L’Arabia Saudita compie un passo verso la disintegrazione

Alessandro Lattanzio, 22/6/2017

Muhamad bin Salman tra businessmen della ‘new economy’ degli USA

Il 21 giugno, il presidente turco Erdogan condannava ufficialmente l’idea della “Grande Albania” mentre inviava mezzi e rinforzi dell’esercito turco nel nord della Siria, mentre il parlamento tedesco votava il ritiro delle forze tedesche dalla base aerea turca di Incirlik, la principale base della NATO in Turchia. Ciò a seguito del deteriorarsi delle relazioni tra Germania e Turchia, dell’allontanamento di Erdogan dall’Unione europea e dei contrasti tra Ankara e Washington sulla questione curda e il ruolo dei curdi in Siria. Inoltre, il neopresidente francese Emmanuel Macron dichiarava che non esiste un ‘legittimo successore’ al Presidente Assad e che la priorità sia combattere il terrorismo islamista con l’aiuto della Russia; “La nuova prospettiva che ho su questo argomento è che non affermo che la dipartita di Bashar al-Assad sia una precondizione, perché nessuno mi ha mostrato un legittimo successore… Le mie linee sono chiare: in primo luogo, lotta completa contro tutti i gruppi terroristici. Sono i nostri nemici… abbiamo bisogno della cooperazione di tutti, specialmente della Russia, per eliminarli”. Un cambiamento significativo della posizione della Francia rispetto ai presidenti Sarkozy e Hollande. “Il riconoscimento di Macron che il cambio di regime in Siria è fuori dall’ordine del giorno non è altro che il riconoscimento dell’evidenza. Con la ‘Siria utile’, le ricche coste della Siria dove la maggior parte della popolazione siriana vive, sotto il controllo del Presidente Assad, con l’Esercito arabo siriano che avanza rapidamente nella Siria orientale e la Russia che ha istituito un potente sistema di difesa aerea, non c’è possibilità che il Presidente Assad sia rovesciato”. E infine il Viceministro degli Esteri russo Oleg Syromolotov dichiarava che “Secondo il Ministero della Difesa russo, è altamente probabile che il capo dello SIIL al-Baghdadi sia stato eliminato dalle forze aerospaziali russe quando colpirono un centro di comando dei terroristi alla periferia sud di Raqqa, verso la fine di maggio. L’informazione è ora verificata da vari canali“. La Russia inviava in Siria 21 pezzi d’artiglieria M30, sistemi lanciarazzi multipli TOS-1 e BM-30 Smerch, e 50 missili tattici Tochka-U. Inoltre, la Russia riposizionava i sistemi di difesa aerea in Siria, per permetterne la massima copertura possibile nello spazio aereo della Siria. Inoltre, gli aerei da combattimento russo aumentavano le operazioni d’intercettazione dei caccia statunitensi, in particolare nelle zone operative degli aerei siriani. Le unità dell’Esercito arabo siriano bombardavano le posizioni del SIIL a Tabarat al-Dibah, ad est di Hama, eliminando numerosi terroristi. Intanto, in Arabia Saudita, re Salman nominava il figlio, Muhamad bin Salman, principe ereditario al posto del principe Muhamad bin Nayaf, che supervisionava le forze di sicurezza dell’Arabia Saudita. Muhamad bin Salman ha trascinato l’Arabia Saudita nella guerra allo Yemen, causando 14000 morti, e nel conflitto con il Qatar, dove perde il sostegno degli Stati Uniti. Ma Muhamad bin Salman, che aveva guidato i negoziati sulla riduzione della produzione dell’OPEC, appare circondato da una cricca di principi aggressivi che oggi puntano a guidare l’Arabia Saudita ed è responsabile della riduzione delle sovvenzioni energetiche e della proposta di privatizzazione della compagnia petrolifera statale Aramco, e soprattutto dell’attacco terroristico dello SIIL a Teheran, il 7 giugno 2017, che ha acuito le tensioni tra Arabia Saudita ed Iran. Il Generale Mohammad Ali Jafari, del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, aveva dichiarato, “Abbiamo intelligence precise che dimostrano che, purtroppo, l’Arabia Saudita, oltre a sostenere i terroristi, gli ha chiesto di condurre operazioni in Iran”. Mentre il leader di Hezbollah, Hasan Nasrallah, indicava l’Arabia Saudita affermando che l’attentato di Teheran aveva i segni di un “piano distruttivo internazionale”. Muhamad bin Salman controlla difesa, petrolio e politica economica del regno saudita, e aveva organizzato il viaggio di Trump a Riyadh. La promozione del principe è stata approvata da 31 dei 34 membri del Consiglio di reggenza del regno. Il principe Muhamad bin Nayaf veniva anche sostituito, da ministro degli Interni, da Saud bin Nayaf e dal vice Ahmad bin Muhamad al-Salim. Ad aprile, il re saudita aveva nominato due altri figli, il principe Salman bin Abdulaziz e il principe Qalid bin Salman, ministro per gli Affari Energetici e ambasciatore negli Stati Uniti. Già nel dicembre 2015, fu affermato che Salman bin Abdulaziz, l’ultimo dei figli del primo re saudita, Abdulziz al-Saud, sarà sostituito dalla nuova generazione di reali sauditi. Salman aveva nominato il nipote, Muhamad bin Nayaf, principe della corona dopo averne fatto dimettere il fratello, Muqrin bin Abdulaziz, nel 2015. Nel frattempo Muhamad bin Salman concentra nelle proprie mani sempre più potere: nel Ministero della Difesa, nel Consiglio di Economia e Sviluppo e nell’Aramco, ed è il responsabile dell’aggressione allo Yemen, del sostegno saudita ai terroristi in Siria e Iraq, del sostegno alla dittatura wahhabita in Bahrayn e del confronto con Qatar e Iran.
In tale situazione, il 22 giugno sarebbero atterrati in Arabia Saudita 18 aerei da combattimento F-16I, F-15CD e F-16CD, 2 Gulfstream per la guerra elettronica e 2 aerocisterne C-130 israeliani, quale deterrenza contro un possibile golpe contro Muhamad bin Salman. Infatti, una petizione firmata da principi sauditi veniva pubblicata dopo la nomina a principe ereditario di Muhamad bin Salman. La petizione, che protesta contro re Salman per la decisione di sostituire bin Nayaf, è firmata dal principe Muqrin bin Abdulaziz e da altri 21 capi sauditi. I principi che si oppongono a bin Salman dichiarano che egli vuole diventare re de facto con tale nomina, e che ciò distruggerebbe la famiglia reale saudita. Inoltre, “Washington ha chiesto altri soldi per difendere il regime saudita e Riyadh ha recentemente versato 200 miliardi agli Stati Uniti per comprarne il sostegno nella guerra allo Yemen“, secondo l’analista yemenita Salah al-Qarshi. “Si tratta di parte dell’enorme quantità di denaro che l’Arabia Saudita versa al Tesoro degli Stati Uniti per proteggere la corona“. Secondo al-Qarshi, l’ex-capo dei servizi segreti sauditi Turqi al-Faysal aveva rivelato che il suo Paese aveva acquistato i poco redditizi buoni del Tesoro USA per aiutare l’economia degli Stati Uniti. Abdalbari Atwan, caporedattore del giornale Rai al-Yum, affermava che “che il principe Muhamad bin Salman è solo a un passo dal divenire re“, attendendo solo il via libera dal governo degli Stati Uniti. Sempre secondo Atwan, anche il principe ereditario di Abu Dhabi, Muhamad bin Zayad al-Nahyan, potrebbe inscenare un colpo di Stato negli Emirati Arabi Uniti per diventarne il re. Secondo l’insider saudita Mujtahid, il re saudita Salman bin Abdulaziz dovrebbe presto ritirarsi e fare accedere al trono Muhamad bin Salman, ma non prima di averne informato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.Fonti:
Análisis Militares
FNA
FNA
FNA
FNA
The Duran
The Duran
The Duran
Zerohedge

I petrodollari in difficoltà mentre i sauditi liquidano le riserve valutarie

SRSrocco, 16 giugno 2017Il sistema dei petrodollari degli Stati Uniti è in gravi difficoltà mentre il più grande produttore di petrolio del Medio Oriente continua a soffrire perché il basso prezzo del petrolio ne devasta la base finanziaria. L’Arabia Saudita, fattore chiave del sistema dei petrodollari, continua a liquidare le proprie riserve valutarie, poiché il prezzo del petrolio non copre i costi della produzione e del finanziamento del bilancio nazionale. Il sistema dei petrodollari fu avviato nei primi anni ’70, dopo che Nixon abbandonò il gold standard, scambiando il petrolio saudita coi dollari USA. L’accordo affermava che i sauditi avrebbero scambiato solo in dollari USA il loro petrolio per reinvestirne le eccedenze nei buoni del tesoro USA. Ciò permise all’impero statunitense di persistere per altri 46 anni, in quanto possedeva la carta di credito energetico, e tale carta funzionò sicuramente. Secondo le statistiche più recenti, il totale cumulato del deficit commerciale degli USA dal 1971 è di circa 10,5 trilioni di dollari. Ora, considerando la quantità di importazioni di petrolio dal 1971, ho calcolato che quasi la metà di quei 10,5 trilioni di dollari di deficit è per il petrolio. Quindi, un’enorme carta di credito energetica. Indipendentemente da ciò… il sistema del petrodollaro funziona quando un Paese esportatore di petrolio ha un “surplus” da reinvestire nei buoni degli Stati Uniti. E questo è esattamente ciò che l’Arabia Saudita fece fino al 2014, quando fu costretta a liquidare le riserve in valuta estera (per lo più buoni del tesoro USA) quando il prezzo del petrolio scese sotto i 100 dollari:Quindi, mentre il prezzo del petrolio ha continuato a diminuire dalla metà 2014 alla fine del 2016, l’Arabia Saudita vendete il 27% delle proprie riserve valutarie. Tuttavia, quando il prezzo del petrolio si è ripreso alla fine del 2016 e nel 2017, non bastò a limitare la continua vendita di riserve valutarie saudite. Nel 2017 il Regno ha liquidato altri 36 miliardi di dollari di riserve valutarie:Secondo Zerohedge, in Economisti turbati dall’ imprevisto assalto nelle riserve di valuta estera saudita: “La stabilizzazione dei prezzi del petrolio sui 50-60 dollari avrebbe dovuto avere un particolare impatto sulle finanze saudite: si prevedeva che fermasse l’esaurimento delle riserve dell’Arabia Saudita. Tuttavia, secondo gli ultimi dati della banca centrale saudita e dell’autorità monetaria saudita, ciò non è accaduto e le attività estere nette sono inesplicabilmente cadute sotto i 500 miliardi di dollari ad aprile, per la prima volta dal 2011, anche dopo aver contabilizzato 9 miliardi di dollari raccolti dalla prima vendita internazionale di buoni islamici del regno… Qualunque sia la ragione, una cosa appare chiara: se l’Arabia Saudita non può sopprimere le perdite della riserva con il petrolio nella zona critica dei 50-60 dollari, qualsiasi ulteriore diminuzione del prezzo del petrolio avrà conseguenze terribili sulle finanze del governo saudita. Infatti, secondo Sushant Gupta della Wood Mackenzie, nonostante l’estensione della riduzione della produzione di petrolio dell’OPEC, il mercato non potrà assorbire la crescita della produzione di scisto e tornare ai volumi produttivi dell’OPEC, dopo la riduzione, fino alla seconda metà del 2018. In particolare, l’azienda di consulenza petrolifera avverte che, a causa della debolezza stagionale nel primo trimestre della domanda globale di petrolio, il mercato si ammorbidirà proprio quando i tagli scadranno nel marzo 2018”.
I sauditi hanno due gravi problemi:
1. Poiché hanno ridotto la produzione petrolifera con l’accordo OPEC, le aziende di scisto statunitensi aumentano la produzione perché possono produrre petrolio spostando le perdite sugli investitori “Brain Dead” che cercano rendimenti superiori. Ciò distrugge la capacità dell’OPEC di scaricare le scorte petrolifere globali, per cui il prezzo del petrolio continua a diminuire. Ciò significa che i sauditi dovranno liquidare ancora più riserve valutarie, se in futuro i prezzi del petrolio saranno bassi. Risciacqua e ripeti.
2. I sauditi prevedono un’asta pubblica iniziale del 5% nel 2018, su una stima di 2 trilioni di dollari di riserve di petrolio, e sperano di ottenerne 200 miliardi. Tuttavia, gli analisti della Wood Mackenzie stimano che il valore delle riserve sia di 400 miliardi di dollari, non di 2 trilioni. Ciò è dovuto a costi, royalties e imposta sul reddito dell’85% per sostenere il governo saudita e i 15000 membri della famiglia reale saudita. Così, Wood Mackenzie non crede che ci rimarrà molto dei dividendi.
Detto ciò, dubito molto che i sauditi abbiano i 266 miliardi di barili di riserve petrolifere dichiarate nella nuova revisione statistica BP 2016. L’Arabia Saudita produce circa 4,5 miliardi di barili di petrolio all’anno. Così, le loro riserve dovrebbero durare quasi 60 anni. Ora… perché l’Arabia Saudita vende una percentuale delle proprie riserve petrolifere se avrà altri 60 anni di produzione di petrolio futura? Qualcosa puzza. È preoccupata dai prezzi del petrolio più bassi, o forse non avrebbe tutte le riserve che afferma? In entrambi i casi… è abbastanza interessante che l’Arabia Saudita continui a liquidare le riserve valutarie ad aprile, anche se il prezzo del petrolio era superiore ai 53 dollari in quel mese. Credo che il regno dei Saud sia in gravi difficoltà. Ecco perché cerca di vendere una OPA per aumentare i fondi necessari. Se l’Arabia Saudita continua a liquidare altre riserve valutarie, vi saranno gravi problemi per il sistema dei petrodollari. Ancora… senza fondi “surplus”, i sauditi non possono acquistare i buoni del tesoro degli Stati Uniti. In realtà, negli ultimi tre anni, l’Arabia Saudita ne ha venduti molti (in riserve in valuta estera) per integrare le carenze dei ricavi petroliferi. Se il prezzo del petrolio continua a diminuire, e credo che sarà così, Arabia Saudita e sistema dei petrodollari avranno altri problemi. Il crollo del sistema dei petrodollari significherebbe la fine della supremazia del dollaro statunitense e con essa, la fine dell’intervento sul mercato dell’oro.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La crisi del Globalistan

Chroniques du Grand Jeu 12 marzo 2017

Il 2016 fu l’inizio della fine del sistema imperiale. Brexit, Trump, sbandamento turco, guerra del petrolio Stati Uniti-Arabia Saudita, ascesa del “populismo” in Europa, perdita o tradimento di alleati, dedollarizzazione, fiasco ucraino, discredito dei media… che pazientemente costruiti per decenni, si sbriciolavano a vista d’occhio. È vero, lo Stato profondo non ha ancora perso; la sua fiera resistenza al nuovo mondo nascente e la forza d’inerzia di qualsiasi sistema permettono di risparmiare qualche mobile, ma nulla sarà come prima. Come la bassa marea lascia sulla sabbia tracce del suo passaggio, il reflusso dell’impero ne illumina le contraddizioni eclatanti e le carenze intrinseche, mentre il nucleo duro crolla sulle proprie posizioni rischiando di esplodere via. Alcuni esempi l’illustrano perfettamente. La guerra verbale turco-tedesca, in cui il sultano con la solita arroganza chiamava Berlino “residuo nazista”, viene seguita dalla crisi olandese-turca. Si ricordi ancora, cosa salace, che questi tre Paesi sono teoricamente alleati nella NATO, dinosauro della guerra fredda in psicoanalisi dall’elezione di Donald. In caso di rottura diplomatica, gli altri membri per chi tiferanno? L’occupante dell’Eliseo, dalla bocca sempre piena d’Europa, questa volta preferisce far da sé e rompere la “solidarietà europea” ospitando, sebebene titubante, un raduno turco a Metz. Il comandante del pedalò, per nulla in contraddizione, annega nel suo bicchierino d’acqua… Ma potrebbe essere altrimenti? Perché ciò è il sintomo delle contraddizioni intrinseche del sistema di cui fa parte. Negli anni ’90, il campo del Bene aveva vinto, l’URSS fu dissolta e si aprì l’era post-moderna del Globalistan occidentale: abolizione delle frontiere, libera circolazione delle merci e delle persone a beneficio di Wall Street e dell’1%, il tutto sotto l’occhio vigile e scrutatore degli Stati Uniti. La vittoria assoluta e finale della democrazia liberale apparve insuperabile all’orizzonte. La fine della storia come Fukuyama l’aveva previsto, senza ridere…
Certo, rimasero degli impenitenti sbandati (Serbia, Iraq), ma passarono subito sotto le forche caudine imperiali. Certo, alcuni osservatori predissero quanto illusoria e pericolosa fosse la nuova religione, ma tali menti tristi furono definiti tradizionalisti reazionari che non capivano. Wall Street riuscì nell’impresa di legare la sinistra occidentale gettandole l’osso dell’antirazzismo: immigrazione, il mondo è il mio paese e tutta la baracca. Ora la senistra avrebbe lavorato per le grandi aziende, senza nemmeno rendersene conto! Che No Borders e altri festaioli “anticapitalisti” siano finanziati da Soros e sostenuti dall’oligarchia eurocratica, ovviamente, non ci sorprende…
Tutto dunque portava al migliore dei mondi quando apparvero i primi granelli di sabbia. Il fantoccio Eltsin cedette il posto a Putin e la Russia si rifiutò di finire sotto la bandiera degli Stati Uniti, la Cina si convertiva all’economia di mercato per trovarvi il primo posto mondiale, l’America Latina usciva dal tracciato… Soprattutto, i protetti dell’impero non si convertirono al nuovo dogma: internazionalismo e amicizia tra i popoli nel grande mercato globale, pochissimo per loro. L’AKP di Erdogan cominciò ad infiltrarsi nelle comunità turche in Europa (tre milioni nella sola Germania), che ora costituiscono veri e propri gruppi di pressione. Arabia Saudita e Qatar, questi cari “alleati”, accelerarono il passo della loro crociata wahhabita/salafita per islamizzare il mondo, compresa l’Europa naturalmente:

Dovremmo quindi essere sorpresi dalle euronullità vassalle delle posizioni saudite o qatariote in Siria, per esempio, dato che tali Paesi controllano i potenziali jihadisti nelle città d’Europa e un via libero da Riyadh e Doha causerebbe decine di Bataclan? I capi europei ne erano pienamente consapevoli e l’hanno permesso, per viltà, ingenuità o meno, non fu neanche discusso ma poco importa: il verme è nel frutto e simboleggia perfettamente le contraddizioni del Globalistan. La nostra povera piccola Olanda è infatti divisa tra due conseguenze intrinseche al sistema imperiale: da un lato, la sottomissione al Cavallo di Troia, turco in questo caso, per comprarsi la pace etnica nazionale; dall’altro, la solidarietà europea, il credo per evitare l’affondamento del Titanic di Bruxelles. Tra i due, il suo cuore sobbalza, dall’elezione di Donald non c’è nessuno a Washington per dirle cosa fare…
Un conflitto nascente tra politicamente corretto ed europeismo, già strumenti inseparabili della logorrea del Globalistan? Non sarebbe il minimo delle ironie… La questione in ogni caso entra nei corridoi del Parlamento europeo. Una nuova norma procedurale è stata emessa di nascosto che prevede che il presidente del dibattito possa interrompere la trasmissione del discorso di un membro, se “diffamatorio, razzista o xenofobo”. Come sempre, gli eurocrati sono stati attenti a non specificare i criteri, avendo l’innegabile vantaggio di censurare ogni discorso fuori dai paletti. Il totalitarismo in nome dei diritti umani. George Orwell è tra noi… Nulla che possa influenzare l’euroscetticismo che prevale nel vecchio continente e fa sudare freddo i globalisti. Così, se il primo ministro olandese ha vietato la manifestazione turca, è soprattutto per non essere battuto dal vile e infame Wildeers alle elezioni parlamentari tra tre giorni. Basterà? Niente è meno certo…
L’UE e ciò che diffonde iniziano ad uscire da occhi e orecchie di tutti compreso, nuovo paradosso, chi la sognava ancora dieci anni fa e ne sarebbe il principale beneficiario: i Paesi dell’Europa orientale. Il Visegrad Post, dal nome del gruppo formato dopo la caduta del muro da Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, per accelerare il processo d’integrazione europea, che parla di “sovietizzazione di Bruxelles” la dice lunga sulla mancanza di amore e della delusione amara sentite a Varsavia, Praga o Budapest. Ne accennammo già lo scorso anno: “L’Europa americana sarà giustiziata proprio dai popoli che l’avrebbero rigenerata? Ci si può chiederlo seriamente quando vediamo il crescente divorzio tra UE e Paesi dell’Europa centrale e orientale, punte di diamante della “nuova Europa” tanto cara ai neo-con. Il piede destro di Washington scalcia il piede sinistro e tutto il sistema di vassallaggio europeo cadrà. Obama l’ha capito e preferisce pensare ad altro mentre gioca a golf… In primo luogo ricordarsi che l’integrazione europea fu, fin dall’inizio, un piano degli Stati Uniti. Documenti declassificati mostrano che i cosiddetti “padri dell’Europa”, Schuman, Spaak o il benemerito Monet, lavoravano per gli Stati Uniti. Per Washington, fu infatti più facile mettere le mani sul Vecchio Continente con una struttura globale infiltrata dall’interno che negoziare Paese per Paese con capi indipendenti. La caduta del muro e l’integrazione europea delle ex-democrazie popolari non erano che il tanga della NATO che avanzava sulla Russia. Meglio ancora, questi Paesi appena liberati dal controllo sovietico e ferocemente antirussi per comprensibili ragioni storiche, erano propensi a imporre un nuovo rapporto di forze molto favorevole agli Stati Uniti nell’UE, di fontre a una certa febbre frondosa, sempre possibile nella “vecchia Europa” (de Gaulle, Chirac e Schroeder…) Tuttavia, quando le istituzioni europee sono infiltrate e sottoposte ai desideri degli Stati Uniti, come sempre, il castello di carte crolla… furono prima le sanzioni antirusse che fecero breccia. Se accolte con trasporto di gioia da Polonia e Paesi baltici, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca furono molto più misurate, nel minimo che si può dire. Prima frattura nella “nuova Europa”. E ora la questione dei profughi potrebbe suonare la campana a morte. Polonia, Paese super pro-USA, si rifiuta assolutamente di obbedire agli ordini delle istituzioni, anch’esse super pro-USA, di Bruxelles. Diavolo, Brzezinski non se l’aspettava…
Varsavia, Budapest e Bratislava rifiutano totalmente ciò che vedono come un diktat da Bruxelles e le minacce delle multe (250000 euro per rifugiato respinto). Le loro parole sono interessanti:
Jaroslaw Kaczynski, leader del PiS al potere: “Una decisione del genere abolirà la sovranità degli Stati membri dell’UE, la respingiamo perché siamo e saremo responsabili del nostro Paese“.
Peter Szijjarto, ministro degli Esteri ungherese: “La minaccia di una multa è un ricatto puro e semplice della Commissione“.
Si noti, tra l’altro, l’ingenuità sorprendente dei capi che chiaramente credevano che una blanda adesione all’UE preservasse la sovranità del loro Paese… In ogni caso il sistema non deve più attivarsi. La mafia dei media occidentali parlò in proposito della “grande manifestazione” di… 240000 polacchi (su oltre 40 milioni!) contro il governo e per l’Europa. Qualsiasi riferimento a fatti realmente accaduti (Majdan per esempio) è il risultato di una pura coincidenza. Il lettore fedele di questo blog ne fu avvertito prima di tutti, a partire da gennaio (2016), della possibilità di una rivoluzione colorata in Polonia. Dato che, se non ci sarà una Maidan polacca, la crisi peggiorerà soltanto. Bruxelles apriva, senza ridere, indagini contro Varsavia sul “rispetto dello Stato di diritto”, facendo arrabbiare Budapest che sostiene senza tema la storica alleata. La rielezione del Donald Tusk globale ha causato nuove schermaglie; Varsavia denuncia il “diktat” di Berlino. Ieri, l’ennesimo battibecco ha visto il primo ministro polacco rispondere duramente al fiammeggiante tizio all’Eliseo, “dovrei prendere sul serio il ricatto di un presidente il cui tasso di popolarità è del 4%, e che presto non lo sarà più?”L’atmosfera, l’atmosfera…
Euroscetticismo ovunque, emblema del riflusso del sistema imperiale al tramonto. Siria, Ucraina, Russia, Europa, Cina… Il Globalistan, grande chimera in declino, cozza direttamente contro ciò che odia di più: il principio della realtà.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il 15 marzo la trumponomic potrebbe disintegrarsi

Gefira

Non ci sarà abrogazione e sostituzione dell’Obamacure. Né alcun taglio delle tasse. Né stimolo per le infrastrutture. Ci sarà solo un gigantesco bagno di sangue fiscale sul tetto del debito“. (1) Queste sono le parole di David Stockman, ex-direttore del budget della Casa Bianca di Reagan, che insiste sul fatto che un bagno di sangue nel mercato è imminente, mentre la vacanza sull’ascesa del debito finirà il 15 marzo 2017. “Ci sarà la sospensione del governo“, ha detto Stockman alla CNBC. “E’ del tutto inaspettato, imprevisto a Wall Street, e spaventerà tutti“. (2) Il 15 marzo è anche il giorno della riunione del Federal Open Market Committee, durante cui si prevede di rialzare i tassi; le elezioni olandesi saranno lo stesso giorno. Sarà l’inizio della grande crisi finanziaria? L’ultima sospensione del limite del debito fu decisa nell’ottobre 2015. Sei anni fa, nell’estate 2011, dopo l’accordo sul tetto del debito raggiunto da Obama, l’agenzia di rating Standard&Poor declassò i titoli di Stato degli Stati Uniti da AAA a AA+. (3)
Secondo Stockman, vi è la grande opportunità che presidente e Congresso raggiungano un accordo sul debito a 20 trilioni di dollari (106% del PIL). Quindi “il Tesoro avrà circa 200 miliardi di dollari in contanti. Bruciamo contanti al ritmo di 75 miliardi di dollari al mese. Entro l’estate, il contante sarà finito. Allora saremo nella madre di tutte le crisi sul tetto del debito. Tutto si fermerà. Credo che avremo la sospensione del governo“. (4) Ovviamente, questo significherebbe alcun stimolo, ma tagli fiscali. Con i tassi d’interesse più elevati del previsto, gli Stati Uniti si ritroveranno con una politica monetaria restrittiva e una fiscale restrittiva: la peggiore combinazione possibile per uccidere l’economia. La decisione della FED arriverebbe (come sempre) troppo tardi e causerà la prossima crisi, che sfocerebbe nella recessione negli Stati Uniti. La Trumponomic finirà prima ancora d’iniziare, a meno che il Congresso annunci l’eterna vacanza sul limite del debito.Riferimenti
1, 4. Stockman: Dopo il 15 marzo tutto si fermerebbe, Zerohedge 27/02/2017 .
2. Wall Street travisa Trump, e un bagno di sangue sul mercato è imminente: Stockman, CNBC 05/03/2017.
3. Ricordate il tetto del debito? Eccolo di nuovo, CNBC 2017/02/17 .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

E’ iniziata: Majdan negli USA

Ruslan Ostashko, 23 gennaio 2017 – Fort Russ5827592b1500002600b0c8d8Quando avanzai la tesi nell’infosfera russa che gli Stati Uniti si trasformano in una grande Ucraina, in un primo momento molti pensarono che fosse uno scherzo divertente. Ma ciò che accade a Washington e altre città, negli USA e in Europa, in questi giorni dimostra che non si tratta di uno scherzo, ma della dura realtà in cui viviamo. Se con attenzione e in modo imparziale guardiamo come abilmente l’amministrazione Trump viene scossa, sarà facile vedere che le tecniche utilizzate sono le stesse usate sulle piazze di Kiev, Cairo, Hong Kong e Mosca. Se ci addentriamo ulteriormente nei dettagli, diremmo con certezza che una maidan statunitense viene preparata, non sono solo con gli stessi schemi delle sanguinarie rivoluzioni colorate in altri Paesi, ma con gli stessi mandanti. Abbattiamolo.
Un’ondata di proteste contro il neopresidente Donald Trump sommerge le città statunitensi. Le manifestazioni sono presumibilmente svolte a sostegno dei diritti delle donne, ma media e manifestanti statunitensi dicono chiaramente che protestano contro la nuova amministrazione. Secondo varie stime, il numero di manifestanti in questa “azione delle donne” a Washington ammontava a 200000 persone, ma gli organizzatori hanno detto che un “milione di donne marciava su Washington”. “La marcia del milione”… non ricorda qualcosa? È lo stesso slogan con cui i liberali russi organizzavano le loro marce. E le somiglianze non finiscono qui. L’istigatore dei ribelli creativi al raduno era interpretato da Madonna che, tra l’altro, non ha mai adempiuto alla promessa di soddisfare oralmente tutti coloro che hanno votato Clinton. In Russia e Ucraina, la parte “dei capipopolo” fu interpretata dalle rock star Shevcuk e Vakharchuk. Le manifestazioni a sostegno della “marcia del milione” statunitense hanno avuto luogo in molte città europee, ricordando le manifestazioni a sostegno di Majdan e Bolotnaja. Le prime finestre rotte e i primi poliziotti picchiati sono già apparsi, mentre arrestavano diverse decine di coloro che la stampa anti-Trump s’è affrettata a chiamare prigionieri politici, manifestanti pacifici e bambini inermi. Mentre la polizia statunitense ha riportato che mazze da baseball e pali di legno appuntiti branditi nelle proteste sono stati confiscati a questi “bambini inermi”. Anche questo non ricorda qualcosa? Letteralmente ogni dettaglio, dalla difesa mediatica dei “manifestanti innocenti” alle mazze da baseball, sono elementi visti nelle tre maidan. E ora qualche parola sull’aspetto più importante, i soldi. Un ex-giornalista di Wall Street Journal ha condotto un’inchiesta sulle ONG identificate come organizzatori e “partner chiave” della “marcia del milione”. Tra queste ONG vi erano 56 organizzazioni ufficialmente finanziate dalle agenzie di George Soros. Sono informazioni pubbliche. E ora provate a immaginare cosa succede dietro le quinte.
Per ora la nuova amministrazione regge bene. In realtà, c’erano piani per sabotare il giuramento, ma i sostenitori di Trump organizzarono un’operazione coperta per filmare le “botteghe degli attivisti” che preparavano massicce rivolte a Washington, per poi far trapelare queste informazioni su internet qualche giorno prima del giuramento. Ciò non poteva non interessare le autorità competenti. I piani dei cosiddetti “antifascisti” prevedevano il blocco della metropolitana della capitale e la creazione di ingorghi. In uno dei video su una delle “botteghe” dei manifestanti, si sentiva l’organizzatore dire “un colpo alla gola funziona”. Come i giornalisti pro-Trump hanno segnalato, questa fuga di informazioni e la scoperta dei piani hanno costretto i mercenari clintoniani a ridimensionare notevolmente i loro piani sovversivi. Le proteste poi si sono rivelate piuttosto letargiche. Ma va chiarito che la prossima volta potrebbe andare diversamente. Ora, è chiaro che gli organizzatori della maidan statunitense sono pronti ad assediare Trump e assaltarne l’amministrazione finché non sarà completamente distrutta. Cercano la causa scatenante per trasformare le proteste in qualcosa di massiccio, una grave accusa che consenta a moltissime persone di scendere in piazza. Per ora hanno cercato di usare il tema Trump “odia le donne”, ma non ha funzionato. Sono sicuro che ci saranno altri tentativi di organizzare le proteste di afro-americani e immigrati messicani e poi di unirle. Il finale inevitabile sarebbe l’accusa di tradimento e agente del Cremlino di Trump, come avvenne per abbattere Janukovich.
Non discutiamo: è un buon piano. Ma c’è un “ma”. Trump non è Janukovich e, in caso di emergenza, potrebbe richiamare i suoi sostenitori a Washington, che sarebbero più che felici di sostenerlo con le armi, nel caso che le forze di sicurezza improvvisamente si rifiutassero di obbedire all’ordine di disperdere le maidan statunitensi. In questo caso, il sangue, molto sangue, inonderebbe le strade statunitensi e le conseguenze sarebbero imprevedibili. Sarebbe un male per il mondo, maidan in un Paese con armi nucleari minaccerebbe l’intero pianeta. L’unica possibilità di evitare la “maidanizzazione” degli Stati Uniti sono Trump e la sua amministrazione che rapidamente e con precisione inizino a privare gli organizzatori della rivoluzione colorata statunitense delle risorse finanziarie. I prossimi mesi mostreranno se la nuova amministrazione ha abbastanza forza e coraggio per un passo del genere.Donald Trump protestTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora