Il segreto del petrodollaro

Tyler Durden, Global Research, 1 giugno 2016

petrodollar2Per decenni, la storia del riciclaggio dei petrodollari dell’Arabia Saudita, vale a dire il finanziamento del deficit degli Stati Uniti con l’acquisto di titoli del Tesoro USA con i proventi delle vendite di petrolio (in gran parte negli Stati Uniti), mentre gli USA addolcivano l’affare fornendo ai sauditi equipaggiamenti militari, era rimasto nel regno della congiura, senza conferme o dichiarazioni ufficiali dal dipartimento del Tesoro statunitense. Ora, questa particolare “teoria” diventa l’ultimo fatto, grazie ad una storia affascinante di Bloomberg che dà sfondo e dettagli all’incontro segreto tra l’allora segretario al Tesoro degli USA William Simon, il suo vice Gerry Parsky e i membri della classe dirigente saudita, delineando come i petrodollari nacquero.
Qui lo sfondo: “Luglio 1974. Una pioggerella prima dell’alba lasciava il posto a un cielo coperto quando William Simon, appena nominato segretario del Tesoro degli USA, e il suo vice, Gerry Parsky, decollarono alle 8:00 dall’Andrews Air Force Base. A bordo, l’atmosfera era tesa. Quell’anno, la crisi petrolifera aveva colpito in patria. L’embargo delle nazioni arabe dell’OPEC, per l’aiuto militare degli Stati Uniti agli israeliani durante la guerra del Kippur, quadruplicava i prezzi del petrolio. L’inflazione saliva, il mercato azionario si schiantava e l’economia degli USA era in tilt. Ufficialmente, il viaggio di due settimane di Simon fu classificato giro diplomatico-economico in Europa e Medio Oriente, completo dei consueti salamelecchi e banchetti serali. Ma la vera missione, conservata nella massima riservatezza dalla cerchia del presidente Richard Nixon, avrebbe avuto luogo durante una sosta di quattro giorni nella città costiera di Jeddah, in Arabia Saudita. L’obiettivo: neutralizzare il petrolio greggio come arma economica e trovare un modo per convincere il regno ostile a finanziare il deficit dilagante degli Stati Uniti con la sua ritrovata ricchezza in petrodollari. E secondo Parsky, Nixon chiarì semplicemente di non tornare a mani vuote. Il fallimento non solo metteva a repentaglio la salute finanziaria degli Stati Uniti, ma poteva anche dare all’Unione Sovietica un varco per ulteriori incursioni nel mondo arabo. “Non era una questione se si potesse fare o no”, ha detto Parsky, uno dei pochi funzionari con Simon ai colloqui sauditi”.
Come notato, il quadro della transazione cercata era semplice: gli Stati Uniti avrebbero comprato petrolio dall’Arabia Saudita e fornito aiuti e materiale militari al regno. In cambio, i sauditi avrebbero raccolto miliardi di petrodollari dalle entrate per spalarli nuovamente al ministero del Tesoro finanziando la spesa degli Stati Uniti. L’uomo che guida il negoziato degli Stati Uniti, il segretario al Tesoro William Simon, era appena stato per un certo periodo lo zar dell’energia di Nixon, e “sembrava poco adatto a tale delicata diplomazia”. Prima di essere usato da Nixon, una serie di fumatori del New Jersey aveva guidato l’ufficio Tesoro al Salomon Brothers. Per i burocrati, l’esuberante affarista di Wall Street, che una volta si paragonò a Gengis Khan, aveva un carattere e un ego smisurato dolorosamente al passo con Washington. Solo una settimana prima di mettere piede in Arabia Saudita, Simon biasimò pubblicamente lo Scià di Persia, stretto alleato regionale al momento, definendolo un “cretino”. “Ma Simon, meglio di chiunque altro, comprese l’appello al debito pubblico degli Stati Uniti e di vendere ai sauditi l’idea che gli USA erano il posto più sicuro per parcheggiare i loro petrodollari. Con tale consapevolezza, l’amministrazione covò un piano kamikaze senza precedenti, che avrebbe influenzato ogni aspetto delle relazioni USA-sauditi nei successivi quarant’anni (Simon è morto nel 2000 a 72 anni)”. All’inizio non fu facile: “Ci sono voluti diversi incontri discreti per appianare tutti i dettagli, dice Parsky. Ma alla fine di mesi di trattative, scrive Bloomberg, rimaneva un piccolo ma fondamentale comma: re Faysal bin Abdulaziz al-Saud chiese che l’acquisto dal Tesoro del Paese rimanesse “strettamente segreto”, secondo un dispaccio diplomatico ottenuto da Bloomberg dagli Archivi Nazionali“. Il segreto resta… fino al 16 maggio, quando il Tesoro degli Stati Uniti per la prima volta rivelava la piena portata dei titoli posseduti dall’Arabia Saudita.TSY hodlings_0Bloomberg aggiunge che una manciata di funzionari del Tesoro e della Federal Reserve ha mantenuto il segreto per più di quarant’anni, finora. “In risposta a una richiesta del Freedom-of-Information-Act presentata da Bloomberg News, il Tesoro ha svelato i titoli posseduti dall’Arabia Saudita, per la prima volta, questo mese, “concludendo di essere in linea con la legge sulla trasparenza e la comunicazione dei dati”, secondo la portavoce Whitney Smith. Il possesso di 117 miliardi di titoli del Tesoro fa del regno uno dei maggiori creditori esteri degli USA“. I dati diffusi lo stesso giorno confermavano la risposta al FOIA. A dire il vero, come osservammo a metà maggio, è molto probabile che la relazione del Tesoro sia incompleta e che i sauditi possiedano centinaia di miliardi di dollari in buoni del Tesoro in custodia presso centri offshore come Euroclear. Dopo tutto, il conteggio corrente rappresenta solo il 20 per cento dei 587 miliardi di dollari di riserve in valuta estera, assai meno dei due terzi che le banche centrali in genere mantengono come attività in dollari. Inoltre, la quarantennale politica d'”interdipendenza” tra Stati Uniti ed Arabia Saudita, nata dall’accordo sul debito di Simon che infine legava le due nazioni condividendo alcuni valori comuni, mostra segni di disfacimento. Gli USA fanno timidi passi verso un riavvicinamento all’Iran, evidenziato dal cruciale accordo nucleare del presidente Barack Obama dello scorso anno. Il boom dello scisto degli Stati Uniti ha anche reso gli USA assai meno dipendenti dal petrolio saudita. Inutile dire che il vero ammontare complessivo dei titoli posseduti dai sauditi alla fine sarà noto, soprattutto se la nazione mediorientale persegue la minaccia di liquidarli, in parte o tutti. Ancor più notevole, tuttavia, è che con la prima divulgazione dei dati sulla nascita dei petrodollari, qualcosa sembra essere cambiato: “L’acquisto di obbligazioni e tutto il resto era una strategia per riciclare petrodollari ancora negli Stati Uniti”, ha detto David Ottaway, esperto sul Medio Oriente del Woodrow Wilson Center di Washington. Ma politicamente, “è sempre stato un rapporto ambiguo e vincolato”.” Una cosa che certamente è cambiata è il mondo in cui le banche centrali comprano voracemente tutto l’altrui (e proprio) debito, la necessità di riciclatori di petrodollari come l’Arabia Saudita non c’è più, ma non è stato sempre così: “Nel 1974, forgiare quel rapporto (e la segretezza che richiese) fu un gioco da ragazzi, secondo Parsky, ora presidente dell’Aurora Capital Group, una società di private equity di Los Angeles. Molti alleati degli Stati Uniti, come Regno Unito e Giappone, fortemente dipendenti dal petrolio saudita, erano in lizza per permettere al regno di reinvestire nelle loro economie. Tutti, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Giappone, cercavano di mettere le mani nelle tasche dei sauditi”, ha detto Gordon S. Brown, funzionario economico del dipartimento di Stato presso l’ambasciata statunitense a Riad nel 1976-1978. Per i sauditi, la politica ebbe un ruolo importante nell’insistenza sul fatto che tutti gli investimenti del Tesoro rimanessero anonimi”.
William E. Simon, former Secretary of the Treasury La dipendenza degli USA dai sauditi per finanziare il deficit, e avere petrolio a buon mercato, fece sì che al regno venisse concesso lo status privilegiato in ogni interazione con gli Stati Uniti. “Le tensioni erano ancora alte 10 mesi dopo la guerra dello Yom Kippur, e in tutto il mondo arabo c’era molta animosità verso gli Stati Uniti per il sostegno ad Israele. Secondo dispacci diplomatici, la peggiore paura di re Faysal era che i petrodollari degli USA venissero percepiti, “direttamente o indirettamente”, come destinati al peggiore nemico, sotto forma di aiuti dagli Stati Uniti. I funzionari del Tesoro risolsero il dilemma lasciando che i sauditi passassero dalla porta sul retro. Nel primo di molti accordi speciali, gli Stati Uniti permisero all’Arabia Saudita di scavalcare il normale processo di offerta competitiva per l’acquisto di titoli del Tesoro, permettendo un “aggiunta”. Tali vendite, escluse dai totali ufficiali delle aste, nascosero le tracce della presenza saudita nel mercato del debito del governo degli Stati Uniti. “Quando arrivai all’ambasciata, mi fu detto che si trattava dei titoli del Tesoro”, ha detto Brown. “Fu tutto gestito privatamente”. Un’altra eccezione fu stralciata per l’Arabia Saudita quando il Tesoro iniziò ad emettere le suddivisioni mensili Paese per Paese della proprietà del debito degli Stati Uniti. Invece di rivelare la partecipazione dell’Arabia Saudita, il Tesoro la raggruppò con 14 altre nazioni, come Quwayt, Emirati Arabi Uniti e Nigeria, con il titolo generico di “esportatori di petrolio”, e la cosa continuò per 41 anni”. Nel frattempo, l’Arabia Saudita proseguì l’acquisto: nel 1977 accumulava circa il 20 per cento di tutti i titoli del Tesoro detenuti all’estero, secondo “La mano nascosta dell’egemonia americana: riciclaggio di petrodollari e mercati internazionali” di David Spiro della Columbia University. L’accordo ha creato varie preoccupazioni: “in una nota interna dell’ottobre 1976, il dettaglio degli Stati Uniti inavvertitamente rivelava che molto più di 800 milioni di dollari si era intenzionati a prendere in prestito con l’asta. Al momento, due banche centrali non identificate si aggiunsero per acquistare ulteriori 400 miliardi in titoli del Tesoro ciascuna. Alla fine, una banca ebbe la sua parte il giorno dopo, per mantenere gli Stati Uniti entro il limite. “La maggior parte di tali manovre e piroette fu messa sotto il tappeto, ed alti funzionari del Tesoro fecero di tutto per mantenere lo status quo e proteggere gli alleati del Medio Oriente divenuti maggiori creditori degli USA. Negli anni, il Tesoro più volte fece ricorso all’International Investment and Trade in Services Survey Act del 1976, proteggendo individui dei Paesi maggiori detentori dei titoli del Tesoro, in quanto prima linea difensiva. La strategia continuò anche dopo che il Government Accountability Office, in un’indagine del 1979, non trovò “alcuna base statistica o giuridica” per tale blackout. Il GAO non aveva il potere di costringere il Tesoro a consegnare i dati, ma concluse che gli Stati Uniti “hanno assunto impegni particolari sulla riservatezza finanziaria con l’Arabia Saudita” ed eventualmente altre nazioni dell’OPEC. Simon, che allora era tornato a Wall Street, riconobbe in una testimonianza al Congresso che “la segnalazione regionale era l’unico modo con cui l’Arabia Saudita avrebbe fatto l’accordo” investendo tramite il sistema dell’aggiunta”.
In definitiva, il dominio saudita sul mercato del Tesoro statunitense significò l’intoccabilità. “Era chiaro che il Tesoro non avrebbe cooperato per nulla“, ha detto Stephen McSpadden, ex-consigliere della sottocommissione del Congresso che sostiene le indagini del GAO. “Fui nella sottocommissione per 17 anni, e non vidi mai niente di simile“. Oggi, Parsky dice che la disposizione segreta con i sauditi andava smantellata anni fa ed era sorpreso che il Tesoro continuasse per così tanto tempo. Ma anche così, non ha rimpianti. L’accordo “fu positivo per gli USA“, dice citato da Bloomberg. E con questo la storia di come il petrodollaro nacque è ora pubblica, cosa di cui l’Arabia Saudita non sarà felice. Per il bene degli Stati Uniti è meglio avere le cose a posto, perché la diffusione di questa storia significa semplicemente che il Tesoro degli Stati Uniti è convinto che non avrà più la necessità strategica del vecchio partner saudita. La Fed, che implicitamente rientra nella presenza saudita, non delude.saudi holdings vs everyone else_0.jpgTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I rapporti Pakistan – Russia non danneggiano l’India

Gleb Fedorov, RIR, 25 maggio 2016

Anche se il Pakistan non può influenzare la partnership strategica della Russia con l’India, Mosca sembra avere buone relazioni con New Delhi e Islamabad, secondo l’esperto sull’Asia meridionale Pjotr Topychkanov in un’intervista esclusiva a RIR, cercando anche di sfatare i miti sul recente avvicinamento di Mosca ad Islamabad.BRICS 2015 SummitDopo decenni di rapporti gelidi, la Russia ha finalmente cominciato ad entrare in contatto col Pakistan. I legami economici, politici ed anche nella difesa crescono tra i due Paesi, contrapposti durante la guerra fredda. I media internazionali diffondono speculazioni su Mosca che userebbe i legami con Islamabad per contrattare col vecchio alleato di New Delhi. In questa intervista con RIR, Pjotr Topychankov, esperto di Asia del Sud e Associato al programma di non proliferazione del Carnegie Moscow Centre, cerca di sfatare i miti sul recente avvicinamento di Mosca ad Islamabad.

RIR: Gli articoli recenti di pubblicazioni internazionali ipotizzano che le relazioni Russia-Pakistan aumentano perché Mosca vuole usarli come strumento nei negoziati con New Delhi. C’è qualche verità?
Pjotr Topychkanov: le relazioni della Russia col Pakistan crescono prima di tutto, a livello politico. Ciò significa che il numero di contatti aumenta e le relazioni politiche sono molto più attive di 15 anni fa. Vi sono alcuni eventi significativi in questo campo, ad esempio, il pieno supporto della Russia all’adesione del Pakistan alla Shanghai Cooperation Organization (SCO). Sulla cooperazione nella difesa vi sono degli sviluppi. I Paesi hanno firmato un accordo di cooperazione tecnica militare nel 2014. Non ci sono stati ancora acquisizioni di armi, ma i colloqui su quattro elicotteri da trasporto sono quasi terminati. Poi vi sono state piccole esercitazioni e quest’anno ci saranno esercitazioni congiunte montane. Il gruppo consultivo russo-pakistano sulla stabilità strategica lavora attivamente. Questi incontri sono frequentati da funzionari di alto livello dei ministeri degli Esteri e della Difesa dei due Paesi. Inoltre vi sono anche alcuni sviluppi nella cooperazione economica. Una filiale della Rostec ha iniziato la costruzione di un gasdotto locale. Nonostante il progetto non sia grande, posso definirlo un grande successo rispetto al passato. Poi, il Pakistan aiuta la Russia a garantire la sicurezza alimentare quando, con l’embargo alimentare auto-imposto verso i Paesi occidentali, la Russia doveva trovare dei fornitori di prodotti alimentari. Il Pakistan fornisce alla Russia prodotti agricoli.

RIR: Ha menzionato rapporti politici, di difesa ed economici. Perché c’è un cambiamento nella politica russa nell’Asia del Sud?
Non sono per nulla d’accordo con l’idea evidenziata in un recente articolo su The Diplomat. Non sono assolutamente d’accordo. L’articolo suggerisce che l’incremento delle relazioni Russia-Pakistan sia legato ad alcuni problemi tra Russia ed India. Questa è una logica molto semplicistica, suggerendo che l’India cerca partner occidentali e, in risposta, la Russia passa al Pakistan. Questo non è vero. Se la dirigenza russa condivide tale logica, le sue politiche nella regione sarebbero molto pericolose e certamente destinate al fallimento. L’avrei indicato in modo diverso. I rapporti in via di sviluppo con il Pakistan, come la vedo io, sono un retaggio della guerra fredda quando il Pakistan era alleato degli Stati Uniti negli anni ’70 e ’80 e sosteneva l’opposizione militare in Afghanistan, che combatteva contro le truppe sovietiche presenti legalmente nel Paese. Questa situazione non portò al conflitto tra Pakistan e URSS, ma causò una reciproca profonda sfiducia. Ma la guerra è finita e il Pakistan non è più un alleato degli USA anche se ci sono dichiarazioni di entrambe le parti secondo cui il Pakistan è un alleato non-NATO importante nella guerra al terrorismo. Tali dichiarazioni non sono precise. Gli statunitensi hanno dato qualche aiuto al Pakistan negli ultimi anni, ma ciò non permette al Pakistan di dipendere da Washington. Il Pakistan ha altri amici stretti, come la Cina. Da questo punto di vista, il cauto approccio della Russia al Pakistan sembra logico. Russia e Pakistan hanno interessi comuni in economia e sicurezza. La Russia vuole anche collaborare con diversi partner regionali e non bloccarsi con un solo partner. La Russia finalmente ha un approccio equilibrato sulla regione e sembra elaborare un approccio strategico per l’Asia meridionale. Questo è logico.

RIR: Ma non pregiudica in alcun modo i legami della Russia con l’India?
Il Pakistan non può sostituire o addirittura influenzare la partnership strategica della Russia con l’India. Questo è semplicemente impossibile. Le priorità della Russia sono molto chiare. Credo che non importa quanto a lungo New Delhi godrà della ‘luna di miele’ con Washington; India e Russia sanno che i loro legami non possono essere influenzati da terzi. E questo prima di tutto per le preoccupazioni sulla cooperazione militare: costruzione di portaerei, sottomarini e aerei in India, e sviluppo dei missili da crociera BrahMos. Poi c’è l’energia atomica. Nonostante i dialoghi esistenti tra India, Stati Uniti e Francia, l’unico progetto nucleare straniero di successo in India è stato costruito dalla Russia. Detto ciò, l’India sempre svolgerà un ruolo molto speciale nella politica estera della Russia e la Russia è molto interessata a mantenere a livello strategico i legami con l’India.

RIR: Ma molti analisti indiani dicono che i crescenti legami tra Mosca e Islamabad sono causati dal calo dei legami della prima con New Delhi…
Non vedo alcuna prova che colleghi i crescenti legami tra Russia e Pakistan con l’eventuale nube sulle relazioni Russia-India. Questo è qualcosa che certi analisti potrebbero voler accadere, ma non vedo alcuna prova. Direi che i funzionari russi hanno fatto dei tentativi per affermare che India e Pakistan sono due entità indipendenti nella politica estera russa. L’ha spiegato, anche se non in modo molto chiaro, Sergej Narishkin nell’intervista a TASS .

RIR: E’ molto facile versare benzina sul fuoco quando si tratta di relazioni India-Pakistan. Molti in India sospettano il peggio, anche se si dice che le relazioni della Russia col Pakistan sono ormai naturali e non legate a problemi con le relazioni Russia-India. Come dovrebbe comportarsi Mosca per mostrare ad entrambi che non c’è nulla di cui preoccuparsi?
Prima di tutto, la Russia dovrebbe esprimere chiaramente la sua strategia nella regione. Questa strategia dovrebbe essere cristallina e annunciata ufficialmente. Questo non è stato fatto. I responsabili della politica della Russia verso India e Pakistan appartengono a diversi dipartimenti ed ed è chiaro che non sempre comunicano tra loro o si coordinano. In secondo luogo, la strategia della Russia verso entrambi i Paesi dovrebbe essere chiara non solo a politici e governi, ma anche a media e pubblico. Ciò significa che quando la Russia intende firmare un accordo di cooperazione militare col Pakistan, dovrebbe annunciarlo e discuterne con l’India e spiegare le ragioni della decisione. E deve fare la stessa cosa col Pakistan quando prevede di vendere all’India il complesso di difesa aerea S-400 perché questo è un motivo di preoccupazione per il Pakistan. Dal punto di vista della sicurezza regionale, tutte le parti vogliono pace e stabilità in Asia meridionale. Questi sono semplici ma efficaci raccomandazioni. Anche così, non sono state seguite da Mosca. Nel 2014, quando Sergej Chemesov, capo della Rostec, annunciò la fine dell’embargo sulle armi al Pakistan, fu una grande e sgradevole sorpresa per l’India. L’informazione non fu precisa, perché non c’era embargo innanzitutto. C’erano solo raccomandazioni interne delle autorità russe in merito ai Paesi con cui non sarebbe stato conveniente vendere armi. Inoltre, l’opinione pubblica indiana non era pronta a tali notizie. Credo che azioni e parole dei decisori della Russia nella regione dovrebbero essere coordinate e non essere dannose.

RIR: Pakistan e India aderiranno alla SCO? E pensa che sarà un passo positivo?
Si uniranno la SCO, essendo già stata presa la decisione e la conclusione ha solo bisogno di tempo e disponibilità di India e Pakistan. Naturalmente, India o Pakistan possono decidere di non aderire, ma stento a credere che lo facciano. Tutte le procedure formali sono già iniziate. La SCO non cercherà di aiutare India e Pakistan a trovare una soluzione al problema del Kashmir, non ha intenzione di spingere India e Pakistan a una soluzione delle dispute nucleari, non è sua questione. La SCO permette un forum internazionale per esprimere le proprie posizioni su questioni internazionali e problemi di sicurezza regionali. La SCO fornirà anche un forum per discussioni bilaterali, senza alcuna interferenza da terzi e contribuirà a costruire relazioni tra le rispettive forze militari e d’intelligence. Una delle cose di maggior successo che la SCO ha fatto nella difesa ed antiterrorismo, è la cooperazione tra i membri. La SCO li aiuterà a partecipare ad esercitazioni militari congiunte. Tutto questo è molto positivo sia per la regione che per la strategia della Russia nella regione.modi-sharif-759Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Eurasia costruita da Cina e Russia

F. William Engdahl New Eastern Outlook 25/05/2016Moscow-Beijing-Economies1may05aNel 1865, alla fine della guerra civile statunitense, il giornalista di New York Horace Greeley rese popolare l’espressione “Vai ad ovest, ragazzo, e cresci col Paese“. Oggi, 150 anni dopo, mentre l’economia colossale degli Stati Uniti d’America sprofonda nelle obsolescenza, esportazione della produzione, depressione e sconcertante disoccupazione reale, seguiti da molti Paesi dell’Unione europea, la parola d’ordine deve correttamente cambiare. “Vai ad est, ragazzo” e cresci con le economie in espansione dell’Eurasia, in particolare di Russia e Cina. Mentre aerei e navi da guerra della NATO agitano le sciabole presso i territori russi e cinesi, i due giganti dell’Eurasia forgiano rapporti più stretti che mai nella storia. L’alleanza dell’energia ne è al centro.

Sinergie dell’energia
Dal maggio 2014 Cina e Russia hanno deciso un’incredibilmente grande accordo energetico che rende la Cina meno vulnerabile a qualsiasi ricatto sui rifornimenti da NATO o Medio Oriente, e la Russia da qualsiasi ricatto sull’energia da Ucraina o UE. Nel maggio 2014 il Presidente russo Vladimir Putin e il Presidente cinese Xi Jinping firmavano il cosiddetto accordo sul gasdotto russo dell’Est, un contratto da 400 miliardi di dollari di oltre 30 anni che inizierà inviando 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno dalla Russia alla Cina dal 2018. Fu seguito nel novembre 2014 da un accordo sul cosiddetto gasdotto dell’Ovest che collegherà i giacimenti di gas della Siberia occidentale alla Cina del nord-ovest attraverso la zona dell’Altaj e la regione autonoma del Xinjiang. Inoltre decidevano di aggiungervi le possibili seconda e terza sezioni aumentando la capacità agli impressionanti 100 miliardi di metri cubi l’anno. La Via Ovest ha la priorità e sarà terminata in sei anni. Quando i due gasdotti saranno operativi, la Russia fornirà circa il 59% dell’attuale consumo di gas naturale annuale cinese, sostituendo l’UE quale maggiore mercato di esportazione del gas russo. Oggi la Cina consuma 169 miliardi di metri cubi all’anno. Nella stessa riunione di Pechino, i presidenti delle compagnie petrolifere di Stato Rosneft e CNPC firmarono l’accordo per cui CNPC acquista una quota del 10% della controllata di Rosneft Vankorneft che gestisce l’enorme giacimento petrolifero russo Vankor. La Cina riceverà circa 7 miliardi di dollari di petrolio russo da Vankor secondo l’accordo. Poi, il 19 aprile il Primo Viceministro dell’Energia russo Aleksej Teksler aveva detto a RIA Novosti che alcune compagnie petrolifere Statali cinesi discutono l’acquisto del 19,5% della quota di Rosneft che sarà venduta ai privati a fine 2016. Il candidato probabile sarà la Compagnia petrolifera cinese CNPC.

Il progetto Jamal LNG finanziato dalla Cina
Il 3 maggio, il direttore generale del progetto Jamal LNG Export Terminal, nel nord-ovest della Siberia, annunciava ciò che chiaramente dispiace ai guerrieri delle sanzioni di Washington. Il consorzio del progetto LNG russo ha firmato un contratto di finanziamento con la China Exim Bank e la China Development Bank, estendendo un mutuo di 15 anni per il progetto da 9,3 miliardi di euro, circa il 75% dei fondi totali stimati affinché Jamal entri in produzione. A seguito delle sanzioni di Washington che impedivano alle principali società energetiche russe di raccogliere capitali nei mercati occidentali, Jamal sembrava assai improbabile. Come nota il sito della società, “lanciato a fine 2013, Jamal è non solo uno dei più complessi progetti di gas naturale liquefatto mai intrapresi ed è anche uno dei più competitivi… perché vanta vaste riserve di gas naturale nella penisola di Jamal; complesso che si trova al di sopra del circolo polare artico“. Suoi partner sono la russa Novatek, la cinese CNPC, la francese Total (20%) e significativamente il Fondo per la Via della Seta della Cina. OAO Novatek è il maggiore produttore di gas naturale indipendente della Russia, concentrato nella regione autonoma di Jamal-Nenets (YNAO) in Siberia occidentale, la più importante regione gasifera della Russia con circa l’80% della produzione di gas della Russia e il 16% della produzione globale di gas. Ora i cinesi si fanno carico del maggiore onere finanziario per attivare il gigantesco progetto Jamal. E’ anche significativo per il processo di de-dollarizzazione in Russia, Cina, Iran e altri Paesi eurasiatici che i prestiti cinesi siano denominati in euro e non in dollari USA. Appare chiaro che i furiosi neoconservatori di Washington vicini a Victoria Nuland del dipartimento di Stato e al segretario alla Difesa Ash Carter hanno dato il miglior contributo per avvicinare in modo inedito Cina e Russia. Sono riusciti in tale imponente impresa imponendo sanzioni finanziarie ed economiche alla Russia e minacciando le rotte marittime della Cina, favorendo il terrorismo nello Xinjiang ed avanzando l'”Asia Pivot” e il TPP che esclude deliberatamente la Cina. Il risultato è che Russia e Cina forgiano profondi legami economici a lungo termine in Eurasia che alla fine saranno il centro della crescita economica mondiale, mentre la Nuova Via della Seta o progetto Fascia e Via della Cina collega Russia, Cina, Iran e vaste regioni dell’Eurasia con una nuova rete ferroviaria ad alta velocità, collegamenti portuali, energetici ed infrastrutture elettriche. La Russia ha chiaramente deciso di “Andare ad Est, ragazzo”. Sarebbe un paradigma completamente nuovo se anche le nazioni europee si volgessero ad Oriente aprendo vasti nuovi mercati alle loro economie stagnanti, piuttosto che aprire basi per la difesa missilistica degli Stati Uniti che ospitano armi nucleari e stazionare truppe statunitensi ai confini della Russia.a3d982a7fe15bdeb6d365edcacfdf899F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I 10 motivi per cui l’occidente ha ucciso la Guida libica Muammar Gheddafi

Panafricain 20 maggio 201625304-26tyxxL’ex-leader libico Muammar Gheddafi fu ucciso “perché pensava che l’Africa era matura per sfuggire alla povertà coi propri mezzi, svolgendo il proprio ruolo nella governance globale“, aveva detto il presidente del Ciad Idris Deby, in un’intervista. Secondo il Capo di Stato ciadiano, era essenziale “farlo tacere”, aggiungendo che “la storia registrerà che gli africani non hanno fatto molto. Ci hanno ignorato e non fummo consultati. Gheddafi era sconvolto e imbarazzato“. “Fu lo stesso con Patrice Lumumba, in Congo. Perché l’uccisero? Perché Gheddafi fu ucciso? (…) Siamo fornitori di materie prime. Ma guardate dove siamo? Siamo molto arretrati“, ha detto il leader del Ciad da Abeche, la seconda città del Ciad.
Ecco in 10 punti perché Gheddafi doveva morire:ras1_continental_world1) – Il primo satellite africano RASCOM-1
Fu la Libia di Gheddafi ad offrire la prima vera rivoluzione in Africa dei tempi moderni: assicurando la copertura universale del continente per telefonia, televisione, radio e molte altre applicazioni come telemedicina e istruzione a distanza; per la prima volta, una connessione a basso costo diventava disponibile nel continente, anche nelle zone rurali, con il sistema del ponte radio WMAX. La storia inizia nel 1992, quando 45 Paesi africani crearono la società RASCOM per avere un satellite africano e ridurre i costi di comunicazione nel continente. Le chiamate da e verso l’Africa allora avevano le tariffe più costose del mondo, perché c’era una tassa di 500 milioni di dollari che l’Europa incassava ogni anno dalle conversazioni telefoniche, anche all’interno dei Paesi africani, per il transito dei satelliti europei come Intelsat. Il satellite africano costava solo 400 milioni da pagare una sola volta, senza mai più pagare 500 milioni di affitto all’anno. Quale banchiere non finanzierebbe un progetto del genere, ma l’equazione più difficile fu: come lo schiavo si sbarazza dello sfruttamento servile dal padrone se cerca aiuto da quest’ultimo per raggiungere questo obiettivo? Così, Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Stati Uniti, Unione europea ingannarono questi Paesi per 14 anni. Nel 2006, Gheddafi pose fine all’inutile agonia dell’elemosina dai presunti benefattori occidentali che praticano prestiti a tassi usurari; la Guida libica mise sul tavolo 300 milioni di dollari, la Banca di Sviluppo africana 50 milioni, la Banca per lo Sviluppo dell’Africa occidentale 27 milioni, così l’Africa dal 26 dicembre 2007 ebbe il suo primo satellite per telecomunicazioni della storia. Nel processo, Cina e Russia s’inserivano, questa volta vendendo la loro tecnologia e permettendo il lancio di nuovi satelliti sudafricani, nigeriani, angolani, algerini e anche di un secondo satellite africano, lanciato nel luglio 2010. Ci aspettiamo per il 2020 il primo satellite al 100% tecnologicamente costruito sul suolo africano, in particolare in Algeria. Il satellite competerà con i migliori del mondo, ma a un costo 10 volte inferiore, una vera e propria sfida. Ecco come un piccolo semplice gesto simbolico di 300 milioni può cambiare la vita di un intero continente. La Libia di Gheddafi è costata all’occidente non solo 500 milioni di dollari all’anno, ma miliardi di dollari di debito ed interessi che tale debito avrebbe generato all’infinito e in modo esponenziale, mantenendo il sistema occulto per spogliare l’Africa.rascom-1__12) – Base monetaria dell’Africa, Banca centrale africana, Banca di investimenti africana
I 30 miliardi di dollari sequestrati da Obama appartengono alla Banca centrale libica, previsti dalla Libia per la creazione della federazione africana attraverso tre progetti faro:

3) – Banca di investimenti africana a Sirte, in Libia e creazione nel 2011 del Fondo monetario africano con capitale di 42 miliardi di dollari a Yaounde,

4) – Banca centrale africana ad Abuja, in Nigeria, la cui prima emissione monetaria africana significava la fine del franco CFA attraverso cui Parigi domina alcuni Paesi africani da 50 anni.

5) – E’ comprensibile dunque ancora una volta la rabbia di Parigi contro Gheddafi. Il Fondo monetario africano doveva sostituire eventualmente tutte le attività sul suolo africano con cui il Fondo monetario internazionale, con solo 25 miliardi di dollari di capitale, ha saputo piegare un intero continente con privatizzazioni discutibili, obbligando i Paesi africani a passare dai monopoli pubblici a quelli privati. Sono gli stessi Paesi occidentali che chiesero di divenire membri del Fondo monetario africano e, unanimemente, il 16-17 dicembre 2010 a Yaounde gli africani respinsero tali lussuriosi, decidendo che solo i Paesi africani fossero membri del FMA.

I cinque fattori che motivarono Nicolas Sarkozy a combattere la guerra contro la Libia, secondo David Ignatius del Washington Post, “Blumenthal ricevette le informazioni sulla Libia da un ex-agente della CIA:
6) – Desiderio di una maggiore quota di petrolio libico;
7) – Aumentare l’influenza francese in Nord Africa;
8) – Migliorare la situazione politica interna in Francia;
9) – Offrire all’esercito francese la possibilità di ripristinare la sua posizione nel mondo;
10) – Rispondere alle preoccupazioni dei suoi consiglieri sui piani a lungo termine di Gheddafi per soppiantare la Francia come potenza dominante in Africa occidentale”.
Su quest’ultimo punto, il memorandum menziona l’esistenza del tesoro di Gheddafi, 143 tonnellate d’oro e quasi altrettanto di argento, trasferite da Tripoli a Sabha nel sud della Libia, una quindicina di giorni dopo l’avvio dell’operazione militare. “Quest’oro fu accumulato prima della ribellione e aveva lo scopo di creare della valuta panafricana supportata dal dinaro d’oro libico. Questo piano doveva fornire ai Paesi africani francofoni l’alternativa al franco CFA“.detteTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina prepara l’alternativa d’oro al sistema del dollaro

F. William Engdahl New Eastern Outlook 18/05/2016

Zhou Xiaochuan

Zhou Xiaochuan

La Cina, come attuale presidente del gruppo G-20, ha invitato la Francia a organizzare una conferenza speciale a Parigi. Il fatto che tale conferenza avvenga in un Paese OCSE è segno di quanto sia indebolita l’egemonia del sistema del dollaro degli USA. Il 31 marzo a Parigi si era tenuta una riunione speciale, denominata “Nanjing II“. Il governatore della Banca popolare di Cina, Zhou Xiaochuan, vi fece una grande presentazione, tra gli altri punti, un più ampio uso dello speciale paniere del FMI con le cinque principali valute mondiali e i diritti speciali di prelievo o DSP. Gli invitati erano pochissimi, tra cui il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, il cancelliere dello Scacchiere inglese George Osborne, la direttrice generale del FMI Christine Lagarde che hanno discusso l’architettura finanziaria del mondo insieme alla Cina. A quanto pare e significativamente, non c’era nessun alto funzionario degli Stati Uniti. Sui colloqui di Parigi, Bloomberg ha riferito: “La Cina vuole un sistema molto più direttamente gestibile, in cui le decisioni del settore privato possano essere gestite dai governi”, ha dichiarato Edwin Truman, ex-funzionario della Federal Reserve e del Tesoro statunitense. “I francesi hanno sempre favorito la riforma monetaria internazionale, quindi sono naturali alleati dei cinesi su questo tema“. Un giornalista del China Youth Daily presente a Parigi osservava, “Zhou Xiaochuan ha sottolineato che il sistema monetario e finanziario internazionale è attualmente in fase di aggiustamento strutturale, l’economia mondiale si trova ad affrontare molte sfide...” Secondo il giornalista, Zhou continuava a dichiarare che l’obiettivo della Cina come attuale presidente del G20 è “promuovere l’uso più ampio dei DSP“. Per la maggior parte di noi, appare eccitante come guardare l’erba Johnson crescere nelle pianure del Texas. Tuttavia, dietro quel gesto tecnico apparentemente minore, appare sempre più chiaro, di giorno in giorno, la grande strategia cinese, che in caso di successo o meno, sarà la grande strategia per eliminare il ruolo dominante del dollaro come valuta di riserva delle banche centrali mondiali. Cina e altri vogliono porre fine alla tirannia del corrotto sistema del dollaro con cui gli USA finanziano guerre infinite col denaro preso in prestito altri popoli senza mai restituirlo. La strategia è porre fine al dominio del dollaro come valuta per la maggior parte del commercio mondiale di beni e servizi. E non è poca cosa. Nonostante il relitto economico statunitense e l’astronomico debito pubblico di 19 trilioni di dollari di Washington, il dollaro copre ancora il 64% delle riserve delle banche centrali. Il maggiore detentore di debiti degli Stati Uniti è la Repubblica Popolare Cinese, seguita dal Giappone. Finché il dollaro è “la moneta del re”, Washington può avere deficit di bilancio infiniti sapendo bene che Paesi come la Cina non hanno alcuna seria alternativa per investire i propri profitti dal commercio in valuta estera, se non nel debito pubblico garantito dal governo degli Stati Uniti. In effetti, come ho già sottolineato, ciò faceva sì che la Cina di fatto finanziasse le azioni militari di Washington contrarie agli interessi sovrani cinesi e russi, finanziando le innumerevoli rivoluzioni colorate del dipartimento di Stato degli USA, dal Tibet a Hong Kong, dalla Libia all’Ucraina, al SIIL in Medio Oriente e accora avanti…

Mondo multi-valutario
Se guardiamo più da vicino tutte le azioni del governo di Pechino dopo la crisi finanziaria globale del 2008 e soprattutto dopo la creazione della Banca Asiatica d’Investimento Infrastrutturale, la nuova Banca di Sviluppo dei BRICS, gli accordi energetici in valuta nazionale con la Russia bypassando il dollaro, appare chiaro che Zhou e la leadership di Pechino hanno una strategia a lungo termine. Come l’economista inglese David Marsh ha sottolineato in riferimento alle recenti dichiarazioni di Zhou a Parigi, a Nanjing II, “La Cina s’imbarca, pragmaticamente ma con costanza, per sancire un sistema di riserva multi-valutario nel cuore dell’ordine finanziario del mondiale“. Dall’ingresso della Cina nel gruppo scelto delle valute DSP del FMI, lo scorso novembre, il sistema multi-valutario che la Cina chiama “4 + 1” consiste in euro, sterlina, yen e renminbi (il 4.to), coesistenti con il dollaro. Questi sono i cinque componenti dei DSP. Per rafforzare il riconoscimento dei DSP, la Banca Popolare Cinese di Zhou ha iniziato a rendere pubbliche le maggiori riserve mondiali in valuta estera in DSP, così come in dollari.

Un futuro d’oro
china-gold-dragon-e1463719459682 Eppure l’alternativa cinese al dominio del dollaro è molto più della carta della promozione del paniere di valute DSP. La Cina è chiaramente volta a ricreare un gold standard internazionale, presumibilmente non basato sulla bancarotta dello scambio dollaro-oro di Bretton Woods che il presidente Richard Nixon chiuse unilateralmente nell’agosto 1971 dicendo al mondo che avrebbe dovuto ingoiare dollari cartacei in futuro e che non poteva più utilizzare l’oro. A quel punto l’inflazione globale, misurata in dollari, iniziò a salire in ciò che in futuro gli storici economici senza dubbio chiameranno Grande Inflazione. Secondo una stima, i dollari in circolazione nel mondo sono aumentati di circa il 2500% tra il 1970 e il 2000. Da allora l’ascesa chiaramente ha superato il 3000%. Senza un requisito legale per eseguire la stampa dei dollari secondo una pre-determinata quantità fissa di oro, tutte le restrizioni all’inflazione globale del dollaro scomparvero. Fin quando il mondo è costretto a usare dollari per regolare l’acquisto di petrolio, grano e altre materie prime, Washington può firmare una quantità infinita di assegni senza timore del loro ritorno con timbrato su “fondi insufficienti”. Combinato al fatto che nello stesso arco di tempo, dal 1971, vi è stato il colpo di Stato silenzioso delle banche di Wall Street per dirottare ogni e qualsiasi parvenza di democrazia rappresentativa e regola costituzionale per avere un zecca impazzita, proprio come nella fiaba del poeta tedesco del 18° secolo Goethe sugli Apprendisti stregoni, o in tedesco Der Zauberlehrling. La stampa dei dollari è fuori controllo. Dal 2015 la Cina si muove in modo deciso per sostituire Londra e New York e altre piazze occidentali che decidono il prezzo di scambio dell’oro. Come ho sottolineato qui in un’ampia analisi nell’agosto 2015, la Cina, insieme alla Russia, compie grandi passi per sostenere la propria valuta con l’oro rendendola “buona come l’oro”, mentre le valute gonfiate dal debito come l’euro o la zona del dollaro in bancarotta, s’arrabbattono. Nel maggio 2015, la Cina annunciava di aver istituito un fondo di investimento statale in oro. Lo scopo è creare un pool, inizialmente di 16 miliardi di dollari, il maggiore fondo in oro fisico al mondo, a sostegno dei progetti di estrazione dell’oro lungo le nuove linee ferroviarie ad alta velocità della Nuova Via della Seta economica del Presidente Xi o Cintura e Via, com’è chiamata. La Cina esprimeva l’obiettivo di permettere ai Paesi eurasiatici, lungo la Via della Seta, di aumentare la copertura aurea delle loro valute. I Paesi lungo la Via della Seta e dei BRICS ospitano la maggior parte della popolazione mondiale e delle risorse naturali e umane del tutto indipendenti da qualsiasi cosa l’occidente abbia da offrire. Nel maggio 2015, la Shanghai Gold Exchange della Cina istituiva formalmente il “Fondo d’Oro della Via della Seta”. I due investitori principali del nuovo fondo sono le due maggiori società di estrazione dell’oro cinesi, Shandong Gold Group, che ha acquistato il 35% delle azioni, e Shaanxi Gold Group, con il 25 %. Il fondo investirà nei progetti auriferi lungo le ferrovie eurasiatiche della Via della Seta, anche nelle vaste regioni inesplorate della Federazione Russa. Un fatto poco noto è che non è più il Sudafrica il re dell’oro. È un mero numero 7 nella produzione annua di oro. La Cina è il numero uno e il numero due è la Russia. L’11 maggio, poco prima della creazione del nuovo fondo d’oro della Cina, la China National Gold Group Corporation siglava un accordo con il gruppo di estrazione aurifero russo Poljus Gold, il maggiore gruppo di miniere d’oro della Russia, e uno dei primi dieci al mondo. Le due aziende esploreranno le risorse d’oro di quello che è a tutt’oggi il maggiore giacimento d’oro della Russia, Natalka, nell’oriente del distretto Magadan di Kolyma. Recentemente, il governo cinese e le sue imprese statali hanno anche cambiato strategia. Oggi, da marzo 2016, secondo i dati ufficiali, la Cina detiene oltre 3,2 trilioni di dollari in riserve in valuta estera presso la Banca popolare cinese, e di cui si ritiene che circa il 60%, o quasi 2 trilioni di dollari, siano obbligazioni del Tesoro USA o quasi titoli di Stato come le obbligazioni ipotecarie Fannie Mae o Freddie Mac. Invece d’investire tutti i guadagni dei surplus commerciali nel debito pubblico sempre più gonfio e senza valore degli Stati Uniti, la Cina ha lanciato una strategia globale di acquisto di beni. Ora accade che nella lista della spesa delle risorse estere privilegiata da Pechino, vi “sia comprare” miniere d’oro in tutto il mondo. Nonostante un recente lieve aumento del prezzo dell’oro a gennaio, resta dopo 5 anni al ribasso e molte compagnie minerarie di qualità comprovata cercano liquidi e sono costrette a dichiarare fallimento. L’oro è veramente all’inizio della rinascita.
La bellezza dell’oro non sono solo le innumerevoli promesse che mantiene come copertura contro l’inflazione. E’ il più bello dei metalli preziosi. Il filosofo greco Platone, nella sua opera La Repubblica, individuò cinque tipi di regimi possibili: nobiltà, timocrazia, oligarchia, democrazia e tirannia, quest’ultimo il più vile. Poi indica la nobiltà, o governo del re filosofo, avere “anima d’oro” essendo la più alta forma di governo, benevolo e dalla massima integrità. L’oro ha avuto un valore di per sé nel corso della storia del genere umano. Cina, Russia e altre nazioni dell’Eurasia oggi rimettono l’oro al giusto posto. Questo è molto buono.gold-bars-small-cropF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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