Accademici al servizio dell’impero

James Petras, Internationalist 360°, 5 maggio 2018Introduzione
Nell’ultimo mezzo secolo sono stato impegnato in ricerche, ho tenuto conferenze e lavorato con movimenti sociali e governi di sinistra in America Latina. Ho intervistato funzionari e think tank statunitensi a Washington e New York. Ho scritto decine di libri, centinaia di articoli professionali e ho presentato numerosi articoli in occasione di riunioni professionali. Nel corso della mia attività ho scoperto che molti accademici spesso s’impegnano in ciò che i funzionari del governo chiamano “de-briefing”! Gli accademici si incontrano e discutono sul campo di lavoro, sulla raccolta di dati, sui risultati delle ricerche, sulle osservazioni e sui contatti personali durante il pranzo presso l’ambasciata con funzionari del governo degli Stati Uniti o a Washington con funzionari del dipartimento di Stato. I funzionari del governo degli Stati Uniti aspettano con ansia questi “commenti”; l’accademico fornisce un utile accesso alle informazioni che altrimenti non potrebbero ottenere da agenti d’intelligence o collaboratori locali. Non tutti gli informatori accademici sono in ottima posizione od investigatori competenti. Tuttavia, molti forniscono utili informazioni, specialmente sui movimenti di sinistra, partiti e i leader avversari antimperialisti reali o potenziali. I costruttori dell’impero statunitense, sia che svolgano attività politiche o militari, dipendono da informazioni in particolare su chi sostenere e chi sovvertire; chi dovrebbe ricevere supporto diplomatico e chi dovrebbe ricevere risorse finanziarie e militari. Gli accademici interrogati identificano avversari ‘moderati’ e ‘radicali’, così come vulnerabilità personali e politiche. I funzionari sfruttano spesso problemi di salute o bisogni familiari per “trasformare” le sinistre in spie imperialiste. I funzionari degli Stati Uniti sono particolarmente interessati agli accademici ‘gate-keeper’ che escludono critiche all’imperialismo, attivisti, politici e funzionari governativi. A volte, funzionari del dipartimento di Stato degli Stati Uniti dichiarano di essere simpatizzanti ‘progressisti’ che si oppongono ai “neanderthaliani” nelle istituzioni, al fine di avere informazioni privilegiate dagli informatori accademici di sinistra. Il debriefing è una pratica diffusa e coinvolge numerosi accademici provenienti da importanti università e centri di ricerca, così come “attivisti” non governativi e redattori di riviste e pubblicazioni accademiche. Gli accademici che partecipano al debriefing spesso non pubblicizzano i loro rapporti col governo. Molto probabilmente condividono i rapporti con altri informatori accademici. Tutti affermano semplicemente di condividere le ricerche diffondendo informazioni per la “scienza” e per promuovere “valori umani”. Gli informatori accademici giustificano sempre la loro collaborazione fornendo un’immagine chiara e più equilibrata ai “nostri” responsabili politici, ignorando i prevedibili risultati distruttivi che potrebbero derivarne.

Accademico al servizio dell’impero
Gli informatori accademici mai studiano, raccolgono ricerche e pubblicizzano rapporti sulle politiche statunitensi segrete, palesi e clandestine, in difesa delle multinazionali e dell’élite latinoamericana che collaborano coi costruttori dell’impero.

Piantare il “Regime Change” in Venezuela
I funzionari degli Stati Uniti sono desiderosi di conoscere tutti i rapporti sui “movimenti dal basso”: chi sono, quanta influenza hanno, suscettibilità a tangenti, ricatti e inviti dal dipartimento di Stato, da Disneyland o dal Wilson Center di Washington. I funzionari statunitensi finanziano ricerche accademiche su sindacati, movimenti sociali agrari, minoranze femministe ed etniche impegnate nella lotta di classe e attivisti e leader antimperialisti, poiché tutti sono obiettivi della repressione imperiale. I funzionari sono anche appassionati dei rapporti accademici sui cosiddetti collaboratori “moderati” che possono essere finanziati, consigliati e reclutati per difendere l’impero, minare la lotta di classe e dividere i movimenti. Gli informatori accademici sono particolarmente utili nel fornire informazioni personali e politiche su intellettuali, accademici, giornalisti, scrittori e critici di sinistra latinoamericani permettendo ai funzionari statunitensi di isolare, calunniare e boicottare gli antimperialisti, così come gli intellettuali che possono essere reclutati e sedotti con concessioni di fondi e inviti al Kennedy Center di Harvard. Quando i funzionari statunitensi hanno difficoltà a comprendere le complessità e conseguenze dei dibattiti ideologici e divisioni nei partiti o regimi di sinistra, gli informatori accademici d’ex-sinistra, che raccolgono documenti e interviste, forniscono spiegazioni dettagliate e forniscono ai funzionari un quadro politico per sfruttare ed esacerbare divisioni e guidare la repressione, minando gli avversari impegnati nella lotta antimperialista e di classe. Il dipartimento di Stato degli USA lavora a stretto contatto con centri di ricerca e fondazioni nel promuovere riviste che evitino ogni menzione dell’imperialismo e dello sfruttamento della classe dirigente; promuovono “questioni speciali” su politiche di identità “senza classe”, teorizzazioni postmoderne e conflitti etnico-razziali e conciliazioni. In uno studio sulle due principali riviste di scienze politiche e sociologiche, si nota che in cinquanta anni hanno pubblicato meno dello 0,01% sulla lotta di classe e l’imperialismo USA. Gli informatori accademici non hanno mai riferito sui legami del governo degli Stati Uniti con governanti narco-politici. Gli informatori accademici non studiano l’ampia e lunga collaborazione israeliana cogli squadroni della morte in Colombia, Guatemala, Argentina e El Salvador, a causa della lealtà a Tel Aviv e nella maggior parte dei casi perché il dipartimento di Stato non è interessato ai rapporti che espongono alleati e complicità.

Informatori accademici: cosa vogliono e cosa ottengono?
Gli informatori accademici s’impegnano nel debriefing per vari motivi. Alcuni lo fanno semplicemente perché condividono politica ed ideologia dei costruttori imperialisti e sentono che è un loro “dovere” servire. La stragrande maggioranza sono accademici affermati con legami coi centri di ricerca che informano perché ingrassano il loro curriculum vitae, aiutando a garantirsi borse di studio, appuntamenti prestigiosi e premi. Gli accademici progressisti che collaborano hanno un approccio da Giano bifronte; parlano alle conferenze pubbliche di sinistra, in particolare agli studenti. e in privato riferiscono al dipartimento di Stato degli USA. Molti studiosi ritengono di poter influenzare e cambiare la politica del governo. Cercano d’impressionare i funzionari autodichiariati “progressisti” con le loro conoscenze interne su come “trasformare” i critici latini in collaboratori moderati. Inventano innocue categorie e concetti accademici per attirare studenti per l’ulteriore collaborazione coi colleghi imperialisti.

La conseguenza del debriefing accademico
Gli informatori accademici ex di sinistra sono frequentemente citati dai mass media come “esperti” affidabili e competenti per calunniare governi, accademici e critici antimperialisti. Gli accademici di ex-sinistra spingono gli studiosi emergenti dalla prospettiva critica ad adottare critiche ragionevoli “moderate”, a denunciare ed evitare gli “estremisti” antimperialisti e a screditarli come “ideologi polemici”! Gli informatori accademici in Cile hanno aiutato l’ambasciata USA ad identificare i militanti di quartiere poi consegnati alla polizia segreta (DINA) durante la dittatura di Pinochet. Informatori accademici statunitensi in Perù e Brasile hanno fornito all’ambasciata piani di ricerca che identificavano ufficiali nazionalisti e studenti di sinistra successivamente epurati, arrestati e torturati. In Colombia, gli informatori accademici statunitensi furono attivi nel fornire rapporti sui movimenti dei ribelli rurali che portarono a una repressione di massa. Collaboratori accademici fornirono rapporti dettagliati all’ambasciata in Venezuela sui movimenti di base e le divisioni politiche tra il governo chavista e gli ufficiali al comando di truppe. Il dipartimento di Stato degli USA finanziava accademici che lavoravano con organizzazioni non governative che identificano e reclutano giovani della classe media come combattenti di strada, narcogangster e indigenti per impegnarli in violente lotte per rovesciare il governo eletto e paralizzare l’economia. Rapporti accademici sul regime “violento” e “autoritario” servivano da foraggio propagandistico per il dipartimento di Stato ed imporre sanzioni economiche, impoverendo la gente, fomentando il colpo di Stato. Collaboratori accademici statunitensi hanno arruolato i colleghi latini per firmare le petizioni che spingono i regimi di destra nella regione a boicottare Venezuela. Quando gli informatori accademici affrontano le conseguenze distruttive dell’imperialismo, sostengono che non era loro “intenzione”; che non erano i loro contatti col dipartimento di Stato a portare avanti le politiche regressive. La più cinica affermazione è che il governo avrebbe fatto il lavoro sporco a prescindere dal debriefing.

Conclusione
Ciò che è chiaro in quasi tutte le esperienze note è che i de-briefing degli informatori accademici rafforzano gli imperialisti e completano il lavoro mortale degli operatori professionisti di CIA, DEA e National Security Agency.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Sayad Nasrallah: Siria ed alleati spezzano il prestigio dell’entità sionista

Dr. Muhamad Abdu al-Ibrahim, Syria Times, 15 maggio 2018

Il Segretario Generale di Hezbollah, Sayad Hasan Nasrallah, parlava della nuova fase dello scontro tra la Resistenza e l’entità sionista in Siria, sottolineando che il momento in cui il nemico israeliano poteva colpire la Siria senza ritorsioni è finito. Sayad Nasrallah commentava l’ultimo scontro tra la Siria e l’entità sionista, quando le posizioni israeliane nel Golan occupato furono colpite da decine di razzi lanciati dai territori siriani. Le dichiarazioni del leader della Resistenza libanese si avevano durante una cerimonia organizzata da Hezbollah per il secondo anniversario del martirio del leader della Resistenza Sayad Mustafa Badradin (Zulfiqar), nel sobborgo meridionale di Bayrut (Dahiyah). Sayad Nasrallah aveva detto che l’equazione stabilita dall’entità sionista di spezzare la mano della Resistenza che colpirà il Golan occupato è finita, secondo al-Manar. In questo contesto, Sayad Nasrallah osservava che la Siria e i suoi alleati dell’Asse della Resistenza riuscivano a distruggere il prestigio dell’occupante israeliano. D’altra parte, il SG di Hezbollah avvertiva sull’intenzione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di annunciare il cosiddetto “accordo del secolo” contro la causa palestinese. Sua eminenza si scagliava contro la posizione araba ufficiale, ma invitava gli arabi a schierarsi contro il regime statunitense in Palestina. Anche Sayad Nasrallah chiedeva all’Autorità palestinese di astenersi dal firmare un accordo del genere.

“Martire Vittorioso”
Sayad Nasrallah elogiava Sayad Mustafa Badradin come uno dei comandanti che crearono la Resistenza nei primi anni. Sua eminenza sottolineava l’importanza di conoscere biografia e vittorie dei comandanti della Resistenza caduti. “I comandanti della Resistenza caduti vanno conosciuti bene e sempre ricordati”, aveva detto Sayad Nasrallah, aggiungendo: “I loro nomi vanno scritti in oro“. Il leader della Resistenza rivelava che Sayad Mustafa Badradin fu incaricato di missioni sensibili, incluso lo scontro militare con l’entità sionista. Sua eminenza aggiungeva che il comandante della Resistenza caduto era responsabile di alcuni dossier relativi alla causa palestinese e all’Iraq. “Sin dal primo giorno della crisi in Siria, Sayad Mustafa Badradin lavorò duramente per affrontare i taqfiri”, osservava Sayad Nasrallah. Nel frattempo, sua eminenza ricordava una frase di Sayad Mustafa Badradin, detta poco prima del martirio: “Non tornerei dalla Siria se non da martire o portando la bandiera della vittoria”. “Dico a Sayad Mustafa, mio caro fratello, sei tornato dalla Siria vittorioso e martire“, aveva detto Sayad Nasrallah nel secondo anniversario del martirio di Sayad Badradin.

“Stati Uniti inaffidabili”
Sayad Nasrallah commentava l’annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che Washington si ritirava dall’accordo nucleare tra Iran e potenze mondiali. Sua eminenza si scagliava contro gli Stati Uniti dicendo che non sono affidabili non rispettando gli accordi internazionali. “Gli Stati Uniti operano in base ai propri interessi e dell’entità sionista“. “Gli accordi internazionali che ci chiedono di rispettare e attuare… lo Stato più potente al mondo non li rispetta“, aveva detto Sayad Nasrallah. “Gli Stati Uniti non sono affidabili perché non rispettano né gli accordi internazionali né i loro alleati“. Nel frattempo, Sayad Nasrallah notava che gli Stati Uniti mentono e ricattano la Corea democratica sul suo programma nucleare.

“L’era in cui Israele colpiva la Siria senza ritorsioni è finita”
D’altra parte, Sayad Nasrallah parlava del confronto tra la Siria e l’entità sionista della settimana prima, quando le posizioni israeliane furono colpire da decine di razzi lanciati dai siriani. Il SG di Hezbollah rivelava che 55 razzi furono lanciati sulle posizioni israeliane nel Golan occupato, negando che 23 soldati siriani e combattenti fossero stati uccisi negli attacchi israeliani che seguirono l’attacco missilistico. “Tre soldati dell’Esercito arabo siriano caddero negli attacchi israeliani e le notizie su 23 combattenti martiri erano prive di fondamento“, aveva detto Sayad Nasrallah. Notò che il confronto era di grande importanza in quanto conteneva molte indicazioni. “Il nemico israeliano ha taciuto sulle perdite subite, mentre cercava di rilevare i razzi che raggiunsero Safad e Tiberiade. Grandi esplosioni furono sentite nel Golan occupato e gli israeliani in quegli insediamenti furono costretti ad andare nei rifugi“, aveva detto Sayad Nasrallah acclamando l’Esercito arabo siriano per aver respinto gli attacchi israeliani in seguito al lancio dei razzi. “Questa è solo una forma di rappresaglia alla continua aggressione israeliana contro la Siria“, aveva detto Sayad Nasrallah riferendosi al lancio dei razzi sulle posizioni israeliane. “Il messaggio è stato dato al nemico israeliano. Dice che l’era in cui colpiva la Siria impunemente è finita“. Sua eminenza notava che il nemico israeliano non mirava all’escalation, sostenendo che gli obiettivi colpiti dai sionisti erano limitati e alcuni furono evacuati prima di essere colpiti. In tale contesto, Sayad Nasrallah rivelava che i siriani e gli alleati dell’Asse della Resistenza avevano informato l’entità sionista tramite “lati internazionali” che se “attraversava le linee rosse in Siria, verranno lanciati altri missili che colpiranno in profondità Israele”. “Siamo di fronte a una nuova fase dello scontro con Israele. Il suo prestigio è frantumato“.

“Idiota… traditore”
Sayad Nasrallah commentava le osservazioni del ministro degli Esteri del Bahrayn, che affermò che l’entità sionista aveva “diritto all’autodifesa”. “Israele ha diritto all’autodifesa!! Quindi riconosci che il Golan è suo, oh idiota e traditore?!” Sayad Nasrallah disse del ministro del Bahrayn. Nel frattempo, sua eminenza si scagliava contro i tentativi sauditi di presentare giustificazioni religiose sulla cospirazione contro la Palestina. “Figure saudite hanno presentato giustificazioni religiose su ciò che hanno definito “diritto d’Israele” sulla Palestina”.

“Accordo del secolo”
Sayad Nasrallah avvertiva che nelle prossime settimane Trump pubblicherà ufficialmente il suo cosiddetto “accordo del secolo”. “Sotto tale accordo non ci saranno né al-Quds orientale, né al-Quds occidentale, e non ci sarà più diritto al ritorno per i palestinesi. Inoltre, lo Stato palestinese sarà limitato a Gaza soltanto“, avvertiva Sayad Nasrallah. Il leader della Resistenza libanese invitava la popolazione della regione ad opporsi a tale accordo, e invitava Autorità Palestinese, Organizzazione per la Liberazione della Palestina e altri partiti palestinesi ad astenersi dal firmare un accordo del genere.Traduzione di Alessandro Lattanzio

I super-rivoluzionari occidentali sbagliano irrimediabilmente sul Nicaragua

Internationalist 360°, 10 maggio 2018

In un articolo inesatto su Socialist Worker, “the Bullet“, riprodotto da Global Research, Trevor Evans ricicla note falsità e interpretazioni distorte della destra del Nicaragua finanziata da nordamericani ed europei. I pochi che conoscono la storia del Nicaragua ne saranno sbalorditi, perché molti nella sinistra radicale ed anarchica del Nicaragua, insieme ai simpatizzanti stranieri, hanno sempre collaborato coi socialdemocratici e l’estrema destra del Nicaragua finanziati dagli Stati Uniti. Nel 1990, ad esempio, il partito MAP-ML della sinistra radicale fece parte dell’opposizione UNO, finanziata dagli Stati Uniti e guidata da Violeta Chamorro che vinse le elezioni presidenziali di quell’anno. Quindi non c’è da sorprendersi, ormai da quasi 30 anni, che i radicali di sinistra come Trevor Evans e i suoi camerati attacchino il governo sandinista del Nicaragua guidato dal Presidente Daniel Ortega. Evans sbaglia su molti fatti e per il resto ricicla le stesse menzogne e mezze verità ben note del centrodestra e dell’estrema destra e del centro socialdemocratico finanziati da nordamericani ed europei. Ad esempio, alla fine dell’articolo, Trevor Evans afferma “Una dimostrazione a Managua di pensionati contro la riduzione delle loro pensioni fu sostenuta dagli studenti delle università pubbliche della città“. Ma come tutti i media di destra del Nicaragua e i loro alleati mediatici ed alternativi occidentali, omette di dire che l’organizzazione nazionale dei pensionati aveva accettato la riduzione perché, in cambio, ebbe la stessa copertura sanitaria completa dei lavoratori attivi. Inoltre, furono gli studenti delle università private del Nicaragua a guidare le proteste. Evans segue il copione dell’opposizione finanziata dagli Stati Uniti allineandosi a figure di destra come Piero Coen, il più ricco affarista del Nicaragua (contrariamente all’errata affermazione di Evans che lo sia Carlos Pellas). Coen si oppone alla riforma della previdenza sociale del governo e sollecita proteste proprio perché essa favorisce i lavoratori. I dimostranti fuorviati furono ingannati promuovendo un’agenda profondamente neoliberista e politicamente di destra. Trevor Evans manca completamente la realtà. Allo stesso modo osserva, “Nei tre giorni successivi, la portata degli scontri di strada aumentò, estendendosi a diverse altre città provocando la morte di oltre 40 persone e molti feriti“. Ma omette di dire che gli “scontri” dal 20 aprile in poi furono tra gruppi di studenti rivali, coinvolgendo gli sforzi della polizia nel ripristinare l’ordine pubblico, e le aggressioni dell’opposizione armata si diffusero di città in città con bande di delinquenti locali e assai meno studenti, provocando deliberatamente distruzione, morte e lesioni. Evans cita acriticamente i dati gonfiati delle ONG dell’opposizione, degli “oltre 40 morti”, senza notare che molti morti e feriti erano poliziotti, attivisti sandinisti, giornalisti o passanti coinvolti negli scontri. Evans prosegue: “Dopo quattro giorni, Daniel Ortega apparve in televisione, affiancato dalla moglie e dai capi della polizia e dell’esercito, denunciando ciò che descrisse come manipolazione di studenti inermi da parte degli oppositori politici per secondi fini“. Infatti, dopo tre giorni di violenze dell’opposizione, il Presidente Ortega apparve in televisione insieme a uno dei sindaci i cui uffici municipali furono attaccati, Julia Mena, che non è sandinista. Era presente anche la Ministra della Famiglia, Marcia Ramirez, e il coordinatore Guiomar Irias dell’Istituto per lo sviluppo municipale del Nicaragua. Quindi l’evento fu lungi dall’essere, come suggerisce Evans, una dimostrazione di solidarietà delle forze di sicurezza del Nicaragua col governo. In questa sessione, nella notte del 22 aprile, il Presidente Ortega insistette sulla necessità del dialogo e della moderazione, accettando l’appello dei privati ai colloqui.
Il 23 aprile, l’opposizione di destra minoritaria del Nicaragua fomentò una giornata di saccheggi e violenze criminali delle bande di delinquenti e attivisti politici completamente estranei alle proteste studentesche, con l’opposizione di migliaia di persone comuni nella capitale del Nicaragua, Managua. Quel pomeriggio, il Presidente Ortega si rivolse di nuovo al popolo del Nicaragua accompagnato dai rappresentanti degli investitori stranieri preoccupati non solo dei loro profitti, ma anche dei loro lavoratori, anche se potrebbe essere, per accademici come Trevor Evans (che insegna all’International Political Economy Institute, “Berlin School of Economics and Law“) difficile da capire. Il Presidente Ortega deplorò “le violenze verificatesi, esprimiamo la nostra solidarietà alle famiglie delle persone morte nelle violenze e chiediamo al popolo del Nicaragua di continuare ad unirsi agli sforzi per porre fine alle violenze“. Il Presidente Ortega aveva anche invitato la gerarchia della Chiesa cattolica a mediare, facendo pressione sui vescovi cattolici di destra che incoraggiarono le violenze, contrariamente ai desideri del loro capo istituzionale e spirituale, il cardinale Leopoldo Brenes. Naturalmente, alcuno di tali dettagli appare nel resoconto di Trevor Evans. Nel suo articolo è troppo occupato a negoziare la linea sottile tra purezza ideologica e opportunismo politico per discernere le sottigliezze morali e la realtà politica in Nicaragua, su cui è così ansioso, e così mal qualificato, di pronunciarsi. In ogni caso, per chiunque sia interessato, ecco alcune note sulle distorsioni più eclatanti che Trevor Evans propone nel suo articolo.

Difendere il diritto del popolo a votare il candidato voluto
Nel 2010, la Corte Suprema dichiarò inapplicabile la riforma costituzionale antidemocratica del 1994, applicata nella legislatura dai socialdemocratici alleati alla destra del Nicaragua, senza consultazioni. La sentenza del 2010 consente ai candidati di candidarsi per la rielezione nelle elezioni presidenziali e comunali.

Marginalizzazione dell’opposizione
Mentre Evans sostiene che le misure governative marginalizzavano l’opposizione di destra del Nicaragua, difatti, l’opposizione perse i voti a causa delle lotte intestine e per le politiche economiche riuscite del governo sandinista

Collaborazione con aziende private
Dal 2007, nell’ambito del piano di sviluppo nazionale del governo, l’economia del Nicaragua godeva di una stabilità senza precedenti grazie al dialogo e al consenso con tutti i settori dell’economia e della società del Nicaragua, compresi settore privato, sindacati, movimento cooperativo, organizzazioni dei lavoratori rurali, chiese evangeliche e gerarchia della Chiesa cattolica, tra gli altri.

Assenza di alternative di sinistra
Alcuna forza politica elettorale vitale è emersa a sinistra del Fronte Sandinista nella politica del Nicaragua, perché non ce n’è . Il socialdemocratico di centrodestra Movimiento Renovador Sandinista da tempo riceve fondi dal governo degli Stati Uniti e dall’Unione Europea tramite le loro ONG, mentre Monica Baltodano e Henry Ruiz e il loro movimento Rescate praticamente non hanno supporto e in pratica collaborano con l’MRS di centrodestra.

Voto elettorale del 2016: 65%
Il Presidente Ortega e l’FSLN vinsero le elezioni presidenziali del 2016 con un’affluenza di 2,49 milioni su 3,8 milioni di elettori, il 65% degli elettori registrati. Persino l’Organizzazione antisandinista degli Stati americani accettò che le elezioni riflettessero un voto libero ed equo.

Le apparizioni pubbliche di Daniel Ortega e il ruolo di Rosario Murillo
Contrariamente alla falsa affermazione di Trevor Evans, il Presidente Daniel Ortega appare regolarmente in occasione di importanti eventi pubblici e la Vicepresidente Rosario Murillo è una dei leader della rappresentanza politica delle donne in America Latina, con cui il Nicaragua figura tra i primi dieci Paesi al mondo con la maggioranza di rappresentanti politici donne.

NICA Act e OSA
L’opposizione socialdemocratica di centrodestra del Nicaragua fece attivamente pressioni per la NICA Act proposta direttamente dalla congressista di estrema destra degli Stati Uniti (all’epoca) Ileana Ros-Lehtinen. Il governo nicaraguense in linea di principio si oppose all’interventismo degli osservatori elettorali favorito dai governi nordamericani ed europei. Per le elezioni comunali del 2017, fu accettata una squadra dell’OSA guidata da Wilfredo Penco, esperto uruguaiano di fiducia e rispettato che aveva partecipato agli eventi elettorali in Nicaragua con la Commissione latinoamericana degli esperti elettorali (CEELA). Dando a Penco una sua perversa approvazione, il sito di centrodestra socialdemocratico del Nicaragua, Confidential, condannò Penco come “turista elettorale” che convalida le frodi elettorali, un’etichetta dell’opposizione nicaraguense che Penco può indossare con orgoglio.

Corruzione
Dal 2007, il Nicaragua ha una reputazione invidiabile tra le istituzioni internazionali per l’uso efficiente ed onesto dei prestiti. In caso di accuse di corruzione come quelle contro Roberto Rivas, il governo assunse misure che riconoscono la gravità delle accuse senza permettere la manipolazione del sistema giudiziario, evidente nei casi di accuse degli USA a figure pubbliche altrove, in America Latina, ultimamente Jesus Santrich in Colombia.

Polizia e esercito
Il capo della polizia del Nicaragua è la commissaria Aminta Granera, universalmente apprezzata in Nicaragua da tutta l’opinione pubblica, così come il capo dell’esercito del Nicaragua, Generale Julio César Avilés Castillo. La leadership della polizia e dell’esercito in Nicaragua sono persone che iniziarono la carriera durante la rivoluzione popolare sandinista negli anni ’80, quindi la maggior parte di loro condivide la forte fedeltà all’ideologia sandinista, e per estensione al governo sandinista, rendendolo impenetrabile all’offuscamento degli Stati Uniti, con gran dispiacere dell’opposizione in Nicaragua.

Media
I principali quotidiani nazionali del Nicaragua, La Prensa e El Nuevo Diario, sono di proprietà privata. La maggior parte delle compagnie telefoniche e delle radio locali è indipendente o allineata all’opposizione. Delle compagnie televisive nazionali, Canals 2, 4, 6, 8 e 13 favoriscono il governo, Canal 9,10, 11 e 12 sono indipendenti o favoriscono l’opposizione.

Crescita economica in declino ed iniqua
Contrariamente a quanto sostenuto da Trevor Evan nel suo articolo, l’ECLAC delle Nazioni Unite predisse la crescita del PIL del Nicaragua nel 2018 e nel 2019 ad oltre il 4% . Inoltre, contrariamente all’argomento di Trevor Evans, la disuguaglianza del Nicaragua misurata dall’indice Gini è la più bassa dell’America centrale. Dal 2008 la povertà complessiva è diminuita da quasi il 40% a circa il 24%, con la povertà estrema quasi dimezzata da circa il 14% a circa il 7% o meno.

Aggiornamento
Per ora, dal 9 maggio, sembra che gli sforzi dell’opposizione finanziata da nordamericani ed europei per affondare il Nicaragua nel caos fallisce. Gli scoppi sporadici di violenze terroristiche si verificano, invariabilmente come espressioni di mero vandalismo. Fuori dalla capitale del Nicaragua, Managua, le manifestazioni contro il governo e dei sostenitori dell’opposizione si svolgono generalmente senza scontri. Oggi a Managua, dopo un’affluenza massicciamente superiore a difesa del governo, gli attivisti dell’opposizione arrivati a Managua si univano alle bande di locali delinquenti, per attaccare violentemente un paio di luoghi. È probabile che questi episodi continuino nelle settimane e nei mesi a venire, mentre l’opposizione in Nicaragua è sempre più frustrata dall’assenza di sostegno popolare. Il dialogo deve ancora iniziare perché l’opposizione non sa scegliere propri rappresentanti. L’opinione nazionale è a stragrande maggioranza a favore della pace sociale, della stabilità economica e del dialogo politico. Quindi su quel punto almeno, Trevor Evans ha ragione. Solo che il governo sandinista del Presidente Daniel Ortega offre al Nicaragua un programma politico fattibile di stabilità economica e pace sociale. Al contrario, l’opposizione, come in Venezuela, non può che litigare su come ottenere quote di potere politico ed istituzionale per le quali non ha alcun mandato legittimo e zero proposte politiche attuabili. “Nel frattempo, le violente bande terroristiche organizzate dalla destra in Nicaragua e dalle forze politiche sostenute da Trevor Evans e dai suoi camerati, assaltano e uccidono lavoratori che tornano a casa dal lavoro, attaccando e bruciando autobus che trasportano cittadini da e per il lavoro, uccidendo e ferendo poliziotti, uccidendo e derubando giornalisti che riferivano sugli eventi. Il tempo ci dirà quanto ci vorrà perché il Nicaragua si riprenda dall’attuale trauma, voluto e pagato dagli Stati Uniti e dai loro alleati governi imperialisti e dai mercenari locali delle ONG in Nicaragua. Qualunque sia il risultato, i lavoratori urbani e rurali del Nicaragua possono ringraziare ancora una volta Trevor Evans e i suoi camerati, proprio come fecero dalla Siria all’Ucraina e al Venezuela e, ora in Nicaragua, sbagliando completamente e disinformando sugli eventi nei Paesi presi di mira dalle élite imperialiste occidentali”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Ragioni geopolitiche del sostegno russo al Venezuela

Mision Verdad 5 maggio 2018Il 4 maggio il Ministero degli Esteri russo dichiarava di respingere le intenzioni degli Stati Uniti di boicottare le elezioni in Venezuela. “Washington non solo non abbandona la politica del violento cambio di potere, ma aumenta anche la pressione su Caracas usando meccanismi unilaterali restrittivi, semplicemente cercando d’isolare il Venezuela“. E sottolineava che le sanzioni finanziarie unilaterali applicate da Washington contro la nazione caraibica cercano “di provocare una crisi debitoria e di conseguenza peggiorare la situazione socio-economica“, un obiettivo persino riconosciuto dal dipartimento di Stato quando affermò a gennaio che le sanzioni cercavano d’indurre il collasso economico totale del Paese. La portavoce Maríja Zakharova notava che la Federazione Russa riconosce e sostiene le istituzioni giuridiche come piattaforme politiche per risolvere i conflitti tra lo Stato venezuelano e le forze d’opposizione. “Siamo lieti che i vicini latino-americani del Venezuela, nonostante la forte pressione, osservino la soluzione del problema esclusivamente dal campo giuridico attraverso l’ampio dialogo nazionale. Scegliere in modo indipendente le forme di democrazia, in conformità con le procedure costituzionali senza pressione estera, è diritto di ogni Stato“, sottolineava la funzionaria. La dichiarazione va posta nella dimensione geopolitica, nel contesto globale in cui l’egemonia statunitense è minata da sconfitte militari e finanziarie nel tentativo di destabilizzare il Medio Oriente (casi Siria e Iran), l’Asia (Cina) e il fronte latinoamericano, dove il Venezuela era l’obiettivo prioritario. L’equilibrio ne ha screditato le procedure politiche e militari. Il finanziamento delle rivoluzioni colorate e le imponenti sanzioni economiche sono schemi che non passano inosservati al gigante eurasiatico, al momento dell’annuncio delle elezioni del 20 maggio.

Le elezioni presidenziali venezuelane avranno conseguenze di ampia portata nell’attuale scenario geopolitico
Regolarmente osserviamo scenari simili in altri Paesi, vengono create le premesse per manifestare il malcontento popolare, persone vengono spinte a ribellarsi alle autorità, con prevedibili conseguenze negative e possibilmente catastrofiche“, affermava la diplomatica. Un’allerta che, se paragonata a quella d’inizio 2017 sui tentativi dell’opposizione, coordinati con Washington, di realizzare una rivoluzione colorata in Venezuela, che materializzatasi (al culmine del fallimento), illuminò i veri obiettivi del boicottaggio dei settori ultra-anti-Chavez. Nello specifico, queste voci raggruppate attorno a Primero Justicia e Volunted Popular sono allineate alle lobby israeliane ed aziendali rappresentate al Congresso degli Stati Uniti da Marco Rubio, e nell’OAS da Luis Almagro, architetti delle sanzioni contro il Venezuela, dell’embargo petrolifero a breve termine e della spinta all’intervento militare contro il Venezuela, travestito da “umanitario”. La Russia, rafforzando lo sforzo per stabilizzare i conflitti regionali nei territori che circondano l’area d’integrazione eurasiatica, comprende l’importanza di sostenere il Venezuela, elemento che rafforza la crescente influenza multipolare. Il sostegno in tal senso si confronta tempestivamente all’affronto della dittatura aziendale statunitense prima e dopo le elezioni presidenziali del 20 maggio.
La relazione strategica di queste due nazioni, con chiari obiettivi geopolitici di cooperazione economica e commerciale, per esempio, avanza proposte coraggiose come l’uso delle criptovalute (Petro e Criptorublo) per evitare le sanzioni, alterando la supremazia del dollaro. Le decisioni sovrane nazionali di questo tipo allarmavano i padroni del sistema finanziario mondiale, avviando azioni destabilizzanti che inibiscono i processi politici indipendenti e la creazione di un’architettura finanziaria alternativa al petrodollaro. In tale contesto, si comprende la necessità di aggravare l’aggressione agli attori dell’emergere di nuove potenze e di relazioni alternative a quelle imposte dall’egemonia statunitense, ancor più se provengono dall’America Latina, considerata ancora proprio cortile dove smantellare gli Stati che ne sfidano l’influenza, scavalcando istituzioni e regole nel rivendicare totalmente la Dottrina Monroe. Sviluppo ed esito delle elezioni presidenziali in Venezuela non solo decideranno il destino nazionale, ma avranno conseguenze di ampia portata sul quadro geopolitico in cui gli Stati Uniti lottano per non vedere la propria influenza internazionale erosa totalmente. La Russia lo sa ed anche il candidato della Patria.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Shumushu, l’ultima battaglia della Seconda Guerra Mondiale

Alessandro Lattanzio, 07/05/2018L’operazione di sbarco sulle Curili iniziò la notte tra il 17 e il 18 agosto e terminò il 2 settembre 1945. 50442 soldati e ufficiali giapponesi furono disarmati e catturati, inclusi 4 generali, oltre a 300 cannoni e mortai, 1000 mitragliatrici, 217 autoveicoli e trattori. Ma il risultato principale dello sbarco sulle Curili fu il controllo completo delle isole e di Sakhalin, che ritornarono all’Unione Sovietica.
Le isole Curili sono un arcipelago di 36 isole situate tra la penisola di Kamchatka e l’isola di Hokkaido, per un’estensione di 1270 km. La più vicina alla Kamchatka, 12 km da Capo Lopatka, è Shumushu (Simu-shu), piccola isola collinosa lunga 30 km e larga 20 km. A metà del XVIII secolo, la Russia stabilì diritti di possesso sulle Curili, e nel 1747 il cosacco Shergin fondò a Shumshu la scuola russa per gli Ainu, gli abitanti delle isole. Le isole Paramushir e Shumshu dal 1875 al 1945 furono possedimento giapponese. Preparandosi alla guerra contro la Russia, il Giappone concluse un’alleanza anti-russa nel 1902 col Regno Unito e gli Stati Uniti che, per dominare il Pacifico, diedero al Giappone un prestito di 500 milioni di dollari specificamente per le spese belliche. Il Giappone dal 1934 eresse fortificazioni su ciascuna delle isole Curili e le unità militari ivi presenti furono sottoposte ad addestramento speciale mentre la flotta giapponese condusse manovre nelle acque delle Curili in vista dell’occupazione di Kamchatka, Okhotsk, Sakhalin e Primorye. La difesa più fortificata era su Shumushu, dove i giapponesi costruirono una strada sotterranea, hangar, rifugi per carri armati, magazzini e ospedali sotterranei. C’erano due basi aeree per due reggimenti di caccia e una base per idrovolanti nel lago Bettow. Nella parte sud-orientale di Shumushu era situata la base navale di Kashiwabara. Tutti i siti adatti a uno sbarco erano sorvegliati da casematte, bunker e trincee, la cui profondità raggiungeva i 50 metri. Circa 70000 prigionieri cinesi li costruirono in tre anni di lavoro. Per mantenere segreto il sistema di fortificazioni sull’isola, dopo il completamento dei lavori, i prigionieri cinesi furono affondati a bordo di vecchie chiatte nell’oceano. Da qui le truppe giapponesi assaltarono le isole Aleutine, appartenenti agli Stati Uniti, di Kyska, Attu, Agattu, Amchitka, dal giugno 1942 all’agosto 1943. In seguito, aerei statunitensi attaccarono le Curili usando gli aeroporti della Kamchatka, e tentativi di operazioni anfibie sulle Curili furono intrapresi dalla III Flotta statunitense. Il 12 agosto incrociatori e cacciatorpediniere bombardarono Matua e Paramushir.
Col messaggio del presidente degli USA G. Truman ricevuto il 15 agosto 1945, il Presidente del Consiglio dei Ministri dell’URSS, I.V. Stalin ricevette l’ordine generale sui dettagli della capitolazione delle forze armate giapponesi, firmato dal Generale D. MacArthur, nominato capo dell’amministrazione militare del Giappone occupato. L’ordine diceva che tutte le guarnigioni delle isole del Pacifico dovevano arrendersi al comandante in capo della flotta del Pacifico degli Stati Uniti. Quindi, indicando che gli statunitensi non volevano cedere le Curili all’URSS, come l’isola di Matua (al centro dell’arcipelago delle Curili), che gli USA volevano trasformare in una base militare. Per impedirlo ed evitare lunghi e complicati negoziati sulle isole Curili, l’URSS dovette agire immediatamente. La notte del 15 agosto, il Maresciallo dell’Unione Sovietica e Comandante in capo delle truppe sovietiche in Estremo Oriente Vasilevskij, istruì il Comando della Flotta del Pacifico a preparare immediatamente l’operazione di sbarco sull’isola di Shumushu, la più a nord delle Curili. La stragrande maggioranza delle operazioni anfibie fu eseguita dopo la ricognizione dell’area scelta. La forza da sbarco su Shumushu fu lanciata senza preparativi e ricognizione. Il successo dell’operazione dipese dalla sorpresa dell’attacco. Il comando giapponese aveva sulle isole Curili più di 50 mila soldati e ufficiali, oltre a 10 aerodromi che permisero il dispiegamento di 600 velivoli. Diversi basi navali consentivano il dispiegamento anche di incrociatori leggeri.Shumushu
Shumshu è situata a 12 chilometri dalla punta meridionale della Kamchatka, Capo Lopatka, ed era particolarmente fortificata. La guarnigione contava 8600 soldati e ufficiali con 60 carri armati e 100 pezzi di artiglieria da campo ed antiaerea. Sull’isola furono costruiti 34 postazioni e 24 bunker per circa 100 cannoni e 310 mitragliatrici. La profondità delle strutture difensive sotterranee arrivava a 50-70 metri. Il raggruppamento di truppe giapponesi a Shumshu consisteva nella 73.ma Brigata della 91.ma Divisione di fanteria; nel 31.mo reggimento di difesa aerea, nel reggimento di artiglieria da fortezza delle Curili, nell’11.mo Reggimento carri armati, oltre ad unità speciali e altre subunità. Sulla vicina isola di Paramushir c’erano 4 basi aeree ben attrezzate e con ripari (parzialmente sotterranei) presidiate da 14500 soldati. Tuttavia, all’epoca i giapponesi avevano già ritirato la maggior parte degli aerei per difendere le città dalle incursioni aeree statunitensi. Da Capo Lopatki lo sbarco sull’isola di Shumushu fu supportato dalla 945.ma Batteria costiera con 4 cannoni da 130mm.
L’operazione di sbarco sulle Curili iniziò con la mobilitazione dell’area difensiva della Kamchatka e della base navale di Petropavlovsk. Le unità assegnate furono la 101.ma Divisione di fanteria, del Generale P. I. Djakov, la 128.ma Divisione aerea e il 60.mo Distaccamento delle Guardie di frontiera del Capitano N. I. Lashmanov. Il comando della zona difensiva della Kamchatka e della base navale di Petropavlovsk ebbe l’ordine di prendere le isole Shumushu, Paramushir e Onekotan. Il Comandante dell’operazione di sbarco, Maggior-Generale A.R. Gnechko, decise di sbarcare una forza di 8800 elementi nella parte nord-orientale di Shumshu, tra i promontori Kokutan-Saki (Capo Kurbatov) e Kotomari-Saki (Capo Pochtorjov) ed infliggere il colpo principale alla base navale di Katask. Per l’operazione furono scelti il 302.mo e il 138.mo Reggimento di fanteria della 101.ma Divisione di fanteria, una compagnia del 119.mo Battaglione genieri, un reggimento di artiglieria, uno anticarro e il battaglione di Fanteria di Marina del Maggiore T. A. Pochtorjov, della base navale di Petropavlovsk, che formarono il distaccamento d’assalto e i due scaglioni principali della forza da sbarco.
La forza navale consisteva in 64 unità: 2 pattugliatori, 4 dragamine, 1 posamine, 8 motovedette, 16 navi d’assalto anfibio e 17 natanti da trasporto. Il comando della Flotta del Pacifico, mentre adempiva ai compiti complessi per il controllo dei porti della Corea del Nord e di Sakhalin, non aveva l’opportunità di prestare assistenza alla base navale di Petropavlovsk. Le maggiori unità inviate nell’operazione di sbarco sulle Curili erano i pattugliatori d’altura Kirov e Dzerzhinskij (costruiti in Italia nel 1935), armati con 3 cannoni da 102mm, e il posamine Okhotsk, armato di 3 cannoni da 130 mm e 2 da 76 mm. Inoltre erano presenti 16 navi d’assalto anfibio (tra cui diverse LST cedute dagli USA), le navi idrografiche Polijarnij e Lebed, le navi da trasporto E. Pugachjov, Chapaev, Kokkinaki, Uritskij, Menzhinskij, Turkmen, Burevestnik, Dalnevostochnik, Krasnoe Znamija, Moskalvo, Refrigeretor n. 2, General Panfilov, Maksim Gorkij e Volkhov, 2 chiatte e 4 motobarche Kawasaki, scortate da 8 motovedette tipo MO, 1 sommergibile e 2 torpediniere. Infine vi erano i dragamine TSh-155, TSh-156 e TSh-525, che dovevano rimuovere i campi minati. Il comando operativo del gruppo navale fu posto sul dragamine TSh-334, su cui furono installate cinque stazioni radio e due riceventi, mentre il comando delle forze da sbarco fu posto sul Kirov, e quello di riserva sul posamine Okhotsk. Il TSh-334 faceva da ponte tra le unità sbarcate a Shumushu e il comando del 2° Fronte dell’Estremo Oriente e della Flotta del Pacifico, a Petropavlovsk.

TSh-334

Il Capo di Stato Maggiore del battaglione della Fanteria di Marina G. Motosov, ricordò: “La formazione e la preparazione del battaglione avvennero il 15 e 16 agosto. Le forze provenivano da due divisioni, da una divisione di sottomarini, da unità logistiche e dei servizi della base navale, in totale 800 elementi incorporati nel distaccamento d’assalto per creare la testa di ponte per il 1° e il 2° scaglione della 101.ma Divisione di fanteria“. Lo sbarco avvenne con la copertura di caccia, sottomarini e siluranti, ma in condizioni climatiche difficili, alle 4:20 del 18 agosto. Le navi dell’avanguardia dovevano sbarcare 8363 soldati, 654 cavalli, 218 cannoni e mortai, 80 autoveicoli e 32 trattori. Il distaccamento avanzato del Maggiore P. Shutov consisteva in un battaglione di Fanti di Marina, una compagnia di mitragliatori, una di mortai, un plotone di chimici e uno da ricognizione. I marines occuparono tre trincee, e fu allora che i giapponesi dettero l’allarme. Motosov scrisse: “I proiettori falciarono la riva e l’artiglieria nemica iniziò a parlare. In risposta, le nostre navi aprirono il fuoco. La riva era vicina, ma a causa della fitta nebbia non era visibile. Diversi proiettili caddero sulla nostra nave, senza esplodere, ma l’attraversarono. Dopo aver abbassato la rampa, i marines saltarono in acqua. I primi a precipitarsi a riva furono M. Rjabinovich, V. Streltsov, A. Minchik e A. Vodynin… il sito dello sbarco scelto era quello giusto. Le coste dell’isola sono ovunque ripide, rocciose, fortificate. I punti di tiro posizionati in modo tale che dalla riva e dall’entroterra i giapponesi potessero incrociare il fuoco, sparando in qualsiasi direzione. Ma qui, tra i promontori Kokutan e Kotomari, dove scorreva un piccolo fiume, la spiaggia era sabbiosa“. Le difficoltà si ebbero in seguito, perché le stazioni radio si bagnarono e l’artiglieria navale e la batteria costiera della Kamchatka non potevano sparare senza essere guidate. I commando di Shutov erano armati solo di armi automatiche, granate, cannoni anticarro e mortai. Scontri particolarmente brutali scoppiarono sulle alture, lasciando 28 caduti. Fu lì che i marines N. Vilkov e P. Ilichev ostruirono le feritoie dei bunker. Caduti, divennero per la loro impresa eroi dell’Unione Sovietica alla memoria. Per più di cinque ore, le truppe sovietiche sbarcarono sotto il tiro dell’artiglieria nemica. 1 pattugliatore e 4 navi d’assalto andarono persi, 8 altre navi subirono gravi danni.
Dalle memorie di Ivan Alekseevich Bezdelov, soldato del 138.mo Reggimento di fanteria della 101.ma Divisione Fanteria di montagna: “Il 18 agosto 1945 all’alba, iniziò lo sbarco. Sbarcai col secondo battaglione, sul mezzo da sbarco 324. Quando si avvicinò alla riva, fu gettata la rampa, ma nel frattempo i giapponesi colpirono il motore e il mezzo su sospinto indietro mentre gettava l’ancora; il mezzo si allontanò dalla riva di 60-70 metri, complicando lo sbarco; ma nonostante ciò il battaglione sbarcò con gravi perdite. Il Capitano Lapatin, comandante del battaglione (o Lapshin, non ricordo il nome esatto), fu ucciso immediatamente sul ponte da un proiettile perforante. Il nostro gruppo avanzò a sinistra delle altezze attraversando la strada da Nagasaki (parte meridionale dell’isola) a quota 101, fortificata dai giapponesi e considerata inespugnabile. Tale quota era collegata da trincee all’altezza successiva, e ulteriori passaggi sotterranei finivano direttamente in mare. Nonostante l’inaccessibilità della quota, i soldati la presero. Soldati, sergenti e ufficiali mostrarono enorme eroismo, i soldati del Komsomol Vasilij Novikov, Grisha Astudin, Misha Trufanov e tutti gli altri, assieme al Capitano Savushkin, membro del PCUS, comandante della compagnia mitraglierei che operava nel gruppo d’assalto, furono insigniti col titolo di Eroe dell’Unione Sovietica (postumo) per eroismo e coraggio… Il nostro distaccamento… avanzò a sinistra col compito di tagliare la strada che da Nagasaki portava a Quota 101, da cui si lanciavano rinforzi e carri armati giapponesi. I carri armati dei giapponesi non raggiunsero la destinazione, dato che il primo carro fu distrutto dal cannone anticarro di un soldato del Komsomol del 138.mo (non ricordo il nome). I mortaisti giapponesi, presso il nostro distaccamento, ci vedevano, eravamo nel palmo della loro mano. Inoltre, la nostra artiglieria aprì il fuoco dal mare e i proiettili cominciarono a cadere presso la nostra posizione, eravamo presi dal fuoco incrociato… Ma comunque compimmo la missione. Nella seconda metà della giornata, i giapponesi compirono un attacco decisivo, gettando in battaglia tutti i loro carri armati. A costo di grosse perdite, avanzarono, ma non poterono ricacciare l’assalto in mare. La maggior parte dei carri armati fu distrutta da granate e armi anticarro, poi il fuoco dell’artiglieria navale fu puntato su di essi. Dei 60 carri armati 40 furono distrutti o danneggiati, in battaglia il comandante del reggimento corazzato giapponese fu ucciso. Ma questo successo fu a caro prezzo; circa 200 soldati caddero nella battaglia”. Solo nel pomeriggio, quando il tempo migliorò, gli aerei sovietici bombardarono le basi di Kataok e Kashiwabara. Allo stesso tempo, i giapponesi contrattaccarono con fanteria, carri armati e aerei, ma non poter

ono cambiare la situazione.
L’11.mo Reggimento carri armati giapponese, dotato di carri armati Chi-Ha e Shinhoto Chi-Ha, aveva il comando a Kataoka, assieme a 1.ma, 2.da e 6.sta compagnia. La 5.ta compagnia era situata a sud-est, e 3.za e 4.ta compagnie erano al centro dell’isola, a nord-ovest dell’aeroporto di Miyosino (più tardi aeroporto Kuzminovskij). La guarnigione giapponese si stava preparando alla resa agli statunitensi, quando le truppe sovietiche li colsero alla sprovvista. Alle 9:00 del 18 agosto, le forze sovietiche appena sbarcate arrivarono sul Monte Sirei-san (Quota 171, ora monte Severnaja), prendendolo alle 9:10. A quel punto, la 4.ta compagnia carri del capitano Ito Rikio raggiunse l’altezza da sud-est. I giapponesi sul versante orientale di Quota 165 avevano una batteria di cannoni Tipo 96 da 149 mm, che copriva lo stretto con le Curili. Sopra la batteria era collocato un bunker con mitragliatrici e un bunker con un cannone Tipo 38 da 105 mm. Sotto la batteria, c’è la strada che portava a Capo Kurbatov. Su questa strada arrivarono a 4.ta compagnia carri armati giapponese, con lo scopo di dividere in due la forza da sbarco sovietica. Alle 9:27, il comandante della compagnia mortai sovietici riferì all’ammiraglia della flottiglia da sbarco, Dzerzhinskij, di aprire il fuoco su Quota 165. Ne seguì la battaglia, in cui la Fanteria di Marina sovietica distrusse 7 carri armati giapponesi.
Dopo aver respinto l’attacco dei carri armati giapponesi, la forza di sbarco si consolidò ai piedi di Quota 171 e sul versante orientale di Quota 165. Le forze sovietiche avevano granate anticarro e 189 fucili anticarro PTRD, particolarmente efficaci sui carri armati giapponesi. La situazione dei militari giapponesi fu aggravata dal fatto che non avevano informazioni sulla consistenza della truppe da sbarco; Shumushu era coperta da una nebbia densa. Successivamente, altre 4 compagnie di carri armati giapponesi si mossero lungo il versante orientale di Quota 165, ma gruppo di marines, comandato dal Tenente A. M. Vodynin, si trovava sul pendio orientale. Vodynin e il Sergente S. I. Ryndin corsero verso i carri armati con fasci di granate, distruggendo vari mezzi. Un carro armato fu distrutto dal Sergente Babich, che rimase ferito; e mentre un carro armato giapponese cercava di schiacciarlo fu salvato dal Marines M. Vlasenko, che lo trascinò in trincea, prima di distruggere il carro armato nemico con una granata. Babich e Vlasenko furono considerati morti, in un primo momento, ma sopravvissero alla battaglia. Quindi, altri 7 carri armati giapponesi furono distrutti e i mezzi restanti furono costrette a ritirarsi. Avendo fallito tale manovra, il colonnello Ikeda Sueo decise di avanzare tra le due altezze, ma fu un attacco inutile e suicida.
L’11.mo reggimento carri, avanzò tra la nebbia e allo scoperto verso le trincee della prima linea di difesa sovietica dotati di fucili anticarro. Ad uno ad uno, 11 carri armati giapponesi furono colpiti, incendiati e crivellati di proiettili, soprattutto ai fianchi e alla torretta. Il colonnello Ikeda Sueo fu ucciso. Scrisse il Maggiore Shutov: “I carri armati si disposero in formazione da battaglia, avvicinandosi con un ruggito. Su uno di essi, nel boccaporto aperto, con in mano uno stendardo, c’era un ufficiale giapponese. Eravamo già pronti a respingere il contrattacco. Mortaisti e mitraglieri aspettavano solo il segnale per aprire il fuoco sulla fanteria nemica. I fucilieri anticarro della compagnia del Capitano Derbyshev si erano preparati a sparare ai carri armati. Ogni soldato aveva preparato fasci di granate. Fuoco! Esplosioni e raffiche si mescolarono al rombo dei carri armati. Sparando su tutto afferrai il fucile-mitragliatore e colpì la fanteria dietro i carri armati. Un tiro non meno intenso proveniva dai fianchi, dove le unità di Dajn e Inozemtsev erano situate. Il primo mezzo nemico si fermò, un altro esplose. In non più di due minuti, sei carri armati giapponesi stavano già bruciando. Tuttavia, gli altri si avvicinarono rapidamente. Vedo la faccia contorta di un ufficiale giapponese con uno stendardo. Premo il grilletto del mitragliatore. L’ufficiale cadde faccia in giù, e lo stendardo finì a terra. E un attimo dopo il carro si fermò. Fu un colpo del Sergente Kostylyov“. I 30 carri armati rimanenti, diretti dal capitano Ito Rikio, si raggrupparono per un nuovo attacco, che non ci fu. Il 19 agosto iniziarono i negoziati che si conclusero il 24 con la resa delle guarnigioni di Shumushu e Paramushir. Le forza da sbarco non solo respinsero l’attacco dei carri armati nemici, distruggendone più di un terzo, ma guadagnarono permettendo il dispiegamento dell’artiglieria pesante. Il dominio completo nell’aria da parte dell’Aeronautica sovietica lasciò poche possibilità ai giapponesi di Shumushu e Paramushir.
Ecco cosa scrisse il giornale Kamchatskaja Pravda: ““Patria, caro compagno Stalin! Andiamo in battaglia nel nome della nostra vittoria e della felicità del nostro popolo. In battaglia, non disonoreremo la gloria delle armi sovietiche e adempieremo pienamente al nostro dovere militare. Daremo tutte le nostre forze e, se necessario, le nostre vite a beneficio della nostra amata Patria. E arrivò il momento in cui le parole del giuramento si sarebbero avverate. Il Sergente Maggiore Stepan Ryndin si avvicinò per la prima volta al carro di testa e vi gettò un fascio di granate. Il mezzo fu danneggiato. Ma Ryndin fu gravemente ferito. Superando il dolore lancinante, assaltò coraggiosamente il carro armato per finirlo con l’ultima granata. Il coraggioso marines fu colpito dalla mitragliatrice nemica di coda. Diversi carri armati esplosero. Sulla loro strada vi erano altri fanti di marina. Coraggiosamente entrarono in combattimento contro i corazzati. Armato con granate ed esclamando: “Per la Patria!”, “Per Stalin!”, uno si gettò sotto i cingoli, altri spararono a bruciapelo agli equipaggi dei carri armati attraverso i fori d’ispezione. La morte eroica colse il Tenente Aleksandr Vodynin e il Sergente Maggiore Ivan Kobzar. Diedero la vita per il bene dell’amata Patria, in nome della vittoria sul nemico. Uno dopo l’altro, i carri armati andarono in fiamme. L’aria odorava di bruciato. Dopo le prime scaramucce coi fanti di marina, i carristi giapponesi non osarono più attaccare frontalmente. Fecero ricorso ad intricate manovre, ma nulla poté salvarli: dappertutto trovarono la morte”.
Nell’assalto a Shumushu, caddero 216 marines, 8 annegarono, 28 morirono per le ferite. Il 19 agosto, il comando del gruppo nord dell’esercito giapponese inviò dei parlamentari. Dopo lunghi negoziati, il comando giapponese firmò la resa incondizionata e promise, per la mattina del 20 agosto, d’inviare dei piloti per guidare le navi sovietiche nello stretto delle Curili. Tuttavia, al mattino non si presentarono e quando le navi sovietiche entrarono nello stretto, 4 batterie e gli aerei giapponesi aprirono il fuoco. La nave posamine Okhotsk fu danneggiata, e 15 marinai furono uccisi e feriti. Successivamente, la 128.ma Divisione aerea sovietica bombardò le strutture nemiche sulle isole. Solo il 22 agosto alle 14 in punto le truppe giapponesi si arresero. Il 23 agosto, a Shumushu furono catturati 3 generali, 525 ufficiali, 11700 soldati. I combattimenti, che durarono cinque giorni, finirono. I giapponesi persero 1150 soldati. Nel 1945, i lavoratori del cantiere navale di Petropavlovsk posero nella piazza centrale della città, un obelisco su piedistallo di granito, coronato da una stella a cinque punte su cui è iscritto: “Il ricordo di voi, che avete riportato alla madre patria le isole Curili, sopravviverà nei secoli“.
La battaglia per Shumushu fu la più aspra dell’intera guerra col Giappone. I sovietici ebbero 1567 caduti e feriti, tra cui 290 soldati caduti e dispersi (molto probabilmente affogati durante lo sbarco) e 384 feriti (il personale delle navi ebbe rispettivamente 134 caduti e 213 feriti). Quando la guarnigione delle isole di Shumushu e Paramushir si arrese, circa 13000 soldati e ufficiali nemici furono catturati, assieme a 45 carri armati, 66 cannoni e numerose attrezzature. Nella base navale di Kataoka, 1400 marinai giapponesi deposero le armi. Il Kamchatskaja Pravda descrisse la resa dei giapponesi nell’agosto del 1945: “Nei primi giorni dei negoziati sulla resa, i giapponesi mantennero aria di sfida e sfacciataggine. Dopo il disarmo, si ebbe un cambiamento drammatico. Ora ad ogni turno sottolineavano con forza umiltà e sottomissione. Non conoscendo i giapponesi, si sarebbe potuto pensare che uno stormo di sciacalli assetati di sangue si sia reincarnato in veri angeli. Questa trasformazione magica è avvenuta, come si suol dire, ai nostri occhi, all’istante. Il loro pentimento, i giapponesi, in particolare degli ufficiali, fu in ogni modo esagerato. Rinunciarono ai loro tradizionali comandi di rapina. Gettarono via varie pubblicazioni che abbondantemente riempivano alcune biblioteche, in quanto inutili. Mucchi di libri sotto forma di spazzatura caotica furono scaricati in burroni e pozzi. I giapponesi buttarono giornali e riviste che recavano falsi testi antisovietici. Nascosero e bruciarono le mappe del “grande impero giapponese fino agli Urali”. Distrussero frettolosamente le immagini più stupide raffiguranti un galante samurai che, con il calcio del fucile, spaccava un carro armato sovietico e con un dito trafiggeva un aereo con la stella rossa. In breve, i giapponesi distrussero tutte le prove, tutte le tracce dei loro crimini, tutto ciò almeno che in qualche modo somigliasse alla loro ostilità nei confronti del popolo sovietico. Ora dalla bocca del samurai era spesso possibile ascoltare lamentele di pentimento, ogni espressione d’amore e sentimenti amichevoli nei confronti dell’URSS. Ma il popolo sovietico, che ha visto così tanti vili nemici traditori, era difficile da ingannare. Inoltre, dietro la maschera dell’obbedienza e dell’amicizia immaginaria, i giapponesi non potevano nascondere le loro abitudini. E queste abitudini, come un rutto da ubriacone, si fecero sentire sempre ad ogni passo”.
50442 soldati e ufficiali giapponesi furono disarmati e catturati nelle isole Curili, inclusi 4 generali (circa 10000 giapponesi furono evacuati in Giappone), oltre a 300 cannoni e mortai, circa 1000 mitragliatrici, 217 veicoli e trattori. Infine, lo sbarco programmato su Hokkaido fu cancellato su istruzioni di I.V. Stalin. L’operazione per conquistare le Curili meridionali, le isole Iturup, Kunashir, Shikotan e Habomai, iniziò il 28 agosto. Su queste isole le guarnigioni giapponesi non opposero resistenza. Su Iturup, l’89.ma Divisione di fanteria dispiegava 13500 uomini, ed insieme al tenente-generale Keito Ugawa, suo comandante, si consegnò. Lo stesso fece la guarnigione di Kunashir di 1250 soldati e ufficiali. Su Shikotan, la 4.ta Brigata di fanteria del generale Dzio Doi, 4800 soldati, si consegnò. Il 5 settembre, le Curili furono prese dalle truppe sovietiche.Matua
Dopo la guerra, gli Stati Uniti erano molto desiderosi di prendersi l’isola di Matua, situata al centro dell’arcipelago delle Curili. Una possibile ragione di tale interesse era l’eccellente aeroporto che poteva essere usato con qualsiasi direzione del vento. Secondo una versione abbastanza affidabile, le piste erano riscaldate dalle terme vulcaniche e potevano essere utilizzate tutto l’anno. Tuttavia, l’astuta offerta di Truman a Stalin di cambiare Matua con una delle isole Aleutine non fu accettata. Matua è l’isola più misteriosa delle Curili. Secondo Evgenij Vereshagh e Irina Viter, che per molti anni la studiarono, Matua fu custodita dalla guarnigione giapponese, prima di arrendersi alle truppe sovietiche il 25 agosto, guidata dal colonnello Ledo. Tuttavia, è noto da fonti giapponesi che dal febbraio 1945 fu attuato un “piano Katz” dal Giappone, secondo cui era necessario evacuare dalle isole Curili tutto ciò che era possibile, e il resto andava sepolto. Attrezzature, macchinari, materie prime. Nel febbraio-marzo 1945, il piano Katz fu attuato anche a Matua. Dall’inizio dell’operazione delle Curili e prima della presa dell’isola da parte della squadra da sbarco sovietica, i giapponesi ebbero abbastanza tempo per nascondere e conservare gli elementi più importanti e preziosi. Sorprendentemente, a giudicare dall’inventario delle armi e delle attrezzature sequestrate sull’isola, le forze da sbarco sovietiche non trovarono alcun velivolo, carro armato o cannone. Su 3811 soldati e ufficiali giapponesi arresisi, c’erano solo 2147 fucili. Piloti, marinai e artiglieri scomparvero da qualche parte e furono catturati solo operai e personale ausiliario. So confronti ciò coi trofei di Shumshu, assaltata improvvisamente il 18 agosto, dove furono trovati più di 60 carri armati. Ma le piste dell’aeroporto erano perfettamente conservate. Intorno all’aerodromo furono trovati centinaia di bidoni etichettati Kraftstoff Wehrmacht 200 Ltr. (“Combustibile per la Wehrmacht da 200 litri”). I bidoni recavano le date dal 1939 al 1945. I sommergibili della Kriegsmarine tedesca facevano tappa a Matua, che aveva numerose strutture difensive: bunker, fortini, postazioni d’artiglieria e decine di chilometri di trincee e fossati, oltre a speciali “bunker” dagli scopi sconosciuti. Secondo una tesi, i giapponesi avrebbero lavorato su una nuova arma chimica o batteriologica. Forse le strane costruzioni dal complesso sistema di condotti d’aria e potenti chiuse d’acciaio erano dei laboratori segreti. Come quelli di Harbin, sul territorio della Repubblica Popolare Cinese. Il distaccamento 731 era impegnato nello sviluppo di armi chimiche e batteriologiche, e le strutture su Matua ricordano il laboratorio del distaccamento 731. Tra i reperti ritrovati su Matua vi sono apparecchiature chimiche, centrifughe, provette, dispositivi ignoti, sensori, manometri… resti di attrezzature della guarnigione o trasportate dai sottomarini tedeschi. E nello stretto tra Matua e l’isola Toporkovij si trovano i relitti delle navi da trasporto Royo Maru, Iwaki Maru e Khiburi Maru, silurate dal sottomarino statunitense SS-233 Herring.Sakhalin
Il 28 agosto, le forze del 2° Fronte dell’Estremo Oriente liberarono Sakhalin meridionale e, insieme al Distretto della Difesa della Kamchatka e alla Flotta del Pacifico, liberarono le isole Shimshiri (Sineiru-to), Urup (Etorrofu) nelle Curili meridionali. La 2.da Brigata Fucilieri, dopo aver navigato per 300 chilometri, sbarcò a Urup e Iturup. Dai prigionieri si apprese che per costruire le fortificazioni su Urup, i giapponesi aveva impiegato 12000 prigionieri cinesi. Il 30 agosto, nel nord dell’isola, nella baia di Mishawa, la guarnigione di 6000 soldati giapponesi si arrese. Il 31 agosto, le isole Curili settentrionali e centrali erano sotto il controllo sovietico. Il 56.mo Corpo Fucilieri ebbe 527 caduti e 845 feriti, le perdite giapponesi ammontavano a 1200 caduti. In Estremo Oriente, dal 9 al 23 agosto 1945, le truppe sovietiche catturarono più di 594000 soldati e ufficiali giapponesi, e ne eliminarono 84000, subendo 8219 caduti e 22264 feriti. Scrisse il giornalista Alexander Werth da Mosca: “Il 17 agosto, il Maresciallo Vasilevskij inviò un ultimatum al comandante dell’Armata del Kwantung chiedendo la resa entro mezzogiorno del 20 agosto. La capitolazione fu annunciata coll’ordine di Stalin del 22 agosto. Il comando sovietico impiegò estesamente truppe aviotrasportate, in particolare per la presa di Dairen e Port Arthur. Inviarono truppe in Corea del Nord. La Flotta del Pacifico svolse un ruolo importante nelle operazioni con cui furono occupate le isole Sakhalin e Curili, qui gli sbarchi sovietici incontrarono una resistenza particolarmente ostinata dei giapponesi, durata molto tempo dopo la resa ufficiale. La fine della guerra col Giappone era una questione di secondaria importanza (era già dietro l’angolo), la cosa principale era fermare i sovietici in Asia e trattenerli in Europa orientale“. Questa fu la conclusione politica della strategia statunitense dal 1945 che diede a Stalin il diritto di negare la richiesta degli Stati Uniti d’America di utilizzare le isole Curili come basi aeree. Non è escluso che fu allora che Mosca decise di costruire strutture militari nella Chukotka e di mantenervi grandi contingenti di truppe sovietiche.
Il comando giapponese in Manciuria, Corea, Sakhalin e Curili aveva, all’inizio dell’agosto 1945, 1 milione e 40mila soldati con 2000 aerei, 600 cannoni, 1200 carri armati, unità suicide di kamikaze, mentre le forze sovietiche aveano una superiorità di 1,2 volte in soldati; di 4,8 volte in carri armati ed artiglieria; 1,9 volte in aerei. Furono creati tre fronti: Transbajkal, 1° e 2° Estremo Oriente. La concentrazione di forze nella regione Asia-Pacifico, ai confini dell’URSS, fu propedeutico all’8 agosto 1945, quando l’URSS dichiarò guerra al Giappone. Il 17 agosto l’imperatore Hirohito disse alla nazione: “…Ora che la Russia è entrata in guerra, la continuazione della guerra dal punto di vista della situazione interna ed estera nel nostro Paese potrebbe portare alla perdita delle fondamenta del nostro impero. Così mi sono rivolto ad America, Inghilterra e Russia con la proposta per concludere la pace“. Il 16 agosto, in una conferenza stampa, il presidente degli Stati Uniti Truman affermò che il Giappone non sarebbe stato diviso in zone di occupazione, come la Germania, ma sarebbe stato sotto il controllo degli USA. Due anni dopo chiese al governo sovietico di cedere agli Stati Uniti delle basi sul territorio delle isole Curili, “per scopi militari e commerciali”. La risposta dell’URSS fu un categorico “No!”.Il 30 settembre 1945, col decreto del Presidium del Soviet Supremo dell’URSS, fu istituita la medaglia “Per la Vittoria sul Giappone” assegnata ai soldati dell’Armata Rossa, della Marina, della Flottiglia del fiume Amur e del NKVD e al personale civile che parteciparono alle operazioni contro i giapponesi. Il 2 febbraio 1946, il decreto del Presidium del Soviet Supremo dell’Unione Sovietica dichiarò possesso statale su Sakhalin meridionale e isole Curili. Nel 1947, furono incluse nella Juzhno-Sakhalin, in seguito regione di Sakhalin della RSFSR. Accettando questa decisione, nel 1951 il governo giapponese firmò il trattato di pace di San Francisco che affermava chiaramente: “Il Giappone rinuncia a tutti i diritti, titoli e rivendicazioni sulle isole Curili, sull’isola di Sakhalin e sulle isole adiacenti, la cui sovranità il Giappone acquisì col trattato di Portsmouth del 1905”. Il Presidente della Duma di Stato B.V. Gryzlov, al 60° anniversario della sconfitta del Giappone militarista, indicò la ragione per cui il Giappone dichiarò il desiderio della pace: “… non furono gli attacchi atomici su Hiroshima e Nagasaki (l’imperatore non li menziona nemmeno), ma l’ingresso in guerra dell’URSS“.Fonti:
Foto History
Kataoka Bazu
Kolyma Story
Russkie Vesti
Sakhalin Museum