Quali sono le conseguenze dell’abbandono del gasdotto South Stream?

Valentin Vasilescu, Reseau International 13 dicembre 2014

FSU_Pipelines-2014-03_engIl 3 dicembre 2014, il Presidente Vladimir Putin annunciava che la Russia era costretta ad abbandonare la costruzione del gasdotto South Stream, che doveva rifornire i Balcani e l’Europa centrale. La decisione era conseguenza della continua ostruzione dell’Unione europea, con Bruxelles che costringeva la Bulgaria a rifiutare il transito del gasdotto South Stream nel suo territorio. Il ruolo dell’Ucraina come Paese di transito è finito, i russi useranno i gasdotti in Ucraina solo per la quantità necessaria per il suo consumo interno. Gazprom consente all’UE di rifornirsi di gas da due sole linee della rete dei gasdotti Druzhba: North Stream e Blue Stream.
Il gasdotto North Stream trasporta il gas dalla Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico, aggirando Polonia e Paesi baltici. È costato 7,5 miliardi dollari e fu commissionato nel novembre 2011. Blue Stream, lungo 1213 km, passa sul fondo del Mar Nero e rifornisce la Turchia dal 2003. Gli Stati dell’Europa centrale e sud-orientale, sulla direzione strategica del gasdotto ucraino della rete dei gasdotti Druzhba (che chiuderà) compreranno gas russo alla frontiera dell’Unione europea, cioè in Turchia, Paese che non aderisce all’UE. Slovacchia, Repubblica ceca, Austria, Ungheria, Serbia, Montenegro, Bosnia, Macedonia, Croazia, Slovenia, Italia, Moldova, Romania e Bulgaria sono in questa situazione. E’ interessante notare che nei primi mesi del 2009, il Presidente Vladimir Putin propose al presidente romeno Traian Basescu di consentire la costruzione del gasdotto South Stream sul territorio rumeno, cioè la via più breve dal Mar Nero all’Ungheria. Allo stesso tempo, Putin lanciò una proposta: “Ho un’altra offerta per la Romania, un’offerta difficile da rifiutare. Che propongo al presidente Basescu. Siamo pronti a vendere direttamente a Romgaz tutto il gas russo necessario all’Ucraina per un anno, che poi rivenderà all’Ucraina. È una buona offerta, no?” A causa del rifiuto del presidente Traian Basescu, l’Europa centrale e orientale ne sopportano le conseguenze ad oggi. Finora, la Romania riceveva il gasdotto russo che attraversa il sud-est dell’Ucraina, nello snodo di Isaccea, provincia di Tulcea. E la Repubblica di Moldavia, che dipende al 100% dal gas russo, veniva rifornita dal gasdotto ucraino attraverso una connessione in Transnistria. Ora riceverà il gas da Turchia e Bulgaria, e avrà bisogno di un collegamento con la Romania che a sua volta riceverà il gas russo dalla Bulgaria. In questo contesto, i cittadini moldavi si trovano con una situazione complicata dal voto parlamentare del 30 novembre 2014. Il paradosso sta nel fatto che il loro voto ha permesso a tre partiti europeisti (contro la Russia) al potere (PDLM, DPM, PL) di formare la nuova maggioranza parlamentare che non lascia possibilità di una fornitura alla Moldova di gas russo. La compagnia Eustrema, operatore del gasdotto della Slovacchia, ha detto di voler costruire un oleodotto dalla Slovacchia al confine bulgaro-turco per soddisfare il fabbisogno di gas russo, come deciso da Bruxelles. Nei termini più ottimistici, ciò significa una spesa aggiuntiva di 750 milioni di euro, la metà della rete, tenendo conto delle linee esistenti. Il resto sarà costruito in Romania e Bulgaria. I lavori di costruzione richiederanno almeno tre anni.
La Russia ortodossa incoraggiò nel XIX secolo i movimenti politici per la liberazione dei popoli ortodossi dei Balcani sotto il dominio ottomano. La guerra russo-turca (1877-1878) permise l’indipendenza di Romania, Serbia, Montenegro e l’autonomia della Bulgaria (sotto la protezione della Russia). Grazie ai governi degli Stati del Sud-Est Europa, completamente asserviti agli interessi di Bruxelles, nel 2015 questi Paesi torneranno sotto il dominio turco con la dipendenza energetica. E i popoli di questi Paesi non hanno idea di ciò che hanno perso facendosi usare dall’UE per colpire la Russia.

image001Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La mossa di Putin e la stupidità dell’UE

William Engdahl New Eastern Outlook 7/12/2014puterdo2South Stream, il progetto da 45 miliardi di dollari per fornire gas russo con il gasdotto sottomarino nel Mar Nero a Bulgaria e mercati dei Balcani e del sud Europa, è morto. Il presidente russo Vladimir Putin ne ha dichiarato la morte il 1° dicembre, nel viaggio in Turchia per incontrare il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Ciò ha importanti conseguenze geopolitiche ed economiche per l’UE. Come ha spiegato Putin, “Se l’Europa non vuole realizzarlo, allora vuol dire che non sarà realizzato. Favorendo il flusso delle risorse energetiche in altre regioni del mondo. Non abbiamo ottenuto i permessi necessari dalla Bulgaria, così non possiamo continuare il progetto. Non possiamo fare investimenti solo per fermarli alla frontiera bulgara“, ha detto Putin. “Naturalmente, ciò è una scelta dei nostri amici europei“. Il presidente russo non ha perso un minuto a mostrare l’intenzione del reindirizzo. Il vero perdente non è la Russia, ma l’Unione europea che è riuscita ancora una volta a spararsi sui piedi con l’instabilità su pressione del dipartimento di Stato di Washington, di Victoria Nuland e dei falchi dell’amministrazione Obama. Il South Stream avrebbe rifornito con sicurezza i Paesi del sud dell’Unione europea Bulgaria, Ungheria, Austria, Italia, Croazia e anche Serbia, evitando i gasdotti che attraversano l’Ucraina. Allo stesso modo, per evitare il ripetersi delle interruzioni ucraine, indotte dagli USA, del gas russo all’UE nel 2009, Russia e Germania decisero la costruzione di Nord Stream, evitando l’Ucraina. Ora, forzando la Bulgaria, membro dell’Unione europea, a fermare South Stream con il ricatto di un piano di salvataggio delle banche bulgare, nel giugno scorso, l’Unione europea si farà carico della sicurezza del gas dall’Ucraina, un Paese che la politica smidollata dell’UE spinge a divenire uno Stato fallito governato da una cricca di gangster ed oligarchi appoggiati da Bruxelles e Washington. Potremmo usare il termine “stupido” per descrivere la politica dell’UE sul South Stream, se non fosse che i ricatti di Washington hanno spinto l’UE a bloccare South Stream, proprio come le economicamente devastanti sanzioni dell’UE alla Russia sono state imposte con greve pressione su Berlino e Parigi da Washington.

Avvicinare la Turchia all’Eurasia
Russia e Turchia hanno appena firmato un accordo per ampliare il gasdotto russo Blue Stream per la Turchia da 3 miliardi di metri cubi a 13,7 miliardi di gas pompati in Turchia da Blue Stream, per un totale di quasi 17 miliardi di metri cubi. Putin ha anche annunciato la nuova affascinante opzione della costruzione di un hub del gas al confine turco-greco per rifornire l’Europa, compensando la perdita di South Stream. Ha detto alla stampa, “Siamo pronti ad espandere non solo Blue Stream, ma a costruire un altro gasdotto per rifornire la crescente domanda dell’economia turca, e se si ritiene giustificato, creare un hub del gas aggiuntivo per i consumatori sud-europei in territorio turco, vicino al confine con la Grecia“. Il CEO di Gazprom Aleksej Miller ha rivelato di aver firmato un memorandum d’intesa sulla costruzione del nuovo gasdotto per la Turchia sul Mar Nero, con la capacità di pompare 63 miliardi di metri cubi in Turchia, pari all’ormai defunto South stream.
Se seguiamo le mosse e non tanto le parole, Erdogan è un pragmatico sopravvissuto politico. Il conflitto interno, soprattutto con il movimento di Fetullah Guelen, legato alla CIA, come ho dettagliatamente in Amerikas Heiliger Krieg, distanzia Erdogan e Washington nonostante l’adesione alla NATO della Turchia. Finora, il neo-con di Washington Richard L. Morningstar, ora ambasciatore in Azerbaigian, sé affidato a una Turchia ubbidiente quale alternativa per inviare gas e petrolio dall’Azerbaigian, in modo indipendente dalla Russia. Se Erdogan accetta l’offerta russa di formare un’alleanza energetica, sarà un cambio politico netto per la Turchia, un cambio geopolitico d’immensa importanza ed Erdogan lo sa, anche se sembra avere idee confuse sulla strategia per la Turchia. Un hub energetico russo-turco al confine greco sarebbe il segnale di un cambio decisivo della strategia di Erdogan. Un accenno significativo era contenuto nella dichiarazione secondo cui le nuove forniture di gas alla Turchia dalla Russia saranno pagate in valuta locale, e non in dollari. La Turchia è già il secondo cliente del gas russo dopo la Germania. Erdogan ha anche chiesto di essere accettato nella Shanghai Cooperation Organization guidata da Russia e Cina.projet_pipeline_south_stream_et_nabuccoF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Destabilizzazione, arma degli USA nella guerra energetica in Ucraina e Medio Oriente

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 9 ottobre 2014

Gli Stati Uniti fanno del loro meglio per allontanare l’Unione europea dalla Russia, avere il sopravvento nell’accordo di libero scambio e anche manipolare i Paesi europei per acquistare il più costoso gas naturale degli USA.

Shale-Gas-in-Poland-and-Ukraine

TTIP e Ucraina
Il partenariato transatlantico per gli scambi e gli investimenti (TTIP) è un accordo euro-atlantico di libero scambio oggetto dei negoziati tra Stati Uniti ed Unione europea. Il termine ultimo per finalizzare l’accordo TTIP è nel 2015. Il suo obiettivo è creare ciò che viene definito Zona di libero scambio transatlantica (TAFTA) cementando l’Unione europea con gli Stati Uniti quale unico blocco commerciale sovranazionale. Tali negoziati commerciali sono ignorati dal pubblico, perché hanno avuto luogo assai discretamente a porte chiuse. Il nome stesso di TTIP è volto a nascondere ciò, scelto da bonzi politici e commerciali per timore che la reazione pubblica possa scoppiare contro i negoziati, come nel caso della zona di libero scambio delle Americhe (ALCA) e come nel 2001 con l’accordo economico e commerciale globale (CETA) firmato a Ottawa tra Canada ed Unione europea il 26 settembre. Le parole attentamente scelte per denominare il TTIP vogliono nascondere il fatto che si tratta di un accordo di libero scambio. Washington fa del suo meglio per distruggere i legami commerciali tra l’Unione europea e la Federazione russa per avere una maggiore leva nei negoziati sul TTIP. La strategia è indebolire economicamente i partner europei inducendoli a tagliare i legami con Mosca attraverso le sanzioni antirusse, colpendo direttamente anche le loro economie. Washington ritiene che ciò costringerà l’UE indebolita a massimizzare le concessioni economiche agli Stati Uniti nei colloqui sul TTIP. Geopoliticamente, ciò rientra nel processo euro-atlantico (Europa-USA) d’integrazione rispetto a quello eurasiatico. Si cerca di ridurre l’influenza russa sull’UE ed eventuali rischi del rafforzamento dei legami commerciali tra Russia e UE, cercando di emarginare i russi dall’Europa. I negoziati sul TTIP si sono intensificati perché gli Stati Uniti vogliono fondere l’UE con il Nord America, temendo che Paesi come la Germania possano considerare l’alternativa eurasiatica di Russia e Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) nello spazio post-sovietico. La crisi in Ucraina serve al duplice scopo degli USA d’indebolire UE e Russia. Non solo cercano di espandere la NATO e circondare la Russia, ma anche di danneggiare i legami UE-Russia. L’Ucraina è sfruttata e usata dagli Stati Uniti per creare una frattura tra Mosca e UE e ritrarre la Russia come minaccia alla sicurezza europea.

Petro-politica: LNG degli USA contro Gazprom
Gli Stati Uniti combattono anche la guerra energetica sul controllo delle riserve energetiche, le condutture e i corridoi strategici. Il coinvolgimento degli Stati Uniti, gli impegni e le preoccupazioni nei Balcani, Caucaso, Asia centrale, Iraq, Levante, Golfo Persico e Ucraina sono parte di tale guerra per l’energia. Lo shale gas e la fratturazione idraulica rientrano in tale equazione. La fratturazione trasforma gli Stati Uniti, la quarta maggiore riserva di gas shale del mondo, in esportatori di gas. Washington prevede d’iniziare l’esportazione del gas dal Nord America nel 2015 e 2016. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti utilizzano l’integrazione nordamericana rafforzando la presa sulle risorse energetiche canadesi. Il Canada è uno dei maggiori produttori di gas naturale, detentori di riserve petrolifere accertate, produttori di greggio e possiede le maggiori riserve di gas di scisto; nel complesso, è uno dei maggiori produttori di energia al mondo. Nel contesto delle esportazioni statunitensi di energia, Washington vuole competere contro e addirittura emarginare la Russia nel mercato del gas naturale. Perciò gli Stati Uniti fanno pressioni su UE e Turchia per fermare l’acquisto di gas dal gigante energetico russo Gazprom ed invece cominciare ad importarlo dagli Stati Uniti. L’obiettivo d’escludere la Russia dai mercati energetici rientra nella strategia di lungo termine degli Stati Uniti assai discussa nella Washington Beltway prima che gli Stati Uniti invadessero l’Iraq nel 2003. Il gas statunitense, tuttavia, è molto più costoso di quello russo, poiché deve essere estratto, liquefatto e trasportato a costi molto più elevati. Il gas naturale liquefatto (GNL) degli USA non ha alcuna possibilità di competere con l’esportazione di gas russo in Europa a pari condizioni e in un mercato veramente libero. Il cosiddetto libero mercato, tuttavia, non lo è così tanto. C’è sempre stata manipolazione politica nel fornire vantaggi ad aziende e conglomerati che certi governi sostengono. Invece di competere lealmente sul mercato energetico dell’UE, gli Stati Uniti operano accanitamente per eliminare la concorrenza della Russia facendo tagliare semplicemente a Bruxelles i suoi legami energetici con Gazprom e l’industria energetica russa. Ciò è il motivo per cui gli Stati Uniti spingono gli Stati dell’UE ad imporre sanzioni contro la Russia e imporre restrizioni legali e barriere all’acquisto di gas russo.

Crimean-energy-assetsLa guerra energetica e l’Ucraina: l’impero del frack e shale sas
Nel contesto della guerra dell’energia, un terminale GNL polacco è stato impostato nel porto baltico di Swinoujscie per ricevere le prime forniture di gas naturale dal Nord America entro giugno 2015. Polonia e Ucraina sono entrambe considerate risorse importanti per gli Stati Uniti nel tentativo di dominare il commercio del gas. I due Paesi hanno il secondo e quarto maggiore giacimente di gas di scisto in Europa, ed esclusa la Russia le riserve sono prima e terza in Europa. Gli Stati Uniti intendono controllare le grandi riserve di gas di scisto non sfruttato nei due Paesi. Le principali compagnie petrolifere degli USA Chevron, ConocoPhillips, ExxonMobil e Marathon Oil, che opera nel Kurdistan iracheno ed è azionista della Waha Oil Company post-Jamahiriya Libia, hanno tutti enormi piani di esplorazione e sviluppo del gas di scisto polacco. Il governo del presidente ucraino Viktor Janukovich aveva firmato un accordo con il gigante anglo-olandese Royal Dutch Shell per esplorare ed estrarre gas naturale nell’oriente ucraino nel gennaio 2013, a zero tasse. Un altro accordo fu firmato nel novembre 2013 tra il governo Janukovich e Chevron per esplorare e sviluppare anche le riserve energetiche in Ucraina occidentale. Solo un anno prima, nel 2012, Kiev aggiudicò un contratto sul gas al largo della Crimea a un consorzio guidato da ExxonMobil e Royal Dutch Shell per lo sviluppo del giacimento di gas di Skifska. Il giacimento di Skifska non è l’unico al largo della Crimea cui le società petrolifere e gasifere degli Stati Uniti erano interessate. Accanto a Skifska si trovano i campi Foroska, Prikerchenska e Tavrija. Mentre Prikerchenska fu assegnato alla società off-shore statunitense Vanco Prykerchenska Ltd. e Foroska alla Chornomornaftogaz, i campi Foroska e Tavrija sono oggetti di discussioni continue. In parte, l’ostilità degli Stati Uniti verso i ribelli in Ucraina orientale è legata alla protezione delle concessioni gas di scisto che le società energetiche statunitensi hanno ricevuto da Kiev. Andrej Purgin, Viceprimo ministro della Repubblica Popolare di Donetsk ha anche affermato che le stesse tattiche degli Stati Uniti furono utilizzate in Iraq, come la distruzione calcolata di infrastrutture civili, come nell’oriente ucraino. Tali operazioni degli Stati Uniti sono gestite d “soldati di ventura” o mercenari. Secondo una relazione del maggio 2014 sul giornale tedesco Bild am Sonntag, la famigerata società di sicurezza privata statunitense Academi, nuovo nome di Blackwater e Xe Services nota per i suoi crimini in Iraq, si è scatenata su Donetsk e Lugansk.

La guerra energetica e la Siria: blocco sul Mediterraneo?
La situazione in Siria, dove gli Stati Uniti deliberatamente distruggono infrastrutture energetiche con la scusa di combattere il SIIL, può essere vista con lo stesso prisma della petro-politica. I giacimenti di gas naturale al largo della costa levantina tra Siria, Libano, Israele e Gaza detengono immense riserve di gas naturale. Anche in questo caso gli Stati Uniti operano per espellere la Russia e controllare le riserve di gas nel Mediterraneo orientale. Dal 2000, la società di costruzioni russa Strojtransgaz è attiva in Siria con contratti per la costruzione di due raffinerie di gas nella zona di Homs e per costruire la parte siriana dell’Arab Gas Pipeline tra Libano, Siria, Giordania ed Egitto. Un’altra società energetica russa, Sojuzneftegaz, ha ottenuto un appalto da Damasco per operare sul confine orientale con l’Iraq, nel 2004. Nel 2007, la Syria Gas Company (SGC) e la Strojtransgaz decisero di cooperare per sviluppare le riserve di gas naturale scoperte nel campo di Homs. Durante la crisi in Siria, Sojuzneftegaz ha siglato un importante accordo di esplorazione off-shore con Damasco, il 25 dicembre 2013. Inoltre, la crisi in Siria è scoppiata durante i negoziati tra Siria, Iraq e Iran per costruire il gasdotto dal più grande giacimento di gas naturale del mondo alle coste siriane. Damasco ha firmato l’accordo con l’Iraq e l’Iran il 25 giugno 2011. Fin quando il contratto fu annullato nel 2009, Strojtransgaz avrebbe dovuto collegare un gasdotto tra la città petrolifera di Kirkuk e il porto siriano di Baniyas. Qatar e Turchia sono ostili all’accordo sul gasdotto Iran-Iraq-Siria, in quanto li emargina come esportatori di gas e corridoio energetico. La possibilità che il gasdotto Iran-Iraq-Siria possa esportare gas nell’UE abbassando i prezzi rispetto al GNL degli USA viene anche vista negativamente a Washington. I combattimenti in Siria e Iraq hanno sospeso il progetto, mentre il cambio di regime doveva annullarlo.

LevantineEnergyCorridorLa destabilizzazione come tattica della contrattazione degli USA?
Mentre gli Stati Uniti fomentano tensioni in Europa per sostenere i negoziati sul TTIP con Bruxelles, il Pentagono si schiera in Medio Oriente. La presenza del Pentagono nella regione non ha nulla a che fare con la lotta al SIIL. In parte, può essere legato ai negoziati nucleari con l’Iran. In cima ad altri obiettivi, il rafforzamento militare degli Stati Uniti potrebbe essere volto a dare Washington una leva supplementare contro Teheran nei colloqui sul nucleare. Creare instabilità sembra parte dell’approccio ideato. Comunque, la sua creazione appare strumentale nel sostenere trattative e contrattazioni degli USA. Ciò è molto chiaro riguardo le tensioni in Ucraina, dove Washington usa la crisi a proprio vantaggio nelle trattative sul TTIP e le sanzioni contro il gas russo per spacciare il suo GNL all’UE.

Articolo originariamente pubblicato su RussiaToday (RT) 8 ottobre il 2014.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iraq: situazione dal 16 al 20 giugno

Alessandro Lattanzio, 21/6/2014

10459962Il 16 giugno, l’aeronautica irachena colpisce le posizioni del SIIS a Tal Afar. Il governatore di Mosul è il baathista colonnello Hashim al-Jamas.
17 giugno il governo iracheno accusa l’Arabia Saudita di sostenere il SIIS, “Riteniamo l’Arabia Saudita responsabile del sostegno finanziario e morale a tali gruppi. Il governo saudita dovrebbe essere ritenuto responsabile dei crimini commessi da tali pericolosi gruppi terroristici“. I ribelli sono formati da tre elementi: gli islamisti del SIIS e altri gruppi islamisti, il Consiglio militare formato da ex-ufficiali dell’esercito iracheno, ex-collaboratori degli statunitensi, e l’ordine dei naqshabandi dell’ex-baathista Izat Ibrahim al-Duri. A Mosul il Consiglio militare ha chiesto al SIIS di ritirare i suoi combattenti stranieri, mentre i poster di Sadam Husayn suscitano tensioni tra SIIS e naqshabandi. Assalto a Baquba con pesanti combattimenti, mentre nel villaggio turkmeno di Bashir, 15 chilometri a sud di Kirkuk, il SIIS si scontra con i servizi di sicurezza turkmeni e forze curde. 6 guardie curde restano uccise negli scontri. Arshad Sahili, presidente del Fronte Turkmeno Iracheno dichiara che se i curdi “si rifiutano di restituire Kirkuk al governo iracheno, ci batteremo di nuovo“, annunciando la creazione di una nuova milizia turkmena. Il governo regionale curdo (KRG) apre una base militare a Kirkuk. Baghdad invia 1200 combattenti della Brigata d’Oro, unità di élite, a Tal Afar a rinforzare le truppe governative che resistono all’assedio del SIIS, mentre Ghasem Soleimani, comandante della Forze speciali iraniane al-Quds, sarebbe in Iraq. Nechirvan Barzani, premier curdo, dichiara che non si tornerà allo status quo precedente, sostenendo la partizione dell’Iraq su linee etniche, suggerendo di chiedere ai sunniti iracheni se vogliono un loro Stato indipendente. Il SIIS controlla alcuni villaggi nella provincia di Diyala, mentre funzionari dell’amministrazione locale hanno chiesto al governo di Baghdad di consentire ai peshmerga di entrarvi per lottare contro il SIIS. Baiji a nord di Samara è nelle mani del SIIS, ma non la raffineria di petrolio, nelle mani del governo. 6 attentati terroristici a Baghdad causano 17 morti e 34 feriti. La polizia scopre i corpi di 18 soldati assassinati presso Samara. Yuval Steinitz, il ministro israeliano per gli affari strategici, avverte che “l’Iran non dovrebbe essere aiutato ad espandere la propria influenza in Iraq“. Nasrallah dichiara: “Siamo pronti a sacrificare martiri in Iraq cinque volte più di quanto ne abbiamo sacrificato in Siria, per proteggerne i santuari molto più importanti dei luoghi santi in Siria“.
96008618 giugno, le milizie sciite respingono i ribelli a Baquba. Pesanti combattimenti a Tal Afar, dove l’esercito ha aviotrasportato truppe. La città di Qaratapa, nella provincia di Diyala, a 110 km a nord di Baquba è sotto controllo dei peshmerga. Scontri tra peshmerga e SIIS a Jalawla, cittadina a 70 km a nord di Baquba. Saqlawiyah, una cittadina a nord di Fallujah, è nelle mani del governo, dove le sue forze di sicurezza hanno eliminato 250 terroristi, mentre l’aviazione irachena attacca una parata militare del SIIS a Falluja, eliminando 270 terroristi e 7 loro autoveicoli. Altri 56 terroristi eliminati a Baghdad, 70 a Samarra e 17 a Baquba. L’assalto del SIIS alla raffineria di Baiji viene respinto con l’eliminazione di 40 terroristi. Altri 21 militanti del SIIS eliminati ad Anbar, 20 a Tiqrit e 19 a Idhaym. Le forze governative recuperano Bala, Dhuluiya e Ishaqi. Masud Barzani, presidente del KRG, annuncia la mobilitazione generale delle forze peshmerga. I turchi ritengono che una volta fuori servizio la raffineria di Baiji, l’Iraq sarebbe costretto ad importare prodotti petroliferi raffinati dalla Turchia. La raffineria di Baiji copre il 25% del fabbisogno iracheno. Il governo turco rimuove il Fronte al-Nusra, un ramo di al-Qaida in lotta contro il governo siriano, dalla lista delle organizzazioni terroristiche che rientrano nella categoria “al-Qaida in Iraq“, e ha designato il gruppo come separata organizzazione terroristica. Il giorno prima l’ideologo di al-Qaida Abu Mohammad al-Maqdisi veniva scarcerato in Giordania. I suoi scritti ed insegnamenti salafiti hanno ispirato terroristi come Abu Musab al-Zarqawi, defunto capo di al-Qaida in Iraq, e Ayman al-Zawahiri, successore di Usama bin Ladin alla guida di al-Qaida. Maqdisi è un sostenitore di Jabhat al-Nusra, il cui obiettivo è rovesciare il governo baathista di Damasco e creare uno califfato della Sharia. La rimozione di Jabhat al-Nusra, permetterà che acceda nuovamente al supporto logistico turco.
19 giugno, secondo gli iraniani la disinformazione ha avuto un ruolo cruciale nella caduta di Mosul. Le voci della caduta della città si diffusero prima che accadesse effettivamente, in linea con la disinformazione che diede Tripoli caduta 48 ore prima dell’assalto definitivo alla città. PetroChina evacua parte del suo personale dall’Iraq. La Cina rinnova l’offerta di aiutare il governo di Baghdad. Infatti Pechino è il maggiore investitore e cliente dell’industria petrolifera irachena. Maliqi annuncia la corte marziale per 59 ufficiali accusati di abbandono dei loro doveri. Il premier turco Tayip Erdogan chiede agli Stati Uniti di non bombardare il SIIS, mentre il leader supremo dell’Iran, Ayatollah Khamenei, afferma che il SIIS è uno strumento di Washington. Gli Emirati Arabi Uniti richiamano il loro ambasciatore in Iraq accusandone il governo di settarismo. Combattimenti tra SIIS e peshmerga curdi a Kirkuk. Abu Qabib al-Jazirim, saudita ed importante capo del SIIS, viene eliminato a Tiqrit dalle forze di sicurezza irachene. 150 australiani combattono nel SIIL.
iraqi-army-soldiers-aboard-m1114-humvee-stocktrek-images20 giugno, 12 morti nei combattimenti tra forze curde e SIIS alla periferia di Kirkuk, nel villaggio Mala Abdallah e nella città di Bashir, dove si sono avuti attacchi aerei governativi. Muhammad al-Qaldi, braccio destro dello speaker sunnita del Parlamento Usama al-Nujaifi, afferma, “Abbiamo chiesto a USA, Gran Bretagna, Turchia, Arabia Saudita e Iran d’impedire ad al-Maliqi un nuovo mandato. Il blocco sciita deve sostituirlo“. A Baiji, la raffineria resta nelle mani del governo, i terroristi si ritirano dopo aver incontrato una forte resistenza. Il leader della tribù di Sadam Husayn, shayq Hasan al-Nasiri, afferma “Coloro che prendono parte a tale lotta non sono veri seguaci di Sadam Husayn o del partito Baath, un movimento con principi e ideologia che non hanno nulla a che fare con al-Qaida“. Scontri tra forze governative e terroristi del SIIS a Tal Afar, Baiji, Tiqrit, Samara, Falluja, Kirkuk e Baquba. Alcuni dei gruppi alleati con il SIIS sono l’Esercito naqshabandi a Kirkuk e Mosul; la Brigata della Rivoluzione 1920, formata da ex-ufficiali, a Diyala; i salafiti a Falluja e nella provincia di Ninive; il Consiglio rivoluzionario tribale di Anbar; l’Esercito Islamico in Iraq, a Baghdad, guidato da shayq Ahmad Husayn Dabash Samir al-Batawi, noto anche come Ahmad al-Dabash, finanziatore del terrorismo in Iraq, in particolare degli attentati alla città santa sciita di Qarbala del 2 marzo 2004, dove oltre 140 iracheni furono uccisi e centinaia feriti. Dabash sarebbe anche responsabile dell’attentato alla moschea sciita di al-Tawhid e di altri attacchi terroristici a Baghdad. Dabash è vicino ad al-Qaida. La maggior dei valichi di frontiera tra le regioni curde di Siria e Iraq sono sotto controllo curdo. A Mosul, il SIIS giustizia 29 civili. L’ambasciatore  statunitense a Baghdad Robert S. Beecroft, e Brett McGurk, alto funzionario del dipartimento di Stato per l’Iraq e l’Iran, hanno incontrato Usama al-Nujaifi,  a capo del blocco sunnita Uniti per la Riforma, e Ahmad Shalabi, candidato a primo ministro. “Brett e l’ambasciatore si sono incontrati con Nujaifi e sono d’accordo di non volere che Maliqi rimanga“, ha detto Nabil al-Qashab, consigliere di Nujaifi. Va infine ricordato che i terroristi del SIIS furono addestrati dal 2012 da istruttori statunitensi presso basi segrete in Giordania. Secondo funzionari giordani, decine di terroristi del SIIS furono addestrati segretamente nell’ambito del programma di Stati Uniti, Turchia e Giordania per gestire basi di addestramento dei terroristi nella città giordana di Safawi. Secondo la rivista tedesca Spiegel, circa 1200 terroristi furono addestrati dagli statunitensi presso due basi in Giordania e un campo di addestramento presso l’Incirlik Air Base in Turchia, dove è presente personale statunitense. Da tali basi migliaia di terroristi del SIIS si sono infiltrati in Iraq attraverso la Siria. Il Kurdistan iracheno ha completato l’oleodotto che collega Kirkuk alla Turchia, consentendo ai curdi di avviare le esportazioni di greggio da Kirkuk scavalcando Baghdad. Le esportazioni di petrolio curde saliranno a 250000 barili al giorno a luglio, e poi a 400000 alla fine dell’anno. Il petrolio della regione autonoma del Kurdistan iracheno arriva al terminale petrolifero turco di Ceyhan, i cui depositi sono quasi pieni. Circa 100000 barili al giorno di petrolio curdo iracheno sono stati esportati in Turchia finora. Secondo l’editorialista Kadri Gursel del quotidiano turco Milliyet, “E’ un passo verso l’indipendenza del Governo regionale del Kurdistan, che mette in discussione l’integrità dell’Iraq“. Con tali accordi i curdi iracheni puntano a una maggiore cooperazione con Ankara; infatti la Turchia è coinvolta in numerosi progetti di sviluppo nella provincia curda, dagli aeroporti ad alberghi, strade, supermercati.

kurdistan_gas_and_oil_nov_2013Fonti:
e-Kurd
Moon of Alabama
Moon of Alabama
Reseau International
Vineyard Saker
Vineyard Saker
Vineyard Saker
Vineyard Saker
WND

Perché gli USA temono il South Stream?

Pjotr Iskenderov Strategic Culture Foundation 13/06/2014
Uzsny-potok10L’occidente continua a minacciare i partner della Russia nel gasdotto South Stream. Seguendo il governo bulgaro, la Serbia ha annunciato che i lavori saranno sospesi. Entrambi i Paesi hanno citato la posizione della Commissione europea. Ma il commissario UE dell’energia Gunther Oettinger si rifiuta di discutere la costruzione di South Stream nell’ambito di una consultazione con la Russia,  principale azionista del progetto… Mentre il primo ministro bulgaro Plamen Oresharskij spiega che la sospensione dei lavori sul South Stream con la richiesta della Commissione europea e la necessità di “ulteriori consultazioni con Bruxelles”, la vicepremier e ministra dell’Energia serbo Zorana Mihajlovic ha tentato di incolpare la rivale storica del suo Paese nei Balcani, Sofia. Tuttavia, non ha evitato speculazioni politiche. “Fin quando i negoziati tra Bulgaria e Bruxelles e tra UE e Russia termineranno, resteremo inattivi. O finché la Russia non cambia posizione. In ogni caso i lavori nel nostro Paese saranno ritardati”. Ma la ministra serba non ha menzionato che “la posizione della Russia” sul South Stream risale ai primi mesi del 2008 nell’ambito degli accordi intergovernativi russo-serbi nella cooperazione energetica. Gli obblighi delle parti sul South Stream furono l’argomento principale di tali documenti, successivamente ratificati dal Parlamento della Serbia e confermati dai successivi governi nazionali. Inoltre l’accordo intergovernativo sulla cooperazione energetica, un accordo in cui Gazprom Neft acquista una partecipazione di controllo del monopolio petrolifero della Serbia Naftna Industrija Srbije (NIS) per 400 milioni di euro e discute di 500 milioni di euro d’investimento. Non sorprende che il primo ministro serbo Aleksandar Vucic abbia dovuto correggere la sua ministra; ha dichiarato che il governo serbo non ha deciso la sospensione del progetto South Stream. L’accordo russo-bulgaro per la partecipazione della Bulgaria al South Stream e la creazione di una società mista a tal fine, è stato ratificato dal parlamento bulgaro nel luglio 2008. E nel maggio 2009 a Mosca le aziende del gas di Russia, Italia, Bulgaria, Serbia e Grecia firmarono un documento sulla costruzione del gasdotto South Stream. Nell’agosto 2009 tale documento fu integrato da un protocollo firmato dal primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan sul transito del gasdotto South Stream nelle acque territoriali turche. Non molto tempo dopo, la società francese Electricité de France entrò nel progetto. Tale serie di eventi testimonia l’infondatezza di una presunta incompatibilità tra il progetto South Stream e gli interessi nazionali di Bulgaria e Serbia, o pratiche legali internazionali comparse solo ora. E anche la Commissione europea sapeva delle disposizioni degli accordi del 2008. Dobbiamo cercare altrove i motivi degli inaspettati discorsi antirussi di Sofia e riecheggiati a Belgrado.
Il fatto che il primo ministro Plamen Oresharskij abbia fatto tale dichiarazione sul South Stream, dopo un incontro con tre rappresentanti degli Stati Uniti guidati dal senatore John McCain, non è sfuggito all’attenzione del pubblico bulgaro. McCain non s’è nemmeno preso la briga di nascondere le richieste degli statunitensi a Sofia e altri partner della Russia: “Sappiamo che ci sono alcuni problemi riguardanti il gasdotto South Stream… ovviamente vogliamo ridurre al massimo il coinvolgimento russo”. Secondo le informazioni disponibili, Washington ha deciso di infliggere un nuovo duro colpo a South Stream, alla cui costruzione partecipano imprese tedesche e francesi, dopo aver ricevuto notizie allarmanti da Baku. Una fonte della società azera SOCAR ha indicato che la società francese Total e quella tedesca E.ON potrebbero vendere le loro azioni del progetto per la costruzione della Pipeline Trans-Adriatica (TAP): “Il complesso tedesco E.ON ha già annunciato l’intenzione di vendere la sua partecipazione al TAP. La francese Total ha anche annunciato l’intenzione di vendere la sua quota del progetto”. Considerando che TAP era destinata a sostituire il fallito Nabucco, che Unione europea e Stati Uniti sostenevano attivamente, ha reso comprensibile il panico a Washington e Bruxelles. C’è una cosa che innervosisce gli statunitensi, ed collegata al cambio della situazione del mercato mondiale dell’energia. Il rapporto recentemente pubblicato dall’International Energy Agency, World Energy Investment Outlook 2014, prevede un crollo della “rivoluzione dello shale” negli Stati Uniti e soprattutto l’aumento della dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni di gas quando la capacità di esportazione di Arabia Saudita e Iran sarà diminuita. In tale situazione, Washington ha deciso che sia necessario ed urgente prendere il controllo delle principali rotte commerciali energetiche che collegano Russia ed Europa. E Washington vede nel ricatto della Russia, di cui Bruxelles, Sofia e Belgrado sono strumenti, il mezzo adatto per servire i propri interessi.

southstream1La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 501 follower