L’industrializzazione della Polonia popolare e le sue conseguenze sociali

Il testo per il quale dei comunisti polacchi vengono incarcerati
Histoire et Societé 5 maggio132_HutaArcelorMittalWarszawaMonika presenta il caso dei quattro comunisti polacchi condannati senza diritto alla difesa per reato di opinione, che comincia ad essere noto… ma non vi è alcun reale sostegno. Invio un esempio del motivo per cui sono condannati! Un testo “ultraviolento” davvero… l’analisi di Beata Karon, una degli attivisti condannati per il seminario “Bilancio del Socialismo reale”, tenutosi presso il Forum Est Europeo di Wroclaw lo scorso marzo. Eco il testo, la storia dell’industria polacca e della sua distruzione da parte del capitalismo… Sarei molto felice se venisse pubblicata come petizione nei blog e giornali; in realtà non solo il contributo di questi giovani è importante per il bilancio della Polonia popolare, ma ancora si viene repressi per questo… Il sistema si fascistizza, finora si accontentava di privarci “solo” di posizione sociale, occupazione, riconoscimento e denaro, ma poi vanno dritti, come prima della guerra, dicendo che i comunisti devono stare in prigione! Naturalmente anche se questi giovani non sono condannati a nove mesi di carcere o al servizio sociale, si tratta di piegarli; è ben noto che la fedina penale impedisce di lavorare in scuole e servizi pubblici con i bambini… Anch’io penso che sia un test per vedere come reagiremo… E solo per un reato di opinione; si viene condannati per aver scritto su un giornale!

“L’industrializzazione della Polonia popolare e le sue conseguenze sociali”
Beata Karon, Partito Comunista Polacco

fso-prima-ii-02Negli ultimi 25 anni il quadro dei risultati economici della Polonia negli anni 1944-1989 è stata deliberatamente falsificato per giustificare interessi politici. Un esempio lampante di tale manipolazione è la famosa frase pronunciata nei primi anni ’90 da Jan Bielecki, allora primo ministro, che “i comunisti hanno distrutto l’economia polacca più dell’occupazione nazista“. L’anno scorso il presidente Komorowski ha detto che “la Polonia ha recuperato nel 1989 dalle mani dei comunisti un’economia in rovina“. Allo stesso modo istituzioni come l’Istituto della Memoria Nazionale evidenziava esagerando i problemi dell’economia defunta, mentre non presentava lo sviluppo raggiunto in quel periodo. Tale immagine di distruzione è completamente lontana dalla realtà. Nella Polonia popolare molti sviluppi positivi ebbero luogo, anche nel campo economico. L’industrializzazione meglio illustra le conquiste sociali del socialismo reale in Polonia. Ed è anche importante analizzare l’industrializzazione della Polonia popolare per capire come poté realizzarsi la trasformazione capitalistica.
Iniziamo presentando la Polonia nel 1945, una Polonia appena uscita dall’arretratezza economica della Seconda Repubblica e dalle rovine della guerra. Nel 1918-1939 la Polonia era un Paese agricolo e nel 1939 aveva un livello d’industrializzazione pari a quella dei territori polacchi nel 1913. Negli anni 1935-1939 furono costruite sotto la COP, Regione Industriale Centrale, solo 51 nuove imprese con 110000 dipendenti. Durante la Seconda guerra mondiale l’apparato produttivo fu quasi completamente distrutto. L’ufficio d’indennità di guerra cita nel rapporto del 1947 che il 64,5% delle strutture dell’industria chimica, il 64,3% delle tipografie, il 59,7% dell’elettrotecnica, il 55,4% del tessile, il 53,1% dell’alimentare e il 48% della metallurgia erano state distrutte. L’industrializzazione del dopoguerra fu il risultato delle trasformazioni politiche con la nazionalizzazione delle aziende, permettendo la ricostruzione senza l’intervento degli ex-proprietari e dei loro eredi. La nazionalizzazione della proprietà nelle città ne facilitò lo sviluppo consentendo la ricostruzione e la rapida costruzione di intere città laddove furono pianificati impianti di produzione. Le autorità crearono l’Istituto centrale di pianificazione (CUP) che attuò il Piano triennale per la ricostruzione economica negli anni 1947-1949. Il piano conteneva il programma per ricostruire rapidamente le fabbriche distrutte e sviluppare l’industria. Le statistiche dimostrano l’intensificazione degli investimenti. Se nel 1937 25 su 1000 persone lavoravano nell’industria, nel 1950 erano 85, più di tre volte tanto. Nel primo Piano Triennale furono costruite le maggiori aziende nella Polonia popolare come la Fabbrica di Automobili Personali (FSO) a Varsavia, nonché il famoso kombinat metallurgico di Nowa Huta. Nella seconda fase dell’industrializzazione nel 1951-1960, le autorità costruirono 519 aziende, il 32% degli impianti attivi nella Polonia popolare in quel periodo. Nei seguenti 10 anni furono costruite 617 imprese industriali. In totale, negli anni 1949-1988 furono aperte 1615 fabbriche con oltre 100 dipendenti. In queste aziende lavoravano più di 2 milioni di persone. Il valore della produzione di queste aziende fu di 17 miliardi di zloty, il 55% del valore dell’industria in Polonia. La metà della produzione industriale in Polonia si concentrava su cinque settori, acciaio, energia, industria chimica, trasformazione dei prodotti alimentari e miniere. Il maggior numero di aziende fu creato nel settore alimentare, 295, spesso più piccole di quelle dell’industria pesante. Furono inoltre create 142 imprese ad alta tecnologia.
L’industrializzazione comportò cambiamenti demografici. Nel 1946 oltre il 68% dei polacchi viveva nei villaggi. In seguito a sviluppo e costruzione di città correlate alle infrastrutture industriali, nel 1960 tale tasso scese al 51,7%. Tuttavia le disuguaglianze territoriali tra aree industriali ed agricole diminuirono perché aziende industriali furono aperte anche nelle città di medie dimensioni, trainando lo sviluppo delle piccole città e dei villaggi. Nacque la nuova classe operaia e nuove classi medie con la mobilità sociale consentita da industrializzazione e urbanizzazione. Lo sviluppo dell’industria creò stabilità occupazionale. I diplomati delle scuole professionali trovavano lavoro immediatamente con una prospettiva di carriera per diversi decenni. Le differenze di reddito tra capireparto e operai non erano molto grandi e furono accettate dalla società. Le aziende create nella Polonia popolare garantirono ai dipendenti, immediatamente dopo l’assunzione, notevoli benefici oltre allo stipendio. Questi benefici erano composti da case di cultura, centri medici aziendali, scuole professionali, alloggi aziendali. L’industrializzazione culminò negli anni ’70 con la costruzione di grandi industrie mentre le autorità cercarono in primo luogo di sviluppare tecnologie avanzate. Nel 1970 137 polacchi su 1000 lavoravano nell’industria, e nel 1980 erano 147 su 1000. Nelle aziende all’inizio degli anni ’70, furono creati 2 milioni di nuovi posti di lavoro, soprattutto nella metalmaccanica (202000), quindi nell’estrazione (187000) e nella siderurgia (173000 posti di lavoro). Negli anni ’80 il numero di addetti all’industria diminuì e comparvero i primi sintomi della de-industralizzazione, infatti iniziarono a chiudere alcune controllate già destinate alla privatizzazione. Le nuove joint venture ricevevano dalle società capitale gratuito, macchinario avanzato e personale meglio addestrato. Dal 1989 la “trasformazione” con la privatizzazione capitalista iniziò liquidando su larga scala le industrie. Dal 1989 al 2012 657 aziende delle 1615 costruite nella Polonia popolare furono chiuse, il 40% delle imprese costruite nella Polonia popolare fu così distrutto. Inoltre, date le grandi dimensioni, la distruzione ebbe conseguenze economiche e sociali gravi per intere regioni. Così i nuovi governi distrussero più di 834000 posti di lavoro, tra cui 640000 nelle maggiori imprese, quelle con oltre 1000 dipendenti. 242 aziende di queste dimensioni furono liquidate. Tra le 657 aziende defunte, solo 28 furono chiuse per obsolescenza tecnologica e 18 per tutela ambientale. Se si aggiungono 86 aziende chiuse per redditività non immediata, si hanno 132 aziende, meno di un quarto ebbe motivo di essere chiuso. Nelle 500 società rimanenti, la distruzione fu causata da “forza del mercato”, cattiva gestione e liquidazione per decisioni puramente politiche. Tali società furono svendute e i nuovi proprietari perseguivano accaparramento di capitali o mera distruzione, perché erano concorrenti. Un esempio è la compagnia di cellulosa e carta Kostrzyn venduta ad un capitalista svedese per 0,8 milioni di zloty, mentre il bilancio della società (valore meno il debito) era superiore a 250 milioni di zloty.
L’acciaieria Huta Warszawa è l’esempio della privatizzazione. Negli anni del boom impiegava 10000 dipendenti, aveva una propria scuola professionale che ogni anno diplomava 1000 allievi. La ristrutturazione dei primi anni ’90 ridusse il numero di dipendenti a 4500. Nel 1992 la società italiana Lucchini rilevò la fabbrica trasformandola in società a responsabilità limitata, riducendo ulteriormente i posti di lavoro, ma promettendo di mantenere i benefici e la modernizzazione della produzione. Lucchini però continuò a dislocare diversi settori produttivi. La liberalizzazione del mercato dell’acciaio fece il resto. Nel 1999 l’azienda aveva non più di 2000 impiegati. Ciò che rimaneva degli altiforni di Huta Warszawa non poteva competere sul mercato siderurgico globale. Nel 2005 ArcelorMittal acquistò l’impianto. Con la crisi del 2008 ArcelorMittal decise di rivendere la controllata polacca per recuperare le perdite dovute a multe per pratiche monopolistiche e danni ambientali altrove. Nel 2013 la maggior parte dei posti di lavoro di Huta Warszawa era persa e gli operai furono licenziati, rimanendone solo 200, costretti a licenziarsi per rallentamento della produzione e cessazione degli investimenti. Oggi la fabbrica è fallita e la sua produzione non ha alcun valore sul mercato. Un altro impianto emblematico della storia della Polonia e di Varsavia fu distrutto nello stesso modo. La FSO, Fabryka Samochodów Osobowych, Fabbrica di Automobili Personale. Per la FSO 13 aziende subappaltatrici producevano parti di auto nel Paese. La fabbrica impiegava molte persone che vivevano nei villaggi della regione o nei sobborghi di Varsavia. Dai primi anni ’90 molti posti di lavoro andarono persi. La società non investì nelle nuove produzioni, in attesa dell’acquisizione da parte di un investitore. Nel 1995 i politici decisero di privatizzarla chiudendola e trasferendone il patrimonio alla Società del Tesoro Pubblico, che firmò una joint venture con la Daewoo. L’accordo siglato con la multinazionale coreana prevedeva il mantenimento dei posti di lavoro per 3 anni e benefici ai lavoratori. Nel 1996, 20000 persone erano impiegate nella FSO, ma ci furono problemi finanziari anche per la Daewoo, portando alla chiusura della società polacca. L’azienda coreana prima chiuse molte aree dello stabilimento nel 2004 e quindi cessò la produzione. Per un certo periodo un oligarca ucraino fu proprietario dell’impianto, ma non fece alcun investimento. Nel 2009 vi erano 2500 dipendenti nella società di cui 600 rapidamente licenziati. La crisi del capitalismo fu mortale per la FSO: la General Motors che vendeva le Chevrolet prodotte a Varsavia violò nel 2011 gli accordi firmati. La produzione fu interrotta completamente e la SARL FSO non è che residuale. Produce serbatoi di carburante, impianti elettrici per auto, recinzioni da giardino, lampade, giocattoli Lego o componenti per lavatrice.
Attualmente il 30% dei dipendenti polacchi ancora lavora nell’industria. Tuttavia non vi sono grandi aziende, ma reti di piccole imprese che impiegano meno dipendenti e sono geograficamente disperse con una produzione diversificata. Il carattere della produzione è anche cambiato. Durante la Polonia popolare, la progettazione dei prodotti era il frutto di ingegneri locali e si vendevano prodotti creati dalla A alla Z in loco. Attualmente le aziende internazionali che investono in Polonia vogliono implementare elementi prodotti altrove o produrre solo componenti da assemblare in altri Paesi. Le imprese industriali hanno assai meno indipendenti e sono molto vulnerabili alle crisi del capitalismo. Analogamente, il processo di urbanizzazione s’è invertito con la distruzione dell’industria nata nella Polonia Popolare. Nel 1991 il 62% della popolazione polacca viveva in città nel 2009 meno del 61%, con tendenza alla diminuzione. La de-industrializzazione della Polonia dal 1989 fu più veloce e più massiccia rispetto agli altri Paesi europei, comportando disoccupazione di massa, regressione sociale e culturale, emigrazione, in particolare dei giovani. La distruzione delle imprese industriali in Polonia è in gran parte effetto di decisioni puramente politiche, uno degli obiettivi del nuovo potere era sbarazzarsi del bene pubblico nazionale, in modo che gli investitori stranieri ne disponessero liberamente senza preoccuparsi delle conseguenze sociali.z8330572Q,Budowa-sceny-na-niedzielne-przedstawienie-w-dawnejTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Il nostro agente russo a Tallinn

Dedefensa, 15 dicembre 2014

155997E’ estremamente raro nell’intelligence in generale e ancor più, alcuni penseranno, nei “servizi” russi, dare al pubblico informazioni precise su un’operazione di penetrazione di un servizio straniero, un’operazione a lungo termine anche di successo e oggi terminata. Le informazioni fornite da Sputnik.news il 14 dicembre 2014 sono piuttosto inusuali. È un’indicazione preziosa della nuova politica di sicurezza nazionale russa nella comunicazione e coinvolge varie ipotesi di estensione ed espansione del processo. Anche se è un caso d’informazione, senza dubbio fa parte della “comunicazione di guerra” in corso e, più in particolare, della tattica della “diplomazia pubblica” (diplomazia estesa all’intelligence) lanciata dai russi, come il ministro Sergej Lavrov. Si tratta quindi del responsabile della sicurezza Uno Puusepp, ufficiale del FSB russo (o del ramo dell’intelligence estera SVR?), infiltrato nell’intelligence estone all’inizio degli anni ’90, poco dopo l’indipendenza il Paese, o ufficiale dei servizi segreti estoni già attivo “convertito” e reclutato dal FSB allo stesso tempo, o anche agente del FSB (o anche ex-KGB) fin dall’inizio. Per vent’anni informò l’FSB delle attività anti-russe dei servizi estoni fornendo innumerevoli informazioni sull’Estonia, la NATO e la CIA, permettendo ai servizi di sicurezza russi di adottare misure adeguate. Sembra che gli assegnino il fallimento o la deviazione dell’80% delle azioni anti-russe dei servizi estoni nel periodo. Puusepp s’è dimesso dal servizio estone tre anni fa; sembrerebbe logico considerare l’ipotesi che viva in Russia, come normale ufficiale dell’FSB. L’informazione sembra essere stata data al canale televisivo NTV da un uomo di nome Nikolaj Ermakov, presentato come “ufficiale di collegamento” di Puusepp. “L’agente sotto copertura della sicurezza russa, Uno Puusepp, ha contribuito ad individuare molte spie estoni in Russia e ad evitare che l’ambasciata russa nella capitale estone Tallinn fosse spiata. Grazie all’agente coperto della sicurezza russa Uno Puusepp, l’attività del servizio di sicurezza interno dell’Estonia contro la Russia è stata ridotta dell’80 per cento, ha detto Puusepp ad NTV. “Nel periodo in cui Uno ha lavorato, penso che l’attività del Servizio di Sicurezza Interna estone contro la Russia sia stata ridotta dell’80 per cento”, avrebbe detto Nikolaj Ermakov secondo NTV. Ermakov ha detto che, grazie a Puusepp, i russi sapevano di molte operazioni in preparazione contro Mosca da parte dei servizi segreti estoni e della CIA, consentendo l’adozione di misure appropriate. Uno Puusepp è un agente del Servizio Federale di Sicurezza russo che operava nel servizio di sicurezza estone da circa 20 anni e la cui identità è stata rivelata solo recentemente. Secondo NTV, negli anni Puusepp ha aiutato a scovare molte spie estoni in Russia, e ad impedire che l’ambasciata russa a Tallinn fosse spiata. Puusepp avrebbe contribuito a fornire informazioni dettagliate sulle operazioni segrete del servizio di sicurezza estone. Si è dimesso dal servizio di sicurezza estone tre anni fa.”
E’ meno interessante osservare il caso specifico del doppio agente o agente infiltrato Puusepp che le rivelazioni che ha fatto, come abbiamo suggerito all’inizio del testo. A volte effettivamente ci s’interessa a un agente sotto copertura quando viene scoperto nel Paese vittima dell’infiltrazione, e vi si fa un po’ di pubblicità. Certamente non era abitudine russo-sovietica (del KGB), ma il caso dell’agente russa Anna Chapman ha mostrato il cambio dei tempi. (Smascherata negli Stati Uniti come agente russo nel 2010, Chapman immediatamente, con uno scambio di spie, tornò in Russia dove ha ricevuto ampia pubblicità convertitasi in varie attività pubbliche: moda, informazioni, pubbliche relazioni, ecc., dove il fisico avvenente ha fatto meraviglie come aveva fatto meraviglie nella carriera di agente infiltrata. Abbiamo anche suggerito che avesse preso in considerazione, almeno di sedurre se non sposare Snowden, ma il coraggioso Snowden è rimasto fedele alla ragazza statunitense che finalmente l’ha raggiunto a Mosca). Se Puusepp è radicalmente diverso, è perché si tratta di una riuscita operazione sotto copertura e che poteva rimanere segreta, avrebbe dovuto essere tenuto segreta per gli standard dell’intelligence. L’ipotesi più logica che viene in mente è che svelando questo caso, naturalmente su richiesta e autorizzata dalle autorità, sia una tattica deliberata. L’abbiamo effettivamente assimilato alle tattiche di “diplomazia pubblica” estesa alle attività di sicurezza nazionale, arma formidabile nel caso specifico della comunicazione, ove la pubblicità può dare grandi vantaggi tattici. Con questa ipotesi, e soggetto ad altre informazioni da direzioni diverse, il caso può suscitare diversi commenti… (Anche se il caso Puusepp dovesse essere diverso, l’ipotesi sollevata rimane pienamente valida in altri casi, nell’ambito della “diplomazia pubblica” e dovrebbe normalmente essere utilizzata).
• Oltre a brandire un successo russo, il caso Puusepp rafforza il dubbio condiviso da tutti i servizi di sicurezza occidentali, in particolare della NATO, su affidabilità e lealtà dei servizi segreti dei Paesi ex-comunisti (Europa orientale) entrati nella NATO. (I servizi di sicurezza della NATO sono noti per la paranoia già estremamente notevole da guerra fredda, dovuta alla natura multinazionale del patto, e dai diversi gradi di fiducia e lealtà filo-statunitensi attributi da questi servizi ai Paesi membri). Dall’inizio dell’allargamento il sospetto è esistito, secondo l’idea che tutti i servizi d’intelligence di questi Paesi, necessariamente organizzati da strutture esistenti sotto il regime comunista e in gran parte controllati dal KGB, se non parte del KGB (i Paesi baltici), debbano ospitare numerosi agenti doppi del vecchio KGB o del KGB divenuto FSB, piazzati nei servizi di tali Paesi dai sovietici e poi dai russi. Così, la fedeltà sospetta degli organi di sicurezza dei nuovi membri della NATO è sempre stato un problema serio per i servizi di sicurezza della NATO, fin dalla loro entrata nell’alleanza, nonostante le complesse procedure e l’accesso spesso vessatorio che misura le informazioni a seconda del Paese. Il caso Puusepp esacerberà questo sospetto e renderà ancora più delicate le operazioni di intelligence anti-russe del blocco BAO, compreso sapere se utilizzare l’intelligence dei Paesi della NATO confinanti con la Russia o scavalcarli, mentre questi Paesi sono politicamente i più anti-russi nella NATO, i più utili nella lotta politica anti-russa e politicamente quelli meglio addestrati.
• Un caso speciale può essere estrapolato dall’ucraino SBU, che dovrebbe anche essere aggravato dal caso Puusepp. L’SBU è noto essere letteralmente sottoScreen-shot-2011-04-24-at-11.53.07-PM il controllo totale della CIA, ma sappiamo anche che l’Ucraina è uno dei Paesi più corrotti del mondo, in Europa certamente, e ciò ovviamente non risparmia i servizi di sicurezza. Un ex-ufficiale dei servizi segreti di un Paese europeo che ha lavorato con agenti della CIA nella NATO, e passato all'”intelligence” civile da dove ha seguito da vicino il caso ucraino, ci ha detto: “Gli statunitensi hanno fatto le cose in grande, hanno fatto una offerta pubblica di acquisto per tutto l’SBU e oltre, è il loro modo di risolvere il problema…” (Quando abbiamo riferito la frase del generale belga Briquemont, citando un generale statunitense, “E’ Briquemont che (…) ha riportato la famosa frase di un generale degli Stati Uniti, quando si oppose a un attacco aereo degli Stati Uniti nell’ambito della NATO, “Noi, gli Stati Uniti non risolviamo i problemi, li schiacciamo’“, il nostro interlocutore rise)… “Questo è tutto! Da un certo punto di vista, agli yankee piace il grande e il grandioso, questo è tutto, l’Ucraina l’hanno in tasca con la SBU in allegato… Ma dall’altro lato, questa situazione è anche il modo migliore per intossicare e disinformare la CIA, e persino infiltrarla se avete ufficiali dell’SBU agenti del FSB piazzati tra gli ucraini da tempo, è senza dubbio è così… Alcune battute d’arresto degli Stati Uniti nel caso ucraino, dallo scorso anno, non possono essere spiegati in altro modo. Si può anche pensare che la CIA si privi dell’intelligence estera grazie alla sua morsa sul SBU, da cui crede di ottenere tutto, ricevendo così false informazioni che poteva identificare tali con mezzi esterni…
• Infine, se l’ipotesi centrale al riguardo è vera, se si tratta di un processo intenzionale dei “servizi” e del governo russo, significa che la “diplomazia pubblica” è pienamente attiva, naturalmente; ma significa anche che soprattutto dal punto di vista della comunicazione, la Russia è in guerra e non esita a designare i nemici evidenziando, senza alcuna necessità e senza alcun freno, di aver spiato e manipolato la politica della sicurezza nazionale estone, dimostrando assolutamente di non esitare ad esporlo e renderlo noto. Ciò si riassume così: a buon intenditore, poche parole.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dietro la storia di successo dei MiG

Anton Valagin, Rossiskaja Gazeta, 13 dicembre 2013RIR

Il costruttore aeronautico sovietico Artjom Mikojan creò l’aereo dai 55 record mondiali. Rossijskaja Gazeta esamina cinque dei progetti più interessanti prodotti dall’Experimental Design Bureau della MiG.  

fYkbbIl MiG-9 fu il primo aereo a reazione sovietico. Nonostante il fatto che i piloti avessero paura di volare su un aereo senza elica, e i meccanici non avessero alcuna esperienza con i motori a reazione, l’esperienza che il Mikojan Gurevich Design Bureau acquisì nella creazione di questo aereo permise di produrre il MiG-15, uno dei migliori caccia del suo tempo. Il momento migliore per tali aerei MiG fu durante la guerra di Corea. Per gli statunitensi l’aspetto più moderno dei caccia sovietici fu una sorpresa assoluta: il MiG-15 aveva facilmente il sopravvento sui lenti caccia F-80 e riuscirono a scacciare i bombardieri. Di conseguenza, gli statunitensi inviarono immediatamente i loro F-86 Sabre, che erano appena entrati in servizio, in Estremo Oriente. Come disse il comandante di squadrone Sergej Kramarenko, che conseguì 13 vittorie in Corea, “molto spesso il risultato del duello veniva deciso dall’attacco iniziale. I MiG salivano più rapidamente dopo l’attacco, mentre i Sabre facevano il contrario, puntando verso terra. Ognuno avrebbe cercato di utilizzare al meglio le caratteristiche in combattimento del proprio aereo, quindi a volte l’incontro si limitava ad un singolo attacco, dopo di che salivamo in quota mentre gli statunitensi andavano a bassa quota.” Il MiG-15 fu il più prodotto aereo a reazione da combattimento del mondo. A parte l’URSS, fu prodotto su licenza in Polonia, Cecoslovacchia e Cina. In tutto oltre 15000 di questi velivoli furono realizzati e il caccia fu in servizio in più di 40 Paesi per oltre mezzo secolo.

971331Il demolitore di ‘Phantom’
Il MiG-19 ha la quota maggiore di vittorie in combattimento aereo della guerra del Vietnam, così come del conflitto tra India e Pakistan. Copie cinesi del MiG-19, conosciute come J-6, pilotati da piloti locali abbatterono Phantom statunitensi, mentre sul Kashmir indiano distrussero i Su-7 dell’Indian Air Force. Il potente armamento del caccia, 3 cannoni da 30 mm, si armonizzava con l’eccellente manovrabilità e la buona velocità di salita. I piloti avrebbero spesso rimarcato l’eccellente affidabilità del velivolo. Il MiG-19 fu utilizzato in URSS per intercettare gli aerei che violavano i suoi confini. Abbatté sulla Regione Polare un velivolo statunitense da ricognizione a lungo raggio RB-47, nel 1960, così come vari aeromobili dell’aviazione statunitense, distrutti nei cieli della Repubblica democratica tedesca, insieme ad un gran numero di aerostati da ricognizione.

a_tsyupka_mig-21_lancer_c_1200La micidiale ‘Balalajka’
Il successivo successo di Mikojan fu il MiG-21, il più diffuso caccia supersonico del mondo. Questo aereo entrò in produzione di serie più di mezzo secolo fa, ed è ancora in produzione in Cina. Una caratteristica importante di questo aereo è il suo basso costo di produzione: la versione d’esportazione costa meno di un BMP-1 (Boevaja Mashina Pekhotij – blindato per trasporto truppe).  La NATO diede al MiG-21 il soprannome insondabile di Fishbed, strato geologico ricco di resti fossili di pesci. I piloti sovietici chiamarono il velivolo Balalajka per via dell’ala di forma triangolare. Il MiG-21 combatté con successo in Vietnam a fianco del suo predecessore. Questo piccolo e maneggevole caccia fu un serio avversario per i Phantom statunitensi di seconda generazione. Una tattica speciale fu anche sviluppata negli USA per il combattimento aereo contro i MiG-21. I piloti vietnamiti adottarono le tattiche sovietiche: essendo guidati sul bersaglio da terra, i caccia avrebbero cercato di posizionarsi dietro e sotto l’aereo statunitense, che avrebbero poi attaccato con missili, ritornando poi alla base.

1537018L’occhio vigile
L’aereo da attacco al suolo MiG-27 era conosciuto come il “balcone con vista sul campo di battaglia”, in riconoscimento dell’eccellente visibilità dalla cabina di pilotaggio. In realtà, sarà l’intercettore MiG-31 a dover diventare il vero aereo da vigilanza. Il MiG-31 fu il primo aereo al mondo ad adottare un sistema radar phased array, che permette di individuare bersagli aerei (compresi obiettivi dalla scarsa visibilità) ad una distanza di 320 km. L’elettronica di bordo può tracciare 24 obiettivi, seguirne 10 e selezionare i quattro più importanti contro cui poi spara missili aria-aria a lungo raggio. Quattro MiG-31 possono controllare uno spazio aereo che copre un fronte di 800 chilometri per 900 chilometri di lunghezza.

1425512Agile e capiente
Il MiG-29 modificato è il principale caccia dell’aviazione russa e allo stesso tempo funge da  laboratorio volante per testare nuove tecnologie. Questo velivolo è dotato di motori che impiegano la spinta vettoriale, dandogli un nuovo livello di manovrabilità. I piloti nominarono i primi MiG-29 “aereo d’allarme interno”, perché non avevano abbastanza carburante per volare lontano dalla  propria base aerea. Oggi il modificato SMT è dotato della più moderna elettronica di bordo, di serbatoi supplementari, nonché di attrezzature per il rifornimento in volo.

1240350Il caccia del futuro
Il prototipo di quinta generazione del caccia Progetto 1.44 doveva essere designato MiG-35 MFI (Mnogofunktsjonalnik Frontovoj Istrebitel – caccia multiruolo tattico). Questo velivolo avrebbe dovuto essere dotato di motori che impiegavano la spinta vettoriale e di tecnologia stealth, ampiamente utilizzate per la sua produzione. Nel 2002, tuttavia, il governo emanò un decreto relativo alla creazione del PAK-FA (Perednij Aviatsionnij Kompleks Frontovoj Aviatsij – Complesso Aereo Avanzato di Prima Linea), che mise termine allo sviluppo del 1.44. L’unico prototipo funzionante, che volò il 29 febbraio 2000, è oggi al Gromov Flight Research Institute di Zhukovskij.

164976Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La rivoluzione libica e il processo di trasformazione sociale

J. Posadas QIP 20 aprile 1981

I problemi evidenziati dal processo in corso in Libia sono tra i più grandi della storia della lotta per il progresso umano. Il processo libico è una forma di espressione di processi globali. La Libia dimostra che i rapporti di forza globali, in fase di sviluppo, permettono a un paese molto indietro sotto ogni aspetto, di fare un balzo in avanti di diversi secoli. La Libia sta emergendo da una quasi totale mancanza di attività sportive, culturali, o scientifiche – prima della rivoluzione 1969 – per fare quello che fa ora.
La Libia non ha avuto la forza di farlo da sola. Dipendeva dal sistema capitalistico mondiale e non ha avuto la forza sociale – vale a dire, partiti e sindacati – per realizzare questo processo di trasformazione. In Libia c’era una oligarchia che si basa sull’esercito per governare il paese. I suoi legami con l’imperialismo inglese, italiano, e in misura minore francese, gli diede la forza di cui aveva bisogno per dominare. Questa oligarchia aveva un esercito per questo scopo. Non era stato incaricato di combattere una guerra contro i paesi vicini, ma contro il popolo. Non c’era alcuna tradizione di partito, sindacali, di idee, non vi erano praticamente libri e l’analfabetismo era quasi totale. Le donne non avevano diritti, nemmeno all’interno della famiglia e i mariti potevano avere fino a sette donne prima che Gheddafi andasse al potere.
Il progresso della Libia è stato possibile grazie al rapporto globale di forze, all’influenza dell’Unione Sovietica e di altri stati operai in Medio Oriente, soprattutto nel settore dei militari libici. Questa squadra ha fatto un colpo di stato militare e ha portato il paese verso posizioni nazionaliste. All’inizio della rivoluzione non  aveva ancora una direzione formata. Ci fu una lotta che durò diversi anni prima di arrivare a formare una direzione più omogenea sul piano programmatico, che cerca di sviluppare il paese utilizzando il petrolio – base dell’economia – per il progresso del paese.
Hanno fatto tutto ciò in alleanza con gli Stati operai, anche se non c’erano accordi firmati. L’alleanza era nel fatto che gli Stati operai, con la sola loro esistenza e presenza, ha dato la garanzia e la sicurezza di permettere alla Libia di fare ciò che ha fatto, perché l’imperialismo non aveva né la forza né la capacità di intervenire contro la rivoluzione libica.
La Libia è un paese arretrato, che ha fatto irruzione nella storia facendo un enorme balzo in avanti, grazie alla presenza degli stati operai. Nessuno storico analizza il processo della Libia in questo modo. Dicono che i soldati che hanno fatto il golpe, erano “uomini di valore.” Tutto questo è vero. Ma questo processo non dipende dal coraggio dei militari, ma dalle opportunità storiche e sociali, e questo non accade con il coraggio. Dipende dal rapporto delle forze sociali, non militari. Il rapporto delle forze sociali, cioè da idee, esperienza, capacità, necessità del progresso nella storia.
Prima, gli yankees non dicevano: “Noi romperemo le relazioni“, ma spezzavano il paese che insorgeva contro di essi, schiacciandolo sotto le bombe. Ora possono solo dire a Gheddafi: “Fuori di qui, ti darò cinque giorni di tempo per andartene!”(Riferimento alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Libia e Stati Uniti.). Si dice che Gheddafi abbia risposto a Reagan: “Non ci impressionate, siamo abituati ai pagliacci!“.
L’imperialismo dimostra tutta la sua impotenza contro la Libia. Ha rotto le relazioni diplomatiche con esso, per spingere gli altri paesi a non avere rapporti con la Libia, per intimidirli. Questo è il significato di questa rottura. Il risultato fu l’opposto di quello che si proponevano gli Stati Uniti, che volevano mostrarsi forti: i popoli lo vedono debole, incapace di agire contro i libici, non essendo in grado di dire a Gheddafi che: “Terrorista, vattene!
Il processo della Libia ha un significato più ampio di quello che gli yankees credono o concepiscono. Ciò significa che ogni piccolo paese vede nell’Unione Sovietica il centro di supporto di qualsiasi progresso, e quindi ne cercano il sostegno. La Libia non è un paese povero che ha bisogno di assistenza economica. Questo è uno dei paesi più ricchi del mondo in proporzione ai suoi abitanti. Ha un0immensa ricchezza e una bassa densità di popolazione. Ma la Libia sta utilizzando queste risorse per il progresso. I popoli vedono questo e dicono (a tutti coloro che criticano o denigrano la Libia), “Che Gheddafi sia tutto quello che volete, ma questo paese sta crescendo e il popolo ha lavoro, casa, di che mangiare. Hanno tutto, mentre prima non avevano nulla!”. Prima cera il re Idris, un degenerato, con un centinaio di mogli. Oggi, la Libia esiste e cresce grazie all’esistenza obiettiva dell’Unione Sovietica e perché cerca l’appoggio dell’URSS. L’Egitto, che ha rotto con l’Unione Sovietica e che cerca il sostegno degli yankees, arretra ed è guidata da una piccola cricca. L’Egitto scoppierà. É una questione di tempo! Non c’è un paese al mondo, dopo aver sperimentato un significativo passo in avanti, che sia ritornato al suo punto di partenza. Non ce n’è uno solo, neanche il Cile di Pinochet, o il Brasile di Castelo Branco (dopo il golpe del 1964).
Tra i progressi della rivoluzione in Libia, dobbiamo sottolineare la liberazione, anche se incompleta, della donna. Hanno iniziato a incorporare le donne nell’ambito della normale attività del paese. Non c’era niente di simile prima d’ora! Le donne hanno rimosso il velo, studiano, lavorano, possono camminare da sole per strada, mentre prima non potevano farlo. Possono partecipare alle attività economiche e di lavoro. Sole! E’ una rivoluzione nel mondo musulmano e non è Mohammed che lo ha fatto!
L’esempio del processo di liberazione della Libia è una dimostrazione dell’importanza delle relazioni di forza globali. L’imperialismo non è stato in grado di impedire questo processo. Voleva evitarlo, ma non ha trovato né i mezzi né la forza, e questo è dovuto all’esistenza  dell’URSS. I libici trovano la forza nella loro decisione, ma si basano allo stesso tempo su questo rapporto di forze globali che ha fatto si che, anche senza l’intervento o il sostegno diretto degli stati operai, la rivoluzione libica e tutte le altre rivoluzioni in Medio Oriente, si siano sviluppate. L’esistenza degli stati operai è la tutela del progresso della storia. È la vera base di ogni progresso della Libia.
Il programma di Gheddafi e il gruppo dirigente è stato ampliato e cresciuto nel corso della rivoluzione. Inizialmente, il programma non era chiaro, anche se conteneva anche considerazioni generali che si applicano a espropri e nazionalizzazioni. Questo programma è stato fatto e rifatto lungo la strada. Il punto di partenza era molto semplice: abolire la monarchia, espellere l’imperialismo e sviluppare il paese. Ci fu una lotta in quella direzione, ma non c’era una decisione programmatica. Tuttavia pochi mesi dopo l’acquisizione del potere del gruppo di Gheddafi, il programma è stato esposto e approfondito, sino all’adozione di alcune forme degli stati operai. Così la Libia è diventata uno stato rivoluzionario. Esistono tutte le condizioni per diventare uno stato operaio. Tutto è nazionalizzato! Non ci sono più importanti proprietà private, ciò che rimane nell’artigianato e nel commercio è ridotto. Il petrolio, la ricchezza principale, e gli altri minerali, sono nelle mani dello Stato. La leadership libica ha basato la sua programmazione economica e sociale sull’esperienza degli stati operai: questo è il vero cammino del progresso di tutti i paesi in Africa, Asia e America Latina.
L’Unione Sovietica non è un modello, ma un programma. Per uscire dalla penuria e svilupparsi è necessario nazionalizzare, pianificare l’economia e fare intervenire le masse. I libici l’hanno tuttavia fatto in modo limitato. Non hanno ancora un programma marxista, ma le basi esistono perché nasca in pochi anni, la necessità di averne uno coerente e quindi basato sul marxismo. La coerenza significa che la produzione deve essere pianificata e, per questo, nazionalizzata. Per programmare la produzione, c’è bisogno di una direzione che abbia comprensione di questo processo.
Bisogna considerare che questo progresso della Libia, anche se importante, riflette una limitazione della comprensione storica e politica della leadership politica e militare. Si deve ricordare che questa è una direzione di origine musulmana, limitata dalla sua concezione religiosa, sociale e umana. Lo stato operaio ha direttamente influenzato questa direzione. Libia mostra la via da seguire per l’Iran. In Libia, non hanno deciso come musulmani, ma come esseri umani. Sono convinto che tutto ciò che Maometto ha fatto era buono. Lo stesso Maometto ha detto: “Sì, questo è un bene!” Questo rapporto è il risultato del rapporto delle forze globali, e questo è un esempio per tutti i paesi arabi, così come per gli altri paesi musulmani (ad esempio, Afghanistan).
Né Mohammed né la concezione musulmana determinano il progresso della storia. Ciò che lo determina questa, è il programma, la politica e l’intervento della popolazione, sulla base del concetto scientifico di sviluppo della storia qual’è il marxismo. I libici non si dichiarano marxisti, ma non sono anti-marxisti, e tutto quello che hanno fatto corrisponde al marxismo. Non hanno fatto alcun attacco diretto contro il marxismo. Stabiliscono dei limiti al loro rapporto con il marxismo, ma non lo rifiutano.
Questo processo è fondamentale per il mondo islamico. Dimostra che è soprattutto necessario per il progresso della storia, dell’uomo, della società, risolvere il problema dello sviluppo economico.  Cosa fare della società? Cosa farne dello stato capitalista? La Libia mostra a tutti gli altri paesi arabi che ha compiuto un enorme passo avanti, seguendo lo stesso percorso dell’Unione Sovietica. Le masse arabe capiscono. Non possono dirlo, ma capiscono. Vedono che la Libia era nulla prima della rivoluzione, e ora il capitalismo ne ha una paura tremenda. Ha paura di “quel pazzo di Gheddafi” (come lo chiama). Teme che Gheddafi dica alle masse arabe: “Tutti devono fare quello che abbiamo fatto. Qui non ci sono i proprietari che affittano le loro case. Ognuno ha la sua casa, va a scuola, ha il lavoro, ha abbastanza da mangiare.” Prima, la gente non aveva niente! Ora, le donne stesse possono progredire.
Si tratta di un inizio dello sviluppo della necessità storica. La base di questo sviluppo è marxista.  Non hanno un programma marxista, ma la base del loro sviluppo è marxista. Quello che sta accadendo in Libia è un’esperienza fondamentale per tutti i paesi arabi. Si tratta di una conclusione che non è imposta dalla concezione musulmana, ma dalla necessità sociale, dall’esempio sociale, da parte dell’Unione Sovietica, di Cuba, Etiopia, Vietnam. Tutti i paesi come la Libia guardano verso Cuba, Algeria, Angola, Mozambico. Questo processo dimostra la tendenza della storia all’unificazione del progresso di tutti i paesi secondo le stesse linee dell’Unione Sovietica. Non solo la struttura economica e sociale, ma anche la risoluzione storica dell’Unione Sovietica, stimolano tutti questi piccoli paesi.
Tuttavia, dobbiamo anche considerare i limiti dello sviluppo della Libia, per mancanza di una direzione coerente. Si può fare molto di più. Non vanno più lontano ulteriormente a causa della limitazione di questa direzione. Ma la Libia dimostra, ancora una volta, che il mondo arabo non è chiuso al progresso marxista della storia. Non è assolutamente chiuso!
L’Etiopia è un altro esempio. Questo paese era ancora più arretrato della Libia e ha adottato il programma marxista per svilupparsi. Tutti i paesi arabi, le masse arabe, vedono questo processo. Non rimangono al Corano. Vedono e assimilano l’esperienza che si sviluppa in questi paesi che hanno iniziato un processo di trasformazione. Il progresso della società in Libia è più importante del carattere islamico che sussiste ancora.
In questo processo, una direzione è necessaria, come l’intervento degli Stati operai, per portare il Paese avanti. La debolezza dei partiti comunisti, la loro mancanza di decisione politica, di programma, capacità di leadership, non ha permesso di avere una maggiore influenza sui paesi arabi. La Libia non è il più piccolo di questi paesi, ma è stato uno di quelli più deboli. E’ stata dominata da una cricca di sceicchi, che aveva un profondo disprezzo per la vita umana.
L’attuale processo della Libia è uno degli aspetti del processo globale. Anche se importante, è ancora limitato. Si può fare molto di più! Un conflitto sta maturando all’interno del gruppo dirigente. Non è ancora esploso, ma ci sono differenze tra i diversi settori che non hanno la stessa capacità o lo stesso programma. Alcuni sono più a sinistra, più consapevoli, meno  musulmani e più vicini all’Unione Sovietica di altri. Ma per ora, c’è un accordo tra le diverse tendenze.
Il capitalismo esprime la sua mancanza di cultura nei suoi scritti sulla Libia. È costretto a riconoscere i progressi compiuti da questo paese, ma lo fa sembrare come dominato dall’oscurantismo religioso, minimizza gli aspetti progressivi come il fatto che ognuno abbia una casa, non ci sia la disoccupazione, né fame e povertà, che la parte essenziale dell’economia sia nazionalizzata, che la donna non porti più il velo. Nella società araba, in particolare in Libia, la donna era un oggetto sessuale, oltre ad essere la serva dell’uomo. Era lo stesso nella Cina antica. La nuova società creata dalla rivoluzione libica ha liquidato tutto ciò. La donna non è più un oggetto sessuale, né uno strumento dell’uomo: questo rappresenta un importante passo avanti in Libia. I giornalisti capitalisti dicono: “Hey! Le donne indossano i pantaloni!” Ma non dicono quali straordinari progressi sono stati compiuti dal paese in pochi anni, per arrivarci. Si tratta di un vero progresso. Il paese ha dovuto crescere culturalmente per accettare tale cambiamento.
Oggi, il bambino è parte della società libica. Prima, era considerato un mero oggetto. L’adulto si lamentava di occuparsene. I libici sono usciti da grandi limitazioni religiose (e non dall’Islam in quanto tale) per aprirsi alle idee. Sono le idee, e non le concezioni religiose che fanno agire i movimenti come quello della Libia. La concezione religiosa monopolizza il pensiero e riduce lo sviluppo degli esseri umani ad alcune regole dettate dalla divinità. Lo sviluppo sociale supera tutto questo: non distrugge, non inverte, non spara agli dei, ma semplicemente permette di superare questa concezione. L’uomo eleva la sua comprensione sociale e scientifico per mezzo dell’amore sociale umano, e supera la concezione religiosa. Non la rifiuta rimpiangendo di aver perso tanti anni credendo in Dio, ma ritiene piuttosto che si tratta di una fase della storia umana che ha avuto luogo in questo modo, a causa della proprietà privata.
Questo processo è in corso in Libia. Si prepara un’elevazione del pensiero islamico. Non propone di respingere l’Islam, ma di mantenere i concetti e le idee di progresso sociale, molto buone e giuste, come si trovano nell’Islam, e di superarlo. Alcuni principi dell’Islam sono molto alti, molto più che nella religione cattolica, che è stata utilizzata dalla classe che ha diretto il mondo capitalista. L’Islam contiene una serie di concetti di progresso, ma i sultani, i leader, l’hanno usato a loro favore.
La Libia non era nulla prima della rivoluzione. Se avesse chiesto a qualcuno delle notizie sulla Libia, ci avrebbe risposto: “A che vi serve?” La gente non sa nemmeno dove sia la Libia! Per contro, la Libia di oggi è Gheddafi, Gheddafi significa anti-imperialismo, sviluppo, supporto e amicizia con l’Unione Sovietica, sostegno alla rivoluzione. Tutto questo si sta sviluppando, mentre il sentimento musulmano rimane. La Libia non è il primo caso di questo processo. Fu l’Unione Sovietica che per prima permise un enorme progresso ai musulmani, che li ha inseriti nella rivoluzione. Non rinunciarono all’Islam. Erano prima sovietici e poi musulmani.
La Libia sta cercando di compiere un grande passo avanti. Prima era solo un harem! Quando si è scoperto il petrolio, la Libia ha cominciato ad avere qualche significato, ma prima, era solo deserto. Di conseguenza, non aveva forza. Dal deserto, una squadra di soldati, accompagnati dai civili – perché non c’erano solo militari – ha preso la decisione di fare questo sforzo, che fa parte della rivoluzione mondiale. Prima di loro, la Libia era niente! Non l’hanno fatto per se stessi o per l’Islam! Sviluppano le condizioni che preparano le basi per un balzo in avanti verso misure socialiste. I popoli si rendono conto, per propria esperienza, che questo è ciò che bisogna fare: programmazione, progettazione, sviluppo dell’industria, irrigazione, l’alleanza con gli Stati operai, sostegno incondizionato a tutte le rivoluzioni. Gheddafi l’ha fatto, nonostante alcune incongruenze dovute alla mancanza di un partito.

Dal nazionalismo arabo al socialismo
Il processo della Libia è uno dei più alti avvenimenti della storia. Esprime la forma con cui il progresso della rivoluzione è penetrato nel mondo arabo senza partiti comunisti. Non c’era un partito comunista in Libia. Hanno ucciso tutte le persone di sinistra. La rivoluzione è arrivata ad influenzare la Libia, anche senza il partito comunista, penetrando uno strato di soldati. Questo processo mostra la forma assunta dalla storia: i paesi più arretrati del mondo, acquisiscono le più alte forme di progresso, grazie al rapporto di forze globale. Quando si arriva a questo livello, è la necessità del progresso che si è già imposta. Ci sono già esempi di questo.
La Libia ha potuto passare, e rapidamente, dalla dittatura dei sultani allo Stato rivoluzionario. Questo processo si verifica anche in un paese caratterizzato da una concezione islamica. Questo dimostra qual è il rapporto di forze mondiali, e che l’Islam, in tutte le sue forme, non può impedire il progresso dell’intelligenza delle masse, che vedono i progressi attraverso le relazioni umane quotidiane. Le masse musulmane vedono il progresso dell’Unione Sovietica, dei paesi socialisti che hanno fatto come l’Unione Sovietica. L’esperienza del genere umano non dipende dai precetti di Maometto, ma dagli esempi delle relazioni sociali che esistono. Non supera l’Islam, ma l’adatta a questa necessità sociale della storia.
Il petrolio della Libia è considerato un “patrimonio” dal mondo capitalista. Potrebbe quindi essere utilizzato come fonte del progresso. Ma è il programma della rivoluzione che ha permesso questo. Questo processo della Libia è stato stimolato e influenzato dal colpo di stato compiuto in precedenza in Egitto, contro il re Farouk. Prima del 1952, l’Egitto aveva lo stesso regime della Libia prima della rivoluzione. Questi esperimenti dimostrano che il progresso rivoluzionario ha la capacità di superare le grandi difficoltà che la religione ha potuto imporre. La rivoluzione non significa un rifiuto della religione, ma migliora la comprensione che le persone hanno dell’insostituibile necessità delle relazioni economiche, sociali, umane. Così i popoli adattano la religione a questo processo. La rivoluzione non respinge né combatte la religione. La porta ad una progressiva scomparsa. La religione non trova punti di appoggio sul sentiero della rivoluzione, è a poco a poco superata dalla coscienza dei popoli. Senza abbandonare i loro progetti o le loro credenze religiose, i popoli le sottomettono alle necessità del progresso sociale.
La Libia mostra molto chiaramente come un piccolo paese povero, un sultanato, possa progredire verso forme di società molto alte. Lo stesso non si verifica in tutti i paesi arabi, perché non hanno tutti conosciuto questa combinazione di condizioni sociali e militari. Ma l’Egitto e l’Iraq hanno sperimentato un processo simile a quello della Libia. Entrambi i paesi si sono valsi dell’esempio dell’Algeria, che si è liberata in maniera esemplare dell’imperialismo francese. Ma si appoggiavano anche al fatto che l’Unione Sovietica ha sostenuto tutti i progressi delle lotte di liberazione. La volontà di combattere di questi compagni militari che hanno portato il movimento di liberazione in Libia, Egitto, Algeria, si è basata sul sostegno dell’Unione Sovietica, e sulla loro esperienza dell’incapacità storica del capitalismo ad impedire il progresso.
La diga di Assuan ha significato un grande impulso per tutto il mondo arabo. Ha mostrato come l’Unione Sovietica, a costo di sforzi e di un enorme investimento, ha contribuito al progresso della storia, mentre essa stessa si sviluppava. Per questo motivo, il capitalismo globale, guidato dai nordamericani e dagli inglese hanno fatto assassinare Nasser. Sadat ha ucciso Nasser per attuare il piano del capitalismo. Hanno ucciso Nasser in Egitto, ma altri Nasser nasceranno ben presto. La morte non è assoluta. La morte fa nascere altre vite!
La comprensione di questo processo è molto importante perché non c’è educazione del movimento comunista su questi temi. I sovietici tendono ad acquisire questa comprensione perché ne hanno bisogno oggettivamente per la propria esistenza. Hanno investito una quantità enorme di tempo e denaro in Egitto. Sadat non vuole più pagare niente adesso, e crede che continuerà a vivere? Sadat è un uomo morto, che cerca di vivere le sue ultime giornate. Questo è un degenerato che non ha la più pallida idea: ha la mentalità di un assassino contro il progresso della popolazione. Ma deve, per vivere, vietare la vita nel suo paese, deve dipendere da prestiti, investimenti e suggerimenti degli yankees. Nasser ha offerto il lusso di esportare la rivoluzione, mentre Sadat viene dominato dagli yankees che danno prestiti e gli vendono armi per milioni di dollari. E’ compromesso con gli Stati Uniti. Oggi, l’Egitto è usato come uno strumento per impedire il progresso rivoluzionario nel mondo arabo e altrove. Così l’Egitto capitola davanti Israele, mentre la Libia di Gheddafi da impulso alla rivoluzione in tutto il mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora