Il terrorismo di Washington e Riyadh

Tony Cartalucci, LD, 6 aprile 2018

Per decenni Stati Uniti ed alleati della NATO hanno aiutato l’Arabia Saudita ad esportare l’indottrinamento politico noto come wahhabismo per radicalizzare gli individui e ingrossare le fila delle forze mercenarie usate nelle guerre per procura e per manipolare le popolazioni occidentali. Ciò che era iniziato come mezzo per la Casa dei Saud per stabilire, espandere e infine consolidare il potere politico sulla penisola arabica nel XVIII secolo, è ora diventato strumento affinato del potere geopolitico integrato nella politica estera di Washington. Recentemente, nelle pagine del Washington Post si faceva una notevole ammissione nell’articolo, “Il principe saudita nega che Kushner sia suo“. L’articolo citava il principe ereditario saudita Muhamad bin Salman affermare: “Alla domanda sulla diffusione del wahhabismo finanziata dai sauditi, l’austera fede dominante nel regno e che alcuni hanno accusato di essere fonte del terrorismo globale, Muhamad ha detto che gli investimenti nelle moschee e nelle madrasa oltreoceano originano nella Guerra Fredda, quando gli alleati dell’Arabia Saudita chiesero di usare le proprie risorse per impedire le incursioni nei Paesi musulmani dell’Unione Sovietica. I successivi governi sauditi persero la traccia degli sforzi, ha detto, e ora “dobbiamo riprenderci tutto”. I finanziamenti ora provengono in gran parte da “fondazioni” saudite, affermava, piuttosto che dal governo”. Mentre l’articolo afferma che “i successivi governi sauditi persero la traccia dello sforzo” e che i finanziamenti sono ora forniti da fondazioni “saudite”“, ciò non è vero. Non ci sono “governi successivi” in Arabia Saudita. La nazione sin dalla fondazione è gestita da una sola famiglia, la Casa dei Saud. E mentre le fondazioni saudite possono essere il canale attraverso cui il wahhabismo è organizzato, finanziato e diretto, certamente avviene per volere di Riyadh col sostegno di Washington.

Uno strumento, non un’ideologia
Il wahhabismo fu creato e usato come strumento politico già nel 1700. Fu la pietra angolare della fondazione dell’Arabia Saudita. Convenientemente, il wahhabismo, sin dall’inizio, è intollerante. Per i sauditi che cercavano potere politico con la conquista, tale intolleranza veniva facilmente tradotta nelle violenze contro tribù e Stati confinanti che non si sottomettevano al potere saudita. Gli inglesi sfruttarono tale strumento politico nella lotta contro l’impero ottomano. Incoraggiò e coltivò le ideologie estremiste come il wahhabismo prima e dopo la caduta dell’impero ottomano. Dopo le guerre mondiali, inglesi e statunitensi si allearono con nazioni come l’Arabia Saudita, esportandone l’indottrinamento wahhabita nel mondo. L’ammissione di ciò da parte del principe Muhamad bin Salman fornisce ulteriori informazioni sull’uso da parte di Washington degli estremisti in Siria tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, così come il sostegno ai terroristi in Afghanistan per sloggiare la presenza sovietica. Ma rivela anche esattamente come il terrorismo sia strumento geopolitico usato oggi, dopo la Guerra Fredda, e chi lo usa. Le “moschee”, finanziate dall’Arabia Saudita e da altri Stati del Golfo Persico ben oltre il Medio Oriente, tra cui Europa e Asia, fungono da centri di indottrinamento e reclutamento per le varie guerre per procura degli Stati Uniti e la loro destabilizzazione nel mondo.

Come viene allevato il wahhabismo
I terroristi reclutati da tutto il mondo per combattere in Siria venivano attirati principalmente dalla rete wahhabita finanziata e diretta dai sauditi. Le “moschee” e le “madrasse” che operano in Nord America ed Europa lo fanno con la piena cooperazione dei servizi di sicurezza e d’intelligence occidentali. Reclutamento, dispiegamento e rientro dei mercenari wahhabiti in occidente sono ammessi anche dai media occidentali. Il media danese The Local DK, espone uno di tali centri in Danimarca. L’articolo intitolato “La moschea danese raddoppia il sostegno allo SIIL“, descriveva il sostegno aperto alle organizzazioni terroristiche, in particolare il cosiddetto “Stato islamico” (SIIL). L’articolo indicava: “Vogliamo che lo Stato islamico si affermi. Vogliamo uno Stato islamico mondiale”, affermava il presidente della moschea Usama al-Sadi, nel programma DR. Al-Sadi aveva anche affermato di considerare la partecipazione della Danimarca nella battaglia degli USA contro la Siria un affronto diretto non solo alla moschea ma a tutti i musulmani. “La guerra è contro l’Islam”, aveva detto”. Tale presunta “moschea” in Danimarca, nonostante ammettesse apertamente di sostenere il terrorismo, non fu chiusa e i suoi capi arrestati come ci si aspetterebbe. Invece, il governo danese certamente collaborava con la “moschea” nel gestirla. L’articolo di Der Spiegel, “Risposta della comunità: una risposta danese alla Jihad radicale”, riportava: “Il commissario Aarslev dice di essere orgoglioso di ciò che hanno finora raggiunto, anche se non dimentica mai di elogiarne la gente e gli altri interessati al programma. È particolarmente effusivo quando parla di un uomo: un salafita barbuto a capo della moschea Grimhøjvej di Aarhus, dove molti giovani partiti per la guerra in Siria erano regolarmente presenti. Il suo capo è un uomo di nome Usama al-Sadi… questi due hanno unito le forze in un piano che cerca risposte alle domande che affliggono l’intero continente europeo: cosa si può fare per i radicali rimpatriati dalla Siria? Quali misure sono disponibili per contrastare il terrore che ancora una volta sembra minacciare l’occidente?” Sorprendentemente, i media occidentali hanno ammesso che una moltitudine di tali “moschee” reclutano apertamente uomini in occidente per combattere da mercenari in Siria sotto la bandiera di al-Qaida e delle sue varie sussidiarie prima di tornare a casa e minacciare le popolazioni occidentali. Anziché smantellare la rete ed eliminare la minaccia, l’occidente l’ha intenzionalmente lasciata crescere, creando divisioni sociopolitiche nelle nazioni occidentali, aumentando razzismo, fanatismo e xenofobia per continuare a giustificare le guerre occidentali all’estero, e allo stesso tempo un crescente Stato di polizia domestico.

La copertura
L’inglese Independent nell’articolo, “L’Arabia Saudita promuove l’estremismo in Europa, afferma l’ex-ambasciatore” ammetteva: “L’Arabia Saudita ha finanziato moschee in tutta Europa diventate focolai dell’estremismo, affermava l’ex-ambasciatore inglese in Arabia Saudita Sir William Patey”. Tuttavia, l’articolo e molti come questo, devia intenzionalmente dalle implicazioni sui finanziamenti sauditi e l’uso di tali cosiddette “moschee” come centri di indottrinamento e reclutamento del terrorismo finanziato e armato da Stati Uniti, Europa, Arabia Saudita e partner arabi nei conflitti nel mondo. I media e i politici occidentali, così come i rappresentanti sauditi, affermano che Riyadh non controlla completamente questa rete, o non sa del ruolo centrale che ha nel guidare il terrorismo globale. Tali scuse sono, tuttavia, anche nominalmente assurde. L’uso da parte di Stati Uniti ed Arabia Saudita delle reti wahhabite per alimentare i gruppi terroristici che combattono nel mondo è sfacciato. I terroristi “accidentalmente” reclutati nelle “moschee” finanziate dai sauditi in Europa, Medio Oriente e Asia formano gruppi armati, finanziati, addestrati e altrimenti supportati da Stati Uniti, Europa e loro alleati mediorientali, inclusa l’Arabia Saudita. In particolare, in relazione alla Siria, il giornalista Seymour Hersh già nel 2007, nell’articolo “Il reindirizzo è la nuova politica dell’amministrazione a beneficio dei nostri nemici nella guerra al terrorismo?“, espone tale processo, con la guerra del 2011 in Siria già in corso. L’articolo indicava: “Per indebolire l’Iran, prevalentemente sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato col governo dell’Arabia Saudita, sunnita, in operazioni clandestine per indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno anche preso parte ad operazioni clandestine contro l’Iran e l’alleata Siria. Un sottoprodotto di tali attività è stato il rafforzamento dei gruppi estremisti sunniti che sposano una visione militante dell’Islam e sono ostili agli USA e solidali con al-Qaida… Questa volta, il consulente del governo statunitense mi ha detto che Bandar e altri sauditi assicuravano la Casa Bianca che “terranno d’occhio i fondamentalisti religiosi. Il loro messaggio per noi era “Abbiamo creato questo movimento e possiamo controllarlo”. Non è che non vogliamo che i salafiti lanciano bombe; sono loro a lanciarli contro Hezbollah, Muqtada al-Sadr, Iran e i siriani, se continuano a collaborare con Hezbollah e l’Iran“. Quindi, non c’è nulla di accidentale nella creazione ed uso di tali reti da parte di Washington e Riyad. Altre tattiche furono utilizzate per evitare di affrontare direttamente tale ultradecennale sforzo. L’uso del “multiculturalismo” contro razzismo virulento, fanatismo e xenofobia ha creato un falso dibattito che trasforma essenzialmente la sponsorizzazione congiunta multinazionale occidentale-araba del terrorismo in diatribe e questioni inconciliabili. L’opposizione controllata di entrambe le parti del “dibattito” derivante, intenzionalmente allontana il discorso pubblico dalle domande su avvento ed uso del wahhabismo da parte dell’Arabia Saudita, dei suoi alleati arabi e dello stesso occidente.

La rete del terrorismo globale statunitense-saudita
Dalle “moschee” finanziate dai sauditi che indottrinano, radicalizzano e reclutano, terroristi vengono quindi inviati nei teatri operativi. Gli estremisti sponsorizzati da Stati Uniti ed Arabia Saudita, provenienti dalla popolazione uigura nella provincia occidentale dello Xinjiang, arrivavano passando dal Sud-Est asiatico in Turchia dove venivano inquadrati, addestrati e armati prima di essere inviati a combattere le truppe di Damasco in Siria. E se attualmente il compito principale della rete terroristica USA-Arabia Saudita è alimentare la guerra per procura contro la Siria, anche l’indottrinamento wahhabita, radicalizzazione e reclutamento sponsorizzati da USA-Arabia Saudita sono localizzati. Mentre gli estremisti uiguri vengono inviati in Siria, altri sono reclutati nella stessa Cina. Nel sud-est asiatico, i finanziamenti sauditi arrivano ai terroristi che combattono sotto la bandiera dello SIIL nelle Filippine. Vi sono legittime preoccupazioni che tale rete USA-Arabia Saudita cerchi d’infiltrarsi in Thailandia per sfruttarne il separatismo nel sud. Nel vicino Myanmar, gli Stati Uniti mettevano al potere l’attuale regime guidato dal “Consigliere di Stato” Aung San Suu Kyi. I suoi sostenitori ultra-nazionalisti e brutalmente razzisti hanno condotto per anni violenze genocide contro la minoranza rohingya. Contemporaneamente, Stati Uniti ed Arabia Saudita creavano un gruppo islamista “rohingya” guidato da Ata Ullah, istruitosi in Arabia Saudita. Le origini di Ata Ullah sono nebulose. La sua “leadership” sarebbe simile a quella di Abu Baqr al-Baghdadi, una figura a capo di un’organizzazione alla fine gestita da Riyadh e Washington. L’uso dei terroristi ha vari obiettivi. Per la Siria, è il cambio di regime, in Cina, l’agitazione e la possibile balcanizzazione alle frontiere della nazione, nel sud-est asiatico, tentativi di dividere ed indebolire le nazioni. Washington tenta d’installare regimi clienti in nazioni come Myanmar, in cui gli Stati Uniti chiedono un regime-cliente obbediente, e le Filippine, in particolare come mezzo per mantenervi la presenza militare.

Denunciare e chiudere l’attività terroristica di Washington e Riyad
Gli Stati Uniti considerano il wahhabismo un utile strumento geopolitico che hanno affinato ed utilizzato da decenni. Mentre essi e i loro alleati occidentali fingono ignoranza dall’inizio, e fingono di essere impotenti, continuano ad investire nella continuazione dell’operazione e nella sua continua reinvenzione. E mentre il wahabismo aiuta l’Arabia Saudita dalla fondazione ed espansione regionale, la sponsorizzazione di tali reti oggi è insostenibile divenendo rapidamente grave. Gli Stati Uniti, come hanno dimostrato verso molti ex-alleati, continueranno a usare il wahhabimo saudita fino quando non sarà più utile. Anche se è ancora presto per dirlo, l’Arabia Saudita ha molti incentivi ed interessi nel denunciare e smantellare tali reti con azioni concrete. Per il pubblico, sventare i meschini tentativi dell’occidente di usare cunei politici per proteggere tale rete multinazionale di indottrinamento, radicalizzazione e reclutamento è essenziale per fargli capire il ruolo di Arabia Saudita ed occidente nella sua costruzione e permanenza.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Il Qatar rafforza i legami militari e commerciali con la Russia

Firas al-Atraqchi, The BRICS Post, 26 marzo 2018Segnalando la crescente influenza di Mosca in Medio Oriente, per la seconda volta in due anni, l’emiro del Qatar incontrava il Presidente Vladimir Putin per discutere di cooperazione bilaterale e sforzi congiunti per affrontare le crisi nel mondo, nonché vedere le vie per cooperare nei mercati dell’energia. La visita dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani a Mosca coincide con il trentesimo anniversario dell’istituzione dei legami Qatar-Russia e arriva nel momento in cui il Qatar cerca di uscire dall’isolamento regionale in seguito alla rottura dei rapporti con Bahrayn, Egitto, Libia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Yemen. Lo sceicco Tamim sottolineava il ruolo significativo e strategico che la Russia svolge nel mondo arabo e in Medio Oriente “Avete relazioni storiche coi Paesi del mondo arabo… notiamo il ruolo che svolgete nel risolvere i problemi di certi nostri Paesi”, aveva detto Tamim nel primo incontro con Putin. I rapporti tra i due Paesi sono notevolmente migliorati negli ultimi due anni; funzionari di diversi ministeri si sono scambiate le visite in entrambi i Paesi numerose volte. Prima, Qatar e Russia ebbero aspri contrasti sul conflitto in Siria. Il Qatar dichiarò pubblicamente di voler rimuovere il Presidente Bashar al-Assad, mentre la Russia appoggiava il leader siriano diplomaticamente, economicamente e militarmente. Si prevede che Putin discuterà della fine diplomatica della guerra in Siria con la controparte del Qatar. Il peso della Russia nel Golfo Persico è in ascesa. Il Qatar ultima i negoziati per l’acquisto di avanzati sistemi di difesa antimissile russi S-400 e i due Paesi hanno discusso di cooperazione militare. Una mossa cruciale per la Russia, in quanto il Qatar ospita la più grande base militare degli USA all’estero, il Centcom. Mentre la Russia potrebbe vedere il Qatar come partner nel porre fine alla guerra in Siria, Doha probabilmente cercherà aiuto da Mosca per porre fine all’isolamento nel Golfo. Mosca è rimasta finora neutrale nella disputa araba, ma ha forti relazioni con Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. I due Paesi hanno anche lavorato su una posizione comune sui mercati del petrolio e del gas dopo il drastico calo del 2014 dei prezzi del petrolio.

Embargo arabo
Sebbene i sei Paesi arabi citassero presunti legami del Qatar con le reti terroristiche per la rottura diplomatica, ciascuno l’ha fatto per ragioni diverse. Il governo yemenita appoggiato dall’Arabia Saudita ha dichiarato di aver deciso di rompere i rapporti col Qatar perché aveva legami con “gruppi” che sostengono gli sciiti huthi. Gli esperti dicono che col termine “gruppi” ci si riferisce al sostegno dell’Iran agli huthi. Da parte sua, l’Egitto ha a lungo accusato il Qatar di sostenere il gruppo bandito dei Fratelli musulmani, sostenendo sia dietro a molti attentati nel Paese. Gli Emirati Arabi Uniti hanno anche accusato il Qatar di appoggiare la Fratellanza musulmana, che hanno classificato come minaccia alla sicurezza. Nel febbraio 2014, l’infuocato religioso islamista Yusuf al-Qaradawi, ospite della TV al-Jazeera, attaccò verbalmente agli Emirati Arabi Uniti per il sostegno al governo egiziano dopo la cacciata del presidente dei Fratelli musulmani Muhamad Mursi. Gli Emirati Arabi Uniti chiesero al Qatar di esiliare il religioso, ma Doha si rifiutò. Negli stessi anni, forse quale presagio del futuro, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrayn ritirarono i loro ambasciatori da Doha dopo che il Qatar non onorò l’accordo di sicurezza comune del novembre 2013 che includeva l’impegno a cessare il sostegno alla Fratellanza musulmana e a non ospitare figure dell’opposizione nel Golfo.

L’asso nella manica della Russia
Le ambizioni del Qatar di diventare attore regionale e globale furono domate negli ultimi anni. L’approccio “soft power” al controllo del Medio Oriente gli si è ritorto contro nei Paesi da secoli esperti nell’arte machiavellica della costruzione imperiale e della manipolazione dei delegati. Allo stesso tempo, l’aggressivo arrivo della Russia nel disordine mediorientale alterava non solo la narrativa regionale, ma anche le realtà sul campo. Le forze anti-Assad persero terreno contro Esercito arabo siriano ed Hezbollah, e le aree occupate da al-Qaida e Stato islamico furono ridotte a meno del sei per cento del Paese. Mentre la Russia distrugge le armi acquistate da Qatar e Arabia Saudita, gli Stati Uniti sembrano ritirarsi dal pantano siriano, nonostante le proteste sunnite. Come allo stesso sceicco Tamim bin Hamad al-Thani piace sottolineare, il Qatar è un membro pacifico delle nazioni che collaborerà cogli alleati statunitensi e occidentali per allontanare il Medio Oriente dall’orlo del caos e del collasso, accusando la comunità internazionale di non sostenere i giovani arabi nella ricerca di democrazia, giustizia e sicurezza economica. Un rimprovero a Stati Uniti ed occidente per non aver fatto di più per abbattere il regime di Assad. Nel frattempo, il Qatar spera di attirare la Russia con lucrosi accordi energetici, permettendo alle società russe di stipulare accordi per lo sviluppo del gas e volendo che i produttori russi investano sempre più nel Qatar.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La partizione dell’Arabia Saudita è inevitabile

Intervista di Layla Mazbudi e Isra al-Fas, al-Manar, 7 novembre 2017

Questa intervista avvenne una settimana prima degli ultimi sviluppi in Arabia Saudita. È uno degli oppositori politici al regime saudita, e appartiene alla tribù Shamar, presente tra Arabia Saudita Quwayt, Qatar, Iraq e Siria. La tribù ha anche governato il Najd per quasi un secolo prima che Abdulaziz bin Saud la derubasse ripristinando il dominio dei suoi predecessori sostenuto dagli inglesi, che non riuscirono a sedurre gli Shamar. Al-Jarba ha forti legami con figure di rilievo tra le autorità del regno come l’ex-re saudita Abdullah bin Abdulaziz e l’ex-principe ereditario Muhamad bin Nayaf, garantendosi una sorta d’immunità esprimendo le sue opinioni. Il nome di Man al-Jarba emergeva di recente, vestito col costume della penisola araba, ma con altri discorsi: era apparso a Damasco dove decise di stabilirsi nel pieno della crisi politica del 2014, senza altro motivo se non essere onesto con le posizioni che riflettono la sua convinzione che la difesa della Siria sia la difesa degli arabi che vogliono cambiare. Le bombe (dei terroristi) in quel momento presero di mira il quartiere in cui risiede. Uno di essi colpì il suo edificio. Tuttavia, non decise di lasciare la Siria finché le cose non si stabilizzavano, quando la vittoria dell’Esercito Arabo Siriano e dei suoi alleati inizia a stabilizzarsi. Prima, alla fine del 2011, quando era ancora in Arabia Saudita, un sito web a lui affiliato fu chiuso per posizioni a supporto della Resistenza. Gli fu offerto di tenere una rubrica settimanale nel giornale saudita Uqaz. Avvertì sul conflitto settario, richiamando l’attenzione sui pericoli del piano di partizione che s’insinuava dall’Iraq. Ogni volta mostrò sostegno alla Resistenza, finché non fu costretto a smettere di scrivere nel 2013, per non essere ritenuto “responsabile”. Due giorni dopo aver lasciato le terre saudite nel 2014, Man al-Jarba apparve in un’intervista televisiva parlando dello SIIL e dei suoi legami coi wahhabiti. Da uno studio a Riyadh salutò il Presidente siriano Bashar al-Assad, e poi il Primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi per aver sostenuto la Resistenza della Siria. Le autorità saudite chiusero lo studio e da allora iniziò la guerra contro di lui. Dalla capitale libanese, Bayrut, Man al-Jarba aveva un’intervista esclusiva col sito di al-Manar, affrontando la situazione interna saudita, chiarendo la scena e parlando della formazione religiosa della società saudita e del ruolo delle tribù, esponendo i possibili esiti futuri dell’intensificarsi della lotta politica interna e gli imminenti piani di partizione stranieri.

Il wahhabismo non appartiene alla Sunnah
La società saudita è composta dall’85% di sunniti e dal 15% di ismailiti e duodecimani sciiti. Secondo al-Jarba “il wahhabismo non appartiene affatto alla Sunnah, ricordando che ha solo 300 anni“. “Il wahhabismo ha uno status che si differenzia dalle altre sette e gruppi islamici“, osservava respingendo la logica del taqfirismo. Secondo l’oppositore saudita, le famiglie della penisola araba erano sufi Ashari Maturidi prima che Muhamad bin Abdulwahab apparisse nel 17° secolo, e conservano ancora alcuni loro retaggi. “Nell’Hijaz, ad esempio, oltre ad abbracciare la dottrina sufi Ashari Maturidi, la maggior parte delle famiglie appartiene alle dottrine Hanafi e Shafai, come a Medina. Mentre gli ismailiti pesano a sud del regno, la dottrina Shafai vi è diffusa. I duodecimani sciiti sono nelle aree orientali, principalmente al-Qatif e al-Ahsa“, spiegava. “La maggior parte delle famiglie saudite è sufi Ashari, ma la dottrina ufficiale è wahhabita e gli viene imposta e insegnata a scuola“, riassume al-Jarba.

La famiglia al-Shayq… famiglia degli assegni
Nonostante i tentativi di alcune famiglie di preservare il patrimonio regionale, lo Stato investigativo imposto nel regno e il suo enorme potere finanziario, oltre alla protezione internazionale e ai sussidi all’estero, come qui chiamo gli Stati Uniti, hanno permesso a tale regime religioso di diffondersi. Il wahhabismo serve gli obiettivi statunitensi dalla guerra afghana contro l’Unione Sovietica a Iraq e Siria. Ha destinato l’istituzione religiosa nel regno a garantire ai governanti una legittimità, pagata, tanto che i sauditi chiamano la famiglia degli al-Shayq, famiglia degli assegni, in riferimento al denaro che ricevono“, aggiungeva al-Jarba. Nonostante il potere religioso, il rapporto tra situazione religiosa e situazione interna saudita è sotto controllo, poiché alcuna azione armata contro lo Stato è stata rilevata da non “wahhabiti”. Ciò riflette il contenimento che lo Stato intende usare su certi obiettivi “politici”, proprio come accaduto recentemente ad Awamiyah.

Yemen, Awamiyah e Qatar… come risarcimento
Al-Jarba crede che questi incidenti siano collegati ai tremendi sforzi sauditi per una vittoria con cui dimostrare agli statunitensi di essere ancora forti ed affidabili nel loro ruolo regionale. “Va ricordato che le sconfitte saudite in Iraq, Libano e Siria non sono state compensate nello Yemen, ma si sono piuttosto aggravate. Anche l’attacco al Qatar era una compensazione, tuttavia dimostratosi inutile, quindi non avevano altra scelta che usare la forza nel Paese e attaccare Awamiyah“. Al-Jarba proseguiva affermando che “i media sauditi hanno esibito l’avanzata ad Awamiyah come una conquista, descrivendola come operazione per liberare al-Qatif dagli sciiti, mostrati dai media sauditi come intrusi, ma sottolineava che il quartiere al-Musawara esiste da 400 anni, il che significa che è di 100 anni più vecchio del primo Stato saudita. Ciò significa che la popolazione di Awamiyah è inveterata e profondamente radicata nella regione più degli “inveterati” al-Saud e loro autorità…” “La sventata e sterile “vittoria” di Awamiya è stata usata dal sistema mediatico ufficiale per rafforzare “‘Iranofobia” e “Sciafobia”. A un certo punto, va detto che sono riusciti a promuovere tale fobia, una barriera che spaventa i popoli dalla Resistenza“.

La Palestina è nel cuore
A differenza della freddezza che il sistema governativo mostra nei confronti della causa palestinese, al-Jarba sottolinea che il popolo saudita simpatizza con la Palestina oltre ogni immaginazione. Ritiene che “L’asse della Resistenza difende la Palestina. Nonostante la fobia, le cose vanno meglio ogni giorno grazie alla scoperta delle relazioni saudite con “Israele”, così come agli sforzi sauditi per secolarizzare lo Stato e cercare di seguire il modello degli Emirati, risvegliando il popolo. Lo Stato che considera l’Iran e gli sciiti in generale come demoniaci con la scusa della religione e della difesa del Paese dalle Due Sante Moschee, appare oggi riconciliarsi con ‘Israele’ e permettere feste e danze miste, esponendo al vero pericolo la religione e il Paese delle Due Sante Moschee“.

La normalizzazione è la caduta saudita
Il crollo del regime saudita avverrà con la normalizzazione dei rapporti con ‘Israele’“, previde al-Jarba. “La relazione con ‘Israele’ supererà la linea rossa molto sensibile di chi vanta l’appartenenza al Paese delle Due Sante Moschee. Hanno una posizione decisa contro gli occupanti del “primo Qiblah” dei musulmani e chi commette crimini contro musulmani in Palestina, Libano e altrove. In particolare, in questi ambiti, il regime saudita perde legittimità. Cosa opprimerebbe allora il popolo saudita? Sono le fatwa che proibiscono di opporsi al sovrano a meno che non commetta bestemmia? La bestemmia per il popolo saudita è la rinuncia alla Palestina. I predicatori delle autorità possono giustificarla?” Nell’era delle grandi trasformazioni interne, metà dei predicatori del regno è in prigione. Secondo al-Jarba, non si tratta del Qatar, il problema è più profondo e grande. “Soprattutto, nulla indica che sono detenuti per la crisi col Qatar, sono solo analisi popolari. La crisi col Qatar era solo una scusa, perché sanno di essere contro la leadership e la secolarizzazione, e persino la normalizzazione con “Israele”… diranno alla gente che li detengono perché contrari alla secolarizzazione dello Stato? La scusa migliore è affermare che si tratta del Qatar, permettendosi di mettere a tacere qualsiasi voce obietti alle loro nuove politiche, iniziando dalle danze miste fino alla normalizzazione pubblica e altro“.

I sauditi contro la normalizzazione
Man al-Jarba sottolinea che lo Stato saudita è uno “Stato perfettamente inquisitore”. Tuttavia, i social media sono importanti misurando le tendenze dell’opinione pubblica. Qualche tempo fa, i media “israeliani” diffusero notizie sulla visita del principe ereditario Muhamad bin Salman nei territori occupati. Le istituzioni ufficiali saudite rimasero in silenzio e i media finanziati dai sauditi non dissero una parola. “Solo Twitter fu infiammato dalla campagna” dei sauditi contro la normalizzazione, “che si classifica prima tendenza in Arabia Saudita e nel mondo arabo. Quindi, c’era bisogno di formare un anti-esercito elettronico per promuovere la campagna ufficiale come lotta al terrorismo. Tuttavia, di fronte alla Palestina, l’esercito non può resistere a chi si oppone al tradimento della causa palestinese, di fronte la Palestina tutti cedono“, sottolineava al-Jarba.

Rompere il silenzio
Inoltre indicava tre fattori che potrebbero rompere il silenzio saudita:
1. La lotta nella famiglia dominante, presente e crescente. Darà al popolo la possibilità di scendere in piazza. Chi da notizie del palazzo a “Mujtahid”, è membro della famiglia dominante. Si dice anche che i principi imprigionati siano cinque, compresi Muhamad bin Nayaf e Abdulaziz bin Fahd, agli arresti domiciliari. Le notizie del conflitto interno sono note e rese pubbliche.
2. Togliendo la copertura religiosa e muovendosi verso la secolarizzazione, la gente troverebbe la causa diretta per scendere in piazza, in particolare dato che la scuola saudita insegna da 80 anni che la secolarizzazione è blasfemia e obbedire al sovrano è un dovere a meno che commetta bestemmia. Secondo i programmi sauditi, è permesso disobbedire al sovrano ateo, addirittura considerare la lotta sul sentiero di Allah, quindi il fattore religioso che lo Stato ha usato come pilastro per immunizzare i governanti cadrà mentre punta alla secolarizzazione.
3. Togliere la protezione internazionale all’Arabia Saudita, non è né difficile né impossibile. Gli statunitensi hanno bisogno di petrolio e soldi. Il presidente degli Stati Uniti era chiaro su ciò. In caso di caos e lotte interne, gli statunitensi non lasceranno i loro interessi per alcuna alleanza; preferiranno qualsiasi altra alleanza alternativa.La partizione è un piano inevitabile
L’oppositore saudita assicurava che gli Stati Uniti non riconoscono nulla al di sopra dei loro interessi. Col nuovo piano coloniale, gli Stati Uniti lavorano per dividere l’Arabia Saudita in quattro. “La partizione è sul tavolo ed è seria. La mappa è disponibile sul sito del ministero della Difesa degli Stati Uniti. L’Arabia Saudita sarà divisa in quattro. Negli stessi Stati Uniti, ci sono alcune frange che supportano la partizione e altre che si oppongono. Ma tutti vogliono giocarla“.
Le quattro regioni sono:
• La Grande Giordania: composta da Tabuq, Yunbu e Hijaz, da unire alla Giordania come patria alternativa dei palestinesi, con cui la crisi che impedisce all’entità d’occupazione di annunciare lo Stato ebraico, sarà risolta.
• La zona orientale: composta da al-Qatif, al-Ahsa e al-Damam, aree ricche di petrolio vicine a Quwayt e Bahrayn, consentendo agli statunitensi di entrarvi facilmente e controllarne il petrolio. Fonti della provincia orientale aveva già notato che gli statunitensi avevano suggerito la spartizione, ma fu rifiutata.
• Najd: le aree centrali in cui il dominio dei Saud sarebbe limitatao.
• Sud: le aree di Asir, Najran e Jizan, regioni yemenite affittate dall’Arabia Saudita per 99 anni, scadute sotto l’ex-presidente yemenita Ali Abdullah Salah a cui “rinunciò” in favore dell’Arabia Saudita.
Al-Jarba ritiene che gli statunitensi abbiano tratto molti benefici dall’esperienza in Iraq. Non schiereranno truppe in alcun Paese arabo a meno che non appaiano come salvatori. Ciò accadrebbe in Arabia Saudita nel caso in cui la lotta tra i principi della famiglia dominante s’intensificasse e divenisse conflitto, concedendo agli statunitensi l’opportunità di contare di più in Arabia Saudita. Dall’altra parte, al-Jarba notava che il piano di partizione è inevitabile e che il 2017 era il centenario dell’accordo Sykes-Picot che divise la regione araba tra Francia e Gran Bretagna e che il nuovo centenario sarà una nuova divisione.

Tribù, bomba a orologeria
Oltre alla religione, le tribù hanno un ruolo importante nell’implementazione o meno della sistemazione interna del regno, osservava al-Jarba, ed inoltre notava quanto segue: “Nel 1902, Abdulaziz bin Abdurahman al-Saud tornò a Riyadh dopo essersi rifugiato nel Quwayt protetto dagli inglesi, per assumere il potere nel momento in cui la penisola araba settentrionale era controllata dalla leadership della tribù Shamar, aderente interamente all’impero ottomano. Ai Shamar fu offerto di collaborare cogli inglesi ma rifiutò e combatté nella Prima guerra mondiale a fianco dell’impero ottomano, Stato islamico contro gli inglesi… Gli inglesi diedero ad Ibn Saud armi e pensarono che il suo dominio su Najd e Hujaz avrebbe tolto legittimità religiosa agli ottomani. Quando lo Stato ottomano fu sconfitto, Abdulaziz entrò nelle regioni e formò l’emirato del Najd, quindi assediò Hail per un anno intero durante cui il suo esercito ascoltava gli appelli alla preghiera nella zona chiedendosi se “fossero musulmani”, mentre altri dicevano “prudenza”. L’esercito di Ibn Saud uccise bambini nelle moschee. E quando entrò nell’Hijaz uccise nelle moschee“. I sauditi si opposero scoprendo che in nome della religione, Abdulaziz mobilitò le tribù all’epoca note come “i fratelli obbedienti ad Allah”, per le sue guerre contro gli altri emirati. “Quando raggiunse i confini disegnati dagli inglesi, ne usò gli aerei per colpire le tribù che non vedevano l’ora di continuare la resistenza e ripristinare il mondo islamico! Fino ad allora, i Saud osservarono le tribù con preoccupazione, rispettandone posizione e peso, sposandosi in esse e sapendo che sono una bomba a tempo che scatenerà il conflitto interno che potrebbe esplodere nel regno“.

Principi preoccupanti
Oggi, gli occhi sono sulle tribù mentre la lotta s’intensifica tra i principi. Mutab bin Abdullah, ad esempio, è la figura più preoccupante per Muhamad bin Salman. Possiede una guardia nazionale con 150 mila combattenti dalle tribù, sposatisi con la sua famiglia e che si preparano a combattere fino all’ultimo. La guardia nazionale per numeri e mezzi è un potere importante quanto l’esercito saudita”. Oltre a Mutab, vi sono Ahmad bin Abdulaziz, fratello dell’attuale re, e i figli di Nayaf, Fahd e Sultan. Secondo al-Jarba “il loro scontento per la politica del principe ereditario si sentiva nel palazzo reale. Ci furono molte lettere al re chiedevano d’impedire al principe indegno di salire al trono“, e infine l’assalto armato al Palazzo della Pace a Jidah. “L’ultimo attacco ha indicato che le lettere dei principi sono molto serie, il che causò la scomparsa di Muhamad bin Salman, al momento”, come dettagliato in precedenza sul sito di al-Manar.

La magia si volge contro lo stregone
In breve, l’oppositore saudita vede l’Arabia Saudita come Paese che vive sulla cima di un vulcano che erutterebbe in qualsiasi momento. Tutti i fattori nel regno sono preoccupanti: lotta dei principi, brama di governo di Muhamad bin Salman e nuova tendenza alla secolarizzazione, nonché il ruolo delle tribù in tutto ciò. L’escalation della lotta non finirà se non con la “partizione”, nel caso in cui le chiavi per affrontare tutto siano consegnate agli statunitensi, avverte al-Jarba, che inoltre osservava che il regno non è lontano da ciò che avviene nella regione. I piani per la divisione seguiti dall’Arabia Saudita gli si rivolteranno decisamente contro. Quindi, la magia si volgerà contro lo stregone…Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’Egitto va in guerra

Guadi Calvo, Resumen Latinoamericano, 16 febbraio 2018A poco più di un mese dalle elezioni presidenziali, in cui l’ex-Generale Abdalfatah al-Sisi cerca la rielezione, decideva di dare impulso alla lotta al terrorismo wahhabita che ha portato, dal rovesciamento del presidente Muhamad Muorsi nel luglio 2013, a innumerevoli attentati a diversi obiettivi civili, militari e religiosi; dai posti di blocco, come quelli nel luglio 2015 in Sinai, quando una serie di assalti coordinati provocò la morte di almeno 50 poliziotti, all’attentato alla moschea sufi di al-Ruda, a Bir al-Abad, 40 chilometri da al-Arish, capitale della provincia settentrionale del Sinaí, il 24 novembre scorso, il peggiore attentato nella storia del Paese con 305 morti, di cui 27 bambini, e circa 200 feriti. Nel dicembre 2016 un altro attentato alla chiesa di San Marcos, della minoranza copta di Cairo, causò circa trenta morti e 50 feriti; nell’aprile dello stesso anno un doppio attentato contro due chiese copte, ad Alessandria e a Tanta, provocarono 43 morti e 120 feriti. Un altro degli obiettivi più apprezzati dal terrorismo sono i centri turistici, causando il crollo della più importante fonte di risorse del Paese, con l’abbattimento del volo 9268 della compagnia aerea russa Kogalymavia; un Airbus A321 che trasporta turisti dal complesso di Sharm al-Shaiq, sulle rive del Mar Rosso, a Mosca, uccidendone i 224 passeggeri. Tutti questi attentati furono rivendicati dal gruppo Wilayat Sinaí, legato allo SIIL, sebbene nel Paese ci siano altre organizzazioni terroristiche come Ajnad Misr (Soldati dell’Egitto) emerse nel gennaio 2014 con diversi attentati a Cairo, e Brigata al-Furqan e Gruppo salafita jihadista; questi due senza aver compiuto azioni. E nell’ovest del Paese, vicino al confine con la Libia è emerso l’haraqat Suad Misr (movimento del ramo egiziano) noto anche come movimento Hasam (decisione), strettamente legato ai Fratelli musulmani. Tale organizzazione avrebbe reclutato veterani provenienti da Siria ed Iraq, arrivati in Libia da entrambi i lati del confine. Il 20 ottobre, 58 agenti di polizia furono uccisi nell’oasi del Deserto Nero di Bahariya. Tali azioni terroristiche erano intimamente legate al rovesciamento di Mursi, il cui partito Libertà e Giustizia era il braccio politico della Fratellanza musulmana, organizzazione che fin dalle origini, nel 1928, è il serbatoio del fondamentalismo wahhabita, non solo in Egitto, a diffonderne la dottrina in molti altri Paesi islamici. La lunga storia dei Fratelli è costellata di estrema violenza. Nel dicembre 1948 assassinarono il primo ministro Mahmud Fahmi al-Nuqrashi, seguito da una sanguinosa campagna di attentati nella capitale. Nel 1954 tentarono di assassinare l’allora Presidente Abdal Gamal Nasser e furono uomini dei loro ranghi che assassinarono nel 1981 il presidente Anuar Sadat. L’attuale capo di al-Qaida, Ayman al-Zawahiri, si è formato dottrinalmente coi Fratelli. Nei giorni del colpo di Stato contro Mursi, i Fratelli musulmani scatenarono la guerra a Cairo e in altre città, provocando un numero mai definitivamente chiarito di morti, anche se la cifra si crede sia tra i 3 e i 5mila.
Il disordine nell’insicurezza è tanto fenomenico quanto economico, così al-Sisi ha dovuto attuare questa mobilitazione di truppe per trovare e distruggere le basi dei gruppi wahhabiti. Lo scorso novembre, al-Sisi ordinò ai Ministeri della Difesa e degli Interni un piano per sradicare il terrorismo nella penisola del Sinai, dove tali gruppi si sono insediati, protetti dai rapporti con alcune tribù presenti da secoli. Vi sono bande di irregolari e di contrabbandieri, che in molti casi fanno parte delle stesse tribù. Il risultato dell’ordine presidenziale è l’operazione “Sinai 2018” che comprende Sinai, Delta e aree desertiche ad ovest della valle del Nilo. A differenza delle operazioni “Aquila” del 2011 e “Diritto dei Martiri” nel 2015, questa volta sono coinvolte tutte le forze: Aeronautica, esercito, Marina, polizia e Guardie di frontiera, il che significa una mobilitazione senza precedenti nella guerra al terrorismo. Il piano, in pieno sviluppo, consiste nel sigillare i confini terrestri e marittimi per controllare il traffico di armi e impedire i movimenti della guerriglia. Gli spostamenti dei civili nelle aree interessate è vietato, anche per chi dovrebbe muoversi per motivi di salute. Le strade saranno trafficate dai civili solo a certe ore molto rigorose.

Primi risultati
Da quando è iniziata il 9, “Sinai 2018”, secondo i primi rapporti ufficiali, l’esercito insieme alla polizia ha effettuato 383 pattuglie e operazioni di ricerca in tutto il Paese. Mentre le truppe di stanza nel Sinai eliminavano circa 40 mujahidin e fatto circa 500 arresti, l’Aeronautica attaccava circa 200 campi, tra cui depositi di armi e esplosivi, laboratori per la produzione dei temibili IED (dispositivi esplosivi improvvisati), un centro di informazione e comunicazione, unità delle telecomunicazioni, e anche un dipartimento per la propaganda delle azioni e per il reclutamento. Inoltre, due tunnel sotterranei furono distrutti, di due metri di diametro, a una profondità di 25 metri e 250 metri di lunghezza, con un laboratorio per smantellare auto rubate, e collegamenti con diverse trincee nella zona di confine del Nord del Sinai. Furono rilevate e distrutte 79 trappole esplosive piantate nelle aree operative e 10 mine anticarro. 22 veicoli 4×4 e 58 motociclette venivano sequestrati. Le forze delle operazioni egiziane inoltre individuavano 13 campi di papaveri e cannabis e 7 tonnellate di droga. Allo stesso tempo, un carico di 1,2 milioni di pillole di Tramadol, un oppiaceo che agisce come analgesico, fu fermato. Mentre sul fronte occidentale l’esercito impediva un tentativo di contrabbandare armi e munizioni dal confine libico, distruggendo i quattro veicoli coinvolti, eliminandone tutti gli occupanti. Fonti militari rivelavano che il gran numero di detenuti forniva informazioni. Il governo al-Sisi è stato ripetutamente accusato di rapimenti, torture e uccisioni extragiudiziali, quindi è chiaro che dopo la fine dell’operazione, ci sarà una serie di denunce sulla violazione dei diritti umani dei terroristi.
L’operazione coordinata e aperta su due fronti, quella del Sinai e quella occidentale lungo il confine di oltre mille chilometri con l’instabile Libia, sostenute dall’Aeronautica e dalle Guardie di frontiera, impone il controllo totale. Mentre agenti di polizia e militari hanno creato quasi 500 punti di controllo sulle principali strade del Paese. L’operazione “Sinai 2018” ha avuto il sostegno del Papa Tawadros II della Chiesa copta ortodossa d’Egitto, delle autorità dell’Università di al-Azhar, l’istituzione culturale e religiosa più presente nel mondo musulmano. Inoltre al-Sisi, in meno di 48 ore riceveva la visita del segretario di Stato degli Stati Uniti, Rex Tillerson, che dava il suo sostegno al governo egiziano non solo nella lotta al terrorismo ma alle imminenti elezioni presidenziali, e di Sergej Naryshkin, il capo del Servizio d’Intelligence Estero della Russia. Il Presidente al-Sisi, con l’operazione “Sinai 2018”, cerca non solo di sconfiggere il terrorismo, ma anche di avviare la ripresa economica, e forse una guerra molto più sanguinosa contro lo SIIL.*Guadi Calvo è autore e giornalista argentino. Analista internazionale specializzato in Africa, Medio Oriente e Asia centrale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La realtà del dopoguerra in Siria: chi contiene chi?

Alastair Crooke SCF 23.01.2018Rotte e cambi della Casa Bianca in Medio Oriente, con Muhamad bin Salman (MbS), Muhamad bin Zayad (MbZ) e Bibi Netanyahu, per un “accordo del secolo” non hanno prodotto “alcun accordo”, ma piuttosto esacerbato le tensioni del Golfo verso una crisi vitale. Gli Stati del Golfo sono ora molto vulnerabili. L’ambizione ha spinto alcuni capi ad ignorare i confini intrinseci tipici dei piccoli emirati tribali, quelli commerciali e i presunti giochi di potere gonfiati, da architetti che si trovino in cima al nuovo ordine mediorientale. Il team di Trump (e certi europei), intossicato da tali trentenni, ambiziosi delle business school del Golfo e bramanti il potere, sé bevuto tutto. La “Prima famiglia” ha abbracciato la narrazione (capovolta) dell’Iran e degli sciiti furfanti e terroristi, pensando di sfruttarla per un accordo con cui Arabia Saudita ed Israele ostacolassero congiuntamente l’Iran e i suoi alleati, e in cambio Israele avrebbe ottenuto, finalmente, la tanta ricercata “normalizzazione” col mondo sunnita (“l’accordo del secolo”). Bene, la decisione sbagliata su Gerusalemme ha messo fine a tale mossa: piuttosto, l'”appello” di Trump ha fatto il contrario: ha dato alla regione un “polo” attorno cui gli ex-antagonisti del conflitto siriano possono ritrovare una causa comune: difendere Gerusalemme come cultura, storia ed identità comune dei popoli musulmani e cristiani. Una causa che potrebbe unire la regione, dopo questo periodo di tensioni e conflitti. E gli Stati del Golfo ora si ritrovano, avendo perso in Siria, trascinati da una controversia a un’altra, ovvero la ‘jihad’ a guida statunitense, per così dire, contro gli sciiti, con tutte le apparenze regionali (reali e immaginate). Un piano di alto profilo che danneggia l’economia (Dubai, ad esempio, è essenzialmente un piccolo Stato del Golfo che sopravvive commerciando con Iran e Pakistan, quest’ultimo con una popolazione sciita di notevoli dimensioni), e senza una politica saggia: l’Iran è una nazione reale di 6000 anni, con una popolazione di quasi 100 milioni di abitanti. Non sorprende che tale “piano” per lo scontro faccia a pezzi il GCC: l’Oman, con i suoi vecchi legami con l’Iran, non ne ha mai fatto parte; il Quwayt, con la sua significativa componente sciita, pratica coesistenza ed inclusione con gli sciiti. Dubai si preoccupa delle prospettive economiche; e il Qatar… beh, il bullismo sul Qatar si è concluso con la nascita del nuovo “asse” regionale con Iran e Turchia. Ma oltre a ciò, l'”Arte del compromesso” parla anche del revanscismo economico statunitense: gli USA recuperano il territorio economico perso (presumibilmente) a causa della “negligenza delle passate amministrazioni”, secondo l’analisi della Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti (NSS). Secondo quanto riferito, Washington gioca con i dazi con la Cina, le sanzioni contro la Russia e la guerra economica, volta a rovesciarne il governo, all’Iran. Se il presidente Trump perseguisse tale politica (e sembra proprio che questa sia l’intenzione), allora ci sarà la risposta economica di Cina, Russia e Iran. Già l’area e la popolazione coperte dal sistema del petrodollaro si sono ridotte, e potrebbero ridursi ulteriormente (forse includendo l’Arabia Saudita che riceve yuan per il suo petrolio). In breve, la base di liquidità (depositi di petrodollari) da cui dipende l’ipersfera finanziaria del Golfo e gran parte del suo benessere economico, si restringerà. E questo in un momento in cui le entrate petrolifere sono già diminuite (la prima fase della contrazione attuale del petrodollaro) per gli Stati del Golfo, che devono ridimensionarsi fiscalmente, a spese dei cittadini. La Cina ha recentemente lanciato un’inchiesta sui piani di guerra commerciale degli Stati Uniti, svelando intenzionalmente (e poi ritrattando) il suggerimento che la Banca Centrale cinese smetta di comprare titoli del Tesoro USA o di disinvestirvi. E la principale agenzia di rating del credito cinese, Dagong, declassava il debito sovrano degli Stati Uniti da A- a BBB+, suggerendo in modo efficace che le riserve del Tesoro USA del Golfo non sono più le “attività prive di rischio” che si supponeva fossero, e che potrebbero persino svalutarsi mentre i tassi d’interesse aumentano; il QE4 colpisce.
Com’è possibile che il Golfo sia finito in una posizione così esposta? Essenzialmente, non riconoscendo, e quindi non superando, i propri “confini” intrinseci, è la prima risposta. Alla fine degli anni ’90 e agli inizi degli anni 2000, il Qatar e il suo governante Hamad bin Qalifa erano percepiti politicamente attivi, ben oltre le ridotte dimensioni del Qatar (200000 abitanti). Il Qatar inaugurò la TV al-Jazeera, un’innovazione sconvolgente nel mondo arabo all’epoca, ma che divenne uno strumento potente durante la cosiddetta “primavera araba”. Fu accreditata, almeno così mi disse all’epoca l’emiro, con l’estromissione del presidente Mubaraq e l’impostazione del quadro politico associato all’ondata di proteste popolari nel 2011. Forse l’emiro aveva ragione. Sembrava quindi che gran parte del Golfo (compresi gli Emirati Arabi Uniti), potesse essere rovesciata dall’assalto infuocato di al-Jazeera e cedere alla Fratellanza musulmana, che il Qatar allattava come strumento per “riformare” il Mondo arabo sunnita. Chiariamo, il Qatar sfidava l’Arabia Saudita, e non solo politicamente sponsorizzando i Fratelli musulmani, sfidava la stessa dottrina religiosa alla base della monarchia assoluta dell’Arabia Saudita. (La FM, al contrario di al-Saud, sostiene che la sovranità spirituale si fonda sul “popolo”, l’Umma, e non su un “re” saudita). I sauditi odiavano questa arroganza rivoluzionaria del Qatar che minacciava il dominio dei Saud. Così fece anche MbZ, che riteneva che la FM avesse come obiettivo Abu Dhabi. C’erano anche antiche rimostranze e competizioni nella rivalità tra Abu Dhabi e Qatar. L’emirato del Qatar, infine, si spinse oltre e fu dimesso ed esiliato nel 2013. Storicamente, Abu Dhabi aveva sempre avuto un rapporto tenue con l’Arabia Saudita, accondiscendente con tali emirati “minori”, ma con MbS tuttavia MbZ coglieva l’opportunità non solo d’influenzarlo, ma di fare di Abu Dhabi il “nuovo Qatar”, sopravvalutando il proprio peso politicamente leggero. Ma, a differenza del Qatar, non cerca di rivaleggiare con l’Arabia Saudita, ma piuttosto di essere il “Mago di Oz” dietro le quinte, a tirare le leve dell’Arabia Saudita per far leva sugli Stati Uniti ed ottenere l’approvazione e il favore statunitensi sia per MbS che per MbZ per la posizione anti-fratellanza, laicista, neoliberale e anti-iraniana. E in un certo senso, il successo di MbZ, dopo la guerra israeliana ad Hezbollah del 2006, nel costruire i rapporti con gli USA (attraverso il generale Petraeus, allora comandante di CentCom), centrati sulla minaccia iraniana; e l’abile uso della paura dell’infiltrazione da parte della Fratellanza musulmana per aprire la porta all’espansione del dominio di Abu Dhabi su Dubai e il resto dei principati, sul piano della sicurezza; e l’uso dell’assistenza finanziaria agli altri emirati di Abu Dhabi dopo la crisi finanziaria del 2008, diventava la guida per eliminare i rivali politici e avere potere illimitato. Questa ascesa guidò la successiva ascesa al potere assoluto di MbS in Arabia Saudita, sotto la guida del più vecchio MbZ. Il duetto intendeva invertire il corso del Medio Oriente, nientemeno, colpendo l’Iran e, con l’aiuto statunitense ed israeliano, ripristinare il primato dell’Arabia Saudita.
Il presidente Trump ha abbracciato (e pare irrevocabilmente) MbS e MbZ. Ma si è rivelato un altro caso di sopravvalutazione del Golfo: quest’ultimo non ha potuto “normalizzare” Gerusalemme in Israele; Netanyahu non può alleviare la situazione dei palestinesi (né con la sua coalizione attuale, né potrebbe formarne un’altra). E, in ogni caso, nemmeno Abu Mazen potrà cedere sullo status di Gerusalemme. Quindi Trump ha semplicemente “dato” la Città Santa ad Israele, innescando così una rissa col quasi completo isolamento diplomatico degli USA. Politicamente, MbS, MbZ, Netanyahu e Jared Kushner hanno fallito umiliandosi ed indebolendosi. Ma, cosa importante, il presidente Trump ora è bloccato nel suo abbraccio con l’agitata leadership saudita e la sua antipatia radicale nei confronti dell’Iran, come dimostrato dall’ONU nel discorso di settembre all’Assemblea generale. Rimanendo col piano anti-iraniano, il presidente Trump ora si ritrova, grazie al suo errato giudizio sulle capacità di MbS e MbZ di creare qualcosa di concreto, senza truppe sul campo. Il GCC è spezzato, l’Arabia Saudita è in subbuglio, l’Egitto veleggia verso Mosca (dove acquista SAM S300 per 1 miliardo di dollari e 50 aerei da combattimento Mikojan MiG-29 per 2 miliardi di dollari). La Turchia è alienata e gioca da entrambi i lati: Mosca a Washington, contro il centro; e gran parte dell’Iraq si schiera con Damasco e Teheran. Persino gli europei lamentano la politica USA sull’Iran. Certo, Trump può ancora colpire l’Iran. Può farlo anche senza ritirarsi dal JCPOA, creando incertezza se “lui voglia o no” ritirarsene, più le minacce di sanzioni alternative probabilmente sufficienti a spaventare le imprese europee (alcune significative) nell’avviare piani commerciali con l’Iran; ma per quanto possa essere doloroso per il popolo iraniano, ciò non può mascherare la nuova realtà del conflitto post-Siria: in Libano, Siria o Iraq, in un modo o nell’altro, può accadere poco senza il coinvolgimento iraniano. Anche la Turchia non può perseguire una realistica strategia curda senza l’aiuto dell’Iran. E Russia e Cina hanno bisogno dell’aiuto iraniano per garantirsi che il progetto One Belt, One Road non sia colpito dagli estremisti jihadisti. Questa è la realtà: mentre i capi statunitensi ed europei parlano incessantemente dei loro piani per “contenere” l’Iran, la realtà è che l’Iran e i suoi alleati regionali (Siria, Libano, Iraq e in misura imprevedibile Turchia) di fatto ‘contengono’ (cioè hanno una deterrenza militare) USA ed Israele. E il centro di gravità economica della regione, inesorabilmente, si allontana dal Golfo verso la Cina e il progetto eurasiatico della Russia. La forza economica del Golfo compie la sua parabola.
Il dispiegamento di una “piccola” forza di occupazione statunitense nel nord-est della Siria non è una minaccia all’Iran, quanto un ostaggio di Damasco e Teheran. Questo è il cambio dell’equilibrio di potere tra i legami settentrionali degli Stati regionali con quelli meridionali. È un simbolismo, una forza militare statunitense in Siria apparentemente destinata a “contenere l’Iran”, che gli Stati Uniti potrebbero successivamente richiamare se la Turchia dovesse agire o, infine, abbandonarli, lasciando gli ex-alleati curdi piegarsi al vento secco siriano.Traduzione di Alessandro Lattanzio