Quando a Praga successe un ’48

Luca Baldelli

La storiografia “blasonata” ci ha sempre raccontato che a Praga, nel ’48, i comunisti, barbari e spietati, attuarono un colpo di Stato, schiacciando sotto il loro tallone un popolo pacifico e mite, restio ad ogni “totalitarismo” (parola magica vuota, come se il capitalismo fosse “parzialismo” e non visione totalizzante dei rapporti umani e sociali!) Andò veramente così? Vediamo la storia come fu e non come piacerebbe a qualcuno che fosse andata. Occupata per sei anni dai nazisti, per colpa anche e soprattutto delle cosiddette “democrazie borghesi”, in primis della Gran Bretagna, fautrice con Chamberlain dell’appeasement con Hitler, la Cecoslovacchia giacque per lungo tempo sotto un tallone questa volta reale, fatto di saccheggi, violenze, stermini, in ossequio ad un’ideologia di morte e terrore. Il Partito Comunista Cecoslovacco, guidato da Klement Gottwald, si pose alla testa della Resistenza e liberò il Paese con il fraterno aiuto dell’Armata Rossa. In seguito, esso fu alla base della formazione del Fronte Nazionale dei Cechi e degli Slovacchi nella primavera del 1945: una compagine unitaria che, con un programma schiettamente progressista e democratico, avviò profonde riforme volte alla ricostruzione e, assieme, alla trasformazione sociale del Paese. Il governo cecoslovacco in esilio a Londra, guidato da Edvard Benes, a differenza di quello polacco e jugoslavo, cooperò all’inizio con lealtà e spirito costruttivo con il Fronte.
Il 10 maggio 1945 si insediò a Praga il governo del Fronte Nazionale dei Cechi e degli Slovacchi, presieduto dal socialdemocratico Zdenek Fierlinger. Già questo fatto, di per sé, prova quanto i comunisti fossero poco inclini a monopolizzare il potere, pensando prima di tutto al bene della Nazione, con lungimiranza e onestà, pur potendo optare certamente per soluzioni di forza. Nel governo di Fierlinger erano rappresentate tutte le forze sane e progressive del Paese, in proporzione alla consistenza numerica dei loro adepti e sostenitori: comunisti, socialdemocratici, socialnazionalisti, populisti e democratici. L’esecutivo si distinse subito per impulso riformista e sano decisionismo: il 19 maggio 1945 fu decisa la statalizzazione delle attività economiche di tedeschi, ungheresi e collaborazionisti. Il settore statale venne così ad inglobare imprese fondamentali per il riavvio dell’economia e lo sviluppo sociale della Nazione. L’estrazione del carbon fossile, ad esempio, che nel maggio del 1945 ammontava a sole 239000 tonnellate, nel dicembre dello stesso anno salì a 1081000 tonnellate. Tutti i principali indici economici marciarono compattamente al rialzo, con abbattimento della disoccupazione e del tasso di povertà. In questo quadro, il Partito Comunista Cecoslovacco, forza cardine della coalizione, vide ingrossarsi le proprie fila: dai 30000 iscritti del maggio 1945, passò a 712000 in agosto. Le truppe statunitensi, presenti nel Paese dal 17 maggio 1945 (a riprova ulteriore di quanto Stalin poco desiderasse sfere di influenza monopolizzate dall’URSS!), anziché cooperare lealmente con le forze democratiche nell’eliminazione di ogni residuo fascista e nazista, protessero elementi reazionari e criminali infiltrati nel Partito Populista e, ancora di più, nel Partito Democratico ispirato alla predicazione del clero fascista capitanato da Hlinka e Tiso. Questi elementi, in virtù dell’eccessivo liberalismo imperante nel Paese, erano scampati alla giustizia e ora minacciavano frontalmente la democrazia, anche con armi e appoggi logistici stranieri. Mentre l’URSS concedeva crediti a condizioni agevolate, contribuendo potentemente alla ripresa dell’economia cecoslovacca anche a prezzo di qualche sacrificio interno (l’URSS era stata messa a ferro e fuoco dai nazisti, non aveva concluso certo la guerra coi forzieri pieni come gli USA!), gli Stati Uniti orchestravano sabotaggi, istigavano elementi reazionari e antisociali, agevolavano la fuga di criminali patentati attraverso salvacondotti creati all’uopo. La disinformazione veniva sparsa a piene mani per danneggiare l’immagine della Cecoslovacchia: si parlava di declino laddove c’era solo rinascita, di penuria dove pian piano si faceva strada l’abbondanza, di pulizie etniche di tedeschi dove ad essere espulsi erano solo personaggi compromessi con il nazifascismo e collaborazionisti, mentre migliaia e migliaia di cittadini tedeschi onesti e laboriosi si rimboccavano le maniche per ricostruire il Paese, accanto ai loro fratelli Cechi e Slovacchi.
Il Partito Comunista e le forze autenticamente democratiche ed antifasciste, però, non si fecero intimidire, anche se nei ranghi dei Partiti e dei movimenti si erano infiltrate quinte colonne attive ed operanti: il Fronte Nazionale marciò compatto sulla via della costruzione di una nuova Cecoslovacchia, chiese ed ottenne il ritiro delle truppe statunitensi e sovietiche. I sovietici rispettarono la richiesta e adempirono ai loro doveri con sincera convinzione, mentre gli statunitensi la dovettero subire e lavorarono da subito a disseminare il Paese di spie e provocatori. Intanto, il Paese ed il suo governo andavano avanti: provvedimenti di importanza storica colpirono i latifondisti e la grande proprietà terriera in mano alla Chiesa e ai ceti parassitari, mentre altre deliberazioni condussero alla nazionalizzazione delle grandi imprese strategiche, delle banche e delle compagnie private di assicurazione. A tutti gli ex-proprietari e possidenti, tranne che a collaborazionisti tedeschi e ungheresi, vennero corrisposti equi indennizzi, anche oltre il dovuto, visto che molti di loro per decenni avevano evaso il fisco in massa e truffato lo Stato imponendo patti leonini con la forza del denaro. Il Sindacato appoggiò attivamente tali misure ed il Partito Comunista chiamò il Paese alla mobilitazione per difenderle e dar pieno compimento, sotto il controllo popolare, a quanto scritto nei dettati legislativi, ben sapendo che attorno ad essi si stavano esercitando gli “azzeccagarbugli” degli interessi colpiti.
Il 1946 si aprì con una Nazione in piena rinascita economica, un PC sempre più radicato e potente, a Congresso per decidere i futuri orientamenti, la preparazione delle elezioni per l’Assemblea costituente. Queste si tennero nel mese di maggio e i loro risultati premiarono il PC, che raccolse il 38% dei consensi. Questa percentuale, unita al 12% dei socialdemocratici, fece sì che il fronte delle sinistre ottenesse 151 seggi su 300, ovvero la maggioranza assoluta. Rispettosi ancora una volta della dignità e del peso delle altre forze politiche, preoccupati di non aprire varchi alla reazione, indebolendo la democrazia, i comunisti accettarono la Presidenza del Consiglio, che andò al leader del Partito Klement Gottwald, vecchio quadro operaio e indomito combattente antinazista, mentre, per quanto concerne la Presidenza della Repubblica, pur ricevendo offerte in tal senso, appoggiarono Edvard Benes, uomo delle lobbies anglofile e massoniche ma, in quel momento, il più equilibrato che vi fosse sul fronte moderato. Il compagno Gottwald costituì un governo ampiamente unitario, con soli 9 ministri del Partito Comunista. Viene da sorridere pensando ai deliri degli storici borghesi e filo-imperialisti che ancora oggi parlano di “monopolio comunista del potere” e di “volontà egemonica del PC”.
Nel Paese, intanto, si moltiplicavano le minacce provenienti dal fronte conservatore, reazionario e filofascista, abilmente diretto e strumentalizzato dagli USA, dal Vaticano e dalla reazione internazionale. Anche nei Partiti di governo vi erano forti correnti antipopolari e di destra, ma da una parte erano contenute e bilanciate dalla presenza, all’interno di essi, di vaste aree progressiste, aperte alla collaborazione col PC, dall’altra lo stesso PC era intenzionato a procedere in avanti con estrema cautela, il che, naturalmente, non voleva dire senza risolutezza in ordine ad obiettivi e traguardi ben fissati nel programma di Partito e di coalizione. Nuovi provvedimenti governativi, largamente appoggiati in seno al popolo fissarono in 150 e 250 ha i limiti di proprietà rispettivamente per i terreni agrari e per quelli con diversa destinazione d’uso. Un’imposta fortemente progressiva sui milionari colpì in maniera ancor più decisa i cespiti e gli interessi dei ricchi. Grazie a tali misure si riuscì a fronteggiare al meglio l’emergenza alimentare del 1947, dovuta a fenomeni siccitosi devastanti, coinvolgenti tutto l’arco carpatico e subcarpatico. Tutti i cittadini ebbero pane, latte, carne e burro garantiti, anche se in quantità ovviamente non pantagrueliche, mediante misure di razionamento e razionalizzazione della rete commerciale. Nessuno dovette fare la fame, come invece avveniva, negli stessi anni, in Europa occidentale, ma le bande reazionarie, con il sangue agli occhi per questi successi e per le adesioni sempre più forti che i comunisti suscitavano grazie alla loro politica, cominciarono ad intensificare le azioni ostili facendo leva sulle inevitabili difficoltà del momento: attacchi armati contro comunisti ed esponenti di sinistra e sindacali, accaparramento di viveri, distruzione di infrastrutture, diffusione di notizie false per intimidire e seminare sfiducia tra la gente; il copione dell’eversione anticomunista si ripeté anche in Cecoslovacchia, con i circoli imperialisti pronti a trarne profitto per rovesciare il governo del Paese. Con singolare, diabolico tempismo, questi circoli tentarono di stringere attorno al Paese il cappio del “Piano Marshall”, presentandosi col volto caritatevole falso ed ipocrita di chi prima accende la miccia e poi pretende di vestire gli abiti del pompiere. I comunisti e tutte le forze progressiste del Paese non caddero nel tranello! Non vi fu, come sostengono ancora oggi gli pseudostorici che vanno per la maggiore. alcun veto o diktat di Stalin in ordine alle decisioni cecoslovacche sull’adesione al “Piano Marshall”. Stalin era rispettosissimo dell’indipendenza e sovranità della Cecoslovacchia e, semmai, se proprio si vuole fare la ponderazione degli interessi col bilancino del giudizio storico, avrebbe visto di buon occhio un soccorso economico occidentale che avesse, per così dire, coperto la parte che l’URSS, uscita dalla guerra con necessità di ricostruzione enormi, non sarebbe riuscita a mettere in campo. Furono i comunisti cecoslovacchi che, studiate attentamente la proposta, si accorsero che il “Piano Marshall” non era una versione avanzata e perfezionata del Piano UNNRA che anche l’URSS aveva concorso ad attuare, una sorta di keynesismo sovranazionale gestito in forma concordata tra i principali vincitori del secondo conflitto mondiale a beneficio dei Paesi d’Europa, ma un semplice strumento in mano alle multinazionali statunitensi e ai loro protettori politici per colonizzare economicamente l’Europa, distruggendo ogni forma di sovranità. Dinanzi a questo scenario, i comunisti cecoslovacchi dissero no, e lo disse, conseguentemente, dal momento che aveva occhi e bocca per giudicare, e nessuno poteva legittimamente impedirglielo, anche Stalin. O forse si vuol sostenere che Truman poteva dire la sua su tutto, ipotecando il futuro e la sovranità dei Paesi europei, mentre Stalin non doveva esprimere pareri e orientamenti su niente, nemmeno per Paesi interessati da rilevanti trattati commerciali con l’URSS?
Il rifiuto del tranello del “Piano Marshall”, la sempre più forte influenza del PC, il superamento delle difficoltà alimentari del 1947, anche con misure decise appoggiate dalla stragrande maggioranza della popolazione quali la statalizzazione del commercio all’ingrosso, furono tutti fattori che costrinsero alle corde l’opposizione reazionaria ed eversiva del clero e dei ceti borghesi e latifondisti spodestati, con conseguenti spinte eversive sempre più rabbiose e disperate. La ciliegina sulla torta, però, fu la decisione dell’URSS sulle esportazioni di derrate alimentari a beneficio della Cecoslovacchia. Klement Gottwald, preoccupato di assicurare al popolo tutto il nutrimento necessario dopo la siccità, quando ormai la battaglia contro la penuria del ’47 era quasi del tutto vinta, rivolse un appello all’Unione Sovietica per consolidare i successi assicurandosi 150000 tonnellate di granaglie. Questa era l’entità della richiesta. L’URSS, sul finire del 1947, aveva ormai vinto anch’essa la battaglia contro le privazioni dei primi due anni postbellici e abolito il razionamento dei generi alimentari dieci anni prima della ricca Gran Bretagna, uscita dal conflitto con molte meno distruzioni. Un miracolo che solo il socialismo poté compiere. Tracciato un bilancio accurato dei fabbisogni, delle spese di trasporto e della rete infrastrutturale e logistica necessaria, l’URSS annunciò che la Cecoslovacchia avrebbe avuto ben 200000 tonnellate di grano, in luogo delle 150000 richieste. Il popolo andò in un visibilio che non è possibile descrivere; l’immagine dell’URSS guadagnò in forza, stima e ammirazione presso i Cecoslovacchi, al punto che anche illustri conservatori sposarono le posizioni filosovietiche. I crediti agevolati, le materie prime, i macchinari, il grano, dimostravano che il sistema sovietico era in grado, a due anni dalla fine del conflitto, pur tra mille difficoltà, di onorare promesse e impegni verso il popolo cecoslovacco andando anche oltre il pattuito. Intanto, sul piano interno, in Cecoslovacchia la produzione era raddoppiata dal 1945 e tornata al 98% del livello prebellico, ma con una ben diversa, incomparabilmente più equa ripartizione della ricchezza e del prodotto sociale tra tutti i cittadini. In questo quadro, le forze reazionarie, approfittando anche di un Benes sempre più tentennante, tentarono l’ultima, disperata spallata al potere democratico e popolare, contando sull’appoggio del nunzio vaticano e dell’ambasciatore statunitense. Il 12 febbraio 1948, tre mesi dopo che Gottwald con puntualità e determinazione aveva denunciato l’inasprirsi del complotto reazionario ed imperialista ai danni del Paese, davanti al CC del Partito Comunista, la Commissione agraria dell’Assemblea costituente si rifiutò di discutere il progetto di legge di una nuova riforma agraria ancor più radicale delle precedenti, che avevano lasciato scoperti settori importanti dei lavoratori agricoli. In tutto il Paese si levò un moto di sdegno contro tale ostruzionismo, con comitati di agitazione operai e contadini ovunque mobilitati e una grande conferenza tenutasi a Praga il 16 febbraio. Strumentalizzando la tensione esistente nel Paese, e di concerto con le bande reazionarie pronte al golpe, si dimisero dal Governo del compagno Gottwald i Ministri reazionari appartenenti ai partiti socialnazionale, democratico e populista, boicottando la riunione del 17 febbraio. In quelle forze politiche, però, non tutti la pensavano allo stesso modo ed erano intenzionati ad assecondare le trame eversive: infatti, molti elementi ribadirono la fedeltà al governo democratico e progressista del Fronte Nazionale e stigmatizzarono la violazione dei patti e degli impegni assunti da parte dei ministri dimissionari. Intanto nel Paese, rispondendo all’appello del Partito Comunista diffuso in ogni modo da migliaia di attivisti, attraverso radio, stampa e assemblee, milioni di persone si mobilitarono per difendere il governo e le istituzioni democratiche; la Milizia operaia fu particolarmente energica nell’impedire ai sabotatori e agli eversori di portare a termine i loro loschi piani: nel rispetto delle leggi esistenti, e al contempo con decisione, essi furono messi in condizione di non nuocere. Tutto il Paese si era stretto attorno a Gottwald, al Partito Comunista, agli elementi progressisti decisi a fondare sulle colonne della giustizia una nuova Cecoslovacchia operaia e democratica. In piazza vi furono anche democratici, populisti e socialnazionali che non si riconobbero nei piani dei loro dirigenti acquistati e manovrati dalla reazione internazionale.
Il 25 febbraio 1948, il Presidente della Repubblica Benes fu costretto ad accettare le dimissioni dei ministri reazionari e un grandioso comizio salutò la vittoria popolare contro i golpisti in Piazza San Venceslao. Centinaia di migliaia di persone si pigiarono per ascoltare il compagno Gottwald. La reazione interna ed internazionale era battuta, sgominata, annichilita. Nonostante i mutati rapporti di forza, nonostante la prova di energia e vigore di tutto un popolo accorso a difendere le istituzioni della democrazia popolare, i comunisti non si imbaldanzirono né trascesero a comportamenti e azioni esagerati. Essi mantennero sempre sangue freddo, misura, equilibrio e vollero ancora formare, sotto la loro guida, un governo unitario con tutte le forze progressiste fedeli al programma originario del Fronte Nazionale. Chi parla di golpe comunista, dunque, cade nel ridicolo e si squalifica davanti al tribunale della storia non solo come studioso, ma anche come opinionista. Si è molto favoleggiato e si favoleggia sulla tragica scomparsa del Ministro degli Esteri Masaryk, di orientamento socialdemocratico, trovato morto nel cortile di Palazzo Cernin a Praga il 10 marzo 1948: i centri della disinformazione anticomunista ed antisovietica, in special modo quelli legati alla massoneria, alla quale Masaryk aderiva, hanno sempre cercato di far passare la tesi dell’eliminazione fisica da parte dei comunisti. Essa, però, naufraga sotto tonnellate di prove contrarie e tutte le persone più vicine al ministro, con convinzione e non perché costrette da alcuno, han sempre parlato, anche dopo il 1989, di suicidio, l’unica causa possibile e plausibile che si evince da decine e decine di rilievi ed esami. Ad ogni modo, anche quell’evento fu strumentalizzato e utilizzato cinicamente dai crociati della Guerra fredda. Ad ogni buon conto, il 21 marzo 1948, l’Assemblea costituente varò una nuova legge agraria che limitava la proprietà fondiaria a 50 ettari, unificava l’imposta a carico dei terreni, stabiliva regole certe, semplici e incontrovertibili per un credito agricolo al servizio della piccola impresa (riconosciuta e tutelata) e delle cooperative. Il 28 aprile, si passò alla nazionalizzazione delle imprese con più di 50 dipendenti e, per alcuni settori, alla nazionalizzazione tout court. Venne introdotto pure il monopolio sul commercio estero e il 9 maggio 1948 vide la luce la nuova Costituzione, boicottata dai vecchi arnesi della reazione e ora pronta per essere sancita ed attuata in tutti i suoi punti, da quelli principali ai corollari esplicativi. La Carta suprema proclamava la scelta socialista del Paese. Il 30 maggio del 1948, le elezioni videro la vittoria del Fronte Nazionale dei Cechi e degli Slovacchi con l’89% dei voti. Nel Fronte non vi erano solo i comunisti, ma tutti i democratici che intendevano contribuire alla rinascita e allo sviluppo del Paese sulla via maestra del socialismo. L’opposizione fu sempre tutelata e il pluripartitismo riconosciuto; se qualche partito e partitello non riuscì a formare liste, fu perché si era completamente screditato agli occhi della popolazione, non per veti che non ci furono mai e che sarebbero stati del tutto inutili e anzi controproducenti, visto il larghissimo consenso del quale godevano le forze unite del Fronte. Nel mese di giugno, Benes si dimise da Presidente della Repubblica: le sirene anglo-statunitensi–massoniche avevano cantato più forte di quelle progressiste e realmente liberali che pure avevano gorgheggiato nel suo animo; egli fu sostituito dal compagno Gottwald, mentre alla carica di Presidente del Consiglio andò il celebre, amatissimo sindacalista Antonin Zapotocky, protagonista centrale delle giornate della primavera 1948. L’estate del ’48 vide l’unificazione tra comunisti e socialdemocratici: la classe operaia usciva più forte, unita e determinata dalle dure prove sostenute, pronta a raccogliere i frutti di un benessere e di una stabilità crescenti che avrebbero fatto della Cecoslovacchia uno dei Paesi più ricchi e progrediti di tutta Europa.

Riferimenti bibliografici e sitografici:
“Storia universale” dell’Accademia delle scienze dell’URSS, vol. 11 (Teti, 1978)
Klement Gottwald: “La Cecoslovacchia verso il socialismo” (Rinascita, 1952)

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Boleslaw Piasecki: un cattolico contro la piovra vaticana e imperialista nella Polonia popolare

Luca BaldelliLa crociata vaticana contro i Paesi socialisti, supportata materialmente dall’imperialismo anglostatunitense, ha sempre mirato a diffamare l’ideale marxista-leninista come principale bussola di trasformazione sociale per l’umanità, degradandolo a bieco materialismo senz’anima. Non solo: questa “pugna spiritualis” degna di miglior causa, che di spirituale e di teologico aveva veramente poco, ha sempre teso a nascondere, infangare e distorcere il ruolo costruttivo di milioni di cristiani, cattolici e non, nella costruzione della nuova società, mondata dalla lordura dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Abbiamo avuto modo di esaminare il caso emblematico dell’abate cecoslovacco Josef Plojhar; questa volta, invece, ci sposteremo un po’ più a nord, in Polonia, Paese cattolicissimo, con un’atmosfera bigotta e codina diffusa, percepibile sin dalle pietre delle strade. Qui, lo schema disinformante e inquisitorio della crociata vaticana contro il socialismo e i suoi “compagni di strada”, riscontrabile in ogni angolo dell’est europeo, fu replicato fedelmente e anzi reso più pesante ed invasivo. Oggi, tutti coloro i quali pensano al cattolicesimo polacco vanno con la mente alla bianca veste di Wojtyla o ai baffi biondo-arancio di Lech Walesa. A pochi, pochissimi, balenerà davanti l’immagine di Boleslaw Piasecki. Un nome, questo, misterioso, enigmatico, ostico persino nella fonetica. Un personaggio senz’altro scomodo, Piasecki, ovvero non accomodante, né addomesticabile, né tanto meno collocabile nel Pantheon ipocrita, onnicomprensivo e per ciò stesso nullacomprensivo, della religiosità new-age, irenica e all’acqua di rose, che tanto va di moda in quest’epoca di valori forti banditi e di pensieri deboli resi forti dal potere. I fautori dello scontro cieco ed incondizionato fra diverse concezioni dell’uomo e del mondo, hanno tutto l’interesse a far credere che il comunismo abbia perseguitato sistematicamente i cristiani, fino quasi a cacciarli nelle catacombe; Piasecki rappresenta, come Plojhar, l’esempio incarnato di quanto tutto ciò sia falso e di come, invece, le masse cristiane e cattoliche dell’est-europeo abbiano, nella loro stragrande maggioranza, collaborato in maniera leale e fruttuosa con il potere popolare.
Nato nel 1915 a Lodz, in una famiglia di funzionari pubblici (il padre era dottore agronomo), Boleslaw Piasecki frequentò il Ginnasio “Jan Zamoyski” di Varsavia, laureandosi poi in Giurisprudenza presso l’Ateneo della Capitale polacca, nel 1935. Influenzato dalle idee nazionaliste e sovraniste, Piasecki, sempre nel 1935, fondò il ”Movimento nazional-radicale Falanga”, noto anche semplicemente come “Falanga” (“Falange”). Su tale formazione politica, il giudizio di vari storici è stato estremamente negativo: hanno assimilato la “Falanga” sic et simpliciter al fascismo, senza cogliere le contraddizioni, la dialettica interna a quel movimento fra conservatori tradizionalisti, nazional-rivoluzionari ed elementi filo-fascisti e filo-nazisti. Di certo, in questo caleidoscopio, Piasecki rappresentò sempre la tendenza nazional-rivoluzionaria, radicale, fautrice di profonde riforme sociali all’insegna del corporativismo integrale, ma senza sposare la visione geopolitica del fascismo né tantomeno la dottrina razziale del nazionalsocialismo. L’ala filo-nazista della “Falanga”, capitanata da Kazimierz Halaburda, fu sempre emarginata e, in gran parte, finì per staccarsi dal movimento. Piasecki, in particolare, cattolico di ferro, combatté con energia ogni infiltrazione dello NSDAP (il Partito Nazionalsocialista di Hitler) nella “Falange”, individuando ed espellendo agenti che, muniti di cospicue somme di denaro e di dettagliati piani di provocazione, intendevano spingere il movimento sul binario morto della sudditanza al III Reich, le cui mire territoriali, fondate sul progetto del “Mein Kampf”, erano per forza di cose incompatibili con le volontà di ogni nazionalista polacco. Esse, infatti, prevedevano per la Polonia un ruolo di colonia, di serbatoio di materie prime e forza lavoro nel quadro del Nuovo Ordine Europeo o al massimo un patto leonino tra Stati sovrani in cui sovrano era solo quello più forte, che sceglieva il più debole come comprimario per un’aggressione all’URSS che ricompattasse attorno alla Germania tutto l’asse anticomunista mondiale, segnato dalle ovvie rivalità inter-imperialistiche. Piasecki, sempre attento e vigile contro provocazioni e snaturamenti di quella che riteneva essere una genuina concezione nazionalistica, radicata nella storia e nella tradizione della Polonia, condusse una critica serrata alle stridenti disuguaglianze sociali, allo strapotere della finanza e delle banche, ai ceti parassitari, auspicando un nuovo assetto più giusto, con un’equa redistribuzione delle ricchezze, la difesa della classe operaia e contadina, la valorizzazione della piccola impresa. Nell’inquadrare questi punti, la “Falange” di Piasecki, come ogni movimento populista di destra della Polonia degli anni ’30 faceva, questo sì, professione di antisemitismo, identificando negli ebrei la causa principale delle disgrazie del Paese. L’antisemitismo di Piasecki, però, era di schietta matrice cattolico– tradizionalista e aveva radici economico-sociali; mai sfociò nell’odio biologico dei nazisti per la stirpe ebraica. Naturalmente, non puntualizziamo ciò a mò di attenuante, ma come doverosa spiegazione, come distinguo che in sede storiografica non ci si può dispensare dal mettere in evidenza, pena la non comprensione di fatti, eventi, scelte. Precisato tale aspetto, basta dare un’occhiata alla biografia di Boleslaw Piasecki per constatare la sua intransigente opposizione al nazismo: soldato nel ’39, al momento dell’invasione tedesca, combatté con coraggio e fino alla fine, a differenza di tanti altri militari legati al governo borghese-conservatore di Skladowski, vassallo della Gran Bretagna, i quali concorsero a provocare il crollo della Nazione per poi darsela a gambe in Romania con ministri e alti dignitari, lasciando il popolo alla mercé della croce uncinata. Arrestato dalla GESTAPO e imprigionato fino all’aprile del 1940, Piasecki venne poi scarcerato e, da uomo libero, ricominciò a tessere le fila di una Resistenza nazionalista ai nazisti occupanti. I tempi erano duri e non agevolavano certo sottigliezze e distinguo; Stalin e l’URSS appoggiavano attivamente i partigiani di osservanza socialcomunista e progressista, gli unici che saldavano alla lotta di liberazione il necessario obiettivo di trasformazione sociale del Paese. In quest’ottica, sia la Resistenza filo-inglese che quella nazionalista di Piasecki, che nel frattempo aveva dato vita ad una “Confederazione nazionale” per distinguersi dagli altri due fronti di opposizione all’occupazione nazista, non potevano che essere viste come focolai di diversione, divisione e anche d’intelligenza col nemico da chi, pochi chilometri più a est, di quel nemico aveva sperimentato sulla propria pelle i peggiori crimini.
Nel 1944, la Resistenza di impronta socialcomunista fondò il Comitato Polacco di Liberazione Nazionale (PKWN, la sigla polacca), più noto come Comitato di Lublino, nel quale vi erano anche indipendenti, democratici, liberali decisi non solo a liberare il Paese dai nazisti, ma anche ad edificare una nuova Polonia realmente indipendente, libera, sovrana, non succube di inglesi, tedeschi e chicchessia. In questo quadro, i settori nazional-radicali che facevano capo a Piasecki e ad altri, non potevano non entrare nel mirino: il loro rifiuto di appoggiare la Resistenza del Comitato di Lublino fu interpretato come un imperdonabile tradimento e come un fare il gioco del nemico più bestiale e feroce mai apparso sulla scena politico-militare. Non poteva andare diversamente del resto: l’URSS sapeva che solo con la compattezza di tutti i combattenti si sarebbe potuto cacciare al più presto l’invasore e che ogni azione in senso contrario era lesiva, controproducente, scriteriata (quando non era indice di collusione col nazismo). Le pallottole sparate dagli uomini della “Confederazione Nazionale” contro i partigiani e l’Armata Rossa furono la goccia (di piombo) che fece traboccare il vaso: Piasecki, assieme ad altri, venne catturato e imprigionato a Lublino nel novembre del 1944 dalle forze filosovietiche e dall’NKVD. A prendersi l’incarico di seguire i settori nazionalisti fu delegato Ivan Serov, generale sovietico, distintosi tanto nell’Armata Rossa quanto nell’NKVD, uomo di indefettibile fermezza, ma anche di raro tatto e di profonda sensibilità umana, che solo una pubblicistica ed una storiografia bugiarde e faziose come quelle anticomuniste potevano trasformare in un individuo spietato e crudele. Serov aveva una naturale propensione a cogliere i lati positivi anche dove i più vedevano solo il deserto dei tartari. Con pazienza e volontà di capire le dinamiche storiche della società polacca, ponendo al contempo le premesse per un futuro stabile e duraturo di pace e reciproca comprensione, Serov, con l’appoggio di Stalin, del VK(b)P e del Governo sovietico, cominciò a stabilire una linea di dialogo e confronto con la Resistenza nazionalista, compresi gli uomini incarcerati per azioni condotte contro l’Armata Rossa e la Resistenza coordinata da Lublino. Serov seppe vincere l’ostilità e l’opposizione di chi, preso da comprensibile spirito di vendetta, all’interno dell’NKVD in particolare, intendeva procedere per le vie brevi, mettendo tutti i nazionalisti polacchi nello stesso calderone. Piasecki, non certo sotto tortura o sotto costrizione, come hanno insinuato i soliti storici pregiudizialmente ostili al socialismo e all’URSS, anche con l’ausilio di documenti fasulli, iniziò un cammino di avvicinamento al socialismo, mentre i sovietici, dal canto loro, maturarono, in questo scambio, una visione più completa e meno schematica della realtà polacca. Si resero conto che non c’erano solo i fanatici sciovinisti che deliravano attorno ai progetti di una Grande Polonia estesa da Berlino al Mar Nero, né soltanto i vecchi arnesi del filo-tedesco Pilsudski, ma tutta una schiera di social-nazionalisti che, gettati alle ortiche i preconcetti verso il marxismo-leninismo, intendevano integrarsi nel nuovo ordine socialista, appoggiato dalla stragrande maggioranza della popolazione e rafforzato, in mezzo a mille tremende difficoltà, dall’aiuto fraterno dell’Unione Sovietica. Piasecki riceveva regolarmente giornali, riviste e ascoltava la radio: aveva quindi perfetta contezza di tutti i provvedimenti progressisti e innovatori varati dal nuovo governo popolare, nel quale i comunisti erano centrali. Non viveva certo, il fondatore della “Falanga”, in un isolamento paragonabile, anche solo lontanamente, a quello vigente nei lager nazisti. La prova incontrovertibile di ciò è la lettera, inviata da Piasecki a Serov, nella quale il militante nazionalista polacco, in prigione, si dichiarò favorevole alle riforme sociali introdotte dal nuovo potere supportato dai sovietici; in particolare, Piasecki riconobbe che, per la prima volta, si stava procedendo in direzione di una vera riforma agraria, da tempo chiesta dai nazional-rivoluzionari, mentre la nazionalizzazione dei settori economici strategici fu vista come un passo necessario per la creazione di una nuova Polonia realmente indipendente. Allo stesso modo, Piasecki ripercorse nella missiva le tappe del suo indefesso impegno anti-nazista. Un ruolo forte dei cattolici polacchi era imprescindibile, sostenne Piasecki, anche per il futuro socialista della Nazione. Nel luglio del 1945, valutato attentamente il caso suo e di altri (non si facevano sconti a nessuno, né si abusava di alcun principio del diritto, dove comandavano le forze social-comuniste), Piasecki fu liberato e subito si dette da fare per fondare un gruppo di cattolici aperti alla collaborazione con il movimento operaio e comunista. Una resa incondizionata, dettata solo dal ricatto e dalla paura? Nemmeno per sogno!
Piasecki, già nella lettera a Serov, non era arretrato di un millimetro dai propri principi e dalle proprie convinzioni: la sua fede non era in discussione, né poteva esserlo la sua identità di cristiano-sociale, compagno di strada dei comunisti nella costruzione di una società più giusta, ma non appiattito sulle posizioni del marxismo-leninismo. I comunisti polacchi e sovietici non pretesero mai questo, convinti come erano che solo la più ampia coesione delle forze di ispirazione popolare potesse garantire la necessaria opera di ricostruzione sociale, civile, economica e l’approdo a lidi più avanzati di giustizia, libertà ed emancipazione delle classi subalterne. Dal novembre del 1945 partì l’avventura del settimanale cattolico-sociale “Dzis i Jutro” (“Oggi e domani”), nato da un’idea di Piasecki e subito battezzato da successo. Il nuovo organo di stampa irritò in misura parossistica le gerarchie vaticane e quelle ecclesiastiche polacche più reazionarie e legate a Roma: era la prova provata che il nuovo governo popolare di Varsavia, guidato dai socialcomunisti, non solo non proibiva la religione, ma addirittura patrocinava pubblicazioni di carattere religioso. Come si sarebbe potuta continuare a sostenere l’impostura dei regimi dell’ateismo imposto? Come si sarebbero potuti dividere, ora, proletari aventi i medesimi interessi di classe sulla base della religione, anche in quell’occidente nel quale l’avanzata dei comunisti pareva irresistibile? Basta dare un’occhiata ai nomi dei collaboratori di “Oggi e domani” per vedervi personaggi autorevolissimi del pensiero cristiano–sociale polacco, uomini e donne che conosceranno sorti diverse, ma tutti accomunati da schiena diritta e saldezza di principi: Jan Dobraczynski, Konstantin Lubienski, Hanna Malewska, Wojciech Zukrowski. Nel n° 1 della rivista, pubblicato il 25/11/1945, Boleslaw Piasecki dimostrò ulteriormente quanto la sua adesione alla nuova democrazia popolare fosse convinta e poggiasse sull’onestà intellettuale, non sulla convenienza; anziché rinnegare il passato in blocco, egli scrisse: “Sarebbe una sciagura sostenere che il diritto di accesso alla nuova realtà polacca si debba pagare a prezzo del rinnegamento della tradizione, di tanti eroici compagni caduti nella lotta armata o ancora vivi. Sarebbe una sciagura, questa, poiché solo le persone ipocrite accetterebbero a questo prezzo la convivenza con la nuova realtà”. Il potere popolare, dal canto suo, mai pretese, lo ribadiamo, alcuna abiura o autodafè con tanto di sceneggiata barocca, nemmeno rispetto ai contenuti e ai principi della “Falange” nella loro totalità: alcuni punti programmatici del nazionalismo degli anni ’30, specie riguardo all’assetto economico-sociale, erano compatibili con il programma social-comunista, summa di vero patriottismo. In ordine all’antisemitismo, invece, così come rispetto ai sogni di una “Grande Polonia” che equivalevano a dichiarazioni di guerra, non si poteva certo transigere alcunché, e non solo perché i vertici del Partito dei Lavoratori Polacchi (poi Partito Operaio Unificato Polacco) vedevano la massiccia presenza di ebrei (fatto storico inoppugnabile), ma perché la nuova Polonia popolare non poteva tollerare in alcun modo, e sotto nessuna forma, ideologie improntate all’odio etnico, religioso, razziale, né di matrice antisemita, né di matrice sionista.
Boleslaw Bierut, Segretario del Partito Operaio Unificato Polacco, con la sua linea anti–dogmatica ed unitaria, mirante alla massima compattezza del blocco sociale nel processo di trasformazione socialista del Paese, riuscì ad aggregare tutte le forze vive e dinamiche della Nazione, in un felice pluralismo ignorato e anzi rovesciato nel suo opposto dalle menzogne della storiografia avversa. Ciò gli consentì anche di emarginare elementi settari, cripto–trotskisti e frazionisti che, con la loro visione dogmatica, schematica e avulsa dalla realtà concreta, avrebbero mandato gambe all’aria il processo di costruzione della nuova società, in un contesto dominato fino a poco tempo prima dalla borghesia e dai vecchi ceti aristocratici anacronistici e reazionari. Gli interessi di questi ceti erano stati colpiti, ma l’onda lunga delle loro reazioni e degli intrighi tessuti all’ombra del Vaticano e degli USA si faceva ancora sentire e, con azioni sconsiderate, troppo timide o troppo ardite, si sarebbe trasformata in un ciclone devastante. La saggezza del vertice del Partito Operaio Unificato, il suo indirizzo unitario, democratico e patriottico, nel quadro più ampio del Fronte di Unità Nazionale, evitarono al Paese frizioni e tensioni deleterie. In questo clima propizio per ogni libera espressione e confessione orientate a costruire e non a demolire, Piasecki incastonò, nel 1947, un’altra pietra miliare della sua azione politico–culturale: l’Associazione “PAX”. Questa, accanto al movimento dei “Sacerdoti patriottici”, leali verso il governo a maggioranza social–comunista, propugnò una politica di alleanza stabile e duratura fra le masse popolari cattoliche e la democrazia popolare orientata alla fondazione del socialismo. Un salto di qualità inequivocabile: la fondazione di “PAX”, con il concorso di decine di migliaia di operai, contadini, intellettuali, artigiani, sacerdoti, stette a significare che la corrente social–cristiana non si accontentava più di organi di stampa, iniziative, convegni, ma mirava ad organizzarsi in forma eminentemente politica per difendere i principi nei quali credeva in maniera strutturata, contro l’assalto del Vaticano e dei settori reazionari. Non v’era, infatti, angolo delle Polonia nel quale gli agenti del Papa e degli USA, opportunamente addestrati e foraggiati, non lavorassero come il tarlo per disgregare, sabotare, attizzare odi e ostilità, facendo leva su una religione usata come scudo, nella maniera più strumentale possibile. I vecchi ceti rovesciati dal trono sognavano ancora la riscossa e per far questo pagavano banditi e terroristi per incendiare aziende agricole, minare la produzione nelle fabbriche, intimorire i rappresentanti del potere costituito. Sopra tutti, come supervisori, i servizi segreti occidentali e gli emissari del Vaticano, tutti con agganci di vecchia data nel microcosmo reazionario polacco. L’“Operazione Splinter Factor”, lanciata dai servizi segreti statunitensi nell’est europeo, con l’appoggio logistico e operativo di tutti i servizi imperialisti e dei circoli antisovietici, disseminò l’area d’oltre cortina e segnatamente la Polonia di trame eversive, azioni terroristiche, sabotaggi che solo il largo consenso e l’appoggio entusiastico del quale godevano i governi a maggioranza social–comunista poterono affrontare e sconfiggere. Migliaia di terroristi, muniti di armi modernissime e radioriceventi, furono catturati sui monti e in vari centri urbani. Molti di essi si fecero scudo con il clero reazionario, che li proteggeva attivamente offrendo nascondigli e rifugi in Chiese ed immobili di proprietà della Chiesa; i preti legati agli eversori, ogni volta che veniva compiuta un’operazione di polizia in immobili ecclesiastici per stanare i banditi, gridavano all’oltraggio dei “senza Dio” per mascherare il loro ruolo losco e alimentare il mito cinico e falso della persecuzione a loro danno. L’associazione “PAX “, in questo quadro, partecipò attivamente allo smascheramento dei nemici interni ed esterni, con l’azione concreta, con la parola e con gli scritti. I seguaci di Piasecki, stretti attorno alla loro guida, dettero eccelsa prova di patriottismo e riscattarono, agli occhi delle autorità, il nome del cattolicesimo polacco, infangato dai crociati della guerra fredda. Questa posizione coraggiosa, ferma e leale attirò per tutti gli anni ’50 su “PAX” l’odio e le calunnie, l’ostracismo e la persecuzione della parte più retriva del clero: essa, naufragati miseramente i progetti di restaurazione dell’ancien regime, e colpiti nelle vive carni i suoi interessi materiali, cercò in ogni modo, con l’aiuto del Vaticano, di mettere i bastoni tra le ruote ai tantissimi parroci, sacerdoti, vescovi che non volevano seguire la via suicida e criminale della lotta contro il socialismo. Fu solo grazie alla solidarietà ed alla protezione offerta dal governo degli “atei trinariciuti” se questi uomini di Chiesa, liberi ed onesti, ebbero garantita la loro libertà d’azione e, spesso, la loro incolumità fisica. Stefan Wyszynsky, Primate polacco, legatissimo al Vaticano, cercò di mantenere fino ad un certo punto il necessario equilibrio: nemico delle spinte più reazionarie e destroidi, sapeva bene che il governo popolare aveva riconosciuto la piena libertà alla Chiesa e la sua giurisdizione su alcuni beni fondamentali, nulla pretendendo se non la lealtà del clero alle leggi, ma, nello stesso tempo, era pressato in maniera veemente da Papa Pio XII affinché promuovesse uno scontro radicale con il potere popolare. Preso tra due fuochi, Wyszynsky si buttò nelle braccia della reazione interna ed internazionale e dovette esser condannato all’isolamento, vittima non certo del potere popolare ma di chi, in quella situazione, lo aveva messo contro la sua stessa volontà: USA e Vaticano. Bierut e i vertici del Partito Operaio Unificato Polacco compresero il dramma dell’uomo Wyszynsky e cercarono sempre di lenire la sua condizione di internato, preso in consegna in primis da istituti religiosi. La lotta contro i nemici del popolo aveva le sue insuperabili necessità, ma mai ci si dimenticava di rispettare l’uomo, la sua storia e la sua condizione legata al contesto generale, con un’etica che nei Paesi capitalisti nemmeno si poteva sognare. “PAX”, e Piasecki in modo particolare, insorsero contro le ingerenze vaticane ed imperialiste, anche e soprattutto in questo caso, mantenendo dritta la barra dell’appoggio alla democrazia popolare e contribuendo in maniera sempre più costruttiva all’unità della Nazione: l’Associazione poté dispiegare quest’azione anche grazie al fatto che controllava vari canali mediatici, dai settimanali “Aurora” (“Zorza”) e “Direzioni” (“Kierunki”), fino al quotidiano “La parola universale” (“Slowo Powszechne”), passando per la florida casa editrice (“Istituto editoriale PAX”). Accanto a ciò, l’accresciuto peso politico fu decisivo per rafforzare la compagine cattolico-sociale: nel Parlamento (“Sejm”, o Dieta ), gli uomini di “PAX”, attivi anche nel “Movimento patriottico di rinascita nazionale”, erano ben rappresentati all’interno del “Fronte di Unità Nazionale”, come indipendenti o aderenti ad altre formazioni politiche. La balla del monopartitismo vigente ad est, ripetuta ossessivamente da tutta la propaganda anticomunista, a dispetto dell’evidenza della realtà, nella storia della Polonia era particolarmente ridicola: nel “Sejm”, infatti, fino al 1989, accanto ai deputati del Partito Operaio Unificato Polacco vi furono sempre i cattolici aderenti a “PAX”, presenti come indipendenti, aderenti al Partito Popolare Unito e al Partito Democratico.
Piasecki, amato dal popolo e stimato dai vertici politici, cominciò però ad essere insidiato, nella sua posizione, a partire dal XX Congresso del PCUS: si formò un inedito asse revisionista-reazionario che, con la morte di Bierut (sulla quale ci sarebbe molto da indagare…), mirò a riportare le lancette della storia indietro, affratellando, in maniera del tutto strumentale, i kruscioviani di stretta osservanza ed il clero conservatore e maccartista. Più la società si disgregava, più subentrava all’unità il contrasto, più questi settori guadagnavano punti; in particolare, il solco tra cattolici e comunisti andava allargato fino al parossismo. Come non vedere in tutto questo le premesse per la nascita, anni e anni dopo, del cosiddetto “Sindacato libero “ Solidarnosc? Piasecki ricevette sempre più attacchi, strali e dovette subire, di quando in quando, umiliazioni assurde, come la censura delle notizie che lo riguardavano sui giornali a maggior tiratura, censura oltremodo ridicola visto il raggio d’azione capillare degli attivisti di “PAX” e la diffusione, altrettanto capillare, delle riviste legate all’Associazione. Non erano gli “stalinisti” tanto deprecati a censurare, ma i nuovi “liberali” saliti al vertice del Partito Operaio Unificato Polacco e solo l’equilibrio e la saggezza di Gomulka, nuovo Segretario del Partito dopo la morte di Bierut, riuscirono a frenare le spinte più estreme, senza però rendere inoffensiva la fazione kruscioviana, protetta a livello internazionale fino al 1964. Il fatto curioso è che la vecchia guardia del Partito, di osservanza “staliniana”, subì le stesse azioni ostili di “PAX”, nella Polonia del dopo ’56; un destino comune, quello degli uomini di Bierut e dei seguaci di Piasecki, che nessuno ha voluto mai indagare fino in fondo. Ad ogni buon conto, visto il carattere coeso e la vitalità di “PAX”, dal 1955-56 la fazione comunista polacca più legata al revisionismo kruscioviano, assieme a settori degli apparati spionistici interni e del KGB sovietico orientati nello stesso senso, iniziò a sferrare alcuni colpi bassi all’associazione di Piasecki: si cominciò con una fronda interna, alla quale seguì una scissione, protagonista della quale fu (guarda caso!) un uomo destinato a ricoprire un ruolo importante in “Solidarnosc”: Tadeusz Mazowiecki. Non solo: nel 1957, uno dei sette figli di Piasecki, Bohdan, nato dal matrimonio con l’eroina Halina Kopec, caduta nella rivolta di Varsavia del 1944, venne rapito ed ucciso in circostanze oscure, mai del tutto chiarite anche per l’azione degli organi investigativi, i quali, controllati dal Viceministro degli Interni, il liberale kruscioviano Antoni Alster, favorirono la fuga in Israele di diversi sospettati e la latitanza sospetta di altri. La vecchia fazione “stalinista” del Ministero degli Interni, solidale con Piasecki, tentò in ogni modo di far luce, ma la sua azione fu paralizzata dai protettori politici operanti in alto loco. Solo negli anni ’60, infatti, un uomo tutto di un pezzo come Mieczyslaw Moczar riuscì a farsi strada contro le lobbies kruscioviane e sioniste e a diventare Ministro degli Interni, ma era ormai tardi per far piena luce sul caso di Bohdan Piasecki… Qualsiasi fosse lo scenario dietro al fatto criminoso in questione, è chiaro che esso fu diretto a bloccare l’azione politica del Presidente di “PAX”, ma le manovre in tal senso fallirono per il coraggio intellettuale e fisico del personaggio, oltre che per l’appoggio incondizionato che milioni di uomini e donne, di ogni orientamento, continuarono a manifestargli. Piasecki, infatti, restò a capo di “PAX” fino all’anno della sua morte, il 1979, fu ininterrottamente deputato al Sejm dal 1965 al 1979 e ricoprì anche la carica di membro del potete Consiglio di Stato.
Ai funerali di Piasecki presero parte tutte le più alte cariche dello Stato, assieme a migliaia di cittadini comuni ed alle delegazioni dei partiti popolari cristiani del campo socialista. La messa fu significativamente celebrata da Stefan Wyszynsky, a riprova della grandezza del personaggio deceduto e della vicinanza del vecchio Primate e Cardinale, il quale, naturalmente portato al dialogo con il movimento operaio e comunista, negli anni ’50 non se l’era tuttavia sentita di sposare le posizioni di “PAX”. Con la morte di Piasecki ripresero quota i settori clerico–reazionari, i quali ebbero buon gioco ad attuare diversioni e a sobillare il popolo nel quadro di una crisi economica pesantissima che, nata nel mondo capitalista e a causa del capitalismo, contagiò ben presto la Polonia, Paese che con il mondo capitalista aveva avviato rapporti economici intensi e duraturi, anche oltre i livelli di prudenza raccomandabili. Questa, però, è un’altra storia, che non mancheremo di raccontare…Riferimenti:
Purtroppo, la congiura imperialista del silenzio su “PAX” e su Boleslaw Piasecki non aiuta a reperire opere per capire meglio la storia e i contorni di “PAX”. Per chi avesse voglia di spaziare tra più fonti, non solo apologetiche e non solo italiane, ma anche critiche e in lingua straniera, suggeriamo i seguenti riferimenti:
Boleslaw Piasecki:
Zagadnienia istotne” (“Questioni fondamentali”, Varsavia, 1954)
Patriotyzm polski”, (“Patriottismo polacco”, 2 voll., Varsavia 1958/60)
Kierunki 1945-1960”, (“Direzioni 1945-1960”, Varsavia 1971)
Mysli” (“Pensieri”, Varsavia 1983)

Per un panorama sintetico ma indicativo sulla sovversione atlantico–vaticana in Polonia:
William Blum, “Il libro nero degli Stati Uniti d’America” (Fazi, 2003)
Victor Marchetti – John D. Marks, “CIA – culto e mistica del servizio segreto” (Garzanti, 1975)

L’abate Plojahr: l’uomo che unì crocefisso, falce e martello

Luca Baldelli

La storia non è solo il fluire tempestoso, rocambolesco e a volte rodomontesco di eventi, figure e fatti che modellano il terreno delle umane sorti dal quale traggono origine; la storia non è solo la dinamica incessante, eppur tormentata e reversibile, dello sviluppo delle forze sociali e produttive; la storia non è solo e soltanto il filtro attraverso il quale si fa strada, catalizzato dal ribollire tumultuoso della lotta di classe, il cammino ascendente delle classi subalterne. La storia è, anche, impietosamente e dialetticamente, a confermare la giustezza e l’aderenza al reale della weltanschauung marxista, il magazzino delle sane abitudini dismesse, dei luminosi principi abbandonati perché non più “alla moda” e, ancor più, delle figure gettate nel pozzo dell’oblio perché scomode, per l’esempio ancor prima che per il pensiero o per gli scritti. Una di queste figure dimenticate è, senza dubbio, l’abate cecoslovacco Josef Plojhar (1902–1981). Nativo di Ceske Budejovice, animatore del Partito Popolare Cecoslovacco, d’ispirazione cristiano-sociale, ne difese sempre l’ancoraggio democratico e progressista, contro le tendenze e le infiltrazioni conservatrici, reazionarie e anche fasciste, volte a farne un Partito fantoccio anticomunista, dipendente dai circuiti imperialisti tedeschi e anglostatunitensi. Nella visione di Plojhar e di altri (si pensi al grande Antonin Pospishil, storico attivista dei lavoratori cattolici cecoslovacchi), il Partito Popolare doveva difendere la propria autonomia di pensiero e di azione e, contemporaneamente, appoggiare attivamente le lotte sociali della classe lavoratrice e l’azione politica del Partito Comunista, caposaldo a garanzia della trasformazione sociale in senso progressista. Tale linea, nonostante tranelli, complotti, ingerenze imperialiste e borghesi negli anni dal 1945 al 1948, uscì vincitrice dai Congressi e dal confronto interno e garantì al Partito Popolare Cecoslovacco un ruolo centrale nelle dinamiche sociali e politiche del dopoguerra, nel quadro della costruzione di un’avanzata democrazia popolare, sostenuta dal fraterno aiuto internazionalista dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
I reazionari, sconfitti sul campo nonostante le massicce trasfusioni di dollari e l’appoggio costante del Vaticano, impegnato in prima linea a sabotare ogni politica riformista, anche la più cauta, cominciarono a vomitare bile addosso a Plojhar e ai suoi sostenitori più in vista. Vennero dipinti (e vengono dipinti ancora, dalla stampa borghese) come teste di legno del Partito Comunista, atteggiamento perfettamente prevedibile da parte di chi intendeva fare del Partito Popolare Cecoslovacco la testa di legno collettiva dell’imperialismo, dell’eversione anticomunista ed antisovietica. Una storia già vista, anche e soprattutto in Italia, Paese nel quale gli ex-fascisti, entrati in massa nella DC dopo il 25 aprile, etichettavano sistematicamente come “comunisti mascherati” i cattolici popolari più schietti, avanzati e radicati nelle masse lavoratrici, fautori di una strutturale collaborazione con le sinistre per realizzare i principi ed il programma dei Murri, dei Miglioli e di altri araldi del cattolicesimo sociale più autentico.
Josef Plojhar, rappresentante in Cecoslovacchia di questo filone, aveva tra i suoi riferimenti principali la “Rerum Novarum”, enciclica del 15 maggio 1891 con la quale Papa Leone XIII aveva coraggiosamente marcato un netto discrimine tra il liberalismo borghese, secolarista, pervaso di mistica della proprietà e della produzione e la visione cristiana dell’economia e della società, fondata sulla giustizia distributiva, sul lavoro in funzione dei bisogni umani e non viceversa, sulla valenza sociale della proprietà, svincolata da ogni culto idolatrico. Plojhar, però, intendeva andare oltre: se nella “Rerum Novarum” il socialismo era qualificato come “falso rimedio”, nocivo e distorto, ai mali del capitalismo selvaggio, per l’Abate era invece, nel dopoguerra più che mai, il naturale alleato della battaglia dei cristiano-sociali per la liberazione del ceto operaio e contadino dallo sfruttamento dei ricchi. Non solo: Plojhar era stato un antifascista combattente, imprigionato dalla Gestapo fin dal 1939 nei lager di Buchenwald e Dachau, dai quali verrà liberato solo nel 1945. Questo passato così recente e pesante, lo aveva segnato in profondità e lo aveva reso particolarmente vigile e attento contro ogni forma di tolleranza verso elementi fascisti e reazionari. Eletto all’Assemblea costituente nel 1946, Plojhar si distinse subito per acume e spirito battagliero; nel 1948, senza alcun timore, si oppose (era già Ministro della Sanità) al colpo di Stato ordito dalla destra che, appoggiata dai circoli imperialisti, intendeva instaurare una dittatura oligarchica e fascista, mettendo fuori legge il Partito comunista (sempre più forte e radicato) e tutte le forze progressiste del panorama politico cecoslovacco. La milizia operaia, mobilitata dal Presidente del PC e Primo Ministro Klement Gottwald, presidiò ogni angolo del Paese, con attività intensa soprattutto a Praga, epicentro del complotto, facendo fallire i piani eversivi di restaurazione. Assieme ad essa, scesero in piazza anche tantissimi liberali, socialdemocratici, repubblicani e cattolici-popolari, decisi ad impedire l’avvento di un regime borghese e reazionario. Le arringhe e le invettive di Plojhar, particolarmente veementi, gli fecero subire, in modo particolare in occidente, ma anche tra gli elementi conservatori e filofascisti operanti in clandestinità in Cecoslovacchia, attacchi virulenti ed incessanti. Nessuna infamia gli venne (e gli viene ancora oggi) risparmiata: membro clandestino del PCC (“ponorkou”, ovvero sottomarino, con una colorita definizione allora in voga); donnaiolo impenitente; uomo intrigante e libidinoso. Il tutto con l’ausilio di documenti falsi, di patacche prefabbricate nei laboratori nazisti e angloamericani. Queste vigliaccate, mirate ad insozzare una delle più adamantine figure della scena politica cecoslovacca, non minarono però il morale e lo spirito del sacerdote, sempre più osteggiato dalle gerarchie ecclesiastiche, quelle stesse gerarchie che avevano mostrato acquiescenza o aperta complicità con Hitler e con le sue belve assetate di sangue, che si erano esibite in saluti romani e benedizioni di armi, che avevano voltato la faccia davanti a massacri inenarrabili, ma che ora, con il socialismo vittorioso e in piena espansione, improvvisamente promuovevano azioni di disobbedienza civile, tiravano fuori morali, disquisizioni etiche sciorinate con la stessa disinvoltura con la quale avevano avallato operazioni banditesche e genocide durante la guerra, alla faccia del sempre echeggiante “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Soprattutto, alle gerarchie ecclesiastiche non andava giù che, in Cecoslovacchia, i loro latifondi, le loro proprietà eccedenti il giusto ed il normale, venissero espropriate a vantaggio dei ceti subalterni, quelli che non avevano mai avuto nemmeno un fazzoletto di terra dove piantare una cipolla per la zuppa. Nella concezione cristiana e caritatevole di questa gente, la morte per fame di migliaia e migliaia di contadini, la malnutrizione di milioni di essi, lo sfruttamento feroce della classe operaia da parte di un pugno di privilegiati, non avevano nessuna importanza, anzi erano tutti elementi cinicamente contabilizzati come fatti necessari per poter spargere a piene mani la retorica pietista e consolatoria. Bisognava far cadere dall’alto le briciole nelle mani dei poveri! Guai a rimuovere le cause della loro povertà! E guai se qualche sacerdote, come Plojhar, mandava in frantumi questo piano, offrendo l’esempio vivo, concreto e lampante di un’altra concezione del messaggio di Cristo!
L’Abate, comunque, continuava a mostrarsi refrattario e indifferente, con impassibile coraggio (il coraggio dei puri e dei forti!) a qualsivoglia pressione dall’alto! Non stette a sentire neppure l’arcivescovo di Praga Beran, a suo tempo imprigionato dai nazisti, ma ferocemente anticomunista e antisovietico, il quale gli intimava di non prendere più parte ad alcuna attività politica. Presto arrivò la scomunica, quella scomunica che investiva i comunisti e i loro alleati e sodali e che mai era stata comminata a chi aveva bruciato nei forni milioni di uomini, donne e bambini! Plojhar si gettò ancora più a capofitto nell’impegno, convinto com’era che l’opera di apostolato passasse anche per l’impegno del cristiano in politica. Questo atteggiamento fu premiato dai cecoslovacchi, che avevano ancora impresso sulle carni il marchio vivo dell’oppressione nazista e vedevano nel socialismo e nei suoi “compagni di strada” la garanzia più sicura contro il ritorno della peste nera, rinfocolata e attizzata dal militarismo e dall’imperialismo occidentale. L’Abate fu quindi entusiasticamente rieletto in Parlamento nel 1948 nelle file del Partito Popolare e il successo fu replicato nel 1954. Plojhar si era messo in luce, intanto, come Ministro della Sanità, per il suo impegno costante, indefesso ed efficace per la creazione di un sistema efficiente di cura e prevenzione, a partire dalle fabbriche e dai villaggi agricoli, sistema che consentirà alla Cecoslovacchia di vantare indici migliori di quelli di tanti Paesi avanzati dell’Europa occidentale, nei quali l’influsso della concezione socialdemocratica dello Stato sociale aveva segnato in profondità lo sviluppo delle infrastrutture socio-sanitarie. Tanta fu la capacità dimostrata da Plojhar in qualità di Ministro della Sanità, che lo stesso fu chiamato a ricoprire tale carica ininterrottamente, fino al 1968. Parallelamente al lavoro nella compagine ministeriale, il sacerdote amico del popolo, a riprova di quanto fosse tutto fuorché lo zerbino dei comunisti o di chicchessia, fu decisivo nell’impedire che i termini dei negoziati tra governo comunista e Chiesa cattolica fossero troppo svantaggiosi e penalizzanti per la seconda (per reazione alle malefatte storiche del clero, beninteso!) e, pur partecipando alla redazione degli atti per la rimozione del vicario capitolare di Praga, soggetto reazionario e ostile a qualsiasi approccio leale verso il governo a guida comunista, mise anche in guardia contro i rischi e la vacillante legittimità giuridica di quegli atti (che infatti vennero impugnati, per la gioia dei trotskisti infiltrati nel PC e smascherati a tappe progressive dal 1949 al 1954, i quali ci avevano messo lo zampino). Allo stesso modo, l’impronta di Plojhar fu fondamentale nella creazione e promozione di tutta una serie di gruppi, sodalizi, movimenti, cattolico-progressisti, propugnanti l’incontro con il movimento operaio e comunista: parliamo del Movimento Patriottico dei Sacerdoti (del quale fu Presidente dal 1948), del Comitato Nazionale del Clero Cattolico, del Movimento Pacifista del Clero Cattolico, centrale quest’ultimo nelle mobilitazioni contro l’arma atomica imperialista e per la difesa di una pace fondata sulla più completa giustizia sociale nel mondo. Il coraggioso sacerdote fu pure decorato con l’Ordine di Klement Gottwald nel 1955 e nel 1962 e, come riconoscimento per la sua profondità dottrinaria e per le sua ampie conoscenze, ricevette il Dottorato onorario di Teologia a Litomerice, presso la Facoltà di Teologia dedicata ai Santi Cirillo e Metodio (1950). Quest’ultimo “blasone” era la chiara testimonianza della stima della quale il sacerdote godeva presso il clero di estrazione popolare e piccolo-borghese, quello più vicino alle esigenze dei lavoratori e più consapevole del proprio ruolo nella società socialista. Grazie a questa parte del clero, le persecuzioni vaticane contro Plojhar, incoraggiate dall’arcivescovo Beran fino al momento del suo arresto nel 1951, restarono di fatto lettera morta.
Proprio sulla questione del rilascio di Beran, Plojhar marcò ancora una volta la sua autorevolezza e indipendenza dal Partito Comunista, del quale era buon alleato ma mai e poi mai servo: nel 1956, mentre nelle fila del PCC, dopo il XX Congresso del PCUS, era tutto un profluvio di irenismi e di autocritiche, di mani tese e di intenti “liberali”, anche verso il clero reazionario che non aveva mai mollato la presa, Plojhar, contrastando il volere espresso dai vertici del Partito Comunista Cecoslovacco, asserì che sarebbe stato dannoso, irresponsabile e suicida rilasciare l’arcivescovo Josef Beran, processato e imprigionato anni prima per il continuo lavorio contro lo Stato e le riforme progressiste del governo a guida comunista. Ad animare Plojhar non era certo uno spirito di vendetta al quale era estraneo, ma semplicemente la constatazione di un dato di fatto: Beran, che pure, lo ribadiamo per amore di verità, a suo tempo aveva sposato la causa antinazista, non si era minimamente ricreduto e non manifestava alcuna intenzione di comportarsi da cittadino e da religioso leale e rispettoso dell’ordinamento socialista, sancito nelle leggi dello Stato cecoslovacco. Pertanto, ogni atto di clemenza nei suoi riguardi non veniva interpretato come un atto di buona volontà, dal quale far discendere un diverso atteggiamento verso le autorità, ma come segno di un cedimento del quale approfittare per tornare a tessere la trama dell’anticomunismo e dell’antisovietismo.
Il nuovo corso varato dopo il 1956 da Antonin Novotny, Segretario del PCC dal 1952 e Presidente della Repubblica dal 1957, vide Plojhar, sempre amato dal popolo, restare in sella, ma in posizione più marginale dal punto di vista politico. Se da una parte proseguiva il suo accorato impegno da Ministro della Sanità, dall’altra il suo carisma, fonte di diffuse invidie, cominciò a mostrare la corda, disprezzato com’era da tutta una schiera di arrivisti senza scrupoli, trotskisti mascherati e rinnegati di vario tipo, i quali andranno a costituire l’ossatura del gruppo dubcekiano, gruppo che pianificherà e cercherà di attuare, sotto gli slogan sul “socialismo dal volto umano”, lo smantellamento del socialismo tout court e la trasformazione della Cecoslovacchia in una piazzaforte nevralgica per l’imperialismo ed il sionismo. Per l’Abate che aveva contribuito ad edificare, con la forza della sua intelligenza ed il coraggio delle sue azioni, la democrazia popolare, si apriva un periodo drammatico, di sfiducia, depressione, rabbia verso uno stato di cose percepito sempre più come ingiusto. Vi fu, negli anni ’60, chi tentò di infamarlo ulteriormente, per una sua presunta propensione per l’alcool, debolezza assolutamente inesistente in Plojhar: nativo di Ceske Budejovice, come ogni buon figlio della sua terra, il sacerdote amava la birra ed il vino, ma non era un beone incallito (visse 79 anni, età irraggiungibile da un alcoolista) né sono da ritenersi veritieri i racconti di certi storici legati a lobbies catto-conservatrici foraggiate da USA, Germania e Vaticano, che vedono come protagonista un Plojhar impegnato in sfide all’ultima vodka con i russi. La calunnia è un venticello, recita un antico adagio; in Cecoslovacchia, negli anni ’60, essa soffiava addosso a Plojhar con la devastante forza di un uragano. L’Abate, questo sì, fu sempre amico sincero e convinto dell’URSS: cristiano intransigente, egli vide sempre, nel primo Stato con gli operai e i contadini al potere, un bastione insostituibile per chiunque intendesse edificare una società più giusta, equa e avanzata, liberata dallo sfruttamento e dalla tirannia dei ricchi. Non fu per caso, quindi, che dal 1952 al 1970 presiedette l'”Unione per l’Amicizia Cecoslovacco–Sovietica”. Profondo conoscitore, altresì, della lingua tedesca, suo raffinato e forbito cultore, Plojhar fu poi spesso presente nei ranghi delle delegazioni cecoslovacche in visita nella DDR e dette un contributo fondamentale alla tessitura di un’alleanza tra il Partito Popolare Cecoslovacco e le formazioni cristiano-democratiche attive nel panorama est-europeo, segnatamente quelle polacche e tedesco-orientali. Questa azione positiva e costruttiva, parallelamente all’impegno internazionalista dei Partiti Comunisti, risulterà preziosa per la promozione di una reciproca comprensione fra popoli storicamente divisi da rivalità e odi rinfocolati dall’aristocrazia e dalla borghesia.
Dopo la sconfitta del tentativo di golpe di Dubcek, che per tempo aveva allontanato Plojhar da ogni posizione di potere (e chissà come sarebbe finita qualora avesse vinto con l’appoggio delle potenze imperialiste!), il sacerdote venne chiamato ancora a dare il suo contributo al consolidamento del socialismo in Cecoslovacchia. La nuova guida del Paese, Gustav Husak, figura saggia ed equilibrata, tenne in debito conto lo spessore di Plojhar, il quale, libero ormai dalle minacce delle squadracce trockiste, revisioniste e reazionarie, venne rieletto deputato nel 1976 e nel 1981, per la gioia di un popolo che lo aveva sempre amato e mai lo aveva dimenticato, anche nei momenti più duri e difficili. Nel novembre 1981, Josef Plojhar passò a miglior vita per un malore sopraggiunto in una sede assai cara al sacerdote: l’ambasciata sovietica, emblema di un Paese da lui amato e rispettato. Si era recato in quel luogo per partecipare ai festeggiamenti per la Rivoluzione d’Ottobre, evento storico di capitale importanza nel quale egli vedeva la riscossa degli ultimi, quegli ultimi innalzati nel Vangelo a sale della Terra e motore della storia.

La Romania di Ceausescu oltre i luoghi comuni

Viaggio politico, economico, sociale e fotografico nella vita quotidiana dei suoi cittadini negli anni ’80
Luca Baldelli

sulla-romania-di-ceausescu-se-ne-son-sentite-davvero-di-tutti-i-colori-dell_html_6b3c1f72Sulla Romania di Ceausescu se ne son sentite davvero di tutti i colori dell’iride e anche di altre iridi, al momento inesplorate dalla scienza. Stato totalitario, tirannico, oppressivo, con i cittadini costretti, almeno negli anni ’80, a fare la fame, a patire il freddo in case buie e connotate da sembianze falansteriche, tra razionamento alimentare, del riscaldamento, dell’erogazione dell’acqua. E’ andata davvero così? Oppure, come al solito, la propaganda borghese e capitalista ha costruito le sue mistificazioni propagandistiche, manipolando dati statistici, falsificando i fatti storici e pure la cronaca, nel tentativo di demonizzare e gettare una luce oscura, di tenebra, sul socialismo rumeno e su una delle figure storiche, quella di Nicolae Ceausescu, più riottose ad accettare i diktat imperialisti? Vediamo alcuni punti fondamentali, controbattendo passo a passo tutte le false argomentazioni dei professionisti della menzogna.

1. La Romania di Ceausescu era una Nazione povera e sottosviluppata
Falsa affermazione, falsa come sola può essere una banconota da 400 euro! La Romania, uscita disastrata dalla Seconda Guerra Mondiale, che ne aveva compromesso, per la sciagurata alleanza coi nazisti e le mire imperialiste degli anglo–americani, il debole potenziale industriale, distruggendone importanti comparti, con l’avvento del socialismo si risollevò alla grande e, dal 1965 al 1989, sotto la guida di Nicolae Ceausescu, Segretario del PC e poi anche Presidente del Consiglio di Stato e Presidente della Repubblica, raggiunse i più alti traguardi di sviluppo, meravigliando tutto il mondo e precedendo persino il Giappone per percentuale di crescita annua nei difficili anni ’70, quando tutto il mondo era in recessione dopo lo shock petrolifero del 1973. Il Prodotto Nazionale Lordo (valore monetario di tutti i beni e servizi prodotti) crebbe dell’11% su base annua, tra il 1971 ed il 1975. Assumendo come basi di partenza i livelli del 1950, nel 1978 la produzione industriale globale risultava cresciuta di 29 volte, quella agricola di 3,5 volte, gli investimenti di 31 volte, il reddito nazionale di 13 volte, le retribuzioni di 6 volte. Lo sviluppo “multilaterale”, voluto da Ceausescu, divenne insomma una realtà: la Romania, che tradizionalmente aveva una debole industria leggera, un volto eminentemente agricolo, arretrato e quasi bucolico–pastorale, un’industria pesante limitata al settore petrolifero-estrattivo, divenne un Paese sviluppato con un ventaglio pressoché completo di attività, sempre più fiorenti e ricche. L’industria petrolifera, di prima qualità, vide un’impennata nella quantità di greggio raffinato: la capacità di raffinazione degli impianti della Romania socialista crebbe infatti da 15400000 di tonnellate nel 1970 a 27071000 di tonnellate nel 1980, fino a toccare la punta di 30613000 tonnellate nel 1989. La Romania divenne, negli anni ’80, una delle 10 Nazioni al mondo produttrici di piattaforme per le esplorazioni petrolifere off–shore. Nel 1988, ben sette di queste piattaforme erano in funzione nel Mar Nero, sotto l’egida del colosso PETROMAR di Costanza. Solo la presenza di maestranze altamente specializzate, l’organizzazione di una ricerca scientifica incentivata a tutti i livelli, la formazione di un apparato di tecnici e specialisti di prima qualità, potevano garantire risultati come questo, solo sognati e mai realizzati da Paesi nominalmente ben più avanzati e tradizionalmente forti economicamente. Non è tutto. La produzione di gas naturale crebbe anch’essa a ritmo impetuoso, arrivando a ben 34000000000 e passa di metri cubi nel 1976 e mantenendo, nonostante il fisiologico, naturale calo delle riserve, normale in un Paese a sviluppo intenso accelerato, quote da 23 a 27000000000 di metri cubi tra il 1986 e il 1989. Contemporaneamente, la flotta commerciale rumena giunse a contare, nel 1989, ben 288 navi (oggi, col capitalismo, esse si sono ridotte a… zero!), con oltre 30000 navigatori in possesso del relativo brevetto (oltre il 2% del totale mondiale) e si posizionò al quarto posto nel mondo! Il porto di Costanza, dotato di tutte le strumentazioni e le infrastrutture necessarie, era il terzo, per ampiezza, d’Europa! Gli efficientissimi cantieri navali di Galati e Costanza, solo nel 1989, fecero uscire, pronte immediatamente per il varo, navi per 502000 tonnellate di stazza lorda. Dati che parlano da soli. Nel settore automobilistico, la Romania giunse a produrre, da poco più di 3000 vetture su base annua, fino alla metà degli anni ’60, ben 121400 esemplari nel 1988, accanto a 17400 camion. Marchi quali Dacia, Oltcit, ARO erano noti e richiestissimi in tutto il mondo, mentre nelle competizioni mondiali, si pensi ai rallies, mietevano successi. Automobili affidabilissime e facili da aggiustare, dotate di ottime prestazioni e disponibili a prezzi economici. Se non fosse crollato il potere comunista, negli anni ’90 la produzione avrebbe toccato i 400000 esemplari annui, ed entro il 2000 ogni rumeno avrebbe avuto un’automobile di proprietà. Non male, per un Paese in cui l’industria automobilistica era stata impiantata 70 anni dopo quella dei più rinomati Paesi capitalistici, aventi risorse ben maggiori e posizioni geografiche ben più propizie per commerci e transazioni. Questo, ed altri aspetti, li vedremo meglio anche più avanti.

2. La Romania di Ceausescu era una Nazione chiusa, autarchica
1978-octombrie-t-i-b-800x496Mentre è sicuro che il PCR e Ceausescu difesero costantemente l’indipendenza e la sovranità della Romania, il suo carattere socialista e “multilateralmente sviluppato” (ovvero, con una crescita economica potente, accompagnata da una costante elevazione del livello della coscienza di classe e dell’armamento teorico, culturale e pratico della classe lavoratrice), mai il Paese fu chiuso ai commerci internazionali e agli scambi economici, turistici e culturali. Dal 1965 al 1985, il commercio estero crebbe a ritmi medi annui dell’11,1%, dinanzi a un aumento corrispondente del reddito nazionale pari al 7,6%. In particolare, il movimento delle importazioni fece registrare un incremento del 10,3%, quello delle esportazioni dell’11,8%. Specialmente gli anni ’80 videro un massiccio incremento delle esportazioni, e non solo per ripagare, approvvigionando con valuta pregiata la Nazione, il debito estero, nel 1982 ammontante a 13 miliardi di dollari, ma anche per dare uno sbocco sicuro, o quantomeno ragionevole, a una mole di prodotti innovativi, ad alto valore aggiunto, che il Paese andava producendo sempre più e con sempre maggiori accorgimenti nelle sue fabbriche. Non certo solo prodotti petroliferi e dell’industria pesante, ma automobili e autocarri, mobili, vestiti, libri, macchinari. Solo una fabbrica, e nemmeno la più importante a livello nazionale, la NAPOCHIM di Cluj Napoca, produceva la bellezza di 5000 articoli dei più vari: prodotti in plastica, protesi dentarie, materiali per studenti e scolari… Molti di questi venivano assorbiti dal mercato interno, gli altri venivano collocati sul mercato mondiale, assai apprezzati nelle Nazioni tanto socialiste che capitaliste. Negli anni ’80, specchio di tale proiezione internazionale, geopolitica e geoeconomica della Romania, era la TIB, la Fiera Internazionale di Bucarest (Tirgul International Bucuresti), vetrina e passerella per tutte le più recenti e innovative creazioni industriali e artigianali della Romania socialista, dall’industria leggera fino a quella pesante. La Nazione, a quel tempo, esportava annualmente merci per 170-180000000000 di lei in media, importandone per 120-130000000000 e assicurandosi così un avanzo costante nella bilancia dei pagamenti, alfine di coprire il servizio del debito ed anzi eliminare lo stesso debito estero che, cresciuto negli anni ’70 a causa delle politiche commerciali sfavorevoli imposte dalle Nazioni capitalistiche, con interessi crescenti richiesti dal sistema bancario, con politiche restrittive imposte dal FMI e altri organi, costituiva un cappio al collo foriero di potenziali sventure. Il debito, infatti, era un’arma per piegare la Romania e costringerla a svendere il proprio patrimonio nazionale, oppure a varare misure draconiane capaci di scatenare il malcontento popolare. Questo il senso delle intimazioni al “rientro” del debito imposte nel 1981 al Paese dagli usurai mondiali, mentre altre Nazioni, per contro, tra clausole premiali e accordi paralleli, vedevano piovere sulle loro teste prestiti copiosi e non coperti da adeguate garanzie. Ceausescu ed il PCR, consapevoli di questo piano, vi si opposero fino in fondo e tennero duro, varando misure di austerità non draconiane, come racconta la propaganda capitalista, ma sopportabili, valorizzando fino all’ultima risorsa del Paese onde difenderne sovranità e indipendenza, impedirne la svendita alle sirene del capitalismo, pronte a balzare su una Nazione ricca e in crescita continua. Nel 1989, a marzo, Ceausescu annunciò l’estinzione del debito! La Romania era la prima Nazione al mondo con debito estero uguale a zero!!! Un affronto intollerabile a banchieri e speculatori, agli imperialisti e ai loro lacchè, che costerà al Paese il colpo di Stato del mese di dicembre, come vedremo. A questo orgoglio nazionale, tradotto in atti politici ed economici concreti, si abbinava l’ambizione, portata avanti da Ceausescu, di fondare una Banca per il credito agevolato ai Paesi del Terzo Mondo, idea coltivata anche, a differenti latitudini e sotto variegate simbologie politiche, da Gheddafi in Libia, da Lopez Portillo in Messico, da Garcia e Perez de Cuellar in Perù, da Craxi in Italia. Un’idea che, se attuata, avrebbe affermato, assieme al prestigio di certi Paesi, la fine del dominio dell’oligarchia usurocratica che guida il sistema bancario mondiale, facendo il bello ed il cattivo tempo. Quasi nessuno dei Capi di Stato e leader politici patrocinanti quel progetto, come si è visto, ha fatto una bella fine…

Diga di Vidraru

Diga di Vidraru

3. La Romania degli anni ’80 dovette sperimentare privazioni inaudite; il tenore di vita dei cittadini venne compresso a livelli minimi per assicurare il pagamento del debito estero. In tutto il Paese imperversarono code per il cibo, la benzina, le bombole del gas…
Altro luogo comune ripetuto ad libitum da tutta la menzognera vulgata borghese e revisionista. Negli anni ’80 vi furono limitazioni nei consumi, perché questi avevano assunto un livello esplosivo e non ponderato rispetto alla capacità produttiva generale, pur elevatissima. Misure fisiologiche, normali per non far collassare il Paese per troppo benessere. Chi punta il dito sulle code, non si rende conto di fare un autogol clamoroso: in un Paese in cui non c’è potere d’acquisto, in un Paese in crisi, non ci sono certo code davanti ai negozi, perché i cittadini hanno poco da comperare, al di fuori dell’essenziale. In Romania, invece, il livello dei consumi era elevato, perché poggiante su un benessere generale considerevole, garantito dalla piena occupazione e da salari che crescevano di anno in anno (da poco più di 1200 lei mensili negli anni ’70 a 3300 lei circa nel 1989), il tutto a prezzi pressoché costanti e a tariffe per i servizi tra le più leggere del mondo. Di qui fenomeni di aritmia e di non ottimale approvvigionamento nei canali commerciali, localizzati, circoscritti, ma sbandierati come emblematici e sistematici dalla propaganda anticomunista. In realtà, la stampa era la prima a stigmatizzare determinati episodi, a denunciarli pubblicamente e a indicare la necessità di una correzione: ad esempio, a metà degli anni ’70 furono trovate, in casa di alcuni incettatori, varie bottiglie di olio adeguatamente sistemate in cantine e ripostigli per farne commercio clandestino. Questi fatti avevano generato, in alcune unità commerciali, incresciosi fenomeni di penuria, con code e inconvenienti vari per i consumatori. Il primo a denunciare la cosa fu il potere popolare, coi suoi organi e i suoi mezzi di comunicazione. Non venne occultato niente, anzi tutto venne posto alla luce del sole: la denuncia verso le storture del sistema, che non erano generalizzate come la propaganda nemica del socialismo ha voluto insinuare, non solo era palese, ma persino incoraggiata. Da qui, chi era in buonafede traeva linfa per proposte di correttivi e miglioramenti; chi invece era in malafede, sfruttava singoli episodi, rappresentativi del 2% della realtà, per dipingere tutto l’ordinamento socialista a tinte fosche. Significative di questo atteggiamento sono alcune fotografie, che pubblichiamo.senza-nome-1_html_3610ca8fLa foto a colori sopra riportata, sempre indicata come emblematica della situazione rumena degli anni ’80, risale esattamente al 1982, secondo varie fonti reperibili in rete. Alcuni hanno messo in dubbio la veridicità delle immagini, forse frutto di un fotomontaggio, dato che gli imballaggi utilizzati e ben visibili vicino all’autocarro non sarebbero stati utilizzati in epoca comunista. A prenderla per buona, quell’immagine è solo e semplicemente la fotografia di una coda per l’acquisto di generi (sicuramente alimentari) presenti in quantità e bastevoli per tutti. Pertanto, o si tratta di clienti frettolosi, arrivati ben prima dell’orario di apertura, oppure si tratta di una normale fila che, anziché snodarsi per le casse, come avviene nei nostri supermarket, è semplicemente partita da fuori del negozio, considerando anche che i Paesi dell’Est avevano norme severissime sull’affollamento dei locali pubblici, onde evitare incidenti con conseguenze potenzialmente gravi. Voler trarre conclusioni anticomuniste da quell’immagine è semplicemente stupido e puerile, come giudicare della bontà del comunismo dalla quantità di folla presente in piazza per una ricorrenza.
1982: una data emblematica, a Bucarest, la Capitale del Paese, nella quale quella foto fu scattata, ma anche in tutte le altre Città della Romania. Cominciavano infatti a dispiegarsi i positivi effetti del Decreto n. 306 del 9 ottobre 1981, col quale si disciplinavano gli approvvigionamenti, onde evitare fenomeni di accaparramento pregiudizievoli per il buon rifornimento della popolazione: si punivano infatti con pene da sei mesi ad un anno tutti coloro i quali procedessero ad acquisti di farina, olio, zucchero, riso, caffè, in misura eccedente rispetto al fabbisogno mensile normale di una famiglia media. Per gli speculatori e gli incettatori era cominciata un’era difficile: l’unica penuria esistente avrebbe riguardato le loro scorte, non certo quelle dei normali cittadini. Il Decreto pose fine, progressivamente, a fenomeni di incetta che perduravano più o meno dal 1979 e si accompagnò, in alcune parti del Paese, a razionamenti di alcuni generi alimentari per i quali la domanda era eccessiva. Essi erano decisi su base distrettuale e comunale; cercherebbe invano chi, sulla scorta della propaganda tossica delle centrali anticomuniste, volesse reperire in rete o altrove decreti firmati da Ceausescu su razionamenti generalizzati e imperativi. Quelli che entrarono in vigore furono introdotti per iniziativa delle articolazioni periferiche del potere popolare, dopo discussioni ampie ed approfondite, assemblee e consultazioni. Nulla a che spartire col razionamento dei tempi di guerra, in quanto le razioni vigenti in diverse Città della Romania negli anni ’80 erano assai abbondanti: quasi sempre si trattava di 2/3 kg di carne a testa, con 0,5-1 kg di burro pro–capite; 1 litro di olio a testa; 1 kg di zucchero a testa; 1-2 kg di farina a testa. Naturalmente, il resto veniva venduto a mercato libero nei magazzini statali, a prezzo controllato, o nei mercati contadini dove vigeva la legge della domanda e dell’offerta volta a incamerare l’eccesso di liquidità di un Paese in cui tutti lavoravano e tutti vivevano, se non nel lusso, certamente nell’agiatezza. C’erano poi le mense aziendali, dove ogni giorno mangiava il 90% dei lavoratori; gli orti personali, ai quali attingeva un buon 50% della popolazione urbana, evitando di fare la spesa; i pasti nei ristoranti, sempre pieni zeppi, al punto che si doveva prenotare il primo del mese, spesso, per poter cenare il 20 o il 30 del mese stesso, senza essere confinati in angolini e strapuntini normalmente occupati da appendiabiti. A Bucarest, a parte olio, burro, zucchero e poco altro, il razionamento non vi fu mai: vi erano solo elenchi in capo ad ogni unità commerciale, per impedire accaparramenti da parte delle solite persone. Chi si recava a fare compere, annotava di volta in volta quanto aveva acquistato; nient’altro. Senza notazioni razziste, occorre poi dire che molti zigani facevano commercio di carne e prelibatezze dopo averle rastrellate dai negozi, in virtù della loro enorme disponibilità di denaro e anche di metalli preziosi. Inoltre, molti pensionati, incaricati da alcune famiglie di fare acquisti nei negozi, comperavano quantità inaudite di carne in alcune unità commerciali, tutte in una volta. Tali fenomeni, che producevano code davanti alle macellerie, si ridussero alla metà degli anni ì80, con il perfezionarsi della vigilanza, la nuova disciplina degli acquisti e i progressi del razionamento, ma non scomparvero mai del tutto. Ad ogni modo, chi vaneggia di razioni da fame, mente sapendo di mentire. Basta dare un’occhiata agli annuari dell’ONU e della FAO in particolare, per vedere che negli anni ’80 della “crisi”, in Romania non solo non si stringeva la cinghia più di tanto, ma ogni abitante incamerava più di 3000 calorie giornaliere (equamente ripartite, senza medie del pollo di trilussiana memoria). Prendiamo le annualità 1980, 1985, 1987 e 1989 e vediamo i livelli di consumo pro–capite delle principali derrate alimentari (in kg pro–capite annui):romania1Come si può ben vedere, se vi furono sacrifici essi furono minimi, in ordine all’alimentazione, che complessivamente si mantenne stabile per quantità e qualità dei cibi consumati. Conobbe una considerevole espansione, almeno fino al 1988, il consumo di pesce, propagandato dagli organismi del potere popolare come salutare e benefico (“nici o masa fara peste”, “nemmeno un pasto senza pesce”, questo il motto in voga in quegli anni). Si è fatta ironia, troppa ironia sulle conserve di pesce presenti a tonnellate nei negozi, dimenticando che, proprio in quegli anni, in tutto l’occidente si compivano sforzi per incrementare il consumo dei prodotti della pesca. I “creveti vietnamezi”, gamberi giganti provenienti dal Vietnam, genuini, gustosi e ricchi di proprietà nutritive, spopolarono per un decennio: con essi era infatti possibile preparare ricette saporite e variegate. In ordine al consumo di zucchero, come si può vedere molto rilevante (e non comprensivo dei dolciumi e dei preparati in cui esso era assai presente), il suo razionamento si pose come necessità, dal momento che era frequente vedere, all’inizio degli anni ’80, gente che se lo portava via a sacchi per confezionare dolci e produrre liquori, secondo i dettami della tradizione popolare e contadina. I contadini coi sacchi (“tarani cu sacii”), che dalle campagne venivano a far incetta di pane e zucchero perché costavano pochissimo, erano una costante del panorama rumeno nel 1979/82: il pane veniva utilizzato, dato il suo prezzo assai economico, per alimentare i maiali, secondo una prassi viziosa che venne interrotta costringendo i pigri e gli indolenti a utilizzare foraggi largamente disponibili in natura, sol volendovi attingere. A Bucarest il pane si poté comperare, da un certo momento in poi, solo esibendo il “buletin”, ovvero il documento attestante la residenza nella cintura amministrativa del Municipio. Coloro i quali venivano da altri Comuni, potevano comperare dell’altro, ma non pane e altri generi di primaria importanza. Questa misura, assieme al Decreto del 1981 prima menzionato, consentì di migliorare la situazione generale degli approvvigionamenti. Relativamente al caffè, al posto di quello importato, prima presente in quantità sugli scaffali dei magazzini, si commercializzò il cosiddetto “Nechezol” (nome ufficiale: “Cafea cu inlocuitori”, ovvero “Caffè con sostituti”) a base di caffè naturale (per il 20%), avena e noci (per l’80%). Un caffè più leggero, a suo modo gustoso e con molte proprietà benefiche (nei dati sul consumo il “Nechezol” non è compreso, ma ogni famiglia ne consumava una scatola al mese, in media). E del burro, ne vogliamo parlare? In quale Paese, un cittadino ne consuma ogni anno più di 1 kg? Quanto al latte, sono fiorite le leggende: i “social” sono pieni di piagnistei di elementi infidi e vagabondi che raccontano di code alle 3 di mattina per prenderne una bottiglia, negli anni ’80. Tutte balle! Il latte lo si poteva ricevere a domicilio ogni mattina, fresco, spumeggiante, in comode bottiglie col tappo di stagnola, in cambio di un modesto abbonamento. Il 40–50% dei cittadini se lo procurava in questo modo. Gli altri potevano andare ogni mattina al negozio ed acquistarlo comodamente; chi si alzava alle 4 di mattina erano solo i pensionati abituati ai risvegli mattinieri e quelli che invece di 1 litro (bastevole, per una famiglia di 3 persone) ne volevano 2, per poi magari scoprire che una parte consistente era andata a male nei frigoriferi. Sorvoliamo poi sul fatto che, a tutte le ore del giorno si poteva trovare nei negozi latte in polvere che restava invenduto perché ritenuto, dall’esigentissimo consumatore rumeno, un sottoprodotto non degno di apprezzamento, tantomeno di acquisto. Questione di gusti insindacabile, certo, legata anche a una cultura contadina che privilegiava giustamente la genuinità, ma non certo utilizzabile per accreditare la tesi di una penuria da terzo mondo che non esisteva, se non nelle teste dei mestatori e dei propagatori di false notizie. Bisogna anche capire che è tipica del rumeno la paura atavica della fame, retaggio psicologico e storico di infinite dominazioni che hanno spogliato in varie epoche la Nazione; retaggio che va capito e rispettato, e che spinge ad acquisti sconsiderati con pregiudizio, alla fine, per l’economia, di qualunque tipo essa sia. Inoltre, come abbiamo visto, le statistiche FAO, pur complessivamente accurate, sottostimano di molto il consumo vero, sia dei residenti urbani che degli abitanti delle campagne. I dati sopra riportati, infatti, non comprendono l’autoconsumo, ovvero il consumo diretto di prodotti orticoli, dei campi e delle economie contadine private: non vi entra il latte munto dalla vacca e consumato fresco; non vi entra la carne del maiale conciato nelle fredde giornate d’inverno, tra convivialità e riti familiari secolari; non vi rientra il pesce pescato lungo i limpidissimi ruscelli e i fiumi della Romania da pescatori amatoriali; non vi rientrano le uova consumate fresche ogni mattina in campagna dai contadini, né quelle da loro donate ai parenti di città (pressoché tutti avevano parenti nelle zone rurali); non vi rientrano le verdure e gli ortaggi raccolti negli orti urbani, floridissimi negli anni ’80 in seguito alle misure di “autoaprovizionare” varate dai Consigli popolari, su indicazione del Partito e dei Sindacati, per venire incontro alle crescenti esigenze dei cittadini, alle loro lamentele verso certi fenomeni di penuria presenti nei magazzini statali e verso la qualità non sempre ottima degli ortaggi in essi smerciati. Ogni cittadino che avesse voluto, poi, aveva a disposizione un pezzo di terra per seminare e raccogliere quel che più gli piaceva, senza gravami, senza prestiti a interesse e senza tasse se non simboliche. Questa era la “ miseria” e la “fame” dei tempi di Ceausescu di cui vaneggiano i drogati dalla propaganda borghese, dispensata per endovena attraverso le siringhe del giornalismo mercenario o sniffata con voluttà tra i miasmi della vera miseria, quella vera dell’occidente, da Harlem alle banlieue.sulla-romania-di-ceausescu-se-ne-son-sentite-davvero-di-tutti-i-colori-dell_html_65d49e2bEccoci ad una seconda fotografia. Si è arrivati al punto grottesco di ravvisare in quest’altra immagine un panorama desolante di penuria e di miseria, con clienti pronti ad assaltare un camion per acquistare le poche merci disponibili prima che arrivino sui banconi del “negozio“ . Ora, a parte le buste piene che si intravvedono nelle mani di alcune persone (piene d’aria?), basta leggere l’insegna del locale presso il quale il camion ritratto in fotografia ha portato la sua merce: “Braserie”. Questo lemma, ripreso dal francese, identifica un locale in cui vengono serviti soprattutto piatti da “tavola calda” e a base di prodotti di pasticceria, accompagnati da bibite alcooliche e analcoliche. Insomma, tutti prodotti venduti fuori tessera, negli anni ’80, quindi aggiuntivi rispetto al consumo normato, e di per sé bastevole, di generi reperibili nei magazzini. Una fila per andare in una specie di pizzeria e per comperare generi ad essa destinati in quantità superiore a quelli, pur generosi nei quantitativi, garantiti dal razionamento. Quanti cittadini vanno, dalle nostre parti, a prendere pizze e prodotti di rosticceria facendo la fila? E forse qualcuno ha mai identificato, in una fila in pizzeria o davanti ad una rosticceria, un sintomo di miseria e di fame, dalle nostre parti? Se poi il consumatore rumeno era così impaziente da non attendere nemmeno il momento della collocazione sui banconi o nei frigoriferi dei prodotti, vogliamo con questo dire che era affamato? O non piuttosto che, essendo la Romania una Nazione in cui tutti lavoravano, tempo per le compere ce n’era meno rispetto alle società occidentali, almeno in certi giorni? E perché magari non pensare che quella calca non tentasse di comperare in quantitativi industriai generi che all’indomani sarebbero stati razionati, come avvenne in varie parti, nella Capitale e negli altri centri, verso il 1981-82, ovvero subito prima dell’entrata in rodaggio del salutare regime di disciplina sugli acquisti?
Da qui dobbiamo concludere che non vi fossero problemi legati al rifornimento, in nessun caso ed in nessun luogo? Assolutamente no, come già abbiamo avuto modo di rilevare! La stampa, quotidiana e periodica, come abbiamo accennato, informava costantemente di ispezioni, sollecitate dai consumatori (che in Romania avevano molto potere, contrariamente a quanto avviene dalle nostre parti!), in numerose unità alimentari dove venivano occultati cioccolatini, burro, biscotti… Si trattava a volte di sciatteria, indolenza e negligenza da parte dei gestori, ma più spesso di sabotaggi in piena regola, promossi dalla quinta colonna ostile a Ceausescu, la stessa che patrocinerà il golpe del 1989, sotto l’ala protettiva di CIA e KGB gorbacioviano, con il ruolo collaterale dei servizi ungheresi. Si facevano mancare, periodicamente, prodotti nei magazzini, per suscitare lo sdegno della popolazione davanti a scaffali semivuoti dove, per usare una colorita espressione popolare, “batteva il vento”. Questi fenomeni, però, non erano la regola e non affettavano tutta la rete commerciale, da una parte all’altra del Paese. Anzi, in Città quali Sibiu, Cluj, Braila, Botosani, Oradea, questi fenomeni erano praticamente inesistenti, in presenza di una vigilanza maggiore degli organi statali, del Partito e dei Sindacati. Quelli che raccontano di penurie inesistenti, piuttosto, e quelli che ci credono senza consultare dati e approfondirli, dovrebbero far riferimento costante ad una realtà emblematica degli anni ’80: vi erano liste d’attesa per frigoriferi e congelatori che, nelle case di quasi tutti i rumeni, rigurgitavano di carne, salsicce e altre prelibatezze. A questo punto è il momento di esaminare cosa è avvenuto dopo il crollo del comunismo. Intanto, una popolazione che, nel 1989, era arrivata a superare i 23000000 di individui, nell’arco di un ventennio ne perdette, per le emigrazioni e l’aumento della mortalità generale provocato dal deteriorarsi della situazione economica, sociale e sanitaria, quasi 4000000. Fin dai caldi giorni del dicembre 1989, dopo l’esecuzione di Ceausescu, vi fu una fuga verso l’occidente da parte di individui senza più lavoro, casa, sicurezza personale. Ecco un prospetto, chiaro e lampante, sul movimento della popolazione (dati per mille):romania2Come si vede chiaramente dalle cifre, il capitalismo ha portato in Romania una catastrofe demografica, con caduta verticale della natalità (-50% tra 1989 e 1994) e incremento della mortalità. La dinamica è vieppiù evidente analizzando il dato dell’ammontare complessivo della popolazione in varie, significative annualità:

romania3Vediamo i dati sul consumo pro–capite (in kg annui) dei “dorati anni” del capitalismo reale:romania5Come si può ben vedere, con il cambio di regime sono scesi, in maniera più o meno rilevante, quasi tutti gli indici di consumo dei prodotti alimentari, specie di quelli a più alto profilo nutritivo. Il consumo pro–capite del pane e dei farinacei è sceso da 131,05 kg a 130,79 kg dal 1989 al 2010; il consumo di carne bovina, quella con contenuto calorico più elevato (250kcal per 100g), ha fatto registrare una caduta da 10,03 kg a testa nel 1989 a 7,45 kg nel 2010; è cresciuto sì il consumo di carne di pollo, ma detta carne contiene 110-120kcal per 100g, pertanto il bilancio nutritivo ascrivibile alla carne segna un peggioramento considerevole, rispetto all’ultimo anno di esistenza della Repubblica socialista. Il consumo pro–capite di burro si è più che dimezzato, mentre quello del latte è aumentato solo sulla carta: infatti, il patrimonio bovino è sceso dal 1989 al 2010 da 6300000 esemplari a poco più di 2000000 e il declino è stato ancor più marcato per quanto concerne le mucche da latte, con il risultato che, se nel 1989 l’autoconsumo di latte e derivati del latte ammontava più o meno alla stessa quantità commercializzata e rilevata dalle statistiche, nel 2010 e più di recente, si è ridotto ad una frazione del venduto ufficialmente rilevato. Pertanto, possiamo dire che i rumeni oggi consumano meno latte che nel periodo comunista e, soprattutto, la qualità del latte stesso è peggiorata notevolmente, in ossequio alla sete di guadagno di pochi oligopolisti che hanno strangolato l’economia agricola, imponendo prezzi irrisori agli agricoltori, a fronte di guadagni stratosferici e di… acqua per diluire il latte venduto! Stessa considerazione per la frutta, mentre lo zucchero, alimento energetico per eccellenza, sia grezzo che lavorato, ha conosciuto un calo del consumo pro–capite nella misura di quasi il 20%. Insomma, i rumeni mangiano meno e peggio ai nostri giorni rispetto al periodo dell’“Epoca d’Oro” di Ceausescu, alla faccia dei luoghi comuni ripetuti fino all’ossessione!
Esaminato il quadro dei consumi alimentari, è il caso di passare ad altri aspetti vittime della disinformazione anticomunista: la produzione e l’approvvigionamento di energia elettrica, gas, calore e benzina. Quante volte abbiamo sentito dire, a proposito degli anni ’80 del socialismo rumeno, di blackout sistematici, di code chilometriche ai distributori della benzina, di notti insonni passate ogni mese per ritirare le bombole del gas. Tutti “idola fori” che, serviti in cento salse diverse, hanno finito col formare un giudizio distorto e non veritiero rispetto a quella pagina storica anche in menti “illuminate” e certo scevre, normalmente, da pregiudizi.
7adbd81245a596e4f65918380d8346d9-3595995-700_700Capitolo energia elettrica: la Romania socialista produsse la bellezza di 64 miliardi di Kwh nel 1980, anno nel quale, per generale ammissione, non esisteva il fenomeno dei black-out. Il consumo interno, sia domestico che industriale e pubblico, ammontò, a quella data, a 60 miliardi di Kwh. Nel 1984, anno critico e sempre citato, col suo inverno glaciale, come esempio negativo, il Paese produsse 68 miliardi di Kwh di elettricità e ne consumò 66. Tenuto conto dell’ammontare della popolazione, e del dimensionamento dell’apparato produttivo, il dato del 1984, in proporzione, ricalcò quello italiano: l’Italia, con quasi 60000000 di abitanti, consumò energia elettrica per 174 miliardi di Kwh. Nell’impietoso inverno del 1984-85, non dimentichiamolo, quasi tutti i Paesi europei conobbero razionamenti dell’energia elettrica, fenomeni di black-out e deficienze della rete di distribuzione dell’energia. Fatto questo perfettamente normale, viste le temperature glaciali e la conseguente accresciuta domanda di consumo di fabbriche e utenze domestiche. In Romania, ciò fu tanto più vero dal momento che temperature di –20/30 gradi erano la norma, mentre nei Paesi mediterranei, pur toccati dalla morsa del freddo, non si andò mai sotto una media complessiva di –10. in quella situazione, come far marciare a pieno regime un’industria poderosa e ad alta intensità energetica come quella rumena se non con restrizioni ai consumi privati? Ecco allora che intervenne l’autorità statale, con un rigido controllo della domanda di energia elettrica sospensioni dell’erogazione, più o meno frequenti a seconda delle varie zone del Paese, che evitarono al Paese il tracollo economico, la paralisi totale, confermando l’efficienza del sistema energetico nazionale. Molti black-out non furono imposti dalle autorità, ma generati da un eccesso di consumi privati non compatibili con le esigenze complessive dell’economia: in molte case si tenevano accese due o tre stufe elettriche insieme, fatto questo che generava sovraccarichi sulle reti e interruzioni dell’erogazione dell’energia elettrica; grazie ad un attività intensa di Sindacati e organi del potere popolare, si riuscì in molti casi ad eliminare tali distorsioni, con azioni di sensibilizzazione condotte quartiere per quartiere, caseggiato per caseggiato. In alcuni blocchi residenziali erano stati installati interruttori che, in caso di eccesso di consumi, si azionavano bloccando l’erogazione di energia a tutte le utenze. In questo modo, gli inquilini erano spinti di necessità a regolarsi nei consumi. Nelle fabbriche e negli uffici, la regolamentazione fu ancora più rigida: vennero prescritti limiti severi all’uso di fonti di riscaldamento pleonastiche e con alti tassi di consumo. Bisogna rilevare che il rumeno medio era stato abituato molto bene negli anni ’60 e ’70: era assai comune vedere, in quegli anni, luci accese a tutte le ore nelle case e negli uffici, mentre i termosifoni, d’autunno, d’inverno e in primavera, erano sempre bollenti, accompagnati da stufe e stufette elettriche di ogni tipo e misura. Avere 25-26 gradi in casa era giudicato normale e scontato. Le tariffe, assai lievi, contribuivano a questi sprechi. Con l’avvento degli anni ’80, le cose cambiarono: l’austerità portò a nuove regolamentazioni, foriere di risparmi preziosi per il Paese. Il Decreto n. 240 del 1982, prescrisse una temperatura massima di riscaldamento degli ambienti domestici di 18 gradi (16 nelle industrie e 18 negli uffici), mentre i pannelli solari facevano la loro comparsa in varie zone residenziali. Nei primi anni, non vi fu grande osservanza delle regole stabilite, ma via via la sensibilità dei cittadini, affinata da campagne informative e buone prassi, si accrebbe e garantì al Paese guadagni considerevoli. Nuove tariffe differenziate intervennero a normare il consumo dell’energia elettrica: il Decreto sopra menzionato, corretto e riveduto nel 1987 e nel 1988, individuò livelli di consumo virtuosi, premiati con tariffe particolarmente leggere, e livelli superiori penalizzati con costi superiori a carico dell’utente. Non rispondono al vero dicerie e racconti circa utenze disattivate per sorpasso dei livelli di consumo normati: chi consumava di più pagava di più, dopo un avviso inoltrato dall’impresa erogante, ma non si vedeva disattivare l’utenza, a meno che non vi fossero consumi abnormi tali da pregiudicare l’approvvigionamento di energia elettrica a livello di caseggiato, quartiere, settore, città.
Ecco una tabella dei consumi regolamentati di energia elettrica, così come inquadrata dal Decreto 272 del novembre 1987, il più restrittivo tra quelli varati tra il 1982 ed il 1988:romania4Chi, utilizzando lampadine a basso consumo, o facendo attenzione a non lasciare troppe luci accese, riusciva a contenersi nei limiti ottimali normati, si vedeva tariffare ogni Kwh consumato a 0,65 lei; ogni eccedenza di consumo rispetto a quei livelli, nei limiti del 5%, veniva tariffata nella misura di 1 leu per ogni Kwh; ogni eccedenza compresa tra il 5 ed il 10% in più, veniva tariffata 2 lei per ogni Kwh, con contestuale avviso inoltrato al consumatore; se l’avviso cadeva nel vuoto, e se si verificavano eccedenze di consumo ancora superiori, la tariffa era di 3 lei al Kwh per tutta la quota consumata, dopo avviso inoltrato al consumatore. Il problema era dato dal fatto che la gran parte delle famiglie, negli anni del boom economico, aveva comperato frigoriferi spesso assai energivori, che impedivano di fatto il contenimento entro consumi ragionevoli, almeno vicini a quelli normati. A tale “inconveniente” si rimediò in vari modi: vennero introdotti sul mercato frigoriferi e congelatori economici, a basso consumo (0,8 Kwh di consumo giornaliero a pieno carico e con alte temperature interne agli alloggi); fu messo a punto il celebre “frigorifero dell’Oltenia”, una sorta di ghiacciaia portatile e abbastanza capiente, prodotta in uno dei maggiori combinati siderurgici del Paese, anche in forma artigianale e per iniziativa personale di operai; furono utilizzati, nella fredda stagione invernale, spazi domestici che, nei fatti, erano frigoriferi naturali (balconi e altro).
Con un consumo medio di 3000 Kwh pro–capite annui per tutti gli anni ’80, è semplicemente folle descrivere una Nazione al buio, avvolta nelle tenebre! Vigevano certamente, lo ribadiamo, misure di austerità nei periodi invernali particolarmente rigidi, che potevano significare, a seconda delle zone, interruzione dell’erogazione nelle ore notturne, a turno nei vari quartieri, per fasce orarie e giorni differenziati, e sempre salvaguardando ospedali, scuole e centri di primaria importanza, o diminuzione delle ore di funzionamento dell’illuminazione pubblica, in certi casi erogata fino alle 22, ma ogni Distretto e Città faceva storia a sé, in base alle disposizioni adottate dalle autorità periferiche, garantendo comunque e sempre, prima di tutto, una soglia di servizi minima per tutti. Che le città non fossero il regno delle tenebre, lo dimostrano alcune fotografie scattate nel 1983-84 dal bravo artista Radu Caulea e pubblicate, di recente, su una pagina di Facebook dedicata al quartiere Uranus, quartiere di Bucarest sottoposto a sistemazioni urbanistiche negli anni ’80 (ad esse dedicheremo uno studio a parte) e non centralissimo per importanza e livello di attenzione da parte delle autorità. In queste immagini si può vedere chiaramente come anche in questo quartiere non certo “strategico”, vi fosse, negli anni esaminati dal presente studio, un’illuminazione pubblica potente, addirittura eccessiva. E’ facile immaginare, dunque, quale fosse la situazione in quartieri ben più “blasonati” e in quelli di altre città importanti del Paese. Altro che buio pesto e notti da far invidia alla fantasia di Edgar Alla Poe o di Lovercraft!
Nel 1985, sulla scorta di alcune deficienze verificatesi nel rigido inverno di cui abbiamo sopra raccontato, furono adottate misure di militarizzazione del sistema energetico nazionale, enunciate nel Decreto n. 208 e accompagnate da un cambio della guardia al vertice dei Ministeri competenti per l’erogazione di energia nel Paese. Questa “stretta”, eliminando sprechi e disfunzioni, anche legati ad aritmie e fenomeni di negligenza o aperto sabotaggio nelle centrali a carbone, permise di gestire pressoché alla perfezione le difficoltà del 1986, legate questa volta non tanto ad un inverno inclemente, quanto piuttosto ad una forte siccità che minacciò la paralisi energetica della Nazione. In quell’anno, si superò la soglia dei 70 miliardi di kwh di produzione di energia elettrica, con i consumi superiori all’offerta interna, soddisfatti grazie all’importazione di energia dai Paesi socialisti. Le interruzioni di energia elettrica via via si ridussero nel numero, fino a scomparire del tutto; nei primi tempi si passò, nei periodi autunnali-invernali, dalla rotazione dei “black-out” all’erogazione, nelle fasce orarie “morbide”, di energia elettrica con voltaggio ridotto (180- 200 Volt in luogo dei 220 abituali); dall’autunno del 1987, anche questo inconveniente scomparve.
Le grandi realizzazioni del sistema socialista vennero in aiuto al Paese, da questo punto di vista: la centrale idroelettrica delle Porte di Ferro, gigantesca opera realizzata in collaborazione con la Jugoslavia tra il 1964 ed il 1972; l’impressionante Diga di Vidraru, nella zona di Curtea de Arges, 8.va in Europa e 20.ma nel mondo per altezza; le varie termocentrali costruite in ogni Distretto, in nome dell’autosufficienza energetica diffusa… Tutto fieno in cascina, utile al Paese nei periodi critici! Senza quelle opere, realizzate in maniera impeccabile e in tempi impensabili per la burocrazia di Paesi come il nostro, non è esagerato dire che la Romania non avrebbe retto l’urto di uno sviluppo accelerato, con tutte le sue contraddizioni. Oggi alcune di quelle magnifiche realizzazioni, frutto del genio nazionale, sono ancora in funzione, mentre altre sono state distrutte, annientate dalla speculazione e dall’affarismo, che ha ridotto un autentico patrimonio allo stato di ferro vecchio, a tutto beneficio delle multinazionali e delle aziende straniere.
Per quanto concerne la distribuzione di gas, quasi tutte le famiglie erano allacciate, nei loro alloggi, alla rete del gas, utilizzato tanto per cucinare quanto per riscaldare le stanze. Le quote normate di consumo, che in questo caso, se superate di un certo livello, prevedevano il distacco dell’utenza (diversamente dall’energia elettrica, bene primario intangibile), andavano da 600 a 1400 mc annui, a seconda della consistenza del nucleo familiare. Quote assolutamente bastevoli per le esigenze quotidiane degli utenti. Ogni metro cubo consumato nei limiti stabiliti, veniva tariffato 1 leu. Le case e gli appartamenti non raccordati alla rete del gas utilizzavano, come avviene in innumerevoli parti d’Italia tuttora, le bombole. In Romania, a gestire la distribuzione delle bombole del gas era la PECO (Produse Etilate Cu Cifra Octanica), la stessa ditta che si occupava delle stazioni di rifornimento per gli automobilisti, con benzina, diesel e altro. Anche qui, i social si sono sbizzarriti a ricercare foto come questa:sulla-romania-di-ceausescu-se-ne-son-sentite-davvero-di-tutti-i-colori-dell_html_m65ef646aQuest’immagine è stata addotta come prova dei disagi ai quali dovevano sottostare i cittadini rumeni, con code per approvvigionarsi anche solo di bombole, che venivano distribuite in ragione di una per famiglia ogni mese. Anche qui, falsità e menzogna! La foto suddetta risale alle condizioni particolari di uno dei rigidi inverni degli anni ’80, quando le strade erano spesso impraticabili per forza maggiore (tempeste di neve e gelo erano fatti normali) e gli approvvigionamenti non potevano non risentirne. Ciò detto, si noterà come ogni cittadino avesse in realtà più di una bombola a disposizione, pronta per essere ricaricata, formula questa che garantiva risparmio di materie prime preziose. In più, la distribuzione, in condizioni normali, avveniva a domicilio e non era indispensabile doversi recare al Centro di distribuzione PECO, dove invece andavano spesso gli automobilisti che, con i razionamenti e le limitazioni introdotti negli anni ’80, decidevano di installare l’impianto a gas sulle loro vetture (un buon 10–15% degli automobilisti ne aveva uno).sulla-romania-di-ceausescu-se-ne-son-sentite-davvero-di-tutti-i-colori-dell_html_b445fcdQuest’altra foto è un ennesimo capolavoro di disinformazione: anche in questo caso si addita al pubblico ludibrio il disagio vissuto dai rumeni per venire in possesso di bombole del gas… Peccato però che la fotografia risalga al 29 dicembre del 1989, quando il comunismo era già caduto, la finta rivoluzione imperversava nel Paese e Ceausescu era stato fucilato. Bombole come oro, vendute a 1000 lei il pezzo? Altra favola! Che vi fosse chi, sfuggendo per sua volontà alle maglie del razionamento, reperiva sul mercato libero bombole per i propri usi smodati, è pacifico. Tuttavia, il 99% dei cittadini pagava le bombole (una o più al mese per famiglia, a seconda di esigenze rigidamente disciplinate) a prezzo politico: da 35 a 41 lei a unità, a seconda che l’acquisto avvenisse nei magazzini specializzati o con consegna a domicilio.
Veniamo alla questione del riscaldamento, alla quale pur abbiamo accennato sopra. La propaganda anticomunista ci ha intristiti e ha cercato di impressionarci con storie assurde di case fredde, quasi antri di caverna, con stalattiti e stalagmiti pendenti e trionfanti da soffitti e pavimenti… Tutte balle! Che vi siano stati cittadini che, negligenti nelle manutenzioni di condutture termiche, caldaie e altro, si siano trovati con appartamenti gelidi in inverni nei quali la colonnina di mercurio finiva a -30 con facilità, è pacifico e la stessa stampa rumena degli anni ’80 citò esempi significativi, assimilabili ad altri analoghi diffusi in ogni Paese d’Europa; che tutte le case fossero gelide, è una balla colossale. Il Decreto del 1982, come abbiamo visto, prescriveva una temperatura di riscaldamento interna alle abitazioni pari a 18° (16 nelle aziende e 18 negli uffici). Poiché le normali abitazioni erano di 65-70 metri quadrati, quella temperatura, benchè non elevatissima, era sufficiente a riscaldare ogni ambiente. Se poi ci aggiungiamo il fatto che il 50% delle abitazioni cittadine avevano anche stufe di ceramica a legna o a carbone, assai efficienti dal punto di vista energetico, possiamo dire che il riscaldamento era garantito anche negli inverni più rigidi, a meno di fisiologiche rotture, di normali guasti nelle condutture, ai quali perlopiù si rimediava con prontezza. La temperatura media registrata negli alloggi rumeni, in inverno negli anni ’80, era di 17-18 gradi. Non è tutto: l’ICRAL, ente che gestiva il patrimonio abitativo nazionale, eseguiva nei blocchi residenziali lavori di coibentazione con mattoni refrattari e altri materiali, che accrescevano il grado d’isolamento termico. Vi era poi, in uso soprattutto negli anni ’80, il celebre TERMOPAN, isolante costituito da fibra di vetro rinforzata, ottimo per insonorizzare parzialmente e per bloccare il flusso di aria fredda nelle case. Il municipio di Bucarest, forse con eccesso di zelo ma con sincera preoccupazione per il risparmio energetico, negli anni ’80 intraprese un’iniziativa per garantire la totale chiusura di tutti i balconi con TERMOPAN, anche se alla fine i risultati furono parziali, per l’opposizione di molti cittadini. Di tutto questo, i corifei della propaganda capitalista e borghese non fanno mai menzione nei loro resoconti. Stesso discorso con la questione dell’acqua calda: che alcune condutture saltassero col gelo e le intemperie era un fatto normale. Il regime comunista, su questo conveniamo, non riuscì a modificare le leggi della fisica e della chimica. Anche l’erogazione di acqua calda, strettamente legata a quella del riscaldamento, era garantita comunque e sempre in fasce orarie prestabilite, le più rispondenti alle necessità della popolazione, onde evitare usi dissennati e domanda eccessiva. Il Decreto n. 315 del 1988 prescriveva varie fasce orarie: senza entrare nel dettaglio possiamo sintetizzare così: d’inverno, il programma di erogazione dell’acqua calda andava da 2 a 7 ore giornaliere, a seconda del tipo di abitazione e del periodo. In questo modo si garantiva a tutti l’erogazione del servizio evitando le strozzature e le aritmie riscontrabili in altre Nazioni a clima freddo, dove la disponibilità di acqua calda 24 ore su 24 è solo sulla carta poiché l’inclemenza meteorologica e gli inconvenienti ad essa legati rendono, talvolta, problematici o impossibili gli approvvigionamenti.
stii-de-la-ce-vine-peco-iata-istoria-5de2b2852113080b17-920-0-1-95-0La benzina, i carburanti per le automobili, rappresentano l’ultimo “microcosmo” indagato in questa ricerca. La motorizzazione, sviluppatasi in Romania molto più tardi rispetto ai Paesi occidentali, fu un altro merito e vanto del socialismo. Certo, si privilegiò sempre il trasporto pubblico rispetto a quello privato, in nome di considerazioni etiche, economiche e sociologiche non certo contemplate nei sacri testi dell’economia capitalista nella quale è stato, è e sarà sempre il profitto a farla da padrone; tuttavia, le prerogative dell’automobilista rumeno erano pienamente rispettate e la sua vita tra le più gratificanti in assoluto nel mondo. Innanzitutto, i modelli Dacia, ARO e Oltcit, come abbiamo avuto modo di sottolineare, erano assai affidabili e ogni proprietario poteva eseguire riparazioni e manutenzioni senza dover ricorrere per forza alle officine, peraltro presenti su tutto il territorio in maniera abbastanza ramificata e con personale di eccellenza (si pensi alle Officine “Ciclop” di Bucarest, tra le migliori al mondo). L’approvvigionamento di carburanti avveniva tramite le già citate stazioni PECO: in esse si poteva anche eseguire il cambio dell’olio e si poteva reperire di tutto, da alcuni ritrovati come l’“Hodorizant pentru Habitaclu, un deodorante di forma circolare ed essenza perlopiù al pino, fino alle praticissime salviette umidificate per detergere gli occhiali. La rete PECO si estese in tutto il Paese in prodigiosa progressione, in pochi anni: se nel 1962 erano attive, in tutto il Paese, 160-170 stazioni, nel 1980 esse erano diventate 310. In Città quali Brasov, Sibiu, Timisoara e Costanza, negli anni ’80 c’erano almeno 3-4 stazioni, in media con 4-5 pompe per la benzina e altre per il diesel e la nafta. A Bucarest, la Capitale, il numero si avvicinava alle 20 unità. Nel 1989, il numero delle stazioni PECO era arrivato, in tutto il Paese, a circa 600. Il numero delle automobili era cresciuto anch’esso esponenzialmente, fino ad arrivare, solo tenendo conto delle vetture private, a 1200000 esemplari nel dicembre del 1989. Questo secondo gli Annuari statistici, ma visto il costante progresso nelle operazioni di registrazione informatica dei dati, che fecero lievitare il numero delle auto private censite da 330000 nel 1988 a 1200000 nel 1989, si può ipotizzare che, al momento della caduta del regime, vi fossero non meno di 2500000-3000000 vetture private. Vi erano poi le automobili a disposizione delle imprese, degli Enti pubblici e di rappresentanza, i taxi ecc… Quella dell’auto a noleggio, ad esempio, era una formula abbastanza diffusa e coinvolgeva anche auto aziendali e istituzionali anche se, sul finire degli anni ’70, era stato rigidamente regolamentato un uso eccessivo delle automobili pubbliche per finalità personali. Alcune cifre relative ai trasporti venivano tenute segrete o ridimensionate, per proteggere settori nevralgici della vita sociale ed economica dalle mire imperialiste. Che le vetture in circolazione fossero molte, e che il trasporto pubblico fosse capillarmente diffuso, lo si può agevolmente vedere da numerose fotografie ed immagini risalenti agli anni oggetto di questo nostro studio. Volendo però stare alle cifre ufficiali, le uniche citabili con sicurezza, possiamo notare che, oltre ad un processo di motorizzazione privata imponente e numericamente rilevante, si arrivò agli anni ’80 a un progresso notevolissimo sul fronte della produzione di benzina e nafta nelle dieci e più raffinerie attive nel Paese. Le cifre parlano chiaro: nel 1986 il consumo di benzina e nafta in Romania ammontava a 2500000000 di litri, nel 1989 a 2700000000 di litri. Rilevato che un 50% del consumo era ascrivibile ad automezzi pesanti e mezzi pubblici, e considerando altresì tutto il parco automobilistico privato esistente ufficialmente registrato, si può dire che ogni automobilista rumeno consumasse in media 100-110 litri di benzina su base mensile. Pertanto, le cifre spesso riportate di consumi razionati con un tetto massimo pari a 30-40 litri su base mensile (20–25 litri di regola nei centri minori), o sono false, o presuppongono un numero di auto in circolazione pari al triplo almeno di quello ufficialmente rilevato dalle statistiche (3600000 vetture almeno, nel dicembre 1989). Noi stessi abbiamo contemplato quest’ultima ipotesi. E’ senza dubbio vero che la Romania negli anni ’80 varò misure severe per regolamentare il consumo della benzina e dei combustibili: vi erano sprechi intollerabili, soprattutto nel settore pubblico, che furono combattuti e nel 1989 risultavano ormai ridotti al lumicino. E’ però altrettanto vero che l’immagine di un Paese con automobilisti in coda per giorni e notti davanti alle pompe della PECO, asciutte o quasi, è almeno in parte fantascienza o propaganda falsa confezionata dai corifei di Iliescu o dai “democratici” che a partire dal 1990 hanno disastrato un’intera Nazione, economicamente e socialmente. Vediamo, anche in questo caso, di restaurare un minimo di verità storica.
Innanzitutto, non ci fu alcun decreto emanato dallo Stato che, su base imperativa e biecamente centralista, prescriveva a tutti i distretti quanto razionare e cosa. Ogni distretto ed ogni comune, come valeva per la distribuzione dei generi alimentari, decideva per i carburanti in piena autonomia, con deliberazioni dei Consigli popolari e di altri organi istituzionali. Il sistema rumeno era un mix virtuoso di autogoverno partecipativo e centralismo positivo, riequilibratore delle disparità tra le varie regioni del Paese. A Bucarest, la razione garantita di benzina negli anni ’80 era di un pieno al mese (40–50 litri) e fino al 1983 si potevano riempire anche numerose taniche ogni volta, fatto questo che generava (questo sì) frequenti episodi di code e malcontento tra automobilisti ed utenti della rete PECO. Anche in questo caso, la coda era sinonimo di ricchezza e di benessere, non certo di penuria! Negli stessi anni, in occidente quale automobilista poteva ogni mese fare il pieno e riempire contemporaneamente 2-3 taniche? In altre parti del Paese, la razione si riduceva a 20-30 litri a seconda dei luoghi e delle stagioni (questo a partire dal 1983). Lungo il litorale, nella zona di Costanza e in altre zone ancora, la benzina non venne mai razionata e se ne poteva prelevare in quantità tutto l’anno, anche da parte dei cittadini residenti in altri Distretti del Paese. Era assai frequente, negli anni ’80, vedere alle pompe di benzina di Costanza, Mangalia, Eforie, file di automobilisti vacanzieri aspettare anche 3-4 ore per fare il pieno, o lasciare l’auto parcheggiata durante la notte per riprenderla il giorno dopo e rifornirsi. Code dettate dalla miseria, o non piuttosto dalla larga disponibilità di denaro e dall’abbondanza di carburanti? Negli anni ’80 praticamente tutto il Paese si spostava per le vacanze (il numero dei turisti in rapporto alla popolazione era superiore a quello di quasi tutti i Paesi capitalisti) e, se grazie alla politica portata avanti dal governo comunista, la gran parte dei turisti si muoveva con i mezzi pubblici (treni e autobus), una parte considerevole sceglieva l’automobile. Bisogna poi sottolineare che, oltre alla quota di benzina garantita mensilmente nei vari Distretti ove essa era razionata, ogni automobilista aveva il diritto di venir rifornito con 5-10 litri aggiuntivi al mese, transitando nei distretti diversi da quello di residenza e con esso non confinanti. Ecco spiegato il consumo di carburante complessivo, ben superiore a quello che il razionamento nei vari distretti fissava; aggiungiamo le quantità fuori razione, periodicamente distribuite a beneficio di tutti gli automobilisti grazie ad azioni di contenimento dei consumi delle vetture pubbliche; aggiungiamo anche le quantità supplementari, accordate agli automobilisti per necessità particolari e motivazioni impellenti… possiamo renderci pienamente conto della realtà e complessità di una situazione non assimilabile alle categorie della penuria. Negli inverni rigidi, la circolazione veniva interdetta alle automobili private per periodi variabili da poche settimane a tre mesi, misura questa assai saggia che permise alla Romania di porsi ai primi posti nel mondo per riduzione del numero di incidenti stradali; in questi periodi, la razione di benzina garantita poteva scendere a 15 litri mensili in alcune parti del Paese, ma l’ampia disponibilità di trasporti pubblici, non solo su strada ma anche su rotaia (si pensi alla straordinaria metropolitana di Bucarest, con più di 20 stazioni nuove inaugurate proprio negli anni ’80) veniva incontro ai bisogni dei cittadini, soprattutto dei lavoratori. Molti possessori di autovetture, d’inverno tenevano l’auto ferma fino alla primavera successiva, accumulando razione mensile su razione mensile: alla vigilia della partenza per le vacanze estive, questi automobilisti potevano riempire così tranquillamente i serbatoi e, in più, anche le taniche trasportabili nelle vetture. Un altro paradosso degli anni ’80 sono le lamentele per la carenza di combustibili, accompagnate però dal dato di centinaia di migliaia di persone che, nei balconi e nelle cantine, tenevano recipienti da 100 litri e più di carburante, rigorosamente pieni. Le code ai distributori erano un fenomeno non ovunque e non sempre riscontrabile: esso si notava in corrispondenza temporale con gli esodi vacanzieri, con la fine delle misure restrittive della circolazione e in certe unità della rete PECO, presso le quali avvenivano fenomeni di commercio illegale di carburante (anche questa, prerogativa non rumena…). Chi non voleva avere disagi, montava sulle proprie vetture motori diesel, discretamente disponibili (i blocchi motore venivano venduti nella rete IDMS) oppure acquistava auto diesel, oppure ancora, come abbiamo visto prima, installava impianti a metano o gpl presenti in quantità crescente anche sui mezzi pubblici a partire dal 1980. Va sottolineato, poi, che i modelli di autovetture in circolazione sulle strade della Romania socialista, vantavano livelli di consumo molto ridotti rispetto a quelli delle vetture occidentali: la “Dacia 1310” faceva senza grossi sforzi 15 km con un litro, mentre la “Lastun” superava i 30 km con lo stesso quantitativo di carburante.
lastun Anomalie e distorsioni a parte, l’automobilista rumeno era uno dei più tranquilli e sereni al mondo: aveva un sistema che vigilava sull’integrità dei suoi beni (rarissimi i furti), che non lo angustiava con tasse e sovrattasse (nel prezzo di acquisto di un’auto era compresa anche l’assicurazione ADAS), poteva anche vincere una vettura con le estrazioni dei numeri dei Libretti a risparmio depositati presso la CEC ( a Cassa di Risparmio rumena dei tempi del comunismo). In quest’ultimo caso, ne entrava in possesso entro 3-4 mesi mentre, a partire dagli anni ’80, l’acquisto di un’automobile mediante versamento della cifra necessaria sul conto CEC e successivo ritiro presso le filiali IDMS (Impresa per la distribuzione di prodotti sportivi), poteva comportare da 2 a 5 anni di attesa per i modelli “Dacia”, pochi mesi, 1 anno o 2 di attesa per altri modelli, nazionali o importati dai Paesi socialisti, nessuna attesa per le vetture ARO (i fuoristrada, rinomati nel mondo e affidabilissimi) e per quel meraviglioso esperimento di innovazione, bassi consumi e maneggevolezza che fu la DACIA LASTUN, anticipatrice delle più note “Smart”, realizzata in vetroresina. Vi era poi la larga possibilità di ricorrere al mercato dell’usato o alle licitazioni, aste pubbliche con prezzo di partenza fissato dalle autorità statali in base a coefficienti legati a stato manutentivo e di funzionamento delle vetture licitate, prima appartenute ad enti pubblici, consolati o ambasciate. I giornali, specie “Scinteia” (organo del Partito Comunista), “Informatia Bucurestiului” e “Romania libera avevano pagine e pagine dedicate a “Mica publicitate” (“Piccola pubblicità”), spazio destinato alle inserzioni, con proposte di acquisto o vendita in cui le automobili erano sempre presenti. Un ottimo sistema, quello descritto, per valorizzare il patrimonio automobilistico presente nel Paese e non destinare agli sfasciacarrozze modelli ancora in discrete o buone condizioni, come avviene dalle nostre parti, con sprechi spesso assurdi. Chi deteneva legalmente valuta estera, poi, poteva quasi sempre comperare, senza liste d’attesa, qualsiasi vettura desiderasse. I pezzi di ricambio sono stati descritti, spesso, come l’altro cruccio costante dell’automobilista rumeno; eppure, anche in questo caso, si è molto esagerato: la rivista “Autoturism”, edita dall’Automobil club rumeno, nei suoi numeri degli anni ’80 è piena di notizie su inaugurazioni di nuovi punti di assistenza degli automobilisti e di vendita di pezzi di ricambio e materiali d’interesse automobilistico. Nessun trionfalismo: le critiche e le segnalazioni, per chi avesse la voglia di leggersi qualche numero (qui sono consultabili quasi tutte le uscite dal 1969) sono frequenti e motivate, con nomi e cognomi dei responsabili di disservizi, carenze, ritardi. Questo, nello spirito di migliorare costantemente il livello dei servizi garantito ai cittadini, mentre nei Paesi capitalisti la critica è quasi sempre fine a se stessa e non seguita da atti concreti di riparazione dei danni e di risoluzione dei problemi. Nel 1982-83 vi furono, ad esempio, problemi con il rifornimento di alcuni pezzi di ricambio e componenti, soprattutto le batterie. Nel giro di poco tempo, si ovviò a queste disfunzioni con tre misure: incremento della produzione di batterie, azioni educative mirate agli automobilisti, potenziamento della filiera dei ricondizionamenti. La prima misura consentì di far entrare a regime processi lavorativi più agili e spediti per la produzione di accumulatori, senza sacrificare la qualità dell’offerta; la seconda misura insegnò agli automobilisti a trattare meglio le loro vetture, evitando ad esempio di tenere fari e radio accesi durante le soste, e a custodire meglio le vetture stesse, privilegiando le autorimesse collettive o individuali rispetto all’abitudine di parcheggiare, anche d’inverno, per strada e senza protezioni. Suggerimenti che possono apparire ingenui ed elementari, finanche scontati, all’automobilista delle nostre latitudini, il quale però non deve mai dimenticare che il processo di motorizzazione si sviluppò in Romania con 70 anni di ritardo rispetto a quello italiano, ad esempio, quindi anche la cultura automobilistica dovette scontare un ritardo notevole, per quanto rapidamente colmato.
Grazie al costante raccordo tra industria automobilistica, associazioni dei consumatori e degli automobilisti, divennero assai diffusi, per chi non poteva usufruire di un’autorimessa, le “prelate”, ovvero i teloni per automobili che proteggevano dal freddo e dalle gelate, due elementi, come abbiamo visto, assai frequenti in Romania e forieri di danni per gli accumulatori delle vetture. La diffusione massiccia, presso le officine nazionali, delle operazioni di ricondizionamento delle batterie, fu un fattore che evitò all’automobilista spese onerose per l’acquisto di nuovi accumulatori e, allo Stato, l’onere di provvedere a produzioni massicce di nuovi esemplari con l’impiego di materiali utili per altri settori strategici dell’economia. Da un certo punto in avanti, la possibilità di acquisto di una nuova batteria fu vincolata alla consegna di quella vecchia, la quale veniva ricondizionata e rimessa in commercio: questo perché si era sviluppata una rete di incettatori che acquistavano nuovi accumulatori in misura largamente superiore alle loro necessità, generando gravi fenomeni di scarsità assolutamente artificiali. Anche questa piaga fu sconfitta con l’azione concertata degli organi di vigilanza e gli effetti generati dalle nuove disposizioni. La Romania, e non è un’esagerazione, fu anche capofila nello sviluppo massiccio della pratica dei consorzi degli oli usati: il lubrificante adoperato per le autovetture, nonché per i mezzi pesanti, veniva raccolto sistematicamente presso le Stazioni PECO, dove il cambio–olio veniva eseguito solo previa consegna della frazione di olio usato presente in ciascuna vettura, adeguatamente stoccata e poi riciclata. Fu parimenti sviluppata la produzione di pneumatici di qualità: i mitici “Victoria” nulla avevano da invidiare alle più rinomate marche occidentali, quantunque le politiche daziarie penalizzanti, le barriere commerciali e politiche imposte dai monopoli e oligopoli capitalistici, ne impedissero l’accesso ai mercati occidentali. Le candele SINTEROM erano parimenti famose e assai apprezzate per le elevate prestazioni garantite. Le numerose vittorie riportate dai piloti rumeni, in competizioni effettuate su vari circuiti nel corso degli anni ’80, non furono certo casuali, né attribuibili a estemporanee fortune: esse furono il risultato di buone pratiche, costantemente affinate e perfezionate. Si arrivò, alla fine degli anni ’80, a produrre addirittura, con un brevetto nazionale, un economizzatore elettronico di carburante: l’RS 76 344. Installato a bordo di una vettura, esso consentiva di ridurre i consumi di benzina, soprattutto a regimi elevati. La grande ditta “Electromagnetica” era la casa madre di questo eccezionale ritrovato.

Oltcit

Oltcit

Insomma, possiamo ben dire che gli anni ’80 della Romania furono gli anni dell’austerità e della lotta ad ogni tipo di spreco, ma non certo gli anni bui, tetri, del freddo e della fame, come siamo stati abituati a pensare dal martellamento mediatico e storiografico anticomunista. La Romania era una Nazione forte, potente, che stava gestendo al meglio lo sganciamento dalle politiche predatorie del sistema bancario internazionale, rifiutando ogni asservimento ai suoi voleri; una Nazione che, nella primavera del 1989, poté orgogliosamente annunciare che il debito estero era estinto, affronto questo intollerabile per usurai e delinquenti che sui debiti delle Nazioni fondavano il loro potere di ricatto e d’ingerenza. Sotto la guida del compagno Nicolae Ceausescu, la millenaria Nazione rumena, faro di dignità ed orgoglio, non si inginocchiò alle mire di conquista e destabilizzazione del capitalismo occidentale e dei gorbacioviani. L’assassinio di Ceausescu, ad opera non di una “rivoluzione”, come per troppo tempo si è detto, ma di un colpo di Stato ordito a partire dalla fine degli anni ’80, e perfezionato dopo l’incontro di Malta del 1989 tra Gorbaciov e Bush, fu la pietra tombale sull’indipendenza e la sovranità della Romania. Da allora, è stato un susseguirsi di sciagure: miseria, disoccupazione, emigrazione massiccia, distruzione dell’industria nazionale a tutto beneficio dei capitalisti stranieri, soffocamento finanziario ad opera del sistema bancario mondiale. Ecco perché abbiamo voluto ripercorrere la storia degli anni ’80, indagando aspetti finanche minuziosi e di “dettaglio”: la macroeconomia in diversi l’hanno indagata e ben enucleata in ragionamenti e disamine. A noi interessava, in questa fase, accompagnare la riflessione generale, politica ed economica, alla narrazione di significativi aspetti della vita quotidiana di 23 milioni di cittadini che, tra sacrifici, successi e ostacoli superati, scrissero una delle più belle pagine del socialismo e della lotta dei popoli per l’autodeterminazione. Nessun lato del prisma rumeno (ma il discorso vale per tutti i Paesi socialisti e progressisti) ci pare meritevole di essere trascurato o trattato come appartenente al limbo della “serie b” storiografica. Chi pensa questo commette un errore madornale e si consegna, armi e bagagli, ad un accademismo stantio, incapace di cogliere contraddizioni, fermenti, fattori di costume e di vita vissuta non certo derubricabili a mere sovrastrutture. Anzi, su certi capitoli torneremo ancora, per meglio focalizzare aspetti e problemi del socialismo rumeno, un socialismo in cui afflato nazionale, orgoglio secolare per il lignaggio latino, internazionalismo, si fusero assieme per dar vita ad un esperimento originale e carico di spunti anche per l’oggi.peco-gf-9

Riferimenti bibliografici e sitografici
La Romania negli anni del socialismo (1948–1978), Editori Riuniti, 1982
Nicolae Ceausescu, Per un mondo più giusto, migliore, SugarCo, 1979
Nicolae Ceausescu, Scritti scelti, Editori Riuniti, 1981
Nicolae Ceausescu, Il nuovo corso, Rusconi, 1975
Anuarul statistic al Republicii Socialiste Romania, edizioni dal 1980 al 1989

Per una rassegna dei provvedimenti sul risparmio energetico:
Legislatie
Lege5
Legislatie

Per una rassegna sulla storia dell’automobilismo rumeno, delle competizioni sportive in ambito automobilistico, della rete di distribuzione dei combustibili e delle dinamiche di consumo dei carburanti:
ARO
4Tuning
Index Mundi

Per una ricerca sui dati FAO relativi alla Romania socialista.

Un’emigrazione boicottata: i lavoratori italiani in Cecoslovacchia negli anni ’40-’50

Luca Baldelli12445508-czechoslovakia-circa-1960-a-stamp-printed-in-czechoslovakia-shows-slovnaft-chemical-industry-base-de-stock-photoIl 10 febbraio 1947, la stampa salutava la conclusione di un Accordo tra Italia e Cecoslovacchia per l’emigrazione di lavoratori del nostro Paese verso la rinata Nazione dell’Europa centro-orientale. Quell’accordo era costato mesi e mesi d’impegno, di limature e di pazienti trattative non per colpa dei cecoslovacchi ma a causa delle titubanze interessate, dei freni e degli intoppi frapposti dai circoli anticomunisti italiani, saldamente arroccati nelle burocrazie ministeriali, appena sfiorate da un’epurazione all’acqua di rose. La capacità ed il tatto del Ministro degli Esteri Pietro Nenni, al quale dall’inizio di febbraio era succeduto il filoatlantico Carlo Sforza, erano stati decisivi per concludere l’intesa. Essa prevedeva, contestualmente al dettato, un flusso di 5000 lavoratori italiani verso la Cecoslovacchia, in modo particolare minatori, cavatori, operai metallurgici, operai agricoli. Nel dettaglio, si richiedevano: 600 minatori per i lavori di profondità, scelti fra gli addetti delle zolfare siciliane; 1400 minatori per i lavori di superficie, reclutati nei giacimenti toscani e sardi; 2000 operai agricoli (in modo particolare boscaioli); 500 tra cavatori e metallurgici. Assieme a questo, 20 lavoratori italiani affetti da talune patologie avrebbero ricevuto cure e trattamenti nelle principali stazioni di cura del Paese, mentre 20 lavoratori cecoslovacchi, egualmente in condizioni non ottimali di salute, avrebbero beneficiato di riposo e trattamenti presso le riviere italiane. Il Sindacato, nel quadro della definizione, regolamentazione e gestione di tali flussi, veniva ad assumere un ruolo di primo piano, sancito chiaramente nei termini dell’accordo: l’articolo 15 del medesimo, infatti, delegava alla CGIL, di concerto con il Sindacato cecoslovacco, i reclutamenti della manodopera intenzionata ad emigrare.
Qual era, allora, la situazione della Cecoslovacchia, dal punto di vista politico ed economico? Il Paese stava avviando, con enorme impegno e ampia profusione di volontarismo, il proprio processo di ricostruzione, dopo i danni, i saccheggi, le distruzioni apportate dai nazifascisti e dalla guerra in generale. Occorreva rimettere in piedi l’industria, spina dorsale dell’economia, con i suoi impianti, pesanti e leggeri, riconvertiti per sei lunghi anni alle esigenze dei monopoli e dell’apparato bellico tedeschi; in molti settori, da quello minerario a quello agricolo–forestale, si avvertiva un’acuta carenza di mano d’opera. Occorreva poi ripristinare condizioni di vita decorose per tutti, elevando, per quanto possibile, il benessere materiale dei cittadini. I comunisti erano all’avanguardia di tale processo, guidati con saggezza, equilibrio e insieme determinazione da fulgide figure di combattenti quali Klement Gottwald e Antonin Zapotocky. La loro battaglia era, principalmente, quella volta all’ampliamento dei diritti dei lavoratori e all’equa ripartizione degli inevitabili sacrifici che sempre accompagnano ogni processo di ricostruzione. Le forze della borghesia, però, facevano di tutto per frapporre ostacoli, nel tentativo di far ricadere sulla classe operaia tutti gli oneri e d’indebolire il Paese per legarlo poi, mani e piedi, al carro dell’imperialismo statunitense. Il patto italo–cecoslovacco sull’emigrazione si situava in questa dialettica di forze e di fermenti. Qual era il trattamento previsto, in terra cecoslovacca, per gli operai italiani che optavano per l’emigrazione? Grazie ai comunisti ed alle forze più sane del progressismo, le condizioni di vita di un lavoratore italiano che scegliesse di emigrare in Cecoslovacchia erano infinitamente migliori rispetto a quelle, semi–schiavili, degli emigrati nell’area del Benelux o in Francia, zone nelle quali i minatori stranieri, italiani in primis, erano spesso persino trattenuti forzosamente e, comunque e sempre, ospitati in baracche da lager, che in molti casi avevano accolto addirittura prigionieri di guerra del Terzo Reich. In Cecoslovacchia non esistevano poi tutte quelle “amenità” ampiamente diffuse nelle fabbriche lager del mondo capitalista: reparti–confino, punizioni arbitrarie, multe elevate per decurtare i salari senza alcuna giustificazione. Tutti i lavoratori stranieri ricevevano lo stesso, identico trattamento dei colleghi cecoslovacchi, beneficiando di un regime generoso di tessere annonarie, calibrate in base alle esigenze derivanti dal lavoro svolto. Una tessera annonaria normale dava, ad ogni lavoratore, il diritto di ricevere mensilmente:
17 kg di pane e farina
4 kg di carne
840 g di grassi
300 g di burro
1,4 kg di zucchero
3,5 litri di latte
Chi svolgeva lavori pesanti e faticosi aveva diritto ad una tessera speciale, con razione supplementare composta da 1 kg di zucchero, 3 kg di farina e pane, 1 kg di carne. Oltre al contingente di merci garantito dalle tessere, c’era ovviamente la possibilità di acquistare in libera vendita tutto ciò che non era razionato, o quantitativi aggiuntivi degli stessi generi distribuiti con le tessere. Il salario giornaliero di base era di 90/100 corone: in tutto, 2700–3000 corone al mese, benefit compresi. Se si superavano le norme di produzione, anche la retribuzione veniva notevolmente incrementata, fino a 4000–5000 corone. Per il vitto e l’alloggio, se ne andava il 20–30% appena del salario base: la spesa complessiva era infatti di 800/900 corone, comprendendo anche l’acquisto di generi alimentari non razionati. Da sottolineare il fatto che l’alloggio del lavoratore italiano non era la baracca o la sistemazione di fortuna degli operai che emigravano nei Paesi dell’Europa centro–occidentale, ma il convitto, l’albergo/locanda o anche la casa, dopo alcuni anni di lavoro. La quantità massima di denaro che si poteva spedire ai familiari rimasti in Italia era di 1400 corone. L’Ufficio Italiano Cambi aveva provveduto ad aprire un “conto lavoratori italiani” presso la Banca Nazionale di Cecoslovacchia, presso il quale affluivano le rimesse degli emigrati. Parte delle quote veniva utilizzata per pagare il carbone importato, l’altra parte era destinata alle famiglie dei lavoratori.

Klement Gottwald

Klement Gottwald

A sei mesi dalla firma dell’accordo, il primo contingente di lavoratori italiani partiva alla volta della Cecoslovacchia. Si erano frapposti e si sarebbero ancor di più frapposti in futuro, come vedremo, numerosi ostacoli da parte dei circoli anticomunisti e della burocrazia ministeriale italiana, piena zeppa di fascisti abilmente riciclatisi e ancora più arroganti dopo la mancata epurazione. L’idea che dei lavoratori italiani potessero vedere coi loro occhi la realtà di un Paese libero e veramente democratico e restarne “contagiati” spaventava tali circoli; in più, un’emigrazione rivolta verso un Paese in procinto di marciare verso il socialismo, creava un polo attrattore che “deviava” il flusso di manodopera dai Paesi capitalistici euro-occidentali ( n particolare, dal BENELUX) e non consentiva quindi, ai monopoli ed oligopoli di quei Paesi, lo sfruttamento a buon mercato della manodopera italiana. Il viaggio del primo contingente italiano veniva reso oltremodo rocambolesco prima da un’alluvione, che costringeva il convoglio ferroviario in marcia a cambiare percorso, poi dall’alt imposto dalle truppe inglesi di stanza in Austria. Se il primo evento era certamente inevitabile e riconducibile a forze non umanamente controllabili, il secondo d’inevitabile aveva ben poco: era un sabotaggio in piena regola, volto a rendere accidentata e quindi poco appetibile la rotta migratoria dei lavoratori occidentali, italiani in particolare, verso la Cecoslovacchia e altri Paesi socialisti. Si puntava a scoraggiare in ogni modo altri italiani dall’emigrare, anche facendo leva su un dato “antropologico” insopprimibile: il loro carattere mediterraneo, istintivo, impulsivo e poco paziente, esasperato per giunta da complicazioni create artificiosamente. Non a caso, con riferimento a quel primo tormentato viaggio, dopo la sua temporanea battuta d’arresto cominciavano repentinamente a giungere (c’informano di questo gli incartamenti del Ministero del Lavoro e della previdenza sociale, custoditi presso l’Archivio Centrale dello Stato) “notizie preoccupanti, poiché i lavoratori avevano esaurito i viveri, erano digiuni da circa 24 ore senza avere la possibilità di rifornirsi in territorio austriaco e chiedevano di essere rimpatriati”. Superati gli ostacoli, naturali e non, i lavoratori italiani del primo contingente riuscivano a mettere piede in terra cecoslovacca. Fin dal primo contatto con la realtà di quella Nazione, al di là delle chiacchiere e delle mene di elementi sobillatori al soldo della reazione, i lavoratori italiani potevano scoprire un Paese certamente attanagliato da difficoltà e problemi materiali causati dai nazifascisti e dalla guerra, ma anche ottimista, pieno di energia, desideroso di voltare pagina. Non è un caso che, in breve tempo, da poche decine di lavoratori italiani presenti si arriverà a 1000 circa! Una progressione numerica che non si era mai vista prima! Questo fatto non andava giù al Ministro del Lavoro Amintore Fanfani il quale, fresco di camicia nera, cominciava a dar credito ad ogni sorta di voce falsa e a far circolare deliberatamente tutta una serie di illazioni malevoli per mettere in cattiva luce la Cecoslovacchia e l’apparato del Ministero degli Esteri, presso il quale l’operato di Pietro Nenni, titolare del dicastero fino al principio del 1947, aveva conseguito eccellenti risultati. Vi è tutta una serie di rapporti (visionabili presso l’Archivio Centrale dello Stato, fondo Ministero del Lavoro e della previdenza sociale) volutamente disinformanti circa le reali condizioni di vita degli emigrati italiani, istruiti ed elaborati per forzare l’arresto della sempre più cospicua emigrazione verso la Cecoslovacchia. Rapporti anche ridicoli, palesemente non credibili, che parlano di vitto a base di caffelatte con pane al mattino, minestra con patate a pranzo e di nuovo caffelatte con pane a sera. Un vitto che, se realmente distribuito, avrebbe determinato la morte per inedia o l’impossibilità concreta di utilizzare la manodopera per qualsivoglia lavoro produttivo. Ovvero, un inconcepibile darsi la zappa sui piedi da parte dello Stato cecoslovacco! Si era “dimenticato”, in quelle note, che quelle pietanze erano le distribuzioni aggiuntive di viveri, elargite in più rispetto ai precedentemente menzionati generi alimentari garantiti dal tesseramento e a quelli reperibili in libera vendita. Si davano per attendibili e indiscutibili tutte le lamentele provenienti da individui asociali, vagabondi, perennemente scontenti di tutto e tutti, anziché mettere in rilievo i tanti apprezzamenti e le attestazioni di stima per il sistema economico cecoslovacco, provenienti dalla stragrande maggioranza dei lavoratori. In quel difficile 1947 si cercava anche di sfruttare in ogni modo, strumentalizzandolo, un episodio avvenuto il 1° dicembre: l’arresto di 8 operai italiani a Most, con l’accusa di eccessive assenze dal lavoro, sulla base dell’imputazione di sabotaggio contro il Piano biennale predisposto dal governo per risollevare l’economia. Si faceva gran chiasso attorno a questa vicenda, ben oltre la normale, legittima e sacrosanta preoccupazione umanitaria per la sorte di nostri connazionali, anche se una legge approvata pochi mesi prima, con chiarezza esemplare, aveva sancito l’arresto per prolungate e ingiustificate assenze dal posto di lavoro, pena giustificata dalla necessità di prevenire e colpire i sabotaggi che allora erano all’ordine del giorno ed erano indirizzati proprio a dimostrare l’inefficienza dell’economia socialista, dopo aver creato artatamente episodi di aritmie, disorganizzazione e carenza nell’apparato produttivo. La reazione non stava con le mani in mano, anzi era tentacolare e come tale andava colpita anche con misure draconiane, legittime in modo particolare perché dirette non contro il popolo, bensì, viceversa, proprio a difesa delle sue conquiste e contro una minoranza vile e subdola di eversori. Si aveva anche l’ardire di sostenere che quegli arresti erano illegali, perché avevano violato l’accordo sull’emigrazione: argomentazione destituita di ogni fondamento, visto che il lavoratore straniero era comunque sottoposto alle leggi del Paese ospitante, esattamente come ogni suo altro collega cecoslovacco, e che il suo status di emigrante non giustificava di certo condotte antisociali o pericolose. Il caso di Most, ad ogni buon conto, veniva preso in mano e risolto non certo grazie ai crociati della destra democristiana, ma grazie all’impegno e all’energia della CGIL, unitamente, dobbiamo ricordarlo per amor di verità, all’equilibrio dimostrato in quella fase dal Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi che, pur non rinnegando le proprie intime convinzioni, sapeva tenere a bada le spinte più oltranziste provenienti dal suo Partito, in primis da Fanfani, volte a far naufragare e rendere inoperante l’accordo italo–cecoslovacco. Un accordo che, con la testardaggine che solo i fatti possono avere, continuava a beneficiare un numero crescente di lavoratori, in barba alla propaganda anticomunista sempre più pervasiva e agguerrita. Certo, proprio per colpa dell’atteggiamento italiano, non si riuscì mai a raggiungere il numero di 5000 lavoratori contemplato nei termini dell’accordo, né tantomeno a predisporre le condizioni perché, negli anni, vi fosse la possibilità di inviarne anche 100000, numero questo che era stato proposto dalle autorità cecoslovacche a Nenni, Ministro degli Esteri, nei primi contatti risalenti all’agosto del ’46.
Quanto fossero false e ridicole le accuse mosse alla Cecoslovacchia, quanto fosse diverso, quel Paese, dal regno della fame descritto dai detrattori interessati, appare evidente dalle cifre e dalle percentuali di sviluppo registrate nel cruciale periodo 1947/53:
Produzione industriale pressoché raddoppiata (+93%)
Produzione di macchinari cresciuta del 294%!
Costruzione del colosso siderurgico “Klement Gottwald” a Kuncize, impianto destinato a spostare gli equilibri geoeconomici verso l’area est–europea, con grave scorno dei capitalisti mondiali
12 nuove centrali con produzione di energia elettrica cresciuta complessivamente del 65%
Produttività del lavoro elevatasi in misura del 73%
Come queste cifre potessero essere garantite da lavoratori messi a pane, caffelatte e sbobbe, solo la malafede della propaganda borghese ce lo può spiegare!

Antonin Zapotocky

Antonin Zapotocky

Ad ogni modo, il 1948 si apriva all’insegna di tensioni e sussulti che percorrevano come sangue avvelenato ogni vena, ogni capillare dell’economia cecoslovacca. All’inizio dell’anno, la reazione borghese latifondista, protetta dallo scudo statunitense, tentò di dare l’assalto allo Stato e di mettere i comunisti fuori legge: il PC e la milizia operaia, appoggiati dai lavoratori di tutto il Paese, rintuzzarono tale orribile minaccia e la rispedivano al mittente, consolidando il loro potere, espressione della volontà del 9 % dei cittadini, compresi i non comunisti che, con spirito leale e patriottico, collaborarono con il PC nella vasta opera riformatrice intrapresa e coraggiosamente portata avanti. In un contesto simile, dal gennaio–febbraio 1948 vi fu una battuta d’arresto dei flussi migratori provenienti dall’Italia, unitamente al rientro di diversi lavoratori per naturali ricongiungimenti con le famiglie e scadenza dei contratti di lavoro. Fino alla fine dell’anno, si registrerà un sostanziale blocco dei flussi. Gli USA, i circoli capitalisti e reazionari mondiali, mentre armavano la mano dei cospiratori a Praga, Bratislava e altri centri, al tempo stesso cercavano in ogni modo di ricattare la Cecoslovacchia, di strangolarla economicamente, bloccando crediti pattuiti da tempo e facendo balenare agli occhi dei governanti gli illusori luccichii del Piano Marshall. Il governo cecoslovacco non cadeva però nella trappola del ricatto e, appoggiandosi da un lato alle energie positive e all’orgoglio delle masse, dall’altro ad un aiuto internazionalista sempre più massiccio proveniente dall’URSS, riusciva a traghettare il Paese fuori dalle secche della destabilizzazione. Intanto, da parte cecoslovacca, pur nel contesto di difficoltà create dall’imperialismo nel 1947-48, evitava sempre di compromettere i termini dell’accordo con l’Italia, anche quando lo Stivale non si mostrava granché leale e limpido nei comportamenti. Addirittura, nel maggio–giugno 1948 toccava alla Cecoslovacchia, assieme all’URSS, spendere una parola a favore del patrimonio coloniale italiano affinché non fosse spartito tra gli imperialisti statunitensi ed inglesi, che d’ipocrita amicizia col Bel Paese facevano osceno quotidiano sfoggio, desiderando invece null’altro che mettere le mani sull’economia e i territori italiani. Vi era stato anche un periodo, poco prima, nel quale il carbone era parso in procinto di venir soppiantato, nelle partite commerciali, dal caolino e dalle argille, a causa delle pressioni esercitate dall’industriale Richard Ginori (autore di un piano di collaborazione economica per niente irragionevole ed anzi all’avanguardia, appoggiato da tutte le rappresentanze dei lavoratori), ma alla fine le ragioni dell’industria estrattiva e di quella energetica avevano avuto il sopravvento e il carbone cecoslovacco aveva ripreso il suo “posto” nelle dinamiche dell’interscambio, dopo alcuni incontri chiarificatori.
Nel fatidico 1948, approfittando anche della sostanziale pausa della corrente migratoria, il governo di Praga arrivava poi a proporre un nuovo sistema d’immigrazione, non più imperniato su contingenti collettivi, ma su flussi individuali regolamentati. Ai lavoratori italiani si offriva un ampio ventaglio di opzioni, tra le quali quella, particolarmente allettante, di costituire cooperative in territorio cecoslovacco con l’appoggio dello Stato e del sistema creditizio. In questo modo, gli emigrati venivano coinvolti ancor più attivamente nel processo di costruzione della società socialista. Queste novità venivano accolte con entusiasmo dai lavoratori, ma venivano, di converso, osteggiate in ogni modo da un governo sempre più spostato a destra per le irresistibili pressioni provenienti da Washington, che avevano provocato l’estromissione dall’Esecutivo di PCI e PSI. La diplomazia italiana aveva ormai una sola preoccupazione: quella di far rientrare il maggior numero di lavoratori dalla Cecoslovacchia, per poi dirottarli verso i Paesi capitalisti del BENELUX e verso la Francia, dove ad attenderli non sarebbero stati certo i caseggiati ampi ed ariosi o i confortevoli convitti della Cecoslovacchia socialista, ma le ben note baracche, regno della promiscuità e della precarietà economica ed esistenziale. Il governo italiano non si dava pace anche per un altro fatto: tra gli italiani presenti in Cecoslovacchia non solo regnava la piena soddisfazione per il benessere economico crescente, ma cominciava a maturare anche una coscienza politica a tutto tondo. Infatti, era stata costituita un’Associazione, “Democrazia popolare”, che appoggiava attivamente il governo e promuoveva la cultura marxista–leninista tra gli associati. Nonostante i fisiologici rientri nel Paese natio, le lusinghe, le minacce, i subdoli sistemi di “persuasione” messi in campo dalle autorità italiane, nel 1949 l’emigrazione verso la Cecoslovacchia riprendeva in maniera considerevole e, ancora all’inizio del 1951, erano presenti in Cecoslovacchia almeno 400 lavoratori, con sempre più figure qualificate nei loro ranghi. Il 30 novembre 1951, il Ministero degli Esteri tornava alla carica, invitando la Legazione di Praga a “fornire gli elenchi di quei connazionali che intendessero rimpatriare” (leggi: di quei lavoratori che si voleva costringere a tornare in Italia con l’inganno e le mendaci promesse di improbabili Bengodi). Nonostante quest’ennesima pressione, il 90% e oltre degli italiani presenti decideva di restare nel Paese est–europeo.
Nel 1954, a sette anni ormai dalla firma dell’accordo, i governi italiano e cecoslovacco non erano riusciti a definire e risolvere alcune questioni relative alle rimesse degli emigrati perché, dichiaravano gli stessi funzionari italiani, non era chiaro quanti fossero, costoro, in territorio cecoslovacco. Tutto vero, per una volta! Infatti, le centinaia di italiani che non ne volevano sapere di tornare a condividere il manganello di Scelba e la fame, avevano smesso di rivolgersi alla Legazione italiana e si erano resi “irreperibili” per proteggersi dall’invadenza della martellante propaganda anticomunista e dai maneggi dei funzionari. Essi però non solo esistevano ancora, ma tramite canali paralleli, continuavano pure a inviare alle famiglie, rimaste in Italia, notizie e denaro. Intanto, con lealtà assoluta, certamente incomprensibile agli occhi dell’immoralità e dell’inaffidabilità tipiche dei capitalisti, il governo cecoslovacco, pur nel contesto della guerra fredda ulteriormente acuito dalla guerra di Corea, continuava sempre ad onorare alla lettera, passo per passo, gli impegni per le spedizioni di carbone, senza trattenere nemmeno un grammo rispetto al dovuto. Molte industrie italiane marciavano e molti proletari italiani riscaldavano le proprie umili dimore grazie al carbone della Cecoslovacchia socialista! Questo, però, la propaganda borghese e filo–governativa si guardava bene al metterlo in evidenza…
Un capitolo poco conosciuto, quello dell’emigrazione economica degli italiani in Cecoslovacchia, Nazione da sempre dipinta come punto di arrivo di un’emigrazione di ben altro tipo, politica o addirittura terroristica (quante bugie in merito…) Un capitolo, meglio, che nulla si è fatto per far conoscere, nemmeno da parte della sinistra anticapitalista più cosciente. Speriamo, con questo studio, di aver sollecitato la curiosità di qualche altro studioso di buona volontà, unitamente all’“uzzolo investigativo” di tanti compagni.1382213985998515558Riferimenti:
Storia Universale dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, VOLL. 10, 11 e 12 (Tetri Editore, MILANO, 1975);
Studio assai pregevole e per niente di parte
L’Unità”, in particolare i seguenti numeri, per una comprensione dei termini dell’accordo e per una panoramica sulla condizione dei lavoratori nella Cecoslovacchia socialista, sulla situazione politica e sui rapporti tra Cecoslovacchia socialista e Italia: 9/2/1947; 15/2/1947; 6/7/1947; 21/2/1948; 28/2/1948; 4/3/1948; 2/6/1948.