12 miti sulla Rivoluzione Bolscevica

Zakhar Prilepin su chi distrusse l’impero e chi salvò il Paese dal crollo
Zakhar Prilepin, Fort Russ, 11 novembre 2017Ragionando sulla rivoluzione i suoi avversari seguono lo stesso percorso, riproducendo con diligenza gli stessi argomenti errati, a nostro parere.
1. Anche se siete appassionati monarchici, dovete riconciliarvi col semplice fatto che i bolscevichi non abbatterono lo zar. I bolscevichi rovesciarono il governo provvisorio liberale filo-occidentale di Kerenskij.
2. La lotta ai bolscevichi non fu avviata da chi combatteva per la “fede, lo zar e la patria”, ma da Lavr Kornilov, il generale che annunciò l’arresto dell’imperatrice e della famiglia reale. Tra i suoi camerati più stretti c’era Boris Savinkov, un SR, rivoluzionario, terrorista che fece di tutto per rovesciare la monarchia. Savinkov cercò di salvare il governo provvisorio nel Palazzo d’Inverno. Fu commissario del governo provvisorio nel distaccamento del generale Pjotr Krasnov. Era impegnato nella formazione dell’esercito volontario. Un’altra figura prominente del movimento bianco, il generale Mikhail Alekseev, fu coinvolto nella caduta di Nicola II; Inoltre, come molti capi del governo provvisorio, Alekseev era un massone. La questione è infatti una. Chi si oppone ai bolscevichi e a Lenin crede veramente che la Russia sarebbe andata meglio se nel ventesimo secolo fosse stata governata da liberali, rivoluzionari terroristi e generali che abiurarono al giuramento?
3. Tutti i sostenitori dell’idea che la rivoluzione fu attuata coi soldi tedeschi e inglesi dovrebbero in qualche modo spiegarsi come i primi e i secondi beneficiarono della fine desiderata, dato che entrambi parteciparono all’intervento contro la Russia sovietica, se i bolscevichi erano i loro agenti e che razza di agenti fossero se ignorarono i loro mandanti, per così dire, combattendoli poi fino alla fine?
4. Tenendo presente che una parte dell’aristocrazia fu espulsa dalla Russia, va capito che i bolscevichi non erano semplicemente “criminali e banditi” come ad alcuni piace piagnucolare, Lenin era un nobile, così come molte figure prominenti e leader del Partito Bolscevico. N. N. Krestinskij, V. V. Kujbyshev, G. K. Ordzhonikidze erano nobili, F. E. Dzerzhinskij era figlio di un piccolo nobile, una delle figure più importanti del NKVD, G. I. Bokij, proveniva da una vecchia famiglia nobile, era figlio di un consigliere di Stato; e così via. Non si deve smettere di ricordare che sangue blu scorreva nelle vene di non solo degli scrittori che lasciarono la Russia come Merezhkovskij, Berdaev, Zajtsev. Il blocco di Brjusov era formato da nobili. I violenti poeti rivoluzionari Majakovskij e Anatolij Marengov, ci crediate, erano nobili. Aleksej Tolstoj era un nobile, e Valentin Petrovich Kataev era pure un nobile. Qui va ricordato che il primo governo sovietico incluse un solo ebreo, Trotzkij.
5. Nell’Armata Rossa c’erano 75000 ex-ufficiali (di cui 62000 di origine nobile), mentre nell’esercito bianco erano circa 35000, sui 150000 ufficiali dell’Impero Russo. L’abitudine dell’ultimo cinema russo (tuttavia, riprendendo i registi dell’era sovietica) di ritrarre le guardie rosse come gente del popolo e le guardie bianche come “ossa bianche”, è volgare ed anche innaturale dal punto di vista storico. Tornando a Trotskij e ad alcuni leader rivoluzionari delle zone di residenza, va notato quanto segue. Chi sostiene che la rivoluzione fu opera di gruppi etnicamente distinti in contrapposizione al popolo russo, agisce difatti da russofobo. Si comprenda la ragione elementare per cui decine di migliaia di nobili russi, oltre agli ufficiali, vanno considerati oggetto della manipolazione di centinaia di discendenti di artigiani e negozianti. Ricordiamo che il comandante in capo di tutte le Forze Armate della Repubblica Sovietica fu Sergej Sergeevich Kamenev, un ufficiale di carriera diplomato all’Accademia dello Stato Maggiore nel 1907, Colonnello dell’Esercito Imperiale. Dal luglio 1919 alla fine della guerra civile fu il comandante in capo, e tale carica, durante la Grande Guerra Patriottica, venne occupata da Stalin. Il Capo di Stato Maggiore dell’Armata Rossa, Pavel Pavlovich Lebedev, era un altro nobile, divenuto Maggior-Generale dell’Esercito Imperiale. A tale carica sostituì Bonch-Bruevich (che, a proposito, era un piccolo nobile) e dal 1919 al 1921 fu responsabile dello Stato Maggiore operativo. Dal 1921 fu il Capo di Stato Maggiore dell’Armata Rossa. Successivamente, molti ufficiali zaristi partecipi nella guerra civile, Colonnello B. M. Shaposhnikov, Capitani A. M. Vasilevskij e F. I. Tolbukhin, Tenente L. A. Govorov, divennero Marescialli dell’Unione Sovietica. Volete ancora parlare di come criminali e banditi ingannarono e sconfissero i nobili russi bianchi e belli che non avevano abiurato al loro giuramento ed erano fedeli all’imperatore?
6. I bolscevichi non organizzarono la guerra civile e non ne ebbero bisogno. Non iniziò subito dopo la Rivoluzione, come si suppone talvolta, ma solo nel 1918 e i bolscevichi non avevano nulla a che fare col suo avvio. Chi avviò la guerra civile furono i capi militari che rovesciarono lo zar. Di conseguenza, milioni di persone parteciparono alla guerra civile, dai diversi gruppi etnici e politici; Inoltre, va ricordato l’intervento di quattordici (14!) Paesi, e in una simile situazione, attribuire le vittime della guerra civile ad alcuni bolscevichi è meschino ed ingannevole. Infatti: la guerra civile fu organizzata dai bianchi.
7. Le prime leggi approvate dai bolscevichi al potere non ebbero alcun carattere repressivo. Il 2 novembre 1917 adottarono la dichiarazione dei diritti dei popoli della Russia, abolendo i privilegi nazionali e religiosi. L’11 novembre fu adottato un decreto per abolire beni e ranghi e per l’istituzione di una sola cittadinanza. Il 18 dicembre fu adottato il decreto sull’uguaglianza delle donne col matrimonio civile. I bolscevichi salirono al potere come nuovi idealisti, liberatori del popolo e, nel migliore termine della parola, democratici.
8. Di fronte alla possibilità del crollo dell’impero e ai movimenti separatisti nelle periferie, i bolscevichi cambiarono subito tattica e rapidamente riunirono l’impero, perdendo solo Finlandia e Polonia, la cui appartenenza alla Russia non sembrava genuina, ma anzi eccessiva. Con tutta la volontà, i bolscevichi non possono essere chiamati “distruttori dell’impero”, chiamarono solo le campagne offensive “internazionali”, ma il risultato di esse fu la “ripresa di terre” tradizionalmente russe. Le preferenze accordate a soggetti nazionali dai bolscevichi vanno percepite nel contesto di quella situazione (Prima guerra mondiale, guerra civile organizzata, ripeto, non dai bolscevichi, sfilata di sovranità, intervento, ecc.) Non è costruttivo considerare queste cose al di fuori del contesto storico. Nient’altro che disgusto è la nostra reazione al comportamento dei liberali contemporanei che, difatti, dissolsero l’impero russo dissolvendo l’Unione Sovietica, per poi incolparne i bolscevichi. Gli stessi bolscevichi combatterono nel modo più eroico per le periferie nazionali, perse negli anni ’90 in conseguenza della rivoluzione liberal-borghese, senza sparare un solo colpo.
9. Una delle cose più spesso argomentate da liberali e nazionalisti è che i bolscevichi “misero una bomba sotto l’impero”, dividendo la Russia in repubbliche, portando il discorso storico nel nulla: l’impero era uno e solo e i bolscevichi lo sabotarono, facendo poi saltare il proprio Stato. Nel frattempo, la Russia Imperiale non c’era più, l’imperatore abdicò e il governo provvisorio andò al potere. Una domanda: era meglio se i generali della rivoluzione di febbraio avessero vinto la guerra civile? No, tutti sapevano dell’accordo anglo-francese del 23 dicembre 1917, sulla divisione in zone d’influenza della Russia: la Gran Bretagna avrebbe ricevuto il Caucaso settentrionale, la Francia Ucraina, Crimea e Bessarabia, Stati Uniti e Giappone si sarebbero divisi la Siberia orientale. Ritorniamo ai fatti. Non c’era più un monarca. C’erano generali bianchi che, al momento, erano pronti alla situazione descritta e guardarono la distruzione del Paese. E poi c’erano i bolscevichi che si opposero al piano di frammentare la Russia e furono loro a “metterci una bomba”? La disintegrazione cominciò nell’Impero russo del governo provvisorio, in Polonia, Finlandia, Ucraina, Baltico; l’impero russo fu diviso nelle repubbliche sovietiche? Disintegrarono l’impero russo per dividerlo nelle repubbliche sovietiche? Perché? Chi piazzò la bomba sotto di esso? I democratici parlarono appassionatamente di tale “bomba” negli anni ’90, il messaggio di tali affermazioni è ovvio: non volevano essere i colpevoli del crollo, volevano biasimare altri. Il gran duca Aleksandr Mikhailovich Romanov dichiarò: “La posizione dei capi del movimento bianco è insostenibile. Da un lato fingono di non notare gli intrighi degli alleati, invocando… la sacra lotta ai sovietici, dall’altro l’internazionalista Lenin, che nei suoi discorsi non risparmiava alcun sforzo per protestare contro la divisione dell’ex-Impero russo”. A chi credere? Al gran duca Romanov o ai democratici degli anni ’90?
10. Il patriarca Tikhon fu tradito dai bolscevichi, un anatema, ci dicono. Pertanto, è impossibile sostenere i bolscevichi. Ma dopo tutto, il patriarca Tikhon non benedisse il movimento bianco, né l’accettò. Quindi chi sostenne? Lo zar non c’era più, aveva abdicato. Il movimento bianco divise la Russia tra giapponesi e francesi. Procediamo da questo punto e procediamo nella realtà, e non con le nozioni di Manilov su come sarebbe andata meglio se non ci fossero stati affatto i bolscevichi.
11. Il senso della guerra civile non fu la battaglia dei “criminali e gangster” contro “aristocratici nell’animo”. I bolscevichi avviarono la nazionalizzazione dell’industria, violando soprattutto gli interessi del gran capitale, preferendogli quelli dei lavoratori. Soprattutto la guerra civile fu avviata nell’interesse, in modo figurato, dei candidati russi di Forbes, così come degli attori finanziari esteri che avevano interessi in Russia. Fu il conflitto tra socialismo e capitalismo, in altre parole. Ora questa semplice essenza viene costantemente sostituita dalle canzoni sul tenente Golitsyn, esibendo il ritratto dell’ultimo imperatore.
12. Nella guerra civile, prima di tutto, il popolo russo vinse. La rivoluzione russa, avvenuta il 7 novembre 1917, è un merito, una vittoria e una tragedia del popolo russo. Ne ha la piena responsabilità, e il diritto di essere orgoglioso di questo grande successo che cambiò il destino dell’umanità.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Viva la Rivoluzione d’Ottobre! 100 anni di imperialismo e oppressione occidentale

Andre Vltchek, Global Research, 07 novembre 2017Il mondo è in rovina. È letteralmente bruciato, coperto di baraccopoli, campi profughi e in grande maggioranza “controllato dal mercato”, così come sognato e pianificato da individui come Milton Friedman, Friedrich von Hayek, Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Fuhrer come Kissinger e Brzezinski hanno sacrificato decine di milioni di vite umane nel nostro pianeta solo per impedire alle nazioni di provare a soddisfare i propri sogni ed aspirazioni spontanee socialiste, e persino, Dio mi perdoni, comuniste. Alcuni dei tiranni erano in realtà molto “onesti”: Henry Kissinger osservò pubblicamente che non vide alcun motivo per cui un dato Paese fosse autorizzato a “divenire marxista” solo perché “i suoi cittadini sono irresponsabili”. Pensava al Cile. “Non vi vide alcun motivo” e, di conseguenza, migliaia di persone furono uccise…
Rovina, eliminazione di intere nazioni, solo per impedirgli di “fare da sé”, fu pienamente accettabile nei circoli politici, strategici militari, d’intelligence ed economici di Londra, New York, Washington, Parigi e altri centri del cosiddetto “mondo libero”, da dove quasi tutte le vite dispensabili dei “popoli” che abitano in Asia, Medio Oriente, America Latina, Africa e Oceania vanno controllate senza cerimonie. Il sistema oppressivo occidentale sembra quasi perfetto. In gran parte è certamente invulnerabile. Ma c’è sempre un ostacolo serio sulla via dell’imperialismo occidentale: la barriera che impedisce di controllare pienamente e rovinare il pianeta. Questo ostacolo, la barriera, si chiama Grande Rivoluzione d’Ottobre e sua eredità. Dal 1917, esattamente cento anni fa, questo “fantasma” perseguita gli imperi europei e nordamericano: un fantasma che sussurra inesorabilmente internazionalismo, egualitarismo, grandi sogni umanistici in cui tutti sono uguali, hanno esattamente gli stessi diritti ed opportunità e non possono essere sfruttati da una determinata razza o dogma economico. Aggravando le cose, questo fantasma rosso in qualche modo ottimista fa molto di più che sussurrare: canta, balla, recita poesie rivoluzionarie e periodicamente prende le armi per combattere per gli oppressi, anche se totalmente disperati, indipendentemente dal colore della pelle. Ci si chiede spesso se il fantasma sia davvero tale o una creatura vivente. Ciò rende tutto ancora più spaventoso, almeno per i tiranni e gli imperialisti.
L’occidente è totalmente pietrificato! Tenta di apparire freddo, dal pieno autocontrollo. Depone il suo elaborato sistema propagandistico, rigurgita i suoi dogmi ovunque, l’inietta nelle arti, spettacoli, newsletter, piani di studio scolastici, psicologia e perfino pubblicità. Mente, distorce, falsifica la storia e costruisce pseudo-realtà. Utilizza tutti i mezzi disponibili; la guerra ideologica totale. Non importa quale sia l’impero occidentale, il fantasma rosso c’è ancora, in giro, ad ispirare milioni di uomini e donne istruiti e dediti nel mondo. È tremendamente resiliente. Non si arrende mai, non rinuncia mai a combattere, nemmeno in quei Paesi in cui tutte le speranze e i sogni sembrano totalmente distrutti. E dove rimangono solo le ceneri; non molla mai, spaventando le élite locali e i regimi filo-imperialisti. Se per molti che vivono nelle capitali occidentali, questo fantasma rosso è sinonimo di peggior nemico, nella maggior parte delle nazioni oppresse, occupate e umiliate, rappresenta la lotta perpetua al colonialismo e all’oppressione e simboleggia resistenza, orgoglio e fede in un mondo completamente diverso.
Gli imperialisti sanno che, a meno che questa creatura, fantasma e speranza che rappresenta, sia completamente distrutta, spazzata via e seppellita in profondità, non ci sarà vittoria finale e quindi alcuna celebrazione. Fanno di tutto per screditare il fantasma e gli ideali che professa. Lo presentano nei termini più accesi, confondendo le persone connettendolo al fascismo e al nazismo (mentre sono loro, gli imperialisti occidentali, e il loro sistema ad essere fascisti e nazisti da decenni e persino secoli). Brutalizzano, terrorizzano e uccidono inermi nei Paesi che osano divenire comunisti, socialisti o semplicemente “indipendenti”. Tali crimini costringono i governi delle nazioni in lotta a porsi sulla difensiva, a proteggere i propri cittadini, ad adottare “misure straordinarie”. E queste misure difensive sono a loro volta descritte dalla propaganda occidentale come opprimenti, dogmatiche e “non democratiche”. Strategia e tattica dell’impero sono chiare e altamente efficaci: continuare a pungere, molestare e aggredire un inerme che semplicemente cerca di vivere in pace. Quando ne ha abbastanza, decide di reagire, anche con le armi, e cambia la serratura, lo si descrive aggressivo, paranoico e pericoloso per la società. Si afferma che il suo comportamento da il diritto d’irrompervi in casa, di picchiarlo, stuprarlo e costringerlo a cambiare credo e stile di vita. Subito dopo la Rivoluzione, 100 anni fa, i Sovietici concessero il diritto di separarsi a tutte le ex-componenti dell’impero russo. Furono introdotte riforme democratiche. Le strutture feudali ed oppressive del dominio zarista crollarono all’improvviso. Ma il giovane Paese fu quasi subito attaccato dall’estero, da un gruppo di nazioni che includeva Regno Unito, Stati Uniti, Francia, Polonia, Cecoslovacchia, Romania e Giappone. Aggressioni spietate e campagne di sabotaggio radicalizzarono lo Stato sovietico, come radicalizzarono poi Cuba, Corea democratica, Nicaragua, Vietnam, Cina, Venezuela e molti altri Paesi rivoluzionari. È un modo terribile e disgustoso di guidare il mondo, ma estremamente efficace; ‘funziona’. E avviene da così tanto tempo che nessuno si sorprende. Così l’occidente ha controllato, manipolato e rovinato il mondo per secoli, godendo dell’impunità assoluta, persino congratulandosi come “libero” e “democratico”, senza vergogna usando cliché come “diritti umani”. Ma almeno adesso c’è una lotta. Il mondo era completamente alla mercé di Europa e Nord America. Fino alla Grande Rivoluzione Socialista di Ottobre!
Recentemente ho scritto un libro sulla Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, del suo impatto sul mondo e la nascita dell’internazionalismo. Ho dovuto scriverlo. Ne avevo abbastanza di leggere e guardare il bordello della propaganda antisovietica, anticomunista, di tale vangelo fondamentalista; ne avevo abbastanza del lavaggio del cervello giorno dopo giorno, anno dopo anno, decennio dopo decennio! Dopo aver lavorato in più di 160 Paesi in tutti gli angoli del mondo, testimoniando l’azione omicida occidentale contro democrazia e libera volontà del popolo, ritenevo fosse mio obbligo spiegare almeno la mia posizione sull’evento avvenuto 100 anni fa nella città e nel Paese dove sono nato. E nel mio libro ho fatto esattamente questo. Non è ciò che qualcuno chiamerebbe libro “obiettivo”. Non è certamente un noioso saggio accademico, pieno di note e di citazioni inutili. Non credo nell”obiettività’. O più precisamente, non credo che gli esseri umani ne siano capaci, o che dovrebbero mirarvi. Tuttavia, credo fermamente che debbano chiaramente ed onestamente dire e definire con chi sono, senza ingannare gli lettori. Ed è proprio quello che ho fatto nel mio ultimo libro: mi schiero. Ho chiarito ciò che la Rivoluzione significa per me. Ricordo ciò che significa per centinaia di milioni di persone oppresse e tormentate nel mondo. Ne cito alcuni. La Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre non fu perfetta. Nulla in questo mondo lo è, niente dovrebbe mai essere “perfetto”. La perfezione è spaventosa, fredda, e anche immaginandola è tremendamente noiosa. Invece, la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre fece un tentativo eroico di liberare i popoli da credenze arcaiche, feudalesimo, sottomissione cieca, schiavitù fisica, intellettuale e emotiva. Ha anche definito gli esseri umani uguali, indipendentemente da razza e sesso. Non lo fece attraverso l’ipocrita ‘correttezza politica’, che versa solo scadente miele appiccicoso sulla merda, lasciandola intatta; arriva al cuore, costruendo un lessico nuovo, una nuova comprensione del mondo, creando una realtà totalmente nuova. Ha restituito la speranza a centinaia di milioni di esseri umani che avevano già perso fede in una vita migliore. Ha reso orgogliosi e coraggiosi gli schiavi. Ha restituito ogni colore e sfumatura al mondo brutalmente diviso tra bianco e nero, tra chi aveva e chi non, tra chi era razzialmente e “culturalmente” destinato a governare e chi destinato solo a servire.
L’occidente odia il fantasma rivoluzionario rosso fin dall’inizio. Odia questo giorno, perché se l’Unione Sovietica comunista avesse vinto, sarebbe stata la fine del colonialismo e dell’imperialismo. Non ci sarebbero stati più saccheggi e distruzioni, niente mostruoso annientamento di Iraq, Libia, Afghanistan, rovina della Siria; alcuna minaccia mortale su Corea democratica, Iran e Venezuela, non milioni di uomini, donne e bambini sacrificati sull’altare del capitalismo globale come accade nella Repubblica Democratica del Congo e in tanti altri angoli del globo. Non sarebbe rimasto niente di una dittatura razzista globale post-cristiana; alcun sistema di “valori” intrecciati e “cultura” ipocrita imposta ai Paesi occupati nel mondo da una manciata di storici Stati-gangster, situati in Europa e Nord America. L’occidente ha combattuto la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre dal primo giorno. Ha combattuto l’Unione Sovietica su tutti i fronti, bagnandola nel sangue, lavando il cervello al suo popolo e assassinando i suoi alleati. Finalmente è riuscito a ferirlo mortalmente in Afghanistan, spezzando le ossa dell’URSS prima e dell’Afghanistan subito dopo. Subito dopo, iniziava una rinvigorita campagna d’indottrinamento, il cui obiettivo è cancellare completamente la grande eredità del “Grande Ottobre”. L’occidente non ha risparmiato mezzi e miliardi di dollari vi sono stati spesi. Naturalmente, quale “obiettività” si può aspettare da una “cultura” della parte del mondo brutalmente tirannica e che ha saccheggiato l’intero Pianeta per più di 500 anni? Come potrebbe essere indulgente verso l’evento, il movimento e il Paese che ha fatto scopo della propria esistenza la lotta per la liberazione del mondo dall’imperialismo e dal colonialismo? Ora la lotta contro la barbarie neo-colonialista prosegue, ma sotto varie bandiere. Rosse bandiere comuniste ancora sventolano in Cina e Cuba, così come Venezuela, Angola e altre nazioni. Ci sono molti altri colori della resistenza. La coalizione è ampia. Ma ciò che è chiaro e fondamentale è che la Rivoluzione del 1917 ha ispirato miliardi, consapevolmente o meno. Ciò che è anche chiaro è che l’occidente non ha mai vinto sul serio. Se avesse vinto, non sarebbe sconvolto dalla paura, come adesso. Non opprimerebbe il libero pensiero, rovescerebbe governi eletti democraticamente, ucciderebbe leader che lottano contro il suo mostruoso regime globale.
Ad essere sinceri, il “rosso fantasma rivoluzionario” non è un fantasma. È ancora una creatura estremamente potente. Si nasconde per ora, raggruppandosi, preparandosi ad alzare le sue bandiere e a trascinare tutti i tiranni imperialisti sul campo di battaglia. L’occidente ama parlare di pace. Ama istruire il mondo sulla “pace”. Ma la sua “pace” non è altro che un terribile status quo, in cui esistono solo alcune nazioni ricche e potenti che regnano nel mondo, e poi c’è il resto dell’umanità, costituita da deboli, miserabili, sottomessi e servili ‘non-popoli’. All’inferno tale “pace”! Non può durare a lungo; non dovrebbe durare a lungo perché totalmente grottesco ed immorale. Non è molto meglio della “pace” in una piantagione di schiavi! È solo l’eredità del Grande Ottobre che può finirla con tale status quo. E lo farà. Il fantasma rosso sconvolge i tiranni. Lo cercano, ma semplicemente non possono sconfiggerlo dati speranze e sogni dei popoli che abitano il nostro pianeta. Più i tiranni hanno paura, più brutali sono le loro azioni. E più sono determinati i popoli nei Paesi sottomessi.
100 anni da quando l’incrociatore Aurora sparò la prima salva sul Palazzo d’Inverno di Pietrogrado.
100 anni da quando il mondo aprì gli occhi, rendendosi conto che un nuovo mondo è possibile.
100 anni in cui l’Ottobre Rosso è citato ancora dai popoli di America Latina, Africa, Asia, ovunque.
Gli imperialisti sono brutali ma ingenui. Possono uccidere un uomo o una donna, ucciderne migliaia, anche milioni. Ma non possono ucciderne i sogni. Non il coraggio della razza umana, a meno che non uccidano l’intera razza umana. Possono, ma non possono rendere permanentemente schiavi i popoli. Durante la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, il popolo si sollevò. Si ribellò. Spezzò le proprie catene. Si ribellerà di nuovo. Si solleva di nuovo; basta guardare attentamente. Negli ultimi 100 anni tanto è cambiato, ma nulla è cambiato. Le speranze e i sogni sono ancora gli stessi. E proprio come allora, non c’è pace senza giustizia. E non c’è giustizia nel modo in cui il nostro mondo è organizzato.
Viva la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre!
Avanti! Come Hugo Chavez gridava dal balcone: “Qui nessuno si arrende!”
Il fantasma rosso è qui, il fantasma del Grande Ottobre Rosso è tremendamente potente. È l’alleato di tutti gli oppressi. Un giorno guiderà i popoli alla vittoria. Non ci può essere assolutamente alcun dubbio.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Rivoluzione d’ottobre, logica o mostruosità?

Annie Lacroix-Riz, Bandiera Rossa, organo del Partito Comunista Belga, n. 64, settembre-ottobre 2017 – Initiative Communiste
Annie Lacroix-Riz, professoressa emerito di Storia contemporanea, Università Parigi 7 – Denis DiderotLa Rivoluzione d’Ottobre è logica come la Rivoluzione Francese, e può essere spiegata solo descrivendo, come fecero i grandi storici Albert Mathiez, Georges Lefebvre e Albert Soboul, la crisi a lungo e a breve termine del vecchio regime feudale che precedette e provocò questo terremoto.

Una lunga situazione pre-rivoluzionaria
Paese arretrato, gettato al capitalismo dagli ukase del 1861 che abolirono la gleba e dall’inquadramento a frustate di tale grotta di Ali Baba sin dagli anni 1890 da parte delle potenze imperialiste sviluppate. La massa dei contadini, più dell’80% della popolazione, era senza terra o sprofondata per generazioni nel debito per il riscatto obbligatorio della terra divenuta “libera”, e dalla superficie ridotta a nulla (i contadini francesi avevano, nel luglio del 1793, strappato dopo una lotta ininterrotta di quattro anni l’abolizione dei diritti dei signori senza compenso). La classe operaia nata da tale miserabile mondo contadino era sfruttata dalla grande borghesia nazionale, e anche dai tutori di quest’ultima, i grandi gruppi bancari e industriali (francesi, inglesi, tedeschi, svizzeri, statunitensi) tanto che il ministro Witte controllava l’intera economia moderna. Concentrata più che in qualsiasi altro Paese nelle grandi città, la capitale politica San Pietroburgo-Petrogrado in testa con l’enorme fabbrica di armamenti Putilov, era combattiva: il 40% dei 3 milioni di operai prima del 1914 lavorava in fabbriche con più di 1000 lavoratori e “la curva degli scioperi” si innalzò ininterrottamente dalla seconda metà del 1914 al febbraio 1917, da 30000 a 700000 scioperi. La guerra russo-giapponese del 1904, manifestazione degli appetiti dei grandi imperialismi rivali per la ricchezza russa, era finita, vista l’inettitudine militare del regime zarista, con un fiasco clamoroso, similmente alla guerra di Crimea. Di conseguenza, la rivoluzione del 1905, in cui Lenin, capo della fazione “bolscevica” (la maggioranza al Congresso di Londra del 1903) del Partito degli operai socialdemocratici russi (RSDRP) vide, dopo la vicenda, “il più grande movimento proletario dalla Comune” e “ripetizione generale” del 1917. Il fallimento del movimento fondatore dei “soviet”, nuova espressione del potere popolare, fu seguito da una terribile e dura repressione: più che mai l’impero divenne una prigione dei popoli, totalmente devoto ai grandi capitalisti francesi prestatori di crediti e di “rendite” garantiti dallo Stato francese (Lenin, capitolo 8 dell’Imperialismo, stadio supremo del capitalismo). Questo fallimento avrebbe ritardato di cinquant’anni una nuova rivoluzione, a meno che Lenin non pensasse a una crisi o una guerra. Le conseguenze avvicinarono l’ora combinando le due cose. Il sistema zarista si rivelò come al solito inetto nella condotta della grande guerra. La sua carne da cannone non aveva nemmeno il minimo di munizioni, la Russia dal 1914 al 1917 ebbe 9 volte meno cartucce e fucili del necessario. La diminuzione della produzione agricola di quasi un quarto, la cattiva gestione delle requisizioni, i raccolti marciti nei luoghi di produzione, problemi nei trasporti insormontabili, approvvigionamento catastrofico: all’inizio del 1917, anche sul fronte, la razione di pane non superava la giornata e i soldati-contadini (il 95% dell’esercito) tornavano a casa. Era peggio nelle città, in particolare Mosca e Pietrogrado. La fame fu “la causa immediata della rivoluzione” di febbraio (Michel Laran, Russia-URSS 1870-1970, Parigi, Masson, 1973). Ciò portò all’abdicazione di Nicola II che “aveva all’unanimità tutti contro“.

Una rivoluzione logica
I bolscevichi, esiliati come Lenin (in Finlandia) o clandestini in Russia, erano certamente un’ultraminoranza allora. Ma rapidamente cessarono di esserlo perché il popolo russo, desideroso di riforme profonde, capì che il destino non cambiava. Per mesi fu amaramente deluso da coloro cui ripose fiducia, come i social-rivoluzionari che promisero a lungo la terra a chi la lavorava. Anche i contadini ammisero, alla fine dell’ottobre 1917, che alcun partito, tranne Lenin, l’unico a dimostrare da febbraio la capacità di mantenere le promesse, gli avrebbe dato la terra e li avrebbe liberati dal massacro da cui difatti fuggivano fin dal 1916. Gli storici francesi degli anni ’70 mostrarono come la rapida evoluzione della situazione e delle relazioni sociali, in particolare tra agosto e ottobre 1917, pose le minoranze di febbraio a delegati esclusivi delle “aspirazioni popolari”. L’accademico René Girault descrisse questo processo dominato da due richieste, terra e pace. “Dal colpo di Stato fallito del generale Kornilov (fine agosto), accelerò l’evoluzione dei soviet verso i bolscevichi, segnato dal passaggio di molti soviet di operai, soldati e anche contadini, alla maggioranza bolscevica, dimostrando che la costante opposizione dei bolscevichi al governo provvisorio (e alla sua “incarnazione” Kerenskij) si conquistò il sostegno popolare. Il partito bolscevico alla presa del potere attuò le riforme promesse “facendo passare la gran massa dei contadini dalla sua parte”, sapendo che “la fiducia (che le masse urbane) gli concessero era molto più forte” di quella dei contadini“. L’analisi dello storico socialista raggiunse, sessant’anni dopo (“Le rivoluzioni russe“, Quinto tomo della “Storia economica e sociale del mondo”, Léon Pierre, Parigi, Armand Colin, 1977, 125 -142), quello del grande giornalista comunista statunitense John Reed, autore dei Dieci giorni che sconvolsero il mondo, un capolavoro di “storia immediata” della Rivoluzione d’Ottobre e delle sue lezioni di classe che va letto e riletto (Parigi, 10-18, ristampa, 1963).La coalizione imperialista contro i Soviet
Sono queste trasformazioni attuate con pragmatismo e altrettanta fedeltà ai principi, secondo Girault, che assicurarono solo ai bolscevichi (solitudine che non volevano) la vittoria finale nella “guerra civile” che, come per la Rivoluzione Francese e tutte le “guerre civili” da allora, fu di origine e finanziata da stranieri (come dimostra l’attuale caso venezuelano). Non fu perché i bolscevichi fossero dittatori sanguinari odiati dal popolo, che dal 1918 “gli eserciti di quattordici Stati invasero la Russia sovietica senza dichiarazione di guerra” guidati da “Gran Bretagna, Francia , Giappone, Germania, Italia, Stati Uniti”, uccidendo più russi che nella guerra stessa, 7 milioni di “uomini, donne e bambini” e causando “perdite materiali valutate dal governo sovietico 60 miliardi di dollari“, un importo molto più elevato dei “debiti zaristi verso gli alleati“, originando il “nessun compenso” agli invasori, secondo “il bilancio” di Michael Sayers e Albert Kahn (The Great Conspiracy: The Secret War Against Soviet Russia, Little, Boni & Gaer, New York, 1946). Come gli aristocratici d’Europa, riunitisi nel 1792 per ristabilire l’Ancien Régime in Francia e assicurarne la sopravvivenza dei privilegi feudali, i gruppi stranieri che occuparono l’impero russo e gli Stati al loro servizio sprofondarono nuovamente la Russia in tre anni di caos per preservarsi il tesoro e rubarne altro, come la Royal Dutch Shell che colse l’occasione di arraffare tutto il petrolio caucasico. Come in Francia, il Terrore Rivoluzionario fu la sola risposta necessaria agli attacchi esteri.

La fase attuale della demonizzazione della Russia sovietica
Confrontando le rivoluzioni francese e russe, il grande storico statunitense Arno Mayer, professore di Princeton, confermò le analisi di Sayers e Kahn, future vittime del McCartismo. Se la Francia, concluse, fu una “fortezza assediata” prima che la nuova classe dirigente potesse “accordarsi” coi privilegiati in Francia e altrove, la Russia sovietica rimase una pari aggredito dalla nascita alla morte per motivi indipendenti dal carattere e dai modi di Lenin o Stalin (Le Furie, 1789, 1917, Terrore, vendetta violenza ai tempi della rivoluzione francese e della rivoluzione russa, Parigi, Fayard, 2002). Perché storici “noti” oggi presentano la Rivoluzione d’Ottobre come il colpo di Stato di un piccolo gruppo anti-democratico e sanguinario o, nella migliore delle ipotesi, come impresa simpatica confiscata da una “minoranza politica” che agiva nel vuoto istituzionale “aprendo, orrore“, decenni di “dittatura ed insuccesso sovietico (segnando) fallimento e sconfitta di ogni forma storica di emancipazione nel ventesimo secolo del movimento operaio“: tali sentenze di Nicolas Werth e Frédérick Genevée, in “Cosa rimane della rivoluzione d’ottobre?“,”hors-series” de L’Humanité, pubblicato nell’estate del 2017, confermano i rimpianti ufficiali del PCF sul suo passato “stalinista” fin dalla pubblicazione del Libro nero del comunismo nel 1997, del tandem Stéphane Courtois (erede dell’ultimo François Furet) – Nicolas Werth. Significativa eco della svolta anti-sovietica e filo-statunitense dei libri di storia delle superiori francesi negoziata nel 1983, denigrando l’URSS (Diana Pinto, “L’America nei libri di storia e geografia delle superiori francesi“, Storici e Geografi, n. 303, marzo 1985, pp. 611-620) e poi la rivoluzione francese: duplice ossessione di Furet, storico senza fonti che di quelli “dall’alto”, che Francia, Stati Uniti, Unione Europea e Germania per prima, usarono così utilmente (Storia contemporanea sempre influenzata, Parigi, Delga, Le temps des cerises, 2012). Dal crollo dell’Unione Sovietica e conseguente notevole estensione della sfera d’influenza statunitense in Europa, la criminalizzazione dell’URSS fu più facile mentre tutti gli ex-partiti comunisti cessavano di opporvisi. La storiografia dominante è allineata alla propaganda anticomunista e russofoba vomitata dalla fine del 1917. Ma la litania dei media e dei loro storici preferiti deve ancora confrontarsi con le numerose opere scientifiche che descrissero correttamente la Rivoluzione d’Ottobre. Leggendole, sul grande evento del ventesimo secolo si può tirare una grande boccata di aria fresca. Non esitate…

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La rivoluzione russa ispirò e sostenne la lotta di liberazione nazionale

Rebeca Toledo, Telesur, 7 novembre 2017, Comitato Valmy

Quando la rivoluzione russa trionfò nell’ottobre 1917, la maggior parte del mondo era colonizzata da Regno Unito, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Spagna e Stati Uniti. Ma sotto la guida di Vladimir Lenin, la rivoluzione divenne fonte d’ispirazione per innumerevoli popoli, non solo perché dimostrava che uno Stato dei lavoratori era possibile, ma anche perché gli fornì aiuto concreto. prima materiale e poi anche militare. Il primo esempio fu la liberazione delle colonie della Russia zarista, nota come “prigione dei popoli”. Nel 1919 i popoli di Egitto ed Iraq si ribellarono al dominio inglese, i coreani combatterono l’occupazione giapponese e una rivoluzione in Ungheria portò all’effimera Repubblica Sovietica. Nel 1920, i Bolscevichi di Lenin organizzarono il Congresso dei Popoli Orientali, o di Baku, per costruire un movimento rivoluzionario marxista dei popoli sfruttati e oppressi del mondo coloniale, chiamando contemporaneamente i Paesi avanzati, in particolare europei, a sostenerlo. Circa 1891 delegati provenienti da più di 25 Paesi tra cui Turchia, Persia, Egitto, India, Afghanistan, Cina, Giappone, Corea, Siria e Palestina vi parteciparono. Nel manifesto si legge: “Qui a Baku, ai confini dell’Europa e dell’Asia, rappresentiamo decine di milioni di contadini e lavoratori di Asia e Africa in rivolta, mostrando al mondo le ferite e i segni delle fruste sulle nostre spalle, i segni lasciati dalle catene ai nostri piedi e mani. E noi solleviamo i nostri pugnali, le nostre rivoltelle e le nostre spade e giuriamo, davanti al mondo, che utilizzeremo queste armi non per combatterci ma per combattere i capitalisti. Crediamo sinceramente che voi, lavoratori di Europa ed Asia, si uniscano sotto la bandiera dell’Internazionale Comunista per la lotta comune, per la vittoria comune“. L’Internazionale Comunista, o Comintern, fu fondata nel 1919 da Lenin in risposta alla Seconda Internazionale che aveva spinto i lavoratori a combattersi nella Prima Guerra Mondiale per il proprio Paese imperialista e contro l’unità della classe operaia. Nel secondo congresso del luglio 1920, il Comintern diede rilievo alla lotta anticoloniale e questo orientamento aiutò a formare il movimento comunista internazionale nei decenni successivi. Il Comintern doveva svolgere un ruolo importante nella costruzione dei partiti comunisti nel mondo, sia negli Stati avanzati che coloniali. Il sostegno indiscriminato di Lenin al diritto delle nazioni all’autodeterminazione, compresa la secessione, ebbe un impatto enorme sui Paesi oppressi. Aggiunse la parola “oppressi” allo slogan di Karl Marx e Friedrich Engels, “lavoratori ed oppressi di tutti i Paesi unitevi!” Il suo pamphlet rivoluzionario, “Imperialismo: stadio supremo del capitalismo“, pubblicato nel 1918, studiava la trasformazione del sistema capitalistico nel capitalismo finanziario, coi suoi tentacoli allargarsi su tutto il mondo. Spiegò che questo sarebbe diventato la base dell’unione tra liberazione nazionale e lotta di classe. “Il capitalismo è diventato un sistema globale di oppressione coloniale e asfissia finanziaria della stragrande maggioranza della popolazione mondiale da parte di una manciata di Paesi “avanzati”. E questo “bottino” è condiviso tra due o tre potenti predatori internazionali armati fino ai denti“. I soviet furono creati a Cuba in quel periodo, e i partiti comunisti nacquero in molti Paesi oppressi, come Sud Africa, India, Indocina, Indonesia, Sudan, Iraq, Vietnam e altrove. La prima conferenza dei partiti comunisti in America Latina si tenne a Buenos Aires (Argentina) nel 1929. Circa 38 delegati provenienti da Argentina, Brasile, Bolivia, El Salvador, Guatemala, Cuba, Colombia, Ecuador, Messico, Panama, Paraguay, Perù, Uruguay e Venezuela vi parteciparono. Gli aderenti presenti alla conferenza decisero che la rivoluzione in America Latina doveva essere antimperialista e solidale con l’Unione Sovietica. Dopo la Seconda guerra mondiale e la sconfitta della Germania nazista dai sovietici, quasi tutta l’Europa orientale fu liberata dal dominio imperialista. In Vietnam, dopo la resa del Giappone, i soviet furono creati in tutto il Paese e i contadini occuparono la terra cominciando la lunga strada per l’indipendenza ottenuta 30 anni dopo. Nel 1949 la rivoluzione cinese scosse il mondo e portò 700 milioni di persone in ciò che divenne rapidamente il campo socialista. Nel 1959 c’erano 14 Paesi socialisti con un miliardo di persone. Le lotte di liberazione nazionale di quel periodo cambiarono il mondo. Incoraggiati dalle lotte armate in Asia, Algeria, Zimbabwe, Mozambico e altri Paesi ebbero movimenti di resistenza ferocemente contrastati dai colonialisti.
In un memo relativo ai rapporti col campo socialista, redatto dopo un incontro con Nikita Khrushjov nel 1961, il governo provvisorio della Repubblica di Algeria scrisse: “L’aiuto promesso è arrivato: grandi consegne di armi ai fronti orientali e occidentali… e poi l’accordo per addestrare piloti (nell’Unione Sovietica)“. Nel 1962, l’Algeria ottenne l’indipendenza, dopo aver perso un milione di persone nella guerra fattagli dalla Francia. Quando i primi Paesi post coloniali cominciarono ad emergere in Africa, Medio Oriente, Asia e America Latina, l’Unione Sovietica gli fornì un enorme sostegno militare e materiale. Gamal Abdel Nasser in Egitto, Sukarno in Indonesia e Jawaharlal Nehru in India ne beneficiarono. Nel 1965, l’aiuto sovietico ai Paesi emergenti superò i 9 miliardi di dollari in assistenza economica e militare, secondo i dati statali. Ciò permise a questi Stati di perseguire uno sviluppo indipendente che altrimenti non sarebbe stato possibile nel mercato capitalistico globale. Potevano negoziare condizioni più eque con l’Unione Sovietica, che non era soggetta ai cicli di espansione e recessione del sistema capitalistico. Questo era anche vero nel campo socialista dove Paesi come Repubblica popolare democratica di Corea, Vietnam, Cuba e Europa orientale beneficiarono dell’aiuto economico e militare sovietico. L’invasione della Corea da parte degli Stati Uniti fu scacciata con l’aiuto diretto dell’Unione Sovietica. La sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam fu in gran parte dovuta al sostegno militare dell’Unione Sovietica. E sebbene l’India non sia mai stata parte del campo socialista, la sua prima acciaieria fu costruita dall’Unione Sovietica. Quando Regno Unito, Francia e Israele invasero l’Egitto nel 1956, l’Unione Sovietica aiutò il Paese, che finalmente riuscì a spingere i colonizzatori. La rivoluzione cubana del 1959 fu considerata una minaccia enorme dagli Stati Uniti. Quando Fidel Castro istituì il socialismo sull’isola, gli Stati Uniti imposero il blocco economico e politico, e nel 1961 sbarcarono nella Baia dei Porci per invadere l’isola, ma furono respinti dalle forze cubane. L’Unione Sovietica aiutò la nazione a consolidare la rivoluzione favorendo condizioni commerciali preferenziali e fornendo materiale militari per scoraggiare l’invasione statunitense.
Il campo socialista guidato dall’Unione Sovietica commise anche errori e abusi. Dopo la morte di Lenin nel 1924, sotto la guida di Josif Stalin, il fallimento della rivoluzione nel convincere i movimenti di liberazione nazionale borghesi portò al tradimento di molti dei militanti più combattivi, come il tradimento della rivoluzione cinese negli anni Venti col massacro di migliaia di comunisti da parte dei nazionalisti borghesi. L’illusione di un possibile ravvicinamento con gli imperialisti, dopo Stalin, portò alla rottura con alleati naturali come la Repubblica popolare cinese e a difficoltà con altri Paesi che accusarono l’Unione Sovietica di non considerane la particolare situazione. Tuttavia, il potere dell’Unione Sovietica e del campo socialista come polo progressivo da più di 70 anni, tenne a bada l’imperialismo e protesse l’indipendenza e lo sviluppo di molti Paesi. In Sudafrica, l’Unione Sovietica costruì il rapporto col Partito Comunista e poi col Congresso Nazionale Africano guidato da Oliver Tambo che disse a una conferenza a Cuba: “L’Unione Sovietica, Cuba, molti Paesi socialisti hanno permesso a molti capi di Stato oggi qui presenti di sopravvivere, vincere e diventare leader di Paesi indipendenti. Era un crimine contro l’imperialismo. Lo sappiamo“. All’inizio degli anni Sessanta, l’Unione Sovietica fornì assistenza militare all’UMC, l’Umkhonto we Sizwe, e al Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola. Nel 1961, Kwame Nkrumah, Primo primo ministro del Ghana, visitò l’Europa orientale e dichiarò solidarietà a Unione Sovietica e Cina. Nel 1962, l’Unione Sovietica gli assegnò il Premio per la Pace Lenin per gli sforzi per unire il continente africano nella lotta al saccheggio. Come molti altri leader anticolonialisti, Patrice Lumumba del Congo si ritrovò in piena guerra fredda e lotta di classe mondiale. Molti dirigenti avevano paura d’incorrere nell’ostilità degli Stati Uniti rivolgendosi all’Unione Sovietica per aiuti. Ecco perché il movimento non allineato fu creato a metà degli anni 50. Ma Lumumba cercò aiuto in Unione Sovietica e subito dopo, nel 1960, si è ebbe il colpo di Stato che assassinò il leader panafricano. Nel 1962, a Mosca fu fondata l’Università Patrice Lumumba per studenti provenienti dai Paesi in via di sviluppo. La sua missione era dare ai giovani dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, soprattutto di famiglia povera, l’opportunità di studiare e qualificarsi. Milioni di studenti ricevettero istruzione gratuita in ingegneria, agricoltura e altre discipline durante l’era sovietica. Anche la CIA lo riconobbe: “I Sovietici insegnarono a molti studenti dell’America latina e dei Caraibi, coltivandone l’organizzazione del lavoro e approfittando dello sviluppo dei sentimenti pro-marxisti tra gli attivisti religiosi“.
Quando l’Unione Sovietica crollò nel 1991, ebbe un impatto economico devastante sui Paesi che sosteneva. Cuba creò il “periodo speciale” di austerità. Il Vietnam fu costretto a ricorrere al capitale occidentale. L’India si ritrovò sotto la pressione del FMI e dovette privatizzare le industrie pubbliche. In America Centrale, il Fronte Nazionale di Liberazione Farabundo Marti fu costretto al compromesso, così come l’ANC in Sudafrica. La fine dell’Unione Sovietica e della Rivoluzione Russa vide l’acuirsi dell’aggressione imperialista nel mondo. Iraq, Somalia, Jugoslavia, Afghanistan, Libia e Siria sono stati invasi dagli Stati Uniti poiché il campo socialista non c’era più ad impedirlo. Questo è l’innegabile segno della sua importanza, non solo impedire le guerre imperialiste, ma anche come ispirazione e base del socialismo e dell’emancipazione dei popoli.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Cent’anni fa: i Bolscevichi presero il potere

Michael Jabara Carley SCF 07.11.2017Era l’ottobre 1917. Quasi sessant’anni da quando i primi populisti, o narodniki, cominciarono a costruire un movimento rivoluzionario in Russia per rovesciare l’autocrazia zarista. Sessanta anni sono tanti per far crescere e rafforzare un movimento rivoluzionario. In tre generazioni, i successivi rivoluzionari adempirono alla causa nonostante le sconfitte e la repressione della polizia zarista. Infine, a febbraio-marzo 1917, secondo i calendari giuliano o gregoriano, l’autocrazia zarista crollò. Tale deus ex machina cadde all’improvviso, un dono degli Dei al movimento rivoluzionario, ma un incubo per l’élite privilegiata zarista. L’ultimo dei Romanov, Nicola II, fu costretto ad abdicare. Fu vittima in qualche modo di sé stesso. Trascinò la Russia nella Grande Guerra nell’agosto 1914. Grandi territori furono persi, milioni di soldati morti e l’economia crollava. L’élite della società degli zar dovette tirare la cinghia mentre le condizioni economiche peggioravano, ma il popolino, le masse degli operai e dei contadini, subì gravi difficoltà. I lavoratori non potevano nutrire le famiglie o tenerli al caldo durante l’inverno; e i contadini erano la principale fonte di carne da cannone per una guerra in cui non avevano interessi e che produsse solo tragiche notizie su padri e figli che non sarebbero tornati mai più a casa. Così le donne che dimostrarono per il pane nelle strade di Pietrogrado, la capitale russa, avviarono il movimento popolare che abbatté lo zar. L’esercito si volse al popolo e l’apparentemente eterno potente sistema zarista si distrusse come se fosse stato solo un castello di carte per bambini. Furono istituiti nuovi organi democratici di governo, chiamati Soviet (consigli) dei deputati degli operai e dei soldati e si diffusero rapidamente in tutto il Paese. Alcuni storici sostengono che l’abdicazione dello zar fu una trama e che il popolo russo non fu partecipe della rivoluzione del 1917, istupidito, non conoscendo i propri interessi fu facilmente ingannato dal piccolo partito degli assassini bolscevichi. Tali storici perseguono l’agenda “neoliberale” per screditare la rivoluzione del 1917 e gli uomini e le donne che l’attuarono. Sono atlantisti e russofobi che rispolverano le vecchie storie delle generazioni passate di storici o proiettano il bolscevismo sull’attuale leadership della Federazione russa e in particolare sul Presidente Vladimir Putin, per quanto assurdo appaia. La storia è politica quando si tratta di URSS e Federazione Russa. Infatti, l’abdicazione dello zar non fu una trrma, e il popolo non fu passivo, sordo o manipolabile. Operai, soldati e contadini avevano tuttavia imparato a distinguere tra i vari partiti “socialisti” che volevano guidarli. Si trattava principalmente dei Socialisti rivoluzionari (SR), dei Menscevichi e dei Bolscevichi. I primi due gruppi affermarono di non poter guidare la rivoluzione senza l’aiuto della “borghesia”, in particolare il partito KD o Cadetto, che rappresentava le ex-élite zariste ed urbane. Ma i cadetti non volevano la rivoluzione; volevano soffocarla prima che nuocesse ai loro interessi economici e finanziari. SR e Menscevichi, socialisti all’acqua di rose, potevano parlare molto, ma poi esitavano nel precipitare l’azione rivoluzionaria. Così cedettero il potere ai “cadetti” “politicamente esperti” e ad altri membri dell’élite zarista, organizzati nel cosiddetto governo provvisorio. Fu ironico, poiché i ministri del governo provvisorio non erano né eletti democraticamente né rivoluzionari. Il capo del nuovo governo russo era Aleksandr F. Kerenskij, un cosiddetto trudoviki, membro di una fazione degli SR. Kerenskij non era più socialista o democratico di un attore che l’interpretasse sul palco. Si vide come potenziale dittatore e se ne vantava. Sui temi chiave, volle continuare la guerra e sospendere la riforma terriera. Queste domande erano le uniche cose che riguardavano i soldati-contadini che pensavano solo di restare vivi e tornare a casa per approfittare della ridistribuzione della terra. Kerenskij era deciso, coi suoi colleghi cadetti, a fermare la rivoluzione, chiudere i Soviet e imprigionare o impiccare i Bolscevichi.
Sì, i Bolscevichi erano la bête noire di Kerenskij. Erano i veri rivoluzionari che non si sarebbero fermati vedendo lo zar tolto di mezzo per poi collaborare con l’élite zarista. SR e Menscevichi, che a marzo avevano la maggioranza nel Soviet di Pietrogrado, persero rapidamente terreno verso i Bolscevichi. Il movimento rivoluzionario svoltò a sinistra e Kerenskij non poté impedirlo. Soldati e operai, che in un primo momento non riconobbero le differenze tra i vari politici “socialisti”, divennero più attenti nei successivi mesi. Erano abbastanza intelligenti da riconoscere i loro interessi, essenzialmente pace, terra e pane e capire che l’unico partito disposto ad attuare questi obiettivi politici erano i Bolscevichi. Se erano una minoranza a marzo; in autunno i Bolscevichi avevano la maggioranza in molti Soviet, i più importanti a Pietrogrado e Mosca. Per gli SR e i Menscevichi, fu straniante vedersi erodere la base popolare. V. I. Lenin e L. D. Trotzkij erano allora i leader più importanti e noti del partito bolscevico. Trotzkij divenne il presidente del Soviet di Pietrogrado nel primo autunno, mentre Lenin formulò la politica che presentò ai suoi colleghi assai indipendenti. Rovesciate il governo dei proprietari e dei capitalisti, disse. “Tutto il potere ai Soviet” divenne la parola d’ordine di Lenin. I Bolscevichi avrebbero governato controllando i Soviet. Questa idea fu più facile a dirsi che a farsi perché molti Bolscevichi erano incerti sull’avere sufficiente sostegno popolare da prendere e mantenere il potere. Pietrogrado era rossa, ma il resto del Paese? Lenin presentò le sue idee al Comitato Centrale bolscevico il 10 e 23 ottobre e furono attuati i piani per rovesciare il governo provvisorio. Una settimana dopo, venne istituito il Comitato Militare Rivoluzionario (Voenno-revoljutsjonniji Komitet) dominato dai Bolscevichi, ma organo del Soviet di Pietrogrado che includeva SR di sinistra ed anarchici. Il suo compito era adottare le misure concrete necessarie per trasferire il potere statale ai Soviet. Ciò significava, innanzitutto, affermare il controllo sulle truppe della guarnigione e sui depositi di armi precedentemente sotto l’autorità nominale del Governo provvisorio. I marinai di Kronstadt e di Helsinki ebbero l’ordine di trasferirsi nella capitale. Alcuni bolscevichi, come L. B. Kamenev, si opposero all’immediata presa del potere. Lenin lo richiamò con furia. “Affrettatevi“, rispose quando i preparativi sembravano in ritardo. “Non basta“, si scoraggiava quando sembrò che pochi marinai e soldati venissero inviati nella capitale. Il rovesciamento del Governo provvisorio doveva essere compiuto prima dell’apertura del secondo Congresso Pan-Russo dei Soviet, del 25 ottobre/7 novembre. “Il governo si agita“, disse Lenin ai suoi colleghi: “Dev’essere estinto a tutti i costi. Ritardare l’azione è fatale“. Il 22 ottobre/4 novembre, i migliori oratori bolscevichi girarono per la città per l’adunata. Il discorso di Trotzkij quel giorno alla Casa del Popolo attirò una grande folla. “La rivoluzione è in pericolo“, dichiarò: “Solo voi potete difenderla“. “Supportate il Soviet di Pietrogrado dei Deputati degli Operai e dei Soldati?” Chiese. Come un solo uomo, gli ascoltatori alzarono le mani. “Lo giuriamo“, gridarono. “Lasciate che questo voto sia il vostro voto“, rispose Trotzkij, “con tutta la vostra forza e con qualsiasi sacrificio sostenete il Soviet…” Ancora alzando le mani, la folla rispose sempre: “Lo giuriamo, lo giuriamo”. Ovunque Trotzkij parlasse per riunire operai e soldati della guarnigione, fu accolto con commozione, eccitazione e saluti tonanti. Quando si alzò per parlare, la folla vivace finalmente si zittì per ascoltare. “Fu il momento“, ricordò un osservatore: “non seguì tanto un discorso quanto uno slogan ispiratore“. Chi dice che operati e soldati di Pietrogrado furono passivi istupiditi che non riconoscevano i propri interessi?
Nel frattempo, Kerenskij sentiva il cappio stringersi intorno al collo del governo provvisorio. S’incontrava ogni giorno col suo governo per prendere le misure per fermare i Bolscevichi. Furono indagati gli aderenti del Comitato Militare Rivoluzionario. I giornali dell’opposizione furono chiusi; redattori e giornalisti andavano arrestati. Cadetti militari, convalescenti di guerra, un battaglione di donne, chiunque potesse camminare o sgambettare con una gamba o due fu comandato in una caserma. Kerenskij cercava di evitare la presa ferrea del Comitato Rivoluzionario Militare al collo. Inutilmente. Gli ordini non ebbero risposta. I quotidiani chiusi furono riaperti su ordine di Trotzkij. Più Kerenskij cercava di allentare il cappio intorno al collo, più si stringeva. “Nei rapporti tra un governo debole e un popolo ribelle, c’è il momento“, scrisse il giornalista John Reed, “in cui ogni atto delle autorità esaspera le masse...” Era arrivato quel momento. Kerenskij, disse un SR di sinistra, non trovò una dozzina di soldati che giungessero in sua difesa. Su ordine del Comitato Militare Rivoluzionario, soldati, marinai e Guardie Rosse istituirono blocchi intorno la capitale. Le truppe governative che proteggevano i ponti sulla Neva furono disperse e sostituite da distaccamenti fedeli al Soviet di Pietrogrado. I principali uffici furono occupati, poste, telefono e telegrafo, la banca di Stato, le stazioni ferroviarie e gli snodi. Il cappio si stringeva ancor più intorno al collo di Kerenskij, e pochi sembravano preoccuparsene. In genere, alcuni Menscevichi malvagi cercarono di salvarsi la pelle e quella del governo provvisorio. Ma era troppo tardi. Le scene intorno alla capitale furono surreali. Mentre alcune parti della città erano al buio e chiuse, la prospettiva Nevskij era aperta come al solito. Le prostitute giravano in cerca di clienti. I casinò erano aperti, rumorosi e puzzolenti di tabacco e sudore. Per i cicisbei e la ricca élite era forse l’ultima occasione per gustare champagne e sfidare la fortuna. Coppie vestite in modo elegante camminavano a braccetto, forse per andare al teatro o in un ristorante in cui nessun operaio o soldato si avventurava, se non come cameriere e lavapiatti. I tram funzionavano, notò John Reed, e i negozi e le sale erano illuminati. “Abbiamo avuto i biglietti per il balletto al Teatro Mariinskij, tutti i teatri erano aperti“, ricordava, “ma era troppo eccitante la fuori“. Nel frattempo, Lenin sbuffava e fumava ogni volta che percepiva il minimo allentamento dell’azione. Il Comitato Militare Rivoluzionario divenne più aggressivo. Nelle prime ore del 25 ottobre/7 novembre i soldati insorti presero il controllo della centrale elettrica di Pietrogrado. L’elettricità nella maggior parte degli edifici governativi fu interrotta. Così le linee telefoniche del ministero della Guerra e a ciò che divenne l’ultima ridotta del governo provvisorio, il Palazzo d’Inverno. Alle 11 di quel giorno, Kerenskij lasciò Pietrogrado su una Renault prestata dall’ambasciata statunitense per cercare truppe fedeli. La sua ricerca fu inutile. “Possiamo dire che“, riferì il capo della missione militare francese a Parigi, “Kerenskij non ha più un solo sostenitore“. Allo stesso tempo, il Comitato Militare Rivoluzionario pubblicò un annuncio inviato in tutto il Paese che dichiarava che il governo provvisorio era stato rovesciato. Questo non era affatto vero perché il Palazzo d’Inverno, dove risiedeva il governo di Kerenskij, non era ancora caduto. L’edificio fu sigillato, ma ci furono problemi nella logistica e ritardi nell’assalto finale. Rappresentanti del Comitato Militare Rivoluzionario entrarono nel palazzo per parlare coi difensori affinché lasciassero l’edificio in modo pacifico. Molti lo fecero. Alle 21:30 l’incrociatore Aurora, ancorato sulla Neva, sparò una salva tonante, spingendo altri difensori ad abbandonare i loro posti. Più tardi l’artiglieria della vicina fortezza di Pietro e Paolo sparò dei proiettili veri questa volta. Infine, alle ore 2 del 26 ottobre/8 novembre, i soldati e i marinai entrarono nel Palazzo d’Inverno: i ministri furono arrestati, i loro ultimi difensori si arresero senza combattere. “Dov’è Kerenskij?” I soldati volevano sapere. Erano furibondi che gli fosse sfuggito. Ci furono ancora spasmi di resistenza a Pietrogrado. La prima sessione del Congresso Pan-Russo dei Soviet si aprì la sera del 25 ottobre/7 novembre. C’erano pressioni per creare un cosiddetto “governo congiunto pan-socialista“. Lenin non voleva averci a che fare perché aveva visto abbastanza “compromessi” di Menscevichi e SR con la vecchia élite zarista. Anche allora, Kamenev ancora cercò di ostacolare Lenin. “Non possiamo trattenerli“, disse, “Tutto è contro di noi. Non abbiamo uomini“. Potete immaginare la furiosa reazione di Lenin.
John Reed entrò nella sala riunioni e assisté a questi eventi. Lenin era arrivato poco prima delle 21. “Un strano leader popolare” scrisse Reed nel suo classico I Dieci Giorni che Sconvolsero il Mondo: “un leader puramente in virtù dell’intelletto; incolore, senza umore, senza compromessi e distaccato, senza idiosincrasie pittoresche, ma col potere di spiegare idee profonde in termini semplici… e combinata con l’astuzia, la più grande audacia intellettuale“. Mentre Lenin entrò nella sala congressi, lui e i suoi compagni furono accolti con “ondate su ondate di applausi”. “Bozhe ty moj (Oh mio Dio), ci siamo riusciti“, questi delegati devono aver pensato in quel tumulto. “Avremo un governo sovietico“, dichiarò Lenin, “il nostro organo di potere senza la presenza di alcun borghese…” Questo era il punto principale. “Dobbiamo ora dedicarci“, concluse Lenin, “alla costruzione di uno Stato socialista proletario“. Potete immaginare gli applausi straripanti a seguito delle sue parole. “Lenin, con Trotzkij accanto, era fermo come una roccia“, ricorda Reed: “Lasciate che i compromessi accettino il nostro programma e che possano entrare! Non cederemo un pollice. Se ci sono compagni qui che non hanno il coraggio e la volontà di osare ciò che abbiamo osato, lasciateli andare...” Gli SR di sinistra rimasero. Menscevichi e gli altri SR uscirono dal congresso nelle prime ore del mattino per protestare contro la presa del potere dei Bolscevichi. Fecero il gioco di Lenin. Trotzkij si alzò per rispondere alla loro dipartita. “L’ascesa delle masse popolari non richiede alcuna giustificazione. Quello che è successo è un’insurrezione, non una cospirazione. Abbiamo rafforzato l’energia rivoluzionaria di operai e soldati di Pietrogrado… E adesso ci viene detto: rinunciate alla vittoria, fate concessioni, compromessi. Con chi? Chiedo… Con quei gruppi miserabili che ci hanno lasciato…? Falliti miserabili, avete avuto la vostra parte, andate dove dovete andare; nella pattumiera della storia!” Il congresso esplose in applausi tumultuosi e l’ultimo dei Menscevichi lasciò la sala tra fischi e derisioni.
Altrove, il sindaco di Pietrogrado e i deputati della Duma della città, ancora controllata da cadetti e SR, dimostrarono contro la presa del potere. Guidarono un “Comitato per la salvezza del Paese” che previde una rivolta per rovesciare le nuove autorità sovietiche e ripristinare il governo provvisorio. La loro idea era agire in combinazione coi cosacchi che Kerenskij allora cercava di spingere contro i Bolscevichi. Il Comitato Militare Rivoluzionario lo comprese e l’insurrezione lanciata prematuramente fallì. I soldati e gli operai di Pietrogrado non avrebbero rischiato la vita per ristabilire il marcio governo provvisorio. La volontà di Menscevichi ed SR di allearsi coi cosacchi aizzati da Kerenskij siglò il loro fallimento, come Trotzkij avrebbe senza dubbio notato col suo caratteristico disprezzo. Nel frattempo, Kerenskij arrivò a Pskov, quartier generale dell’Armata settentrionale, a 280 chilometri a sud-ovest di Pietrogrado. Incontrò il generale P. N. Krasnov, un cosacco del Don e per nulla difensore della rivoluzione. Sulla carta, Krasnov comandava forze di grandi dimensioni, ma poté raccogliere solo un migliaio di uomini a marciare su Pietrogrado. Erano le stesse forze su cui Menscevichi ed SR contavano per ripristinare il governo provvisorio. “Kerenskij conta di arrivare domani a Pietrogrado“, diceva un rapporto francese. Questo il 28 ottobre/10 novembre. Un altro rapporto diceva che Kerenskij sarebbe arrivato due giorni dopo. Quasi l’intero fronte fu detto sostenesse “l’azione contro il bolscevismo (sic)“. S’impose un momento di riflessione per i francesi. Quel giorno, infatti, la piccola forza di Krasnov fu sconfitta e dispersa a Pulkovo, non lontano da Pietrogrado. Fu una battaglia sanguinosa con gravi perdite da entrambe le parti. I comandanti sovietici liberarono Krasnov e i suoi uomini sopravvissuti in cambio della promessa di non riprendere le armi contro il nuovo governo sovietico. Non pagò essere così generosi perché Krasnov non ebbe alcuna intenzione di rispettare la parola data e andò a sud per organizzare un esercito antibolscevico. Quanto a Kerenskij, un telegramma francese a Parigi indicò che dopo aver parlato di suicidio, “scomparve”. Infatti, si nascose prima di fuggire dal Paese per finire a Parigi. Tale fu la fine ignominiosa del presunto potente dittatore della Russia. Ci furono anche alcuni combattimenti a Mosca, ma le forze sovietiche prevalsero. L’autorità sovietica si diffuse velocemente in tutto il Paese, anche se non ovunque. In Ucraina, territori dei cosacchi e Caucaso l’opposizione sorse incoraggiata dagli agenti dell’Intesa che trasportavano borse di rubli. L’attenzione di Lenin puntò ai nemici interni mancando apparentemente di prevedere il pericolo proveniente dagli alleati occidentali della Russia, intenti a rovesciare l’autorità sovietica. La diffusione della rivoluzione mondiale, scommise, si prenderà cura dell’imperialismo tedesco, ma che dire dell’Intesa? E cosa sarebbe successo se le proposte di pace sovietiche non ricevevano risposta? “Vogliamo una pace giusta“, spiegò Lenin, “ma non abbiamo paura di una guerra rivoluzionaria“. S’engage, et puis on voi. Lenin conosceva quest’assioma di Napoleone e lo citò anni dopo per spiegare come la rivoluzione uscì vittoriosa. Si vedrà. Nel frattempo, i governi alleati stesero i piani per distruggere la nascente repubblica sovietica. Cosa avrebbero fatto allora i bolscevichi?Traduzione di Alessandro Lattanzio