I BRICS puntano ad impostare il sistema di trading sull’oro

Covert Geopolitics 28 novembre 2017

L’atteso riallineamento globale sta per essere introdotto formalmente. Ciò include il passaggio di almeno il 60% dell’economia globale al gold standard e ad altre valute basate sulle attività. È la prima volta che viene annunciata questa intenzione dal gruppo. Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica (BRICS) discutono la possibilità d’istituire un proprio sistema commerciale basato sull’oro, secondo il Primo Vicepresidente della Banca centrale russa Sergej Shvetsov. “Il tradizionale sistema (commerciale) basato a Londra e nelle città svizzere è sempre meno rilevante con l’emergere dei nuovi hub commerciali in India, Cina e Sud Africa“, ha detto aggiungendo, “discutiamo la possibilità d’istituire un sistema commerciale sull’oro nei Paesi BRICS e nei contatti bilaterali“. I Paesi BRICS sono grandi economie dalle notevoli riserve d’oro e dall’impressionante volume di produzione e consumo del metallo prezioso, affermava il funzionario, secondo cui il nuovo sistema sarà alla base della creazione di nuovi parametri di riferimento. La Banca di Russia ha già firmato un memorandum sullo sviluppo degli scambi bilaterali in oro con la Cina. Il regolatore prevede di creare un sistema commerciale unico con la Repubblica popolare cinese nel 2018. “Supponiamo che i legami commerciali e di compensazione siano stabiliti. Il punto è che i compratori di oro decideranno sul luogo di acquisto“, affermava Shvetsov, aggiungendo che i collegamenti commerciali consentiranno ai partecipanti al mercato di accordarsi sugli scambi internazionali attraverso la controparte centrale. L’anno scorso, la Banca di Russia e la Banca Popolare della Cina annunciavano piani per creare una piattaforma che unisca il commercio dell’oro dei due maggiori Paesi acquirenti del mondo. Secondo il World Gold Council, la Russia è il più grande acquirente ufficiale di oro e il terzo produttore mondiale, con l’acquisto dalla banca centrale delle miniere nazionali attraverso le banche commerciali. Negli ultimi dieci anni ha più che raddoppiato il ritmo degli acquisti di oro, aggiungendo più di 1250 tonnellate alle riserve auree. Nel secondo trimestre del 2017 rappresentava il 38% di tutto l’oro acquistato da banche centrali.
L’accordo economico Cina-USA da 300 miliardi di dollari siglato durante il tour di Trump in Asia fornirà sicuramente la necessaria mitigazione all’economia statunitense. In linea con ciò, è assai evidente che il lato oscuro è nel panico venendo smascherato. “L’elezione del presidente Trump… viene evocata come risposta. Così tante donne, che hanno avuto una brutta esperienza, ora dicono “Ho avuto una brutta esperienza e ora la persona che ne è responsabile è il Presidente degli Stati Uniti. Adesso parlo!” affermava il capo della minoranza alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti Nancy Pelosi, nell’intervista alla NBC Meet the Press on Sunday commentando le accuse sessuali rivolte a politici e funzionari pubblici statunitensi. Non ci dovrebbe essere alcuna cessione nel premere su tali marci droni geopolitici. Ancora meglio, li infastidiremo ovunque vadano finché non possano fare altro che impiccarsi per la vergogna, se ci sarà ancora qualcuno di loro. Devono pagare per la distruzione inflitta al mondo.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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F-22, caccia LGTBQ

Note su Afghanistan, Stealth e Droghe
Dedefensa, 26 novembre 2017Il Pentagono, ripreso in particolare dalla sua cinghia di trasmissione preferita Washington Post, presentava con enfasi, autocompiacimento e in dettaglio un’operazione aerea svolta in Afghanistan contro dei laboratori della droga, che non possono essere descritti come decentemente “clandestini”, producendo droga dai papaveri che “sbocciano” abbondantemente nel Paese. Questo tipo di operazione è stata presentata come inedita, inaugurando il nuovo impegno statunitense nel Paese imposto dai militari al presidente Trump (l’ennesima ondata, con altre truppe, secondo uno schema standard). In un certo senso, l'”era Trump” in questa guerra inizia, dopo aver divorato due presidenze facendone la “guerra” più lunga nella storia degli Stati Uniti (16 anni) e senza alcun termine al momento, a meno di un sussulto di buon senso ai vertici degli Stati Uniti, o quantomeno nella “DC-la-pazza”, tanto per dire… Questa operazione è stata presentata nel modo detto, con grande clamore e ricchezza di dettagli, perché è principalmente un’operazione di marketing per “vendere la guerra”, cioè provare ancora una volta a “vendere” una guerra invendibile quanto interminabile. Ma l’espressione “vendere la guerra” ha diversi significati, diversi “elementi del linguaggio” come dicono i comunicatori, la cui preoccupazione è naturalmente produrre una narrativa dalla migliore rendita possibile, secondo le leggi del mercato. La cosa più comprensiva è che in tale caos d’incultura e indifferenza verso una realtà in ogni modo polverizzata, si ritrovano gli elementi necessari per avere alcune verità fattuali. La prima di esse riguarda l’operazione di marketing stessa, così come le caratteristiche assai peculiari dell’operazione “militare”. Prima di tutto una dimostrazione, come al Paris Air Show ogni due anni, diretta da “DC-la-folle” al coraggioso pubblico statunitense: dimostrare che questa guerra ha una giustificazione, uno scopo, un obiettivo intelligente, che gli statunitensi riescono dove vogliono, che questa guerra “invendibile” ed “interminabile” merita attenzione ed applausi. È passato molto tempo da quando il grado zero del buon senso politico e dell’intelligenza militare è stato superato. Senza paura del gelo, lavora sottozero, e forse l’Afghanistan permetterà di raggiungere lo zero assoluto prima del collasso totale. Sarà quasi la performance che imbalsamerà la postmodernità, dal ritardo notevole nell’inversione che favorisce come fine ultimo dell’entropia. (Ecco, ora conosciamo lo scopo di questa “guerra”). Concentriamoci sui diversi “elementi del linguaggio” summenzionati.

L’F-22, protagonista nei cieli afgani
Il carattere peculiare dell’operazione così presentata (citando Zerohedge e WaPo) è primo l’impiego di tale tipo di aereo, dato che il comandante generale USA in Afghanistan (Nicholson), incontrava la stampa per esaltare il ruolo centrale del caccia furtivo F-22 Raptor quale fulcro dell’operazione. L’F-22 fu “accompagnato” (questo è il termine usato) da B-52 dell’USAF e Super Tucano afgani (aerei controguerriglia), termini strani, come se l’enorme B-52 e il piccolo e leggero Super Tucano avessero scortato l’F-22, il personaggio che dovrebbe essere “invisibile” (tecnologia furtiva), ma immediatamente individuato distinguendone la “scorta”. Ma, si sa, i taliban non hanno difesa aerea, quindi l’F-22 non rischiava nulla, ma perché diavolo in questo momento essere “invisibili”? La domanda non è questa. Ma perché diavolo usare tale aereo prezioso col rischio di perderlo per errore, colpito da un uccello in una presa d’aria, mentre usarlo costa svariate decine di migliaia di dollari all’ora? La domanda non è neanche questa. I riferimenti citati dicono: “Il dipartimento della Difesa ha dichiarato di aver schierato caccia furtivi F-22 Raptor per bombardare impianti di produzione di stupefacenti nel sud dell’Afghanistan, prendendo di mira le fonti del reddito dei taliban. L’operazione aerea è iniziata domenica e proseguita lunedì. Gli F-22 erano accompagnati da bombardieri B-52 e da A-29 Super Tucano afghani per ulteriore supporto nell’espandere la geografia dell’attacco… Nicholson aveva detto che l’F-22, “è stato usato per la sua capacità di usare munizioni di precisione, in questo caso una bomba da 114 kg dal diametro ridotto che causa danni collaterali minimi”, nel momento in cui la morte di civili negli attacchi aerei statunitensi viene pesantemente esaminata. All’inizio del mese, i raid aerei statunitensi nella regione uccisero “almeno 13 civili” durante un bombardamento. “Questo obiettivo era anche un impianto di produzione di narcotici dei taliban a Musa Qala. Quindi, voglio attirare la vostra attenzione, quando guarderete questo attacco, vedrete che all’interno del compound vi sono diverse strutture, e ne distruggiamo solo due, lasciando intatta la terza, per evitare danni collaterali”, affermava Nicholson“.

F-22, caccia LGTBQ
L’inimitabile racconto ci dice che solo l’F-22 può sganciare questa bomba di 114 chili (una piuma) che uccide solo i cattivi contadini-chimici-taliban, destinata a decorare tale aereo inutile quanto calamitosamente costoso e dall’impiego estremamente delicato e frammentario a rischio di guasti fatali, ma dalla virtù sublime: l’F-22 è un caccia umanitario! Uccide solo i malvagi con queste bombe a forma di piuma e straordinariamente precise, quindi tutto ciò che è stato fatto per produrne un pizzico (189 anziché 750) è ampiamente giustificato. (Aggiungiamo l’osservazione tangente che il mancato utilizzo del JSF/F-35 in questa missione appare doverosamente sospetto. Era ideale per dimostrare che l’F-35 esiste e può sganciare bombe. Che vola facendo shhuuuttt ed è umanitario allo stesso tempo… Questa circostanza deve suggerirci che l’F-35 è ancora più delicato del previsto e che non si può coinvolgerlo in un missione di guerra senza correre rischi, evitando di arrischiare un incidente catastrofico, come sanno senza dubbio gli israeliani). Si tratta quindi di continuare a cercare di giustificare la politica di acquisto di sistemi complicati, catastrofici e rovinosi, ma postmoderni. Si tratta quindi di “venderli” all’ideologia dominante, quella dei progressisti nella società, facendolo diventare un caccia umanitario che spara senza uccidere i migranti gentili e futuri per l’Europa. L’F-22 è entrato nel circolo delle virtù e riappare nel dominio sacro LGTBQ.

Dottrina Trump o Counterpopulation Policy
“Sedici anni dopo che l’amministrazione Bush iniziò le operazioni militari in Afghanistan, il presidente Trump lanciava la sua campagna militare usando caccia furtivi ad alta tecnologia per bombardare laboratori della droga nel Paese. L’impegno del Pentagono per la cosiddetta missione per “costruire la nazione” in Medio Oriente si è ora estesa su tre presidenze, diventando così la guerra più longeva nella storia degli Stati Uniti. Da quando gli Stati Uniti occuparono il Paese nei primi anni 2000, la produzione di oppio è esplosa. Il presidente afgano Ashraf Ghani ha affermato che senza la droga la guerra in Afghanistan “sarebbe finita da tempo”. (Secondo Zerohedge). Il 2017 è un anno molto, molto importante in questo senso, intendiamo dal punto di vista della produzione del papavero. Nell’ultimo decennio del ventesimo secolo, erano circa 60000 gli ettari di terra destinati alla produzione del papavero. Nel 2001 ci fu un notevole crollo: 8000 ettari, seguito dal ritorno al livello degli anni ’90. Negli ultimi 5-6 anni, l’aumento è stato esponenziale e nel 2017 si raggiunge il record assoluto di 328000 ettari, secondo un osservatore permanente dell’ONU. Non si può solo dire, come il presidente afgano, che senza la droga la guerra “sarebbe finita da tempo”, ma si potrebbe aggiungere come ipotesi non arrischiata che con la guerra, la droga ha avuto un successo senza precedenti. Il già citato generale Nicholson affermava che questa operazione “rappresenta il primo uso significativo delle nuove autorizzazioni legali concesse dall’amministrazione Trump” alle forze armate per attaccare le entrate dei taliban. Infatti, calcolano gli strateghi, la droga fornisce ai taliban gran parte del reddito, mentre in origine, e soprattutto prima dell’intervento degli Stati Uniti nel 2001, erano contrari a questa coltura che consideravano non conforme al dogma islamico. Con lo sviluppo della guerra, cambiarono atteggiamento e divennero sempre più interessati all’economia della droga, che gli fornisce notevoli finanziamenti. “All’inizio (di questo cambio di politica), chiedevano principalmente tasse agli agricoltori, ma gradualmente il reclutamento di taliban tra i coltivatori di oppio è cresciuto al punto che gli insorti hanno deciso di sospendere le operazioni durante la stagione delle piogge e la raccolta del papavero“. La nuova strategia, una sorta di “dottrina Trump”, implica quindi l’attacco diretto alle coltivazioni di papavero e conseguente traffico di droga. Lo stesso presidente afgano, fedele alle istruzioni, considera tale dottrina vincente e coltiva, invece del papavero, un buon ottimismo sulle prospettive di vittoria. Per quanto riguarda il bilancio, si noterà che i primi attacchi, di domenica e lunedì, hanno provocato la distruzione di 10 laboratori di produzione della droga “clandestini”, mentre le stime delle Nazioni Unite indicano il numero di tali strutture in 400-500; se ne traggano le conclusioni volute.

Il teatro della guerra alla droga?
La domanda sotto forma d’interpretazione alternativa su questo attacco così come sul marketing che lo circonda è sapere se la guerra in Afghanistan continui sulla sua allegra strada sanguinaria e inutile, o si tratta di ciò che viene chiamata “svolta”. Optiamo invece per il secondo termine dell’alternativa, sotto forma d’ipotesi prudente e esplorativa, ovviamente riferendosi principalmente agli attori del caso; senza cui, ovviamente, non avremmo dato tanta importanza a tale evento. L’articolo a cui si fa riferimento qui, ovviamente, dà un ruolo alla lotta alla droga degli Stati Uniti in Afghanistan dal 2001, o piuttosto all’assenza di una seria lotta alla droga in questa guerra, mentre si è d’accordo sul fatto che l’attacco al narcotraffico è l’unico modo per vincere. Iniziamo a capire cosa c’è in ballo con queste citazioni: “Il governo degli Stati Uniti ha perseguito varie strategie antidroga durante i 16 anni di guerra in Afghanistan, ma non ha ostacolato la costante ripresa della coltivazione del papavero da oppio e del traffico di droga dalla caduta dei taliban nel 2001.. questi sforzi degli Stati Uniti non coinvolgono direttamente l’esercito. Nei primi anni post-taliban, il Pentagono si concentrò esclusivamente sul perseguimento degli insorti di al-Qaida e taliban e si astenne esplicitamente dal dirigere in tutto o in parte gli sforzi per limitare il traffico di droga. In alcuni casi, fu a causa dell’alleanza coi signori della guerra o uomini forti regionali coinvolti nella droga. Successivamente, con la ripresa della produzione e commercio della droga, gli Stati Uniti lanciarono diversi ambiziosi programmi per contrastarli. Una fu la campagna di sostituzione delle colture incoraggiando e pagando gli agricoltori per coltivare mandorle, albicocche, verdure e zafferano al posto del papavero. Un’altra pagava i contadini per distruggere i campi di papaveri e finanziare campagne d’intercettazione in cui le forze di sicurezza afgane bruciavano campi coltivati. Questi sforzi furono completamente ostacolati da una combinazione di fattori, tra cui l’enorme appeal dei profitti della droga, la tradizione ormai consolidata della coltivazione del papavero da parte dei piccoli agricoltori, il coinvolgimento di potenti nel commercio, ostilità locale al proibizionismo e robustezza delle piante di papavero che possono prosperare in condizioni difficili”.

La CIA e la “guerra totale”
Ciò che viene trascurato in questa breve panoramica delle cause del non intervento delle forze statunitensi in Afghanistan, ovviamente, non ha nulla a che fare con la quasi essenza dell’evento papavero nel conflitto infinito in Afghanistan. L’attore principale della crisi della droga in Afghanistan è ovviamente, come in tutte le aree in cui la droga viene prodotta in massa, la CIA. Dagli anni ’80 del direttore Bill Casey, vicino a Reagan e temibile finanziere di Wall Street con tutti i possibili collegamenti col crimine organizzato, la droga in Afghanistan è una delle attività molto importanti dei rami operativi della CIA, e anche del processo di privatizzazione e finanziamento dell’agenzia. In un certo senso, è un modello noto che risale alle origini (i predecessori della CIA, poi la CIA stessa che agiva per conto dell’United Fruit in Sud America, o dei petrolieri in Medio Oriente, ecc). È comunque originale nel senso che l’azione della CIA non è più indiretta ma diretta, nella droga, che costituisce dagli anni ’80 in maniera massiccia una delle sue principali risorse finanziarie “clandestine”. Si ritrova già uno schizzo di archetipo in tale tipo d’intervento, di “metodologia” dell’illegalità totale e destrutturante, al di fuori di qualsiasi struttura principale, nazionale o di altro tipo, nell’azione della CIA nel “Triangolo d “Oro” durante la guerra del Vietnam, in cui le droghe da cui provenivano giocarono un ruolo importante nel collasso morale e psicologico delle forze statunitensi. Come si sa, la CIA ha una propria visione della sicurezza nazionale e degli interessi statunitensi. Dagli anni ’80, quindi, c’è l’istituzionalizzazione del metodo con la privatizzazione e il finanziamento che interessano tutte le aree degli Stati Uniti, compresa la sicurezza nazionale, e in particolare della CIA; il tutto operativo in Afghanistan, Messico, Medio Oriente, fino agli ultimi tre anni col petrolio dello SIIL, ecc. (Peter Dale Scott ha studiato approfonditamente e meticolosamente tale aspetto del potere degli Stati Uniti e ciò che ha soprannominato Stato Profondo).Una nuova forma di “guerra totale”
In tali condizioni, è comprensibile che si possa immaginare l’ipotesi che la guerra in Afghanistan si evolva infine in una nuova forma di “guerra totale”. L’intervento militare contro i laboratori clandestini può essere considerato in due modi:
• Una dimostrazione discontinua, per far credere che il Pentagono inizi davvero la guerra alla droga.
• Lanciare una vera guerra alla droga per avere un “pareggio” o, in ogni caso, non richiedere un impegno significativo delle forze armate statunitensi e consentirne il ritiro. Questo alla fine libererebbe le importantissime risorse, finanziarie, materiali e umane, che il Pentagono dedica in tale conflitto infinito.
La prima ipotesi non ci attrae: nessuno chiede all’esercito di giustificare nulla. Al contrario, nelle ultime notizie dalle fonti meglio informate, i generali (Mattis, McMaster, Kelly) sono “in carica” a Washington. Hanno quindi i poteri ma anche le responsabilità dei poteri. Cominciano a misurare non la difficoltà di avere più soldi per il Pentagono (annegano nei miliardi, che sono più inutili e persino controproducenti incoraggiando la negligenza) ma la difficoltà di mantenere operativa la macchina da guerra al mero livello di potenza che tale macchina pretende di avere. Le cause sono numerose e strutturali, budgetarie, gestionali, sociali, corruttive… La macchina, propagandata, ha crepe dappertutto e l’esempio della 7.ma Flotta (Asia-Pacifico) della Marina degli Stati Uniti, a tal proposito, è la più ovvia ed illustrativa: la flotta più lontana dal centro, la flotta della vera proiezione di potenza, non riesce più a controllare la propria potenza. È in tale logica che si può pensare il Pentagono giocarsi l’ultima carta in Afghanistan per liberarsi del conflitto: attaccare il “dominio sacro” della droga per provare almeno ad indebolire i taliban abbastanza da lasciare la situazione nelle mani degli afghani “regolari” (pur mantenendo alcune basi strategiche, ovviamente). Questa è un’iniziativa difficile, poiché molti potenti del denaro, i “signori della guerra”, e in particolare la CIA stessa, vedranno le loro posizioni minacciate e reagiranno direttamente o indirettamente. Non sarà sorprendente vedere la CIA qui menzionata; non è la prima volta che “affronta” il Pentagono, e nel clima attuale, della diluizione del potere nella “DC-la-folle” e la fortissima privatizzazione dell’Agenzia con collegamenti esistenti da decenni con la criminalità organizzata, è ancora più concepibile, ovviamente. Ci fermeremo qui alla descrizione dell’aspetto operativo senza soffermarci su ipotesi sull’esito probabile o improbabile, sulla notevole incertezza che il Pentagono è capace di raggiungere sui suoi scopi. Soprattutto, siamo interessati a osservare quanto i conflitti nati nel contesto della cosiddetta “Guerra al Terrore” aumentano d’intensità senza le necessarie garanzie di legittimità, che non sfociano in grandi conflitti convenzionali classici ma in conflitti multiformi e sempre più caotici. La logica della “guerra ibrida” inaugurata in Siria e Ucraina è sovvertita e spinta, nella forma invertita, nell’interferenza distruttiva al mero livello operativo, coi problemi sociali e sociali che diventano i veri fattori operativi della battaglia. Da questo punto di vista, con l’Afghanistan integra direttamente nell’equazione operativa il fattore droga, siamo in presenza di un vero “modello” degenerato, laddove l’insieme petrolio+SIIL (il petrolio siriano che passava attraverso la Turchia) schiacciato dai russi, fu il primo test operativo. Il modello è così completo, i mezzi così sofisticati nella loro inadeguatezza che si può parlare di “guerra totale” invertita che declina verso un processo di completa degenerazione. Solo le forze convenzionali regolari, di qualsiasi importanza purché supportate da legittimi poteri politici, principi sovrani che si riferiscono ai fattori nazionali direttamente coinvolti, possono imporre la propria legge impedendo di diffondere tale degenerazione patologica del modello del guerriero tardo-postmoderno. I siriani ci riuscirono con l’aiuto degli iraniani e di Hezbollah, e poi con l’aiuto decisivo e strutturante dei russi, nonostante una situazione iniziale catastrofica. Gli americanisti affrontano anche questo aspetto della belligeranza postmoderna, ma a differenza dei russi, perdono. Impegnati arbitrariamente e illegalmente, sono singolarmente privi di legittimità, senza alcun principio sovrano su cui basarsi, ed è difficile vedere come potrebbero avere successo nella loro impresa. Almeno permettono di vedere tutto ciò che tale era tardo-postmoderna può vomitare come produzione invertita, almeno accelerando il processo generale di autodistruzione. Grazie al caccia LGBTQ F-22, promettono che ciò avverrà limitando i danni collaterali.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Niente guerra al Libano ma mosse preliminari verso l’intesa saudita-israeliana

Elijah J. Magnier, 21 novembre 2017Non si tratta di guerra contro Hezbollah, Iran o Libano, ma di preparare la relazione aperta tra Arabia Saudita e Israele“. Questo è ciò che ha detto un politico collegato alla lotta israelo-arabo-iraniana. Nello Yemen, Hezbollah non è mai stato molto presente: poche decine di consiglieri erano nel Paese per addestrare e trasmettere la lunga esperienza raccolta in anni di guerra contro Israele e in Siria. Gli istruttori delle forze speciali di Hezbollah erano presenti nello Yemen per insegnare ai zayditi Huthi come difendersi dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti e dalla continua aggressione saudita. È dovere dei musulmani difendere gli oppressi (Mustadafin) come l’Imam Khomeini sostenne i libanesi durante l’invasione israeliana del 1982. Il dovere religioso dell’Iran ha dettato l’obbligo di sostenere l’Iraq contro le forze di occupazione nel 2003 e anche la resistenza afgana. “Oggi gli yemeniti vengono sterminati e il mondo guarda impotente e insensibile, permettendo all’Arabia Saudita di distruggere il Paese e uccidere“. Tuttavia, oggi c’è minor bisogno dell’esperienza di Hezbollah nello Yemen. La resistenza ha acquisito abbastanza esperienza e addestramento, combattendo in un ambiente diverso da Libano, Siria e Iraq. Non c’è bisogno che Hezbollah rimanga nello Yemen o in Iraq dove il gruppo “Stato islamico” (ISIS) è stato sconfitto ed espulso da ogni città irachena. Oggi gli iracheni hanno abbastanza uomini, mezzi avanzati e grande esperienza per resistere a qualsiasi pericolo. Quindi non c’è più bisogno di Iran, Hezbollah o che le forze statunitensi rimangano in Mesopotamia. In Siria, la fonte ritiene che “Hezbollah è nel Levante su richiesta del Presidente Bashar al-Assad per combattere taqfiri e terrorismo. Con la città di al-Buqamal sotto il controllo dell’Esercito arabo siriano, lo SIIL ha perso l’ultima città in Siria anche se esiste ancora ad est dell’Eufrate, nella Badiyah (steppa) e in alcune sacche ai confini meridionali siriani. Ci sono ancora migliaia di terroristi di al-Qaida ad Idlib, presso Hajar al-Asuad e nel sud della Siria. Pertanto, è solo su richiesta diretta del presidente siriano che Hezbollah può rimanere o lasciare il Paese. Indipendentemente da quanto rumorosi siano statunitensi, israeliani e sauditi, la presenza di Hezbollah in Siria è legata al governo siriano e a nessun altro“.
Per il Libano, il primo ministro Sad Hariri è stato liberato dal carcere d’oro in Arabia Saudita e dovrebbe tornare in Libano nelle prossime ore. Secondo la fonte “non c’è alcuna guerra araba contro l’Iran nella regione o israeliana contro il Libano. Ciò non significa che Hezbollah possa ritornare a casa e cessare qualsiasi preparativo per una possibile guerra futura. Il ritorno di Hariri è ovviamente legato all’agenda saudita che chiederà ad Hezbollah di ritirarsi da Siria, Yemen ed Iraq e a cedere le armi. Va notato che Hezbollah ha sostenuto la liberazione di Hariri in quanto detenuto illegalmente dall’Arabia Saudita e perché primo ministro del Libano. L’Arabia Saudita non può essere autorizzata a trattare il Libano come se fosse una sua provincia. E per Hariri è illusorio credere che stia tornando in Libano da eroe per dettare la politica saudita, che possa attuarne i desideri e ottenere ciò che Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita non hanno ottenuto. Se davvero insiste sull’agenda saudita, può tornarsene in Arabia Saudita questa volta da ex-primo ministro. La visione saudita del Medio Oriente semplicemente non accetta la multietnicità e la convivialità in Libano tra tutte le religioni e i vari gruppi politici e loro rappresentanti“. Non è quindi questione dell’Iran o delle riserve di armi di Hezbollah o del loro intervento militare regionale. La guerra in Siria è stata vinta dall’Asse della Resistenza e l’altra parte (Stati Uniti, UE, Qatar, Giordania, Turchia e Arabia Saudita) non è riuscita a cambiare il regime, a distruggere la cultura multietnica in Siria, e a legare le mani agli estremisti. È semplicemente la questione dell’Arabia Saudita che prepara la relazione ampia e aperta con Israele. L’Arabia Saudita agisce come se avesse bisogno di tale scenario per coprire le sue future relazioni con Israele. Vediamo ogni giorno accademici, scrittori e persino funzionari sauditi usare la scusa di “combattere l’Iran, nemico comune” per giustificare la prossima relazione con Israele. In effetti, l’opinione pubblica israeliana è pronta ad accogliere l’Arabia Saudita e viceversa.
Questo nuovo progetto saudita è chiaro e non ingannerà gli arabi. I Paesi arabi hanno promesso di stabilire un rapporto ufficiale con Israele in cambio delle teste di Hezbollah e dell’Iran. In cambio, Stati Uniti ed Israele hanno promesso d’impegnarsi sul conflitto arabo-israeliano. Questa non è una soluzione del conflitto arabo-israeliano e Trump non può certo adempiere alle promesse. Israele non lascerà agli arabi ciò che ottiene gratuitamente (la relazione coi Paesi del Golfo). Chi corre a stabilire legami con Tel Aviv lo fa di sua spontanea volontà, per usare Israele come ponte per gli Stati Uniti. D’altra parte, anche la nuova alleanza USA-Arabia Saudita non potrà consegnare le teste di Iran e Hezbollah senza sprofondare la regione in una guerra globale. Questi Paesi sono pronti a una guerra del genere in cui i costi supereranno i benefici?Traduzione di Alessandro Lattanzio

Medio Oriente: il declino della potenza statunitense

Viktor Mikhin, New Eastern Outlook 20.11.2017Il leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei ha dichiarato che la cooperazione tra Mosca e Teheran e il rifiuto dei pagamenti reciproci in dollari statunitensi potrebbero isolare gli Stati Uniti e “respingere le loro sanzioni“. Il Leader Supremo ha aggiunto: “È possibile cooperare con la Russia nel trattare questioni di ampiezza che richiedono impegno, determinazione e cooperazione logistica“. In questo contesto, non va dimenticato che la Cina, grande acquirente di petrolio, è il giocatore chiave nella soppressione dei petrodollari. Pechino ha già presentato un nuovo mercato del petrolio in yuan (in questo momento, due contratti per il greggio, WTI e Brent, sono scambiati in dollari USA) e pubblicherà il primo contratto sudafricano entro la fine di quest’anno. È interessante notare che è stato annunciato che qualsiasi esportatore di petrolio che accetterà il pagamento in yuan potrà convertirli in oro alla Shanghai Gold Exchange (SHGE) e coprire il valore in valuta dell’oro presso la Shanghai Futures Exchange (SHFE). Questo è il motivo per cui la Cina ha bisogno di oro fisico recentemente acquistato su larga scala. Indubbiamente, tutti gli esportatori di petrolio, e specialmente chi ha scarsi rapporti politici con gli Stati Uniti, trarranno profitto da questa segregazione del mercato dei futures cinese. Poiché ogni diminuzione dell’influenza del dollaro diminuisce seriamente la capacità di Washington di condurre la guerra economica a certi Stati, l’introduzione dei futures del petrolio scambiati in yuan consentirà agli esportatori di petrolio, ad esempio Russia, Iran e Venezuela, di evitare sanzioni sul commercio petrolifero. Quindi, un piano è stato commissionato per rovinare gli Stati Uniti d’America sotto i nostri occhi. Secondo quanto riferito, il dollaro, valuta mondiale (e non l’industria o l’agricoltura), costituisce il fondamento del potere statunitense. È questa valuta mondiale consente agli Stati Uniti di derubare il mondo intero, costringendo i popoli a pagare i desideri ambiziosi di Washington. Qualche tempo fa il dollaro veniva assicurato nell’equivalente in oro, poi abolito, ed ora è in effetti senza garanzie. Gli Stati Uniti imposero un accordo all’Arabia Saudita che prevedeva il loro aiuto militare e la “protezione” dei suoi giacimenti petroliferi, sebbene non fosse chiaro da cosa. In cambio, i sauditi s’impegnarono ad eseguire tutte le vendite di petrolio in dollari ed investire i loro profitti in titoli del debito statunitensi. Nel 1975, tutti i membri dell’OPEC furono costretti, su pressione di Washington, a seguirne l’esempio. Di conseguenza, il mondo sprofondò nel pantano dei petrodollari.
Non è che i capi dei Paesi petroliferi non capissero che si trattava di una rapina da parte degli Stati Uniti, ma allo stesso tempo non potevano intraprendere nulla da soli perché Washington schiacciò tali sforzi, arrivando addirittura ad occupare gli Stati insubordinati, come l’Iraq ad esempio: gli Stati Uniti imposero sanzioni spietate, facendo sì che la gente comune ne soffrisse. Le sanzioni esistevano dal 1991 e sembrò che rimanessero per sempre. Tuttavia, all’inizio del XXI secolo, Sadam Husayn decise di vendere il petrolio in euro col programma “Oil for Food“. Ci fu l’immediata rappresaglia: con la pretesa di democratizzare l’Iraq, i militari statunitensi occuparono il Paese e vi scatenarono la guerra civile ancora in corso. Sadam Husayn fu impiccato. Un altro esempio: Muammar Gheddafi, leader della Jamahiriya araba libica, favorito da Europa e Stati Uniti, decise d’introdurre il dinaro d’oro e svolgere tutti gli scambi solo in quella valuta. La punizione fu istantanea: cosiddetti disordini popolari furono organizzati dall’estero e le risoluzioni ONU imposte da Washington legarono, mani e piedi, il leader libico brutalmente assassinato poco dopo. Tuttavia, l’idea di sbarazzarsi della morsa del dollaro USA non è scomparsa, e proprio ora, potenti Stati liberi dall’influenza statunitense, come Russia, Cina e Iran, hanno deciso di farlo. Il futuro di un altro Paese, l’Arabia Saudita, leader nella produzione di petrolio greggio, è in pericolo. Cioè, il destino degli Stati Uniti, che hanno preso tutte le misure possibili per mantenere Riyadh nella propria orbita, dipende, senza esagerazione, dalla posizione del regno. Perciò l’attuale situazione saudita non è difficile da capire. In primo luogo, la tradizione avviata da Abdulaziz ibn Abdurahman ibn Faysal al-Saud, fondatore del regno, di passare il potere da un figlio all’altro non c’è più. In secondo luogo, c’è la lotta senza precedenti per il potere da quando Salman bin Abdulaziz al-Saud, l’attuale re, tolse l’erede legittimo e dichiarò il desiderio di passare il potere al figlio Muhamad bin Salman al-Saud. In terzo luogo, il nuovo erede, privo d’esperienza, ha già commesso diversi gravi errori. Ha speso molti fondi per sostenere i gruppi terroristici in Siria, scatenato una lotta insensata contro il vicino Yemen, e ha un ambiguo conflitto personale col Qatar. Inoltre, la lotta per il mercato petrolifero mondiale ha portato al forte calo dei prezzi dell’oro nero, comportando un deficit di bilancio. A peggiorare le cose, una crisi ancora irrisolta è sorta in Libano quando il suo primo ministro è partito per l’Arabia Saudita da cui ha inviato la lettera di dimissioni. Ha spiegato la decisione con l’interferenza dell’Iran negli affari interni del suo Paese, la pressione di Hezbollah e l’informazione su un tentativo di assassinerlo in preparazione, di cui è stato presumibilmente informato dall’intelligence saudita.
Attualmente, un nuovo e piuttosto decisivo round della lotta per il potere istigato da Washington si svolge nel Regno. Ovviamente, l’attuale re, prima di passare il potere al figlio, cerca di chiarire il quadro politico e di eliminare qualsiasi rivale, anche se membri della famiglia saudita al potere. Un nuovo comitato anti-corruzione guidato dal principe ereditario è stato creato con decreto reale. Il comitato ha il diritto di condurre proprie indagini ed arresti, imporre divieti di viaggio, congelare i beni bancari e attuare altre misure nel quadro della lotta alla corruzione. Dal 10 novembre, duecentootto persone sono detenute in Arabia Saudita per la campagna anti-corruzione senza precedenti. Sette furono precedentemente rilasciati senza accuse. Gli altri, come il procuratore generale del regno Saud al-Mujab ha detto ad al-Jazeera, sono ancora agli arresti. Subito dopo, il segretario di Stato USA Rex Tillerson ebbe una conversazione telefonica con l’omologo saudita Adil al-Jubayr, durante cui discussero della situazione in Arabia Saudita o, più precisamente, il ministro degli Esteri saudita ricevette ulteriori istruzioni dagli statunitensi. Nel frattempo, Washington mette abilmente e deliberatamente il futuro re contro altri membri della famiglia Saud, in modo che Muhamad bin Salman resti solo e faccia affidamento totale al sostegno degli Stati Uniti. Per inciso, anche il principe saudita Walid bin Talal bin Abdulaziz al-Saud, uno degli uomini più ricchi del Medio Oriente (e che era a capo del ministro delle Finanze saudita) è tra i detenuti. Il principe è il nipote del fondatore dell’Arabia Saudita e di sei re sauditi, incluso l’attuale. Non ha mai cercato il potere politico e ha preferito investimenti e giochi d’azzardo in borsa. Il principe ha tre titoli accademici, di cui uno in filosofia. Per la prima volta nella storia del regno sua figlia, una principessa, fu arrestata. C’è un altro problema altrettanto complicato relativo al petrolio, cioè con quale valuta il petrolio va venduto alla Cina, ancora una delle più grandi piattaforme di trading per i sauditi. Nel frattempo, l’Arabia Saudita continua a chiedere con insistenza solo dollari in cambio del petrolio agli importatori cinesi. Pechino è piuttosto infastidita da tale testardaggine, perché ha una vasta gamma di fornitori di petrolio da cui scegliere. Le autorità cinesi hanno cercato di fare capire a Riyadh che il fanatismo per il dollaro può costare parecchio. Tuttavia, il passaggio dal dollaro allo yuan sarebbe un duro colpo per gli Stati Uniti, l’alleato chiave del Regno, ma Riyadh si arrenderà prima o poi. Cosa succederà allora agli Stati Uniti?
A causa di ciò, il rifiuto di alcuni importanti produttori di petrolio dei pagamenti in dollari darebbe un colpo irreparabile agli Stati Uniti e contribuirà notevolmente al declino dell’impero statunitense e delle sue ambizioni egemoniche.Victor Mikhin, corrispondente di RANS, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

I sauditi chiedono all’Egitto il permesso di sorvolo per colpire il Libano

Wayne Madsen, 12 novembre 2017 – Intrepid ReportSecondo fonti di WMR in Libano e Francia, l’Arabia Saudita avrebbe ulteriormente infiammato le tensioni in Medio Oriente, richiedendo all’alleato Egitto il permesso agli aerei sauditi di sorvolarne il territorio per bombardare il Libano. Di fatto il nuovo regime saudita guidato dal principe ereditario Muhamad bin Salman (MBS) considera l’Arabia Saudita in stato di guerra con il Libano. L’ex-primo ministro libanese Sad Hariri è stato chiamato a Riyadh dal Libano e costretto a leggere una dichiarazione di dimissioni alla televisione saudita. WMR e altri organi d’informazione hanno riferito che Hariri era trattenuto contro la sua volontà a Riyadh, notizia che provocò subito la visita non programmata nella capitale saudita del presidente francese Emmanuel Macron. Macron avrebbe chiesto a MBS di permettere ad Hariri di recarsi in Francia, dove l’ex-primo ministro ha una residenza. Il presidente libanese Michel Aoun, cristiano maronita, ha dichiarato che non riconoscerà le dimissioni di Hariri finché non avrà la possibilità di incontrarlo faccia a faccia a Bayrut. In una frase dal tono ambiguo, il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian ha detto: “Per quanto ne sappiamo, sì. Pensiamo che Hariri sia libero di muoversi ed è importante che faccia le sue scelte“. Il Gruppo di supporto internazionale del Libano, che comprende Stati Uniti, Russia, Unione europea, Cina e Lega araba, ha sostenuto l’appello di Aoun per l’immediato ritorno di Hariri in Libano. Hariri, sunnita, è un cittadino libanese-saudita. Il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson, in viaggio con Donald Trump in Asia, ripeteva le smentite del capo della propaganda e bugiardo cronico dell’Arabia Saudita Adil al-Jubayr, secondo cui Hariri non è ostaggio in Arabia Saudita. Arabia Saudita ed alleati del Golfo Emirati Arabi Uniti, Bahrayn e Quwayt hanno avvertito i concittadini di non recarsi in Libano.
Il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi ha detto di opporsi a qualsiasi guerra saudita contro Libano ed Hezbollah, rappresentato nel governo sovrano precedentemente guidato da Hariri. Tuttavia, alcuni osservatori respingono le osservazioni di al-Sisi su una guerra saudita-libanese e sottolineano il fatto che appoggia il colpo di Stato di MBS in Arabia Saudita. Sisi ha detto di MBS: “Ho fiducia nella leadership del regno” e definiva la situazione in Arabia Saudita “questione interna”. Una richiesta saudita di sorvolo del territorio egiziano per lanciare attacchi aerei sul Libano richiederebbe in particolare l’approvazione di Egitto ed Israele per impiegare il corridoio aereo più vicino, sulla penisola del Sinai. Il trattato di pace israelo-egiziano del 1979 stabilì una serie di zone demilitarizzate nel Sinai che potrebbero essere violate solo con l’approvazione di Cairo e Tel Aviv. Il sorvolo saudita della Giordania comporterebbe quello di Siria o Israele. La Siria considererebbe qualsiasi uso saudita dello spazio aereo siriano per attaccare il Libano un atto di guerra, e gli aerei sauditi sarebbero facili prede dei sistemi di difesa aerea russi S-300 e S-400 schierati in Siria. Il sorvolo saudita dello spazio aereo israeliano per colpire un Paese arabo come il Libano infiammerebbe arabi e musulmani in tutto il mondo e probabilmente porterebbe a cacciata ed esecuzione di MBS per apostasia dai principi sauditi rivali.
L’attacco saudita contro il Libano usando lo spazio aereo del Sinai egiziano probabilmente partirebbe dalla base aerea Re Faysal, nell’aeroporto regionale di Tabuq, quartier generale del 7.mo Stormo della Royal Saudi Air Force e sede della squadra acrobatica Saudi Hawks. La base aerea ospita gli avanzati F-15 e F-16 dell’Arabia Saudita, nonché gli aerei AWACS E-3A che sarebbero utilizzati per comando, controllo e comunicazioni nell’attacco saudita al Libano. Si ritiene che una “unità di addestramento” di guerra informatica dell’US Air Force sia assegnata alla base aerea. Sono inoltre stati avvistati aerei della Forza aerea israeliana nella base che trasportavano equipaggiamento militare nell’ambito di un accordo segreto tra Arabia Saudita e Israele che consente che la base aerea Re Faysal sia utilizzata da Israele come base d’appoggio per un attacco aereo israeliano all’Iran. Durante le operazioni israeliane nell’aeroporto, i voli civili vengono cancellati e i passeggeri ospitati, a spese del governo saudita, negli hotel a quattro stelle di Tabuq. È ironico che la base aerea Re Faysal venga utilizzata come hub per le operazioni militari israeliane. Re Faysal fu ucciso nel 1975 da un nipote appena tornato dagli Stati Uniti. Faysal, tra tutti i re sauditi era il più pro-palestinese e anti-israeliano, ed era noto che regalasse ai visitatori ufficiali del regno, tra cui il segretario di Stato Henry Kissinger, copie splendidamente rilegate e in rilievo d’oro de “I protocolli degli Anziani di Sion“.Traduzione di Alessandro Lattanzio