Il terrorismo di Washington e Riyadh

Tony Cartalucci, LD, 6 aprile 2018

Per decenni Stati Uniti ed alleati della NATO hanno aiutato l’Arabia Saudita ad esportare l’indottrinamento politico noto come wahhabismo per radicalizzare gli individui e ingrossare le fila delle forze mercenarie usate nelle guerre per procura e per manipolare le popolazioni occidentali. Ciò che era iniziato come mezzo per la Casa dei Saud per stabilire, espandere e infine consolidare il potere politico sulla penisola arabica nel XVIII secolo, è ora diventato strumento affinato del potere geopolitico integrato nella politica estera di Washington. Recentemente, nelle pagine del Washington Post si faceva una notevole ammissione nell’articolo, “Il principe saudita nega che Kushner sia suo“. L’articolo citava il principe ereditario saudita Muhamad bin Salman affermare: “Alla domanda sulla diffusione del wahhabismo finanziata dai sauditi, l’austera fede dominante nel regno e che alcuni hanno accusato di essere fonte del terrorismo globale, Muhamad ha detto che gli investimenti nelle moschee e nelle madrasa oltreoceano originano nella Guerra Fredda, quando gli alleati dell’Arabia Saudita chiesero di usare le proprie risorse per impedire le incursioni nei Paesi musulmani dell’Unione Sovietica. I successivi governi sauditi persero la traccia degli sforzi, ha detto, e ora “dobbiamo riprenderci tutto”. I finanziamenti ora provengono in gran parte da “fondazioni” saudite, affermava, piuttosto che dal governo”. Mentre l’articolo afferma che “i successivi governi sauditi persero la traccia dello sforzo” e che i finanziamenti sono ora forniti da fondazioni “saudite”“, ciò non è vero. Non ci sono “governi successivi” in Arabia Saudita. La nazione sin dalla fondazione è gestita da una sola famiglia, la Casa dei Saud. E mentre le fondazioni saudite possono essere il canale attraverso cui il wahhabismo è organizzato, finanziato e diretto, certamente avviene per volere di Riyadh col sostegno di Washington.

Uno strumento, non un’ideologia
Il wahhabismo fu creato e usato come strumento politico già nel 1700. Fu la pietra angolare della fondazione dell’Arabia Saudita. Convenientemente, il wahhabismo, sin dall’inizio, è intollerante. Per i sauditi che cercavano potere politico con la conquista, tale intolleranza veniva facilmente tradotta nelle violenze contro tribù e Stati confinanti che non si sottomettevano al potere saudita. Gli inglesi sfruttarono tale strumento politico nella lotta contro l’impero ottomano. Incoraggiò e coltivò le ideologie estremiste come il wahhabismo prima e dopo la caduta dell’impero ottomano. Dopo le guerre mondiali, inglesi e statunitensi si allearono con nazioni come l’Arabia Saudita, esportandone l’indottrinamento wahhabita nel mondo. L’ammissione di ciò da parte del principe Muhamad bin Salman fornisce ulteriori informazioni sull’uso da parte di Washington degli estremisti in Siria tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, così come il sostegno ai terroristi in Afghanistan per sloggiare la presenza sovietica. Ma rivela anche esattamente come il terrorismo sia strumento geopolitico usato oggi, dopo la Guerra Fredda, e chi lo usa. Le “moschee”, finanziate dall’Arabia Saudita e da altri Stati del Golfo Persico ben oltre il Medio Oriente, tra cui Europa e Asia, fungono da centri di indottrinamento e reclutamento per le varie guerre per procura degli Stati Uniti e la loro destabilizzazione nel mondo.

Come viene allevato il wahhabismo
I terroristi reclutati da tutto il mondo per combattere in Siria venivano attirati principalmente dalla rete wahhabita finanziata e diretta dai sauditi. Le “moschee” e le “madrasse” che operano in Nord America ed Europa lo fanno con la piena cooperazione dei servizi di sicurezza e d’intelligence occidentali. Reclutamento, dispiegamento e rientro dei mercenari wahhabiti in occidente sono ammessi anche dai media occidentali. Il media danese The Local DK, espone uno di tali centri in Danimarca. L’articolo intitolato “La moschea danese raddoppia il sostegno allo SIIL“, descriveva il sostegno aperto alle organizzazioni terroristiche, in particolare il cosiddetto “Stato islamico” (SIIL). L’articolo indicava: “Vogliamo che lo Stato islamico si affermi. Vogliamo uno Stato islamico mondiale”, affermava il presidente della moschea Usama al-Sadi, nel programma DR. Al-Sadi aveva anche affermato di considerare la partecipazione della Danimarca nella battaglia degli USA contro la Siria un affronto diretto non solo alla moschea ma a tutti i musulmani. “La guerra è contro l’Islam”, aveva detto”. Tale presunta “moschea” in Danimarca, nonostante ammettesse apertamente di sostenere il terrorismo, non fu chiusa e i suoi capi arrestati come ci si aspetterebbe. Invece, il governo danese certamente collaborava con la “moschea” nel gestirla. L’articolo di Der Spiegel, “Risposta della comunità: una risposta danese alla Jihad radicale”, riportava: “Il commissario Aarslev dice di essere orgoglioso di ciò che hanno finora raggiunto, anche se non dimentica mai di elogiarne la gente e gli altri interessati al programma. È particolarmente effusivo quando parla di un uomo: un salafita barbuto a capo della moschea Grimhøjvej di Aarhus, dove molti giovani partiti per la guerra in Siria erano regolarmente presenti. Il suo capo è un uomo di nome Usama al-Sadi… questi due hanno unito le forze in un piano che cerca risposte alle domande che affliggono l’intero continente europeo: cosa si può fare per i radicali rimpatriati dalla Siria? Quali misure sono disponibili per contrastare il terrore che ancora una volta sembra minacciare l’occidente?” Sorprendentemente, i media occidentali hanno ammesso che una moltitudine di tali “moschee” reclutano apertamente uomini in occidente per combattere da mercenari in Siria sotto la bandiera di al-Qaida e delle sue varie sussidiarie prima di tornare a casa e minacciare le popolazioni occidentali. Anziché smantellare la rete ed eliminare la minaccia, l’occidente l’ha intenzionalmente lasciata crescere, creando divisioni sociopolitiche nelle nazioni occidentali, aumentando razzismo, fanatismo e xenofobia per continuare a giustificare le guerre occidentali all’estero, e allo stesso tempo un crescente Stato di polizia domestico.

La copertura
L’inglese Independent nell’articolo, “L’Arabia Saudita promuove l’estremismo in Europa, afferma l’ex-ambasciatore” ammetteva: “L’Arabia Saudita ha finanziato moschee in tutta Europa diventate focolai dell’estremismo, affermava l’ex-ambasciatore inglese in Arabia Saudita Sir William Patey”. Tuttavia, l’articolo e molti come questo, devia intenzionalmente dalle implicazioni sui finanziamenti sauditi e l’uso di tali cosiddette “moschee” come centri di indottrinamento e reclutamento del terrorismo finanziato e armato da Stati Uniti, Europa, Arabia Saudita e partner arabi nei conflitti nel mondo. I media e i politici occidentali, così come i rappresentanti sauditi, affermano che Riyadh non controlla completamente questa rete, o non sa del ruolo centrale che ha nel guidare il terrorismo globale. Tali scuse sono, tuttavia, anche nominalmente assurde. L’uso da parte di Stati Uniti ed Arabia Saudita delle reti wahhabite per alimentare i gruppi terroristici che combattono nel mondo è sfacciato. I terroristi “accidentalmente” reclutati nelle “moschee” finanziate dai sauditi in Europa, Medio Oriente e Asia formano gruppi armati, finanziati, addestrati e altrimenti supportati da Stati Uniti, Europa e loro alleati mediorientali, inclusa l’Arabia Saudita. In particolare, in relazione alla Siria, il giornalista Seymour Hersh già nel 2007, nell’articolo “Il reindirizzo è la nuova politica dell’amministrazione a beneficio dei nostri nemici nella guerra al terrorismo?“, espone tale processo, con la guerra del 2011 in Siria già in corso. L’articolo indicava: “Per indebolire l’Iran, prevalentemente sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato col governo dell’Arabia Saudita, sunnita, in operazioni clandestine per indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno anche preso parte ad operazioni clandestine contro l’Iran e l’alleata Siria. Un sottoprodotto di tali attività è stato il rafforzamento dei gruppi estremisti sunniti che sposano una visione militante dell’Islam e sono ostili agli USA e solidali con al-Qaida… Questa volta, il consulente del governo statunitense mi ha detto che Bandar e altri sauditi assicuravano la Casa Bianca che “terranno d’occhio i fondamentalisti religiosi. Il loro messaggio per noi era “Abbiamo creato questo movimento e possiamo controllarlo”. Non è che non vogliamo che i salafiti lanciano bombe; sono loro a lanciarli contro Hezbollah, Muqtada al-Sadr, Iran e i siriani, se continuano a collaborare con Hezbollah e l’Iran“. Quindi, non c’è nulla di accidentale nella creazione ed uso di tali reti da parte di Washington e Riyad. Altre tattiche furono utilizzate per evitare di affrontare direttamente tale ultradecennale sforzo. L’uso del “multiculturalismo” contro razzismo virulento, fanatismo e xenofobia ha creato un falso dibattito che trasforma essenzialmente la sponsorizzazione congiunta multinazionale occidentale-araba del terrorismo in diatribe e questioni inconciliabili. L’opposizione controllata di entrambe le parti del “dibattito” derivante, intenzionalmente allontana il discorso pubblico dalle domande su avvento ed uso del wahhabismo da parte dell’Arabia Saudita, dei suoi alleati arabi e dello stesso occidente.

La rete del terrorismo globale statunitense-saudita
Dalle “moschee” finanziate dai sauditi che indottrinano, radicalizzano e reclutano, terroristi vengono quindi inviati nei teatri operativi. Gli estremisti sponsorizzati da Stati Uniti ed Arabia Saudita, provenienti dalla popolazione uigura nella provincia occidentale dello Xinjiang, arrivavano passando dal Sud-Est asiatico in Turchia dove venivano inquadrati, addestrati e armati prima di essere inviati a combattere le truppe di Damasco in Siria. E se attualmente il compito principale della rete terroristica USA-Arabia Saudita è alimentare la guerra per procura contro la Siria, anche l’indottrinamento wahhabita, radicalizzazione e reclutamento sponsorizzati da USA-Arabia Saudita sono localizzati. Mentre gli estremisti uiguri vengono inviati in Siria, altri sono reclutati nella stessa Cina. Nel sud-est asiatico, i finanziamenti sauditi arrivano ai terroristi che combattono sotto la bandiera dello SIIL nelle Filippine. Vi sono legittime preoccupazioni che tale rete USA-Arabia Saudita cerchi d’infiltrarsi in Thailandia per sfruttarne il separatismo nel sud. Nel vicino Myanmar, gli Stati Uniti mettevano al potere l’attuale regime guidato dal “Consigliere di Stato” Aung San Suu Kyi. I suoi sostenitori ultra-nazionalisti e brutalmente razzisti hanno condotto per anni violenze genocide contro la minoranza rohingya. Contemporaneamente, Stati Uniti ed Arabia Saudita creavano un gruppo islamista “rohingya” guidato da Ata Ullah, istruitosi in Arabia Saudita. Le origini di Ata Ullah sono nebulose. La sua “leadership” sarebbe simile a quella di Abu Baqr al-Baghdadi, una figura a capo di un’organizzazione alla fine gestita da Riyadh e Washington. L’uso dei terroristi ha vari obiettivi. Per la Siria, è il cambio di regime, in Cina, l’agitazione e la possibile balcanizzazione alle frontiere della nazione, nel sud-est asiatico, tentativi di dividere ed indebolire le nazioni. Washington tenta d’installare regimi clienti in nazioni come Myanmar, in cui gli Stati Uniti chiedono un regime-cliente obbediente, e le Filippine, in particolare come mezzo per mantenervi la presenza militare.

Denunciare e chiudere l’attività terroristica di Washington e Riyad
Gli Stati Uniti considerano il wahhabismo un utile strumento geopolitico che hanno affinato ed utilizzato da decenni. Mentre essi e i loro alleati occidentali fingono ignoranza dall’inizio, e fingono di essere impotenti, continuano ad investire nella continuazione dell’operazione e nella sua continua reinvenzione. E mentre il wahabismo aiuta l’Arabia Saudita dalla fondazione ed espansione regionale, la sponsorizzazione di tali reti oggi è insostenibile divenendo rapidamente grave. Gli Stati Uniti, come hanno dimostrato verso molti ex-alleati, continueranno a usare il wahhabimo saudita fino quando non sarà più utile. Anche se è ancora presto per dirlo, l’Arabia Saudita ha molti incentivi ed interessi nel denunciare e smantellare tali reti con azioni concrete. Per il pubblico, sventare i meschini tentativi dell’occidente di usare cunei politici per proteggere tale rete multinazionale di indottrinamento, radicalizzazione e reclutamento è essenziale per fargli capire il ruolo di Arabia Saudita ed occidente nella sua costruzione e permanenza.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

L’imbarazzante difesa antimissili degli USA

Moon of Alabama, 26 marzo 2018Nel nuovo budget della difesa da 700 miliardi di dollari, il Congresso degli Stati Uniti ha stanziato altri soldi per la difesa missilistica degli Stati Uniti: “Il Pentagono avrebbe speso un altro miliardo di dollari su due sistemi di difesa missilistica della Lockheed, portando gli stanziamenti per l’Agenzia di difesa missilistica a 11,5 miliardi di dollari”. Altro denaro dei contribuenti degli Stati Uniti sarà dato anche agli appaltatori della difesa missilistica d’Israele: “Il Congresso ha aumentato drasticamente il budget per i programmi di difesa missilistica israeliana di 148 milioni dollari includendo lo sviluppo di Iron Dome e Arrow 3”. “Sono lieto ed entusiasta di annunciare che il Congresso degli Stati Uniti ha approvato la somma record per il programma di difesa missilistica israeliano: 705 milioni di dollari nel 2018!” Annunciava il ministro della Difesa Avigdor Liberman.
Due incidenti la scorsa notte dimotrano ancora una volta che la difesa missilistica è uno spreco di denaro. Non funziona quasi mai. La difesa missilistica strategica, che gli Stati Uniti costruiscono per abbattere i missili intercontinentali, non proteggerà dalle nuove armi che la Russia e altri sviluppano. L’esercito statunitense lo riconosce. Dopo che Putin annunciava i nuovi sistemi d’arma, l’amministrazione Trump alzò bandiera bianca, improvvisamente chiedendo nuovi colloqui sul controllo delle armi.
La scorsa notte l’esercito yemenita lanciava sette missili balistici contro l’Arabia Saudita. Tre sulla capitale Riyadh, e quattro su obiettivi militari e infrastrutturali. A Riyadh le forze saudite hanno sparato numerosi missili terra-aria Patriot affermando di aver intercettato i missili yemeniti. Il sistema Patriot Advanced Capabilities-2 (PAC-2) saudita è prodotto dalla società statunitense Raytheon che assume anche ex-militari statunitensi come “Patriot Battery Systems Technician Field Engineers” per gestire i sistemi sauditi. Le precedenti rivendicazioni saudite su intercettazioni riuscite si sono rivelate false. Le piccole testate dei missili yemeniti si separano dal corpo e sono difficili da rilevare. Gli Stati Uniti hanno fornito sistemi che mirano sul corpo vuoto del missile. Questa volta vari video da Riyadh mostrano che almeno sette intercettori furono lanciati contro i tre missili in arrivo. Almeno due intercettori fallivano in modo catastrofico. Gli altri cinque sembravano autodistruggersi in volo. Non vi è alcun segno di alcuna intercettazione. Uno degli intercettori Patriot esplose prematuramente durante il decollo. I rottami in fiamme coprirono il terreno.

Un altro intercettatore Patriot virava colpendo il terreno a qualche centinaio di metri di distanza dagli spettatori:

Inevitabilmente sono seguiti alcuni commenti irridenti :
Jeffrey Lewis @ArmsControlWonk
Quando il tuo PAC2 si radicalizza e ti accende…

Haykal Bafana @BaFana3
Persino i missili Patriot sauditi sanno chi è il vero nemico: tornano a terra bombardando l’Arabia Saudita.

agitpapa @agitpapa
Come dovrebbe funzionare un vero patriota, uccidere i tizi responsabili dell’11 settembre invece di servirli.

Gli altri missili della difesa sembravano essersi auto-distrutti presumibilmente dopo aver perso il contatto col bersaglio. Ciascuno di tali missili MIM-104C Patriot costava circa 2-3 milioni di dollari. I sauditi dicono che un uomo rimase ucciso e due feriti nell’attacco yemenita. È più probabile che fossero vittime della difesa missilistica.
In un’altra notte, l’incidente missilistico israeliano con il lancio di una ventina degli intercettatori dell’Iron Dome pagato dagli statunitensi contro presunti missili lanciati dalla striscia di Gaza: “Lo scudo antimissile israeliano Iron Dome intercettò un certo numero di razzi lanciati dalla Striscia di Gaza, secondo i media israeliani, dopo che le sirene avvertivano dal territorio palestinese controllato da Hamas”.

Tale rapporto si rivelò essere falso. Diversi video mostrano i missili della difesa esplodere in un lampo in aria. Tali esplosioni furono interpretate come intercettazioni riuscite, ma di solito si tratta dell’auto-distruzione programmata che impedisce ai rottami dei missili di cadere sulla gente sotto. In effetti alcun missile sparato dall’esercito israeliano ha distrutto bersagli, in quanto non ce n’erano: “Multipli falsi allarmi esplosero nei consigli regionali di Hof Ashkelon e Sha’ar HaNegev e nella città meridionale di Sderot, domenica sera, mentre la difesa missilistica Iron Dome scambiava proiettili dalla Striscia di Gaza per una salva di missili. I consigli regionali originariamente riferirono che il sistema anti-missile Iron Dome avrebbe intercettato ogni razzo. Tuttavia, le IDF confermarono che nessuna salva era stata sparata contro Israele. Nessuna salva fu sparata sul territorio dello Stato di Israele. La situazione a Gaza è normale. Le intercettazioni del sistema Iron Dome si attivarono a causa di alcuni proiettili dalla striscia. Niente era caduto nel territorio israeliano. Controllava anche se mortai o razzi fossero stati sparati“, si legge nella dichiarazione. Prima del chiarimento dell’IDF, i consigli regionali dissero ai residenti di rimanere al riparo. Ogni missile dell’Iron Dome costa almeno 50000 dollari. L’IDF aveva appena speso 1000000 di dollari dei contribuenti statunitensi perché un sistema “ipersensibile” aveva scambiato il tiro di un fucile casuale per dei razzi su Israele.
La difesa missilistica strategica degli Stati Uniti è contro i missili a lungo raggio. I sistemi Patriot in Arabia Saudita dovrebbero difendere dai missili balistici a medio raggio. I sistemi israeliani Iron Dome dovrebbero difendere dagli attacchi missilistici a corto raggio. I tre sistemi sono ovviamente incapaci di adempiere al loro compito, dimostrando che la difesa missilistica è proibitivamente costosa. Il costo di ciascun intercettore della difesa missilistica è diverse volte il costo del missile attaccante. Il numero di intercettori è limitato e i sistemi possono essere esauriti e sopraffatti da salve di finti razzi dal basso costo e seguiti da un attacco reale. L’anno scorso i sauditi furono spinti dall’amministrazione Trump ad acquistare il nuovo sistema di difesa antimissile d’aerea ad alta quota (THAAD): “Il pacchetto siglato includerebbe 44 lanciatori THAAD, 360 intercettori, 16 gruppi tattici mobuli di controllo tiro e comunicazioni e 7 radar AN/TPY-2 , insieme alle relative attrezzature di supporto e addestramento”. Questo nuovo sistema dovrebbe difendere l’Arabia Saudita dai missili balistici iraniani. Ma secondo un’analisi sudcoreana, il sistema di difesa missilistico THAAD ha lo stesso problema del Patriot. Può essere facilmente ingannato da inganni economici e tende a colpire il corpo del missile mancando la testata separatasi che semplicemente continua il volo sul bersaglio. Quando il principe-buffone saudita visitò Washington, la settimana scorsa, il presidente degli Stati Uniti diede uno spettacolo imbarazzante su tali vendite. I sauditi dovranno pagare circa $ 15 miliardi per il fondamentalmente inutile sistema THAAD. “Questo è uno scherzo per voi” disse Trump. Ma i cittadini sauditi potrebbero non essere d’accordo con tali scherzi. Apparentemente, il principe-pagliaccio non ne era divertito. Ma cosa fare? Se smette di comprare le inutili armi statunitensi, il borg di Washington lo “cambierebbe” in pochissimo tempo.
L’attuale difesa missilistica non è economicamente sostenibile. I limiti della fisica lo rendono facile da violare. Ma i sistemi hanno ancora un loro scopo. Per i politici statunitensi sono un modo facile di dare i soldi dei contribuenti ai proprietari dell’industria della difesa. Per il governo israeliano sono uno strumento psicologico (pagato dagli Stati Uniti) per impedire al proprio popolo di protestare contro le conseguenze della rapina sionista. I sauditi li vedono come un inevitabile pizzo. I fallimenti pubblici della difesa missilistica mettono in pericolo tali scopi. Se il pubblico crede che la difesa missilistica non funziona, la truffa decade. Qualsiasi futura vendita va quindi condizionata dalla promessa di non utilizzare mai il sistema acquistato.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La partizione dell’Arabia Saudita è inevitabile

Intervista di Layla Mazbudi e Isra al-Fas, al-Manar, 7 novembre 2017

Questa intervista avvenne una settimana prima degli ultimi sviluppi in Arabia Saudita. È uno degli oppositori politici al regime saudita, e appartiene alla tribù Shamar, presente tra Arabia Saudita Quwayt, Qatar, Iraq e Siria. La tribù ha anche governato il Najd per quasi un secolo prima che Abdulaziz bin Saud la derubasse ripristinando il dominio dei suoi predecessori sostenuto dagli inglesi, che non riuscirono a sedurre gli Shamar. Al-Jarba ha forti legami con figure di rilievo tra le autorità del regno come l’ex-re saudita Abdullah bin Abdulaziz e l’ex-principe ereditario Muhamad bin Nayaf, garantendosi una sorta d’immunità esprimendo le sue opinioni. Il nome di Man al-Jarba emergeva di recente, vestito col costume della penisola araba, ma con altri discorsi: era apparso a Damasco dove decise di stabilirsi nel pieno della crisi politica del 2014, senza altro motivo se non essere onesto con le posizioni che riflettono la sua convinzione che la difesa della Siria sia la difesa degli arabi che vogliono cambiare. Le bombe (dei terroristi) in quel momento presero di mira il quartiere in cui risiede. Uno di essi colpì il suo edificio. Tuttavia, non decise di lasciare la Siria finché le cose non si stabilizzavano, quando la vittoria dell’Esercito Arabo Siriano e dei suoi alleati inizia a stabilizzarsi. Prima, alla fine del 2011, quando era ancora in Arabia Saudita, un sito web a lui affiliato fu chiuso per posizioni a supporto della Resistenza. Gli fu offerto di tenere una rubrica settimanale nel giornale saudita Uqaz. Avvertì sul conflitto settario, richiamando l’attenzione sui pericoli del piano di partizione che s’insinuava dall’Iraq. Ogni volta mostrò sostegno alla Resistenza, finché non fu costretto a smettere di scrivere nel 2013, per non essere ritenuto “responsabile”. Due giorni dopo aver lasciato le terre saudite nel 2014, Man al-Jarba apparve in un’intervista televisiva parlando dello SIIL e dei suoi legami coi wahhabiti. Da uno studio a Riyadh salutò il Presidente siriano Bashar al-Assad, e poi il Primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi per aver sostenuto la Resistenza della Siria. Le autorità saudite chiusero lo studio e da allora iniziò la guerra contro di lui. Dalla capitale libanese, Bayrut, Man al-Jarba aveva un’intervista esclusiva col sito di al-Manar, affrontando la situazione interna saudita, chiarendo la scena e parlando della formazione religiosa della società saudita e del ruolo delle tribù, esponendo i possibili esiti futuri dell’intensificarsi della lotta politica interna e gli imminenti piani di partizione stranieri.

Il wahhabismo non appartiene alla Sunnah
La società saudita è composta dall’85% di sunniti e dal 15% di ismailiti e duodecimani sciiti. Secondo al-Jarba “il wahhabismo non appartiene affatto alla Sunnah, ricordando che ha solo 300 anni“. “Il wahhabismo ha uno status che si differenzia dalle altre sette e gruppi islamici“, osservava respingendo la logica del taqfirismo. Secondo l’oppositore saudita, le famiglie della penisola araba erano sufi Ashari Maturidi prima che Muhamad bin Abdulwahab apparisse nel 17° secolo, e conservano ancora alcuni loro retaggi. “Nell’Hijaz, ad esempio, oltre ad abbracciare la dottrina sufi Ashari Maturidi, la maggior parte delle famiglie appartiene alle dottrine Hanafi e Shafai, come a Medina. Mentre gli ismailiti pesano a sud del regno, la dottrina Shafai vi è diffusa. I duodecimani sciiti sono nelle aree orientali, principalmente al-Qatif e al-Ahsa“, spiegava. “La maggior parte delle famiglie saudite è sufi Ashari, ma la dottrina ufficiale è wahhabita e gli viene imposta e insegnata a scuola“, riassume al-Jarba.

La famiglia al-Shayq… famiglia degli assegni
Nonostante i tentativi di alcune famiglie di preservare il patrimonio regionale, lo Stato investigativo imposto nel regno e il suo enorme potere finanziario, oltre alla protezione internazionale e ai sussidi all’estero, come qui chiamo gli Stati Uniti, hanno permesso a tale regime religioso di diffondersi. Il wahhabismo serve gli obiettivi statunitensi dalla guerra afghana contro l’Unione Sovietica a Iraq e Siria. Ha destinato l’istituzione religiosa nel regno a garantire ai governanti una legittimità, pagata, tanto che i sauditi chiamano la famiglia degli al-Shayq, famiglia degli assegni, in riferimento al denaro che ricevono“, aggiungeva al-Jarba. Nonostante il potere religioso, il rapporto tra situazione religiosa e situazione interna saudita è sotto controllo, poiché alcuna azione armata contro lo Stato è stata rilevata da non “wahhabiti”. Ciò riflette il contenimento che lo Stato intende usare su certi obiettivi “politici”, proprio come accaduto recentemente ad Awamiyah.

Yemen, Awamiyah e Qatar… come risarcimento
Al-Jarba crede che questi incidenti siano collegati ai tremendi sforzi sauditi per una vittoria con cui dimostrare agli statunitensi di essere ancora forti ed affidabili nel loro ruolo regionale. “Va ricordato che le sconfitte saudite in Iraq, Libano e Siria non sono state compensate nello Yemen, ma si sono piuttosto aggravate. Anche l’attacco al Qatar era una compensazione, tuttavia dimostratosi inutile, quindi non avevano altra scelta che usare la forza nel Paese e attaccare Awamiyah“. Al-Jarba proseguiva affermando che “i media sauditi hanno esibito l’avanzata ad Awamiyah come una conquista, descrivendola come operazione per liberare al-Qatif dagli sciiti, mostrati dai media sauditi come intrusi, ma sottolineava che il quartiere al-Musawara esiste da 400 anni, il che significa che è di 100 anni più vecchio del primo Stato saudita. Ciò significa che la popolazione di Awamiyah è inveterata e profondamente radicata nella regione più degli “inveterati” al-Saud e loro autorità…” “La sventata e sterile “vittoria” di Awamiya è stata usata dal sistema mediatico ufficiale per rafforzare “‘Iranofobia” e “Sciafobia”. A un certo punto, va detto che sono riusciti a promuovere tale fobia, una barriera che spaventa i popoli dalla Resistenza“.

La Palestina è nel cuore
A differenza della freddezza che il sistema governativo mostra nei confronti della causa palestinese, al-Jarba sottolinea che il popolo saudita simpatizza con la Palestina oltre ogni immaginazione. Ritiene che “L’asse della Resistenza difende la Palestina. Nonostante la fobia, le cose vanno meglio ogni giorno grazie alla scoperta delle relazioni saudite con “Israele”, così come agli sforzi sauditi per secolarizzare lo Stato e cercare di seguire il modello degli Emirati, risvegliando il popolo. Lo Stato che considera l’Iran e gli sciiti in generale come demoniaci con la scusa della religione e della difesa del Paese dalle Due Sante Moschee, appare oggi riconciliarsi con ‘Israele’ e permettere feste e danze miste, esponendo al vero pericolo la religione e il Paese delle Due Sante Moschee“.

La normalizzazione è la caduta saudita
Il crollo del regime saudita avverrà con la normalizzazione dei rapporti con ‘Israele’“, previde al-Jarba. “La relazione con ‘Israele’ supererà la linea rossa molto sensibile di chi vanta l’appartenenza al Paese delle Due Sante Moschee. Hanno una posizione decisa contro gli occupanti del “primo Qiblah” dei musulmani e chi commette crimini contro musulmani in Palestina, Libano e altrove. In particolare, in questi ambiti, il regime saudita perde legittimità. Cosa opprimerebbe allora il popolo saudita? Sono le fatwa che proibiscono di opporsi al sovrano a meno che non commetta bestemmia? La bestemmia per il popolo saudita è la rinuncia alla Palestina. I predicatori delle autorità possono giustificarla?” Nell’era delle grandi trasformazioni interne, metà dei predicatori del regno è in prigione. Secondo al-Jarba, non si tratta del Qatar, il problema è più profondo e grande. “Soprattutto, nulla indica che sono detenuti per la crisi col Qatar, sono solo analisi popolari. La crisi col Qatar era solo una scusa, perché sanno di essere contro la leadership e la secolarizzazione, e persino la normalizzazione con “Israele”… diranno alla gente che li detengono perché contrari alla secolarizzazione dello Stato? La scusa migliore è affermare che si tratta del Qatar, permettendosi di mettere a tacere qualsiasi voce obietti alle loro nuove politiche, iniziando dalle danze miste fino alla normalizzazione pubblica e altro“.

I sauditi contro la normalizzazione
Man al-Jarba sottolinea che lo Stato saudita è uno “Stato perfettamente inquisitore”. Tuttavia, i social media sono importanti misurando le tendenze dell’opinione pubblica. Qualche tempo fa, i media “israeliani” diffusero notizie sulla visita del principe ereditario Muhamad bin Salman nei territori occupati. Le istituzioni ufficiali saudite rimasero in silenzio e i media finanziati dai sauditi non dissero una parola. “Solo Twitter fu infiammato dalla campagna” dei sauditi contro la normalizzazione, “che si classifica prima tendenza in Arabia Saudita e nel mondo arabo. Quindi, c’era bisogno di formare un anti-esercito elettronico per promuovere la campagna ufficiale come lotta al terrorismo. Tuttavia, di fronte alla Palestina, l’esercito non può resistere a chi si oppone al tradimento della causa palestinese, di fronte la Palestina tutti cedono“, sottolineava al-Jarba.

Rompere il silenzio
Inoltre indicava tre fattori che potrebbero rompere il silenzio saudita:
1. La lotta nella famiglia dominante, presente e crescente. Darà al popolo la possibilità di scendere in piazza. Chi da notizie del palazzo a “Mujtahid”, è membro della famiglia dominante. Si dice anche che i principi imprigionati siano cinque, compresi Muhamad bin Nayaf e Abdulaziz bin Fahd, agli arresti domiciliari. Le notizie del conflitto interno sono note e rese pubbliche.
2. Togliendo la copertura religiosa e muovendosi verso la secolarizzazione, la gente troverebbe la causa diretta per scendere in piazza, in particolare dato che la scuola saudita insegna da 80 anni che la secolarizzazione è blasfemia e obbedire al sovrano è un dovere a meno che commetta bestemmia. Secondo i programmi sauditi, è permesso disobbedire al sovrano ateo, addirittura considerare la lotta sul sentiero di Allah, quindi il fattore religioso che lo Stato ha usato come pilastro per immunizzare i governanti cadrà mentre punta alla secolarizzazione.
3. Togliere la protezione internazionale all’Arabia Saudita, non è né difficile né impossibile. Gli statunitensi hanno bisogno di petrolio e soldi. Il presidente degli Stati Uniti era chiaro su ciò. In caso di caos e lotte interne, gli statunitensi non lasceranno i loro interessi per alcuna alleanza; preferiranno qualsiasi altra alleanza alternativa.La partizione è un piano inevitabile
L’oppositore saudita assicurava che gli Stati Uniti non riconoscono nulla al di sopra dei loro interessi. Col nuovo piano coloniale, gli Stati Uniti lavorano per dividere l’Arabia Saudita in quattro. “La partizione è sul tavolo ed è seria. La mappa è disponibile sul sito del ministero della Difesa degli Stati Uniti. L’Arabia Saudita sarà divisa in quattro. Negli stessi Stati Uniti, ci sono alcune frange che supportano la partizione e altre che si oppongono. Ma tutti vogliono giocarla“.
Le quattro regioni sono:
• La Grande Giordania: composta da Tabuq, Yunbu e Hijaz, da unire alla Giordania come patria alternativa dei palestinesi, con cui la crisi che impedisce all’entità d’occupazione di annunciare lo Stato ebraico, sarà risolta.
• La zona orientale: composta da al-Qatif, al-Ahsa e al-Damam, aree ricche di petrolio vicine a Quwayt e Bahrayn, consentendo agli statunitensi di entrarvi facilmente e controllarne il petrolio. Fonti della provincia orientale aveva già notato che gli statunitensi avevano suggerito la spartizione, ma fu rifiutata.
• Najd: le aree centrali in cui il dominio dei Saud sarebbe limitatao.
• Sud: le aree di Asir, Najran e Jizan, regioni yemenite affittate dall’Arabia Saudita per 99 anni, scadute sotto l’ex-presidente yemenita Ali Abdullah Salah a cui “rinunciò” in favore dell’Arabia Saudita.
Al-Jarba ritiene che gli statunitensi abbiano tratto molti benefici dall’esperienza in Iraq. Non schiereranno truppe in alcun Paese arabo a meno che non appaiano come salvatori. Ciò accadrebbe in Arabia Saudita nel caso in cui la lotta tra i principi della famiglia dominante s’intensificasse e divenisse conflitto, concedendo agli statunitensi l’opportunità di contare di più in Arabia Saudita. Dall’altra parte, al-Jarba notava che il piano di partizione è inevitabile e che il 2017 era il centenario dell’accordo Sykes-Picot che divise la regione araba tra Francia e Gran Bretagna e che il nuovo centenario sarà una nuova divisione.

Tribù, bomba a orologeria
Oltre alla religione, le tribù hanno un ruolo importante nell’implementazione o meno della sistemazione interna del regno, osservava al-Jarba, ed inoltre notava quanto segue: “Nel 1902, Abdulaziz bin Abdurahman al-Saud tornò a Riyadh dopo essersi rifugiato nel Quwayt protetto dagli inglesi, per assumere il potere nel momento in cui la penisola araba settentrionale era controllata dalla leadership della tribù Shamar, aderente interamente all’impero ottomano. Ai Shamar fu offerto di collaborare cogli inglesi ma rifiutò e combatté nella Prima guerra mondiale a fianco dell’impero ottomano, Stato islamico contro gli inglesi… Gli inglesi diedero ad Ibn Saud armi e pensarono che il suo dominio su Najd e Hujaz avrebbe tolto legittimità religiosa agli ottomani. Quando lo Stato ottomano fu sconfitto, Abdulaziz entrò nelle regioni e formò l’emirato del Najd, quindi assediò Hail per un anno intero durante cui il suo esercito ascoltava gli appelli alla preghiera nella zona chiedendosi se “fossero musulmani”, mentre altri dicevano “prudenza”. L’esercito di Ibn Saud uccise bambini nelle moschee. E quando entrò nell’Hijaz uccise nelle moschee“. I sauditi si opposero scoprendo che in nome della religione, Abdulaziz mobilitò le tribù all’epoca note come “i fratelli obbedienti ad Allah”, per le sue guerre contro gli altri emirati. “Quando raggiunse i confini disegnati dagli inglesi, ne usò gli aerei per colpire le tribù che non vedevano l’ora di continuare la resistenza e ripristinare il mondo islamico! Fino ad allora, i Saud osservarono le tribù con preoccupazione, rispettandone posizione e peso, sposandosi in esse e sapendo che sono una bomba a tempo che scatenerà il conflitto interno che potrebbe esplodere nel regno“.

Principi preoccupanti
Oggi, gli occhi sono sulle tribù mentre la lotta s’intensifica tra i principi. Mutab bin Abdullah, ad esempio, è la figura più preoccupante per Muhamad bin Salman. Possiede una guardia nazionale con 150 mila combattenti dalle tribù, sposatisi con la sua famiglia e che si preparano a combattere fino all’ultimo. La guardia nazionale per numeri e mezzi è un potere importante quanto l’esercito saudita”. Oltre a Mutab, vi sono Ahmad bin Abdulaziz, fratello dell’attuale re, e i figli di Nayaf, Fahd e Sultan. Secondo al-Jarba “il loro scontento per la politica del principe ereditario si sentiva nel palazzo reale. Ci furono molte lettere al re chiedevano d’impedire al principe indegno di salire al trono“, e infine l’assalto armato al Palazzo della Pace a Jidah. “L’ultimo attacco ha indicato che le lettere dei principi sono molto serie, il che causò la scomparsa di Muhamad bin Salman, al momento”, come dettagliato in precedenza sul sito di al-Manar.

La magia si volge contro lo stregone
In breve, l’oppositore saudita vede l’Arabia Saudita come Paese che vive sulla cima di un vulcano che erutterebbe in qualsiasi momento. Tutti i fattori nel regno sono preoccupanti: lotta dei principi, brama di governo di Muhamad bin Salman e nuova tendenza alla secolarizzazione, nonché il ruolo delle tribù in tutto ciò. L’escalation della lotta non finirà se non con la “partizione”, nel caso in cui le chiavi per affrontare tutto siano consegnate agli statunitensi, avverte al-Jarba, che inoltre osservava che il regno non è lontano da ciò che avviene nella regione. I piani per la divisione seguiti dall’Arabia Saudita gli si rivolteranno decisamente contro. Quindi, la magia si volgerà contro lo stregone…Traduzione di Alessandro Lattanzio

Dopo la Siria, la Russia aumenta la posta anche sullo Yemen

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook 07.03.2018Nel fare una mossa molto significativa, la Russia ha posto il veto a una risoluzione voluta da USA e scritta dagli inglesi sullo Yemen volta ad accusare l’Iran di finanziare il “terrorismo” nel Paese, devastato dall’invasione della coalizione saudita. Anche se non era la prima volta che la Russia poneva il veto agli Stati Uniti, il veto russo su un Paese e un conflitto in cui non è direttamente coinvolta è un’azione senza precedenti, il cui significato non può essere negato. D’altra parte, il suo significato si moltiplica considerando non solo le tensioni tra Stati Uniti e Russia, ma anche come altro esempio della politica russa di sfida al dominio globale dagli Stati Uniti impedendone le mosse arbitrarie volte ad usare Paesi e regimi come pedine di uno scacchiere. Pertanto, vista come estensione della politica russa in Siria, chiaramente sventando obiettivi e politica del “cambio di regime” statunitensi, questa mossa sembra un altro messaggio a Stati Uniti ed alleati in Europa e altrove, non possono dominare unilateralmente e dettare il sistema globale e la Russia si opporrà all’egemonia degli Stati Uniti non solo perché è alleata dell’Iran, ma anche perché considera questa opposizione un principio. Gli Stati Uniti non vedranno questa mossa se non come minaccia ai loro interessi, e di conseguenza hanno “avvertito” l’uso di altri mezzi per impedire ciò che i loro funzionari hanno ripetutamente definito “ruolo destabilizzante dell’Iran” nella regione. Mentre i funzionari statunitensi hanno detto che la Russia “protegge” l’Iran, l’ironia è che la Russia non è coinvolta nel conflitto nello Yemen iniziato nel 2015. Al contrario, sono gli Stati Uniti ad esservi direttamente coinvolti, fornendo armi per miliardi di dollari ai Paesi della coalizione saudita e identificandogli gli obiettivi da colpire indiscriminatamente usando la loro superiore forza aerea.
Ironia della sorte, mentre l’amministrazione Trump accusa l’Iran di violare le sanzioni allo Yemen e di fornirgli missili, l’amministrazione Obama non credeva che gli huthi fossero “marionette” dell’Iran o che avessero un’alleanza ideologica. In tale contesto, la risoluzione non aveva nulla di sostanziale e credibile se non la mera estensione della politica ostile all’Iran dell’amministrazione Trump, evidente con eliminazione dell’accordo nucleare, imposizione di altre sanzioni, annullamento della capacità missilistica dell’Iran e reazione all’ascesa dell’Iran a potenza regionale. Quindi, con un chiaro rifiuto agli Stati Uniti, il Ministro degli Esteri russo Lavrov affermava che “è prima necessario attuare pienamente il piano d’azione congiunto globale. Se si vuole discutere altre questioni riguardanti Iran e Yemen in questo formato o in un altro, va fatto con la partecipazione volontaria dell’Iran e secondo il consenso piuttosto che con ultimatum o sanzioni”. Ciò significa evidentemente che la Russia sostiene l’Iran non solo in Siria, ma anche in altri teatri strategici e diplomatici. Mentre il veto illustra il sostegno sullo Yemen, la dichiarazione di Lavrov contraddistingue altre aree e un approccio completamente diverso da quello di Stati Uniti ed alleati, indicando l’ascesa della Russia a potenza globale in grado di esercitare influenza, evidente anche dal fatto che la risoluzione alternativa della Russia, che non menzionava l’Iran, veniva approvata all’unanimità dal Consiglio.
La rabbia contro la Russia è quindi,estrema, che va dall’accusa di “proteggere l’Iran” a chiamarla una delle peggiori minacce agli interessi di Stati Uniti ed alleati nella regione. Così, mentre il ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita cercava di convincere la controparte russa poche ore prima del voto a sostenere la risoluzione, l’esito del voto portava il giornale dei Saud al-Arabiya a dichiarare che: “La Russia ha una propensione così forte nei confronti dell’Iran che minaccia la sicurezza di tutti i Paesi del Golfo, nonostante l’apparente vicinanza tra Golfo e Russia e gli incontri tra le parti. Tuttavia, tutti sanno che l’Iran ci combatte tramite i suoi delegati, rifornendoli continuamente di armi (specialmente prodotte in Russia o Iran) nello Yemen. Ciò significa che la guerra non avrà fine”. Inoltre affermava che: “La Russia ora è completamente contro i nostri interessi e la nostra sicurezza. Dovremmo chiederle di chiarire la posizione nei nostri confronti. Ci vende armi ed anche attraverso l’Iran alle milizie che ci minacciano. Quindi silura una mossa per impedirgli di vendere le armi che ci minacciano, come se cercasse di avvantaggiarsi a spese della nostra sicurezza! Questa è la logica di un mercante di guerra e non di uno Stato che costruisce relazioni internazionali su una premessa sana e sostenibile”. Mentre l’elenco di tali accuse è infinito, ciò che prova ironicamente è che le relazioni Russia-Iran sono ben oltre lo stadio tattico di una calcolata cooperazione militare, e che la crescente influenza dell’Iran non minaccia gli interessi russi in Medio Oriente. Ciò che è evidente anche qui è, per la grande delusione dell’occidente, che entrambi i Paesi si avvicinano con un’alleanza attentamente costruita per controbilanciare la volontà egemonica USA-Arabia Saudita che continua ad intravedere spesso la possibilità di una guerra diretta tra Iran e rivali regionali ed extra-regionali. La Russia quindi si pone da nuovo equilibrio regionale, sostituendo gli Stati Uniti con niente meno che una sfida molto seria.Salman Rafi Sheikh, analista delle relazioni internazionali e degli affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’Egitto va in guerra

Guadi Calvo, Resumen Latinoamericano, 16 febbraio 2018A poco più di un mese dalle elezioni presidenziali, in cui l’ex-Generale Abdalfatah al-Sisi cerca la rielezione, decideva di dare impulso alla lotta al terrorismo wahhabita che ha portato, dal rovesciamento del presidente Muhamad Muorsi nel luglio 2013, a innumerevoli attentati a diversi obiettivi civili, militari e religiosi; dai posti di blocco, come quelli nel luglio 2015 in Sinai, quando una serie di assalti coordinati provocò la morte di almeno 50 poliziotti, all’attentato alla moschea sufi di al-Ruda, a Bir al-Abad, 40 chilometri da al-Arish, capitale della provincia settentrionale del Sinaí, il 24 novembre scorso, il peggiore attentato nella storia del Paese con 305 morti, di cui 27 bambini, e circa 200 feriti. Nel dicembre 2016 un altro attentato alla chiesa di San Marcos, della minoranza copta di Cairo, causò circa trenta morti e 50 feriti; nell’aprile dello stesso anno un doppio attentato contro due chiese copte, ad Alessandria e a Tanta, provocarono 43 morti e 120 feriti. Un altro degli obiettivi più apprezzati dal terrorismo sono i centri turistici, causando il crollo della più importante fonte di risorse del Paese, con l’abbattimento del volo 9268 della compagnia aerea russa Kogalymavia; un Airbus A321 che trasporta turisti dal complesso di Sharm al-Shaiq, sulle rive del Mar Rosso, a Mosca, uccidendone i 224 passeggeri. Tutti questi attentati furono rivendicati dal gruppo Wilayat Sinaí, legato allo SIIL, sebbene nel Paese ci siano altre organizzazioni terroristiche come Ajnad Misr (Soldati dell’Egitto) emerse nel gennaio 2014 con diversi attentati a Cairo, e Brigata al-Furqan e Gruppo salafita jihadista; questi due senza aver compiuto azioni. E nell’ovest del Paese, vicino al confine con la Libia è emerso l’haraqat Suad Misr (movimento del ramo egiziano) noto anche come movimento Hasam (decisione), strettamente legato ai Fratelli musulmani. Tale organizzazione avrebbe reclutato veterani provenienti da Siria ed Iraq, arrivati in Libia da entrambi i lati del confine. Il 20 ottobre, 58 agenti di polizia furono uccisi nell’oasi del Deserto Nero di Bahariya. Tali azioni terroristiche erano intimamente legate al rovesciamento di Mursi, il cui partito Libertà e Giustizia era il braccio politico della Fratellanza musulmana, organizzazione che fin dalle origini, nel 1928, è il serbatoio del fondamentalismo wahhabita, non solo in Egitto, a diffonderne la dottrina in molti altri Paesi islamici. La lunga storia dei Fratelli è costellata di estrema violenza. Nel dicembre 1948 assassinarono il primo ministro Mahmud Fahmi al-Nuqrashi, seguito da una sanguinosa campagna di attentati nella capitale. Nel 1954 tentarono di assassinare l’allora Presidente Abdal Gamal Nasser e furono uomini dei loro ranghi che assassinarono nel 1981 il presidente Anuar Sadat. L’attuale capo di al-Qaida, Ayman al-Zawahiri, si è formato dottrinalmente coi Fratelli. Nei giorni del colpo di Stato contro Mursi, i Fratelli musulmani scatenarono la guerra a Cairo e in altre città, provocando un numero mai definitivamente chiarito di morti, anche se la cifra si crede sia tra i 3 e i 5mila.
Il disordine nell’insicurezza è tanto fenomenico quanto economico, così al-Sisi ha dovuto attuare questa mobilitazione di truppe per trovare e distruggere le basi dei gruppi wahhabiti. Lo scorso novembre, al-Sisi ordinò ai Ministeri della Difesa e degli Interni un piano per sradicare il terrorismo nella penisola del Sinai, dove tali gruppi si sono insediati, protetti dai rapporti con alcune tribù presenti da secoli. Vi sono bande di irregolari e di contrabbandieri, che in molti casi fanno parte delle stesse tribù. Il risultato dell’ordine presidenziale è l’operazione “Sinai 2018” che comprende Sinai, Delta e aree desertiche ad ovest della valle del Nilo. A differenza delle operazioni “Aquila” del 2011 e “Diritto dei Martiri” nel 2015, questa volta sono coinvolte tutte le forze: Aeronautica, esercito, Marina, polizia e Guardie di frontiera, il che significa una mobilitazione senza precedenti nella guerra al terrorismo. Il piano, in pieno sviluppo, consiste nel sigillare i confini terrestri e marittimi per controllare il traffico di armi e impedire i movimenti della guerriglia. Gli spostamenti dei civili nelle aree interessate è vietato, anche per chi dovrebbe muoversi per motivi di salute. Le strade saranno trafficate dai civili solo a certe ore molto rigorose.

Primi risultati
Da quando è iniziata il 9, “Sinai 2018”, secondo i primi rapporti ufficiali, l’esercito insieme alla polizia ha effettuato 383 pattuglie e operazioni di ricerca in tutto il Paese. Mentre le truppe di stanza nel Sinai eliminavano circa 40 mujahidin e fatto circa 500 arresti, l’Aeronautica attaccava circa 200 campi, tra cui depositi di armi e esplosivi, laboratori per la produzione dei temibili IED (dispositivi esplosivi improvvisati), un centro di informazione e comunicazione, unità delle telecomunicazioni, e anche un dipartimento per la propaganda delle azioni e per il reclutamento. Inoltre, due tunnel sotterranei furono distrutti, di due metri di diametro, a una profondità di 25 metri e 250 metri di lunghezza, con un laboratorio per smantellare auto rubate, e collegamenti con diverse trincee nella zona di confine del Nord del Sinai. Furono rilevate e distrutte 79 trappole esplosive piantate nelle aree operative e 10 mine anticarro. 22 veicoli 4×4 e 58 motociclette venivano sequestrati. Le forze delle operazioni egiziane inoltre individuavano 13 campi di papaveri e cannabis e 7 tonnellate di droga. Allo stesso tempo, un carico di 1,2 milioni di pillole di Tramadol, un oppiaceo che agisce come analgesico, fu fermato. Mentre sul fronte occidentale l’esercito impediva un tentativo di contrabbandare armi e munizioni dal confine libico, distruggendo i quattro veicoli coinvolti, eliminandone tutti gli occupanti. Fonti militari rivelavano che il gran numero di detenuti forniva informazioni. Il governo al-Sisi è stato ripetutamente accusato di rapimenti, torture e uccisioni extragiudiziali, quindi è chiaro che dopo la fine dell’operazione, ci sarà una serie di denunce sulla violazione dei diritti umani dei terroristi.
L’operazione coordinata e aperta su due fronti, quella del Sinai e quella occidentale lungo il confine di oltre mille chilometri con l’instabile Libia, sostenute dall’Aeronautica e dalle Guardie di frontiera, impone il controllo totale. Mentre agenti di polizia e militari hanno creato quasi 500 punti di controllo sulle principali strade del Paese. L’operazione “Sinai 2018” ha avuto il sostegno del Papa Tawadros II della Chiesa copta ortodossa d’Egitto, delle autorità dell’Università di al-Azhar, l’istituzione culturale e religiosa più presente nel mondo musulmano. Inoltre al-Sisi, in meno di 48 ore riceveva la visita del segretario di Stato degli Stati Uniti, Rex Tillerson, che dava il suo sostegno al governo egiziano non solo nella lotta al terrorismo ma alle imminenti elezioni presidenziali, e di Sergej Naryshkin, il capo del Servizio d’Intelligence Estero della Russia. Il Presidente al-Sisi, con l’operazione “Sinai 2018”, cerca non solo di sconfiggere il terrorismo, ma anche di avviare la ripresa economica, e forse una guerra molto più sanguinosa contro lo SIIL.*Guadi Calvo è autore e giornalista argentino. Analista internazionale specializzato in Africa, Medio Oriente e Asia centrale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio