La rete di potere: gasdotti nel continente europeo

Putin lega India e Pakistan con i gasdotti
Nakanune 22 agosto 2015 – Fort Russimage_big_81883Tradizionalmente l’India fu partner dell’URSS per decenni e la Russia ha preso il posto della superpotenza. Con le inevitabili perdite negli anni ’90 (“il luogo santo non è mai vuoto” come si dice in Russia), la partnership è sopravvissuta. Tra l’altro, gli indiani si rifiutarono di acquistare 126 aerei da combattimento Rafale dalla Francia (grazie “Mistral”). Il caccia francese Rafale si era aggiudicato la gara nel 2012, e anche allora era chiaro che il contratto non sarebbe stato concluso. Di conseguenza, dopo aver avuto 36 jet, l’India ha rescisso il contratto. “Acquistiamo solo 36 caccia e non ne compreremo mai più, sono troppo costosi”, ha detto il ministro della Difesa indiano Manohar Parrikar, secondo La Tribune riferendo all’agenzia indiana PRI. “Mi piacerebbe anche avere una BMW e una Mercedes, ma non posso perché, in primo luogo non posso permettermelo, e in secondo luogo non ne ho urgente bisogno“. Secondo le informazioni dal Ministero della Difesa dell’India, il costo del contratto era aumentato da 12 a 20 miliardi di dollari. Non speculiamo sulle ragioni reali della fine del contratto, ma resta il fatto che il Ministero degli Esteri indiano ha detto che l’attrattività del prezzo e dell’affidabilità del caccia multiruolo russo Su-30 è maggiore del “Rafale“.
L’amica India è tradizionalmente nemica del Pakistan, territori artificialmente separati dai sornioni inglesi, e che si combattono continuamente e violentemente. Gli Stati Uniti con tanto zelo hanno aiutato il Pakistan anche fornendogli armi nucleari. L’Ucraina a dispetto della Russia, ha dotato il Pakistan di carri armati moderni negli anni ’90, cosa di cui i nazionalisti locali furono entusiasti. E pochi notarono che, per adempiere all’accordo, la Russia fornì al vicino le tecnologie per produrre i cannoni. Di conseguenza, fino ad oggi l’Ucraina non ha sviluppato un nuovo carro armato, ma la Russia rafforza e migliora la cooperazione con il Pakistan sostituendo gli Stati Uniti. Questi carri armati erano sovietici e 250 veicoli dovevano essere modernizzati, ed è anche necessario fornire munizioni e pezzi di ricambio (gli stessi che l’Ucraina non sa produrre, non potendo produrre un carro armato nazionale). L’equipaggiamento sovietico è più affidabile e meno costoso di quello statunitense. Per la gioia degli abitanti del luogo, che non nascondono l’odio per i loro “protettori” statunitensi che regolarmente cacciano via. Così la Russia è accolta dal Pakistan e le due parti preferiscono congelare i conflitti tra India e Pakistan su Jammu e Kashmir. Perché letteralmente i combattimenti sono freddi, costosi e inutili. Ciò che accade si adatta perfettamente all’antica massima, “Tempora mutantur et nos mutamur in illls“, i tempi cambiano e noi con essi. Ora Mosca è pronta a costruire un gasdotto in Pakistan che rifornirà il Paese dall’Iran. Nel progetto la Russia spenderà 2 miliardi di dollari. Alcuni esperti hanno avvertito che il gasdotto del Pakistan sarà solo parte della rotta gasifera iraniana per la Cina. Così, con la costruzione del gasdotto la Russia crea un concorrente nel mercato del gas cinese. Il partner di “Rusenergy“, Mikhail Krutikhin, dice che l’Iran ha colloqui con Pakistan e Cina e in effetti il metanodotto che la Russia costruirà sarà parte della futura rotta del gas dall’Iran alla Cina. “La partecipazione della Russia al progetto pakistano è piuttosto sfavorevole: le forniture dall’Iran ridurranno il fabbisogno di gas della Cina, compreso quello dalla Russia“. Ma è vero?
Il sito web del Consiglio dei ministri del Pakistan ha dichiarato che si tratta di “creare un ambiente favorevole per la costruzione con la partecipazione russa del gasdotto “Nord – Sud” della Repubblica islamica del Pakistan, da Karachi a Lahore” (sulle coste del Pakistan, al confine con l’India). La lunghezza è circa 1100 chilometri, la capacità 12,4 miliardi metri cubi di gas all’anno. L’inizio della costruzione del gasdotto è previsto per il 2017. Inizialmente, il gasdotto è stato progettato per trasportare gas dall’Iran, che verrà spedito via mare in forma liquefatta a Karachi. Il Pakistan è uno Stato povero di risorse e vive una grave carenza di energia elettrica sul mercato interno. Questi volumi, per definizione, non bastano e rispetto alle esigenze della Cina sono piccoli, anche rispetto alle condutture costruite in Cina dalla Russia. Allo stato attuale, la Russia costruisce il gasdotto “Power of Siberia“, da cui la Cina otterrà più di tre volte il gas previsto dal presente contratto, 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Inoltre, sono in corso negoziati sulla cosiddetta “rotta occidentale” (il gasdotto “Altaj“), che rifornirà la Cina di ulteriori 30 miliardi di metri cubi all’anno. I volumi contrattuali pakistani sono piccoli in confronto,12 miliardi di metri cubi contro 68 miliardi. Va ricordato che in futuro, quando “le forniture iraniane ridurranno il fabbisogno di gas della Cina, anche dalla Russia”, sarà necessario costruire nuovi gasdotti, fabbriche di liquefazione del gas, terminali, tutto nuovo. Ciò esiste solo su carta. Ancora una volta, tutti ricordiamo che il luogo santo non è mai vuoto. Se la Cina ha bisogno di energia, l’otterrà. Se non la Russia, gli USA, sia pure a denti stretti, collaboreranno per costruire gasdotti e terminali per LNG. La Russia oggi sfrutta il forte indebolimento della posizione degli Stati Uniti nella regione, utilizzando l’esperienza statunitense dell’esclusione economica dei concorrenti dai mercati precedentemente occupati. È molto più facile e intelligente trarre profitto da un contratto e legare un partner a sé, rendendo possibili liti future per pretesti politici inventati economicamente impossibili. Prendiamo ad esempio gli ultimi 24 anni di politica ed economia dell’Ucraina. Il potere dello Stato in tutte le presidenze peggiorava sempre la cooperazione economica con la Russia, per la politica russofoba su cui fu costruito lo Stato. Economia e profitti erano secondari. Picchi temporanei di “amore per la Russia” non cambiavano la direzione generale del peggioramento dei rapporti politici, economici, scientifici e sociali. Il resto è storia.
Riguardo i passi della Russia in Asia, s’inseriscono nella strategia dell’equilibrio di interessi nel “triangolo” cruciale Cina, India e Pakistan, insieme ad un complesso “pacchetto” di rapporti. La conferma di tale corso è la decisione di lasciare che India e Pakistan entrino nella SCO simultaneamente. Il Pakistan agisce in modo pragmatico e tranquillamente cambia partner internazionale secondo interessi a lungo termine. Non sorprende che liberandosi dalla pressione politica degli Stati Uniti, migliora le relazioni con i vicini regionali. Dopo tutto Cina, Russia e India sono vicini, e gli USA al di là dell’oceano. Questo è ciò che temono gli Stati Uniti, e che il mondo gradualmente capisce, gli Stati Uniti sono lontani ed è possibile vivere senza di essi. Mentre la superpotenza rischia di diventare l’eroe degli aneddoti, ‘cowboy Joe’, che nessuno prendeva, perché nessuno lo voleva!Tapi_Map_01La rete di potere: gasdotti nel continente europeo
Southfront 21 agosto 2015

Il gas naturale ha limitate e costose opzioni sul trasporto. Di conseguenza, i metanodotti sono costantemente utilizzati come strumento di pressione politica e contrattazione. Uno dei campi di battaglia più importanti è il continente europeo, dove la Russia esercita influenza attraverso un’intricata rete di gasdotti. Ulteriori informazioni sotto.Nordstream_risultato1. NORD STREAM
Capacità: 55 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Gazprom, Wintershall, E.ON, Gasunie, Engie.
Il gasdotto Nord Stream è divenuto operativo nel 2011. Proposto nel 1997, le controversie tra Kiev e Mosca nel 2006 e 2009 hanno spinto la Russia a fermare il passaggio di gas naturale attraverso l’Ucraina, privandone l’Europa e accelerando la costruzione di Nord Stream. Il gasdotto permette alla Russia di rifornire direttamente Germania e parte dell’Europa centrale.

2. NORDEUROPAISCHE ERDGASLEITUNG (NEL)
Capacità: 20 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Gazprom, Wintershall, E.ON, Gasunie, Fluxys.
Il gasdotto NEL è complementare al progetto OPAL e collega Nord Stream alle infrastrutture gasifere in Germania occidentale.

3. OPAL
Capacità: 35 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Wintershall, Gazprom, E.ON.
Il gasdotto OPAL di costruzione tedesca è operativo dal 2011 e collega Nord Stream alle infrastrutture gasifere in Germania orientale ed Europa centrale. Il terzo pacchetto energetico dell’UE limita la quota che Gazprom può usare di OPAL. La Commissione europea previde l’aumento del 50 per cento della quota nel marzo 2014, consentendo a Gazprom di usare la pipeline a piena capacità. Tuttavia, la Commissione ha rinviato i piani per la crisi ucraina.

4. NORTHERN LIGHTS e JAMAL EUROPA
Capacità: 84 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Gazprom, Beltrangaz, PGNiG.
I gasdotti Northern Lights e Jamal Europa sono due grandi gasdotti russi per l’Europa orientale. La Polonia dipende dal sistema di gasdotti e non ha vere alternative. Nel tentativo di esserne meno dipendente, Varsavia cerca di sviluppare un servizio di importazione di GNL sul Mar Baltico.

5. SOJUZ
Capacità: 26 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Gazprom, Ukrtransgaz.
I gasdotti Sojuz e Fratellanza sono le principali vie di esportazione di Gazprom per l’Europa attraverso l’Ucraina. Hanno una capacità totale di oltre 150 miliardi di metri cubi. Nel tentativo di evitare di usare l’Ucraina come Stato di transito, Gazprom cerca itinerari alternativi dal 2019.

6. FRATELLANZA
Capacità: 132 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Gazprom, Ukrtransgaz.
Insieme con il gasdotto Sojuz, Fratellanza e Urengoj-Pomarij-Uzhgorod sono i principali gasdotti di esportazione di Gazprom, portando il gas in Europa attraverso l’Ucraina. La Russia cerca di ridurre la dipendenza dall’Ucraina come Stato di transito.

7. BLUE STREAM
Capacità: 16 miliardi di metri cubi all’anno (fino a 19 miliardi di metri cubi). Partner: Gazprom, BOTAS, ENI.
Uno dei due gasdotti principali che Gazprom utilizza per rifornire la Turchia. Gazprom può rifornire di 16 miliardi di metri cubi la Turchia attraverso l’Ucraina, e altri 16 miliardi di metri cubi direttamente la Turchia attraverso Blue Stream. Oggi, i due gasdotti da soli non hanno la capacità di soddisfare la domanda di energia della Turchia. Nel 2014, Turchia e Russia decisero di espandere Blue Stream di 3 miliardi di metri cubi.

8. GASDOTTO OCCIDENTALE RUSSO
Capacità: 16 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: BOTAS, Transgaz, Bulgartransgaz.
Il gasdotto russo-occidentale rifornisce la Turchia attraverso Ucraina, Romania e Bulgaria. In futuro la domanda turca supererà la capacità dei gasdotti esistenti e ne sarà necessario un terzo.

9. NORD STREAM 2
Capacità: 55 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Gazprom, Shell, OMV, E.ON.
Gazprom ha firmato un memorandum d’intesa con Shell, OMV, ed E.ON al Forum economico internazionale 2015 di San Pietroburgo per la costruzione del gasdotto Nord Stream-2. Come proposto, Nord Stream-2 avrà la stessa dimensione del primo gasdotto e sarà operativo alla fine del 2019. Il gasdotto aumenterà la capacità nel tempo bilanciando la ridotta produzione del Mare del Nord.

10. TURKISH STREAM
Capacità: 63 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: BOTAS, Gazprom.
Il gasdotto è progettato per fornire una rotta alternativa al gas naturale per l’Europa meridionale, bypassando l’Ucraina. Gazprom ha firmato un accordo con la Grecia per connettere l’European Southern Pipeline con TurkStream al confine Turchia-Grecia, rifornendo l’Europa. Gazprom e Turchia devono ancora finalizzare l’accordo sul gasdotto TurkStream. Uno dei maggiori incentivi di Ankara a sostegno di TurkStream sarebbe eliminare la dipendenza dal gas che transita per l’Ucraina.

11. EASTRING PIPELINE
Capacità: 20-40 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: EUSTREAM, Transgaz, Bulgartransgaz.
Eastring collegherebbe infrastrutture di Slovacchia, Romania e Bulgaria. La Slovacchia ha assunto la guida del progetto e persino suggerito il collegamento a TurkStream. Bratislava vuole far parte dei piani di Gazprom per diversificare le opzioni di trasporto dall’Ucraina perché la Slovacchia è il nodo tra gasdotti in Ucraina ed Europa centrale.

12. TRANS ADRIATIC PIPELINE
Capacità: 10 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: BP, SOCAR, Statoil, Fluxys, Enegas, Axpo.
TAP è uno dei progetti del Corridoio meridionale del gas dell’UE volto a trasportare gas dal Mar Caspio all’Europa del Sud attraverso la Turchia per ridurre la dipendenza dalla Russia. Il gasdotto TAP collegherà il gasdotto TANAP al confine Turchia-Grecia inviando gas in Italia attraverso l’Albania. La costruzione del progetto dovrebbe iniziare nel 2015.

13. TANAP
Capacità: 16 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: SOCAR, BP, BOTAS.
TANAP è progettato per inviare gas dall’Azerbaijan alla Turchia, collegandosi ai mercati in Europa. TANAP invierà 16 miliardi di metri cubi di gas in Turchia, collegandosi al gasdotto TAP per inviare 10 miliardi di metri cubi in Europa. I progetti TANAP e TAP sono i pilastri del progetto energetico Corridoio meridionale del gas dell’Unione europea, per trasportare gas dal Caspio in Europa contrastando la dipendenza dalla Russia. La costruzione di TANAP dovrebbe essere completata nel 2018.

14. SOUTH STREAM
Capacità: 63 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Gazprom, ENI, altri.
South Stream era un sistema di gasdotti che avrebbe inviato gas dalla Russia alla Bulgaria attraverso il Mar Nero e poi attraverso la Serbia in Europa centrale. Gazprom ha annullato il progetto nel dicembre 2013 e porta avanti il gasdotto TurkStream, nella speranza di raggiungere lo stesso obiettivo strategico aggirando l’Ucraina. La Commissione europea si oppose a South Stream contribuendo alla cancellazione del progetto della Gazprom.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La politica del petrolio saudita: brillante strategia o suicidio nazionale?

La rischiosa mossa sul prezzo del petrolio dell’Arabia Saudita ha ridotto il reddito nazionale della metà e teso seriamente politica interna ed estera del Regno
Dalan McEndree, Oil Price 13 agosto 2015 – Russia InsiderInvestors talk as they monitor screens displaying stock information at the Saudi Stock Exchange in RiyadhNell’ultimo trimestre del 2014, a fronte di un possibile eccesso di offerta, l’Arabia Saudita abbandonava il tradizionale ruolo di produttore bilanciato del mercato mondiale del petrolio e quindi il ruolo non ufficiale di garante dei prezzi esistenti (oltre 100 dollari al barile). A ottobre, fonti saudite preparavano il mercato con dichiarazioni sul Paese che accettava prezzi petroliferi da 80 dollari al barile in su per “un anno o due”. Nella riunione di novembre dell’OPEC, il ministro del petrolio saudita Ali al-Naymi annunciava che l’Arabia Saudita avrebbe permesso alle forze del mercato di fissare i prezzi, sostenendo che la rapida crescita della produzione al di fuori dell’OPEC rendeva lo status quo impraticabile, e che i prezzi più bassi nel breve termine sarebbero aumentati a lungo termine riducendo gli investimenti, infine, a beneficio di tutti i membri dell’OPEC. Parallelamente funzionari sauditi espressero fiducia nei mezzi finanziari del proprio Paese nel sopportare le ripercussioni dei prezzi del petrolio più bassi.

I sauditi si aspettavano un buco, non un pozzo senza fondo
I sauditi ovviamente calcolarono male l’impatto negativo dei prezzi del petrolio. Il prezzo medio del Brent, punto di riferimento globale, scese al di sotto degli 80 dollari del piano saudita, a novembre, a 62,34 dollari a dicembre per poi cadere sotto i 50 a febbraio. I prezzi rimbalzarono a 60 per un paio di mesi prima di cadere ancora una volta al di sotto dei 50 dollari. Il crollo dei prezzi del petrolio ha sostanzialmente ridotto i ricavi sauditi. Con i prezzi del Brent in media a circa 100 dollari al barile nel 2014, le esportazioni di petrolio saudita erano di 6310000 barili al giorno, generando circa 631 milioni di ricavi al giorno. Nel primo trimestre, con i prezzi del Brent a 53,92 dollari la stessa produzione avrebbe generato circa 340 milioni di dollari al giorno, 291 milioni in meno. I sauditi hanno tentato di mitigare il crollo degli introiti attraverso l’aumento della produzione, passando da 9,6 milioni di barili al giorno nel quarto trimestre del 2014 agli incredibili 10,5 milioni di barili al giorno a giugno. Le entrate derivanti dall’aumento della produzione, tuttavia, sono sopraffatte dal crollo dei prezzi creando un sostanzioso buco nel bilancio saudita. Nel dicembre 2014, il governo saudita approvò una spesa di 229 miliardi di dollari per il 2015, con un conseguente deficit stimato a 39 miliardi di dollari, il 5 per cento del PIL. Verso metà 2015, il FMI ha stimato un deficit pari a circa il 20 per cento del PIL saudita. Il Financial Times ha citato analisti stimare il deficit di bilancio saudita nel 2015 a 130 miliardi di dollari. Anche con un massiccio deficit spending, la crescita del PIL stimata dal FMI sarebbe rallentata dal 3,6 per cento nel 2014 al 3,3 per cento nel 2015, e quindi al 2,7 per cento nel 2016.

Verso il barile a zero dollari
arabia+oil+fields+image L’errore di calcolo saudita ha diverse ragioni. Uno è l’anello della retroazione negativa tra produzione di olio, PIL e bilanci nazionali che affligge molti produttori di petrolio non occidentali. I loro PIL e bilanci nazionali dipendono notevolmente dai ricavi dalle esportazioni di petrolio. Perciò, le minori entrate l’incentivano a produrre più petrolio possibile per mitigare il deficit. Secondo l’IEA, la produzione giornaliera nel giugno 2015 è aumentata di 3,1 milioni di barili dal 2014, con il 60 per cento (1,8 milioni di barili) dell’OPEC. Con 31,7 milioni di barili al giorno, la produzione dell’OPEC ha raggiunto il picco in tre anni. Tale incremento della produzione avviene nel contesto della riduzione della domanda globale. La crescita della domanda nel 2015, che l’AIE prevedeva in media di circa 1,4 milioni di barili al giorno, avviene principalmente in Asia e Nord America. Negli altri principali mercati d’esportazione, la domanda è stagnante. Quindi i Paesi esportatori di petrolio, compresi OPEC, Russia ed altri, concentrano le vendite in Asia, in particolare Cina. La domanda in Nord America è in crescita, ora che i prezzi del petrolio sono bassi, ma a causa degli alti livelli della produzione nazionale, gli Stati Uniti non sono più un mercato in crescita per gli esportatori di petrolio. Ciascun produttore, quindi, è incentivato a eliminare gli altri produttori direttamente (prezzo al barile) o indirettamente (assorbendo costo dei trasporti o rischio delle spedizioni) per strappare le vendite in Asia (o dislocare gli attuali operatori su altri importanti mercati). I produttori di petrolio nazionali scaricano il costo dei prezzi abbassati su altri settori dell’economia. Gli Emirati Arabi Uniti, per esempio, hanno tolto i sussidi sul carburante, in sostanza aumentando le entrate del bilancio, mentre l’Arabia Saudita ha recentemente emesso un’offerta obbligazionaria nazionale da 4 miliardi per contribuire a finanziare il bilancio. I clienti asiatici ne approfittano, riducendo la quota dei contratti a lungo termine a favore degli acquisti mirati. Ad esempio, come il Wall Street Journal ha riportato, alcuni raffinatori giapponesi riducono la percentuale di petrolio acquistato con contratti a lungo termine a circa il 70 per cento da più 90 per cento, mentre alcuni raffinatori sudcoreani la riducono dal 75 al 50 per cento. Inoltre, diverse compagnie petrolifere nazionali, anche del Venezuela, costruiscono raffinerie con i partner asiatici che useranno il loro greggio. Dato il contesto, non sorprende che l’elasticità delle entrate della produzione sia molto sensibile e negativa. L’Arabia Saudita ha aumentato la produzione del 6,8 per cento nel primo trimestre del 2015, ma ha visto i proventi delle esportazioni ridursi del 42 per cento.

Ogni vittoria saudita sarà di Pirro
La fiducia saudita nei propri mezzi finanziari si dimostra fuori luogo. Il fabbisogno delle entrate s’intensifica anziché moderare. Combattono guerre su più fronti con l’Iran direttamente (Yemen) e indirettamente (Siria, Libano e Iraq). SIIL, al-Qaida e gli sciiti scontenti rappresentano una significativa minaccia alla sicurezza interna. Contrastare le minacce estere e interne richiede l’aumento della spesa (tra cui, forse, un futuro e assai costoso programma di armi nucleari) placando la rapida crescita demografica, che richiede una spesa sostanziale per istruzione, formazione, occupazione e sostegno. Da qui il deficit di bilancio pari al 20 per cento del PIL. L’aumento della produzione non offre una soluzione. L’Arabia Saudita non può aumentare la produzione in misura sufficiente per ridurre significativamente il deficit in qualsiasi momento. Attualmente non ha una riserva per compensare i 291 milioni di export quotidiano perso nel 1° trimestre; con 5,4 milioni in più di barili al giorno, sarebbero necessari 53,92 dollari al barile. Prezzi che, naturalmente, un drastico aumento della produzione ridurrebbe ancora più. È dubbio che possano aumentare sensibilmente la capacità anche nel medio-lungo termine. Non potranno spendere molto più delle altre grandi compagnie petrolifere nazionali. In primo luogo, i prezzi bassi riducono il flusso di cassa dell’Aramco e quindi la capacità di finanziare gli investimenti. In secondo luogo, il governo saudita probabilmente aumenterà l’estrazione da tale flusso di cassa per finanziare ancor più priorità ed esigenze della sicurezza nazionale. In terzo luogo, il rifiuto saudita di agire da garante dei prezzi mina la fiducia estera sulla necessità d’investire o fare prestiti sui progetti petroliferi. Ciò sarebbe attraente a 75 dollari al barile, ma non a 50 dollari, e ancora meno se il prezzo del petrolio resta imprevedibile. In quarto luogo, in termini di rischio politico, Arabia Saudita ed alleati del Golfo, Iran, Iraq e Medio Oriente in generale, sono l’epicentro della tensione, agitazione e tumulti globali. In quinto luogo, la sua influenza nell’OPEC, e quindi la capacità di gestire produzione e prezzi dell’OPEC, è diminuita. La sottostima dell’impatto del cambio della politica dei prezzi, l’indifferenza verso i danni finanziari agli altri membri dell’OPEC e la volontà di sottrarre quote di mercato a scapito degli altri membri dell’OPEC, ne riducono la credibilità (tanto più che deriva dalla volontà saudita di tutelare gli interessi di tutti i membri, e talvolta di sopportare in modo sproporzionato). Se le riserve finanziarie saudite sono sostanziose (circa 672 miliardi a maggio), il piano è poco più di una misura tampone. Se i principali concorrenti (Russia, Iraq, Iran e Nord America) mantengono o addirittura aumentano la produzione (e hanno l’incentivo per farlo), i prezzi potrebbero rimanere bassi molto più a lungo di quanto previsto dai sauditi. La riserve saudite sono diminuite a 650 miliardi da quando i prezzi scendono (da novembre), con un tasso annuale di 100/130 miliardi. Più bassi rimangono i prezzi, più velocemente le riserve decadono e, mentre precipitano, maggiore sarà la pressione per dare priorità alla spesa a danno di certi sauditi.

L’Arabia Saudita causa il problema, ma può risolverlo?
Funzionari sauditi a quanto pare avevano detto che 90 o anche 80 dollari al barile per “uno o due anni” erano equanimi. Possono mantenere la compostezza che hanno mostrato finora, incorrendo in un solo anno nella perdita delle entrate che si aspettavano di avere in quattro anni (90 dollari) o due (80 dollari)? E non possono, e sicuramente non possono anche se sono restii ad ammetterlo, architettare l’aumento durevole dei prezzi, cioè, ridurre in modo durevole la produzione? A prima vista sembra impossibile. La produzione giornaliera saudita (10,5 milioni) e degli alleati Emirati Arabi Uniti (2,87), Quwayt (2,8) e Qatar (0,67) è pari a circa alla produzione giornaliera dei Paesi con cui sono in conflitto, direttamente o indirettamente, Russia (11,2), Iran (2,88) e Iraq (3,75) che hanno l’incentivo a trarre vantaggio da qualsiasi concessione unilaterale saudita Eppure, in effetti, questi Paesi sono impegnati nell’equivalente petrolifero della mutua distruzione assicurata. Il forte calo dei proventi del petrolio danneggia economicamente e finanziariamente ciascuno di essi, mentre le guerre dirette e indirette contro gli altri drena risorse dai programmi nazionali vitali. Tuttavia, data la sensibilità dei prezzi alle variazioni del volume è possibile, se non probabile, che mantenere la produzione saudita stabile o ridurla, potrebbe generare un aumento assoluto dei ricavi per tutti.8f0f_pipesTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita, da vittoriosi a megaperdenti

F. William Engdahl New Eastern Outlook 08/08/2015kerry-saudi_wide-7bfca96325d9ca9656ae9c2f4715d6141fbec18e-s900-c85Chi avrebbe pensato che saremmo arrivati a questo? Non certo l’amministrazione Obama e i suoi brillanti think-tank di strateghi geopolitici neoconservatori. La brillante proposta “win-win” di John Kerry dell’11 settembre scorso, durante il suo incontro a Jeddah con il malandato re saudita Abdullah era semplice: replicare il grande successo dell’accordo tra dipartimento di Stato e sauditi del 1986, quando Washington convinse i sauditi a inondare il mercato mondiale con l’eccesso di offerta comprimendo i prezzi del petrolio, una sorta di “shock petrolifero al contrario”. Nel 1986 ebbe successo contribuendo a piegare la vacillante Unione Sovietica fortemente dipendente dai proventi in dollari delle esportazioni di petrolio per mantenere il potere. Così, anche se non fu reso pubblico, Kerry e Abdullah decisero l’11 settembre 2014 che i sauditi avrebbero usato i loro muscoli petroliferi per piegare la Russia di Putin oggi. Sembrava brillante, al momento non c’era dubbio. Il giorno successivo, il 12 settembre 2014, l’appropriatamente nominato Ufficio terrorismo ed intelligence finanziaria del Tesoro USA, guidato dal sottosegretario al Tesoro David S. Cohen, annunciava nuove sanzioni contro i giganti energetici della Russia Gazprom, Gazprom Neft, Lukoil, Surgutneftgas e Rosneft, vietando alle compagnie petrolifere degli Stati Uniti dal partecipare a joint venture con le società russe su petrolio o gas, in mare o nella regione artica. Poi, proprio mentre il rublo calava rapidamente e grandi aziende russe versavano dollari per i pagamenti di fine anno, il crollo dei prezzi mondiali del petrolio sembrava por fine al regno di Putin. Questo fu chiaramente il pensiero delle anime tormentate degli uomini di Stato a Washington. Victoria Nuland era giubilante, lodando la nuova arma di precisione della guerra finanziaria dell’unità del terrorismo finanziario del Tesoro di David Cohen. Nel luglio 2014, il West Texas Intermediate, prezzo di riferimento negli Stati Uniti del mercato petrolifero domestico, arrivava a 101 dollari al barile. Il profitto del petrolio di scisto era in piena espansione, rendendo gli Stati Uniti importanti attori petroliferi per la prima volta dal 1970. Quando WTI arrivò a 46 dollari all’inizio di gennaio, improvvisamente le cose sembrarono diverse. Washington si rese conto di essersi data la zappa sui piedi, l’industria del petrolio di scisto statunitense era eccessivamente indebitato e cedeva sotto il prezzo del petrolio in calo. Dietro le quinte, vi fu la collusione tra Washington e Wall Street per stabilizzare artificialmente ciò che era l’imminente reazione a catena dei fallimento dovuto al crollo del petrolio di scisto negli Stati Uniti. Di conseguenza i prezzi del petrolio iniziavano una lenta risalita, arrivando a 53 dollari a febbraio. La propaganda di Wall Street e Washington cominciò a parlare di fine della caduta dei prezzi del petrolio. A maggio i prezzi erano saliti a 62 e quasi tutti erano convinti della ripresa del petrolio. Come si sbagliavano.

Sauditi scontenti
Dall’incontro Kerry-Abdullah dell’11 settembre (data curiosa, visto il clima di sospetto sulla famiglia Bush che copre il coinvolgimento dei sauditi sugli eventi dell’11 settembre 2001), i sauditi hanno un nuovo re decrepito, monarca assoluto e Custode delle due Sacre Moschee, re Salman, che sostituisce il deceduto re Abdullah. Tuttavia, il ministro del petrolio è sempre il 79enne Ali al-Naymi, che avrebbe visto un’occasione d’oro nella proposta di Kerry di avere la possibilità di eliminare contemporaneamente anche la crescente sfida sul mercato degli Stati Uniti del petrolio di scisto non convenzionale. Al-Naymi disse ripetutamente che era determinato a eliminare il “disturbo” del petrolio di scisto degli USA al dominio saudita sui mercati mondiali del petrolio. Non solo i sauditi non erano felici dell’intrusione dello scisto degli Stati Uniti nel loro dominio petrolifero, sono ancor più arrabbiati dal recente accordo dell’amministrazione Obama con l’Iran che probabilmente porterà tra diversi mesi all’eliminazione delle sanzioni economiche all’Iran. In realtà i sauditi sono fuori di sé dalla rabbia contro Washington, tanto che hanno ammesso apertamente l’alleanza con l’arcinemico Israele per combattere ciò che vedono come crescente dominio dell’Iran nella regione: in Siria, Libano e Iraq. Ciò ha contribuito alla determinazione di ferro dei sauditi, aiutati dagli stretti alleati del Golfo, a spezzare ulteriormente i prezzi del petrolio fino a quando l’ondata di fallimenti delle aziende del petrolio di scisto, interrotta a gennaio dalle manipolazioni di Washington e Wall Street, metta fine alla concorrenza del petrolio di scisto dagli Stati Uniti. Quel giorno potrebbe arrivare presto, ma con conseguenze non volute per l’intero sistema finanziario mondiale in un momento in cui le conseguenze non possono essere affrontate. Secondo un recente rapporto della banca di Wall Street Morgan Stanley, uno dei principali attori nel mercato del greggio, i produttori di petrolio dell’OPEC, aumentano aggressivamente le forniture di petrolio a un mercato mondiale già saturo, senza alcun suggerimento di una tregua. Nel rapporto, Morgan Stanley osserva con allarme visibile, “l’OPEC ha aggiunto 1,5 milioni di barili/giorno di forniture globali negli ultimi quattro mesi soltanto… il mercato del petrolio attualmente ha 800000 barili/giorno di offerta in eccesso. Ciò suggerisce che l’eccesso di offerta attuale del mercato del petrolio è interamente dovuto all’aumento della produzione dell’OPEC da febbraio”. Il rapporto della banca di Wall Street aggiunge una nota sconcertante: “Prevedevamo che l’OPEC non avrebbe ridotto, ma non avevamo previsto un tale brusco aumento”. In breve, Washington ha perso completamente influenza strategica sull’Arabia Saudita, un regno considerato vassallo di Washington dall’accordo di FDR per darne l’esclusiva alle major petrolifere degli USA nel 1945. La rottura delle comunicazioni tra USA e Arabia Saudita da nuova dimensione all’ultima visita di alto livello a San Pietroburgo, il 18 giugno, di Muhamad bin Salman, viceprincipe ereditario, ministro della Difesa saudita e figlio del re Salman, per incontrare il Presidente Vladimir Putin. L’incontro fu preparato con cura da entrambe le parti, discutendo di accordi commerciali da 10 miliardi di dollari, tra cui la costruzione di reattori nucleari russi nel regno e la fornitura di avanzate attrezzature militari russe ed investimenti sauditi in Russia nel settore agricolo, medico, logistico, vendita al dettaglio e immobiliare. L’Arabia Saudita oggi è il maggior produttore di petrolio al mondo e la Russia il secondo. Un’alleanza russa-saudita a qualunque livello non era di certo prevista dai pianificatori strategici del dipartimento di Stato di Washington…. Oh merda!
Ora che l’OPEC sovraproduce petrolio, i sauditi hanno incrinato lo sforzo traballante degli Stati Uniti per aumentare i prezzi del petrolio. Il calo dei prezzi è stato ulteriormente alimentato dai timori che l’accordo con l’Iran aggiunga altra sovrabbondanza, e che il secondo più grande importatore di petrolio al mondo, la Cina, riduca le importazioni o almeno non le aumenti dato il rallentare dell’economia. La bomba è esplosa sul mercato del petrolio l’ultima settimana di giugno. Il prezzo del petrolio WTI è andato da 60 dollari al barile, livello su cui molti produttori di petrolio di scisto potevano rimanere a galla un po’ di più, a 49 il 29 luglio, con un calo di oltre il 18% in quattro settimane, con tendenza verso il basso. Morgan Stanley ha suonato il campanello d’allarme, affermando che se il trend delle ultime settimane continua, “questa crisi sarà più grave di quella del 1986. Poiché vi è stata una forte flessione nei 15 anni precedenti, la crisi attuale potrebbe essere la peggiore degli ultimi 45 anni. Se accadesse, non ci sarà nulla nella nostra esperienza che possa guidare le prossime fasi di tale ciclo… In realtà, non ci sarebbe un precedente storico analizzabile“.251DCE7000000578-2928222-image-a-20_1422382770842‘October Surprise’
Ottobre è la prossima svolta per decidere, presso le banche degli Stati Uniti, se restringere i prestiti alle aziende del scisto o continuare ad estendere credito (come finora), nella speranza che i prezzi risalgano lentamente. Se, come fortemente accennato, la Federal Reserve aumentasse i tassi d’interesse negli Stati Uniti a settembre, per la prima volta in otto anni della crisi finanziaria globale, quando esplose il mercato immobiliare statunitense nel 2007, i fortemente indebitati produttori di petrolio di scisto degli Stati Uniti affronteranno un disastro immane. Nelle ultime settimane il volume della produzione statunitense di petrolio di scisto era al massimo con i produttori di scisto che disperatamente cercano di massimizzare il flusso di liquidi, ironia della sorte, ponendo le basi della sovrabbondanza di petrolio mondiale, causa della loro scomparsa. La ragione per cui le compagnie petrolifere di scisto statunitensi hanno potuto continuare le attività da novembre scorso e non dichiarare fallimento è la politica del tasso zero della Federal Reserve che porta banche e altri investitori a cercare tassi d’interesse più elevati nel cosiddetto mercato obbligazionario “High Yield“. Negli anni ’80 quando furono creati da Michael Millken e altri truffatori presso la Drexel Burnham Lambert, Wall Street giustamente li chiamò “junk bonds“, perché quando le cose vanno male, come ora per le aziende dello scisto, si trasformavano in spazzatura. Un recente rapporto della banca UBS afferma: “il mercato globale ad alto rendimento è raddoppiato di dimensioni; settori che videro l’emissione più vivace negli ultimi anni, come energia e miniere metallifere, hanno visto il debito triplicarsi o quadruplicarsi”. Supponendo che la più recente flessione dei prezzi del petrolio WTI continui settimana dopo settimana fino ad ottobre, ci potrebbe essere anche panico e corsa a vendere miliardi di dollari di tali obbligazioni spazzatura ad alto rendimento e alto rischio. Come nota un’analista degli investimenti, “quando la folla della vendita al dettaglio, infine, si volge per uscire in massa, i gestori dei fondi si troveranno faccia a faccia con i mercati secondari del credito aziendale senza liquidi, privi di profondità… ciò può innescare l’incendio delle vendite“. Il problema è che questa volta, a differenza del 2008, la Federal Reserve non ha spazio per agire. I tassi d’interesse sono già prossimi allo zero e la FED ha acquistato migliaia di miliardi di dollari di debito bad bank per evitare la reazione a catena del panico bancario statunitense. Una possibilità che non è stata discussa per nulla a Washington sarebbe il Congresso che abroga il disastroso Federal Reserve Act del 1913, che cede il controllo del denaro della nostra nazione a una banda di banchieri privati, per creare una Banca nazionale pubblica di proprietà del governo degli Stati Uniti, che potrebbe emettere credito e vendere debito federale senza per intermediari i corrotti banchieri di Wall Street, come previsto dalla Costituzione. Inoltre, si potrebbero nazionalizzare completamente le sei o sette banche “troppo grandi per fallire” responsabili del disordine finanziario che distrugge le fondamenta degli Stati Uniti e, per estensione, il ruolo del dollaro quale valuta di riserva mondiale della maggior parte del mondo.12660_srcF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Nuova Via della Seta, “New Deal” cinese: conseguenze economiche e geopolitiche

Global Europe Anticipation Bulletin (GEAB) Global Research, 31 luglio 2015Eurasian mapGli storici ricorderanno che il presidente cinese Xi Jinping ha lanciato ufficialmente la nuova “Via della Seta” con un discorso di 30 minuti alla Conferenza Economica di Boao sull’isola di Hainan, il 28 marzo 2015, di fronte a 16 capi di Stato o di governo e a circa 100 ministri dei 65 Paesi sulla via, terrestre o marittima di questa nuova rotta commerciale[1]. Per noi, interessati alla previsione politica, che sfida ha lanciato! La Cina suggerisce ciò che immaginiamo il futuro facendo un passo indietro di diversi secoli, anche due millenni. Tale mossa non è assurda, ma un dato di fatto! La forza di nazioni come Russia, Iran, India o Cina deriva dalla loro capacità di pensare al futuro. L’Europa ha una profondità storica, le due guerre mondiali l’hanno incoraggiata a riscoprire l’età prima delle nazioni, di Carlo Magno o anche dell’impero romano. Questo modo di pensare è probabilmente più estraneo agli Stati Uniti che esamineranno il progetto cinese con il peggior sospetto. Tuttavia dovranno convivere con la realtà: l’appetito per questa “resurrezione del passato” degli alleati europei, ma anche di un Paese come Israele [2]; tutti Paesi che hanno appena deciso di aderire all’Asian Infrastructure Investment Bank creata dalla Cina per l’occasione, confermando che il progetto che si basa su un antico passato ha un futuro. Di seguito ci si propone di abbozzare le prevedibili conseguenze dell’iniziativa cinese. Tre elementi vanno identificati con maggiore chiarezza: Parliamo di “Via e Corridoio” del potere cinese? Quali saranno le ripercussioni sul resto dell’Eurasia? Quale sarà l’atteggiamento degli Stati Uniti di fronte a ciò che rappresenta la prima sfida della nuova era, dove apprenderà che il potere è condiviso.
65 Paesi, 4,4 miliardi di persone, 63% della popolazione mondiale, sono interessati dalla Nuova Via della Seta. Per il momento questi Paesi rappresentano solo il 29% della produzione mondiale, ma siamo solo all’inizio di un riequilibrio globale intorno l’Eurasia. La Cina prevede che entro 10 anni le sue relazioni commerciali con i Paesi lungo ciò che definisce “Via e Corridoio” dovrebbero più che raddoppiare a 2,5 trilioni di dollari. La Cina ha inviato un segnale molto forte: in un momento in cui la sua crescita economica rallenta, non ha scelto di stimolare la propria economia attraverso la spesa militare, giustificando una possibile “guerra fredda” con gli Stati Uniti[3]. Ha scelto diplomazia e commercio per riequilibrare: per dipendere meno dal rapporto economico transatlantico, sembra debba rafforzare varie relazioni “in occidente”. E’ questione letteralmente di ridiventare “Il Regno di Mezzo”[4]. Per raccogliere i capitali necessari per la nuova gigantesca infrastruttura viaria economica, la Cina ha lanciato l’Asian Infrastructure Investment Bank con 52 Paesi partecipanti, tra cui le nove principali economie europee. Il capitale iniziale doveva originariamente essere di 100 miliardi di dollari, ma dato l’afflusso di adesioni, sarà più alto. La Cina ha già fatto sapere che, per attirare gli investimenti, il diritto di veto sarà dato dal Consiglio di Amministrazione (a differenza degli Stati Uniti nelle istituzioni finanziarie di Bretton Woods). Tuttavia, cerchiamo di non avere illusioni, la Cina, attingendo dall’immemorabile esperienza diplomatica, troverà tutti i mezzi indiretti per controllare la banca di investimento pubblico di cui ha preso l’iniziativa[5]. Il Paese intende approfittare di una situazione favorevole per promuovere i propri interessi: la Russia ha bisogno del suo sostegno se vuole resistere alla resa dei conti con gli Stati Uniti sul futuro dell’Ucraina. E l’Unione europea è seriamente tentata dall’aumento degli investimenti cinesi in Europa, per uscire dalla crisi[6]. Tuttavia, non si sopravvaluti la posizione di forza della Cina. Avendo accumulato enormi riserve di dollari, sente, data la fragilità dell’economia statunitense, la necessità di diversificare il proprio patrimonio. Investire parte delle riserve di valuta in un progetto importante come la “Nuova Via della Seta” corrisponde a un bisogno. D’altra parte nella lotta diplomatica che la mette contro gli Stati Uniti, la Russia non è totalmente dipendente dalla Cina: non solo può contare sul suo deterrente nucleare, ma anche sul supporto, diretto o indiretto, di India, Iran e Turchia. Infine, ricordiamo con cura che la Cina è una potenza finanziaria lungi dall’essere sufficiente negli investimenti su due continenti e quattro mari. Il progetto “Via e corridoio” avrà successo solo se i gruppi regionali v’investiranno massicciamente[7]. Dal punto di vista dell’UE ciò solleva la questione di sapere cosa seguirà il Piano Juncker. La Banca europea per gli investimenti e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo svolgeranno un ruolo sempre più importante nei prossimi anni permettendo all’Europa di fare la sua parte nella “Nuova Via della Seta”.
L’Unione europea è a un bivio. La crisi ucraina diventa un handicap se continua: non solo le sanzioni economiche imposte alla Russia influenzano negativamente l’economia europea, ma sempre più opportunità di investimenti vanno persi in Asia centrale, e l’Unione rischia di dividersi tra un campo atlantista e uno desideroso di accordarsi con la Russia. A dire il vero non c’è altra via che il rafforzamento degli accordi di Minsk. E per evitare una crisi infinita, la Germania gradualmente sostanzierà il pilastro europeo dell’Alleanza atlantica, abbastanza da influenzare gli Stati Uniti ed uscire dalla crisi. Il modo in cui i Paesi europei si sono gettati sull’Asian Infrastructure Investment Bank conferma il riequilibrio verso l’Eurasia dal legame transatlantico, l’equivalente europeo del movimento cinese dal transpacifico alla “Nuova Via della Seta” che potrebbe avvenire rapidamente. La mappa che si dispiega davanti ai nostri occhi è affascinante per uno storico abituato a pensare come Fernand Braudel, storico del Mediterraneo e del capitalismo, su un approccio “a lungo termine”: dal punto di vista cinese, la Via di terra parte da Xian, passando per Bishkek, Tashkent, Teheran, Ankara, Mosca, Minsk prima di raggiungere Rotterdam, Anversa, Berna e Venezia. L’antica città dei Dogi è all’estremità occidentale della Via marittima che passa da Atene, Cairo, Gibuti, Nairobi, Colombo, Kuala Lumpur, Singapore (con un ramo verso Jakarta), Hanoi, Hong Kong e Fuzhou terminando a Hangzhou. La Cina dunque si offre di riaprire un collegamento commerciale vecchio di 2000 anni, e di proporre, a differenza della visione fatalista di Huntington, un vero dialogo tra le civiltà confuciana, indiana, persiana, turca, araba, africana orientale, cristiana ortodossa e le zone d’influenza occidentali. Gli attori della globalizzazione policentrica, gli eredi degli imperi cinese, mongolo, persiano, russo, ottomano, arabo, bizantina, romano-germanico, francese e inglese hanno l’affascinante possibilità di vivere finalmente una storia comune e pacifica. Va prestato attenzione, nell’equilibrio dell’Eurasia, a che all’India sia sempre ricercata e meglio integrata nelle nuove reti che la Cina attualmente pianifica. Francia e Germania, con il resto dell’Unione europea, ha una carta naturale da giocarvi, anche importante dal punto di vista dei loro interessi a lungo termine: questa “Nuova Via della Seta” sarà utile ai Paesi interessati basandosi sull’equilibrio di forze. Il riavvicinamento con l’India è un vantaggio prezioso da fare pesare su Russia e Cina. Inoltre, permette di rimanere in linea con la logica BRICS, una logica a cui la Via della Seta non appartiene al momento, mentre il dinamismo cinese e l’esigenza russa di neutralizzare l’influenza degli USA in Asia centrale favoriscono la Shanghai Cooperation Organization. Il progetto cinese di “Nuova Via della Seta” è reso possibile dalla nuova età organizzativa, dove Internet è una delle manifestazioni più eclatanti. I leader cinesi hanno sicuramente capito più velocemente degli omologhi europei che la rivoluzione informatica ha fatto esplodere la vecchia opposizione geopolitica tra potenze continentali e marittime.
Attraversata da treni ad alta velocità, chiamata a dipendere sempre meno dalla concentrazione geografica delle proprie risorse energetiche, l’Eurasia è in procinto di diventare uno “spazio liquido”[8]. La Nuova Via della Seta può, senza esagerare, essere considerata un doppio asse “liquido” rientrando negli stessi criteri di analisi. Ovviamente, un tale sviluppo avrà le sue zone d’ombra. Gli “spazi liquidi” potrebbero essere infestati da pirati, già numerosi su Internet. Pepe Escobar su Asia Times online chiama da tempo “guerra liquida” [9] il modo in cui gli Stati Uniti contribuiscono a distruggere Stati come Iraq, Libia o Ucraina. Tuttavia, cerchiamo di misurare il cambiamento in atto e gli immensi cambiamenti all’orizzonte per l’Unione europea, la cui missione non è più costruire questo “piccolo promontorio del continente asiatico”, di cui Paul Valéry parlava, ma di organizzare una tripla connessione: euro-atlantica, euro-africana ed eurasiatica…

020140520112112Note
[1] Die Welt, 30/03/2015
[2] Japan Times, 04/01/2015
[3] Mentre nel 2010, la Cina decise di ridurre la spesa militare (fonte: Wikipedia), le tensioni tra occidente e nazioni emergenti, espressasi nel 2014 con la crisi ucraina, tuttavia portarono ad aumentarle del 12,2% lo scorso anno e al 10% annunciato per il 2015. Detto questo, in percentuale sul PIL, metodo abitualmente scelto per misurare le spese militari di un Paese (ricordiamo che gli Stati Uniti chiedono ai membri della NATO di contribuire per il 2% del PIL al bilancio dell’Alleanza), la quota di questa spesa è più o meno stabile, intorno al 2,1% (gli Stati Uniti spendono oltre il 4%), tenendo conto del fatto che il PIL della Cina è aumentato di quasi il 7% quest’anno. Un altro sembra dire che la Cina aumenta la spesa militare in modo ragionevolmente possibile e ciò nel contesto della sua apertura al mondo, dov’è costretta ad essere più trasparente co una serie di spese occulte che indubbiamente, semplicemente con questo processo, emergono allo scoperto. Ma il bilancio totale delle spese militari non supera i 95 miliardi di euro rispetto ai 460 miliardi degli Stati Uniti, sapendo che tale somma è in gran parte dedicata al mantenimento di un enorme forza militare (2,1 milioni), e che la quota dedicata all’acquisto di attrezzature è tanto più ridotta (fonte: Deutsche Welle, 03/04/2015). Questi fattori portano il nostro team a considerare che, contrariamente a ciò che i media occidentali vorrebbero farci credere, la Cina non è militarmente aggressiva.
[4] Michel Aglietta/Guo Bai, La voie chinoise. Capitalisme et empire, Paris, Odile Jacob, 2012
[5] François Godement, Que veut la Chine?, Paris, Odile Jacob, 2012
[6] Claude Meyer, La Chine banquier du monde, Fayard, Paris 2014
[7] Eurasia Review, 30/03/2015
[8] Ho preso in prestito questo concetto da John Urry, Global complexity 2000
[9] Pepe Escobar, Globalistan: come il mondo globalizzato si dissolve nella guerra liquida 2007

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleanza israelo-saudita

Dean Henderson 04/12/2014

Press TV aveva riferito che Stati Uniti e sauditi iniziarono a finanziare i ribelli siriani, divenuti SIIL, nel 2012. Dopo aver diretto gli islamisti libici per rovesciare Gheddafi, i sauditi e i loro compari despoti del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) cercarono di far cadere il governo Assad. Il maggiore azionista di News Corporation, proprietario del Wall Street Journal e dellìoperazione psicologica Fox News, è Rupert Murdoch. Il 2° magiore proprietario è il principe saudita Alawid bin Talal. La collusione anglo-statunitense con gli interessi sionisti israeliani è ben documentata. Meno noto è il ruolo dei Saud di finanziatori della Fratellanza musulmana e dei complotti di CIA/Mossad/MI6 nel mondo. La Fratellanza Musulmana dei Saud e i cabalisti israeliani condividono una lunga storia con i massoni dell’intelligence inglese risalente alle Scuole dei Misteri egizi. L’oligarchia dei banchieri Illuminati gestisce tutte e tre le società segrete e controlla l’economia mondiale attraverso il monopolio delle banche centrali e l’egemonia sul traffico di petrolio, armi e droga. Tale cabala di miliardari satanisti guidata dai Rothschild crea fanatici nelle fedi ebraica, cristiana e musulmana per dividere i popoli e massimizzare i profitti di guerra.

Gaza attack joint Arab-Israeli war on Palestinians: CNNDa quando la Chevron scoprì il petrolio in Arabia Saudita nel 1938, la monarchia dei Saud ha sempre finanziato le avventure militari segrete dei Rothschild. Fa parte dello scambio petrolio per armi. I sauditi inviarono oltre 3,8 miliardi di dollari ai mujahidin afghani addestrati dalla CIA. Il loro emissario presso gli statunitensi fu Usama bin Ladin. Diedero 3,5 milioni di dollari ai contras nicaraguensi. Il tangentista della Northorp/Lockheed Adnan Khashoggi svolse un ruolo chiave nel far finanziare dai sauditi l’Enterprise di Richard Secord. Ma mentre gli sforzi di contra e mujahadin ricevevano la copertura dei giornali, i Saud erano occupati a finanziare la controinsurrezione nel mondo. In Africa i sauditi sostennero per decenni il Fronte Nazionale per la Salvezza (NFS) che operava dal Ciad tentando di rovesciare il presidente libico Muhammar Gheddafi. Il Chad fu a lungo un Paese importante in Nord Africa per i sistemi di produzione petrolifera della Exxon Mobil. Nel 1990, a seguito di un controcolpo di Stato sostenuto dai libici contro il governo del Ciad, che sponsorizzava l’NFS, gli Stati Uniti evacuarono 350 elementi del NFS grazie al finanziamento saudita. Gli Stati Uniti diedero 5 milioni di dollari di aiuti al governo dittatoriale keniano di Daniel Arap Moi affinché il Kenya ospitasse i capi del NFS, mentre gli altri governi africani si rifiutavano di accettarli. Arap Moi poi aiutò le operazioni segrete della CIA in Somalia, finanziate dai sauditi. I sauditi finanziarono i ribelli dell’UNITA di Jonas Savimbi in Angola nel tentativo brutale di rovesciare il governo socialista del presidente del MPLA José dos Santos. Su richiesta della CIA, i sauditi diedero milioni al Marocco per pagare l’addestramento in quel Paese dell’UNITA. L’Angola ha enormi giacimenti di petrolio. Nel 1985 Chevron Texaco riceveva il 75% dei proventi del petrolio dell’Angola. Nel 1990 il 29% del greggio di Exxon Mobil diretto negli Stati Uniti proveniva dall’Angola. Una relazione annuale della De Beers, tentacolo della famiglia Oppenheimer che monopolizza il commercio dei diamanti nel mondo, si vantava di acquistare diamanti dall’UNITA. Savimbi fu alla Casa Bianca dal presidente Reagan. I sauditi finanziarono la RENAMO nella campagna terroristica delle CIA ‘Piano rosa’ contro il governo nazionalista del Mozambico. A metà degli anni ’80 i sauditi e l’Oman inviavano armi alla RENAMO attraverso le Isole Comore, favorevoli a Israele e al Sud Africa dell’apartheid. Due presidenti delle Comore Ali Soilah e Ahmed Abdullah Abderemane, furono assassinati dai mercenari che proteggevano il traffico di armi. Nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), ex-Zaire, il fantoccio degli Illuminati Mobutu Sese-Seiko governava con pugno di ferro da quasi quattro decenni. Era il cane da guardia della City of London nello Zaire ricco di cobalto, uranio e molibdeno di vitale importanza per il programma di armi nucleari degli Stati Uniti. Lo Zaire è anche ricco di rame, cromo, zinco, cadmio, stagno, oro e platino. Mentre Mobutu accumulava oltre 5 miliardi nei conti bancari svizzeri, belgi e francesi, il popolo dello Zaire viveva nello squallore. Mobutu fu messo al potere nei primi anni ’60 dopo che l’agente della CIA Frank Carlucci, con Reagan e Bush segretario alla Difesa e oggi presidente del consulente d’investimento della famiglia bin Ladin, Carlyle Group, fu il gangster che assassinò il primo ministro del Congo Patrice Lumumba. Sotto il regno di Mobutu, gli Stati Uniti avevano basi militari a Kitona e Kamina da dove la CIA perseguiva le guerre segrete contro Angola, Mozambico e Namibia finanziate dai Saud. La guardia di palazzo di Mobutu fu addestrata dal Mossad israeliano. Alla fine degli anni ’70 i sauditi comprarono le truppe marocchine inviate a salvare Mobutu dai secessionisti del Katanga guidati da Laurant Kabila. Mobutu fu deposto nel 1998 dalle forze fedeli a Kabila, amico di Fidel Castro. I sauditi cominciarono a finanziare le incursioni militari in Congo dei governi di Ruanda, Uganda e Burundi. Tale destabilizzazione della regione dei Laghi portò al genocidio ruandese. Kabila fu assassinato nel 2000 dopo essersi rifiutato di servire gli Illuminati. Oltre quattro milioni di persone sono morte nella RDC negli ultimi dieci anni.
Lumumba e Kabila non furono i primi nazionalisti africani eliminati dai sangue puro. Negli anni ’50 e ’60 la CIA e l’intelligence francese assassinarono il nazionalista marocchino Mahdi ben Barqa la cui Union Nationale de Forces Populaire minacciava il monarca Re Hassan II, fantoccio degli USA. Il presidente di sinistra della Guinea Sekou Toure e il socialista tunisino Habib Bourgiba furono assassinati dai servizi segreti occidentali. Nel 1993 il presidente sudanese Omar al-Bashir accusò i sauditi di fornire armi al Sudan People Liberation Army (SPLA) di Johnny Garang. La parte meridionale del Sudan che lo SPLA cercava di staccare, è ricco di petrolio. Il Mossad rifornì l’SPLA per anni dal Kenya. Nel 1996 l’amministrazione Clinton annunciò aiuti militari a Etiopia, Eritrea e Uganda. L’aiuto era volto ad alimentare l’offensiva del SPLA su Khartoum. La crisi nel Darfur è il risultato diretto dell’intromissione saudita-israelo-statunitense per conto di Big Oil. Il presidente algerino Chadli Benjladid accusò i sauditi di finanziare il barbaro Gruppo islamico armato (GIA) dopo che l’Algeria protestò contro la Guerra del Golfo voluta dagli USA, scatenando il regno del terrore contro il popolo algerino. Benjladid fu costretto a dimettersi, seguito dal frettoloso voto della legge sugli idrocarburi che aprì i giacimenti petroliferi del Paese, storicamente socialista, ai Quattro Cavalieri. La CIA poi aiutò i terroristi del GIA a recarsi in Bosnia, dove contribuirono a distruggere la Jugoslavia socialista. L’Algeria ha una lunga storia di sfide a Big Oil. Il presidente Houari Boumedienne, uno dei grandi leader socialisti arabi di sempre, richiese un ordine economico internazionale più giusto negli infuocati discorsi alle Nazioni Unite. Incoraggiò i cartelli di produttori per emancipare il Terzo Mondo dai banchieri di Londra. Il petroliere indipendente italiano Enrico Mattei iniziò a negoziare con l’Algeria e altri Paesi nazionalisti dell’OPEC che volevano vendere il petrolio a livello internazionale senza avere a che fare con i Quattro Cavalieri. Nel 1962 Mattei morì in un misterioso incidente aereo. L’ex-agente dei servizi segreti francesi Thyraud de Vosjoli dice che la sua agenzia ne fu coinvolta. William McHale della rivista Time, che seguiva il tentativo di Mattei di rompere il grande cartello petrolifero, morì in circostanze strane.
Nel 1975 gli Stati Uniti inviarono 138 milioni di dollari di aiuti militari dall’Arabia Saudita allo Yemen, nella speranza di schiacciarvi la rivoluzione marxista. Il tentativo fallì e lo Yemen fu diviso tra nord e sud per due decenni prima di unirsi nel 1990. Gli aiuti sauditi-statunitensi allo Yemen e all’Oman continuano ancora oggi, nel tentativo di reprimere i movimenti nazionalisti in quei Paesi che confinano con il Regno e i suoi vasti giacimenti controllati dai Quattro Cavalieri.
Durante lo sforzo degli USA per staccare la Bosnia dalla Jugoslavia, il re saudita Fuad chiese la fine dell’embargo sulle armi delle Nazioni Unite. Quando l’embargo fu revocato, i sauditi finanziarono l’acquisto di armi dei bosniaci musulmani. Poi i sauditi finanziarono i narcotrafficanti del Kosovo Liberation Army e i separatisti albanesi del NLA che attaccarono il governo nazionalista della Macedonia. I sauditi finanziarono anche le operazioni segrete della CIA in Italia dove spesero 10 milioni di dollari nel 1985 per distruggere il partito comunista. Recentemente il principe saudita Bandar ha donato 1 milione alla Presidential Library di Bush senior e un altro milione per la campagna di alfabetizzazione di Barbara Bush. La sera dell’11 settembre 2001 il principe Bandar fumava sigari alla Casa Bianca con il presidente Bush, mentre i membri della famiglia bin Ladin venivano evacuati dagli Stati Uniti nello spazio aereo chiuso al resto del traffico. I sauditi svolsero semplicemente il loro storico ruolo di finanziatori dell’operazione 11 settembre? Il maggiore azionista di News Corporation, proprietario del portavoce dei banchieri Wall Street Journal e dell’operazione psicologica Fox News, è Rupert Murdoch. Il secondo maggiore proprietario è il principe saudita Alawid bin Talal. Fox News è un’operazione segreta dei Rothschild per il controllo mentale del popolo statunitense?

Laurent-Desiré Kabila

Laurent-Desiré Kabila

Fonti:
Mercenary Mischief in Zaire”. Jane Hunter. Covert Action Information Bulletin. Spring 1991.
Hot Money and the Politics of Debt. R.T. Naylor. The Linden Press/Simon & Schuster. New York. 1987. p.238
Hunter
Earth First! Journal. Vol. 26, #1. Samhain/Yule. 2005
US to Aid Regimes to Oust Government”. David B. Ottaway. Washington Post. 11-10-96
The Great Heroin Coup: Drugs, Intelligence and International Fascism. Henrik Kruger. South End Press. Boston. 1980. p.43
The Gulf: Scramble for Security. Raj Choudry. Sreedhar Press. New Dehli. 1983. p.14
Dude, Where’s My Country. Michael Moore. Warner Books. New York. 2003.
ABC News Online. 10-19-04

Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries,Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Potete iscrivervi al suo sito Left Hook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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