Quali sono gli elementi più importanti del Petro

Mision Verdad, 21 febbraio 2018Il 19 febbraio notte, il Presidente Nicolás Maduro dichiarava che la prevendita del Petro sarebbe iniziata all’alba. Poi, dopo mezz’ora, il Vicepresidente Tariq Aysami apparve sui media per rendere pubblica la disponibilità del manuale per chi fosse interessato all’acquisto di Petro sul sito ufficiale della criptomoneta nazionale, oltre al link per registrarsi. Nel Manuale per l’Acquirente c’erano alcune modifiche rispetto al Libro bianco, il dettaglio più importante è il cambio Block Chain utilizzato per la prevendita. In linea di principio, Block Chain dell’Ethereum sarà utilizzata tramite Token ERC20, ma nel manuale era chiaro che Block Chain NEM sarebbe stata utilizzata dalla Fondazione del Movimento della Nuova Economia. Sebbene la NEM sia una Block Chain in fase iniziale, presenta molti vantaggi tecnici, distinguendosi per la possibilità di sviluppare rapidamente applicazioni e superando per capacità Ethereum con un Sistema di contratto intelligente già testato in numerosi primi accordi. Ratificando questa scelta tecnica, il Presidente Maduro incontrava i rappresentanti della NEM nel pomeriggio del 20 febbraio, alla vigilia della trasmissione sulla Rete nazionale radiotelevisiva, dove rendeva pubblici i dettagli di ciò che chiamava “Ecosistema Petro”: un insieme di accordi e misure educative, lavorative, politiche, fiscali e commerciali per adottare trasversalmente il Petro. Durante la trasmissione, fu chiaro l’impegno ad incentivare l’estrazione di criptovalute generando risorse aggiuntive con la libera circolazione nel Paese da parte di istituzioni scolastiche private e pubbliche e le casse di risparmio dei lavoratori, il tutto secondo uno schema basato su fiducia e certificazione dal Registro Nazionale dei Minatori. In tal senso veniva inaugurata la prima “Petroscuola” presso le strutture del velodromo Teo Capriles, dove il Ministro Pedro Infante e il segretario dell’Osservatorio Blockchain David Pebha illustrarono le strutture: aule per studiare il cambio delle criptovalute, laboratori “minerari” e sale attrezzature. Questa “Petroscuola” seguirà il piano Chamba Juvenil per avviare i partecipanti allo studio della “Block Chain“.
Anche se il Petro in questa fase non ha la capacità di essere estratto, è importante sottolineare che rendere pubblico il potenziale delle criptovalute e dei loro elementi tra la popolazione, prepara il Paese ad adottare più facilmente la “Block Chain”. Furono inoltre firmati diversi accordi tra il sovrintendente del SUPCAVEN Carlos Vargas, e varie società che assemblano apparecchiature “minerarie” nazionalmente, nonché con società dedite alla creazione di soluzioni finanziarie e di cambio basate sulla “Block Chain“, come la società russa Zeus probabile responsabile dello sviluppo delle diverse applicazioni per l’uso quotidiano di Petro e del suo cambio con altre attività. Sebbene gli annunci tecnici non fossero pochi, i cambiamenti politici che porteranno di conseguenza ad assumere il Petro nel territorio sotto assedio finanziario e commerciale, sono molto più importanti e spiegano meglio la misura presa dal governo. Maduro ordinava che le società nazionali responsabili della maggioranza delle attività che generano afflussi di valuta estera, includano il Petro nei portafogli iniziando a riceverlo come forma di pagamento per i prodotti. Aziende come Venalum, CVG, PDVSA e la controllata Pequiven saranno incluse dall’inizio nell’ecosistema Petro. Ciò rafforza l’impegno precedentemente assunto di accettare il Petro in cambio di greggio, espandendo ora la puntata a un’offerta diversificata di materie prime e lavorate che vegano acquisite internazionalmente con la criptovaluta nazionale.

Le ragioni politiche del Petro è ciò che va evidenziato della misura
Allo stesso modo, di fronte alla realtà del contrabbando della benzina e la dipendenza delle vicine città di Colombia e Brasile dal carburante venezuelano, il Presidente chiariva l’intenzione di utilizzare esclusivamente il Petro per l’acquisto di carburante nelle pompe al confine, riferendosi agli alti costi della benzina in Colombia, dove si aveva di recente un altro aumento, e dimostrandosi consapevole di cosa significhi chiudere completamente il flusso di carburante per la Colombia, ma allo stesso tempo favorire lo Stato venezuelano e la PDVSA. D’altra parte durante la trasmissione fu pubblicata sulla pagina ufficiale del Petro il manuale per creare le case di cambio e l’autorizzazione corrispondente; queste case di cambio avranno un ruolo preponderante quando, una volta svolte prevendita ed offerta iniziale, sarà attivata la Blockchian del Petro, attraverso cui i bolivar possono essere utilizzati per acquisire Petro nel cosiddetto “Mercato Secondario”. Questo manuale spiega in dettaglio i requisiti necessari per un’azienda di cambio di criptobeni e criptovalute da adottare nel Paese, oltre agli obblighi verso SUPCAVEN e i tempi per l’autorizzazione. Tra i dati più importanti, queste società vanno costituite da persone “identificabili” e mai da una figura che mascheri l’identità di un fondo d’investimento o altro tipo di società; questo chiaramente per preservare la sicurezza nazionale e una maggiore capacità di controllo del SUPCAVEN. Vanno inoltre specificati il tipo di protocolli di sicurezza da usare per impedire il riciclaggio di denaro e il manuale sui rischi con limiti che consentano ai clienti di avere sicurezza sulle risorse detenute dalla casa di cambio. Va inoltre depositato in una sorta di fondo di garanzia nella BCV, il 20% del valore dichiarato della società, nell’ambito della stessa misura.
In linea di principio verranno assegnate solo otto licenze, con la possibilità di studiare in futuro la creazione di più case di cambio se la domanda nazionale supera quelle create nella prima ondata. Veniva creato il Tesoro delle Criptoattività e Abraham Landaeta Parra vi veniva nominato tesoriere. Nonostante sia poco conosciuto, nella presentazione fu detto che aveva studiato in Cina e dopo le elezioni si vedrà il rapporto che avrà l’assunzione del Petro in Venezuela e la potenza asiatica sul piano comune, al quale partecipa anche la Russia, scacciando progressivamente il dollaro dal commercio internazionale dell’energia. Fondamentale è anche il fatto che il Petro non viene adottato dalle istituzioni tradizionali, ma ricorrendo alla strategia di Chavista di dare priorità, in casi di emergenza, alla costruzione di strutture ed istituzioni alternative per un rapido passaggio dei piani del governo, evitando le rigidità strutturali dello Stato sempre a vantaggio del Paese, come accadde con le missioni sociali del governo Chávez. Il clou della giornata fu la cifra raccolta con l’intenzione di acquisto del Petro, poche ore dopo l’inizio della prevendita. Confermando tutte le previsioni che indicavano un forte interesse da parte degli investitori. e considerando che c’erano diversi problemi tecnici nella piattaforma, si sa che l’equivalente di 4777 milioni di yuan è stato ricevuto, equivalenti a 735 milioni di euro, nella giornata di apertura della prevendita. L’importo ha una percentuale di sconto che non è stata resa pubblica, ma consiste in circa 15 milioni di Petro con impegno d’acquisto. Vedendo come il Petro si è comportato in questi pochi ma importanti passaggi, è molto probabile che l’Offerta Pubblica, la fase successiva alla Pre-vendita, avrà lo stesso andamento, vendendo tutti i Petro. Ciò comporterà la rapidità con cui sarà utilizzato e diffuso come mezzo di pagamento nel Paese ed internazionalmente, rompendo il blocco finanziario imposto da Washignton ed alleati. Maduro disse anche che nei prossimi giorni verrà fatto un nuovo annuncio sui progressi della relazione tra oro e criptovaluta nazionale. Così è chiaro che la via intrapresa dal governo nazionale, come in Russia, è quella d’inondare i mercati internazionali, nonché nazionali, di attivi dal valore reale più attraenti per conservare valore e come mezzo di cambio, accelerando la fuga del dollaro già in caduta come moneta egemonica nel commercio estero e risorsa geopolitica con cui applicare sanzioni e blocchi finanziari contro Paesi sovrani.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Siria e Venezuela, similitudini che suscitano pericoli e domande

Sergio Rodriguez Gelfenstein, Resumen Latinoamericano, 3 febbraio 2018A chiunque sia interessato all’argomento e abbia il tempo di investigarvi, consiglio di leggere i media seri e decenti rimasti dal gennaio 2011, quando iniziò la cosiddetta “primavera araba”. Per coincidenza, ero in Algeria, invitato dall’Accademia diplomatica del Paese per tenere conferenze sull’America Latina, sperimentando il fenomeno alla sua nascita, soprattutto quando incontrai un deputato colombiano che era ad Algeri e doveva recarsi in Tunisia proprio il 14 gennaio, quando il presidente autoritario del Paese, Abidin Ben Ali si dimise. Consigliammo al parlamentare del Paese confinante d’interrompere il viaggio e tornare a Bogotà prima di rischiare, dopo aver verificato cosa significasse l’inizio delle rivolte. La verità è che la “primavera araba” coinvolse circa 20 Paesi della regione, attorno ai quali la visione della stampa e dell’opinione pubblica occidentali si costruì basandosi su vicinanza, lealtà e subordinazione dei governi a Stati Uniti ed Europa. Così, mentre in Arabia Saudita, Quwayt, Bahrayn, Emirati Arabi, Qatar e Giordania, tra gli altri, c’erano rivolte per protestare contro le condizioni di vita misere che i governi dovevano risolvere; in Libia, Siria e Algeria ci furono rivoluzioni democratiche contro governi autoritari e repressivi che dovevano essere rovesciati. Così fecero in Libia, la fine è nota: la scomparsa di uno Stato, oggi “controllato” da tribù e terroristi dalle diverse pellicce che lottano per impossessarsi del petrolio e della più grande riserva idrica del Nord Africa. In Siria non ci riuscirono, bisogna dire che nel primo caso Russia e Cina lasciarono che Stati Uniti e NATO agissero, indipendentemente dal destino di quel popolo e di quel Paese, peccando di ingenuità od omissione. Per quanto riguarda la Siria, l’umanità è grata per non aver permesso alle forze coloniali e imperialiste di agire nello stesso modo. Ma tornando all’argomento, ricordo che in Siria tutto iniziò con marce pacifiche che chiedevano democrazia che ben presto divennero violente azioni di gruppi radicali, avviando la creazione di un'”opposizione moderata” che non poté resistere alla competizione per la distribuzione delle risorse provenienti dall’occidente e dalle monarchie sunnite, destinandole ad al-Qaida e Stato islamico per occupare territori e scatenare odio e furia contro i principi base di ogni civiltà: cristiana e musulmana. Infine, dopo una breve e accelerata virata, i cortei pacifici dell’opposizione divennero gruppi terroristici che minacciavano la stabilità globale. Tuttavia, gli Stati Uniti raggiunsero l’obiettivo creando taliban ed al-Qaida per espellere l’Unione Sovietica dall’Afghanistan, e lo Stato islamico per destabilizzare il Medio Oriente, occupare la Siria e minacciare d’invasione l’Iran. Le tre organizzazioni “sfuggirono di mano” e oggi sono costretti a una grande propaganda per dimostrare che le combattono, quando è dimostrato che gli USA, in alleanza con Israele e le monarchie sunnite, li armano, supportano, finanziano ed addestrano. Qualcuno potrebbe pensare che sia una contraddizione infondata, ma le azioni degli Stati Uniti contro il terrorismo non sono decisive, ma solo il minimo necessario per dimostrare una presunta volontà di affrontarlo. A mostrare una realtà diversa sono i media e gli specialisti nella costruzione di scenari “post-verità”. In ogni caso, lo scopo degli USA nel generare conflitti che ne legittimino la presenza militare e creino le condizioni per l’intervento negli affari interni dei Paesi che disobbediscono al mandato imperiale, è stato ampiamente raggiunto.
Tale riflessione mi sovviene analizzando la situazione in Venezuela, inevitabile dopo aver guardato lo specchio siriano: marce di dimostranti per la democrazia che diventano violente, inizialmente focalizzate ma che si generalizzano, che porteranno inevitabilmente a un conflitto di proporzioni superiori, forse simili a quelle della Siria. L’Arabia Saudita, che con la Colombia recitano il ruolo di supporto alle basi militari statunitensi nelle rispettive regioni (mentre le organizzazioni internazionali “voltano le spalle” alle loro gravi violazioni dei diritti umani), hanno incubato eserciti terroristici per attaccare un altro Paese. Le organizzazioni regionali (Lega araba e Consiglio di cooperazione del Golfo) da un lato e OSA dall’altro, hanno fornito le basi diplomatiche per legalizzare tali azioni. I governi reazionari feudali (Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Quwayt e Turchia) sostengono la ribellione in Medio Oriente e le amministrazioni neoliberali dell’America Latina (Messico, Colombia, Cile, Perù, Argentina, Panama e Brasile) fanno lo stesso contro il Venezuela. Cos’hanno in comune? La vergognosa subordinazione agli Stati Uniti, che allo stesso tempo gli permette ogni oltraggio contro i popoli: violazione delle costituzioni e della democrazia che essi stessi hanno inventato, dei diritti umani alleandosi col narcotraffico, applicazione a tutti i costi dei modelli neoliberali, repressione dei popoli; tutto ciò non è noto perché, ancora una volta, i media hanno il compito di nasconderlo.
Se seguiamo lo sviluppo delle azioni in Siria e proviamo a proiettarle in Venezuela, dovremmo dire che sembra che la violenza sia stata instillata come pratica politica che, come mostra il dramma siriano, si sa quando inizia, ma non quando finisce. In tale scenario, i primi cento morti sono noti per nome, quando si arriva al migliaio, o se ne contano a decine, raggiungendo diecimila, centomila o più, a nessuno importa delle cifre esatte, solo il numero degli zeri interessa l’informazione che non interessa più a nessuno. In Siria, secondo i media, sarebbero 350-400mila morti. Con tale logica, i primi “esiliati” che arrivano vengono ricevuti come eroi nei Paesi limitrofi che sostengono le violenze, ma poi, quando una marea incontrollabile minaccia anche di danneggiare la sicurezza nazionale e l’integrità di ogni Paese, la questione diventa più complessa. Nel nostro ambiente, mi chiedo cosa succederebbe se i 6 milioni di colombiani che vivono in Venezuela tornassero nel proprio Paese o se Cile, Panama, Argentina e Perù, nominandone alcuni, affrontassero forti mutazioni d’identità da parte di alcune decine di migliaia di venezuelani che arrivano nelle loro città, o ne ricevessero centinaia di migliaia generando influenze di ogni tipo nelle proprie società e mercati. E cosa succederebbe se in Venezuela ci fosse un cambio di governo violento, che senza esitazione iniziasse a sviluppare misure neoliberali, che indubbiamente sarebbero contrastate dal popolo o dalla gran parte che ha visto la propria vita cambiata negli ultimi anni; ci chiediamo, quel governo avrà la forza di ordinare la repressione? Durerà più di un anno come Temer, che barcolla solo dodici mesi dopo aver illegalmente preso il potere? E tutto questo nel Paese che ha le maggiori riserve di petrolio al mondo? Cosa accadrebbe al mercato dell’energia? Qualcuno si chiese se le forze armate venezuelane, in questo scenario, di nuovo reprimerebbero il popolo come in passato e come recentemente è successo in Brasile. Oppure prendiamo lo scenario siriano e lo passiamo qui: gli Stati Uniti, col sostegno dell’estrema destra, sono riusciti a creare un esercito paramilitare in Colombia, che proverà a prendere parte del territorio del Venezuela per creare uno Stato paramilitare che, naturalmente, “sfuggirà di mano agli Stati Uniti”. Anche se con questo la potenza nordamericano avrà raggiunto lo stesso obiettivo del Medio Oriente, generando instabilità per legittimare gli interventi, in questo caso dovrà valutare che, nonostante l’annuncio della lotta al terrorismo, tali azioni minaccerebbero la stabilità politica e sociale di Colombia ed America Latina, tornando a un passato che si credeva sepolto per sempre. Cosa farebbero FARC ed ELN in queste condizioni? Cosa farebbe la sinistra latino-americana di fronte tale situazione quando gli avranno consegnato su un piatto d’argento lo strumento dell’unità e della lotta continentale? Mi chiedo se non vedremo, nel migliore dei casi, lo slogan che mobilitò milioni di persone nel secolo scorso nei Paesi della regione, dal Rio Grande alla Patagonia: “Yanquis, a casa!” e sarà bello bruciare di nuovo le bandiere statunitensi. Il peggio, non voglio neanche immaginarlo, ritorneremmo a cinquanta anni fa e dovremo ricominciare da capo, ma la pazienza dei popoli è infinita, non so per il capitale che vedrebbe diminuire i profitti.
E tutto questo, perché gli Stati Uniti non vogliono o non possono indurre l’opposizione venezuelana ad accettare regole democratiche, attendere le elezioni del 2018 e lasciare che il popolo decida il proprio futuro. C’è poco da dire, molte vite potrebbero essere salvate e ci sarebbe molto da guadagnare.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’amministrazione Trump pianifica un golpe alla Pinochet in Venezuela

Wayne Madsen SCF 05.02.2018L’amministrazione retrograda di Donald Trump progetta un colpo di Stato militare in Venezuela per estromettere il governo socialista del Presidente Nicolas Maduro. Il segretario di Stato Rex Tillerson, parlando all’Università del Texas prima d’intraprendere un tour in America Latina e Caraibi, ha detto che l’esercito è spesso intervenuto nella politica latinoamericana durante le crisi. Le osservazioni di Tillerson hanno evocato scene dal buio passato dell’America Latina. A peggiorare le cose, Tillerson invocava la dottrina imperiale Monroe del 1823, sottolineando che è “rilevante oggi come il giorno in cui fu scritta”. La Dottrina Monroe, nella storia americana, fu usata dagli Stati Uniti per giustificare l’intervento armato in America Latina, spesso allo scopo d’istituire “repubbliche delle banane” asservite ai capricci di Washington. Secondo la BBC, Tillerson fece l’affermazione dichiarando che non “difende il cambio di regime e che non ha informazioni su alcuna azione programmata”. Il consigliere per la sicurezza nazionale di Richard Nixon Henry Kissinger fece commenti simili prima del sanguinoso colpo di Stato dell’11 settembre sostenuto dall’Agenzia per l’Intelligence Centrale, nel 1973, contro il Presidente socialista cileno Salvador Allende. Mentre respingeva pubblicamente qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti nella destabilizzazione del governo democraticamente eletto del Cile, Kissinger lavorava dietro le quinte con le forze armate cilene per rovesciare e assassinare Allende. Undici giorni dopo il colpo di Stato cileno, Kissinger fu premiato da Nixon venendo nominato segretario di Stato e mantenendo il portafoglio di consigliere per la sicurezza nazionale.
Da quando il predecessore di Maduro, Hugo Chavez, salì al potere nel 1999, la CIA tentò almeno un colpo di Stato militare, rapidamente annullato, nel 2002, diverse proteste e sommosse in stile “rivoluzione colorata”, guerra economica e scioperi generali iniziati dalla CIA per scacciare Chavez e Maduro dal potere. Tillerson, ex-amministratore delegato di Exxon-Mobil, ha lungamente supervisionato il controllo degli Stati Uniti sulla società petrolifera statale del Venezuela Petróleos de Venezuela, SA (PdVSA). L’itinerario latinoamericano di Tillerson tradisce i piani sul Venezuela. Tillerson si recherà in Messico, nazione dalla relazione travagliata con gli Stati Uniti per la retorica di Trump. Il consigliere per la sicurezza nazionale di Tillerson e Trump, HR McMaster, accusava la Russia, senza la minima prova, d’interferire nell’attuale campagna elettorale presidenziale in Messico. Il candidato del partito di sinistra MORENA, il leader Andres Manuel Lopez Obrador, o “AMLO”, ha dovuto respingere le false accuse di aver accettato finanziamenti dai russi. Il candidato di destra Jose Antonio Meade, il favorito di Washington, accusava AMLO di essere sostenuto dalla Russia. AMLO, rispondeva alle ridicole accuse di Meade, che corre col Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), corrotto dal narcotraffico, indossando spesso scherzosamente una giacca col nome “Andres Manuelovich”. Oltre al Messico, Tillerson visiterà anche Argentina, Perù, Colombia e Giamaica. Le soste di Tillerson svelano le sue reali intenzioni. L’Argentina, governata da Mauricio Macri, immobiliarista di Trump, e Perù, il cui scandaloso presidente Pedro Pablo Kuczynski elogia Trump e guida le azioni anti-Venezuela nell’Organizzazione degli Stati americani e in altre istituzioni internazionali. La Colombia è la base per le operazioni paramilitari e d’intelligence della CIA contro il Venezuela. A causa delle sanzioni USA contro il Venezuela, la Colombia ora ospita migliaia di rifugiati economici venezuelani, terreno fertile per reclutare le pedine per un colpo di Stato contro Maduro. Tutte le soste di Tillerson in America Latina, con l’eccezione della Giamaica, sono Paesi membri del Gruppo Lima, un blocco di nazioni che cerca di rovesciare Maduro dal potere in Venezuela. Lo scalo di Tillerson in Giamaica è ovviamente volto a staccare dall’orbita venezuelana diversi Stati insulari della Comunità Caraibica (CARICOM) che hanno beneficiato del petrolio poco costoso del Venezuela.
Secondo la BBC, Tillerson aveva persino scherzato in Texas sul destino di Maduro: “Se la cucina diventa un po’ troppo calda per lui, sono certo che ha qualche amico a Cuba che potrebbe dargli una bella hacienda in spiaggia“. Per i venezuelani che sostengono il governo, la “battuta” di Tillerson ricorda che Chavez, dopo essere stato destituito dal colpo di Stato dell’aprile 2002, fu tenuto prigioniero presso la stazione aeronavale Antonio Diaz sull’isola venezuelana di La Orchila. Se il colpo di Stato non fosse fallito, si ritiene che gli Stati Uniti avrebbero esiliato Chavez, possibilmente a Cuba, nella stazione navale e gulag degli Stati Uniti nella baia di Guantanamo. Tillerson, che apparentemente continua a portare acqua ad Exxon-Mobil, riprende il ruolo svolto da Harold Geneen, presidente dell’International Telephone and Telegraph (ITT). Geneen, lavorando con la CIA, diede 1 milione di dollari all’avversario di Allende nelle elezioni presidenziali del 1970, Jorge Alessandri. Si scoprì anche che ITT aveva sostenuto finanziariamente i piani del golpe del 1973 in Cile. Nel 1964, Geneen e ITT collaborarono con la CIA per rovesciare il governo brasiliano eletto democraticamente di Joao Goulart. Oggi sono Exxon-Mobil e la sua dirigenza nell’amministrazione Trump, Tillerson, a fare gli straordinari interpretando i ruoli di ITT e Geneen nel tentativo di rovesciare Maduro in Venezuela; processare con accuse inventate Luiz Inácio Lula da Silva e Cristina Fernandez de Kirchner, ex e possibili futuri presidenti di Brasile e Argentina rispettivamente; e far tornare la “diplomazia delle cannoniere” degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale. In una conferenza stampa a Città del Messico, il ministro degli Esteri messicano Luis Videgaray respinse l’idea di Tillerson del colpo di Stato militare in Venezuela per estromettere il governo di Maduro. Alla conferenza era presente la ministra degli Esteri canadesi Chrystia Freeland, nemica dichiarata di Venezuela e Russia.
Tillerson ha un odio viscerale per il Venezuela che trascende Maduro e Chavez. Nel 1976, l’anno dopo che Tillerson iniziò a lavorare per Exxon, il presidente venezuelano Carlos Andres Perez nazionalizzò l’industria petrolifera venezuelana. Tra le attività nazionalizzate c’erano le partecipazioni di Exxon. Chavez rinazionalizzò i beni di Exxon-Mobil nel 2007, durante il regno di Tillerson. Exxon-Mobil e Tillerson combatterono il Venezuela per un risarcimento da Caracas. Exxon-Mobil portò il caso all’arbitrato della Banca Mondiale e chiese al Venezuela di risarcire la società con 115 miliardi di dollari. La banca optò per un risarcimento di soli 1,6 miliardi, spennando Tillerson, che non ha mai dimenticato che il Venezuela ha vinto la battaglia per compensare Exxon-Mobil. Tillerson ora intende vendicarsi cercando di rovesciare il successore di Chavez, Maduro. Nel 2015, Exxon-Mobil avviò le operazioni petrolifere al largo delle coste della Guyana, a est del Venezuela, nel territorio conteso di Essequibo. Sebbene Venezuela e Guyana abbiano cercato un arbitrato internazionale sul caso, ciò non impedì a Tillerson, alla guida di Exxon-Mobil, di ordinare alle controllate in Guyana, Esso Exploration e Production Guyana Ltd., di continuare ad esplorare nella regione contesa. Per Tillerson e il suo capo, Trump, apparentemente gli accordi legali non valgono la carta su cui sono stampati. Mentre si trovava in Giamaica, Tillerson si aspettava che il Primo Ministro Andrew Holness acquistasse il 49 percento venezuelano della società giamaicana di raffinazione del petrolio, Petrojam. Tillerson vuole assoggettare le nazioni caraibiche che hanno accordi di cooperazione con l’industria petrolifera venezuelana attraverso l’alleanza PetroCaribe, per annullare tali accordi e conformarsi all’ordine esecutivo punitivo di Trump 13808, che estende le sanzioni “alla Russia” anche al Venezuela. Tillerson non vorrebbe altro che aumentare i profitti di Exxon-Mobil limitando gli accordi di PetroCaribe con nazioni come Haiti, Nicaragua, Giamaica, Guyana, Belize, Honduras, Bahamas, Suriname, St. Kitts-Nevis e St. Lucia, costringendole ad acquistare petrolio e benzina più costosi di Exxon-Mobil. Tillerson ha mostrato il vero volto dell’amministrazione Trump in America Latina. Non solo vuole deportare milioni di residenti senza documenti dagli Stati Uniti con un’operazione di massa che non si vede dalla Seconda Guerra Mondiale, ma vuole cambiare coi colpi di Stato governi non graditi a Trump in America Latina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il matrimonio tra Stati Uniti e Arabia Saudita ha generato il jihadismo

I tentativi di usare il wahhabismo a nostro vantaggio alla fine sono stati disastrosi.
Daniel Lazare, The American Conservative 2 novembre 2017Chiacchierando col primo ministro australiano Malcolm Turnbull al summit di cooperazione economica Asia-Pacifico nel novembre 2016, Barack Obama menzionava l’Indonesia, dove trascorse parte dell’infanzia negli anni ’60. Il Paese, notò, era cambiato. Laddove i musulmani un tempo adottarono elementi di induismo, buddismo e animismo, oggi una versione austera dell’Islam prevale da quando l’Arabia Saudita riversa denaro nelle madrase wahhabite dagli anni ’90. Dove le donne circolavano a capo scoperto, l’hijab comincia a diffondersi. Ma perché, voleva sapere Turnbull, succedeva questo? “I sauditi non sono vostri amici?” Al che Obama rispose, “È complicato“. Quella parola copre molto, non solo il wahhabismo, l’ideologia saudita ultra-fondamentalista il cui impatto si fa sentire in tutto il mondo, ma anche riguardo gli Stati Uniti principale protettore dei sauditi, e coadiuvante, dalla Seconda guerra mondiale. Come ogni potenza imperialista, gli Stati Uniti possono essere senza scrupoli nei partner che scelgono. Quindi ci si potrebbe aspettare che guardino dall’altra parte quando gli amici sauditi diffondono le loro dottrine militanti in Indonesia, Filippine, subcontinente indiano, Siria e numerosi altri posti. Ma Washington ha fatto di più che guardare altrove. Ha incoraggiato attivamente tali attività collaborando coi wahhabiti in qualsiasi occasione, come l’Afghanistan, dove statunitensi e sauditi armarono i jihadisti per cacciare i sovietici negli anni ’80. Come anche la Bosnia, dove i due Paesi collaborarono a metà degli anni ’90 per contrabbandare centinaia di milioni di dollari in armi nella repubblica islamica di Alija Izetbegovi?, oggi roccaforte del salafismo wahhabita. Altri esempi degni di nota: il Kosovo, dove gli Stati Uniti si sono uniti agli “arabi afghani” e altri jihadisti sostenuti dai sauditi per supportare il movimento separatista di Hashim Thaçi; in Cecenia, dove i principali neocon come Richard Perle, Elliott Abrams, Kenneth Adelman, Midge Decter, Frank Gaffney, Michael Ledeen e R. James Woolsey difesero gli islamisti sostenuti dall’Arabia Saudita; la Libia, dove Hillary Clinton reclutò personalmente il Qatar per aderire all’azione contro Muammar Gheddafi e poi non disse nulla mentre il regno wahhabita inviava 400 milioni di dollari ai gruppi islamisti che volevano rovesciare il Paese; e naturalmente la Siria, dove i terroristi sunniti appoggiati da sauditi e altre petromonarchie hanno ridotto il Paese in un ossario. Gli Stati Uniti si dichiarano scioccati, scioccati!, dai risultati, mentre intascano la vincita. Ciò è evidente da una famosa intervista del 1998 a Zbigniew Brzezinski che in qualità di consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, fece tutto il possibile per inventare il fenomeno della jihad moderna. Alla domanda se avesse qualche rimpianto, Brzezinski fu sfacciato: “Rimpiangere cosa? Quell’operazione segreta era un’idea eccellente. Ebbe l’effetto di trascinare i russi nella trappola afgana e volete che me ne penti? Il giorno in cui i sovietici varcarono ufficialmente il confine, scrissi al presidente Carter: Ora abbiamo l’opportunità di dare all’URSS la sua guerra del Vietnam… Cos’è più importante per la storia del mondo? I taliban o il crollo dell’impero sovietico? Alcuni musulmani agitati o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della Guerra Fredda?” Oppure, come Graham Fuller, ex-vicedirettore del Consiglio nazionale sull’intelligence della CIA ed analista della RAND Corporation, un anno dopo: “La politica per guidare l’evoluzione dell’Islam e aiutarlo contro i nostri avversari ha funzionato meravigliosamente bene in Afghanistan contro l’Armata Rossa. Le stesse dottrine possono ancora essere utilizzate per destabilizzare ciò che rimane della potenza russa e soprattutto per contrastare l’influenza cinese in Asia centrale”.
Cosa potrebbe andare storto? Meno fenomeno specificamente saudita, la grande offensiva wahhabita degli ultimi 30-40 anni è meglio intesa come joint venture tra imperialismo e revivalismo islamico neo-medievale. Di per sé, tale austera dottrina non sarebbe mai uscita dai calanchi dell’Arabia centrale. Solo grazie alle potenze estere, prima la Gran Bretagna e poi gli Stati Uniti, è divenuta una forza che altera il mondo. Tuttavia, un po’ di preistoria potrebbe essere utile. Per sapere come è nato il wahhabismo, è necessario sapere dove è sorto. Nel Najd, un vasto pianoro nell’Arabia centrale delle dimensioni della Francia. Limitato su tre lati dal deserto e dal quarto dalla provincia dell’Hajaz, un po’ più fertile sul Mar Rosso, era uno dei luoghi più isolati e aridi della terra fino alla scoperta del petrolio negli anni ’30. Meno isolato ora, rimane estremamente sterile. L’esploratrice inglese Anne Blunt lo descrisse nel 1881 come composto da “vasti altipiani di ghiaia, quasi privi di vegetazione come alcun’altra zona del mondo“, costellata di insediamenti occasionali isolati tra essi quasi quanto dal mondo. Era uno dei pochi Paesi del terzo mondo ancora non colonizzato dal XIX secolo, non perché fosse insolitamente forte o ben organizzato, ma perché era troppo povero, selvaggio e inaccessibile per meritarsi uno sforzo. Era una terra che nessun altro voleva. Era anche sede di un’ideologia che nessun altro voleva. L’hanbalismo, la più severa e spietata delle quattro maggiori scuole di giurisprudenza islamica. Sorse a Baghdad nel IX secolo e nel giro di pochi decenni scatenò il caos mentre i seguaci depredavano le case per confiscare liquori, strumenti musicali e altri oggetti proibiti; razziare negozi e molestare uomini e donne che camminano insieme per strada. Espulsi dalla metropoli, gli hanbalisti furono relegati negli avamposti più primitivi e lontani, in particolare il Najd. Ma poi, a metà del 18° secolo, furono attaccati da un predicatore errante di nome Muhamad Ibn Abd al-Wahhab, per il quale l’hanbalismo non era abbastanza severo. Passando da un villaggio all’altro, “il Lutero del maomettanismo”, come lo descrisse Lady Blunt, denunciò pratiche popolari come adorare le tombe dei santi e pregare gli alberi sacri. Teologicamente, il grande contributo di Wahhab era prendere il concetto di shirq, o associazione, che tradizionalmente si riferiva all’adorazione di qualsiasi divinità in congiunzione con Allah, ed espanderlo includendo tutto ciò che distraeva dall’attenzione focalizzata sull’unico vero dio. Cercare l’intervento di un santo, un portafortuna, ciò che adornava persino le moschee, era tutto shirq. L’obiettivo era una religione nuda come il paesaggio, che non permetteva che nulla potesse accadere tra uomo e Dio. Presumibilmente, Wahhab non fu il primo mullah ad inveire contro la superstizione. Ma ciò che lo distinse è l’energia, il fanatismo, si fece un nome ordinando la lapidazione di una adultera, e alleandosi nel 1744 con un capo tribale di nome Muhammad bin Saud. In cambio del sostegno militare, al-Wahhab fornì a bin Saud il mandato legale di rapinare, uccidere o schiavizzare chiunque rifiutasse di inchinarsi alla nuova dottrina. Sostenuto dai fanatici beduini conosciuti come Iqwan, o Fratellanza, Saud e i suoi figli iniziarono a conquistare il deserto.
Era nata una nuova dinastia. L’alleanza saudita-wahhabita costituiva una sorta di “costituzione” in quanto stabiliva le regole base che il nuovo regno avrebbe dovuto seguire. Al-Saud ottenne un’autorità economica e politica senza limiti. Ma il clan acquisì anche l’obbligo religioso di sostenere e difendere la wahhabiya e lottare contro le pratiche che consideravano non islamiche. Nel momento in cui vacillasse, la legittimità svanirebbe. Ciò spiega forza e debolezza dello Stato saudita. A prima vista, il wahhabismo sembrerebbe essere la più indomabile delle ideologie poiché l’unica sottomissione che riconosce è a Dio. Ma dopo essere stati brevemente rovesciati dagli ottomani nel 1818, gli al-Saud poterono riprendere la via solo col sostegno esterno. La sopravvivenza del regime dipendeva quindi dall’equilibrare una feroce dirigenza religiosa con le forze internazionali che, come la dinastia sapeva troppo bene, erano infinitamente più potenti di qualsiasi orda di cavalieri del deserto.
L’ondata di petrolio che investì il regno negli anni ’70 aggravò il problema. Non solo la dinastia al-Saud doveva bilanciare la wahhabiyya cogli Stati Uniti, ma doveva anche bilanciare l’austerità religiosa con il consumismo moderno. Negli anni ’20, i mullah si erano infuriati contro viaggi e telefoni stranieri. Un membro dell’Iqwan una volta colpì persino un servo del re perché andava in bicicletta, che i wahhabiti denunciarono come “carrozza di Satana”. Ma ora i mullah devono fare i conti con Rolls Royce, Land Rover, centri commerciali, cinema, giornaliste e, naturalmente, la crescente ubiquità sessuale. Che fare? La risposta divenne chiara nel 1979, quando si verificarono tre eventi epocali. A gennaio, lo Scià dell’Iran fuggì in aereo verso l’Egitto, aprendo la strada al ritorno trionfante dell’Ayatollah Khomeini a Teheran due settimane dopo. A luglio, Jimmy Carter autorizzò la CIA ad armare i mujahidin afgani, spingendo l’Unione Sovietica ad intervenire alcuni mesi dopo a sostegno dell’assediato governo di sinistra a Kabul. E a novembre, militanti wahhabiti presero il controllo della Grande Moschea alla Mecca, occupandola per due settimane prima di essere scacciati da commando francesi. L’ultimo fu particolarmente sconvolgente perché fu subito evidente che i militanti godevano di un ampio sostegno clericale. Juhayman al-Utaybi, a capo dell’assalto, era membro di un’importante famiglia dell’Iqwan e aveva studiato col gran muftì Abd al-Aziz ibn Baz. Mentre i wahhabiti condannarono l’assalto, le loro lingue, secondo il giornalista Robert Lacey, “curiosamente si trattennero”. Il sostegno alla famiglia reale cominciò a vacillare. Chiaramente, la famiglia reale saudita aveva bisogno di ricucire le relazioni con la wahhabiya mentre bruciava le credenziali islamiche respingendo critiche in patria e all’estero. Dovette reinventarsi Stato islamico non meno militante di quello persiano nel Golfo Persico. Ma il nascente conflitto in Afghanistan suggerì una via d’uscita. Mentre gli Stati Uniti potevano inviare aiuti alle forze antisovietiche, ovviamente non potevano organizzare da soli una jihad adeguata. Perciò avevano bisogno dell’aiuto dei sauditi, che il regno si affrettò a fornire. Sparirono multiplex e presentatrici, e arrivò la polizia religiosa e gli sconti del 75% alla Saudi Arabian Airlines per i guerrieri santi che viaggiavano in Afghanistan via Peshawar, in Pakistan. Migliaia di giovani annoiati e irrequieti che avrebbero potuto causare guai nel regno furono spediti in una terra lontana per creare problemi a qualcun altro. I principi sauditi potevano ancora festeggiare come se non ci fosse un domani, ma ora dovevano farlo all’estero o a porte chiuse a casa. La patria doveva rimanere pura e incontaminata. Era una soluzione pulita, ma lasciava ancora sciolti alcuni nodi. Uno era il problema del ritorno al passato sotto forma di jihadisti induriti che ritornavano dall’Afghanistan più determinati che mai a combattere la corruzione in patria. “Ho più di 40000 mujahidin nella terra delle due sacre moschee“, disse Usama bin Ladin a un collega. Era un’affermazione che non poteva essere del tutto derisa quando le bombe di al-Qaida iniziarono ad esplodere nel regno fin dal 1995. Un altro problema riguardava chi i militanti avevano preso di mira all’estero, un problema che inizialmente non si presentò serio ma che alla fine si sarebbe rivelato assai significativo. Tuttavia, la nuova partnership funzionò brillantemente per un certo periodo. Aiutò il regime di al-Saud a mitigare gli ulama, come sono noti collettivamente i mullah, che videro l’umma, o comunità dei fedeli, assediata su più fronti. Come disse Muhamad Ali Haraqan, segretario generale della Lega mondiale musulmana sponsorizzata dall’Arabia Saudita, già nel 1980: “La Jihad è la chiave per il successo e la felicità dei musulmani, specialmente quando i loro santuari sono sotto l’occupazione sionista in Palestina, quando milioni di musulmani subiscono repressione, oppressione, ingiustizia, tortura e persino campagne di morte e sterminio in Birmania, Filippine, Patani (regione prevalentemente musulmana della Thailandia), Unione Sovietica, Cambogia, Vietnam, Cipro, Afghanistan, ecc. Questa responsabilità diventa ancora più vincolante e pressante quando consideriamo le campagne malvagie intraprese contro l’Islam e i musulmani dal sionismo, dal comunismo, dalla massoneria, dal qadianismo (cioè l’Islam Ahmadi), Bahai e missionari cristiani”. La Wahhabiya avrebbe trascurato i molti peccati dei principi se avessero usato le loro ricchezze per difendere la fede. L’accordo funzionò anche per gli Stati Uniti, che acquisirono un utile partner diplomatico e forza militare ausiliaria oltre che economico, efficace e degna di credibilità. Funzionò per i giornalisti entusiasti che si avventurarono per le terre selvagge dell’Afghanistan, assicurando la gente a casa che i “muj” non erano altro che “gente di montagna che non cede a una potenza straniera che ha conquistato le loro terre, ucciso la loro gente, e attaccato la loro fede“, per citare William McGurn, salito alla ribalta come autore dei discorsi di George W. Bush.
Funzionò per quasi tutti finché 19 dirottatori, 15 dei quali sauditi, lanciarono un paio di aerei di linea carichi di carburante sul World Trade Center e un terzo sul Pentagono, uccidendo quasi 3000 persone. Gli attacchi dell’11 settembre avrebbero dovuto essere il campanello d’allarme su ciò che era andato seriamente male. Ma invece di premere il pulsante pausa, gli Stati Uniti optarono per raddoppiare la stessa vecchia strategia. Dal loro punto di vista, non avevano scelta. Avevano bisogno del petrolio saudita; della sicurezza nel Golfo Persico, del più importante fulcro del commercio globale; e di un alleato affidabile nel mondo musulmano. Inoltre, la famiglia reale saudita era chiaramente nei guai. Al-Qaida aveva ampio sostegno pubblico. In effetti, secondo un’indagine dell’intelligence saudita, il 95 per cento dei sauditi istruiti tra i 25 e i 41 anni aveva “simpatie” per la causa di bin Ladin. Se l’amministrazione Bush si fosse offesa, la Casa dei Saud sarebbe diventata più vulnerabile ad al-Qaida piuttosto. Di conseguenza, Washington scelse il matrimonio piuttosto che il divorzio. Ciò comportò tre cose. In primo luogo, era necessario nascondere il ruolo considerevole di Riyadh nella distruzione delle Twin Towers, sopprimendo, tra le altre cose, un cruciale capitolo di 29 pagine nel rapporto del Congresso che trattava dei legami sauditi con i dirottatori. In secondo luogo, l’amministrazione Bush raddoppiò gli sforzi per incolpare Sadam Husayn, l’ultimo villain du jour di Washington. Servivano “migliori informazioni e in fretta“, ordinò il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld mentre le torri erano ancora in fiamme, secondo le note del collaboratore Stephen Cambone. “…Giudica se è abbastanza buono per colpire SH allo stesso tempo, non solo UBL (cioè Usama bin Ladin). Difficile trovare una buona causa. Serviva agire rapidamente: bisognava trovare un bersaglio a breve termine, e per spazzare massicciamente via tutto, serviva avere qualcosa di utile. Che le cose fossero collegate o no“. Washington aveva bisogno di un disgraziato per salvare i sauditi. Terzo, era necessario perseguire la cosiddetta “guerra al terrorismo”, che non riguardò mai il terrorismo di per sé, ma il terrorismo non autorizzato dagli Stati Uniti. L’obiettivo era organizzare i jihadisti solo per colpire obiettivi decisi congiuntamente da Washington e Riyad. Ciò significava, in primo luogo, l’Iran, la bestia nera dei sauditi, il cui potere, ironia della sorte, era cresciuto dopo l’invasione statunitense dell’Iraq, mutando il Paese precedentemente controllato dai sunniti in un pilastro pro-sciita. Ma significava anche la Siria, il cui presidente, Bashar al-Assad, è un alawita, forma di sciismo, e la Russia, la cui amicizia con entrambi i Paesi disturbava doppiamente Stati Uniti ed Arabia Saudita. Ideologicamente, significava prendere la rabbia wahhabita contro le potenze occidentali come USA, Gran Bretagna e Francia e scagliarla sullo sciismo. Le porte al settarismo furono così aperte.
Il “reindirizzamento”, come il giornalista investigativo Seymour Hersh lo definì nel 2007, funzionò brillantemente per un certo periodo. Hersh lo descrisse come idea di quattro uomini: il vicepresidente Dick Cheney; il neocon Elliott Abrams, all’epoca viceconsigliere per la sicurezza nazionale per la “strategia per la democrazia globale”; l’ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq Zalmay Khalilzad; e il principe Bandar bin Sultan, per 22 anni ambasciatore saudita negli Stati Uniti e ora a capo della sicurezza nazionale del regno. In Libano, l’obiettivo era lavorare a stretto contatto col governo del primo ministro Fuad Siniora, appoggiato dall’Arabia Saudita, per limitare l’influenza della milizia sciita filo-iraniana Hezbollah, mentre in Iraq comportava un lavoro ancor più stretto con le forze sunnite e curde per frenare l’influenza sciita in Siria, significava lavorare coi sauditi a rafforzare i Fratelli musulmani, gruppo sunnita in lotta feroce contro il governo baathista di Damasco dagli anni ’60. Infatti un memorandum segreto del dipartimento di Stato del 2006, reso pubblico da Wikileaks, dettagliava i piani per incoraggiare i timori sunniti su una crescente influenza sciita, pur ammettendo che tali preoccupazioni erano “spesso esagerate”. Il programma di “reindirizzamento” presto esplose. Il problema iniziò in Libia, dove Hillary Clinton passò gran parte del marzo 2011 a persuadere il Qatar ad unirsi all’azione contro l’uomo forte Muammar Gheddafi. L’emiro Tamim bin Hamad al-Thani alla fine accettò e ne approfittò per inviare 400 milioni di dollari ai gruppi ribelli salafiti che procedettero a rovesciare il Paese. Il risultato fu l’anarchia, eppure l’amministrazione Obama rimase muta per anni. In Siria, la Defense Intelligence Agency decise nell’agosto 2012 che “gli eventi prendevano una chiara direzione settaria”; che i salafiti, i Fratelli musulmani e al-Qaidasono le principali forze che guidano l’insurrezione“; e che, nonostante tale ondata fondamentalista, occidente, Turchia e Stati del Golfo sostenevano ancora la rivolta anti-Assad. “Se la situazione si risolve”, proseguì il rapporto, “c’è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o meno nella Siria orientale… e questo è esattamente ciò che vogliono le potenze che supportano l’opposizione, al fine d’isolare il regime siriano, considerato profondità strategica dell’espansione sciita...” La Siria orientale, ovviamente, divenne parte del Califfato dichiarato dallo SIIL, destinatario del supporto finanziario e logistico clandestino di Arabia Saudita e Qatar, secondo Hillary Clinton nel giugno 2014.
La guerra al terrore divenne la via più lunga possibile tra terrorismo sunnita e terrorismo sunnita. Ancora una volta, gli Stati Uniti avevano cercato di usare il wahhabismo a proprio vantaggio, ma con conseguenze che si rivelarono nientemeno che disastrose. Cosa andò storto? Il problema è duplice. Il wahhabismo è un’ideologia di fanatici beduini che possono essere esperti nel conquistare i compagni delle tribù ma incapaci di governare uno Stato moderno. Nulla di nuovo. È un problema discusso da Ibn Qaldun, il famoso scienziato nordafricano del 14° secolo, e da Friedrich Engels, collaboratore di Marx, alla fine del 19°, ma la linea di fondo è un ciclo infinitamente ripetitivo in cui i fanatici nomadi si sollevano, rovesciano un regime divenuto molle e corrotto, solo per divenire loro stessi molli e corrotti prima di soccombere a un’altra ondata di guerrieri del deserto. Il risultato è anarchia dopo anarchia. L’altro problema riguarda l’imperialismo USA che, in contrasto con le varietà francese e inglese, si astiene spesso dall’amministrazione diretta di possedimenti coloniali e cerca invece di sfruttare il potere degli Stati Uniti con innumerevoli alleanze con forze locali. Sfortunatamente, la leva funziona come la diplomazia e la finanza, cioè da moltiplicatore di guadagni e perdite. Da alleati dei sauditi, gli Stati Uniti incoraggiarono la crescita non solo della jihad, ma del wahhabismo in generale. Sembrava una buona idea quando i sauditi fondarono la Lega mondiale musulmana alla Mecca nel 1962 in contrappeso all’Egitto di Gamal Abdel Nasser. Quindi, come poteva obiettare Washington quando il regno ampliò enormemente il proselitismo nel 1979, spendendo da 75 a 100 miliardi di dollari per diffondere il verbo? Re Fahd, che regnò dal 1982 al 2005, si vantava delle strutture religiose ed educative che costruiva nelle terre non musulmane: 200 college islamici, 210 centri islamici, 1500 moschee, 2000 scuole per bambini musulmani, ecc. Poiché lo scopo era combattere l’influenza sovietica e promuovere la visione conservatrice dell’Islam, le fortune degli Stati Uniti ne ricevettero un’enorme spinta. Sembrava una buona idea 15 o 20 anni fa. Poi le bombe iniziarono a esplodere, gli attacchi dell’11 settembre scossero gli Stati Uniti che si precipitarono nell’inquieto Medio Oriente e il saudismo radicale si metastatizza oltre il terreno di coltura. Le fortune degli Stati Uniti non sono più state le stesse, da allora.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Stratega della Cina: gli Stati Uniti usano il dollaro per dominare il mondo

Qiao Liang, Chinascope

Nota del redattore: Qiao Liang, Generale dell’Esercito di Liberazione Popolare (PLA), tenne una discorso al Comitato Centrale del Partito comunista cinese (PCC) e presso un ufficio governativo. Qiao è lo stratega dell’ELP coautore del libro “Guerra senza limiti”. Nel discorso, Qiao spiegava di aver studiato le teorie finanziarie e concluso che gli Stati Uniti impongono il dollaro come valuta globale per preservare la propria egemonia sul mondo. Gli Stati Uniti proveranno di tutto, anche la guerra, per mantenere il dominio del dollaro nel commercio globale. Ha anche parlato della strategia della Cina, da crescente superpotenza, e del contenimento degli Stati Uniti. I seguenti passi sono estratti dal suo intervento. [1]I. La situazione che circonda la Cina e il segreto del ciclo dell’indice del dollaro USA
A. Il primo impero finanziario nella storia

Le persone che lavorano in economia o nel settore finanziario sono probabilmente più adatte a parlare di questo argomento. Ne discuterò dall’angolatura della strategia [nazionale]. Il 15 agosto 1971, quando il dollaro USA smise di essere ancorato all’oro, la nave del dollaro gettò via l’ancora, che era d’oro. Facciamo un passo indietro. Nel luglio del 1944, per aiutare gli Stati Uniti a prendere in mano l’egemonia monetaria dall’Impero inglese, il presidente Roosevelt sostenne tre sistemi mondiali: il sistema politico: le Nazioni Unite; il sistema commerciale: l’Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (GATT), che in seguito divenne l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC); e il sistema finanziario valutario: il sistema di Bretton Woods. Il desiderio degli statunitensi era avere l’egemonia del dollaro statunitense nel mondo attraverso il sistema di Bretton Woods. Tuttavia, dal 1944 al 1971, il dollaro non ottenne quel potere. Cosa bloccava il dollaro? L’oro. Quando fu istituito il sistema di Bretton Woods, gli Stati Uniti promisero al mondo che il dollaro sarebbe stato ancorato all’oro mentre la moneta di ogni altro Paese avrebbe potuto ancorarso al dollaro. Un’oncia d’oro fu fissata a 35 dollari. Con questa promessa, gli Stati Uniti non potevano fare nulla secondo la propria volontà. In altre parole, non potevano stampare un numero illimitato di dollari. Ogni volta che stampavano un biglietto da un dollaro, dovevano aggiungere un’oncia d’oro al tesoro come riserva. Gli Stati Uniti fecero questa promessa al mondo perché detenevano l’ottanta per cento della riserva d’oro del mondo, in quel momento. Pensavano che, con così tanto oro in mano, bastasse a sostenere la credibilità del dollaro USA. Tuttavia, non era così semplice. Gli Stati Uniti entrarono stupidamente nelle guerra di Corea e del Vietnam, che costò caro. La guerra del Vietnam costò in particolare 800 miliardi, così grande che gli Stati Uniti non poterono sopportarlo. Sulla base della promessa degli Stati Uniti, ogni volta che spendevano 35, perdevano un’oncia d’oro. Nell’agosto del 1971, avevano ancora circa 8800 tonnellate d’oro. Sapevano di essere nei guai. Altri continuavano a creargli nuovi problemi. Ad esempio, il Presidente francese De Gaulle non si fidava del dollaro USA. Chiese al ministro delle finanze francese e al presidente della Banca centrale e gli fu detto che la Francia aveva circa 2,3 miliardi di dollari in riserva. Gli disse di venderli tutti per l’oro. Altri Paesi seguirono l’esempio. Così, il 15 agosto 1971, il presidente statunitense Nixon annunciò che gli Stati Uniti smettevano di ancorare il dollaro all’oro. Fu l’inizio del crollo del sistema di Bretton Woods, e anche del modo con cui gli statunitensi hanno imbrogliato il mondo. Tuttavia, il mondo non se ne rese conto. La gente si fidava del dollaro USA perché era sostenuto dall’oro. Il dollaro USA era la valuta internazionale, di regolamento e di riserva da oltre 20 anni. Le persone erano abituate al dollaro. Quando il dollaro statunitense perse improvvisamente il legame con l’oro, allora, in teoria, divenne un mero pezzo di carta verde. Perché si usa ancora?
In teoria la gente potrebbe smettere di usarla, ma in pratica cosa userebbe per i pagamenti internazionale? La valuta è una misura del valore. Se la gente smette di usare il dollaro USA, c’è qualche altra valuta di cui fidarsi? Così, gli statunitensi approfittarono dell’inerzia della gente e costrinsero l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC) ad accettare la loro condizioni secondo cui il commercio mondiale di petrolio doveva basarsi sui dollari USA. In precedenza, gli scambi petroliferi erano regolati in qualsiasi valuta internazionale, ma dall’ottobre 1973 il regolamento si limitò al solo dollaro USA. Dopo aver disimpegnato il metallo prezioso, gli statunitensi legarono il loro dollaro al petrolio. Perché? Gli statunitensi erano molto chiari: la gente non amava il dollaro, ma non poteva vivere senza energia. Ogni Paese aveva bisogno di svilupparsi e quindi di consumare energia. In questo modo, il bisogno di petrolio si tradusse nella necessità del dollaro USA. Per gli Stati Uniti fu una mossa molto intelligente. Non molti avevano la chiara comprensione di ciò al momento. Le persone, inclusi economisti ed esperti finanziari, non si resero conto che la cosa più importante nel 20° secolo non fu la prima guerra mondiale, la seconda guerra mondiale, o la disintegrazione dell’URSS, ma piuttosto il 15 agosto 1971, la disconnessione tra dollaro e oro. Da quel giorno emerse un vero impero finanziario, basato sull’egemonia del dollaro statunitense e entrammo nell’era della valuta cartacea. Non c’è metallo prezioso dietro il dollaro USA. Il credito del governo è l’unico supporto. Gli Stati Uniti traggono profitto dal mondo. Ciò significa che possono avere ricchezza materiale dal mondo stampando un pezzo di carta verde. Non è mai successo prima nel mondo. Nel corso della storia dell’umanità ci sono stati molti modi in cui le persone potevano arricchirsi: scambio in valuta, oro o argento, o con la guerra per afferrare i beni (tuttavia, la guerra è molto costosa). Quando il dollaro statunitense divenne solo un pezzo di carta verde, il costo per gli Stati Uniti nel creare soldi diventato estremamente basso. Senza la restrizione dell’oro, gli Stati Uniti possono stampare dollari a volontà. Se conservano una grande quantità di dollari negli Stati Uniti, creeranno sicuramente inflazione. Se esportano dollari, il mondo intero aiuta gli Stati Uniti a gestire la propria inflazione. Ecco perché l’inflazione non è così alta negli Stati Uniti. Tuttavia, una volta che gli Stati Uniti esportano il dollaro nel mondo, non hanno molti soldi. Se continuano a stampare denaro, il dollaro USA continuerà a svalutarsi, il che non è positivo per essi. Pertanto, la Federal Reserve statunitense non è, come qualcuno ha immaginato, una banca centrale che stampa denaro in modo irresponsabile. La Federal Reserve sa cosa significa “restrizione”. Dalla fondazione nel 1913 fino al 2013, la Federal Reserve ha stampato solo 10 trilioni di dollari. Ciò potrebbe portare le persone a criticare la Banca centrale cinese, che ha stampato 120 trilioni di yuan (circa 20 trilioni di dollari usando un tasso di cambio di 6,2 yuan per dollaro) dal 1954. In realtà ciò non significa che la Cina stampi denaro senza alcuna restrizione. Dall’apertura, la Cina ha guadagnato molti dollari e anche una grande quantità di dollari è volata in Cina come investimenti. Il controllo della valuta estera della Cina impedisce al dollaro di circolare in Cina. Quando arriva il dollaro USA a circolare in Cina, la Banca centrale cinese deve invece stampare una quantità corrispondente di renminbi. Tuttavia, un investitore straniero può ritirare i soldi dalla Cina dopo aver guadagnato. Inoltre, abbiamo bisogno di spendere le nostre riserve estere per acquistare energia, prodotti e tecnologia. Di conseguenza, una grande quantità di dollari USA è volata fuori dalla Cina, ma una quantità corrispondente di renminbi è rimasta in Cina. Non si possono distruggere quei renminbi, quindi la Cina finisce con più renminbi che riserva estera. La Banca centrale cinese ha ammesso di aver sovrastampato 20 miliardi di yuan. Questa enorme quantità è rimasta in Cina. È un argomento che discuterò più avanti, perché dovremmo fare del renminbi una valuta internazionale.

B. La relazione tra il ciclo dell’indice del dollaro USA ed economia globale
Gli Stati Uniti hanno evitato un’inflazione elevata lasciando circolare il dollaro a livello globale. Hanno anche bisogno di frenare la stampa di dollari per evitarne la svalutazione. Allora cosa dovrebbe fare quando finiscono i dollari? Gli statunitensi hanno trovato una soluzione: emettere debito per riportare il dollaro negli Stati Uniti. Hanno iniziato a stampare soldi con una mano e a prendere denaro in prestito con l’altra. La stampa di denaro può creare soldi. Anche prendere in prestito denaro può creare soldi. Questa economia finanziaria (usare il denaro per fare soldi) è molto più facile della vera economia (basata sull’industria). Perché preoccuparsi delle industrie manifatturiere che hanno solo una bassa capacità di aggiunta di valore? Dal 15 agosto 1971, gli Stati Uniti hanno gradualmente chiuso la propria economia reale passando a un’economia virtuale. Sono diventati uno Stato economico “vuoto”. L’attuale prodotto interno lordo degli Stati Uniti (PIL) ha raggiunto i 18 trilioni di dollari, ma solo 5 trilioni provengono dall’economia reale. Con l’emissione del debito, gli Stati Uniti portano una grande quantità di dollari dall’estero ai tre grandi mercati statunitensi: mercato delle materie prime, dei buoni del tesoro ed azionario. Gli Stati Uniti ripetono questo ciclo per creare soldi: stampare denaro, esportarlo all’estero e farlo ritornare. Gli Stati Uniti sono quindi diventati un impero finanziario. Molti pensano che l’imperialismo si sia fermato dopo che il Regno Unito si è indebolito. In realtà, gli Stati Uniti hanno guidato un imperialismo occulto con il dollaro USA e hanno trasformato altri Paesi in colonie finanziarie. Oggi molti Paesi, inclusa la Cina, hanno proprie sovranità, Costituzione e governo, ma dipendono dal dollaro USA. I loro prodotti sono misurati in dollari e devono consegnare la loro ricchezza materiale agli Stati Uniti in cambio del dollaro USA. Questo può essere visto chiaramente nel ciclo dell’indice del dollaro negli ultimi 40 anni. Dal 1971, quando gli Stati Uniti iniziarono a stampare liberamente moneta, l’indice del dollaro USA ha perso valore. Per dieci anni, l’indice ha continuato a diminuire, indicando che viene sovrastampato. In realtà, non fu necessariamente una brutta cosa per il mondo quando l’indice del dollaro USA diminuì. Significava un aumento dell’offerta di dollari e un grande deflusso di dollari verso altri Paesi. Molti dollari andarono in America Latina. Questo investimento creaò il boom economico in America Latina negli anni ’70. Nel 1979, dopo aver inondato il mondo coi dollari per quasi 10 anni, gli statunitensi decisero d’invertire il processo. L’indice del dollaro USA iniziò a salire nel 1979. I dollari tornarono negli Stati Uniti e altre regioni ricevettero meno dollari. L’economia dell’America Latina esplose a causa dell’ampia offerta di investimenti in dollari, ma questo si fermò improvvisamente quando gli investimenti si prosciugarono. I Paesi dell’America latina cercarono di salvarsi.
L’Argentina, che un tempo aveva il PIL pro capite da Paese sviluppato, gu la prima a cadere in recessione. Sfortunatamente, il presidente argentino Galtieri, salito al potere con un colpo di Stato militare, scelse di usare la guerra per risolvere il problema. Puntò alle isole Malvinas (che gli inglesi chiamavano Falkland), a 400 miglia dall’Argentina. Queste isole erano sotto il dominio inflese da oltre 100 anni. Galtieri decise di riprenderle. Certo, non poteva affrontare una guerra senza la benedizione degli Stati Uniti. Inviò un intermediario per informarsi sull’opinione degli Stati Uniti. Il presidente degli Stati Uniti Reagan rispose alla leggera: era tra voi e il Regno Unito; gli Stati Uniti non avevano una posizione e sarebbero rimasti neutrali. Galtieri la prese come acquiescenza dagli Stati Uniti. Cominciò la guerra e prese il controllo delle isole con facilità. Gli argentini erano impazziti. Tuttavia, la prima ministra inglese Margaret Thatcher affermò che non l’avrebbero assolutamente accettato e costrinse gli Stati Uniti a parlare apertamente. Reagan si tolse la maschera neutrale, denunciando l’invasione dell’Argentina e di appoggiare ul Regno Unito. Gli inglesi inviarono una task force con una portaerei, che percorse 8000 miglia, per riprendere le Isole Malvinas. Allo stesso tempo, il dollaro USA fu apprezzato e il capitale internazionale tornò negli Stati Uniti proprio come desideravano. Quando iniziò la guerra delle isole Malvinas, gli investitori di tutto il mondo conclusero che una crisi regionale era iniziata in America Latina e che l’ambiente degli investimenti si sarebbe deteriorato. Quindi gli investitori ritirarono il loro capitale. Allo stesso tempo, la Federal Reserve annunciò un aumento dei tassi d’interesse, che accelerò il ritiro di capitali dall’America Latina. L’economia latinoamericana decadde. Il capitale andato via finì nei tre grandi mercati statunitensi. Diede agli Stati Uniti il primo mercato in rialzo dato che il dollaro non veniva ancorato all’oro. L’indice del dollaro USA balzò da 60 a 120, con un aumento del 100 percento. Gli statunitensi non si fermarono dopo aver guadagnato molti soldi dal mercato in rialzo. Alcuni presero i soldi appena ottenuti e tornarono in America Latina per comprare i buoni beni i cui prezzi erano crollati. Gli Stati Uniti guadagnarono proficuamente dall’economia dell’America Latina. Se ciò fosse accaduto solo una volta, sarebbe considerato evento dalla scarsa probabilità. Essendo accaduto più volte, indica uno schema.
Nel 1986, dopo “dieci anni di dollaro USA debole e sei anni di dollaro forte”, l’indice del dollaro USA iniziò nuovamente a calare. Dieci anni dopo, nel 1997, l’indice del dollaro iniziò a salire. Questa volta il dollaro forte durò ancora sei anni. Durante il secondo ciclo decennale, il dollaro USA finì principalmente in Asia. Quale fu il concetto d’investimento più caldo negli anni ’80? Erano le “Tigri asiatiche”. Molti pensavano che fosse dovuto al duro lavoro degli asiatici e alla loro intelligenza. In realtà, la grande ragione era l’ampio investimento in dollari USA. Quando l’economia asiatica iniziò a prosperare, gli statunitensi sentirono che era tempo di raccogliere. Così, nel 1997, dopo dieci anni di dollaro debole, gli statunitensi ridussero l’offerta di moneta all’Asia e crearono un dollaro forte. Molte aziende e industrie asiatiche subirono un’offerta di moneta insufficiente. L’area mostrò i segni di imminenti recessione e crisi finanziaria. Era necessaria un’ultima goccia per spezzare la schiena del cammello. Quale fu? Yna crisi regionale. Doveva esserci una guerra come quella argentina? Non necessariamente. La guerra non è l’unico modo per creare una crisi regionale. Così apparve l’investitore finanziario Soros prendere il suo Fondo Quantico, così come oltre un centinaio di altri fondi hedge nel mondo, e attaccare in modo famelico l’economia più debole dell’Asia, la Thailandia. Attaccò la valuta tailandese Baht per una settimana. Questo creaò la crisi di Baht che si diffuse in Malesia, Singapore, Indonesia e Filippine. Poi passò a nord , a Taiwan, Hong Kong, Giappone, Corea del Sud e persino Russia. Così la crisi finanziaria dell’Asia orientale esplose completamente. Il cammello cadde a terra. Gli investitori del mondo conclusero che l’ambiente dell’investimento asiatico era crollato e ritirarono i soldi. La Federal Reserve statunitense prontamente suonò il corno e aumentò il tasso di interesse del dollaro. Il capitale proveniente dall’Asia volò verso i tre grandi mercati degli Stati Uniti, creando il secondo grande mercato al rialzo degli Stati Uniti. Quando gli statunitensi fecero un sacco di soldi, seguirono lo stesso approccio con l’America Latina: presero i soldi raccolti con la crisi finanziaria asiatica in Asia per acquistarne i buoni che, a quel punto, erano al prezzo minimo. L’economia asiatica non poteva contrattaccare. L’unico fortunato sopravvissuto in questa crisi fu la Cina.

C. Ora, è tempo di raccogliere dalla Cina
Era preciso come la marea; il dollaro USA fu forte per sei anni. Poi, nel 2002, iniziò a indebolirsi. Seguendo lo stesso schema, rimase debole per dieci anni. Nel 2012, gli statunitensi iniziarono a prepararsi per renderlo forte. Usarono lo stesso approccio: creare una crisi regionale agli altri popoli. Pertanto, abbiamo visto accadere diversi eventi in relazione alla Cina: l’affondamento del Cheonan, la disputa sulle Isole Senkaku (le isole Diaoyu in cinese) e la disputa su Scarborough Shoal (l’isola Huangyan in cinese). Tutto questo successe durante tale periodo. Il conflitto tra Cina e Filippine sull’Isola di Huangyan e il conflitto tra Cina e Giappone sulle Isole Diaoyu potrebbero non avere molto a che fare con l’indice del dollaro USA, ma era davvero così? Perché è accaduto esattamente nel decimo anno in cui il dollaro USA era debole? Sfortunatamente, gli Stati Uniti hanno giocato troppo col fuoco (nel proprio mercato dei mutui) e si lanciarono in una crisi finanziaria nel 2008. Ciò ritardò un po’ i tempi del rialzo del dollaro USA. Se riconosciamo che esiste un ciclo dell’indice del dollaro USA e gli statunitensi l’usano per raccoglierlo dagli altri Paesi, allora possiamo concludere che era giunto il momento di raccogliere dalla Cina. Perché? Perché la Cina aveva ottenuto la maggior quantità di investimenti dal mondo. Le dimensioni dell’economia cinese non erano più quelle di un solo Paese; era persino più grande di tutta l’America Latina e aveva le stesse dimensioni dell’Asia orientale. Dal conflitto tra le isole Diaoyu e il conflitto sull’isola di Huangyan, gli incidenti continuarono a perseguitare la Cina, compreso lo scontro sulle piattaforme petrolifere cinesi 981 con il Vietnam e l’evento “Occupy Central” di Hong Kong. Possono ancora essere considerati semplicemente accidentali? Accompagnai il Generale Liu Yazhou, Commissario politico della National Defence University, a visitare Hong Kong nel maggio 2014. A quel tempo, sentimmo che il movimento “Occupy Central” era in programma e avrebbe avuto luogo entro la fine del mese. Tuttavia, non successe a maggio, giugno, luglio o agosto. Che successe? Cosa stavano aspettando? Diamo un’occhiata a un’altra tempistica: l’uscita della Federal Reserve statunitense dalla politica del Quantitative Easing (QE). Gli Stati Unito dissero che avrebbero interrotto il QE all’inizio del 2014, ma rimase ad aprile, maggio, giugno, luglio e agosto. Finché erano col QE, mantennero la sovrastampa di dollari e il prezzo del dollaro non poteva salire. Quindi, nemmeno “Occupy Central” di Hong Kong doveva accadere. A fine settembre, la Federal Reserve annunciò che gli Stati Uniti sarebbero usciti dal QE. Il dollaro iniziò a salire. Poi “Occupy Central” di Hong Kong esplosa all’inizio di ottobre. In realtà, le isole Diaoyu, l’isola Huangyan, la piattaforma 981 e il movimento “Occupy Central” di Hong Kong erano tutte bombe. L’esplosione di uno di questi poteva creare una crisi regionale o peggiorare l’ambiente degli investimenti in Cina. Ciò costringendo a ritirare grande quantità di investimenti dalla regione, che sarebbero poi tornati negli Stati Uniti Sfortunatamente, questa volta l’avversario era la Cina, che usò i movimenti del “Tai Chi” per raffreddare ogni crisi. Ad oggi, l’ultima goccia per spezzare la schiena del cammello deve ancora cadere e il Cammello è ancora in piedi. Il cammello non si è spezzato. Pertanto, la Federal Reserve non poteva suonare il corno per aumentare il tasso di interesse. Gli statunitensi si resero conto che era difficile raccogliere dalla Cina, quindi cercarono un’alternativa.
Dove altro mirarono? In Ucraina, il collegamento tra UE e Russia. Certamente c’erano alcuni problemi sotto l’amministrazione del Presidente ucraino Janukovich, ma il motivo per cui gli statunitensi lo scelsero non era semplicemente per i suoi problemi. Avevano tre obiettivi: dare una lezione a Janukovich che non ascoltava gli Stati Uniti, impedire all’UE di avvicinarsi troppo alla Russia e creare un cattivo ambiente per gli investimenti in Europa. Così si ebbe una “rivoluzione colorata” che gli stessi ucraini sembravano aver guidato. Gli Stati Uniti raggiunsero il loro obiettivo inaspettatamente: il Presidente russo Putin si prese la Crimea. Sebbene gli statunitensi non l’avessero pianificato, gli diede le migliori ragioni per fare pressione su UE e Giappone nel sanzionare la Russia, aggiungendo ulteriore pressione all’economia dell’UE. Perché gli statunitensi lo fecero? Chi tende ad analizzare dal punto di vista geopolitico, lo fa raramente dall’angolo del capitale. Dopo la crisi ucraina, le statistiche mostravano che oltre 1 trilione di dollari in capitale lasciò l’Europa. Gli Stati Uniti ottennero ciò che volevano: se non riuscivano ad ottenere dollari dalla Cina, li avrebbero ottenuti dall’Europa. Tuttavia, il passo successivo non si ebbe come previsto dagli statunitense. Il capitale uscito dall’Europa non andò negli Stati Uniti, invece andò ad Hong Kong. Una delle ragioni era che gli investitori globali preferivano la Cina, che aveva il primo tasso di crescita economica mondiale, nonostante il fatto che la sua economia avesse iniziato a raffreddarsi. L’altro motivo era che la Cina annunciò che avrebbe implementato lo Shanghai-Hong Kong Stock Connect. Gli investitori di tutto il mondo volevano ottenere un bel ritorno dal Shanghai-Hong Kong Stock Connect. In passato, il capitale occidentale era cauto nell’entrare nel mercato azionario cinese. Una ragione chiave era il severo controllo della valuta estera della Cina: potete entrare liberamente ma non uscire quando volere. Con il Shanghai-Hong Kong Stock Connect, potevano investire nel mercato di Shanghai da Hong Kong e ripartire subito dopo aver realizzato un profitto. Pertanto, oltre 1 trilione di dollari USA rimase a Hong Kong. Questo è il motivo per cui la mano dietro “Occupy Central” continuò a pianificare e non volle fermarsi. Gli statunitensi avevano bisogno di creare una crisi regionale alla Cina, per riavere i soldi negli Stati Uniti. Perché l’economia statunitense si affida così disperatamente al capitale che torna sul proprio mercato? È perché dal 1971 gli Stati Uniti hanno smesso di produrre beni reali. Hanno definito spazzatura le industrie manifatturiere o industrie del tramonto dalla bassa economia o dal produzione dal basso valore aggiunto, e le hanno trasferite nei Paesi in via di sviluppo, in particolare in Cina. Oltre ai settori high-end, come IBM e Microsoft, che mantenevano, il 70% della popolazione passò alle industrie dei servizi finanziari. Gli Stati Uniti sono diventati uno Stato completamente vuoto dalla scarsa economia reale, per poter offrire agli investitori un grande ritorno. Gli statunitensi non hanno altra scelta che aprire la porta dell’economia virtuale: i suoi tre grandi mercati. Vogliono prendere i soldi dal mondo per questi tre mercati, in modo che possano fare soldi. Quindi usare quei soldi per raccoglierne in altri Paesi. Gli statunitensi hanno solo questo modo di sopravvivere ora. La chiamiamo strategia nazionale di sopravvivenza degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno bisogno di una grande quantità di capitale che ritorni per sostenerne la vita quotidiana e l’economia. Se un Paese blocca il flusso di capitali, è il nemico degli Stati Uniti

II. Di chi sarà il pranzo la Cina se crescerà rapidamente?
A. Perché la nascita dell’euro ha portato a una guerra in Europa?

Il 1° gennaio 1999 l’euro nacque ufficialmente. Tre mesi dopo, la NATO iniziò la guerra contro la Jugoslavia. Molti pensavano che Stati Uniti e NATO abbiano combattuto la guerra per fermare il genocidio degli albanesi da parte dell’amministrazione Milosevic, una spaventosa tragedia umanitaria. Dopo la guerra, si rivelò una bugia. Gli statunitensi riconobbero che si trattava di una messa in scena allestita congiuntamente da CIA e media occidentali. L’obiettivo era attaccare la Repubblica Federale di Jugoslavia. Tuttavia, la guerra del Kosovo davvero attaccò la Repubblica Federale di Jugoslavia? Gli europei credevano per la prima volta in modo schiacciante a tale teoria. Tuttavia, dopo questa guerra di 72 giorni, scoprirono che furono ingannati. Quando l’euro fu creato, gli europei avevano molta fiducia. Il tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro USA era 1:1,07. Dopo 72 giorni di bombardamenti, gli europei scoprirono che qualcosa non andava: l’euro era rovinato. Perse il 30 percento del valore; un euro equivaleva solo a 0,86 dollari. Gli europei si resero conto di essere stati ingannati. Questo è il motivo per cui in seguito, quando gli Stati Uniti insistettero ad avere una guerra con l’Iraq, Francia e Germania furono fortemente contrarie. Alcuni dicono che i Paesi democratici occidentali non si combattono. È vero che, dalla Seconda guerra mondiale, i paesi occidentali non si sono combattuto, ma ciò non significa che non abbiano conflitti militari o guerre economiche o finanziarie tra di essi. La guerra in Kosovo fu una guerra finanziaria indiretta che gli statunitensi combatterono contro l’euro. In superficie era contro la Jugoslavia, ma l’euro ebbe successo. Questo perché la nascita dell’euro toccò il pranzo del dollaro statunitense. Prima, il dollaro USA era usato per comandare l’80% del mercato internazionale delle transazioni. Scese al 60% del mercato. L’euro si prese una grande torta dal dollaro. L’Unione Europea (UE), un’economia da 27000 miliardi di dollari USA, superò l’economia dell’Area di libero scambio nordamericana (FTA) da 25 trilioni di dollari, diventando la più grande zona economica del mondo. Con un’economia così vasta, ovviamente l’UE non voleva usare il dollaro per gestire i propri scambi, quindi creò l’euro. L’introduzione dell’euro portò via un terzo del business dei cambi in dollari, oggi il 23% del commercio mondiale è regolato in euro. All’inizio, gli statunitensi non erano vigili sull’euro. Fu un po’ tardi quando scoprirono che avrebbe messo in discussione l’egemonia del dollaro. Quindi gli Stati Uniti avevano bisogno di un modo per far cadere l’UE e l’euro, così come altri possibili sfidanti.

B. Come gli Stati Uniti cercano di bilanciare la propria strategia di “riequilibrio dell’Asia-Pacifico”?
L’ascesa della Cina la rese il nuovo sfidante al dominio globale del dollaro. I conflitti sulle isole Diaoyu e sull’isola Huangyan furono l’ultimo tentativo degli Stati Uniti di sopprimere la sfidante. Sebbene questi due eventi politici intorno al confine cinese non abbiano causato la fuga di una grande quantità di capitale dalla Cina, gli statunitensi raggiunsero degli obiettivi parziali: due degli sforzi della Cina finirono. All’inizio del 2012, Cina, Giappone e Corea del Sud erano vicini al raggiungimento di un accordo sui negoziati per l’accordo di libero scambio dell’Asia nord-orientale. Nell’aprile 2012, Cina e Giappone avevano anche raggiunto un accordo preliminare sul cambio di valuta e il mantenimento dei rispettivi debiti nazionali. Tuttavia si ebbero il conflitto sulle isole Diaoyu e sull’isola Huangyan , spazzando via l’FTA e il cambio di valuta. Pochi anni dopo, la Cina finalmente sciolse la contrarietà della Corea del Sud sull’accordo di libero scambio bilaterale, ma non ebbe molto significato. Perché? L’originale FTA del nord-est asiatico, una volta stabilito, avrebbe incluso Cina, Giappone, Corea del Sud, Hong Kong, Macao e Taiwan. Sarebbe stata la terza maggiore economia del mondo, con una dimensione di oltre 20 trilioni di dollari. Inoltre, probabilmente avrebbe integrato all’FTA l’ASEAN, formando l’FTA dell’Asia orientale. Ciò sarebbe diventata la maggiore economia del mondo, da oltre 30 trilioni di dollari. Possiamo inoltre immaginare che l’accordo di libero scambio tra Asia orientale e ASEAB poteva continuare ad espandersi: India e l’Asia del sud, i cinque paesi dell’Asia centrale e i paesi dell’Asia occidentale (parte del Medio Oriente). Questo accordo con l’Asia avrebbe quindi superato i 50 trilioni di dollari statunitensi, più di quanto combinato tra UE e USA. Una FTA così grande avrebbe usato euro o dollaro per regolare il commercio interno? Ovviamente no. Ciò significa che un dollaro asiatico sarebbe nato. Penso che, se effettivamente esistesse un FTA in Asia, dovremmo promuovere il renminbi come valuta principale dell’Asia, così come il dollaro è diventato la valuta del Nord America e quindi del mondo. Portare il renminbi sul palcoscenico internazionale è molto più di ciò di cui abbiamo parlato in precedenza col “Renminbi che va all’estero” o lasciare che abbia un ruolo nella “One Belt, One Path”. Insieme al dollaro e all’euro, avrebbe condiviso il mondo. Se i cinesi potevano pensarci, gli statunitensi no? Quando annunciarono che avrebbero spostato la loro attenzione verso Oriente, spinsero i giapponesi a creare un problema sulle isole Diaoyu e sostennero le Filippine a scontrarsi con la Cina sull’isola di Huangyan. Non possiamo essere così ingenui da pensare che ciò sia stato causato solo dai giapponesi di destra o dal presidente delle Filippine Aquino. Fu il pensiero profondo e attento degli statunitensi ad impedire al renminbi di sfidare il dollaro. Gli statunitensi erano molto chiari su ciò che facevano. Se si formasse l’FTA del nord-est asiatico, con la sua reazione a catena, renminbi, euro e dollaro avrebbero reclamato un terzo del mercato commerciale mondiale. Allora per gli Stati Uniti averebbero ancora avuto l’egemonia valutaria solo per terzo? Senza un’economia reale, se dovessero perdere l’egemonia monetaria, come potrebbero gli Stati Uniti rimanere il dominatore del mondo? Una volta compreso, si capisce perché, dietro a tutti i problemi della Cina, ci sono gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti evitano “scontri” diretti con la Cina. Così hanno creato problemi alla Cina ovunque. Cosa cercano di “riequilibrare” gli Stati Uniti nell’Asia-Pacifico? Vogliono davvero mediare tra Cina e Giappone, Cina e Filippine, Cina e altri Paesi? Ovviamente no. Hanno un solo obiettivo in mente: annullare l’ascesa della Cina.

III. Il segreto che l’esercito statunitense combatte per il dollaro
A. La guerra in Iraq e la valuta utilizzata per il commercio di petrolio

Tutti dicono che la forza degli Stati Uniti si basa su tre pilastri: moneta, tecnologia e forza militare. In realtà oggi possiamo vedere che la vera spina dorsale degli Stati Uniti sono loro valuta e forza militare. Il sostegno della valuta è la loro forza militare. Ogni Paese nel mondo spende una grande quantità di denaro quando è in guerra. Gli Stati Uniti, tuttavia, sono unici. Può anche fare soldi mentre li spende per una guerra. Alcun altro Paese può farlo. Perché gli statunitensi hanno combattuto la guerra in Iraq? Molti risponderebbero, “Per il petrolio”. Tuttavia, gli statunitensi combatterono veramente per il petrolio? No. Se davvero hanno combattuto per il petrolio, perché non hanno preso un barile di petrolio dall’Iraq? Inoltre, il prezzo del petrolio greggio è salito a 149 dollari al barile dopo la guerra, dal prezzo pre-bellico di 38 dollari al barile. Il popolo statunitense non ha avuto petrolio a basso prezzo dopo che il suo esercito occupò l’Iraq. Pertanto, gli Stati Uniti hanno combattuto la guerra non per il petrolio, ma per il dollaro. Perché? La ragione era semplice, controllare il mondo, gli Stati Uniti hanno bisogno di tutto il mondo per usare il dollaro. Fu una grande mossa nel 1973 costringere l’Arabia Saudita e altri Paesi OPEC a insediare il dollaro come valuta di regolamento per le operazioni petrolifere. Una volta compreso, capirete perché gli Stati Uniti hanno combattuto una guerra in un Paese produttore di petrolio. Il risultato diretto fu aumentare il prezzo del petrolio. Una volta che il prezzo del petrolio è salito, anche la domanda di dollari è aumentata. Ad esempio, se avevate 38 dollari, potevate comprare un barile di petrolio greggio prima della guerra. Dopo la guerra, il prezzo salì di oltre quattro volte, a 149 dollari. I vostri 38 dollari vi avrebbero permesso solo un quarto di barile. Come potere ottenere gli altri tre quarti? Dovevate usare i vostri beni e risorse per scambiare cogli statunitensi dollari. Quindi il governo degli Stati Uniti poteva apertamente e legittimamente stampare altri dollari. Questo era il segreto. Voglio anche dire a tutti, che la guerra degli Stati Uniti in Iraq non ebbe solo questo obiettivo. Doveva anche mantenere l’egemonia del dollaro. Sadam non appoggiava i terroristi o al-Qaida, né aveva armi di distruzione di massa. Ma perché fu impiccato? Perché giocò una partita tra Stati Uniti e Unione Europea. Dopo la creazione dell’euro nel 1999, annunciò che il commercio petrolifero dell’Iraq sarebbe stato regolato in euro. Questo fece arrabbiare gli statunitensi, specialmente quando molti altri Paesi seguirono l’esempio. Il Presidente russo Putin, il Presidente iraniano Ahmadinejad e il Presidente venezuelano Hugo Chavez fecero lo stesso annuncio. Come potevano accettarlo gli statunitensi? Alcuni potrebbero pensare che ciò che ho detto sia una favola. Diamo un’occhiata a ciò che gli USA fecero dopo aver vinto la guerra in Iraq. Prima di arrestare Sadam, gli statunitensi si precipitarono a formare il governo temporaneo iracheno. Il primo ordine che il governo temporaneo pubblicò annunciava che il commercio petrolifero iracheno passava dall’euro al dollaro. Questo dimostrò che gli USA combattevano per il loro dollaro.

B. La guerra in Afghanistan e il flusso netto di capitali
Qualcuno potrebbe dire: “Posso vedere che gli statunitensi hanno combattuto la guerra in Iraq per il dollaro. L’Afghanistan non produce petrolio. Quindi non dovrebbe essere per il dollaro che gli statunitensi hanno combattuto quella guerra, che fu dopo l’attacco dell’11 settembre. Il mondo intero sapeva che era per vendicarsi di al-Qaida e punire i taliban che la sostenevano”. Era vero? La guerra in Afghanistan iniziò un mese dopo l’11 settembr, in fretta. Verso la metà della guerra, gli statunitensi esaurirono tutti i missili cruise. Mentre la guerra continuava, il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti dovette ricorrere alle armi nucleari. Tirò fuori 1000 missili da crociera nucleare, sostituì le testate nucleari con testate convenzionali e ne sparò 900 per vincere la guerra. Ovviamente gli statunitensi non erano pronti a questa guerra. Perché vi si precipitarono? Perché non potevano più aspettare. La loro vita finanziaria era in grave difficoltà. All’inizio del 21° secolo, come Paese senza industrie produttrici di beni reali, per mantenerlo il livello attuale, gli Stati Uniti dovevano avere un afflusso netto di 700 miliardi di dollari da altri Paesi ogni anno. Dopo l’evento dell’11 settembre, gli investitori globali mostrarono grande preoccupazione per il contesto degli investimenti negli Stati Uniti. Di conseguenza, 300 miliardi di dollari fuggirono dagli Stati Uniti Ciò costrinse gli Stati Uniti a combattere rapidamente una guerra per fermare la fuga. Non si trattava solo di punire i taliban e al-Qaida, ma anche di ricostruire la fiducia degli investitori globali. Dopo che i primi missili da crociera esplosero a Kabul, l’indice Dow Jones salì di 600 punti in un giorno. Il capitale che aveva lasciato gli Stati Uniti iniziò a rifluire. Alla fine del 2001, 400 miliardi di dollari tornarono negli Stati Uniti. Ciò dimostrò ancora una volta che la guerra in Afghanistan fu combattuta per il dollaro e il capitale.

C. Perché il Prompt Global Strike System sostituirà i portaerei?
Molti cinesi hanno grandi speranze sulla portaerei cinese. Hanno visto l’importanza della portaerei in passato e la nave cinese Liaoning ha permesso alla Cina di entrare nel rango delle potenze navali. Tuttavia, sebbene la portaerei sia ancora un simbolo per una grande potenza nel mondo, resta solo un simbolo. Questo perché la portaerei è un prodotto dell’era della logistica. Quando la Gran Bretagna era all’apice, imponeva il commercio globale e inviava i suoi prodotti nel mondo e ne prendeva le risorse, aveva bisogno di una forte marina per garantirsi la sicurezza marittima. La creazione della portaerei servì anche a controllare l’oceano e le rotte. A quel tempo il detto era: “La logistica è la chiave”. Chi controllava l’oceano controllava il flusso della ricchezza globale. Ora il capitale è la chiave. Alcuni colpi sulla tastiera di un computer possono spostare miliardi o persino trilioni di dollari da un luogo all’altro. Una portaerei può tenere il passo con la velocità della logistica, ma non col flusso di capitali. Non è quindi in grado di controllare il capitale globale. Allora oggi, quale mezzo può tenere il passo con direzione, velocità e volume del flusso del capitale globale su Internet? Gli USA sviluppano un enorme e tempestivo sistema d’attacco globale che gli consentirà di colpire qualsiasi regione concentrata di capitali con missili balistici, aerei supersonici e missili da crociera che viaggiano a velocità cinque o dieci volte superiori al suono. Gli Stati Uniti affermano di poter colpire qualsiasi luogo sulla terra in 28 minuti. Non importa dove sia il capitale, finché non vogliono che sia lì, i loro missili possono arrivarci in 28 minuti e cacciare il capitale. Ecco perché il sistema d’attacco rapido globale sostituirà inevitabilmente le portaerei. Ovviamente, anche la portaerei ha un suo valore, come salvaguardia delle rotte o per condurre una missione umanitaria. È una buona piattaforma navale.

IV. La “Air Sea Battle” non risolverà il problema degli Stati Uniti
gli USA hanno adottato il concetto di “Air Sea Battle” quando progettarono le risposte alla crescita della Cina. Fu introdotto per la prima volta nel 2010. Come concetto di guerra, significa combinare congiuntamente la potenza delle forze aeree e della marina per combattere la Cina. La creazione di tale concetto mostrò che l’esercito statunitense si stava indebolendo. In passato, gli Stati Uniti pensavano che potesse effettuare attacchi aerei o navali per colpire la Cina. Ora si scopre che l’uso di una sola forza non gli conferisce superiorità militare sulla Cina. Hanno bisogno di unire le due forze ed è così che è nato il concetto di “battaglia aeronavale”. Gli statunitensi pensano che Cina e Stati Uniti non entreranno in guerra nei prossimi dieci anni. Dopo aver studiato lo sviluppo militare della Cina, gli statunitensi si rendono conto che l’attuale capacità militare degli Stati Uniti non garantisce un vantaggio sui punti di forza della Cina, come la capacità di attaccare le portaerei e di distruggere i sistemi spaziali. Pertanto, gli Stati Uniti hanno bisogno di altri dieci anni per sviluppare un sistema da combattimento più avanzato per compensare il vantaggio della Cina. Può significare che gli Stati Uniti hanno spostato il momento per una guerra con la Cina tra dieci anni. Anche se non ci sarà una guerra per dieci anni, dobbiamo prepararvici. Se non vogliamo che una guerra avvenga tra dieci anni, dobbiamo portare a termine le nostre azioni entro i prossimi dieci anni, compresa la preparazione alla guerra.

V. Il significato strategico della strategia “One Belt, One Road”
Agli statunitensi piacciono il basket e il pugilato. Il pugilato mostra la tipica natura statunitense del rispetto della potenza: un colpo diretto con piena forza e la speranza di far abbattere l’avversario. Tutto è semplice. I cinesi sono esattamente l’opposto. Preferiscono l’ambiguità e “usano la morbidezza per conquistare la forza”. Non cercano di sconfiggere l’avversario, ma di evitate gli attacchi dal nemico. Ai cinese piace il Tai-chi, arte più nobile della boxe. La strategia “One Belt, One Road” riflette questa filosofia. Nel corso della storia, ogni volta che sorge una grande potenza, c’è un movimento per la globalizzazione corrispondente. Ciò significa che la globalizzazione non è un fenomeno continuo dal passato al presente; piuttosto appartiene a una grande potenza. L’impero romano ebbe la sua globalizzazione. La dinastia Qin in Cina (circa 200 aC) ebbe la sua globalizzazione. Ogni globalizzazione è stata avviata da un impero in ascesa, ed era anche limitata dalla forza dell’impero. La posizione più lontana che il potere dell’impero potesse influenzare e i suoi mezzi di trasporto potessero raggiungere definiva il confine della globalizzazione. Pertanto, nella visione di oggi, sia la globalizzazione dell’Impero Romano che della Dinastia Qin sono considerate espansione regionale. La “globalizzazione” di oggi è iniziata con l’impero inglese. Gli Stati Uniti hanno continuato la globalizzazione del commercio inglese. Poi si passò alla globalizzazione del dollaro USA. La “One Belt, One Road” della Cina non è semplicemente aderire al sistema economico globale, una globalizzazione sotto il dollaro USA. Come superpotenza in ascesa, la strategia “One Belt, One Road” è l’inizio della globalizzazione cinese. È un processo di globalizzazione necessario che una superpotenza deve avere durante la fase dell’ascesa. “One Belt, One Road” è la migliore strategia da superpotenza che la Cina possa adottare in questo momento, perché è una contromossa alla strategia statunitense volta a spostare l’attenzione verso Oriente. Qualcuno potrebbe chiedersi: “Una contromisura dovrebbe essere nella direzione opposta alla forza che vi minaccia. Come voltare le spalle agli Stati Uniti? “(Gli Stati Uniti spingono la Cina da est sull’Oceano Pacifico, ma la Cina gira le spalle alla pressione e si sposta ad ovest.) Esatto. La strategia “One Belt, One Road” è il contraltare indiretto della Cina alla mossa degli Stati Uniti verso est. La Cina gira le spalle agli Stati Uniti (per evitare uno scontro diretto). Mi fai pressione (da est), cammino verso ovest, non perché voglio evitarti, né perché ho paura di te, ma piuttosto perché questa è una mossa intelligente per disinnescare la pressione che imponi. La strategia “One Belt, One Road” non richiede che le due rotte siano parallele. Dovrebbe avere priorità. La forza marittima è ancora una debolezza della Cina, quindi possiamo concentrarci prima sulla rotta di terra. “One Belt” è la direzione principale. Ciò significa anche che dobbiamo rivedere l’importanza dell’esercito. Alcuni dicono che l’esercito cinese è il migliore del mondo. È vero se resta in Cina: l’esercito cinese batterà chiunque invada la terra della Cina. Il problema è che l’esercito cinese potrebbe non avere la possibilità di uscire dalla Cina per combattere e vincere una guerra? Ne ho parlato l’anno scorso alla riunione annuale di Global Times. Dissi che gli USA hanno scelto l’avversario sbagliato quando scelsero la Cina come suo avversario e vi fanno pressione. La vera minaccia per gli Stati Uniti in futuro non è la Cina, ma gli stessi Stati Uniti. Gli Stati Uniti si seppelliranno. Questo perché non si sono ancora resi conto che sta arrivando una grande era e il capitalismo finanziario che gli Stati Uniti rappresentano raggiungerà il picco e poi inizierà a scendere. Da un lato, gli Stati Uniti hanno già sfruttato appieno i benefici che il capitale genera. D’altra, attraverso l’innovazione tecnologica che gli Stati Uniti guidano, spingono Internet, big data e cloud computing all’estremo. Questi strumenti diverranno alla fine le forze che porranno fine al capitalismo finanziario. Taobao.com e Tmall.com, entrambi società di Alibaba, hanno registrato vendite per 50,7 miliardi di yuan (8,2 miliardi di dollari) l’11 novembre 2014. Alcune settimane dopo, le vendite totali su Internet più le vendite nei negozi sul mercato statunitense nei tre giorni del Ringraziamento, furono di soli 40,7 miliardi di yuan (6,6 miliardi di dollari). I 50,7 miliardi di yuan sono solo le vendite di un giorno su Alibaba, ad eccezione di 163.com, qq.com, jd.com e altri negozi online in Cina, né di vendite di negozi fisici. Tutte le vendite di Alibaba furono effettuate tramite Alipay (un sistema di pagamento elettronico). Cosa significa Alipay? Significa che la valuta è fuori dalla piattaforma commerciale. L’egemonia degli Stati Uniti è basata sul suo dollaro. Cos’è il dollaro? È una valuta. In futuro, quando smetteremo di utilizzare la valuta per le vendite, sarà inutile. Un impero basato sulla valuta esisterà ancora? Questa è la domanda a cui gli statunitensi dovrebbero pensare. La stampa 3D rappresenta anche una direzione futura. Creerà cambiamenti fondamentali nel processo di produzione. Quando il processo di produzione cambia e il processo di scambio cambia, il mondo subirà un cambiamento fondamentale. La storia mostra che questi due cambiamenti, non altri fattori, sono la vera causa del cambiamento della società. Il capitale odierno può scomparire quando la valuta scompare. Quando il metodo di produzione cambia con la stampa 3D, il mondo umano entrerà in una nuova modalità sociale. Allora, Cina e Stati Uniti staranno sulla stessa linea di partenza su Internet, big data e cloud computing. La competizione in quel momento dipenderà da chi sarà il primo a superare questa nuova porta, non da chi spingerà l’altro verso il basso. Da questo punto di vista, dico che gli Stati Uniti hanno scelto l’avversario sbagliato. Il vero avversario degli USA sono se stessi e questo cambiamento. Gli USA hanno mostrato una sorprendente lentezza nel capirlo. Questo perché hanno investito troppo nel mantenere la posizione egemonica. Non vogliono condividere il potere con altri Paesi, né unirvisi nella nuova porta sociale dietro la quale ci sono ancora molte cose a noi sconosciute.Nota:
[1] Pubblicazione online in Cina, “Qiao Liang: la strategia degli Stati Uniti nel spostare l’attenzione verso l’est e la strategia cinese di andare ad ovest – La scelta strategica cinese nel gioco tra Cina e Stati Uniti“, 15 aprile 2015.

Traduzione di Alessandro Lattanzio