Trump e la missione del futuro re saudita

Nasser Kandil, 14 novembre 2017 – Comitato Valmy
Nasser Kandil è un politico libanese, ex-deputato, direttore di Top News e caporedattore del quotidiano libanese “al-Bina“.

Cos’è successo? Ecco un’analisi riassunta dagli ultimi articoli e trasmissioni di Nasser Kandil. Sembra rispondere a molte domande.Le realtà e l’equilibrio delle forze sul campo suggeriscono che l’alleanza statunitense-saudita-sionista non sia pronta ad intraprendere la follia di una grande guerra in Medio Oriente, ma non escludono che cerchi di raggiungere propri fini con una guerra meno intensa su un fronte giudiziosamente scelto, per riequilibrare la situazione attuale favorevole alle forze della Resistenza e dell’alleato russo. Una complessa equazione che l’alleanza ha recentemente cercato di risolvere appoggiando i separatisti curdi, impedendo la liberazione di al-Buqamal, considerando una guerra limitata nella Siria meridionale e nel sud del Libano. Ma tali piani si sono rivelati vani nel confronto globale. Infatti, il sostegno del piano separatista curdo in Iraq avrebbe probabilmente portato a una guerra contro almeno Iran, Iraq e Turchia; l’insistenza degli Stati Uniti nell’impedire agli eserciti siriano e iracheno e alle forze della Resistenza di convergere su al-Buqamal, dicendo che il confine siriano-iracheno era una linea rossa, significava entrare in guerra con Siria, Iran, Hezbollah e Hashd al-Shabi, sostenuti dalla Russia; mentre la guerra nella Siria meridionale o in Libano meridionale avrebbe messo Israele nel mirino di migliaia di razzi da Libano, Siria e Iran. Ma le guerre non sono roba per dilettanti, specialmente quando si tratta di avventurieri come coloro che avviano guerre perse in partenza, come nello Yemen. Errori che saranno fatali per il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il principe ereditario saudita Muhamad bin Salman e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che giocano la loro parte, ma nei limiti consentiti dai militari e dall’intelligence statunitensi. Tuttavia, Stati Uniti, Russia, Iran, Turchia, Arabia Saudita, Israele ed alleati operano nella zona geografica che va dalla Russia al Golfo e dall’Iran al Mediterraneo. Un’area geografica tradizionalmente definita “Medio Oriente” e che gli Stati Uniti tentavano d’espandere nel “Grande Medio Oriente” considerandolo propri spazio vitale e zona esclusiva d’influenza [2]. Questo senza contare l’inaspettato passo della Russia divenuta attore principale nella regione, soprattutto perché dal crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti si dimostrano incapaci di risolvere i conflitti. Una regione fortemente ricca e corrispondente più precisamente a quella definita dalla visione strategica dei “cinque mari” sviluppata nel 2004 dal Presidente Bashar al-Assad [3]. Infatti, è proprio in questa regione specifica che si svolgono lotte e guerre dirette o indirette che probabilmente porteranno a un nuovo ordine regionale e, di conseguenza, mondiale.
Cinque mari e quindi “cinque spazi vitali” dove gli Stati Uniti non sono più decisivi:
• Mar Caspio: dove il conflitto si è concluso a favore di due importanti attori, Iran e Russia; il Kazakistan ha ospitato nella sua capitale Astana incontri sulla Siria sotto la direzione russa e l’Azerbaigian che, mentre prima ospitava aerei israeliani destinati a colpire l’Iran e si preparava a competere col petrolio russo in Europa attraverso l’oleodotto turco, recentemente firmava un accordo di cooperazione strategica trilaterale con Iran e Russia a Tehran, mentre orbita verso la Turchia.
• Il Mar Nero: dove la guerra alla Siria e la sicurezza nazionale spinsero la Turchia a rivedere le proprie alleanze e a rivalutare i propri interessi, in modo da entrare, in parte, nell’alleanza russo-iraniana nonostante adesione alla NATO e il conflitto ancestrale con la Russia.
• Golfo Persico: dove una guerra sarebbe catastrofica per tutti, con Iran e Stati Uniti che si affrontano tramite la flotta statunitense.
• Mar Mediterraneo: dove una guerra sarebbe ancora più catastrofica, questo spazio è un lago internazionale con la presenza di statunitensi, francesi, inglesi, italiani, spagnoli, russi, turchi, siriani, israeliani…
• Mar Rosso: infine, l’unico spazio in cui è ancora possibile cambiare l’equilibrio delle forze senza rischiare un confronto globale, quindi l’ultimo spazio che permetta agli Stati Uniti di condurre la guerra per procura che gli serve. Sono presenti sul Mar Rosso: Cina a Gibuti; Iran in Eritrea, come dicono statunitensi, sauditi ed israeliani; Arabia Saudita; Egitto; Israele e Yemen.

I. Missione nello Yemen, sottrarre il porto di al-Hudayda ad Ansarallah
Ma solo Egitto e Yemen sono alle estremità nord e sud del Mar Rosso. Pertanto il controllo di questo mare per gli Stati Uniti implica la presenza saudita sulle coste dello Yemen, tra cui al-Hudayda, e allo stesso tempo ridurre il ruolo dell’Egitto alla neutralità. La “guerra di al-Hudayda” è dunque una guerra limitata, scelta per evitare una guerra in cui Stati Uniti e Israele sanno di non poter essere coinvolti. Se il saudita vincerà, sarà a vantaggio della coalizione internazionale. Se sarà sconfitto, sarò l’unico a subirne le conseguenze, specialmente perché ha già largamente compensato dalla campagna contro i cugini, spogliati delle loro fortune in una notte senza luna.

II. Missione in Siria, nascondere gli invasori di Raqqa sotto un’identità araba
A fine ottobre, il ministro saudita Thamar al-Sabhan apparve a Raqqa col generale Brett McGurk, nominato da Trump alla guida della coalizione internazionale. Il suo ruolo era convincere gli abitanti arabi della regione ad accettare l’occupazione della città dalle forze democratiche curde [SDF]. In altre parole, il saudita era responsabile della legittimazione dei separatisti curdi, che coprivano la presenza illegale di soldati statunitensi nel territorio siriano.

III. Missione in Libano per eliminare Hezbollah accontentando Israele
In Libano, l’equazione è: riconoscimento saudita delle vittorie di Hezbollah in Siria, contro riconoscimento iraniano delle vittorie saudite nello Yemen dopo la cattura di al-Hudayda. Ciò significa che le dimissioni del primo ministro libanese Sad Hariri, dettate dall’Arabia Saudita, hanno due obiettivi. Da un lato, spingere il governo libanese a togliere legittimità politica ad Hezbollah, a meno che non si ritiri dalla Siria, come pretende Israele. D’altra parte, dissuadere l’Iran dall’intervenire nella guerra di al-Hudayda, deterrente concomitante alla chiusura delle acque territoriali yemenite e alle accuse all’Iran per il presunto aiuto ai lanci missilistici sul territorio saudita.

IV: Reazione all’intervista di Sad Hariri, trasmessa da al-Mustaqbal TV da Riyadh, il 12 novembre
Oltre al fatto che questa intervista [4] dimostra che Sad Hariri agisce contro la sua volontà, constatiamo che annunciava la rottura del compromesso nazionale previsto all’inizio del sessennio. Un annuncio dettato dall’Arabia Saudita, dato che questo compromesso non è ancora violato. Il suo discorso cercava di convincere, ma senza riuscirci perché era noto il contenuto: coesistenza e pluralismo politico per la grande soddisfazione di Hariri, fino alla dimissioni forzate. Inoltre, è chiaro che costringendo Hariri a tenere tale discorso, l’Arabia Saudita cerca un nuovo compromesso il cui contenuto è inaccettabile, in quanto mira a integrare il Libano nell’asse saudita e nel suo conflitto contro Siria ed Iran. Ciò significa che Hariri non tornerà per un nuovo compromesso, ma per confermare le dimissioni fino alle prossime elezioni, in cui parteciperà. Nel frattempo, si libererà degli alleati del suo campo, precipitatisi dopo le dimissioni a riceverne l’eredità, e riconquisterà il sostegno popolare perso prima di questo processo; permettendogli di rimuovere molti concorrenti dal prossimo parlamento. Tutto grazie a coloro che sarebbero i rivali del campo opposto!

Conclusione
Questi sono i tre obiettivi tattici della missione di Trump a bin Salman. È lui che ne ha ordinato l’esecuzione. Infine, è il miglior partner di Trump nella regione dei “Cinque Mari”. La ricompensa prevista è il trono saudita. Tuttavia, per il momento, bin Salman raccoglie sconfitte. Infatti:
• La prima scommessa era vincere la sua guerra allo Yemen, per poi dichiarare trionfalmente di aver espulso l’Iran dal Golfo, prima di mettesi sul trono. Ha fallito.
• La seconda scommessa era presentarsi da unico agente di Trump nel Golfo, abbattendo il Qatar. Ha fallito.
• La terza scommessa era sfruttare la carta confessionale libanese per coprire la guerra di Stati Uniti ed Israele contro Hezbollah. Ha doppiamente fallito. Primo, con la detenzione di Hariri sperava di mobilitarne i correligionari libanesi, fedeli all’Arabia Saudita; ma hanno risposto: “Signore, non tocchi Hariri!” invece di dichiarare guerra ad Hezbollah. Secondo, quando ha visto la solidarietà libanese, soprattutto con la decisione della presidenza e di Hezbollah di considerare il “dopo Hariri” solo dopo sua liberazione e ritorno in Libano. Di conseguenza, la sperata rivolta contro Hezbollah è divenuta una rivolta contro l’Arabia Saudita. Resta da vedere quanto lontano Stati Uniti e Israele saranno disposti ad andare rispondendo ai suoi appelli alla guerra…

Nasser Kandil, 13/11/2017
Sintesi di Mouna Alno-NakhalFonti:
[1] 60 minuti con Nasser Kandil del 06/10/2017
[2] 60 minuti con Nasser Kandil del 10/11/2017
[3] Articolo del 09/11/2017
[4] Articolo dell’11/11/2017
[5] Articolo del 13/11/2017

Note:
[1] Discorso di Donald Trump a Riyadh
[2] Grande Medio Oriente
[3] Bashar al-Assad, personalità araba dell’anno
[4] Intervista a Sad Hariri a Riyadh; 20/11/2017

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La fine della “fine della storia”

Tom Luongo, 10 novembre 2017Nel 1989 Francis Fukayama dichiarò “La fine della storia”. La democrazia come forma di governo sarebbe il culmine finale dell’evoluzione dell’interazione umana. L’occidente trionfava e il resto era “solo un quadro di caccia”, prendendo in prestito una frase del brillante romanzo di Neal Stephenson “Snow Crash“. Ma questa settimana il Medio Oriente mi dice che l’autocrazia ha sostituito la democrazia e il sistema parlamentare transnazionale dell’Unione europea che Fukayama sosteneva nel suo articolo del 2007 su The Guardian. L’UE non rappresenta più la democrazia oggi. Diktat discendono da tecnici non eletti a Bruxelles, interamente al soldo di oligarchi apolidi (ovvero George Soros). Tutti in Europa e nell’UE devono obbedire o affrontare carri armati (Spagna) o infinite sfortune legali con le corti internazionali controllate (Polonia). Se eludete le regole, l’UE le modificherà per soddisfare le esigenze dei padroni. Basta guardare qualsiasi gasdotto russo proposto in Europa negli ultimi cinque anni. Negli Stati Uniti siamo sottoposti da un anno alla peggiore forma di condizionamento dello Stato sprofondo e dei suoi media quisling, creando l’allucinazione di massa che il presidente Donald Trump sia un agente segreto russo. L’obiettivo è rovesciare un’elezione democratica, dove lo stesso popolo ha dovuto superare una frode continua per vincere. Mentre, difatti, i partecipi alla creazione di tale allucinazione di massa coprono la propria collusione con la Russia come spionaggio e tradimento. Quindi, non consideratemi impressionato dalla valutazione della storia di Fukayama. La storia è una delle discipline praxeologiche. L’economia è un’altra. Qualsiasi analisi storica priva di imperativi economici è inutile. E l’ultimo argomento della storia di Fukayama è l’altezza della storia inutile perché non si pone la domanda di base “Cui Bono?” Chi avvantaggia?

La fine dell’Arabia Saudita
L’Arabia Saudita ha semplicemente sostituito un gruppo di autocrati con un altro, il principe ereditario (e presto re) Muhamad bin Salman. Non c’è un impulso democratico, ma la punta di lancia che Donald Trump e Vladimir Putin usano per ridisegnare il Medio Oriente. Le mosse di bin Salman sono state stupende per gravità e rapidità. Ma, se devi andare contro le persone più potenti del mondo, sii rapido e sarai distrutto. C’è una stampa ottusa alla luce l’estesa corruzione della nostra classe politica da Washington a Tel Aviv, da Bruxelles a Beirut. E sebbene impediti a coordinarsi apertamente o addirittura parlarsi, Putin e Trump si avvicinano tramite terzi mentre sembrano che non lo facciano. Lo status quo in Arabia Saudita è finito. Ora è il Paese di bin Salman. Grazie a Putin e Trump. Le vecchia alleanza tra Israele e Arabia Saudita è ora dichiarata, creando confusione tra certe persone. La loro penetrazione nei governi del mondo viene interrotta. Centinaia di miliardi di beni congelati. Decine di membri della famiglia incarcerati, molti erano finanziatori del corrottissimo Comitato Nazionale Democratico. Un pilastro importante del controllo statunitense viene atomizzato con l’arresto del principe Walid. Coincidenza che non può essere ignorata. Tutto succede in politica per una ragione. E a ogni guru confuso da ciò che accade, preoccupato che sia il preludio alla guerra regionale, ricordo che ci sono sempre più interpretazioni degli stessi eventi. Questa è la farina del mulino della storia. Per esempio, il missile sparato dallo Yemen sulla capitale saudita ebbe la conveniente ‘prova’ dell’origine iraniana. E’ una falsa bandiera di Salman o qualcun altro? Come sottolineava Zerohedge: “La nota narrativa è: proprio come i terroristi europei comodamente si suicidano portandosi sempre i passaporti per farsi identificare, l’Iran lascia sempre indicazioni vendendo illegalmente armi ai ribelli huthi nello Yemen”.

Domande in sospeso
Che succede se la purga di bin Salman sia la reazione a una falsa bandiera per scatenare la guerra all’Iran? Le forze israeliane e statunitensi ne avevano motivo. Sono sul punto di perdere tutto. Certamente è una teoria plausibile quanto quella dominante. L’atto di apertura del prossimo intervento estero di Salman. Perché Donald Trump è stato accolto dalla leadership cinese come nessun altro leader straniero negli ultimi 60 anni? Forse, nonostante la sua retorica, il Premier Xi Jinping sa che Trump è infatti sincero nel smantellare quella parte dell’impero statunitense che non serve più a nessuno, tranne ai pochi favoriti che s’incontrano a Davos e a Jackson Hole ogni anno? E Trump arriverà ad abbracciare la Via della Seta della Cina, a vantaggio degli Stati Uniti e del resto del mondo? Trump s’è fatto avanti salutando il Presidente Vladimir Putin in Vietnam all’avvio dell’APEC, nonostante una forte pressione contraria. Ancora una volta, perché? È il comportamento di un uomo che va in guerra? O che sta per essere indagato?

Più modi per prosciugare la palude
Il via per prosciugare la palude è un circuito, ma penso sia difficile discutere dove vadano le cose. Non verso il confronto con l’Iran ma in realtà l’opposto. Il segmento più arditamente anti-iraniano della casa reale saudita è impoverito e imprigionato. La CNN sarà venduta consentendo la fusione Time-Warner/AT&T. Jeff Zucker è fuori. Aggiungete un altro scalpo alla cintura di Steve Bannon insieme a quelli di Harvey Weinstein, Kevin Spacey e tanti a venire. Le vestigia della dirigenza neocon di Stati Uniti e Israele continueranno a sbandare e tentare di minare ciò che succede? Sì. Lo fanno da quando Trump è stato eletto poco più di un anno fa, ma non l’hanno fermato. Perché? Perché Putin era sempre all’opera emarginandoli. Trump ha fatto un accordo con i neocon ad agosto per cedergli il controllo della politica estera e, in effetti, ha esternalizzato la pulizia del Medio Oriente a Putin. Ma, prevedibilmente, anche loro non sono andati fino in fondo col loro comportamento. Trump ha imparato, come Putin, che i John McCain del mondo non rispettano gli accordi. Non sono “compatibili”. E, in quanto tali, dall’ultimo fallimento nell’abrogare Obamacare Trump va contro ogni pilastro che sostenga costoro. Finirà col processo di Hillary Clinton. Ma nel frattempo sembrerà che il mondo sia all’orlo della guerra mondiale.

E’ solo la storia
Alla fine, l’Arabia Saudita guardò il tavolo da gioco e vide che era sola. Re Abdallah ha visto i cambiamenti che andavano fatti. Incontrava Putin, concordando prezzi leggermente più elevati sul petrolio. La Cina si è offerta di acquistare una quota di Aramco, ma significava tagliare completamente i legami con gli Stati Uniti. Credo che l’offerta fosse un bluff. Era volta a spedire bin Salman da Trump che accettava di emettere l’OPA dell’Aramco a New York, ma doveva prendere il controllo e por fine al sostegno della famiglia reale al male mondiale. L’ultimo editoriale di Pat Buchanan lamenta che nessuno ascolta più quando gli Stati Uniti abbaiano. Ma, al tempo stesso, ciò che gli Stati Uniti abbaiano non vale l’aria smossa a più di venti anni dalla fine della storia. Questo è ciò che succede quando si ‘grida al lupo’ troppe volte. Benjamin Netanyahu infine lo capirà nelle prossime settimane. L’estensione della purga di bin Salman e i suoi effetti non solo sul Medio Oriente, ma su Stati Uniti ed Unione europea potranno essere valutati nei retroscena solo dagli storici. Un futuro Fukayama spunterà e lo vedrà dichiarando un’altra fine della storia. Ma, come sappiamo tutti, non finisce proprio nulla.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Perché le ambizioni marittime dell’Iran crescono?

Nina Lebedeva, New Eastern Outlook 09.11.2017Molti politici, esperti e media potrebbero senza dubbio constatare che, quasi dai primi giorni del soggiorno alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha sistematicamente accumulato oscure nubi nei cieli dell’Iran:
1. Il 29 gennaio 2017, Trump avvisava i leader della Repubblica islamica iraniana (IRI) di giocare col fuoco dopo il test missilistico iraniano condotto quel giorno. Infatti, secondo la dichiarazione del consigliere della Guardia rivoluzionaria iraniana del Leader della Repubblica islamica Sayyid Ali Hosseini Khamenei, Mahatba Dhualnuri, questi missili hanno una portata tale da poter facilmente raggiungere gli impianti militari statunitensi in Bahrayn o sull’isola Diego Garcia nel cuore dell’Oceano Indiano. Questo non è evidentemente nell’interesse degli strateghi del Pentagono, in quanto significa perdere la base essenziale agli Stati Uniti per proiettare potenza in Africa orientale, Medio Oriente, Asia del Sud-Est e Mar Cinese.
2. Nella scorsa estate, gli scontri (già verificatisi nel Golfo Persico) tra navi iraniane e statunitensi, accompagnate da elicotteri e dalla portaerei Nimitz, per deliberatamente e ripetutamente dimostrare forza testando capacità, azione e reazione iraniane, divenivano sempre più frequenti. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti indicavano l’aggressività delle azioni della flotta iraniana e le numerose manovre negli stretti di Hormuz e Bab al-Mandab, nel Golfo Persico e nell’Oceano Indiano, che avrebbero interferito con la libertà di navigazione, ecc.
3. Seguirono le affermazioni di Donald Trump contro l’Iran di non rispettare lo spirito dell’accordo del 2015 sulla natura pacifica del programma nucleare. Tra gli ultimi attacchi contro l’Iran c’era l’annuncio del 6 ottobre sull’imposizione di nuove sanzioni all’Iran per i suoi test missilistici, aiuto e sponsorizzazione del terrorismo ed attacchi informatici e l’accusa del 8 ottobre di sostenere la RPDC (Teheran continua a commerciare con la Corea democratica).
4. Il 13 ottobre, Trump promulgò una dura strategia verso l’Iran. Accusando Teheran d’interferire nei conflitti in Siria, Yemen, Iraq e Afghanistan e di sostenere al-Qaida e i taliban, propose di modificare i termini dell’accordo nucleare con l’Iran ed imporre sanzioni contro la formazione militar-politica del “Corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica” (l’élite delle Forze Armate dell’IRI o IRGC).
Quanto convincente e completo è l’elenco di tali affermazioni assai controverse degli Stati Uniti da adottare tale pressione contro l’Iran? Sembra che sia stata presentata una lista piuttosto lunga dei “peccati” di Teheran, in cui l'”accordo nucleare” è riconosciuto innanzitutto il più grave da Trump. Infatti, aiuta l’Iran ad essere in cima nello sviluppo economico e politico regionale e oltre. Ma secondo quali meccanismi? In breve, ciò ha a che fare, in primo luogo, con la promozione della leadership iraniana dell’idea di consolidare l’intero mondo islamico di fronte alle sfide attuali. Un passo serio lungo questa strada fu, tra l’altro, l’istituzione dell’unione tripartita per risolvere la situazione nella Repubblica araba siriana, comprendente Russia, Iran e Turchia. In secondo luogo, questo comporta anche le aspirazioni del Paese nel creare un arco dalle proprie frontiere al Libano. Il piano da un lato amplia notevolmente la sfera d’influenza e dall’altro preoccupa Stati Uniti ed Israele, nei pressi delle cui frontiere l’Iran sarà presente. In terzo luogo, la graduale ripresa del potenziale economico iraniano e i suoi legami con l’occidente ne incrementano l’importanza nella regione. Al fine di rafforzare sia il primo che il secondo, Teheran intende costruire una ferrovia per il Mediterraneo, una mossa inaccettabile per gli Stati Uniti. Tuttavia, non si può non riconoscere l’importanza di un altro meccanismo nell’avanzata dell’Iran.
Il fattore marittimo affrontato dall’Ayatollah Sayyed Ali Khamenei all’inizio del 2014, sottolineando la necessità di creare una flotta in grado di proiettare potenza all’estero e di operare negli oceani. Un progetto simile fu elaborato durante il regime dello Shah, quando fu prevista anche l’acquisizione di basi nelle Mauritius e Maldive, ma dopo il rovesciamento, la missione fu abbandonata. Una flotta forte rende possibile la dimostrazione della bandiera in luoghi dove necessario; stabilire una linea di difesa e creare basi operative al di fuori dello stretto di Hormuz; pattugliare le rotte iraniane; creare una rete di collegamenti coi partner e generalmente proiettare influenza e potenza. Tenendo presente questo aspetto, l’Iran ha iniziato la modernizzazione della flotta. Nel 2016, aveva in servizio 18000 marinai, senza contare i 20mila della Marina dell’IRGC. Teheran aveva 7 fregate, 32 pattugliatori veloci in grado di operare in “acque verdi” armati di missili antinave S-800 Noor, un distaccamento significativo di barchini per pattugliare lo Stretto di Hormuz e 5 posamine per minare lo stretto, se necessario. La flotta sottomarina è costituita da 29 sottomarini, di cui 5 d’altura. Oltre agli sforzi per produrre propri armamenti navali (nonostante il segreto sui dati dell’ammodernamento, nel dicembre 2016 i funzionari iraniani confermarono di lavorare su una portaerei e sulla costruzione di sottomarini e navi nucleari). L’Iran considerava le opzioni di acquisto, soprattutto da Russia e Cina. Nel febbraio 2016, il Ministro della Difesa Hossein Dehghan visitò Mosca per discutere la fornitura di armamenti per 8 miliardi di dollari, come sistemi missilistici mobili costieri “Bastion“, fregate e sottomarini diesel-elettrici. Le priorità nei negoziati 2014-2016 con Pechino erano accordi sulla cooperazione navale e la possibilità che l’Iran acquistasse navi, sottomarini e missili dalla Cina.
Il potenziale crescente della Marina Islamica Iraniana consente di ampliare il livello tecnico-militare e i limiti delle manovre navali (su un’area di circa 2 milioni di chilometri quadrati) fino al Mar Rosso (importante accesso al Mediterraneo e all’Atlantico, secondo gli strateghi iraniani) e l’Oceano Indiano, il cui sviluppo è estremamente importante, anche per ulteriori test dei missili balistici. Durante le manovre Velayat 95 nel febbraio e luglio del 2017, le navi della 47.ma flottiglia simularono una battaglia navale, impiegando droni aerei e testando vari tipi di missili per proteggere le rotte commerciali e petrolifere della Repubblica islamica. Espandendo le dimensioni delle manovre dell’aprile 2017, la Marina iraniana le condusse insieme all’Oman sulle sue sponde, che, come sottolineò il comandante in capo della Marina iraniana, Ammiraglio Hussein Azad, erano di natura difensiva e in risposta alla “campagna iranofoba” scatenata dai nemici dell’Iran. Comprendendo chiaramente il crescente ruolo della regione Indo-Oceano negli affari del mondo, Teheran è più attiva nell’utilizzare la diplomazia navale. Così, dal marzo 2017, i distaccamenti della Marina iraniana intraprendono visite in Pakistan, India, Oman, Tanzania, Azerbaigian, mentre sono in corso anche piani per diverse missioni per “mostrare bandiera” in Sud Africa, Federazione Russa, Kazakistan, ecc. I media russi hanno ampiamente pubblicato la prima visita del distaccamento di navi della 44.ma flottiglia iraniana dell’Atlantico, tuttavia non confermata da alcuni esperti. L’Iran rafforza attivamente i propri legami con alcuni Paesi marittimi (Pakistan, Sri Lanka, Indonesia, Djibouti, ecc., anche in ambito navale). Allo stesso tempo, gli strateghi iraniani elaborano piani a lungo termine per contrassegnare pienamente la presenza navale al largo delle coste dell’India e nelle acque dello stretto di Malacca, che insieme ad Ormuz e Golfo Persico costituiscono il triangolo strategico del flusso petroliero e di merci maggiore nella regione, in cui è richiesta la partecipazione iraniana a difesa degli interessi della Repubblica islamica. Ciò sembra risultare dalla dichiarazione ufficiale piuttosto imprevista delle autorità iraniane del novembre 2016 sulla necessità di stabilire basi (oltre alle 6 basi già operanti nel Golfo e le 2 situate sulle isole, come Bandar Abbas), in Yemen e Siria, che secondo gli ammiragli dell’Iran, saranno 10 volte più efficaci delle armi nucleari ed espanderanno la presenza iraniana sul Mediterraneo e la capacità di aiutare gli alleati della Repubblica Islamica dell’Iran.
Sembra che, anche se vi è molta retorica su questi piani, non tutto ciò riuscirà, poiché il potere di attuarlo è ancora piuttosto limitato. L’IRI non sembra pronta a deviare dalla rotta per diventare uno degli attori più attivi delle relazioni internazionali nell’area dell’Oceano Indiano. E la situazione dell’Iran, soprattutto sulla sua rotta, terrestre e marittima, darà a Donald Trump un altro “mal di testa” dopo la Corea democratica.Nina Lebedeva, studiosa presso l’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze Russa (RAS), esclusivamente per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Colpo di Palazzo a Riyadh

Thierry Meyssan, Rete Voltaire, Damasco (Siria), 7 novembre 2017Mentre la guerra contro lo SIIL finisce in Iraq e Siria, e la guerra contro lo pseudo-Kurdistan sembra essere stata evitata, diversi Stati del Medio Oriente riprendono l’iniziativa. Approfittando della fluidità del momento, il principe ereditario dell’Arabia Saudita ha eliminato brutalmente i membri della famiglia reale che potevano contestarne il potere. Quindi non solo le lotte di potere regionali sono state cambiate dalla guerra, ma uno degli attori principali ha cambiato obiettivi.

Una nuova era in Medio Oriente
La natura, si dice, odia il vuoto. La fine dello Stato islamico in Iraq e Levante (“Daish” secondo l’acronimo arabo), che ha appena perso persino Mosul per mano dell’esercito iracheno, Raqaq presa dall’esercito degli Stati Uniti e Dayr al-Zur, liberata dall’Esercito arabo siriano, chiude una guerra e apre una nuova era. Falliva Masud Barzani nel farsi riconoscere l’annessione di Qirquq ai curdi del PDK, nel piano per un nuovo Stato coloniale, lo pseudo-Kurdistan, base avanzata dell’esercito israeliano contro l’Iran. Mentre il grande Medio Oriente è devastato, soprattutto in Libia, Siria, Iraq, Yemen e Afghanistan, ci sono ancora quattro Stati che possono far avanzare i propri interessi: Israele, Arabia Saudita, Turchia e Iran. Per farlo, devono prendere l’iniziativa prima dell’incontro tra i presidenti Donald Trump e Vladimir Putin, previsto al vertice APEC di Danang (8-11 novembre) (Incontro saltato. NdT).
Il 3 novembre Israele dichiarava la disponibilità a proteggere i drusi della Siria meridionale dai jihadisti che avevano appena attaccato il villaggio siriano di Hadar. Dall’inizio del 2017, Tel Aviv tenta di creare un movimento separatista druso nella Siria meridionale, sul modello del movimento separatista curdo nel nord del Paese e in Iraq. Il Mossad reclutò il maggiore siriano Qaldun Zinadin che tentò di proclamare un drusistan. Ma riuscì solo a raccogliere una dozzina di combattenti contro Damasco. Lo stesso giorno, la Turchia riuniva le varie organizzazioni jihadiste ad Idlib per creare un “governo di salvezza nazionale” presieduto da Muhamad al-Shayq con Riyad al-Asad viceprimo ministro. Ankara riprende nel governatorato di Idlib l’idea dell’alleato Qatar che nel 2012 aveva già fondato un governo siriano in esilio denominato “coalizione nazionale siriana”. Nessun segno arrivava da Teheran, probabilmente perché la Repubblica islamica dell’Iran è l’unico dei quattro Stati importanti della regione ad aver sconfitto sia Daish che i Barzani. Non è quindi nel suo interesse modificare la nuova situazione. La sorpresa veniva da Riyadh. La famiglia reale non ha cercato d’imporre un nuovo ordine regionale, ma il principe Muhamad bin Salman (“MBS”) ha rovesciato l’ordine sclerotico del suo regno.

Le dimissioni di Sad Hariri
Il 4 novembre, alle 11:00 GMT, il primo ministro libanese, parlando in diretta sul canale televisivo al-Arabiya dal Ritz Hotel di Riyadh e in presenza del principe ereditario “MBS”, annunciava le dimissioni. Leggendo rigorosamente il testo scrittogli, Sad Hariri improvvisamente dimenticava di presiedere un governo che includeva ministri di Hezbollah, dicendo: “Dove l’Iran è presente, semina divisione e distruzione. La prova è l’interferenza nei Paesi arabi, per non parlare del profondo risentimento contro la nazione araba (…) L’Iran ha una presa sul destino dei Paesi della regione (…) Hezbollah ne è il braccio non solo in Libano, ma anche in altri Paesi arabi (…) Purtroppo ho capito che i miei connazionali seguono l’Iran nel tentativo di eliminare il Libano dall’ambito arabo. Glorioso Popolo del Libano, Hezbollah è riuscito, grazie alle armi, ad imporre una situazione di fatto (…) voglio dire all’Iran e ai suoi accoliti che perderanno. Le mani che attaccheranno gli Stati arabi verranno tagliate. E il male torna contro chi l’esercita“. Tale drammatico testo seppellisce il conflitto religioso sunnita/sciita per rilanciare quello razzista arabi contro persiani. Questo è un progresso nonostante le apparenze, dato che le opportunità di una guerra sono più limitate, sunniti e sciiti vivono assieme mentre arabi e persiani hanno territori distinti. Concretamente in Libano, questo non cambia molto. Soprattutto, il testo non indica le ragioni delle dimissioni del primo ministro. Sad Hariri aggiungeva di temere per la propria vita. Al-Arabiya spiegava subito dopo che era scampato nei giorni precedenti ad un attentato. Tuttavia, polizia e poi sicurezza generale libanese gettavano dei dubbi negando di sapere di tale attentato. Al-Arabiya assicurava che Rafiq Hariri, padre di Sad, fu assassinato nel 2005 dall’Iran, mentre la rete aveva accusato per anni i presidenti libanese e siriano Emile Lahud e Bashar al-Assad di averne sponsorizzato l’omicidio. Alla fine del discorso, Sad Hariri telefonava al presidente libanese Michel Aoun per annunciare ufficialmente le dimissioni. La conversazione fu molto breve e non rispose alle domande sui motivi delle dimissioni. Il ministro degli affari del Golfo saudita assicurava che, a differenza di quanto si potesse pensare a prima vista, l’Arabia Saudita non aveva arrestato Sad Hariri e che poteva tornare quando voleva in Libano. Voci sul suo arresto persistevano, l’account twitter del primo ministro pubblicava una sua foto in polo con l’ambasciatore saudita in Libano. Anche prima che Sad Hariri finisse il suo discorso, il rivale ex-direttore della polizia centrale (FSI) e ministro della Giustizia libanese Ashraf Rifi, tornava dal suo esilio italiano a Beirut. Inoltre, Hariri è una delle persone più indebitate del mondo, ha personalmente un debito di circa 4 miliardi di dollari col governo saudita, e non sembra capace di decidere contro gli interessi del suo creditore.
Alle 23:45 UT, Ansarullah lanciava un missile balistico yemenita sull’aeroporto Re Qalid di Riyadh. Fu intercettato da missili anti-missili Patriot. Con le armi sofisticate di Ansarullah fornite dall’Iran, gli osservatori collegano le dimissioni di Hariri e il lancio missilistico e accettavabo di vedere l’operazione come una risposta al discorso anti-iraniano di Sad Hariri.

La presa del potere di “MBS”
Gli eventi acceleravano. Pochi minuti dopo, re Salman firmò due decreti. Il primo pensionava il Capo di Stato Maggiore della Marina e licenziava il Ministro dell’Economia e il capo della Guardia Reale, il potente figlio del defunto re Abdullah, principe Mutab. Il secondo decreto istituiva la Commissione anticorruzione presieduta da “MBS”. La stampa annunciava anche l’entrata in vigore della nuova legge antiterrorismo, che include incidentalmente disposizioni che impongono 5-10 anni di prigione per falsità o insulto pubblico al re o al principe ereditario. Entro un’ora, la Commissione anticorruzione si riuniva adottando una serie di misure a lungo termine. 11 principi, 4 ministri in carica e decine di ex-ministri furono accusati di appropriazione indebita. Immediatamente arrestati dal nuovo comandante della Guardia Reale, alcuni sono indagati con la nuova legge antiterrorismo. Tra loro vi sono tre personalità precedentemente deposte dal re, come l’ex-comandante della Guardia Reale principe Mutab. Si apprese in giornata che i conti bancari dei sospetti furono sequestrati e che, se saranno ritenuti colpevoli, una mera formalità, le loro proprietà finiranno al Tesoro Nazionale. Secondo l’agenzia Saudi News, i sospetti avrebbero sottratto i fondi per le inondazioni del 2009 e la sindrome del coronavirus (Sindrome Respiratoria del Medio Oriente – MERS); un’accusa che se fondata non li distinguerebbe dagli altri cacicchi del regime. Sebbene non sia stata pubblicata alcuna lista dei sospetti, si sa che vi è il principe Walid bin Talal. Considerato uno dei più ricchi del mondo, ambasciatore segreto in Israele. La sua società Kingdom Holding Company, azionista di Citygroup, Apple, Twitter e Euro-Disney, è crollata del 10% all’apertura della Borsa di Riyadh la domenica mattina, prima che la quotazione venisse sospesa. Contrariamente alle apparenze, sembra che le vittime della purga non siano state scelte in base alle funzioni o alle idee, convalidando forse il discorso ufficiale sulla corruzione. Domenica sera, un elicottero cadeva presso Abha. Fu riferito che diversi dignitari morirono nell’incidente, incluso un certo principe Mansur. Il successo di MBS, che aveva appena rovesciato l’oligarchia instaurando la propria autocrazia, non anticipa bene sulla sua capacità di governare. A soli 32 anni, questo rampollo super-ricco non conosce il popolo ed è entrato in politica solo due anni fa. Le sue prime decisioni furono catastrofiche: decapitazione del leader dell’opposizione e guerra allo Yemen. Avendo neutralizzato tutti coloro che avrebbero potuto contrastarlo nella famiglia reale, “MBS” dovrà assicurarsi il supporto popolare per esercitare il potere. Ha già adottato diverse misure a favore dei giovani (70% della popolazione) e delle donne (51% della popolazione). Ad esempio, ha aperto cinema e concerti organizzati, vietati finora. Ha autorizzato le donne a guidare dal 2018. Presto abolirà la sinistra polizia religiosa da un lato e il tutorato dall’altro per accontentare le donne e liberare gli uomini da questo aggravio in modo da poter rilanciare l’economia. Soprattutto, “MBS” annunciava di voler trasformare l’Islam del suo Paese in una religione “normale”. Dichiarava non solo di modernizzare il wahhabismo, ma anche di ripulire gli Hadîth, la leggenda d’oro di Muhamad, dai passi violenti o contraddittori; un progetto secolare in conflitto con la pratica della comunità musulmana da secoli. Ha già arrestato più di mille imam e teologi. Questa strategia impedisce a “MBS” di condurre una guerra contro Iran ed Hezbollah e smentisce l’attuale discorso ufficiale: non è possibile prevedere la guerra contro Teheran mentre, da quando le Guardie Rivoluzionarie sostengono Ansarullah, l’Arabia Saudita subisce sconfitte su sconfitte nello Yemen. Ed è impossibile mobilitare i sauditi mentre “MBS” riforma radicalmente la società.
Retrospettivamente, questo colpo di Stato fu annunciato nei giorni precedenti. “MBS” aveva effettivamente dichiarato che era necessario essere pronti al cambiamento che avrebbe avuto luogo nella notte tra sabato e domenica. Ovviamente non è possibile che la caduta del governo libanese e la decapitazione della famiglia reale saudita potessero essere organizzati senza l’approvazione di Washington. Secondo la Casa Bianca, il presidente Trump e “MBS” parlarono al telefono il 4 novembre (data negli Stati Uniti), che potrebbe essere proprio poco prima del colpo di Palazzo o durante. Un accordo fu in segreto concluso sull’offerta di acquisto per l’Aramco, da lanciare non a Riyadh ma sulla borsa di New York. Inoltre, il discorso anti-iraniano di Sad Hariri fu preceduto dalla campagna di Washington. Dal 10 ottobre, l’amministrazione Trump promise ricompense per l’arresto di due comandanti della Resistenza libanese e presentò un piano contro le attività finanziarie delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran, mentre il Congresso votava non meno di cinque leggi contro Hezbollah.

Ipotesi di lettura
La totalità della stampa non lega le dimissioni di Sad Hariri con la purga della famiglia reale. Allo stesso modo, è contenta di annotare il colpo di palazzo senza badare all’identità degli arrestati. È vero che ha dimenticato l’azione delle monarchie assolute. Propongo un’altra ipotesi di lettura di questi eventi. Prima di tutto, va ricordato che alla morte di re Abdullah, il principe ereditario era Muqrin. La famiglia reale era divisa in tre clan: quello del figlio di Abdallah, principe Mutab, quello del figlio del ministro degli Interni Nayaf e quello del figlio di re Salman “MBS”. Si ricordi anche un segreto noto a tutti: Sad Hariri non è figlio del padre legale, ma un bastardo della famiglia dei Saud, del clan Abdallah. Nell’aprile 2015, il principe ereditario Muqrin fu dimesso. Muhamad bin Nayaf lo sostituì e “MBS” entrò in politica diventando improvvisamente erede del secondo. Nel giugno 2017, “MBS” poté rimuovere Nayaf e metterlo agli arresti domiciliari. Non solo per divenire l’erede principale, ma l’unico pretendente, ora doveva eliminare il clan Abdallah. Perciò ha dovuto far dimettere il principe Mutab, nonostante controllasse la Guardia Reale, senza dimenticare Sad Hariri, che avrebbe potuto offrire aiuto ai membri del suo clan da primo ministro del Libano. Se Sad Hariri non è stato arrestato, è perché, nonostante le dimissioni, è ancora temporaneamente primo ministro del Libano per il disbrigo degli affari correnti, fin quando il suo successore sarà nominato. Ma Ashraf Rifi, tornato a Beirut per sostituirlo, ha bisogno di tempo per essere legalmente nominato. Soprattutto dato che il Presidente Michel Aoun non vuole correre e intende chiarire l’attuale imbroglio. Ci vorrà ancora altro tempo, mentre Hasan Nasrallah, Segretario Generale di Hezbollah, non esitava a difendere Sad Hariri durante il discorso televisivo di domenica sera, affermando che il primo ministro ha rassegnato le dimissioni su obbligo di “MBS” e che ciò costituisce un’ulteriore interferenza saudita in Libano. Alla fine, su intervento della Francia, il primo ministro libanese veniva rilasciato dall’Arabia Saudita per gli Emirati Arabi Uniti. La maggior parte degli arrestati veniva trasferita al Ritz Hotel, dove Sad Hariri li aspettava, per essere tenuti agli arresti domiciliari. Poiché era necessario assicurarsi che nessuno possa competere contro “MBS”, era anche necessario escludere il ramo dell’ex-principe ereditario Muqrin. Ciò è avvenuto con l’incidente dell’elicottero che ne ha ucciso il figlio, principe Mansur. In due giorni, più di 1300 personaggi sono stati arrestati. Né Sad Hariri, né l’Iran, previdero gli avvenimenti del 4 e 5 novembre. La guida Ali Khamenei aveva inviato l’ex-Ministro degli Esteri Ali Akbar Velayati in Libano. L’inviato s’incontrò coi leader libanesi, compreso il primo ministro. Tutti i colloqui andarono bene, con Sad Hariri che concludeva con congratulazioni reciproche. Solo nei minuti che seguirono fu richiamato urgentemente a Riyadh.

Mosca e Washington i soli vincitori del colpo di palazzo
Attenta a ciò che si preparava, la Russia seguiva la mossa estendendo la propria influenza. Re Salman si recava a Mosca il 5 ottobre. Anche se alleato degli Stati Uniti, come l’omologo turco presidente Recep Tayyip Erdogan, acquistava armi russe, inclusi i missili S-400. Avendo abbandonato il sostegno al terrorismo dall’intervento del presidente Donald Trump a Riyad, a maggio, poteva concordare un piano di scambio di informazioni anti-terrorismo. Soprattutto, dopo aver firmato numerosi contratti, concordando a mantenere i limiti della produzione di petrolio dopo l’offerta di acquisto dell’Aramco, che dovrebbe favorire la speculazione e, di conseguenza, aumentare i prezzi. Quest’accordo fu concluso e firmato in segreto in questi giorni a Tashkent. Poi il Presidente Vladimir Putin si recava a Teheran il 1° novembre, assicurando la controparte iraniana, Shayq Hassan Rohani, che le dichiarazioni dell’omologo statunitense che contestano l’accordo nucleare 5+1 non avranno effetto. Ripeteva alla Guida Ali Khamenei la richiesta degli israeliani di non avere né Guardie della Rivoluzione né Hezbollah nel sud della Siria. Soprattutto, concordava con l’ayatollah un piano per il futuro della Siria secondo l’idea che ora l’Arabia Saudita smetterà di avervi un ruolo distruttivo.
In ultima analisi, il grande Medio Oriente ha tutto da guadagnare dalla transizione dell’Arabia Saudita da una dittatura oscurantista a un illuminato dispotismo. Comunque, cambiare azione, leadership e obiettivi di Riyadh apre molte opportunità. Ogni attore regionale cercherà di adattarsi al più presto per promuovere i propri interessi prima che la situazione si blocchi di nuovo.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Che succede agli squinternati sauditi?

Ziad al-Fadil Syrian Perspective 08/11/2017I soliti sospetti sono agli arresti domiciliari. Costoro includono il principe Walid bin Talal, uno degli uomini più ricchi del mondo e il più noto della cerchia “nobile” d’Arabia, insieme a un gruppo di altri principi e imprenditori, per non parlare del figlio di un ex-re. Ma, dato ciò, i sauditi hanno anche arrestato il primo ministro del Libano Sad al-Hariri. Ma fatto ciò ricordatevi questo: Ahmad Jarba e Riyadh Hijab sono pure nella vecchia gattabuia. Questi due sono i “capi” dell’opposizione ripulita alla Presidenza del Dr. Assad in Siria. Hmm. Che succede qui? Benny Mileikowski (alias Netanyahu) ha gravi problemi nel bordello noto come Stato dell’apartheid sionista. Affronta 4 indagini sulle sue malversazioni da premier. Come sottolinea correttamente l’articolo seguente, ha bisogno di una distrazione. Con l’elusione della fiducia pubblica e le accuse di tradimento che si presentano frequentemente, deve concedere qualcosa al suo yarmulka per riunire la sua scassata base. Ha bisogno di una nuova guerra. Muhamad bin Salman, noto come MBS, ha problemi simili. Pur non essendo stato accusato di corruzione per la semplice ragione che è il figlio del re, accusa altri della stessa cosa. Ha visto il fallimento del suo Paese nello Yemen e in Siria, nella serie di seccanti emicranie che il governo iraniano continua a sfruttare a scapito dell’egemonia sunnita nella regione. Anche lui ha bisogno di una distrazione. L’alleanza saudita-sionista non è più un segreto. Accidenti, Mileikowski continua ad annunciarlo in ogni discorso come la pubblicità alla finale di coppa. Il rapporto è così stretto che nessuno nell’alleanza può immaginare di sopravvivere senza l’altro. E la minaccia? Quel vecchio spauracchio, l’Iran. Mentre i sionisti non hanno bisogno di dichiarare guerra a Libano ed Hezbollah (il loro passato basta a stabilire tale relazione), i sauditi l’hanno appena fatto dichiarando che un missile sparato dallo Yemen sull’aeroporto di Riyadh è “un atto di guerra”, poiché, secondo loro, il missile fu lanciato da agenti di Hezbollah. Quindi, è guerra.
MBS incontrò Vladimir Putin discutendo della questione di Hezbollah in Libano. Mi ha detto chi ne è a conoscenza che il presidente russo non disse nulla quando gli fu chiesto apertamente dall’erede imbecille cosa avrebbe fatto se l’Arabia Saudita si fosse difesa dall’aggressione iraniana. Poiché Vlad non diede una risposta diretta, il principe dei principi tornò in Arabia Saudita con l’impressione che la Russia non farà nulla finché il prezzo del petrolio non sarà stabilizzato. E’ questo che pensa davvero il miserabile molesto parassita. I sionisti di Tel Aviv non condividono tale visione. Mileikowski stesso ha sollevato la questione con Vlad l’ultima volta che l’incontrava e, mi è stato detto, il capo sionista fu sconvolto dal candore di Vlad. Gli disse che l’Iran è un alleato “strategico” della Russia e che Mosca non l’avrebbe fermato se qualcuno l’avesse attaccato. Qui, a SyrPer, siamo sicuri che i sionisti pensano d’invadere il Libano per distruggere Hezbollah (ancora!) Ma esitano per paura che la Russia utilizzi le sue enormi risorse aeronavali per difenderlo. Un altro problema potrebbe anche essere l’arresto dell’emigrazione ebraica dalla Russia allo Stato-insediamento sionista, in effetti riducendo la quantità di DNA slavo/kazaro in Palestina. Eppure, il piano sionista non è affatto riposto via. Crediamo che l’invasione sionista sarà tale da non necessariamente incorrere nella collera del Cremlino. Potrebbe essere un assalto limitato il cui scopo sarebbe danneggiare la reputazione di Hezbollah come forza combattente e quindi incoraggiare l’esercito libanese a finire il lavoro. Non funzionerà. Invece, pensiamo che le teste fredde prevarranno usando l’ampia potenza economica saudita per debilitare lo Stato libanese e le sue istituzioni. Immaginiamo enormi attacchi alla Banca Centrale libanese ritirando i conti dei depositanti sauditi, scoraggiando investimenti, turismo e prestiti. Anche questo non funzionerà. Si aprirà semplicemente il Libano alla grande incursione iraniana soppiantando i miserabili sauditi in ogni aspetto.
I sauditi e i loro infeudati sionisti ashkenazi guardano con orrore Donald Trump illustrare continuamente la sua ossessione per la Corea democratica, come un moccioso che cerca l’attenzione che non merita, saltando su e giù per attrarre l’attenzione, finendo solo per essere ignorato. La ragione sarà che il Pentagono (che sussurra al presidente) non vede alcun beneficio nel rilanciare il pavone persiano e il suo ursino alleato di Mosca. Con l’intera flotta statunitense attraccata in Bahrayn, basta solo immaginarsi la distruzione che la V Flotta subirebbe se l’Iran scatenasse uno sbarramento di missili anti-nave Jakhont sulle navi poste a poca distanza dalle sue coste. Inoltre, i capi del MoD conoscono bene la potenza delle forze terrestri dell’Iran e la tendenza naturale a consolidarsi come forza di combattimento ogni volta che il Paese è invaso dal forze aliene. A differenza della Corea democratica, l’Iran non ha alcun programma nucleare militare, certificato dall’ONU conforme al trattato firmato da tutte le maggiori potenze, come la Germania. Sarà una follia per qualsiasi portavoce difendere l’invasione dell’Iran in tali circostanze e un risultato disastroso potrebbe anche portare alla fine di Trump. Tali analisi razionali non riguardano le stupefacenti scimmie ignoranti saudite. Oggi, MBS ha lanciato nuove accuse all’Iran sul tentativo di bombardare l’aeroporto di Riyadh, infilando Hezbollah con Teheran come se fossero una cosa sola. Pensando di avere il sostegno degli Stati Uniti d’America, potrebbe preparare qualche provocazione contro la Repubblica islamica, una provocazione che istigherebbe le forze armate statunitensi. Abbaia alla luna. L’Iran ha reagito alla retorica folle saudita avvertendo il nemico wahhabita della sua potenza militare. Con le sue forze impantanate nello Yemen, i suoi fantocci in Siria travolti e il suo destino legato ai capricci della Russia, MBS è dedito al suo vero amore, lo stile americano. MBS trascina il proprio Paese nel gioco delle roulette russe con tutte le cartucce caricate. Che tristezza. Sigh.
Ho una nuova fonte di informazioni qui negli Stati Uniti riguardo lo “Stato profondo”. Cercherò di spiegare come tale Stato profondo abbia influito su Siria e Medio Oriente. Ricevo nuove informazioni e le elaborerò presto. La mia fonte si chiama Chris.Traduzione di Alessandro Lattanzio