Perché la strategia delle rivoluzioni colorate è destinata a fallire

Altercrimson PolitRussia 1° giugno 2015 – Fort Russputin-sisiSe nel 2012 qualcuno avesse detto che il capo di Majdan egiziana Muhamad Mursi era un agente del dipartimento di Stato USA, che non avrebbe avuto un mandato presidenziale trionfante, ma un colpo di Stato, un processo e la condanna a morte, non sarebbe stato creduto. La vita è complicata. Se agli analisti statunitensi e russi avessero detto nel 2012 che tre anni dopo Majdan egiziana, il leader dell’Egitto avrebbe presenziato alla parata del 9 maggio a Mosca e cercato copertura politica dal Cremlino, avrebbero parlato di follia. Peccato. I russi tornano sempre. E non solo per i soldi, come scrisse Otto von Bismarck. Tuttavia, il denaro ha un ruolo. Dopo un breve, ma brillante regno di orde maidaniste e agenti statunitensi, l’economia egiziana, che non aveva prospettive brillanti, era in stato comatoso, mentre emergeva un dato interessante: pochi erano disposti e in grado di rianimare l’economia egiziana senza cercare di fare dell’Egitto una colonia. Infatti, il Maresciallo Abdalfatah Said Qalil Husayn al-Sisi aveva due alternative all’influenza di Washington, poteva scegliere Mosca oppure Beijing. Da militare intelligente, il Maresciallo al-Sisi decise di collaborare con Cina e Russia, ma diede priorità al Paese che può dare all’Egitto seri argomenti contro i tentativi d’ingerenza straniera, armi avanzate, efficaci ed economiche. Questo è un motivo per la memorabile visita di al-Sisi a Mosca, deprimendo l’Ufficio Medio Oriente dello State Department, combinato ad alcolismo prolungato. A febbraio, Putin visitava l’Egitto, percepita dai media occidentali, ad esempio dall’inglese Guardian, come “chiaro segnale all’occidente”. Mi chiedo come si sia sentito il personale del dipartimento di Stato nel vedere Putin e al-Sisi a piazza Tahrir, laddove la “rivoluzione arancione” egiziana era cominciata. La visita di febbraio di Putin ebbe una conseguenza specifica: Putin e al-Sisi decisero l’istituzione di una zona industriale russa in Egitto, diventata elemento importante della politica estera di Mosca. La Russia ancora una volta espande il proprio mercato e, infine, è lo Stato a focalizzarsi su questo problema, piuttosto che aziende private. Impariamo dai nostri amici e concorrenti, adottando le migliori tattiche di Pechino e Washington. Questa settimana al Cairo è sbarcato un gruppo di alti funzionari russi guidato dal ministro dell’Industria e del Commercio Denis Manturov, che aveva con sé diversi governatori russi e una delegazione molto rappresentativa di uomini d’affari. I risultati della visita sono stati impressionanti:
1. Russia ed Egitto passeranno ai pagamenti in valute nazionali. Lo scambio attuale tra i Paesi è di 5,5 miliardi di dollari, ma ora cresce in rubli e lire egiziane. Qualsiasi estensione della zona rublo è un bene per il nostro Paese. L’estensione della circolazione del rublo scaccia il dollaro: un doppio vantaggio.
2. L’Egitto aveva presentato una richiesta per una zona di libero scambio con l’UEE. Più avanti si va, più si svilupperanno i piani d’integrazione russi. Recentemente è stato firmato un accordo per una zona di libero scambio con il Vietnam, ed ora tocca all’Egitto. Senza i biscotti di Majdan, senza il “partenariato orientale”, senza fuochi d’artificio e dichiarazioni forti, la Russia attira sempre più Paesi nella sua orbita d’integrazione.
3. Un accordo preliminare per consegnare 12 aerei Sukhoj Superjet 100 con l’opzione per altri 12. Le prime consegne inizieranno a fine 2016. E’ molto probabile che il leasing degli aeromobili sarà finanziato da un fondo speciale russo-cinese: “ora lavoriamo al problema, parliamo della possibilità di fornire 12 aerei più altri 12. Recentemente, nell’ambito della visita del Presidente Xi Jinping a Mosca, è stato firmato un accordo per istituire un fondo speciale di 3 miliardi di dollari per consegnare 100 SSJ100 tramite i RDIF (Fondi d’investimento diretto russi) e partner cinesi“, ha detto Manturov.
4. Un significativo pacchetto di ordini per armamenti. I commenti ufficiali citano aerei, missili antiaerei, elicotteri e mezzi terresti. Purtroppo non vi sono dettagli ancora, dato che i negoziatori citano “la sensibilità del soggetto”.
Con lo sviluppo della cooperazione nell’energia nucleare, il lavoro delle compagnie petrolifere russe in Egitto e la crescita significativa dell’invio di grano dalla Russia all’Egitto, possiamo dire che l’Egitto va strettamente integrandosi all’economia della Russia e dell’Unione economica eurasiatica. Questo è molto importante, perché dalla caduta dell’URSS e distruzione del Comecon, il mercato russo, anche con l’UEE, non aveva la capacità necessaria per uno sviluppo autosufficiente. Dobbiamo raggiungere tutti i mercati e occupare tutte le nicchie possibili, da cui sarà difficile o impossibile cacciarci. A questo proposito, seguiamo in modo esplicito la Cina e, pertanto, un elemento importante di questa strategia è la zona industriale russa in Egitto. Il ministro Manturov: “Attribuiamo grande importanza al compito di rafforzare la cooperazione nell’industria e nella produzione avanzata in Egitto. Credo che un buon trampolino di lancio della futura cooperazione sarà il lavoro congiunto nell’ambito del progetto di zona industriale russa nell’area del canale di Suez e la creazione di nuovi programmi comuni industriali”. Il primo potenziale residente della zona industriale russa in Egitto è la Corporation Uralvagonzavod. Il direttore generale della UVZ, Oleg Sienko, ha avuto colloqui in Egitto sulla possibilità di produrre treni, attrezzature per le costruzioni e apparecchiature petrolifere e gasifere. C’è un altro motivo importante per avere un appiglio in Egitto. Napoleone Bonaparte disse giustamente che “la geografia è destino”, e nel caso dell’Egitto ciò può essere formulato come “il canale di Suez è destino”. Se diventiamo un importante partner economico e militare dell’Egitto, colpiremo l’Unione europea e il Regno Unito sul canale di Suez, particolarmente importante per sviluppare il concetto di Nuova Via della Seta della Cina. Ecco la mappa della Nuova Via della Seta indicata ai propri lettori dal Wall Street Journal:3888a292586ce1d5d066c05d7c57b678Per non traumatizzare i delicati e sensibili lettori, il principale giornale economico degli Stati Uniti ha mostrato solo uno dei cosiddetti “corridoi” della Nuova Via della Seta, il corridoio marittimo meridionale (linea blu), la sola via dei trasporti su vasta scala che collega Europa e Cina. In linea di principio, la merce può viaggiare su rotaia dalla Cina alla Germania, ma la capacità lascia ancora molto a desiderare. In questo contesto, il controllo del canale di Suez, o piuttosto l’influenza sull’Egitto, è un importante patrimonio geopolitico. Togliendo agli Stati Uniti la capacità di “spegnere” il commercio tra Europa e Cina, vale molto, e questo è solo uno dei bonus della strategia della Russia in Egitto. Creando centri produttivi sulla rotta commerciale più occupata nel mondo è cruciale anche per un buon reddito futuro. E si osservino le altre mappe della Nuova Via della Seta dove la Russia è identificata come non solo membro della fascia”economica”, ma come Paese attraversato dal “corridoio settentrionale” del mega-progetto cinese che, secondo i media statunitensi, cambierà radicalmente l’economia globale, angosciando gli esperti statunitensi.

5034d924551de2a02ac01dbaceb477359c8ed6ac9bb6a3f2ec057a98f07ebe02_risultatoQuale è il bello della situazione? Se la Russia potrà includere l’Egitto nei suoi processi d’integrazione, “agganciandolo” con la tecnologia energetica e le armi, ne farà elemento del sistema di sicurezza internazionale russo, e quindi i corridoi settentrionale e meridionale della Via della Seta saranno collegati alla Russia. Naturalmente c’è un “corridoio centrale” che attraverserà India, Pakistan, Iraq, Siria, Iran e Turchia con una varietà di rotte, ma il problema è che questo corridoio ha due enormi ostacoli: terreno e SIIL. É bello vedere che la Russia è in gioco, che Mosca capisce il contesto geopolitico e tenta di giocarvi, adottando il meglio dei nostri partner e concorrenti, permettendoci di guardare al futuro con giustificato ottimismo.

Denis Manturov

Denis Manturov

P. S.: “E l’Ucraina?” sono sicuro vi sareste chiesti. Il popolo ucraino deve crescere e bere il calice chiamato “sogno europeo” fino in fondo, ma c’è una buona notizia: “Il maresciallo al-Sisi ucraino” cammina già per le strade di Donetsk. Tutto a suo tempo.18716Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Pivot giapponese

Per Fritzmorgen Fort Russ 23 maggio 2015E23DFBDC-F98B-437C-825D-74CBB2C566C4_mw1024_n_sIl Giappone accetterà di abbandonare le pretese sulle isole Kurili per firmare un trattato di pace con la Russia? Un paio di anni fa avrei detto con certezza che non era possibile e che i giapponesi avrebbero continuato a pretendere le nostre isole fino all’ultimo. Ricordiamo un po’ di storia. Il Giappone attaccò la Russia nel 1904 in modo brutale e dopo la pace 1905 ricevette la metà meridionale di Sakhalin e qualche altra isola. I giapponesi non festeggiarono per molto: alla fine della seconda guerra mondiale la Russia riprese i suoi territori. Il Giappone prese la perdita di ciò che aveva rubato piuttosto con calma. Durante l’era Krusciov cercarono di raggiungere un accordo di pace accettando la perdita e voltando pagina nelle sue relazioni con la Russia, gli Stati Uniti però posero il veto alla proposta di trattato. Vorrei aggiungere che non dobbiamo costringere il Giappone. Le due isole meridionali, Kunashir e Iturup, sono vitali per noi, visto che sono sul tratto di mare che non congela di Vladivostok. Sulle piccole isole Kurili, che non sono preziose per noi, Krusciov era disposto a rinunciarvi per porre fine al conflitto. Tuttavia, lo status quo andava bene a entrambe le parti. Abbiamo la nostra rotta per Vladivostok libera dal ghiaccio e il controllo delle isole, mentre i giapponesi non erano interessati al trattato di pace, perché capivano che la Russia non ha intenzione di attaccarli. I negoziati tiepidi sul “restituiteci le isole – non vogliamo” poteva continuare per decenni… se non fosse per il fatto che il colosso a stelle e strisce mostra visibilmente delle crepe. La bomba è scoppiata a metà settimana. Il Giappone improvvisamente invita Vladimir Vladimirovich e non solo per chiacchierare ma… per concludere un trattato di pace e risolvere la questione territoriale. La posizione della Russia non è cambiata, non siamo disposti a cedere le isole ai giapponesi in cambio di un trattato di pace, la cui firma non è così importante da fare concessioni territoriali. Quindi possiamo concludere con attenzione che la posizione del Giappone è cambiata. Forse il Giappone ha deciso di firmare il trattato di pace alle condizioni della Russia e, infine, rinunciare alle isole, che furono sotto il suo controllo per un paio di decenni nel 20° secolo. La serietà di ciò che accade può essere giudicata dalla reazione degli Stati Uniti. Poco dopo l’inaspettato annuncio giapponese, un assistente del segretario di Stato degli USA ha riunito i giornalisti per dirgli che il Giappone non dovrebbe trattare con la Russia, perché è colpevole e va punita. Inoltre, George Soros si è svegliato e verbosamente ha detto che la Cina trama per attaccare il Giappone, che sarà protetto dalle orde di occupanti cinesi solo dai coraggiosi US Marines.
cold-war-japan-456x450Come dobbiamo interpretare tutto ciò? Perché accade tutto questo e perché i giapponesi agiscono come se intendano, senza motivo apparente, essere inaccettabilmente generosi verso la Russia? Ricordiamo ancora una volta la storia, questa volta la Seconda guerra mondiale. Il Giappone combatté coraggiosamente contro gli Stati Uniti sul Pacifico, ma alla fine subì una tremenda sconfitta sottolineata dagli attacchi atomici statunitensi su Hiroshima e Nagasaki. Va notato che neanche i giapponesi furono proprio morbidi durante la guerra. L’esercito giapponese agì con tale brutalità che eclissò i crimini fascisti più odiosi. Chi è interessato può cercare in rete per esempio “Unità 731” o leggere il romanzo “Giocare a Go“. Il coraggio dei samurai era una spada a doppio taglio: non erano solo indifferenti alla propria sofferenza, ma al dolore altrui. Quindi in ultima analisi, il Giappone attaccò gli Stati Uniti… facendo una mossa temeraria. Riconobbero di esser stati completamente sconfitti e divennero i più fedeli servitori degli Stati Uniti. Hanno soddisfatto tutte le pretese degli Stati Uniti, perdonato i bombardamenti nucleari, rinunciato ad avere forze militari e trovato un posto sicuro nell’ordine mondiale quale colonia preferita degli Stati Uniti, agendo come se non furono Stati Uniti e URSS a combattere il Giappone, ma piuttosto USA e Giappone a combattere l’URSS. Sappiamo che il trucco ha funzionato. Il piccolo Giappone ha fatto un balzo in avanti e la sua economia è diventata la seconda mondiale, passando solo ora al quarto posto per la crescita di Cina e India. Certo, negli ultimi due decenni l’economia del Giappone soffoca sotto la schiacciante cappa coloniale degli Stati Uniti, ma il Giappone sconfitto è riuscito ad ottenere molti più benefici dalla sconfitta di quanto chiunque avrebbe potuto prevedere nel lontano 1945. Dobbiamo anche capire che gli Stati Uniti possono subordinare il Giappone con le loro armi nucleari, ma non addomesticarlo. I giapponesi non sono i selvaggi dei fumetti USA felici di baciare la mano del loro padrone bianco. Le élite giapponesi ricordano bene la “democrazia” che gli Stati Uniti gli inflissero prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale. Ora il principale nemico degli Stati Uniti sono Cina e Russia, ma soprattutto Cina. Il Giappone serve da mazza contro la Cina: in altre parole, avviare una guerra con la Cina che permetta agli Stati Uniti di utilizzare la loro potenza nucleare contro la Cina o quanto meno indebolirla seriamente con una grande guerra. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti non sono affatto preoccupati di ciò che possa accadere al martello, così come non sono preoccupati di ciò che accade a loro altro ascaro, l’Ucraina. Pertanto, secondo una fredda visione giapponese, ora è il momento per sottrarsi al tiranno malato. Lasciatemi dire ancora una volta che non vi è alcuna possibilità di una vera e propria amicizia tra Stati Uniti e Giappone: i giapponesi sanno benissimo che furono sconfitti e vedono gli statunitensi come occupanti. La cooperazione con la Cina è, dal punto di vista del Giappone, più preferibile che continuare come colonia statunitense. Il Giappone ha tecnologia e industria altamente sviluppate. Se i giapponesi forniranno scuse convincenti ai cinesi per lo stupro di Nanchino e altri crimini dell’epoca, se risolvono le dispute territoriali con la Cina, la Repubblica popolare cinese sarà lieta di stabilire una forte partnership con il Giappone. Ma cosa può proteggere il Giappone dalla rabbia degli USA? Ovviamente solo la Russia, che può estendere l’ombrello nucleare, se dovesse sentirne il bisogno. Quindi ora è il momento di una mossa coraggiosa: riconoscere le isole parte della Russia e avvicinare la Russia come partner. La potenziale cooperazione tra Giappone e Russia sembra ancor più promettente della possibile cooperazione tra Giappone e Cina. A parte l’ombrello nucleare, possiamo fornire al Giappone quegli idrocarburi di cui ha così bisogno costruendo un’estensione di Potenza della Siberia in Giappone. L’accesso al gas russo potrebbe permettere al Giappone di ridurre notevolmente i costi di produzione. C’è ancora la questione dell’incredibilmente grande debito nazionale che attualmente trascina l’economia del Giappone verso il basso. Tuttavia, questo problema può essere risolto nello stile giapponese. Basterebbe che il governo dica alla nazione: “Yamato è in pericolo, dobbiamo unirci contro le avversità“, quali default, iperinflazione e annullamento del debito e quindi… l’inevitabile decollo economico.

Chi ha paura del default?
Il default terrorizza chi ha un deficit commerciale. Coloro che acquistano più che vendere. In caso di inadempimento, non hanno nulla con cui coprire la differenza tra importazioni ed esportazioni, il che significa che devono ridurre drasticamente le importazioni, comportando conseguenze economiche catastrofiche. Ma i Paesi con un surplus commerciale, come il Giappone in questo momento, nonostante problemi energetici temporanei, non hanno bisogno di crediti. Il Giappone gode di un continuo afflusso di denaro per la sua attività economica estera. Oggi il Giappone è quasi in bancarotta perché gli Stati Uniti ne risucchiano le finanze costringendoli a comprare i loro titoli di Stato spazzatura. Se il Giappone riesce a liberarsene, presto si arricchirà. Inoltre, in un anno di svalutazione dello yen, il Paese subirebbe l’euforia della svalutazione: il costo di produzione scenderebbe bruscamente e i prodotti giapponesi diverrebbero ancora più competitivi. Se a questo si aggiungesse il gas russo a buon mercato e uno status commerciale che passa da colonia degli Stati Uniti a partner di russi e cinesi, il Giappone potrà ripetere il miracolo economico degli anni ’60. Questo scenario è vantaggioso per Giappone e Russia, non solo per il trattato di pace. Ci sono ragioni più importanti per aiutare il Giappone a liberarsi. Già oggi il Giappone cerca di acquistare petrolio con lo yen, per avere la piena indipendenza che gli consenta di sbarazzarsi dei dollari. La perdita di un’importante colonia e il conseguente restringimento dello spazio del dollaro collocherebbero gli Stati Uniti in una situazione così difficile che i nostri amici statunitensi, e soci, avrebbero molto meno desiderio di fare stupidaggini ai confini della Russia. D’altra parte, il nostro esercito e i nostri idrocarburi diverranno così importanti per l’indifeso Giappone che possiamo contare non solo su una relazione a lungo termine, ma anche sull’aiuto giapponese per espandere la produzione di macchine utensili. Quindi spingiamo il Giappone in quella direzione. Sergej Narishkin ha detto che i bombardamenti nucleari su Hiroshima e Nagasaki, “fino ad oggi non hanno avuto un’adeguata valutazione internazionale“.
Così diamo al Giappone un altro motivo per optare per l’indipendenza dagli Stati Uniti, che arroganti ancora pensano di essere l’unica superpotenza del pianeta e non intendono chiedere scusa per nulla. E’ evidente che sarebbe troppo presto cancellare lo Zio Sam, che può essere malato ma è ancora abbastanza forte e intelligente. Ma c’è un motivo in più che permette al Giappone di riuscire nella fuga. Gli Stati Uniti entrano nel ciclo elettorale e le élite statunitensi saranno assorbite dalle imminenti elezioni prestando meno attenzione alle irritanti questioni estere. Le elezioni presidenziali Stati Uniti si terranno nel novembre 2016, quindi il Giappone ha una finestra di opportunità di circa un anno. Se il Giappone crea rapidamente relazioni con Russia e Cina, o almeno una di esse, Washington con ogni probabilità non potrà reagire adeguatamente alla dipartita della prima perla della sua corona imperiale.000_dv862321.siTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Via della Seta arriva in Sud America

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 20 maggio 2015Dilma_Rousseff_and_Xi_Jinping3Il premier cinese Li Keqiang è in visita in Sud America, e ci si aspetta che formalizzai la versione regionale della Via della Seta, la Ferrovia Interoceanica, durante il viaggio. Un ampio progetto per costruire una ferrovia di 5300 km dal Brasile al Perù, attraversando alcuni dei territori più difficili e delicati del mondo. Lungo la strada, tuttavia, affronterebbe certe minacce asimmetriche emergenti, come il potenziale assalto di gruppi ambientalisti indigeni violenti o il riemergere dell’organizzazione terroristica Sendero Luminoso. Se il progetto dovesse essere costruito e attivare il proprio potenziale economico, tuttavia, potrebbe risolvere la rivalità tra Alleanza del Pacifico e Mercosur che minaccia di dividere il continente e impedirne l’integrazione multipolare.

Grandi ambizioni
La grande strategia della Cina è facilitare il commercio globale attraverso progetti infrastrutturali strategici, credendo che la libertà economica offra ai partner la possibilità di liberarsi dal quadro unipolare occidentale e facilitare la transizione verso il sistema multipolare emergente. Assieme a questa visione, sono annunciati i progetti Fascia economica della Via della Seta e Via della Seta Marittima, diffondendo questa visione in Eurasia e Africa orientale. Informalmente, però, ha anche lo scopo di lcolegare l’America Latina a questo sistema tramite i più recenti impegni verso il continente (America Centrale e Sud America). La Cina risponde al Pivot degli Stati Uniti in Asia con il proprio perno, sia pure verso l”emisfero occidentale, e l’ultimo programma ferroviario è un’indicazione della scommessa cinese su una presenza prolungata nella regione. Il Dialogo Chino è un’ottima didascalia interattiva delle specifiche della Ferrovia interoceanica, spiegando la natura tramutante del progetto. Dovrebbe partire da Porto Do Acu, vicino Rio De Janeiro, e correre direttamente a nord-ovest fino al confine settentrionale con la Bolivia, dopo di che serpeggiare attraverso le Ande e terminare a Puerto Ilo in Perù. Lungo il percorso, attraverso il cuore industriale, carbonifero, agricolo (soprattutto soia e manzo), minerario (fosfati) e del legname del Brasile, ne trasporterebbe i prodotti oltre le Ande avvicinandoli all’affamato mercato cinese. L’obiettivo immediato è integrare le economie dei due Paesi BRICS, più vicini che mai, nonché dare a Pechino un punto d’appoggio sulla costa pacifica del Sud America, attraverso la porta peruviana, completandone la strategia emisferica assieme al Canale Transoceanico in Nicaragua, finanziato dai cinesi, con i due grandi progetti infrastrutturali che creano gli ancoraggi nord e sud del perno della Cina in America Latina.

Le minacce emergenti alla Ferrovia Interoceanica
Mentre il piano della Via della Seta sudamericana della Cina suona bene sulla carta, potrebbe in realtà essere piuttosto difficile attuarlo sul campo. A parte gli ostacoli geografici come montagne vertiginose e giungle impenetrabili, vi sono anche minacce socio-politiche e militari che potrebbero ritardarne o fermarne completamente la costruzione in alcune aree. Ecco ciò che potrebbe ragionevolmente incontrare la Ferrovia Interoceanica o essere fabbricato.

28DB4D5E00000578-3088105-image-a-5_1432056872337Resistenza ambientalista indigena
Anche se la rotta ufficiale della ferrovia deve ancora essere resa pubblica, le stima di ciò che probabilmente attraverserà preoccupa alcuni per le conseguenze ambientali e sociali. Più precisamente, importanti tratti di foresta pluviale, fauna selvatica e comunità indigene (alcune delle quali rimangono volontariamente isolate) probabilmente rischierebbero di essere disturbati dal progetto, e questi due temi, ambiente e diritti degli indigeni, notoriamente creano coalizioni di sostenitori nazionali ed internazionali. Il rischio è che la resistenza da tali due gruppi (soprattutto da comunità indigene e sostenitori) potrebbe divenire uno scandalo per le pubbliche relazioni, creando un caso di politica interna e dibattito nazionale, consentendo ai movimenti di opposizione anti-multipolarismo in Brasile e Perù di capitalizzare sui sentimenti negativi e sfruttarli nelle loro campagne per il potere.

Opposizione armata
L’evoluzione dello scenario delle minacce già citato per la Ferrovia interoceanica, è possibile se gli attori citati infine passassero all’opposizione armata. Dopo tutto, non sarebbe del tutto peculiare, dato che una guerriglia che in generale sostiene tali movimenti è recentemente spuntata in Paraguay. L’Esercito Popolare Paraguaiano (PPE) è un presunto gruppo di guerriglieri marxisti con legami con FARC ed organizzazioni di narcotrafficanti sudamericani, ed usa l’ambientalismo militante come suo ultimo grido di battaglia. L’ultimo attacco del PPE, ad aprile, ha visto la presenza di opuscoli di propaganda accanto a tre vittime uccise, denigrando la coltivazione di “soia, mais e altri prodotti che richiedono pesticidi” (prevedibilmente in risposta al controllo della Monsanto sul Paese), così come l’armamento delle milizie antiguerriglia degli agricoltori. Invano esso cercò il favore della popolazione indigena Mbya Guaraní in passato, ma ciò non significa che le mosse precedenti lo portino in futuro ad abbandonare completamente tale strategia. Pertanto, come si vede nel suo intenzionale (ma non necessariamente riuscito) uso di ambientalismo e diritti dei popoli indigeni, nell’ambito degli sforzi per sensibilizzare la comunità, il PPE presenta la violenta fusione di due temi principali che un giorno potrebbero riunire i principali come massa organizzata i gruppi d’interesse che si oppongono alla Ferrovia interoceanica. Non si prevede che il PPE espanda le attività in Brasile o Perù, ma movimenti simili potrebbero svilupparsi attorno a tali principi, e il fatto stesso che il PPE le utilizzi nell’ambito della propria attività d’informazione, crea il presupposto per futuri gruppi violenti nascosti dietro di essi.

Campagne terroristiche
L’apice dell’opposizione alla Via della Seta sudamericana vede gruppi ambientalisti e indigeni unirsi in una campagna terroristica contro i governi brasiliano e peruviano. Mentre il Brasile non ha una storia di terrorismo rurale, finora, il Perù sì ed è possibile che tale problema possa rispuntare ‘convenientemente’ con la Cina che porta la Ferrovia interoceanica nel Paese. Sendero Luminoso, riconosciuto come gruppo terrorista da Stati Uniti e Unione europea, mostra piccole scintille di una rinnovata attività negli ultimi due anni (per lo più traffico di droga), facendo pensare che un giorno possa acquisire una seconda vita. Se il movimento si rianima (forse anche con supporto esterno (occidentale)), potrebbe rappresentare un disastro per la costruzione della Via della Seta sudamericana, soprattutto perché il gruppo ha un passato operativo nelle giungla e montagne che la ferrovia dovrebbe attraversare. C’è anche lo scenario inquietante che tattiche terroristiche e motivazioni di Sendero Luminoso ed Esercito Popolare Paraguaiano si diffondano nell’Amazzonia brasiliana, creando una grave crisi interna che potrebbe impantanare il bastione sudamericano dei BRICS.

UNASUR più forte?
La costruzione della Ferrovia interoceanica collegando le coste atlantica e pacifica del Sud America attraversa il centro del continente, rappresenta un’impresa ingegneristica storica dalle profonde implicazioni economiche e politiche. Uno dei segni più importanti del completamento del progetto potrebbe benissimo essere la mitigazione delle tensioni tra i blocchi commerciali Alleanza del Pacifico e Mercosur e il rafforzamento del gruppo integrativo continentale UNASUR. Il ragionamento ditrro questo ottimismo è semplice, l’economia cinese ha dimensione e forza tali che Pechino potrebbe usarla ‘mediando’ tra i due blocchi, e ciò ancora di più se i progetti ferroviari (l’unico dei grandi progetti infrastrutturali che li collega) venissero completati. Se l’Alleanza del Pacifico e il Mercosur convergono, come è stato già detto, il risultato logico sarà la creazione di una zona di libero scambio pan-continentale fornendo la base economica essenziale a una maggiore integrazione in altri campi. Dovrebbe essere un dato di fatto che la maggiore integrazione renderebbe il Sud America più resistente all’egemonia degli Stati Uniti; e con la Ferrovia Interoceanica quale motore del processo multipolare, ci si può aspettare che gli Stati Uniti mobilitino i loro agenti in qualsiasi modo possibile, per sabotarla ad ogni costo.

Brasília - DF, 19/05/2015. Presidenta Dilma Rousseff e o Primeiro-Ministro da República Popular da China, Li Keqiang durante cerimônia de assinatura de atos. Foto: Roberto Stuckert Filho/PR.

Andrew Korybko è analista politico e giornalista presso Sputnik, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tra “Turkish Stream” e genocidio armeno: il doppio gioco della Turchia

Andrej Rezchikov e Mikhail Moshkin, Rusvesna, 15 maggio 2015 – Fort Russ605x328putin_erdoganLa Turchia sembra essere seriamente offesa dalla Russia per la sua posizione sul genocidio armeno: dichiarazioni ostili, anche sulla Crimea, si susseguono. Le relazioni tra i due Paesi si raffreddano interessando il progetto, fondamentale per la Russia, del “Turkish stream“?

Il ministro degli Esteri turco Chavushoglu ha scoperto violazioni dei diritti umani in Crimea
Il ministro degli Esteri della Turchia Mevlut Chavushoglu ha detto che la delegazione turca informale, che ha visitato la Crimea, ha trovato segni di violazioni dei diritti umani. “In particolare, i tartari della Crimea continuano ad essere sotto pressione“, ha detto. Secondo il ministro degli Esteri, la delegazione informale era composta da due gruppi. “Uno ha incontrato le attuali autorità de facto della Crimea (così la Turchia sottolinea di non riconoscere la legittimità delle autorità della Crimea – ndr). L’altro si mescolava con la gente del posto studiando la situazione della popolazione, parlando con essa brevemente. Il rapporto sarà pubblicato in seguito“, ha promesso il ministro alla conferenza stampa del vertice dei ministri degli esteri della NATO, tenutosi nella città di Belek, nei pressi di Antalya. Le osservazioni di Chavushoglu sono strane, date le dichiarazioni dei membri della delegazione turca in visita in Crimea. Il 29 aprile, il capo della delegazione Mehmet Uskul, arrivato nella Repubblica per la visita di tre giorni, ha dichiarato di essere soddisfatto della situazione dei tartari della Crimea. “In due giorni la nostra delegazione ha incontrato il governo di Crimea, rappresentanti pubblici, visitato i luoghi di residenza dei tatari di Crimea“, riferiva RIA Novosti citando il capodelegazione. “Ciò che vedo oggi è incoraggiante, sono incredibilmente grato alla Crimea per l’ospitalità e, a sua volta, le invitiamo a visitare la Turchia“.

“Annessione illegale della Crimea”
Ancora più drammatiche le dichiarazioni di altri capi turchi. “L’annessione illegale della Crimea non può essere riconosciuta in alcun modo”, annunciava il primo ministro Ahmet Davutoglu alla riunione dei ministri degli Esteri della NATO. Come riportato da RIA Novosti, il primo ministro turco ha chiesto di sostenere l’Ucraina, “in modo che possa provvedere alla sicurezza del proprio popolo“. “Tendendo una mano all’Ucraina, non dobbiamo dimenticare le sofferenze del popolo della Crimea… tenersi in contatto con i tartari della Crimea e impedirne l’isolamento è fondamentale“, ha detto Davutoglu, il cui discorso è stato trasmesso sul sito web della NATO. Il ministro degli Esteri della Turchia Mevlut Chavushoglu, a sua volta ha detto, parlando alla stessa riunione, che le azioni della Russia contro Ucraina, Crimea e Georgia non possono essere considerate valide.

Alla Georgia hanno promesso un posto nella NATO
Il tema georgiano risuonò nel discorso del capo del ministero degli Esteri turco il giorno successivo. Chavushoglu ha detto che la Turchia sostiene l’adesione della Georgia alla NATO. “Ora abbiamo quattro Paesi candidati, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Macedonia e Georgia. E vogliamo che il vertice del 2016 abbia per scopo l’ampliamento (dell’Alleanza)“, ha detto Chavushoglu. Nota, su questo tema Ankara “mette il carro davanti ai buoi”. Il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, nella riunione dell’11 maggio a Bruxelles con il presidente georgiano Giorgi Margvelashvili, pur sottolineando che “la Georgia si avvicina alla NATO”, non ha chiesto alcuna scadenza specifica per l’eventuale adesione all’Alleanza. Il segretario generale della NATO non ha parlato dell’espansione dell’Alleanza in occasione della riunione ministeriale di Antalya. Ha tuttavia ammesso che “la NATO aumenta la presenza nella parte orientale dell’Alleanza, anche nella regione del Baltico“. Ciò che Stoltenberg chiama rafforzamento è “la reazione alle azioni della Russia in Ucraina” quale misura “di natura puramente difensiva”. “Le nostre azioni sono proporzionate e rispettano pienamente i nostri obblighi internazionali“, ha detto il segretario generale dell’Alleanza.

“A tal proposito un compromesso è impossibile”
E’ evidente che le dichiarazioni antirusse di Ankara, anche menzionando la politica “sbagliata” di Mosca in Crimea e Ucraina, fanno seguito alla visita del presidente russo Vladimir Putin a Erevan per il 100° anniversario del genocidio armeno. Il 24 aprile Putin ha visitato il memoriale Tsitsernakaberd, istituito nel ricordo della tragedia del 1915, e ha dichiarato che “non ci può essere alcuna giustificazione per ciò che è successo“. La Turchia, per cui la questione del riconoscimento del genocidio è il soggetto più doloroso, ha reagito immediatamente. “Nonostante tutti i nostri avvertimenti, il Presidente della Russia Putin ha descritto gli eventi del 1915 quale genocidio, cosa che non accettiamo e che condanniamo“. Ha detto la dichiarazione del ministro degli Esteri turco. “Perciò vi fu una conversazione tra i leader dei nostri due Paesi, Recep Tayyip Erdogan sapeva bene dei piani di Putin per visitare l’Armenia, è anche che il nostro Paese sarà rappresentato a livello molto alto, il 24 aprile, in Turchia“, ha detto ai giornalisti l’assistente del Presidente Putin Jurij Ushakov. Il segretario stampa del Presidente, Dmitrij Peskov, ha detto che la Russia apprezza le relazioni con la Turchia e non ritiene che la partecipazione del Presidente Vladimir Putin agli eventi commemorativi in Armenia influenzi negativamente queste relazioni. Tuttavia, tre giorni dopo, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha “ricordato” la Crimea. Il capo turco ha detto che la Russia dovrebbe essere ritenuta responsabile delle sue azioni in Crimea e Ucraina prima di condannare il massacro degli armeni da parte degli ottomani nel 1915. L’8 maggio, il quotidiano turco “Milliyet” ha riferito che il presidente Erdogan, in un incontro con degli storici turchi, non ha escluso la possibilità di richiamare l’ambasciatore a Mosca per la posizione della Russia sul genocidio armeno, almeno questo è stato sostenuto dallo storico Mustafa Armagan presente alla riunione. Ha riferito le parole del capo turco così: “il presidente ha detto di aver discusso al telefono la questione con Putin e gli ha detto che era deluso. Secondo lui, il nostro rapporto con Mosca è buono, si comprende con con il Presidente della Russia, ma a tal proposito è impossibile avere compromessi. Erdogan ha sottolineato che, se necessario, la Turchia richiamerà l’ambasciatore dalla Russia e ridurrà le relazioni diplomatiche al console generale o incaricato d’affari“.

Sulla via del Turkish stream
Il deterioramento delle relazioni tra Ankara e Mosca (almeno, a livello di retorica) è in forte contraddizione con la continua e approfondita cooperazione economica tra i due Paesi, soprattutto nel settore energetico. Il governo russo ha approvato il piano aggiornato dei gasdotti comprendente il “Turkish stream“. Il 9 maggio, la società italiana Saipem, appaltatrice della costruzione del gasdotto, ha riferito che Gazprom ha ordinato di avviarne i lavori di costruzione. Durante i negoziati preliminari tra il direttore di Gazprom Aleksej Miller e il ministro dell’Energia e delle Risorse Naturali della Turchia, Taner Yildiz, è stato deciso di avviare le operazioni del gasdotto nel dicembre 2016. Si presume che il gas del primo gasdotto, per un volume di 15,75 miliardi di metri cubi, andrà sul mercato turco. Come già spiegato al giornale “Vzglyad” dalla ricercatrice del Centro per la sicurezza euro-atlantica dell’Istituto di Relazioni Internazionali Julia Kudrjashova, il “Turkish stream” è molto vantaggioso per la Turchia, in quanto nel “South Stream” era solo uno Stato di transito, ed ora effettivamente depositerà il gas e potrà unirvi il gas del gasdotto TANAP (progetto in collaborazione con l’Azerbaigian). Il vantaggio per la Russia è evidente, se il progetto “Turkish stream” diverrà realtà, la questione dei rischi di transito del gas ai consumatori europei attraverso l’Ucraina perderà rilevanza. Un mese prima l’AD di Gazprom Aleksej Miller ha detto che il fallimento del vecchio progetto, “South Stream“, perseguiva uno scopo, conservare il transito del gas attraverso l’Ucraina all’Europa. “Se qualcuno pensa che, anche bloccando il “Turkish stream”, di raggiungere tale obiettivo, è in grave errore“, aveva detto Miller. L’attuazione del progetto (la capacità del nuovo gasdotto dovrebbe raggiungere i 63 miliardi di metri cubi) chiaramente infastidisce gli Stati Uniti. Come già indicato dal quotidiano “Vzglyad“, l’inviato speciale del dipartimento di Stato per gli affari internazionali dell’energia, Amos Hochstein, ha ammesso presso i Greci, ad Atene, che gli USA non vogliono un gasdotto russo attraversi la loro terra. Del volume totale di 63 miliardi di metri cubi, circa 50 sarebbero consegnati a un hub sul confine turco-greco. “Certo, gli Stati Uniti non vogliono questo gasdotto, come Hochstein ha onestamente e direttamente spiegato durante il nostro ultimo incontro“, ha ammesso il ministro per la Riforma industriale, Ambiente ed Energia della Grecia, Panagiotis Lafazanis. Il progetto del transito del gas russo ai clienti europei attraverso la Turchia e l’hub greco è stato reso possibile dall’accordo del dicembre dello scorso anno tra i Presidenti Putin e Erdogan.

La relazione non sarà sacrificata
Il direttore del centro di ricerca “Medio Oriente-Caucaso” Stanislav Tarasov ritiene che non sia necessario parlare di alcun raffreddamento delle relazioni russo-turche. Secondo lui, nel Paese s’è sviluppata una seria lobby pro-russa che, “con qualsiasi cambiamento di regime non sacrificherà i rapporti russo-turchi”. “I capi che fanno tali affermazioni non hanno alcuna visione politica. Non hanno futuro. Il benessere della Turchia dipende ora dalla Russia. È Vladimir Putin che può mantenere stabile il regime di Erdogan, che potrebbe perdere le elezioni parlamentari. La Turchia si trova nell’instabilità geopolitica. C’è una questione curda, una questione siriana, l’Iraq… Sono circondati da nemici e Chavushoglu vuole che la Russia diventi anch’essa nemica. E neanche lui avrà successo“, ha detto Tarasov al giornale “Vzglyad“. È convinto che il capo del Ministero degli Esteri turco abbia fatto dichiarazioni opportunistiche. Tarasov ha suggerito che tale retorica è stata preceduta da una serie di eventi. Prima di tutto il vertice della NATO a Antalya, così come la visita del segretario di Stato degli USA John Kerry a Sochi. A tal proposito, “Ankara s’è resa conto che le grandi potenze giocano senza di essa. I colloqui a Sochi non erano solo sull’Ucraina, ma anche su Yemen, Iraq, Siria. E la Turchia è direttamente coinvolta in tali processi. La Turchia voleva invadere la Siria, ma non le è stato permesso e la diplomazia turca è giunta a un punto morto, e le elezioni parlamentari di giugno sono imminenti. Da qui tali dichiarazioni contraddittorie“, ritiene l’esperto. Inoltre, l’analista politico è certo che le dichiarazioni antirusse di Chavushoglu testimonino il tramonto della sua carriera. Ha ricordato che la Turchia non ha aderito alle sanzioni occidentali contro la Russia. “Molti turchi sono assai contenti che la Crimea si sia unita alla Russia. Quando la diaspora dei tatari di Crimea in Turchia ha saputo che il flirt del Majlis del popolo tartaro di Crimea con Kiev era finto nel disastro, ha espresso il desiderio di tornare in Crimea. Sei milioni di persone possono approfittarne. Solo in Crimea saranno accettati come tatari di Crimea, in Turchia sono turchi“, ha detto.

La Turchia distrae l’occidente
Le dure critiche delle autorità turche nei confronti della Russia sono legate alla riunione dei ministri degli Esteri della NATO a Antalya, secondo la ricercatrice del Centro per la sicurezza euro-atlantica dell’Istituto di Relazioni Internazionali Julia Kudrjashova. “Dato che John Kerry arrivato qui ed ha avuto trattative con i rappresentanti delle autorità turche, la Turchia doveva in qualche modo sostenere politicamente la NATO”, ha detto al giornale Vzglyad. I negoziati dei ministri degli Esteri dell’Alleanza sono iniziati il 13 maggio, principale argomento discusso era la politica verso la Russia sulla situazione in Ucraina. Kudrjashova ha notato che il presidente turco ha anche rifiutato di recarsi in Russia per la Parata del Giorno della Vittoria”. Erdogan doveva ancora trovare qualche motivo per non parteciparvi. Dopo tutto, la Turchia è stata accusata dai Paesi occidentali di non adesione alle sanzioni, di sviluppare piani economici, per esempio il “Turskish stream“, ha detto l’esperta. “Al fine di distogliere l’attenzione dei Paesi occidentali, per difendersi dalle critiche per le relazioni economiche con la Russia, la Turchia doveva dimostrare che è politicamente schierata con l’occidente, sostiene i principi base della NATO, non supporta politicamente la Russia, condanna gli eventi in Crimea e Ucraina“. Criticare politicamente la Russia è ancora necessario. “Allora, Erdogan ha capitalizzato l’intervento di Putin sul genocidio armeno trovando una comoda copertura per condannare la Russia”, ha detto Kudrjashova. “Allo stesso tempo, la Turchia non potrà mai abbandonare gli interessi economici in Russia, è molto pragmatica e capisce che le sanzioni danno alla Turchia una possibilità“, ha detto l’esperta.

w645_risultatoTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: frattura italiana

Alessandro Lattanzio, 13/5/2015map-of-egyptNei colloqui tra il capo dell’esercito nazionale libico Qalifa Haftar e il Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), nell’ambito delle manovre tra i vertici militari di Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Quwayt, Sudan, Bahrayn e Arabia Saudita per tracciare una linea per stabilizzare la Libia, l’EAU vendeva all’esercito di Tobruq 5 elicotteri d’attacco Mil Mi-35 Hind e altro equipaggiamento di origine russa, tra cui armi anticarro e munizioni perforanti. Gli incontri riguardavano l’organizzazione dei capi tribali libici per supportare un possibile intervento arabo. Tale passo sarebbe ritenuto cruciale nella stabilizzazione della Libia, secondo il governo egiziano. “Un incontro per coordinare le diverse tribù in Libia rafforzerebbe la credibilità di un’azione della forza araba congiunta in Libia“, affermava Jean-Marc Rickli, professore del dipartimento di Studi per la Difesa del King College di Londra. Ai colloqui potrebbero partecipare anche Francia e Italia; alla “Francia è stato chiesto di fornire logistica e forze speciali mentre all’Italia di fornire supporto navale“, affermava una fonte della Lega Araba. “Una Libia preda delle convulsioni della guerra civile è fonte d’instabilità per il Nord Africa e il Mediterraneo, in quanto rappresenta un buco nero geopolitico che genera il fenomeno della criminalità internazionale del traffico di droga, armi, persone e del terrorismo di matrice religiosa”, dichiarava Andrea Margelletti, presidente del Centro di Studi Internazionali di Roma. “Inoltre, vi sono interessi economici italiani in Libia che il nostro governo intende proteggere, soprattutto nel settore degli idrocarburi“. Tutte le parti hanno espresso preoccupazione per la crescente influenza del gruppo terroristico dello Stato islamico e della possibile sua espansione dalla Libia destabilizzata. Tale convergenza Italia-Lega araba va relazionata con la posizione degli elementi filo-sionisti della politica italiana (Dellavedova, Cicchitto, Caracciolo), che invece supportano il ‘dialogo’ con lo Stato islamico e il riconoscimento della fazione islamista, supportata da Turchia-Israele-Qatar, che governa a Tripoli. Infatti, il 7 maggio 2015 si svolgeva presso il Centro Alti Studi della Difesa, a Roma, una conferenza sulla Libia organizzata dal Comitato Atlantico Italiano, con la presenza dell’ex-ministro degli Esteri giordano Abdulillah Qatib, di Muhamad Dahlan, ex-Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’ANP e noto agente della CIA, di Abdelaziz Quti del parlamento tunisino ‘dissidente’ del partito laico antislamista Nida Tunis, dell’ex-ministro degli Esteri egiziano Muhamad al-Urabi, utilizzato da Washington per rovesciare Mubaraq ed insediare al potere i Fratelli mussulmani, di Numan Binutman, ex-quadro del Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG), ovvero al-Qaida in Libia, ed attuale presidente della Quillion Foundation, think tank neocon gestito dall’intelligence inglese e dal Mossad, e dall’ambasciatore libico presso il Vaticano Mustafa Rugibani. Tra gli italiani vi erano i parlamentari sionisti Benedetto Dellavedova e Fabrizio Cicchitto, il presidente del Comitato Atlantico Italiano Fabrizio Luciolli, l’ammiraglio Rinaldo Veri presidente del CASD e sostenitore dell’aggressione a Libia e Siria, amico e referente di Elisa Fangareggi, presunta responsabile di una presunta ONG italiana che opera in Siria e cogestisce un “centro per rifugiati” in Turchia assieme all’IHH, organizzazione sospettata di legami con al-Qaida. L’argomento della conferenza era “la necessità di creare un governo di unità nazionale” come primo passo per la stabilizzazione del Paese. Secondo l’ex-ministro giordano e Dahlan, “l’Unione Europea deve trattare con l’unico governo eletto (Tobruq) e rafforzare l’esercito del generale Haftar, forse l’unico in grado di unificare il Paese e procedere all’integrazione delle varie milizie nelle forze armate. Ciò non vuol dire che l’Europa debba intervenire militarmente, ma la diplomazia da sola non basta senza un po’ di forza”. Quti era sulla stessa linea, ponendo l’accento sulla “necessità di procedere al disarmo delle milizie che, con l’aiuto dell’Europa, andranno poi incluse in un nuovo apparato di sicurezza, in modo che possano partecipare alla ricostruzione della Libia”. Per Binutman bisognava agire “soprattutto nel Fezan”, dove si concentra la presenza della Resistenza jamahiriyana e, sempre secondo Binutman, la Libia va federalizzata. Se Luciolli invocava l’intervento diretto dell’Italia assieme ad Egitto ed Emirati Arabi Uniti e senza badare all’ONU e all’UE, il filo-islamista Vieri indicava “difficoltà negli Stati occidentali ad inviare truppe in una spedizione confusa e rischiosissima”, mentre i sionisti Dellavedova e Cicchitto sostenevano la mera soluzione diplomatica della missione dell’ONU guidata da Bernardino Leon, agente del Gruppo Bilderberg.
Da tutto ciò, quindi, appare evidente una frattura emergente in Italia riguardo la situazione in Libia: la fazione filo-turco-sionista (banda Caracciolo-Debenedetti) vuole riconoscere gli islamisti di Tripoli, e un’altra filo-inglese vuole appoggiare con le armi l’intervento in Libia (banda Renzi).
world_01_temp-1430377539-5541d443-620x348 Nel frattempo, il 29 aprile 2015, il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi incontrava a Cipro l’omologo cipriota Nicos Anastasiades, assieme al ministro del Petrolio Sharif Ismail, al ministro degli Esteri Samah Shuqri e al ministro degli Investimenti Ashraf Salman. Il presidente egiziano aveva espresso gratitudine per il sostegno di Cipro all’Egitto in seno all’Unione europea e sottolineava il sostegno dell’Egitto verso la causa cipriota nella disputa con la Turchia che occupa la parte settentrionale dell’isola. Inoltre, Sisi aveva avuto un vertice con Anastasiades e il primo ministro greco Alexis Tsipras, nell’ambito della formazione di un polo filo-russo nel Mediterraneo orientale, contrappeso dell’asse atlantista Turchia-Israele-Qatar-Fratellanza musulmana. Infatti, il premier Tsipras aveva dichiarato a conclusione del vertice trilaterale Grecia-Cipro-Egitto di Nicosia che la Grecia era decisa a procedere alla delimitazione delle zone marittime, sul Mediterraneo orientale, nel rispetto del diritto internazionale e del diritto marittimo, osservando che tale processo non solo è nell’interesse dei tre Paesi, ma di tutti gli altri Paesi della regione, interessati a cooperare nel delimitare le zone marittime secondo i principi del diritto internazionale, e nel rafforzare la cooperazione nella sicurezza regionale per affrontare l’islamismo radicale, “una minaccia alla nostra civiltà”, come aveva sottolineato. Tsipras inoltre indicava la necessità di approfondire la cooperazione tra Grecia ed Egitto, sottolineando che “la cooperazione economica, commerciale ed energetica contribuisce efficacemente nel porre i presupposti del consolidamento di prosperità, pace e stabilità nella regione“. Da parte sua, il presidente cipriota Nicos Anastasiades affermava che gli sviluppi allarmanti in certi Paesi della regione, come Siria, Iraq, Yemen, intensificano la necessità di un’azione congiunta della comunità internazionale per affrontare tali sfide. Sul processo di pace in Medio Oriente, Anastasiades aveva dichiarato “ribadiamo la posizione di principio nel raggiungere una pace giusta e duratura con la creazione dello Stato autonomo e sovrano di Palestina secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite, e abbiamo discusso dei crescenti flussi migratori quali minacce non solo ai Paesi della regione, ma a tutti i Paesi europei. Con l’intensificarsi dei nostri sforzi, gli obiettivi che ci siamo posti saranno raggiunti e saranno un modello di cooperazione per gli altri Paesi della regione“. Il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi dichiarava che “il secondo vertice tra i tre Paesi in soli sei mesi riflette la volontà di approfondire la nostra cooperazione. Cerchiamo la cooperazione nel plasmare un futuro brillante per i nostri popoli secondo tolleranza, pace, stabilità e giustizia sociale“. Il presidente egiziano, parlando anche del suo incontro con il primo ministro greco, aveva detto: “Oggi abbiamo deciso di aprire nuovi orizzonti alla cooperazione tra i nostri Paesi nei trasporti, energia e turismo“, concordando sulle misure per combattere il terrorismo e la necessità di risolvere il problema del Medio Oriente con la creazione dello Stato palestinese, secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite.Alexis-Tsipras-Nicos-Anastasiades-and-Abdel-Fattah-el-Sissi-Apr2915_afp-Stavros-IoannidesIl 27 febbraio 2015, da La Spezia salpava la nave d’assalto anfibio San Giorgio, per poi imbarcare a Brindisi incursori del Comsubin (Comando subacquei e incursori), nell’ambito delle manovre Mare Aperto, tra Tirreno e Ionio, previste per il 2 marzo. Probabilmente si trattava di sorvegliare il gasdotto Greenstream, pipeline sottomarina dell’ENI che si estende per 520km da Malitah a Gela. Il primo ministro libico Abdullah al-Thini dichiarava che il suo governo avrebbe smesso di trattare con la Turchia perché inviava armi al governo islamista di Tripoli. “La Turchia non tratta onestamente con noi. Esporta armi uccidendo il popolo libico“. Il portavoce del ministero degli Esteri della Turchia, Tanju Bilgic, rispose, “Invece di ripetere le stesse accuse infondate e non veritiere, consigliamo di sostenere gli sforzi delle Nazioni Unite per il dialogo politico. La nostra politica nei confronti della Libia è molto chiara. Siamo contro qualsiasi intervento esterno in Libia e sosteniamo pienamente il processo del dialogo politico con la mediazione delle Nazioni Unite“. Thini aveva anche accusato il Qatar di dare sostegno “materiale” agli islamisti. Infine al-Thini avvertiva che le forze libiche ed egiziane avrebbero agito in modo coordinato contro lo Stato islamico, “Ogni volta che c’è un pericolo o una minaccia, ci saranno attacchi aerei in totale coordinamento tra Egitto e Libia. Lo Stato islamico è ben consolidato nella regione di Sirte e non nasconde la sua presenza a Tripoli. Se le truppe non sono rifornite delle armi di cui hanno bisogno, il gruppo terroristico si diffonderà in tutta la Libia“.
1506503 Il 2 marzo Qalifa Belqasim Haftar veniva nominato comandante in capo dell’esercito nazionale libico dal presidente del parlamento di Tobruq. Questa nomina seguiva la decisione del governo di Tobruq di sospendere la partecipazione ai colloqui dell’ONU, guidati da Bernardino Leon dal settembre 2014, in risposta alle pressioni della NATO affinché nel governo libico venissero inclusi gli islamisti. Alcuni giorni prima lo Stato islamico aveva ucciso 45 persone con delle autobombe nella città di al-Quba. Le Nazioni Unite aveva invitato i due parlamenti libici a nuovi colloqui in Marocco, ma la riunione venne rinviata, quindi l’11 febbraio Leon incontrava separatamente gli esponenti dei due parlamenti nel sud della Libia.
Il 3 marzo, aerei libici bombardavano l’Aeroporto Internazionale Mitiga di Tripoli, “Un jet da combattimento leale al capo dell’esercito Qalifa Belqasim Haftar ha effettuato un raid su Mitiga, senza causare danni” affermava l’agenzia turca Anadolu, ma la Guardia Petrolifera della Libia annunciava che “l’aviazione libica ha lanciato attacchi aerei contro gruppi armati situati nell’aeroporto di Mitiga. A partire da oggi, le operazioni militari inizieranno a Tripoli contro le milizie posizionate negli aeroporti e altre parti della capitale“. L’esercito libico effettuava le incursioni aeree sull’aeroporto, perché “via d’accesso dei rifornimenti logistici” del gruppo islamista “Alba di Libia”. Intanto Abdalhaqim Belhadj, il terrorista islamista a capo del Gruppo combattente islamico libico, fantoccio degli USA, aderiva allo Stato islamico in Libia e ne supportava i campi di addestramento a Derna. Dopo aver partecipato al golpe e all’invasione della Jamahiriya Libica nel 2011, Belhadj, collegato ad al-Qaida, fu nominato capo del Consiglio militare di Tripoli, posizione che mantenne fino al maggio 2012. Belhadj era collegato agli attentati terroristici del 2004 a Madrid e all’omicidio di due politici tunisini, oppositori dei Fratelli musulmani. I terroristi del SIIL decapitavano 8 guardie libiche dopo aver attaccato il campo petrolifero di al-Ghani, presso la città di Zalah. Inoltre, i terroristi rapirono anche 9 lavoratori stranieri, tra cui 4 filippini, 1 ceco, 1 ghanese, 1 austriaco e 1 bangleshi.
Il 20 marzo, nonostante le trattative a Rabat, le forze di Tobruq lanciavano l’offensiva su Tripoli, che vide una serie di attacchi aerei su obbiettivi islamisti presso l’aeroporto di Mitiga e l’avanzata delle milizie zintani a sud di Tripoli, appoggiate da elementi di Bani Walid addestrati dalle forze speciali francesi. Le forze di Tobruq disporrebbero di 11 velivoli, tra cui 3 caccia MiG-21bis del 2° Squadrone caccia della base Nasser, 4 caccia MiG-23 del 2° Squadrone cacciabombardieri di Labraq, 4 elicotteri d’attacco Mi-24 del 1° Squadrone elicotteri della base al-Watyah e del 1° Squadrone da ricognizione della base Nasser. Inoltre, a questi aerei si aggiunsero 11 caccia MiG-21MF e 4 elicotteri d’assalto Mi-8 egiziani. I velivoli vennero schierati nelle basi di Benina (Bengasi), Labraq, Martubah (Derna) e Nasser (Tobruq), in Cirenaica e al-Watyah in Tripolitania, tutte controllate da Tobruq, per le operazioni contro le milizie islamiste occupanti Tripoli e Qiqla. Tobruq disponeva anche di 60000 uomini, tra cui i 2000 della Brigata al-Sayqa delle forze speciali, formata da soldati dell’esercito della Jamahirya Libica inquadrati da 2-300 consiglieri delle forze speciali egiziane. Le forze di Tobruq disponevano di 10 carri armati T-62 e T-55, 300 veicoli da combattimento BMP-1, 50 BTR-60PB, 20 M113, 10 sistemi anticarro Khrizantema-S, 100 blindati Nimr II, 200 Humvee, 30 BRDM-2 equipaggiati con missili anticarro AT-3 Sagger, 20 blindati Puma italiani, 10 SAM Igla-S (SA-24), 20 veicoli antiaerei M53/59 Praga del 503° Gruppo della Difesa Aerea. I 20000 miliziani di Zintan, comandati da Muqtar Qalifah Shahu, erano suddivisi tra 5 brigate dotate di tecniche, tra cui le brigate al-Qaqa comandata da Uthman Milayqtah, e al-Sawayq dell’ex-ministro della Difesa al-Juwayli e comandata da Imad Mustafa al-Trabulsi. Gli islamisti di Alba di Libia schieravano 40000 miliziani dell’Unione dei Rivoluzionari di Misurata del fratello mussulmano Salahuddin Badi, ex-capo dell’intelligence militare libica di Misurata; 20000 miliziani delle 4 brigate dell’organizzazione islamista Scudo Libico di Wisam bin Hamid, e 2-3000 terroristi di Abdalhaqim Belhadj. I misuratini disporrebbero di 800 tra mezzi e pezzi d’artiglieria e di 2000 pickup armati. Scudo Libico avrebbe circa 1200 autoveicoli, mentre i terroristi di Belhadj erano equipaggiati, riforniti ed addestrati dalle forze speciali turche e qatariote.
Il 25 marzo, a Bengasi lo Stato islamico faceva esplodere un’autobomba contro un checkpoint dell’esercito, uccidendo 5 soldati e 2 civili.
Il 30 marzo, il governo libico elogiava la decisione della Lega Araba sullo Yemen, aggiungendo che la situazione nello Yemen è simile a quella in Libia. Al vertice arabo in Egitto, del 28-29 marzo, i capi arabi avevano espresso disponibilità a sostenere il governo di Tobruq.
CEWDE2lVIAAQ00i Dopo aver ricevuto 3 caccia MiG-21MF e 3 elicotteri Mi-8 dall’Egitto, l’aeronautica libica riceveva altri 2 MiG-21MF egiziani, stanziati nella base aerea Gamal Abdal Nasser, presso Tobruq. Inoltre, un piccolo numero di cacciabombardieri Mirage F.1AD veniva riattivato presso la base aerea al-Watiya. La Libia originariamente acquistò 38 Mirage F.1: 16 cacciabombardieri Mirage F.1AD, 18 caccia-intercettori Mirage F.1ED, 6 velivoli di addestramento Mirage F.1BD e un enorme stock di pezzi di ricambio e munizionamento, alla fine degli anni ’70. Questi aerei entrarono in servizio nel 1011.mo e 1012.mo Squadrone della base aerea al-Watiya, costruita dai francesi. Una parte dei Mirage fu distaccata ad Aozou, tra Libia e Ciad. Parte della flotta di Mirage F.1 fu radiata negli anni ’90 per l’embargo imposto alla Libia, mentre un grosso quantitativo di pezzi di ricambio fu donato all’Iran per riattivare i Mirage F.1 ex-iracheni ceduti all’Iran nel 1991. Tale ordine personale di Gheddafi generò frustrazione presso l’aeronautica libica e le cui proteste furono vane. Nel 2011 la Libia aveva operativi solo 2 intercettori Mirage F.1ED e 1 addestratore Mirage F.1BD. Oggi, una parte dei Mirage è accantonata nel centro per la revisione di Tripoli, controllato dagli islamisti di Alba di Libia, e il resto rimane ad al-Watiya, base che non venne bombardata dalla NATO. Dei 45 hangar HAS presenti ad al-Watiya, solo 2 ospitano velivoli operativi, oltre a diversi depositi di munizioni nelle vicinanze. Al-Watiya fu riconquistata dal Libyan National Army (LNA) il 9 agosto 2014, dove nei 43 HAS si trovavano decine di cacciabombardieri Su-22, elicotteri d’attacco Mi-25 e 21 Mirage F.1. Oggi, nella base sono operativi 2 Su-22M3, 1 MiG-23UB e 1 Mirage F.1AD reso nuovamente operativo. A sua volta, gli islamisti di Alba di Libia controllano le basi aeree di Mitiga, Misurata e al-Jufra, dove disporrebbe di 2 aerei da addestramento Soko G-2 Galeb, 2 aerei da addestramento L-39, 1 aereo da supporto tattico J-21 Jastreb, 1 caccia MiG-23MLD, 1 caccia biposto MiG-23UB, alcuni aerei da addestramento SIAI-Marchetti SF-260 ed elicotteri. 1 MiG-23MLD islamista fu abbattuto da un missile Igla-S mentre bombardava l’aeroporto di Zintan, il 23 marzo 2015, uccidendo il pilota. Il 6 maggio, presso Zintan, l’esercito libico abbatteva un MiG-25PU della milizia islamista di Misurata. Infatti, gli islamisti di Alba di Libia erano riusciti ad riattivare un MiG-25PU, versione d’addestramento biposto del caccia-intercettore MiG-25PD. Il MiG-25PU non dispone di radar, sistemi di puntamento e sistemi di combattimento, ma il velivolo recuperato dagli islamisti, con l’aiuto di tecnici ucraini arruolati da turchi e qatarioti, sembra fosse dotato di un paio di piloni subalari per trasportare due bombe FAB-500T da 500kg, limitando le capacità operative del velivolo. Il MiG-25, il 28 febbraio 2015 fu dislocato nella base di al-Jufra, dove dal 2003 è depositata la maggior parte delle cellule di MiG-25 libici ospitate nei loro Hardened Aircraft Shelter (HAS). Il 25 marzo 2015 il velivolo fu spostato presso l’aeroporto di Mitiga, a Tripoli, prima di essere abbattuto su Zintan.
L’11 maggio, la nave cargo Tuna-1, battente bandiera delle isole Cook, mentre trasportava armi a Derna, controllata dal SIIL, veniva attaccata e danneggiata da aerei libici. Il cargo era di proprietà turca, “Condanniamo fortemente questo spregevole attacco a una nave civile in acque internazionali e condanniamo i responsabili“, dichiarava il ministero degli Esteri turco. Il cargo stava violando l’embargo imposto dall’esercito libico sulla regione e l’aviazione libica l’aveva bombardato quando era a 10 miglia da Derna. Il comandante dell’aviazione libica, Saqr al-Garushi, aveva affermato che “La nave ha violato le acque territoriali libiche nonostante gli avvertimenti dell’esercito. Inizialmente abbiamo sparato dei colpi di avvertimento e, visto che la nave non ci ha dato ascolto, gli abbiamo sparato direttamente“.tuna1-20150511-600x421Note:
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