Dichiarazione di Putin sui colloqui Russia-India

Kremlin 24 dicembre 2015, Fort RussВстреча президента РФ В. Путина с премьер-министром Индии Н. МодиPresidente della Russia Vladimir Putin
Signor Primo Ministro, onorevoli colleghi,
La prima visita ufficiale a Mosca del primo ministro indiano, il signor Narendra Modi, sta volgendo al termine. I nostri colloqui sono stati molto sostanziali e fecondi. Spero che aiutino a promuovere il privilegiato partenariato strategico russo-indiano. Ieri il signor Modi e io abbiamo avuto un incontro informale a parte, dove abbiamo coperto i cruciali sviluppi mondiali. E’ importante che Russia e India abbiano approcci molto simili verso le principali sfide globali. I nostri Paesi sono a favore della soluzione politica del conflitto siriano e dell’accordo nazionale in Afghanistan. Siamo convinti che l’intera comunità internazionale beneficerà della creazione di un’ampia coalizione che agisca contro il terrorismo secondo il diritto internazionale e sotto l’egida delle Nazioni Unite. La Russia favorisce l’ulteriore rafforzamento del ruolo dell’India nella risoluzione dei problemi globali e regionali. Siamo convinti che l’India, grande nazione dalla politica estera equilibrata e responsabile, sia degna candidata alla posizione di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Vorrei ricordare che la Russia ha sostenuto attivamente l’India nell’adesione alla Shanghai Cooperation Organization. Lavoriamo a stretto contatto nei BRICS, e consegneremo la presidenza di turno all’India nel febbraio 2016. Nel corso dei colloqui di oggi su formati ristretti e ampliati, nonché nel nostro incontro con i principali rappresentanti della comunità d’affari russi e indiani, abbiamo parlato di sviluppare l’intera gamma delle relazioni bilaterali, con particolare attenzione agli scambi commerciali e alla cooperazione economica. Purtroppo, nei primi 10 mesi di quest’anno il nostro commercio reciproco è diminuito del 14,4 per cento. Questo è stato principalmente causato dal calo dei prezzi dell’energia e della domanda per la costruzione di macchinari, causata dalla sfavorevole situazione del mercato dei tassi di cambio e da divergenze estere. Ci siamo accordati per migliorare i nostri sforzi per puntare il commercio verso la crescita stabile, discusso misure concrete per sviluppare e diversificare il commercio e togliere ostacoli amministrativi ed altri. Il ruolo chiave qui è della nostra Commissione intergovernativa, riunitasi il 20 ottobre a Mosca. Dedichiamo la nostra attenzione alla costruzione della cooperazione negli investimenti. Abbiamo deciso di aumentare gli investimenti reciproci per una maggiore cooperazione industriale e nella realizzazione di grandi progetti infrastrutturali ed energetici.
La Russia contribuisce a costruire la centrale nucleare di Kudankulam. La prima unità della centrale è stata attivata nel giugno 2014. Tra alcune settimane sarà attivata la seconda unità. Intendiamo iniziare la costruzione delle terza e quarta unità nel prossimo futuro. I negoziati sono in corso sulle quinta e sesta unità. Abbiamo concordato con l’India l’assegnazione di altro terreno per la costruzione della centrale russa, dove intendiamo utilizzare i più recenti reattori WWER-1200 costruiti con le tecnologie più recenti e più sicure. Queste sono le misure pratiche dirette ad attuare l’importante documento firmato un anno fa, sulla visione strategica della cooperazione russo-indiana nell’uso pacifico del nucleare, contenente i piani per costruire congiuntamente, in India, almeno sei reattori in 20 anni. L’esportazione degli idrocarburi russi sul mercato indiano è in crescita. L’accordo tra Rosneft e Essar prevede ampi rifornimenti di petrolio e prodotti petroliferi alle raffinerie indiane, 10 milioni di tonnellate all’anno per 10 anni. Quest’anno Gazprom ha anche consegnato 5 partite di gas naturale liquefatto in India, e adempiamo ad importanti progetti nella generazione di energia. La società Silove Mashinij ha completato le consegne delle attrezzature commissionate per le centrali idroelettriche di Teri e Balimela e la centrale a ciclo combinato di Konaseema. Tre unità della centrale termica di Sipat sono in costruzione nei termini chiavi in mano.
I grandi rapporti economici tra Russia e India non si limitano affatto all’energia. Così, vorrei ricordare la nostra cooperazione strategica nel settore dei diamanti. La Russia è il più grande produttore di diamanti al mondo, con il 27 per cento di estrazione mondiale, mentre l’India è leader nel taglio dei diamanti, con il 65 per cento del commercio. Quasi la metà della produzione russa viene consegnata all’India. L’anno scorso durante la nostra partecipazione congiunta alla Conferenza Internazionale sui Diamanti di New Delhi, il Signor Primo Ministro ed io abbiamo deciso di rafforzare ulteriormente la cooperazione, e il lavoro è in corso. Così, la Alrosa ha aumentato i contratti a lungo termine da 9 a 12. Ampliando la cooperazione, una zona doganale speciale è stata istituita presso la borsa dei diamanti di Mumbai. Abbiamo inoltre deciso di lanciare nuovi progetti comuni nei settori ad alta tecnologia come l’ingegneria aeronautica, l’industria automobilistica, la metallurgia, i prodotti farmaceutici e l’industria chimica. Abbiamo discusso le prospettive per le imprese russe di partecipare al programma di sostituzione delle importazioni dell’India, chiamato giustamente ‘Fai in India’. Vediamo ciò come un’opportunità in più per la creazione di joint venture, trasferimento di tecnologia e produzione di beni ad alto valore aggiunto. Il protocollo firmato semplifica gli obblighi di viaggio per talune categorie di cittadini dei nostri due Paesi, promuovendo contatti commerciali più attivi e un regime di visti più liberale. Ora gli uomini d’affari possono visitare Russia e India su invito diretto dei loro partner. I nostri due Paesi collaborano tradizionalmente nella cooperazione militare e tecnico-militare, e non mi riferisco solo ai rifornimenti di beni già pronti, ma anche a una maggiore cooperazione tecnologica. Un esempio di tale cooperazione è la creazione congiunta dei complessi missilistici Brahmos. Abbiamo già avviato la produzione in serie dei missili antinave nell’interesse della Marina indiana. Altrettanto promettente, a nostro avviso, è la discussione sui progetti per sviluppare un caccia multi-funzionale e un aereo da trasporto multiruolo. Abbiamo notato l’importanza delle regolari esercitazioni congiunte terrestri navali e aeree ‘Indra‘.
I legami umanitari sono un altro componente importante del partenariato russo-indiano. Quest’anno i russi hanno mostrato grande interesse per gli eventi del festival della cultura indiana. Ci auguriamo che il festival della cultura russa, che si terrà in India l’anno prossimo, sia altrettanto memorabile. In conclusione, vorrei ringraziare i nostri colleghi e amici indiani, e personalmente il Signor Primo Ministro per il costruttivo lavoro congiunto. Continueremo a fare tutto il possibile per sviluppare il partenariato russo-indiano a beneficio dei nostri due Paesi.
Grazie per la vostra attenzione.Modi-Putin-with-Mahatma-GandhiTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Missione riuscita: la grave crisi dello scisto negli Stati Uniti

Philippe Grasset, Dedefensa, 26 dicembre 2015saudis14n-2-webDa un anno il prezzo del petrolio è una delle variabili più importanti nella situazione economica, con notevole collasso e molteplici effetti generali che ovviamente aumentano l’instabilità del sistema finanziario, commerciale, economico e strategico in generale. Sappiamo che il processo attuale è iniziato nel dicembre 2014, secondo una decisione politica presa in coordinamento e in grande segreto, immediatamente vantato dalle autorità americaniste e saudite. L’obiettivo era il crollo della Russia. Un testo da Sputnik, riprendendo una notizia della Federal Reserve dello Stato del Texas, e vari commenti, annunciava che sua prima vittima (in ordine cronologico) è la grande operazione su gas e petrolio di scisto negli Stati Uniti, che interessa notevoli ambizioni economiche e strategiche (alcuni hanno lodato o finto di temere la recrudescenza dell’onnipotenza dell'”iperpotenza”, che sapete, in tale occasione). Il crollo industriale negli Stati Uniti non è una sorpresa dato che la grande maggioranza dei commentatori ha sottolineato tale rischio dell’offensiva del dicembre 2014, ma il verificarsi è ora abbastanza impressionante da essere un’importante realtà ancora da definire in termini strategici. Ripetiamo il testo di Sputnik del 25 dicembre. (È inoltre possibile visualizzare il testo di ZeroHedge del 25 dicembre, molto più dettagliato e tecnicamente ben descritto). “I fallimenti delle compagnie petrolifere e del gas degli Stati Uniti hanno raggiunto un livello record dalla Grande Depressione degli anni ’30, riporta la Federal Reserve Bank di Dallas. Almeno nove aziende statunitensi nel settore del petrolio e del gas, il cui debito congiunto superava i due miliardi di dollari, hanno avviato la procedura fallimentare nel quarto trimestre dell’anno in corso, ha riportato la banca. I movimenti più spettacolari si verificano sui prezzi del petrolio. I prezzi del petrolio in Europa e negli Stati Uniti sono in rotta, flirtando con i minimi del 2008 e 2004 rispettivamente. Il prezzo del gas naturale negli Stati Uniti è già al minimo da tredici anni, indicano gli analisti che parlano sempre più spesso del ritorno agli anni ’30. Una crollo prolungato del prezzo del petrolio potrebbe pregiudicare il finanziamento della ricerca sugli scisti bituminosi negli Stati Uniti entro il 2016. In realtà, il calo dei prezzi del petrolio schiaccia le aziende del settore, che non sono più redditizie a tali prezzi. Il tasso d’insolvenza nel settore potrebbe superare il 10% l’anno prossimo oltre Atlantico, secondo Fitch un record storico. Se il prezzo sarà di 50 dollari, un’intera sezione del petrolio di scisto non sarà più vantaggiosa, e sappiamo che con meno profitto, c’è meno investimento. Gli esperti si chiedono se davvero non sia la fine del famoso boom degli idrocarburi di scisto, certamente previsto da uno dei signori dell’energia di Wall Street, Andrew John Hall, che in particolare prevede una rapida fine del boom del petrolio di scisto e quindi il ritorno al petrolio convenzionale. Secondo lui, gli specialisti hanno commesso degli errori sulle specifiche degli scisti bituminosi, compresa durata e funzionamento dei mercati del gas e del petrolio. Ha spiegato, in particolare, che vi sono da un lato gli Stati Uniti produttori a pieno regime di idrocarburi di scisto da cinque anni, e dall’altro i Paesi dell’Organizzazione dei Paesi esportatori del Petrolio (OPEC) che detengono la maggior parte dei super-giganteschi giacimenti qualificati (riserve superiori a 700 miliardi di tonnellate) che producono per quote, esaurendo meno rapidamente le riserve. In tali condizioni, suppone John Andrew Hall, non si può che tornare al petrolio convenzionale negli anni a venire“. Questo era prevedibile e previsto, ma non preoccupava particolarmente l’amministrazione o gli ambienti finanziari washingtoniani, adusi ad operare nell’arco di tre mesi, rinchiusi in varie “bolle” di comunicazione completamente sigillate (“impraticabili”). Notizie varie venivano diffuse lo scorso anno sul peggioramento della situazione dei giacimenti di petrolio/gas di scisto, in diverse aree e diversi progetti (vedi ad esempio il caso polacco del febbraio 2014)).
iStock_000068536555_Medium-750x501 Come già accennato, tale sequenza è di origine politica, iniziata nel dicembre 2014 con la collusione tra Stati Uniti e Arabia Saudita, dove Washington voleva mettere “in ginocchio la Russia”. L’Arabia Saudita, che vive al ritmo di piani totalmente destrutturati e avventurosi rispetto alla tradizionale cauta politica seguita, li ha visti come modo per privare la Siria di Assad del suo principale alleato, facendo credere al momento (dicembre 2014), agli analisti del settore del sistema, con i loro commenti regolarmente “copiati e incollati” sui loro pezzi fin dal 2011, che Assad “non aveva che un paio di settimane”. Nel frattempo, un anno dopo, la stessa grande manovra strategica che scatenava il crollo dei prezzi del petrolio, prepara la seconda vittima (in ordine cronologico) dopo lo scisto degli Stati Uniti, cioè l’Arabia Saudita stessa. (E con sempre lo stesso presidente in Siria…) Un articolo molto interessante di Daniel Lazare di ConsortiumNews, del 22 dicembre, descrive la cosa. “… In cima alla lista dei guai del regno c’è l’economia. Con il suo tasso di disoccupazione ostinatamente elevato e il crescente divario tra ricchi e poveri, l’Arabia Saudita è stata a lungo il malato del Golfo Persico. Anche se i pianificatori parlano di diversificazione economica dal 1970, il regno è in realtà più dipendente dal petrolio nel 2013 che 40 anni prima. La “saudizzazione” della forza lavoro è un altro mantra, eppure il mercato del lavoro rimane polarizzato tra un settore privato dominato da lavoratori ospiti stranieri, soprattutto dall’Asia del Sud, e un settore pubblico pieno di “divani umani” sauditi che trascorrono le loro giornate sdraiati negli uffici governativi. Riyadh vuole che i giovani lavorino negli alberghi, raffinerie e simili, ma la maggior parte preferisce aspettare una costosa sinecura dal governo, uno dei motivi per cui il tasso di disoccupazione tra i giovani è al 29 per cento. Data tale combinazione di dipendenza dal petrolio e disoccupazione, un calo di due terzi del prezzo del greggio da metà 2014 non poteva essere più dolorosa. Ma ciò che è ancora più spaventoso è la crescente consapevolezza che, con la riduzione della domanda causata dal rallentamento globale e dal crescente eccesso di offerta dovuta alla rivoluzione del fracking, i prezzi bassi saranno un fatto comune nei prossimi anni. Tale prospettiva non fa ben sperare a un Paese dipendente dal petrolio per il 91 per cento del fatturato estero, che attualmente brucia le riserve in valuta estera al tasso di 10 miliardi di dollari al mese…
Naturalmente, la decisione di Stati Uniti-Arabia Saudita del dicembre 2014 non è la sola causa di tale situazione generale (crollo del prezzo del petrolio), ma è detonatore, chiave strategica, incentivo psicologico che innesca il collasso torrenziale. (Con le operazioni collaterali nella stessa direzione del crollo-disturbo del mercato dell’energia, favorite da un’antipolitica dagli adeguati standard demenziali del blocco BAO e della coppia Stati Uniti-Arabia Saudita, con il potere washingtoniano impotente, esausto e paralizzato, completamente dissolto nella follia. Si pensi allo sfruttamento petrolifero dello SIIL, la nebulosa terrorista perfettamente allineata al capitalismo autodistruttivo). Comunque, indipendentemente da ciò, il risultato è qui: la crisi del prezzo del petrolio è completamente scatenata, senza freni e termini grazie a tale impulso politico iniziale. Naturalmente, la Russia ne è anche necessariamente influenzata, come tutti i produttori di energia. Questo caso illumina ciò che costituisce una debolezza politica, non del Paese, ma della posizione di Putin che continua a dipendere dalle regole economiche e finanziarie del sistema con cui certamente non ha completamente rotto. Tale aspetto merita uno studio separato della situazione in cui si trova, grazie a fattori importanti e specifici della Russia. Ma capiamo che l’attuale debolezza russa non ha assolutamente nulla a che fare con il risultato atteso da Stati Uniti e Arabia Saudita nella loro grande operazione geo-energetica, che si prefiggeva nientemeno che la liquidazione della Russia come Stato indipendente e sovrano nel giro di poche settimane, e senza ridere…
Il risultato della manovra USA-Arabia Saudita non è geopolitico o economico-finanziario, od energetico, anche se è tutto questo, naturalmente, in effetti; né fornisce alcun vantaggio a qualcun altro provocando il generale peggioramento della situazione, non uniformemente distribuito tra i tre attori. Il risultato è escatologico, introducendo un nuovo fattore di disordine universale, un componente straordinario dello squilibrio destabilizzante, della dissoluzione della situazione generale e del sistema stesso, di conseguenza. È escatologica nel senso che rafforza il carattere assolutamente sfuggente e incontrollabile alle forze umane della situazione, rendendo la crisi generale se possibile ancor più indipendente dell’azione umana.imageTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I russi inondano i sauditi

Il record della produzione di petrolio russo sventa il gioco saudita
Zero Hedge 22 dicembre 2015 – Russia Insider

A ottobre notammo che per la seconda volta, quest’anno, la Russia superava l’Arabia Saudita quale maggiore esportatore di greggio verso la Cina. La Russia era al primo posto a maggio, quando per la prima volta nella storia Mosca batteva Riyadh nelle esportazioni di greggio a Pechino. “Mosca è alle prese con paralizzanti sanzioni economiche occidentali e costruire legami più stretti con Pechino è la chiave per mitigare il dolore“, dicemmo ad ottobre, spiegando che legami più stretti tra Russia e Cina sull’energia sono parte integrante del rapporto nascente tra i due Paesi, che votavano insieme al Consiglio di Sicurezza su questioni di rilevanza geopolitica. Ecco uno sguardo alla tendenza di lungo periodo:RussiaCrudeExportsSi può anche ricordare che Gazprom Neft (terzo produttore di petrolio in Russia) cominciava a concludere le vendite in Cina in yuan da gennaio. Questo, dicevamo, è un ulteriore segno della morte imminente del petrodollaro. Poi si apprende che per la terza volta nel 2015, la Russia ha nuovamente battuto i sauditi per la primazia nei fornitori di greggio della Cina. “La Russia ha superato l’Arabia Saudita per la terza volta quest’anno, a novembre, quale maggiore fornitore di greggio della Cina“, scrive Reuters, aggiungendo che “la Cina ha importato circa 949925 barili al giorno (bpd) di greggio russo a novembre, contro gli 886950 barili al giorno dall’Arabia Arabia“. E’ fastidioso per Riyadh. La Cina era il secondo maggiore consumatore di petrolio al mondo nel 2014 e legami più stretti tra Mosca e Pechino non solo sono una minaccia sui ricavi dal greggio, ma anche in geopolitica l’ultima cosa di cui i sauditi hanno bisogno è Xi che si attiva militarmente nella penisola arabica al fianco di Mosca e Teheran.RussiaOilExports_0Come abbiamo documentato in “I sauditi molestano l’orso russo iniziando la guerra del petrolio nell’Europa dell’Est“, Riyadh invadeva i mercati di Mosca in Polonia. Ecco cosa Bloomberg scriveva ad ottobre: “La Polonia è stata a lungo cliente delle compagnie petrolifere russe. L’anno scorso, circa tre quarti delle importazioni di combustibile provenivano dalla Russia, e il resto da Kazakhstan e Paesi europei. La Polonia, tuttavia, è al centro degli sforzi per ridurre la dipendenza dell’Unione europea dall’energia russa. Un fornitore nuovo e affidabile è una manna dal cielo. I sauditi dovevano espandersi al di fuori dell’Asia dove la domanda è in calo. Ciò potrebbe trasformarsi in una partita più aggressiva tra i due più grandi esportatori mondiali di petrolio, già in disaccordo sul conflitto siriano”. Anzi, si potrebbe plausibilmente sostenere che una delle ragioni per cui i sauditi siano passati a sopprimere artificialmente i prezzi dello scorso anno era premere su Putin e infine costringere il Cremlino a cedere sul sostegno ad Assad. Come il New York Times scrive, il drammatico calo dei prezzi del greggio ha alcuni “vantaggi diplomatici ausiliari“.
Purtroppo per Riyadh, la strategia non ha funzionato. In realtà, è fallita in più di un aspetto. In primo luogo, l’Arabia Saudita affronta una crisi fiscale mentre il deficit di bilancio di Riyadh si gonfia al 20% del PIL, costringendo il regno a tappare il mercato del debito per compensare l’erosione della SAMA. In secondo luogo, Putin non solo ha rifiutato di cedere sul sostegno al governo di Damasco, ma l’ha effettivamente raddoppiato inviando una forza aerea russa a Lataqia. Nel frattempo, la Russia ha continuato a pompare sempre più petrolio, e come riporta Bloomberg, Mosca produce col “passo più veloce dal crollo dell’Unione Sovietica. L’inaspettata generosità petrolifera russa di quest’anno è il risultato non di una nuova campagna del Cremlino, ma di decine di modesti miglioramenti della produttività dell’ampio settore. Anche sotto la pressione del crollo dei prezzi, così come delle sanzioni di Stati Uniti ed Unione Europea che riducono l’accesso a gran parte di finanziamenti e tecnologia esteri, le società russe sono riuscite a estrarre più greggio dai giacimenti più vecchi del Paese“, scrive Bloomberg sottolineando che “Bashneft e altre società russe che operano i giacimenti nel bacino del Volga, tra i primi scoperti in Russia all’inizio del secolo scorso, beneficiano dell’inefficienza sovietica il cui motto era: ‘tutto ciò che non produciamo rimarrà ai nostri figli’“. Per gli analisti, la resilienza della Russia è una sorpresa. “Non conosco nessuno che avesse predetto che la produzione russa sarebbe aumentata nel 2015, per non parlare dei nuovi record“, dice Edward Morse, responsabile globale di Citigroup sulle materie prime.RussiaOilProduction2_0Su ciò che si vorrebbe per limitare la produzione, Mikhail Stavskij, direttore della Bashneft PJSC, “il maggiore singolo contributore nell’aumento della produzione di greggio quest’anno“, dice che non lo sa. “Non so dove il prezzo del petrolio debba scendere per cambiare radicalmente le cose. Arrivammo a 9 dollari al barile e la produzione continuò, quindi se qualcosa di simile accadesse, sappiamo cosa fare“. Infatti, grazie al basso costo di estrazione greggio dai giacimenti petroliferi della Russia in Siberia occidentale e la svalutazione del rublo, i costi di produzione sono minimi:RussianOilProductionCosts_0Ma non tutti sono d’accordo che ciò sia sostenibile. Alcuni dicono che gli sforzi per migliorare l’efficienza hanno fatto il loro corso e con scarsi finanziamenti per l’esplorazione, ulteriori guadagni saranno difficili. È interessante notare, come Bloomberg rileva, che poiché Mosca si prende “quasi tutto oltre i 30-40 dollari al barile” nelle esportazioni, i produttori non sentano l’impatto dei prezzi bassi finché il greggio non scenderà molto al di sotto di tali livelli. “La Russia manterrà i livelli di produzione di petrolio tra i 525 e i 533 milioni di tonnellate l’anno prossimo, essendo il bilancio del governo federale impostato su tali livelli di produzione”, dice Lauren Goodrich di Stratfor, presagendo lo stesso per il 2016. La conclusione è che la mossa saudita non è riuscita a strappare quote di mercato ai russi e tra conflitto in Siria, legami più stretti di Mosca con Pechino e la mossa di Riyadh contro il Cremlino per usurpargli quote del mercato europeo orientale, non ci si deve attendere che Putin faccia presto marcia indietro. In breve, se John Kerry e Riyad pianificarono la bancarotta dei russi riducendo i prezzi del greggio, lo sforzo è stato un miserabile fallimento che ha portato non solo a un deficit fiscale del 20% per i sauditi, ma anche alla distruzione di posti di lavoro statunitensi sullo scisto. Chiudiamo con un po’ di umorismo del Viceministro dell’Energia Kirill Molodtsov: “Vi dirò quando le aziende russe sicuramente diminuiranno la produzione. Quando il petrolio costerà 0 dollari”.RussiaOilProductionLa Cina investe molto sull’energia russa
Gli accordi firmati tra Medvedev e Li indicano legami sempre più stretti
Anna Kuchma Russia Beyond the Headlines, 22/12/2015 – Russia Insider
5672d578c46188ae768b457cCinque accordi energetici sono stati firmati durante la visita del Primo ministro russo Dmitrij Medvedev in Cina il 14-17 dicembre. Gli esperti attribuiscono il continuo interesse della Cina nel settore energetico russo alla necessità urgente di Pechino di sostituire le centrali elettriche a carbone. Pechino ha ribadito l’interesse ad espandere la cooperazione energetica con Mosca durante la visita del Primo ministro russo Dmitrij Medvedev in Cina il 14-17 dicembre. Cinque accordi energetici sono stati firmati durante la riunione dei capi di governo a Pechino il 17 dicembre. Uno dei fatti salienti della visita di Medvedev è stata la firma di un accordo vincolante, per la cessione di una quota del 9,9 per cento del progetto Jamal GNL, fra il produttore indipendente russo Novatek e la Silk Road Fund Co (SRF) della Cina. Il progetto Jamal LNG da 27 miliardi di dollari prevede la costruzione di un impianto di liquefazione del gas nei pressi del giacimento di Tambejskoe sud, nel nord-ovest della Siberia. Il campo ha riserve stimate in 907 miliardi di metri cubi. Il progetto sarà lanciato nel 2017, con l’impianto in funzione dal 2021. Con l’ultimo accordo, gli azionisti del progetto sono Novatek (50,1 per cento), la francese Total (20 per cento), la cinese CNPC (20 per cento) e SRF (9,9 per cento).

Prestiti cinesi
Portando SFR nel progetto, Novatek punta a garantirsi 12 miliardi di dollari di prestiti dalle banche cinesi. Al momento, la costruzione dell’impianto è finanziata dai soci del progetto. Inoltre, 150 miliardi di rubli (2,1 miliardi di dollari) sono stati stanziati dal National Wealth Fund della Russia. Alla conferenza annuale, il 17 dicembre, il Presidente russo Vladimir Putin ha ancora una volta sottolineato che il governo continuerà a sostenere il progetto. “Dopo aver chiuso l’accordo, abbiamo raggiunto l’azionariato scelto ottimale che contribuirà a garantire il buon finanziamento del progetto e la realizzazione continua e positiva“, ha detto il CEO della Novatek Leonid Mikhelson in un comunicato. Citando una “richiesta da parte cinese“, Mikhelson non ha rivelato il valore dell’accordo. Il quotidiano russo Kommersant stimava l’accordo per un valore di circa 1,4 miliardi di dollari. Si tratta di un “prezzo di mercato adeguato“, ha detto Vitalij Krjukov, analista dell’agenzia Small Letters. SFR paga più di quanto altri erano disposti a fare, perché entra nel progetto in una fase successiva, quando i rischi sono più bassi, ha detto. “Ora, si tratta di un progetto relativamente sicuro, che ha ricevuto benefici e sostegno dallo Stato, nonché denaro a buon mercato dal Fondo di benessere nazionale”, ha aggiunto Krjukov. “Attendevamo questa offerta da tempo“, ha detto Aleksandr Pasechnik, ricercatore presso il Fondo per la Sicurezza Nazionale sull’Energia. “Naturalmente, è un passo in avanti nel project financing, dimostrando che nonostante le sanzioni occidentali e le sfide estere, riusciamo a trovare investitori“.

Cooperazione energetica sino-russa
Sinopec ha recentemente acquistato una quota del dieci per cento di Sibur, grande holding petrolchimica russa guidata dal CEO di Novatek Mikhelson. Sibur ha detto che pensa d’invitare Sinopec quale partner strategico nel complesso Amur Gas Chemical. Gazprom e Rosneft hanno firmato accordi di collaborazione con le aziende cinesi durante la visita di Medvedev in Cina. Il CEO di Gazprom, Aleksej Miller e il Presidente della CNPC Wang Yilin hanno firmato un accordo per la progettazione e costruzione di una sezione transfrontaliera del gasdotto Potere della Siberia. Gazprom e CNPC hanno anche deciso di collaborare su progetti di centrali elettriche a gas nella Cina orientale. “Nonostante il calo dei prezzi di petrolio e gas, le imprese cinesi si concentrano su prospettive a lungo termine“, ha detto Aleksandr Pasechnik, aggiungendo che il gasdotto e il GNL sono molto importanti per la Cina, che affronta il compito di passare a una maggiore produzione di energia a basso impatto ambientale. “La Cina letteralmente soffoca per la produzione di energia a carbone“, ha aggiunto Pasechnik. “Prima delle Olimpiadi (Pechino ospiterà le Olimpiadi invernali 2022), dovrà chiudere alcuni impianti di produzione per evitare lo smog. Pertanto, l’obiettivo della Cina è sostituire il carbone con il gas nella produzione elettrica“.
Russia e Cina hanno anche firmato accordi su energia nucleare, tecnologia spaziale e sviluppo di centri di elaborazione dati.B906F850-AAC1-4E5E-A7CC-C1D17A1A5E7E_cx0_cy9_cw0_mw1024_s_n_r1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Eurasia da Minsk a Manila

Andrew Korybko Sputnik 15/12/20151031763728Il Primo ministro Dmitrij Medvedev su suggerimento del Presidente Putin ha formalmente proposto un grande partenariato economico multilaterale nel suo viaggio in Cina. La Russia storicamente è nota per pensare in grande, quindi la proposta del Presidente del Consiglio è totalmente in linea con la cultura politica del Paese. Mentre nella città cinese di Zhengzhou partecipava al Consiglio dei Capi di Governo della SCO, Medvedev ha ambiziosamente dichiarato che: “La Russia propone di avviare consultazioni con Unione economica eurasiatica e Shanghai Cooperation Organization, comprendenti gli Stati riuniti nell’alleanza e i Paesi dell’Associazione delle nazioni asiatiche sudorientali, per creare un partenariato economico basato sui principi di uguaglianza e mutuo interesse“. Il suggerimento corrisponde a ciò che ha detto il Presidente Putin nell’indirizzo del 3 dicembre all’Assemblea federale, annunciando che: “Propongo consultazioni, in collaborazione con i nostri colleghi dell’Unione economica eurasiatica, dei membri della SCO e dell’ASEAN, nonché con gli Stati che aderiranno alla SCO, per la possibile formazione di un partenariato economico“. In un batter d’occhio, in un momento in cui i media mainstream occidentali abbaiano sulla presunta mancanza di opportunità economiche e l'”isolamento” della Russia, Mosca propone un ampio partenariato economico mondiale, sorprendendo completamente l’occidente.

Da Minsk a Manila
L’idea della Russia è molto simile al concetto della famosa battuta di Charles de Gaulle sull’Europa “da Lisbona a Vladivostok“. Tenendo conto delle attuali realtà geopolitiche, probabilmente sintomo delle nuove tendenze a lungo termine, Putin ha aggiornato la visione multipolare dell’ex-leader francese, essenzialmente parlando di un’“Eurasia da Minsk a Manila”. Questa reiterazione rappresentata dalla più occidentale e dalla più meridionale delle capitali del partenariato economico multilaterale proposto, è un modo preciso di descrivere i confini del vasto spazio continentale. Rivediamo l’adesione di ogni organizzazione che farebbe parte di ciò che diverrebbe la Grande zona di libero scambio eurasiatica (GEFTA):

Unione economica eurasiatica:
Questa organizzazione nascente riunisce le economie di Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan e si estende su gran parte dell’ex-Unione Sovietica. Mentre è ancora agli inizi, gli aderenti lavorano duramente per coordinare lo spazio economico comune e standardizzare le procedure giuridiche collegate. A differenza dell’Unione europea cui viene confrontata spesso e in modo fuorviante, non vi è alcuna componente politica nel blocco essendo strettamente un gruppo economico che si concentra sull’equo interesse comune.

SCO:
Originariamente nota “Shanghai Five” creata nel 1996 riunendo le cinque repubbliche ex-sovietiche confinanti con la Cina, s’è guadagnata il nome attuale dall’inclusione dell’Uzbekistan nel 2001. L’organizzazione è ora una piattaforma di cooperazione multisettoriale che va oltre lo spazio ex-sovietico-cinese. India e Pakistan aderiscono all’organizzazione, mentre Afghanistan, Bielorussia, Iran e Mongolia hanno lo status di osservatori.

ASEAN:
La più antica delle tre organizzazioni, creata nel 1967 per riunire gli Stati del Sudest asiatico a tutti gli effetti. I membri fondatori furono Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore e Thailandia, ma il gruppo successivamente incorporò Brunei nel 1984, Vietnam nel 1995, Laos e Myanmar nel 1997, e infine Cambogia nel 1999. Fin dall’espansione pan-regionale, il blocco è stato una delle regioni dalla maggior crescita del mondo, e i suoi membri hanno proclamato la Comunità economica dell’ASEAN (AEC) a fine novembre, al fine di rafforzare gli sforzi per l’integrazione.0022191099e00d5dd41a1dIntrecci d’interessi
La GEFTA è un suggerimento molto intelligente che cerca di trarre vantaggio dagli interessi economici che s’intersecano dei propri partner. Allo stato attuale, ecco come la disposizione macroeconomica appare:

Vigenti:
India-ASEAN FTA
Cina-ASEAN FTA
Cina-Pakistan FTA
Associazione dell’Asia meridionale per la cooperazione regionale (SAARC, accordo di libero scambio dall’Afghanistan al Bangladesh)

Proposti:
Unione Eurasiatica-ASEAN FTA
Unione Eurasiatica-Cina FTA
SCO-FTA
Unione Eurasiatica-India accordo di libero scambio
Unione Eurasiatica-Iran FTA
India-Iran FTA

Le sfide che ci attendono
La GEFTA è una visione a lungo termine che probabilmente richiederà del tempo per realizzarsi, ma nel frattempo ci sono due grandi sfide che ne ostacolano la piena attuazione: i sospetti dell’India sulla Cina e il TPP degli Stati Uniti:

I problemi dell’India:
Non è un segreto che India e Cina sono concorrenti amichevoli, ma potrebbe essere più adatto descriverle rivali geopolitici a questo punto. Mentre pubblicamente vanno d’accordo nelle grandi istituzioni multilaterali come AIIB, BRICS e SCO, non andrebbe meglio nelle relazioni bilaterali indirette. Hanno legami reciproci tiepidi, e i rapporti indiretti sono molto più freddi nelle loro politiche con Stati terzi. Ad esempio, India e Cina sono in forte concorrenza per l’influenza sul Nepal in questo momento, nonostante lo neghino pubblicamente, aggravando il dilemma della sicurezza per ciascuna di esse. Inoltre, il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha appena compiuto una visita storica in India, annunciando che il Giappone contribuirà a costruire il primo progetto ferroviario ad alta velocità dell’India, condividere i segreti militari e vendere equipaggiamenti relativi, e aiutare l’India nell’energia nucleare. Basti dire, l’India non è troppo amichevole verso la Cina, e nel caso della GEFTA Nuova Delhi sarebbe comprensibilmente riluttante a collaborare con Pechino se non vi vedrà alcun vantaggio tangibile. In riferimento alla seconda sezione della lista, l’India potrebbe entrare in rapporti di libero scambio (o lo è già) con tutti i membri proposti della GEFTA, ad eccezione di Cina, Mongolia e Uzbekistan, e potrebbe non vedere Ulanbatar e Tashkent come adeguata compensazione economica per accettare l’accordo multilaterale con la Cina. Dal punto di vista dell’India, i suoi leader potrebbero invece decidere di siglare accordi commerciali bilaterali invece di uno grande che includa la Cina.

TPP:
Svolgendo il ruolo di decisore finale, gli Stati Uniti sostengono il TPP in parte perché sanno che così potrebbero disturbare qualsiasi negoziato di libero scambio indipendente tra ASEAN e i potenziali partner dell’Unione Eurasiatica. Mentre solo alcuni membri del gruppo faranno ufficialmente parte del prossimo accordo (Brunei, Malesia, Singapore e Vietnam), il presidente indonesiano Joko Widodo ha detto, a fine ottobre, che se il suo Paese intendesse aderire, sposterebbe decisamente il centro di gravità economico del blocco verso gli Stati Uniti. L’ASEAN ha ora avviato un intenso processo d’integrazione attraverso l’AEC, ed è prevedibile che con il tempo cercherà di standardizzare la miriade di accordi di libero scambio. Il problema sorge quando si considera che i precetti della ‘governance economica’ del TPP potrebbero ostacolare seriamente le politiche indipendenti di alcuni membri e metterli sotto il controllo di fatto di Stati Uniti e loro multinazionali. Nel caso in cui il TPP venga siglato, gli Stati firmatari dell’AEC diverranno soggetti istituzionalmente filo-statunitensi che rinuncerebbero legalmente al diritto ad una politica economica sovrana e al di fuori della supervisione di Washington. Considerando le tensioni geopolitiche da nuova guerra fredda tra mondo unipolare e mondo multipolare, è possibile che gli Stati Uniti possano utilizzare il TPP per influenzare l’AEC trovando un modo per rivedere l’accordo di libero scambio dell’ASEAN con la Cina (e del Vietnam con l’Unione eurasiatica) per il motivo che contraddicono una delle oltre 2 milioni di parole assurdamente contenute nel TPP. L’obiettivo degli Stati Uniti è allontanare l’ASEAN dalle influenze economiche esterne al controllo del Pentagono (ovviamente comprese Russia e Cina) e intrappolare le economie in rapida crescita in una rete di controllo USA-centrica.

Il verdetto:
Anche nella spiacevole situazione di non-partecipazione dell’India alla GEFTA e del successo degli Stati Uniti nell’uso del TPP per allontanare l’AEC da Cina e Russia, Mosca e Pechino potrebbero ancora scuotere le fondamenta economiche del vecchio ordine mondiale approfondendo gli scambi bilaterali, forse attraverso un accordo di libero scambio Unione Eurasiatica-Cina. La cooperazione multilaterale di India e ASEAN in questo contesto sarebbe di grande aiuto per lo sviluppo economico di una nuova Eurasia, ma non sono assolutamente necessarie, Russia e Cina possono ancora far valere la costruzione di una futura equa Eurasia anche da sole, se necessario.98567317-680x365_cLe opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione ufficiale di Sputnik.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il colonnello israeliano dello Stato islamico

F. William Engdahl NEO 25/11/2015ISIS-Israel-and-the-Chaos-in-GazaQuesto sicuramente non doveva succedere. Sembra che un colonnello israeliano sia stato “catturato con i pantaloni calati”. Intendo dire è stato catturato assieme a un branco di terroristi cosiddetti dello SI o Stato islamico o SIIL o DAASH a seconda le preferenze, da soldati dell’esercito iracheno. Interrogato dall’intelligence irachena, apparentemente ha detto molto sul ruolo delle IDF di Netanyahu nel sostenere lo SIIL. A fine ottobre un’agenzia di stampa iraniana, citando un alto ufficiale dei servizi segreti iracheni, riferiva la cattura di un colonnello dell’esercito israeliano del battaglione Golani, Yusi Oulen Shahak, collegato allo SIIL operante in Iraq nel fronte di Salahudin. In una dichiarazione semi-ufficiale a Fars News Agency un comandante dell’esercito iracheno ha dichiarato: “La sicurezza e le forze popolari hanno preso prigioniero un colonnello israeliano“, aggiungendo che il colonnello delle IDF “aveva partecipato ad operazioni terroristiche del gruppo taqfirita dello SIIL“, e il colonnello era stato arrestato asisieme a numerosi terroristi dello SIIL, fornendo dettagli: “Il nome del colonnello israeliano è Yusi Oulen Shahak ed è indicato colonnello della brigata Golani… codice di sicurezza e militare Re34356578765az231434“.

Perché Israele?
Fin dall’inizio dell’efficace bombardamento russo di obiettivi selezionati in Siria, il 30 settembre, i dettagli del ruolo molto sporco non solo di Washington, ma anche del membro della NATO Turchia del presidente Erdogan, Qatar e altri Stati, sono venuti alla luce del sole per la prima volta. È sempre più chiaro che almeno una fazione dell’amministrazione Obama abbia svolto un ruolo molto sporco dietro le quinte, sostenendo lo SIIL per promuovere la rimozione del presidente siriano Bashar al-Assad e aprire la via inevitabilmente a caos e distruzione in stile libico che farebbe dell’attuale crisi dei rifugiati siriani in Europa un semplice gioco in confronto. La “fazione pro-SIIL” a Washington comprende i cosiddetti neoconservatori, radunati intorno al disonorato ex-capo della CIA e carnefice del “surge” iracheno generale David Petraeus, tra cui anche il generale John R. Allen che da settembre 2014 era l’inviato speciale del presidente Obama presso la coalizione globale per contrastare lo SIIL (Stato islamico di Iraq e Levante) e, fin quando si dimise nel febbraio 2013, anche la segretaria di Stato Hillary Clinton. Significativamente, il generale John Allen, fautore acceso della “No Fly Zone” dagli Stati Uniti in Siria al confine con la Turchia, che il presidente Obama ha rifiutato, fu sollevato dall’incarico il 23 ottobre 2015, poco dopo il lancio degli efficacissimi attacchi russi ai siti terroristici in Siria di Jabhat al-Nusra di al-Qaida e dello SIIL, cambiando l’intera situazione del quadro geopolitico della Siria e del Medio Oriente.

I rapporti delle Nazioni Unite citano Israele
israel-controls-isis-made-in-israel-master1Che Likud di Netanyahu e militari israeliani collaborino strettamente con i falchi neo-conservatori di Washington è ormai noto, così come la veemente opposizione del primo ministro Benjamin Netanyahu all’accordo nucleare di Obama con l’Iran. Israele considera il gruppo filo-iraniano sciita Hezbollah nel Libano un arcinemico. Hezbollah ha attivamente combattuto a fianco dell’Esercito siriano contro lo SIIL in Siria. La strategia del generale Allen per “bombardare lo SIIL” da quando fu posto a capo delle operazioni nel settembre 2014, come Putin e il Ministro degli Esteri della Russia Lavrov hanno ripetutamente sottolineato, lungi dal distruggere lo SIIL in Siria, ne ha notevolmente ampliato il territorio controllato. Ora è chiaro che ciò era proprio l’intento di Allen e della fazione bellicosa di Washington. Almeno dal 2013 i militari israeliani hanno anche bombardato apertamente ciò che sostenevano essere obiettivi di Hezbollah in Siria. Dall’inchiesta è emerso che in realtà Israele colpiva obiettivi di Hezbollah che coraggiosamente combatte SIIL e altri terroristi in Siria. Di fatto Israele aiutava lo SIIL, come i bombardamenti “anti-SIIL” del generale John Allen. Che una fazione del Pentagono operi segretamente dietro le quinte per addestrare, armare e finanziare ciò che oggi viene chiamato SIIL in Siria è ormai di dominio pubblico. Nell’agosto 2012, un documento del Pentagono classificato “segreto” e poi declassificato su pressione dell’ONG Judicial Watch degli Stati Uniti, dettaglia proprio l’emergere di ciò che è diventato lo SIIL, nato dallo Stato Islamico in Iraq e poi affiliatosi ad al-Qaida. Il documento del Pentagono dichiara “…vi è la possibilità di creare un dichiarato o meno principato salafita in Siria orientale (Hasaqa e Dayr al-Zur), e questo è esattamente ciò che le potenze che sostengono l’opposizione (ad Assad) vogliono per isolare il regime siriano, considerato profondità strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)“. Le potenze che sostenevano l’opposizione nel 2012 includevano Qatar, Turchia, Arabia Saudita, Stati Uniti e dietro le quinte Israele di Netanyahu. Proprio tale creazione del “principato salafita in Siria orientale”, territorio oggi dello SIIL, era l’ordine del giorno di Petraeus, Allen e altri a Washington per distruggere Assad. E’ ciò che spinge l’amministrazione Obama ad avanzare la bizzarra richiesta a Russia, Cina e Iran di cacciare Assad prima di passare a distruggere lo SIIL. Ora il mondo vede chiaramente la doppiezza di Washington nel sostenere ciò che i russi con precisione chiamano “terroristi moderati” contro Assad regolarmente eletto. Che Israele sia nel nido di ratti delle forze terroristiche in Siria è confermato da un recente rapporto delle Nazioni Unite. Ciò che il rapporto non menziona è il motivo per cui le IDF israeliane abbiano tale appassionato interesse in Siria, in particolare nelle alture del Golan.

Perché Israele vuole cacciare Assad
Nel dicembre 2014 il Jerusalem Post riportava i risultati di una relazione in gran parte ignorata, e politicamente esplosiva, che dettagliava gli avvistamenti delle Nazioni Unite di militari israeliani insieme ai terroristi dello SIIL. La forza di pace delle Nazioni Unite, la Forza di osservatori dell’ONU sul disimpegno (UNDOF), di stanza dal 1974 al confine sul Golan tra Siria e Israele, rivelava che Israele collabora strettamente con i terroristi dell’opposizione siriana, tra cui al-Qaida, al-Nusra e SIIL, sulle alture del Golan, con cui “mantiene stretti contatti negli ultimi 18 mesi“. La relazione fu presentata al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. I media tradizionali di Stati Uniti e occidente ne hanno sepolto i contenuti esplosivi. I documenti delle Nazioni Unite dimostrano che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) mantengono contatti regolari con i membri del cosiddetto Stato islamico da maggio 2013. L’IDF dichiarava che ciò valeva solo per cure mediche ai civili, ma l’inganno fu svelato quando gli osservatori dell’UNDOF notarono i contatti diretti tra forze dell’IDF e dello SIIL, oltre alle cura ai terroristi dello SIIL. Le osservazioni includevano il trasferimento di due casse dalle IDF allo SIIL, i cui contenuti non furono confermati. Inoltre il rapporto delle Nazioni Unite identificava ciò che i siriani etichettavano “punto di trasferimento di forze tra Israele e SIIL“, una preoccupazione dell’UNDOF presentata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’UNDOF fu creata dalla risoluzione n° 350 del maggio 1974 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per le tensioni dopo la Guerra del Kippur dell’ottobre 1973 tra Siria e Israele, creando una zona cuscinetto tra Israele e Siria sul Golan, governato e controllato dalle autorità siriane, secondo l’accordo sulle Forze di disimpegno del 1974. Solo alle forze dell’UNDOF era consentito stazionarvi, che oggi contano 1200 osservatori. Dall’escalation degli attacchi israeliani alla Siria nel 2013, sulle alture del Golan, sostenendo la presenza di “terroristi di Hezbollah“, l’UNDOF stessa fu oggetto di attacchi massicci dai terroristi di SIIL o al-Nusra di al-Qaida, per la prima volta dal 1974, con rapimenti, omicidi, furto di armi, munizioni, veicoli e altri beni, e saccheggio e distruzione di strutture delle Nazioni Unite. Qualcuno evidentemente non vuole che l’UNDOF rimanga sulle alture del Golan.

Israele e il petrolio del Golan
Nell’incontro con il presidente Obama alla Casa Bianca, il 9 novembre, il primo ministro israeliano Netanyahu chiese a Washington di riconsiderare il fatto che, dalla guerra dei sei giorni del 1967 tra Israele e Paesi arabi, Israele abbia illegalmente occupato una parte significativa delle alture del Golan. Nell’incontro, Netanyahu, apparentemente senza successo, invitava Obama a sostenere la formale annessione israeliana delle alture occupate illegalmente del Golan, sostenendo che l’assenza di un governo siriano operativo “permette di pensarla diversamente” sullo status futuro dell’importante area strategica. Naturalmente Netanyahu non parlava apertamente di come IDF e altre forze israeliane fossero responsabili dell’assenza di un governo siriano attivo, sostenendo SIIL e al-Qaida. Nel 2013, quando l’UNDOF cominciò a documentare i molteplici contatti tra militari israeliani e SIIL e al-Qaida sulle alture del Golan, l’oscura compagnia petrolifera di Newark in New Jersey, Genie Energy, con una filiale israeliana, Afek Oil & Gas, cominciò ad entrare nelle alture del Golan con il permesso del governo Netanyahu, per cercare il petrolio. Quello stesso anno, gli ingegneri militari israeliani revisionarono la recinzione al confine di 45 miglia con la Siria, sostituendola con una barricata di acciaio con filo spinato, sensori, rilevatori di movimento, telecamere a infrarossi e radar, collegandolo al Muro che Israele ha costruito in Cisgiordania. È interessante notare che l’8 ottobre, Yuval Bartov, capo geologo della controllata israeliana di Genie Energy, Afek Oil & Gas, dichiarava alla TV israeliana Channel 2 che la sua azienda aveva trovato un grande giacimento di petrolio sulle alture del Golan: “Abbiamo trovato uno strato di olio di 350 metri di spessore nelle alture del Golan meridionali. In media nel mondo, gli strati hanno uno spessore di 20 – 30 metri, e questo è 10 volte più grande, quindi parliamo di notevoli quantità“. Come ho sottolineato in un precedente articolo, l’International Advisory Board di Genie Energy include gente come Dick Cheney, l’ex-capo della CIA e infame neo-con James Woolsey, Jacob Lord Rothschild e altri. Ovviamente nessuna persona ragionevole penserebbe che ci possa essere un legame tra militari israeliani e SIIL e altri terroristi anti-Assad in Siria, soprattutto sulle alture del Golan, il ritrovamento di petrolio della Genie Energy nello stesso luogo, e l’ultimo appello ad Obama di Netanyahu a “ripensarci” sulle alture del Golan. Saprebbe troppo di “teoria della cospirazione” e come sanno tutte le persone ragionevoli le cospirazioni non esistono, sono solo coincidenze. O? In effetti, parafrasando le parole immortali di Brad Pitt nel ruolo del primo tenente Aldo Raine nella scena finale del brillante film di Tarantino, Bastardi senza gloria, sembra che il vecchio Netanyahu e i suoi amici ciucciapiselli di IDF e Mossad siano stati presi con le mani nella sudicia marmellata della Siria.golanoil-mapF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton, autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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