Sul conflitto geo-economico saudita-qatariota

Alessandro Lattanzio, 24/6/2017Le richieste dell’Arabia Saudita al Qatar sono le seguenti:
1. Rompere i rapporti con l’Iran.
2. Chiudere la base militare turca e porre fine alla cooperazione militare con la Turchia.
3. Chiudere al-Jazeera.
4. Non finanziare più media come Arabi21, Rassd, Araby al-Jadid e Middle East Eye.
5. Fermare i finanziamenti a individui, gruppi o organizzazioni designati terroristi da Arabia Saudita, EAU, Egitto, Bahrayn e Stati Uniti.
6. Rompere i legami con Hezbollah, al-Qaida e SIIL.
7. Estradare i terroristi provenienti da Arabia Saudita, EAU, Egitto e Bahrayn, bloccarne i finanziamenti e fornirne informazioni e dati.
8. Non interferire negli affari interni e non concedere la cittadinanza a cittadini ricercati in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrayn. Annullare la cittadinanza già concessa a questi ex-cittadini ricercati.
9. Sospendere ed informare sul sostegno agli oppositori politici in Arabia Saudita, EAU, Egitto e Bahrayn.
10. Risarcire i Paesi interessati da tali attività.
11. Allinearsi agli altri Paesi del Golfo militarmente, politicamente, socialmente ed economicamente, secondo l’accordo raggiunto con l’Arabia Saudita nel 2014.
12. Sottoporsi a una supervisione mensile nel primo anno, e per i seguenti 10 anni essere monitorato annualmente per attestare la conformità alle suddette richieste.
13. Decidere sull’attuazione delle richieste entro 10 giorni (entro il 3 luglio 2017).Arabia Saudita ed alleati hanno stilato questo ultimatum per il Qatar, in cambio della fine dell’embargo commerciale e diplomatico imposto al Paese. Il Qatar si è rivolto a Turchia e Iran per l’importazione di derrate alimentari. La politica statunitense verso il Qatar invece è segnata dalla confusione, con il dipartimento di Stato degli USA, allarmato sul destino della base aerea statunitense al-Udayd nel Qatar, che chiede ai sauditi di specificare le azioni che il Qatar deve adottare per la revoca dell’embargo, avvertendo che tali richieste devono essere “ragionevoli e attuabili“. Invece il ministro della Difesa della Turchia respingeva la pretesa che Doha rescinda i rapporti militari con Ankara.
Il Qatar, grande produttore di gas, ha notevoli riserve finanziarie ed energetiche che sicuramente attraggono l’interesse di Ryadh, soprattutto del prossimo monarca Muhamad al-Salman, figlio di re Salman, che prevede ampi investimenti volti a creare un’economia ‘non-petrolifera’ per l’Arabia Saudita.
In effetti, l’Arabia Saudita è sempre più in gravi difficoltà economiche, riflesso dell’impegno, gravoso e perdente, assunto dal clan dei Saud verso Siria, Iraq e Yemen, finanziando le varie organizzazioni terroristiche che affliggono questi Paesi, ma che oggi vengono sconfitte sul campo ed eliminate dal quadro politico regionale. Un impegno quindi gravoso ed inutile. A ciò va aggiunta la battaglia sul prezzo del petrolio che si è dimostrata semplicemente suicida, volta soprattutto a danneggiare la produzione di petrolio bituminoso nordamericano, con il risultato di aiutare l’ascesa di Trump negli USA, dato che l’ex-presidente Obama aveva puntato sullo Shale Oil per rilanciare in parte l’economia statunitense. Vera ragione del freddo registratosi tra Washington e Ryadh nell’ultima fase della presidenza Obama.
Con l’ascesa di Trump, si è accesa una battaglia intestina nel clan dei Saud, tra chi ha mostrato una tendenza a conciliarsi con la Russia e soprattutto la Cina, nella stabilizzazione dei prezzi del petrolio e della relativa gestione dei flussi, forse pensando a uno sganciamento dal rapporto simbiotico tra petrolio saudita e dollaro statunitense; e chi invece vuole perpetuare e rafforzare tale simbiosi, con un’amministrazione Trump più favorevole al progetto che non quella Obama. Non è un caso che il neo-principe ereditario saudita sia molto vicino agli ambienti imprenditoriali statunitensi, e che forse ne sia perfino un agente, il cui compito immediato è sventare l’adesione della regione del Golfo Persico all’iniziativa della Nuova Via della Seta cinese, creando tensioni e minacce con chi appare propenso ad aderire all’iniziativa cinese, come l’Iran soprattutto. In effetti, Teheran sarebbe la testa di ponte che permetterebbe allo Yuan/Renbimbi cinese di approdare nel mercato petrolifero mondiale quale altra valuta di scambio mondiale di risorse energetiche. E difatti il 14 aprile 2015, il Qatar apriva il primo centro di cambio in yuan del Medio Oriente, per sostenere commercio e investimenti tra Cina e Golfo Persico. “Il lancio del primo centro di compensazione in renminbi a Doha crea la piattaforma necessaria per realizzare il pieno potenziale del Qatar e dei rapporti commerciali della regione con la Cina“, dichiarava il governatore della banca centrale del Qatar Abdullah bin Saud al-Thani. “Faciliterà maggiori investimenti e finanziamenti in renminbi e promuoverà maggiori legami commerciali ed economici tra la Cina e la regione, aprendo la strada a una migliore cooperazione finanziaria e rafforzando la preminenza del Qatar a centro finanziario di Medio Oriente e Nord Africa“. La Banca Industriale e Commerciale della Cina (ICBC) di Doha è la banca operativa presso l centro di cambio, al servizio di aziende del Medio Oriente. Il centro “migliorerà le transazioni tra le imprese della regione e della Cina, consentendogli di risolvere direttamente il commercio in renminbi, attirando maggiori scambi in Qatar e rafforzando la collaborazione bilaterale ed economica tra Qatar e Cina”, dichiarava il presidente dell’ICBC Jiang Jianqing. Le importazioni del Golfo dalla Cina sono in rapida crescita, e le banche commerciali avrebbero utilizzato il centro di cambio di Doha, piuttosto che quelli di Shanghai o Hong Kong. Il commercio tra Cina e Qatar triplicò nel 2008-2013, arrivando a circa 11,5 miliardi di dollari. Anche il Consiglio economico di Dubai, organo consultivo del governo degli EAU, suggeriva di sviluppare un centro di compensazione regionale per le operazioni in yuan. Nel novembre 2014 le banche centrali cinese e qatariota firmarono un contratto di scambio di 35 miliardi di yuan (5,6 miliardi di dollari), pari a un contratto simile stipulato tra Cina e EAU nel 2012. Inoltre, Banca Nazionale del Qatar, Qatar International Islamic Bank (QIIB) e il broker cinese Southwest Securities firmarono un memorandum d’intesa per far accedere le due banche del Qatar ai mercati cinesi e sostenere i titoli della Southwest nei mercati del Medio Oriente.
Le prime quattro banche commerciali della Cina incrementano la loro quota di mercato in Medio Oriente (Asia Occidentale) e Nord Africa (WANA). Nel 2008
presso il Centro Finanziario Internazionale di Dubai (DIFC), la Banca Industriale e Commerciale della Cina (ICBC), la China Construction Bank (CCB), l’Agricultural Bank of China (ABC) e la Bank of China aprirono i loro uffici regionali. E tra il 2013 e il 2015 queste banche cinesi raddoppiarono i loro bilanci. Tale espansione era permessa da tre fattori:
1. Robusto rapporto commerciale tra Cina e Paesi del Golfo, come già visto. Come osservò il Ministro del Commercio cinese Gao Hucheng nel 2016, il blocco regionale del GCC è la maggiore fonte d’importazione di petrolio della Cina e la Cina è l’ottavo partner commerciale del GCC.
2. I responsabili politici cinesi e la Commissione per la regolamentazione bancaria cinese dedicano sempre più attenzione alla presenza delle istituzioni finanziarie cinese nei mercati finanziari globali. Negli ultimi anni la Cina ha promosso l’internazionalizzazione del Renminbi (RMB) e le banche cinesi vengono incoraggiate ad operare all’estero, dato che la “One Belt, One Road Initiative” della Cina, l’iniziativa “Cintura economica della Via della Seta” e “Via della Seta marittima del XXI secolo”, creano notevoli opportunità per le banche cinesi nel GCC e nella WANA.
3. Condizioni finanziarie specifiche globali: i prezzi del petrolio depressi hanno spinto creditori e finanzieri del GCC a perseguire i rendimenti altrove, mentre governi e società del GCC cercano fonti alternative di finanziamento.
Le “Grandi Quattro” non solo puntano ai mercati del GCC, ma hanno iniziato ad emettere obbligazioni in RMB attraverso il Nasdaq Dubai. E ancora più importante, le banche cinesi nella regione agevoleranno anche l’istituzione di una rete di centri di transazione finanziaria e di cambi basati sul RMB. Nel gennaio 2016, il RMB Tracker del sistema SWIFT dimostrò che il RMB è la valuta più utilizzata da Emirati Arabi Uniti e Qatar per i pagamenti diretti con Cina e Hong Kong. Nel 2016, la ICBC diventava il nono maggiore fornitore di prestiti nel GCC, un salto enorme. Tra i clienti della ICBC vi sono società statali come International Petroleum Investment Company di Abu Dhabi e Mubadala, Emirates Airline, Qatar Airways e Saudi Electricity Company. L’ICBC è la seconda banca cinese ad entrare nella Dubai Commodities Clearing Corporation (DCCC), dopo la Bank of China, divenendo la banca di liquidazione della Dubai Gold and Commodities Exchange (DGCX) nel novembre 2016. Questa partnership permette di fornire sufficiente liquidità in RMB per il commercio e gli investimenti tra la Cina e la regione. La Bank of China a sua volta è uno dei nove sottoscrittori assunti dal governo saudita per organizzare la prima vendita di obbligazioni internazionali del regno. L’Agricultural Bank of China (ABC) emise bond da 1 miliardo di yuan sul Nasdaq Dubai, nel settembre 2014, e nell’ottobre 2016, la filiale di Hong Kong della China Construction Bank (CCB) fornì un prestito di 600 milioni di dollari, sempre sul Nasdaq Dubai. Nell’ottobre 2016, l’ABC fu nominata dalla DGCX primo creatore di mercato per i Shanghai Gold Futures. La presenza delle “Grandi Quattro” in Medio Oriente spiana la strada all’One Belt, One Road Initiative della Cina nella regione.
Va ricordato che il 13 aprile 2016, Banca industriale e commerciale della Cina, Agricultural Bank of China, Bank of China, China Construction Bank e Bank of Communications avrebbero partecipato assieme ad altri 13 soggetti, tra banche cinesi e aziende aurifere, al sistema di valutazione dell’oro denominato in yuan. Una manovra attuata in vista della preparazione della moneta cinese alla completa convertibilità. Inoltre, la Cina, quale primo produttore, importatore e consumatore d’oro al mondo, affrontava la necessità di non dipendere dai prezzi in dollari USA nelle transazioni internazionali. All’iniziativa aderivano anche Chow Tai Fook, il più grande rivenditore di gioielli al mondo, la casa commerciale svizzera MKS, e le aziende minerarie cinesi China National Gold Group e Shandong Gold Group. Il prezzo di riferimento si basava sul contratto di vendita di 1 kg d’oro presso la Shanghai Gold Exchange (SGE), entrando in diretta concorrenza con la piattaforma dei prezzi di Londra. Sarà tutto questo a suscitare lo scontro inaspettato tra il Qatar di al-Thani e l’Arabia Saudita del suo coetaneo e aspirante omologo Muhamad al-Salman?Dal gennaio 2015, il principe Muhamad al-Salman pianifica la grande ristrutturazione del governo e dell’economia dell’Arabia Saudita, assumendo il controllo del monopolio statale del petrolio, della politica economica e del ministero della Difesa del regno saudita. Nell’aprile 2016, Muhamad al-Salman previde la creazione di un fondo sovrano da 2 trilioni di dollari, destinato ad acquistare attività esterne al settore petrolifero; “Così, entro 20 anni, saremo un’economia o uno Stato che non dipende prevalentemente dal petrolio“. Nel frattempo il principe riduceva i sussidi su benzina, luce e acqua, e prevedeva un’imposta sul valore aggiunto e tasse su beni di lusso e bevande zuccherate. La reazione del pubblico a tali misure fu diffidente ed irata, dato che le bollette aumentarono del 1000 per cento, mentre altri, come Barjas al-Barjas, commentatore economico, criticavano la vendita delle azioni dell’Aramco, “Perché mettiamo a rischio la nostra principale fonte di sussistenza? È come se prendessimo un prestito dall’acquirente che dovremo ripagare per il resto della vita“. È il solito metodo liberista volto a distruggere un’economia con la scusa di ‘riformarla’ e ‘modernizzarla’. L’Aramco è il primo produttore di petrolio al mondo, pompando più di 12 milioni di barili al giorno, ed è il quarto maggiore raffinatore del mondo. Aramco controlla le seconde riserve di petrolio del mondo.
Secondo il principe Muhamad, il fondo sovrano saudita dovrebbe investire metà delle risorse all’estero, esclusa l’Aramco. Su ciò il futuro re dell’Arabia Saudita dice che non importa se i prezzi del petrolio aumentano o diminuiscono. Se aumentano, ci saranno più soldi per questi investimenti. Se scendono, l’Arabia Saudita, produttore mondiale dai costi più bassi, si espanderà nel mercato asiatico in ascesa. Perciò propose il congelamento della produzione petrolifera dell’OPEC il 17 aprile 2016, in occasione di una riunione in Qatar. “Non c’interessano i prezzi del petrolio, 30 o 70 dollari, sono tutti uguali per noi. Questa battaglia non è la nostra battaglia“. Il principe Muhamad ha come consulente finanziario Muhamad al-Shayq istruitosi a Harvard ed ex-avvocato di Latham&Watkins e Banca mondiale. Secondo al-Shayq, dal 2010 al 2014 la “spesa inefficiente” saudita passò da oltre 100 milioni di ryal a 500 milioni (circa 100 miliardi di dollari) all’anno; un quarto del bilancio saudita. “Nella primavera 2015, il Fondo Monetario Internazionale e altri previdero che le riserve dell’Arabia Saudita sarebbero durate cinque anni, coi bassi prezzi del petrolio, e il team del principe scoprì che il regno diveniva rapidamente insolvente. Al tale livello di spesa, l’Arabia Saudita sarebbe andata “in bancarotta” entro due anni, nel 2017. Per evitare la catastrofe, il principe Muhamad tagliò il bilancio del 25 per cento, ed iniziò ad imporre l’IVA e altri prelievi. Il tasso di consunzione delle riserve valutarie dell’Arabia Saudita, 30 miliardi di dollari al mese nella prima metà del 2015, iniziò a diminuire”.
Nel 2009, l’allora re Abdullah si rifiutò di approvare la nomina del principe Muhamad, che quindi ripiegò nell’ufficio del governatore di Riyadh, dove si scontrò con parte del clan dei Saud, che l’accusò di usurpazione di poteri denunciandolo presso re Abdullah. Nel 2011, re Abdullah nominò ministro della Difesa l’allora principe Salman, ma ordinò al figlio Muhamad di non mettere piede nel ministero. Muhamad si dimise dall’ufficio del governatorato e riorganizzò la fondazione creata dal padre, l’attuale re Salman. Nel 2012 il principe Muhamad rientrò nella corte, dove ricevette l’incarico di condurre un repulisti nel ministero della Difesa. Il re lo nominò sovrintendente dell’ufficio del ministro della Difesa e membro del governo. Fu Muhamad che assunse le compagnie di consulenza militare statunitensi Booz Allen Hamilton e Boston Consulting Group per modificare le procedure per l’acquisto di armamenti e gestire appalti, informatica e risorse umane. Dopo l’ascesa al trono del padre Salman, Muhamad fu nominato ministro della Difesa, capo della corte reale e presidente del consiglio che sovrintende all’economia saudita. Infine, Salman sostituiva il fratello come principe ereditario, nominando al suo posto il nipote Nayaf e il figlio Muhamad. Il decreto fu approvato a maggioranza dal Consiglio di reggenza della famiglia al-Saud. E così il principe Muhamad prese il controllo dell’Aramco 48 ore dopo. Nel marzo 2016, il principe Muhamad e il senatore neocon statunitense Lindsey Graham s’incontrarono a Riyadh per discutere del “nemico comune” di Israele e Arabia Saudita: l’Iran. “Rimasi a bocca aperta; non riuscivo a capire quanto sia confortevole incontrarlo”, disse Graham, “è un ragazzo che vede la natura limitata delle entrate e, anziché peggiorarle, vede un’opportunità strategica. La sua visione della società saudita è che in fondo sia giunto il momento di avere meno per i pochi e più per i molti. I membri principali della famiglia reale erano identificati dal privilegio. Vuole che siano identificati dai loro obblighi invece“.Fonti:
Bloomberg
Colonel Cassad
Emerge85
Reuters
Reuters
The Guardian

Macron dice ciò che Merkel non può su Siria e Russia

L’Europa ripensa al suo ruolo in Siria e Macron può dire ciò che Merkel non può senza causare tensioni nella NATO
Tom Luongo, Russia Insider 22/6/2017La dichiarazione del presidente francese Emmanuel Macron cambierà il gioco sulla Siria. Fino a ieri la Francia era la più violenta sostenitrice del cambio di regime statunitense in Siria. Ora ne è la critica più pragmatica. Ciò indica vari cambiamenti geopolitici. Innanzitutto, è in sintonia con l’affermazione della cancelliera tedesca Angela Merkel che l’Unione europea non dovrebbe più considerare gli Stati Uniti partner affidabile negli affari esteri. L’Unione europea infatti persegue una politica estera più indipendente. Ma ancora più importante, apre la porta all’avvicinamento con la Russia, iniziato da Merkel subito dopo l’incontro con Donald Trump a marzo. Appare la crepa sulla diga in Europa sfidando la politica statunitense su Medio Oriente e Russia. Mentre la narrativa dell’oligarchia statunitense si sgretola, la leadership dell’UE vede l’opportunità di mollare e salvare la reputazione lasciando gli Stati Uniti al loro destino. Se i rapporti sono veri, l’Iran sarebbe pronto a svelare le prove che gli Stati Uniti sostengono lo SIIL in Siria (che è comunque cosa confermata), respingendo il cambio di regime per una semplice buona politica. Merkel sa che ‘antipatia per la Russia, con cui è andata avanti quando gli Stati Uniti sembravano vincere, è perdente per la sua rielezione, ma va anche contro gli interessi della Germania. La pipeline Nordstream 2 ci sarà e le nuove sanzioni del Senato degli USA sono un passo troppo lungo nella definizione della politica dell’UE. Queste non saranno gradite agli elettori tedeschi. In secondo luogo, e soprattutto, secondo me ciò segnala un cambio fondamentale della politica dell’UE sull’immigrazione. La virtuosità segnalata sui diritti umani è inutile quando la Russia di Putin non viene assalita quotidianamente da violenze perpetrate da immigrati come in Germania, Francia e Regno Unito. Ammettendo che uno Stato siriano fallito non è più desiderato, Macron dice “mai più” al caos previsto dall’oligarchia statunitense. L’UE non supporterà più la politica che aumenta il flusso di rifugiati nel suo territorio. E la tempistica su ciò è cruciale. Le turbolenze sulla penisola araba ora minacciano di allargarsi al Golfo Persico. Con Muhamad bin Salman, responsabile della politica saudita, con una visione irrazionale sull’Iran che la conforma, la probabilità di un grande conflitto aumenta drasticamente. E dato che la multinazionale petrolifera francese Total sta per firmare un grande accordo con l’Iran, la minaccia del conflitto è d’ostacolo.
La fine rapida della guerra in Siria è pubblicamente auspicabile per l’Unione europea, poiché l’avanzata dell’Esercito arabo siriano lo garantisce sul campo. La questione è se sia solo tattica negoziale per convincere Putin a rinunciare all’integrità territoriale della Siria in cambio della fine delle sanzioni. L’UE fa rumore sulla normalizzazione delle relazioni in cambio della rapida fine delle ostilità, che consentono agli Stati Uniti di consolidare le conquiste ad est dell’Eufrate. Lo si saprà quando Merkel e Macron cominceranno a parlare dell’indipendenza curda. Comunque, il compito di Macron è dire ciò che Merkel non può senza causare tensioni nella NATO.Macron purga François Bayrou
Alexander Mercouris, The Duran 22/6/2017

Non appena le elezioni parlamentari in Francia sono finite lasciando la maggioranza parlamentare al “partito” En Marche, Emmanuel Macron ha lanciato la purga che scaccia dal governo di coalizione Francois Bayrou e quattro ministri del partito alleato. Dico “purga” anche se naturalmente non viene presentata così. Invece, abbiamo il gioco abituale, che ha accompagnato l’ascesa di Macron, accuse di corruzione su appropriazione indebita di fondi pubblici, diffuse dal settimanale satirico Le Canard enchaîné, indagini e rimozione dalla scena politica degli interessati. In ogni caso, Macron ovviamente non ne ha alcuna parte, anche se in qualche modo si rivela sempre esserne avvantaggiato. Macron aveva bisogno dell’aiuto di Bayrou per ottenere la presidenza e, ancora di più, la maggioranza del proprio partito al parlamento. Con la maggioranza assicurata, non ne ha più bisogno, quindi può dimetterlo. Molto comodamente, subito dopo le elezioni, appare lo “scandalo” che porta alle dimissioni Bayrou. La bellezza di ciò è che in ogni caso le accuse sono vere. La dirigenza francese coraggiosamente corrotta ha sempre saputo prendersi cura di sé. Ha preso Macron, e chi per lui, per trasformare questo fatto in un vantaggio politico. Macron deve comunque stare attento. Non entusiasma la Francia. Il tasso di astensione nelle elezioni parlamentari è stato così alto che il suo partito ha avuto la maggioranza dei seggi del parlamento con il 14% dei voti dell’elettorato. Nel frattempo, vecchie figure dell’élite politica francese come Fillon, Juppé, Valls, Bayrou, Sarkozy e il resto, non sarebbero umane se non avessero risentito della meteora Macron e del modo spietato con cui li ha sbarazzati, anche se a volte si sono sentiti obbligati ad aiutarlo. I due autentici outsider Mélenchon e Le Pen, sono ancora lì, anche se Le Pen è stata significativamente indebolita dal fallimento nelle presidenziali e dallo scarso risultato del suo partito nelle elezioni parlamentari. Nel frattempo, il partito di Macron, rappattumato nell’ultimo anno, appare improvvisato e vulnerabile a pressioni. Se l’andazzo gli si rivoltasse contro, cosa che in Francia accade sempre, Macron potrebbe trovarsi con una base politica inconsistente e pericolosamente a corto di amici.

François Bayrou

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia comprende che ‘dialogare’ con Washington è inutile

Mosca è stata più che paziente
Russia Insider 22/6/2017Evidentemente, la Russia ha finalmente capito che invitare i funzionari statunitensi per discutere di capricci e fantasie che di solito Washington soffia sul momento, è inutile ed è una perdita di tempo totale. Secondo AP, la Russia ha annullato i colloqui decisi per il 23 giugno tra il Viceministro degli Esteri russo Sergej Rjabkov e il diplomatico n°3 statunitense Thomas A. Shannon, Jr. Rjabkov ha affermato che “la situazione non è favorevole a tale dialogo“, criticando gli Stati Uniti per “non aver offerto… nulla” di cui discutere. “Abbiamo detto fin dall’inizio della politica eccezionalmente distruttiva di Washington applicando le sanzioni antirusse, che tali misure non possono e non avranno l’effetto desiderato dagli Stati Uniti su nostri individui o entità“, dichiarava Rjabkov. Rjabkov ha anche aggiunto che Mosca “giudicherà la politica dell’amministrazione USA verso la Russia per le azioni” piuttosto che da dichiarazioni, promesse o “suggerimenti“, e le ultime mosse “parlano da sole“. Questa è la risposta all’annuncio di Washington di aver imposto sanzioni a quasi 40 individui e aziende russi per le attività russe in Ucraina. La portavoce del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Heather Nauert, ha affermato che le sanzioni “non sono nascono dal nulla“. Ha continuato a dire che le sanzioni rimarranno in vigore finché la Russia non onorerà gli accordi relativi all’Ucraina e smetterà di occupare la Crimea. Aggiungendo ulteriori sciocchezze, ha detto che le ultime sanzioni sono volte a “contrastare i tentativi di aggirare le nostre sanzioni“. Ah, sì, ulteriore atteggiamento sanzionatorio di Washington con altri vaneggiamenti, sognando di rendere la vita “difficile” a un altro Paese con certe severe sanzioni su una moto che piace a Putin. (Spiacente, bimbetto, dovrai solo fare l’uomo). Fortunatamente, la Russia ne ha abbastanza delle “sottigliezze” di piani e politiche di Washington. Come Putin ha detto: “Se non ci fossero state situazioni come Crimea e altri problemi, avrebbero inventato qualcos’altro per contenere la Russia“. Naturalmente la pretesa di Washington è che tutto ciò che fa è per la pretesa di combattere lo SIIL, fingendo di combattere la guerra al terrore per mantenere lo status di non invitata in una nazione sovrana a vantaggio del complesso militare statunitense; fingendo di preoccuparsi dei diritti degli individui mente miete migliaia di vite innocenti in nome della guerra al terrore, e persistere. Fingere, mentire, imbrogliare, distruggere e lasciare che gli altri ne subiscano le conseguenze, la chiave di Washington.

Rjabkov e Assad

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Arabia Saudita compie un passo verso la disintegrazione

Alessandro Lattanzio, 22/6/2017

Muhamad bin Salman tra businessmen della ‘new economy’ degli USA

Il 21 giugno, il presidente turco Erdogan condannava ufficialmente l’idea della “Grande Albania” mentre inviava mezzi e rinforzi dell’esercito turco nel nord della Siria, mentre il parlamento tedesco votava il ritiro delle forze tedesche dalla base aerea turca di Incirlik, la principale base della NATO in Turchia. Ciò a seguito del deteriorarsi delle relazioni tra Germania e Turchia, dell’allontanamento di Erdogan dall’Unione europea e dei contrasti tra Ankara e Washington sulla questione curda e il ruolo dei curdi in Siria. Inoltre, il neopresidente francese Emmanuel Macron dichiarava che non esiste un ‘legittimo successore’ al Presidente Assad e che la priorità sia combattere il terrorismo islamista con l’aiuto della Russia; “La nuova prospettiva che ho su questo argomento è che non affermo che la dipartita di Bashar al-Assad sia una precondizione, perché nessuno mi ha mostrato un legittimo successore… Le mie linee sono chiare: in primo luogo, lotta completa contro tutti i gruppi terroristici. Sono i nostri nemici… abbiamo bisogno della cooperazione di tutti, specialmente della Russia, per eliminarli”. Un cambiamento significativo della posizione della Francia rispetto ai presidenti Sarkozy e Hollande. “Il riconoscimento di Macron che il cambio di regime in Siria è fuori dall’ordine del giorno non è altro che il riconoscimento dell’evidenza. Con la ‘Siria utile’, le ricche coste della Siria dove la maggior parte della popolazione siriana vive, sotto il controllo del Presidente Assad, con l’Esercito arabo siriano che avanza rapidamente nella Siria orientale e la Russia che ha istituito un potente sistema di difesa aerea, non c’è possibilità che il Presidente Assad sia rovesciato”. E infine il Viceministro degli Esteri russo Oleg Syromolotov dichiarava che “Secondo il Ministero della Difesa russo, è altamente probabile che il capo dello SIIL al-Baghdadi sia stato eliminato dalle forze aerospaziali russe quando colpirono un centro di comando dei terroristi alla periferia sud di Raqqa, verso la fine di maggio. L’informazione è ora verificata da vari canali“. La Russia inviava in Siria 21 pezzi d’artiglieria M30, sistemi lanciarazzi multipli TOS-1 e BM-30 Smerch, e 50 missili tattici Tochka-U. Inoltre, la Russia riposizionava i sistemi di difesa aerea in Siria, per permetterne la massima copertura possibile nello spazio aereo della Siria. Inoltre, gli aerei da combattimento russo aumentavano le operazioni d’intercettazione dei caccia statunitensi, in particolare nelle zone operative degli aerei siriani. Le unità dell’Esercito arabo siriano bombardavano le posizioni del SIIL a Tabarat al-Dibah, ad est di Hama, eliminando numerosi terroristi. Intanto, in Arabia Saudita, re Salman nominava il figlio, Muhamad bin Salman, principe ereditario al posto del principe Muhamad bin Nayaf, che supervisionava le forze di sicurezza dell’Arabia Saudita. Muhamad bin Salman ha trascinato l’Arabia Saudita nella guerra allo Yemen, causando 14000 morti, e nel conflitto con il Qatar, dove perde il sostegno degli Stati Uniti. Ma Muhamad bin Salman, che aveva guidato i negoziati sulla riduzione della produzione dell’OPEC, appare circondato da una cricca di principi aggressivi che oggi puntano a guidare l’Arabia Saudita ed è responsabile della riduzione delle sovvenzioni energetiche e della proposta di privatizzazione della compagnia petrolifera statale Aramco, e soprattutto dell’attacco terroristico dello SIIL a Teheran, il 7 giugno 2017, che ha acuito le tensioni tra Arabia Saudita ed Iran. Il Generale Mohammad Ali Jafari, del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, aveva dichiarato, “Abbiamo intelligence precise che dimostrano che, purtroppo, l’Arabia Saudita, oltre a sostenere i terroristi, gli ha chiesto di condurre operazioni in Iran”. Mentre il leader di Hezbollah, Hasan Nasrallah, indicava l’Arabia Saudita affermando che l’attentato di Teheran aveva i segni di un “piano distruttivo internazionale”. Muhamad bin Salman controlla difesa, petrolio e politica economica del regno saudita, e aveva organizzato il viaggio di Trump a Riyadh. La promozione del principe è stata approvata da 31 dei 34 membri del Consiglio di reggenza del regno. Il principe Muhamad bin Nayaf veniva anche sostituito, da ministro degli Interni, da Saud bin Nayaf e dal vice Ahmad bin Muhamad al-Salim. Ad aprile, il re saudita aveva nominato due altri figli, il principe Salman bin Abdulaziz e il principe Qalid bin Salman, ministro per gli Affari Energetici e ambasciatore negli Stati Uniti. Già nel dicembre 2015, fu affermato che Salman bin Abdulaziz, l’ultimo dei figli del primo re saudita, Abdulziz al-Saud, sarà sostituito dalla nuova generazione di reali sauditi. Salman aveva nominato il nipote, Muhamad bin Nayaf, principe della corona dopo averne fatto dimettere il fratello, Muqrin bin Abdulaziz, nel 2015. Nel frattempo Muhamad bin Salman concentra nelle proprie mani sempre più potere: nel Ministero della Difesa, nel Consiglio di Economia e Sviluppo e nell’Aramco, ed è il responsabile dell’aggressione allo Yemen, del sostegno saudita ai terroristi in Siria e Iraq, del sostegno alla dittatura wahhabita in Bahrayn e del confronto con Qatar e Iran.
In tale situazione, il 22 giugno sarebbero atterrati in Arabia Saudita 18 aerei da combattimento F-16I, F-15CD e F-16CD, 2 Gulfstream per la guerra elettronica e 2 aerocisterne C-130 israeliani, quale deterrenza contro un possibile golpe contro Muhamad bin Salman. Infatti, una petizione firmata da principi sauditi veniva pubblicata dopo la nomina a principe ereditario di Muhamad bin Salman. La petizione, che protesta contro re Salman per la decisione di sostituire bin Nayaf, è firmata dal principe Muqrin bin Abdulaziz e da altri 21 capi sauditi. I principi che si oppongono a bin Salman dichiarano che egli vuole diventare re de facto con tale nomina, e che ciò distruggerebbe la famiglia reale saudita. Inoltre, “Washington ha chiesto altri soldi per difendere il regime saudita e Riyadh ha recentemente versato 200 miliardi agli Stati Uniti per comprarne il sostegno nella guerra allo Yemen“, secondo l’analista yemenita Salah al-Qarshi. “Si tratta di parte dell’enorme quantità di denaro che l’Arabia Saudita versa al Tesoro degli Stati Uniti per proteggere la corona“. Secondo al-Qarshi, l’ex-capo dei servizi segreti sauditi Turqi al-Faysal aveva rivelato che il suo Paese aveva acquistato i poco redditizi buoni del Tesoro USA per aiutare l’economia degli Stati Uniti. Abdalbari Atwan, caporedattore del giornale Rai al-Yum, affermava che “che il principe Muhamad bin Salman è solo a un passo dal divenire re“, attendendo solo il via libera dal governo degli Stati Uniti. Sempre secondo Atwan, anche il principe ereditario di Abu Dhabi, Muhamad bin Zayad al-Nahyan, potrebbe inscenare un colpo di Stato negli Emirati Arabi Uniti per diventarne il re. Secondo l’insider saudita Mujtahid, il re saudita Salman bin Abdulaziz dovrebbe presto ritirarsi e fare accedere al trono Muhamad bin Salman, ma non prima di averne informato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.Fonti:
Análisis Militares
FNA
FNA
FNA
FNA
The Duran
The Duran
The Duran
Zerohedge

L’aereo siriano abbattuto e il fallimento siriano degli USA

Alessandro Lattanzio, 20/6/2017Ad aprile, subito dopo l’attacco missilistico statunitense alla base aerea al-Shayrat, la risposta russa fu lo spegnimento della linea di “de-conflitto”, con conseguente drastica riduzione delle operazioni aeree statunitensi sulla Siria, per non rischiare confronti con la difesa aerea russa in Siria. In quell’occasione, però, i militari russi non intrapresero azioni attive come puntare i radar dei sistemi di difesa aerea contro i velivoli statunitensi. “Gli aerei statunitensi che operano su al-Tabaqah sono già chiaramente nel raggio d’azione del sistema russo S-400 nella base aerea di Humaymin e potremmo vedere la Russia impiegare altre risorse per la difesa aerea della Siria“, affermava Jeremy Binnie, redattore del Jane’s Defense, “Ma se gli Stati Uniti non fanno movimenti che minaccino Assad, allora possono accettare la punizione e continuare“. Dopo settimane di frenetica attività diplomatica, gli Stati Uniti persuasero i russi a ristabilire la linea di “de-conflitto”. Con l’abbattimento del cacciabombardiere Su-22 siriano, avvenuto il 19 giugno presso Tabaqah, i russi chiudevano nuovamente la linea. Tuttavia, questa volta adottavano ciò che non fecero ad aprile, dichiarando di prendere “azioni minacciose dirigendo i radar dei loro sistemi di difesa aerea contro i velivoli statunitensi“. Il Ministero della Difesa della Federazione Russa ora considera obiettivi legittimi tutti i voli nelle aree del gruppo di operazioni aeree russo in Siria. Ogni velivolo, compresi i droni della coalizione internazionale degli USA, rilevato nelle zone operative ad ovest dell’Eufrate dalle forze aeree russe, saranno considerati da aeromobili e sistemi di difesa aerea russi a terra bersagli aerei, dato che il comando della coalizione degli USA non utilizzava la linea di comunicazione tra i comandi aerei della base aerea di al-Udayd in Qatar e della base aerea di Humaymim per impedire l’incidente. “Riteniamo che le azioni del comando statunitense siano un errore deliberato verso i loro obblighi dovuti dal memorandum sulla prevenzione degli incidenti che prevede voli sicuri nelle operazioni in Siria, firmato il 20 ottobre 2015”. I russi annunciavano quindi l’adozione di quei provvedimenti che non presero ad aprile dopo l’attacco statunitense alla base aerea al-Shayrat.
L’area in cui fu abbattuto il Su-22 non si trova in alcuna delle quattro “zone di de-conflitto”, le regioni coperte da un cessate il fuoco garantito a livello internazionale, presenti in Siria. Il Su-22 fu abbattuto durante una missione contro i terroristi dello SIIL presso al-Rasafah, a sud-est di Tabaqah, base delle forze statunitensi che supportano le milizie curde. Avendo liberato al-Rasafah, l’Esercito arabo siriano bloccava i collegamenti degli islamisti tra Raqqa e Dayr al-Zur. Il caccia statunitense che aveva abbattuto il Su-22 siriano sulla provincia di Raqqa, era un F/A-18 Super Hornet forse imbarcato sulla portaerei George HW Bush, dislocata nel Mediterraneo orientale. L’abbattimento del cacciabombardiere siriano va inteso come avvertimento all’Esercito arabo siriano di non liberare al-Rasafah e quindi non avanzare per liberare Dayr al-Zur. I russi, a loro volta, avvertivano duramente gli Stati Uniti che tali minacce alle operazioni dell’Esercito arabo siriano non saranno tollerate. La risposta del Pentagono furono “Misure prudenziali per riposizionare gli aerei sulla Siria per garantire la sicurezza degli equipaggi da note minacce nello spazio di combattimento”, ovvero allontanare le operazioni aeree statunitensi dall’area operativa delle forze siriane, costringendo gli Stati Uniti a ridurre notevolmente la proprie attività aeree sulla Siria. Lo stesso Generale Joe Dunford, presidente dei Capi di Stato Maggiori Riuniti degli USA, riferiva di lavorare coi canali diplomatici e militari per ristabilire la linea di de-conflitto con Mosca. Nel frattempo, l’Australia sospendeva le operazioni aeree in Siria come misura “precauzionale”. Il portavoce del dipartimento della Difesa australiano affermava che “la protezione della forza di difesa australiana viene regolarmente riesaminata in risposta a una serie di potenziali minacce“.

L’Esercito arabo siriano ha salvato il pilota del Su-22 abbattuto, il Tenente Ali Fahd, ora in un ospedale a Damasco per via di una ferita dopo l’abbattimento dell’aereo. al-Watan

Fonti:
Russia Insider
Russia Insider
Russia Insider
The Duran