Medio Oriente: il declino della potenza statunitense

Viktor Mikhin, New Eastern Outlook 20.11.2017Il leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei ha dichiarato che la cooperazione tra Mosca e Teheran e il rifiuto dei pagamenti reciproci in dollari statunitensi potrebbero isolare gli Stati Uniti e “respingere le loro sanzioni“. Il Leader Supremo ha aggiunto: “È possibile cooperare con la Russia nel trattare questioni di ampiezza che richiedono impegno, determinazione e cooperazione logistica“. In questo contesto, non va dimenticato che la Cina, grande acquirente di petrolio, è il giocatore chiave nella soppressione dei petrodollari. Pechino ha già presentato un nuovo mercato del petrolio in yuan (in questo momento, due contratti per il greggio, WTI e Brent, sono scambiati in dollari USA) e pubblicherà il primo contratto sudafricano entro la fine di quest’anno. È interessante notare che è stato annunciato che qualsiasi esportatore di petrolio che accetterà il pagamento in yuan potrà convertirli in oro alla Shanghai Gold Exchange (SHGE) e coprire il valore in valuta dell’oro presso la Shanghai Futures Exchange (SHFE). Questo è il motivo per cui la Cina ha bisogno di oro fisico recentemente acquistato su larga scala. Indubbiamente, tutti gli esportatori di petrolio, e specialmente chi ha scarsi rapporti politici con gli Stati Uniti, trarranno profitto da questa segregazione del mercato dei futures cinese. Poiché ogni diminuzione dell’influenza del dollaro diminuisce seriamente la capacità di Washington di condurre la guerra economica a certi Stati, l’introduzione dei futures del petrolio scambiati in yuan consentirà agli esportatori di petrolio, ad esempio Russia, Iran e Venezuela, di evitare sanzioni sul commercio petrolifero. Quindi, un piano è stato commissionato per rovinare gli Stati Uniti d’America sotto i nostri occhi. Secondo quanto riferito, il dollaro, valuta mondiale (e non l’industria o l’agricoltura), costituisce il fondamento del potere statunitense. È questa valuta mondiale consente agli Stati Uniti di derubare il mondo intero, costringendo i popoli a pagare i desideri ambiziosi di Washington. Qualche tempo fa il dollaro veniva assicurato nell’equivalente in oro, poi abolito, ed ora è in effetti senza garanzie. Gli Stati Uniti imposero un accordo all’Arabia Saudita che prevedeva il loro aiuto militare e la “protezione” dei suoi giacimenti petroliferi, sebbene non fosse chiaro da cosa. In cambio, i sauditi s’impegnarono ad eseguire tutte le vendite di petrolio in dollari ed investire i loro profitti in titoli del debito statunitensi. Nel 1975, tutti i membri dell’OPEC furono costretti, su pressione di Washington, a seguirne l’esempio. Di conseguenza, il mondo sprofondò nel pantano dei petrodollari.
Non è che i capi dei Paesi petroliferi non capissero che si trattava di una rapina da parte degli Stati Uniti, ma allo stesso tempo non potevano intraprendere nulla da soli perché Washington schiacciò tali sforzi, arrivando addirittura ad occupare gli Stati insubordinati, come l’Iraq ad esempio: gli Stati Uniti imposero sanzioni spietate, facendo sì che la gente comune ne soffrisse. Le sanzioni esistevano dal 1991 e sembrò che rimanessero per sempre. Tuttavia, all’inizio del XXI secolo, Sadam Husayn decise di vendere il petrolio in euro col programma “Oil for Food“. Ci fu l’immediata rappresaglia: con la pretesa di democratizzare l’Iraq, i militari statunitensi occuparono il Paese e vi scatenarono la guerra civile ancora in corso. Sadam Husayn fu impiccato. Un altro esempio: Muammar Gheddafi, leader della Jamahiriya araba libica, favorito da Europa e Stati Uniti, decise d’introdurre il dinaro d’oro e svolgere tutti gli scambi solo in quella valuta. La punizione fu istantanea: cosiddetti disordini popolari furono organizzati dall’estero e le risoluzioni ONU imposte da Washington legarono, mani e piedi, il leader libico brutalmente assassinato poco dopo. Tuttavia, l’idea di sbarazzarsi della morsa del dollaro USA non è scomparsa, e proprio ora, potenti Stati liberi dall’influenza statunitense, come Russia, Cina e Iran, hanno deciso di farlo. Il futuro di un altro Paese, l’Arabia Saudita, leader nella produzione di petrolio greggio, è in pericolo. Cioè, il destino degli Stati Uniti, che hanno preso tutte le misure possibili per mantenere Riyadh nella propria orbita, dipende, senza esagerazione, dalla posizione del regno. Perciò l’attuale situazione saudita non è difficile da capire. In primo luogo, la tradizione avviata da Abdulaziz ibn Abdurahman ibn Faysal al-Saud, fondatore del regno, di passare il potere da un figlio all’altro non c’è più. In secondo luogo, c’è la lotta senza precedenti per il potere da quando Salman bin Abdulaziz al-Saud, l’attuale re, tolse l’erede legittimo e dichiarò il desiderio di passare il potere al figlio Muhamad bin Salman al-Saud. In terzo luogo, il nuovo erede, privo d’esperienza, ha già commesso diversi gravi errori. Ha speso molti fondi per sostenere i gruppi terroristici in Siria, scatenato una lotta insensata contro il vicino Yemen, e ha un ambiguo conflitto personale col Qatar. Inoltre, la lotta per il mercato petrolifero mondiale ha portato al forte calo dei prezzi dell’oro nero, comportando un deficit di bilancio. A peggiorare le cose, una crisi ancora irrisolta è sorta in Libano quando il suo primo ministro è partito per l’Arabia Saudita da cui ha inviato la lettera di dimissioni. Ha spiegato la decisione con l’interferenza dell’Iran negli affari interni del suo Paese, la pressione di Hezbollah e l’informazione su un tentativo di assassinerlo in preparazione, di cui è stato presumibilmente informato dall’intelligence saudita.
Attualmente, un nuovo e piuttosto decisivo round della lotta per il potere istigato da Washington si svolge nel Regno. Ovviamente, l’attuale re, prima di passare il potere al figlio, cerca di chiarire il quadro politico e di eliminare qualsiasi rivale, anche se membri della famiglia saudita al potere. Un nuovo comitato anti-corruzione guidato dal principe ereditario è stato creato con decreto reale. Il comitato ha il diritto di condurre proprie indagini ed arresti, imporre divieti di viaggio, congelare i beni bancari e attuare altre misure nel quadro della lotta alla corruzione. Dal 10 novembre, duecentootto persone sono detenute in Arabia Saudita per la campagna anti-corruzione senza precedenti. Sette furono precedentemente rilasciati senza accuse. Gli altri, come il procuratore generale del regno Saud al-Mujab ha detto ad al-Jazeera, sono ancora agli arresti. Subito dopo, il segretario di Stato USA Rex Tillerson ebbe una conversazione telefonica con l’omologo saudita Adil al-Jubayr, durante cui discussero della situazione in Arabia Saudita o, più precisamente, il ministro degli Esteri saudita ricevette ulteriori istruzioni dagli statunitensi. Nel frattempo, Washington mette abilmente e deliberatamente il futuro re contro altri membri della famiglia Saud, in modo che Muhamad bin Salman resti solo e faccia affidamento totale al sostegno degli Stati Uniti. Per inciso, anche il principe saudita Walid bin Talal bin Abdulaziz al-Saud, uno degli uomini più ricchi del Medio Oriente (e che era a capo del ministro delle Finanze saudita) è tra i detenuti. Il principe è il nipote del fondatore dell’Arabia Saudita e di sei re sauditi, incluso l’attuale. Non ha mai cercato il potere politico e ha preferito investimenti e giochi d’azzardo in borsa. Il principe ha tre titoli accademici, di cui uno in filosofia. Per la prima volta nella storia del regno sua figlia, una principessa, fu arrestata. C’è un altro problema altrettanto complicato relativo al petrolio, cioè con quale valuta il petrolio va venduto alla Cina, ancora una delle più grandi piattaforme di trading per i sauditi. Nel frattempo, l’Arabia Saudita continua a chiedere con insistenza solo dollari in cambio del petrolio agli importatori cinesi. Pechino è piuttosto infastidita da tale testardaggine, perché ha una vasta gamma di fornitori di petrolio da cui scegliere. Le autorità cinesi hanno cercato di fare capire a Riyadh che il fanatismo per il dollaro può costare parecchio. Tuttavia, il passaggio dal dollaro allo yuan sarebbe un duro colpo per gli Stati Uniti, l’alleato chiave del Regno, ma Riyadh si arrenderà prima o poi. Cosa succederà allora agli Stati Uniti?
A causa di ciò, il rifiuto di alcuni importanti produttori di petrolio dei pagamenti in dollari darebbe un colpo irreparabile agli Stati Uniti e contribuirà notevolmente al declino dell’impero statunitense e delle sue ambizioni egemoniche.Victor Mikhin, corrispondente di RANS, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

I sauditi chiedono all’Egitto il permesso di sorvolo per colpire il Libano

Wayne Madsen, 12 novembre 2017 – Intrepid ReportSecondo fonti di WMR in Libano e Francia, l’Arabia Saudita avrebbe ulteriormente infiammato le tensioni in Medio Oriente, richiedendo all’alleato Egitto il permesso agli aerei sauditi di sorvolarne il territorio per bombardare il Libano. Di fatto il nuovo regime saudita guidato dal principe ereditario Muhamad bin Salman (MBS) considera l’Arabia Saudita in stato di guerra con il Libano. L’ex-primo ministro libanese Sad Hariri è stato chiamato a Riyadh dal Libano e costretto a leggere una dichiarazione di dimissioni alla televisione saudita. WMR e altri organi d’informazione hanno riferito che Hariri era trattenuto contro la sua volontà a Riyadh, notizia che provocò subito la visita non programmata nella capitale saudita del presidente francese Emmanuel Macron. Macron avrebbe chiesto a MBS di permettere ad Hariri di recarsi in Francia, dove l’ex-primo ministro ha una residenza. Il presidente libanese Michel Aoun, cristiano maronita, ha dichiarato che non riconoscerà le dimissioni di Hariri finché non avrà la possibilità di incontrarlo faccia a faccia a Bayrut. In una frase dal tono ambiguo, il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian ha detto: “Per quanto ne sappiamo, sì. Pensiamo che Hariri sia libero di muoversi ed è importante che faccia le sue scelte“. Il Gruppo di supporto internazionale del Libano, che comprende Stati Uniti, Russia, Unione europea, Cina e Lega araba, ha sostenuto l’appello di Aoun per l’immediato ritorno di Hariri in Libano. Hariri, sunnita, è un cittadino libanese-saudita. Il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson, in viaggio con Donald Trump in Asia, ripeteva le smentite del capo della propaganda e bugiardo cronico dell’Arabia Saudita Adil al-Jubayr, secondo cui Hariri non è ostaggio in Arabia Saudita. Arabia Saudita ed alleati del Golfo Emirati Arabi Uniti, Bahrayn e Quwayt hanno avvertito i concittadini di non recarsi in Libano.
Il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi ha detto di opporsi a qualsiasi guerra saudita contro Libano ed Hezbollah, rappresentato nel governo sovrano precedentemente guidato da Hariri. Tuttavia, alcuni osservatori respingono le osservazioni di al-Sisi su una guerra saudita-libanese e sottolineano il fatto che appoggia il colpo di Stato di MBS in Arabia Saudita. Sisi ha detto di MBS: “Ho fiducia nella leadership del regno” e definiva la situazione in Arabia Saudita “questione interna”. Una richiesta saudita di sorvolo del territorio egiziano per lanciare attacchi aerei sul Libano richiederebbe in particolare l’approvazione di Egitto ed Israele per impiegare il corridoio aereo più vicino, sulla penisola del Sinai. Il trattato di pace israelo-egiziano del 1979 stabilì una serie di zone demilitarizzate nel Sinai che potrebbero essere violate solo con l’approvazione di Cairo e Tel Aviv. Il sorvolo saudita della Giordania comporterebbe quello di Siria o Israele. La Siria considererebbe qualsiasi uso saudita dello spazio aereo siriano per attaccare il Libano un atto di guerra, e gli aerei sauditi sarebbero facili prede dei sistemi di difesa aerea russi S-300 e S-400 schierati in Siria. Il sorvolo saudita dello spazio aereo israeliano per colpire un Paese arabo come il Libano infiammerebbe arabi e musulmani in tutto il mondo e probabilmente porterebbe a cacciata ed esecuzione di MBS per apostasia dai principi sauditi rivali.
L’attacco saudita contro il Libano usando lo spazio aereo del Sinai egiziano probabilmente partirebbe dalla base aerea Re Faysal, nell’aeroporto regionale di Tabuq, quartier generale del 7.mo Stormo della Royal Saudi Air Force e sede della squadra acrobatica Saudi Hawks. La base aerea ospita gli avanzati F-15 e F-16 dell’Arabia Saudita, nonché gli aerei AWACS E-3A che sarebbero utilizzati per comando, controllo e comunicazioni nell’attacco saudita al Libano. Si ritiene che una “unità di addestramento” di guerra informatica dell’US Air Force sia assegnata alla base aerea. Sono inoltre stati avvistati aerei della Forza aerea israeliana nella base che trasportavano equipaggiamento militare nell’ambito di un accordo segreto tra Arabia Saudita e Israele che consente che la base aerea Re Faysal sia utilizzata da Israele come base d’appoggio per un attacco aereo israeliano all’Iran. Durante le operazioni israeliane nell’aeroporto, i voli civili vengono cancellati e i passeggeri ospitati, a spese del governo saudita, negli hotel a quattro stelle di Tabuq. È ironico che la base aerea Re Faysal venga utilizzata come hub per le operazioni militari israeliane. Re Faysal fu ucciso nel 1975 da un nipote appena tornato dagli Stati Uniti. Faysal, tra tutti i re sauditi era il più pro-palestinese e anti-israeliano, ed era noto che regalasse ai visitatori ufficiali del regno, tra cui il segretario di Stato Henry Kissinger, copie splendidamente rilegate e in rilievo d’oro de “I protocolli degli Anziani di Sion“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Legami regionali e globali dell’Arabia Saudita

Prof. James Petras, Global Research, 16 novembre 2017Introduzione
L’Arabia Saudita ha costruito una potente rete di relazioni politiche, militari ed economiche regionali e locali che incorporano l’affiliazione comune tra estremisti e religiosi. Di conseguenza, nonostante la reputazione di arretrata clerico-monarchia dispotica dall’estrema dipendenza dalle vendite di petrolio, è diventata una forza politica mortale in Medio Oriente e oltre. Per capire le dinamiche e le proiezioni di potenza saudite, è importante identificare e analizzare come usa forza militare, religiosa ed economica.

Arabia Saudita: senilità e protezione mercenaria
L’Arabia Saudita ha finanziato e armato mercenari in Siria, Iraq, Somalia, Yemen, Libia, Libano, Afghanistan, Pakistan, Filippine, Malesia e molti altri Paesi asiatici e africani. L’intollerante ramo wahhabita saudita dell’Islam sunnita e i suoi mercenari agiscono per rovesciare e distruggere regimi e società arabe dalla leadership moderna, nazionalista e secolare indipendente o tolleranti sul piano etnico e religioso. Hanno anche preso di mira le repubbliche con governi a maggioranza sciita contrari al dominio saudita-wahhabita in Medio Oriente. L’obiettivo saudita era distruggere le società moderne e multietniche e imporre brutali regimi “seguaci” che proteggessero i senescenti sovrani sauditi dal rovesciamento da parte di forze popolari, nazionaliste e democratiche, interne ed estere.

L’acquisto saudita di “alleati” globali e regionali
La monarchia saudita finanzia e sostiene regimi impopolari e antidemocratici per assicurarsi alleati militari e mercenari: la ricchezza petrolifera saudita ha comprato ufficiali e truppe da Pakistan, Egitto, Yemen e Giordania per imporre le proprie ambizioni egemoniche. L’Arabia Saudita ha vecchi legami economici e militari con Stati Uniti, Regno Unito, Francia e altri Paesi della NATO. Le basi e le armi statunitensi, così come le vendite di armi inglesi e francesi, servono per pagare per le guardie pretoriane del dispotismo. La ricchezza petrolifera saudita ha finanziato migliaia di scuole religiose e centri culturali esteri per insegnare la forma più intollerante dell’islam wahhabita. Assegna borse di studio a giovani musulmani di talento disposti a diffondere la propaganda wahhabita e a reclutare mercenari e attivisti politici per far proiettare la potenza globale della monarchia saudita. Da tempo l’Arabia Saudita ha legami di fatto con Israele, nonostante le superficiali differenze religiose, basandosi su un greve tribalismo razzista e l’opposizione all’Iran indipendente e agli Stati arabi laici e nazionalisti, come Libano, Siria, Iraq e i movimenti di liberazione popolari nel Medio Oriente. In gran parte, la monarchia saudita sopravvive con un “potere preso in prestito”, scambiando ricchezza petrolifera con consiglieri militari e finanziari. La fondamentale debolezza e la patologia politica saudite appaiono chiare quando decidono di attaccare e bloccare Paesi militarmente più deboli e vulnerabili: Yemen e Qatar. Nonostante i miliardi di dollari spesi per sganciare migliaia di tonnellate di bombe sullo Yemen e armare migliaia di mercenari, i sauditi hanno al massimo conquistato un terzo del Paese devastato e meno di un quarto della sua popolazione affamata. I “principi” sauditi hanno commesso gravi crimini di guerra nella loro guerra allo Yemen: distruggendo la maggior parte delle infrastrutture vitali, uccidendo migliaia di persone, diffondendo il colera, bombardando il sistema di trattamento delle acque e affamando milioni di civili nel tentativo di forzarne la sottomissione. Tuttavia, l’Arabia Saudita ha subito numerosi attacchi e anche un recente attacco missilistico yemenita contro il suo aeroporto principale. Il Qatar ha suscitato l’ira saudita per la diplomazia petrolifera regionale indipendente, come cercare relazioni amichevoli con l’enorme vicino Iran. I furiosi sauditi hanno finanziato tre dittature regionali, Egitto, Giordania ed Emirati Arabi Uniti affinché aderissero al boicottaggio contro il Qatar. Queste azioni si sono ritorte sui sauditi, portando ad ulteriori accordi commerciali del Qatar con Iran e Iraq, superando efficacemente le poderose sanzioni del re saudita. È evidente che la decrepita monarchia saudita non riesce a flettere efficacemente i suoi muscoli flaccidi contro i vicini. Le proiezioni di potenza saudite oltre l’immediato vicinato non sono riuscite a migliorare l’immagine della monarchia come potenza globale. I mercenari dello SIIL finanziati dai sauditi sono stati decisamente sconfitti, distrutti dalle forze iracheno-sciite e dall’alleanza del governo siriano-russo-iraniano-Hezbollah in Siria. Di conseguenza i mercenari hanno arraffato lo stipendio e sono fuggiti nei loro Paesi d’origine per crearvi subbugli. I terroristi mercenari supportati dall’Arabia Saudita in Afghanistan vengono emarginati dai taliban, che possono ancora godere di qualche residua generosità saudita ma perseguono un proprio programma nazionalista. I sauditi firmano operazioni segrete con Israele, un caso di mutua manipolazione basata sulla comune ostilità a Iran, Siria, Hezbollah, Hamas e Yemen. Ciò ha provocato lo strano matrimonio tra sauditi wahhabiti, sionisti di Wall Street e fanatici militaristi israeliani.

I momento saudita di Donald Trump: Walzer con Muhamad bin Salman
All’inizio di novembre 2017, il principe ereditario e viceprimo ministro dell’Arabia Saudita, Muhamad bin Salman (MBS), arrestava 30 ministri e generali, il miliardario “Warren Buffet arabo” e 11 principi, sequestrando quasi un trilione di dollari in attività. Questa era la più grande epurazione della storia saudita. Altri principi usa e getta sono morti prematuramente nel processo. MBS ha occultato la presa di potere con la campagna “anti-corruzione” per ripulire la burocrazia statale e sostituirla con suoi diretti fedeli. Il principe ereditario ha spacciato il suo colpo di Stato come “trasformazione storica”, purgando la vecchia guardia per modernizzare la monarchia. La maggior parte degli osservatori respinge la retorica del “buon governo” di MBS come “stronzata” ed esigua copertura al consolidamento di una dittatura personale. L’idea del principe ereditario di “modernizzazione” era accompagnata da provocazioni militari regionali, minacce e guerre tra fazioni. Il progetto di MBS per “trasformare” l’Arabia Saudita potrebbe non attrarre il tipo di investimento estero di cui ha bisogno. Il passo di MBS sul blocco del Qatar, dove vi è una base aerea strategica e migliaia di truppe degli Stati Uniti, ha provocato la disapprovazione del Pentagono. MBS ha ordinato al primo ministro libanese Sad al-Hariri, burattino della monarchia saudita e cittadino libanese-saudita, di volare a Riyadh e annunciare le dimissioni alla TV saudita. Ha letto un copione che denunciava Iran ed Hezbollah (nell’attuale coalizione di governo libanese) di complottarne l’assassinio. In modo che a nessuno sfuggisse la connessione con MBS, Hariri si nascose in Arabia Saudita e si rifiutava o non poteva tornare a casa. Il piano di MBS per prendere il potere è stato in primo luogo chiarito con gli Stati Uniti, dopo un incontro a metà anno col presidente Trump. L’imminente epurazione fu firmata con un accordo petrolifero da due miliardi di dollari tra Washington e Riyad. Il dispotico ma ‘visionario’ principe ereditario offriva a Wall Street i “gioielli della corona” sauditi, promettendo di privatizzare la compagnia petrolifera statale da trilioni di dollari. Ha offerto accordi miliardari agli investitori statunitensi e dell’UE per costruire moderne megalopoli per i cittadini sauditi, sostituendosi ai letargici corrotti principi petroliferi, burocrati e santoni. Le manovre belliche regionali saudite e il golpe provocano la paura di una maggiore instabilità regionale tra gli investitori. La retorica anti-iraniana di MBS e le minacce selvagge di attaccare Teheran potrebbero aver eccitato il primo ministro israeliano Netanyahu e il suo nuovo barboncino alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ma questo non ha impressionato i generali del governo Trump o i banchieri di Wall Street. Il regime instabile di MBS, la sua guerra e la vendita del petrolio non creano le basi politiche ed economiche necessarie per un’economia moderna, sofisticata e diversificata. La maggior parte degli osservatori conclude che la vendita di ARAMCO sia un affare una tantum con pochi vantaggi in termini di posti di lavoro qualificati, imprese locali e diversificazione economica. Al momento, MBS ha “conquistato” l’ex-governatore dello Yemen, il deposto ed impopolare Abdrabuh Mansur Hadi. I suoi poteri di persuasione hanno fatto magie sull’ex-sfidante o ex-esiliato primo ministro libanese Sad Hariri e sul geograficamente incompetente presidente Trump. MBS assume i massimi ex-dirigenti di Stati Uniti e Regno Unito per gestire la vendita del petrolio. Intende presentarsi da “despota modernizzante”, almeno finché il prossimo intrigo principesco lo caccerà dal potere. Nel frattempo si piazza da potentato “moderno” del Medio Oriente, protetto da clan tribali, disprezzato dal popolo, in privato ridicolizzato dai suoi adulatori esteri ed abilmente “assistito” da stranieri arruolati. Senza dubbio sarà rallegrato da qualsiasi pagliaccio occupi la Casa Bianca degli Stati Uniti. Per ora, i sauditi possono ancora attrarre mercenari, picchiare e affamare milioni di yemeniti, vendere petrolio e continuare a finanziare attentati terroristici a Beirut, Baghdad, Parigi e… New York!

Conclusione
Arabia Saudita ed Israele svolgono i ruoli chiave nell’ancorare l’arco della reazione e del terrore in Medio Oriente, fomentando guerre, finanziando il terrorismo e diffondendo la frammentazione etnico-religiosa che causa milioni di rifugiati. Il “principe ereditario MBS” dell’Arabia Saudita compete con Netanyahu nell’inventare le più oltraggiose calunnie guerrafondaie contro l’Iran, preparando il mondo a una conflagrazione globale. MBS aiuta attivamente gli israeliani fomentando divisioni confessionali in Libano per dare ad Israele una scusa per attaccare Hezbollah e milioni di libanesi. MBS sostiene che il missile yemenita che ha colpito l’aeroporto di Riyadh era una dichiarazione di guerra di Teheran… come se il blocco affamatore dei sauditi e il bombardamento quotidiano delle città yemenite non giustificassero il contrattacco. La febbre bellica di Riyadh è una scusa dell’impotenza politica di MBS e “stratagemma intelligente” per distrarre dal gioco infantile di principi volteggianti ed intrighi clanici. MBS, nonostante tutti i cliché modernizzanti e le relazioni pubbliche attentamente curate, diffuse dai media occidentali corrotti, è ancora l’aspirante capo di un esercito tribale, dipendente da una fragile alleanza con alleati inaffidabili: l’alto comando e le truppe egiziani disprezzano i goffi sauditi; il governatore del Bahrayn è sostenuto dalle forze mercenarie saudite; le masse saudite sono controllate dai signori della guerra tribali e loro torturatori; forza lavoro ed esercito di domestici stranieri importati sono brutalizzati, violentati e imbrogliati. Difficilmente è un capo che ispira l’uscita dell’Arabia Saudita dal Medioevo. Il principe ereditario è seduto su una polveriera che minaccia di distruggere gli allineamenti politici in Medio Oriente e nei mercati finanziari e petroliferi globali. L’Arabia Saudita è un regime fragile dalla scarsa capacità. Gli attuali sovrani immaginano che il loro potere in prestito e gli intrighi di palazzo possano prosperare su fondamenta marce e con un’oligarchia disprezzata. Il primo missile che MBS osasse puntare su Teheran segnerà la caduta della Casa di Sabbia. Medio Oriente e mercati globali sprofonderebbero in una grave crisi. I prezzi del petrolio saliranno, i mercati azionari crolleranno e Israele andrà in guerra con Hezbollah. Donald Trump manderà le forze statunitensi contro gli iraniani ben armati e patriottici a casa loro. Iraq e Siria affronteranno i burattini regionali statunitensi, i curdi. Cina, Russia e India aspettano di firmare accordi petroliferi enormi. L’industria statunitense del fracking festeggerà mentre i prezzi del petrolio segneranno nuovi massimi. I principi sauditi fuggiranno in Europa, abbandonando centinaia di migliaia di servitori. Forse dovranno prepararsi il caffè! Trump pubblicherà un “tweet d’azione per tutti gli americani”, coi marines nei pozzi petroliferi! Per fare ancora grande l’America sulle spalle stanche dei GI! L’AIPAC assicurerà il voto unanime al Congresso dichiarando che i giacimenti petroliferi dell’Arabia Saudita fanno parte del Grande Israele. Con storici alti prezzi del petrolio, il Venezuela si riprenderà, pagherà i debiti, finanzierà l’agenda sociale, riaprirà scuole e cliniche e rieleggerà un presidente socialista. Un consorzio di investitori occidentali prenderà il sopravvento, dopo che i sauditi avranno fato le tende fuggendo a Londra, inondando i mercati petroliferi. Ma questo è uno scenario a lungo termine… o no?Traduzione di Alessandro Lattanzio

Guerra sul Libano o sul prezzo del petrolio?

Tom Luongo, 13 novembre 2017Sembra che ogni giorno ci avvicini alla guerra mondiale. Le turbolenze dell’Arabia Saudita ora diventano aggressione a Libano e Iran. La Lega araba si riunisce per discutere dell’Iran. I sauditi attivano la loro forza aerea. La guerra di propaganda è a pieno ritmo e Israele aumenta la bellicosità contro Siria e Libano. Se avete seguito il mio lavoro precedente (qui e qui) saprete che non credo a una parola che ciò porti alla guerra. Sauditi e l’alleato ora conclamato Israele fanno rumore e, in alcuni casi, continuano ad agire aggressivamente. Ma non possono fare nulla di più sostanziale senza una parola da Stati Uniti e/o dalla Russia. Infatti, più agitano le sciabole, più è probabile che saranno messi al loro posto. Nel fine settimana i presidenti Trump e Putin s’incontravano in Vietnam, per quanto brevemente, pubblicando dichiarazioni che chiarivano che, nonostante l’opposizione dello Stato profondo, sono in sintonia su una nuova guerra. Non la vogliono. Israele cerca di spacciare l’accordo di Amman firmato da Putin e Trump come creazione di una “zona senza l’Iran” nei pressi delle alture del Golan, ne è la prova. Israele, in ogni caso, non è altro che un istigatore in quella parte della Siria, cogliendo ogni occasione per attaccare impunemente il vicino sovrano ogni settimana. E il tentativo di spacciarlo alla propria gente come prova dell’influenza sui colloqui chiarisce la debolezza della posizione del governo israeliano. Mentre si avvicina il vertice di Sochi, dove avrà inizio il processo politico per la Siria del dopoguerra, sarà più evidente che Israele sarà solo se continua ad essere aggressivo. L’accordo di Amman è un passo lontano da ulteriori guerre. Quindi, se non è per la guerra, allora per cos’è tutto questo? Semplice. I soldi. I sauditi hanno bisogno di barili a 65-70 dollari da quest’anno in poi. Il rumor di sciabole e persino attaccare Hezbollah creando un possibile disagio nei rifornimenti darà ai manipolatori del petrolio il coraggio di alzare il prezzo.

Purga o Putsch?
Ci sono due scuole di pensiero su Muhamad bin Salman, e come Alexander Mercouris, credo all’unione del peggio di entrambi. “Le idee su Muhamad bin Salman variano tra chi lo vede autentico riformatore che sa che l’Arabia Saudita ha urgente bisogno di cambiare per evitare il collasso e chi lo vede come azzardato dittatore che intende concentrare in sé il potere saudita. Queste due teorie non si escludono. È possibile che Muhamad bin Salman sia entrambe le cose: intende diventare il dittatore per attuare le riforme che crede l’Arabia Saudita abbia bisogno per sopravvivere e probabilmente crede anche non possano essere realizzate in altro modo”. Così, per il momento guarda la situazione cercando di dirigerla, per quanto può, verso i suoi obiettivi. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ritiene ancora di aver il sostegno del governo statunitense e sfrutta il caos che Bin Salman ha creato per assicurarsi un futuro politico che, come già visto, è al lumicino. E ciò significa minacciare la stabilità regionale con una guerra per alzare il prezzo del petrolio. La notizia su una riunione di emergenza della Lega araba per discutere la “situazione dell’Iran” e mettere la forza aerea saudita in allerta, rientra nella stessa linea. Finora, tuttavia, i prezzi del petrolio si rifiutano di muoversi. E c’è il momento in cui i commercianti chiamano sempre il bluff dei leader mondiali che sembrano volere la guerra. I commercianti di petrolio ed oro si “stancano della guerra” abbastanza rapidamente e quasi sempre svaniscono dal raduno facendo prevalere le menti fredde. Può essere normale, ma questa volta penso che ci sia un bel richiamo. Trump da parte sua, non può trarre vantaggio dal caos. Si noti come tutti si concentrano sull’Arabia Saudita e non su piccoli dettagli in Siria?

Lebaneezer Scrooge
Il perché non vedremo una guerra è ovvio. Il nuovo principe ereditario saudita s’è smascherato come piccolo gangster arrestando e facendo dimettere il primo ministro libanese Sad Hariri. L’obiettivo era ovviamente spingere il governo libanese nel caos e provocare una violenta risposta da Hezbollah. Non funzionava. Infatti, è accaduto il contrario, com’era prevedibile. Le operazioni di cambio regime maldestre come questa incontrano sempre resistenza. Il governo della coalizione non è caduto. La gente lo sostiene. Le affermazioni del leader di Hezbollah Hasan Nasrallah sulle dimissioni di Hariri erano forti ma misurate. E la mancanza di violenze da parte di Hezbollah parla chiaro puntando il riflettore su bin Salman e la sua follia. Bin Salman ha tentato una mossa del genere col Qatar all’inizio dell’anno, costringendo gli altri membri del Consiglio di cooperazione del Golfo a bloccare finanziariamente e fisicamente il Qatar col preteso del sostegno ai terroristi. Non abboccando Hezbollah dice ai commercianti petroliferi sauditi di lavorare molto più duramente per avere i risultati dovuti. In entrambi i casi la Russia, con la sua struttura ed economia superiori, può andare avanti qualsiasi cosa accada al petrolio.

Nuovo vantaggio di Putin
Quindi, non si pensi che Putin sostenga i sauditi su questa mossa per aumentare di 20 dollari il petrolio. I media negli Stati Uniti ne avranno di che chiacchierare tra 3… 2 … 1. Infatti, sono sicuro che Putin voglia i sauditi disperati, e il prezzo attuale del petrolio è un po’ troppo alto per questo. 63 dollari per il Brent Crude è ottimo per l’economia russa. Sarebbe meglio per sauditi e Stati Uniti, come una nuova relazione di UBS dice, una crescita del PIL degli Stati Uniti quest’anno, per lo più dato dall’aumento dei prezzi del petrolio che porti a rinnovare le perforazioni. I sauditi hanno bisogno di 65-70 dollari al barile per stabilizzare il loro budget. Gli Stati Uniti hanno bisogno di prezzi più alti per sostenere la crescita. Nel frattempo l’economia della Russia si diversifica dal petrolio e relativo legame col dollaro statunitense. Quindi, non aspettatevi più di questo. Perché mentre i sauditi hanno bisogno di prezzi del petrolio più elevati, non possono creare una guerra per procura per ottenerli. Devono farlo da soli e sarebbe catastrofico per loro. Quel che è più probabile è che il prezzo arrivi a 55 dollari al barile Brent Crude. Putin continua ad accordarsi sulle armi economiche e difensive con tutta la regione promuovendo pace e stabilità. E lentamente ma sicuramente questi accordi costruiscono l’esatto quadro finale. Ora, tocca a Trump convincere Israele e Arabia Saudita ad aderivi ufficialmente, e a rendersi conto che non appaiono, e neanche davvero, controllare il prezzo del petrolio.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Trump e la missione del futuro re saudita

Nasser Kandil, 14 novembre 2017 – Comitato Valmy
Nasser Kandil è un politico libanese, ex-deputato, direttore di Top News e caporedattore del quotidiano libanese “al-Bina“.

Cos’è successo? Ecco un’analisi riassunta dagli ultimi articoli e trasmissioni di Nasser Kandil. Sembra rispondere a molte domande.Le realtà e l’equilibrio delle forze sul campo suggeriscono che l’alleanza statunitense-saudita-sionista non sia pronta ad intraprendere la follia di una grande guerra in Medio Oriente, ma non escludono che cerchi di raggiungere propri fini con una guerra meno intensa su un fronte giudiziosamente scelto, per riequilibrare la situazione attuale favorevole alle forze della Resistenza e dell’alleato russo. Una complessa equazione che l’alleanza ha recentemente cercato di risolvere appoggiando i separatisti curdi, impedendo la liberazione di al-Buqamal, considerando una guerra limitata nella Siria meridionale e nel sud del Libano. Ma tali piani si sono rivelati vani nel confronto globale. Infatti, il sostegno del piano separatista curdo in Iraq avrebbe probabilmente portato a una guerra contro almeno Iran, Iraq e Turchia; l’insistenza degli Stati Uniti nell’impedire agli eserciti siriano e iracheno e alle forze della Resistenza di convergere su al-Buqamal, dicendo che il confine siriano-iracheno era una linea rossa, significava entrare in guerra con Siria, Iran, Hezbollah e Hashd al-Shabi, sostenuti dalla Russia; mentre la guerra nella Siria meridionale o in Libano meridionale avrebbe messo Israele nel mirino di migliaia di razzi da Libano, Siria e Iran. Ma le guerre non sono roba per dilettanti, specialmente quando si tratta di avventurieri come coloro che avviano guerre perse in partenza, come nello Yemen. Errori che saranno fatali per il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il principe ereditario saudita Muhamad bin Salman e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che giocano la loro parte, ma nei limiti consentiti dai militari e dall’intelligence statunitensi. Tuttavia, Stati Uniti, Russia, Iran, Turchia, Arabia Saudita, Israele ed alleati operano nella zona geografica che va dalla Russia al Golfo e dall’Iran al Mediterraneo. Un’area geografica tradizionalmente definita “Medio Oriente” e che gli Stati Uniti tentavano d’espandere nel “Grande Medio Oriente” considerandolo propri spazio vitale e zona esclusiva d’influenza [2]. Questo senza contare l’inaspettato passo della Russia divenuta attore principale nella regione, soprattutto perché dal crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti si dimostrano incapaci di risolvere i conflitti. Una regione fortemente ricca e corrispondente più precisamente a quella definita dalla visione strategica dei “cinque mari” sviluppata nel 2004 dal Presidente Bashar al-Assad [3]. Infatti, è proprio in questa regione specifica che si svolgono lotte e guerre dirette o indirette che probabilmente porteranno a un nuovo ordine regionale e, di conseguenza, mondiale.
Cinque mari e quindi “cinque spazi vitali” dove gli Stati Uniti non sono più decisivi:
• Mar Caspio: dove il conflitto si è concluso a favore di due importanti attori, Iran e Russia; il Kazakistan ha ospitato nella sua capitale Astana incontri sulla Siria sotto la direzione russa e l’Azerbaigian che, mentre prima ospitava aerei israeliani destinati a colpire l’Iran e si preparava a competere col petrolio russo in Europa attraverso l’oleodotto turco, recentemente firmava un accordo di cooperazione strategica trilaterale con Iran e Russia a Tehran, mentre orbita verso la Turchia.
• Il Mar Nero: dove la guerra alla Siria e la sicurezza nazionale spinsero la Turchia a rivedere le proprie alleanze e a rivalutare i propri interessi, in modo da entrare, in parte, nell’alleanza russo-iraniana nonostante adesione alla NATO e il conflitto ancestrale con la Russia.
• Golfo Persico: dove una guerra sarebbe catastrofica per tutti, con Iran e Stati Uniti che si affrontano tramite la flotta statunitense.
• Mar Mediterraneo: dove una guerra sarebbe ancora più catastrofica, questo spazio è un lago internazionale con la presenza di statunitensi, francesi, inglesi, italiani, spagnoli, russi, turchi, siriani, israeliani…
• Mar Rosso: infine, l’unico spazio in cui è ancora possibile cambiare l’equilibrio delle forze senza rischiare un confronto globale, quindi l’ultimo spazio che permetta agli Stati Uniti di condurre la guerra per procura che gli serve. Sono presenti sul Mar Rosso: Cina a Gibuti; Iran in Eritrea, come dicono statunitensi, sauditi ed israeliani; Arabia Saudita; Egitto; Israele e Yemen.

I. Missione nello Yemen, sottrarre il porto di al-Hudayda ad Ansarallah
Ma solo Egitto e Yemen sono alle estremità nord e sud del Mar Rosso. Pertanto il controllo di questo mare per gli Stati Uniti implica la presenza saudita sulle coste dello Yemen, tra cui al-Hudayda, e allo stesso tempo ridurre il ruolo dell’Egitto alla neutralità. La “guerra di al-Hudayda” è dunque una guerra limitata, scelta per evitare una guerra in cui Stati Uniti e Israele sanno di non poter essere coinvolti. Se il saudita vincerà, sarà a vantaggio della coalizione internazionale. Se sarà sconfitto, sarò l’unico a subirne le conseguenze, specialmente perché ha già largamente compensato dalla campagna contro i cugini, spogliati delle loro fortune in una notte senza luna.

II. Missione in Siria, nascondere gli invasori di Raqqa sotto un’identità araba
A fine ottobre, il ministro saudita Thamar al-Sabhan apparve a Raqqa col generale Brett McGurk, nominato da Trump alla guida della coalizione internazionale. Il suo ruolo era convincere gli abitanti arabi della regione ad accettare l’occupazione della città dalle forze democratiche curde [SDF]. In altre parole, il saudita era responsabile della legittimazione dei separatisti curdi, che coprivano la presenza illegale di soldati statunitensi nel territorio siriano.

III. Missione in Libano per eliminare Hezbollah accontentando Israele
In Libano, l’equazione è: riconoscimento saudita delle vittorie di Hezbollah in Siria, contro riconoscimento iraniano delle vittorie saudite nello Yemen dopo la cattura di al-Hudayda. Ciò significa che le dimissioni del primo ministro libanese Sad Hariri, dettate dall’Arabia Saudita, hanno due obiettivi. Da un lato, spingere il governo libanese a togliere legittimità politica ad Hezbollah, a meno che non si ritiri dalla Siria, come pretende Israele. D’altra parte, dissuadere l’Iran dall’intervenire nella guerra di al-Hudayda, deterrente concomitante alla chiusura delle acque territoriali yemenite e alle accuse all’Iran per il presunto aiuto ai lanci missilistici sul territorio saudita.

IV: Reazione all’intervista di Sad Hariri, trasmessa da al-Mustaqbal TV da Riyadh, il 12 novembre
Oltre al fatto che questa intervista [4] dimostra che Sad Hariri agisce contro la sua volontà, constatiamo che annunciava la rottura del compromesso nazionale previsto all’inizio del sessennio. Un annuncio dettato dall’Arabia Saudita, dato che questo compromesso non è ancora violato. Il suo discorso cercava di convincere, ma senza riuscirci perché era noto il contenuto: coesistenza e pluralismo politico per la grande soddisfazione di Hariri, fino alla dimissioni forzate. Inoltre, è chiaro che costringendo Hariri a tenere tale discorso, l’Arabia Saudita cerca un nuovo compromesso il cui contenuto è inaccettabile, in quanto mira a integrare il Libano nell’asse saudita e nel suo conflitto contro Siria ed Iran. Ciò significa che Hariri non tornerà per un nuovo compromesso, ma per confermare le dimissioni fino alle prossime elezioni, in cui parteciperà. Nel frattempo, si libererà degli alleati del suo campo, precipitatisi dopo le dimissioni a riceverne l’eredità, e riconquisterà il sostegno popolare perso prima di questo processo; permettendogli di rimuovere molti concorrenti dal prossimo parlamento. Tutto grazie a coloro che sarebbero i rivali del campo opposto!

Conclusione
Questi sono i tre obiettivi tattici della missione di Trump a bin Salman. È lui che ne ha ordinato l’esecuzione. Infine, è il miglior partner di Trump nella regione dei “Cinque Mari”. La ricompensa prevista è il trono saudita. Tuttavia, per il momento, bin Salman raccoglie sconfitte. Infatti:
• La prima scommessa era vincere la sua guerra allo Yemen, per poi dichiarare trionfalmente di aver espulso l’Iran dal Golfo, prima di mettesi sul trono. Ha fallito.
• La seconda scommessa era presentarsi da unico agente di Trump nel Golfo, abbattendo il Qatar. Ha fallito.
• La terza scommessa era sfruttare la carta confessionale libanese per coprire la guerra di Stati Uniti ed Israele contro Hezbollah. Ha doppiamente fallito. Primo, con la detenzione di Hariri sperava di mobilitarne i correligionari libanesi, fedeli all’Arabia Saudita; ma hanno risposto: “Signore, non tocchi Hariri!” invece di dichiarare guerra ad Hezbollah. Secondo, quando ha visto la solidarietà libanese, soprattutto con la decisione della presidenza e di Hezbollah di considerare il “dopo Hariri” solo dopo sua liberazione e ritorno in Libano. Di conseguenza, la sperata rivolta contro Hezbollah è divenuta una rivolta contro l’Arabia Saudita. Resta da vedere quanto lontano Stati Uniti e Israele saranno disposti ad andare rispondendo ai suoi appelli alla guerra…

Nasser Kandil, 13/11/2017
Sintesi di Mouna Alno-NakhalFonti:
[1] 60 minuti con Nasser Kandil del 06/10/2017
[2] 60 minuti con Nasser Kandil del 10/11/2017
[3] Articolo del 09/11/2017
[4] Articolo dell’11/11/2017
[5] Articolo del 13/11/2017

Note:
[1] Discorso di Donald Trump a Riyadh
[2] Grande Medio Oriente
[3] Bashar al-Assad, personalità araba dell’anno
[4] Intervista a Sad Hariri a Riyadh; 20/11/2017

Traduzione di Alessandro Lattanzio