Siria e Venezuela, similitudini che suscitano pericoli e domande

Sergio Rodriguez Gelfenstein, Resumen Latinoamericano, 3 febbraio 2018A chiunque sia interessato all’argomento e abbia il tempo di investigarvi, consiglio di leggere i media seri e decenti rimasti dal gennaio 2011, quando iniziò la cosiddetta “primavera araba”. Per coincidenza, ero in Algeria, invitato dall’Accademia diplomatica del Paese per tenere conferenze sull’America Latina, sperimentando il fenomeno alla sua nascita, soprattutto quando incontrai un deputato colombiano che era ad Algeri e doveva recarsi in Tunisia proprio il 14 gennaio, quando il presidente autoritario del Paese, Abidin Ben Ali si dimise. Consigliammo al parlamentare del Paese confinante d’interrompere il viaggio e tornare a Bogotà prima di rischiare, dopo aver verificato cosa significasse l’inizio delle rivolte. La verità è che la “primavera araba” coinvolse circa 20 Paesi della regione, attorno ai quali la visione della stampa e dell’opinione pubblica occidentali si costruì basandosi su vicinanza, lealtà e subordinazione dei governi a Stati Uniti ed Europa. Così, mentre in Arabia Saudita, Quwayt, Bahrayn, Emirati Arabi, Qatar e Giordania, tra gli altri, c’erano rivolte per protestare contro le condizioni di vita misere che i governi dovevano risolvere; in Libia, Siria e Algeria ci furono rivoluzioni democratiche contro governi autoritari e repressivi che dovevano essere rovesciati. Così fecero in Libia, la fine è nota: la scomparsa di uno Stato, oggi “controllato” da tribù e terroristi dalle diverse pellicce che lottano per impossessarsi del petrolio e della più grande riserva idrica del Nord Africa. In Siria non ci riuscirono, bisogna dire che nel primo caso Russia e Cina lasciarono che Stati Uniti e NATO agissero, indipendentemente dal destino di quel popolo e di quel Paese, peccando di ingenuità od omissione. Per quanto riguarda la Siria, l’umanità è grata per non aver permesso alle forze coloniali e imperialiste di agire nello stesso modo. Ma tornando all’argomento, ricordo che in Siria tutto iniziò con marce pacifiche che chiedevano democrazia che ben presto divennero violente azioni di gruppi radicali, avviando la creazione di un'”opposizione moderata” che non poté resistere alla competizione per la distribuzione delle risorse provenienti dall’occidente e dalle monarchie sunnite, destinandole ad al-Qaida e Stato islamico per occupare territori e scatenare odio e furia contro i principi base di ogni civiltà: cristiana e musulmana. Infine, dopo una breve e accelerata virata, i cortei pacifici dell’opposizione divennero gruppi terroristici che minacciavano la stabilità globale. Tuttavia, gli Stati Uniti raggiunsero l’obiettivo creando taliban ed al-Qaida per espellere l’Unione Sovietica dall’Afghanistan, e lo Stato islamico per destabilizzare il Medio Oriente, occupare la Siria e minacciare d’invasione l’Iran. Le tre organizzazioni “sfuggirono di mano” e oggi sono costretti a una grande propaganda per dimostrare che le combattono, quando è dimostrato che gli USA, in alleanza con Israele e le monarchie sunnite, li armano, supportano, finanziano ed addestrano. Qualcuno potrebbe pensare che sia una contraddizione infondata, ma le azioni degli Stati Uniti contro il terrorismo non sono decisive, ma solo il minimo necessario per dimostrare una presunta volontà di affrontarlo. A mostrare una realtà diversa sono i media e gli specialisti nella costruzione di scenari “post-verità”. In ogni caso, lo scopo degli USA nel generare conflitti che ne legittimino la presenza militare e creino le condizioni per l’intervento negli affari interni dei Paesi che disobbediscono al mandato imperiale, è stato ampiamente raggiunto.
Tale riflessione mi sovviene analizzando la situazione in Venezuela, inevitabile dopo aver guardato lo specchio siriano: marce di dimostranti per la democrazia che diventano violente, inizialmente focalizzate ma che si generalizzano, che porteranno inevitabilmente a un conflitto di proporzioni superiori, forse simili a quelle della Siria. L’Arabia Saudita, che con la Colombia recitano il ruolo di supporto alle basi militari statunitensi nelle rispettive regioni (mentre le organizzazioni internazionali “voltano le spalle” alle loro gravi violazioni dei diritti umani), hanno incubato eserciti terroristici per attaccare un altro Paese. Le organizzazioni regionali (Lega araba e Consiglio di cooperazione del Golfo) da un lato e OSA dall’altro, hanno fornito le basi diplomatiche per legalizzare tali azioni. I governi reazionari feudali (Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Quwayt e Turchia) sostengono la ribellione in Medio Oriente e le amministrazioni neoliberali dell’America Latina (Messico, Colombia, Cile, Perù, Argentina, Panama e Brasile) fanno lo stesso contro il Venezuela. Cos’hanno in comune? La vergognosa subordinazione agli Stati Uniti, che allo stesso tempo gli permette ogni oltraggio contro i popoli: violazione delle costituzioni e della democrazia che essi stessi hanno inventato, dei diritti umani alleandosi col narcotraffico, applicazione a tutti i costi dei modelli neoliberali, repressione dei popoli; tutto ciò non è noto perché, ancora una volta, i media hanno il compito di nasconderlo.
Se seguiamo lo sviluppo delle azioni in Siria e proviamo a proiettarle in Venezuela, dovremmo dire che sembra che la violenza sia stata instillata come pratica politica che, come mostra il dramma siriano, si sa quando inizia, ma non quando finisce. In tale scenario, i primi cento morti sono noti per nome, quando si arriva al migliaio, o se ne contano a decine, raggiungendo diecimila, centomila o più, a nessuno importa delle cifre esatte, solo il numero degli zeri interessa l’informazione che non interessa più a nessuno. In Siria, secondo i media, sarebbero 350-400mila morti. Con tale logica, i primi “esiliati” che arrivano vengono ricevuti come eroi nei Paesi limitrofi che sostengono le violenze, ma poi, quando una marea incontrollabile minaccia anche di danneggiare la sicurezza nazionale e l’integrità di ogni Paese, la questione diventa più complessa. Nel nostro ambiente, mi chiedo cosa succederebbe se i 6 milioni di colombiani che vivono in Venezuela tornassero nel proprio Paese o se Cile, Panama, Argentina e Perù, nominandone alcuni, affrontassero forti mutazioni d’identità da parte di alcune decine di migliaia di venezuelani che arrivano nelle loro città, o ne ricevessero centinaia di migliaia generando influenze di ogni tipo nelle proprie società e mercati. E cosa succederebbe se in Venezuela ci fosse un cambio di governo violento, che senza esitazione iniziasse a sviluppare misure neoliberali, che indubbiamente sarebbero contrastate dal popolo o dalla gran parte che ha visto la propria vita cambiata negli ultimi anni; ci chiediamo, quel governo avrà la forza di ordinare la repressione? Durerà più di un anno come Temer, che barcolla solo dodici mesi dopo aver illegalmente preso il potere? E tutto questo nel Paese che ha le maggiori riserve di petrolio al mondo? Cosa accadrebbe al mercato dell’energia? Qualcuno si chiese se le forze armate venezuelane, in questo scenario, di nuovo reprimerebbero il popolo come in passato e come recentemente è successo in Brasile. Oppure prendiamo lo scenario siriano e lo passiamo qui: gli Stati Uniti, col sostegno dell’estrema destra, sono riusciti a creare un esercito paramilitare in Colombia, che proverà a prendere parte del territorio del Venezuela per creare uno Stato paramilitare che, naturalmente, “sfuggirà di mano agli Stati Uniti”. Anche se con questo la potenza nordamericano avrà raggiunto lo stesso obiettivo del Medio Oriente, generando instabilità per legittimare gli interventi, in questo caso dovrà valutare che, nonostante l’annuncio della lotta al terrorismo, tali azioni minaccerebbero la stabilità politica e sociale di Colombia ed America Latina, tornando a un passato che si credeva sepolto per sempre. Cosa farebbero FARC ed ELN in queste condizioni? Cosa farebbe la sinistra latino-americana di fronte tale situazione quando gli avranno consegnato su un piatto d’argento lo strumento dell’unità e della lotta continentale? Mi chiedo se non vedremo, nel migliore dei casi, lo slogan che mobilitò milioni di persone nel secolo scorso nei Paesi della regione, dal Rio Grande alla Patagonia: “Yanquis, a casa!” e sarà bello bruciare di nuovo le bandiere statunitensi. Il peggio, non voglio neanche immaginarlo, ritorneremmo a cinquanta anni fa e dovremo ricominciare da capo, ma la pazienza dei popoli è infinita, non so per il capitale che vedrebbe diminuire i profitti.
E tutto questo, perché gli Stati Uniti non vogliono o non possono indurre l’opposizione venezuelana ad accettare regole democratiche, attendere le elezioni del 2018 e lasciare che il popolo decida il proprio futuro. C’è poco da dire, molte vite potrebbero essere salvate e ci sarebbe molto da guadagnare.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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L’amministrazione Trump pianifica un golpe alla Pinochet in Venezuela

Wayne Madsen SCF 05.02.2018L’amministrazione retrograda di Donald Trump progetta un colpo di Stato militare in Venezuela per estromettere il governo socialista del Presidente Nicolas Maduro. Il segretario di Stato Rex Tillerson, parlando all’Università del Texas prima d’intraprendere un tour in America Latina e Caraibi, ha detto che l’esercito è spesso intervenuto nella politica latinoamericana durante le crisi. Le osservazioni di Tillerson hanno evocato scene dal buio passato dell’America Latina. A peggiorare le cose, Tillerson invocava la dottrina imperiale Monroe del 1823, sottolineando che è “rilevante oggi come il giorno in cui fu scritta”. La Dottrina Monroe, nella storia americana, fu usata dagli Stati Uniti per giustificare l’intervento armato in America Latina, spesso allo scopo d’istituire “repubbliche delle banane” asservite ai capricci di Washington. Secondo la BBC, Tillerson fece l’affermazione dichiarando che non “difende il cambio di regime e che non ha informazioni su alcuna azione programmata”. Il consigliere per la sicurezza nazionale di Richard Nixon Henry Kissinger fece commenti simili prima del sanguinoso colpo di Stato dell’11 settembre sostenuto dall’Agenzia per l’Intelligence Centrale, nel 1973, contro il Presidente socialista cileno Salvador Allende. Mentre respingeva pubblicamente qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti nella destabilizzazione del governo democraticamente eletto del Cile, Kissinger lavorava dietro le quinte con le forze armate cilene per rovesciare e assassinare Allende. Undici giorni dopo il colpo di Stato cileno, Kissinger fu premiato da Nixon venendo nominato segretario di Stato e mantenendo il portafoglio di consigliere per la sicurezza nazionale.
Da quando il predecessore di Maduro, Hugo Chavez, salì al potere nel 1999, la CIA tentò almeno un colpo di Stato militare, rapidamente annullato, nel 2002, diverse proteste e sommosse in stile “rivoluzione colorata”, guerra economica e scioperi generali iniziati dalla CIA per scacciare Chavez e Maduro dal potere. Tillerson, ex-amministratore delegato di Exxon-Mobil, ha lungamente supervisionato il controllo degli Stati Uniti sulla società petrolifera statale del Venezuela Petróleos de Venezuela, SA (PdVSA). L’itinerario latinoamericano di Tillerson tradisce i piani sul Venezuela. Tillerson si recherà in Messico, nazione dalla relazione travagliata con gli Stati Uniti per la retorica di Trump. Il consigliere per la sicurezza nazionale di Tillerson e Trump, HR McMaster, accusava la Russia, senza la minima prova, d’interferire nell’attuale campagna elettorale presidenziale in Messico. Il candidato del partito di sinistra MORENA, il leader Andres Manuel Lopez Obrador, o “AMLO”, ha dovuto respingere le false accuse di aver accettato finanziamenti dai russi. Il candidato di destra Jose Antonio Meade, il favorito di Washington, accusava AMLO di essere sostenuto dalla Russia. AMLO, rispondeva alle ridicole accuse di Meade, che corre col Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), corrotto dal narcotraffico, indossando spesso scherzosamente una giacca col nome “Andres Manuelovich”. Oltre al Messico, Tillerson visiterà anche Argentina, Perù, Colombia e Giamaica. Le soste di Tillerson svelano le sue reali intenzioni. L’Argentina, governata da Mauricio Macri, immobiliarista di Trump, e Perù, il cui scandaloso presidente Pedro Pablo Kuczynski elogia Trump e guida le azioni anti-Venezuela nell’Organizzazione degli Stati americani e in altre istituzioni internazionali. La Colombia è la base per le operazioni paramilitari e d’intelligence della CIA contro il Venezuela. A causa delle sanzioni USA contro il Venezuela, la Colombia ora ospita migliaia di rifugiati economici venezuelani, terreno fertile per reclutare le pedine per un colpo di Stato contro Maduro. Tutte le soste di Tillerson in America Latina, con l’eccezione della Giamaica, sono Paesi membri del Gruppo Lima, un blocco di nazioni che cerca di rovesciare Maduro dal potere in Venezuela. Lo scalo di Tillerson in Giamaica è ovviamente volto a staccare dall’orbita venezuelana diversi Stati insulari della Comunità Caraibica (CARICOM) che hanno beneficiato del petrolio poco costoso del Venezuela.
Secondo la BBC, Tillerson aveva persino scherzato in Texas sul destino di Maduro: “Se la cucina diventa un po’ troppo calda per lui, sono certo che ha qualche amico a Cuba che potrebbe dargli una bella hacienda in spiaggia“. Per i venezuelani che sostengono il governo, la “battuta” di Tillerson ricorda che Chavez, dopo essere stato destituito dal colpo di Stato dell’aprile 2002, fu tenuto prigioniero presso la stazione aeronavale Antonio Diaz sull’isola venezuelana di La Orchila. Se il colpo di Stato non fosse fallito, si ritiene che gli Stati Uniti avrebbero esiliato Chavez, possibilmente a Cuba, nella stazione navale e gulag degli Stati Uniti nella baia di Guantanamo. Tillerson, che apparentemente continua a portare acqua ad Exxon-Mobil, riprende il ruolo svolto da Harold Geneen, presidente dell’International Telephone and Telegraph (ITT). Geneen, lavorando con la CIA, diede 1 milione di dollari all’avversario di Allende nelle elezioni presidenziali del 1970, Jorge Alessandri. Si scoprì anche che ITT aveva sostenuto finanziariamente i piani del golpe del 1973 in Cile. Nel 1964, Geneen e ITT collaborarono con la CIA per rovesciare il governo brasiliano eletto democraticamente di Joao Goulart. Oggi sono Exxon-Mobil e la sua dirigenza nell’amministrazione Trump, Tillerson, a fare gli straordinari interpretando i ruoli di ITT e Geneen nel tentativo di rovesciare Maduro in Venezuela; processare con accuse inventate Luiz Inácio Lula da Silva e Cristina Fernandez de Kirchner, ex e possibili futuri presidenti di Brasile e Argentina rispettivamente; e far tornare la “diplomazia delle cannoniere” degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale. In una conferenza stampa a Città del Messico, il ministro degli Esteri messicano Luis Videgaray respinse l’idea di Tillerson del colpo di Stato militare in Venezuela per estromettere il governo di Maduro. Alla conferenza era presente la ministra degli Esteri canadesi Chrystia Freeland, nemica dichiarata di Venezuela e Russia.
Tillerson ha un odio viscerale per il Venezuela che trascende Maduro e Chavez. Nel 1976, l’anno dopo che Tillerson iniziò a lavorare per Exxon, il presidente venezuelano Carlos Andres Perez nazionalizzò l’industria petrolifera venezuelana. Tra le attività nazionalizzate c’erano le partecipazioni di Exxon. Chavez rinazionalizzò i beni di Exxon-Mobil nel 2007, durante il regno di Tillerson. Exxon-Mobil e Tillerson combatterono il Venezuela per un risarcimento da Caracas. Exxon-Mobil portò il caso all’arbitrato della Banca Mondiale e chiese al Venezuela di risarcire la società con 115 miliardi di dollari. La banca optò per un risarcimento di soli 1,6 miliardi, spennando Tillerson, che non ha mai dimenticato che il Venezuela ha vinto la battaglia per compensare Exxon-Mobil. Tillerson ora intende vendicarsi cercando di rovesciare il successore di Chavez, Maduro. Nel 2015, Exxon-Mobil avviò le operazioni petrolifere al largo delle coste della Guyana, a est del Venezuela, nel territorio conteso di Essequibo. Sebbene Venezuela e Guyana abbiano cercato un arbitrato internazionale sul caso, ciò non impedì a Tillerson, alla guida di Exxon-Mobil, di ordinare alle controllate in Guyana, Esso Exploration e Production Guyana Ltd., di continuare ad esplorare nella regione contesa. Per Tillerson e il suo capo, Trump, apparentemente gli accordi legali non valgono la carta su cui sono stampati. Mentre si trovava in Giamaica, Tillerson si aspettava che il Primo Ministro Andrew Holness acquistasse il 49 percento venezuelano della società giamaicana di raffinazione del petrolio, Petrojam. Tillerson vuole assoggettare le nazioni caraibiche che hanno accordi di cooperazione con l’industria petrolifera venezuelana attraverso l’alleanza PetroCaribe, per annullare tali accordi e conformarsi all’ordine esecutivo punitivo di Trump 13808, che estende le sanzioni “alla Russia” anche al Venezuela. Tillerson non vorrebbe altro che aumentare i profitti di Exxon-Mobil limitando gli accordi di PetroCaribe con nazioni come Haiti, Nicaragua, Giamaica, Guyana, Belize, Honduras, Bahamas, Suriname, St. Kitts-Nevis e St. Lucia, costringendole ad acquistare petrolio e benzina più costosi di Exxon-Mobil. Tillerson ha mostrato il vero volto dell’amministrazione Trump in America Latina. Non solo vuole deportare milioni di residenti senza documenti dagli Stati Uniti con un’operazione di massa che non si vede dalla Seconda Guerra Mondiale, ma vuole cambiare coi colpi di Stato governi non graditi a Trump in America Latina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’intreccio d’amore di Hitler col Regno Unito

La “neutralità” fasulla del Regno Unito e l’operazione “Barbarossa” contro l’Unione Sovietica
Nikolaj Starikov, Global Research, 21 giugno 2015

Mai in quel periodo la Gran Bretagna accettò negoziati di pace. Continuò costantemente a bombardare le città tedesche. Mostrò determinazione a combattere fino alla fine. Il Regno Unito poteva essere combattuto e persino sconfitto, ma dopo aver esaminato le sue opzioni, Adolf Hitler si pose due domande. Quale prezzo sarebbe costata questa vittoria? E la cosa più importante, qual era il punto? E poi il 10 maggio 1941, l’alleato più stretto di Hitler, Rudolf Hess, volò nel Regno Unito, apparentemente di sua iniziativa. [1] Fu il tentativo disperato di concludere la pace tra Germania e Regno Unito. Sebbene in senso stretto, l’obiettivo di Hess non era in realtà un segreto: “Hess conosceva ed comprendeva la mente di Hitler, il suo odio per la Russia sovietica, la sua brama nel distruggere il bolscevismo, la sua ammirazione per la Gran Bretagna e il desiderio sincero di essere amico dell’impero inglese…” [2] A poco più di un mese dall’attacco programmato all’URSS. Hitler doveva decidere se lanciare o meno l’operazione Barbarossa. I piani dell’invasione non erano ancora completati. La decisione di attaccare l’Unione Sovietica non era ancora stata presa mentre Hess preparava il suo volo. Hitler non avrebbe mai iniziato una guerra su due fronti. Allora perché fece proprio questo? Perché quando lanciò l’offensiva contro l’Unione Sovietica era convinto che non ci fosse un secondo fronte e mai ci sarebbe stato! Fu il risultato del volo di Hess. È importante capire che il grande segreto dietro la misteriosa fuga in Regno Unito del vice di Hitler non aveva nulla a che fare con l’offerta di Hitler, ma con la risposta inglese!
Gli inglesi garantirono una benevola neutralità sulla futura guerra di Hitler con l’Unione Sovietica. E promisero di accettare la vecchia proposta di pace dalla Germania una volta che l’URSS fosse stata vinta. “Il famigerato Hess fu effettivamente inviato nel Regno Unito dai nazisti per persuadere i politici inglesi ad unirsi alla crociata collettiva contro l’Unione Sovietica. Ma i tedeschi fecero un grave errore di calcolo. Nonostante gli sforzi di Hess, Regno Unito e Stati Uniti… erano, al contrario, nello stesso campo dell’URSS contro la Germania nazista“, dichiarò Stalin dall’assediata Mosca. Quando Hitler decise di attaccare l’Unione Sovietica, significò che il Regno Unito aveva approvato la campagna. È l’unica spiegazione. La Gran Bretagna metodicamente mise la Germania nazista contro l’URSS, e infine gli inglesi riuscirono a spingere il Fuehrer ad attaccarla. Hitler fu ingannato dalla sua ammirazione per l’Inghilterra. Il capo della Germania si comportò scioccamente perché gli inglesi gli promisero la loro neutralità. I bombardamenti aerei tedeschi che infuriavano sul Regno Unito improvvisamente finirono, immediatamente dopo la visita di Hess, per poi riprendere nel gennaio 1943.
Il 17 agosto 1987, Rudolf Hess, l’ultimo dei capi del Terzo Reich, fu trovato impiccato nel carcere di Spandau a 93 anni. Era detenuto da 46 anni. Tutti gli altri condannati alla prigione insieme a lui al processo di Norimberga se ne erano andati da tempo. Dal 1966 era l’unico detenuto della prigione di Spandau. Il diplomatico Konstantin von Neurath scontò otto dei 15 anni di pena prima di essere rilasciato, ufficialmente per problemi di salute. Anche l’ammiraglio Karl Doenitz e il capo della gioventù hitleriana, Baldur von Schirach, furono rilasciati dalla prigione, dopo aver scontato rispettivamente dieci e venti anni. Ma l’incarcerazione di Rudolf Hess continuò. Perché? Perché, dirà il lettore, fu condannato all’ergastolo. Ma… non è corretto. La stessa condanna non impedì all’ammiraglio Raeder di essere liberato dopo soli dieci anni, o a Walter Funk, ministro dell’Economia del Reich, di passarvi 12 anni. Furono rilasciati perché non avevano il terribile segreto di Hess. Solo lui sapeva quali promesse gli inglesi fecero a Hitler e perché il Fuehrer gli credette… Le circostanze della sua morte sono completamente oscure. Gli esami autoptici mostrarono che Hess fu strangolato e fatto passare per suicidio. Ma chi avrebbe commesso un atto così atroce? Il figlio di Hess, Wolf Ruediger, non dubitò mai che suo padre fosse stato assassinato dagli inglesi. Il terribile segreto della diplomazia inglese, che spine Hitler ad attaccare l’Unione Sovietica, non sarà mai rivelato. E la causa involontaria della sua morte fu… Mikhail Gorbaciov. Il fatto è che alcune voci in occidente chiedevano da tempo il rilascio di Hess. Ma l’URSS era sempre stata nettamente contraria, convinta da tempo che i nazisti non dovessero aver alcun posto nel mondo. Ma con la perestrojka al culmine, Gorbaciov disse ai suoi amici occidentali che era pronto a fare un gesto di buona volontà liberando Hess. Così ne firmò la condanna a morte. Gli inglesi dovettero agire rapidamente per zittire questo testimone indesiderabile. Tutte le prove materiali della morte di Rudolf Hess: la serra, il cavo elettrico, i mobili e persino la prigione di Spandau furono distrutti subito dopo la scomparsa. Le cartelle coi documenti sul caso Hess furono classificate dal governo inglese fino al 2017. Scopriremo mai la verità sui negoziati del Regno Unito con Hess nel maggio 1941? Solo il tempo lo dirà.…Quando Hitler attaccò l’Unione Sovietica, fu crudelmente ingannato dagli inglesi dal primo giorno. La sera del 22 giugno Churchill, parlando alla BBC, promise: “Abbiamo deciso di distruggere Hitler e ogni traccia del regime nazista…. quindi, daremo tutto l’aiuto possibile alla Russia e al popolo russo“. [3] Ma è interessante notare che l’Unione Sovietica non ricevette aiuti da Regno Unito o Stati Uniti nel momento in cui erano veramente necessari o nelle quantità necessarie (per maggiori dettagli, si legga la concessione dei prestiti nella seconda guerra mondiale: L’aiuto degli Stati Uniti fu utile?). Gli inglesi prestarono molta attenzione alle cruciali battaglie sul fronte orientale, in attesa della sconfitta dell’URSS e della possibilità d’infliggere il colpo mortale alle truppe esauste di Hitler. Solo quando divenne chiaro nel 1944 che l’Unione Sovietica stava sconfiggendo la Germania nazista senza aiuto, Washington e Londra decisero di aprire un secondo fronte in modo da poter rivendicare gli allori dei “vincitori”. Nel frattempo, la storia dell’ascesa al potere di Adolf Hitler, le fonti del successivo “miracolo” economico della Germania col capo nazista al timone, il suo amore per il Regno Unito e la sua simpatia per i metodi inglesi di dominio delle nazioni soggiogate, indicano chiaramente il vero colpevole della Seconda guerra mondiale. Quel colpevole merita di condividere i vergognosi allori assegnati all’assassino di milioni di persone, proprio a fianco del Terzo Reich, che fu così accuratamente e rapidamente eretto dalle ceneri tedesche della Prima guerra mondiale.Oriental Review ha tradotto la ricerca documentaria di Nikolaj Starikov “Chi spinse Hitler ad attaccare Stalin” (San Pietroburgo, 2008). Starikov è uno storico russo.

Note:
[1] Il momento del volo di Hess fu scelto con cura. Secondo il piano redatto dallo Stato Maggiore tedesco, i preparativi per l’operazione Barbarossa dovevano essere completati entro il 15 maggio 1941.
[2] Winston Churchill. La grande alleanza. Pg. 44.
[3] Christopher Catherwood. La sua ora migliore. Pg. 154.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La realtà del dopoguerra in Siria: chi contiene chi?

Alastair Crooke SCF 23.01.2018Rotte e cambi della Casa Bianca in Medio Oriente, con Muhamad bin Salman (MbS), Muhamad bin Zayad (MbZ) e Bibi Netanyahu, per un “accordo del secolo” non hanno prodotto “alcun accordo”, ma piuttosto esacerbato le tensioni del Golfo verso una crisi vitale. Gli Stati del Golfo sono ora molto vulnerabili. L’ambizione ha spinto alcuni capi ad ignorare i confini intrinseci tipici dei piccoli emirati tribali, quelli commerciali e i presunti giochi di potere gonfiati, da architetti che si trovino in cima al nuovo ordine mediorientale. Il team di Trump (e certi europei), intossicato da tali trentenni, ambiziosi delle business school del Golfo e bramanti il potere, sé bevuto tutto. La “Prima famiglia” ha abbracciato la narrazione (capovolta) dell’Iran e degli sciiti furfanti e terroristi, pensando di sfruttarla per un accordo con cui Arabia Saudita ed Israele ostacolassero congiuntamente l’Iran e i suoi alleati, e in cambio Israele avrebbe ottenuto, finalmente, la tanta ricercata “normalizzazione” col mondo sunnita (“l’accordo del secolo”). Bene, la decisione sbagliata su Gerusalemme ha messo fine a tale mossa: piuttosto, l'”appello” di Trump ha fatto il contrario: ha dato alla regione un “polo” attorno cui gli ex-antagonisti del conflitto siriano possono ritrovare una causa comune: difendere Gerusalemme come cultura, storia ed identità comune dei popoli musulmani e cristiani. Una causa che potrebbe unire la regione, dopo questo periodo di tensioni e conflitti. E gli Stati del Golfo ora si ritrovano, avendo perso in Siria, trascinati da una controversia a un’altra, ovvero la ‘jihad’ a guida statunitense, per così dire, contro gli sciiti, con tutte le apparenze regionali (reali e immaginate). Un piano di alto profilo che danneggia l’economia (Dubai, ad esempio, è essenzialmente un piccolo Stato del Golfo che sopravvive commerciando con Iran e Pakistan, quest’ultimo con una popolazione sciita di notevoli dimensioni), e senza una politica saggia: l’Iran è una nazione reale di 6000 anni, con una popolazione di quasi 100 milioni di abitanti. Non sorprende che tale “piano” per lo scontro faccia a pezzi il GCC: l’Oman, con i suoi vecchi legami con l’Iran, non ne ha mai fatto parte; il Quwayt, con la sua significativa componente sciita, pratica coesistenza ed inclusione con gli sciiti. Dubai si preoccupa delle prospettive economiche; e il Qatar… beh, il bullismo sul Qatar si è concluso con la nascita del nuovo “asse” regionale con Iran e Turchia. Ma oltre a ciò, l'”Arte del compromesso” parla anche del revanscismo economico statunitense: gli USA recuperano il territorio economico perso (presumibilmente) a causa della “negligenza delle passate amministrazioni”, secondo l’analisi della Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti (NSS). Secondo quanto riferito, Washington gioca con i dazi con la Cina, le sanzioni contro la Russia e la guerra economica, volta a rovesciarne il governo, all’Iran. Se il presidente Trump perseguisse tale politica (e sembra proprio che questa sia l’intenzione), allora ci sarà la risposta economica di Cina, Russia e Iran. Già l’area e la popolazione coperte dal sistema del petrodollaro si sono ridotte, e potrebbero ridursi ulteriormente (forse includendo l’Arabia Saudita che riceve yuan per il suo petrolio). In breve, la base di liquidità (depositi di petrodollari) da cui dipende l’ipersfera finanziaria del Golfo e gran parte del suo benessere economico, si restringerà. E questo in un momento in cui le entrate petrolifere sono già diminuite (la prima fase della contrazione attuale del petrodollaro) per gli Stati del Golfo, che devono ridimensionarsi fiscalmente, a spese dei cittadini. La Cina ha recentemente lanciato un’inchiesta sui piani di guerra commerciale degli Stati Uniti, svelando intenzionalmente (e poi ritrattando) il suggerimento che la Banca Centrale cinese smetta di comprare titoli del Tesoro USA o di disinvestirvi. E la principale agenzia di rating del credito cinese, Dagong, declassava il debito sovrano degli Stati Uniti da A- a BBB+, suggerendo in modo efficace che le riserve del Tesoro USA del Golfo non sono più le “attività prive di rischio” che si supponeva fossero, e che potrebbero persino svalutarsi mentre i tassi d’interesse aumentano; il QE4 colpisce.
Com’è possibile che il Golfo sia finito in una posizione così esposta? Essenzialmente, non riconoscendo, e quindi non superando, i propri “confini” intrinseci, è la prima risposta. Alla fine degli anni ’90 e agli inizi degli anni 2000, il Qatar e il suo governante Hamad bin Qalifa erano percepiti politicamente attivi, ben oltre le ridotte dimensioni del Qatar (200000 abitanti). Il Qatar inaugurò la TV al-Jazeera, un’innovazione sconvolgente nel mondo arabo all’epoca, ma che divenne uno strumento potente durante la cosiddetta “primavera araba”. Fu accreditata, almeno così mi disse all’epoca l’emiro, con l’estromissione del presidente Mubaraq e l’impostazione del quadro politico associato all’ondata di proteste popolari nel 2011. Forse l’emiro aveva ragione. Sembrava quindi che gran parte del Golfo (compresi gli Emirati Arabi Uniti), potesse essere rovesciata dall’assalto infuocato di al-Jazeera e cedere alla Fratellanza musulmana, che il Qatar allattava come strumento per “riformare” il Mondo arabo sunnita. Chiariamo, il Qatar sfidava l’Arabia Saudita, e non solo politicamente sponsorizzando i Fratelli musulmani, sfidava la stessa dottrina religiosa alla base della monarchia assoluta dell’Arabia Saudita. (La FM, al contrario di al-Saud, sostiene che la sovranità spirituale si fonda sul “popolo”, l’Umma, e non su un “re” saudita). I sauditi odiavano questa arroganza rivoluzionaria del Qatar che minacciava il dominio dei Saud. Così fece anche MbZ, che riteneva che la FM avesse come obiettivo Abu Dhabi. C’erano anche antiche rimostranze e competizioni nella rivalità tra Abu Dhabi e Qatar. L’emirato del Qatar, infine, si spinse oltre e fu dimesso ed esiliato nel 2013. Storicamente, Abu Dhabi aveva sempre avuto un rapporto tenue con l’Arabia Saudita, accondiscendente con tali emirati “minori”, ma con MbS tuttavia MbZ coglieva l’opportunità non solo d’influenzarlo, ma di fare di Abu Dhabi il “nuovo Qatar”, sopravvalutando il proprio peso politicamente leggero. Ma, a differenza del Qatar, non cerca di rivaleggiare con l’Arabia Saudita, ma piuttosto di essere il “Mago di Oz” dietro le quinte, a tirare le leve dell’Arabia Saudita per far leva sugli Stati Uniti ed ottenere l’approvazione e il favore statunitensi sia per MbS che per MbZ per la posizione anti-fratellanza, laicista, neoliberale e anti-iraniana. E in un certo senso, il successo di MbZ, dopo la guerra israeliana ad Hezbollah del 2006, nel costruire i rapporti con gli USA (attraverso il generale Petraeus, allora comandante di CentCom), centrati sulla minaccia iraniana; e l’abile uso della paura dell’infiltrazione da parte della Fratellanza musulmana per aprire la porta all’espansione del dominio di Abu Dhabi su Dubai e il resto dei principati, sul piano della sicurezza; e l’uso dell’assistenza finanziaria agli altri emirati di Abu Dhabi dopo la crisi finanziaria del 2008, diventava la guida per eliminare i rivali politici e avere potere illimitato. Questa ascesa guidò la successiva ascesa al potere assoluto di MbS in Arabia Saudita, sotto la guida del più vecchio MbZ. Il duetto intendeva invertire il corso del Medio Oriente, nientemeno, colpendo l’Iran e, con l’aiuto statunitense ed israeliano, ripristinare il primato dell’Arabia Saudita.
Il presidente Trump ha abbracciato (e pare irrevocabilmente) MbS e MbZ. Ma si è rivelato un altro caso di sopravvalutazione del Golfo: quest’ultimo non ha potuto “normalizzare” Gerusalemme in Israele; Netanyahu non può alleviare la situazione dei palestinesi (né con la sua coalizione attuale, né potrebbe formarne un’altra). E, in ogni caso, nemmeno Abu Mazen potrà cedere sullo status di Gerusalemme. Quindi Trump ha semplicemente “dato” la Città Santa ad Israele, innescando così una rissa col quasi completo isolamento diplomatico degli USA. Politicamente, MbS, MbZ, Netanyahu e Jared Kushner hanno fallito umiliandosi ed indebolendosi. Ma, cosa importante, il presidente Trump ora è bloccato nel suo abbraccio con l’agitata leadership saudita e la sua antipatia radicale nei confronti dell’Iran, come dimostrato dall’ONU nel discorso di settembre all’Assemblea generale. Rimanendo col piano anti-iraniano, il presidente Trump ora si ritrova, grazie al suo errato giudizio sulle capacità di MbS e MbZ di creare qualcosa di concreto, senza truppe sul campo. Il GCC è spezzato, l’Arabia Saudita è in subbuglio, l’Egitto veleggia verso Mosca (dove acquista SAM S300 per 1 miliardo di dollari e 50 aerei da combattimento Mikojan MiG-29 per 2 miliardi di dollari). La Turchia è alienata e gioca da entrambi i lati: Mosca a Washington, contro il centro; e gran parte dell’Iraq si schiera con Damasco e Teheran. Persino gli europei lamentano la politica USA sull’Iran. Certo, Trump può ancora colpire l’Iran. Può farlo anche senza ritirarsi dal JCPOA, creando incertezza se “lui voglia o no” ritirarsene, più le minacce di sanzioni alternative probabilmente sufficienti a spaventare le imprese europee (alcune significative) nell’avviare piani commerciali con l’Iran; ma per quanto possa essere doloroso per il popolo iraniano, ciò non può mascherare la nuova realtà del conflitto post-Siria: in Libano, Siria o Iraq, in un modo o nell’altro, può accadere poco senza il coinvolgimento iraniano. Anche la Turchia non può perseguire una realistica strategia curda senza l’aiuto dell’Iran. E Russia e Cina hanno bisogno dell’aiuto iraniano per garantirsi che il progetto One Belt, One Road non sia colpito dagli estremisti jihadisti. Questa è la realtà: mentre i capi statunitensi ed europei parlano incessantemente dei loro piani per “contenere” l’Iran, la realtà è che l’Iran e i suoi alleati regionali (Siria, Libano, Iraq e in misura imprevedibile Turchia) di fatto ‘contengono’ (cioè hanno una deterrenza militare) USA ed Israele. E il centro di gravità economica della regione, inesorabilmente, si allontana dal Golfo verso la Cina e il progetto eurasiatico della Russia. La forza economica del Golfo compie la sua parabola.
Il dispiegamento di una “piccola” forza di occupazione statunitense nel nord-est della Siria non è una minaccia all’Iran, quanto un ostaggio di Damasco e Teheran. Questo è il cambio dell’equilibrio di potere tra i legami settentrionali degli Stati regionali con quelli meridionali. È un simbolismo, una forza militare statunitense in Siria apparentemente destinata a “contenere l’Iran”, che gli Stati Uniti potrebbero successivamente richiamare se la Turchia dovesse agire o, infine, abbandonarli, lasciando gli ex-alleati curdi piegarsi al vento secco siriano.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Chi finanziò Hitler: la libertà in cambio del silenzio? Nomi e fatti

Novorossia – Reseau International, 9 giugno 2015Attualmente, alla vigilia del 70° anniversario della vittoria del 9 maggio, durante i dibattiti sono state spezzate delle lance per decidere chi avesse dichiarato la Seconda Guerra Mondiale e quale fu il ruolo, in questo caso, del Patto Molotov-Ribbentrop. Nessuno si prese la briga di cercare sulla creazione del nazismo a Londra e Washington. Il segreto dell’aiuto anglosassone ad Hitler, all’inizio della sua carriera politica, fu portato nella tomba da due persone. Chi in realtà finanziò l’arrivo di Hitler al potere? Finora gli storici non sono d’accordo sull’argomento: alcuni pensano che i nazisti fossero sostenuti segretamente dalla Reichswehr che sognava di vendicarsi della sconfitta della Prima guerra mondiale. Altri sostengono che i principali sponsor del Führer furono gli industriali tedeschi. Tuttavia, come hanno scoperto dei miei colleghi, durante il processo di Norimberga, l’ex-presidente della Reichsbank e ministro dell’economia Hjalmar Schacht propose, come giusta risposta, di mettere sul banco degli imputati chi finanziò il III Reich, citando le compagnie General Motors e Ford, nonché il direttore della Bank of England Montagu Norman. Gli statunitensi si affrettarono a concludere con lui un accordo promettendogli la libertà in cambio del silenzio. Così il Tribunale Militare Internazionale assolse Schacht nonostante le dispute dei giuristi sovietici. Il segreto dell’aiuto anglosassone a Hitler, all’inizio della sua carriera, fu nascosto da due uomini, il finanziere svizzero Wilhelm Gustloff (non è un caso che il führer abbia dato il suo nome, postumo, alla più grande nave da crociera della Germania) e il tesoriere dell’NSDAP Franz Schwarz. Hjalmar Schacht chiamò Gustloff, che fu ucciso nel 1936 a Davos, in Svizzera, da uno studente malaticcio, “mediatore permanente” tra aziende inglesi e statunitensi e nazisti (secondo alcuni dati, Gustloff fu l’intermediario dal 1925 al 1929). L’SS-Obergruppenführer Schwartz morì in modo non meno strano di Gustloff: il 2 dicembre 1947 fu rilasciato dal campo di filtrazione di Ratisbona, ma non poté andarsene. Dopo la colazione, si sentì male e morì un’ora e mezzo dopo a causa di “problemi di stomaco”, come notato dal rapporto medico. Nell’aprile 1945, Schwarz aveva bruciato nella “casa bruna” (il quartier generale del NSDAP a Monaco di Baviera) tutti i documenti bancari che avrebbero potuto compromettere i rappresentanti dei Paesi conquistatori, e per questo motivo contò ingenuamente sull’indulgenza.

Fu dalla direzione della Shell che Hitler ricevette la sua prima valigia di banconote
Ma nonostante due dei più importanti testimoni rimangano in silenzio per sempre, alcuni storici sono riusciti a ottenere prove del sostegno finanziario anglosassone ad Hitler e scagnozzi. In particolare, Guido Giacomo Preparata, che si dedicò a studiare i legami dei nazisti con gli ambienti economici di Londra e Washington per quasi due decenni, nomina chi mise al potere i “Bruni”: “Chi ha finanziato i nazisti sin dall’inizio? Secondo una leggenda ridicola, ostinatamente imposta alla società, i nazisti si finanziarono raccogliendo denaro nelle loro riunioni”. Inoltre, Preparata dimostra in modo convincente che la maggior parte delle risorse finanziarie del partito nazista era di origine straniera. I clan finanziari Morgan e Rockefeller promossero le azioni della IG Farbenindustrie e numerose fabbriche chimiche tedesche a Wall Street tramite la Chase National Bank (in seguito la creatura di Krupp passò sotto il controllo della Standard Oil dei Rockefeller), e con la banca Dillon&Reid la Vereinigte Stahlwerke di Alfred Thyssen. “Nel 1933, quando fu comprensibile con indiscutibile chiarezza che la società AEG finanziò Hitler, scrive Preparata, il 30% delle azioni apparteneva al socio statunitense, la General Electric”. Quindi, lo storico assume, “per 15 anni, dal 1919 al 1933, l’élite anglo-sassone s’immischiò attivamente nella politica tedesca, con l’intenzione di creare un movimento oscurantista che potesse essere usato come pedina nel grande complotto geopolitico… Non furono Regno Unito ed USA a creare l’hitlerismo, ma crearono le condizioni con cui tale fenomeno poté apparire”. Ed ecco cosa un altro specialista dei flussi finanziari che arrivavano ad Hitler, lo storico tedesco Joachim Fest, scrive: “Nell’autunno del 1923, Hitler andò a Zurigo e tornò, come si dice, “con una cassa piena di franchi svizzeri e dollari in buoni”. Cioè, alla vigilia del tentato di “colpo di Stato” qualcuno diede al führer una grossa somma di denaro”. Questo “qualcuno”, secondo alcuni dati, fu nientemeno che Sir Henry Deterding, direttore della compagnia anglo-olandese Shell. Finanziò Hitler anche in seguito, attraverso Wilhelm Gustloff. È interessante notare che la corte di Monaco, che processava i golpisti, non poté provare altro che il partito nazista avesse ricevuto 20000 dollari dagli industriali di Norimberga per organizzare la rivolta. Eppure le spese dei sostenitori di Hitler furono stimate almeno 20 volte tanto! Nell’aprile 1924, Hitler fu condannato a cinque anni di prigione per alto tradimento, ma fu liberato già a dicembre, acquistò la villa Berghof e lanciò un nuovo giornale, il Völkischer Beobachter. Con quali soldi ci chiediamo? “Dal 1924”, scrive Joachim Fest, “industriali e sostenitori finanziari di Hitler (Thyssen, Vogler, Schroeder e Kirdorf) avevano segretamente versato somme significative ai nazisti. Inoltre, la dirigenza ribelle e i funzionari del partito ricevevano salari in valuta estera”. È notevole il fatto che Vogler e Schroeder fossero uomini d’affari statunitensi, e non tedeschi, che creavano capitale essenzialmente oltre oceano. Tra gli sponsor di Hitler c’erano altre figure controverse, come ad esempio Max Warburg della IG Farben, fratello del direttore della Federal Reserve Bank di New York Paul Warburg. O Carl Bosch, capo della divisione tedesca della Ford Motor Company. E come poterono gli industriali tedeschi augurarsi che Hitler andasse al potere? In effetti, i nazionalsocialisti non volevano meno dei bolscevichi limitare gli industriali!

Perché Henry Ford ebbe l’ordine supremo del Terzo Reich
Dato che parliamo di Ford: nel 1931, un giornalista dell’American Detroit News, arrivando in Germania per intervistare Adolf Hitler, politico futuro, vide con sorpresa, sopra la scrivania, l’immagine di qualcuno che gli era familiare, Henri Ford. “Lo considero mia ispirazione“, spiegò Hitler. Ma Ford non era solo l’ispirazione del capo nazista, era anche un suo generoso mecenate. Ford e Hitler andavano d’accordo grazie al loro comune antisemitismo. Già negli anni Venti, “Papi Ford” stampò e spedì in Germania a proprie spese mezzo milione di copie del “Protocollo dei Saggi di Sion”, e di due suoi libri, “Il giudaismo mondiale” e “l’attività degli ebrei in America”. Tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30, Ford, secondo alcune fonti, sostenne generosamente il NSDAP (su questo argomento sono rimaste le testimonianze scritte di Franz Schwarz, anche se è vero che non da somme concrete). Come segno di riconoscimento, Hitler decorò Ford con la Gran Croce dell’Aquila tedesca, la massime distinzione del Reich che uno straniero potesse ottenere, il 30 luglio 1938 a Detroit, durante un pranzo a cui parteciparono circa millecinquecento statunitensi noti. L’ordine fu consegnato dal console tedesco. Ford, si dice, era così commosso che iniziò persino a piangere. Dopo di che finanziò il progetto di “auto popolare” di Hitler e alla fine ebbe il 100% delle azioni del consorzio Volkswagen. I legami di Ford ed Hitler erano così forti che non si rilassarono nemmeno durante la guerra. A quel tempo, fu approvata una legge speciale che proibiva qualsiasi collaborazione con gli hitleriani (legge sul commercio col nemico), ma questa legge non sembrava avere alcun peso per Ford. Nel 1940, Ford rifiutò di assemblare motori aeronautici nel Regno Unito, in guerra con la Germania, e nello stesso momento, la sua nuova fabbrica, nella città francese di Poissy, iniziò a produrre motori per gli aerei della Luftwaffe. Le filiali europee di Ford fornirono a Hitler nel 1940 65000 camion, gratuitamente! Nella Francia occupata, la consociata di Ford continuò a produrre autocarri per la Wehrmacht, e la sua altra filiale ad Algeri rifornì il generale Rommel di camion e blindati. A questo proposito, una cosa straordinaria: alla fine della guerra, l’aviazione alleata rase al suolo la città tedesca di Colonia. Solo i pochi edifici delle fabbriche Ford rimasero intatti, un miracolo! Comunque Ford (e allo stesso tempo i suoi concorrenti della General Motors) ottennero un risarcimento dal governo degli Stati Uniti per il danno “causato alle proprietà su territorio nemico“. Inoltre, la General Motors era proprietaria di uno dei più grandi consorzi automobilistici tedeschi, la Opel, che produceva gli autocarri militari modello Blitz. Sullo chassis di questi autocarri, ingegnose menti crearono le famigerate “gasenwagen“, le camere a gas su ruote. All’inizio della Seconda guerra mondiale, gli investimenti delle società statunitensi nelle filiali tedesche ammontavano a circa 800 milioni di dollari, mentre quelli di Ford erano stimati in 17,5 milioni di dollari.

I flussi di cassa degli Stati Uniti verso la Germania erano controllati dal servizio segreto statunitense
Ricordate l’episodio dei “Diciassette momenti della primavera” in cui il generale nazista Karl Wolff incontrò il capo della CIA Allen Dulles? Gli storici spesso si pongono la domanda: perché il presidente Roosevelt inviò proprio Dulles per le trattative separate in Svizzera? La risposta è ovvia. Nel gennaio 1932 ebbe luogo l’incontro tra Hitler e il finanziere inglese Norman Montagu. Jurij Rubtsov, dottore in scienze storiche dell’Accademia delle scienze militari, ipotizza che “fu concluso un accordo di finanziamento segreto del NSDAP“. “In questo incontro“, scrive Rubtsov, “i fratelli Dulles frequentarono politici statunitensi, di cui i loro biografi non amano parlare. Uno dei fratelli fu il futuro direttore del controspionaggio statunitense, Allan Dulles. È una semplice coincidenza? Come sostengono alcuni storici, fu proprio Dulles a controllare personalmente tutti i flussi monetari che irrigarono il Reich, a partire dalla campagna elettorale di Hitler nel 1930. Inoltre fu parzialmente finanziato dalla IG Farbenindustrie, già sotto il controllo della Standard Oil dei Rockefeller. E ora Roosevelt inviava Dulles nei colloqui segreti, proprio perché sapeva meglio di chiunque altro quanto gli statunitensi avevano ingannato ed investito nella crescita economica del Reich. Perché Dulles interrogò il generale Wolf con così tanta insistenza sul patrimonio delle “nuove autorità tedesche” e sui loro depositi d’oro? Ma perché ebbe la missione di “recuperare” tutte le spese il prima possibile!” Il tema del finanziamento di Hitler da parte delle corporazioni anglo-statunitensi è così vasto che difficilmente può essere trattato con un solo articolo. La storia di Ernst Hanfstaengl, statunitense di origine tedesca che fu il “guardiano” di Adolf Hitler del servizio segreto statunitense negli anni ’20, e che diede al futuro führer i soldi degli affaristi d’oltre Atlantico, rimane fuori dalla nostra storia. Non possiamo spiegare pienamente il ruolo dell’inglese Norman Montagu nel finanziamento di Hitler e lo scisma nell’élite inglese, osservano dei colleghi che si propongono di continuare lo studio dei flussi finanziari che alimentarono il nazismo.
E ora una domanda: chi scatenò la Seconda Guerra Mondiale? Continuate a sostenere che fu il Patto Molotov-Ribbentrop? O piuttosto Londra e Washington?

Hjalmar Schacht e Norman Montagu Collet

Traduzione di Alessandro Lattanzio