Le relazioni Russia-Iran raggiungono nuove vette

Dmitrij Bokarev, NEO 02/01/2017

Novak e Zanganeh

Novak e Zanganeh

E’ risaputo che Federazione Russa e Repubblica islamica dell’Iran sono tra i membri più influenti del mercato degli idrocarburi globale. Da una cooperazione tra giganti ci si può aspettare un notevole impatto sull’economia mondiale, mentre si aprono grandi opportunità per i due Paesi. L’Iran ha circa il 18% delle riserve mondiali di petrolio e il 9% di gas. Durante il periodo delle sanzioni internazionali imposte all’Iran per il programma nucleare, il livello di produzione ed esportazione di petrolio quasi dimezzò. Ora però, dopo l’abolizione della maggior parte delle sanzioni, il Paese sta rapidamente recuperando terreno. Va ricordato che il 30 novembre 2016, a Vienna vi fu la riunione dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori del Petrolio (OPEC), la cui risoluzione concordata permette all’Iran di essere l’unico Paese a ricevere il via libera per aumentare la produzione di petrolio. L’Iran l’ha ottenuto ponendo i danni economici sofferti sotto il regime di sanzioni come principale punto di discussione. Affinché l’Iran ripristini rapidamente l’industria petrolifera del periodo d’oro, affinché questo gigante petrolifero ritrovi il suo posto nel mercato internazionale, ha bisogno dell’aiuto dei partner stranieri. L’industria petrolifera iraniana ha bisogno di investimenti esteri. Perciò, la leadership del Paese attua una serie di misure per rendere l’industria petrolifera e gasifera più attraente per le imprese estere. Nell’estate 2016, una nuova forma di contratto petrolifero con società straniere venne approvata in Iran. Secondo il nuovo contratto, le imprese straniere potranno esplorare, estrarre e processare energia. Le autorità iraniane sperano che le nuove opportunità permettano agli investitori esteri di fornire al Paese un grande flusso di necessari investimenti esteri, innescando il ritorno sul mercato iraniano di tutte le aziende costrette a cessare le attività nel Paese dopo l’imposizione delle sanzioni. Secondo gli esperti, per ripristinare le industrie petrolifere colpite dalle sanzioni, l’Iran ha bisogno di investimenti per 200 miliardi di dollari. Un’altra innovazione è la possibilità di stabilire joint-venture tra l’Iranian National Oil Company e società estere. Molte aziende provenienti da Asia e occidente hanno già espresso interesse sulla cooperazione. In questa luce, è stato siglato un accordo per 4,8 miliardi di dollari, nel novembre 2016, tra l’Iran e la società francese Total, che faciliterà lo sviluppo di South Parnaso, il più grande giacimento dell’Iran. Alla fine del 2016, il diffuso interesse per l’accesso al petrolio e al gas iraniani già portava a 50 le società estere che avevano presentato domande per partecipare alla gara secondo le disposizioni del nuovo contratto, da concludere nel febbraio 2017. D’altra parte, l’Iran ha un rapporto speciale con i Paesi che l’hanno sostenuto durante le sanzioni, in primo luogo Cina e Russia. Anche nel periodo più difficile, nonostante le pressioni occidentali, la Cina ha continuato ad acquistare grandi volumi di petrolio iraniano, mentre la Russia aiuta l’Iran a sviluppare il nucleare civile.
Russia e Iran hanno interesse a cooperare nel settore del petrolio e del gas, e ciò è noto da tempo. Fino alla fine del 2016, le società russe Gazprom, Gazprom Neft, Zarubezhneft, Lukoil e Tatneft espressero il desiderio d’iniziare a cooperare con l’Iran. Va ricordato che aziende come Gazprom Neft, Lukoil e Tatneft hanno già lavorato in Iran prima che la pressione delle sanzioni s’intensificasse, pochi anni prima. Oggi, la zona economica speciale dell’Iran, Lavan, con la sua moltitudine di raffinerie, esprime il notevole interesse delle imprese della Russia. Il 12 dicembre 2016, Russia e Iran firmavano un memorandum di cooperazione nel settore petrolifero ed energetico, a Teheran. Entrambi i Paesi s’impegnavamo a ricerca e sviluppo congiunti dei giacimenti (anche in mare aperto), nella fornitura di prodotti e nella produzione di attrezzature per l’industria petrolifera. Il documento stabilisce inoltre le condizioni delle operazioni di cambio. Alla firma del documento parteciparono il Viceministro dell’Energia russo Kirill Molodtsov e l’omologo iraniano Amir Hossein Zamani-Nia. Dopo la firma, quest’ultimo espresse la speranza di un ulteriore sviluppo nel prossimo futuro delle relazioni russo-iraniane che, a suo parere, hanno un grande potenziale. Il Ministro del Petrolio iraniano Bijan Zanganeh, in seguito fece una dichiarazione in cui espresse aspettativa per un grande contributo degli specialisti russi nello studio dei giacimenti iraniani, ed espresse anche ammirazione per la ragionevolezza della Russia sul mercato petrolifero. Il giorno dopo, il 13 dicembre, la Commissione intergovernativa si riunì sulla cooperazione economica tra Russia e Iran, con la partecipazione del Ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak e del Ministro delle Comunicazioni iraniano Mahmud Vaezi. Fu discussa l’espansione della cooperazione tra Russia e Iran nell’industria, agricoltura, energia, istruzione ed esplorazione dello spazio. Lo stesso giorno, i media riferirono sulla conclusione di un accordo tra la società russa Gazprom Neft e la National Iranian Oil Company per lo sviluppo congiunto dei giacimenti iraniani di Changule e Cheshmehush. Dopo di che B. Zanganeh espresse sostegno alle attività delle società russe sul mercato del suo Paese. A sua volta, Aleksandr Novak osservò che l’Iran è un buon vicino e un partner importante per la Russia. Lo stesso giorno, 13 dicembre, Teheran organizzato il Business Forum Russia-Iran.
Questi sviluppi dimostrano chiaramente che Russia e Iran sviluppano una collaborazione stretta e vantaggiosa. Allo stesso tempo, entrambi i Paesi hanno grandi prospettive di futuri sviluppi. A dispetto di ciò che le due potenze hanno già raggiunto, gran parte della cooperazione russo-iraniana potrà raggiungere vette senza precedenti nella storia. In questa luce, dal dicembre 2015 i due Paesi sono pronti ad avviare negoziati sulla zona di libero scambio (FTA) tra Iran ed Unione economica eurasiatica, che la Russia guida. Tuttavia, anche senza zona di libero scambio, nel solo 2016 il fatturato commerciale russo-iraniano era già aumentato di quasi l’80%. Il 30 novembre 2016, il Consiglio della Commissione economica eurasiatica convocò una sessione in cui i rappresentanti di tutti gli Stati aderenti approvavano l’avvio dei negoziati del Consiglio Supremo Economico Eurasiatico previsto dal 26 dicembre 2016. Tale forte crescita della cooperazione economica sarà inevitabilmente seguita dalla cooperazione politica e strategica. Russia e Iran hanno a lungo collaborato nella lotta al terrorismo in Medio Oriente. A questo proposito, discussioni sono già in corso sulle prospettive dell’adesione dell’Iran alla CSTO. Indubbiamente, unendo le forze, Russia e Iran avranno un grande impatto sulla politica globale.

Novak e

Novak e Vaezi

Dmitrij Bokarev, analista politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Petrolio e diplomazia russa

Jacques Sapir, Russeurope 13 dicembre 2016czveb8hucaanaocIl vertice che ha riunito i Paesi produttori di petrolio OPEC e “non-OPEC”, avvenuto il 10 e 11 dicembre a Vienna, sotto gli auspici congiunti di Russia e Arabia Saudita, potrebbe annunciare cambiamenti significativi sul mercato del petrolio. La decisione di rallentare la produzione appare più compatta e solida della precedente, proprio perché si tratta di Paesi OPEC e “non-OPEC”. I prezzi del petrolio, che sia “spot” o prezzo alla consegna a tre mesi, hanno immediatamente risposto aumentando oltre i 55 dollari al barile. Il vertice appare un successo diplomatico di prima grandezza per la Russia, che ha lavorato duramente per un anno alla costituzione di questo fronte tra i Paesi membri e non dell’OPEC, riflettendo l’influenza, crescente, della diplomazia russa.

Il contesto di un accordo storico
Il vertice è stata l’occasione di un accordo che alcuni descrivono storico, su tagli coordinati della produzione tra i Paesi OPEC e non-OPEC. Ma è stato un evento straordinario. L’Arabia Saudita ha detto di essere pronta a tagliare la produzione del petrolio più del previsto, con un annuncio che sorprendeva gli osservatori, e pochi minuti dopo la Russia e diversi altri Paesi dell’OPEC s’impegnavano a ridurre la produzione il prossimo anno [1]. La riunione del 10-11 dicembre va contestualizzata. È il primo accordo dell’OPEC con i concorrenti, i cosiddetti “non-OPEC”, dal 2001. Il fatto che l’Arabia Saudita abbia deciso di rilanciare sull’accordo è significativo. Le osservazioni dei sauditi in realtà rappresentano uno sforzo dei produttori per invertire il controllo sul mercato mondiale del petrolio, depresso dalla sovrapproduzione persistente e da riserve a livelli record. Questo può anche essere spiegato dall’impiego sempre più comune del petrolio non solo come materia prima, ma anche come strumento finanziario di banche e fondi d’investimento. Ciò spiega l’importanza decisiva dei prezzi del petrolio sul possibile recupero di queste riserve, che ora costituiscono “attività finanziarie” a pieno diritto. Tali attività servono ad aziende e Stati a garantire i prestiti sottoscritti, fungendo da garanzia. Ma vanno anche tenuti conto i problemi specifici dell’Arabia Saudita. Paese impegnato da due anni nello stallo con il vicino Iran, arrivando alla guerra crudele e spietata in Yemen. Si voleva, attraverso la politica della produzione a tutti costi, destabilizzare l’Iran. Ora è esso stesso destabilizzato. Le finanze saudite non sono, ed è un eufemismo, in buone condizioni, mentre l’Iran può chiaramente continuare a sostenere prezzi al di sotto dei 50 dollari al barile. Il ministro saudita ha detto di essere pronto ad andare sotto il livello psicologicamente importante dei 10 milioni di barili al giorno, livello mantenuto dal marzo 2015, secondo le condizioni del mercato. Al-Falih l’annunciò dopo che i Paesi non OPEC decidevano di tagliare la produzione di 558000 barili al giorno, suggerendo che l’Arabia Saudita aveva atteso l’accordo prima d’impegnarsi ad ulteriori riduzioni. L’OPEC accettò, due settimane prima, di ridurre la produzione di 1,2 milioni di barili al giorno. La riduzione dei non-OPEC dovrebbe essere pari alla crescita della domanda nel prossimo anno di Cina e India, secondo i dati dell’Agenzia internazionale dell’energia.opecI limiti dell’accordo
Tuttavia, va considerato il fatto che il patto tra Paesi membri e non dell’OPEC include Paesi che controllano il 60% del petrolio mondiale, ma esclude grandi produttori come Stati Uniti, Cina, Canada, Norvegia e Brasile. La serie di annunci nel contesto di questo accordo indica che l’Arabia Saudita cerca di alzare i prezzi del petrolio oltre i 60 dollari al barile fino forse a 70 dollari, perché il Pese cerca di colmare il deficit di bilancio che l’affligge. Inoltre, l’Arabia Saudita si prepara a privatizzare parzialmente la Saudi Aramco, nel 2018. Ma se il prezzo del petrolio è aumentato di circa il 15% nelle ultime ore, è difficile arrivi a 70 dollari al barile. Infatti, la produzione di petrolio di scisto negli Stati Uniti riprenderà vigorosamente non appena sarà sopra i 60 dollari al barile, almeno per i pozzi delle grandi aziende, dai mezzi tecnici per estrarre petrolio di scisto al costo di circa 40 dollari al barile. Presumibilmente uno dei risultati dell’accordo stabilizzerà a circa 60 dollari al barile il prezzo del petrolio nei prossimi mesi. Le voci sul prezzo a 70 dollari al barile sono per il momento chiaramente premature.

Successo diplomatico ed economico per la Russia
Al-Falih, il ministro del Petrolio saudita, e l’omologo russo Aleksandr Novak, rivelarono di aver lavorato per quasi un anno all’accordo, incontrandosi più volte in segreto. Ciò dimostra che il vertice non è per nulla un caso. Anche se si pensasse che per risolvere il problema della sovrapproduzione, un vertice tra Paesi produttori fosse necessario, riflette l’influenza ottenuta da mesi dalla Russia, l’unica che può favorire il dialogo tra Paesi in conflitto come Arabia Saudita e Iran. Ciò riflette l’importanza della diplomazia russa, ma anche nuove capacità acquisite con il forte intervento in Medio Oriente. Il ruolo della Russia in Siria, che vediamo con la liberazione di Aleppo da parte delle forze governative, non è estraneo al peso diplomatico russo. Analogamente, la Russia s’insedia in Egitto sostituendo gli Stati Uniti. La cessione da parte dell’ENI del 30% delle azioni del giacimento offshore di Shuruq alla Rosneft, lo testimonia [2]. La partecipazione certamente simbolica dei soldati egiziani a fianco delle forze governative siriane è un altro esempio dell’influenza della Russia in Medio Oriente. “E’ davvero un evento storico“, dichiarava Novak, Ministro del Petrolio russo. “È la prima volta che molti Paesi produttori di petrolio da diverse parti del mondo si riuniscono per realizzare ciò che abbiamo fatto”, aggiungeva parlando al fianco di al-Falih. La Russia si è impegnata a ridurre la produzione di 300000 barili al giorno, il prossimo anno, una diminuzione significativa dal picco mensile negli ultimi trent’anni, pari a 11,2 milioni di barili al giorno. Il Messico ha accettato di ridurre di 100000 barili al giorno, 35000 l’Azerbaijan e 40000 l’Oman. Il contributo del Messico, nel frattempo, avverrà con il cosiddetto “declino naturale controllato”, cioè il Paese non ridurrà deliberatamente la produzione, ma lascerà cadere la produzione dei giacimenti petroliferi che si esauriscono. Con una mossa sorprendente, il Kazakistan ha promesso una riduzione di 20000 barili al giorno. Sembra che quest’ultimo Paese abbia subito una forte pressione diplomatica. Il segmento kazako è particolarmente importante, perché la produzione del Paese dell’Asia centrale è in rapido aumento, dopo che una grande compagnia petrolifera ha iniziato a pompare ad ottobre. Anche qui, è chiaro che l’influenza della diplomazia russa è cruciale. Il rublo si è immediatamente rafforzato sul dollaro degli Stati Uniti e l’euro. Inoltre, l’accordo si aggiunge all’annuncio del consorzio composto dalla società svizzera Glencore e dal fondo sovrano del Qatar che partecipa alla semi-privatizzazione della Rosneft, pari a 10 miliardi di dollari, dimostrando che la Russia è tornata ad essere un Paese cui affidarsi sul mercato del petrolio e altrove, nelle relazioni economiche internazionali.

Il Ministro del Petrolio russo Aleksandr Novak e quello iraniano Bijan Zanganeh

Il Ministro del Petrolio russo Aleksandr Novak e quello iraniano Bijan Zanganeh

[1] World Oil
[2] World Oil

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin definisce la futura politica della Russia. Divorzio dall’occidente

Aleksandr Artamonov, Pravda, 01/12/2016bn-io012_rusdum_j_20150521171100Nel discorso annuale alla Duma russa, Vladimir Putin ha tratto le conclusioni presentando un rapporto e impostando le principali linee di sviluppo della Russia per il prossimo anno. In diverse occasioni, il discorso è stato interrotto da applausi spontanei: quando il presidente ha parlato dello stato economico del Paese e dello sviluppo del suo potenziale agroalimentare, sottolineando che la Russia è prima divenuta autonoma nelle materie prime agricole e adesso le fornisce ad altri Paesi. Infine, i deputati hanno applaudito quando Putin ha citato l’operazione militare all’estero (senza pronunciare “Siria”) e quando si è rivolto direttamente alle Forze Armate, alla fine del discorso: “Voi siete i soldati della Russia! Portate in alto l’onore Vostro e del Vostro Paese!
Detto questo, ci sono stati passaggi forti e veramente interessanti sulla situazione internazionale. Quindi, parlando degli Stati Uniti, Putin ha evitato di menzionare la vittoria di Donald Trump quale fattore di cambiamento nel rapporto tra i due Paesi. Ma non ha evitato di avvertire gli statunitensi dall’escalation sfrenata che porterà a conseguenze estreme. “Violare la parità strategica è molto pericoloso. Porterebbe alla catastrofe globale”, ha detto il Presidente della Russia. Altri Paesi, menzionati quali alleati nei principali assi di sviluppo, erano Cina e India, e il cruciale sviluppo dell’Oriente russo che Putin ha definito grande imperativo nazionale e snodo della situazione attuale. Come programma nazionale, Putin ha suggerito l’attuazione dell'”integrazione eurasiatica su tutti i livelli”. La grande sorpresa sul capitolo degli “Affari Internazionali” di Putin sembra sia non attendersi nulla di positivo dall’Europa, non avendo pronunciato nulla su questa parte geografica, economica e strategica. L’Europa è scomparsa dal discorso, segnando la grande svolta che la Russia intende operare, riservandosi alla cooperazione con Asia e Oriente.
Un altro aspetto interessante è la sequenza temporale e l’ordine delle questioni sollevate. Così più della metà del discorso era dedicata alla politica interna. La cosa che ha sorpreso molti è l’evocazione della rivoluzione sovietica del 1917. Sarebbe il momento della riconciliazione nazionale, sull’esempio francese, cioè, anche se il periodo fu crudele e sanguinario, incarna sempre il grande passo compiuto dalla società russa sulla via dello sviluppo sociale, politico ed economico. Ma Putin ha avvertito i revisionisti dicendo letteralmente che qualunque fosse l’origine degli antenati dei cittadini russi, in quella tragedia, e su quale barricata fossero, la Russia rimane e rimarrà sempre un solo Stato e un popolo unito, fiero del proprio passato e delle proprie vittorie. Tale approccio equivale alla fine dell’espiazione degli errori politici e degli abissi sociali legati alla memoria dei grandi purghe del 1937. Putin ha ripristinato il passato sovietico e, di fatto, voltato pagina mettendo i puntini sulle i e rifiutando di dimenticare le conquiste e le vittorie del periodo sovietico. Come è noto, allo stesso tempo, si è deciso di erigere un monumento in memoria di tutti i prigionieri politici. Sarà a Mosca, un muro (l’idea sarebbe il Muro dei lamenti), composto da corpi umani, in pietra rosa. L’idea generale dovrebbe essere il riconoscimento della memoria storica (a differenza della Francia, ancora alle prese con il compito di passare la spugna su Vandea e martiri della Bretagna), ma senza dimenticare di rendere omaggio ai grandi nomi dell’URSS; scienziati, ricercatori, soldati, artisti, ecc.
Un altro punto di forza menzionato sono i dati demografici. Cifre alla mano, il presidente russo ha dimostrato che il tasso di fertilità dei russi è più alto rispetto di quello in Portogallo e Germania: 1,7 Russia, 1,2 Portogallo e 1,5 Germania. E questo tasso continua ad aumentare con 1,78 nel 2016. Dopo la demografia, le questioni più importanti venivano esaminate in ordine di citazione; sanità a tutti i livelli con massicci investimenti da effettuare, istruzione secondaria, autostrade ed ecologia. La componente economica, particolarmente dolorosa per la Russia dati dimissioni e arresto del Ministro dello Sviluppo Economico, dimesso in attesa di presentarsi all’Ufficio del Procuratore di Mosca, ha stupito su molti punti. Così, Vladimir Putin ha osservato il rallentamento della caduta del PIL della Russia. La caduta dello scorso anno fu di quasi 3,7%, meno 0,3% del previsto nel 2016. L’inflazione dovrebbe raggiungere il minimo storico in Russia (5,8%) contro il 12,9 % nel 2015. La crescita industriale è stata riavviata. Alcune cifre sono sorprendenti: le esportazioni agroalimentari hanno generato un reddito superiore a quello militare: 14,6 miliardi di entrate dai contratti militari contro i 16,9 miliardi dai prodotti alimentari. Allo stesso tempo, ricordiamo che la Russia è al secondo posto per vendite di armi nel mondo. Un’altra sorpresa, non da ultimo, è il culmine dell’esportazione di prodotti informatici russi. “Un paio di anni fa“, ha detto il Presidente, “il livello era zero assoluto, ma ora l’informatica ha generato una plusvalenza di bilancio da 7 miliardi di dollari, quasi la metà del fatturato realizzato dal complesso militare-industriale“. Putin ha anche indicato l’obiettivo di una produzione avanzata in tutti i settori industriali, ed entro i prossimi 5 anni questi rami dell’economia dovrebbero essere pari al 30% del PIL (digitale, computer, neuro-tecnologia, spazio, nucleare, robotica, dispositivi quantistici, ecc).
In conclusione, si può anticipare che il prossimo periodo della Russia sarà caratterizzato da intenso sviluppo dei complessi militare-industriale, agro-alimentare ed informatico, quali settori di punta. Asia e oriente saranno i principali assi della cooperazione internazionale e dello sviluppo della Russia, e l’Oriente russo diverrà priorità nazionale. La Russia sembra definitivamente voltare le spalle all’occidente, da cui non si aspetta nulla di positivo. L’idea di grande complesso eurasiatico, tanto cara alla Russia dal periodo dell’Orda d’Oro, sembra destinata ad agitare di nuovo le notti insonni degli strateghi della nuova amministrazione Trump alla Casa bianca.56874055b08c4d8ba9f205c3c7ccc704Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’economia russa continua a rafforzarsi

Alexander Mercouris, The Duran 23 novembre 2016571a2929c36188fd698b4567L’economia russa continua il lento recupero ad ottobre, anche se il ritmo della ripresa continua ad essere frenato dalla strategia di contrasto all’inflazione della Banca centrale.
L’economia della Russia continua a rafforzarsi ad ottobre, con la produzione industriale superiore del 5,8% rispetto a settembre (l’aumento maggiore da aprile) e l’inflazione in calo al 6,1% (al di sotto delle aspettative di mercato). L’inflazione alla fine di novembre sarà probabilmente inferiore al 6%. PMI manifatturiere e dei servizi erano positive, con 52,40 e 52,70 rispettivamente). Nel frattempo la Russia continua ad essere prima in agricoltura, con un raccolto di grano record quest’anno di circa 106 milioni di tonnellate. Ciò riflette il rafforzamento completo dell’agricoltura della Russia, che cresce a un tasso annuo del 3%. Il Paese in pochi anni è divenuto autosufficiente nei suini e nel pollame dov’era grande importatore, e dovrebbe presto essere autosufficiente nelle carni e, a quel punto sarà completamente autosufficiente in tutti prodotti basati sulla carne. La trasformazione del settore agricolo della Russia ha permesso al Paese di ridurre le importazioni alimentari del 10% quest’anno rispetto al precedente. La Russia quest’anno, per la prima volta nella sua storia, supererà gli Stati Uniti come maggiore esportatore mondiale di grano, divenendo anche esportatore netto di altri prodotti alimentari come pollame. I giorni in cui i consumatori russi acquistavano cosce di pollo importate dagli Stati Uniti (note come “gambe di Bush”) sono passati. Secondo il Ministro dell’Agricoltura russo Aleksandr Tkachev, “In confronto, dieci anni fa l’importazione di cibo superò l’esportazione di quattro volte, e ora le esportazioni sono 1,5 volte inferiori alle importazioni. La crescita delle esportazioni è dovuta alla maggiore produzione di frumento (32%) e olio di girasole (15%)”. Tkachev ha previsto che se il sostegno del governo all’agricoltura rimane ai livelli attuali, nel 2020 il valore delle esportazioni alimentari del Paese sarà pari alle importazioni. Con l’agro-business russo che investe pesantemente nell’aumento di cibo e produzione vegetali (i principali prodotti alimentari che la Russia ancora importa), il Paese sembra destinato, negli anni 2020, a diventare esportatore di prodotti alimentari, come il Primo ministro russo Medvedev prevede, dove le esportazioni alimentari saranno il secondo maggiore percettore di valuta estera della Russia dopo le esportazioni energetiche.
1 Le osservazioni di Tkachev sulla necessaria importanza del sostegno del governo nel garantire la crescita dell’agricoltura russa, senza dubbio sono alla base dell’osservazione di Putin di pochi giorni dopo, secondo cui anche se le sanzioni occidentali alla Russia saranno tolte, la Russia impiegherà il massimo del tempo prima di togliere le proprie contro-sanzioni all’importazione di prodotti alimentari dall’UE. RT cita Putin, “Abbiamo agito davvero in modo responsabile e di fatto sfruttato le decisioni miopi applicate al nostro Paese dai nostri cosiddetti partner, introducendo le sanzioni“. In realtà le sanzioni dell’UE al settore agricolo della Russia sono state indubbiamente una manna, con le controsanzioni che libereranno il Paese dalle importazioni a una velocità che sembra avere sorpreso anche il governo russo, fornendo una spinta importante alla produzione nazionale. Anche se i russi, senza dubbio, saranno lenti nel togliere le controsanzioni, la mia opinione è che l’agricoltura nel Paese ha ormai acquisito il peso sufficiente per continuare a crescere rapidamente, anche quando saranno tolte le sanzioni. Inoltre, vietando la coltivazione in Russia di alimenti OGM, le autorità russe accelerano il processo promuovendo con successo l’idea, tra i russi, che il proprio cibo è più sano e migliore dei prodotti importati dall’occidente. Con la Russia che ora riesce a produrre con successo sostituti dei costosi formaggi importati come il parmigiano, i giorni in cui era possibile scrivere articoli sui russi contrariati dalla scomparsa di formaggi importati sono finiti. E’ pratica comune in occidente pensare alla Russia come terra con scarso cibo e code per esso, immagine del Paese che una volta aveva molto più di un granello di verità. Tuttavia, viaggiando in Russia oggi si ha l’impressione del contrario, della grande varietà di cibo e soprattutto di abbondanza. Come ho detto già molte volte, il maggiore vincolo alla crescita era la mentalità della Banca centrale volta solo a contrastare l’inflazione, mirando a portare il tasso annuo d’inflazione, entro la fine del 2014, al 4%. Ciò ha significato, in pratica, i tassi d’interesse reale alle stelle, i più alti in assoluto di una grande economia, calo dei redditi reali e crescita a breve termine sacrificata per ridurre l’inflazione. Con il governo impegnato, nei prossimi tre anni, ad una politica di consolidamento fiscale per estinguere il deficit di bilancio entro il 2020, non vi è alcuna compensazione allo stimolo fiscale per compensare l’enfasi della Banca centrale sulla riduzione dell’inflazione, motivo per cui la crescita è lenta. Il risultato è che anche se il Paese esce dalla recessione, il tenore di vita continua a scendere, il che però, come già detto, è qualcosa che la Banca centrale accoglie, certamente in privato, perché aumenta la competitività dell’economia e riduce l’inflazione deprimendo la domanda, anche se impedisce all’economia di crescere. A un certo punto però i tassi d’interesse cadranno con l’inflazione, uscendo dall’obiettivo della Banca centrale, la cui presidente Nabjullina prevede che il debito estero residuo delle banche russe sarà pagato entro la fine del 2017, ponendo in atto le condizioni affinché l’economia ritorni a una crescita sostenuta (del 4% annuo) nel 2020. Se i prezzi del petrolio si rialzano rapidamente, ovviamente la crescita potrebbe anche arrivare prima, in conseguenza della riduzione della deliberata politica del governo sul peso del prezzo del petrolio nell’economia.
Nel frattempo, la caduta degli investimenti s’è stabilizzata, come il tasso di cambio del rublo, e gli investimenti diretti esteri nell’economia russa in previsione di un ampliamento futuro, sono di nuovo in crescita. Questo è lo stato dell’economia russa oggi. In alcuni settori come l’agricoltura i risultati della politica del governo danno i loro frutti. In altri, come l’industria e la produzione, rimane molto da fare. Tuttavia parlare di economia in crisi o roba del genere è una sciocchezza.1_229

L’OPEC aumenta il prezzo del petrolio e l’Arabia Saudita ne riduce la produzione
Alexander Mercouris, The Duran 30/11/2016

opec0001L’annuncio dell’OPEC sulla riduzione della produzione di petrolio fa sì che i prezzi del petrolio aumentino mentre l’Arabia Saudita cambia rotta impegnandosi a tagliare la produzione dopo il crollo dei prezzi nell’estate 2014.
Dopo intensi negoziati, in corso per l’intero anno, l’OPEC ha finalmente annunciato la decisione di ridurre di 1,2 milioni di barili al giorno (circa 4,5%) la produzione attuale. La maggiore riduzione della produzione dev’essere effettuata dall’Arabia Saudita, che ha accettato di ridurre la produzione di 486000 barili al giorno. Inoltre, l’Iraq ridurrà la produzione di 209000 barili al giorno, e il Quwayt di 130000 barili al giorno. Un produttore importante, l’Indonesia, si è rifiutato di ridurre la propria produzione e si è sospeso dall’OPEC. Viene consentito ad un altro produttore, l’Iran, di aumentare la produzione di 200000 barili al giorno dagli attuali 3,7 milioni. I produttori non OPEC dovrebbero ridurre la produzione di 600000 barili al giorno; la maggiore riduzione riguarda la Russia, che sarà di 30000 barili al giorno. L’accordo dovrebbe durare 6 mesi. Il prezzo del petrolio ha subito recuperato alla notizia, con prezzi in aumento dell’8%, oltre i 50 dollari al barile. L’accordo è un rovescio per Arabia Saudita e Russia, grandi produttori di petrolio che si rifiutavano di ridurre la produzione in risposta al crollo del prezzo nel 2014. Da allora avevano livelli record di produzione, nel caso della Russia di 11,2 milioni di barili al giorno ad ottobre (il record post-sovietico), mentre la produzione saudita era arrivata a luglio a 10,67 milioni di barili al giorno. Ufficialmente la politica saudita fino all’inizio dell’anno era permettere che il prezzo del petrolio si riequilibrasse in modo naturale. Cosa ha spinto a cambiare politica?
Come dissi a settembre, la prima proposta di riduzione, all’inizio dell’anno, fu del ministro del Petrolio venezuelano, che aveva spinto i maggiori esportatori di petrolio a fare pressione. Le discussioni protrattesi sul congelamento della produzione di petrolio seguirono sorreggendosi solo sulle aspre contese tra Arabia Saudita e Iran, con l’Iran che insisteva ad aumentare la produzione dopo il rientro nel mercato all’inizio dell’anno, dopo l’allentamento delle sanzioni. L’ultimo accordo però va oltre il congelamento della produzione, come già detto, a settembre e prevede il taglio della produzione. La spiegazione dell’inversione saudita sono senza dubbio le crescenti tensioni sul bilancio dell’Arabia Saudita per via del prezzo del petrolio inferiore a quello atteso dai sauditi. Quasi certamente i sauditi erano spaventati anche dal breve crollo dei prezzi a 25 dollari al barile, d’inizio anno, preoccupandosi che il prezzo del petrolio sprofondasse. Anche se l’Arabia Saudita ha una grande capacità di prestiti sul mercato dei capitali, il tasso di cambio fisso avrebbe permesso che il crollo del prezzo del petrolio portasse il deficit di bilancio a livelli astronomici, costringendo i sauditi a tagli politicamente sensibili per mantenere la fiducia della comunità finanziaria internazionale. Tali tagli al bilancio tuttavia causano seri problemi e sembra che i sauditi abbiano accettato a malincuore semplicemente di non potersi permettere di continuare così. I russi, con una produzione di petrolio record e un bilancio sotto controllo, probabilmente ritengono di aver scoperto il bluff dei sauditi, permettendosi una minore riduzione della produzione. Resta da vedere se la riduzione basterà a riequilibrare il mercato del petrolio. La maggior parte dei commentatori lo sospetta, ma con i sauditi che ora cambiano corso sul taglio della produzione non è impossibile che, se i prezzi del petrolio cadono ancora, altri tagli alla produzione seguano.Austria OPEC MeetingTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La vendetta di Gheddafi si avvicina

Tunisie Secret 12 novembre 2016

Dalla distruzione della Libia da parte del barboncino di Obama, Nicolas Sarkozy, e del cammello di Hillary, Hamad del Qatar, non ci sono più sicurezza, leggi o soldi. Un terzo dei libici, quasi 3 milioni, è rifugiato in Tunisia, Egitto, Africa ed Europa. Inoltre lo SIIL è ben consolidato in Libia, le milizie islamiste governano gran parte del Paese con terrore, saccheggio e traffico di ogni tipo. Una situazione caotica che ha favorito il ritorno in scena dei gheddafisti. Per la rivista Middle East Eye, Mathieu Galtier analizza questi sviluppi.

15170994Alla deriva da cinque anni, la Libia non ha ancora alcun modello politico permanente. Risultato, gli sconfitti di ieri rientrano nel gioco politico.
La situazione in Libia è così caotica che il neologismo “libianizzazione” prende piede. La combinazione fatale è tra balcanizzazione, divisione dello Stato in zone autonome, e somalizzazione, fallimento del governo a vantaggio delle milizie. Attualmente, il Paese ha tre governi. Negli ultimi cinque anni, la Libia ha vissuto due elezioni generali, un colpo di Stato abortito, l’arrivo dello Stato Islamico (SI) e conflitti etnici a bassa intensità. La crisi è tale che sempre più libici chiedono il ritorno della Jamahiriya (Stato delle masse) creato da Muammar Gheddafi. “Vogliamo liberare la Jamahiriya vittima del colpo di Stato della NATO”, afferma subito Franck Pucciarelli a Middle East Eye, un francese che vive in Tunisia ed è portavoce di un gruppo che riunisce i sostenitori dei comitati rivoluzionari libici e internazionali, che agisce da cinghia di trasmissione dell’ideologia di Gheddafi. Ha spiegato che i membri sono attivi dal 2012 dentro e fuori il Paese. L’organizzazione conterebbe 20000 aderenti in Libia e da 15-20000 ex-militare esiliati sarebbero pronti ad attivarsi. “Possiamo organizzare una rivolta popolare e se il caos prevarrà in Libia, sarà grazie alle nostre azioni”, dice il portavoce. Ahmad, ex-dirigente presso il Ministero degli Esteri, oggi residente in Tunisia, è più misurato. “Abbiamo approfittato dell’instabilità per tornare, ma non abbiamo fatto nulla, dice a MEE. I libici e la comunità internazionale dovranno semplicemente rendersi conto che la Libia non può che essere governata che solo con la Jamahiriya”.

Tre tipi di gheddafisti
I due uomini si concentrano sull’organizzazione politica del Paese dopo la riconquista del potere: un referendum, o plebiscito, per il ritorno della Jamahiriya con la presenza della comunità internazionale per sorvegliarlo. Uno Stato delle masse modernizzato con un Senato che rappresenti le tribù, una camera e soprattutto una costituzione, assenti con Muammar Gheddafi. Uno scenario a cui sorride Qashana Rashid, direttore del Centro del Nord Africa per lo Studio sulla Libia, che ammette una ripresa solida dell’ideologia verde (il colore della Jamahiriya): “Il ritorno del vecchio regime si comprende soprattutto grazie al fallimento della transizione post-rivoluzionaria. Ed è proprio su questo fallimento che puntano gli ideologi gheddafisti per tornare in gioco, non il genuino sostegno popolare. I gheddafisti non potranno mai tornare al potere, ma avranno un peso significativo nelle alleanze strategiche nel futuro della Libia“. Mattia Toaldo, specialista dalla Libia del Consiglio europeo sulle relazioni internazionali, distingue tre tipi di gheddafisti: i sostenitori di Sayf al-Islam, figlio prediletto di Gheddafi, trattenuto dal 2011 nella città di Zintan, nell’ovest; i sostenitori del maresciallo Qalifa Balqasim Haftar, nell’est del Paese; e gli ortodossi della Jamahiriya. Franck Pucciarelli e Ahmad sono nell’ultima categoria, la più dura. Coloro che seguono Haftar hanno approfittato dell’amnistia approvata dal parlamento di Tobruq per i responsabili dei crimini durante la rivolta del 2011. Un testo che ha lo scopo di riportare gli esuli, tra 1,5 e 3 milioni, in maggioranza gheddafisti rifugiati in Tunisia e in Egitto. Il clan di Sayf al-Islam è probabilmente meglio strutturato e riunisce alcuni ortodossi. Anche se condannato a morte il 28 luglio 2015 in contumacia, a Tripoli, Sayf al-Islam vive ancora a Zintan. Ufficialmente prigioniero delle milizie locali, ha condizioni di detenzione molto tenue: circolerebbe liberamente in città e comunicherebbe molto con l’applicativo per la telefonia via Internet Viber.

Sayf al-Islam sta meglio del fratello Sadi
Fino a poco prima oscuro, il suo futuro è stato rilanciato indirettamente dai messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton, rivelati da Wikileaks, e dal rapporto del parlamentare Crispin Blunt. deputato conservatore, pubblicato a settembre, che ritraggono Sayf el-Islam da moderato possibilmente pronto a partecipare alla transizione democratica dopo suo padre. “Il coinvolgimento di Sayf Gheddafi avrebbe, forse, permesso a Lord Hague (ministro degli Esteri nel 2010-2014) di sostenere Mahmud Jibril e Jalil Abdul nell’attuazione della riforma in Libia senza dover sostenere i costi politici, militari ed umani del cambio di regime, ma non lo sapremo mai. Tali possibilità, tuttavia, avrebbero dovuto essere prese seriamente in considerazione, allora“, afferma il rapporto di Londra. I gheddafisti hanno buon gioco nell’evidenziare il profilo moderato ed istruito di Sayf al-Islam, laureatosi alla London School of Economics. Prevale sul fratello Sadi, imprigionato a Tripoli, divenuto religioso. I fratelli Hanibal, Muhamad e Aysha e la madre Safia esprimono silenzio dall’Oman, fin dall’ottobre 2012, dopo aver invocato dall’Algeria la contro-rivoluzione violenta, nei primi mesi dalla morte di Muammar Gheddafi. Non è questione se Sayf al-Islam prenda il potere apertamente, almeno per il momento, ma di manovrare nell’ombra per la riconfigurazione politica del Paese. Molte tribù nell’ovest temono l’avanzata di Haftar sostenuta dalle tribù orientali, a cominciare dalla gente di Zintan, anche se ufficialmente alleata del maresciallo. Ma oggi, la Tripolitania è divisa tra un gruppo islamisto e un governo di unità nazionale (GNA) debolissimo, nonostante il riconoscimento della comunità internazionale.

I gheddafisti invitati per la prima volta alle Nazioni Unite
Sayf al-Islam potrebbe essere la figura unitaria contro la Cirenaica, regione orientale della Libia, in piena avanzata grazie alle vittorie di Haftar. Sul terreno, i segnali positivi sono sempre più a vantaggio del figlio dell’ex-guida. Nel settembre 2015, il sedicente Consiglio supremo delle tribù libiche sceglieva Sayf al-Islam come legittimo rappresentante del Paese. Questo consiglio raccoglie essenzialmente le tribù fedeli a Gheddafi e non hanno peso istituzionale, ma il simbolismo è forte. Dalla primavera, Ali Qana, l’ex-capo dell’esercito nel sud con Gheddafi, lavora per la creazione di un esercito del Fizan (regione nel sud della Libia), i cui dati sono difficili da quantificare al momento. Ali Qana ha già annunciato che il suo gruppo non si affilierà a Tripoli o Tobruq, ma solo a un potere che riconoscerà la legittimità della Jamahiriya. Ad agosto, per la prima volta, l’ONU invitava dei noti gheddafisti, tra cui un ex-presidente del Congresso del Popolo (equivalente al parlamento nella Jamahiriya) per discutete sulla soluzione politica ed economica della crisi.

“Questo Paese è diventato una barzelletta”
La popolazione comincia anche a confrontare presente e passato, favorendo il passato. Nella banca Jamhoriya di Tripoli, Mahmud Abdalaziz aspetta da due ore di prendersi i 500 dinari (327 euro), permessi un paio di giorni a settimana. Le riserve valutarie sono calate da 107,6 miliardi nel 2013 a 43 miliardi a fine 2016. Sul mercato nero, il dollaro è scambiato a 5,25 dinari. “Questo Paese è diventato una barzelletta: c’è la guerra civile totale, non ci sono soldi e la migliore carriera possibile è aderire a una milizia“, denuncia Mahmud Abdalaziz a MEE, comunque grato alla rivoluzione per la libertà di critica, che sarebbe stata impossibile con Gheddafi, ammettendo tuttavia che si stava meglio prima, perché “la sicurezza è meglio della libertà”. Le milizie più rivoluzionarie di Tripoli hanno capito il pericolo di permettere che questa nostalgia dilaghi. A giugno uccisero a Tripoli dodici lealisti libici che avevano appena terminato la detenzione per crimini commessi nel 2011.14572990Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora