La difesa missilistica statunitense non ferma gli Scud yemeniti

25 anni dopo il fallimento della Guerra del Golfo, i sistemi Patriot degli Stati Uniti non riescono ancora a distruggere i missili sovietici degli anni ’60
Marko Marjanovic Checkpoint Asia 7 dicembre 2017Lo sapete, il mese scorso Ansarullah dello Yemen lanciò un missile sovietico Scud modificato contro l’aeroporto di Riyadh, intercettato in volo da missili Patriot di fabbricazione statunitense che i militari sauditi gli avevano sparato contro. Trump si vantò che “Il nostro sistema ha buttato giù il missile. Ecco quanto siamo bravi. Nessuno fa ciò che produciamo, e ora lo vendiamo in tutto il mondo”. Mentre i sauditi usarono il lancio del missile, sparato in rappresaglia ai loro innumerevoli massacri di civili, per intensificare il blocco dello Yemen, che ha già creato un’epidemia di colera e la malnutrizione nel Paese, fino ad affamarlo. Tuttavia, almeno due aspetti della storia sono sbagliati (Tre se si contano le assurdità di come il missile sarebbe stato fornito dall’Iran). Primo, il missile non fu lanciato da Ansarullah, poiché non ha queste armi pesanti. In realtà fu lanciato dai lealisti di Salah, cioè dalla parte dell’esercito rimastagli fedele e che fa parte della coalizione antisaudita dello Yemen. Inoltre i missili Patriot statunitensi non abbatterono lo Scud. Cinque missili furono sparati ma lo mancarono tutti. La Scud continuò sorvolando proprio la batteria antimissile saudita colpendo il territorio dietro di essa, mancando la pista di soli 300 metri, in realtà una precisione decente per un missile che risale agli anni ’60. Proprio come gli Stati Uniti mentirono sulle prestazioni dei missili Patriot durante la guerra del Golfo del 1990-91 contro l’Iraq. Presumibilmente i Patriot avrebbero intercettato la maggioranza degli Scud lanciati dall’Iraq, cosa che in seguito si dimostrò completamente falsa e infine riconosciuta come menzogna. Comunque fosse, da allora la storia fu che, sebbene i Patriot avessero fallito nel 1991, erano stati migliorati tanto che ora funzionano come pubblicizzato. Non è così. I sistemi antimissile statunitensi non riescono ad abbattere neanche i missili terra-terra sovietici degli anni ’60 (che di per sé non erano molto lontani dalle V-2 lanciate dai tedeschi nel 1944). Questa non è necessariamente un’accusa alla tecnologia statunitense. Colpire un missile supersonico con un altro missile è straordinariamente difficile. Farlo in modo affidabile sarebbe semplicemente al di là dell’attuale tecnologia. Ma si accusa la pubblicità degli Stati Uniti. Forse è ora che la smettano di vantare un sistema d’arma che chiaramente non funziona.
Il New York Times aveva un buon articolo di specialisti che smentivano la storia saudita: “Le prove analizzate da un gruppo di esperti missilistici sembrano dimostrare che la testata del missile violò senza ostacoli le difese saudite e quasi centrò il bersaglio, l’aeroporto di Riyadh. La testata esplose così vicino al terminal interno che i clienti saltarono dalle sedie… Lewis ed altri analisti del Middlebury Institute of International Studies di Monterey, in California, erano scettici quando sentirono la dichiarazione dell’Arabia Saudita di aver abbattuto lo Scud yemenita. I governi hanno sopravvalutato l’efficacia delle difese missilistiche in passato, anche nei confronti degli Scud. Durante la prima guerra del Golfo, gli Stati Uniti sostennero un registro perfetto di abbattimenti delle versioni irachene dello Scud. Le analisi successive rilevarono che tali intercettazioni fallirono. Aveva fallito anche a Riyadh? I ricercatori rastrellarono sui social media tutto ciò che fu pubblicato nell’area in quel periodo, alla ricerca di indizi.

I rottami
Lo schema dei detriti del missili su Riyadh suggerisce che le difese missilistiche colpirono l’innocua sezione posteriore del missile o lo mancarono del tutto. Proprio mentre i sauditi usarono le difese missilistiche, i rottami caddero nel centro di Riyadh. I video pubblicati sui social media riprendono una sezione particolarmente ampia, caduta in un parcheggio vicino la scuola Ibn Qaldun. Altri video mostrano rottami caduti in una manciata di luoghi su un’area di circa 500 metri lungo l’autostrada. Funzionari sauditi dissero che i rottami, che sembra appartenessero a un Burqan-2 abbattuto, ne dimostravano il successo. Ma un’analisi dei rottami mostra che le componenti della testata, la parte del missile che trasporta gli esplosivi, mancavano. La testata mancante indicava qualcosa d’importante agli analisti: il missile avrebbe eluso le difese saudite. Il missile, per sopravvivere agli stress di un volo di circa 600 miglia, era quasi certamente progettato per separarsi in due parti una volta sul bersaglio. Il fuso, che spinge il missile per la maggior parte della traiettoria, cade e la testata, più piccola e difficile da colpire, continua sull’obiettivo. Questo spiegherebbe perché i rottami a Riyadh sembrassero costituiti solo dal fuso, suggerendo che i sauditi avessero mancato il missile, o colpito il fuso dopo che si era separato, iniziando a cadere a terra oramai inutile. Alcuni funzionari statunitensi dissero che non ci sono prove che i sauditi abbiano colpito il missile. Invece, i resti potrebbero essere dovuti alla pressione del volo. Ciò che i sauditi presentavano come prova dell’intercettazione riuscita, sarebbe semplicemente il missile che si distacca dal fuso come previsto.La posizione dell’esplosione
Un’esplosione a 12 miglia di distanza all’aeroporto di Riyadh suggerisce che la testata volò senza ostacoli sul bersaglio. Verso le 21:00, all’incirca nello stesso momento in cui i rottami si schiantavano a Riyadh, una forte esplosione scosse il terminal nazionale dell’aeroporto internazionale Re Qalid di Riyad. “Ci fu un’esplosione nell’aeroporto“, dice un uomo in un video pochi istanti dopo l’esplosione. Lui ed altri si precipitarono alle finestre mentre i veicoli di emergenza correvano sulla pista. Un altro video, ripreso da terra, mostra i veicoli di emergenza alla fine della pista. Poco oltre compare un pennacchio di fumo confermando l’esplosione e indicando il probabile punto d’impatto. Un portavoce di Ansarullah disse che il missile colpì l’aeroporto. C’è un’altra ragione per cui gli analisti pensano che la testata abbia violato le difese missilistiche. Localizzarono le batterie Patriot che spararono al missile, mostrato nel video, scoprendo che la testata le sorvolò. Funzionari sauditi dissero che alcuni resti del missile intercettato caddero sull’aeroporto. Ma è difficile immaginare come un frammento disperso volasse 12 miglia oltre il resto dei relitti, o perché esplodesse all’impatto.

L’impatto
Fumo e danni al suolo suggeriscono che la testata colpì vicino al terminal nazionale dell’aeroporto. Le immagini dei soccorsi e il pennacchio di fumo rivelano informazioni anche sulla natura dell’impatto. Una foto del pennacchio presa da una posizione diversa sembra coerente coi pennacchi prodotti da missili simili, suggerendo che l’esplosione non fosse dovuta a un rottame disperso o a un incidente non correlato. Identificando gli edifici nella foto e nel video, la squadra di Lewis individuò i punti da cui furono riprese le immagini, rivelando la posizione precisa del pennacchio: a poche centinaia di metri dalla pista 33R e a circa un chilometro dall’affollato terminale interno. L’esplosione fu piccola e le immagini satellitari dell’aeroporto scattate immediatamente prima e dopo l’esplosione non sono abbastanza chiare da riprendere il cratere dall’impatto, secondo gli analisti. Ma mostra danni a terra coi veicoli di emergenza, sostenendo che la testata avesse quasi colpito la pista. Mentre Ansarullah mancò il bersaglio, secondo Lewis, si avvicinò abbastanza da mostrare che i suoi missili possono raggiungerlo evitando le difese saudite. “Un chilometro è un rateo d’errore piuttosto normale per uno Scud“, disse. Persino Ansarullah potrebbero non averlo capito, affermava Lewis. A meno che non avesse intelligence nell’aeroporto, avrebbe poche ragioni per dubitare delle relazioni ufficiali. “Ansarullah fu sul punto d’incenerire quell’aeroporto“, disse. Laura Grego, un’esperta missilistica dell’Unione degli scienziati interessati, espresse allarme sulle batterie della difesa saudita che spararono cinque volte contro il missile; “Spararono cinque volte a questo missile mancandolo sempre? È scioccante“, disse. “È scioccante perché questo sistema dovrebbe funzionare“.”Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Yemen, dinamica di un golpe fallito

Alessandro Lattanzio, 6/12/2017Il leader di Ansarullah, Sayad Abdulmaliq al-Huthi, affermava che il movimento era riuscito a sventare una grave minaccia alla sicurezza del Paese eliminando il complotto ordito dall’ex-presidente Ali Abdullah Salah, che si era schierato dalla parte degli aggressori dello Yemen. Il leader di Ansarullah affermava che le posizioni di Salah, sostenute da un fronte unito di nemici, avevano sorpreso anche il suo partito. Sayad Huthi affermava che i partigiani di Salah e la coalizione saudita si erano coordinati per occupare Sana. Sayad Huthi, osservando che il popolo e la resistenza dello Yemen erano stati i principali fattori che permisero alle forze yemenite di sventare la cospirazione, dichiarava che Arabia Saudita e suoi alleati Stati Uniti e Regno Unito, “Sono consumati dalla rabbia e gli auguriamo di morirne“, perché qualunque cosa facciano, la nazione yemenita sarà più resistente e vigile, traendo una lezione dal fallimento del complotto di Salah a Sana. La guerra scatenata da Salah era, difatti, la continuazione della guerra lanciata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti contro lo Yemen, dato il supporto aereo da essi fornito alle milizie di Salah. Infine, invitava tutte le forze politiche dello Yemen a rimanere unite e a formare un fronte unico per difendere l’indipendenza del Paese e sconfiggere il nemico.
Secondo funzionari yemeniti, il golpe di Salah fu programmato ad Abu Dhabi all’inizio dell’anno, in collaborazione con l’Arabia Saudita; “Muhamad bin Salman principe ereditario dell’Arabia Saudita, fu convinto dagli Emirati Arabi Uniti ad abbandonare l’ex-presidente yemenita Abdarabu Mansur Hadi a vantaggio di Salah, allo scopo di por fine alla guerra contro lo Yemen. Gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno perso molti uomini in questa guerra e sembra che con l’aiuto degli Emirati Arabi Uniti, Salah, o uno dei suoi figli, potesse concluderla“. Muhamad bin Salman aveva inviato Ahmad al-Asiri, ex-portavoce della coalizione saudita, ad Abu Dhabi a giugno per incontrare il figlio di Salah, Ahmad, e discutere la possibilità di formare un nuovo governo nello Yemen. Ahmad vive da cinque anni negli Emirati Arabi Uniti. Murad al-Azany, analista politico yemenita e professore all’Università di Sana, dichiarava che il figlio di Salah era la “carta vincente” degli Emirati Arabi Uniti, “Gli Emirati Arabi Uniti hanno tenuto sotto controllo Ahmad nel caso in cui qualcosa accadesse al padre: in quel caso, pensavano di spedirlo immediatamente nello Yemen ad assumerne il ruolo. Gli Emirati Arabi Uniti hanno sempre avuto piani per lui: è uno strumento, proprio come l’ex-presidente afgano Hamid Karzai fu usato dagli Stati Uniti, e quando sarà il momento, lo useranno per fare ciò che vogliono“.
Secondo il ricercatore iraniano Dr. Muhamad Sadiq al-Husayni, Salah aveva preparato il colpo di Stato contro Ansarullah otto mesi prima, con l’aiuto del principe emiratino Muhamad bin Zayad, del generale Shaul Mofaz, ex-ministro della Difesa israeliano, di Muhamad Dahlan, ex-membro del comitato centrale di Fatah e di Ahmad Ali Abdullah Salah, figlio dell’ex-presidente yemenita. La pianificazione dell’operazione fu avviata ad Abu Dhabi, e successivamente gli incontri si svolsero sull’isola di Socotra, ceduta da Abdurabu Manour Hadi agli Emirati Arabi Uniti. Nell’isola si ebbero nove incontri, con la partecipazione di ufficiali degli Emirati Arabi, schierati nel sud dello Yemen, ed ufficiali israeliani inviati da Shaul Mofaz. Secondo Husayni, 1200 miliziani fedeli ad Ali Abdullah Salah furono addestrati nelle basi militari degli Emirati Arabi Uniti ad Aden, in vista dell’attuazione del colpo di Stato. Furono stanziati fondi per addestrare 6000 uomini di Salah. Il centro operativo di Muhamad bin Zayad passò 289 milioni di dollari da Aden a Sana attraverso i parenti di Ali Abdullah Salah, tra febbraio e giugno 2017. Inoltre, tra agosto e fine ottobre 2017, Salah ricevette altri 100 milioni di dollari. Il colpo di Stato era previsto per il 24 agosto, ma gli Emirati Arabi Uniti e gli israeliani posticiparono l’operazione per due motivi: scarsa preparazione delle forze di Salah ed Ansarullah che aveva scoperto i piani golpisti. Ancora, i golpisti decisero di armare e addestrare 8000 combattenti filo-Salah. La missione fu affidata a 16 capi dello SIIL trasferiti dall’Iraq ad Aden all’inizio del 2017 e a 4 ufficiali israeliani inviati sempre ad Aden. Le armi dei golpisti furono nascoste in 49 nascondigli a Sana, secondo il piano di mobilitazione per armare i seguaci si Salah nel momento in cui il centro operativo avesse deciso di agire, con sorpresa e rapidità, contro Ansarullah nella capitale Sana. Il piano scattò la notte del 3 dicembre, e prevedeva di controllare Sana entro sei ore. Quando la direzione di Ansarullah capì che i negoziati con Salah erano una manovra tattica, gli garantì la via di fuga in cambio della fine del colpo di Stato, avvertendo che in caso contrario avrebbe risolto la situazione militarmente, cosa effettivamente successa tra il 2 e il 3 dicembre 2017. Dopo che la situazione fu risolta a Sana da Ansarullah, Ali Abdullah Salah fu costretto a fuggire dalla capitale. In coordinamento con gli Emirati Arabi Uniti, i cui aerei scortarono il suo convoglio, costituito da 3 veicoli blindati e 8 tecniche. 11 posti di blocco lungo la strada furono bombardati dagli aerei della coalizione saudita aprendo la via di fuga a Salah. Ma a Sayan si ebbe lo scontro con elementi di Ansarullah, quindi qli aerei della coalizione saudita bombardarono la postazione per eliminare Ali Abdullah Salah, scomodo testimone del coordinamento tra Emirati Arabi, sauditi ed israeliani.
Ali Abdullah Salah aveva commesso quattro gravi errori:
– Non ha saputo valutare la reazione di Ansarullah. Da agosto, le milizie dell’ex-presidente avevano ampliato l’influenza nella capitale e l’inattività di Ansarullah fu interpretata da Salah come segno di debolezza, mentre in realtà Ansarullah seguiva tutto ciò accadeva e vi si preparava.
– Le principali tribù yemenite, anche quella di Salah, i Sanhan, non sostenevano il colpo di Stato. Furono infatti sorprese dall’improvviso cambio di posizione dell’ex-presidente, che annunciava la fine dell’alleanza con Ansarullah e l’apertura dei rapporti con l’Arabia Saudita. Gli yemeniti si rifiutarono di allinearsi con gli aggressori, che da tre anni distruggono il loro Paese. Inoltre, solo pochi giorni prima Salah aveva elogiato l’Iran e denunciato l’Arabia Saudita.
– Il partito di Salah, il Congresso del Popolo, non lo seguì su questo piano, ritenendolo un mero tradimento.
– Sauditi ed emirati non mantennero la promessa di un aviosbarco presso Sana per sostenere le milizie di Salah, rapidamente travolte da Ansarullah.
Il Comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) Generale Muhamad Ali Jafari, dichiarava “Abbiamo visto che i nemici intendevano lanciare un colpo di Stato contro i Mujahidin ed Ansarullah, ma questo complotto è stato stroncato sul nascere“. Il ministero degli Interni yemenita confermava che l’ex-presidente Salah era stato eliminato mentre scappava da Sana verso Marib su un veicolo blindato. Salah era accompagnato dal vice Arif Zaqa e dal Segretario generale del Partito del Congresso Popolare Yasir al-Uazi quando la loro auto fu colpita al checkpoint di Qulan al-Tayal. Salah doveva incontrare il cugino Ali Muhsan al-Ahmar, vice di Hadi, che doveva aiutarlo a fuggire negli Emirati Arabi Uniti. Nel frattempo, Zayfullah al-Shami, del politburo di Ansarullah, dichiarava che “Ansarullah, che ha già colpito Riyadh e Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti due volte, può colpire la capitale di qualsiasi altro Paese membro della coalizione degli aggressori che ha scatenato la guerra contro lo Yemen e l’occupa. Inoltre, abbiamo dato una risposta diretta agli Emirati Arabi Uniti quale principale sostenitore delle milizie di Salah, dove possedeva beni e proprietà e i figli vivono. Salah e gli Emirati Arabi Uniti si erano coordinati, ma si sono infine disonorati e la loro vera natura è stata svelata”. Il presidente-fantoccio Abdurabu Mansur Hadi, difatti, era caduto in disgrazia presso gli Emirati Arabi Uniti, che ora versano miliardi di dollari per sostenere Aydarus al-Zubaydi, capo secessionista del sud e rivale dell’ex-presidente-fantoccio. Le sue forze avrebbero impedito a quelle di Hadi l’accesso alla città di Aden, capitale della coalizione filo-saudita.
Il fondatore di Ansarullah, Sayad Husayn Badradin al-Huthi, creò il movimento negli anni ’90. All’epoca Sayad Husayn era deputato nel parlamento dell’opposizione al governo dell’ex-presidente Ali Abdullah Salah. Salah definì Sayad Husayn un cospiratore finanziato dall’Iran e l’accusò di aver suscitato violenze, quindi lanciò la guerra contro il movimento, nel nord dello Yemen, che durò dal 2004 al 2009. Salah era sostenuto da Stati Uniti e Arabia Saudita. Il movimento Ansarullah aveva carattere civico-sociale, ma quando Sayad Husayn fu assassinato dalle forze di Salah, suo fratello, Sayad Abdalmaliq, ne assunse la guida. Il movimento fu uno dei principali organizzatori delle proteste contro l’ex-presidente Salah nel 2011, e si oppose anche all’elezione di Abdurabu Mansur Hadi, sostenuto dall’occidente e dai sauditi. Salah voleva emendare la costituzione, volendo portare il mandato presidenziale da cinque a sette anni. Salah voleva rimanere in carica fino al 2013, quando il figlio Ahmad avrebbe avuto 40 anni, l’età minima per divenire presidente. Ma si scontrò con Hadi e il suo gruppo. Per 33 anni Salah aveva governato lo Yemen con una complessa rete di alleanze tra gruppi militari, civili e tribali. Dopo aver ceduto il potere al vice Hadi, nel 2012, nell’ambito di un accordo con Stati del Golfo e Stati Uniti, Salah rimase a comandare diverse unità dell’esercito e a presiedere il partito del Congresso Generale del Popolo, che aveva fondato. Il presidente Hadi permise al partito Isla, della fratellanza mussulmana, d’influenzare governo e parlamento. Ma ciò innescò proteste popolari ancora più grandi, guidate da Ansarullah, che il 21 settembre 2014 prese il controllo del governo, senza scontrarsi con le forze di sicurezza. Ansarullah eliminò dalle proprie aree d’influenza la presenza dei taqfiriti e di al-Qaida, suscitando la reazione di Stati Uniti, Regno Unito, Israele e sauditi. Nel maggio 2015, dopo le incursioni aeree saudite su Sana, Salah annunciò l’alleanza con Ansarullah. Nel 2016, il partito di Salah firmò un accordo con Ansarullah, formando il consiglio politico che governa il Paese. Autosufficienza ed autodeterminazione sono i principi base della leadership yemenita di Ansarullah, che in oltre 2 anni di guerra ha anche dimostrato di non essere un “gruppo ribelle”, ma di essere ben organizzato, ben addestrato, politicamente scaltro e con esperienza di governo, soprattutto della regione di Sada. Ansarullah ora ingloba la maggior parte delle Forze Armate dello Yemen, comprese Guardia costiera, Guardia Repubblicana e Aeronautica.E in relazione a ciò, il New York Times affermava che il missile Burqan-2H lanciato dagli yemeniti sull’aeroporto internazionale di Riyadh, aveva colpito il territorio aeroportuale accanto a una delle piste, a un chilometro dal terminal. Quindi, il missile aveva eseguito il programma di volo violando la difesa aerea saudita, costituita da batterie di missili antiaerei Patriot. Aspetto che i funzionari sauditi e statunitensi hanno voluto nascondere. In definitiva, l’Arabia Saudita dimostrava, ancora una volta, incapacità geopolitica e disponibilità a sacrificare gli alleati, a differenza dell’Iran, che non abbandona mai un alleato in difficoltà. Ciò ha permesso alla Repubblica Islamica dell’Iran di avere molti alleati. Difatti, l’episodio di Salah è il terzo grave fallimento in tre mesi dei sauditi. Il primo fu il referendum curdo del 25 settembre, sostenuto da Israele, Stati Uniti ed Arabia Saudita, allo scopo di smembrare l’Iraq, ma si concluse con la schiacciante sconfitta del capo curdo Barzani e dei suoi alleati, sorpresi dalla risposta rapida e decisa di Baghdad che in una sola settimana liberava Qirquq e la sua provincia, occupate dai pishmirga dal 2013. Il secondo fallimento saudita si aveva in Libano, all’inizio di novembre, col caso delle ‘dimissioni’ di Hariri, volte a rovesciare il governo libanese e far esplodere una guerra civile contro Hezbollah.Fonti:
FNA
FNA
Fort Russ
al-Jazeera
Jurij Ljamin
al-Manar
Reseau International
TeleSur

Yemen, golpe fallito e reazione internazionale

Alessandro Lattanzio, 4/12/2017Il 2 dicembre 2017, il presidente del Comitato rivoluzionario supremo Muhamad Ali al-Huthi invitava le tribù yemenite a prepararsi a coordinarsi con la Sicurezza pubblica per proteggere la capitale Sana. “Fratelli ribelli delle tribù dello Yemen, c’è un complotto tramato contro la capitale Sana, e su voi, che ne avete protetto sicurezza e stabilità la notte del 21 settembre, che contiamo oggi per coordinarsi con la Sicurezza pubblica delle province, se è necessario proteggere la sicurezza nella capitale o in qualsiasi provincia sia pronta a richiederla, a Dio per il nostro Yemen“. Il leader del movimento popolare Ansarullah dello Yemen, Abdulmaliq al-Huthi, aveva criticato la nuova posizione dell’ex-presidente Ali Abdullah Salah, che creava caos nella capitale yemenita Sana, definendolo tradimento della nazione. Salah aveva invitato le forze armate e la polizia a rivoltarsi contro Ansarullah, esprimendo l’intenzione “di voltare pagina” nei rapporti con la coalizione saudita che ha invaso lo Yemen. Dal 29 novembre si svolgevano scontri armati, scatenati dalle forze fedeli a Salah (Afash), contro le forze popolari. Le forze di Salah, “provocano caos e disordine contro la sicurezza e la stabilità” del Paese, concludeva il leader di Ansarullah. Salah si dimise dopo la rivolta del 2011, dopo essere stato al potere per 33 anni. Nel 2012 ciò spianò la strada al potere ad Abdurabuh Mansur Hadi. Tuttavia, nel 2014 Hadi si dimise e fuggì in Arabia Saudita. Da allora Ansarullah governa lo Yemen. Salah si alleò con Huthi e l’esercito yemenita per difendere il Paese contro l’aggressione saudita iniziata nel marzo 2015.
Il 3 dicembre, il portavoce di Ansarullah, Muhamad Abdasalam, affermava via twitter: “Ieri hanno festeggiato sui media il rovesciamento della capitale e di cinque province, e di sera le loro forze aeree hanno bombardato Sana, le cinque province ed altre. Perché bombardano le aree che hanno perso! C’era un grave complotto e ci hanno scommesso, ma è fallito facendoli cadere tutti. Grazie e lode a Dio e Dio benedica il popolo yemenita“, concludeva Abdusalam. L’aviazione saudita aveva bombardato le caserme Garban, Istiqbal, 22 Mayu e Tal Rayan, a Sana, l’edificio governativo e il dipartimento di sicurezza di Amaran, compiendo varie incursioni in diverse province, dopo il fallimento del complotto per destabilizzare queste province. Il portavoce di Ansarullah osservava che molti leader del Partito del Congresso Generale Popolare, il partito di Salah, non ne accettavano la nuova posizione, mentre le forze di sicurezza sopprimevano molti tentativi di creare caos. Il portavoce confermava che gli EAU avevano manovrato il tentato golpe appoggiando certi capi del Congresso Generale Popolare. Abdasalam dichiarava che le forze di sicurezza erano pronte a porre fine alla sovversione nella capitale e che la situazione sui fronti non ne veniva influenzata. Nel frattempo, le truppe yemenite respingevano l’attacco saudita nel Najran e bombardavano le posizioni delle truppe dell’alleanza saudita su Jabal Qays, Munaq, Qirs, Abadiya e Qaran, mentre nel governatorato di al-Juf un UAV degli Stati Uniti veniva abbattuto dalle truppe yemenite. A Sana, le forze yemenite liberavano il quartiere Syasi, vicino all’ex-ambasciata saudita, che la coalizione saudita aveva colpito cinque volte la mezzanotte del 2 dicembre. Ad est di Sana, sul fronte di Nahm, le truppe yemenite liberavano il Jabal Salab. A nord di Sana, l’aeroporto veniva bombardato tre volte dall’alleanza saudita, ma restava sotto il controllo delle truppe yemenite.
Sempre il 3 dicembre, il Consiglio Politico Supremo dello Yemen, che dirige gli affari di Stato, dichiarava che la situazione a Sana era tornata alla normalità dopo gli scontri tra le forze fedeli all’ex-presidente Ali Abdullah Salah (forze Afash) e Ansarullah. Il capo del Consiglio Salah Ali al-Samad invitava i partiti e le tribù yemeniti a contrastare qualsiasi atto di aggressione e le “cospirazioni” volte ad istigare tensioni. “I servizi di sicurezza continuano gli sforzi per migliorare sicurezza e stabilità, e tutti coloro che cercano di destabilizzarle saranno trattati con severità. Tutte le figure, le persone sagge e tutti i cittadini devono esercitare la massima responsabilità e disciplina e assumersene la responsabilità nella fase attuale per risparmiare al Paese il flagello di conflitti interni“. Salah aveva avviato colloqui con l’Arabia Saudita per “voltare pagina” se Riyad toglieva il blocco e fermava i bombardamenti sullo Yemen. Il leader di Ansarullah Abdulmaliq al-Huthi descriveva la posizione di Salah come un “tradimento” che favoriva i nemici dello Yemen. Le forze leali a Salah “continuano a portare caos e a disturbare sicurezza e stabilità”, aveva dichiarato descrivendo l’azione dell’ex- presidente come “colpo di Stato” contro l’alleanza yemenita. “Dobbiamo continuare a sostenere i fronti dei combattimenti perché questo complotto è l’ultima carta delle forze d’aggressione, con cui cercano d’imporre l’occupazione del nostro Paese“, osservava Huthi. Ansarullah eliminava decine di posizioni delle milizie golpiste Afash a Sana e provincia, occupando a Sana le caserme Suad e Shiraz della 4.ta Brigata e il 48.mo ospedale; in via Baghdad le milizie Afash venivano eliminate dalla moschea Abu Ubayda. Anche la caserma Amad veniva occupata, liberando il quartiere Nuarah, mentre venivano occupati l’ex-ambasciata saudita e numerosi edifici amministrativi, come gli edifici del Comitato permanente di Hasbah, del Comitato permanente di Hadah, della TV Yemen ad Atan e la moschea al-Salah. Nella provincia di Amaran, le forze di sicurezza, in collaborazione coi Comitati Popolari, liberavano Bani Sarim e Bani Qays. Nella provincia di Ib, la stazione al-Sayani veniva liberata come il dipartimento di polizia nell’est della città di Ib. Nella provincia di Dhamar, l’edificio al-Qumani e l’ingresso nord di Dhamar venivano liberati mentre numerose forze Afash venivano catturate. Anche le stazioni Rasabah, Mabar, Sanban, Hada al-Hurur e Naqil Yaslah venivano riprese. Nella provincia di Haja il capo della milizia Afash, Zidan Dahshush, fuggiva mentre veniva assicurata la linea Haja-Sana. I servizi di sicurezza liberavano i quartieri al-Sabin, Maspahi, al-Qana e via Algeria mentre centinaia di golpisti si arresero nella capitale. Infine, il Ministero degli Interni yemenita dichiarava la morte dell’ex-presidente Ali Abdullah Salah, del suo vice Arif Zaqa e del segretario generale del Partito del Congresso Yasir al-Uazi, mentre fuggivano da Sana verso Marib, dove si trovava il vice del presidente-fantoccio filo-saudita Hadi, Ali Muhsan al-Ahmar. Il presidente del Consiglio politico supremo Salah al-Samad dichiarava che la sedizione era stata repressa grazie al sostegno dei servizi di sicurezza, dell’esercito, dei comitati popolari, dei comitati di mediazione, delle tribù, dei capi del Congresso generale del popolo e della sua base popolare, che avevano deciso di opporsi al golpe di Salah, e delle amministrazioni centrali e periferiche dello Stato.
Il 4 dicembre, il Ministero degli Interni annunciava la fine della crisi nella capitale Sana e in tutte le province. Il Ministero degli Interni ringraziava il Consiglio politico supremo, il governo di salvezza, il popolo, le tribù e le forze nazionali dello Yemen per il sostegno ai servizi di sicurezza nel ripristinare sicurezza e stabilità del Paese. Almeno otto civili yemeniti venivano uccisi da un raid aereo saudita nella provincia di Sada. Aerei sauditi bombardavano le aree dell’Aeroporto Internazionale e del Ministero degli Interni di di Sana, per appoggiare il fallito golpe di Salah.Il 4 dicembre, la centrale nucleare di al-Braqa, in costruzione ad ovest di Abu Dhabi, veniva colpita da un missile da crociera Qurus, che aveva volato per 1600 km. La centrale nucleare, che dovrà ospitare 4 reattori, è in costruzione dal luglio 2012. Il leader della rivoluzione yemenita Abdulmaliq Badradin al-Huthi, il 14 settembre 2017 aveva avvertito gli Emirati Arabi Uniti della possibilità di attacchi missilistici in qualsiasi momento, sottolineando che la forza missilistica yemenita aveva testato un missile da crociera capace di raggiungere Abu Dhabi. L’azione era chiaramente la risposta al tentato golpe organizzato da Salah ed Emirati Arabi Uniti.

Fonti:
HispanTV
IFP News
ISW News
RussiaToday
Yemen Press
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Yemen Press
Yemen Press
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9 menzogne sulla guerra allo Yemen

Randi Nord Geopolitics Alert 6 settembre 2017Circa due anni e mezzo fa, l’Arabia Saudita iniziava a bombardare e occupare lo Yemen per sostenere il governo fantoccio di Abdrabuh Mansur Hadi. Gli attacchi aerei sauditi colpiscono deliberatamente case. Decine di migliaia sono i morti. Milioni a rischio di carestia. L’assedio ha scatenato un’epidemia di colera senza precedenti. E il popolo non può nemmeno fuggire perché l’aeroporto è chiuso per volere dell’Arabia Saudita. I media aziendali non seguono lo Yemen. Non solo evitano informazioni cruciali, ma mentono apertamente per rafforzare la narrazione imperialista. Geopolitics Alert tenterà di sfatare molti miti e spiegare la verità.

1. La guerra nello Yemen non è una guerra civile
La guerra civile indicherebbe che gli yemeniti combattono altri yemeniti, ma ciò è di per sé sbagliato. La resistenza dello Yemen (che include Ansarullah, Guardia Repubblicana e altri) attualmente combatte mercenari sostenuti dai sauditi, tra cui molti soldati sudanesi e degli Emirati Arabi Uniti, nonché della compagnia privata Blackwater. Non può esserci una guerra civile perché Arabia Saudita ed alleati sono una forza d’invasione che occupa lo Yemen inviandovi combattenti stranieri.

2. …o una guerra per procura.
Bene, da un lato è una guerra per procura, ma gli unici fantocci sono quelli di Arabia Saudita ed alleati. La resistenza dello Yemen non riceve aiuto estero e non combatte per alcuna potenza straniera: semplicemente vuole guidare lo Yemen senza interferenze straniere. Perché il conflitto nello Yemen sia una guerra per procura, un’altra potenza straniera dovrebbe manipolare la resistenza dello Yemen, ma non è per nulla così. (Ne riparleremo più avanti).

3. …un conflitto sunnita-sciita.
Se qualche notiziario fa passare la guerra nello Yemen (o qualsiasi guerra) per un semplice conflitto tra sunniti e sciiti, dovreste immediatamente smettere di seguirlo. Tale argomento prima di tutto ignora fattori e poteri, riducendo il conflitto a semplice differenza religiosa. È da ignoranti. Sì, il movimento Ansarullah dello Yemen è stato fondato da zayditi sciiti. Ma vi sono combattenti e politici di diverse sette e religioni che semplicemente non vogliono che potenze straniere controllino il loro Paese. Inoltre, chiamare l’Arabia Saudita sunnita ignorandone l’intollerante e violenta ideologia wahabita è un insulto a tutti i sunniti.

4. L’Arabia Saudita ha sempre desiderato il controllo politico ed economico dello Yemen.
Uno sguardo al secolo scorso dice tutto ciò che si deve sapere delle intenzioni saudite nello Yemen. Durante la rivoluzione dello Yemen del 1962, l’Arabia Saudita sostenne i realisti che combattevano per mantenere l’imamato. Sapevano che uno Yemen indipendente sarebbe divenuto un Paese forte, al confine sud, e che sarebbe diventato un concorrente. Anche a quei tempi, l’imamato sciita era preferibile a una repubblica dal punto di vista saudita. Lo Yemen è ancora l’unica repubblica della penisola arabica e lo è ancora: l’Arabia Saudita non può sopportare una repubblica pluralista, economicamente vitale e indipendente nella penisola arabica.

5. Gli “Huthi” (Ansarullah) non sono una milizia iraniana.
Il comportamento saudita nello Yemen è genuinamente macabro e ripugnante. In che modo Stati Uniti ed Europa possono giustificare militarmente il sostegno a tale guerra terroristica? Ah sì, l’Iran, ovviamente. Sfortunatamente per gli imperialisti, non ci sono prove a sostegno di tale accusa. In realtà, tutte le affermazioni sull'”influenza iraniana” portano a vicoli ciechi come barche oscure nel Golfo o le rotte del contrabbando che passano dal Quwayt. Ansarullah, la resistenza dello Yemen e l’Iran non solo negano tale relazione, ma non ci sono prove che lo suggeriscano. Il Comitato rivoluzionario supremo dello Yemen nella capitale Sana ha i mezzi per fabbricare e sviluppare proprie armi. L’ex-presidente Salah era un alleato degli Stati Uniti che ricevette importanti aiuti militari nei primi anni della “Guerra al terrore”. Quindi non c’è carenza di armi nello Yemen. E i media hanno dimenticato blocco a terra, in mare e aereo imposto dai sauditi?

6. al-Qaida è un alleato degli USA nello Yemen.
Perché l’Arabia Saudita bombarda i civili nel territorio della Resistenza mentre al-Qaida continua a prosperare in altre aree? Al-Qaida è un alleato e pedina di Arabia Saudita e Stati Uniti. Questo fino a quando non diventa troppo forte, quando gli Stati Uniti entrano in azione compiendo certe operazioni speciali confuse e di alto profilo. In alcune parti del sud dello Yemen, membri di al-Qaida combattono al fianco delle truppe filo-saudite. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti impiegano mercenari locali. Chi ha detto che non ci sono membri di al-Qaida tra costoro? Nessuno, perché questo non se ne è mai discusso. Indipendentemente da ciò, al-Qaida e la coalizione saudita combattono lo stesso nemico: Ansarullah. L’obiettivo principale saudita in questa guerra è distruggere il movimento di resistenza dello Yemen, non al-Qaida. Qualsiasi attacco ad al-Qaida dagli Stati Uniti avviene per fare pressione su Ansarullah, non per spazzare via il gruppo, proprio come usano lo SIIL in Siria e Iraq.

7. Ansarullah ed alleati combattono contro SIIL e al-Qaida.
L’unica forza che combatte al-Qaida e SIIL nello Yemen è Ansarullah insieme agli alleati. Sono l’unico vero nemico di tali gruppi terroristici nel Paese. Come movimento rivoluzionario, ha un ruolo importante nel mantenere le comunità al riparo da violenze e forze reazionarie intolleranti come al-Qaida. Ansarullah ed alleati sono le uniche entità nello Yemen che prendono provvedimenti sostanziali per sradicare i gruppi terroristici dal territorio. Le forze di sicurezza creano checkpoint e sopprimono potenziali attacchi terroristici. Questo fatto, ovviamente, viene convenientemente ignorato dai media. D’altra parte, gli attacchi suicidi di gruppi come SIIL o al-Qaida sono relativamente frequenti nel territorio occupato da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

8. Il blocco uccide più velocemente delle bombe.
Stime ufficiali registrano il bilancio delle vittime della guerra in Yemen a circa 12000. Le fonti locali riportano un numero molto più alto. Eppure, questo dato riflette solo i morti negli attacchi aerei e nelle operazioni militari. Sì, la campagna aerea saudita uccide civili quasi quotidianamente. Ma solo da aprile, oltre 2000 persone sono morte per un’epidemia di colera senza precedenti. E ancora una volta, è solo un dato ufficiale. Il blocco via terra, aria e mare imposto dai sauditi è direttamente responsabile dell’innesco di tale focolaio. Ciò è chiaramente intenzionale e strategico. Non solo i sauditi negano l’ingresso agli aiuti per lo Yemen, ma non consentono ai civili di partire per cure mediche, ed hanno distrutto le infrastrutture portuali yemeniti. Per non parlare, a causa del blocco, dei milioni di yemeniti sull’orlo della carestia.

9. ONU e comunità internazionale non hanno fatto letteralmente nulla.
Dato che le potenze mondiali si alleano con l’Arabia Saudita e i loro amici nel Consiglio di cooperazione del Golfo, le grida di aiuto yemenite cadono nel vuoto. A parte qualche rimprovero, le Nazioni Unite non hanno fatto assolutamente nulla per fermare la guerra. Non hanno fatto pressioni sull’Arabia Saudita per aprire l’aeroporto di Sana. Raramente incoraggiano i colloqui di pace. E non hanno esortato Stati Uniti e Regno Unito smettere di armare l’Arabia Saudita. Di fatto, su pressione dell’Arabia Saudita, il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon ha effettivamente rimosso vari Paesi che violano i diritti umani dei bambini. Che altro aspettarsi da un’organizzazione che ha eletto il peggiore violatore dei diritti umani del mondo (Arabia Saudita) al Consiglio per i diritti umani e al Comitato per i diritti delle donne?

I media occidentali nascondono i crimini di guerra e condannano “le violenze da tutte le parti”
Fino alla fine della guerra nello Yemen, i media occidentali continueranno ad agire ambiguamente. Secondo le parole immaginifiche di Donald Trump, continueranno a condannare “la violenza da tutte le parti”. (Non ha senso, ma sembra suonare bene). E naturalmente ignoreranno completamente che una parte ha l’aeronautica e il sostegno delle potenze mondiali, mentre l’altra si difende da invasori e terroristi. I media occidentali continueranno a condannare i gruppi sbagliati mentre occultano il comportamento terroristico di Arabia Saudita ed alleati.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Libano unito e Partito Comunista Libanese

Joyce Chediac, Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Liberation News, 22 novembre 2017Proprio la scorsa settimana, le sconvolgenti dimissioni di Sad Hariri da primo ministro libanese e l’assalto verbale a Hezbollah e Iran ponevano le basi per un conflitto interno e dava ad Israele un pretesto per attaccare. Durante la settimana, il Libano si è unito per difendere la sovranità, vedendo Hariri tenuto prigioniero da una potenza straniera e chiedendone il ritorno dall’Arabia Saudita.

Cosa è cambiato e perché?
Jana Nakhal, ricercatrice indipendente e membro del Comitato centrale del Partito comunista libanese, ha guidato questa giornalista sugli sviluppi il 16 novembre. “Quando Hariri si è dimesso da primo ministro libanese in Arabia Saudita, il 4 novembre, tutti furono scioccati”, affermava. “Tutto era possibile, un bombardamento israeliano, assassini. Tutti erano preoccupati che il Libano fosse al centro di un confronto internazionale“. L’ingombrante sistema politico del Libano è facilmente destabilizzabile. Unito dai colonizzatori francesi nel 1925, impone che i posti del governo e la ripartizione parlamentare si basino sui diversi gruppi religiosi del Paese. Hariri rappresentava i sunniti e Aoun i cristiani, in linea con Hezbollah, il gruppo più forte della comunità sciita. Tuttavia, il leader di Hezbollah Sayad Hasan Nasrallah e il presidente Michel Aoun, se oppositori politici di lunga data di Hariri, l’hanno sostenuto contro l’Arabia Saudita, difendendo la sovranità libanese chiedendone la liberazione. Aoun aveva detto che non accetterà le dimissioni di Hariri a meno che il primo ministro non tornasse in Libano a spiegarsi. Aoun e Nasrullah hanno spinto il principio dell’unità nazionale, e la popolazione si è radunata attorno all’appello. “Fermare l’escalation era la soluzione. Tutti si opposero“, aggiungeva Nahkal. Non ci sono stati scontri interni anche se il movimento Futuro di Hariri, sempre pronto ad incolpare Hezbollah di tutto, li avrebbe avviati. La crisi, affermava, era vista in Libano come creazione dei sauditi, e divenne un problema diplomatico per Riyadh.

L’unità interna dissuade l’aggressione israeliana
Nakhal sottolineava l’importanza dell’unità libanese per scoraggiare l’aggressione israeliana, poiché i combattimenti tra gruppi furono usati da Israele come pretesto per attaccare. Ad esempio, il Paese si riuniva attorno ad Hezbollah ed altri combattenti della resistenza quando respinsero l’invasione israeliana nel 2006. “Nel 2006, ci siamo resi conto che Israele poteva batterci solo dall’interno”. “Non ci sarà un attacco adesso“, aggiungeva Nakhal: “Israele vuole attaccare secondo il proprio programma“. I pericoli rimangono. Ad esempio, l’Arabia Saudita potrebbe imporre un blocco o boicottaggio economico al Libano. Ciò sarebbe certamente dannoso, dato che 350000 cittadini libanesi lavorano in Arabia Saudita e trasferiscono a casa in media 4,5 miliardi di dollari l’anno, entrate molto necessarie.

L’attacco saudita alla sovranità libanese
Perché l’Arabia Saudita ha interferito così apertamente negli affari interni del Libano, al punto da trasformare questa piccola nazione in una zona di guerra nel tentativo di affrontare l’Iran? Uno dei principali clienti di Washington nel Medio Oriente, l’Arabia Saudita vede il Libano non come Stato sovrano ma come estensione dei propri interessi. Riyadh da tempo considera Hariri, dalla doppia cittadinanza saudita-libanese e dagli interessi commerciali nel regno, come “suo uomo” in Libano. I sauditi si arrabbiarono quando entrò nel governo di coalizione con Aoun e Hezbollah, lo scorso anno, anche se fu il primo governo capace di portare stabilità e sviluppare il bilancio nazionale in 13 anni. Le recenti indicazioni del riavvio delle relazioni e di un accordo politico tra i governi libanese e iraniano hanno fatto arrabbiare Riyadh tanto da convocare Hariri per firmare le dimissioni. Il 23 agosto, Hariri disse ai funzionari iraniani che “Israele e il terrorismo” erano le principali minacce al Libano, non Hezbollah ed Iran, come sostengono i sauditi. Il 3 novembre, Hariri incontrò il principale consigliere iraniano Ali Akbar Velayati, che descrisse le relazioni tra Libano e Iran come “molto buone”. Il giorno successivo, Aoun incontrava Velayati e, secondo Tehran Times, “elogiò il ruolo dell’Iran nel contribuire a stabilità e sicurezza nella regione e dato grande importanza all’espansione dei legami tra i due Paesi“.
Nakhal sottolineava che il discorso delle dimissioni di Hariri, facendo rivivere la vecchia linea del “terrorismo dall’Iran”, è l’esatto opposto delle recenti dichiarazioni. Uno non s’incontra con un iraniano un giorno, e il giorno dopo chiede di “tagliare la mano dell’Iran” in Libano. I sauditi sono anche fortemente contrari al sostegno di Hezbollah agli yeminiti che combattono il dominio saudita. Indiscriminati bombardamenti sauditi con armi fornite dagli Stati Uniti, e conseguenti fame e malattia, uccidono centinaia di persone ogni giorno. Nakhal paragonava l’aiuto di Hezbollah allo Yemen al sostegno internazionalista di Che Guevara e Cuba alle lotte di liberazione all’estero. Hariri cambiò di nuovo tono nell’intervista del 12 novembre, aggiungeva. Era più conciliante nei confronti degli oppositori e si concentrava in modo particolare sull’assistenza di Hezbollah allo Yemen come “problema principale”. Questa sembrava una revisione della linea saudita. Nell’intervista dall’Arabia Saudita a Futuro TV, il canale del proprio partito, affermava che non era prigioniero, ma sembrava così poco plausibile che la tv libanese smise di trasmettere l’intervista. Infine, Hariri diceva di tornare in Libano il giorno dell’indipendenza, il 22 novembre.

Ruolo di Hezbollah e PC libanese nella resistenza
Il governo degli Stati Uniti conduce la propria campagna contro Hezbollah come “terrorista”. Nahdal rispose con una descrizione accurata. Hezbollah, affermava, “è una componente della comunità e della scena politica libanese. Ogni volta che c’è un attacco al Libano, si tratta della resistenza“. Il Partito comunista libanese ha contingenti armati, e fa parte della resistenza. Ha combattuto per proteggere il popolo palestinese in Libano durante la guerra civile libanese del 1975-90. Gli aderenti hanno combattuto insieme alla milizia di Hezbollah per liberare il Libano meridionale in 18 anni di occupazione israeliana nel 2000, e di nuovo per respingere l’invasione israeliana nel 2006, spiegava. Ultimamente, il PC libanese combatté in coordinamento con Hezbollah e l’esercito libanese per liberare da al-Nusra e al-Qaida 120 chilometri di suolo libanese al confine con la Siria. Le forze libanesi combinate vinsero a maggio, restituendo queste terre ai villaggi cristiani e sunniti dopo un’occupazione di quattro anni. Nakhal descriveva altre questioni chiave che affliggono il Libano oggi. La guerra in Siria, affermava, ha distrutto l’economia e lo stile di vita di agricoltori e beduini che attraversavano il confine libanese con la Siria per vendere i loro prodotti in Siria. Quel confine è stato chiuso a causa dei combattimenti in Siria.

Rifugiati siriani in Libano
Inoltre, il Libano, con una popolazione di 4-5 milioni di abitanti, ha oltre un milione di rifugiati siriani. “Il problema principale è che il governo libanese se ne lava le mani e non gli concederà lo status di rifugiato, perché dovrebbe sostenerli e dargli asilo”. I rifugiati siriani sono classificati “individui temporaneamente sfollati“. L’aiuto ai rifugiati siriani è monopolizzato dalle agenzie delle Nazioni Unite e distribuito in modo da rafforzarne la dipendenza. Molti bambini siriani in Libano non vanno a scuola e non sanno leggere e scrivere. C’è anche la tendenza, continuava, a vedere tutti i problemi arabi come dovuti ai rifugiati. Questa visione non è indipendente dalla classe. Nessuno dice di esser infastidito dai ricchi siriani. Questo è totalmente legato al sistema politico settario del Libano, aggiungeva. Questo sistema “maschera le relazioni di classe“. Ad esempio, “Gli sciiti sono poveri urbani e contadini poveri“.

Un sistema politico settario ‘insostenibile’
Il Partito Comunista Libanese non segue il modello settario definendo le persone dalla loro comunità religiosa. I suoi aderenti e leader provengono da tutti i gruppi etnici e religiosi del Libano. “Diciamo che la forma di governo settario è insostenibile“, affermava Nakhal. “Fornisce pochi servizi ai poveri. In alcune regioni non c’è istruzione“. Il Partito Comunista Libanese attualmente lavora con donne, agricoltori, operai, sindacati, cooperative e movimenti studenteschi.Traduzione di Alessandro Lattanzio