Il terrorismo di Washington e Riyadh

Tony Cartalucci, LD, 6 aprile 2018

Per decenni Stati Uniti ed alleati della NATO hanno aiutato l’Arabia Saudita ad esportare l’indottrinamento politico noto come wahhabismo per radicalizzare gli individui e ingrossare le fila delle forze mercenarie usate nelle guerre per procura e per manipolare le popolazioni occidentali. Ciò che era iniziato come mezzo per la Casa dei Saud per stabilire, espandere e infine consolidare il potere politico sulla penisola arabica nel XVIII secolo, è ora diventato strumento affinato del potere geopolitico integrato nella politica estera di Washington. Recentemente, nelle pagine del Washington Post si faceva una notevole ammissione nell’articolo, “Il principe saudita nega che Kushner sia suo“. L’articolo citava il principe ereditario saudita Muhamad bin Salman affermare: “Alla domanda sulla diffusione del wahhabismo finanziata dai sauditi, l’austera fede dominante nel regno e che alcuni hanno accusato di essere fonte del terrorismo globale, Muhamad ha detto che gli investimenti nelle moschee e nelle madrasa oltreoceano originano nella Guerra Fredda, quando gli alleati dell’Arabia Saudita chiesero di usare le proprie risorse per impedire le incursioni nei Paesi musulmani dell’Unione Sovietica. I successivi governi sauditi persero la traccia degli sforzi, ha detto, e ora “dobbiamo riprenderci tutto”. I finanziamenti ora provengono in gran parte da “fondazioni” saudite, affermava, piuttosto che dal governo”. Mentre l’articolo afferma che “i successivi governi sauditi persero la traccia dello sforzo” e che i finanziamenti sono ora forniti da fondazioni “saudite”“, ciò non è vero. Non ci sono “governi successivi” in Arabia Saudita. La nazione sin dalla fondazione è gestita da una sola famiglia, la Casa dei Saud. E mentre le fondazioni saudite possono essere il canale attraverso cui il wahhabismo è organizzato, finanziato e diretto, certamente avviene per volere di Riyadh col sostegno di Washington.

Uno strumento, non un’ideologia
Il wahhabismo fu creato e usato come strumento politico già nel 1700. Fu la pietra angolare della fondazione dell’Arabia Saudita. Convenientemente, il wahhabismo, sin dall’inizio, è intollerante. Per i sauditi che cercavano potere politico con la conquista, tale intolleranza veniva facilmente tradotta nelle violenze contro tribù e Stati confinanti che non si sottomettevano al potere saudita. Gli inglesi sfruttarono tale strumento politico nella lotta contro l’impero ottomano. Incoraggiò e coltivò le ideologie estremiste come il wahhabismo prima e dopo la caduta dell’impero ottomano. Dopo le guerre mondiali, inglesi e statunitensi si allearono con nazioni come l’Arabia Saudita, esportandone l’indottrinamento wahhabita nel mondo. L’ammissione di ciò da parte del principe Muhamad bin Salman fornisce ulteriori informazioni sull’uso da parte di Washington degli estremisti in Siria tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, così come il sostegno ai terroristi in Afghanistan per sloggiare la presenza sovietica. Ma rivela anche esattamente come il terrorismo sia strumento geopolitico usato oggi, dopo la Guerra Fredda, e chi lo usa. Le “moschee”, finanziate dall’Arabia Saudita e da altri Stati del Golfo Persico ben oltre il Medio Oriente, tra cui Europa e Asia, fungono da centri di indottrinamento e reclutamento per le varie guerre per procura degli Stati Uniti e la loro destabilizzazione nel mondo.

Come viene allevato il wahhabismo
I terroristi reclutati da tutto il mondo per combattere in Siria venivano attirati principalmente dalla rete wahhabita finanziata e diretta dai sauditi. Le “moschee” e le “madrasse” che operano in Nord America ed Europa lo fanno con la piena cooperazione dei servizi di sicurezza e d’intelligence occidentali. Reclutamento, dispiegamento e rientro dei mercenari wahhabiti in occidente sono ammessi anche dai media occidentali. Il media danese The Local DK, espone uno di tali centri in Danimarca. L’articolo intitolato “La moschea danese raddoppia il sostegno allo SIIL“, descriveva il sostegno aperto alle organizzazioni terroristiche, in particolare il cosiddetto “Stato islamico” (SIIL). L’articolo indicava: “Vogliamo che lo Stato islamico si affermi. Vogliamo uno Stato islamico mondiale”, affermava il presidente della moschea Usama al-Sadi, nel programma DR. Al-Sadi aveva anche affermato di considerare la partecipazione della Danimarca nella battaglia degli USA contro la Siria un affronto diretto non solo alla moschea ma a tutti i musulmani. “La guerra è contro l’Islam”, aveva detto”. Tale presunta “moschea” in Danimarca, nonostante ammettesse apertamente di sostenere il terrorismo, non fu chiusa e i suoi capi arrestati come ci si aspetterebbe. Invece, il governo danese certamente collaborava con la “moschea” nel gestirla. L’articolo di Der Spiegel, “Risposta della comunità: una risposta danese alla Jihad radicale”, riportava: “Il commissario Aarslev dice di essere orgoglioso di ciò che hanno finora raggiunto, anche se non dimentica mai di elogiarne la gente e gli altri interessati al programma. È particolarmente effusivo quando parla di un uomo: un salafita barbuto a capo della moschea Grimhøjvej di Aarhus, dove molti giovani partiti per la guerra in Siria erano regolarmente presenti. Il suo capo è un uomo di nome Usama al-Sadi… questi due hanno unito le forze in un piano che cerca risposte alle domande che affliggono l’intero continente europeo: cosa si può fare per i radicali rimpatriati dalla Siria? Quali misure sono disponibili per contrastare il terrore che ancora una volta sembra minacciare l’occidente?” Sorprendentemente, i media occidentali hanno ammesso che una moltitudine di tali “moschee” reclutano apertamente uomini in occidente per combattere da mercenari in Siria sotto la bandiera di al-Qaida e delle sue varie sussidiarie prima di tornare a casa e minacciare le popolazioni occidentali. Anziché smantellare la rete ed eliminare la minaccia, l’occidente l’ha intenzionalmente lasciata crescere, creando divisioni sociopolitiche nelle nazioni occidentali, aumentando razzismo, fanatismo e xenofobia per continuare a giustificare le guerre occidentali all’estero, e allo stesso tempo un crescente Stato di polizia domestico.

La copertura
L’inglese Independent nell’articolo, “L’Arabia Saudita promuove l’estremismo in Europa, afferma l’ex-ambasciatore” ammetteva: “L’Arabia Saudita ha finanziato moschee in tutta Europa diventate focolai dell’estremismo, affermava l’ex-ambasciatore inglese in Arabia Saudita Sir William Patey”. Tuttavia, l’articolo e molti come questo, devia intenzionalmente dalle implicazioni sui finanziamenti sauditi e l’uso di tali cosiddette “moschee” come centri di indottrinamento e reclutamento del terrorismo finanziato e armato da Stati Uniti, Europa, Arabia Saudita e partner arabi nei conflitti nel mondo. I media e i politici occidentali, così come i rappresentanti sauditi, affermano che Riyadh non controlla completamente questa rete, o non sa del ruolo centrale che ha nel guidare il terrorismo globale. Tali scuse sono, tuttavia, anche nominalmente assurde. L’uso da parte di Stati Uniti ed Arabia Saudita delle reti wahhabite per alimentare i gruppi terroristici che combattono nel mondo è sfacciato. I terroristi “accidentalmente” reclutati nelle “moschee” finanziate dai sauditi in Europa, Medio Oriente e Asia formano gruppi armati, finanziati, addestrati e altrimenti supportati da Stati Uniti, Europa e loro alleati mediorientali, inclusa l’Arabia Saudita. In particolare, in relazione alla Siria, il giornalista Seymour Hersh già nel 2007, nell’articolo “Il reindirizzo è la nuova politica dell’amministrazione a beneficio dei nostri nemici nella guerra al terrorismo?“, espone tale processo, con la guerra del 2011 in Siria già in corso. L’articolo indicava: “Per indebolire l’Iran, prevalentemente sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato col governo dell’Arabia Saudita, sunnita, in operazioni clandestine per indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno anche preso parte ad operazioni clandestine contro l’Iran e l’alleata Siria. Un sottoprodotto di tali attività è stato il rafforzamento dei gruppi estremisti sunniti che sposano una visione militante dell’Islam e sono ostili agli USA e solidali con al-Qaida… Questa volta, il consulente del governo statunitense mi ha detto che Bandar e altri sauditi assicuravano la Casa Bianca che “terranno d’occhio i fondamentalisti religiosi. Il loro messaggio per noi era “Abbiamo creato questo movimento e possiamo controllarlo”. Non è che non vogliamo che i salafiti lanciano bombe; sono loro a lanciarli contro Hezbollah, Muqtada al-Sadr, Iran e i siriani, se continuano a collaborare con Hezbollah e l’Iran“. Quindi, non c’è nulla di accidentale nella creazione ed uso di tali reti da parte di Washington e Riyad. Altre tattiche furono utilizzate per evitare di affrontare direttamente tale ultradecennale sforzo. L’uso del “multiculturalismo” contro razzismo virulento, fanatismo e xenofobia ha creato un falso dibattito che trasforma essenzialmente la sponsorizzazione congiunta multinazionale occidentale-araba del terrorismo in diatribe e questioni inconciliabili. L’opposizione controllata di entrambe le parti del “dibattito” derivante, intenzionalmente allontana il discorso pubblico dalle domande su avvento ed uso del wahhabismo da parte dell’Arabia Saudita, dei suoi alleati arabi e dello stesso occidente.

La rete del terrorismo globale statunitense-saudita
Dalle “moschee” finanziate dai sauditi che indottrinano, radicalizzano e reclutano, terroristi vengono quindi inviati nei teatri operativi. Gli estremisti sponsorizzati da Stati Uniti ed Arabia Saudita, provenienti dalla popolazione uigura nella provincia occidentale dello Xinjiang, arrivavano passando dal Sud-Est asiatico in Turchia dove venivano inquadrati, addestrati e armati prima di essere inviati a combattere le truppe di Damasco in Siria. E se attualmente il compito principale della rete terroristica USA-Arabia Saudita è alimentare la guerra per procura contro la Siria, anche l’indottrinamento wahhabita, radicalizzazione e reclutamento sponsorizzati da USA-Arabia Saudita sono localizzati. Mentre gli estremisti uiguri vengono inviati in Siria, altri sono reclutati nella stessa Cina. Nel sud-est asiatico, i finanziamenti sauditi arrivano ai terroristi che combattono sotto la bandiera dello SIIL nelle Filippine. Vi sono legittime preoccupazioni che tale rete USA-Arabia Saudita cerchi d’infiltrarsi in Thailandia per sfruttarne il separatismo nel sud. Nel vicino Myanmar, gli Stati Uniti mettevano al potere l’attuale regime guidato dal “Consigliere di Stato” Aung San Suu Kyi. I suoi sostenitori ultra-nazionalisti e brutalmente razzisti hanno condotto per anni violenze genocide contro la minoranza rohingya. Contemporaneamente, Stati Uniti ed Arabia Saudita creavano un gruppo islamista “rohingya” guidato da Ata Ullah, istruitosi in Arabia Saudita. Le origini di Ata Ullah sono nebulose. La sua “leadership” sarebbe simile a quella di Abu Baqr al-Baghdadi, una figura a capo di un’organizzazione alla fine gestita da Riyadh e Washington. L’uso dei terroristi ha vari obiettivi. Per la Siria, è il cambio di regime, in Cina, l’agitazione e la possibile balcanizzazione alle frontiere della nazione, nel sud-est asiatico, tentativi di dividere ed indebolire le nazioni. Washington tenta d’installare regimi clienti in nazioni come Myanmar, in cui gli Stati Uniti chiedono un regime-cliente obbediente, e le Filippine, in particolare come mezzo per mantenervi la presenza militare.

Denunciare e chiudere l’attività terroristica di Washington e Riyad
Gli Stati Uniti considerano il wahhabismo un utile strumento geopolitico che hanno affinato ed utilizzato da decenni. Mentre essi e i loro alleati occidentali fingono ignoranza dall’inizio, e fingono di essere impotenti, continuano ad investire nella continuazione dell’operazione e nella sua continua reinvenzione. E mentre il wahabismo aiuta l’Arabia Saudita dalla fondazione ed espansione regionale, la sponsorizzazione di tali reti oggi è insostenibile divenendo rapidamente grave. Gli Stati Uniti, come hanno dimostrato verso molti ex-alleati, continueranno a usare il wahhabimo saudita fino quando non sarà più utile. Anche se è ancora presto per dirlo, l’Arabia Saudita ha molti incentivi ed interessi nel denunciare e smantellare tali reti con azioni concrete. Per il pubblico, sventare i meschini tentativi dell’occidente di usare cunei politici per proteggere tale rete multinazionale di indottrinamento, radicalizzazione e reclutamento è essenziale per fargli capire il ruolo di Arabia Saudita ed occidente nella sua costruzione e permanenza.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La svolta globale della Cina: Yuan-oro e avvertimenti

King World News, 26 marzo 2018

Nell’ultima settimana di marzo, uno dei maggiori gestori di fondi al mondo dichiarava a King World News che la Cina ha appena compiuto una svolta globale che porterà a 20000 dollari l’oro e a un sistema monetario e uno yuan basati sull’oro. C’è anche un terribile avvertimento.La Cina compie una svolta globale
Dr. Stephen Leeb: “Oh, ironia. Il presidente Trump potrebbe essere quello che risolve i problemi commerciali degli USA. Ma non coi dazi o il forte riarmo dei nostri partner commerciali… Piuttosto arriverà dalla Cina che accelera la transizione a una nuova valuta di riserva, probabilmente un paniere di valute basate sull’oro, creando un sistema monetario centrato sull’oro. La Cina ha gettato accuratamente le basi per avere i mezzi per definire la nuova valuta di riserva che influenzerà l’Oriente, se non il mondo”. E con la Cina non solo maggiore trader del mondo ma anche possessore di un esercito in grado di proteggere i partner commerciali orientali, le sue capacità sono indubbie.

La Cina ora commercia il petrolio con lo Yuan-oro
Segnatevi la data: oggi è iniziato il commercio del nuovo benchmark del petrolio orientale di Shanghai. I fornitori di petrolio possono ora coprire i loro yuan in futures basati sull’oro, la cui compensazione sarà in oro. In effetti, il petrolio ora viene commercializzato in yuan-oro. Il segnale che la Cina vuole accelerare il commercio in yuan e oro ben oltre il petrolio, è apparso in un articolo sul South China Post di fine febbraio. L’articolo citava Cheung Tak-hay, presidente della Borsa dell’oro di Hong Kong, dire: “La Borsa dell’oro di Hong Kong è in trattative con Singapore, Myanmar e Dubai per stabilire un corridoio merci in oro per promuovere prodotti denominati in yuan nell’ambito dell’Iniziativa Cintura e Via della Cina. Il corridoio delle merci d’oro… potrebbe collegare il deposito doganale proposto a Qianhai con utenti e commercianti di metalli preziosi nei Paesi della Fascia e Via“.

Deposito d’oro da 1500 tonnellate nella zona di libero scambio
Qianhai fa parte della zona di libero scambio di Shenzhen e Hong Kong. Il deposito doganale, secondo l’articolo, potrà immagazzinare 1500 tonnellate di oro. I servizi di regolamento di custodia e fisico inizierà probabilmente nei prossimi mesi. La posizione di Trump sulla politica commerciale spinge la Cina ad estenderne il commercio ben oltre il petrolio. Finora queste cifre equivalgono alla soppressione dei dazi in nome della “sicurezza nazionale” (che ironia). L’affermazione è che economia ed esercito statunitensi non possono essere sicuri se il Paese non produce abbastanza acciaio. E così il presidente Trump annunciava dazi che colpiranno alleati affidabili mentre avrà impatto assai minore sulla Cina, le cui pratiche commerciali Trump ha ripetutamente lamentato. I dazi furono quindi modificati esentando Canada e Messico, almeno per ora, ma si applicano ancora a molti altri alleati degli Stati Uniti.

Il vero pericolo
Ma il vero pericolo deriverà da una guerra commerciale totale. Il Presidente della PBoC Zhou ha spesso notato il rovescio della medaglia quando una nazione sovrana ha la valuta di riserva mondiale. O la valuta è sopravvalutata, portando il Paese a grandi deficit commerciali. Oppure (se il Paese emittente cerca di evitarlo limitando l’offerta della propria valuta), la crescita mondiale ne risentirà. Non fraintendetemi: non sostengo che la Cina e altri partner commerciali giochino in modo equo. Dico che l’unico modo in cui gli Stati Uniti possono sfidare il deficit commerciale è con un forte rallentamento della crescita mondiale o rinunciando al ruolo del dollaro come valuta di riserva. Il dollaro è nettamente sopravvalutato e rimarrà tale fin quando sarà la valuta di riserva mondiale. Vedo la Cina alla ricerca urgente del modo per evitare il collasso economico che potrebbe comportare una guerra commerciale. Noi siamo le nostre peggiori minacce alla nostra sicurezza nazionale, non solo rischiando una guerra commerciale che infliggerebbe danni ingenti all’economia mondiale, ma anche a causa delle nostre specifiche vulnerabilità, soprattutto e sorprendentemente nell’arena militare. Ignoranza ed autocompiacimento degli USA su questo sono mozzafiato.

La Cina potrebbe piegare gli Stati Uniti
L’adagio rilevante è che se vivi in una casa di vetro, non lanciare pietre. Qualsiasi pena commerciale imponiamo alla Cina, senza dubbio causando qualche sofferenza, non paralizzerà l’economia cinese. Ma se la Cina rispondesse nello stesso modo, piegherebbe gli Stati Uniti. Il motivo: mentre Trump si concentra su acciaio e alluminio, la Cina insieme ad altri Paesi controlla le risorse, in particolare i metalli delle terre rare, di gran lunga più vitali per le nostre forze armate e sicurezza. Ogni anno l’US Geological Survey (USGS), l’agenzia incaricata di fornire dati e analisi sulle risorse naturali e i pericoli, pubblica un annuario che dettaglia riserve mondiali, risorse e produzione di materie prime e minerali. Negli ultimi due decenni i rapporti sono sempre più lugubri. Una volta largamente autonomi per risorse, gli Stati Uniti sono sempre più dipendenti da altri Paesi, alcuni dei quali, come la Cina, potrebbero facilmente divenire dei nemici. Nessuno può obiettare che non sia intelligente, o vantaggioso per la sicurezza nazionale, dipendere dai nemici sulle risorse cruciali.Il generale dell’aeronautica Robert Latiff avverte
Ho parlato di terre rare prima. In effetti il mio libro del 2011 “Red Alert” era in parte un avviso agli USA sul pericolo derivante dalla nostra crescente inaccessibilità a questi metalli. Nei sette anni passati da allora, non abbiamo fatto nulla per far fronte ai nostri dubbi. Nel suo libro del 2017 “Future War“, il generale dell’aeronautica militare Robert Latiff ha scritto: “L’elettronica di consumo sempre più piccola e capace… dipende in modo cruciale dai metalli delle terre rare… Più preoccupante dal punto di vista degli armamenti, i metalli delle terre rare si trovano su tutti gli aerei ad alte prestazioni, missili ed elettronica avanzata“. Forse più spaventoso in vista delle recenti valutazioni militari è il suo commento: “I magneti delle terre rare consentono il controllo del tiro dei missili altamente manovrabili e ad altissima velocità“.

Missili ipersonici cinesi
La Cina sviluppa missili ipersonici che volano cinque o più volte la velocità del suono e sono estremamente difficili da rilevare o neutralizzare. Possono, senza testata nucleare, affondare una portaerei. Un rapporto della National Academy of Sciences, commissionato dall’US Air Force nel 2016, osservava che quando si tratta di tali tecnologie: “L’assenza in questo Paese di un chiaro percorso all’acquisizione… è in netto contrasto col ritmo febbrile della ricerca nei potenziali avversari… I loro investimenti sono significativi… e le loro realizzazioni in alcuni casi sorprendenti“. A cui si può aggiungere che senza terre rare, “un chiaro percorso di acquisizione” non esiste. Il fatto che il rapporto sia stato scritto nel 2016 e che nei due anni successivi non sia cambiato nulla, è più che sufficiente a tenermi sveglio la notte. Più recentemente due importanti gruppi di riflessione, RAND Corporation e International Institute for Strategic Studies (IISS), hanno pubblicato relazioni di ampio respiro sulla difesa degli Stati Uniti. Il rapporto RAND affermava che le forze statunitensi “non riescono a tenere il passo con le forze modernizzatrici delle grandi potenze avversarie” e “sono mal posizionate per affrontare le sfide chiave in Europa ed Asia orientale“.

La Cina ha già raggiunto il suo obiettivo
Il rapporto IISS fa commenti simili. Ad esempio, afferma: “Gli sviluppi dei nuovi armamenti in Cina e l’ampio progresso tecnologico nella difesa sono volti a favorire la transizione dal “recupero” con l’occidente a divenire innovatore nella difesa globale: in alcune aree della tecnologia della difesa, la Cina ha già raggiunto i suoi obiettivi“. A cui posso aggiungere le valutazioni su ciò che si può vedere, non da ciò che la Cina potrebbe nascondere, che sarebbe enorme. Non asserisco che una qualsiasi mancanza nella nostra supremazia militare sia dovuta unicamente all’assenza di rifornimenti di terre rare, cobalto e altri prodotti essenziali che la Cina controlla virtualmente attraverso possesso naturale e/o capacità di ricostituzione. Ma dovrebbe essere ovvio che è stupido, e contro i nostri interessi nella sicurezza nazionale, fare qualsiasi cosa che rischi di limitarci l’accesso a questi materiali chiave. In altre parole, una guerra commerciale minaccia non solo l’economia mondiale ma anche la nostra capacità di difenderci e di produrre beni consumo di alta qualità. La posizione meno invidiabile in cui ci troviamo non iniziò con Trump, Obama o Bush. Piuttosto, risale a quando Nixon ci tolse il gold standard nel 1971 e alla politica miope che scaturì da tale infame decisione. Siamo mezzo secolo dopo a sperare che una nuova versione del sistema monetario centrato sull’oro possa salvarci.

Oro a 20000 dollari
Ciò spingerà l’oro molto in alto. E se la Cina in qualche modo non ci riesce, probabilmente significherà gravi disordini geopolitici, nel qual caso, l’oro, ancora una volta, è ciò che vorreste possedere. L’oro si prepara a un balzo per forza e durata impressionanti. Eric, il prezzo dell’oro sarà di almeno 20000 dollari e probabilmente di più, e i lettori di KWN non dovrebbero più rimanerne fuori: è troppo tardi perché il tempo sta per scadere.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Morte del dollaro USA? La Cina lancia il Petro-Yuan

RT 26 marzo 2018I tanto attesi futures sul petrolio greggio sostenuti dallo Yuan sono stati lanciati a Shanghai. La Cina è il più grande consumatore di petrolio al mondo, con gli occhi sui benchmark rivali Brent e WTI e sulla valuta statunitense. Il trading dei nuovi contratti futures sul petrolio per settembre iniziava alla Shanghai International Energy Exchange con 440,20 yuan (69,70 dollari USA) al barile, riporta il quotidiano South China Morning Post. Secondo quanto riferito, circa 18540 lotti sono stati venduti e acquistati finora.
RT@RT_com
La Cina si prepara a lanciare il petro-yuan prima della fine dell’anno, si profila la fine del predominio del dollaro?
9:55 – 28 ottobre 2017

Il tanto atteso passo ha provocato un’impennata dei prezzi globali del petrolio col Brent Crude salito a 71 dollari al barile per la prima volta dal 2015. Il benchmark statunitense West Texas Intermediate (WTI) ha raggiunto il livello più alto in tre anni con 66,55 dollari al barile, prima di ritirarsi a 65,53. Gli esperti vedono i contratti cinesi dominati in Yuan come storici, mentre i nuovi futures simbolizzano la prima volta in cui investitori stranieri possono accedere a un mercato delle materie prime cinese. Il lancio termina anni di battute d’arresto e ritardi dal primo tentativo del Paese di quotare titoli nel 1993. Allo stesso tempo, il lancio del Petro-Yuan è visto come colpo al dollaro USA indebolitosi negli ultimi mesi. Il dollaro USA è la valuta di regolamento predominante per i contratti futures sul petrolio. Il 26 marzo, il biglietto verde è scivolato al minimo dopo 16 mesi contro lo yen giapponese, ma è rimasto stabile contro un paniere di sei valute.
RT@RT_com
Il petrolio sale a massimi pluriennali mentre la Cina lancia petro-yuan
11:04 – 26 marzo 2018

Secondo quanto riferito, le autorità cinesi hanno accelerato il lancio nella crescente importazione di greggio. L’anno scorso, il Paese superò gli Stati Uniti come primo importatore mondiale di petrolio. Pertanto, i contratti potrebbero non solo aiutare a conquistare il controllo sui prezzi dai principali benchmark internazionali, ma anche a promuovere l’uso della valuta cinese nel commercio globale. Il biglietto verde s’indebolirà, non appena le altre nazioni avranno un’alternativa credibile, dice Ann Lee, Professoressa di Economia e Finanza presso la New York University e autrice del libro “Cosa gli Stati Uniti possono imparare dalla Cina“. “È più che un punto di svolta per gli Stati Uniti. Non appena le altre nazioni avranno una reale alternativa credibile al dollaro USA, potranno scaricare i dollari e passare allo Yuan, il che può innescare la crisi del dollaro. Se ciò accade, non solo ci sarà inflazione delle tariffe, ma anche dall’inondazione di dollari“, ha detto Lee.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La partizione dell’Arabia Saudita è inevitabile

Intervista di Layla Mazbudi e Isra al-Fas, al-Manar, 7 novembre 2017

Questa intervista avvenne una settimana prima degli ultimi sviluppi in Arabia Saudita. È uno degli oppositori politici al regime saudita, e appartiene alla tribù Shamar, presente tra Arabia Saudita Quwayt, Qatar, Iraq e Siria. La tribù ha anche governato il Najd per quasi un secolo prima che Abdulaziz bin Saud la derubasse ripristinando il dominio dei suoi predecessori sostenuto dagli inglesi, che non riuscirono a sedurre gli Shamar. Al-Jarba ha forti legami con figure di rilievo tra le autorità del regno come l’ex-re saudita Abdullah bin Abdulaziz e l’ex-principe ereditario Muhamad bin Nayaf, garantendosi una sorta d’immunità esprimendo le sue opinioni. Il nome di Man al-Jarba emergeva di recente, vestito col costume della penisola araba, ma con altri discorsi: era apparso a Damasco dove decise di stabilirsi nel pieno della crisi politica del 2014, senza altro motivo se non essere onesto con le posizioni che riflettono la sua convinzione che la difesa della Siria sia la difesa degli arabi che vogliono cambiare. Le bombe (dei terroristi) in quel momento presero di mira il quartiere in cui risiede. Uno di essi colpì il suo edificio. Tuttavia, non decise di lasciare la Siria finché le cose non si stabilizzavano, quando la vittoria dell’Esercito Arabo Siriano e dei suoi alleati inizia a stabilizzarsi. Prima, alla fine del 2011, quando era ancora in Arabia Saudita, un sito web a lui affiliato fu chiuso per posizioni a supporto della Resistenza. Gli fu offerto di tenere una rubrica settimanale nel giornale saudita Uqaz. Avvertì sul conflitto settario, richiamando l’attenzione sui pericoli del piano di partizione che s’insinuava dall’Iraq. Ogni volta mostrò sostegno alla Resistenza, finché non fu costretto a smettere di scrivere nel 2013, per non essere ritenuto “responsabile”. Due giorni dopo aver lasciato le terre saudite nel 2014, Man al-Jarba apparve in un’intervista televisiva parlando dello SIIL e dei suoi legami coi wahhabiti. Da uno studio a Riyadh salutò il Presidente siriano Bashar al-Assad, e poi il Primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi per aver sostenuto la Resistenza della Siria. Le autorità saudite chiusero lo studio e da allora iniziò la guerra contro di lui. Dalla capitale libanese, Bayrut, Man al-Jarba aveva un’intervista esclusiva col sito di al-Manar, affrontando la situazione interna saudita, chiarendo la scena e parlando della formazione religiosa della società saudita e del ruolo delle tribù, esponendo i possibili esiti futuri dell’intensificarsi della lotta politica interna e gli imminenti piani di partizione stranieri.

Il wahhabismo non appartiene alla Sunnah
La società saudita è composta dall’85% di sunniti e dal 15% di ismailiti e duodecimani sciiti. Secondo al-Jarba “il wahhabismo non appartiene affatto alla Sunnah, ricordando che ha solo 300 anni“. “Il wahhabismo ha uno status che si differenzia dalle altre sette e gruppi islamici“, osservava respingendo la logica del taqfirismo. Secondo l’oppositore saudita, le famiglie della penisola araba erano sufi Ashari Maturidi prima che Muhamad bin Abdulwahab apparisse nel 17° secolo, e conservano ancora alcuni loro retaggi. “Nell’Hijaz, ad esempio, oltre ad abbracciare la dottrina sufi Ashari Maturidi, la maggior parte delle famiglie appartiene alle dottrine Hanafi e Shafai, come a Medina. Mentre gli ismailiti pesano a sud del regno, la dottrina Shafai vi è diffusa. I duodecimani sciiti sono nelle aree orientali, principalmente al-Qatif e al-Ahsa“, spiegava. “La maggior parte delle famiglie saudite è sufi Ashari, ma la dottrina ufficiale è wahhabita e gli viene imposta e insegnata a scuola“, riassume al-Jarba.

La famiglia al-Shayq… famiglia degli assegni
Nonostante i tentativi di alcune famiglie di preservare il patrimonio regionale, lo Stato investigativo imposto nel regno e il suo enorme potere finanziario, oltre alla protezione internazionale e ai sussidi all’estero, come qui chiamo gli Stati Uniti, hanno permesso a tale regime religioso di diffondersi. Il wahhabismo serve gli obiettivi statunitensi dalla guerra afghana contro l’Unione Sovietica a Iraq e Siria. Ha destinato l’istituzione religiosa nel regno a garantire ai governanti una legittimità, pagata, tanto che i sauditi chiamano la famiglia degli al-Shayq, famiglia degli assegni, in riferimento al denaro che ricevono“, aggiungeva al-Jarba. Nonostante il potere religioso, il rapporto tra situazione religiosa e situazione interna saudita è sotto controllo, poiché alcuna azione armata contro lo Stato è stata rilevata da non “wahhabiti”. Ciò riflette il contenimento che lo Stato intende usare su certi obiettivi “politici”, proprio come accaduto recentemente ad Awamiyah.

Yemen, Awamiyah e Qatar… come risarcimento
Al-Jarba crede che questi incidenti siano collegati ai tremendi sforzi sauditi per una vittoria con cui dimostrare agli statunitensi di essere ancora forti ed affidabili nel loro ruolo regionale. “Va ricordato che le sconfitte saudite in Iraq, Libano e Siria non sono state compensate nello Yemen, ma si sono piuttosto aggravate. Anche l’attacco al Qatar era una compensazione, tuttavia dimostratosi inutile, quindi non avevano altra scelta che usare la forza nel Paese e attaccare Awamiyah“. Al-Jarba proseguiva affermando che “i media sauditi hanno esibito l’avanzata ad Awamiyah come una conquista, descrivendola come operazione per liberare al-Qatif dagli sciiti, mostrati dai media sauditi come intrusi, ma sottolineava che il quartiere al-Musawara esiste da 400 anni, il che significa che è di 100 anni più vecchio del primo Stato saudita. Ciò significa che la popolazione di Awamiyah è inveterata e profondamente radicata nella regione più degli “inveterati” al-Saud e loro autorità…” “La sventata e sterile “vittoria” di Awamiya è stata usata dal sistema mediatico ufficiale per rafforzare “‘Iranofobia” e “Sciafobia”. A un certo punto, va detto che sono riusciti a promuovere tale fobia, una barriera che spaventa i popoli dalla Resistenza“.

La Palestina è nel cuore
A differenza della freddezza che il sistema governativo mostra nei confronti della causa palestinese, al-Jarba sottolinea che il popolo saudita simpatizza con la Palestina oltre ogni immaginazione. Ritiene che “L’asse della Resistenza difende la Palestina. Nonostante la fobia, le cose vanno meglio ogni giorno grazie alla scoperta delle relazioni saudite con “Israele”, così come agli sforzi sauditi per secolarizzare lo Stato e cercare di seguire il modello degli Emirati, risvegliando il popolo. Lo Stato che considera l’Iran e gli sciiti in generale come demoniaci con la scusa della religione e della difesa del Paese dalle Due Sante Moschee, appare oggi riconciliarsi con ‘Israele’ e permettere feste e danze miste, esponendo al vero pericolo la religione e il Paese delle Due Sante Moschee“.

La normalizzazione è la caduta saudita
Il crollo del regime saudita avverrà con la normalizzazione dei rapporti con ‘Israele’“, previde al-Jarba. “La relazione con ‘Israele’ supererà la linea rossa molto sensibile di chi vanta l’appartenenza al Paese delle Due Sante Moschee. Hanno una posizione decisa contro gli occupanti del “primo Qiblah” dei musulmani e chi commette crimini contro musulmani in Palestina, Libano e altrove. In particolare, in questi ambiti, il regime saudita perde legittimità. Cosa opprimerebbe allora il popolo saudita? Sono le fatwa che proibiscono di opporsi al sovrano a meno che non commetta bestemmia? La bestemmia per il popolo saudita è la rinuncia alla Palestina. I predicatori delle autorità possono giustificarla?” Nell’era delle grandi trasformazioni interne, metà dei predicatori del regno è in prigione. Secondo al-Jarba, non si tratta del Qatar, il problema è più profondo e grande. “Soprattutto, nulla indica che sono detenuti per la crisi col Qatar, sono solo analisi popolari. La crisi col Qatar era solo una scusa, perché sanno di essere contro la leadership e la secolarizzazione, e persino la normalizzazione con “Israele”… diranno alla gente che li detengono perché contrari alla secolarizzazione dello Stato? La scusa migliore è affermare che si tratta del Qatar, permettendosi di mettere a tacere qualsiasi voce obietti alle loro nuove politiche, iniziando dalle danze miste fino alla normalizzazione pubblica e altro“.

I sauditi contro la normalizzazione
Man al-Jarba sottolinea che lo Stato saudita è uno “Stato perfettamente inquisitore”. Tuttavia, i social media sono importanti misurando le tendenze dell’opinione pubblica. Qualche tempo fa, i media “israeliani” diffusero notizie sulla visita del principe ereditario Muhamad bin Salman nei territori occupati. Le istituzioni ufficiali saudite rimasero in silenzio e i media finanziati dai sauditi non dissero una parola. “Solo Twitter fu infiammato dalla campagna” dei sauditi contro la normalizzazione, “che si classifica prima tendenza in Arabia Saudita e nel mondo arabo. Quindi, c’era bisogno di formare un anti-esercito elettronico per promuovere la campagna ufficiale come lotta al terrorismo. Tuttavia, di fronte alla Palestina, l’esercito non può resistere a chi si oppone al tradimento della causa palestinese, di fronte la Palestina tutti cedono“, sottolineava al-Jarba.

Rompere il silenzio
Inoltre indicava tre fattori che potrebbero rompere il silenzio saudita:
1. La lotta nella famiglia dominante, presente e crescente. Darà al popolo la possibilità di scendere in piazza. Chi da notizie del palazzo a “Mujtahid”, è membro della famiglia dominante. Si dice anche che i principi imprigionati siano cinque, compresi Muhamad bin Nayaf e Abdulaziz bin Fahd, agli arresti domiciliari. Le notizie del conflitto interno sono note e rese pubbliche.
2. Togliendo la copertura religiosa e muovendosi verso la secolarizzazione, la gente troverebbe la causa diretta per scendere in piazza, in particolare dato che la scuola saudita insegna da 80 anni che la secolarizzazione è blasfemia e obbedire al sovrano è un dovere a meno che commetta bestemmia. Secondo i programmi sauditi, è permesso disobbedire al sovrano ateo, addirittura considerare la lotta sul sentiero di Allah, quindi il fattore religioso che lo Stato ha usato come pilastro per immunizzare i governanti cadrà mentre punta alla secolarizzazione.
3. Togliere la protezione internazionale all’Arabia Saudita, non è né difficile né impossibile. Gli statunitensi hanno bisogno di petrolio e soldi. Il presidente degli Stati Uniti era chiaro su ciò. In caso di caos e lotte interne, gli statunitensi non lasceranno i loro interessi per alcuna alleanza; preferiranno qualsiasi altra alleanza alternativa.La partizione è un piano inevitabile
L’oppositore saudita assicurava che gli Stati Uniti non riconoscono nulla al di sopra dei loro interessi. Col nuovo piano coloniale, gli Stati Uniti lavorano per dividere l’Arabia Saudita in quattro. “La partizione è sul tavolo ed è seria. La mappa è disponibile sul sito del ministero della Difesa degli Stati Uniti. L’Arabia Saudita sarà divisa in quattro. Negli stessi Stati Uniti, ci sono alcune frange che supportano la partizione e altre che si oppongono. Ma tutti vogliono giocarla“.
Le quattro regioni sono:
• La Grande Giordania: composta da Tabuq, Yunbu e Hijaz, da unire alla Giordania come patria alternativa dei palestinesi, con cui la crisi che impedisce all’entità d’occupazione di annunciare lo Stato ebraico, sarà risolta.
• La zona orientale: composta da al-Qatif, al-Ahsa e al-Damam, aree ricche di petrolio vicine a Quwayt e Bahrayn, consentendo agli statunitensi di entrarvi facilmente e controllarne il petrolio. Fonti della provincia orientale aveva già notato che gli statunitensi avevano suggerito la spartizione, ma fu rifiutata.
• Najd: le aree centrali in cui il dominio dei Saud sarebbe limitatao.
• Sud: le aree di Asir, Najran e Jizan, regioni yemenite affittate dall’Arabia Saudita per 99 anni, scadute sotto l’ex-presidente yemenita Ali Abdullah Salah a cui “rinunciò” in favore dell’Arabia Saudita.
Al-Jarba ritiene che gli statunitensi abbiano tratto molti benefici dall’esperienza in Iraq. Non schiereranno truppe in alcun Paese arabo a meno che non appaiano come salvatori. Ciò accadrebbe in Arabia Saudita nel caso in cui la lotta tra i principi della famiglia dominante s’intensificasse e divenisse conflitto, concedendo agli statunitensi l’opportunità di contare di più in Arabia Saudita. Dall’altra parte, al-Jarba notava che il piano di partizione è inevitabile e che il 2017 era il centenario dell’accordo Sykes-Picot che divise la regione araba tra Francia e Gran Bretagna e che il nuovo centenario sarà una nuova divisione.

Tribù, bomba a orologeria
Oltre alla religione, le tribù hanno un ruolo importante nell’implementazione o meno della sistemazione interna del regno, osservava al-Jarba, ed inoltre notava quanto segue: “Nel 1902, Abdulaziz bin Abdurahman al-Saud tornò a Riyadh dopo essersi rifugiato nel Quwayt protetto dagli inglesi, per assumere il potere nel momento in cui la penisola araba settentrionale era controllata dalla leadership della tribù Shamar, aderente interamente all’impero ottomano. Ai Shamar fu offerto di collaborare cogli inglesi ma rifiutò e combatté nella Prima guerra mondiale a fianco dell’impero ottomano, Stato islamico contro gli inglesi… Gli inglesi diedero ad Ibn Saud armi e pensarono che il suo dominio su Najd e Hujaz avrebbe tolto legittimità religiosa agli ottomani. Quando lo Stato ottomano fu sconfitto, Abdulaziz entrò nelle regioni e formò l’emirato del Najd, quindi assediò Hail per un anno intero durante cui il suo esercito ascoltava gli appelli alla preghiera nella zona chiedendosi se “fossero musulmani”, mentre altri dicevano “prudenza”. L’esercito di Ibn Saud uccise bambini nelle moschee. E quando entrò nell’Hijaz uccise nelle moschee“. I sauditi si opposero scoprendo che in nome della religione, Abdulaziz mobilitò le tribù all’epoca note come “i fratelli obbedienti ad Allah”, per le sue guerre contro gli altri emirati. “Quando raggiunse i confini disegnati dagli inglesi, ne usò gli aerei per colpire le tribù che non vedevano l’ora di continuare la resistenza e ripristinare il mondo islamico! Fino ad allora, i Saud osservarono le tribù con preoccupazione, rispettandone posizione e peso, sposandosi in esse e sapendo che sono una bomba a tempo che scatenerà il conflitto interno che potrebbe esplodere nel regno“.

Principi preoccupanti
Oggi, gli occhi sono sulle tribù mentre la lotta s’intensifica tra i principi. Mutab bin Abdullah, ad esempio, è la figura più preoccupante per Muhamad bin Salman. Possiede una guardia nazionale con 150 mila combattenti dalle tribù, sposatisi con la sua famiglia e che si preparano a combattere fino all’ultimo. La guardia nazionale per numeri e mezzi è un potere importante quanto l’esercito saudita”. Oltre a Mutab, vi sono Ahmad bin Abdulaziz, fratello dell’attuale re, e i figli di Nayaf, Fahd e Sultan. Secondo al-Jarba “il loro scontento per la politica del principe ereditario si sentiva nel palazzo reale. Ci furono molte lettere al re chiedevano d’impedire al principe indegno di salire al trono“, e infine l’assalto armato al Palazzo della Pace a Jidah. “L’ultimo attacco ha indicato che le lettere dei principi sono molto serie, il che causò la scomparsa di Muhamad bin Salman, al momento”, come dettagliato in precedenza sul sito di al-Manar.

La magia si volge contro lo stregone
In breve, l’oppositore saudita vede l’Arabia Saudita come Paese che vive sulla cima di un vulcano che erutterebbe in qualsiasi momento. Tutti i fattori nel regno sono preoccupanti: lotta dei principi, brama di governo di Muhamad bin Salman e nuova tendenza alla secolarizzazione, nonché il ruolo delle tribù in tutto ciò. L’escalation della lotta non finirà se non con la “partizione”, nel caso in cui le chiavi per affrontare tutto siano consegnate agli statunitensi, avverte al-Jarba, che inoltre osservava che il regno non è lontano da ciò che avviene nella regione. I piani per la divisione seguiti dall’Arabia Saudita gli si rivolteranno decisamente contro. Quindi, la magia si volgerà contro lo stregone…Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Cina a un passo dal colpo mortale al dollaro

Brandon Smith, Birch Gold Group 22/03/2018 – ZerohedgeSe lasci aperta la porta scorrevole, potresti lasciar entrare un gatto randagio, un procione o un insetto senza saperlo. Alcuni intrusi sono peggiori di altri. Tutto può essere fastidioso. Ma lascia entrare un ladro, e deruba casa… e basta solo quell’unica volta per cambiarti la vita per sempre. Gli Stati Uniti hanno sostanzialmente lasciato aperta la loro “vetrata scorrevole”, e il 26 marzo la Cina è destinata a diventare l’intruso che potrebbe benissimo infliggere un colpo mortale al dollaro.

La Cina prepara il colpo mortale al dollaro
Il 26 marzo la Cina avvierà finalmente un contratto futures sul petrolio denominato in yuan. Nell’ultimo decennio ci sono state varie “false partenze”, ma questa volta il contratto ha l’approvazione del Consiglio di Stato cinese. Con questa approvazione, il “petroyuan” diventerà reale e la Cina sfiderà il “petrodollaro” sul dominio. Adam Levinson, managing partner e chief investment officer presso il gestore di hedge fund Graticule Asset Management Asia (GAMA), aveva già avvertito lo scorso anno che la Cina lanciando un contratto a termine sul petrolio denominato yuan scioccherà gli investitori che non vi hanno prestato attenzione. Ciò potrebbe essere un colpo mortale a un dollaro USA già indebolito, e l’avanzata dello yuan a valuta mondiale dominante. Ma non è solo una “notizia” del giorno che si sparirà in pochi giorni.

Un avvertimento agli investitori del 2015
Nel 2015, il primo di una serie di attacchi al petrodollaro fu attuato dalla Cina. Gazprom Neft, il terzo produttore di petrolio della Russia, decise di abbandonare il dollaro puntando a yuan ed altre valute asiatiche. L’Iran seguì lo stesso anno, usando lo yuan con una serie di altre valute nel commercio anche del petrolio iraniano. Nello stesso anno la Cina ampliava la sua Via della Seta, mentre lo yuan iniziava a rafforzare il dominio sui mercati europei. Ma il petrodollaro degli Stati Uniti aveva ancora possibilità di combattere nel 2015 perché le importazioni di petrolio della Cina erano dilaganti. Allora, Nick Cunningham di OilPrice scrisse… “Nonostante la maggior parte della crescita della domanda mondiale nel XXI secolo sia stata registrata, negli ultimi mesi le importazioni di petrolio in Cina hanno fatto il giro del mondo. Ad aprile, la Cina ha importato 7,4 milioni di barili al giorno, un livello record abbastanza da farne il maggiore importatore di petrolio al mondo. Ma un mese dopo, le importazioni crollarono a soli 5,5 milioni di barili al giorno”. Da allora questo problema è decollato, segnando l’ascesa della Cina al dominio del petrolio…

Il pendio scivoloso verso il Petroyuan inizia
Il petrodollaro è sostenuto dai buoni del tesoro, quindi può aiutare ad alimentare la spesa in deficit degli Stati Uniti. Lo si elimini e gli Stati Uniti sono nei guai. Sembra che sia giunto il momento…
Un colpo mortale avviato nel 2015 colpiva nel 2017 quando la Cina è diventata il maggiore consumatore al mondo di greggio importato… Ora che la Cina è il principale consumatore mondiale di petrolio, Pechino può esercitare una certa influenza sull’Arabia Saudita per pagare il greggio in yuan. Si sospetta che questo sia ciò che motiva i funzionari cinesi a volere a tutti gli effetti rinegoziare l’accordo commerciale. Così veloce ora, il colpo finale al petrodollaro potrebbe aversi dal 26 marzo. Vi abbiamo accennato nel settembre 2017… Coi principali esportatori di petrolio che finalmente hanno un modo efficace per aggirare il sistema del petrodollaro, l’economia statunitense potrebbe presto entrare in acque assai agitate. Prima di tutto, il valore del dollaro dipende dall’uso come veicolo per il commercio di petrolio. Quando ciò si aggraverà, probabilmente vedremo un declino forte e costante del valore del dollaro. Una volta che i mercati petroliferi saranno scinvolti, lo yuan potrà diventare la valuta mondiale dominante, indebolendo ulteriormente il dollaro.

La caduta del Petrodollaro potrebbe essere vantaggioso per l’oro
Tra tutti i problemi futuri del dollaro, ci sono anche alcune buone notizie. Gli Stati Uniti abbandonarono il gold standard negli anni ’70, ma con l’oro che tornava sui titoli mondiali… potremmo vedere una rinascita. Per la prima volta da quando la nostra nazione ha abbandonato il gold standard, decenni fa, l’oro fisico viene reintrodotto nel sistema monetario globale in modo sostanziale. Questa è una notizia incredibilmente buona per i proprietari di oro. La reintroduzione dell’oro nell’economia globale potrebbe comportarne il notevole aumento dei prezzi. È lecito presumere che gli esportatori siano propensi a scegliere uno strumento finanziario supportato dall’oro su uno creato dal nulla all’improvviso. Poi, potremmo vedere sempre più nazioni saltare sul carro, con conseguente aumento sostanziale dei prezzi dell’oro.Traduzione di Alessandro Lattanzio