Evoluzione della cooperazione interregionale tra Russia e Cina

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 05.01.2018La cooperazione regionale offre maggiore profondità e solidità alle relazioni economiche tra i due Paesi. Dimostra il livello di fiducia reciproca e facilita l’instaurazione di relazioni veramente strette, l’integrazione economica e culturale. Comprendendo ciò, Russia e Cina incoraggiano i contatti tra le loro regioni. Una delle importanti tendenze della cooperazione interregionale russo-cinese è il Progetto Volga-Yangtze. Nel 2013, in accordo con l’approvazione del Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, fu creato il gruppo di lavoro congiunto sulla cooperazione nei settori economico e umanitario per le regioni del distretto federale del Volga della Federazione Russa e le Rotte Superiori e Centrali del fiume Yangtze in Cina. Il Distretto Federale del Volga comprende 14 entità territoriali della Federazione Russa, con quasi 30 milioni di abitanti (20% della popolazione russa). Le zone superiori e medie del fiume Yangtze comprendono cinque province cinesi e Chongqing, un comune autonomo con una popolazione di 360,6 milioni di persone. Entro la fine del 2017, le parti si sono scambiate diverse visite e hanno avuto alcune riunioni congiunte. Sono stati raggiunti accordi di cooperazione commerciale ed economica tra l’amministrazione dell’Oblast di Nizhnij Novgorod (il cui centro amministrativo, Nizhnij Novgorod, è anche il centro amministrativo del distretto federale del Volga) e le province cinesi Anhui e Sichuan. Nel complesso, si può notare che la cooperazione tra queste grandi unità regionali di Russia e Cina si sviluppa abbastanza lentamente. Ciò per via di molti ostacoli legislativi, l’assenza di condizioni favorevoli per gli scambi commerciali e il rigoroso regime dei visti tra i due Paesi. Tuttavia, molti specialisti ritengono che se queste difficoltà venissero rimosse, le relazioni tra Distretto Federale del Volga e Rotte Alta e Media del fiume Yangtze hanno un futuro luminoso. Inoltre, l’interazione tra Cina e Kraj Altaj della Federazione Russa è notevolmente aumentata di recente. La cooperazione nell’economia, nell’istruzione e nella cultura si sviluppa tra la suddetta regione russa e la Cina. La base della cooperazione economica tra Kraj Altaj e Cina è il commercio di prodotti agricoli. Come è noto, il Kraj Altaj è tra le principali entità territoriali della Federazione Russa nell”agricoltura. Il mercato cinese dei prodotti alimentari è uno dei principali mercati per l’esportazione in questa regione. La Grande Cina acquista periodicamente grandi volumi di farina, cereali e miele dell’Altaj Inoltre, il Kraj Altaj è il più grande fornitore di olio vegetale russo della Cina. Nel 2015, la regione vendette alla Cina 5,4 mila tonnellate di farina e più di 26 tonnellate di miele (nove volte la quantità di miele acquistato dai cinesi nel 2014). Nel giugno 2016, l’amministrazione del Kraj Altaj informò dell’aumento del quadruplo del fatturato economico estero con la Cina nell’ultimo anno. Oltre ad altri prodotti, la Cina acquistava centinaia di tonnellate di gelato dall’Altaj. Nel 2017 questa tendenza continuava. Il Kraj Altaj ha il commercio più vivace con la regione autonoma dello Xinjiang Uygur, territorio autonomo nel nord della Cina. Il trasporto di merci avviene su strada attraverso Kazakistan e Mongolia. Tuttavia, l’eccedenza di cereali osservata nel Kraj Altaj e la domanda in costante crescita della Cina di prodotti alimentari di qualità e prodotti agricoli di base richiedono ad entrambe le parti l’espansione del commercio e l’inclusione di nuove regioni della Cina. La crescita delle esportazioni verso la Cina è la principale preoccupazione dell’amministrazione del Kraj Altaj. Va notato che vi sono alcuni ostacoli nella legislazione cinese, che impediscono al commercio russo-cinese di prodotti agricoli di svilupparsi pienamente. Ad esempio, nonostante la crescente popolarità dei prodotti cerealicoli dell’Altaj in Cina, il sistema di quote d’importazione della farina esistente in Cina, impedisce la crescita delle forniture, nonostante la crescente popolarità dei prodotti cerealicoli dell’Alta; queste quote sono solo assegnate alle aziende cinesi.
Oggigiorno, Russia e Cina hanno trattative su annullamento o allentamento delle restrizioni alle importazioni cinesi dei prodotti agricoli, e un certo successo è già stato raggiunto. Pertanto, la Cina è obbligata a sbarazzarsi delle barriere tariffarie entro il 2020, che non corrispondono ai requisiti dell’OMC. Nel novembre 2017 si svolgeva l’incontro tra il Governatore del Kraj Altaj Aleksandr Karlin e Li Hui, l’ambasciatore cinese in Russia, per discutere delle prospettive dello sviluppo del commercio e della cooperazione negli investimenti tra Kraj Altaj e Cina. Oltre ai tradizionali campi, le parti hanno toccato il tema del turismo. Secondo Li Hui, il territorio mostra un notevole potenziale in questa sfera. Nello stesso mese, la delegazione del Kraj Altaj si recava a Shanghai, alla XXI Esposizione Internazionale di Cibo e Bevande, la fiera mondiale cinese su cibo e ospitalità FHC 2017. Gli uomini d’affari e i funzionari cinesi hanno l’opportunità di conoscere i vari prodotti delle Imprese dell’Altaj. In generale, le prospettive della cooperazione economica tra Cina e Kraj Altaj possono essere considerate favorevoli. È noto che l’agricoltura cinese non può soddisfare pienamente le richieste della popolazione del Paese e l’importazione cinese di prodotti alimentari aumenterà nel prossimo futuro. Inoltre, molti cinesi sono preoccupati per l’uso eccessivo di prodotti chimici e alimenti geneticamente modificati, a cui gli agrari cinesi ricorrono per massimizzare i raccolti. Considerando questi fattori, così come i lavori per la liberalizzazione della legislazione commerciale cinese, i produttori russi di prodotti agricoli biologici possono contare su una significativa crescita degli scambi commerciali con la Cina ne prossimo futuro.
Un’altra interessante notizia sulla cooperazione russo-cinese regionale è l’estensione dei contatti tra Cina e Repubblica cecena. Il business petrolifero è la principale sfera della cooperazione economica tra Cecenia e Cina. Nell’aprile 2017, la società cecena OAO “Chechenneftehimprom” e la cinese СРТSA SA firmavano un accordo di cooperazione. I produttori di petrolio cinesi ottenevano l’approvazione per l’esplorazione e lo sviluppo dei giacimenti di petrolio/gas ceceni. Come primo partner straniero della Cecenia nel settore petrolifero, СРТSA SA riceveva la promessa di condizioni operative favorevoli. Secondo le parole del Primo ministro ceceno Abubakar Edelgeriev, le parti s’impegneranno non solo nell’estrazione petrolifera ma anche nella raffinazione del petrolio, influenzando positivamente l’economia cecena. Un’altra sfera d’impegno tra Cina e Cecenia sono le disposizioni sulla sicurezza. Recentemente, la crescita delle minacce terroristiche si notava nella regione autonoma cinese dello Xinjiang Uygur. Per mantenere la sicurezza sul suo territorio, la Cina intende adottare le migliori tattiche antiterrorismo cecene. Con tale visione, nel novembre 2017, la delegazione cinese guidata da Chen Gopin, rappresentante speciale per la lotta al terrorismo e la sicurezza della Repubblica popolare cinese, visitava la Cecenia. Oltre alle questioni sulla sicurezza, i rappresentanti della delegazione discussero dello sviluppo della cooperazione economica coi funzionari ceceni, affermando che la Cecenia è ricca di risorse e ha un notevole potenziale turistico.
In conclusione, si può notare che Russia e Cina sviluppano costantemente la cooperazione tra queste due regioni, che già paga dei dividendi.Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Disperazione energetica e fallimento di Trump

Caleb Maupin, NEO 24.09.2017Nonostante i discorsi sulla Russia nel 2016 ed argomentazioni ed accuse al riguardo, la politica statunitense verso il Paese più grande della Terra permane. Ciò è dovuto al fatto che la politica è guidata dalla ricerca di Wall Street dei profitti, non da buoni o cattivi desideri dei singoli politici. Nelle elezioni del 2016, sembrava che una delle maggiori differenze tra Donald Trump e Hillary Clinton fosse la posizione sulla Russia. Trump disse “se possiamo andare avanti con la Russia, sarà è molto bello“. Hillary Clinton tentò di collegare Trump al Presidente Vladimir Putin, che definì “Grande padrino del nazionalismo globale“. Dalle elezioni, i dirigenti politici continuano ad allarmare sulla presunta “ingerenza russa” che avrebbe influenzato la votazione.

La guerra fredda soffia all’Assemblea Generale
Proprio come Barack Obama, le relazioni degli Stati Uniti con la Russia non sono migliorate dalla dipartita di Bush, con Trump che calca la mano anti-russa. Nel discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Donald Trump ha fatto del suo meglio nel rilanciare affermazioni nazionalistiche. Ha ripetuto l’amata frase “America First“. Oltre a un passaggio sull’Ucraina, non ha criticato direttamente la Russia, ma questa omissione era un trucco. Trump ha scelto diversi Paesi da criticare e minacciare. Se Trump fosse stato veramente preoccupato dei diritti umani e dell’esportazione del terrorismo, avrebbe criticato l’Arabia Saudita, come fece per le elezioni. Tuttavia, non l’ha criticata. Se Trump fosse stato preoccupato del caos creato dai narcos, avrebbe criticato il governo del Messico, come fece spesso nella campagna elettorale. Tuttavia, non disse niente. Da comandante degli Stati Uniti, non da politico che cerca voti, Trump attacca solo Paesi amici o alleati con la Russia. Trump fece false dichiarazioni sull’economia iraniana, ignorando i grandi successi della Repubblica Islamica e invocava la possibilità di rivedere l’accordo nucleare. Trump attaccava Cuba, ignorando i vasti miglioramenti nel Paese e la notevole reputazione nell’assistenza medica nel mondo. Trump attaccò il governo del Venezuela, accusandone delle difficoltà il governo socialista bolivariano e nient’altro. Da lì, Trump ha continuato a ripetere il cliché ideologico statunitense: “Il problema in Venezuela non è che il socialismo sia stato attuato male, ma che il socialismo è stato attuato fedelmente. Dall’Unione Sovietica a Cuba fino al Venezuela, ovunque sia stato adottato il vero socialismo o il comunismo, ha provocato angosce, devastazioni e fallimenti. Chi predica i principi di queste ideologie screditate contribuisce solo alla continua sofferenza delle persone che vivono in questi crudeli sistemi“. Per gli spettatori internazionali, ciò appare una dichiarazione strana per un discorso delle Nazioni Unite. Non per nulla, pause sparse e tentativi di farsi applaudire illustravano l’ignoranza di Trump della politica internazionale. Dopo tutto, il vago concetto di “socialismo” è l’ideologia dichiarata del Partito laburista inglese, nonché da numerosi governi socialdemocratici in Europa, Africa e altrove vicini agli Stati Uniti e che non hanno alterato il capitalismo. Tuttavia, per milioni di statunitensi che guardano Trump alla CNN, il discorso ha suscitato l’immagine di un Paese in particolare. Quando Trump cominciò a parlare di “ideologie screditate” e di “vero socialismo o comunismo”, l’immagine richiamata negli USA, nonostante il crollo dell’URSS, era un ufficiale russo in colbacco che abbaiava ordini con greve accento. Lanciandosi in fraseologie da guerra fredda accanto alla frase “America First“, Donald Trump invitava gli statunitensi a ricordarsi il discorso sull'”impero del male” di Ronald Reagan. Non menzionava direttamente il governo della Russia, e non badava ai suoi scopi internazionali. A coloro che hanno visto il discorso negli Stati Uniti, Trump, in effetti, riportava gli statunitensi a 40 anni prima, con slogan “Abbasso i russi! Abbasso i russi!

La politica estera statunitense non è cambiata, ecco perché
Il professore di Harvard, Dr. Marshall Goldman, avrebbe detto “è comprensibile perché il popolo russo consideri Vladimir Putin suo salvatore“. Il successo della leadership di Putin in Russia e la base del fanatismo russofobo di USA ed alleati della NATO poggia su due entità: Gazprom e Rosneft. Da studente di dottorato, Vladimir Putin scrisse sul concetto di “campioni nazionali” o aziende che lavorerebbero non solo per i propri profitti, ma a beneficio del Paese. Scrisse: “il processo di ristrutturazione dell’economia nazionale deve avere l’obiettivo di creare società più efficaci e competitive sul mercato nazionale e mondiale“. Mentre andò al potere alla fine del XX secolo, Putin adottò una rapida riforma economica, imponendo la flat tax del 13%, e soprattutto cominciando a costituire due società statali che divenissero centrali nell’economia. Nel 2006, Gazprom, un’impresa controllata dal governo russo, aveva il monopolio sull’esportazione del gas naturale del Paese. British Petroleum, tra gli altri enti controllati dall’estero o da oligarchie, fu espulsa dagli affari. Nel 2011 Gazprom controllava il 17% della produzione di gas naturale del mondo e il 18,4% delle riserve di gas naturale mondiali. Mentre Gazprom fornisce gas alla Russia ad un tasso ridotto stimolando l’economia nazionale, esporta gas in 25 Paesi. Circa il 60% delle entrate di Gazprom proviene dai mercati esteri. Il 38% del gas naturale dell’Unione europea è ora importato dalla Russia. Perché Wall Street odia Gazprom? La ragione è semplice. Ogni oncia di gas naturale che Francia, Italia, Germania, Repubblica Ceca, Turchia, Austria, Romania, Bosnia-Erzegovina, Polonia, Bulgaria, Finlandia, Macedonia, Lettonia e Lituania acquistano dalla Russia è un’oncia di gas naturale che non viene acquistato negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Questo ente statale e produttivo crea entrate per Putin tagliandogli mercato e profitti. Gazprom è stato utilissimo per il popolo russo, che ha visto espandere notevolmente la propria economia, ma è stato dannoso per i miliardari di Stati Uniti e Gran Bretagna. Anche Rosneft, la compagnia petrolifera controllata dallo Stato, si è allargata. È la 51.ma azienda del mondo dal 2016. Rosneft vende petrolio in tutto il pianeta, non solo in Europa, ma anche in India. British Petroleum e altre corporazioni occidentali sono state costrette a collaborare con Rosneft e a vederla esplorare il fondale artico per l’estrazione di petrolio e gas naturale. La Cina ha continuato a crescere rapidamente negli ultimi decenni e ha bisogno di importare più combustibile per alimentare il crescente apparato produttivo. La Russia fornisce quantità crescenti di petrolio e gas naturale. Nel 2014, Gazprom accettò di fornire alla Cina ogni anno 38 miliardi di metri cubi di gas naturale. Nel 2019, il gasdotto Power of Siberia, in fase di costruzione, inizierà a fornire gas naturale alla Repubblica popolare cinese.Disperazione energetica, non “dominio energetico”
Le sanzioni statunitensi adottate contro la Russia il 2 agosto hanno specificamente preso di mira il progetto Nordstream 2, la costruzione di un nuovo gasdotto con cui la Russia aumenterà le esportazioni nei mercati europei. Mentre si preparavano a votare le sanzioni, i legislatori statunitensi cinguettavano cinicamente di “diritti umani”, “Ucraina” e “omosessualità”. Tuttavia, la lingua usata e gli enti che le sanzioni avrebbero dovuto colpire indicano direttamente le vere motivazioni dell’attacco economico. Il relatore Tim Ryan dell’Ohio dichiarava, alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, senza alcuna vergogna o imbarazzo: “Dobbiamo continuare a concentrarci su come vendere il nostro gas agli alleati in Europa”. La traduzione evidente delle sue parole è “gli europei dovranno acquistare gas naturale dalle società statunitensi, non dai russi“. Mentre varie figure della NATO e dell’Unione europea hanno ceduto alla pressione di USA e Gran Bretagna, e si sono detti contrari al Nordstream 2, la Germania no. La Germania ha votato nettamente per il progetto, poiché l’importazione di gas naturale dalla Russia è molto più conveniente che dal Nord America, in un altro continente oltreoceano. Non dovrebbe sorprendere che i funzionari tedeschi fossero furiosi per le nuove sanzioni statunitensi imposte alla Russia. Le politiche dall’amministrazione Trump guardano allo sfruttamento di petrolio e gas naturale con ottimismo. La frase usata è “dominio energetico”. In realtà, si dovrebbe parlare di “disperazione energetica”. Gli Stati Uniti erano una volta dipendenti da Paesi come Arabia Saudita, Venezuela e Nigeria per il petrolio. Nel 1974, il Congresso USA vietò l’esportazione di petrolio in qualsiasi Paese, tranne il Canada, nel boicottaggio dell’OPEC. Ma ciò fu tutto. L’invenzione dell’estrazione idraulica, in cui petrolio e gas naturale possono essere estratti dallo scisto nel sottosuolo statunitense, ha reso gli USA “indipendenti nell’energia”, e con una produzione di petrolio e gas naturale a livelli record, il divieto dell’esportazione è stato rimosso. Gli Stati Uniti non sono più dipendenti dalle importazioni di energia e il prezzo del petrolio e del gas naturale è diminuito. I produttori statunitensi di petrolio e gas naturale hanno più da vendere che mai e quindi hanno disperatamente bisogno di clienti se vogliono mantenere i profitti. La natura “libera del mercato” disorganizzato della produzione petrolifera ha spinto il mercato statunitense ad essere estremamente inefficiente. Le grandi quattro “super”-compagnie petrolifere competono per esempio con piccole imprese come Devon Energy e Haliburton, tra le altre, in un’irrazionale caccia al profitto. Nonostante l’abbondanza nazionale, gli USA continuano ad importare petrolio da Medio Oriente, Africa e America Latina, mentre ne esportano. Donald Trump non è più responsabile solo dei suoi traffici. È il “capo dello Stato” del Paese. Pressione gli viene posta da forze di tutti i settori dell’economia statunitense. Gas e petrolio vanno venduti e vanno trovati nuovi clienti. Mentre Trump potrebbe avere favorito migliori rapporti con la Russia per ragioni politiche, l’economia statunitense urla con “disperazione energetica”. Wall Street vuole profitti, e ciò significa cacciare la Russia dal mercato. Quindi, nessuno si sorprenda vedendo Trump prendere il podio alle Nazioni Unite e condannare numerosi alleati della Russia, suscitando immagini russofobe da guerra fredda nella psiche statunitense. Non sorprenda che molti Paesi attaccati da Trump siano esportatori di petrolio. Il Venezuela è un concorrente dei magnati petroliferi di Wall Street, così come l’Iran. Va notato che Sadam Husayn e Muamar Qadafi guidavano compagnie petrolifere statali in concorrenza con le supermajor occidentali.

La retorica del mercato libero rifiutata dalla storia
La realtà ironica è che quando Trump ha fatto le sue rampogne anti-comuniste, la prova che fossero dichiarazioni false si trovano nella loro motivazione. Negli anni ’90 la Russia abbracciò il liberismo avanzato da FMI, Banca mondiale e Jeffrey Sachs, economista dell’Università della Colombia. Il risultato fu caos e povertà con Boris Yeltsin, l’amato amico di Bill Clinton. Il ripristino della forza economica della Russia è il risultato della proprietà statale e della pianificazione centrale. La Russia si è allontanata dalla povertà e dal caos con lo sviluppo pianificato di Putin dei “campioni nazionali” sotto controllo statale come entità centrali. Mentre le ciance da guerra fredda di Trump erano ovviamente destinate ad evocare sentimenti negativi sulla Russia, un’altra entità presente era la Cina. La Cina è guidata da un Partito Comunista e la sua economia centralizzata e controllata dallo Stato l’ha resa la seconda economia del mondo. La Cina ha cessato d’essere il malato dell’Asia per essere al centro del progresso e dello sviluppo economico. Solo pochi giorni dopo che Trump spiegò al mondo che socialismo e comunismo falliscono sempre, il treno più veloce del mondo, che collega Pechino e Shanghai, è stato inaugurato. Questo “treno-proiettile” è stato creato da un’ente statale, la Chinese Railway Corporation, secondo un “Piano quinquennale”. Si può immaginare una più definitiva confutazione dell’anticomunismo ciarlatano di Trump? All’Assemblea Generale la Cina annunciò che il prossimo Congresso Nazionale del Partito Comunista del 18 ottobre sarà un “momento chiave nello sviluppo del socialismo con caratteristiche cinesi”. Il fatto che i media statunitensi come la CNN abbiano elogiato Trump per il suo discorso da guerra fredda, e si siano concentrati solo sui commenti sul “Rocket Man” della Corea democratica, dimostra che Trump è stato messo in riga. Come capo del governo degli Stati Uniti, Trump fa il suo lavoro cercando di assicurare profitti all’élite miliardaria degli Stati Uniti, come quasi tutti gli altri presidenti. Questo è più difficile, perché nonostante la mitologia nel discorso di Trump, è il capitalismo, in particolare quello neoliberista statunitense, che fallisce.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Cina aumenta l’influenza sull’Afghanistan

Vladimir Platov New Eastern Outlook 21.09.2017Non sorprende che gli Stati Uniti non siano l’unico Stato a riconoscere l’importanza geopolitica dell’Afghanistan. Tra le altre nazioni profondamente interessate a questo Stato dell’Asia centrale c’è la Cina. Fin dal 2011, quando fu lanciato il vertice “Cuore dell’Asia”, la Cina fa ogni sforzo per migliorare i rapporti con tutte le nazioni impegnate nella ricostruzione dell’Afghanistan. Pechino organizzò una riunione coi partner regionali, tra cui Iran, Pakistan e Russia, e collabora strettamente con il gruppo di coordinamento quadripartito tra Afghanistan, Pakistan, Stati Uniti e Cina, nonché i taliban. Tuttavia, negli ultimi tre anni la Cina è sempre più interessata a stretti legami con l’Afghanistan. Dopo il ritiro della maggior parte delle forze d’occupazione degli Stati Uniti, Pechino inviò a Kabul un gruppo di funzionari guidati dal Ministro degli Esteri Wang Yi. Infatti, negli ultimi tre anni, Pechino forniva più assistenza all’Afghanistan di quanto abbia fatto nei tredici anni precedenti.

Interessi cinesi in Afghanistan
Le ragioni di Pechino sono abbastanza chiare da sempre. Cerca la graduale riduzione delle truppe NATO in Afghanistan per ridurre l’influenza di Washington e creare una “zona di stabilità” ai confini della Cina. Allo stesso tempo, i funzionari di Pechino si rendono conto che fintanto che la situazione in Afghanistan rimarrà instabile, le forze della NATO e statunitensi avranno un pretesto per prolungare la presenza in un territorio confinante con la Cina. Inoltre, è estremamente importante che Pechino garantisca l’attuazione sicura dell’iniziativa economica Fascia e Via (OBOR), indebolendo i gruppi terroristici operanti nella regione, tra cui lo SIIL. Tali gruppi garantiscono che l’Asia centrale rimanga un quadro politico potenzialmente esplosivo. Ciò consente ai terroristi di preoccupare Pechino sulla stabilità nazionale e regionale. Quel che è peggio è che la tensione sempre presente nell’Asia centrale può potenzialmente mettere in pericolo l’iniziativa promettente dell’OBOR. Un brusco aumento delle attività dello SIIL in Afghanistan e Asia centrale è la maggiore preoccupazione della Cina, dato che tale minaccia può essere controbilanciata solo con l’aiuto di operatori regionali e dall’antiterrorismo costantemente crescente di Cina e Russia. Pechino ritiene che i terroristi dello SIIL possano infiltrarsi nel territorio cinese dal confine Pakistan-Cina per tentare in qualche modo di sabotare l’OBOR.

La Cina e la lotta al terrorismo internazionale
A questo proposito, negli ultimi anni la Cina ha lanciato la lotta al terrorismo internazionale sostenendo i Paesi dell’Asia centrale e meridionale, in particolare l’Afghanistan, e aumentando la spesa per la sicurezza degli operatori regionali nel contrastare la crescente minaccia terroristica. Non c’è da meravigliarsi che Pechino sia al comando di ogni grande esercitazione antiterrorismo nella regione, da allora. Tale politica viene perseguita da Pechino soprattutto perché, secondo stime di medio e lungo termine, quando i conflitti nel Medio Oriente finiranno, lo SIIL agirà in Afghanistan e negli altri Stati dell’Asia centrale. Per queste ragioni, dal 2016 le autorità cinesi rafforzano i confini statali e guidano le esercitazioni antiterrorismo. È anche curioso che, secondo la legislazione cinese, Pechino possa considerare lo schieramento di truppe nel territorio di uno Stato confinante nel caso in cui la sicurezza nazionale cinese sia minacciata. Se si tiene conto dell’esperienza della Russia nell’assistenza a Damasco nell’antiterrorismo, e del desiderio degli Stati Uniti di aumentare l’influenza in Afghanistan e altri Paesi della regione, i politici cinesi potrebbero pianificare l’aumento degli investimenti negli Stati regionali come forma di contrappeso. Sul rafforzamento della cooperazione cinese con Kabul nella lotta antiterrorismo, la decisione di Pechino di assisterla nella creazione di unità speciali per la guerra in montagna è particolarmente degna di nota. In particolare, come osservato a metà agosto dal Ministero della Difesa afghano, la Cina finanzierà la creazione di un’unità di forze speciali nel Badakhshan, per garantire la sicurezza di questa provincia montuosa ai confini con il Tagikistan. Pechino non si è semplicemente impegnata a creare le infrastrutture necessarie, ma a sostenere l’unità con armi ed equipaggiamenti. Prima di ciò, i vertici militari cinesi annunciarono l’intenzione di fornire all’Afghanistan 73 milioni di dollari in aiuti militari.Vladimir Platov, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Un accordo ha appena cambiato il quadro energetico globale

La Rosneft fa acquisizioni in India e la Cina entra in Rosneft con un’interessante partnership a tre vie
Dave Forest, Russia Insider 19/9/2017

Uno dei più grandi eventi sull’energia quest’anno è la Rosneft che acquista l’Essar Oil indiana, dando alla società russa l’aggancio a uno dei più grandi mercati petroliferi e gasiferi emergenti del mondo. E questa settimana la storia è diventata più complessa. Con Rosneft che stipula un altro grande accordo, interessando un altro peso massimo nell’energia, la Cina. Rosneft ha annunciato la vendita di una quota significativa del proprio patrimonio a investitori cinesi. In questo caso, la piccola società di esplorazione e produzione CEFC China Energy. Anche se pochi investitori la conoscono, la CEFC porta un importante capitale nell’accordo, accettando di versare 9 miliardi di dollari per acquisire il 14,16% della Rosneft. L’accordo è storico essendo il primo grande acquisto della Cina nell’industria energetica russa (anche se le imprese cinesi finanziano progetti di esportazione di LNG nell’Artico russo), dimostrando la forza dei legami sempre più stretti tra Russia e Cina nell’ambito energetico. Rosneft e CEFC sono al centro di questi rapporti crescenti. Con le due società che hanno firmato un accordo nel settembre scorso, per l’approvvigionamento a lungo termine di greggio russo per la Cina. L’acquisto delle azioni di questa settimana consolida ulteriormente i rapporti commerciali, e dimostra che la Cina vede la Russia come alleato cruciale nel gioco sull’energia. Ma vi sono implicazioni che vanno oltre. Con la Cina ora ha un accesso ai mercati dell’India, attraverso le aziende da Rosneft recentemente acquisite nel Paese. Questo è uno sviluppo cruciale nel quadro energetico mondiale. Dato che le aziende cinesi non hanno direttamente accesso all’India, nonostante la nazione sia uno dei più importanti soggetti emergenti sul piano energetico. La proprietà della Rosneft potrebbe cambiare ciò e potrebbe aprire opportunità in altre parti del mondo, dato che Rosneft attualmente opera dall’Egitto al Brasile al Venezuela.
Una nota intrigante della storia: CEFC acquista la quota di Rosneft da Glencore e dal fondo sovrano del Qatar, che l’avrebbe acquistato solo nove mesi prima per 12 miliardi di dollari. Ciò significa che questi titolari si accollano una perdita del 25% nella vendita, a meno di un anno dall’acquisto. Ma nel frattempo, Glencore ha stipulato un accordo lucroso scambiando il greggio russo della Rosneft, probabilmente per compensare le perdite con la Rosneft e qualcos’altro. Tutto ciò mostra la complessità di questa rapida evoluzione del mondo dell’energia. Osservando altri accordi energetici di Cina e Russia e l’influenza emergente di queste due superpotenze energetiche in altri mercati chiave, come l’India.

L’accordo Rosneft-Cina risponde a molte domande
Tom Luongo Seeking Alpha 13.09.2017Glencore e l’Autorità per gli investimenti del Qatar vendono la quota della Rosneft, azienda petrolifera russa, a una piccola società cinese, CEFC China Energy Co., per 9 miliardi di dollari. Questo accordo pone molte domande ma risponde anche ad altre. La joint venture tra QIA e Glencore si dividerà la maggior parte della quota di Rosneft con Glencore che mantiene lo 0,5% e QIA il 4,7%. CEFC ottiene il rimanente 14,6% dal gigante petrolifero russo. Inoltre, Glencore conserva l’accordo per 220000 barili al giorno dalla Rosneft. I termini dell’operazione sono stati erroneamente segnalati da Zerohedge con QIA e Glencore che acquistano il 25% della quota con l’accordo stipulato a dicembre. Ma l’accordo da 12 miliardi di dollari è ancora in vigore, con la CEFC che acquista il 75% della quota per 9 miliardi di dollari.

Domande sul Qatar
Quindi, la domanda è perché il QIA vende la quota della Rosneft ora? Il collaboratore della Fellow SA Craig Pirro lo studia da ciò che esce dalla Russia, ritenendolo solo una mossa di Putin. Non sono del tutto in disaccordo, ma Pirro non considera i massicci cambiamenti geopolitici negli ultimi dieci mesi dall’accordo originale. In primo luogo, tali accordi sono sempre motivati dal punto di vista geopolitico. Tutto ciò che coinvolge Qatar, Russia e petrolio è prima e soprattutto geopolitica e non politica del profitto/perdita. Il Qatar acquistò Rosneft come passo per far firmare ai russi la riduzione della produzione OPEC incrementata con forza dai sauditi. Inoltre, il Qatar doveva convincere Putin che non finanziava più i gruppi di al-Qaida che combattono il governo di Assad a Idlib. Dopo che l’accordo fu annunciato, la resistenza nella Siria nordoccidentale cominciò a sbriciolarsi, e il Qatar deve trovare amici più grossi prima di finire appeso da qualche parte. L’Arabia Saudita non ha potuto convincere Putin ad accettare le riduzioni perché non aveva nulla da dare alla Russia. Si ricordi che il rublo ora galleggia liberamente, mentre il riyal saudita no, poiché i sauditi sono in crisi finanziaria e politica mentre i russi escono da una recessione che li avrebbe paralizzati se non avessero svincolato il rublo nel novembre 2014. Quindi, il Qatar entrò a mediare l’accordo, come riportato da Bloomberg e Financial Times lo scorso anno, dando a Putin ciò che voleva per firmare il taglio della produzione. Rosneft ottiene molta liquidità, il Qatar guadagna un alleato nella Russia, il prezzo del petrolio si stabilizza e Glencore ottiene un buon accordo sul petrolio russo. Vincono tutti. Arrivando ad oggi, col Qatar che subisce la forte pressione dei sauditi che ne bloccano le attività, gli Stati Uniti che impongono rigorose sanzioni alle banche europee che fanno affari con l’industria energetica russa e la Cina presa di mira dall’amministrazione Trump su più fronti. Quindi, mentre l’economia di questo accordo sul prezzo corrente delle azioni della Rosneft non ha molto senso, come ha sottolineato Pirro, c’è molto più in gioco, per chi ne è interessato, di qualche centinaio di milioni di azioni di un arbitrato che potrebbe cambiare in pochi giorni.

Risposte dalla Cina
La Cina entra qui per salvare non solo BancaIntesa, la banca italiana che ha provveduto a far fluire gran parte del finanziamento per l’accordo, ma anche il Qatar che ottiene una grande infusione di liquidità in dollari assai necessari. La Russia s’integra ulteriormente nel sistema di negoziazione petrolifera della Cina di Shanghai, tra cui i molto discussi contratti futures convertibili in oro (GLD). Ciò scansa l’accordo dalle nuove sanzioni statunitensi. Infatti, compie un perno perfetto da tali sanzioni. Si ricordi che il segretario al Tesoro Steve Mnuchin ha apertamente minacciato, di nuovo, le banche cinesi di espulsione dal sistema SWIFT. Era per la Corea democratica, ma intimamente collegato all’acquisto di petrolio dei cinesi. Tale minaccia è credibile contro le banche del Qatar. Russia e Stati Uniti hanno già scambi così esigui in dollari da essere irrilevanti sul grande piano delle cose. La Russia già sostituisce Visa con il proprio sistema di pagamento interno denominato Mir. La Cina ha già UnionPay. Ma tale minaccia non è semplicemente credibile contro la Cina, il più grande partner commerciale degli Stati Uniti. Sarebbe un atto di autodistruzione dei mercati globali dei capitali. Inoltre, testerebbe il sistema di pagamento interbancario cinese (CIPS) sulla capacità di gestire il finanziamento del commercio della Cina. CIPS è conforme al protocollo SWIFT. Questo accordo consolida ancor più Cina e Russia quali alleati strategici, sempre più vicini e più importanti ad ogni tentativo di punirle per perseguire ciò che ritengono loro interesse nazionale. Inoltre, sottolinea l’impegno della Cina con il Qatar. La Cina è un suo importante partner commerciale. E questo accordo è una dichiarazione importante ai sauditi che la Cina è disposta a correre in difesa di un suo importante fornitore di energia e di dettare i termini. A un certo punto, la Cina smetterà di offrire dollari per il petrolio dell’Arabia Saudita. Compiendo ogni mossa per garantirsi di pagare le fonti in yuan, il cambio col dollaro saudita s’indebolisce. Rosneft su questo accordo è neutrale. È semplicemente un mezzo per le grandi manovre geopolitiche. Per il Qatar è un passo positivo, visto l’ovvio scambio con l’investimento originale di dicembre, per comprarsi alcuni mesi per resistere alla pressione economica saudita, prima di decidere di far fluttuare la propria moneta. Per la Cina, l’accordo è una vittoria netta perché assicura un flusso maggiore di petrolio russo nei propri mercati petroliferi, continuando a consolidare fiducia tra gli investitori e nel tempo. E questa è veramente la vittoria definitiva per tutti loro.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La battaglia per le ricchezze minerarie dell’Afghanistan

Prof. Michel Chossudovsky, Global Research, 24 agosto 2017Trump chiede l’escalation della guerra in Afghanistan. Perché? Fa parte della “guerra mondiale al terrorismo”, contro i cattivi, oppure è un’altra cosa? Ignoto al pubblico, l’Afghanistan ha notevoli risorse di petrolio, gas naturale e materie prime strategiche, per non parlare dell’oppio, industria da miliardi di dollari che alimenta il mercato illegale dell’eroina negli USA. Queste riserve minerarie includono enormi giacimenti di ferro, rame, cobalto, oro e litio, una materia prima strategica utilizzata nella produzione di batterie ad alta tecnologia per computer portatili, telefoni cellulari e autovetture elettriche. L’implicazione della decisione di Trump è saccheggiare e rubare le ricchezze minerarie dell’Afghanistan per finanziare la “ricostruzione” di un Paese distrutto dagli Stati Uniti e dai loro alleati dopo 16 anni di guerra, cioè “riparazioni di guerra” pagate all’aggressore?
Un memo del Pentagono del 2007, citato dal New York Times, suggerisce che l’Afghanistan potrebbe diventare l’Arabia Saudita del litio. (New York Times, Gli USA identificano le ricchezze minerarie in Afghanistan, 14 giugno 2010, e BBC del 14 giugno 2010, vedi anche Michel Chossudovsky, Global Research, 2010).
Se richiederebbe molti anni sviluppare un’industria mineraria, il potenziale è così grande che funzionari e dirigenti credono che potrebbe attrarre grandi investimenti; “Qui c’è un potenziale stupefacente”, dichiarava il generale David H. Petraeus, comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, “Ci sono tantissime cose, naturalmente, ma credo che sia potenzialmente molto significativo”. “Sarà la spina dorsale dell’economia afghana”, affermava Jalil Jumriany, consigliere del ministro delle Miniere afgano. (New York Times, op cit.)
Ciò che questo rapporto del 2007 non menziona è che ciò è noto a Russia (Unione Sovietica) e Cina dagli anni ’70. Mentre il governo afgano del presidente Ashraf Ghani invitava il presidente Donald Trump a promuovere gli investimenti degli Stati Uniti nel settore minerario, compreso il litio, la Cina è all’avanguardia nello sviluppo dei progetti per l’estrazione e l’energia, nonché di oleodotti e corridoi dei trasporti. La Cina è un importante partner commerciale e di investimenti dell’Afghanistan (assieme a Russia e Iran), che potenzialmente supererebbero gli interessi economici e strategici degli Stati Uniti in Asia centrale. L’intenzione della Cina è integrare nei trasporti terrestri il corridoio di Wakhan che collega l’Afghanistan alla regione autonoma cinese del Xinjiang Uyghur. L’Afghanistan avrebbe 3 trilioni di dollari in minerali inesplorati, e le società cinesi hanno acquisito i diritti per estrarre enormi quantità di rame e carbone e sfruttano le prime concessioni di esplorazione petrolifere concesse agli stranieri in decenni. La Cina ricerca anche grandi depositi di litio, i cui impieghi vanno dalle batterie alle componenti nucleari. “I cinesi investono anche in energia idroelettrica, agricoltura e costruzione. È in corso un collegamento stradale diretto verso la Cina attraverso il confine di 76 chilometri tra i due Paesi”. (New Delhi Times, 18 luglio 2015)
L’Afghanistan ha riserve petrolifere estese, esplorate dalla National Petroleum Corporation della Cina (CNPC).“La guerra fa bene agli affari”
Le basi militari statunitensi affermano il controllo statunitense sulle ricchezze minerarie dell’Afghanistan. Secondo Foreign Affairs, “Vi sono più forze militari statunitensi in Afghanistan che in qualsiasi altra zona di guerra“, e il cui mandato ufficiale è “combattere” taliban, al-Qaida e SIIL nell’ambito della “Guerra globale al terrorismo”. Perché tante basi militari? Perché altre forze inviate da Trump? L’obiettivo non dichiarato della presenza militare degli Stati Uniti in Afghanistan è impedire alla Cina di stabilire relazioni commerciali ed investimenti con l’Afghanistan. Più in generale, l’istituzione di basi militari in Afghanistan sul confine occidentale della Cina rientra nel processo di accerchiamento militare della Repubblica popolare cinese, ossia schieramenti navali nel Mar della Cina meridionale, strutture militari a Guam, Corea del Sud, Okinawa, Jeju, ecc.

Pivot in Asia
Secondo il patto di sicurezza afghano-statunitense, istituito nell’ambito degli obiettivi asiatici di Obama, Washington e partner della NATO hanno una presenza militare permanente in Afghanistan, con strutture militari situate vicino alla frontiera occidentale della Cina. Il patto mirava a consentire agli Stati Uniti ad avere nove basi permanenti situate strategicamente ai confini di Cina, Pakistan e Iran, nonché Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan. La presenza militare degli Stati Uniti, tuttavia, non ha impedito l’espansione dei rapporti commerciali e degli investimenti tra Cina e Afghanistan. Un accordo di partenariato strategico fu firmato tra Kabul e Pechino nel 2012. L’Afghanistan ha lo status di osservatore nell’Organizzazione della cooperazione di Shanghai (SCO). Inoltre, il vicino Pakistan, ormai pieno aderente alla SCO, ha stretti rapporti bilaterali con la Cina. E ora Donald Trump minaccia il Pakistan, che per molti anni è stato il bersaglio della “guerra non dichiarata dei droni” degli USA. In altre parole, è avvenuto un cambiamento geopolitico che favorisce l’integrazione dell’Afghanistan a fianco del Pakistan nell’asse eurasiatico degli investimenti e dell’energia. Pakistan, Afghanistan, Iran e Cina collaborano in progetti su gasdotti e oleodotti. La SCO di cui sono aderenti Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan, provvede la piattaforma geopolitica per l’integrazione dell’Afghanistan nei corridoi per l’energia e i trasporti eurasiatici. La Cina intende integrare l’Afghanistan nella rete dei trasporti nell’ambito dell’Iniziativa Fascia e Via. Inoltre, il gigante minerario statale cinese Metallurgical Corporation of China Limited (MCC) è già riuscito a prendere il controllo del grande deposito di rame di Mes Aynak, in un’area controllata dai taliban. Già nel 2010 Washington temeva “che la Cina affamata di risorse cercherà di dominare lo sviluppo delle ricchezze minerarie dell’Afghanistan, sconvolgendo gli Stati Uniti… Dopo aver ottenuto la concessione per la miniera di rame di Mes Aynak, nella provincia di Logar, la Cina vuole chiaramente di più“. (Mining)

La Cina e la battaglia per il litio
I conglomerati minerari cinesi sono in concorrenza per il controllo strategico del mercato mondiale del litio, che fino a poco tempo prima era controllato dai “Big Three”, Rockwood Lithium di Albemarle (North Carolina), Sociedad Quimica y Minera de Chile e FMC Corporation (Philadelphia) attiva in Argentina. Mentre i Big Three dominano il mercato, la Cina rappresenta una grande quota della produzione mondiale di litio, classificandosi al quarto posto come maggiore produttore di litio dopo Australia, Cile e Argentina. Nel frattempo il gruppo cinese Tianqi ha assunto il controllo della più grande miniera di litio australiana, Greenbushes. Tianqi possiede ora il 51% della Talison Lithium, in collaborazione con l’Albemarle della North Carolina. Questa spinta alla produzione di litio è legata al rapido sviluppo dell’automobile elettrica in Cina: “La Cina è ora “il centro dell’universo del litio”. La Cina è già il più grande mercato di auto elettriche. BYD, società cinese sostenuta da Warren Buffett, è il più grande produttore di auto elettriche del mondo e le aziende cinesi producono la maggiore quantità di litio per batterie. Ci sono 25 aziende che producono 51 modelli di auto elettriche in Cina. Quest’anno ne saranno vendute oltre 500000 in Cina. Ci sono voluti 7 anni alla GM per vendere 100000 Chevy Volts dal 2009. La BYD ne venderà 100000 solo quest’anno!” (Mining, novembre 2016)
Le dimensioni delle riserve di litio in Afghanistan non sono chiare. Gli analisti ritengono che le riserve ancora da sfruttare non avranno un impatto significativo sul mercato mondiale del litio.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora