Etajima e i piloti suicidi Taisintai

Burjat

L’isola di Etajima si trova nella baia di Hiroshima del Mare Interno della prefettura sud-occidentale di Hiroshima, a sei chilometri dalla città di Kuru, con la quale è collegata da due ponti. Nel 1930-1940 su questa isola c’era il Corpo dei Cadetti della Marina, che forgiava gli ufficiali della Marina Imperiale giapponese. Adesso, sulle rive del mare, rivestita di granito, vi è l’esposizione di armi navali della Seconda guerra mondiale. I turisti da Europa e Stati Uniti non sono ammessi. Vicino all’edificio del museo del corpo navale vi sono i sommergibili-kamikaze. Uno, con un comparto per due suicidi; un altro per uno solo. Accanto al museo vi sono i siluri con equipaggio Kaiten, guidati dai taisintai, assaltatori suicidi come i kamikaze. Nel museo c’è una sala dedicata ai kamikaze dei Kaiten caduti nei combattimenti. I loro ritratti occupano un’ intera parete, e i nomi sono incisi sul marmo. Appare un enorme elenco di assaltatori suicidi del sommergibile I-58, che nell’eroica notte del 29-30 luglio 1945 affondò l’incrociatore pesante statunitense Indianapolis. Dei sei Kaiten, alcuno tornò nella base di Kure. La scuola navale sull’isola di Etajima fu completata dal capitano Hashimoto Mochitsura, del corso sommergibilisti. Questo ufficiale partecipò all’attacco a Pearl Harbor. Nel febbraio 1943, Mochitsura Hashimoto divenne comandante del sottomarino I-158 dotato di attrezzature radar. Questo battello condusse un esperimento, lo studio del radar in varie condizioni di navigazione, fino a quel momento i sommergibili giapponesi combatterono alla cieca. Nel settembre 1943, Mochitsura Hashimoto comandò il sottomarino RO-44, andando a caccia di navi da trasporto statunitensi nelle Isole Salomone. Nel maggio 1944, il tenente di vascello Hashimoto fu inviato a Yokosuka, dove fu ricostruito l’I-58 su un nuovo progetto, dotandolo di supporti per i siluri Kaiten.

I siluri Kaiten
Kaiten significa “Cambiare il Destino” o “Superare il Cielo”, erano siluri guidati da assaltatori suicidi. Questi siluri non avevano meccanismi di espulsione del pilota, posto nella timoneria che occupava il ponte. Il pilota utilizzava un periscopio a bassa profondità per la ricerca. Dopo aver raggiunto il bersaglio, il pilota puntava il siluro in modalità d’attacco, abbattendo il periscopio, aumentando la profondità e navigando a tutta forza. Per impedire che il siluro, mancato il bersaglio il pilota non poteva cambiare rotta morendo per mancanza di ossigeno, fu poi aggiunto un meccanismo di autodistruzione. La lunghezza dei siluri era di 15 metri, con un diametro di 1,5 metri e un peso di 8 tonnellate, di cui 1,5 di esplosivo. I marinai-suicidi lanciavano quest’arma formidabile contro le navi nemiche. La produzione di Kaiten in Giappone iniziò nell’estate 1944, quando fu evidente che solo la dedizione dei kamikaze e dei marinai-suicidi forse poteva cambiare il corso della Seconda guerra mondiale. In totale furono prodotti circa 440 Kaiten.

Sommergibile I-58
Il sommergibile I-58 al comando del capitano di corvetta Mochitsura Hashimoto fu assegnato al distaccamento “Kongo“. La classe di Hashimoto, della scuola navale di Etajima, comprendeva 15 cadetti. All’epoca, la maggior parte degli ufficiali della sua classe erano caduti in battaglia. Su 15, solo cinque sopravvissero. Tutti comandanti del distaccamento “Kongo“. I battelli del distaccamento lanciarono in totale di 14 Kaiten contro le navi nemiche. Il sommergibile I-58 lasciò la base di Kure per la quarta campagna operativa il 16 luglio 1945. Dopo vane ricerche del nemico nel Mar delle Filippine, il battello giunse sulla rotta tra Guam e Leite. L’I-58 aveva a bordo sei siluri Kaiten. Due furono lanciati su una petroliera statunitense, che affondò immediatamente. Il 29 luglio, alle 23 ore, il sonar trovò un obiettivo. Hashimoto ordinò di emerge. A 1500 metri c’era l’Indianapolis, incrociatore della Marina degli USA. Alcuni giorni prima, l’incrociatore consegnò le componenti di tre bombe atomiche sull’isola filippina di Tinian, due delle bombe furono sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Quando la nave non era ancora molto distante, il comandante ordinò di preparare non solo i tubi lanciasiluri, ma ordinò anche ai piloti suicidi, che non avevano nomi ma solo numeri, di approntare i loro siluri. Dopo aver compreso rotta e velocità della nave nemica, il comandante si avvicinò. Aveva due opzioni: lanciare da tre a cinque siluri dai tubi di lancio o inviare i marinai-kamikaze, specialmente perché, pronti al sacrificio, lo chiesero al comandante. Cosa fece il comandante del sommergibile I-58? Gli storici militari stranieri ne sono sconcertati. La maggioranza è incline a ritenere che i Kaiten colpirono su un fianco l’incrociatore. Due settimane prima della fine della guerra nel Pacifico, un potente incrociatore statunitense fu affondato. Tra i 1199 marinai dell’Indianapolis, solo 316 sopravvissero. Come punizione per aver trasportato le bombe atomiche, partecipando a quell’azione barbarica, l’incrociatore fu affondato nel Mar delle Filippine da un sommergibile giapponese al comando del capitano di corvetta Mochitsura Hashimoto. Si dice che quando un bombardiere B-29 decollò dalla base aerea di Tinian (Isole Marshall) trasportando la bomba atomica per Hiroshima, l’equipaggio sapeva già dell’affondamento dell’Indianapolis, che aveva trasportato parte della bomba dagli Stati Uniti a Tinian. L’equipaggio stilò la seguente scritta sulla bomba atomica, “Un regalo per le anime dei caduti dell’Indianapolis“.
Il comandante del sommergibile della Marina Imperiale, Mochitsura Hashimoto, trascorse un po’ di tempo nel campo di prigionia. Dopo la liberazione divenne capitano della flotta mercantile, navigando sulla stessa rotta del sommergibile I-58, tra Mar Cinese Meridionale, Filippine, Marianne e Caroline, toccando anche Hawaii e San Francisco. Dopo la pensione, Mochitsura Hashimoto divenne prete shintoista a Kyoto. Scrisse il libro “Affondato”. Il comandante dell’incrociatore Indianapolis, Charles McVeigh, fu processato e assolto. Dedicatosi all’agricoltura, si suicidò. Una punizione per Hiroshima?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Guerra di Corea: come il MiG-15 mise fine al dominio dei cieli dell’USAF

MiG Alley: Come la guerra aerea sulla Corea divenne un bagno di sangue per l’occidente
Rakesh Krishnan Simha, RBTH, 23 marzo 2017In quella che fu probabilmente la più grande battaglia aerea di tutti i tempi, il 23 ottobre 1951 un gruppo di 200 aerei statunitensi si scontrò con una forza di MiG sovietici stimata meno della metà. Nella prima di questa serie in due parti sulla guerra aerea sulla Corea, RBTH esamina le conseguenze di questo epico scontro.
La nebbia di guerra porta ad ogni sorta di rivendicazioni e contro rivendicazioni. Nel momento in cui gli storici militari possono mettere le mani sui documenti declassificati di tutte le parti coinvolte, si ha un quadro più realistico di ciò che veramente accadde. La guerra di Corea del 1950-53 fu unica perché la maggior parte dei combattimenti aerei avvenne tra piloti sovietici e statunitensi piuttosto che tra coreani. Il conflitto fu notevole anche per le pretese assurde che le forze armate statunitensi presentarono durante e dopo il conflitto. Nelle pubblicazioni occidentali degli anni ’60 gli statunitensi affermarono che il rapporto tra MiG e caccia statunitensi abbattuti fu di 1:14. Vale a dire, per ogni aviogetto occidentale perso in combattimento, i nemici ne avrebbero persi 14. Nei successivi due decenni, quando l’isteria di guerra appassì, il rapporto fu rivisto a 1:10, ma mai al di sotto di 1:8. Quando i russi declassificarono i loro archivi, dopo la fine della guerra fredda, e i piloti ex-sovietici poterono liberamente presentare la loro versione della storia, la storia occidentale non poté più reggere. L’ex-pilota da caccia Sergej Kramarenko scrive nel suo libro “Combattimenti aerei sul fronte orientale e la Corea“, che secondo i ricercatori (occidentali) più realistici “il rapporto tra aviogetti da caccia abbattuti delle forze aeree sovietica e statunitense fu quasi 1:1“. Ma anche questa nuova parità accettata da autori e storici militari occidentali non è vicina alla verità. In realtà, la guerra aerea sulla Corea fu un bagno di sangue per le forze aeree occidentali. È una storia ben nascosta per ovvie ragioni, orgoglio, prestigio e tradizionale resistenza occidentale ad ammettere che i sovietici vinsero. Con ampio margine.

I sovietici arrivano in Corea
Il leader sovietico Josif Stalin non aveva intenzione di entrare nella guerra di Corea. La Seconda guerra mondiale era un ricordo troppo recente e Mosca non voleva un conflitto con l’occidente che avrebbe portato ad un’altra guerra mondiale. Quindi inizialmente fu solo la Cina che militarmente sostenne i nordcoreani. Ma mentre gli eserciti occidentali, nominalmente sotto il comando dell’ONU, minacciarono di occupare tutta la penisola e vedendo qualità e carenza dei piloti cinesi, Stalin decise d’inviarvi la propria forza aerea. Tuttavia, per occultare il coinvolgimento di Mosca, Stalin impose determinate limitazioni ai piloti sovietici. Uno, avrebbero volato con le insegne dell’Esercito di liberazione del popolo cinese o dell’esercito nordcoreano. Secondo, in volo, i piloti avrebbero comunicato solo in mandarino o coreano; il russo era vietato. E infine i piloti sovietici non avrebbero in alcun caso avvicinato il 38° parallelo (il confine tra le due Coree) o le coste. Ciò per impedirne la cattura da parte degli statunitensi. L’ultima limitazione fu paralizzante, i piloti sovietici non dovevano inseguire gli aerei nemici. Poiché gli aeromobili sono più vulnerabili mentre fuggono (perché hanno esaurito munizioni e carburante o hanno problemi tecnici), ciò significò che ai piloti sovietici furono negati abbattimenti facili. Centinaia di caccia occidentali riuscirono a fuggire nella Corea del Sud perché i sovietici rientravano mentre si avvicinavano alle coste o al confine. Nonostante tali limitazioni, l’URSS vinse. Secondo Kramarenko, durante i 32 mesi in cui le forze sovietiche erano in Corea, abbatterono 1250 aerei nemici. “Di questi, l’artiglieria del Corpo Antiaereo sovietico ne abbatté 153 e i piloti gli altri 1097“, scrive. In confronto, i sovietici persero 319 MiG e Lavochkin La-11. Kramarenko aggiunge: “Siamo certi che i piloti del corpo abbatterono molti più aerei nemici di quei 1097, ma molti caddero in mare o si schiantarono durante l’atterraggio in Corea del Sud. Molti furono così danneggiati da dover essere rottamati, perché sarebbe stato impossibile ripararli“.

Preludio al Martedì Nero
La guerra di Corea produsse alcuni dei combattimenti più affascinanti visti nella storia della guerra aerea. Molto accadde sulla “MiG Alley“, il nome dato dai piloti occidentali alla porzione nordoccidentale della Corea democratica, dove il fiume Yalu sfocia sul Mar Giallo. Fu teatro di numerosi combattimenti e delle prime grandi battaglie aeree tra aviogetti MiG-15 e F-86 Sabre. La svolta nella guerra si ebbe nell’ottobre 1951. La ricognizione aerea statunitense rilevò la costruzione di 18 aeroporti nella Corea democratica. Il più grande era a Naamsi, con piste di cemento capaci di reggere aeromobili a reazione. Jurij Sutjagin e Igor Sejdov spiegano nel libro esaustivo “MiG Menace Over Korea” le implicazioni del programma di espansione delle piste. “I nuovi aeroporti, situati in profondità nel territorio nordcoreano, consentivano il trasferimento dei nuovi MiG-15, ampliandone l’area delle operazioni compromettendo quelle delle forze ONU. Qui, la cosiddetta MiG Alley si estese al 38.mo parallelo e poté esporre le forze terrestri delle Nazioni Unite ad attacchi aerei continui”. Il 23 ottobre 1951, conosciuto oggi come Martedì Nero, le forze aeree occidentali riunirono un’armata di 200 caccia (F-86 Sabre, F-84, F-80 e Gloster Meteor IV) e due dozzine di bombardieri B-29 Superfortress (lo stesso tipo che sganciò le bombe atomiche sul Giappone). Il profilo di missione di questo attacco concentrato era interrompere il flusso di rifornimenti alle forze coreane e cinesi e distruggere le basi di Naamsi e Taechon nella Corea democratica. Per contrastare tale minaccia i sovietici organizzarono due divisioni di aerei da caccia. La 303.ma, composta da cinquantasei MiG-15, costituì il primo scaglione e fu assegnata all’attacco del gruppo dei bombardieri nemici. La 324.ma Divisione aveva venticinque MiG-15 e compose il secondo scaglione, che doveva puntellare i combattimenti e coprire l’uscita della 303.ma dalla battaglia.

Putin e Kramarenko

Addosso ai grossi
Concentramento e disciplina furono fondamentali per affrontare con successo la minaccia dei bombardieri. La strategia sovietica fu ignorare i caccia di scorta e andare dritti contro i Superfortress più lenti. Mentre i MiG volavano contro i Superfortress, videro un gruppo di lenti Meteor inglesi. Alcuni piloti sovietici furono tentati da questi obiettivi entusiasmanti, ma il comandante Nikolaj Volkov disse: “Andiamo addosso ai grossi“. Come balene circondate da orche fameliche, i MiG spezzarono le formazioni dei B-29. Alcuni piloti sovietici attaccarono verticalmente dal basso i bombardieri statunitensi, vedendo che i B-29 gli esplodevano davanti. Fu quasi un tiro al tacchino, visto che l’equipaggio, da 12 a 13 uomini, dei bombardieri colpiti si lanciavano uno per uno. I sovietici rivendicarono la distruzione di dieci B-29, la più alta percentuale di bombardieri statunitensi mai persi in una grande missione, mentre persero un MiG. Tuttavia, Kramarenko dice che alcuni piloti sostennero che venti B-29 furono abbattuti nella settimana del 22-27 ottobre. Inoltre l’USAF perse quattro caccia F-84 di scorta. Gli statunitensi ammisero tre bombardieri abbattuti, mentre altri cinque B-29 e un F-84 furono gravemente danneggiati e successivamente rottamati. “Anche così, queste perdite furono piuttosto dolorose per il comando statunitense“, scrivono Sutjagin e Sejdov. Il comandante Lev Shukin ricorda il Martedì Nero: “Cercavano d’intimorirci. Pensavano forse che avremmo avuto paura del loro numero e saremmo fuggiti, ma invece gli andammo contro“. Chiaramente, i piloti sovietici interiorizzarono ciò che Sergej Dolgushin, asso con 24 vittorie nella Seconda guerra mondiale, dichiarò esser un prerequisito del pilota da caccia di successo: “amore per la caccia, grande desiderio di essere il cane alfa“. I sovietici soprannominavano “Baracche volanti” i B-29 per come bruciavano facilmente e bene. L’ex-pilota statunitense Tenente-Colonnello Earl McGill riassunse la battaglia in ‘Black Tuesday Over Namsi: B-29s vs MiGs‘: “Per percentuale, il Martedì Nero fu la peggiore perdita in qualsiasi grande missione di bombardamento in una qualsiasi delle guerre in cui gli Stati Uniti furono mai impegnati, e la battaglia seguente, nella parte di cielo chiamata MiG Alley, continua ad essere forse la più grande battaglia aerea di tutti i tempi“.

Impatto sul morale statunitense
La battaglia aerea del Martedì Nero cambiò per sempre la condotta dell’USAF nei bombardamenti strategici. I B-29 non furono più impiegati di giorno nella MiG Alley. Città e villaggi nordcoreani non furono più bombardati e colpiti da napalm dagli statunitensi. Migliaia di civili uscirono dalla linea di mira. Ma soprattutto, coraggio e competenze del distaccamento sovietico in Corea impedirono un’altra guerra mondiale. Kramarenko spiega: “Il B-29 era un bombardiere strategico, in altre parole, un vettore per le bombe atomiche. Nella terza guerra mondiale, sull’orlo di cui eravamo, questi bombardieri avrebbero dovuto colpire le città dell’Unione Sovietica con bombe nucleari. Ora si sa che questi aerei enormi erano indifesi contro gli aviogetti da caccia essendone molto inferiori per velocità e armamento“. Chiaramente, alcuno dei B-29 poteva volare oltre 100 km nella vastità dell’Unione Sovietica e rimanere indenne. “Si può affermare con sicurezza che gli aerei sovietici che combatterono in Corea, causando così tanti danni all’aviazione del nemico, misero a dura prova la minaccia della guerra mondiale nucleare“, spiega Kramarenko. Pochi giorni dopo il Martedì Nero, McGill era seduto quale co-pilota di un B-29, sull’asfalto della base aerea di Okinawa, in attesa dell’ordine di decollo che avrebbe mandato il suo bombardiere nella MiG Alley. Invece delle solite battute di pre-volo, l’equipaggio si sedette in silenzio e stupore, perché sentiva di tornare “verso la nostra certa distruzione”, quando giunse la notizia che la missione era stata annullata. McGill spiega la sensazione nell’aeromobile: “Quei minuti prima del decollo m’insegnarono il significato della paura, che non avevo mai sperimentato finora, nemmeno ora che la vita è più breve“.

Guerra di Corea: come il MiG-15 mise fine al dominio dei cieli dell’USAF
Rakesh Krishnan Simha, RBTH, 27 aprile 2017La superiorità dell’eccellente MiG-15 fu uno dei fattori chiave che fece prevalere i piloti sovietici nella guerra aerea sulla Corea. Nel settembre 1950, l’US Air Force (USAF) effettuò il massiccio bombardamento della città nordcoreana di Sinuiju. Il raid fu condotto da 80 bombardieri B-29 causando il peggiore massacro dal bombardamento atomico statunitense di Nagasaki. Tutta la città, di bambù e legno, bruciò fino alle fondamenta. Più di 30000 civili inermi bruciarono vivi. Impossibilitati ad impedire tali incursioni delle forze aeree di Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia, i nordcoreani si appellarono a Mosca. I sovietici inviarono i loro ultimi MiG-15 pilotati da veterani della seconda guerra mondiale. Il risultato fu drammatico. Nella prima battaglia aerea tra aerei sovietici e statunitensi sulla Corea, il 1° novembre 1950, i sovietici abbatterono 2 Mustang, senza subire perdite. “Il dominio statunitense sui cieli coreani era giunto al termine“, scrive l’ex-pilota Sergej Kramarenko nel suo libro, “Combattimenti aerei sul fronte orientale e sulla Corea“. Sui cieli della Corea, gli assi sovietici si scontrarono con gli avversari occidentali nei primi combattenti tra caccia dell’era del jet. Nelle battaglie aeree mortali sulla penisola, i piloti sovietici sconfissero ripetutamente le più grandi formazioni di caccia nemici e abbatterono decine di bombardieri. Nella prima di questa serie di due parti avevamo esaminato alcune battaglie aeree chiave che cambiarono la forma del combattimento aereo e costrinsero l’occidente sulla difensiva. In questa sezione conclusiva esamineremo le ragioni del dominio russo sulle più grandi forze aeree occidentali.

MiG-15: l’aviogetto che scosse l’occidente
Il MiG-15 fu il fattore chiave del dominio sovietico. Il velivolo aveva una tangenza superiore a quella degli aerei occidentali come l’F-86 Sabre, per cui i piloti sovietici potevano facilmente sfuggirgli salendo a oltre 50000 piedi, sapendo che il nemico non poteva inseguirli. Inoltre, il MiG aveva accelerazione e velocità maggiori, 1005 km/h rispetto a 972 km/h. Il rateo di salita dei MiG di 9200 piedi al minuto era superiore ai 7200 piedi al minuto dell’F-86. Un fattore cruciale della guerra aerea era la differenza nell’armamento. I MiG erano armati di cannoni in grado di colpire un bersaglio a una distanza di 1000 metri, mentre le mitragliatrici dei B-29 statunitensi arrivavano a 400 metri. Kramarenko spiega: “Si scoprì che tra i 1000 e i 400 metri i nostri aerei avrebbero sparato e distrutto i bombardieri mentre erano ancora fuori dalla loro gittata. Fu il più grave errore di calcolo del comando statunitense, un errore dei loro progettisti e produttori di aeromobili. Essenzialmente, i bombardieri enormi e costosi erano indifesi verso i cannoni dei nostri MiG”. I proiettili esplosivi del MiG-15 creavano fori di circa un metro quadrato sugli aerei nemici. Pochi di tali aerei volarono nuovamente anche se i loro piloti miracolosamente riuscirono a salvare l’aereo colpito. D’altra parte, i MiG-15 dal rivestimento più spesso potevano incassare molto e rientrare. Il tenente-generale Charles “Chick” Cleveland dichiarò ad Air&Space Magazine: “Devi ricordare che il piccolo MiG-15 in Corea riuscì a fare ciò che tutti i Focke-Wulf e Messerschmitt della seconda guerra mondiale non poterono mai fare, scacciare la forza bombardieri degli Stati Uniti dai propri cieli“.Piloti temprati dalla Seconda guerra mondiale
La maggior parte dei piloti da caccia sovietici che parteciparono alla guerra di Corea erano assi della Seconda Guerra Mondiale, finita solo sei anni prima. Così anche i piloti anglo-statunitensi. I piloti dei tre Paesi avevano combattuto contro la Luftwaffe tedesca, altamente addestrata, ma c’era una differenza. Le battaglie aeree che accompagnarono l’avanzata sovietica verso Berlino furono spietate. L’Aeronautica sovietica affrontò piloti sempre più disperati, piloti della Luftwaffe soverchiati ma ancora mortali che difendevano la patria. I piloti sovietici, quindi, avevano un’esperienza di combattimento maggiore e migliori abilità rispetto agli avversari occidentali. Per esempio, la prima grande unità aeronautica sovietica inviata in Corea, la 324.ma IAD, era una divisione di intercettatori della difesa aerea comandata dal Colonnello Ivan Kozhedub, che con 62 vittorie fu il primo asso alleato della seconda guerra mondiale.

Tattiche migliori
I sovietici avevano anche migliori tattiche con cui sconfissero le forze aeree occidentali. Ad esempio, le grandi formazioni di MiG restavano in attesa sul lato cinese del confine. Quando i velivoli occidentali entravano nella MiG Alley, nome dato dai piloti occidentali alla porzione nordoccidentale della Corea democratica e luogo di numerosi combattimenti, i MiG salivano ad alta quota per attaccare. Se i MiG erano in difficoltà, fuggivano sul confine in Cina. Gli squadroni di MiG-15 sovietici operavano in grandi gruppi, ma la formazione di base era il gruppo di sei velivoli, suddiviso in tre coppie composte da un leader e un gregario. La prima coppia di MiG-15 attaccava i Sabre nemici. La seconda coppia proteggeva la prima coppia. La terza coppia rimaneva al di sopra, sostenendo le due altre coppie quando necessario. Questa coppia aveva più libertà e poteva anche attaccare obiettivi di opportunità, come solitari Sabre dispersi. Il coinvolgimento sovietico nella guerra ebbe effetti salutari sul morale nordcoreano e cinese. Quando i sovietici iniziarono ad addestrare i piloti cinesi al combattimento volando sui MiG-15, scoprirono che i tirocinanti non erano in forma e potevano a malapena scendere dall’aereo dopo una sortita. Ciò era dovuto principalmente alla loro dieta, tre tazze di riso e una di minestra di cavolo al giorno. Dopo diverse settimane di dieta secondo standard russi, i piloti cinesi potevano sopportare i rigori del combattimento aereo. Allo stesso modo, i nordcoreani iniziarono a compiere miracoli volando, abbattendo diversi aerei statunitensi, che prima erano soliti evitare.

Reclami e contestazioni
Nonostante i dati sovietici e cinesi classificati siano disponibili, l’US Air Force continua a spacciare la storia di 1:7/8/9 abbattimenti, sebbene siano scesi dalla rivendicazione originale di 1:14, diffusa fino agli anni ’90. Si prendano le battaglie aeree del 12 aprile 1951 in cui gli statunitensi persero 25 bombardieri strategici e circa 100 piloti. Fu chiamato il “Giorno Nero” e una settimana di lutto fu dichiarata dall’USAF. Eppure gli statunitensi affermarono di aver abbattuto 11 MiG quel giorno. “In realtà“, dice Kramrenko, “tutti i nostri caccia rientrarono e solo tre o quattro MiG erano forati dal tiro delle mitragliatrici. Questo perché gli statunitensi contavamo gli aerei nemici abbattuti secondo le foto della fotomiragliatrice. Suppongo che i piloti statunitensi abbiano contato gli stessi abbattimenti non meno di due o tre volte. Gli statunitensi, dunque, “abbatterono” più MiG di quanti ce n’erano in Corea“. I sovietici avevano un sistema più sicuro di registrazione degli abbattimenti. I piloti dovevano fornire chiare e distinte foto da fotomitragliatrice e farsele confermare da un gruppo di ricerca che doveva riportare i resti del velivolo nemico abbattuto. Questo presentava dei problemi. Molti aerei statunitensi, colpiti e che rientravano in mare dove precipitavano, non furono considerati vittorie. A volte aerei nemici che cadevano in luoghi inaccessibili come foreste e gole, non venivano recuperati perché non si riusciva a trovarli. Questi aerei abbattuti non furono mai registrati come tali. In realtà i sovietici batterono le forze aeree occidentali. Prendiamo i dati del settembre 1951. Secondo i documenti dello Stato Maggiore del 64.mo Corpo Aerei da Caccia delle Forze Aeree Sovietiche, i piloti delle due divisioni sovietiche avevano abbattuto 92 aerei nemici perdendo solo 5 aerei e due piloti. Tuttavia, secondo i dati statunitensi, nello stesso periodo le loro perdite ammontarono a 6 aerei. Ma secondo la ricerca post-guerra fredda di studiosi russi e stranieri, il numero delle perdite occidentali nel settembre 1951 fu di 21 aeromobili nei combattimenti contro i MiG. Inoltre almeno altri 8 caccia furono così gravemente danneggiati che non volarono mai più. Quindi, anche prendendo questi dati estremamente prudenti, il rapporto tra le due parti nelle battaglie di settembre fu di 4:1 a favore dei piloti sovietici. Tuttavia, gli autori, storici ed analisti occidentali si rifiutano di rivedere i numeri esasperati dell’USAF. Una controversia simile coinvolse gli australiani, che inviarono il loro 77° Squadron di Gloster Meteor in Corea del Sud. In un freddo giorno di dicembre, durante un pattugliamento, i sovietici guidati da Kramarenko incontrarono 20 di questi velivoli costruiti dagli inglesi. Fu il giorno nero per gli australiani, mentre i MiG spezzarono la formazione dei Gloster. In pochi secondi vi fu una dozzina d’incendi al suolo: erano i resti di tali aerei sfortunati. Vi fu un solo sopravvissuto che fuggì da questo inferno per tornare a casa. I sovietici videro il pilota australiano in fuga, che sembrava rassegnato al destino e che si rifiutò di combattere. “Ebbi pietà”, scrive Kramarenko. “Il Gloster cessò di essere il nemico e decisi di lasciarlo andare in pace. Lasciatelo andare al suo aerodromo a raccontare del destino dei suoi compagni che volevano cancellare una città coreana, e i cui aerei bruciano sulle strade vicino questa città e la sua stazione ferroviaria!” Kramarenko aggiunge: “Sono ancora perplesso del perché gli statunitensi avessero permesso a queste bande di contadini di combattere su aerei obsoleti senza coprirli coi Sabre”. Malgrado tale massacro, gli australiani credettero di aver abbattuto un MiG in questo scontro, perdendo solo tre aerei. I sovietici non incontrarono mai più i Gloster sui cieli della Corea. In realtà, gli australiani furono esclusi dal fronte dagli statunitensi.

Gli errori di Mosca
Il rapporto di abbattimenti nella guerra di Corea sarebbe stato ancora più a favore dei MiG, ma per la decisione sconsiderata di Josif Stalin, si fecero ruotare intere unità di combattimento. Stalin, che non capiva il potere aereo, inizialmente non permise ai MiG-15 di partecipare ai combattimenti aerei sulla Corea. Risultato dell’ordine di Stalin, gli assi sovietici della Seconda Guerra Mondiale, che abbatterono molti velivoli nel 1951, furono sostituiti da giovani piloti con poca o nessuna esperienza in combattimento. Questo permise all’USAF demoralizzata di tornare in gioco e gli statunitensi abbatterono decine di aerei sovietici. Un altro fattore fu la G-suit, che permise ai piloti statunitensi di volare senza sottoporre il corpo alle forze estreme a cui i piloti sono esposti nei combattimenti. L’Aeronautica sovietica ne era sprovvista e di conseguenza molti piloti sovietici dovettero smettere di volare per settimane o mesi prima di riprendersi dallo stress. La parità fu ripristinata ancora una volta quando l’originale partito degli eroi sovietici della seconda guerra mondiale tornò in Corea, ma con la morte di Stalin nel 1953 la guerra terminava. Poiché non fu una battaglia per la patria, nessuno dei piloti sovietici voleva essere l’ultimo a morire, e pertanto non ci furono più epiche battaglie aeree sui cieli della Corea.Rakesh Krishnan Simha è un giornalista e analista di affari esteri della Nuova Zelanda, dal particolare interesse per la difesa e la storia militare. È membro del consiglio di amministrazione di Modern Diplomacy, portale per gli affari esteri d’Europa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Quando la Flotta dello Zar salvò gli USA

Spedizioni americane: la bandiera di Sant’Andrea a New York
Lemur59

La prima spedizione
Sul “Kronstadt Herald” del 1863-1864, un giornalista di New York dettagliò, giorno dopo giorno, i lettori della visita ufficiale della flotta russa negli Stati Uniti. Nella storia passò come la spedizione americana. L’idea nacque all’inizio del 1863 in relazione alla situazione internazionale estremamente tesa che si era sviluppata in quel periodo. Per il terzo anno negli Stati Uniti c’era la guerra civile. Gran Bretagna e Francia erano con i sudisti e, nel tentativo di distruggere l’integrità statale degli Stati Uniti, preparavano l’intervento armato. La Russia sosteneva il governo di Abraham Lincoln e si oppose i piani di Londra e Parigi. “Per noi non esistono né il Nord né il Sud, ma un’Unione Federale la cui distruzione osserviamo con rammarico“, scrisse il vicecancelliere A.M. Gorchakov. “Riconosciamo negli Stati Uniti solo il governo di Washington”. Nell’unità e nella potenza degli Stati Uniti, la Russia vide un contrappeso a Gran Bretagna e Francia, perseguendo una politica ostile verso di esse: entrambe preservavano la pace di Parigi del 1856, umiliante e dolorosa per la Russia, che chiuse la guerra di Crimea. Il rapporto tra Russia e Gran Bretagna e Francia nei primi anni ’60 si deteriorò notevolmente a causa della cosiddetta questione polacca (durante quegli anni il Regno di Polonia era spazzato dall’onda del movimento di liberazione nazionale, creando una situazione rivoluzionaria a cui il governo degli zar rispose con misure dure. Gran Bretagna e Francia, perseguendo i propri interessi, presero pubblicamente la posizione di difensori del popolo polacco. I tentativi della diplomazia russa d’indebolire la tensione negoziando non portarono a risultati. La minaccia di una nuova guerra si avvicinava alla Russia. Poi si pose la domanda di come utilizzare la flotta, in modo che in caso di ostilità non venisse intrappolata nelle acque interne. Dopo tutto, l’esperienza triste della Guerra di Crimea era ancora vivida. L’Ammiraglio A.A. Popov, per esempio, scrisse: “L’ultima guerra ha confermato… che la più falsa… di tutte le idee per salvare la flotta è la necessità di nasconderla: le navi militari vengono salvate nel mare, nelle battaglie“. La stessa visione fu adottata da molti leader della flotta russa. Così il ministero della Marino ebbe l’idea di un rapido ritiro degli squadroni russi negli oceani prima dello scoppio delle ostilità. Si suppose che si sarebbero basati nei porti degli Stati Uniti, avendo ricevuto il consenso di Washington. L’operazione doveva perseguire tre obiettivi: in primo luogo, creare una minaccia al traffico commerciale di Inghilterra e Francia e quindi esercitare pressioni sui negoziati diplomatici ancora in corso; In secondo luogo, dimostrare il sostegno al governo di Lincoln nella lotta contro gli Stati ribelli dei sud; In terzo luogo, in caso di scoppio delle ostilità, colpire il punto più vulnerabile dell’Inghilterra, le comunicazioni marittime.
Furono formate due squadre: dell’Atlantico e del Pacifico, che compresero tre fregate nello squadrone dell’Atlantico (che ebbe assegnato il ruolo principale): Aleksandr Nevskij (capitano di vascello A. N. Andreev), Peresvet (capitano di fregata N. V. Kapitov) e Osljabja (capitano di fregata I. I. Butakov), due corvette: Varjag (capitano di corvetta O. K. Kremer) e Vitjaz (capitano di corvetta R. A. Lund) e il clipper Almaz (capitano di corvetta P. A. Zeljonij). Il comandante dello squadrone era il Contrammiraglio Stepan Stepanovich Lesovskij, marinaio esperto e istruito appena tornato da un viaggio d’affari in America, dove studiò l’architettura navale blindata degli Stati Uniti per un anno e mezzo. Possedeva un fluente inglese, francese, tedesco, spagnolo e conosceva bene la situazione in America. Lo squadrone del Pacifico era comandato dal Contrammiraglio Andrej Aleksandrovich Popov, futuro organizzatore e costruttore della flotta corazzata nazionale. Lo squadrone era basato nel Primoroe, appena controllato dai russi. Comprendeva quattro corvette: Kalevala (capitano di corvetta Karpelan), Bogatyr (tenente di vascello P. A. Chebyshev), Rynda (capitano di corvetta G. P. Sfursa-Zhirkevich) e Novik (Capitano di corvetta K. G. Skryplev) e due clipper: Abrek (capitano di vascello K. P. Pilkin) e Gajdamak (capitano di corvetta A. A. Peshurov). La preparazione dell’operazione fu condotta nel segreto totale. Anche i comandanti delle navi seppero degli scopi reali della spedizione solo alla vigilia della partenza da Kronstadt. Il 14 luglio 1863 fu approvato “Istruzione del Ministero Navale al Contrammiraglio S. S. Lesovskij”, che ordinava “di seguire le coste degli Stati Uniti del Nord America senza entrare… in qualsiasi porto prima dell’arrivo… ed ancorarsi a New York“. Le istruzioni indicavano che, in caso di guerra, lo squadrone agisse con tutti i mezzi possibili, infliggendo i maggiori danni al traffico nemico. Mentre precisava la situazione politica mondiale, dando raccomandazioni concrete sull’interazione con l’Ammiraglio Popov, l’istruzione tuttavia dava a Lesovskij piena libertà d’azione. Riassunse: “in ogni caso, quando lo riconosce… necessario, non sia timido con queste istruzioni e agisca a sua discrezione“.
Meno di un mese dopo l’approvazione del piano operativo, lo squadrone atlantico era pronta a salpare. La mattina del 18 luglio, tutte le navi, ad eccezione della fregata Osljabja, che era nel Mar Mediterraneo, partirono per New York lasciando Kronstadt. Nel viaggio del primo squadrone russo partirono solo navi a vapore, lasciando le navi a vela. L’Ammiraglio Lesovskij aveva fretta. Non potevano salpare che navi “sotto vapore”. Per ricostituire le riserve di carburante, le navi dovevano lasciare il Baltico con due trasporti partiti in anticipo. Per la prima volta nella storia della flotta russa, il rifornimento delle navi da guerra fu effettuato in viaggio. Il 25 luglio, in piena disponibilità al combattimento, la squadriglia arrivò nel Mare del Nord. La cosa principale da seguire era ora non incontrare le forze anglo-francesi. Pertanto, si decise di recarsi sull’Atlantico non con la solita rotta attraverso la Manica, ma a nord delle isole britanniche. I piano di Lesovskij furono decisivi. “Se lo squadrone incontrasse navi straniere“, scrisse nelle istruzioni ai comandanti, “suggerisco di rientrare alle acque del Baltico o concedere battaglia per onorare la nostra bandiera, allora l’ammiraglio avrebbe aderito alla battaglia“. Fortunatamente, tali misure estreme non dovettero essere prese. Il viaggio sull’oceano fu difficile. I venti di tempesta lasciarono posto a calma piatta con nebbie densi e piogge incessanti. Il carbone salvato, si navigò. La difficoltà della navigazione congiunta delle navi fu aggravata anche dalla differenza della loro velocità. Infine, l’Ammiraglio Lesovskij decise che ogni nave seguisse un propria rotta.

Fregata Aleksandr Nevskij

Il 13 settembre, nella rada di New York ancorò l’Aleksandr Nevskij sotto la bandiera del comandante, e la Peresvet. La fregata Osljabja era già arrivata. Il giorno successivo Varjag e Vitjaz gounseero. Il clipper Almaz, finito in una bonaccia, arrivò il 29 settembre. Il 1° ottobre lo squadrone di Popov giunse a San Francisco. Per coordinare le azioni tra i comandanti, fu immediatamente stabilita la comunicazione operativa con corrieri e telegrammi crittografati. Bisogna dire che l’apparizione simultanea di due squadroni russi nei porti degli Stati Uniti produsse esattamente su Inghilterra e Francia l’effetto che il governo russo voleva. L’operazione delle “nostre forze navali in Nord America“, scrisse il vicecancelliere Gorchakov, “in senso politico, ha avuto successo, ma l’esecuzione è eccellente“. L’ambasciatore russo riferì da Washington a San Pietroburgo che l’arrivo degli squadroni russi fu percepito dagli statunitensi come dimostrazione del sostegno al governo di Lincoln. Ad esempio, il quotidiano New York Herald descrisse la presenza dell’Ammiraglio Lesovskij e dei suoi ufficiali per le strade della città: “Piene di gente, le strade su cui si dirigeva la processione erano circondate da folle in piedi in lunghe fila. Le case erano decorate con bandiere… le persone felici d’incontrare la processione”. I giornali titolavano: “La Russia e gli Stati Uniti sono fratelli”, “La nuova unione è saldata”, “Dimostrazione popolare entusiasta…” Quasi ogni giorno le navi russe furono visitate da delegazioni di città e Stati, per esprimere rispetto e gratitudine alla Russia per la benevolenza e il sostegno agli Stati Uniti, “specialmente con le vere difficoltà infelici in cui si trova la nazione americana“. Il futuro grande compositore, e in quei giorni imbarcato sul clipper Almaz, N. A. Rimskij-Korsakov, scrisse: “Il nostro squadrone è stato ricevuto in modo amichevole, anche all’estremo. Con abito militare sulla spiaggia e non puoi non passare inosservato: non guardi, e sei guardato, accostato (anche dalle signore) con un’espressione di rispetto per i russi e il piacere che siano a New York“. La popolarità dei marinai russi era così grande che interessò anche la moda femminile. Come scrissero i giornali, per le donne alla moda di New York era imperativo avere doppi bottoni sul cappotto, coccarde, ancorette da cadetti, e cordoncini; questi ultimi un dettaglio sulla spalla del vestito. Tuttavia, non solo banchetti, visite e sfilate occuparono i nostri marinai. Mostrando coraggio e “dedizione veramente russa”, aiutarono ripetutamente la popolazione a spegnere gli incendi, così frequenti all’epoca. I comuni di Annapolis e San Francisco hanno espresso sincera ammirazione e riconoscenza a questo comandante. Un gruppo di ufficiali dello squadrone atlantico, guidato dal comandante dell’Osljabja, capitano di vascello I. I. Butakov, fratello del famoso Ammiraglio G. I. Butakov, visitò l’Armata del Potomac. Gli ufficiali russi incontrarono entusiasmo tra le truppe nordiste: quando le posizioni furono lasciare, “ogni reggimento salutò, inchinando le bandiere“. In una situazione estremamente difficile fu lo squadrone dell’Ammiraglio Popov. I nordisti infatti non avevano una flotta nel Pacifico, e gli abitanti di San Francisco erano costantemente minacciati dall’attacco dei sudisti, i corsari che compivano le piraterie in mare. L’unica cosa su cui residenti di San Francisco potevano contare era l’intervento dello squadrone russo, che usufruiva della loro ospitalità. I corsari sudisti, di regola, venivano preparati in Inghilterra, e una di queste navi, l’Alabama, navigava verso San Francisco, quando lo squadrone del Pacifico si riuniva. E accade a una delle navi di Popov, il clipper Abrek dall’aspetto molto simile all’Alabama, che all’apparire al largo fu preso per una nave corsara. Una cannoniera aprì il fuoco sul clipper che entrava nella rada. Le fortezze costiere furono leste a seguirne l’esempio. Il capitano dell’Abrek, capitano di corvetta K. P. Pilkin, si rese conto che i tiri dalla cannoniera erano innocui, ma il tiro dai forti poteva risultare fatale. Senza esitazione, affiancò il clipper alla nave e suonò l’allarme e, avvicinandosi convocò i marinai sul ponte. Nel momento in cui la cannoniera capì l’errore, il clipper russo fu salutato al grido di “hurray!”. Essendo una persona risoluta, l’Ammiraglio Popov prese la decisione inequivocabile di mettere San Francisco sotto la sua protezione. Lo squadrone cominciò a prepararsi per le operazioni militari contro i corsaro sudisti. Tuttavia, San Pietroburgo avvertì: “Le azioni dei corsari in alto mare… non ci riguardano, anche se attaccano i forti, il dovere di sua Eccellenza è osservare una rigida neutralità“. Il comandante dello squadrone ebbe il diritto di usare le armi solo in un unico caso, se i corsari, superando le fortificazioni, avrebbero minacciato la città stessa. “In questo caso“, si sottolineò a Popov, “avete il diritto, solo in nome della filantropia e non della politica, di usare la vostra influenza per impedire del male“. Fortunatamente, tutto andò bene. Mentre le navi russe, in piena operatività, erano nel porto, non un solo corsaro sudista osò avvicinarsi alla città. Il Presidente Lincoln invitò Lesovskij a visitare Washington e altri porti della costa atlantica. Il comandante dello squadrone dell’Atlantico, nonostante il tempo estremamente sfavorevole, ordinò il trasferimento a Washington. Tuttavia, prima di lasciare New York, l’ammiraglio ritenne necessario rispondere alla “cortesia e ospitalità ampia dai cittadini… al nostro squadrone“. Si offrì di sottoscrivere le istituzioni caritative di New York. Questa proposta fu accettata con grande piacere. Nella sua lettera al sindaco di New York, Lesovskij scrisse: “Prima di lasciare New York, Vi chiedo, signore, di ricevere per conto degli ufficiali dello squadrone l’espressione di sincera gratitudine affidatomi per i vostri amichevoli sentimenti con i cui i nostri concittadini sono stati accettati. Vi chiedo di accettare l’allegata somma di 4760 dollari raccolti dalle collette volontarie degli ufficiali del nostro squadrone, per proporveli per acquistare carburante per le famiglie povere“. La risposta del sindaco fu immediata. “Ho avuto l’onore di ricevere la Sua lettera… con un investimento di 4760 dollari donati dai Vostri ufficiali di squadrone… Per questo generoso atto di carità, chiedo l’autorizzazione a trasmettere a Voi e ai vostri compagni ufficiali la sincera gratitudine della città. Posso assicurarvi… che i cittadini di New York esprimo li stesso sentimento per la vostra disposizione amichevole… Il loro desiderio eterno era, con l’avvento del Suo squadrone… di rafforzare i legami di amicizia tra Russia e Stati Uniti“.

Clipper Abrek

Il 21 novembre 1863 la fregata Osljabja, sotto la bandiera del comandante, le corvette Varjag e Vitjaz, e il clipper Almaz, si ancorarono sul fiume Potomac alla periferia di Washington, nella città di Alexandria. Le navi erano ben visibili dalla cupola del Campidoglio. Purtroppo, a causa della malattia, Lincoln non poté visitare le nostre navi, e l’Ammiraglio Lesovskij ritardò la partenza dello squadrone. Il 7 dicembre, appena la salute del presidente migliorò, l’ambasciatore russo presentò al presidente e consorte l’Ammiraglio Lesovskij e gli ufficiali dello squadrone. I marinai russi visitarono Washington, ospiti del Congresso. Il segretario di Stato, il ministro delle Marina Welles e altre figure pubbliche degli Stati Uniti visitarono le navi. Per quasi sei mesi le navi russe fuono nelle acque statunitensi. Su invito del presidente, visitarono molti porti su entrambe le coste degli Stati Uniti. Delusi agli inizi del 1864, la situazione politica consentì al governo russo di permettere agli Ammiragli Lesovskij e Popov d’inviare alcune navi dalla flotta russa ad esplorare le regioni meridionali ed equatoriali degli oceani. Di nuovo, dopo pochi mesi, a New York e a San Francisco, le navi cominciarono a prepararsi per il ritorno in patria…

Clipper Almaz

Visita di ricambio
Nel 1865 la guerra civile tra Stati settentrionali e meridionali stava terminando. Nei circoli governativi di Washington sempre più si cominciò a parlare di visita di ricambio in Russia. Aspettavano solo la conclusione delle elezioni presidenziali. Il 4 aprile 1865 Lincoln divenne nuovamente il capo della Casa Bianca. Tuttavia, passarono solo pochi giorni. e un colpo al Teatro Ford di Washington immerse gli USA nel lutto. Ancora una volta fu rinviata la visita. Il 16 aprile 1866 a San Pietroburgo, sull’argine della Neva, vi fu un attentato ad Alessandro II. Per fortuna lo zar sopravvisse. Gli statunitensi, ancora impressionati dalla morte del loro amato presidente, decisero che era il momento della visita di ricandio. Il modo migliore per esprimere la gratitudine della Russia per il sostegno negli anni difficili della guerra civile e congratularsi con l’imperatore “sul miracoloso salvataggio dalla morte”, fu difficile da trovare. Il 4 maggio 1866, i leader del Partito Repubblicano dominante pubblicarono una dichiarazione al Congresso affermando che “le persone che ci hanno dato i loro sentimenti più caldi al momento del nostro pericolo mortale, dovrebbero ricevere più che una congratulazione all’imperatore“. La Camera dei Rappresentanti e il Senato furono invitati ad adottare una speciale risoluzione comune con un appello al capo dello Stato russo e inviare in Russia un distaccamento di navi da guerra con un ambasciatore straordinario a bordo. Il decreto fu adottato e firmato dal presidente A. Johnson. Come ambasciatore straordinario degli Stati Uniti, il Congresso nominò un segretario di Stato aggiunto per il ministero della Marina, membro del gabinetto di Washington Gustav Fox, ex-ufficiale della Marina, il 45enne Fox era un noto politico attivo nell’amministrazione Lincoln. Durante la guerra civile, fu uno dei prominenti organizzatori e leader della flotta nordista. Il Congresso approvò la proposta di Fox di visitare la Russia su un monitor. Si credeva che la nave fondamentalmente nuova che per prima apparve durante la guerra nella marina nordista, rappresenterebbe al meglio le forze navali degli Stati Uniti. Non ultima in tale ruolo, ovviamente, era la voglia di dimostrare al mondo l’efficienza marina dei monitor. Dopo tutto, alcuno di essi aveva mai attraversato l’oceano, e poche persone in Europa credevano nella possibilità di tale miracolo. I monitor furono percepiti principalmente come navi fluviali, progettate per combattere contro le batterie costiere del nemico. Il comando della flotta statunitense voleva testarlo, ma “possono essere costruiti in modo che possano essere un’arma potente anche nelle battaglie in alto mare?” Per la visita fu scelto uno dei monitor più recenti, il “Miantanamoh“, una corazzata dallo scafo relativamente basso sulla linea di galleggiamento e dal fondo piatto. Per assicurare il viaggio attraverso l’oceano, furono assegnate due fregate a vapore, “Augusta” e “Ashulot“. Alla fine di maggio tutte le navi del piccolo distaccamento si concentrarono nella baia di St. John sull’isola di Terranova. Il punto di partenza non fu scelto a caso: da qui iniziava la rotta più breve per l’Europa, per l’Irlanda.
Il 5 giugno Fox arrivò a St. John. Lo stesso giorno, le navi salparono. Con il tempo, i marinai statunitensi furono fortunati. Secondo il giornale di bordo del “Miantanamoh“, per tutto il passaggio un vento da nord-ovest soffiò, e l’oceano era poco mosso. La maggior parte del viaggio, il “Miantonamoh” fu rifornito dall'”Augusta“, che conservava il carbone. Onde di un metro e mezzo inondavano il ponte basso del monitor. Il ponte superiore era instabile e il rollio della nave in acque profonde non fu mai permesso di conoscerlo. Ogni pomeriggio, dopo aver determinato la posizione della nave, un foglio di coordinate veniva inserito in una bottiglia e gettata in mare, chissà quale sarebbe stato il domani nell’oceano. La fine recente, durante una tempesta a Capo Hatteras, della prima nave di questo tipo, preoccupava ancora. Inutile dire che le persone che attraversavano l’oceano sulla “Miantonamoh” non erano timide… il viaggiò durò 11 giorni. Il 16 giugno, dopo aver superato 1765 miglia, il distaccamento di Fox raggiunse le coste dell’Irlanda. Le navi entrarono nel porto di Cork e ancorarono. A proposito, tre bottiglie gettate dalla “Miantanamoh” raggiunsero l’Europa. Dopo diversi mesi alla deriva, furono presi sulle coste della Normandia e consegnati alle autorità statunitensi, secondo un’antica tradizione marittima.
Fu uno strano spettacolo per gli europei il monitor. “questa è una nave senza precedenti, come una grande zattera, su cui torreggiano due torri e un tubo“. Non è un caso che l’ammiraglio inglese che incontrò la squadriglia chiese a Fox: “Ha davvero attraversato l’Atlantico con questa cosa? Dubito molto di poterlo fare“. Ma pochi giorni dopo, la “cosa”, che ricordava una chiatta, navigò ancora e per per la Russia vi furono due soste, a Cherbourg e Copenhagen. La maggior parte del viaggio la “Miantanamoh” fu sola. Fu accompagnava solo dalla fregata “Augusta“. Dopo aver attraversato l’oceano, l’Ashulot fu inviata nel Mediterraneo. Nel Baltico incontrarono frequenti nebbie. Ogni tanto dovevano rallentare o addirittura andare alla deriva. Infine, il 3 agosto il distaccamento arrivò a Helsingfors. Le voci del colera dilagante a San Pietroburgo erano allarmanti. Fortunatamente erano esagerate e il 5 agosto le navi statunitensi salparono da Helsingfors. C’era un’ultima sosta sul Golfo di Finlandia. All’uscita dal porto, la squadra di Fox fu incontrata da uno squadrone russo. Dopo lo scambio di fuochi di salva, “le navi russe fiancheggiarono su due colonne la nave e il monitor statunitensi, in mezzo… Così, la squadra navigò per Kronstadt e, in condizioni favorevoli, arrivò il 6 agosto“. Quella giornata fu immortala da una magnifica foto della rada di Kronstadt. Nel porto, una folla di persone; molte barche e yacht e sullo sfondo lo squadrone russo; di fronte, lentamente arrivava la “Miantanamoh“, accolta da colpi di cannone dei forti e dall’inno nazionale statunitense. Non appena le navi sono ancorarono, l’inviato del Congresso a nome dell’imperatore fu accolto dal Contrammiraglio S. S. Lesovskij, di cui marinai statunitensi ricordavano la visita a New York nel 1863-1864. Lo stesso giorno, Fox e il suo entourage arrivarono a San Pietroburgo; furono collocate nell’Hotel de France, sulla Bolshaja Morskaja, non lontano dall’arco dello Stato Maggiore.
L’8 agosto l’ambasciata straordinaria fu accolta da Alessandro II, al Palazzo Peterhof, dove si recarono in treno. Alla stazione salirono sulle carrozze per la corte. Nonostante la rigorosa etichetta diplomatica, l’accoglienza avvenne in un’atmosfera eccezionalmente amichevole. “Numerosi legami, che legano il grande impero a oriente e la grande repubblica a occidente”, diceva il messaggio del Congresso letto da Fox “si sono moltiplicati e consolidati nuovamente grazie al sostegno che il governo russo ha reso agli Stati Uniti durante i difficili anni della loro lotta interna“. Lo zar parlò delle relazioni tradizionalmente amichevoli tra Russia e USA. Concluse il discorso con la certezza che non avrebbe mai dimenticato l’accoglienza amichevole che gli Stati Uniti diedero ai suoi squadroni. Desiderando ringraziare i marinai statunitensi, l’imperatore annunciò che tutti, senza eccezione, ufficiali e marinai della squadra, erano ospiti del governo russo. Subito dopo un telegramma fu inviato a Washington, dove Fox riferì al governo del compimento della missione affidatagli; fu il primo telegramma inviato dalla Russia all’America sul nuovo cavo transatlantico. Mentre nel palazzo ci fu la ricezione ufficiale, gli ufficiali statunitensi, accompagnati dall’Ammiraglio Lesovskij, esaminarono i palazzi e i parchi di Peterhof. Nel parco più vicino incontrarono l’eroe della difesa di Sebastopoli E.I. Totleben. “Gli ufficiali salutarono il famoso ingegnere con rispetto e entusiasmo… gridando” Hurray” per tre volte, confondendosi con il rumore incessante delle fontane del Peterhof“. Sull’isola della zarina, agli ospiti fu mostrata una quercia coltivata da una ghianda prelevata dalla quercia “che avvolgeva la tomba di Washington”. La visita dell’imperatore non durò a lungo. Il giorno successivo, Alessandro II, accompagnato dall’erede e dai granduchi, visitò le navi statunitensi. La “Miantanamoh” lo salutò coi cannoni sulle torrette. Fu la prima volta e in contrasto con le regole vigenti, perché nella Marina statunitense, i cannoni di questo calibro erano “destinati esclusivamente alle operazioni militari“.
Così iniziò la prima visita ufficiale della flotta statunitense in Russia. Da cui visitarono la capitale. Tuttavia, prima di tutto, naturalmente, Kronstadt con le sue forte fortificazioni, banchine, osservatorio marino, la più ricca biblioteca marina, i cui onorevoli lettori erano tutti ufficiali statunitensi. Durante l’ispezione dell’arsenale, gli ospiti furono “stupiti dalla moltitudine di bandiere militari prelevate ai nemico testimoniando le attività della flotta russa in mare”. Pietroburgo stupì gli statunitensi con il suo splendore, così come continue cene e ricchi pranzi. Ad esempio, una cena tenuta nel “giardino lussuosamente illuminato” di una delle dimore dell’isola di Kamenij, dove era presente “l’intera alta società di Pietroburg“, costò all’ospite più di 40 mila rubli… Il 23 agosto, si invito della società di Mosca, l’ambasciata partì per Mosca, a bordo di vagoni speciali, “drappeggiati con bandiere americane e fiori“… La Regina Madre incontrò gli ospiti con una banda musicale. Sulla piazza della stazione affollata, risuona l’inno nazionale “Glory, Columbia“. Il sindaco, i membri del governo e numerosi rappresentanti di varie società accolsero l’ambasciata. Gli ospiti furono inviati nel residence preparatogli. Inaspettatamente, ritrovarono delle loro foto. Tuttavia, la sorpresa crebbe ancora quando videro i loro ritratti ad olio, perché non so erano presentati a nessuno! Il segreto fu rivelato dai proprietari: le foto sono state ritirate a San Pietroburgo da una fotocamera nascosta, due giorni prima di partire per Mosca. I ritratti furono dipinti da esse. Lo stesso giorno, l’ambasciata fece una visita ufficiale al governatore generale di Mosca, V. A. Dolgorukov. Brindando alla salute degli ospiti, disse: “L’accoglienza che avviene tra la nostra flotta, parla del rispetto che i cittadini degli Stati Uniti godono nel nostro Paese. Credetemi, incontrerete la stessa accoglienza a Mosca, nostra antica capitale“. Il quinto giorno l’ambasciata partì per Nizhnij Novgorod. Agli statunitensi volevano mostrare la famosa fiera, che durava esattamente due mesi, quando la popolazione della città aumentava di 6-8 volte, da 40 a 300mila persone. Il giro d’affari superava i 100 milioni di rubli. Più di sei mila tonnellate di merce venivano vendute. Il mercanti, in onore dell’arrivo dell’ambasciata, organizzò una cena. “La sala da pranzo era decorata con fiori, verdi, bandiere nazionali e ritratti del sovrano, di Washington, Lincoln e Johnson. Circa centocinquanta persone si sedettero al tavolo, fra i quali erano presenti tutte le nazionalità: russi, persiani, tatari, armeni, commercianti del Caucaso e della Siberia lontana“. Ciononostante, la commissione fu molto dispiaciuta che, a causa del culmine della fiera, la classe mercantile non poteva accettare i cari ospiti con il lustro dovuto.
Il 1° settembre l’ambasciata risalì il Kostroma. “Non appena il signor Fox salì nel terrapieno, uno dei contadini si tolse la casacca e si prostrò. Fox cercò di evitarlo. Tuttavia, nello stesso momento, come per magia, fino alla fine del terrapieno fu immediatamente coperto da soprabiti. La folla osservò silenziosamente ciò che accadde dopo. Quando Fox decise finalmente di accettare i vestiti, la folla lo salutò con gioia con un forte “hurray”!” Dopo aver incontrato Kostroma e controllando il monumento a Ivan Susanin, l’ambasciata continuò il viaggio lungo il Volga. Negli ultimi giorni del soggiorno nella capitale, gli statunitensi cenarono in un club “aristocratico” cosiddetto “inglese”. Il Cancelliere A.M. Gorchakov: “Mi rallegro… che menti pratiche, aliene a qualsiasi pregiudizio, possano giudicarci imparzialmente. Potrebbero apprezzare… la più grande gloria e orgoglio della nostra patria, e le persone che ne costituiscono il potere!“. Esprimendo la speranza che buone relazioni tra i due popoli esistano per sempre, Gorchakov notò l’apprezzamento particolarmente di questa relazione, perché “non rappresenta una minaccia o pericolo per nessuno… Dio ha dato tali condizioni a entrambi i Paesi perché possano essere contenti della loro grande vita interna“. Lo stesso giorno, il testo completo del discorso di Gorchakov fu trasmesso via telegrafo negli Stati Uniti. È interessante che l’invio di questo telegramma costasse al corrispondente del New York Herald 7000 dollari. Il 15 settembre 1866, gli statunitensi salparono dal Golfo di Finlandia…

Monitor Miantonomoh

La “seconda” spedizione americana
“Seconda spedizione americana” indica l’incursione di squadre russe nei porti degli Stati Uniti nel 1876 durante il deterioramento delle relazioni con la Gran Bretagna a causa del sostegno della Russia alla rivolta anti-turca in Bulgaria. In quel momento, nel Mar Mediterraneo, vi era lo squadrone del Contrammiraglio I. I. Butakov, con la fregata corazzata Petropavlovsk, la fregata Svetlana, le corvette Askold e Bogatyr, il clipper Krejser e due schooner. Per evitarne in caso di guerra la distruzione da parte delle superiori forze della flotta inglese, le navi russe (ad eccezione dell’inaffidabile Petropavlovsk) furono inviate nei porti atlantici degli Stati Uniti da cui, dopo aver interrotto i rapporti con l’Inghilterra, iniziare le operazioni. Nel novembre, le navi russe lasciarono i porti d’Italia. La corvetta Bogatyr giunse a Charleston il 27 dicembre; la nave dell’Ammiraglio Butakov, la fregata Svetlana, sotto il comando del Granduca Aleksej Aleksandrovich, giunse nella rada di Hampton il 31 dicembre; la corvetta Askold giunse a Charleston il 12 gennaio 1877; il clipper Krejser arrivò a New York il 4 febbraio. Nel marzo 1877 l’intero squadrone di Butakov fu concentrata a New York. Contemporaneamente, le navi dello squadrone dell’Oceano Pacifico e la flottiglia siberiana, sotto il comando del Contrammiraglio O. P. Puzino, ebbero l’ordine di recarsi a San Francisco. Nell’ottobre 1876 si ritirarono dai porti cinesi e giapponesi e il 25 dicembre 1876 lo squadrone della corvetta Bajan, dei clipper Vsadnjk e Abrek, degli schooner Vostok, Tungus ed Ermak, giunse a San Francisco, più tardi seguito dalla cannoniera Gornostaj e dal trasporto Japonetz.
Secondo il piano elaborato dall’Ammiraglio Puzino, in caso di guerra il suo squadrone doveva attaccare Vancouver per “causare danni agli stabilimenti nemici e distruggere le navi militari e mercantili presenti”, e poi recarsi in Australia e incrociare verso occidente (le corvette), e oriente (i clipper), bombardando i depositi sulle coste settentrionale della Nuova Guinea, le Isole Salomone e le Isole Marshall. Il 30 aprile, dopo essersi allentata la tensione nei rapporti russo-inglesi, gli squadroni russi ricevettero l’ordini di lasciare i porti degli Stati Uniti e ritornare al servizio di routine.

Fregata Svetlana

La “terza” spedizione americana
“Terza spedizione americana” fu chiamata l’organizzazione di un squadrone di navi russe in crociera negli Stati Uniti dopo la fine della guerra russo-turca del 1877-1878, e le pretese del Regno Unito di revisionarne i risultati. Poiché la flotta russa non disponeva di un numero sufficiente di navi idonee per la crociera, fu deciso di acquistare navi mercantili negli Stati Uniti e utilizzarle come incrociatori ausiliari. Furono stanziati tre milioni di dollari, sufficienti per comprare tre o quattro navi. L’acquisto delle navi e l’organizzazione della crociera furono affidati al capitano di corvetta L. L. Semechkin. Il 27 marzo 1878, fu deciso di affidare immediatamente la spedizione al comando del capitano di corvetta K. K. Grippenberg, recatosi negli Stati Uniti sulla nave tedesca Zimbria. Il 17 aprile, il Zimbria entrò nel piccolo porto di South West Harbor, Maine. Il 26 aprile, a New York, arrivò Semichkin, che acquistò tre navi a vapore (California, Columbus e Saratoga). Furono aggiornate come incrociatori a Philadelphia nel cantiere navale Crump. Il 29 maggio 1878 ebbero il nome Evropa, Azija e Afrika, divenendo navi da guerra di prima linea. A settembre, il Zimbria giunse a Filadelfia con le squadre dei marinai russi. A dicembre, Evropa, Azija e Afrika alzarono la Croce di Sant’Andrea. Dato che la minaccia di guerra con l’Inghilterra era finita, gli incrociatori salparono da Philadelphia per l’Europa a fine dicembre 1878.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sull’amicizia Iran-Turchia, USA emarginati dal Medio Oriente

Cassad, 18 agosto 2017In Turchia c’è stata una riunione importante, che potrebbe avere conseguenze a lungo termine per l’intera regione. Una delegazione militare dell’Iran arrivava nel Paese della NATO per discutere le azioni congiunte in Iraq e Siria. La delegazione comprendeva il Capo di Stato Maggiore Congiunto dell’Esercito iraniano Bagheri, il Vicecomandante dell’IRGC, il Viceministro degli Esteri, il Comandante delle Forze di Sicurezza delle frontiere. Durante l’incontro sono stati raggiunti numerosi accordi che hanno permesso al Capo di Stato Maggiore Generale iraniano di affermare che i colloqui sono stati molto efficaci.
1. Turchia e Iran non riconoscono il referendum curdo in Iraq. L’Iran è categoricamente contrario a un Kurdistan indipendente e, secondo il Capo di Stato Maggiore Generale iraniano, in questo argomento è stato trovato un linguaggio comune con la Turchia.
2. Le parti hanno convenuto visite navali reciproche, scambio di studenti delle accademie militari, presenza di osservatori militari nelle esercitazioni militari ed esercitazioni congiunte.
3. È stato raggiunto un accordo col Capo di Stato Maggiore turco Hulusi Akar che presto visiterà Teheran. Beh, da lì la prima visita di Erdogan non è lontana. Entrambe le parti sono strategicamente impegnate nei negoziati di Astana, naturalmente vantaggiosi per la Federazione Russa.
4. La Turchia è lieta che Iran e Russia siano più consapevoli della sua preoccupazione per la questione curda, a differenza degli Stati Uniti, che non abbandonano il sostegno alle YPG, il primo problema della Turchia.
5. Iran e Turchia continueranno le consultazioni sulle operazioni dell’esercito e dei servizi speciali per un’azione comune contro al-Nusra, collegandosi alla questione della “procura” turca ad Idlib, dove al-Nusra ha puntato a un proprio allargamento.
6. Sono state discusse questioni controverse sulle zone di de-escalation, soggette a garanzie russe. In questo argomento sono rimasti punti controversi, in quanto la Turchia teme che, nel risolverle, l’Iran assegnerà ai suoi “agenti” ciò che non è dovuto dagli accordi di Astana ed altri.
In generale, in base ai cambiamenti strategici nel corso della guerra siriana, si può osservare come gli interessi iraniani e turchi coincidano. Questa opzione è apparsa in Turchia dopo aver abbandonato l’idea di rovesciare Assad e puntato sul campo russo-iraniano. La questione curda spingerà oggettivamente Ankara e Teheran verso una cooperazione più stretta su questione curda e divisione delle sfere d’influenza in Siria, soprattutto perché sarà preferibile per la Russia vedere turchi e iraniani (entro limiti ragionevoli) che non truppe statunitensi in Siria. Questa cooperazione si è già perfettamente manifestata dopo la conclusione degli accordi in Astana e le parti hanno ottenuto notevoli benefici, intendendo continuare tale cooperazione vantaggiosa dove, oltre ad obiettivi comuni con la Russia, hanno anche propri interessi. La Turchia lotta contro l’influenza curda e il ripristino della posizione nella regione, e l’Iran costruisce il ponte sciita Teheran-Beirut diretto anche contro Israele, e prosegue la guerra ibrida contro l’Arabia Saudita. Dato che numerosi obiettivi di Iran e Turchia coincidono con quelli della Russia, le parti da un lato svolgono un compito utile ponendo fine alla guerra in Siria a favore di Assad e, dall’altro, aumentano notevolmente l’influenza, sfruttando i fallimenti di sauditi e statunitensi che ne hanno indebolito il controllo sulla regione, aprendo opportunità ai principali attori regionali. L’indebolimento dell’influenza statunitense, anche in considerazione delle azioni della Russia, ha già portato diversi Paesi, già abbastanza aperti a perseguire proprie politiche senza riguardo per Washington, a concludere accordi che escludono Washington e dividono le sfere di influenza senza badare agli statunitensi. È difficile immaginare un’illustrazione più chiara per dimostrare la crisi dell’egemonia degli USA.
L’attuale offensiva mediatica sugli Stati Uniti in merito alle accuse di aver fornito armi chimiche ai terroristi e le richieste della Siria di sospendere le azioni della coalizione statunitense sul proprio territorio, riflettono il graduale rafforzamento strutturale della Siria nella guerra, dove tutti gli attori chiave cercano posizioni favorevoli in anticipo e di conseguenza respingendo gli avversari. La posizione degli USA è più vulnerabile. Più restano illegalmente in Siria e vicini al califfato dello SIIL, più sarà chiaro che sono in Siria per smembrarla, facilitando l’ulteriore campagna mediatica contro gli Stati Uniti, che hanno già abbandonato lo slogan “Assad deve andarsene”. Ciò rende la loro presenza in Siria più aggressiva. Russia, Iran e Turchia sono in una posizione favorevole, poiché operano in Siria in accordo con Damasco, e Russia e Iran in generale operano su invito del governo siriano. Naturalmente, Russia e Iran, così come la Turchia che li ha raggiunti, si sforzeranno di cacciare gli Stati Uniti dalla Siria e di risolvere il problema curdo secondo propri termini. Gli Stati Uniti, a loro volta, chiariscono che non rigetteranno la propria strategia (altrimenti ammetterebbero di aver perso la guerra in Siria), portando alla dichiarazione della leadership delle SDF sugli Stati Uniti che resteranno in Siria per anni, con una “Cooperazione fruttuosa”. Mentre il califfato e al-Nusra sono schiacciati, queste contraddizioni saranno sempre più evidenti e la posizione della Turchia sarà di grande importanza nella definizione della configurazione della Siria settentrionale dopo la sconfitta del califfato. Pertanto, ci saranno ancora molti negoziati tra Russia, Iran e Turchia, dove le parti si coordineranno alla luce di un possibile conflitto con gli Stati Uniti per il controllo della Siria settentrionale. Erdogan non ha ancora rigettato l’invasione di Ifrin e continuerà a presentare tale opzione a Russia e Iran, nel caso in cui i rapporti con i curdi e gli Stati Uniti si guastino completamente, dando ad Erdogan l’opportunità di occupare Ifrin col pretesto di “combattere il terrorismo”. L’intrigo principale è che se gli Stati Uniti vogliono accelerare l’isolamento del Kurdistan siriano dalla Siria, e Russia e Iran avranno due buone ragioni per attirare immediatamente Erdogan su una politica più rigorosa nei confronti dei curdi in Siria. Da una parte, la lotta per l’integrità territoriale della Siria, su cui Federazione russa, Iran e Turchia convergono. D’altra parte, vi è il desiderio di scacciare gli Stati Uniti dalla Siria. Qui la Turchia ha una posizione piuttosto ambigua, poiché fiancheggia la coalizione russo-iraniana continuando a sondare gli statunitensi per revisionare la strategia di Washington in Siria. C’è la possibilità che la cacciata degli statunitensi dalla Siria e la soppressione delle aspirazioni separatiste dei curdi saranno solo due dei problemi delle parti interessate, servendo da terreno fertile per una nuova guerra nell’Iraq settentrionale e nella Siria settentrionale, dove gli Stati Uniti prevedono di smantellare Siria e Iraq (con l’aiuto di certi Paesi NATO, Giordania, Arabia Saudita ed eventualmente Israele); vi sarà una coalizione contingente tra Siria, Iraq, Russia, Iran, Turchia ed eventualmente Qatar, alla luce delle nuove realtà che saranno decise. La Russia preferisce ancora non forzare gli eventi e suggerisce di collegare i curdi siriani ai negoziati di Astana, prevedendo di sottrarre almeno alcuni curdi dall’influenza statunitense e permettere dei compromessi tra i curdi e Assad. Ma la Turchia si oppone apertamente a tale piano, non volendo negoziare coi curdi. E la posizione dura sul referendum in Iraq, dimostrata congiuntamente con l’Iran, può anche essere considerata dimostrazione che la Turchia, come l’Iran, preferisce una posizione più ferma sulla questione curda, e che la Russia dovrà considerarla. Tuttavia, questo è ancora un problema lontano e quando si svilupperà pienamente, prossimamente, potrà ancora cambiare, anche se i contorni generali del conflitto possibile sono già abbastanza visibili.
Le biforcazioni più vicine sono la liberazione di Dair al-Zur, la presa di Raqqa e il referendum curdo in Iraq, dopo di che vedremo ulteriori chiarimenti del quadro e della configurazione generale del conflitto sull’autodeterminazione curda, in contraddizione inconciliabile con la questione dell’integrità territoriale di Siria e Iraq.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina costringe gli USA a porre fine alla “guerra delle parole”

Alexander Mercouris, The Duran 16/08/2017

Come previsto diplomazia e avvertimenti dei cinesi hanno costretto Washington e Pyongyang a fermare la “guerra delle parole” che accelerava la crisi nel Pacifico settentrionale. Quattro giorni prima, dopo l’avvertimento della Cina agli Stati Uniti che avrebbe difeso la Corea democratica se l’avessero attaccata e cercato di cambiarne regime, e dopo la chiamata del Presidente Xi Jinping al presidente degli Stati Uniti Trump, dicendogli si smetterla, scrissi che pensavo che la diplomazia cinese avrebbe avuto successo e che la guerra verbale tra Stati Uniti e Corea democratica sarebbe finita. “Quando si ha che fare con la Corea democratica e un leader orgoglioso, inesperto e volubile come Donald Trump, non è mai facile essere sicuri, ma la mia ipotesi è che la diplomazia cinese negli ultimi due giorni sia stata efficace e che il grosso della crisi sia finita. In caso affermativo mi aspetto che lo scontro verbale tra Washington e Pyongyang inspiegabilmente e misteriosamente esploso negli ultimi giorni, si affievolisca”. Nello stesso articolo osservai che il presidente degli Stati Uniti Trump non era sicuramente l’unico capo straniero che i cinesi avrebbero contattato nel corso della crisi. I cinesi senza dubbio avranno parlato anche con i nordcoreani, probabilmente coi sudcoreani, e naturalmente erano a stretto contatto con l’alleato russo. Oggi è chiaro che la diplomazia cinese ha effettivamente avuto successo. Kim Jong-un ha mollato il piano provocatorio di lanciare missili Hwasong-12 presso Guam (dove gli Stati Uniti hanno una grande base aeronavale) e Donald Trump si congratulava con Kim Jong-un per aver preso una “saggia e ben motivata decisione”. Sebbene i cinesi abbiano ottenuto ciò che volevano, la fine della fastidiosa guerra verbale tra Washington e Pyongyang delle ultime due settimane, sarebbe sbagliato dire che Washington e Pyongyang abbiano ceduto. Ciò significherebbe che i due governi si minacciassero sul serio, cosa di cui dubito fortemente. Sono sicuro che non c’è mai stata la minima intenzione degli Stati Uniti di attaccare la Corea democratica o che Kim Jong-un e leadership nordcoreana volessero la dimostrazione missilistica assai provocatoria e inutile su Guam di cui si parlava. L’esercito statunitense s’è opposto con assoluta nettezza all’attacco militare alla Corea democratica, e nessun presidente statunitense, certamente non uno dalla posizione politica debole come Donald Trump, andrà mai andato contro l’esercito statunitense su cose del genere. Il modello coerente del comportamento militare statunitense è che, sebbene le forze armate statunitensi eseguano senza esitazione l’ordine presidenziale di attaccare un avversario debole giudicato incapace di combattere (esempio la Jugoslavia nel 1999, i taliban nel 2001, l’Iraq nel 2003 e la Libia nel 2011) si sforza sempre di evitare un nemico che possa rispondere e causare seri danni ai militari statunitensi. Perciò l’esercito statunitense si è sempre opposto a un confronto con l’esercito russo in Siria, nonostante la superiorità militare statunitense rispetto alle forze russe nella zona. Contro la Corea democratica, armata di armi nucleari e missili balistici che possono raggiungere il territorio degli USA e sostenuta pubblicamente dalla Cina, non ci fu mai la minima possibilità di un attacco statunitense. Per la Corea democratica, la proposta di lanciare missili Hwasong-12 verso Guam ha sempre avuto un aspetto melodrammatico. Dubito che ci abbiano mai pensato seriamente.
Se non si può affermare che nessuno dei due abbia ceduto, gli Stati Uniti sembrano comunque i perdenti della vicenda. Come rilevava il quotidiano cinese Global Times, gli Stati Uniti sono sempre in svantaggio quando ingaggiano con la Corea democratica una guerra verbale. “Gli Stati Uniti di solito non possono vincere in queste guerre verbali, dato che Pyongyang sceglie la forma che preferisce e ciò che Washington dice non può essere sentito dalla società nordcoreana. Ma l’opinione statunitense presta grande attenzione a tutto ciò che dice la Corea democratica”. L’amministrazione Trump ha comunque scelto d’ingaggiare la Corea democratica in tale guerra. Il risultato è stato rafforzare il sostegno della Cina alla Corea democratica, offrendole ciò che appare la garanzia pubblica della sua sicurezza, mentre sconvolge gli alleati statunitensi come la Corea del Sud sempre più preoccupata da intenzioni e azioni degli Stati Uniti; e la Germania che sulla questione coreana va contro gli Stati Uniti affiancando Cina e Russia. Peggio ancora, Kim Jong-un, secondo il presidente Trump, esce da tale confronto in questa lunga crisi, apparendo “saggio e ben motivato”. Difficilmente un risultato che piacerà a Washington.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora