Me-109 trofeo decorati con le stelle rosse usate dai piloti sovietici per lanciare volantini propagandistici e la ricognizione fossero guidati dai piloti tedeschi di Seydlitz. Helmut Altner, un giovane soldato che difese la capitale del Terzo Reich negli ultimi giorni, ricordò nelle sue memorie Danza della morte a Berlino che insieme ai sovietici, Berlino fu presa d’assalto dalle “truppe di Seydlitz in uniforme tedesca con fregi e mostrine rosse sulle maniche. Non posso crederci, tedeschi contro tedeschi!“. Helmut non li vide mai visti, ma gli fu detto da dei carristi. Tuttavia, non vi sono documenti negli archivi russi e tedeschi, né informazioni sull’esistenza di tali formazioni. L’esercito di Seydlitz era un mito e non è mai esistito.
Il destino di Seydlitz fu migliore del suo omologo Vlasov. Dopo aver trascorso un po’ di tempo in un campo di prigionia, morì nella RDT nel 1976. Il meno fortunato Andrej Vlasov fu giustiziato a Mosca nel 1946.Traduzione di Alessandro Lattanzio