L’intesa India-Pakistan trasformerà l’Eurasia

F. William Engdahl New Eastern Outlook 31/01/2016modi-sharifNegli ultimi mesi, l’India del nuovo dinamico premier Narendra Modi e il primo ministro del Pakistan Nawaz Sharif hanno fatto i primi passi verso la soluzione di 70 anni di tensioni di confine. Le due grandi nazioni eurasiatiche puntano all’armonia politica e infine economica, che potrebbe cambiare notevolmente in meglio la geopolitica di guerre e caos mondiale. Saranno i Paesi chiave del cuore eurasiatico dell’emergente Shanghai Cooperation Organization, di cui entrambi sono gli ultimi aderenti. Provocherà infarti a Londra, New York e Riyadh.
E’ utile studiare la metodologia storica effettiva della strategia dell’equilibrio dei poteri inglese, quando l’impero crebbe dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo nel 1815. In sostanza fu il dominio inglese sui mari del mondo, attraverso la Royal Navy, controllando il commercio mondiale pur mantenendo l’Europa continentale quale potenziale sfidante sottomessa, mantenendo sempre alleanze con gli Stati o le potenze avversari più deboli per condurre attriti o guerre contro l’avversario più forte, il che significava schierarsi una volta con la Prussia contro la Francia, e nell’altra con la Francia contro la Germania, e così via. Era chiaro alla fine della seconda guerra mondiale che gli Stati Uniti d’America, l’egemone emerso dalla guerra, non avevano alcuna intenzione di aiutare l’alleata Gran Bretagna a mantenere la zona commerciale favorita della sterlina imperiale inglese, per ripristinare infine l’impero e sfidare la nuova egemonia degli USA. Gli Stati Uniti decisero prima di smembrare quell’impero e infine dare alle società statunitense ciò che rimase. Dopo la guerra, crearono la Comunità europea del carbone per fare dell’Europa continentale devastata dalla guerra un loro vassallo economico, sempre con lo spauracchio dell’Unione Sovietica per mantenere l’Europa docile. Era il sistema di potere statunitense. Truman, nell’agosto 1945, su consiglio delle banche di Wall Street, scioccò Londra interrompendo bruscamente il programma affitti e prestiti di guerra con cui la fallita Gran Bretagna, di fatto, poteva importare beni vitali come il cibo. Washington perseguì la negoziazione di un prestito le cui condizioni chiesero che Il Regno Unito rendesse la sterlina convertibile.

Il sole tramonta sull’impero
La combinazione di richieste finanziarie di Washington nel dopoguerra al governo laburista di Clement Attlee e rovina dell’economia di guerra della devastata Gran Bretagna, rese mantenere l’impero, soprattutto l’India, fiscalmente impossibile. Quando il governo inglese nel 1947 nominò Lord Mountbatten in Birmania, zio del principe Filippo, a supervisore del passaggio del Raj indiano degli inglesi, allora comprendente anche Pakistan e Bangla Desh, all’indipendenza, Mountbatten fece in modo di gettare i semi di più di sei decenni di conflitti. Il suo piano, realizzato in sei mesi, puntava a ciò che chiamò “Teoria delle due nazioni”, tutte le aree con popolazione a maggioranza musulmana sarebbero diventate parte del Pakistan, e quelle con maggioranza indù si sarebbero unite all’India. I conflitti religiosi furono programmati dal divide et impera giocato dagli inglesi. Le placche tettoniche che Mountbatten pose in collisione furono l’India, Stato prevalentemente indù, e il Pakistan, Stato dalla schiacciante maggioranza musulmana sunnita. Sul Kashmir, territorio contestato oggi da India, Pakistan e Repubblica popolare cinese, Mountbatten lasciò che si decidesse in futuro se diventare parte dell’India o del Pakistan. Era come se avesse deciso di porre una bomba pronta al confine delle nuove nazioni. Incastrato nella valle dell’Himalaya tra le tre grandi nazioni asiatiche, il Kashmir è stato ed è oggi il centro della crisi che può, e troppo spesso è, esplodere nello scontro incontrollato tra India e Pakistan, entrambi in possesso di armi nucleari. Inoltre, il Kashmir è geopoliticamente strategico non solo per India e Pakistan, ma anche per la Cina. Oggi l’India vi staziona 700000 forze di sicurezza per mantenere sotto stretto controllo una popolazione di 7 milioni di musulmani nella valle del Kashmir. Ben 80000 persone furono uccise nel conflitto sul Kashmir negli ultimi due decenni ed 8000 civili sono i dispersi in Kashmir. Poco nota è l’affermazione della Cina sull’impatto del Kashmir nella sicurezza della provincia della Cina occidentale dello Xinjiang, al confine col Kashmir conteso, e sede della minoranza uigura musulmana Cina. Nel 1962, dopo una breve guerra di confine con l’India, la Cina prese il pieno controllo dell’Aksai Chin in Kashmir, al confine con la strategica provincia cinese dello Xinjiang. Dopo la guerra di confine del 1962 tra Cina e India, la Cina sviluppò la “solida amicizia” con il Pakistan, sostenendolo nelle guerre contro l’India nel 1965 e 1971, e sostenendone le pretese sul Kashmir. Il cosiddetto Movimento islamico del Turkestan Oriente (ETIM), così come SIIL e altri gruppi terroristici radicali, sono sempre più attivi nello Xinjiang, il cuore della produzione di petrolio e gas della Cina, e nodo dei gasdotti per Kazakistan e Russia. L’irrisolta partizione del Kashmir è la chiave geopolitica per risolvere le guerre infinite in Afghanistan, il conflitto tra Pakistan e India, e aprire l’intera regione al notevole futuro sviluppo economico cooperando con la Cina sui progetti infrastrutturali per strade, ferrovie e porti.

L’adesione alla SCO apre nuove porte
Negli ultimi mesi, aiutata dal governo poco filo-USA di Najendra Modi, l’India ha compiuto sottili passi per la distensione e infine porre fine al conflitto infinito tra India e Pakistan sul Kashmir. Dalla rielezione nel 2013 il regime pakistano del primo ministro Nawaz Sharif, capo della Lega musulmana pakistana e punjabi del Kashmir, ha allontanato da Washington il Pakistan che sotto il Generale Musharraf dipendeva dagli Stati Uniti dal 2001, nella guerra al terrorismo e nella disastrosa guerra in Afghanistan. Sharif, pur mantenendo relazioni amichevoli con Washington non è malleabile ed ha cercato migliori legami con la Cina, vecchia alleata del Pakistan, e con la Russia, forte alleata dell’India dalla guerra fredda. Modi, leader nazionalista indù del Bharatiya Janata Party (BJP), da quando è primo ministro indiano, nel maggio 2014, ha lanciato un’impressionante ripulita della burocrazia statale della pianificazione indiana, agendo per rendere gli investimenti esteri più attraenti. Il risultato è che nel 2015 l’India era il Paese leader negli investimenti esteri diretti nel mondo, superando anche la Cina. Modi ha compiuto grandi passi per migliorare le infrastrutture dei trasporti in India, in particolare autostrade e reti ferroviarie, riformando per prima le ferrovie. L’India di Modi ha lanciato la costruzione in joint venture francesi e statunitensi di 1000 nuove locomotive diesel col piano “Make in India”. A fine dicembre 2015, il suo governo ha firmato un accordo con il Giappone per costruire un sistema di treni ad alta velocità che collega Mumbai e Ahmadabad, e la massiccia espansione della rete autostradale in India, creando moderni collegamenti per le aree più remote per la prima volta. Inoltre, 101 fiumi saranno convertiti in corsi d’acqua nazionali per il trasporto di merci e passeggeri. Mentre l’agenda economica nazionale finora è impressionante, Modi sa chiaramente che il futuro della robusta trasformazione economica indiana è collegare la seconda nazione più popolosa del mondo allo spazio economico eurasiatico emergente, dominato da Cina e Russia. Nel luglio 2015 l’eurasiatica Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, gruppo sempre più strategico creato nel 2001 a Shanghai per incrementare la cooperazione nello spazio eurasiatico tra Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan, ha votato per estendere lo status di piena adesione nel 2016 di Pakistan e India. E’ la prima espansione in 15 anni di storia della SCO, e potenzialmente la più significativa, in quanto apre l’intera area eurasiatica dalla Cina all’India attraverso Pakistan, Kazakistan, Russia e gli altri Stati aderenti all’Unione economica eurasiatica, tra cui oltre a Russia e Kazakistan, Bielorussia, Armenia e Kirghizistan. Gli aderenti alla SCO nel 2015 approvavano ufficialmente la partecipazione al vasto programma per le infrastrutture stradali e marittime del Grande Progetto Via e Cintura della Cina. Modi prevede chiaramente di collegare la rete ferroviaria indiana aggiornata al progetto della Via della Seta della Cina. La distensione con il Pakistan è la chiave geografica di ciò. L’agenda economica eurasiatica è chiaramente il motivo trainante della visita a sorpresa di Modi nella capitale del Pakistan, Lahore, per incontrare il Primo ministro Sharif il 25 dicembre, di ritorno dai colloqui a sorpresa a Kabul, in Afghanistan e prima ancora, con Putin in Russia, dove entrambi i Paesi hanno deciso i principali programmi di Difesa ed energia nucleare. Il primo ministro del Jammu e Kashmir, Mufti Muhamad Sayid, ha salutato i colloqui Modi-Sharif affermando che rafforzeranno “l’amicizia e inaugureranno un’era di pace e stabilità nella regione. È un processo evolutivo e un passo nella giusta direzione“. Fu il primo viaggio in Pakistan di un primo ministro indiano dal 2004.
Sharif negli ultimi mesi ha impegnato il Pakistan in un cambio geopolitico sottile ma significativo. Per decenni l’Arabia Saudita aveva considerato il Pakistan uno Stato vassallo, economicamente arretrato e dipendente dalla generosità finanziaria saudita. Negli anni ’80, l’operazione Ciclone della CIA era il nome in codice per l’operazione degli Stati Uniti per addestrare i fanatici terroristi nominalmente musulmani, soprannominati Mujahidin, per la guerriglia contro i sovietici dell’Armata Rossa in Afghanistan, con l’intelligence pakistana, l’ISI dell’ultra-conservatore generale Muhammad Zia-ul-Haq, il dittatore scelto dall’amministrazione Reagan-Bush per la loro guerra empia, o come Zbigniew Brzezinski ha definito “Vietnam della Russia”. I mujahidin in Afghanistan furono reclutati dal giovane saudita Usama bin Ladin, che allora lavorava per l’operazione Ciclone della CIA gestita da Turqi al-Faysal, il capo dell’intelligence saudita fino a poco prima dell’11 settembre 2001, una persona vicina alla famiglia Bush Al-Faysal inviò il giovane ricco saudita Usama bin Ladin in Pakistan negli anni ’80 per reclutare terroristi fanatici sunniti nell’operazione Ciclone; migliaia di reclute dall’ultra-rigida Arabia Saudita wahhabita. Tale intimo corrotto legame saudita-pakistano chiaramente s’indebolisce col regime di Sharif, nonostante le riunioni di vertice tra l’esercito pakistano e il re saudita lo scorso novembre. Quando il ministro della Difesa saudita e di fatto presente sovrano, principe Salman, annunciava il 14 dicembre la formazione di una coalizione a guida saudita degli Stati sunniti che hanno accettato di combattere lo SIIL in Siria. Il Ministero degli Esteri del Pakistan annunciò che non gli fu formalmente chiesto e che non avrebbe aiutato i sauditi a schierare truppe in Siria. Potenzialmente molto più importante è lo sviluppo, tuttavia, dei rapporti tra Pakistan e India. Modi e Sharif si sono incontrati privatamente nel luglio 2015 ad Ufa, in Russia, al vertice della Shanghai Cooperation Organization, dove entrambi decisero la collaborazione diretta sulle misure antiterrorismo e Sharif invitò Modi al vertice del 2016 dell’Associazione dell’Asia meridionale per la cooperazione regionale (SAARC). Ora, con la chiara volontà di Sharif e Modi di disinnescare il Kashmir e altri conflitti che hanno tenuto Pakistan e India in stato di tensione continua dal 1947, la prospettiva è più reale che mai, negli ultimi decenni, per la distensione e anche la cooperazione economica.
Con Cina e Russia impegnate nel dialogo positivo con entrambi i Paesi, e le immense prospettive economiche dei grandi progetti infrastrutturali della Via e Cintura della Cina, insieme all’Unione economica eurasiatica della Russia, il peggior incubo di Zbigniew Brzezinski, l’unione economica delle nazioni dell’Eurasia India, Cina e Russia è a portata di mano. L’Iran, le cui sanzioni imposte dagli Stati Uniti sono in procinto di essere tolte, chiaramente aderirà allo spazio economico eurasiatico. Si tratta dell’adesione di un osservatore della Shanghai Cooperation Organization che attende la revoca delle sanzioni. Una vista alla mappa eurasiatica mostra il vasto ed entusiasmante nuovo spazio geopolitico emergente. Nel suo famigerato libro del 1997, La Grande Scacchiera, Brzezinski, nel 1979 architetto della guerra dei Muhjaidin della CIA contro i sovietici in Afghanistan, osserva che “è imperativo che nessun sfidante eurasiatico emerga, capace di dominare l’Eurasia, e quindi anche di sfidare l’America”. Brzezinski continuò ad elaborare la minaccia di tale formazione eurasiatica: “Una potenza che domina l’Eurasia controllerebbe due delle tre regioni più avanzate ed economicamente produttive del mondo. Un semplice sguardo alla mappa suggerisce anche che il controllo dell’Eurasia comporterebbe quasi automaticamente la subordinazione dell’Africa, rendendo emisfero occidentale e Oceania (Australia) geopoliticamente periferici rispetto al continente centrale del mondo. Circa il 75 per cento della popolazione mondiale vive in Eurasia, e la maggior parte della ricchezza fisica del mondo è lì, sia industriale che del sottosuolo. L’Eurasia rappresenta circa i tre quarti delle risorse energetiche conosciute al mondo”. La sfida per le nazioni eurasiatiche della SCO, con Pakistan e India ora, sarà impedire che “terrore” e altre interruzioni sabotino la distensione emergente tra Pakistan e India. Possiamo essere certi che il ministro della Difesa saudita, principe Salman, fa gli straordinari per trovare un modo per far deragliare la collaborazione assieme certe reti vicine ai falchi neoconservatori di Obama. I prossimi mesi saranno cruciali per il futuro dell’Eurasia e, per estensione, della pace e dello sviluppo politico-economico globali. Ancora una volta, Russia e Cina giocano un ruolo di mediazione costruttiva e l’occidente, in particolare Washington e gli alleati, fa di tutto per ostacolarlo.modi-sharif-1F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cina e Russia sfidano la ‘Prima Marina’

F. William Engdahl New Eastern Outlook 21/01/2016PCN-SPO-CART.-marines-russo-chinoises-en-Mediterranée-2015-05-14-ENGLI principali pianificatori militari degli Stati Uniti dopo la guerra ispano-statunitense del 1898 studiarono con attenzione il modello imperiale dei cugini inglesi. Dal 1873, mentre l’economia inglese sprofondava in quello che chiamarono Grande Depressione, uomini come Junius Pierpont Morgan, il banchiere più potente degli USA, Andrew Carnegie, il più grande produttore di acciaio, John D. Rockefeller, il primo oligarca monopolista del petrolio degli USA, capirono che gli Stati Uniti potevano rivaleggiare con la Gran Bretagna come prima potenza mondiale se avessero avuto una “Marina seconda a nessuno”. Il dominio navale degli Stati Uniti potrebbe presto svanire dalle pagine della storia. Si guardi con attenzione ciò che Cina e Russia compiono sui mari strategici. Nell’agosto 2015 si verificò un evento dal durevole significato strategico, causando costernazione a Washington e nella NATO. Russia e Cina, le due grandi nazioni eurasiatiche, s’impegnarono in esercitazioni navali congiunte nel Mar del Giappone, al largo delle città portuale dell’Estremo Oriente della Russia Vladivostok. Commentandone il significato, il Viceammiraglio Aleksandr Fedotenkov, vicecomandante della Marina militare russa, disse al momento che la “portata dell’esercitazione è senza precedenti”, con 22 navi russe e cinesi, 20 aerei, 40 veicoli corazzati e 500 uomini per parte. Le esercitazioni erano antiaeree e antisom. Era la seconda fase delle esercitazioni navali congiunte sino-russe Sea Joint 2015, iniziate a maggio, quando 10 navi russe e cinesi effettuarono le prime esercitazioni combinate nel Mar Mediterraneo. L’importanza strategica delle esercitazioni navali russo-cinesi nel Mediterraneo e al largo delle coste di Cina ed Estremo Oriente della Russia, non erano che la punta di ciò che è chiaramente una grande strategia militare congiunta che potenzialmente sfida il controllo dei mari degli Stati Uniti. La supremazia navale è stato il puntello fondamentale della proiezione di potenza statunitense. Nel Mediterraneo, la Russia ha una base navale nella siriana Tartus, conosciuta tecnicamente come “punto di supporto tecnico-materiale”. Per la Russia, la base siriana è strategica, l’unica nel Mediterraneo. Se è necessaria alla Flotta del Mar Nero russa in Crimea come base per operazioni di sostegno all’intervento militare in Siria, Tartus è inestimabile, come pure per le varie operazioni oceaniche russe.

La prima base estera della Marina cinese
563424Un altro evento apparentemente minore ha avuto luogo verso la fine del 2015 causando pochi commenti nei media mainstream. La Cina annunciava trattative con il governo di una delle nazioni più piccole e più strategiche del mondo, la Repubblica di Gibuti, per una base navale. Gibuti ha una fortuna geografica, o sfortuna, essendo situata nel Corno d’Africa, direttamente sullo stretto davanti al vicino Yemen, dove è in corso un’aspra una guerra tra la coalizione wahabita dell’Arabia Saudita contro gli sciiti huthi, sulla stretto strategica dove il Mar Rosso si apre nel Golfo di Aden. Gibuti confina con Eritrea a nord, Etiopia a ovest e sud, e Somalia a sud-est. La prima base navale estera della Cina è in fase di negoziati con Gibuti, su una delle più importanti rotte petrolifere e commerciali del mondo verso la Cina. Tecnicamente, la base cinese sarebbe un modesto centro logistico per i pattugliatori cinesi impegnati nelle operazioni delle Nazioni Unite per il controllo dei pirati somali. Il Ministero degli Esteri di Pechino ha dichiarato che la nuova base sarà semplicemente una infrastruttura militare marittima in Africa per assistere la Marina cinese nell’adempimento delle missioni internazionali di pace sotto l’egida delle Nazioni Unite. Significativamente, i cinesi hanno scelto il desolato piccolo Paese di Gibuti, con soli 850000 abitanti, dove la Marina degli Stati Uniti ha anche la sua unica base in tutta l’Africa, Camp Lemonnier. Camp Lemonnier è un’United States Naval Expeditionary Base, l’unica base permanente dell’US AFRICOM, e il centro di una rete di sei basi per i droni da ricognizione degli Stati Uniti in Africa. Il porto di Gibuti è anche sede di installazioni militari italiane, francesi, giapponesi e pakistane. Ottimi vicini. Nonostante il fatto che sia un modesto piccolo impianto rispetto Camp Lemonnier, l’importanza geopolitica per la Cina e il futuro dell’egemonia statunitense navale è molto più grande. Vasilij Kashin, esperto militare cinese del Centro per l’analisi delle strategie e delle tecnologie di Mosca, ha detto a un giornale russo, “il significato politico dell’evento ne esalta l’importanza militare. Dopo tutto, sarà la prima vera base militare cinese all’estero, anche se viene ridimensionata nella forma“. Kashin ha inoltre sottolineato che i piani per la base di Gibuti sono ” forte indicazione che la Cina diventa una grande potenza navale a tutti gli effetti, alla pari di Francia e Gran Bretagna, se non di Russia e Stati Uniti. È un’indicazione che Pechino cerca di proteggere i propri interessi all’estero, anche attraverso l’uso delle forze armate. E i suoi interessi sono considerevoli”. L’analista politico statunitense James Poulos scrivendo per The Week, pubblicazione di Washington, ha avvertito che la presenza di Washington nel continente africano ricco di risorse svanisce mentre la Cina è in forte crescita. Osserva: “…l’Etiopia ha appena cacciato gli Stati Uniti da una base per droni che Washington sperava di ampliare… In altre parole, la Cina s’installa a Gibuti, e gli Stati Uniti si ritrovano limitati a quel Paese per le operazioni in Africa orientale, punto d’appoggio precario in un ambiente competitivo. Quest’anno, l’Africa potrebbe diventare un nuovo albatro per gli Stati Uniti, e una nuova ancora di salvezza per la Cina“.

L’US Navy non è più ‘seconda a nessuno’
Dalla preparazione all’entrata nella prima guerra mondiale nel 1917, con il passaggio al Congresso della legge di espansione navale del 1916, la strategia di Washington era costruire una Marina “seconda a nessuno”. Oggi, almeno per numeri, gli Stati Uniti sono ancora “secondi a nessuno”. Ma solo sulla carta. La Marina dispone di 288 navi da combattimento, con un terzo pronto in qualsiasi momento. Ha dieci portaerei, più del resto del mondo. Ha 9 navi d’assalto anfibio, 22 incrociatori, 62 cacciatorpediniere, 17 fregate e 72 sottomarini, di cui 54 d’attacco nucleare. L’US Navy ha anche la seconda maggiore forza aerea del mondo, con 3700 velivoli, ed è anche la più grande marina militare in termini di effettivi. Guardando le potenzialità combinate delle flotte cinese e russa il quadro assume una dimensione del tutto diversa, cosa di cui i pianificatori del Pentagono appena si rendono conto, dato che guerre e provocazioni politiche insensate dei neo-conservatori contro la Cina con l’Asia Pivot di Obama, e contro la Russia con l’Ucraina, hanno materializzato nella realtà geopolitica della cooperazione militare sino-russa di oggi, più vicini che mai nella storia. Negli ultimi 25 anni di modernizzazione economica, la People Liberation Army Navy, PLAN, s’è drammaticamente trasformata in una vera marina militare oceanica, un’impresa notevole. La PLAN ha attualmente una portaerei e altri due in costruzione, 3 navi d’assalto anfibio, 25 cacciatorpediniere, 42 fregate, 8 sottomarini d’attacco nucleare e circa 50 sottomarini d’attacco convenzionale, 133000 effettivi, tra cui il Corpo dei Marines cinese. L’Aeronautica della PLAN ha 650 aerei, tra cui i caccia imbarcati J-15, caccia multiruolo J-10, velivoli da pattugliamento marittimo Y-8 ed elicotteri antisom Z-9. Se poi si combina con la Marina russa, attualmente in fase di notevole modernizzazione dopo l’abbandono alla fine della guerra fredda, il quadro è duro per Washington, per dirla caritatevolmente. La Marina russa ha 79 grandi navi, tra cui una portaerei, 5 incrociatori, 13 cacciatorpediniere e 52 sottomarini. La potenza navale della Russia è la forza sottomarina con 15 sottomarini d’attacco nucleari, 16 sottomarini d’attacco convenzionali, 6 sottomarini lanciamissili da crociera e 9 sottomarini lanciamissili balistici. I 9 sottomarini lanciamissili balistici rappresentano la preziosa capacità di secondo colpo nucleare della Russia. La Russia prevede di acquisire almeno un’altra portaerei, una nuova classe di cacciatorpediniere lanciamissili, i sottomarini lanciamissili balistici Borej II, i sottomarini d’attacco nucleare Yasen II e i sottomarini attacco convenzionali Kilo e Lada migliorati. La Russia vive una “profonda modernizzazione” della flotta sottomarina. Nel 2013 la flotta ricevette un nuovo sottomarino a propulsione nucleare lanciamissili balistici (SSBN) classe Borej, e ne prevede altri cinque nel prossimo decennio. La flotta ha una nave d’assalto anfibio classe Djugon del 2014. La modernizzazione è parte del grande programma navale della Russia dei prossimi 20 anni, chiaramente suscitata dall’incessante ricerca dagli Stati Uniti della destabilizzante strategia con la Difesa anti-Missile Balistico volta contro la forza nucleare della Russia. Un altro sottomarino lanciamissili balistico a propulsione nucleare, SSBN della classe Borej Vladimir Monomakh, è operativo dal 2015. La nave gemella della classe Borej, l’SSBN Aleksandr Nevskij, ha recentemente condotto un riuscito test di lancio del missile balistico intercontinentale Bulava nella penisola della Kamchatka. I nuovi sottomarini avranno implicazioni nelle operazioni strategiche nucleari nel Pacifico: saranno più silenziosi e in grado di trasportare il doppio delle testate nucleari rispetto all’attuale classe Delta III, e molto più precise. Gli SSBN della classe Borej da Rybachij pattuglieranno il Pacifico ufficialmente in compiti di dissuasione per proteggere la Russia. Il primo di 6 sottomarini nucleari d’attacco multiruolo (SSGN) classe Yasen, progettati per entrare in servizio in Estremo Oriente nei prossimi dieci anni, entreranno nella Flotta del Pacifico nel 2017 al più presto. Nell’insieme, la significativa esperienza navale russa durante la Guerra Fredda, in combinazione con l’ambiziosa espansione e creazione di una moderna marina militare oceanica cinese, sfidano il dominio navale mondiale degli USA come mai prima. Questo potrebbe essere un buon momento per le istituzioni e i pianificatori militari degli Stati Uniti per considerare dei piani per evitare la guerra mondiale, prima che sia troppo tardi. Ingenuità? Forse.134548662_14403811733121nF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cina e Russia sfideranno il dominio della Marina degli Stati Uniti?

Quotidiano del Popolo, 15 gennaio 2016 – Fort Russ

Secondo la televisione centrale della Cina (CCTV), il 5 gennaio l’US Navy ha pubblicato un rapporto in cui si afferma che, dalla fine della guerra fredda l’US Navy non affrontava concorrenze. Ora, però, l’incremento della potenza militare di Cina e Russia portano le forze armate degli Stati Uniti, per la prima volta in 25 anni, ad affrontare un nemico.RTR3PR89Qual è la forza della Marina statunitense?
Il rapporto è intitolato: “La conservazione della posizione dominante degli Stati Uniti sul mare“. Il rapporto analizza la situazione attuale della Marina degli Stati Uniti e i suoi problemi principali, oltre alle misure che saranno adottate dagli Stati Uniti per risolvere i problemi nei prossimi 4 anni. Infatti, nonostante minacce e sfide continue, è innegabile che l’US Navy rimanga la più potente forza navale del mondo. Più importante è il fatto che la ricerca tecnologica e lo sviluppo delle forze armate degli Stati Uniti non si è fermata nel dicembre 2015. L’ultimo cacciatorpediniere statunitense Zumwalt ha passato il primo test, e se tutto va bene sarà operativo nel 2016; è prevista la nuova generazione di portaerei Ford anch’essa operativa quest’anno, e entro il 2019 avrà piena capacità di combattimento. L’esperto militare Yin Zhuo ha sottolineato che l’US Navy è forte in primo luogo “nell’informazione”, ha la leadership in settori come la guerra elettronica, dove tutte le piattaforme di combattimento possono essere incluse nella rete, rafforzando in modo significativo la capacità di combattimento congiunta. Inoltre, l’US Navy è all’avanguardia nel mondo, “una generazione avanti” negli equipaggiamenti militari agli altri Paesi.

Che pressione esercitano Cina e Russia sull’US Navy?
Nell’ultimo rapporto dell’US Navy si descrivono Cina e Russia come avversari che continuano ad aumentare gli armamenti, tra cui molte che mirano alle debolezze degli Stati Uniti. La riduzione del bilancio degli Stati Uniti significa che, di fronte a una sfida, l’US Navy non potrà risolvere i problemi secondo l’acquisto di armi. Sullo sviluppo della Marina cinese, i militari statunitensi naturalmente si concentrano sul salto simultaneo in quantità e qualità degli ultimi anni. Sugli indicatori quantitativi, secondo i dati del “Rapporto sulla strategia di sicurezza per le aree marittime della regione Asia-Pacifico“, nel 2015 il numero totale di navi da guerra cinesi era salito a 303. Secondo i militari statunitensi, il numero di navi da guerra cinesi non solo supera tutti gli altri Paesi asiatici, ma supera anche le forze navali statunitensi; dato che quando l’US Navy ha presentato l’ultimo rapporto, “Associated Press” citava una fonte militare secondo cui oggi dispone di 272 navi da guerra, per cui gli Stati Uniti sono già dietro la Cina. Sulla qualità, la preoccupazione principale degli Stati Uniti sono portaerei e sottomarini. Recentemente, il Ministero della Difesa della Cina ha annunciato che la prima portaerei di produzione cinese è in costruzione a Dalian. I funzionari cinesi non hanno rivelato i piani per future portaerei cinesi, ma il Pentagono ritiene che entro il 2030 la Marina cinese avrà una serie di portaerei. Inoltre, recentemente i vertici della Marina militare degli Stati Uniti hanno anche confermato che i sottomarini nucleari strategici cinesi, nel 2015, per la prima volta, effettuarono una missione strategica, indicando la prima generazione di “reali capacità nucleari navali” cinesi. Tuttavia, l’informazione non è stata confermata dal Ministero della Difesa della Cina. Yin Zhuo ha detto che la narrazione dell’US Navy sulla minaccia della Marina cinese è dovuta principalmente alla lotta per la spesa militare. Negli ultimi anni, la flotta cinese ha colmato il gap tecnologico militare con gli Stati Uniti, ma gli Stati Uniti hanno ancora speranze. Come in passato, sul controllo delle aree marittime della Cina, in futuro la Marina cinese certamente rafforzerà la capacità di proteggere i propri interessi vitali.
Yin Zhuo: “La pressione della Marina russa sugli Stati Uniti si traduce principalmente nella minaccia delle armi nucleari tattiche alle portaerei statunitensi, e per altri scopi, dato che la Russia è l’unico Paese che può distruggere gli Stati Uniti con armi nucleari navali. Attualmente la Marina russa rivive e in futuro potrebbe passare dalla difesa costiera alle acque oceaniche. Senza gli Stati Uniti, nessun Paese europeo può raggiungere la potenza della Marina russa. Le forze militari degli Stati Uniti sono inseparabili da quelle europee, con conseguente trasferimento del centro di gravità strategico verso l’Oriente“.China and Russia  2012 SinoRussian joint maritime military exercises in QingdaoTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia modernizza la flotta corazzata

South Front 3 gennaio 2016

T-90AM

T-90AM

Uno dei settori chiave della modernizzazione militare russa è la sua flotta di carri armati, che comprende ancora molti carri armati T-72B e T-80U non aggiornati. Per colmare questo gap con la NATO, la Russia opta per aggiornare i T-72B allo standard T-72B3, modernizzazione che ha prodotto un carro armato moderno paragonabile al T-90 a una frazione del costo per acquistarne di nuovi. Il carro armato T-72B3, entrato in servizio nel 2011 al ritmo di circa 200 l’anno ed ampiamente noto grazie alle gare annuali del biathlon tra carri armati, doveva essere un tampone fin quando la famiglia del T-14 Armata sarà operativa. Secondo le dichiarazioni di Uralvagonzavod, i piani di rifornimento comportavano l’acquisto di 2000 MBT T-14. Questi piani sembrano essere stati modificati a causa di diversi fattori apparsi negli ultimi due anni.
Il primo è la crisi in Ucraina e l’elevata allerta con la NATO. La crisi ha sollevato la necessità di un vero MBT moderno paragonabile ai carri armati della NATO che sia operativo nel più breve tempo possibile. Mentre il T-72B3 può essere tranquillamente definito carro armato moderno, è ancora inferiore per certi aspetti agli ultimi cari armati della NATO Leopard 2A6 e M1A2 Abrams. In secondo luogo, lo scafo del T-90 diventa rapidamente datato, riducendone la competitività internazionale, come dimostra il successo del carro armato ucraino Oplot nella gara del 2011 in Thailandia, dove ha vinto il T-90. Mentre il T-90 ha riscosso un notevole successo di esportazione, con importanti contratti con India e Algeria, ora affronta la prospettiva di essere eclissato dai progetti più recenti di Cina e anche Ucraina. In terzo luogo, anche se l’Ucraina si è rivelata incapace di adempiere al contratto con la Thailandia, producendo solo 5 carri armati all’anno nel 2014 e 2015, la leadership russa deve considerare la peggiore delle ipotesi, che l’Ucraina ampli la produzione di Oplot per uso interno con l’aiuto della NATO. In quarto luogo, la crisi economica della Russia, causata principalmente dal rapido calo del prezzo del petrolio, indica che gli ambiziosi piani di ammodernamento militari hanno la necessità di avere il massimo possibile dal rapporto costo-efficacia. In quinto luogo, il T-14 è un progetto radicale caratteristico di molte tecnologie rivoluzionarie. È un progetto tecnologicamente rischioso con molte tecnologie ancora non testate, con la possibilità di ritardi. Dato che il suo progetto è molto diverso dai precedenti modelli di carri armati russi, la sua introduzione avrebbe anche bisogno di notevoli cambiamenti nella dottrina dell’addestramento dei carristi, essendo quelli attuali impreparati ad utilizzare il T-14. Di conseguenza, sarà difficile che la Russia schieri un considerevole e pienamente operativo T-14 prima del 2020, al minimo.
Il cambiamento dei piani di approvvigionamento indotto da tali fattori era evidente nell’estate del 2015, quando il MoD russo annunciava che la flotta di T-90 sarebbe stata modernizzata come T-90AM. Questa versione del T-90, conosciuta nella designazione per l’esportazione di T-90MS, è stata sviluppata negli ultimi anni, apparentemente in risposta all’invecchiamento del T-90 e alla comparsa dei concorrenti cinesi e ucraini, ma non era destinata ai militari russi. Tuttavia, la necessità di una alternativa più veloce e meno costosa per colmare il vuoto fin quando il T-14 sarà disponibile, ha costretto il MoD russo a dare una seconda occhiata al T-90AM che ha il vantaggio di utilizzare gli scafi dei T-90 già esistenti ed è un progetto maturo con pochi rischi di sviluppo e il cui progetto familiare permette agli equipaggi russi di passare facilmente al nuovo progetto. Almeno un T-90AM con cannone 2A82 da 125mm sviluppato per il T-14 è in fase di test a Nizhnij Tagil, e mezzi aggiornati potrebbero essere consegnati alle unità russe già nel 2016 se il MoD russo lo desidera. Pertanto, nel 2025 la flotta corazzata della Russia sarà probabilmente costituita da circa 1000 carri armati T-72B3, 400 T-90AM e circa 500 T-14, in costante aumento. Questa forza avrà la superiorità qualitativa e numerica su ogni possibile combinazione di avversari della Russia al momento.

T-72B3

T-72B3

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché il Su-35 è cruciale per Pechino

Rakesh Krishnan Simha, RBTH, 18 dicembre 2015

L’acquisizione della Cina del Su-35 indica le debolezze dei suoi programmi sui caccia nazionali, ma è anche segno che l’allineamento strategico Russia-Cina è più che superficiale.30_18La Cina è l’unico Paese al mondo che non ha uno, ma due programmi per caccia stealth. I jet di quinta generazione Chengdu J-20 e Shenyang J-31vengono costruiti da distinti e concorrenti uffici di progettazione, rivelando un elevato stato di abilità tecnologica del Paese. La Cina ha anche circa 400 jet di quarta generazione J-11, progettati sul molto potente Su-27 russo, fornendo notevole potenza di fuoco in un conflitto con Taiwan, Giappone e Stati Uniti. Così, quando Pechino ha deciso di acquistare 24 Su-35 Super Flanker russi per 2 miliardi di dollari, la grande domanda è stata: “Perché?” La ragione principale è che i caccia cinesi attuali e futuri subiscono delle turbolenze. Questo ha costretto l’Aeronautica cinese a scegliere il Su-35, considerato il più avanzato dei jet da combattimento non stealth oggi nel mondo, come tampone e fonte di tecnologia avanzata. Poiché i programmi furtivi cinesi sono ‘ispirati’ dai prototipi degli Stati Uniti, i difetti inerenti alla non provata tecnologia statunitense apparentemente vengono adottati da J-20 e J-31. Il J-31 ha una somiglianza impressionante col travagliato F-35 e il più grande J-20 sembra basarsi sul pariclasse F-22 Raptor. Nel 2012 i funzionari russi rivelarono che il J-31 è propulso dal motore Klimov RD-93 in dotazione ai MiG della Russian Aircraft Corporation. La Cina aveva copiato gli RD-93, ma gli sforzi per darne al J-31 una variante migliorata sembrano in fase di stallo. Il fiasco del motore ripeteva ciò che successe negli anni ’90. Le imitazioni del Su-27 di quarta generazione non passarono per i propulsori russi, poiché i motori cinesi si bloccavano regolarmente dopo 30 ore, mentre i motori russi dovevano essere revisionati solo dopo 400 ore. E’ chiaro che, nonostante decenni di riproduzione dei motori russi, quelli cinesi continuano a “soffrire di problemi di qualità e compatibilità”. I motori rappresentano una grossa fetta delle esportazioni aerospaziali russe verso la Cina, con Mosca che ha contrattato la fornitura di 500 propulsori aeronautici per i jet cinesi. Infatti, i pakistani, che regolarmente acquistano aviogetti cinesi, insistono a che i loro caccia siano equipaggiati con motori russi piuttosto che cinesi.

Riserve russe
La Cina copierà il Su-35? Il panda ama i germogli di bambù? Pechino è chiaramente interessata ai motori AL-41 del Su-35, che hanno una durata di 4000 ore rispetto alle 1500 ore dei motori AL-31 di Su-27 e Su-30. Il radar Irbis, che può inseguire un aereo nemico ad una distanza di 400 km, è anche sulla lista della Cina. Mosca è comprensibilmente cauta sulla vendita dei suoi gioielli della corona da quando i cinesi hanno illegalmente copiato il Su-27 Flanker, piazzato sul mercato internazionale come Shenyang J-11. Fino ad oggi, i cinesi insistono che l’aviogetto non sia una copia anche se ogni esperto di aviazione del mondo l’ha dichiarato tale. Ma la complessità dei motori aeronautici avanzati russi s’è dimostrata il maggiore ostacolo per l’industria di Pechino. Questo, insieme alla firma di accordi per la protezione della proprietà intellettuale più forti, ha rassicurato Mosca sul prosieguo della vendita di armi avanzate. Ciò che l’accordo sul Super Flanker segna non è altro che una svolta geopolitica. La vendita avviene poco dopo che il Presidente Vladimir Putin ha personalmente dato il via libera alla vendita del temuto sistema di difesa missilistico S-400 alla Cina. Si tratta dell’indicazione di sempre più stretti legami su difesa e strategici tra i due giganti, avvicinatisi a causa delle ingerenze occidentali nei loro affari interni e dei loro alleati.

Cosa può fare il Su-35?
A dire il vero, 24 aviogetti sarebbero un ordine iniziale e Pechino potrebbe optare per ulteriori Su-35 mentre la sua forza aerea ritira i velivoli antiquati. Il Su-35 ben si concilia con gli obiettivi principali dell’Aeronautica dell’Esercito di Liberazione Popolare per dominare lo spazio aereo vicino alle coste e l’obiettivo secondario di allontanare i gruppi di portaerei dell’US Navy in acque profonde. Secondo Yang Cheng-wei, esperto di Taiwan di sistemi d’arma russi, con le dispute territoriali sulle isole di Mar Cinese Orientale e Mar Cinese Meridionale, la Cina cerca le operatività avanzate del Su-35 per rafforzarne il controllo. “Anche se la Cina ha caccia a reazione avanzati come J-11B e J-10A/B, sono aviogetti da combattimento di quarta generazione che possono al meglio competere con F-15 e F-16 dei Paesi vicini. Considerando i potenziali clienti dell’F-35 nella regione e lo schieramento di F-22 degli Stati Uniti in Giappone, la Cina deve rispondere alla situazione e acquisire un vantaggio“, spiega Yang che ha studiato fisica all’Università Statale di San Pietroburgo. Yang descrive il Su-35 come “jet di quinta generazione senza le caratteristiche dei caccia stealth” Il sistema radar a scansione passiva del velivolo, l’Irbis-E, è progettato per rilevare caccia a reazione a 400 km di distanze e inseguire obiettivi furtivi fino a 90 km, superando anche la capacità del più avanzato caccia stealth della Russia, il T-50. Yang può avere ragione. Dopo aver allietato la folla al Paris Air Show del 2013 col suo Su-35, il pilota collaudatore russo Sergej Bogdan ripeté la manovra presentata nel 1989, quando un Sukhoj Flanker eseguì la prima manovra cobra. “La rapida variazione di velocità può causare un Fire Control Radar Doppler spezzando l’aggancio“, dice Aviation Week. In parole povere significa che il Su-35 può diventare invisibile ai radar. Mentre la manovrabilità del Flanker è leggendaria, la sua autonomia entra in gioco anche nel combattimento aereo. Il lungo raggio è tipico dei jet russi ad alte prestazioni progettati per rispondere al problema unicamente russo, il pattugliamento di milioni di chilometri quadrati di territorio con un numero limitato di aerei. Il Su-35 con le sue lunghe gambe (quasi 4000 km di gittata) e l’alta velocità (Mach 2,5) supera facilmente ogni caccia occidentale. Questo gli permette di eseguire puntate ripetute ed inversioni a U, tattica da guerra fredda dei sovietici che lascerebbe l’avversario disorientato, esausto e vulnerabile nel dogfight. In una simulazione richiesta alla RAND Corporation nel 2008, l’F-35 subì perdite in rapporto di 2,4 a 1 contro i Su-35 (della forza aerea cinese). Cioè, più di due F-35 andarono persi per ogni Su-35 abbattuto. Nel 2009, gli analisti di US Air Force e Lockheed Martin indicavano che dall’F-35 ci si poteva aspettare solo un rapporto di 3 a 1 abbattimenti contro il vecchio Su-27.Su-35S-vs-JSF-Engage-1I Sukhoj pattugliano i mari
Non solo il Su-35 può affrontare i caccia stealth statunitensi, ma può farlo sul campo nemico, cioè i gruppi di portaerei. Che le portaerei della Marina statunitense operino vicino alle coste cinesi o in pieno Oceano Pacifico, il Su-35 può lanciargli missili antinave supersonici da distanze di sicurezza. I missili antinave russi, che costano meno di 1 milione di dollari l’uno, sono progettati per eludere le difese navali e distruggere questi vascelli da 10 miliardi di dollari da più direzioni. Se la Russia fornisce l’Oniks alla Cina, sarebbe finita per i gruppi di portaerei dell’US Navy. Quando una raffica di missili Oniks viene lanciata, come lupi in branco decidono chi guida l’attacco principale e quale missile assume il ruolo di esca attirando i sistemi aerei e di difesa aerea del nemico. Nei test, le navi più piccole vengono tagliate in due da questi missili. Di sicuro, non vi è alcuna necessità di affondare completamente la portaerei, anche se sarebbe un risultato auspicabile dal punto di vista della Cina. Questo perché, anche danni di lieve entità possono mettere le grandi portaerei fuori uso per mesi. Con l’elemento principale della proiezione di potenza navali sparita, gli Stati Uniti sarebbero costretti a capitolare presto in un conflitto. Il Sukhoj può divenire un moltiplicatore di forza se la Cina l’impiega in un sistema stratificato che comprenda i missili S-400. Con gli S-400 che forniscono una difesa aerea praticamente inespugnabile, il Su-35 troverebbe più facile affrontare i jet nemici, senza doversi guardare le spalle.Kh-31P-Su-30MKK-Flanker-G-PLA-AF-1STraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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